Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Autonomia differenziata. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Autonomia differenziata. Mostra tutti i post

05/08/2026

Colpo di mano del governo sull’autonomia differenziata

Il fatto che il Governo in pieno luglio – con un vero e proprio colpo di mano, prima al Senato e poi alla Camera – abbia approvato le Risoluzioni per consegnare la potestà legislativa a Veneto, Liguria, Lombardia e Piemonte su professioni, previdenza complementare, protezione civile e sanità, non ha generato alcuna reazione particolare da parte dei sindaci dei capoluoghi di quelle regioni; per lo più comuni grandi o molto grandi, in 3 casi su 4 governati da partiti dell’opposizione parlamentare.

Un silenzio misterioso, considerate le circostanze; tacciono coloro che dall’autonomia differenziata non possono che vedere modificate le proprie prerogative e i propri poteri. In peggio.

Evidentemente i sindaci di Milano, Genova e Torino o stanno sottovalutando o ignorano i danni che il raggiungimento dell’autonomia differenziata da parte delle regioni di cui sono capoluogo provocherebbe loro. Avremo modo di parlarne, si tratterebbe di danni non da poco. 

Di tutt’altro segno la reazione dei primi e delle prime cittadini/e pugliesi che, con un appello ben calibrato, promosso dal sindaco di Bari, Vito Leccese, sottolinea da una parte il fatto che le mosse del Governo contraddicano clamorosamente la sentenza 192/24 della Corte Costituzionale; dall’altra come l’approvazione delle Risoluzioni rappresenti un passo verso la disgregazione dell’unità della Repubblica e dunque dell’esigibilità di diritti uguali per tutti e tutte, ovunque risiedano.

“Ci preoccupa il modo in cui questa maggioranza di Governo vuole attuare l’autonomia differenziata. Infatti, procedere senza prima determinare e finanziare i LEP e senza istituire il fondo perequativo previsto dall’articolo 119, terzo comma, della Costituzione significa esporre il Paese a un rischio concreto: nuove disuguaglianze territoriali, in contrasto con gli articoli 2 e 3 della Costituzione.
A pagarne il prezzo più alto sarebbero i territori con minore capacità fiscale per abitante, dalle aree interne e montane a molte realtà del Mezzogiorno e con essi i Comuni che vi operano. Il luogo di nascita o di residenza non può decidere l’accesso alla salute, all’istruzione, ai servizi sociali, alla protezione civile, alle infrastrutture, al lavoro. L’autonomia differenziata non deve diventare l’occasione per mettere i territori gli uni contro gli altri”.
Proprio per questi motivi i sindaci e le sindache pugliesi – l’appello ha già raccolto oltre 260 firme, allargandosi anche ad amministratori di altre regioni del Sud come Basilicata e Campania – plaudono all’iniziativa del presidente della Regione Puglia, che ha annunciato il ricorso presso la Consulta contro le preintese delle 4 regioni del Nord, seguito dal presidente della Campania, Roberto Fico.

A loro volta, i Comitati per il Ritiro di ogni Autonomia Differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti sostengono l’iniziativa dei sindaci e delle sindache del Sud, così come quella dei due presidenti di Regione, cui auspicano si aggiungano presto le altre regioni governate da forze di opposizione nazionale, in primis l’Emilia-Romagna.

La presa di posizione dei primi cittadini e delle prime cittadine e di amministratori e amministratrici di comuni pugliesi si inserisce a pieno titolo nel ripudio della “secessione dei ricchi”, ma anche nella chiara consapevolezza che il Sud possa giocare un ruolo molto significativo nella spregiudicata partita che il Governo sta portando avanti, incurante non solo della sentenza 192/24, ma anche e soprattutto della sorte di territori che certamente – nonostante le rassicurazioni del ministro Calderoli – registrerebbero uno svantaggio incolmabile, se il processo andasse avanti.

Siamo convinte e convinti che tanti amministratori e amministratrici (e non solo quelli aderenti ai partiti dell’attuale opposizione parlamentare) del nostro Meridione siano perfettamente consapevoli che il processo eversivo dell’autonomia differenziata andrà a penalizzare territori le cui disuguaglianze sociali e squilibri territoriali subiranno un ulteriore aggravamento.  

I sottoscrittori e le sottoscrittrici chiedono “l’immediata sospensione del procedimento relativo agli schemi di intesa preliminare” fino al completamento di una complessiva rivalutazione costituzionale, finanziaria e amministrativa; richiesta che da tempo i Comitati e il Tavolo NOAD stanno esprimendo.

Un appello che il governo non dovrebbe sottovalutare, anche considerando l’avvicinarsi delle elezioni politiche. Sarà interessante capire se sul piatto della bilancia peserà più lo scambio scellerato tra legge elettorale e autonomia differenziata; o la paura di perdere consenso in un Sud che – già nel referendum di marzo sulla riforma della magistratura – ha riservato alle destre al governo una brutta e imprevista sorpresa.

Fonte

05/03/2026

L’emigrazione sanitaria vale oltre 5 miliardi, in mezza Italia non ci si può curare

Non si è mai viaggiato così tanto per curarsi, ma non è un buon segno. Significa che, in Italia, il diritto alla salute non è garantito ovunque allo stesso modo, e spesso non è garantito affatto. Stando infatti agli ultimi studi della Fondazione Gimbe, nel 2023 la mobilità sanitaria interregionale ha toccato il valore record di 5,15 miliardi di euro, il livello più alto mai registrato e in aumento del 2,3% rispetto ai 5,04 miliardi dell’anno precedente.

I numeri presentati in occasione del trentennale della Fondazione parlano di dinamiche molto differenti tra il Nord e il Sud del paese. Nelle regioni settentrionali si assiste spesso a una “mobilità di prossimità”, ovvero a uno scambio che può essere considerato “fisiologico” di pazienti tra territori confinanti, che offrono comunque standard elevati. Al Mezzogiorno, invece, il fenomeno assume i tratti di una vera e propria fuga.

I cittadini abbandonano la propria terra perché non trovano risposte adeguate, alimentando un flusso unidirezionale verso il Settentrione senza che le regioni d’origine riescano ad attrarre pazienti da altrove. “La migrazione sanitaria tra Regioni è tra gli indicatori più sensibili delle diseguaglianze del servizio sanitario regionale: rileva dove i cittadini trovano risposte adeguate e dove, invece, sono costretti a spostarsi per curarsi”, spiega Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione Gimbe.

Cartabellotta ha poi aggiunto: “la mobilità sanitaria è sempre meno una scelta e sempre più una necessità”. Di questa necessità se ne avvantaggiano soprattutto alcune regioni (o meglio, i sistemi sanitari di alcune regioni, compresi ovviamente i privati collegati): circa la metà degli incassi nazionali derivanti dalle cure a pazienti non residenti finisce nelle casse di Lombardia (23,2%), Emilia-Romagna (17,6%), e Veneto (11,1%).

Sul versante opposto, a pagare il conto più salato per i propri cittadini che si curano fuori sono il Lazio (12,1% della spesa totale), la Campania (9,4%) e, paradossalmente, la stessa Lombardia (9,2%). Ma il paradosso è sciolto nel momento in cui si vanno a vedere i saldi finali: la Lombardia chiude con un attivo di ben 645,8 milioni di euro, mentre la Calabria segna un -326,9 milioni, la Campania -306,3, la Puglia -253,2, la Sicilia -246,7 milioni.

Per la Fondazione questa è la prova “che il diritto alla tutela della salute non è garantito in maniera equa su tutto il territorio nazionale”, disattendendo le disposizioni fondanti della Repubblica. Senza considerare che, per lo più, a potersi permettere di viaggiare per le cure sono coloro che non si trovano in condizione di indigenza: l’emigrazione sanitaria è perciò espressione innanzitutto di una faglia di classe.

Se già oggi dei “livelli minimi” di prestazioni non sono garantiti, quando il “Servizio” è ancora “Nazionale”, almeno sulla carta, immaginate cosa succederà quando entreranno in vigore tutti i meccanismi dell’Autonomia Differenziata. Un vero e proprio spezzettamento del paese per favorire i bilanci di ricchi approfittatori sulla vita delle persone.

Fonte

08/12/2025

La controriforma della giustizia. La posta in gioco

“Questa riforma è un grimaldello – afferma la già Magistrato Maria Longo, durante la sua esposizione online – per far saltare tutto l’assetto istituzionale dello Stato e il suo assetto democratico”.

Dopo l’azione del ministro Calderoli di far rientrare dalla finestra la sua legge per l’Autonomia Differenziata, procedendo nonostante l’illegittimità dichiarata della Corte Costituzionale e l’annullamento dalla Consulta, questo Governo procede nel suo progetto rifondativo dell’ordinamento della Repubblica (1).

Questa, non a caso, è stata definita una Contro-Riforma. Va conosciuta e compresa come tale, anche in previsione del referendum di primavera, indetto per la prima volta da un Governo della Repubblica e non dalla sua opposizione assopita e sbandante.

È infatti Antonio Madera del Comitato Emilia Romagna per il ritiro di ogni Autonomia Differenziata ad affermare che: “Senza una posizione chiara anche sull’Autonomia Differenziata (2), da parte di quella opposizione che si rifà ai nostri valori, certamente si perdono anche le prossime elezioni”

La ricerca, da parte della Presidente del Consiglio (smettiamola di chiamarla Premier) è un mandato popolare indiscusso. Ottenere la libertà di poter agire indiscutibilmente, in cielo in terra ed in ogni luogo, per il bene degli italiani. Magari, come già avviene con la stampa, esautorando anche il lavoro parlamentale.

Il Governo Meloni in realtà, è alla ricerca di una maggioranza plebiscitaria popolare, per lo più inconsapevole del pericolo non solo istituzionale, che sta correndo.

Per illustrare i principi della Contro-Riforma e a sostegno della sua pericolosità, vi proponiamo questo confronto informato, tenuto tra noi che non essendo la classica spiegazione tecnica e didattica, abbiamo deciso di rendere pubblico. Vi proponiamo, inoltre, questo video animato che ne riassume i punti guida.

“La relazione della già magistrato Maria Longo” – 1° parte


Riteniamo sia nostro dovere rendere reale ciò che, impropriamente, viene enunciato dal ministro Carlo Nordio come la Riforma che velocizzerà i tempo processuali; impedirà ingerenze della magistratura nelle sfere politiche; ridurrà la pressione delle correnti interne al CSM, ed altre amenità. In realtà sono tutti principi finalizzati a nascondere la volontà di controllare uno dei tre principali ordinamenti democratici dello Stato Costituzionale.

Un tentativo, che a fatica era già stato respinto e sogno del pluri-indagato Silvio Berlusconi, graziato soprattutto per scadenza dei termini dei tempi processuali. Un progetto, tassello fondamentale, del Piano Solo elaborato dalla P2 di Licio Gelli(3) che altro aveva in mente al rispetto e riconoscimento della Democrazia Costituzionale nata dalla lotta di liberazione.

Nell’attuare questa riforma della Giustizia, il Governo non ha neanche il coraggio politico di dire apertamente che è un’azione attuata contro la magistratura e contro la loro indipendenza e autonomia. E che la velocizzazione dell’iter processuale, in realtà è una falsità. Al contrario, lo renderà ancora più farraginoso e lento.

“Dubbie perplessità a confronto” – 2° Parte

La posta in gioco è molto alta per la tenuta della nostra Repubblica Costituzionale e senza mezze parole la già Magistrato, dott.sa Maria Longo, ci ricorda che: “Qui abbiamo un esecutivo che ha disposto una modifica costituzionale, esorbitando dai propri poteri, esautorandone totalmente il Parlamento. Non un emendamento è stato preso in considerazione e ha inciso e vuole incidere, in modo estremo sull’autonomia ed indipendenza della magistratura”.

