“Questo Parlamento non sfiducerà il Governo Meloni. Per questo oggi abbiamo lanciato una sfiducia popolare, dalle piazze e dalle lotte sociali”, hanno affermato dal palco i militanti di Potere al Popolo concentratisi a Roma in Piazza Bocca della Verità contro la legge-truffa elettorale.
La giornata di “sfiducia popolare” verso il governo Meloni del 3 ottobre segna dunque l’inizio di un percorso di mobilitazione contro le modifiche alla legge elettorale ma, più in generale, contro il carovita, la guerra, i bassi salari, e dunque le politiche economiche, sociali e internazionali del Governo. Forti i riferimenti ai conflitti sociali in corso in Spagna e in Francia su questioni decisive come la casa, la scuola e il carovita con l’ambizione di aggiungere presto anche l’Italia a questo fronte di collera e lotta popolare a livello europeo.
La manifestazione era stata convocata apertamente contro la legge-truffa in discussione al Parlamento e l’eventualità del ricorso al voto di fiducia sulla riforma elettorale e al momento risulta essere l’unica manifestazione politica su questa ulteriore violazione della democrazia nel paese.
Dal palco si sono alternati gli interventi sia di esponenti di Potere al Popolo, Salvatore Prinzi e Giorgio Cremaschi (che hanno aperto e chiuso la manifestazione) sia di rappresentanti di movimenti politici e sociali, organizzazioni sindacali, associazioni, realtà studentesche e movimenti impegnati nelle vertenze sociali e territoriali. Tra questi l’avvocato Arturo Salerni; Pierpaolo Leonardi dell’USB; gli studenti di Cambiare Rotta e OSA e del Collettivo Autorganizzato Universitario; Vito Scalisi dell’ARCI Roma, Paolo Divetta del Movimento per l’Abitare; Valter Tucci del CUC; Fatima del Movimento Migranti e Rifugiati Napoli; Antonio Allegra, insegnante USB; le Donne Contro la Guerra e il Genocidio, Bassam Saleh della Comunità Palestinese.
I due portavoce di Potere al Popolo, Mart Collot e Giuliano Granato, erano impegnati in altre iniziativa concomitanti, come l’assemblea a Genova che sta preparando lo sciopero internazionale dei portuali del 30 ottobre.
Secondo Potere al Popolo le modifiche prospettate alla legge elettorale rischiano di produrre un sistema di esclusione delle forze politiche esterne ai due schieramenti maggiori e di rendere più difficile la partecipazione popolare sul piano elettorale. Al centro della manifestazione è stata posta proprio la questione democratica ma quella di Roma è stata anche piazza nata dalla denuncia delle condizioni sociali del Paese – dal costo del carburante al caro-affitti e al caro-vita, dai salari fermi alle spese militari e al sostegno italiano a Israele nel contesto della guerra a Gaza.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
05/10/2026
La piazza di Potere al Popolo sfiducia il governo
25/09/2026
Il Governo Meloni vuole cancellare la democrazia
La legge elettorale truffa del Governo Meloni assegnerà una maggioranza abnorme di parlamentari a chi non riesce ad averla con il voto degli elettori.
Ma non si ferma qui: è una legge liberticida che vuole cancellare tutte quelle forze politiche che, come Potere al Popolo, in questi anni sono state la vera opposizione di questo Paese.
Vuole cancellare chi si è mobilitato per la Palestina e contro il genocidio israeliano, contro la guerra, il riarmo e la NATO, contro le politiche lacrime e sangue europee, i salari da fame, il taglio ai servizi pubblici e sociali, per una società giusta e in pace.
Le 450.000 firme che si dovrebbero raccogliere, servono ad impedire la partecipazione alle elezioni di Potere al Popolo e di ogni dissenso, lasciando la competizione elettorale solo ai due schieramenti di destra e centrosinistra e ai neofascisti di Vannacci.
La legge truffa è parte di un vasto progetto autoritario che sorregge la politica di guerra e questa “società caserma”: il furto del diritto alla rappresentanza democratica fa tutt’uno con le sanzioni americane contro le organizzazioni antifasciste, con la legge sull’“antisemitismo” che scatena la caccia alla streghe contro chi sta con Palestina, con i decreti sicurezza e lo stato di polizia, con la censura nel nome della guerra ibrida.
Vogliono colpire chiunque lotti contro questo potere iniquo e guerrafondaio, ma non ci riusciranno.
Potere al Popolo fa appello alla società civile, ai militanti e ai sostenitori, a ogni organizzazione e persona sinceramente democratica, perché reagisca ai soprusi contro la democrazia e la Costituzione.
Contro il Governo Meloni e la sua legge truffa, contro lo stato di polizia, contro il riarmo e la guerra, diamo appuntamento a Roma il 3 ottobre a Piazza Bocca della Verità.
Vogliono le elezioni più false truccate e antidemocratiche della storia della Repubblica.
Non ci faremo intimidire, dobbiamo fermarli!
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19/09/2026
Potere al Popolo a Montecitorio contro chi vuole cancellare la democrazia
Giovedì 17 settembre Potere al Popolo è stato a Montecitorio contro la legge elettorale che è appena passata al Senato in cui un emendamento antidemocratico di Fratelli d’Italia porta fino a 450mila le firme necessarie per presentarsi alle elezioni sia alla Camera che al Senato (4 volte di più di quelle che fino ad oggi erano richieste).
Dopo il raduno in piazza Capranica alle persone che si sono mobilitate è stato impedito per più di un’ora e mezza di percorre i pochi metri necessari per arrivare davanti al Palazzo di Montecitorio per non arrecare disturbo ad un’iniziativa privata che vedeva coinvolti, ancora una volta, tutti insieme esponenti della destra e del centrosinistra, quali La Russa (Presidente del Senato), Alemanno (Futuro Nazionale), Giacchetti (Italia Viva) e Verini (Pd).
Potere al Popolo denuncia ancora una volta la gestione di piazza di questo governo che blinda le aule del Parlamento con una legge elettorale truffa mentre in piazza schiera la polizia per silenziare il dissenso. La legge elettorale in discussione è una legge liberticida e antidemocratica che vuole cancellare chi si è mobilitato in questi anni per la Palestina e contro il genocidio israeliano, contro la guerra il riarmo e la NATO, contro le politiche di austerity europee, i salari da fame, il taglio ai servizi pubblici e sociali, per una società giusta e in pace.
Si tratta di una norma scandalosa che non colpisce chi sta dentro le coalizioni che da decenni si alternano al governo del Paese per fare la stessa politica, come non colpisce neppure il finto partito anti-sistema di Vannacci, che usufruisce di un trattamento di favore specifico.
La norma fa parte di un vasto progetto autoritario contro il dissenso e le lotte, come le sanzioni degli USA contro le organizzazioni antifasciste, la legge italiana sull’antisemitismo, i decreti sicurezza del Governo Meloni.
Non ci fermeremo, lanciamo fin da ora una grande manifestazione nazionale a Roma il 3 ottobre, ore 14:00 a Piazza Bocca della Verità.
Contro questo governo e in alternativa alle finte opposizioni del centrosinistra, per opporci alla guerra, per la democrazia e per i diritti sociali. Costruiamo la vera opposizione!
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17/09/2026
I becchini della rappresentanza democratica
Tagliare fuori dalla rappresentanza pezzi di società, magari minoritari ma esistenti e attivi, è coerente con la gerarchizzazione imperante in nome della “governance” e disciplinata dal crescente ricorso a leggi che reprimono e restringono le forme di dissenso politico e sociale.
In fondo era questa l’ambizione dichiarata anche dal “peccato originale”, ossia quella prima legge elettorale che introdusse il sistema maggioritario nel 1993 (il Mattarellum, per chi ha perso la memoria), seppellendo così la Prima Repubblica e gli ultimi stracci di un’eredità costituzionale sistematicamente picconata negli anni successivi. Fino a rendere la Costituzione stessa un simulacro evocabile formalmente, ma sacrificabile sostanzialmente, davanti al totem della governabilità.
Abbiamo scritto recentemente di come le elezioni siano ormai diventate un gioco truccato in modo sfacciato.
Aver ridotto fino alla liquidazione ogni residuo di rappresentanza – dal proporzionale alle preferenze, dall’accesso ai mass media all’aumento esponenziale dei costi della politica – e aver sistematicamente disincentivato la partecipazione popolare al voto, restituisce alla realtà dell’oggi la visione gerarchica ed escludente che conforma le priorità delle classi dominanti. Non esistono insomma altri interessi sociali legittimati a pesare sulle scelte dei governi e dei “mercati”.
In decenni in cui i poteri decisionali sono stati affidati ai dividendi degli azionisti, oppure al “vincolo esterno” e al “pilota automatico” draghiano – dalla Ue alla Nato, insomma – le istituzioni elettive hanno via via perso ogni residuo significato, mentre le classi dirigenti venivano assumendo la postura da “amministratori delegati”, piuttosto che di legislatori o di decisori politici.
Il visibile abbassamento di qualità e spessore di ministri, parlamentari, dirigenti pubblici o industriali etc. è diventato tanto evidente quanto sconcertante, in Italia come nel resto d’Europa.
E occorre dire che a questo funerale della “rappresentanza democratica” hanno contribuito davvero tutti, sia la destra autoritaria che la sedicente “sinistra” decisionista. La prima concentrata nell’affermazione brutale degli interessi di classe dei propri settori sociali di riferimento (dai “prenditori” ai bottegai, ai balneari), la seconda dall’obbedienza alle istituzioni euroatlantiche e all’idea che la modernizzazione di un paese vada sempre e comunque affidata alla borghesia casalinga.
Con la nuova legge elettorale non solo si incentiva e si ratifica l’inevitabile riduzione del corpo elettorale e della partecipazione popolare, ma si sancisce anche l’eliminazione perenne di qualsiasi opzione politica alternativa, agente nella società ma non riconducibile alle compatibilità di sistema. Potere al Popolo, ma non solo, è sicuramente una di queste.
Significativamente, questa liquidazione e disciplinamento della rappresentanza non sta avvenendo solo sul piano politico/parlamentare, ma anche su quello sindacale.
L’accordo che stanno raggiungendo Confindustria e Cgil Cisl Uil mira infatti a impedire che lavoratrici e lavoratori nei loro posti di lavoro possano rivendicare aumenti reali dei salari o darsi rappresentanze democratiche diverse da quelle collaborazioniste.
In una fase in cui l’attacco ai salari, alle condizioni di lavoro e allo stesso diritto di sciopero procede quotidianamente, i gestori della tregua sociale e della concertazione puntano anche ad evitare – in accordo tra loro – che nuove o altre organizzazioni sindacali diverse da quelle concertative possano emergere o, se lo hanno già fatto, come l’Usb, di diventare contrattualmente “competitive”.
La rappresentanza democratica viene così concretamente impedita sia sul piano politico che nei luoghi di lavoro.
Per le forze che puntano ad una alternativa politica e sociale per questo paese si pone dunque un problema di prima grandezza: come conquistarsi e affermare lo spazio politico e sociale della rappresentanza dentro un sistema ostile, truccato e strutturato per impedirla, sia negli organismi istituzionali e lavorativi, sia nella società attraverso i decreti sicurezza varati appositamente per reprimere il dissenso politico e le lotte sociali.
C’è indubbiamente il conflitto sociale e la capacità di adattarlo alle nuove condizioni. Determinazione, organizzazione e duttilità diventano perciò decisivi, soprattutto in rapporto con le occasioni e le possibilità presentate dalla realtà in cui viviamo e agiamo.
Le contraddizioni politiche e sociali nel paese e nel mondo sono profonde, destinate ad acutizzarsi: dal rischio della guerra ai salari e alle pensioni, falcidiati dall’inflazione e dai prezzi dei carburanti, dall’infarto ecologico alla crisi dell’abitare, l’elenco purtroppo potrebbe continuare all’infinito.
