Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/12/2025

L’odio del governo per i lavoratori

Il livello delle porcate introdotte o respinte all’ultimo secondo nella “manovra” chiarisce splendidamente come questo governo veda la stratificazione sociale e quali interessi difenda.

Al di là della pura propaganda – come “abbiamo alzato i salari”, in realtà una ridicola mancetta ritagliata abbassando di 2 punti l’Irpef e quindi le entrate dello Stato – per i lavoratori di qualsiasi tipo c’è un odio decisamente viscerale.

Ha colpito molti l’accanimento con cui sono stati cancellati diritti storici per i “lavori usuranti” e i “precoci”, ossia due fasce numericamente ristrette per le quali quel poco di anticipo sull’età pensionabile era contemporaneamente dovuto e ben poco “costoso” per le casse dell’Inps. Ma per “fare cassa” non si va più per il sottile, si gratta qualcosa da qualsiasi parte.

Poi si scopre che si finanziano le scuole private mentre si impoverisce quella pubblica, regalando 1500 euro a chi iscrive un figlio negli istituti per “benestanti che non si vogliono confondere con il volgo”. Alla faccia del dettato costituzionale che recita ancora “senza oneri per lo Stato”...

Ma è la norma – saltata – sui “lavoratori sottopagati” a dare il “tocco di classe”. Sappiamo tutti, per esperienza anche diretta, che ci sono una caterva di lavoratori che vengono retribuiti ben al di sotto dei livelli stabiliti da contratti collettivi già decisamente infami (firmati da CgilCislUil o addirittura da mini-organizzazioni inesistenti).

Una piaga che neanche una legge ancora esistente era riuscita a limitare. Di fatto un lavoratore può ricorrere al giudice e, se ottiene una sentenza favorevole (non sempre accade, perché anche la magistratura ha le sue magagne), il datore di lavoro deve pagare la differenza nella retribuzione per tutto il periodo in cui il salario è stato “tagliato” unilateralmente.

Con un emendamento apposito, qualcuno nel governo aveva pensato bene di aiutare non i lavoratori ma gli imprenditori-schiavisti abolendo l’obbligo a restituire il maltolto.

“Con il provvedimento con cui il giudice accerta, in ogni stato e grado del giudizio, la non conformità all’articolo 36 della Costituzione dello standard retributivo stabilito dal contratto collettivo di lavoro per il settore e la zona di svolgimento della prestazione, tenuto conto dei livelli di produttività del lavoro e degli indici del costo della vita, come accertati dall’Istat, il datore di lavoro non può essere condannato al pagamento di differenze retributive o contributive per il periodo precedente la data del deposito del ricorso introduttivo del giudizio se ha applicato lo standard retributivo previsto dal contratto collettivo stipulato o dai contratti dello stesso settore economico che garantiscono tutele equivalenti per il settore e la zona di svolgimento della prestazione”, si leggeva nel testo della manovra 2026.

Ma non è stata una iniziativa furbetta presa così per caso... La stessa norma era stata infilata nel “decreto Ilva” da Fratelli d’Italia tramite l’ex sindaco di Catania, Salvo Pogliese, evidentemente terminale di gruppi di imprenditori piuttosto disinvolti, se non semplicemente criminali. Anche in quel caso, fortunatamente, la cosa non era passata ma solo perché del tutto “estranea” alla materia del decreto.

Ci hanno riprovato e dunque ci proveranno ancora, visto che gli interessi a supporto non scompaiono soltanto perché respinti due o tre volte...

Il ministro dell’economia Giorgetti definisce ormai “prudenza” l’obbedienza assoluta ai diktat europei sull'“austerità”, smentendo con i fatti le chiacchiere che il suo partito – la Lega – ancora blatera affidandosi a Salvini e Borghi.

Ma non esiste alcuna “prudenza” in un governo che contemporaneamente decide di spendere per il riarmo e il finanziamento della guerra in Ucraina. C’è solo la ferrea determinazione di far pagare per intero il costo di scelte suicide alle fasce di reddito più basse, che lavorino o meno...

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04/10/2024

Déjà vu: Giorgetti annuncia tasse sugli extraprofitti e la borsa crolla

All’evento Future of Finance Italy, organizzato da Bloomberg, il ministro dell’Economia Giorgetti ha ovviamente parlato del nodo centrale di questi mesi: la legge di bilancio. E nelle sue dichiarazioni ha reso chiaro che quest’anno la manovra “richiederà sacrifici da tutti”.

Lasciamo da parte il fatto che un’affermazione del genere fa sorgere il dubbio sul fatto che le precedenti siano state fatte solo a spese di una parte del paese (quella popolare). Il riferimento del politico della Lega era all’ipotesi tanto discussa di un’ulteriore tassazione dei profitti.

“Siamo impegnati in un percorso particolarmente esigente di rientro” del deficit a cui tutti devono partecipare, ha specificato il ministro. Sembra incredibile, ma Giorgetti ha persino ritirato fuori il principio costituzionale per cui si è tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva.

Giorgetti ci ha tenuto a ribadire che non esistono gli extraprofitti, ma esistono dei surplus fatti nel particolare contesto economico degli ultimi mesi. Al di là della difesa ideologica della legittimità di ogni speculazione di mercato, il succo rimane, e palesa le storture di fondo di questo modello di sviluppo.

Il ministro ha spiegato che le tensioni internazionali e il conflitto in Medio Oriente sta facendo le fortune di “chi produce armi, beneficiando di una situazione di mercato favorevole”. L’industria della difesa dovrebbe dunque essere uno dei primi target dell’ulteriore contribuzione richiesta dal governo.

Bisognerà vedere se una scelta del genere andrà bene a Crosetto, che al dicastero della Difesa, più che il politico, fa il lobbysta della filiera degli armamenti italiani. Ma per Giorgetti “andremo a tassare i giusti profitti, gli utili determinati in modo corretto e sono convinto che alla fine troveremo una soluzione equilibrata”.

Non sembra altrettanto d’accordo la borsa di Milano. Appena diffuse, le parole del ministro hanno provocato il ribasso del Ftse Mib dell’1,5%: una dinamica che sembra molto simile a quella che l’anno scorso seguì la medesima intenzione di aumentare il prelievo sugli extraprofitti bancari.

Col fiato della Commissione Europea sul collo, Giorgetti spera che questa volta gli imprenditori si mettano una mano sul cuore (e sul portafoglio) e contribuiscano alla tenuta delle casse del paese. Ma lo sappiamo bene, e lo sanno anche a Palazzo Chigi: il mercato governa, e lo fa senza cedere neanche un centesimo.