Bisogna essere consapevoli che l’Autonomia Differenziata, la Giustizia e il Premierato, rappresentano le tre riforme decisive attuate da questa maggioranza Trumpiana, per scardinare l’attuale ordinamento Costituzionale.

Obiettivo infatti, di questa azione contro la magistratura, è anche rafforzare, con la possibile vittoria al referendum, la propria posizione in previsione della prossima riforma sul Premierato, tanto voluta da Giorgia Meloni. Un progetto che ridurrà la figura del Presidente della Repubblica, organo supremo di controllo dei principi costituzionali.

Rendendo innocui i suoi principi, si otterrebbe così definitivamente sotto controllo della maggioranza di Governo, i tre organi fondativi ed indipendenti della Repubblica nata dopo la liberazione dalla dittatura antidemocratica e anticostituzionale.

Un processo attivo e spudorato, che mira ad instaurare un sistema politico illiberale, adatto e tollerato soltanto da chi dimostrerà fedeltà alla nuova linea a-democratica. Un progetto tutt’altro che rispettoso, anche del principio nazionalista e liberal-democratico, che la stessa Meloni ha per anni rivendicato e che gli ha permesso di giungere sino al Governo del nostro paese.

Riassumendo: oltre al Super Poliziotto come PM, si avranno reati che saranno perseguiti ed altri no e per di più con un’azione penale non più di fatto obbligatoria. Ovviamente si farà riferimento a reati contro il patrimonio (furti, scippi etc.), ma ad esempio, con difficoltà se non mai avranno priorità reati riguardante la corruzione o il coinvolgimento di membri del Governo e ad esso legati. In pratica non avremo più una legge uguale per tutti.

“Con questa Riforma, ci siamo giocati il fatto – conclude la ex Magistrato Maria Longo – che per i giudici, soggetti soltanto alla legge, la loro pronuncia di sentenza non potrà che essere condizionato da un’indagine sbilanciata”.

Dato che questo referendum non prevede il raggiungimento del quorum, si riuscirà a far comprendere la sua pericolosità a tutti i cittadini che si recheranno alle urne a votare?

Note 

1 – https://www.affariregionali.it/it/il-ministro/comunicati/autonomia-ministro-calderoli-pubblica-le-pre-intese-con-le-4-regioni/

2 – https://alkemianews.it/2025/11/19/sanita-emilia-romagna-stop-ai-pazienti-da-fuori/

3 – https://www.piolatorre.it/public/r/l-ombra-della-p2-di-gelli-su-riforme-e-democrazia-illiberale-1-4195/

Fonte

23/05/2025

Il regionalismo riporta il nucleare in Italia

Mercoledì scorso, a Milano, Rafael Mariano Grossi, direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’Energia atomica (Aiea), e Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, hanno firmato un protocollo di intesa che ha una portata epocale per l’Italia. Con esso, infatti, si riapre infine la strada al nucleare in Italia.

Gli obiettivi di questo accordo sono quelli di valorizzazione dell’energia nucleare nella transizione ecologica, l’utilizzo di questa fonte in settori strategici come la medicina e l’agricoltura, e ovviamente la promozione della cooperazione internazionale come strumento per porre in sinergia conoscenze comuni e all’avanguardia.

Insomma, quello che viene definito un ‘uso pacifico’ del nucleare, ma che nasconde sempre il pericolo del dual use. Si tratta, infatti, della tecnologia che per eccellenza può avere risvolti militari, e basta anche pensare al fatto che tra i fondatori di Nuclitalia, la società che dovrebbe guidare il ritorno del nucleare in Italia c’è proprio Leonardo.

Del resto, l’attività di Nuclitalia (per cui è stata annunciata una prima dotazione di 30 milioni) sarà completamente calata nella dimensione europea della filiera atomica, che vede anche potenze nucleari come la Francia. È chiaro che le sinergie che potranno essere trovate nella ricerca di settore andranno a favorire tutto un complesso che è sia civile sia militare, nell’orizzonte dell’autonomia strategica europea.

Tornando all’accordo tra Aiea e Lombardia, bisogna sottolineare come la regione italiana si sia mossa d’anticipo sulle opportunità che questo comparto può offrire all’economia locale. Ma non si può sottolineare come questa intesa sia segnata ancor di più da processi di lunga data che coinvolgono il nostro paese, dentro il percorso di integrazione europea.

Innanzitutto, mentre la delega governativa riguardante il nucleare è ancora in via di approvazione, eventi come il Nuclear Power Expo palesano la rapacità delle imprese che vedono nell’Italia il prossimo terreno di profitti legati all’energia atomica. A Milano lo sanno bene, e hanno dato quindi immediatamente vita a una cornice istituzionale che favorisca l’afflusso di capitali.

Pur nelle criticità del comparto, bisogna inoltre dire che si osserverà anche in questo caso la divergenza tra un’area settentrionale dell’Italia ancor più profondamente legata al core economico europeo, e un’area meridionale ulteriormente abbandonata a se stessa. Insomma, la forzatura verso il ritorno al nucleare sta avvenendo per via del regionalismo ‘differenziato’ incardinato nelle riforme europee.

Come ha sottolineato Grossi, infatti, “questo memorandum di intesa è il primo nella storia dell’agenzia [Aiea] a livello regionale. E questo è la chiara testimonianza delle capacità che questa bellissima regione italiana ha da offrire sul piano scientifico, culturale e tecnologico”.

Ancora più chiaro è stato il sottosegretario regionale con delega alle Relazioni Internazionali ed Europee, Raffaele Cattaneo, che ha ricordato come l’accordo sia un “successo nato dalla missione istituzionale che la Regione ha condotto lo scorso gennaio a Vienna”, presso la Rappresentanza permanente italiana alle organizzazioni internazionali.

A suo avviso, l’intesa “conferma la capacità della Lombardia di dialogare con i grandi attori della comunità internazionale su temi strategici come l’energia, l’innovazione e lo sviluppo sostenibile”. La logica dell’autonomia differenziata, che vuole le regioni responsabili anche di relazioni estere, si rivede perfettamente nell’incontro di mercoledì tra Grossi e Fontana.

Fonte

16/02/2025

Il divario sui presidi residenziali sanitari e assistenziali in un’Italia già “differenziata”

La pandemia aveva mostrato da una parte lo stato colabrodo della sanità pubblica, al punto da dover contare su medici e aiuti cubani e russi. E dall’altra l’assoluta inutilità e persino pericolosità del privato in un momento emergenziale, con una sanità frammentata e non centralizzata.

Tutti, inoltre, ci ricordiamo delle stragi avvenute nelle strutture residenziali per anziani, e pensavamo che almeno qualcosa sarebbe cambiato in questo ambito. Invece, i dati pubblicati recentemente dall’Istat mostrano come il percorso di regionalizzazione continui a impattare largamente il reale accesso ai servizi sanitari nel nostro paese.

Lo studio dell’istituto di statistica si riferisce all’anno 2023 e riguarda le strutture residenziali socio-sanitarie e socio-assistenziali, che accolgono persone appartenenti a categorie fragili, per brevi periodi o a tempo indeterminato, e per i quali è necessaria una particolare attenzione da parte dell’autorità sanitaria.

Come leggiamo nel rapporto, le prime erogano servizi con “livelli di assistenza sanitaria bassa o assente a minori, stranieri, persone con dipendenze, donne vittime di violenza, adulti con disagio”, mentre le secondo forniscono “livelli di assistenza sanitaria medio alta a persone non autosufficienti, con disabilità o patologie psichiatriche”.

Le persone che hanno bisogno di questo tipo di sostegno stanno purtroppo aumentando in Italia: se nel 2022 ne hanno usufruito in 356.556, nel 2023 questo numero è aumentato a 362.850. E considerato che circa tre quarti dei residenti sono anziani, è facile collegare la dinamica anche all’invecchiamento progressivo della popolazione.

Ma, in maniera opposta, il numero dei presidi residenziali sta diminuendo. Infatti, se nel 2022 erano 12.576, nel 2023 erano 12.363, con l’offerta di posti letto che si è abbassata da circa 414 mila a quasi 408 mila, anche se per le dinamiche demografiche il numero di posti letto rimane stabile a 7 ogni mille abitanti.

Visti i numeri si potrebbe dunque pensare che il sistema riesce a garantire la copertura rispetto alle esigenze della popolazione. Ma se si va a guardare nel dettaglio la distribuzione regionale dei posti letto, ci si accorge che mentre nel Nord-Est essi sono 10 ogni mille abitanti, nel Meridione questi scendono a 3.

Risulta quindi evidente la disparità di accesso al servizio che deriva dalla frammentazione del paese in 20 sistemi sanitari regionali differenti, a cui si aggiunge la netta ritirata del pubblico tout court. Infatti, si legge nel rapporto, “la titolarità delle strutture è in carico ad enti non profit nel 45% dei casi, agli enti privati nel 24%, agli enti pubblici nel 19% e agli enti religiosi nel 12%”.

È il Terzo Settore a farla da padrone, ovvero quel mondo di enti senza scopo di lucro, che spesso sono in realtà vere e proprie macchine da soldi che si accaparrano bandi e fondi stornati dal pubblico per essere dati al privato. Per dare poi sostanzialmente lo stesso servizio, se non di qualità peggiore perché comunque legato a una logica di bilancio, con effetti anche sull’occupazione.

In questi presidi residenziali ci sono “373.462 unità di personale, di cui 32.896 volontari e 3.756 operatori di servizio civile”. Non solo questo mondo si fonda in maniera sostanziale sul volontariato e sul servizio civile, ma assorbe anche i lavoratori espulsi dal pubblico garantendo però meno tutele.

Infatti, tra il personale retribuito la maggioranza è fatta di professionisti in ambito sanitario, ma “è occupato con un regime orario ridotto il 41% dei dipendenti retribuiti, di cui ben il 17% con un impegno orario al di sotto del 50% rispetto al tempo pieno”. La quota di stranieri impiegati nelle strutture è del 12%, due su tre extraeuropei: sicuramente, tra le categorie più facilmente ricattabili.

Va inoltre sottolineato come, anche quando la struttura è pubblica, essa può finire in gestione a enti privati. E anche in questo caso c’è una netta distanza tra il Nord, dove il 26% delle strutture pubbliche sono gestite da enti no profit, e il Centro-Sud, dove questa percentuale viaggia sul 36-37%, con una crescente disarticolazione del sistema pubblico.

Oggi si continua a parlare di Autonomia Differenziata, ma la realtà è che bisognerebbe tornare indietro e ribaltare tutto il percorso cominciato sin dalla riforma del Titolo V della Costituzione per tornare a servizi pubblici davvero funzionali e funzionanti.

Fonte

22/01/2025

Fuoco amico e Consulta affondano il referendum sull’Autonomia Differenziata

La Corte Costituzionale ha ieri giudicato inammissibile il quesito referendario per l’abrogazione totale della legge Calderoli, ovvero della norma sull’Autonomia Differenziata. Con essa viene sostanzialmente inquadrato l’iter alla quale ogni regione dovrà attenersi per stipulare un’intesa col governo e ottenere più poteri su 23 materie, o solo su alcune di esse.

La richiesta di referendum era sostenuta da una raccolta firme promossa la scorsa estate dal “campo larghissimo” che andava da Renzi a Schlein, passando per la CGIL e altre associazioni e soggetti sociali. Sono stati approvati, invece, altri cinque quesiti riguardo alcuni punti del Jobs Act, la responsabilità dell’impresa appaltante e la cittadinanza agli extracomunitari.