Il capitalismo come sistema dominante ha perso ormai ogni carattere progressivo e manifesta chiaramente il suo carattere distruttivo in ogni ambito sociale, incluse le innovazioni tecnologiche che pure ne erano state uno stimolo e il simbolo più efficace per dimostrarne la superiorità rispetto a qualsiasi altro.
In un contesto turbolento come quello che stiamo attraversando, lasciare senza rappresentanza consistenti settori della società potrebbe però rivelarsi come il macigno che ricade pesantemente sui piedi di chi lo ha sollevato, fuori e dentro il Parlamento. In forme, come sempre, inattese...
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12/09/2026
La nuova legge elettorale è liberticida. Potere al Popolo chiama alla mobilitazione
Ci vogliono cancellare con la norma anti Potere al Popolo. Non ci riusciranno!
Un emendamento di Fratelli d’Italia alla legge elettorale del Governo Meloni porta fino a 750mila (SETTECENTOCINQUANTAMILA!) le firme necessarie per presentarsi alle elezioni sia alla Camera che al Senato (5 volte di più di quelle che fino ad oggi erano richieste).
Una norma mostruosa che non tocca i piccoli partiti che vivacchiano in Parlamento e nelle TV, ma che nessuno incontra mai nel Paese.
Una norma scandalosa che non colpisce chi sta dentro le coalizioni che da decenni si alternano al governo del Paese per fare la stessa politica.
E non colpisce neppure il finto partito anti-sistema di Vannacci, che usufruisce di un trattamento di favore specifico.
Questa norma colpisce solo chi, come Potere al Popolo, vuol dare rappresentanza politica a chi porta avanti ogni giorno il Paese ed oggi è escluso dalle istituzioni.
La nuova legge elettorale non è solo una legge truffa, che assegna una maggioranza enorme di parlamentari a chi non riesce ad averla con il voto degli elettori.
Ma è anche una legge liberticida e antidemocratica che vuole cancellare chi, come Potere al Popolo, si è mobilitato in questi anni per la Palestina e contro il genocidio israeliano, contro la guerra il riarmo e la NATO, contro le politiche di austerity europee, i salari da fame, il taglio ai servizi pubblici e sociali, per una società giusta e in pace.
La norma anti Potere al Popolo della nuova legge elettorale fa parte di un vasto progetto autoritario contro il dissenso e le lotte, come le sanzioni degli USA contro le organizzazioni antifasciste, la legge italiana sull’“antisemitismo”, i decreti sicurezza del Governo Meloni.
Vogliono cancellare Potere al Popolo per colpire chiunque si oppone a questo potere iniquo e guerrafondaio.
MA NON CI RIUSCIRANNO!
Potere al Popolo fa appello a tutta la società civile, ai militanti e ai sostenitori, a ogni organizzazione e persona sinceramente democratica, perché si reagisca a questo sopruso contro la democrazia e la Costituzione.
Il 17 Settembre saremo davanti al Parlamento per far sentire la nostra voce contro la legge truffa liberticida.
Ma non ci fermiamo qui: diamo appuntamento a Roma il 17 ottobre per una manifestazione nazionale contro il governo Meloni, contro le sue politiche a difesa di banche e grandi imprese dell’energia e contro lavoratori e lavoratrici, contro le sue leggi autoritarie.
Vogliono impedirci di partecipare alle elezioni.
Vogliono le elezioni più false truccate e antidemocratiche della storia della Repubblica.
Non ci faremo intimidire, adesso è il momento di mobilitarci e di difendere il diritto alla partecipazione di tutte e tutti e non solo di privilegiati incollati alla poltrona!
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16/07/2026
Contro la legge-truffa elettorale pronti decine di ricorsi
La sconfitta incassata dal governo martedì 14 luglio alla Camera viene valutata come “un segnale evidente di una grave spaccatura nella maggioranza”. La Rete contro la legge elettorale intende muoversi nelle prossime settimane su un doppio binario: una grande mobilitazione nel Paese in stile referendum sulla giustizia e decine di ricorsi pronti a essere depositati nei Tribunali.
La Rete intende avviare una “mobilitazione” in tutto il Paese contro la nuova legge elettorale che, a suo avviso, “stravolge i nostri equilibri democratici”. “Si creerà un clima simile a quello del referendum”. Secondo i giuristi occorre “tornare a votare con una legge elettorale conforme alla Costituzione, ricreando lo spirito del referendum sulla giustizia. La cosa più grave della nuova legge è nel premio di maggioranza abnorme che di per sé è un vulnus, una ferita gravissima dell’uguaglianza del voto. E pone un problema di equilibri democratici, incide sulla forma di governo: chi vince prende tutto. Per questo noi vogliamo un voto libero e uguale”.
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15/07/2026
Il fuoco amico manda sotto la Meloni sulla legge-truffa elettorale
La maggioranza di governo è stata sconfitta per un voto – 188 i contrari, 187 i favorevoli – sull’emendamento relativo alle preferenze che gli stessi partiti di maggioranza avevano voluto all’interno della nuova legge elettorale in discussione a Montecitorio ma sul quale si erano registrate divergenze.
Il partito della Meloni e la micro-pattuglia dei moderati volevano di fatto annullare le preferenze e riproporre di fatto le liste bloccate. Forza Italia e Lega invece scalpitavano contro questa impostazione e neanche troppo velatamente. Per questioni di sicurezza delle proprie poltrone, non certo per “rispetto della democrazia”.
Le forze di maggioranza sembravano aver trovato la quadra su una legge elettorale che – praticamente – introduceva il “premierato”, ma una volta in aula e con il meccanismo del voto segreto – che la Meloni, fiutando l’aria voleva scongiurare – è saltato tutto. Almeno 31 parlamentari della maggioranza hanno votato contro l’emendamento sostenuto dal governo mandandolo sotto di un voto.
Le opposizioni, dopo quattro anni di sconfitte parlamentari – assicurate dai numeri sproporzionati che anche la precedente legge elettorale aveva consegnato alla maggioranza rispetto ai voti reali ottenuti, nel 2022 – hanno esultato vistosamente per il risultato invocando le dimissioni del governo.
Di fatto siamo in presenza di una crisi politica e di governo a tutto tondo, che arriva dopo la sconfitta nel referendum costituzionale del maggio scorso sulla riforma della giustizia. Peraltro originata su uno dei pochi temi su cui un qualsiasi governo italiano può mettere bocca: le modalità con cui si seleziona e perpetua. Al resto ci pensano la Ue o la Nato.
La nuova legge elettorale impostata dal governo si configura come una ulteriore forzatura unilaterale dell’esecutivo, il quale ha usato sistematicamente come una clava i numeri di cui dispone in parlamento per bypassare ogni compromesso con le opposizioni sulle questioni “di sistema” – vedi le materie costituzionali come le leggi elettorali – dove di solito si punta ad una convergenza bipartisan.
Che la vicenda non possa essere derubricata come un semplice incidente di percorso lo dimostra proprio la dichiarazione che la Meloni aveva rilasciato prima dell’inizio della discussione alla Camera.
“Oggi pomeriggio si voterà l’emendamento, proposto da Fratelli d’Italia e condiviso dai partiti della maggioranza, per introdurre le preferenze nella legge elettorale, come in molti, anche tra le opposizioni, hanno chiesto. A questo punto credo sia doverosa un’operazione verità, per capire se quei partiti che da tempo invocano la possibilità per i cittadini di scegliere i propri parlamentari lo facciano per convinzione o soltanto per prendersi gioco degli italiani. C’è un solo modo per scoprirlo: che l’emendamento venga votato a scrutinio palese e non con voto segreto”.Ma alla votazione si è andati con il voto segreto, e a quel punto il “fuoco amico” di 31 deputati della maggioranza, ha sparato le proprie cartucce affondando il governo. Ora è aperta la “caccia ai traditori”, anche se bene o male tutti sanno chi sono.
Un tassello dopo l’altro questo esecutivo si è messo su un piano inclinato che può portare alle elezioni anticipate.
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14/07/2026
La posta in gioco con la nuova legge elettorale
Truccare continuamente le regole del gioco per consentire la vittoria sempre agli stessi interessi. Sembra essere questa la principale preoccupazione alla base della ennesima nuova legge elettorale, la quarta da quando è stata imposta la fine del sistema proporzionale su cui si era retta la definizione della rappresentanza politica nella Prima Repubblica.
Poi, su indicazione dei poteri forti, in nome della governabilità a tutti i costi e della cosiddetta alternanza, era stato introdotto il sistema maggioritario (lo stesso della ‘Legge Acerbo’ introdotta dal fascismo con la complicità dei liberali). Emblematicamente, questo cambiamento della legge elettorale compariva tra le priorità anche del progetto della P2 di Licio Gelli.
Era il 1993 quando venne approvato il Mattarellum che consentì a Berlusconi di vincere nel 1994 le prime elezioni con il nuovo sistema elettorale che porta il nome dell’attuale Presidente della Repubblica (il che non va certo a suo onore), un sistema che introduceva il maggioritario, eliminava le preferenze e il sistema proporzionale, alzava al 4% la soglia di sbarramento per accedere al Parlamento che prima era del 1,5%.
La rappresentanza democratica assicurata dalla Prima Repubblica veniva così smantellata in nome della cosiddetta “modernizzazione” del sistema imposto dalla gerarchizzazione a livello europeo.
L’obiettivo era costringere i partiti a formare delle coalizioni e consegnare una ampia maggioranza a quella vincente, eliminando la possibilità per i cittadini di poter indirizzare il proprio voto alle liste o ai candidati preferiti, costringendoli a votare per quelli indicati dai partiti nei vari collegi.
Poi venne il Porcellum nel 2005 o, significativamente, la “Porcata”, come la definì il suo estensore, il leghista Calderoli. Prevedeva un premio di maggioranza e liste bloccate, ma venne dichiarata parzialmente incostituzionale nel 2014.
Questa legge elettorale doveva consentire alla coalizione di destra guidata da Berlusconi di rimanere al governo di fronte ai sondaggi negativi, operazione che non riuscì solo per un soffio nelle elezioni del 2006 che portarono al secondo governo Prodi. La soglia di sbarramento veniva confermata al 4% per i partiti esterni alle coalizioni.
Il Porcellum venne sostituito dal Rosatellum nel 2017 che prende il nome dal suo relatore Ettore Rosato – senatore renziano niente affatto malvisto né dalla destra né dal Pd – entrata in vigore per le elezioni politiche del 4 marzo 2018 con un sistema misto maggioritario-proporzionale e la ridefinizione di tutti i collegi elettorali.
Con il Rosatellum la soglia di sbarramento per le liste indipendenti dalle coalizioni è scesa dal 4 al 3%. Questa legge elettorale – attualmente in vigore – si è rivelata un vero e proprio rompicapo il cui unico scopo era ridurre gli effetti dell’avanzata elettorale del M5S.
Il Rosatellum ha diviso l’Italia in centinaia di piccole zone, assegnando a ognuna un seggio. I votanti di quella zona eleggono un candidato e chi ottiene la maggioranza, anche relativa, si prende tutto. La coalizione di destra nel 2022 ha potuto approfittare del fatto che centrosinistra e M5S si sono presentati divisi e ha potuto così prendersi decine di seggi ottenendo in alcuni casi poco più del 35% dei voti.
Se oggi si votasse ancora con il Rosatellum, il timore della destra al governo è quella di una situazione di sostanziale pareggio con la coalizione del campo largo o, stando agli ultimi sondaggi, una vittoria del centrosinistra. Per chiarezza occorre dire che è fondamentalmente impossibile prevedere il numero di seggi assegnati con il Rosatellum attraverso i sondaggi a disposizione, proprio per il peso dei collegi uninominali.