Staremo a vedere fin dove arriverà il confronto per la ricerca di questa “soluzione equilibrata”, ma la borsa ha già fatto capire che i margini non sono tanti. Invece, il governo prosegue senza tanto scalpore nella svendita delle partecipazioni pubbliche, con una nuova ondata di privatizzazioni.

Giorgetti ha infatti annunciato: “abbiamo già in cantiere alcune operazioni, sarà un autunno-inverno denso, ci sarà la tranche di Poste, poi ci sarà un’altra tranche di MPS”. Le cessioni delle partecipazioni nella banca senese portate a termine negli scorsi mesi avevano già fruttato oltre 1,5 miliardi di euro.

Si complimenta Bruxelles, che chiede da tempo allo Stato di uscire dall’istituto. E allo stesso tempo, il paese rinuncia a un altro pezzetto di quegli strumenti con i quali si potrebbe davvero intavolare una politica economica seria e pianificata.

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16/05/2024

Governo Meloni in crisi sul “bonus”, regge solo grazie a Renzi

È sempre sul debito pubblico e l’austerità europea – inscritta nel Patto di stabilità, da oltre 20 anni – che i governi “politici” si sfasciano, a prescindere dalla composizione o dal “colore”. Era accaduto a Berlusconi, è successo con tutti i successori (meno ovviamente i governi “tecnici”, che da quel Trattato venivano imposti per mantenere la rotta stabilita a Bruxelles).

E sul debito il sempre meno leghista Giorgetti ha tirato fuori l’arma “fine di mondo” che prelude sempre a una crisi verticale: “o sul bonus edilizia si fa come dico io, o vi trovate un altro ministro”.

Nell’attuale architettura dei poteri nazionali, visto che la politica estera e militare è stata ormai sussunta dalla Nato, quello dell’economia è l’unico ministero che conti. Non come capacità decisionale autonoma, ma come cartina tornasole dell’obbedienza di un paese al Patto di Stabilità e quindi alla Commissione Europea.

Cambiare ministro ha senso solo se si cambia politica di bilancio. Ma in quel caso parte immediatamente il segnale ai “mercati”, lo spread si impenna, il costo del debito pubblico anche, e alla fine il nuovo esecutivo si deve arrendere. Chiedete a Tsipras per conferma...

Il punto di frizione sembrava in fondo minimo: spalmare su 10 anni anziché su soli quattro i crediti fiscali vantati dalle imprese che avevano effettuato i lavori “scontati al 110%”, oppure che li stanno completando. La mossa però aveva parecchie controindicazioni. Dal unto di vista legislativo, implica una retroatttività che va a toccare “diritti acquisiti” (delle imprese, per l’incasso, e dei proprietari di immobili per lo sconto).

Va anche a toccare gli interessi delle banche, che vedrebbero rientrare molto più lentamente la liquidità anticipata per i lavori.

Il tutto a parziale beneficio dei conti pubblici, meno zavorrati nei prossimi quattro anni (ma più appesantiti per quelli successivi).

Forza Italia ha provato ad alzare le barricate, ma il resto del governo ha trovato ancora una volta in Matteo Renzi il “soccorso nero” per far passare la riscrittura della norma in Commissione Bilancio. Prima il governo ha spostato un fedelissimo della Meloni in questa Commissione, per aumentare il peso della maggioranza favorevole. Poi, non riuscendo comunque ad avere la certezza matematica del successo, ha chiesto e facilmente ottenuto l’aiutino del frillo di Rignano.

Partita chiusa, per ora. La spalmatura su dieci anni passa in Commissione e quindi ancora più facilmente in Aula.

Ma la ferita resta e dopo le europee si vedrà come le contraddizioni interne alla maggioranza di governo continueranno ad aggravarsi.

Del resto, tra le promesse elettorali, le chiacchiere in libertà (tipo “i salari sono diminuiti per colpa dell’euro”, invece che per le politiche di governi criminali con il lavoro), e il tentativo di scaricare sempre le responsabilità sui governi precedenti, è sempre più difficile presentare all’elettorato – anche il più credulone – un bilancio positivo.

E l’opposizione sociale va muovendo anche i sui primi passi con molta serietà. Ci vediamo in piazza il 1 giugno, contro il governo Meloni, “reazionario, padronale e guerrafondaio”.

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14/04/2024

Due anni per le case green: che farà il governo Meloni?

Il 12 aprile è stata adottata in via definitiva la direttiva sulle case green, con l’obiettivo di una riconversione del parco immobiliare europeo per arrivare a zero emissioni entro il 2050. Dopo una trattativa protrattasi per mesi, il testo è stato infine approvato dall’Ecofin, che riunisce i ministri di Economia e Finanze della UE, ed entrerà ufficialmente in vigore 20 giorni dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale comunitaria.

Dalla pubblicazione all’implementazione possono passare due anni, e dunque, teoricamente, dovrebbe essere il governo Meloni ad occuparsene. Ossia l’unico esecutivo che, insieme a quello dell’Ungheria, ha votato contro la direttiva (Svezia, Repubblica Ceca, Croazia, Polonia e Slovacchia si sono astenute).

Il testo della direttiva è cambiato in un gioco al continuo ribasso rispetto alle ambizioni iniziali, e nella forma attuale prevede che ogni Stato definisca un proprio piano nazionale di ristrutturazione, purché si raggiungano determinati obiettivi. Una flessibilità che comunque, in un paese dove oltre la metà degli edifici risale a prima del 1970, significherà un’ingente spesa.

Il ministro dell’Economia Giorgetti ha infatti ribadito che il problema rimane “chi paga?“. Il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, ci ha tenuto a ribadire la spada di Damocle che pende sul governo, ricordando che “nessun obbligo di intervento sugli immobili è ad oggi previsto. Solo il governo potrebbe imporlo, recependo la direttiva“.

Le finte opposizioni italiane ne hanno subito approfittato per criticare Palazzo Chigi sul tema ambientale. Tiziana Beghin, del Movimento 5 Stelle, ha criticato Giorgetti perché anziché “chiedere risorse aggiuntive […] preferisce una sterile quanto inutile opposizione di bandiera“.

La realtà è che, in quanto a sterilità, sono queste dichiarazioni propagandistiche a vincere. Come è successo altre volte, Giorgetti esprime il realismo dei vincoli euroatlantici imposti alla politica economica: col nuovo Patto di Stabilità e un Def che già presagisce miliardi e miliardi di austerità, chi può credere che si potrebbe ottenere un euro per una direttiva già mutilata?

Il “chi paga?” rimane, e sarà il nodo fondamentale della faccenda quando il governo Meloni dovrà mettere mano alla questione. La risposta la sa tutta la classe dirigente: pagheranno i lavoratori, e la destra dovrà spiegare che non è l’immigrato che sta togliendo soldi dalle loro tasche o lo «status symbol» della casa di proprietà, ma Bruxelles.