La Consulta ha fatto presente che “l’oggetto e la finalità del quesito non risultano chiari”, anche se le motivazioni complete saranno depositate entro il 10 febbraio. La decisione dei giudici è stata fatta in punta di diritto, e non potrebbe essere altrimenti, e per questo è necessario guardare altrove per identificare le responsabilità politiche.

I ricorsi presentati dai presidenti di centrosinistra delle Regioni Toscana, Campania, Puglia e Sardegna, su cui la Corte si era già espressa a dicembre, sono diventati il terreno su cui giustificare il pronunciamento di ieri. Fatto evidente e incontrovertibile nelle note diffuse dalla Consulta stessa.

Infatti, la correzione di sette profili della legge Calderoli già indicati alla fine dello scorso anno, hanno di fatto già imposto la riscrittura del provvedimento. Ritenuto, nei suoi elementi di fondo, in linea col dettato costituzionale riscritto dalla riforma del Titolo V, di cui fu promotrice a inizio anni Duemila proprio il centrosinistra.

La Consulta spiega infatti che “il referendum verrebbe ad avere una portata che ne altera la funzione, risolvendosi in una scelta sull’autonomia differenziata, come tale, e in definitiva sull’articolo 116, terzo comma, della Costituzione; il che non può essere oggetto di referendum abrogativo, ma solo eventualmente di una revisione costituzionale”.

Come ha spiegato il professore di diritto costituzionale Alfonso Celotto in un’intervista a Quotidiano Nazionale, “i famosi sette punti di incostituzionalità hanno lasciato una legge dimezzata e un referendum su una legge dimezzata è un non senso”, dal punto di vista giuridico. “Il rischio – conclude – sarebbe stato quello di fare un voto più politico che giuridico”.

Proprio quello che, in realtà, il centrosinistra voleva evitare in tutti i modi che si concretizzasse. C’è un sostanziale allineamento politico di maggioranza e opposizione sulla riforma dell’Autonomia Differenziata, inscritta già da un ventennio nella nostra legge fondamentale e dentro il quadro delle riforme europee.

Era dunque necessario evitare di chiamare il popolo a esprimersi su una scelta politica fondamentalmente blindata dal quadro di vincoli che la classe politica tutta porta avanti. Era comodo inscenare uno scontro sul tema, ma attraverso l’azione di alcuni vertici regionali il centrosinistra si è impegnato a creare le condizioni per disinnescare l’abrogazione totale.

Il governo esulta, sapendo che ora dovrà certo rimettere mano al testo di Calderoli, ma che può allo stesso tempo cantare vittoria. Dal canto proprio, il “campo largo” può rivendicare di aver dato battaglia sulla questione, addirittura mobilitando centinaia di migliaia di cittadini con la raccolta firme.

Il fuoco amico in questo caso non è stato un danno collaterale, ma un’operazione orchestrata sapientemente, come in molti avevano già denunciato. Rimane una controriforma che ora prosegue la sua strada, con gravi ripercussioni sulla vita dei cittadini, sui servizi pubblici e su di un paese sempre più frammentato e in cui le disuguaglianze sono ormai cristallizzate.

Fonte

21/01/2025

Autonomia Differenziata: la Consulta boccia il referendum, ma la lotta non si fermerà!

Alla fine la Consulta (non al completo) ha respinto il quesito referendario sull’Autonomia Differenziata, complici anche i ricorsi diretti presentati negli scorsi mesi dal PD che hanno salvato l’impalcatura dell’autonomia differenziata proposta dalla Lega e da tutto il governo, aprendo ora la fase del confronto tra i partiti di maggioranza e opposizione sulle regole con cui “spartirsi il malloppo”.

Con le scelte e le dichiarazioni degli scorsi mesi, le forze politiche dell’intero arco parlamentare, di destra e di sinistra, hanno dimostrato di condividere il principio di fondo della regionalizzazione e della privatizzazione dei diritti sociali: nostro compito portare avanti la lotta contro le crescenti disuguaglianze possibili anche grazie alle riforme costituzionali approvate trasversalmente negli ultimi decenni e oggi approfondite dalle scelte del governo Meloni.

Grazie al vero e proprio depistaggio messo in campo nei mesi passati dai presidenti di regione del PD con lo strumento dei ricorsi diretti, con una decisione attesa e deludente, la Corte Costituzionale ha dichiarato oggi inammissibile il quesito referendario per l’abrogazione totale della legge n. 86 del 2024, recante disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario, ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione.

In attesa della lettura della sentenza, secondo quanto comunicato dall’Ufficio stampa della Corte, il quesito è stato giudicato inammissibile perché l’oggetto e la finalità risultano “poco chiari”, rendendo impossibile per gli elettori esprimere una scelta consapevole.

Già alla fine dello scorso anno si erano delineate le premesse di questo epilogo, lasciando poche speranze a chi auspicava un coinvolgimento diretto dei cittadini su un tema di tale rilevanza.

La sentenza n. 192 del 2024 sui ricorsi diretti presentati dai presidenti delle Regioni Toscana, Campania, Puglia e Sardegna, ha rappresentato nei fatti una àncora di salvezza per l’impalcatura giuridica, politica e ideologica dell’autonomia differenziata, tanto da essere citata nel comunicato della Corte.

Questi pronunciamenti dell’autunno di fatto hanno consolidato la base giuridica della legge svolgendo un ruolo determinante nel blindare un progetto che frammenta il Paese e cristallizza le disuguaglianze tra Regioni e tra persone.

Non possiamo non osservare come questo risultato rappresenti il compimento di un progetto che molti fingevano di avversare, ma che nei fatti hanno assecondato: la scelta della scorsa estate di presentare un quesito referendario di abrogazione parziale di fianco a quello di abrogazione totale, così come poi appunto il deposito dei ricorsi diretti, ma anche convegni e dichiarazioni esplicite di pesi massimi come il neo eletto presidente dell’Emilia Romagna, non lasciano dubbi sulle responsabilità politiche di chi, da sinistra, ha intorbidito le acque fino ad oggi.

La Corte ha inoltre sottolineato che il referendum avrebbe trasformato la consultazione popolare in una scelta sull’autonomia differenziata tout court e, in definitiva, sull’articolo 116 della Costituzione, svelando il nocciolo della decisione della Consulta che, dietro l’apparente neutralità tecnica, cela una decisione profondamente politica.

Ed è proprio questo infatti il cuore della nostra lotta: il vero vulnus per la salvaguardia della Repubblica e della solidarietà nazionale è stata la riforma del Titolo V nel 2001, ed è sulla sua abrogazione che si giocherà la battaglia decisiva.

È un brutto giorno per la democrazia e per chi sperava che su un tema così divisivo e cruciale fosse data la parola ai cittadini, tuttavia la nostra battaglia non si fermerà!

Continueremo a opporci a ogni tentativo di frammentare ulteriormente il tessuto sociale ed economico del Paese e a difendere il principio di una Repubblica unica e indivisibile.

Fonte

07/01/2025

Il sistema sanitario italiano è frantumato

Se questo gennaio ad alcuni dei nostri lettori capiterà di aprire The Lancet Regional Health – Europe (una delle tante riviste della grande famiglia di The Lancet), vi troverà una bandiera italiana sventolante. Ma non è purtroppo un buon segnale, perché all’origine non c’è alcuna intenzione di elogio, ma di dura critica.

Se il periodico dedicato all’Europa di una delle quattro o cinque riviste scientifiche mediche più importanti del mondo, con una storia bicentenaria alle spalle, dedica il primo editoriale del nuovo anno per dare l’allarme sullo stato della sanità del nostro paese, qualunque rappresentante politico dovrebbe per lo meno farsi un esame di coscienza.

Ma questo non avverrà, perché le condizioni descritte nell’articolo del mensile medico sono precisamente quelle che la classe dirigente ha perseguito coscientemente. E, difatti, il contributo apparso su The Lancet mette in guardia dagli effetti deleteri che produrrà l’Autonomia Differenziata, fortemente voluta in maniera bipartisan da centrodestra e centrosinistra.

Lasciamo subito alla lettura della traduzione da noi effettuata, ma alcune considerazioni sono necessarie. Partiamo dall’inizio: il titolo.

Nell’originale il termine usato è broken, che può avere varie traduzioni: rotto, guasto, spezzato, fratturato, in frantumi. Abbiamo scelto “frantumato” perché tiene insieme sia il carattere frammentario della sanità nazionale, sia il fatto che ciò sia il risultato di un’azione che ha portato alla frammentazione di un modello unitario e centralizzato.

Al di là di questa nota diciamo linguistica – non di poco conto quando si traducono testi scientifici –, va sottolineato come lo studio discute di un settore che viene sempre indicato come fondamentale per il futuro, ovvero quello della digitalizzazione e dell’elaborazione dati, qui osservato dal lato sanitario.

Appare immediatamente la contraddizione per cui la “strategicità” – nelle scelte dei vai governi italiani –viene subito dimenticata se essa comporta una spesa utile solo a migliorare la vita della maggioranza della popolazione e non ad aiutare il complesso militare-industriale, o la sorveglianza delle espressioni di conflittualità sociale, per fare alcuni esempi.

Raffinare la raccolta e l’accesso ai dati sanitari assicurerebbe maggiori garanzie nella tutela della salute (e meno sprechi, anche questi sempre citati dai fautori dell'“austerità” di bilancio), ma necessiterebbe al contempo di fare un passo indietro sull’Autonomia Differenziata. E dunque su una riforma iscritta nella riorganizzazione imperialistica delle filiere e dei centri decisionali continentali.

Diventa dunque ancora più interessante che l’articolo ricordi come decine di migliaia di persone si oppongono alla condivisione dei propri dati sanitari, ma che lo faccia iscrivendo il fenomeno in un contesto politico, sociale e anche culturale determinato dalla sfiducia nei confronti della classe politica.

Mentre la narrazione fatta propria dai media nostrani è semplicemente quella di uno scontro tra chi si “fida della scienza” e i “complottisti” – prima No Vax e ora No Fascicolo sanitario –, su The Lancet appare una sfumatura di complessità che rimanda alla politica il dovere di ricucire uno strappo da cui origina un problema per l’intera collettività.

“Bilanciare i diritti alla privacy con l’interesse pubblico” è il dovere affidato al governo, nazionale o locale che sia. Quello che viene invece fatto è creare un ‘nemico’ che, per quanto la sua opinione possa essere priva di fondamento, diventa il bersaglio contro cui convogliare le critiche che altrimenti potrebbero dirigersi sul governo o sul sistema.

Le mancanze strutturali, il pericolo e anche i costi che implicano determinati comportamenti vengono nascosti dietro un capro espiatorio accusato di non voler ascoltare ascoltare. E questo ‘nemico’, come potrebbe fidarsi della scienza di chi lo addita come tale?

Come se poi la scienza fosse qualcosa di cui “fidarsi”, quasi una fede indimostrabile razionalmente e non, invece, un processo di costruzione di un patrimonio collettivo fondato sulla ricerca e la verifica sperimentale.

Discorsi già fatti e sentiti, ma è bene ripeterli, in concomitanza con la condanna senza appello dell’Autonomia Differenziata, che – come ormai è difficile negare – non farà che peggiorare la nostra vita, e che va fermata in ogni sua forma.

*****

Si prevede che la popolazione italiana diminuirà di circa l’8% entro il 2050, passando da 59 milioni nel 2022 a 54,4 milioni, a causa dell’invecchiamento crescente e del calo del tasso di natalità. Entro il 2050, oltre il 35% degli italiani avrà più di 65 anni, mentre i bambini di età inferiore ai 14 anni rappresenteranno solo l’11,7% della popolazione. Senza riforme, questo cambiamento demografico metterà a dura prova i sistemi sanitari e sociali [oltre che l’intero sistema-paese, economia compresa, ndr].