Ora, solo otto anni dopo il Rosatellum, vogliono imporre appositamente una nuova legge elettorale che sta per concludere il suo percorso parlamentare. Il testo è arrivato alla Camera nella giornata di ieri e il dibattito in aula riprende oggi 14 luglio, dopo che è scaduto il termine per presentare gli ultimi emendamenti.
Al momento il problema da risolvere, per la maggioranza, rimane la divergenza sulle preferenze, su cui Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia non sono d’accordo.
Questa legge prevede un premio di maggioranza di coalizione al 42%, pari al massimo al 55% dei seggi; un proporzionale puro, senza collegi uninominali; una soglia di sbarramento sempre al 3% per le liste indipendenti e al 10% per le coalizioni; l’indicazione del candidato presidente del Consiglio. Su questi punti non ci sono divergenze all’interno della maggioranza di governo.
Nel frattempo occorre rammentare che la stupidità iconoclasta del M5S ha portato nel 2020 alla riforma costituzionale che ha visto la riduzione del numero di parlamentari che possono essere eletti, senza risparmi apprezzabili sui costi della politica ma, “in compenso”, con una ulteriore riduzione della rappresentanza.
Dunque negli ultimi trenta anni il sistema politico di potere ha continuamente modificato – o, per meglio dire, truccato – le regole del gioco elettorale nel nostro Paese. Lo ha fatto in nome del dogma della “governabilità” ma in realtà lo ha fatto in obbedienza al “pilota automatico” introdotto dai vincoli esterni e dai trattati internazionali – dalla Nato alla Ue – in materia di economia e politica estera.
È un sistema gerarchico dall’alto contro il basso che non prevede e non cerca più il consenso popolare, al contrario.
Di conseguenza c’è ormai un convitato di pietra che tutti rimuovono, ossia il fatto che da quando è stata introdotta la nuova legge elettorale nel 1993, il numero di partecipanti alle elezioni ha cominciato a diminuire costantemente e sistematicamente, fino ad arrivare al dato che solo la metà scarsa degli elettori si reca ormai alle urne, violando così profondamente ogni principio di rappresentanza democratica.
Giocare con e contro queste regole truccate non è affatto facile, è bene saperlo.
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12/05/2026
Giuli silura alcuni collaboratori e mostra lo scontro interno al governo
Il primo era sopravvissuto allo scandalo Sangiuliano, e in un certo senso, proprio con Proietti, secondo molti rappresentava lo zoccolo duro di Fratelli d’Italia al Ministero. Dietro la decisione di Giuli ci sarebbero varie motivazioni, alcune più “superficiali”, altre più profonde. Tutte mostrano che, però, nel governo c’è tutt’altro che un idillio.
Emanuele Merlino, uomo vicinissimo al sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, avrebbe pagato caro il caso del documentario su Giulio Regeni, diretto da Simone Mainetti. Al film erano stati negati i fondi ministeriali, una decisione di cui Giuli si è detto all’oscuro e che ha definito inaccettabile.
Per quanto riguarda Elena Proietti, ex assessora di Terni, la goccia che ha fatto traboccare il vaso sarebbe stata di natura organizzativa, ma non meno grave agli occhi del Ministro: la sua mancata presenza in aeroporto per la missione ufficiale a New York lo scorso mese. Giuli deve aver visto l’azione come una sorta di delegittimazione del suo operato alla guida del dicastero.
Queste sarebbero le motivazioni esplicite, anche se non ufficiali. Francesco Lollobrigida, figura di spicco di Fd’I, si è affrettato a calmare le acque: “il ministro Giuli ha ritenuto, come è d’altronde suo diritto, modificare l’assetto della sua segreteria” a seconda delle sue esigenze funzionali. “Anche per questo – ha aggiunto – la legge consente modifiche basate esclusivamente sul rapporto fiduciario nell’incarico specifico”.
Ma le turbolenze create nel principale partito di maggioranza non sono poche. Secondo alcune indiscrezioni, il ministro avrebbe avvisato Arianna Meloni, capa della segreteria politica, solo a decreti già firmati. Per molti, Giuli rappresenta una fronda meno legata al partito, ma a cui il partito ha dato fiducia. Altre voci riportate dai giornali italiani parlano anche di un altro possibile siluramento, quello di Valentina Gemignani, attuale capo di gabinetto.
Per altri, addirittura, ci sarebbe un legame tra Giuli e il Quirinale, che vorrebbe mantenere una sponda istituzionale che sia indipendente dalla coalizione, facendo così leva sul governo. Per quanto tutto sia possibile, c’è una dinamica palese di scontro interno alla maggioranza che già di per sé è sufficiente a spiegare la maretta in cui naviga il governo, e che ha a che fare strutturalmente con i vincoli esterni in cui è stato incatenato il nostro Paese.
Giuli si è appena scontrato con Matteo Salvini, segretario della Lega, sul caso della Biennale di Venezia. Il presidente della Fondazione che gestisce la mostra, Pietrangelo Buttafuoco, sarebbe stato colpevole di aver riaperto il padiglione della Russia, con conseguente visita ministeriale che avrebbe portato alle dimissioni della giuria internazionale.
Il vicepresidente del Consiglio Salvini ha invece difeso la scelta di Buttafuoco, dopo aver discusso in Consiglio dei ministri proprio con Giuli riguardo al ruolo delle soprintendenze nel nuovo Piano Casa. Secondo alcuni, il motivo era nella riduzione del controllo politico sul mantenimento dei fasci littori ancora scolpiti su alcune facciate.
Sullo sfondo, si consuma anche lo scontro sulla legge elettorale, con Salvini che vorrebbe procedere dritto su una formula decisa autonomamente dalla maggioranza, e Tajani che vorrebbe invece dialogare per cercare un compromesso di massima con le opposizioni. Su alcuni articoli si può leggere che ciò nasconderebbe anche la diversa opinione sul deficit da sostenere: più lasca la Lega, più rigorosa Forza Italia.
In realtà, tutti questi attori rimangono perfettamente ligi, e anzi imbrigliati nei dettami europei. Il leghista Giorgetti, all’Economia, ha minacciato uno scostamento di bilancio, nonostante la conferma della procedura di infrazione sul deficit per l’Italia. Ma le minacce stanno a zero se non si denuncia l’adesione al Patto di Stabilità: si può aprire un momento di tensione all’interno della UE, ma lo scotto verrà pagato in seguito, l’anno successivo.
Difatti, le mosse di Salvini, quelle plateali e le motivazioni sottostanti, sembrano funzionali piuttosto a delineare una propria “alterità” dal resto dei partiti di maggioranza, in previsione di presentarsi più appetibile all’elettorato che si contenderà con la Meloni alla prossima tornata elettorale, nel 2027. Il Piano Casa, del resto, propone solo sfratti, altra speculazione, e zero risorse.
Il secondo governo più lungo della storia della Repubblica non ha fatto in pratica nessuna grande riforma. Ha puntato tutto su due cavalli di battaglia che riguardano l’assetto dello stato più che il rilancio dell’economia: l’Autonomia Differenziata, che è stata azzoppata dalla Consulta, e la riforma della giustizia, sonoramente cassata dal voto referendario dello scorso marzo.
I soldi non ci sono, o comunque non ce ne sono abbastanza per mettere in campo misure serie, soprattutto ora che ogni centesimo dovrà essere speso per calmierare i prezzi energetici e dei carburanti, e il Referendum del 22-23 marzo ha di fatto chiuso la legislatura del governo Meloni. Ora, quel che rimane è scornarsi sugli equilibri interni, e sulla legge elettorale da rifare per garantirsi più seggi possibili alle prossime elezioni.
In questo frangente, sembrerebbe quasi che la Meloni stia facendo l’equilibrista tra varie pressioni, forse preoccupata che qualcuno possa tentare lo strappo prima della riforma elettorale. Giuli potrebbe rappresentare chi non è molto contento di questo atteggiamento. L’incontro di ieri tra il ministro della Cultura e la presidente del Consiglio si è svolto nella fiducia reciproca, ma staremo a vedere come evolve la situazione.
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11/04/2026
La crisi politica del governo Meloni non è ancora esplosa, ma è già cominciata
Era un intervento molto atteso, perché era il primo a poco più di due settimane dalla sconfitta subita nel referendum e nel pieno della crisi in Medio Oriente che rischia di scatenare una crisi economica globale.
“Andrò avanti fino alla fine della legislatura”, ha giurato in aula Giorgia Meloni, ma per molti osservatori non è affatto vero, anzi sta mettendo in conto elezioni già per questo autunno, per di più dentro un quadro mondiale estremamente turbolento e con l’economia che lancia segnali d’allarme su tutti gli indicatori, inclusi quelli del mancato controllo e della speculazione sui prezzi dei carburanti.
I toni da comizio per i propri supporter non nascondono ma al contrario evidenziano qualcosa di più di un’incertezza ossia il sentore sempre più evidente che il terreno sotto i piedi del governo stia smottando.
La Meloni però ha colto un punto di contraddizione del cosiddetto campo largo quando ha affermato che “mi attaccate ma non invocate le mie dimissioni”. Il che è vero.
“Probabilmente – ha detto testualmente la Meloni – sarebbe convenuto sul piano tattico invocare le elezioni per giocare sull’effetto sorpresa e sulla divisione delle forze d’opposizione, ma questo è lo scenario che l’opposizione teme di più, tanto che attacca il Governo ma non ne invoca le dimissioni. Non temete, ci siamo presi l’impegno di governare per cinque anni ed è esattamente quello che faremo”.
Per spiegare la mancanza di coraggio politico del campo largo nel chiedere le dimissioni del governo Meloni e le preoccupazioni della premier sulle elezioni anticipate, occorre buttare un occhio ai sondaggi e alle contraddizioni interne alla maggioranza di governo su una eventuale nuova legge elettorale che ridisegni ulteriormente i collegi.
Secondo il Barometro politico di aprile nei sondaggi politici di Demopolis emerge un quadro tutt’altro che positivo per il partito della Meloni. FdI cala infatti dell’1,5% in poche settimane, fermandosi al 28,5% ma rimanendo ancora davanti al PD che però non ha fatto il “balzo” sperato dopo il voto referendario.
Il Partito Democratico con il 22,8% rimane la seconda forza del Paese e la prima interna al Campo largo, dentro il quale cresce un po’ il M5S (+ 0,5%) salendo al 12,5%, mentre AVS rimane al 6,6% e Italia Viva al 2,4%.
La Lega di Salvini con il 7,2% galleggia ma perde terreno dopo la sconfitta al Referendum, così come Forza Italia (8,3%) che cala nei sondaggi politici nazionali rispetto al mese precedente.
Infine ci sono i due outsider ossia Futuro Nazionale di Vannacci con il 3,5% e la lista di Carlo Calenda al 2,7%. Il primo sembra essere il fattore che ha eroso consensi proprio a Fratelli d’Italia ritenuti troppo poco “fascisti” per i gusti del generale. Il secondo continua a sproloquiare dentro la propria bolla.
Se Vannacci e Calenda rimanessero fuori dalle coalizioni del centro-destra e del centro-sinistra, lo scenario che emerge sarebbe di parità ma con un lieve vantaggio per il campo largo. I sondaggi politici raccolti dal Barometro Demopolis indicano un 45% complessivo per le forze del centrodestra, e un 46% per il campo largo.
Potere al Popolo ha chiesto le dimissioni del governo la sera stessa del risultato del referendum. Una richiesta velleitaria? Niente affatto.