Sempre che il governo regga in un quadro in cui l’adesione totale alle tagliole della UE sta svuotando sempre più di significato le sparate sulla “sovranità nazionale” fatte per fini elettorali. Un esecutivo che prepara un altro enorme condono col nome di «pace edilizia», mentre gli viene richiesto l’ammodernamento degli edifici, è già evidentemente con l’acqua alla gola.

Il governo Meloni è però solo un sintomo di un problema sistemico. L’annacquato dettato della disposizione ci ricorda come la contraddizione fondamentale di tutta questa storia sia l’impossibilità di conciliare profitto e tutela dell’ambiente.

Ma non è solo una questione di fatturati e fondi. Per ridurre (neanche più combattere) la crisi climatica, serve un diverso indirizzo politico generale, che riorganizzi l’intero modello in rottura con quei vincoli già ricordati che incatenano il nostro paese a un modello di competizione e accaparramento, ormai votato alla guerra.

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05/09/2023

E alla fine il governo si appende alle “privatizzazioni”

Ricorrente come l’influenza stagionale, ecco ripresentarsi la “necessità di privatizzare” anche quel poco che resta delle imprese ancora controllate dallo Stato.

Ad avanzare questa “necessità” è stato – come sempre accade – colui che temporaneamente occupa la poltrona di ministro dell’economia, qualsiasi sia il partito di appartenenza e qualsiasi sia il “profilo politico” del governo in carica.

Giancarlo Giorgetti, in questo caso, preso dall’atmosfera di Cernobbio, ha di nuovo pronunciato la parola magica: “privatizzazioni”. Naturalmente perché bisogna “arginare la crescita del debito pubblico” e, contemporaneamente, trovare qualche spicciolo per le misure-simbolo del governo Meloni (diverse a seconda dei partiti della maggioranza).

Diciamo subito due cose sul piano generale. La prima è che il debito pubblico – non solo italiano, ma di qualsiasi stato europeo – cresce sempre, qualunque sia la linea politica e la “competenza” del governo in tema di austerità contabile.

È cresciuto anche durante il governo di Mario Draghi, che pure – da quasi presidente della Bce e successivamente – aveva dato lezioni su come tagliarlo, rimbrottando tutti i governi del continente. Segno che c’è un malfunzionamento strutturale nel “sistema europeo”, che produce debito anche quando quando tagli le spese. Ma parlare di questo è tabù, per chi governa in Europa.

La seconda è che “vendere i gioielli” è una mossa disperata, lo faccia un “padre di famiglia” oppure un governo, perché poi non ti resta più niente per far fronte al fallimento. Tanto più se quei “gioielli” sono imprese industriali, ovvero aziende che generano profitti – o che dovrebbero farlo, se ben gestite – e che quindi portano risorse ogni anno, a disposizione dello Stato.

Dopo la “grande stagione delle privatizzazioni” condotte dai governi Prodi e Berlusconi è però rimasto ben poco. E quelle aziende cedute “al mercato” sono scomparse o finite in mano ai Gekko che ne hanno fatto spezzatino e poltiglia (do you remember Colaninno e i “capitani coraggiosi”? E i Benetton?).

Trenta anni fa c’era ancora l’IRI, driver della politica industriale italiana fin dai tempi del fascismo, ma è stata svuotata e poi chiusa. Ne facevano parte oltre 1.000 aziende e mezzo milione di dipendenti. Al momento della chiusura era il settimo conglomerato industriale al mondo, con un fatturato di 67 miliardi dollari.

In quell’orbita rientravano giganti come Telecom, Italsider, Finmeccanica, Alfa Romeo, Alitalia, Autostrade, ma anche banche (Commerciale, Credito Italiano, Banco di Roma), Italstat (costruzioni), Tirrenia, aziende alimentari come Motta e Alemagna.

In pratica, interi comparti industriali che rappresentavano produzioni o servizi normalmente considerati “strategici” (telecomunicazioni, trasporto aereo, banche, infrastrutture) sono stati alienati e di fatto distrutti, o – dopo vari passaggi di mano – finiti sotto il controllo di multinazionali straniere.

Ora ci sono ancora aziende importanti controllate dallo Stato: Eni, Leonardo – ex Finmeccanica – Ferrovie, Montepaschi, Rai, Poste, Enav (controllo del traffico aereo), Enel, il 50% di Stm, il Poligrafico, Cinecittà (gli studios...), ecc.

Sono “controllate”, in genere tramite una quota azionaria di controllo, ma “privatizzate” intanto nella logica gestionale, totalmente orientata al profitto (come dimostrano gli incidenti nelle ferrovie...).

Nel nuovo giro di giostra, perciò, al momento sembra certa solo la cessione di MontePaschi, come peraltro da impegni presi con l’Unione Europea (non vi sembra straordinaria questa passione “europea” per le banche solo private?).

Tutte le altre aziende sono in parte già “collocate sul mercato”, oppure scarsamente appetibili per i privati. Più per una lunga serie di vincoli legislativi dovuti alla loro “funzione sociale” (è il caso delle Poste) che non per la redditività.

L’operazione, insomma, partirebbe molto depotenziata rispetto al lontano passato.

Quella, lanciata da Mario Draghi a bordo del Britannia (lo yacht della famiglia reale inglese, “prestato” per l’occasione), ebbe effetti disastrosi, portando peraltro un sollievo solo scarso e temporaneo alle casse dello stato. Del resto, se “il mercato” sa che sei “costretto a vendere”, il prezzo cala in modo drastico.

E se è andata male la “lenzuolata” di Draghi-Bersani, quando i governanti sembravano autorevoli e l’affare gigantesco, possiamo immaginare facilmente quanto possa essere efficace questa, in cui “il venditore” non gode di altrettanta considerazione...

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23/08/2023

Incombe l’austerity. Giorgetti mette le mani avanti... e in alto

“Sarà una legge di bilancio complicata. Tutte le leggi di bilancio sono complicate, lo è stata anche quella dell’anno scorso. Siamo chiamati a decidere delle priorità. Non si potrà fare tutto”.

Intervendo al Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha ammesso che il percorso della prossima legge di bilancio richiederà delle scelte di ritorno all’austerity viste le limitate risorse a disposizione.

Ma a pesare come un macigno, non solo sulla legge di bilancio ma proprio sul futuro del paese, è l’ammissione che “Non c’è nessuna riforma previdenziale che tiene nel medio-lungo periodo con i numeri della natalità che abbiamo oggi in questo paese”.

Insomma siamo alla resa dei conti sulle scelte economiche adottate sistematicamente in questi ultimi trenta anni – dal Trattato di Maastricht a oggi – che hanno bastonato sui salari e il lavoro decente ai giovani e sui tagli ai servizi sociali.