Una delle principali debolezze del sistema sanitario italiano è la frammentazione dell’infrastruttura dei dati sanitari: non esiste un sistema unificato e centralizzato per la documentazione e la condivisione delle cartelle cliniche elettroniche (EHR), dei dati ospedalieri e delle cartelle dei medici di base.

La causa principale è l’ampia autonomia regionale, con 20 regioni che operano in modo indipendente e implementano politiche e tecnologie diverse, creando frammentazione normativa e inefficienze.

La scarsa interoperabilità tra regioni e ospedali, oltre alla mancanza di sistemi di caricamento automatico dei dati nelle cliniche private, mina l’efficacia del Fascicolo Sanitario Elettronico, il sistema EHR nazionale italiano progettato per tracciare le storie cliniche dei pazienti, rendendolo ampiamente inefficace a causa di questi difetti strutturali.

A complicare ulteriormente la situazione c’è l’assenza di una politica nazionale per allocare equamente le risorse a tutte le regioni o stabilire protocolli standardizzati per la raccolta e il trasferimento dei dati.

Molti ospedali e strutture continuano a fare affidamento su sistemi obsoleti e incompatibili, rendendo il trasferimento delle cartelle cliniche e delle immagini diagnostiche manuale e laborioso, anche all’interno della stessa regione o città. L’assenza di standardizzazione impedisce la creazione di registri nazionali, ostacolando l’assistenza efficace e la gestione delle crisi.

Le conseguenze di questo sistema frammentato sono profonde. Durante la pandemia di COVID-19, ha ritardato l’identificazione dei collegamenti tra comorbilità e gravità dell’infezione, esacerbando le disparità regionali nella capacità e nei risultati dell’assistenza sanitaria. Un sistema meglio integrato avrebbe potuto consentire analisi più ampie, approfondimenti generalizzabili e supportare una risposta nazionale più efficace e coordinata.

Un sistema così frammentato non solo delude la popolazione italiana, ma impone anche un notevole onere economico al Paese. I pazienti delle regioni meridionali, che in genere hanno risorse più limitate, si recano negli ospedali del nord, meglio attrezzati, per le cure.

Tuttavia, a causa della mancanza di sistemi interoperabili, gli ospedali del nord spesso non riescono ad accedere alle cartelle cliniche dei pazienti, con conseguenti test diagnostici ripetuti e ritardi nelle cure. Questa duplicazione aumenta i costi (la sola mobilità sanitaria interregionale ammonta a circa 3,3 miliardi di euro all’anno) e compromette i risultati per i pazienti.

Il sistema di dati sanitari frammentato in Italia presenta anche sfide considerevoli per la ricerca. Senza una piattaforma centrale, i ricercatori devono fare domanda ai comitati etici e per la privacy delle singole istituzioni, che possono respingere le richieste senza una giustificazione scientifica sostanziale.

Dal 2009, la percentuale di studi autorizzati sul totale è scesa al 15%, segnando un calo significativo. Inoltre, la raccolta dei dati è spesso manuale e di scarsa qualità, rendendo quasi impossibile condurre studi multicentrici di alta qualità, ostacolando gravemente la generazione di risultati di impatto e generalizzabili.

Nel 2022, l’Italia ha speso 1,8 miliardi di euro per l’assistenza sanitaria digitale, con un aumento del 7% rispetto all’anno precedente. Tuttavia, non è ancora chiaro se questi fondi siano stati pienamente utilizzati e come siano stati spesi, in particolare in relazione alle cartelle cliniche elettroniche e all’integrazione dei sistemi sanitari regionali e nazionali, poiché solo il 42% delle cliniche ha dichiarato di avere un sistema di acquisizione dati elettronico attivo in tutti i reparti.

La sfiducia pubblica nel governo aggrava il problema, con oltre 90.000 italiani che si rifiutano di condividere i propri dati sanitari a causa di preoccupazioni sulla privacy, un sentimento amplificato durante la pandemia di COVID-19.

Mentre l’Europa ha abbracciato la cosiddetta base giuridica dell'“interesse legittimo”, consentendo l’uso dei dati sanitari per la ricerca e l’innovazione senza basarsi esclusivamente sul consenso individuale, la legislazione restrittiva e la frammentazione regionale dell’Italia ostacolano questi sforzi, non riuscendo a bilanciare i diritti alla privacy con l’interesse pubblico a migliorare l’assistenza sanitaria.

Una riforma appena proposta minaccia di peggiorare ulteriormente la situazione. La legge sull’autonomia differenziata, se approvata, decentralizzerà ulteriormente la governance sanitaria, approfondendo la frammentazione e le disparità tra regioni invece di promuovere una raccolta e una condivisione armonizzate dei dati.

L’armonizzazione legislativa a livello nazionale è essenziale per stabilire una rete di dati sanitari unificata in Italia. Questo approccio supporterà l’interoperabilità dei dati, la telemedicina e la digitalizzazione del Servizio Sanitario Nazionale, sfruttando al contempo iniziative europee come il Data Governance Act, che promuove la condivisione sicura ed etica dei dati, l’European Health Data Space, che mira a consentire l’assistenza sanitaria transfrontaliera e a promuovere la ricerca, e l’AI Act, che cerca di regolamentare l’intelligenza artificiale affidabile e trasparente nell’assistenza sanitaria.

La mancata adozione di misure aggraverà le disuguaglianze, ritarderà i trattamenti e ostacolerà i progressi, mentre dare priorità alla riforma sistemica offre all’Italia l’opportunità di soddisfare la domanda di assistenza sanitaria e di fornire un’assistenza equa ed efficiente.

Fonte

04/01/2025

Spesa sanitaria privata in aumento, ormai è pari a un terzo di quella pubblica

La Ragioneria Generale dello Stato ha da poco pubblicato uno dei suoi costanti rapporti sulla spesa sanitaria in Italia. E la sintesi è che, come avviene ormai da anni, quella privata sta crescendo molto più velocemente di quella pubblica per coprirne i tagli e le mancanze: è ormai arrivata a valere quasi un terzo di quella pubblica.

Quest’ultima, nel 2023, è cresciuta rispetto all’anno precedente del 2%, raggiungendo quasi la soglia dei 133 miliardi di euro. Anche se può sembrare una cifra esorbitante, in realtà l’Italia si posiziona solo al 16esimo posto tra i paesi UE per spesa pubblica pro-capite in ambito sanitario, ed è ultima nel G7.

Se il Bel Paese impegna il 6,2% del proprio PIL nella tutela della salute, che viene spesso additata come un ingestibile ‘pozzo senza fondo’, bisogna ricordare che la media europea e la media OCSE sono rispettivamente al 6,8% e al 6,9%.

Quando vengono additati “sprechi” o eccessi di personale e strutture spesso lo si fa soprattutto per nascondere la speculazione di consorterie private, che hanno un costo infinitamente superiore per i fondi pubblici.

Nei fatti, l’Italia presenta una netta mancanza di infermieri: nel 2022, solo 6,5 ogni mille abitanti rispetto agli 8,4 della media UE, come evidenziato dal Rapporto Health at a Glance Europe 2024 dell’OCSE. Anche se si calcola la spesa nel settore privato, il totale pro-capite della spesa sanitaria italiana si attesta quasi 600 euro al di sotto della media europea.

Tornando all’analisi della Ragioneria dello Stato, questo avviene nonostante gli esborsi “out of pocket”, come vengono chiamati quelli fatti direttamente dalle tasche dei cittadini, che hanno comunque superato i 43 miliardi con un incremento del 7% nel 2023.

La spesa privata si è diretta soprattutto verso visite specialistiche ambulatoriali ed interventi (47%), in linea con gli anni precedenti.

Parliamo, dunque, di quelle prestazioni che sono al centro del dibattito sulle infinite liste d’attesa, che sono diventate ormai un ostacolo concreto a un reale accesso al diritto alla salute. Con il governo che ci si è giocato una partita elettorale, al tempo delle europee, senza però mettere in atto nessun intervento concreto e, tanto meno, risolutivo.

Oggi invece si punta a dare il colpo definitivo alla sanità pubblica attraverso l'“autonomia differenziata”, che sancirà il definitivo spacchettamento del modello nazionale e universalistico in 20 sistemi regionali differenti, sottoposti alle leggi dell'“austerità” e della distribuzione premiale delle risorse.

La Ragioneria dello Stato ha calcolato che il disavanzo regionale totale in materia sanitaria si è attestato, nel 2023, a 1,850 miliardi di euro: come scrive l’istituzione sul suo sito, “emerge come siano ben 14 le Regioni con i conti in rosso e che hanno dovuto mettere mano a risorse proprie (e quindi a tagliare su altre voci di spesa extra sanitarie) per chiudere i bilanci”.

In pratica, non solo la sanità pubblica è peggiorata, ma le sue regole sono diventate un ariete per abbattere in generale l’intera rete di protezioni garantite dallo stato sociale e dai servizi pubblici.

Fonte

05/12/2024

Il Meridione diventa una Zona Economica Speciale. Attenti alle trappole

Intervista a Franco Russo. Tra le pieghe del PNRR e non scritto nella legge che vorrebbe introdurre l’Autonomia Differenziata, c’è un convitato di pietra che ancora sfugge all’attenzione e al dibattito pubblico: la trasformazione del Meridione in una Zona Economica Speciale. Un modo “pulito” per introdurre ulteriori differenziazioni sociali, fiscali, contributive e probabilmente anche salariali nel nostro Paese. Non sempre tutto è visibile al primo colpo d’occhio, occorre guardare ai dettagli e individuare le tendenze.

Ne abbiamo parlato con Franco Russo, attivo da tempo nel comitato che si oppone all’autonomia differenziato e attento osservatore delle dinamiche di potere nell’Unione Europea.

Cosa significa concretamente trasformare un territorio in una Zona Economica Speciale?

Per avere un quadro di cosa comporta la ZES unica mi rifaccio alla Relazione svolta dal ministro Fitto nel Consiglio dei ministri del 29 novembre 2024 (Consiglio dei ministri n. 105), il giorno delle sue dimissioni per assumere l’incarico di Commissario e Vicepresidente della Commissione UE.

Afferma Fitto: ‘Le 8 ZES presenti fino al 31 dicembre 2023 in Italia, di cui 6 regionali e 2 interregionali, hanno rilasciato 279 autorizzazioni uniche (AU) tra giugno 2022 e dicembre 2023, con un investimento totale di 1,9 miliardi di euro e un incremento, secondo i commissari straordinari, di 6.027 unità lavorative. L’istituzione della ZES unica per il Mezzogiorno, operativa dal 1° gennaio 2024, che comprende tutte le regioni del Sud Italia, ha creato un quadro integrato e coerente per lo sviluppo economico del Mezzogiorno.

La ZES unica offre vantaggi significativi, come la riduzione degli squilibri competitivi tra le imprese operanti in territori limitrofi e la creazione di un’area attrattiva per gli investimenti, con incentivi differenziati per rispondere alle diverse esigenze produttive e strategiche degli investitori. Da gennaio a novembre 2024 sono state chiuse positivamente 401 AU, con investimenti totali di 2,3 miliardi di euro e un incremento di 7.428 unità lavorative. La Campania ha registrato il 54% delle AU, seguita da Puglia (17%) e Sicilia (12%)’.


Il governo, rispetto al PNRR originale che la prevedeva solo per alcuni territori del Sud, ha esteso la ZES (Zona Economica Speciale) a tutto il Meridione. Qual è l’obiettivo di questa forzatura?

