Le vendite di petrolio degli Stati Uniti non sono mai state così alte e a prezzi così elevati da quando Trump e Israele hanno scatenato la guerra contro l’Iran. Secondo i dati della società di consulenza Kpler, citati dal Financial Times, gli Stati Uniti dovrebbero infatti esportare 5,2 milioni di barili al giorno ad aprile, con un aumento del 33% rispetto ai livelli prebellici (3,9 milioni di barili al giorno).
Venerdì 10 aprile, una flotta di 68 petroliere si dirigeva verso la costa americana, con le stive vuote, pronte a ricevere un grande carico di petrolio greggio. La settimana prima del conflitto, iniziato il 28 febbraio, le petroliere erano solo 27...
Ma questo non è il solo cinico affarone di cui può vantarsi il guerrafondaio della Casa Bianca. Fin dall’inizio della nuova guerra d’aggressione americana Donald ha moltiplicato le sue dichiarazioni. Talora assolutamente marziali, fino a giungere alla minaccia di sterminare un’intera civilizzazione, talora improvvisamente diplomatiche e concilianti, «siamo giunti a un accordo».
A prima vista lo scorrere continuo delle esternazioni di Donald Trump sembra obbedire ad una sola costante: l’incongruenza. Un’assoluta mancanza di logica apparente nel comportamento come nelle parole.
In principio il miliardario evangelico della casa Bianca aveva assicurato quanto «chiari» e «costanti» sarebbero stati gli obbiettivi per i quali aveva mobilitato «il più potente esercito del mondo».
Le cose stanno andando ben diversamente. Siamo passati dalla giustificazione della guerra a causa del pericolo nucleare imminente, all’appoggio di una ipotetica rivoluzione interna, anche lei sempre imminente; siamo passati dalla promessa di una guerra lampo e mirata condotta solo dal cielo, alla minaccia di riportare l’Iran all’età della pietra, e di scatenare i Marines per terminare «the job» e impossessarsi del petrolio.
Da un punto di vista strategico e militare, rispetto alle dichiarazioni esibite, la cacofonia di Trump rinvia solo un eco indecifrabile, il ronzio di un’ impotente confusione. Se però si considera la questione da un punto di vista strettamente finanziario, ecco che un’altra intelligibilità affiora.
Dall’inizio della guerra ad oggi ogni dichiarazione, di cui non è certo avaro il presidente americano, ha suscitato un effetto sismico sui mercati mondiali. Basta un messaggio trumpiano sui social, solo qualche riga e se il contenuto è bellicoso, se annuncia «l’inferno», ecco che immediatamente il prezzo del barile sale alle stelle mentre le borse tracollano.
Se invece il tweet presidenziale è meno marziale ed annuncia come gli obbiettivi siano ormai stati raggiunti e che si ci avvia ad una rapida conclusione delle operazioni; ecco che immediatamente il prezzo del barile scende e le borse riprendono vigore.
Ogni sintetico messaggio lanciato sui social ha dunque il potere di determinare il corso dei mercati internazionali. Ogni parola scandita da Trump, ogni detto e contraddetto, ha il valore di un vero e proprio strumento di gestione che esercita la sua imprevedibile, quanto imprescindibile influenza.
C’è di che destabilizzare la finanza mondiale che fa della prevedibilità il principale valore da offrire agli investitori.
«Da un punto di vista analitico, queste dichiarazioni di Trump possono essere considerate veri e propri eventi di mercato: data, ora, tipologia di messaggio (escalation/de-escalation), tono nei confronti degli alleati e impatto su una serie di asset (petrolio, tassi di interesse, indici statunitensi, europei e asiatici)».
Questo il commento dell’ex commissario europeo, nonché ex ministro dell’economia francese, Thierry Breton. Attualmente membro del consiglio esecutivo della Bank of America, dispone d’un posto d’intervento e d’osservazione più che privilegiato.
«Anche con un numero limitato di casi, la correlazione tra l’intensità verbale di Trump e l’entità dei movimenti di mercato è sufficientemente chiara da non permettere di liquidare questi discorsi come semplice rumore politico. Sono diventati un fattore di rischio macrofinanziario, al pari di una decisione di una banca centrale o della pubblicazione di dati sull’inflazione».
Di fronte a tale conclusione anche i liberisti ultra-ortodossi si sentono dunque più che disorientati. Panico a bordo, i mercati navigano ormai dentro un ciclone variabile quanto costante, provocato senza sosta dai detti e contraddetti di Donald Trump.
Detti e contraddetti che esercitano un’ascendente tale da avvolgere i mercati nelle nebbie speculative del dubbio e dell’incertezza. Dubbi e incertezze che non hanno però alcun mistero proprio per colui che è il solo attore della propagazione del dilemma. Il solo detentore della garanzia della prossima mossa. La sua.
Il solo che a colpo sicuro sa anticipare, con precisione assoluta, la scelta della rotta giusta, mentre gli altri navigano ciechi rincorrendo una bussola ormai assolutamente inaffidabile. Impazzita. La cosa non è visibilmente gradita a tutti nel mondo della finanza internazionale. Poiché se è il solo dubbio a governare ormai i mercati, producendo fortissime tensioni, non sono più pochi gli attori economici che iniziano a sollevare la pertinente questione sulle intenzioni che animano il grande artefice di questa destabilizzazione finanziaria mondiale.
I sospetti, come i moventi, si precisano. «Trump sta creando le condizioni di volatilità di cui il suo clan è strutturalmente in grado di approfittare – insiste ancora Breton – sia attraverso la capacità di piazzare scommesse perfettamente informate alla vigilia di enormi movimenti di mercato, sia attraverso i legami commerciali stretti con i fondi sovrani del Golfo, sia attraverso la valutazione di asset sensibili ai cicli di rischio geopolitico».
Se ad affermarlo è proprio un membro esecutivo della Bank of America, bisogna ben arrendersi a una chiara constatazione. Il regime ‘Cleptocratico’ del clan che si è installato alla Casa Bianca si afferma sempre più con tale prepotenza e svergognata indecenza da fare rabbrividire persino i lupi di Wall street.
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