In pratica per tre decenni hanno tenuto nella precarietà reddituale e lavorativa le nuove generazioni disincentivando, tra l’altro, la nascita dei bambini, ed oggi i risultati presentano il conto.

Senza salari (e quindi contributi) adeguati, senza stabilità economica e servizi sociali disponibili e accessibili, non c’è demografia che tenga e quindi neanche “riforme delle pensioni” realistiche. Il sistema si è inceppato da solo e ormai da tempo.

Le aspettative degli analisti sulla prossima Legge di bilancio sono per una manovra da 25-30 miliardi di euro, ma è ancora presto per le quantificazioni. La nota di aggiornamento al Def, attesa per fine settembre, fornirà indicazioni più precise e quantificazione delle risorse a disposizione.

Ma il Mef esclude il ricorso a nuovo deficit, dopo la crescita della spesa pubblica negli anni della pandemia di Covid, anche perché da Bruxelles incombe la riforma del Patto di Stabilità su cui Giorgetti ha auspicato a mezza bocca una sorta di rinvio: “Noi siamo responsabili sui conti ma la Ue non sia autolesionista”.

Ma di fronte alle possibili reazioni della eurocrazia di Bruxelles al passaggio di Giorgetti, fonti del Mef si sono affrettate a puntualizzare che: “Il ministro non chiede la proroga della sospensione della clausola del patto di stabilità in vigore fino al 31 dicembre 2023 ma ha espresso l’auspicio che entro la fine dell’anno sia approvata la riforma del patto di stabilità in modo da poter entrare in vigore al posto delle vecchie regole dal 1 gennaio ’24”.

Ma anche il nuovo Patto di Stabilità lascerà intatti gli astrusi parametri di quello precedente, per cui l’Italia dovrà scendere a un rapporto deficit/Pil del 3% ed ora è già fuori al 3,7. Per non farsi mancare niente, i governi italiani nel 2012 hanno introdotto la modifica in Costituzione dell’art.81 sull’obbligo del pareggio di bilancio e le attuali forze di governo votarono a favore.

Lo spostamento di enfasi sul debito pubblico nel nuovo Patto di Stabilità europeo, rischia dunque di produrre il risultato opposto a quello dichiarato, ossia rischia di ridurre il grado di decisionalità dei governi sulle politiche di bilancio dei paesi membri e di aumentare il grado di rigidità della procedura. Nei fatti per un paese ad alto debito come l’Italia sarà molto difficile scostarsi dalle indicazioni imposte dalla Commissione europea, e mettere in atto politiche di bilancio e riforme strutturali diverse da quelle implicite in tali indicazioni. In sintesi, il nuovo Patto aumenta la rigidità del sistema. L’opposto di quanto veniva dichiarato durante l’emergenza pandemica.

Non solo. Nelle settimane scorse più volte esponenti della Lega, ma anche delle altre forze di governo, avevano già lasciato trapelare critiche anche verso la Bce per la politica di rialzo dei tassi di interesse che stanno strozzando imprese e famiglie con i mutui. Ma, come si dice: “hai voluto l’Unione Europea bellezza? Eccotela”!!

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21/04/2023

Per fare figli bisogna guadagnare bene. Ma governo e imprese non possono ammetterlo

Un lettore distratto di giornali (sempre meno, e ci sarà un perché...) o un telespettatore senza memoria potrebbero in questi giorni aver capito che il governo Meloni si sta finalmente interessando al problema del drammatico ‘calo demografico’.

A prescindere da come la si pensa in tema di natalità, la riproduzione della popolazione in quantità sufficiente a mantenere gli equilibri economici e sociali dovrebbe occupare un posto di prima fila tra le preoccupazioni di un governo. Sia a Cuba che in Italia, insomma.

Nel nostro piccolo ci siamo occupati con una certa frequenza del calo demografico disastroso che caratterizza questo paese individuando una lunga serie di cause che “fanno sistema”, in senso ovviamente negativo, e che richiederebbero risposte all’altezza.

Confrontandoci con altri punti di vista, abbiamo perciò sviluppato non solo una qualche “sensibilità” al tema, ma anche individuato una serie di possibili correttivi molto concreti, ossia adottabili ancor prima di “arrivare al socialismo”.

Possiamo dire perciò con assoluta certezza che le “proposte” avanzate alla bell’e meglio dai ministri, oltretutto, considerati “meno incompetenti” sono delle boiate pazzesche, tali da far impallidire la fantasia di Fracchia.

Sia Giorgia Meloni che Giancarlo Giorgetti, in questi giorni, hanno occupato le prime pagine con parole in libertà che rivelano ignoranza assoluta ma soprattutto una mentalità pericolosa per la sopravvivenza di questo paese.

Vediamole separatamente, perché sono concretamente diverse tra loro (e questo già garantisce che il governo nel suo complesso non sa assolutamente che pesci prendere) ma figlie della stessa mentalità. Reazionaria, certo, ma soprattutto all’origine di due “soluzioni” che non potranno mai funzionare e dunque aggraveranno il problema (semmai si farà qualche passo in quelle direzioni).

Il “lodo Giorgetti”

Rivelata da Il Foglio, e indirettamente confermata dal leghista Massimo Bitonci, sottosegretario al ministero delle Imprese e compagno di partito di Giorgetti, viene descritta sinteticamente così: “un bonus famiglie modello ‘110%’ pensato per i genitori con figli. In sintesi: niente tasse per chi fa figli”.

Più precisamente Bitonci, vista l’impossibilità di eliminare totalmente la tassazione, fissa la detrazione fiscale ad almeno 10mila euro l’anno per ogni figlio a carico.

Seguono ipotesi di dettagli tecnici che diventano sempre più arzigogolati e fantasiosi ad ogni domanda, ma che mirano a nascondere il punto chiave: far pagare allo Stato – mediante la riduzione delle tasse – quella quota di reddito ritenuta necessaria per “incentivare” la voglia di far figli.

Si possono immediatamente far notare due cose: la “detrazione di 10.000 euro” (o qualsiasi altra cifra) non sarebbe la cifra in più a disposizione delle famiglie, ma solo la quota di reddito su cui non si pagherebbero le tasse (nel caso di reddito a 25.000 euro si pagherebbero solo su 15.000, con un risparmio forse di circa 2.000 euro l’anno).

Difficile pensare che uno sconticino del genere possa essere sufficiente a programmare un figlio, sicuramente più “costoso”, come sa ogni madre e ogni padre.

Ma a chi sarebbe rivolta questa misura? Evidentemente a chi un reddito di una qualche consistenza ce l’ha, sia perché lavora, sia perché può mettere a valore qualche proprietà. Insomma, la classe media e quella benestante.