Dagli scenari indicati ormai da molti sondaggi, la frenesia della Meloni per una nuova legge elettorale nasce dal fatto che vede proprio nella modifica del sistema elettorale la chiave per poter evitare scenari di pareggio e consolidare la propria leadership nei prossimi anni.
Ma la nuova capogruppo di Forza Italia voluta dalla famiglia Berlusconi, Stefania Craxi, ha affermato che la legge elettorale non è una priorità, e non si tratta di un’opinione personale ma indica una linea che collide con quella della Meloni, perché la riforma elettorale, come abbiamo visto, è invece una priorità assoluta per la premier al fine di evitare lo scenario poc'anzi descritto.
C’è dunque lo spazio per una opzione politica indipendente della sinistra di classe, sganciata da entrambe le coalizioni, e che può fare la differenza.
Infine, e non certo per importanza, c’è il tempestoso scenario internazionale che incide profondamente anche sulla situazione interna. E qui occorre ammettere che la Meloni non è stata molto fortunata.
Il suo esecutivo ha coinciso con anni di guerra in Europa (in Ucraina) e in Medio Oriente (Gaza, Iran, Libano) e con le evidenti conseguenze sul piano economico interno e dell’economia di guerra che lo va caratterizzando.
Si sono materializzati scenari che hanno visto crescere la divaricazione di interessi tra Stati Uniti e Unione Europea, con l’Italia presa in mezzo tra il servilismo storico agli USA e la collocazione politica nella Ue. Una posizione che sta diventando insostenibile, e soprattutto concede sempre meno margini di manovra.
“Se la chiusura dello Stretto di Hormuz non si sbloccasse” ha detto in aula la Meloni, “l’Unione europea dovrebbe ragionare sulla possibilità di una sospensione temporanea del Patto di Stabilità”. E di fronte alle “difficoltà” nei rapporti tra Europa e Stati Uniti, Meloni ha ribadito che “Siamo testardamente occidentali”, ma senza rinunciare a “dire quando non si è d’accordo” con gli Usa.
La Meloni, così come aveva fatto Crosetto tre giorni fa, ha riaffermato anche una verità che pesa come un macigno sulla storia di questo Paese ma anche sulle argomentazioni delle opposizioni: “La collocazione internazionale dell’Italia non l’ha inventata questo governo, ma è la stessa da circa 80 anni a questa parte”, ha sottolineato la premier. “Lo dico per rispondere già prima che vada in scena l’ormai scontato ritornello sulla subalternità della sottoscritta al presidente americano Trump o quello ancora più scontato dal titolo ‘la Meloni scelga tra Trump e l’Europa’”.
Si conferma dunque come le aspettative sull’alternanza di governo in caso di crisi della Meloni, sarebbero ampiamente disattese sul piano di una diversa – e necessaria – collocazione internazionale e sulla subalternità dell’Italia. E il campo largo questo cambiamento non è in grado né intende farlo.
Senza uno “sganciamento” dai vincoli dei trattati internazionali sottoscritti e mantenuti da tutti i governi dalla guerra fredda in poi, il paese si troverà sempre in condizione di subalternità, servilismo e rischio di essere coinvolto nelle guerre che stanno caratterizzando questa fase storica.
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05/02/2026
I diversivi
La legislatura volge ormai al termine, anche se mancano circa venti mesi, e dunque era ora di far partire i posizionamenti, possibilmente cambiando gli schemi e spruzzare un po’ di peperoncino su una scadenza altrimenti scontata.
Il paese va a destra, grazie a un sistema mediatico che ha fatto della cronaca nera il suo pressoché unico campo di applicazione e quindi semina “terrore” anche e soprattutto quando non vola neanche una mosca.
Il governo Meloni procede a colpi di “pacchetti sicurezza”, uno ad ogni episodio che diventa “virale”. La sedicente “opposizione” critica la maggioranza da destra, condividendo la stessa narrazione farlocca sulla “sicurezza” ma invitandola ad assumere più poliziotti nel paese che ne ha più di tutti, in proporzione alla popolazione.
Messa così, che il centrodestra a trazione meloniana fosse destinato al bis era quasi scontato. Come fare, dunque, per vivacizzare “il dibattito” dei prossimi due anni?
Ci hanno pensato Renzi e Vannacci – e gli interessi che prosperano alle loro spalle – organizzando una mini-scissione che, visto lo scarto minimo tra le due coalizioni nei sondaggi, potrebbe rendere incerto l’esito finale. Aprendo poi la strada all’ennesima stagione di trasformismo e compravendita di parlamentari, mentre il mondo – e anche questo disgraziato paese – va alla guerra.
La pensata è un classico sempreverde della politichetta para-massonica nazionale: si azzoppa un cavallo già claudicante (la Lega di Salvini, ai minimi storici da quando ha assunto una nauseabonda identità quasi più fascista degli ex missini) e si rende così tutta la coalizione di governo a rischio di tenuta.
L’ex generale avrà buona stampa “democratica” per svolgere questo ruolo – molto “critico”, per carità – creando così un doppio danno non compensato dall’eventuale “beneficio” (far perdere le elezioni all’attuale maggioranza di governo). Dovranno infatti dare uno spazio mediatico abnorme a una neo-formazione che non ha granché da mostrare oltre al frontman, sdoganando completamente un discorso fascista nostalgico (X Mas, remigrazione, ecc.) che il governo Meloni aveva formalmente “ammorbidito” per guadagnare credibilità europea.
L’avanzare dell’estrema destra in tutto il continente, però, sta già rendendo questa necessità meno stringente, creando così persino la possibilità di una gara sfrontata a chi è davvero più fascista.
È finita qui? Ovviamente no. Lo “strappetto” a destra scompagina tutta la sapienza ingegneristica che era stata messa al lavoro per produrre l’ennesima legge elettorale sagomata sulle necessità del governo uscente.
Con la formula ancora in vigore, infatti, il centrodestra rischia di perdere un gran numero di collegi, magari per pochissimi voti, vendendosi decurtare la pattuglia parlamentare in modo drastico.
Ma anche con la “formula segreta” che era allo studio – si parla di un “quasi proporzionale” con sbarramento al 3%, più altri marchingegni limitativi ad hoc, che implicava comunque un ridisegno dei collegi – quel rischio resta grande. Ergo, dovranno rimettersi a giocare col bilancino per disegnare una nuova legge “porcata” che possa reggere almeno per una volta. Poi se ne farà un’altra...
L’unica cosa chiara – in questo rimescolamento di carte, leggi elettorali, schieramenti e “discorso politico” – è che tutto questo sommovimento avviene nella più completa indifferenza rispetto ai “problemi del paese”, al suo declino industriale, al vivere concreto di tutti noi, al pesante clima di guerra. Un “diversivo politico” in più o in meno non cambia il quadro generale.
È un gioco esclusivo interno al più squallido ceto politico della storia, riservato ai soliti noti, quasi come le “feste” sull’isola caraibica di Jeffrey Epstein. Ma come in tutti i giochi di questo tipo “il troppo stroppia” e può produrre risultati inattesi.
Una classe politica troppo scopertamente “aliena” si trova infatti davanti un paese reale sempre meno disposto a farsi coglionare – l’astensionismo galoppante ne rappresenta solo la faccia tranquilla e “indifferente” – che sta riscoprendo un po’ alla volta la necessità e l’importanza della mobilitazione in prima persona. Uno scenario che ha scosso immediatamente il sistema nervoso del governo, ma anche dell’informe “campo largo”.
Le piazze d’autunno per la Palestina e addirittura quella ancora più “sconveniente” di solidarietà con Askatasuna possono esser state solo un primo passo di “ritorno al futuro” (la capacità di immaginarne e volerne uno), alimentate dal crescere non solo delle difficoltà a sopravvivere con redditi in calo e prezzi/tariffe in crescita, ma anche dallo schifo che suscita lo spettacolo del “palazzo”.
Su queste dimensioni sociali, una volta messe in moto, non c’è “pacchetto sicurezza” che tenga.
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23/12/2025
A Brescia la sindaca delle meraviglie future
La casta politica lombarda vanta una presunzione che basta per l’Italia. E quella bresciana è ancora più presuntuosa della milanese, soprattutto se si tratta del pezzo di casta di centrosinistra.
I cittadini della Leonessa ne hanno avuto conferma dal discorso di fine anno tenuto il 20 dicembre dalla sindaca Castelletti nella prestigiosa location di Palazzo Tosio, circondata – come nei migliori rituali delle nomenklature – dalla sua Giunta.
“Niente slogan”, ha promesso la Prima Cittadina. Dopodiché è stato tutto un autoincensamento, sintetizzato nella perentoria affermazione: “Brescia non è solo una buona amministrazione locale, è una città che si muove con ambizioni europee”. Precisando che “una città europea non è quella che assomiglia alle altre, è quella che guida, che anticipa”.
E Brescia, secondo lei, lo starebbe facendo. Anzi di più. La spinta verso la modernizzazione punta ora all’ambizione planetaria. Con la nascita della “Fondazione per la Cittadella dell’Innovazione Sostenibile”, la Leonessa intende infatti accreditarsi come “un ecosistema capace di proiettarsi su scala internazionale”.
Castelletti ha dichiarato che il suo sarebbe “un modo diverso di governare, fatto di responsabilità e di capacità di tenere insieme sviluppo e giustizia sociale”. Un meccanismo virtuoso che non lascia indietro nessuno (anche se poi si viene a sapere che le persone assistite dai servizi sociali sono passate in meno di un anno da 4.159 a 4.817, e sono solo la punta dell’iceberg della povertà dilagante).
Giochi di potere
C’è probabilmente, in una attività propagandistica così accentuata, un obiettivo politico, che è quello di creare le condizioni favorevoli per una ricandidatura nelle elezioni del 2028. Castelletti ha sostenuto infatti che “il mandato di un sindaco è decennale come impostazione mentale e i miei alleati in più occasioni hanno richiamato la necessità di questa continuità”.
Raggiunta la metà della prima sindacatura, ha dunque giocato d’anticipo parlando di cantieri, progetti ecc. che dovrebbero trovare compimento in un arco temporale che arriva fino al 2050, tanto per stare sul sicuro. Insomma tutto deve essere visto come un filo unico che lega presente e futuro...
In un lontano futuro
Anzi, verrebbe da dire che lo sguardo è rivolto prevalentemente al lontano futuro.
Ad esempio, l’“Agenda Urbana Brescia 2050” è il documento avviato dal Comune per definire una visione condivisa e sostenibile della città al 2050,che però ha già raccolto nel 2025 centinaia di contributi da cittadini, imprese, professionisti e mondo accademico, costituendo la base per le scelte strategiche future.
Il Piano Aria e Clima «stabilisce obiettivi vincolanti: –55% di CO₂ al 2030, neutralità climatica al 2040 per Comune e Partecipate, un’infrastruttura adattiva contro ondate di calore e dissesto idraulico».
Anche per ciò che concerne la Caffaro “il Comune ha affiancato stabilmente il Commissario straordinario nella fase dell’appalto integrato che porterà alla demolizione degli edifici e alla bonifica dell’intera area, con conclusione prevista nel 2030”.
Considerando che la bonifica dell’area Caffaro era stato uno dei cavalli di battaglia del predecessore Emilio Del Bono nella campagna elettorale del 2013, e ripensando a tutti gli altri già citati fondamentali traguardi previsti per il 2030, 2040 e 2050, non può non tornare in mente la famosa frase dell’economista George Maynard Keynes: «Nel lungo periodo siamo tutti morti».
D’ altra parte, perfino la metropolitana, la più piccola del mondo, sarà dal 2029 che beneficerà di un incremento delle frequenze grazie a due nuovi treni.
Quanto alla raccolta differenziata, fortunatamente va meglio sui tempi di attesa, l’obiettivo resta l’83,3% per il 2027.