Con il varo del Piano strategico della ZES unica sono state individuate nove filiere strategiche: Agroalimentare e Agroindustria, Turismo, Elettronica e ICT, Automotive, Made in Italy di qualità, Chimica e Farmaceutica, Navale e Cantieristica, Aerospazio e Ferroviario.

Per facilitare e semplificare le procedure burocratiche è stato istituito lo Sportello Unico Digitale ZES (SUD ZES) presso la Struttura di missione ZES. Dai dati forniti dal ministro risulta che sia stata ‘aumentata l’autorizzazione di spesa a 3,4 miliardi di euro (+1,6 miliardi di euro). La spesa per le infrastrutture gestite dalla Struttura di missione ZES ha visto un’accelerazione significativa, con un incremento del 71% rispetto al periodo delle 8 ZES’, la ZES unica comprende le regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia e Sardegna, ed è stata istituita il 1° gennaio 2024, con decreto-legge 19 settembre 2023, n. 124, convertito con la legge 13 novembre 2023, n. 162.

La ZES unica sostituisce le otto Zone Economiche Speciali previste dal decreto-legge 20 giugno 2017, n. 91, limitate alle aree retroportuali del Mezzogiorno, attribuendo alle aziende già operative o a quelle che si insedieranno benefici per gli investimenti e le attività di sviluppo d’impresa (art. 9, comma 1, d.l. n. 124/2023).

Quali i benefici previsti? Come ricorda la Corte dei Conti, nella sua deliberazione del 22 ottobre 2024, essi seguono due vie: ‘la semplificazione amministrativa e le agevolazioni fiscali (segnatamente: il credito d’imposta per gli investimenti nella ZES unica di cui all’articolo 16 del decreto-legge Sud (cioè il dl 124/2023), cui si aggiungono le ulteriori misure recentemente introdotte con decreto-legge 7 maggio 2024, n. 60, convertito con legge 4 luglio 2024, n. 95, recante “Ulteriori disposizioni urgenti in materia di politiche di coesione”).

In particolare, l’art. 24 del testo normativo da ultimo citato, prevede l’esonero, per un periodo massimo di 24 mesi, del 100% dal versamento dei contributi previdenziali dovuti dal datore di lavoro privato nel limite massimo di 650 euro su base mensile (con esclusione dei premi e contributi INAIL), per ciascun dipendente assunto quale lavoratore subordinato non dirigente, a tempo indeterminato, dal 1° settembre 2024 e fino al 31 dicembre 2025, al fine di sostenere lo sviluppo occupazionale della Zona Economica Speciale unica per il Mezzogiorno e contribuire alla riduzione dei divari territoriali’
.

I paesi europei hanno il serio problema di accorciare le filiere internazionali per le forniture. La Zona Economica Speciale nel Meridione può diventare un fattore di competizione con le aree a bassi salari nel resto del mondo?

Il quadro che risulta è chiaro: il sostegno riguarda alcune filiere produttive volte a servire o come fornitrici di prodotti intermedi per le industrie del Nord o dell’UE o come esportatrici al pari delle grandi imprese nel campo petrolchimico e siderurgico negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso che furono al servizio delle industrie del Nord. Dunque avremo ancora una volta uno ‘sviluppo’ a macchia di leopardo che vedrà industrie di eccellenza in alcune zone – il polo aerospaziale napoletano e pugliese, la meccatronica barese o l’SMT di Catania – e per il resto avremo la desertificazione non solo delle aree interne ma di tutte quelle che non diverranno anelli delle catene del valore. L’elenco delle filiere rende chiaro che la maggior parte delle zone meridionali saranno tagliate fuori.

Che queste mie considerazioni critiche non siano frutto di pregiudizi ideologici antigovernativi è testimoniato dalla relazione del presidente della Confindustria Basilicata, Francesco Somma, nell’assemblea pubblica del 15 novembre 2024, dove chiede ‘con quali procedure si ritenga di garantire che gli investimenti più significativi non prendano, come sta accadendo, la strada verso agglomerazioni industriali già consolidate a prezzo della desertificazione delle altre aree e contesti, magari ben predisposti ma considerati periferici. Territori che attendono da sempre di concorrere all’equilibrio generale del Sud. E di ciò in Basilicata siamo preoccupati’.

Anche per le infrastrutture, oltre alla grande opera del Ponte di Messina, ci sono interventi finalizzati solo ad inserire il Mezzogiorno sulle grandi direttrici TEN-T dell’UE perché la logistica e le reti di trasmissione elettrica e dei flussi energetici siano garantiti sempre e solo alle produzioni del Nord Italia ed europee, mentre aree come la Basilicata, dove pure opera Stellantis, si vedono sempre più messe ai margini.

Alla domanda rispondo che certo i sostegni finanziari agli investimenti sono sostanziosi – il prof. Viesti ha calcolato che le aliquote di credito d’imposta arrivano al 60% per le piccole imprese (al 70% nell’area di Taranto). Tuttavia i sussidi per abbassare agli imprenditori il costo del lavoro non saranno mai tali da poter competere con i livelli salariali che si hanno in Polonia, in Serbia o in Marocco, paesi dove sono attivi per es. stabilimenti di Stellantis.

Dunque, tutta la narrazione del reshoring, del rientro delle filiere della componentistica dislocate tuttora nei paesi asiatici, non vedrà la loro riallocazione in Italia ma nei paesi in cui costo del lavoro e standard ambientali sono bassi (Nord-Africa, Est europeo). Il Mezzogiorno è destinato a seguire le vie di sempre: alcune zone con produzioni di eccellenza con merci destinate ai mercati internazionali, essendo utilizzato per il resto come hub energetico e logistico – sarà attraversato da gasdotti e reti di trasmissione elettrica con destinazione Nord Italia ed Europa.

La trasformazione del Meridione in una Zona Economica Speciale marcia parallelamente all’autonomia differenziata che metterà in competizione tra loro le regioni. A tuo avviso c’è una connessione tra i due provvedimenti?

Posso rispondere che il modello di governo della destra è di istituire un sistema di comando degli esecutivi, scopo sia dell’autonomia differenziata che del premierato. La destra vuole che il potere sia gestito dal ‘primo ministro’ nazionale, eletto direttamente, con la cooperazione dei ‘governatori’ regionali – questo ripeto il disegno.

La tendenza alla centralizzazione è netta, e proprio con la ZES unica se ne ha la riprova: tutto il potere è concentrato nella Cabina di Regia, prevista dall’art. 10, dl 124/2023, presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, presieduta dal Ministro con delega al Sud, e poiché questa delega, dopo le dimissioni del ministro Fitto, è oggi nelle mani della presidente Meloni, si vede all’opera il processo di centralizzazione e personalizzazione del potere.

Altro che autonomia differenziata! Al più avremo un esercizio di potere differenziato nel senso che la Presidente del Consiglio detterà legge consultandosi ora con questo ora con l’altro ‘governatore’ a secondo della Regione interessata ai provvedimenti.

È bene ricordare che il modello di elezione e di funzionamento degli organi regionali – elezione diretta e riduzione dell’assemblea legislativa a organo sottomesso per via del simul stabunt simul cadent – è quello che guida anche il modello di premierato assoluto.

Questo il disegno politico, che intanto si è inceppato perché la Corte Costituzionale con la recentissima sentenza – la 192/2024 – ha demolito il ddl Calderoli sull’autonomia differenziata. Speriamo con i referendum di cancellarlo completamente, così come con il referendum dovremo respingere il premierato assoluto, se mai la legge dovesse essere approvata.

Colgo l’occasione di queste risposte a Contropiano per auspicare una ripresa del meridionalismo di sinistra, elemento fondamentale di un’alternativa al capitalismo italiano, che in nome dell’integrazione europea continua a vedere nel Mezzogiorno un’area di servitù economiche e militari.

Se si costituisse un gruppo di lavoro – un Osservatorio Mezzogiorno, tanto per indicare una possibile sigla – avremo a disposizione almeno un luogo dove esaminare e confrontarci sulle tematiche meridionali, completamente perse di vista anche dalle forze della sinistra alternativa. Se non si interviene con determinazione e con risorse politiche nel Mezzogiorno, questo resterà terra di scorribanda di forze reazionarie e conservatrici, con al più qualche coloritura populista.

Fonte

16/11/2024

Autonomia Differenziata: non è il tempo di festeggiare, ma di continuare a lottare!

Autonomia Differenziata: una decisione che lascia più problemi che soluzioni

La Corte Costituzionale ha deciso: la legge Calderoli sull’autonomia differenziata è sostanzialmente costituzionale, con qualche aggiusto. Alcuni degli aspetti più gravi, quelli che avrebbero trasformato il Parlamento in uno spettatore silenzioso o reso possibile la delega di interi blocchi di materie invece che singole funzioni, sono stati smontati. Tuttavia, il cuore del problema resta intatto, e con esso la minaccia di una disgregazione della Repubblica.

Un colpo per il governo, ma anche per le opposizioni

Questa decisione è una doccia fredda per tutti. Per il governo, che vede svuotato un progetto simbolo della sua agenda, con i suoi punti caratterizzanti dichiarati incostituzionali. Ma anche per le opposizioni, che sembrano già pronte a cantare vittoria. Perché? Perché molte di loro non sono contro ogni forma di autonomia differenziata, ma solo contro la legge Calderoli. Sembra siano pronte ad accontentarsi e fermarsi qui, con il lavoro a metà.

La posta in gioco è altissima

Per noi, che invece ci battiamo contro OGNI FORMA di autonomia differenziata, questa sentenza non è motivo di celebrazione. Al contrario, è l’ennesima dimostrazione di come l’unità del Paese venga sacrificata in nome di un individualismo regionale che allarga la forbice delle disuguaglianze territoriali. La riforma costituzionale del 2001 rimane il cuore del problema, con le modifiche all’art. 116 e l’introduzione del principio di sussidiarietà, ha aperto la strada e istituzionalizzato la degenerazione nei rapporti tra Stato e Regioni. E oggi, la Corte ce ne dà conferma: l’autonomia differenziata in se è legittima, proprio in base alle modifiche del 2001. E sono proprio quelle l’obiettivo strategico della nostra lotta.

E il referendum?

Il cammino verso il referendum abrogativo totale si fa ancora più in salita. L’esclusione delle Regioni a Statuto Speciale e le modifiche imposte dalla Corte potrebbero calmare molti animi, facendo perdere slancio a una battaglia che, invece, è più urgente che mai. Non possiamo permettere che queste modifiche cosmetiche mascherino la realtà: l’autonomia differenziata, anche nella sua forma rivista, è una minaccia per l’uguaglianza e la solidarietà tra i cittadini italiani.

Non abbassiamo la guardia

Invitiamo tutti i cittadini, le associazioni e le forze sociali a unirsi a noi. Non lasciamo che l’Italia venga divisa in tante piccole isole di disuguaglianza. La nostra battaglia è per un Paese unito, dove diritti e opportunità siano gli stessi in tutta la Repubblica, da Nord a Sud.

Continuiamo il nostro percorso di mobilitazione

Dal 20 ottobre, con la nostra assemblea nazionale, abbiamo avviato un intenso lavoro sul territorio con le assemblee territoriali già in corso e ci accompagneranno fino alla mobilitazione nazionale del prossimo 6 dicembre. E dal lì non ci fermeremo finché non avremo respinto ogni forma di autonomia differenziata.

Fonte

15/11/2024

L’autonomia differenziata è azzoppata, meglio abbatterla

La Corte Costituzionale ha fatto un classico lavoro da “Dottor Sottile”, in equilibrio tra dettato della Carta, disastri innescati dalla “Riforma del Titolo V” e trattati europei, con un occhio anche agli equilibri politici contingenti.