Resterebbero fuori tutti gli altri: occupati a basso reddito, disoccupati (neet), precari, in nero, incapienti, ecc. La stragrande maggioranza assoluta tra quanti sono in età “fertile”.

Considerando la misura dal punto di vista puramente numerico, comunque, ed anche se l’idea avesse incredibilmente successo, il “lodo Giorgetti” porterebbe un incremento delle nascite estremamente basso, assolutamente insufficiente a coprire il gap con le generazioni precedenti.

Ricordiamo sempre che nel 2022 sono nati meno di 400.000 bambini, a metà anni ‘60 erano oltre un milione.

Insomma, l’unico lato positivo del “lodo Giorgetti” sta nel riconoscimento indiretto – negato invece in ogni talk show – che le condizioni economiche sono decisive nel consentire, oppure nello sconsigliare, di mettere al mondo un figlio.

Un po’ pochino, no?

La “pensata” di Meloni

Onestamente sgangherata, invece, l’ideuzza buttata lì dalla presidente del consiglio, nel mezzo di una dichiarazione volante finalizzata a giustificare le strette emergenzialiste contro i migranti.

“Io penso che la prima soluzione a cui bisogna lavorare è il lavoro femminile. Credo che prima di arrivare al tema immigrazione, per esempio, sulla possibilità di coinvolgere molte più donne nel mercato del lavoro. Poi c’è il tema di incentivare la natalità, queste sono le priorità su cui lavorare”.

“È oggettivo – ha aggiunto – che noi in Italia abbiamo un problema di tenuta del nostro sistema economico e sociale dato dal fatto che per troppi anni non abbiamo investito sulla natalità e sulla demografia”.

“Il modo sul quale lavora il governo non è risolverlo con i migranti ma risolverlo con quella grande riserva inutilizzata che è il lavoro femminile, perché alzando i livelli del lavoro femminile e portandoli alla media europea già i nostri dati cambierebbero molto, e lavorando sulla demografia e, quindi, sull’incentivazione della possibilità da parte delle famiglie di mettere al mondo dei figli”.

Come si vede, di concreto non c’è assolutamente nulla. Se anche tutte le donne attualmente disoccupate venissero immediatamente inserite al lavoro al posto di migranti (e come? con delle mobilitazioni militari di massa? con un ukaze presidenziale?) resterebbe irrisolto il problema – su cui pure Giorgia Meloni straparla a sproposito – di “allineare le competenze” alle esigenze delle imprese, che dichiarano di non trovare facilmente quel che a loro serve.

Le due questioni sono infatti chiaramente distinte.

La gran massa degli immigrati è occupata in mansioni che richiedono in prevalenza resistenza fisica ma non troppe “competenze” (nei campi, nella logistica, nella ristorazione, ecc.). E mettere al loro posto un “esercito” di donne non sarebbe probabilmente sufficiente; né incontrerebbe, pensiamo di poter dire, il “consenso degli imprenditori”. Non c’è infatti alcuna possibilità concreta che le “competenze” di una massa generica di donne siano proprio del tipo per cui le imprese hanno selezionato lavoratori immigrati.

Ma, quand’anche fosse possibile, non si capisce in base a quale ragionamento quelle donne-faticatrici dovrebbe sentirsi “incentivate” a fare figli che finora hanno evitato di fare. Avrebbero certamente un po’ di reddito in più (non molto, come riferisce ogni inchiesta sui lavoratori migranti), ma le condizioni del mercato del lavoro in quei settori garantiscono che ogni eventuale maternità si tradurrebbe all’istante in licenziamento...

In ogni caso, i processi demografici che pure dovessero per miracolo derivare da questa chiamata alle “braccia femminili per la patria” avrebbero tempi di sviluppo decisamente lunghi (una generazione, ossia venti anni, se non parecchi di più). E dunque sarebbero senza effetti concreti per gli anni a venire...

Dunque la “pensata” di Meloni non vale un fico secco. È propaganda spicciola, buona per tenere occupate redazioni servili, accompagnata dalle solite genuflessioni agli imprenditori – il governo sarebbe “al lavoro per creare un ecosistema favorevole alle imprese, con tasse giuste, giustizia e burocrazia al servizio dei cittadini. La prima di queste riforme è già sul tavolo: una delega con cui ci poniamo l’obiettivo di abbassare la pressione fiscale per le imprese” (non sanno pensare altro...) – che però potrebbero trovare un po’ troppo vacue le idee meloniane.

Il problema vero: occupazione, salario, servizi

In definitiva, messi alle strette dalla domanda che viene dal mondo imprenditoriale e dalla stabilità di lungo periodo della spesa pubblica, entrambi questi fantasiosi esponenti di un governo stolido perché reazionario arrivano ad ammettere – controvoglia – che le condizioni di vita hanno un peso negativo rilevante sulle possibilità di riproduzione. Vanificando così la loro stessa propaganda (“i giovani che non hanno voglia di prendersi responsabilità”) e quella delle imprese (“non troviamo dipendenti per colpa del reddito di cittadinanza [580 euro, al massimo]).

Ma non ne vogliono trarre le conclusioni necessarie.

Nel mondo contemporaneo i figli sono diventati un costo elevato, anziché una “ricchezza potenziale” (il proletariato si distingueva, appunto, per avere come unica ricchezza “i figli”). Anzi, un costo sempre più elevato quanto più lo Stato “si ritira”, chiudendo asili di infanzia, tagliando la sanità, riducendo le possibilità di difesa dei lavoratori dipendenti (quante donne dichiarano di aver rinunciato a fare figli per la certezza, altrimenti, di perdere il lavoro?).

Dunque le donne e le famiglie possono “programmare” una decisione del genere, e magari anche più di una volta, soltanto se:

– l’occupazione in generale viene incrementata anche ricorrendo all’iniziativa “pubblica” (è curioso che si possa addebitare allo Stato i costi della “detrazione fiscale”, o addirittura il “60% del salario di un giovane nuovo assunto”, ma non quelli per la creazione di nuovi posti di pubblica utilità, o addirittura direttamente produttivi di nuova ricchezza);

– i salari pagati dalle imprese sono adeguati a consentire il mantenimento di se stessi e dei figli (attualmente la situazione è che una famiglia con due salari “regolari” fa fatica ad arrivare a fine mese anche senza figli);

– i servizi sociali (asili, sanità pediatrica, tutela delle madri sul lavoro, ecc.) vengono potenziati, anziché distrutti come fatto dai governi degli ultimi 30 anni (Meloni e Giorgetti erano già stati ministri prima di questa tornata, giusto?).