Solo la cementificazione andrà veloce
C’è solo un settore dove gli avanzamenti sono previsti in tempi assai rapidi: quello della cementificazione. La sfida principale del Partito Unico degli Affari si gioca sull’abitare, con l’operazione Sanpolino, che la sindaca – garante di tale Partito – definisce “l’ultima grande operazione urbanistica della nostra città”. Si preannuncia un grande business.
«È già pronto uno studio, realizzato da Cassa Depositi e Prestiti nell’ambito del Programma InvestEu, che prevede la realizzazione fino a 600 alloggi, integrando diverse soluzioni abitative: edilizia convenzionata in locazione, residenze temporanee per lavoratori, abitazioni per anziani autosufficienti, edilizia libera e un insieme di servizi di prossimità», ha detto Castelletti.
Che ha poi aggiunto: «Il nostro obiettivo resta azzerare gli appartamenti comunali sfitti entro il 2028, grazie a 26 milioni di euro di investimenti in quattro anni». Che cosa significhi quest’ultima frase non è chiarissimo.
Il triste destino di un quartiere popolare
Di sicuro chi già vive a San Polino non crede alle “migliori pratiche (qualità architettonica, mix sociale, mobilità sostenibile e integrazione con il contesto urbano)” cui sarebbe impostata, a detta della sindaca, tutta l’ operazione. Secondo lei infatti “il modello adottato combina intervento pubblico, partnership istituzionali e strumenti innovativi, in linea con le città europee più dinamiche”.
Tanto più che ai complessi abitativi andrebbero ad aggiungersi il nuovo impianto indoor e il Centro di preparazione olimpica per la ginnastica artistica, per collocare “Brescia tra le principali città sportive italiane”.
Ma gli abitanti di San Polino sentono che l’edificazione a tappeto avrà un impatto non positivo sulla qualità dell’aria e della vita degli abitanti del quartiere.
Ovviamente certe cose si fanno nelle periferie popolari e altrettanto ovviamente senza dialogare con gli abitanti.
Il quartiere era verde e vivibile. Dopo le enormi infrastrutture sportive e i 3 palazzi di 5 piani, quasi completati, sarà definitivamente devastato dal cemento di 600 nuovi appartamenti e dal conseguente incremento di traffico e inquinamento.
Cementificare significa non solo consumare suolo ma anche emettere ingenti quantità CO2 in atmosfera (altro che zero consumo di suolo!). Nuova distruzione di terreno permeabile, di piante, di biodiversità. Brescia è la provincia che consuma più suolo in Italia e ci sono 800 ettari di aree dismesse.
Costruire (mai recuperare!), perché è questo che serve al Partito Unico degli Affari, delle cui esigenze Castelletti e la sua maggioranza comprendente finanche ambientalisti e antagonisti di vario tipo si fa interprete.
La prolusione di fine anno della sindaca, tirando le somme, ha confermato ancora una volta che Brescia è una città in mano a un comitato d’affari che ne indirizza le svolte essenziali da molti anni.
Il centrosinistra in tutte le sue sfumature lo spalleggia e fa credere a molti elettori che questa amministrazione sia veramente il meglio in circolazione. Il baluardo contro il ritorno del nazifascismo, la città dei diritti, la capitale green, l’a2a che favorisce gli utenti ecc.! Ma certe ferite non rimarginate, come l’enorme fallimento della Freccia Rossa in pieno centro cittadino, stanno lì a ricordare di cosa siano capaci gli uomini del grande business.
E tutto ciò dopo aver abbattuto la Torre Tintoretto con 190 appartamenti di Erp andati in polvere, in una città con migliaia di appartamenti di proprietà pubblica (Aler e Comune) che avrebbero potuto essere sistemati e affittati a canoni sociali, risolvendo il problema dell’emergenza abitativa. Ma non lo si è fatto e non sembra proprio che lo si voglia fare, per non turbare “il mercato immobiliare”.
Eppure se si pensa che, almeno fino a quando andiamo a pubblicare questo articolo, l’unica reazione critica ai progetti edificatori della Giunta è stata quella dei suprematisti razzisti di estrema destra, che si dichiarano sì favorevoli alla cementificazione, purché nessun alloggio a canone agevolato venga assegnato “alle pseudo risorse d’importazione che stanno sfigurando l’identità dei Nostri quartieri e della Nostra Città!!”, si può intuire che Castelletti dormirà sonni tranquilli.
Oscena stabilità della “democrazia matura”
Da oltre tre decenni si è creato in Italia un regime oligarchico che ci ha raccontato che per avere il bene supremo della “stabilità” occorrevano leggi elettorali post-fasciste con doppi turni, e/o premi di maggioranza e altri marchingegni truffaldini che solo i gerarchi partitocratici riescono cinicamente a concepire.
Chiunque voglia capire sa che ormai il problema sta nei partiti di Sistema i quali, grazie a sistemi elettorali come quelli in vigore nelle amministrazioni locali, si sono trasformati in opache somme di clientele e quindi sono senza un’idea politica in grado di guidare la loro azione, senza una visione di società e di sviluppo che non sia quella di favorire i propri gruppi di riferimento.
La conseguenza è che la maggioranza degli aventi diritto al voto non si reca più alle urne, avendo intuito l’imbroglio. D’ altra parte, è proprio questo l’obiettivo che si riproponevano gli oligarchi. E l’ hanno raggiunto, chiamandolo “democrazia matura”. Tutto ciò al di là delle chiacchiere cui ci ha abituati qui a Brescia Laura Castelletti.
Quel che va riformato è il sistema dei partiti con una legge che definisca le loro funzioni e imponga trasparenza e partecipazione nei processi decisionali interni, nell’affidamento degli incarichi, nella definizione dei programmi, nella selezione dei candidati. Così come vanno riformate in senso proporzionale vero le leggi elettorali degli enti locali. E così come va ridata una funzione fondamentale alla dimensione pubblica dell’amministrazione, senza deleghe all’associazionismo privato delle cerchie.
Brescia e la Lombardia, governate da un trentennio dagli stessi schieramenti, uno di centrosinistra, l’ altro di destra, sono un esempio eclatante della compiuta degenerazione. Cosa serve ancora per comprendere che solo un cambio di modello può invertire il processo di distruzione della democrazia in atto?
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07/06/2022
26/09/2020
I “Vocazionisti” del sistema maggioritario all’attacco. Brutta gente
Obiettivo dichiarato l’eliminazione del sistema proporzionale, anche di quello che con quorum elevati e tetti alti per la raccolta di firme necessarie, di fatto introduce ben due sbarramenti ad un accesso più ampio alla rappresentanza in Parlamento. Inoltre dopo il referendum e con la riduzione del numero dei parlamentari, tale accesso sarà proibitivo per le istanze di base e blindato dalle oligarchie di interessi e partiti maggiori.
E nessuno dei vocazionisti al maggioritario nasconde il fatto di avere una concezione del meccanismo elettorale teso più a imporre la governance che la democrazia rappresentativa. In particolare quelli più subalterni ai diktat che vengono dall’Unione Europea.
“Io sono un irriducibile tifoso del Mattarellum, che ha dato la miglior governabilità al Paese” ha affermato in un’intervista a La Stampa l’ex premier Enrico Letta, il quale rilevando che dopo referendum ed elezioni il governo si è stabilizzato, è “il momento di fare le cose necessarie” perché in ogni caso “il fronte euroscettico è tutt’altro che morto”.
Con una premessa diversa sull’esito del referendum, alla stessa conclusione arriva anche Giorgetti della Lega. “Purtroppo il sì ha aperto la strada a una legge elettorale che è il contrario di quello che ci serve. Il proporzionale contiene tutti gli elementi più negativi e deleteri per un Paese a cui invece occorrerebbero stabilità, governi certi, con deputati e senatori che rispondano ai cittadini e ai territori”.
Sulla stessa lunghezza d’onda anche, Giorgia Meloni, la leader del partito neofascista Fratelli d’Italia. “Non provino nemmeno a proporre un ritorno a una legge elettorale proporzionale che altro non sarebbe che una legge salva inciucio”. Il sistema maggioritario ha senso “sempre di più. Questo voto ha reso ancora più chiaro che il sistema sta tornando a uno schema bipolare, con il M5S sempre più debole, destinato a perdere ogni ruolo”.
Le agenzie riportano che sulla legge elettorale nella maggioranza c’è chi non esclude che si possa rimettere tutto in discussione, a partire dall’accordo siglato lo scorso autunno su un sistema proporzionale, anche se nel Pd viene esclusa questa eventualità.
Intanto è stato reso pubblico l’appello di dieci costituzionalisti – tra cui figurano Lorenza Carlassare, Ugo De Siervo, Enzo Cheli, Roberto Zaccaria – contro le liste bloccate e una soglia di sbarramento eccessivamente alta. “Da troppo tempo le nostre leggi elettorali – spiegano i firmatari dell’appello – hanno imposto sistemi di liste bloccate e la proposta oggi in discussione in commissione Affari costituzionali non può rischiare di cadere nello stesso errore, nè in quello di privare molti elettori di rappresentanza con soglie troppo elevate”. Dunque, “riteniamo essenziale favorire una effettiva scelta da parte degli elettori valorizzando i principi costituzionali, superando liste bloccate e candidature multiple”, è l’auspicio dei costituzionalisti.
Come noto da sempre sosteniamo l’inscindibile legame tra democrazia rappresentativa e sistema elettorale proporzionale. Tutti gli altri discorsi vanno guardati con sospetto ed ostilità. I danni provocati dal Mattarellum (la legge elettorale maggioritaria introdotta dal 1994, ndr) in poi sono ancora sotto gli occhi di tutti. Le varianti successive hanno sempre mantenuto la vocazione bipolarista e maggioritaria, sia con l’eterno duello tra Berlusconi e Prodi (e dunque tra i gruppi finanziari/editoriali Finivest versus De Benedetti/La Repubblica), sia nella versione di Monti, Letta e Renzi.
Non sappiamo se ne siano pienamente consapevoli il M5S e la maggioranza popolare che ha votato per il SI nel referendum. Anche in questo caso abbiamo assistito ad una sorta di “voto per vendetta” contro la classe politica soprattutto nelle periferie. Un sentimento comprensibile ma non lungimirante.
Le conseguenze pratiche della legge confermata costituzionalmente con il referendum, e che prevede il taglio dei parlamentari, sta spalancando la strada al ritorno del sistema maggioritario e al bipolarismo cioè ai “governi dei peggiori”, che potranno godere di una stabilità di cui nessun altro ha potuto godere se non con la dittatura. È veramente questo ciò di cui il paese ha bisogno o è una esigenza stringente delle classi dominanti?
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04/09/2020
Triplo gioco sul referendum
Diciamo subito che noi voteremo, e invitiamo a votare, un NO chiaro e tondo. Ma quello che va evidenziato è il contesto e la partita politica non dichiarata intorno a questa scadenza.
È doveroso sottolineare come il tema del referendum – la riduzione del numero dei parlamentari – era uno dei punti del progetto golpista dei primi anni '80, noto come Piano di Rinascita Democratica accreditato alla loggia P2 di Licio Gelli.
In realtà tutti quei punti sono stati poi realizzati negli anni da un blocco politico trasversale – che ha attraversato governi di centro-destra e centro-sinistra – e che ha smantellato contestualmente parti significative della Costituzione e dei diritti dei lavoratori per imporre un assetto di governance esplicitamente antipopolare e reazionaria.
La riduzione dei parlamentari era uno degli ultimi tasselli da riempire. Insomma, non proprio un dettaglio da trascurare.
Che il M5S abbia impugnato come una clava il tema della riduzione del numero dei parlamentari, la dice lunga sul come il blocco reazionario non si sia mai posto problemi di bandiera, ma abbia invece puntato all’obiettivo utilizzando tutte le forze che si rendevano disponibili a perseguirlo.