È per questo che tutti i soggetti interessati – partiti di destra e di “centro-sinistra”, comitati referendari, ecc. – possono dirsi “soddisfatti”. Hanno tutti ragione, insomma, a patto di mentire piuttosto spudoratamente.

La Consulta ha esaminato i ricorsi delle quattro Regioni guidate dal centrosinistra (Campania, Puglia, Sardegna e Toscana) che avevano impugnato la “legge Calderoli”.

Il gioco di prestigio che emerge nella sentenza emessa ieri – vedremo poi le motivazioni, che saranno per forza di cose ancor più arzigogolate – sta nel fatto che i giudici hanno ritenuto “non fondata” la questione di costituzionalità della legge nel suo insieme (cosa che enfatizzano le forze di governo).

Ma contemporaneamente ha giudicato incostituzionali ben sette profili della “legge Calderoli”.

Semplificando, ha detto che una legge per regolare l’autonomia anche differenziata tra le Regioni “si può fare”, perché bisogna pur disciplinare l’attuazione del comma 3 dell’art 116 della Costituzione; ma il modo in cui lo fa la legge Calderoli, fa letteralmente schifo.

Anche ai sensi della Costituzione stravolta dalla famigerata “schiforma” del 2001 (capolavoro suicida del PD – allora DS –, che con quella furbata pensava di depotenziare il secessionismo leghista allora guidato da Umberto Bossi e lo stesso Calderoli).

Una rapida analisi dei “sette pilastri” demoliti dalla Consulta non lascia dubbi: della legge in esame non resta praticamente nulla, se non il faldone che la contiene.

Il primo pilastro era costituito infatti dalla previsione che potesse esser un decreto del presidente del Consiglio dei ministri a determinare l’aggiornamento dei Livelli essenziali di prestazione (Lep) – in materia di politiche del lavoro, istruzione, sanità e tutela dell’ambiente – che ogni Regione deve garantire in modo tale da assicurare il diritto di ogni cittadino italiano di usufruire degli stessi servizi pubblici e sociali indipendentemente dalla regione di residenza.

Un punto decisivo soprattutto per quanto riguarda la sanità pubblica, con alcune Regioni (vedi la Lombardia) ormai molto avanti nella cancellazione del servizio pubblico e la privatizzazione palese di ogni prestazione.

La riforma Calderoli, infatti, intendeva porre la questione interamente nelle mani del governo, che avrebbe così potuto – tramite semplici “decreti interministeriali” concertati all’interno della coalizione – come modificare i Lep, senza neanche passare per il Parlamento (come Costituzione prescrive) e quindi senza un dibattito pubblico che spiega anche ai cittadini cosa si sta facendo, soprattutto cosa comporta per la loro vita concreta.

Il secondo pilastro demolito è invece la possibilità di modificare, sempre con decreto interministeriale, le “aliquote della compartecipazione al gettito dei tributi erariali”, prevista per finanziare le funzioni trasferite dallo Stato alle Regioni in caso di scostamento tra il fabbisogno di spesa e l’andamento dello stesso gettito.

Quasi ironicamente, nei confronti della retorica leghista e “nordista”, quella norma avrebbe potuto essere usata anche per premiare “proprio le regioni inefficienti che – dopo aver ottenuto dallo Stato le risorse finalizzate all’esercizio delle funzioni trasferite – non sono in grado di assicurare con quelle risorse il compiuto adempimento delle stesse funzioni”.

Con la demolizione del terzo pilastro la Corte rimette però al centro il “principio di sussidiarietà” (un altro mostro inserito a forza nella Costituzione) sottolineando che la distribuzione delle funzioni legislativa e amministrative tra Stato e Regioni “non” deve “corrispondere all’esigenza di un riparto di poteri tra i diversi segmenti del sistema politico”, ma deve avvenire “in funzione del bene comune della società e della tutela dei diritti garantiti dalla nostra Costituzione”.

Sarebbe insomma “il principio costituzionale di sussidiarietà che regola la distribuzione delle funzioni tra Stato e regioni”. Per questo l’Autonomia differenziata, teoricamente ammissibile per la Consulta, “deve essere funzionale a migliorare l’efficienza degli apparati pubblici, ad assicurare una maggiore responsabilità politica e a meglio rispondere alle attese e ai bisogni dei cittadini”.

Invece, com’è noto, alcune Regioni a trazione fascioleghista si erano già esposte con la pretesa di assumere “competenze statuali” in quantità abnorme, anche su questioni che ovunque sono per forza prerogative dello Stato centrale.

Il Veneto guidato da Zaja, per esempio, pretende di far da sé nella stipula di eventuali accordi con Stati confinanti, comprese le “frontiere marittime”.

Altre regioni vorrebbero concorrere alla definizione delle direttive europee e al loro recepimento nella normativa nazionale, sedendo insieme ai ministri ai tavoli europei per le politiche di coesione, le procedure di infrazione e la disciplina sugli aiuti di Stato.

Lombardia e Veneto pretendono pure di autonomizzare la protezione civile, fare ordinanze diverse da quelle statali in caso di calamità naturale e decidere le quantità del personale necessario.

Vorrebbero anche il potere di decidere su formazione e istruzione, specie per quanto riguarda gli “enti privati” da considerare “paritari”, moltiplicando così i diplomifici Bandecchi-style.

I più audaci chiedono anche di metter mano alla politica fiscale, ai fondi pensione, ai poteri e le regole di ingaggio della polizia locale, ecc.

In pratica delle Regioni-Stato che delegherebbero “a Roma ladrona” solo la formazione delle nazionali sportive e dell’esercito...

Il quarto pilastro demolito è più tecnico, ma egualmente importante per il tentativo di conferire al governo – e non al Parlamento – un potere discrezionale assoluto.

La Consulta giudica incostituzionale, infatti, la mancata prescrizione di una “legge delega” per stabilire i criteri direttivi per emanare i futuri decreti. La legge Calderoli li indica infatti nella legge di bilancio 197/2022, che manifestamente si occupava di altro.

Il quinto pilastro incostituzionale sembra invece più il frutto di ignoranza che di una progettualità sopraffina. Prevede(va) infatti l’estensione della “legge Calderoli” anche alle Regioni a statuto speciale. Le quali, invece, possono ricorrere proprio alle procedure previste dai loro “statuti speciali” per ottenere maggiori forme di autonomia.

Il sesto rilievo di incostituzionalità ricorda che il Parlamento non può essere spogliato del potere di emendare le intese che in futuro potranno essere firmate tra Stato e singole Regioni. Il che equivale a dire che non può essere un governo, magari “balneare”, a dare più o meno poteri a Regioni rette da una maggioranza simile o di opposizione.

L’ultimo stop, infine, riguarda la “clausola di invarianza finanziaria” (ogni trasferimento di funzioni non deve comportare maggiori spese). Questa deve collocarsi in un quadro di valutazione complessiva della finanza pubblica, e dunque la definizione del fabbisogno per i LEP (a loro volta al centro del “primo pilastro”) è decisiva per stabilire le poste finanziarie.

Come si vede, non resta molto dell’impianto “differenzialista”.

Proprio per questo ha senso sviluppare la campagna referendaria per abolire completamente la “legge Calderoli”, superando ogni residua tentazione “minimalista”.

È chiaro infatti che un secondo round di stesura delle variazioni indispensabili per poter dire che “sono stati accolti i rilievi della Consulta”, un dibattito parlamentare contorto e denso di compromessi al ribasso, un frammischiamento di codicilli illeggibili anche ai più esperti azzeccagarbugli e altri “magheggi”, porterebbero solo ad un nuovo testo altrettanto schifoso ma comunque tale da costringere a riformulare i quesiti referendari e a raccogliere nuovamente le firme necessarie.

Il “decreto Calderoli” va spazzato via una volta per tutte, senza se e senza ma, mettendo nelle mani della popolazione il potere di decidere.

Fonte

21/10/2024

L’autonomia differenziata va fermata, lo strapotere delle regioni anche

Fermiamo l’autonomia differenziata ma anche basta con lo strapotere delle regioni.

Con questo assunto l’assemblea nazionale di ieri al cinema Aquila intende cominciare una battaglia politica contro l’Autonomia differenziata come parte della più grande stagione di lotta contro un governo reazionario ma in totale sintonia col centro-sinistra che tale processo ha avviato con la riforma del titolo V e l’ha proseguito con la propaganda della “buona” autonomia di Bonaccini.

La legge Calderoli è stata infatti il colpo di grazia al culmine di un’intera stagione di tagli e smantellamento del pubblico e dei diritti sociali ma, come è stato sottolineato nelle due relazioni introduttive (Olivo e Arricale) la situazione aggravata dal progetto di Autonomia Differenziata è stata voluta anche dall’Unione Europea quando – già nel trattato di Maastricht – ha imposto il criterio della sussidiarietà alla rovescia dando mano libera ai privati su tutta la sfera pubblica.

Dopo i passaggi alla Corte Costituzionale e alla Corte di Cassazione, a gennaio sapremo se potranno svolgersi o meno i referendum per l’abrogazione totale o parziale della legge sull’autonomia differenziata. In caso positivo le forze che hanno convocato l’assemblea nazionale di ieri e la manifestazione nazionale contro il governo dello scorso 1 giugno, parteciperanno attivamente alla campagna referendaria.

Resta aperto il problema delle ambiguità e delle divaricazioni introdotte dagli amministratori regionali del centro-sinistra che hanno lavorato apertamente per sabotare il quesito abrogativo e introdurne uno parzialmente abrogativo che non mette in discussione l’autonomia differenziata in quanto tale.

Il progetto dell’autonomia differenziata mette in condizione le Regioni – negli ultimi anni coinvolte in scandali di ogni tipo per abusi e uso improprio di fondi statali ed europei – di continuare nella malagestione dei settori pubblici, comprese sanità, istruzione e alta formazione, con ancora più potere in mano.

Nell’assemblea è stato indicato con forza come siano i poteri già consegnati alle regioni ad aver introdotto un meccanismo distorsivo su cui l’autonomia differenziata è penetrata come una lama nel burro.

Con questa legge ci saranno ad esempio venti diversi sistemi sanitari e scolastici in competizione tra loro e al ribasso, contratti di lavoro e gestione delle politiche abitative differenziati, atenei già danneggiati dall’autonomia universitaria e ora ancor più soggetti a tagli dei fondi e ingresso dei privati, gestione del diritto allo studio disastrosa.

Con l’autonomia differenziata sarà ancor più pesante non solo l’abbandono del Meridione, ma da Nord a Sud, la coesione sociale e i diritti previsti dall’assetto costituzionali saranno sottoposti ad una frammentazione che aumenterà le già pesanti disuguaglianze sociali e territoriali. Come ha sottolineato giustamente Marta Collot la battaglia dovrà essere ben spiegata, comunicata e combattuta non solo nel Sud ma anche nelle regioni del Nord.

Fonte

14/10/2024

Il caos dell'“autonomia differenziata”. Il caso del commercio estero

Può risultare difficile spiegare in termini semplici perché la legge sulla cosiddetta “autonomia differenziata” è contemporaneamente la base legale per distruggere la sempre più precaria “unità del Paese” come sistema (economico, quindi anche sociale e politico) e una autentica idiozia sul piano macroeconomico.

Lasciamo intenzionalmente da parte gli aspetti più pubblicizzati da chiunque si opponga a quella legge (per la banale constatazione che ne abbiamo parlato cento volte anche noi, aderendo al movimento di opposizione sul tema: sanità, istruzione, servizi sociali, ecc.), e vediamo un aspetto meno popolare ma forse ancora più illuminante: il commercio estero.