Inutile dire che il governo Meloni, come quello Draghi e tutti gli altri, sta seguendo la via completamente opposta, E che, dunque, stia ormai quasi consapevolmente perseguendo l’obiettivo dell’estinzione. Altro che “sostituzione etnica”...

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02/04/2023

Italia in affanno sul PNRR

A quanto pare solo il 6% dei finanziamenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, è stato speso e solamente l’1% dei progetti è stato completato. È uno scenario decisamente severo quello emerso dallo studio condotto dall’Osservatorio PNRR di The European House – Ambrosetti, presentato alla 34esima edizione del Workshop “Lo Scenario dell’Economia e della Finanza” in corso a Cernobbio.

L’indagine dello Studio Ambrosetti è iniziata nell’aprile 2021 ed è proseguita con l’obiettivo di monitorare, a due anni dall’avvio, l’implementazione del Piano, l’andamento degli investimenti e valutare l’impatto del PNRR sulla riduzione delle disuguaglianze.

A Cernobbio, dove sono stati resi noti i dati non certo lusinghieri per il governo, era presente anche il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, il quale ha balbettato che “si sta valutando un provvedimento per migliorare l’organizzazione della struttura della Pubblica Amministrazione per il PNRR".

“L’attuazione del PNRR è la priorità del governo” – ha affermato Giorgetti – anche se “concordo sulla necessità di effettuare un’analisi che consenta di avere un quadro preciso sulla realizzabilità complessiva degli interventi previsti per migliorare, quanto possibile, gli aspetti più problematici e nel caso rivedere i piani iniziali“.

Secondo Giorgetti rispetto all’impostazione iniziale del PNRR c’è stato lo scoppio di una guerra nel cuore dell’Europa con le conseguenze che ne sono derivate. “E se proprio vogliamo trovare una causa della difficoltà di implementazione del PNRR – ha detto Giorgetti – dobbiamo trovarlo semplicemente nello stress a cui abbiamo sottoposto la struttura burocratica della pubblica amministrazione che probabilmente non era e non è all’altezza di sostenere questo tipo di choc di domanda“.

A dare un po’ di “guazza” al governo sul PNRR è intervenuto anche il Commissario dell’Ue all’Economia, Paolo Gentiloni, il quale si è detto ottimista ed ha riconosciuto al governo Meloni “buona volontà”. La Commissione, ha sottolineato Gentiloni, prenderà decisioni “mi auguro, senza difficoltà tenendo conto che la stragrande maggioranza degli obiettivi sono già raggiunti e poi ci vuole l’approvazione finale“.

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18/02/2023

La lotta di classe tra i padroni mette in crisi il governo Meloni

In assenza di una mobilitazione di massa di dimensioni adeguate, ci pensano i problemi economici concreti a minare l’egemonia (post?)fascista sul nostro paese.

Sembra quasi paradossale, ma il primo inciampo serio è arrivato su un terreno che appariva socialmente blindato: i costruttori edili. La decisione presa dal ministro leghista dell’economia, Giancarlo Giorgetti, ha seguito più la logica di Mario Draghi e dell’Unione Europea (ridurre il deficit previsto e quindi il debito pubblico futuro) che non quella caratteristica di tutto il centrodestra (favorire con soldi pubblici i settori sociali di riferimento).

La materia è parecchio intricata, visto che le norme che regolano il settore edilizio sono in gran parte antiche, derivanti da innumerevoli stratificazioni di provvedimenti susseguitisi nell’arco di 80 anni, ed in buona parte “nuovissime”, dopo la legge che istituiva il “superbonus” del 110% per le ristrutturazioni di case miranti a migliorarne l’efficienza energetica di almeno due “classi”.

Già Mario Draghi aveva minato questa parte della normativa, riducendo l’entità del superbonus per alcune tipologie di lavori, allo scopo di ridurre anche il carico per i conti pubblici. Generando così una marea di incertezze su quali meccanismi restavano praticabili, in un ginepraio di codicilli che inchiodavano nell’incertezza proprietari di immobili, imprese edili, banche, fiscalisti, commercialisti, geometri, Comuni.

Giorgetti, e quindi, il governo ha ora decretato lo stop totale alla cessione dei crediti e allo sconto in fattura (restano attive solo le detrazioni fiscali), anche se non sarà un blocco immediato, perché i lavori già avviati avranno ancora a disposizione la possibilità di liquidare i bonus. Il che ovviamente rischia di far fermare tutti i progetti ancora sulla carta, che però hanno messo in moto impegni, contratti, indebitamenti, fatturato prevedibile, assunzioni, ordinativi. Con altrettanto ovvie ricadute sull’occupazione e le previsioni sulla crescita del Pil. Un bel casino...

Immediate le ricadute sindacali e politiche. Con Forza Italia che minaccia di non votare il provvedimento in aula neanche con la minaccia della “fiducia” (significherebbe far cadere il governo, o comunque comprometterne pesantemente la credibilità politica a soli quattro mesi dalla nascita).

Leghisti e fascisti sono più cauti ma comunque “malpancisti”, visto che rappresentano socialmente gran parte delle categorie danneggiate dallo stop al superbonus. I “Grillini” – principali fautori del superbonus, quando erano al governo – sono ovviamente all’attacco per rivendicare la “positività” del provvedimento in termini di Pil e occupazione.

E infine i sindacati complici – CgilCislUil – che si sono improvvisamente ridestati dal coma profondo che li caratterizza da decenni, al punto da minacciare scioperi accuratamente evitati per ogni altro tipo di problemi del lavoro.

La materia è complessa, dicevamo, ma rappresenta un primo test sui problemi innumerevoli posti dalla “transizione ecologica” ed energetica. Pochi giorni fa l’Unione Europea ha approvato definitivamente una cosiddetta “direttiva green” che obbligherà a migliorare l’efficienza energetica degli immobili portandoli tutti alla classe energetica “E” entro il 2030 e a quella “D” entro il 2033.

Uno sforzo e costi enormi per paesi come il nostro, caratterizzati da un patrimonio immobiliare “storico” (la grande tradizione medioevale e rinascimentale dei centri storici), oppure semplicemente sciatto (l’autocostruzione di necessità) o speculativo (i “palazzinari” italiani non hanno nulla da invidiare a quelli turchi, alla prova-terremoto).

Per di più, la folle politica edilizia seguita negli ultimi 40 anni (annullare l’edilizia popolare, liberalizzare il mercato degli affitti, “costringere” chiunque lavorasse a comprare almeno la casa di abitazione) ha creato una situazione in cui quasi l’80% della popolazione risulta ormai proprietario almeno di un appartamento.

Lavoratori, insomma, ma “proprietari”. Un dato che ha favorito certamente anche l’identificazione di tanti di loro con la “classe media”, i suoi valori reazionari, le sue fisime “securitarie”, il suo individualismo di m...