Il carattere strumentale e deviante della lotta contro “la casta” – eredità velenosa dell’operazione Tangentopoli e di tutta la retorica sulla “seconda repubblica”– si desume dalla semplice constatazione che i costi della politica potevano essere ridotti riducendo le retribuzioni dei parlamentari e non il loro numero.
Il fatto che “siano troppi” è una semplificazione per allocchi, al di sotto di una battuta da bar.
Abbiamo sempre sostenuto che la rappresentanza più è ampia meglio è per l’ossigenazione democratica di un paese. Non costituisce un problema, ma riflette la dimensione della molteplicità degli interessi sociali che esistono e confliggono tra loro dentro una società. Vero è che questa dimensione negli anni è venuta via via scomparendo nelle istituzioni rappresentative, ormai diventate passacarte di decisioni prese altrove, a Bruxelles e Francoforte soprattutto, sistematicamente conformi agli interessi delle banche, delle grandi imprese e delle loro lobby.
Del resto, va ricordato che questo tentativo era già stato fatto dal governo Renzi con il referendum sull’abolizione del Senato. L’accento toscano e lo svolazzare di grembiulini già allora incombeva sul senso di quella operazione, sconfitta clamorosamente nel dicembre 2016.
Quella notte eravamo sotto Palazzo Chigi a chiedere le immediate dimissioni di Renzi. Non eravamo in tanti quanto avremmo dovuto essere, perché nella “sinistra” da troppo tempo si è persa l’energia e la capacità di affrontare le battaglie difficili, e dunque anche quella di presagire e poi salutare una vittoria.
Ma questo referendum si sta rivelando ancora più controverso. La legge che riduce il numero dei parlamentari è stata votata da tutti i partiti e dal 97% di chi siede alla Camera e al Senato. Nessuno, per ipocrisia, voleva dare l’impressione di difendere la poltrona.
Sulla carta lo schieramento per il Si alla conferma della legge è schiacciante, i sondaggi iniziali lo davano all’80%, con lo schieramento per il NO ridotto ad alcuni costituzionalisti, ai residui della sinistra extraparlamentare e poco altro.
Ma poi sono iniziate le grandi manovre, tipiche del peggior politicismo.
Le ultime sono quelle che vengono emergendo dentro il Pd e la Lega – ma anche in Forza Italia e Sinistra Italiana – che prima votano a favore della legge e alla vigilia del referendum vedono manifestarsi distinguo, maldipancia, cambiamenti di posizioni da tuffo carpiato con triplo avvitamento (come direbbe Gaber).
Insomma – al contrario di quanto scrisse Franco Fortini – in alcuni partiti “dov’era il Sì, adesso si affaccia il No”. Difficile credere ad una fulminazione. Più realistico vederci un cinico tentativo di sfruttare l’esito del referendum per mettere da parte il governo Conte e prepararne la successione con una coalizione “tutti dentro”, a parte qualche disperso.
Una vittoria risicata o non plebiscitaria del SI consentirebbe di dire che il patto di maggioranza che regge l’esecutivo è andato in frantumi, che il Paese non si riconosce più in questo assetto. In compenso l’approvazione della legge costituzionale che riduce i parlamentari costringerebbe a varare una nuova legge elettorale, preparata da una complicata operazione di ridisegno della base territoriale dei seggi, sia per il Senato sia per la Camera.
Impresa dai tempi non brevi, che porta dritto fino al “semestre bianco” che precede l’elezione del Presidente della Repubblica (da luglio 2021 a febbraio 2022).
In pratica la legislatura resterebbe in piedi fino alla fine del suo mandato (marzo 2023), ma potrebbe intanto cambiare l’inquilino di Palazzo Chigi. Non più Conte, ma una sorta di “commissario politico” in nome dell’unità nazionale.
O meglio un commissario con piena capacità e libertà di gestire i miliardi dei finanziamenti europei per ristrutturare il modello sociale italiano, allocando quei fondi dove la borghesia continentale e l’Unione Europea vogliono (imprese, grandi opere, etc.). Certo non dove richiederebbero le esigenze sociali, devastate prima da anni di austerity e poi dall’emergenza Covid-19.
Inutile dire che questo commissario dovrebbe essere uno già allenato per questo lavoro. Anzi, uno con il brevetto da pilota automatico: Mario Draghi, insomma.
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17/01/2020
La Consulta stronca il “porcellum bis” leghista
L’ultima conferma arriva con il parere della Corte Costituzionale a proposito del quesito referendario proposto dalla Lega attraverso la richiesta presentata da otto consigli regionali di centrodestra.
Sostanzialmente la Consulta, ora presieduta da Marta Cartabia, ha spiegato che chi ha scritto quel quesito è un asino che non conosce la Costituzione di questo paese; ma probabilmente non gliene importa affatto di conoscerla, se non per demolirla.
Prima di tutto vediamo il merito: il quesito su cui si sarebbero dovuti pronunciare gli elettori con un referendum è stato bocciato «per l’assorbente ragione dell’eccessiva manipolatività del quesito nella parte che riguarda la delega al governo, ovvero proprio nella parte che, secondo le intenzioni dei promotori, avrebbe consentito l’autoapplicatività della ‘normativa di risulta’».
In pratica, il “redattore” voleva prendere molti piccioni con una mezza fava secca. Da un lato pretendeva di cancellare la parte proporzionale dell’attuale – orrenda – legge elettorale, trasformandola così in una legge totalmente maggioritaria. Dall’altra – visto che la legge così modificata non sarebbe stata applicabile in caso di elezioni anticipate, essendo ormai entrata in vigore la riforma costituzionale chiamata “taglio dei parlamentari” – pretendeva anche di ridisegnare i collegi elettorali (se si devono eleggere 600 parlamentari, invece di 945, il territorio nazionale va ridiviso ex novo).
Ma ridisegnare i collegi è una prerogativa a metà tra Parlamento e governo ed è già stato presentato un disegno “legge delega” per realizzare l’obiettivo (tecnicamente anche complesso, vista la quantità di parametri di cui tener conto, a partire dalla quantità minima di elettori che ogni collegio deve contenere, fatti salvi i diritti delle minoranze linguistiche).
Pretendere di fare tutto questo con una sola domanda secca, proposta ad elettori che ovviamente avrebbero risposto sì o no in base a una considerazione solo politica e contingente, era effettivamente un po’ troppo anticostituzionale.
Una vera porcata. E del resto l’estensore del quesito era il solito Roberto Calderoli, senatore leghista di fervida immaginazione e autore di un’altra legge elettorale – il Porcellum, appunto – anch’essa poi bocciata da una Corte Costituzionale differente dall’attuale, quanto a componenti.
L’argomento politicamente più serio portato dalla Consulta è che – se fosse stata approvata con referendum una simile “riforma della legge elettorale” – la “nuova” legge maggioritaria sarebbe stata praticamente inapplicabile (per la non corrispondenza tra collegi elettorali legali e seggi da assegnare). E questo è ovviamente inaccettabile, perché in ogni momento si deve poter andare ad elezioni politiche. Dunque serve una legge che si possa applicare immediatamente.
Finisce qui, quindi, uno dei tentativi della Lega di “capitalizzare” al più presto quei consensi che i sondaggi oggi le attribuiscono, ma che tra un anno o due potrebbero non esserci più, almeno in quella misura. E naturalmente usa questo argomento per condurre le campagne elettorali in corso (Calabria ed Emilia Romagna).
Dall’altra parte, Pd e Cinque Stelle tirano un sospiro di sollievo e tirano a campare, mentre provano a disegnare una legge elettorale fintamente proporzionale. Uno sbarramento al 5%, con al massimo il riconoscimento di un “diritto di tribuna” (un parlamentare, al limite) per chi non lo supera ma ottiene comunque un livello di consensi non irrilevante, è di fatto una tagliola che punta a ridurre a solo 4-5 partiti la presenza in Parlamento.
Ridicole oltre ogni misura le argomentazioni portate a sostegno di questa idea.
A cominciare dalla governabilità. Secondo questi falsari, infatti, restringere la rappresentanza politica a pochi soggetti garantirebbe “governi stabili”. È lo stesso argomento usato dai sostenitori del “maggioritario secco” (la destra e i radicali, oggi, ma anche il Pd in passato). Come se negli ultimi 30 anni, con leggi elettorali pensate con lo stesso obiettivo, non ci fossero state innumerevoli crisi di governo, con “ribaltoni” che potevano nutrirsi di parlamentari pronti a cambiare casacca anche più volte nella stessa legislatura.
Insomma, si potrebbe anche fare una legge totalmente maggioritaria, che riduce a solo due alternative, ma verrebbe comunque a mancare la “stabilità del governo” in presenza di una classe politica fatta di pronti-a-tutto senza onore né spessore politico. Comprabili, insomma, anche ad un prezzo modesto...
Identico discorso si può fare per gli idioti che festeggiano la “riduzione dei parlamentari”. Che è poi una riduzione secca della rappresentatività del Parlamento (pochi parlamentari e alta soglia di sbarramento eliminano la possibilità che quote rilevanti di popolazione possano avere rappresentanti effettivamente coerenti con i propri interessi e convinzioni politiche).
Più idiota di tutti, comunque, è l’argomento per cui, in questo modo, “si riducono i costi della politica”. Se davvero si volesse raggiungere questo obbiettivo (comunque marginale: risparmiare qualche decina di milioni su una spesa complessiva che supera abbondantemente i 1.000 miliardi è un’inezia irrilevante) ci sarebbe un modo davvero semplice e totalmente rispettoso sia della Costituzione che del principio di rappresentanza democratica: tagliare drasticamente gli stipendi dei parlamentari e dei ministri.
Tra le proposte di Potere al Popolo, per esempio, c’è quella di portare quegli stipendi a 2.500 euro netti mensili... Oggi i componenti del Senato guadagnano ogni mese 14.634,89 euro netti, appena un po’ meno i deputati (13.971,35 netti). Si tratterebbe di un “risparmio” economico di oltre il 70%. E senza toccare minimamente la rappresentatività del Parlamento rispetto al pluralismo reale del Paese...
Ma che gliene frega, a questi pagliacci. A loro interessa solo menare il can per l’aia, non sapendo minimamente cosa fare per risollevare questo Paese da una china pericolosissima verso il declino economico, culturale, industriale. Del resto, che vogliamo pretendere da una “classe politica” che sa benissimo di non possedere più neanche gli strumenti operativi per fare scelte che siano anche solo leggermente diverse da quelle dettate dall’Unione Europea... È lo specchio preciso di una “classe imprenditoriale” che ai suoi massimi livelli – il presidente di Confindustria – è sempre sull’orlo del fallimento...
Abbiamo insomma “forze politiche” che giocano a scimmiottare le movenze della democrazia, indifferenti o infastidite per i “vicoli costituzionali”, ma ormai pienamente assuefatte – tutte – ai “vincoli esterni”. Economici o militari che siano.
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14/10/2019
Loopers
The dead don’t die.
Italia Semiviva non esiste al di fuori del parlamento. Lapidi Uguali dei precedenti scissionisti Bersani e D’Alema ha il 3%. Oggi sono di nuovo tutti insieme al governo col PD. E il M5S, che li ha chiamati zombie per dieci anni.
Il voto è una pippa. Perciò vogliono darlo ai ragazzini.
Reclutare i minorenni come ultima risorsa: ci aveva provato anche il Terzo Reich.
Se le elezioni sono inutili, gli eletti sono, per loro esplicita corale ammissione, addirittura dannosi: questa settimana le camere hanno approvato per acclamazione l’auto-riduzione dei parlamentari, propagandata come una salutare disinfestazione. Una derattizzazione improrogabile.