Anche Milano Finanza, forse il miglior giornale economico del panorama italiano (pur se completamente interno al panorama del “pensiero unico” neoliberale), nei giorni scorsi ha pubblicato un’analisi impietosa di un provvedimento legislativo che sembra pensato per il suicidio delle stesse imprese che lo hanno preteso.

Il punto essenziale è che, nell’immediato, le “competenze sul commercio estero” – pretese intanto dalle regioni del Nord a guida leghista o comunque di centrodestra (Piemonte, Lombardia, Veneto, e persino la Liguria – sciolta con l’arresto e il patteggiamento del “governatore” Toti, e ora in piena campagna elettorale per il rinnovo, quindi tecnicamente obbligata all'“ordinaria amministrazione”) – comportano la gestione di grosse cifre, perché anche quella italiana, agganciata a quella tedesca ormai da decenni, è un’economia export oriented.

Comprensibile dunque che le menti particolarmente ristrette di amministratori regionali “miracolati” da una selezione elettorale ormai ridotta a televendita, o di “imprenditori” ansiosi di massimizzare il profitto individuale con qualche “mandrakata” (copyright di Gigi Proietti, of course) che non comporti investimenti o innovazione, abbiano sollecitato il passaggio di gestione dal ministero apposito alla palude regionale.

Non che la gestione ministeriale sia da considerare in sé “migliore”. Il personale politico che si è alternato alla sua guida va dal patetico al raccapricciante..... Ma sul piano astrattamente razionale appare molto più logico ed efficiente che il commercio estero di un piccolo Paese come l’Italia, caratterizzato da una produzione locale spesso di alta qualità ma dalle dimensioni ridotta (basti pensare all’alimentare, all’enologico, ecc.) sia tutelato nel suo insieme da un ente statale in grado di centralizzare le politiche commerciali. Garantendo così a tutte le imprese – indipendentemente dal territorio – l’accesso ai mercati esteri con l’accompagnamento di un “soggetto” (lo Stato italiano) dotato di una massa critica sufficiente, anche se non grandissima. Un soggetto, cioè, in grado di “pesare” almeno un po’ nella contrattazione politica internazionale sulle regole commerciali (ricordiamo le battaglie sui tanti prodotti “italian sound”, come il “parmesan”, ecc.).

Su questo piano la frammentazione regionale in 21 “soggettini” ininfluenti garantisce solo la certezza di restare fuori da qualsiasi contrattazione rilevante.

Peggio ancora. In che modo le Regioni potrebbero promuovere la “competitività” dei prodotti locali sul mercato internazionale? Essendo prive di qualsiasi strumento e peso politico, dovrebbero limitarsi a “campagne promozionali”, introiettando la “concorrenza” anche a livello regionale.

Ci è arrivato anche Antonio Tajani – non a caso ministro del commercio estero, quindi con buoni consulenti in materia e ovviamente geloso delle proprie “competenze” – che si è spinto fino ad ironizzare pesantemente sulle aspettative dei suoi colleghi “regionali”: «Poi cosa facciamo, la guerra tra i vini piemontesi e quelli pugliesi?».

Per la natura delle medie imprese italiane questa “concorrenza” non potrebbe avvenire che sul prezzo, garantendo o promettendo sconti in cambio di determinati spazi sui mercati esteri. Uno sconto ovviamente più forte rispetto a quello spesso necessario nella concorrenza tra interi Paesi e Stati. Oppure a una richiesta di “sgravi” e “incentivi” fatta con soldi pubblici (regionali!), che o non ci sono o andranno trovati tagliando altre consistenti voci di spesa (la sanità, l’istruzione, ecc.).

Detto altrimenti: l'“autonomia differenziata”, in materia di commercio estero, porterà per forza di cose – la pressione dei “mercati” – a una caduta dei profitti, invece che allo sperato aumento. Ma anche a qualche sognato guadagno politico in più per gli amministratori regionali, che non pensano ancora alle conseguenze...

Non ci vuole un premio Nobel per capire che il rimpicciolimento delle prospettive e delle possibilità di azione, in un mercato mondiale sempre più dominato dai giganti e sottoposto da anni ad una frammentazione che non si vedeva dalla “Guerra fredda”, è una garanzia di rapido declino, una discesa agli inferi.

Invece di pretendere politiche industriali e commerciali all’altezza delle sfide, ci si accontenta di ritagliarsi degli “spazietti” dall’esistenza progressivamente più precaria. O, come scrive Guido Salerno Aletta su MF, “a meno che non si vogliano creare distorsivi meccanismi di competizione interna, erogando contributi e sovvenzioni differenziati a seconda della localizzazione regionale delle imprese che esportano, l’indubbia necessità di riorientarsi verso mercati nuovi per l’export non può sostituire quella di delineare processi di innovazione produttiva e di internalizzazione di segmenti di attività”.

Davanti a una spinta gigantesca verso la centralizzazione e la concentrazione dei capitali, e conseguentemente delle politiche (sintetizzata in qualche misura dal “rapporto Draghi”, in chiave neoliberale), le piccole menti della piccola borghesia italiota non vedono altra soluzione che un “ognun per sé” localistico. Uno “io speriamo che me la cavo” il cui esito è scritto nelle stesse premesse.

*****

Ecco perché l’export italiano scatena l’appetito delle Regioni

Guido Salerno Aletta – Milano Finanza

Piatto ricco, mi ci ficco: visto che l’export dell’Italia continua a macinare record positivi nonostante le difficoltà della congiuntura globale, essendosi recentemente appaiato in termini di valore a quello del Giappone come quarto nella graduatoria mondiale, continua il tira-e-molla sulle competenze politiche e amministrative in materia di commercio con l’estero. Dopo la disputa interminabile per attribuirsele a livello ministeriale, ora è cominciata quella tra Stato e Regioni.

A luglio Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto hanno chiesto al governo di vedersi attribuiti maggiori poteri anche in materia di commercio con l’estero, attivando il procedimento necessario per ottenere le «forme e condizioni particolari di autonomia» previste dall’articolo 116 comma 3 della Costituzione, che prevede la firma di un’intesa tra Regione e Stato che va poi approvata per legge con il voto a maggioranza assoluta del Parlamento.

Questione di Costituzione

Tutto si inquadra quindi nel tormentatissimo processo di attuazione del comma 3 dell’articolo 116 della Costituzione, che fu modificato nel 2001 nell’ambito di una complessiva rivisitazione del Titolo V: dopo ben 23 anni lo scorso 26 giugno è stata finalmente approvata la legge n. 86 recante «Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario», ma è stata immediatamente attivata la richiesta di sottoporla a referendum abrogativo con la raccolta delle firme conclusa positivamente il 15 settembre scorso.

A questo punto, se la Cassazione convaliderà il raggiungimento del quorum delle 500 mila firme e la Corte Costituzionale dichiarerà ammissibile la richiesta referendaria, si andrà votare tra aprile e giugno 2025.

La richiesta delle Regioni ha già trovato un primo intoppo a livello governativo: il ministro Antonio Tajani ha infatti rappresentato perplessità per la sottrazione di competenze al suo dicastero, affermando: «Io sono responsabile dell’export e credo sia sbagliato affidare l’export a ogni Regione. Poi cosa facciamo, la guerra tra i vini piemontesi e quelli pugliesi?».

La classifica delle Regioni

La questione del commercio con l’estero va vista nella sua complessità, tenendo conto del peso assai rilevante che ha sull’economia di talune Regioni, come il Veneto e la Lombardia, che da anni invocano maggiore autonomia dallo Stato centrale, celebrando pure entrambe nel 2017 un referendum consultivo a tal fine: il Veneto, per esempio, nel 2022 ha esportato il 45% del suo prodotto, con un andamento che è rimasto sostanzialmente stazionario nel 2023 (-0,3%) per un valore di 82 miliardi (il 13,1% del totale dell’Italia); sempre nel 2023 l’export della Lombardia è stato invece di 164 miliardi (+0,8%), mentre il secondo trimestre di quest’anno ha segnato un impercettibile +0,1% rispetto a 12 mesi prima. Il Veneto ha avuto un andamento negativo: -1,8%.

Sorprendentemente, prendendo ancora come riferimento quest’ultimo indicatore, è stata la Sardegna ad aver messo a segno nel secondo trimestre l’andamento migliore dell’export: +31,3%. Nel Nord l’export della Liguria è andato malissimo col -33,6% e male è andato quello del Piemonte col -6,8%. Nel Mezzogiorno, le dicotomie sono evidenti, con la Calabria che ha segnato un ottimo +10,7% e la Campania un +8,1%, mentre per la Sicilia un brusco -5,3% e la Basilicata un drammatico -46,1%.

Al Nord come al Sud, l’andamento dell’export dipende dal grado di concentrazione nell’insediamento di specifiche produzioni: Unioncamere Lombardia ha rilevato che c’è una contrapposizione tra sei provincie con un andamento positivo e altrettante con un segno negativo: Lodi +17,6%, Monza e Brianza +9,9%, Sondrio +2,5%, Pavia +2,3%, Como +0,6%, Mantova +0,5%, Cremona -0,3%, Lecco -0,5%, Brescia -1,2%, Bergamo -1,6%, Milano -2,1% e Varese -4,8%.

Attenzione alla debolezza tedesca

Se dal punto di vista delle tipologie di prodotti esportati e dei mercati di destinazione c’è un allineamento tra i dati statistici nazionali e quelli regionali, soffrono maggiormente le Regioni in cui le imprese si erano più specializzate in determinati settori e nei Paesi che ora sono maggiormente in difficoltà: chi esporta semilavorati in Germania va male a prescindere dal fatto che produca in una Regione piuttosto che in un’altra.

Mentre la transumanza delle competenze da un ministero all’altro si è dimostrata sostanzialmente ininfluente rispetto alla dinamica delle esportazioni, le recenti rivendicazioni di maggiori poteri regionali in materia di commercio con l’estero costituiscono un pericoloso diversivo rispetto alla natura della sfida che oggi si presenta: a meno che non si vogliano creare distorsivi meccanismi di competizione interna, erogando contributi e sovvenzioni differenziati a seconda della localizzazione regionale delle imprese che esportano, l’indubbia necessità di riorientarsi verso mercati nuovi per l’export non può sostituire quella di delineare processi di innovazione produttiva e di internalizzazione di segmenti di attività.

Ad agosto l’Italia ha registrato per il 19° mese consecutivo un calo della produzione industriale (-3,2%). Il calo maggiore ha riguardato la produzione di mezzi di trasporto (-14,2%) e di macchinari e attrezzature (-11,6%). Anche le industrie tessile e siderurgica hanno accusato un colpo pesante (-10,8% e -10,1%). La Germania, di cui siamo subfornitori nella meccanica, prevede un altro anno di contrazione economica.

Bisogna dunque guardare molto avanti, in un contesto così complesso, con scelte estremamente difficili e sforzi enormi di politica industriale che devono riguardare l’intero apparato economico, quale che sia la Regione in cui le imprese sono insediate.

Fonte

09/10/2024

Il Servizio Sanitario Nazionale è “al punto di non ritorno”

Ieri è stata una giornata piena di notizie e dichiarazioni intorno alla sanità italiana, con la presentazione del settimo rapporto della Fondazione Gimbe sul Servizio Sanitario Nazionale ad attirare l’attenzione. All’evento ha partecipato anche il Presidente della Repubblica Mattarella.