Lavoratori, comunque, con i salari fermi a 30 anni fa, o addirittura diminuiti. Che dunque non hanno poche o nessuna possibilità di realizzare i lavori di ristrutturazione edilizia necessari a raggiungere gli obiettivi fissati in sede europea. E che, non mettendosi al passo, si ritroveranno con immobili pesantemente svalutati o addirittura invendibili per legge (ci sono ancora incertezze, sul punto).

Ergo: come si fa a ristrutturare tutto questo immenso patrimonio?

La pensata grillina del superbonus sembrava un accenno alla soluzione, addirittura in anticipo sulla tempistica europea (se ne parlava da anni, in quelle sedi), ma con il “piccolo difetto” di scaricare quasi per intero il costo dell’operazione sul debito pubblico.

Non entriamo ora nei complessi calcoli richiesti dagli “effetti di ritorno” su quegli stessi conti in termini di tasse derivanti dall’aumento del fatturato delle imprese e dai salari dei nuovi occupati, e che riducono anche in modo consistente gli importi per le casse dello Stato.

Ma è certo che a breve termine sforamenti anche pesanti ci sarebbero stati. Magari non i 110 miliardi sbandierati dal ministro leghista dell’economia, ma cifre grosse sì...

Non a caso la seconda mossa decisa da Giorgetti ha riguardato il divieto per le pubbliche amministrazioni ad acquistare crediti derivanti dai bonus edilizi. In pratica, proprio per colpa delle “mine” piazzate sotto il superbonus dal governo Draghi, i Comuni – dalla Regione Sardegna a Treviso – stavano cominciando ad acquistare i crediti che le banche non ritenevano più così sicuri, in modo da garantire che le imprese potessero eseguire i lavori già contrattualizzati ma non partiti.

Anche questo, naturalmente, avrebbe aumentato il deficit pubblico, anche perché molti Comuni – che hanno subito tagli drastici nei trasferimenti dallo Stato centrale – hanno bilanci già disastrati.

Un caos esponenziale, dunque, che i fascisti di governo hanno cercato di risolvere alla loro maniera: bloccare tutto.

Sarebbe da ridere se la rivolta sociale partisse grazie alla frantumazione del “blocco sociale reazionario” e piccolo borghese. Ma la Storia fa di questi scherzi...

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08/11/2022

Governo Meloni subalterno alla Ue, come gli altri

Il neo-ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, è arrivato a Bruxelles per partecipare alla sua prima riunione dell’Eurogruppo. Inutile dire che i “falchi” del rigorismo sono andati subito alla carica. Il primo è stato il ministro delle Finanze tedesco Christian Lindner, che ha puntato il dito contro l’Italia per la necessità di “aver conti solidi e finanze responsabili per affrontare l’inflazione e mantenere l’approccio europeo tracciato dalla Bce”.

“C’è stato un forte impegno su come verranno gestite le finanze pubbliche dell’Italia e il ministro Giorgetti ha anche evidenziato la necessità di mettere in campo politiche che possano sostenere lo sviluppo della crescita per l’Italia e l’Europa”, ha sottolineato il presidente dell’Eurogruppo, l’irlandese Donohoe.

Ma la “resistenza” dell’Italia di Giorgia Meloni ai diktat di Bruxelles è durata meno di un minuto. Giorgetti ha infatti fornito garanzie anche su uno dei dossier più spinosi per l’Italia: la ratifica della riforma del MES che la destra ha osteggiato negli scorsi anni e che oggi sembra invece trovare semaforo verde.

È bene ricordare che ad oggi l’Italia e la Germania non hanno sottoscritto il MES. La Germania perché è in attesa di un pronunciamento sulla sua legittimità da parte della Corte Costituzionale. “Mi attengo alla posizione del precedente governo di cui facevo parte, in attesa della decisione della Corte tedesca”, ha spiegato Giorgetti ai giornalisti che gli chiedevano che posizione avrebbe assunto in merito. Il precedente Governo aveva dato l’impegno politico a ratificare in Parlamento la riforma. “Appunto, esattamente la stessa cosa”, ha confermato.

Sulla riforma del Patto di stabilità (la Commissione presenterà una comunicazione con la propria proposta mercoledì) Giorgetti ha evidenziato “la necessità che una nuova governance europea tenga conto delle caratteristiche economiche e finanziarie specifiche dei diversi Paesi dell’Unione, e riconosca il valore centrale della crescita nel garantire la sostenibilità”. Con alcuni criteri: semplicità, fattibilità e flessibilità. Questioni che Giorgetti ha affrontato anche a cena con l’omologo francese, Bruno Le Maire.

La Commissione europea presenterà domani le prime proposte di riforma del Patto di Stabilità. Il commissario al mercato unico Thierry Breton ha sottolineato l’urgenza di facilitare gli investimenti in beni pubblici europei, pur continuando a ridurre il debito. “Le proposte preparate dal commissario agli Affari economici Paolo Gentiloni cercano un giusto equilibrio tra due necessità: la virtù di bilancio e nuovi investimenti in beni pubblici europei – ha spiegato al “Sole 24 Ore” il commissario Breton –. Il debito pubblico non può più essere l’unica bussola del comune progetto europeo. È importante assicurare che la riduzione del debito non vada a scapito dei necessari investimenti”.

Le proposte in circolazione a Bruxelles evocano la semplificazione delle regole di bilancio. Ciascun Paese negozierà con la Commissione europea specifici piani, tutti volti alla sostenibilità del debito pubblico, e della durata di quattro anni, estendibile fino a un massimo di sette. Il paese membro potrà ottenere flessibilità nel percorso di aggiustamento, se nel contempo effettuerà investimenti e riforme.

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09/09/2021

La fine di Alitalia, sotto i colpi dell’Unione Europea

Mettete insieme il marchionnismo e l’Unione Europea e avrete la fine di una compagnia di bandiera.

Come sapete, il tentativo in corso è quello di trasformare Alitalia in una piccola compagnia low cost (Ita) che nasce già morta sul piano commerciale. Pochi aerei (una cinquantina), poche rotte e quasi nessuna tra quelle più redditizie. Destino segnato, anche pagando i dipendenti una miseria.

Per riuscirci, il “governo dei migliori” non ha trovato di meglio che nominare come presidente della newco Alfredo Altavilla, ex braccio destro di Sergio Marchionne in Fiat, con esperienze successive nelle telecomunicazioni e nella farmaceutica.

Il neocon imprenditoriale ha dato subito segno di voler praticare quanto appreso da cotanto maestro, facendo persino un passo avanti. Non solo niente contratto nazionale ma uno ad hoc (come nel “modello Pomigliano”), ma anche nessuna assunzione garantita al personale della compagnia in liquidazione (fin qui la prassi, prevista dalla legge, prevedeva che i “nuovi assunti” fossero scelti tra i vecchi dipendenti, con criteri stabiliti con accordi tra le parti).