Questo, firmato Casaleggio, è già il terzo tentativo di sfoltire il parlamento dopo quello berlusconiano e quello renziano, entrambi respinti da un referendum costituzionale.
I capibastone continuano a provarci, millantando propositi redentori, perché in realtà un parlamento più maneggevole ed economico è proprio quello che gli serve. Minima spesa, massima resa.
E poi ogni riforma consente a tutta la classe politica di rimettersi a discutere d’uno dei suoi argomenti preferiti di sempre: la legge elettorale.
Era il tema delle mie prime Schegge Taglienti del 10 gennaio 2008, e già allora era un tormentone pluridecennale:
Molti si chiedono quali reali esiti pratici possa avere spendere ancora tempo e risorse nell’ennesimo dibattito sulla legge elettorale.Siamo prigionieri d’un timeloop. L’ho già detto? Ho già detto che l’ho già detto? E grazie al cazzo, è un timeloop.
La risposta è in questo passo poco noto del Vangelo.
“Allora Ponzio Pilato chiese alla folla di scegliere tra Gesù e Barabba, e subito la folla si divise.
Metà chiedeva di votare col sistema uninominale secco, l’altra metà preferiva il proporzionale con sbarramento al 3%.
Allora Ponzio Pilato chiese alla folla di scegliere con quale sistema scegliere, e subito la folla si divise.
Metà chiedeva una raccolta di firme per un referendum propositivo, l’altra metà preferiva una legge costituzionale da sottoporre a referendum abrogativo.
Allora Ponzio Pilato chiese alla folla di scegliere con quale sistema scegliere il sistema col quale scegliere, e subito la folla si divise.
Metà chiedeva l’istituzione d’una commissione apposita, l’altra metà preferiva il televoto.
Allora Ponzio Pilato guardò Gesù e Barabba, e lanciò una moneta.
Uscì croce”.
A questo punto, propongo di sfruttarlo per un ulteriore taglio dei parlamentari: ognuno di loro, appena eletto, per occupare il proprio seggio dovrà uccidere il se stesso del futuro, come nel film Looper. Questo garantirà il limite del mandato singolo, e l’abolizione totale e definitiva dei vitalizi.
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30/09/2019
Quante opposizioni può reggere un quadro politico?
Come uscirne? Molto difficile. La premessa sarebbe riconoscere lo stato di minorità che la situazione impone, al di là delle nostre forze, già oggettivamente scarse. Subiamo una fase in cui il quadro politico appare blindato dentro due false alternative, che però – presentandosi in lotta tra loro – si radicalizzano nella comunicazione politico-mediatica e quindi anche nella percezione di gran parte della popolazione. Al momento, peraltro e nonostante i giochi di palazzo, le forze d’opposizione sono elettoralmente più forti, ideologicamente più compatte e politicamente più organizzate. Difficile invertire la tendenza nel breve-medio periodo. La maestria “democratica” di saper maneggiare i rapporti di forza nel palazzo non impedirà, prima o poi, di fare i conti coi rapporti di forza fuori dal palazzo. Questo è il motivo decisivo della corsa al proporzionale. Su cui vanno dette alcune cose.
In un quadro definito entro cui si scontrano due partiti (o coalizioni) elettoralmente predominanti, la spinta ad un sistema maggioritario si presenta come naturale certificazione di un bipolarismo di fatto. La ricerca di “governabilità” spinge l’insieme delle forze politiche ad escogitare quei correttivi utili al mantenimento del potere del partito o coalizione vincente. In un quadro tripolare come quello in cui stiamo vivendo da qualche anno, le dinamiche sono inevitabilmente opposte. La sequenza di elezioni politiche, regionali e comunali dal 2013 ad oggi ha infatti fatto chiarezza su di un fatto incontrovertibile: al momento del ballottaggio, o in sede di contrattazione post-elettorale, due delle tre forze – non importa quanto distanti politicamente l’una dall’altra – saranno naturalmente portate ad accordarsi, esplicitamente o tacitamente, in vista della lotta al momentaneo problema principale. È stato così nelle elezioni comunali di Torino e Roma, e l’esperienza al livello nazionale parla da sola. Se questa è la tendenza in atto, non può meravigliare la corsa al proporzionale di un ceto politico fino a ieri convinto del maggioritario.
Quel che fatichiamo ancora a capire è che per la politica borghese non esistono problemi etici o principi ideali in funzione del mantenimento del potere. Renzi docet: non c’è alcuna adesione ideologica al maggioritario piuttosto che al proporzionale, l’importante è garantire il quadro politico da intoppi, fughe in avanti ed eccessiva instabilità. D’altronde, conviene ricordare che il ritorno al proporzionale è stato compiuto dal centrodestra nel 2005 (legge Calderoli), e confermato dal centrosinistra nel 2017 (legge Rosato), anche se con particolari correttivi quali premio di maggioranza e soglie di sbarramento elevate. Siamo già, da quattordici anni, in regime proporzionale, nonostante tutto lo sbraitare che vediamo su tg e giornali sul “golpe proporzionale” in corso. Chi sta gridando al golpe (Salvini, ad esempio), è lo stesso che lo votò nel 2005. A valere è solo l’estremo realismo, più correttamente cinismo, dei rapporti di potere.
Proprio Renzi è quello che ha capito prima e meglio l’attuale fase. Sta tornando il famigerato pentapartito, dunque bisogna attrezzarsi. E in uno schema proporzionale l’unico modo di sopravvivere non è “vincere le elezioni” (cosa d’altronde impossibile, a meno che non si raggiunga il 50% dei voti, cosa mai accaduta dal 1948 ad oggi), ma conquistarsi una rendita di posizione. Renzi non ha alcuna intenzione di raggiungere il 20 o il 30% alle elezioni, non è così stupido. Vuole attestarsi su di una percentuale utile – sia essa il 4, il 6 o l’8%. Utile a contrattare ruoli di governo o di opposizione dopo il voto, in sede parlamentare (la stessa dinamica che ha portato l’inutile accrocco di LeU ad avere un ministro nel nuovo governo). Potremmo dire che tutto ciò sia comunque “più democratico” del quadro maggioritario-bipolare-presidenziale-di-fatto della cosiddetta Seconda repubblica. Potremmo, ancora, dire che ristabilisca una logica parlamentare, in connessione col dettato costituzionale, violato dal presidenzialismo-di-fatto in vigore tra il ’94 e il 2011. Il problema è che in assenza di partiti strutturati, di lotta politica e di riferimenti ideologici forti, uno schema proporzionale anestetizzato di questo tipo favorisce unicamente i giochi di potere nel palazzo, senza produrre nessuna vera democratizzazione dei rapporti politici. Si dirà, insistendo, che è comunque meglio del maggioritario. Quel che dovremmo capire è che non c’è un meglio o un peggio in questa fase, perché il meglio e il peggio sono stabiliti da soggetti esterni e contrari agli interessi di democratizzazione della vita politica del paese.
Chiusa la parentesi, torniamo a noi: come può una sinistra di classe minoritaria e frammentata smarcarsi da un quadro chiuso nell’alternativa tra europeismo liberista e nazionalismo reazionario? Inutile farsi illusioni: non può smarcarsi. Può testimoniare un’alterità, ma sarebbe opera appunto di testimonianza, non di iniziativa politica. L’azione – l’unica possibilità – che ci è data è quella di costringere le due alternative a convergere. Se infatti queste sono, come diciamo un po’ tutti da tempo, “false”, va dimostrato coi fatti, non nelle nostre cavillose analisi.
Questo paese soffre di una straordinaria mancanza di conflitto, e infatti tutto il quadro politico è tenuto unito dalla pacificazione. Le idee politiche attualmente in competizione possono presentarsi “alternative” solo in presenza di pace sociale, una pace costantemente alimentata e perseguita manu militari da tutti gli attori in campo. Lo scontro è solo nel palazzo, nella rete, nella campagna elettorale permanente, tra leader politici e nel circuito informativo. Il fuori non è contemplato. È per questo che l’unica sopravvivenza possibile è quella del conflitto tanto contro il governo quanto contro questa opposizione. Non la testimonianza del conflitto, ma il conflitto aperto, quello che costringe a schierarsi a favore o contro. Da qualche parte, d’altronde, bisognerà pur ricominciare, e non c’è scommessa che non includa una parte di rischio. Dobbiamo forzare una situazione bloccata, con ogni mezzo opportuno. Il riavvicinamento – già in corso – al Pd derenzizzato di una parte della sinistra non può essere combattuto solo in nome di buoni propositi radicali.
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27/09/2019
Costituzione senza difesa, un sistema si avvia alla fine
L’attacco finale all’impianto istituzionale della rappresentanza politica è partito e questa volta non appare più contrastabile. Vediamo perché e come.
1) Sei Regioni governate dal centrodestra (Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli, Abruzzo e Piemonte) hanno sottoscritto la richiesta leghista di tenere un referendum per cambiare la legge elettorale e abrogare la parte proporzionale, instaurando così un sistema elettorale completamente maggioritario. Sul piano costituzionale la richiesta è formalmente corretta (bastano 5 Regioni o 500.000 firma di elettori) e dunque dovrebbe essere sottoposta al voto nella prossima primavera, a meno che il Parlamento non elabori una nuova legge elettorale (il che invaliderebbe il “quesito” scritto nella richiesta di referendum).
2) Il Movimento 5 Stelle, per bocca del suo traballante “capo politico”, chiede l’abolizione della “libertà di mandato” per i parlamentari, vincolando dunque deputati e senatori di una lista ad obbedire alle scelte delle direzioni del partito con cui sono stati eletti, pena la decadenza dal seggio. La Costituzione, in questo caso, prevede l’esatto opposto perché considera l’”eletto dal popolo” come un rappresentante degli interessi generali del paese, che dunque deve poter scegliere in libertà di coscienza, senza il ricatto dell’estromissione dalle istituzioni.
La ragione dell’insistenza grillina è di particolare pochezza: impedire il “mercato delle vacche”, ossia il passaggio continuo di parlamentari da un gruppo politico all’altro, con ovvie conseguenze sulla consistenza dei gruppi parlamentari e la tenuta delle maggioranze di governo. Un fenomeno in diminuzione, nell’attuale legislatura (sono stati 79, finora, ma la metà sono i renziani che hanno lasciato il Pd per fare gruppo a sé; mentre nei conqe anni precedenti erano stati 566). Avere dei robot schiaccia-pulsante al posto di esseri umani liberi non sembra proprio un “progresso” della democrazia…
3) Gli stessi Cinque Stelle hanno fatto della “riduzione dei parlamentari” una questione di (propria) vita o morte. Anch qui la motivazione è ridicola (“risparmieremo 500 milioni ad ogni legislatura”), perché risultati anche più rilevanti si possono ottenere riducendo gli stipendi dei parlamentari, effettivamente esagerati e i più alti in Europa. Comunque i Cinque Stelle otterranno questa riduzione della rappresentanza dal Pd, che era sempre stato contrario, ma deve in qualche modo far sì che il governo duri abbastanza da potersi riorganizzare e soprattutto ridisegnare il proprio profilo identitario, frantumato dall’era Renzi.
Le tre proposte-killer hanno un differente status istituzionale (la seconda e la terza richiedono una riforma costituzionale, quella leghista modifica la legge elettorale attualmente vigente, che è legge ordinaria) e anche diversa possibilità di passare (il “vincolo di mandato” richiede l’avvio di un processo di riforma costituzionale con quattro passaggi in aula, mentre la riduzione dei parlamentari è già arrivata alla vigilia dell’ultimo voto).
Ma tutte e tre convergono nella volontà di azzerare la possibilità che forze politiche nuove ed estranee ai poteri consolidati possano nascere, conquistare consensi, aggiudicarsi la maggioranza attraverso “libere elezioni”.