Due i dati fondamentali: l’impennata della spesa privata per curarsi nel 2023 (+10,3%) e il fatto che ben 4,5 milioni di persone rinunciano alle cure per vari motivi. Non servono altre informazioni per sapere che la retorica che abbiamo dovuto sorbire durante la pandemia Covid intorno al cambiamento delle politiche sanitarie è morta e sepolta.

È vero che lo scorso anno, rispetto al 2022, la spesa sanitaria totale è aumentata di oltre 4 miliardi di euro, ma tale incremento deriva unicamente dagli esborsi diretti delle famiglie (3.806 milioni) e da fondi sanitari e assicurazioni, comunque sottoscritti da privati (553 milioni). I fondi pubblici sono rimasti più o meno gli stessi.

L’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB) ha così valutato le previsioni del Piano Strutturale di Bilancio: “il complesso della spesa sanitaria corrente, dopo un lieve aumento in percentuale del PIL al 6,3% nel biennio 2024-25, dal 2026 si posizionerebbe di nuovo al 6,2% registrato nel 2023. E, per riportare il livello di spesa sanitaria sul PIL a livello del 2019 (6,4%), sarebbe necessario assicurare un aumento della spesa di circa 2,8 miliardi nel 2025, 4,3 nel 2026 e 5,6 nel 2027 rispetto a quanto indicato nel tendenziale”.

“La tenuta del Servizio Sanitario Nazionale è prossima al punto di non ritorno”, fanno sapere dalla Fondazione Gimbe. Il suo presidente, Nino Cartabellotta, ha osservato che “le persone sono costrette a pagare di tasca propria un numero crescente di prestazioni sanitarie. Una situazione in continuo peggioramento”.

Oltre la metà delle 4 milioni e mezzo di persone che hanno rinunciato alle cure lo scorso anno lo hanno fatto per problemi economici, e sono circa 600 mila in più del 2022. Ma c’è anche il dato sulla spesa in prevenzione che preoccupa profondamente: nel 2023 si è ridotta di quasi due miliardi (-18,6%), con effetti che si vedranno sul medio-lungo periodo.

Cartabellotta ha dunque dichiarato che i “princìpi fondanti di universalismo, equità e uguaglianza sono stati ormai traditi e che si sta lentamente sgretolando il diritto costituzionale alla tutela della salute, in particolare per le fasce socio-economiche più deboli”. L’austerità e la privatizzazione del servizio sanitario colpiscono soprattutto i più poveri.

Per questo sembrano piuttosto astratte le parole del Presidente della Repubblica, che di quel diritto costituzionale dovrebbe essere il garante. Mentre non solo lui, ma anche i suoi predecessori non hanno mai ostacolato i piani di compressione della spesa o altre riforme che ci hanno portato dove siamo oggi.

Mattarella ha affermato che il “Servizio Sanitario Nazionale costituisce una risorsa preziosa ed è pilastro essenziale per la tutela del diritto alla salute, nella sua duplice accezione di fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. La sua efficienza è frutto delle risorse dedicate e dei modelli organizzativi applicati, responsabilità, quest’ultima, affidata alle Regioni”.

Proprio su questo punto bisogna ricordare che procede senza troppi intoppi il percorso dell’autonomia differenziata, da più parti indicata come la pietra tombale della sanità pubblica. Che è già annunciata dalla crescente migrazione sanitaria e dalle forti disuguaglianze nelle prestazioni tra Nord e Sud del paese (non nelle liste di attese, ovunque lunghissime).

Fonte

26/09/2024

No all’Autonomia Differenziata. Consegnate le firme per il referendum, ma alcune regioni vogliono subito le deleghe

Il Comitato referendario per l’abrogazione della legge sull’Autonomia differenziata ha consegnato questa mattina in Corte di Cassazione le firme raccolte per il quesito referendario contro la legge del ministro Calderoli. Risultano essere state raccolte e consegnate oltre 1,3 milioni di firme.

Ma la tabella di marcia per introdurre nel paese una pericolosa e destabilizzante legge come quella su cui si andrà a referendum (anzi ai referendum, ndr), non sembra fermarsi.

Infatti, in attesa che vengano definiti i Livelli essenziali delle prestazioni (condizione essenziale per il trasferimento alle regioni delle materie legate ai Lep), quattro regioni come Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto hanno già presentato richiesta di avvio dei negoziati per assumere subito le 9 competenze “non Lep” che, in quanto slegate dalla definizione dei parametri minimi da garantire su tutto il territorio nazionale, sono immediatamente trasferibili alle regioni che le chiederanno.

In prima fila c’è il Veneto del leghista Zaia che già ha chiesto tutte e 9 le materie (rapporti internazionali e con l’Unione europea, commercio con l’estero, professioni, protezione civile, previdenza complementare e integrativa, coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale, enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale e organizzazione della giustizia di pace).

Il prossimo 3 ottobre il governatore Luca Zaia inizierà su questo il confronto con il governo.

Seguirà a ruota la Lombardia con 8 materie (tutte tranne l’organizzazione della giustizia di pace), mentre Piemonte e Liguria si starebbero orientando per chiederne sei.

Entrata in vigore il 13 luglio, la procedura attuativa delle legge sull’Autonomia Differenziata si è subito messa in moto già a fine luglio con l’invio ai ministeri competenti e al Mef di tutti i documenti necessari ad avviare i negoziati con le quattro regioni. “Una volta trascorsi 60 giorni da quella data dobbiamo cominciare il confronto”, ha dichiarato il ministro Calderoli.

A conclusione del negoziato tra governo e regioni, il consiglio dei ministri approverà l’intesa preliminare su cui si esprimerà la Conferenza Unificata, entro 60 giorni. Entro i successivi 90 giorni dovranno esprimersi le Camere. Dopo questa fase di pareri, il Presidente del Consiglio stilerà lo schema di intesa definitiva e lo invierà alla regione che dovrà approvarlo e poi comunicarlo al governo. A questo punto il Consiglio dei Ministri delibererà l’intesa definitiva approvando un ddl ad hoc entro i successivi 45 giorni. Il ddl verrà trasmesso alle Camere e dovrà essere votato dal Parlamento con maggioranza assoluta.

A gennaio 2025 la Corte Costituzionale si dovrà pronunciare sui due referendum che chiedono uno l’abrogazione totale della legge, l’altro l’abrogazione parziale. Quest’ultimo è il risultato del blitz delle regioni governate dal Pd, dentro cui gli avversari dell’autonomia differenziata sono assai pochi e meno convinti di quelli che chiedono di abrogare completamente la legge varata dal governo Meloni.

Fonte

15/08/2024

Forse Meloni non mangerà il panettone. Ma è importante ciò che verrà dopo di Fabio Marcelli *

Tempi duri per la signora Meloni. L’astuta politicante emersa dal putrido bacino della destra italiana, tuttora intriso di fascismo sia nei riferimenti ideali che nelle spesso manesche prassi quotidiane, sembra aver definitivamente completato il suo periodo di grazia.

Basi del suo effimero successo erano stati l’incondizionata accettazione di ogni diktat imposto da Stati Uniti, Nato ed Unione Europea, unitamente ad un’accorta gestione propagandistica della propria immagine di donna, madre, cristiana e quant’altro, sapientemente veicolata da media sempre meno autenticamente pluralistici a un popolo bue pronto alla lacrimuccia pietistica – anche perché privato di ogni alternativa credibile e praticabile al governo delle destre.

Avallata dai poteri imperiali che presiedono agli italici destini, sopportata dal popolo, le cui parti peggiori sono state titillate nei loro più bassi istinti, ad esempio legittimando in ogni modo l’evasione fiscale e lo sfruttamento del lavoro subordinato, la navicella di Giorgia galleggiava nel maleodorante mare della politica italiana e sembrava destinata a restare in superficie, anche in virtù della mediocrità dei suoi presunti antagonisti, specie l’armocromata ma insulsa Schlein.

Si sono però prodotti alcuni fatti nuovi, e altri potrebbero prodursene, fino a rendere perigliosa la navigazione delle destre, minacciando il cozzo della sua affollata scialuppa sugli scogli, con conseguente inevitabile inabissamento.

La sfera primaria e decisiva pare essere costituita ancora una volta dai rapporti internazionali ed europei.

La rottura dell’alleanza colla pessima von der Leyen non è certo un incidente di percorso, mentre qualche incertezza si profila anche nei rapporti con Washington della Proconsole di Provincia, quale che sia l’esito delle elezioni presidenziali statunitensi.

Venendo meno in parte la legittimazione internazionale sulla quale Giorgia aveva deciso di edificare il suo regno, risulta più arduo il suo ambizioso disegno controriformistico notoriamente basato sul patto a tre con Lega e Fratelli d’Italia e che presenta i tre elementi tra loro strettamente interconnessi proprio per garantire quell’alleanza politica della frantumazione dell’unità nazionale, dell’asservimento dei giudici ai poteri politici ed economici e dell’annientamento di ogni ruolo istituzionale significativo di Parlamento e Presidente della Repubblica, noti rispettivamente in gergo politichese come autonomia differenziata, separazione delle carriere e premierato.

Il successo strepitoso e almeno in parte inatteso della raccolta delle firme per il referendum sull’autonomia differenziata dimostra che la parte più avanzata e consapevole dell’elettorato italiano, per quanto avvilita e confusa da troppi anni di Partito democratico, sta cominciando a mangiare la foglia.

Se si riesce a bloccare l’autonomia differenziata ne risulta pregiudicato il disegno meloniano nel suo complesso, proprio per l’accennata rigida interconnessione tra i suoi vari elementi e colla tutto sommato instabile alleanza politica che dovrebbe promuoverlo.

Risulta però fondamentale vigilare contro gli inevitabili tentativi di snaturamento della sacrosanta battaglia per la difesa dell’unità nazionale e dell’eguaglianza tra i cittadini, tentativi agevolati dalla proverbiale fragilità ideologica del Pd e dagli insidiosi conati di infiltrazione da parte di soggetti come Renzi e simili.

Si tratta però a oggi del fronte più avanzato di lotta contro Meloni e le destre e occorre muoversi per vincere sul tema in questione senza se e senza ma.

Bisogna inoltre che da settembre riparta con forza la mobilitazione sociale e suoi posti di lavoro, che avrà sicuramente un ruolo fondamentale nello spazzare via il governo più spudoratamente schierato a fianco del peggiore padronato che abbiamo avuto dal dopoguerra ad oggi.

È bene che i sindacati, specie la Cgil, promuovano uno sciopero generale per il recupero salariale, l’equità contributiva e fiscale e la dignità del lavoro, base imprescindibile del patto costituzionale oggi attaccato frontalmente da Meloni & Co.

Sul versante più specificamente politico, infine, occorre guardarsi dalle ammucchiate indistinte e procedere alla costruzione di una forza di sinistra autonoma dal cosiddetto “campo largo” che sappia porre tutte le questioni accennate insieme a quelle oggi urgenti della collocazione internazionale del Paese, contro la Nato, per la pace in Ucraina e per fermare l’atroce genocidio palestinese, isolando e sanzionando il criminale governo israeliano e ponendo così le basi per la realizzazione del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese.

Costruire questa forza politica è un compito troppo a lungo differito per la dabbenaggine, l’opportunismo e la pochezza dei sedicenti gruppi dirigenti della sinistra, sempre quasi esclusivamente attenti alla propria sopravvivenza individuale.

Ma dobbiamo essere consapevoli del fatto che senza affrontarlo e risolverlo in modo soddisfacente, il nostro Paese e il nostro popolo saranno inevitabilmente condannati a un’esistenza grama di povertà, precarietà e servaggio ancora per molti anni a venire, mentre si consuma l’inevitabile crisi del capitalismo occidentale col suo altrettanto inevitabile seguito di guerre, catastrofi e miseria.

Fonte