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11/04/2026

La crisi politica del governo Meloni non è ancora esplosa, ma è già cominciata

“Il Governo c’è, resterà in carica fino alla fine del suo mandato: non c’è alcuna intenzione di fare un rimpasto né di andare a elezioni anticipate” questo è quanto ha detto ieri la presidente del Consiglio Giorgia Meloni nella sua informativa al Parlamento.

Era un intervento molto atteso, perché era il primo a poco più di due settimane dalla sconfitta subita nel referendum e nel pieno della crisi in Medio Oriente che rischia di scatenare una crisi economica globale.

“Andrò avanti fino alla fine della legislatura”, ha giurato in aula Giorgia Meloni, ma per molti osservatori non è affatto vero, anzi sta mettendo in conto elezioni già per questo autunno, per di più dentro un quadro mondiale estremamente turbolento e con l’economia che lancia segnali d’allarme su tutti gli indicatori, inclusi quelli del mancato controllo e della speculazione sui prezzi dei carburanti.

I toni da comizio per i propri supporter non nascondono ma al contrario evidenziano qualcosa di più di un’incertezza ossia il sentore sempre più evidente che il terreno sotto i piedi del governo stia smottando.

La Meloni però ha colto un punto di contraddizione del cosiddetto campo largo quando ha affermato che “mi attaccate ma non invocate le mie dimissioni”. Il che è vero.

“Probabilmente – ha detto testualmente la Meloni – sarebbe convenuto sul piano tattico invocare le elezioni per giocare sull’effetto sorpresa e sulla divisione delle forze d’opposizione, ma questo è lo scenario che l’opposizione teme di più, tanto che attacca il Governo ma non ne invoca le dimissioni. Non temete, ci siamo presi l’impegno di governare per cinque anni ed è esattamente quello che faremo”.

Per spiegare la mancanza di coraggio politico del campo largo nel chiedere le dimissioni del governo Meloni e le preoccupazioni della premier sulle elezioni anticipate, occorre buttare un occhio ai sondaggi e alle contraddizioni interne alla maggioranza di governo su una eventuale nuova legge elettorale che ridisegni ulteriormente i collegi.

Secondo il Barometro politico di aprile nei sondaggi politici di Demopolis emerge un quadro tutt’altro che positivo per il partito della Meloni. FdI cala infatti dell’1,5% in poche settimane, fermandosi al 28,5% ma rimanendo ancora davanti al PD che però non ha fatto il “balzo” sperato dopo il voto referendario.

Il Partito Democratico con il 22,8% rimane la seconda forza del Paese e la prima interna al Campo largo, dentro il quale cresce un po’ il M5S (+ 0,5%) salendo al 12,5%, mentre AVS rimane al 6,6% e Italia Viva al 2,4%.

La Lega di Salvini con il 7,2% galleggia ma perde terreno dopo la sconfitta al Referendum, così come Forza Italia (8,3%) che cala nei sondaggi politici nazionali rispetto al mese precedente.

Infine ci sono i due outsider ossia Futuro Nazionale di Vannacci con il 3,5% e la lista di Carlo Calenda al 2,7%. Il primo sembra essere il fattore che ha eroso consensi proprio a Fratelli d’Italia ritenuti troppo poco “fascisti” per i gusti del generale. Il secondo continua a sproloquiare dentro la propria bolla.

Se Vannacci e Calenda rimanessero fuori dalle coalizioni del centro-destra e del centro-sinistra, lo scenario che emerge sarebbe di parità ma con un lieve vantaggio per il campo largo. I sondaggi politici raccolti dal Barometro Demopolis indicano un 45% complessivo per le forze del centrodestra, e un 46% per il campo largo.

Potere al Popolo ha chiesto le dimissioni del governo la sera stessa del risultato del referendum. Una richiesta velleitaria? Niente affatto.

Dagli scenari indicati ormai da molti sondaggi, la frenesia della Meloni per una nuova legge elettorale nasce dal fatto che vede proprio nella modifica del sistema elettorale la chiave per poter evitare scenari di pareggio e consolidare la propria leadership nei prossimi anni.

Ma la nuova capogruppo di Forza Italia voluta dalla famiglia Berlusconi, Stefania Craxi, ha affermato che la legge elettorale non è una priorità, e non si tratta di un’opinione personale ma indica una linea che collide con quella della Meloni, perché la riforma elettorale, come abbiamo visto, è invece una priorità assoluta per la premier al fine di evitare lo scenario poc'anzi descritto.

C’è dunque lo spazio per una opzione politica indipendente della sinistra di classe, sganciata da entrambe le coalizioni, e che può fare la differenza.

Infine, e non certo per importanza, c’è il tempestoso scenario internazionale che incide profondamente anche sulla situazione interna. E qui occorre ammettere che la Meloni non è stata molto fortunata.

Il suo esecutivo ha coinciso con anni di guerra in Europa (in Ucraina) e in Medio Oriente (Gaza, Iran, Libano) e con le evidenti conseguenze sul piano economico interno e dell’economia di guerra che lo va caratterizzando.

Si sono materializzati scenari che hanno visto crescere la divaricazione di interessi tra Stati Uniti e Unione Europea, con l’Italia presa in mezzo tra il servilismo storico agli USA e la collocazione politica nella Ue. Una posizione che sta diventando insostenibile, e soprattutto concede sempre meno margini di manovra.

“Se la chiusura dello Stretto di Hormuz non si sbloccasse” ha detto in aula la Meloni, “l’Unione europea dovrebbe ragionare sulla possibilità di una sospensione temporanea del Patto di Stabilità”. E di fronte alle “difficoltà” nei rapporti tra Europa e Stati Uniti, Meloni ha ribadito che “Siamo testardamente occidentali”, ma senza rinunciare a “dire quando non si è d’accordo” con gli Usa.

La Meloni, così come aveva fatto Crosetto tre giorni fa, ha riaffermato anche una verità che pesa come un macigno sulla storia di questo Paese ma anche sulle argomentazioni delle opposizioni: “La collocazione internazionale dell’Italia non l’ha inventata questo governo, ma è la stessa da circa 80 anni a questa parte”, ha sottolineato la premier. “Lo dico per rispondere già prima che vada in scena l’ormai scontato ritornello sulla subalternità della sottoscritta al presidente americano Trump o quello ancora più scontato dal titolo ‘la Meloni scelga tra Trump e l’Europa.

Si conferma dunque come le aspettative sull’alternanza di governo in caso di crisi della Meloni, sarebbero ampiamente disattese sul piano di una diversa – e necessaria – collocazione internazionale e sulla subalternità dell’Italia. E il campo largo questo cambiamento non è in grado né intende farlo.

Senza uno “sganciamento” dai vincoli dei trattati internazionali sottoscritti e mantenuti da tutti i governi dalla guerra fredda in poi, il paese si troverà sempre in condizione di subalternità, servilismo e rischio di essere coinvolto nelle guerre che stanno caratterizzando questa fase storica.

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