E vediamo perché.
Già a bocce ferme, senza altri cambiamenti, un sistema elettorale totalmente maggioritario riduce la rappresentanza parlamentare ad un “gioco a due”. Chi prende un voto in più governa per cinque anni grazie a una straripante maggioranza di parlamentari e chi ha un voto in meno “non rompe le palle”.
La frase sfuggita al solito Salvini chiarisce perfettamente il senso e non si presta ad equivoci. In un sistema del genere l’opposizione politica (ridotta ad un solo “partito” o “coalizione”) è ammessa come soprammobile impotente, che spera possa andare diversamente nella prossima legislatura. Chi non vede grandi problemi “di democrazia” nel maggioritario dovrebbe girare lo sguardo sulla Francia, dove un presidente eletto con il 24% può tranquillamente agire come un “re a tempo determinato”, schiacciando le manifestazioni di piazza e facendo sottoporre a processo l’opposizione parlamentare.
E teniamo sempre conto che stiamo parlando di governi le cui scelte fondamentali – legge di stabilità, politiche industriali, ecc – sono subordinate ferreamente alle decisioni dell’Unione Europea, che ha già da tempo ridotto la rappresentanza politica a puro gioco di marketing…
Se però vi aggiungiamo – come è obbligatorio fare – la riduzione dei parlamentari, avremo una situazione ancor meno democratica perché intere aree del paese potrebbero ritrovarsi senza alcun rappresentante eletto. Figuriamoci le diverse figure sociali, dunque, che non possono mai vedere il proprio interesse “rappresentato” dagli eletti da altri interessi.
Già ora l’intreccio di ostacoli regolamentari (alto numero di firme necessarie per presentare liste elettorali non presenti in Parlamento, Regioni, Comuni), altre soglie di sbarramento, ecc, impediscono praticamente che nuovi soggetti si facciano avanti.
Se infine dovesse, per qualche infernale alchimia parlamentare, dovesse essere approvato anche il “vincolo di mandato”, avremmo un Parlamento incaprettato: pochi eletti perché “nominati in seggi sicuri” dai capi-partito, senza possibilità di scelta, comunque sottoposti a un vincolo esterno sovranazionale.
Una micro-casta di servi dei servi dei servi dei servi. Molto ben pagati, come e più di ora. L’unica via di uscita, in una democrazia liberale, sarebbe la reintroduzione di una legge elettorale totalmente proporzionale, la selezione di un personale politico – se non altro – “rispettoso della volontà e degli interessi vitali dei propri elettori”. Un sogno utopico, nell’Italia attuale.
Bisogna essere perciò realisti. Non ci sono in questo momento forze politiche che possano o vogliano contrastare questa riduzione forzosa della rappresentanza politica. Quindi in qualche forma – con qualche sempre possibile variazione sul tema, vista la “fantasia istituzionale” italica – questo processo andrà avanti. E non ci si può attendere nessuna resistenza da parte del teorico “guardiano della Costituzione” – il Presidente della Repubblica – che da parlamentare è stato estensore delle prime leggi elettorali “maggioritarie” (il Mattarellum) e da presidente ha opposto solo rilievi minori ai due “decreti sicurezza” salvinian-fascisti.
Quindi il superamento della “democrazia parlamentare” è scritto nel prossimo futuro.
Per chi si contrappone come alternativa di sistema, politico e sociale, a questo buco nero della vita collettiva il primo compito è cambiare testa. Fin qui si è oscillato, “a sinistra”, tra l’accodamento minoritario alle frazioni più “sinceramente democratiche” dell’establishment e l’autoestraniazione dalla dialettica propriamente politica del paese, accontentandosi magari con l’esibizione di un “esser contro”, complessivamente impotente ma consolatorio.
Di certo, nessuno potrà andare avanti come prima, a meno di non voler accettare una sorte già scritta…
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17/09/2019
Grandi giochi a destra. Renzi esce dal PD
E invece “la politica” italiana – intesa come gruppi di individui che provano ad interpretare i desideri della grande e piccola impresa, all’interno del recinto disegnato dai trattati europei – è oggi come mai prima assolutamente “gassosa”, più che “liquida”, con travasi continui da una parte all’altra perché, letteralmente, non esistono più, per questo ceto di truffatori, delle “parti” che si possano in qualche modo distinguere in modo stabile.
È questo l’unico senso concreto che si può dare al mantra grillino (e di tanti altri) per cui “non esistono più destra e sinistra”. Sono tutti al servizio di interessi diversi – da quelli giganteschi delle multinazionali o della finanza, fino a quelli dei bottegai in crisi – e si muovono cercando di “coprire” quegli interessi attraverso leggine, emendamenti, pressioni, alleanza momentanee e scambi di favori. La “grande politica”, del resto, viene decisa altrove...
Solo chi lavora o è disoccupato, pensionato, studente povero, ecc, è senza rappresentanza politica. Dunque senza “santi in paradiso”, o almeno nel palazzo. E senza strumenti per farsi valere in modo vincente.
La lunga premessa è necessaria per inquadrare “la notizia del giorno”, ossia la fuoriuscita di Matteo Renzi e una parte dei suoi dal Partito Democratico.
La mossa era nell’aria fin da quando aveva perso il referendum sulla riforma contro-costituzionale e piduista, il 4 dicembre 2016. E del resto anche i sassi sapevano, a Firenze, che il vero padrino della scalata del Matteo Primo al PD era stato l’allora berlusconiano Verdini. Giochi di massoneria (non “deviata”, proprio quella “normale”), che in Toscana ha sempre visto di sera sotto i cappucci gente che di giorno faceva parte della Dc, dei liberali, repubblicani, socialisti e buona parte dei notabili del PCI.
Caduto il Muro, le differenziazioni partitiche sono diventate meno importanti e la “mobilità” massonica assai più alta. Tanto...
Esaurita la fase del declino berlusconiano e anche quella del “riformismo democratico”, anche la posizione degli interessi catalizzati intorno ai renziani non ha più necessità di rispettare almeno formalmente il posizionamento in campi, sulla carta, “avversi”.
Guardando alle mosse di Renzi negli ultimi mesi tutto risulta abbastanza evidente.
Di fronte alla crisi del governo giallo-verde ha avuto un ruolo decisivo nello spostare il PD a favore di una nuova alleanza con i grillini, terrorizzati quanto il PD (e lui stesso) dalle elezioni anticipate. Ha potuto farlo grazie al suo unico patrimonio politico residuo: la massiccia presenza di suoi uomini e donne nei gruppi parlamentari (avendo quasi monopolizzato i candidati alle elezioni politiche del 4 marzo 2018).
Ora che il governo è formato, e tutto il PD sogna un’alleanza di lungo periodo, gestita oltretutto da posizioni di governo, stacca la spina e si mette nella posizione dell’ago della bilancia: il governo starà in piedi finché vuole lui. O meglio: finché l’insieme di interessi alle sue spalle non avrà individuato una configurazione del potere politico più rispondente.
Il resto è pura chiacchiera, com’è nel suo stile e in quello del suo gemello, l’Altro Matteo (uniti dalla famiglia Verdini, guarda caso...).
Uno “stai sereno” a Giuseppe Conte ed al governo, che suona piuttosto macabro dopo l’esperienza di Enrico Letta. Un “meglio così anche per il PD”, che riduce – portandosi via una trentina di parlamentari – da pilastro a comprimario della coalizione di governo.
Nessuno pensa che questa “svolta” produrrà davvero un “nuovo partito”. Di formazioni ce ne sono persino troppe, vista la scarsità di differenze strategiche o valoriali. È il primo di una serie di smottamenti necessari per riconfigurare “la politica italiana” su una linea organicamente “europeista” e “atlantica” sul piano internazionale e delle politiche economiche, anti-democratica su quello costituzionale e delle libertà politiche, classista su quello sociale.
Basta mettere in fila con un briciolo di freddezza le “perle” che ha seminato nell’intervista a Repubblica.
Per quanto riguarda il rapporto con quella che solo i media continuano a definire “sinistra” (ossia le origini del PD): “Mi hanno sempre trattato come un estraneo, come un abusivo, anche quando ho vinto le primarie; è il riflesso condizionato di quella sinistra che si autoproclama tale e che non accetta di essere guidata da uno che non provenga dalla Ditta. Del resto, il contrappasso è semplice: io esco, nei prossimi mesi rientrano D’Alema, Bersani e Speranza. Va via un ex premier, ne torna un altro. Tutto si tiene”. L’ultima coltellata ad una formazione senza senso che l’aveva scelto – lui, ex democristiano in odor di grembiulino – come leader della veltroniana “vocazione maggioritaria”.
Per quanto riguarda gli assetti istituzionali: “sogno che Zingaretti e Di Maio si sveglino un giorno proponendo il monocameralismo, il doppio turno, un sistema in cui la sera sai chi ha vinto le elezioni. Non cambio idea”. Ossia proprio quello che Salvini, ancora domenica dal palco di Pontida, predica per poter disporre un giorno di “pieni poteri” (lui o chi per lui).
E in pratica mette il veto – disponendo della “differenza marginale” in Parlamento – su una legge elettorale integralmente proporzionale. Ci stavano cominciando a ragionare, Zingaretti e i grillini, per disegnare un processo elettorale che desse un po’ più di ruolo al Parlamento e meno alla roulette russa del maggioritario, in cui magari uno che prende meno del 30% si ritrova con tutti gli assi in mano. Ora sanno con certezza che non passerà mai, e anche con una soglia di sbarramento siderale.
La parte più interessante, ancorché falsa, sta nel dichiarare “nemico ufficiale” l’Altro Matteo: “Voglio passare i prossimi mesi a combattere il salvinismo nelle piazze, nelle scuole, nelle fabbriche. Faremo comitati ovunque”. Perché “il PD è un insieme di correnti. E temo che non sarà in grado da solo di rispondere alle aggressioni di Salvini e alla difficile convivenza con i 5 Stelle”. Una constatazione, facile per chiunque...
Qui c’è il nocciolo del “progetto politico” che qualcun altro immagina per risolvere l’instabilità italiana.
Il salvinismo è una modalità troppo rozza per rappresentare in modo efficace gli interessi sia del capitale internazionale sia quelli del piccolo capitalismo in stile Nordest. Se ne è avuta la verifica con i 13 mesi di governo gialloverde, chiusi con una mossa che ancora deve trovare una spiegazione razionale convincente.
Ma aver seminato per tanto tempo così tante idiozie nel “senso comune” nazionale (razzismo, anti-europeismo senza piani alternativi, nostalgie autoritarie, bigottismo integralista, narrazioni pre moderne, ecc.) significa aver riempito di veleni un corpo sociale che va comunque governato, altrimenti impazzisce e può sfuggire di mano.
Questo non può esser fatto né con il salvinismo leghista, né con il finto “buonismo europeista” del PD o – tantomeno – le giaculatorie anti-casta dei grillini, che hanno dimostrato di non essere affatto un’alternativa di sistema.
Ergo, va “rottamato” il tripolarismo imperfetto creato da un decennio politicamente senza legami forti tra politiche di governo (eterodirette) e “popolo” che deve subirle.
La prima mossa è l’indebolimento strategico del PD e del governo appena nato, aprendo una crisi che ne segnerà probabilmente la fine. Le altre arriveranno dalla decomposizione della famiglia berlusconiana, dallo sfarinamento grillino e dalla possibile messa in discussione della leadership di Salvini nella Lega. Ovvio che il Truce non sia d’accordo e che abbia voluto una Pontida da record per fermare, o rallentare, il redde rationem.
Ma di un dj da Papeete, il grande capitale non sa che farsene, una volta usato...
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