E quindi via all’assunzione di 2.800 persone attraverso l’applicazione di un “regolamento aziendale” autodeterminato dal presidente stesso, in barba a ogni regola, contratto o legge. In pratica, una scelta aziendale tra i quasi 30.000 curriculum arrivati da tutta Italia, anche di persone che ovviamente non hanno alcuna esperienza lavorativa nel settore aereo, oltre che di dipendenti di altre low cost che sognano uno stipendio migliore (Ita nasce in fondo per un intervento dello Stato, non per iniziativa privata).

Su questo la “trattativa” tra azienda – pubblica, al momento, ricordiamo – e sindacati non è mai decollata. Ieri è arrivata anche la rottura formale, e i lavoratori in assemblea sono andati a bloccare l’autostrada che collega Roma e l’aeroporto di Fiumicino.

Il presidente di Ita Altavilla ha espresso “il rincrescimento per l’impossibilità di arrivare a un accordo“, con i sindacati “motivata dal perdurare di pregiudiziali puramente formali che nulla hanno a che fare con il merito e la bontà del progetto relativo alla nascita di Ita e che rispecchiano consuetudini e linguaggi non più attuali“. Insomma: leggi e contratti non servono più, c’è la volontà del management e tanto deve bastare.

Alcune sigle professionali si sono comunque rese disponibili a firmare anche in queste condizioni (Anpac, Anpav, Anp e Fast-Confsal), mentre persino Cgil-Cisl-Uil hanno ritenuto che era un po’ troppo, per ora. Qui riportiamo la posizione dell’Usb, sindacato ormai storico, soprattutto tra gli assistenti di volo (erede del Sult).

Ma non bastava la rottura del tavolo...

Annunciata già in mattinata dal ministro leghista dello Sviluppo Economico, Giancarlo Giorgetti, è arrivata la bordata finale da parte della Commissione Europea (per ora con una anticipazione del Financial Times).

Lo stesso Giorgetti precisava che l’”interessamento” europeo non era ristretto all’annosa polemica sugli “aiuti di stato” (di cui in questi ultimi anni si è fatto largo uso in tutta Europa, specie dopo l’inizio della pandemia), perché Bruxelles “ha posto come condizione la discontinuità non solo sui numeri ma anche nei contratti di lavoro“.

Insomma, la UE pretende che le regole contrattuali di una compagnia aerea siano “in discontinuità” con quelle adottate in un paese membro...

“Le scelte degli amministratori sono scelte che avvengono entro questi dettami“, spiegava Giorgetti descrivendo la ben limitata “autonomia” del nuovo management. Tutto quel che possono decidere in proprio è “come raggiungere il risultato“, ossia l’economicità della compagnia. Quali voci tagliare insomma, come già avviene per il bilancio pubblico dei vari stati membri.

Ma la botta più forte è la richiesta di restituzione dei vari “prestiti ponte” che sono stati necessari per mantenere in vita Alitalia anche durante la pandemia: 900 milioni di euro, che metterebbero a terra Ita prima ancora di far decollare il primo aereo.

Si tratta dell’ultimo atto di una decisione strategica presa dalla UE oltre 20 anni fa, quando “si convenne” (d’accordo con il governo italiano, allora presieduto da Romano Prodi) che il mercato europeo del trasporto aereo avrebbe dovuto ridursi a tre soli vettori principali (Air France, British Airways e Lufthansa), più una serie di low cost private impegnate sul corto raggio.

Le cose andarono poi come stabilito – Swiss Air finì a Lufthansa, Iberia a British Airway, Klm ad Air France, ecc. – tranne che per Alitalia, che nel 2008 Berlusconi preferì far acquisire da “capitani coraggiosi” italiani (Cai, con Colaninno, Marcegaglia, Benetton, Riva – quello dell’ex Ilva! – ecc.), nonostante fossero completamente digiuni in tema di business aereo.

Il terreno era stato scientificamente preparato per anni, con manager incaricati di distruggere la compagnia di bandiera, minandone la capacità operativa e dunque la possibilità di “rendere” economicamente. Per esempio, furono tagliate molte delle tratte intercontinentali (quelle più redditizie, anche perché non sottoposte alla concorrenza low cost), chiusa la manutenzione (che in precedenza era un fiore all’occhiello, lavorando anche per molte altre compagnie aeree).

Al prevedibile fallimento di Cai – Alitalia era in quel caso già stata completamente privatizzata – seguì l’ingresso di Etihad, che però seguì la stessa “strategia suicida” dei predecessori.

È così che si arriva a quest’ultimo atto, con da una parte gli emuli marchionneschi, dotati di ascia e “innovazione” contrattuale, dall’altra l’Unione Europea che vuol definitivamente chiudere la storia di una compagnia vissuta per decenni come un pericoloso concorrente per i tre “campioni europei”.

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22/05/2021

Roma - Caricati i lavoratori della Fedex

Venerdi mattina per le strade del centro di Roma, su via del Corso, i lavoratori licenziati della FedEx sono stati duramente caricati dalla polizia. Si erano concentrati a Montecitorio per denunciare il ricorso ai licenziamenti da parte della FedEx nell’hub di Piacenza ma che ha visto la stessa azienda assumere altri lavoratori in un altro magazzino.

A un certo punto si sono mossi in corteo verso la centralissima via del Corso, ma qui sono stati caricati dalla polizia presente in forze nel quadrante dei palazzi istituzionali. Sette lavoratori sono rimasti feriti. Alcuni sono stati fermati dalla polizia e poi rilasciati in seguito alle proteste.

Il motivo di questa rabbia è da ricercarsi nel silenzio omertoso del MISE sulla vertenza FedEx, sulla chiusura dell’hub di Piacenza, sulle centinaia di posti di lavoro messi a repentaglio dalla multinazionale americana con il suo progetto di internalizzazione-truffa, e sullo squallido gioco di sponda tra padroni e triplice confederale.

“Fin dal momento della chiusura unilaterale del sito di Piacenza a fine marzo, con 280 lavoratori e relative famiglie finite per strada, il SiCobas ha accompagnato alle azioni di sciopero e di lotta sui luoghi di lavoro la richiesta di un intervento immediato dei Ministeri del lavoro e dello sviluppo economico al fine di aprire un tavolo istituzionale tra le parti. Da 2 mesi chiediamo che il Mise ci convochi, senza esito alcuno” spiega il sindacato in un comunicato.

“Siamo venuti a conoscenza del fatto che il ministro Giorgetti nelle scorse ore avrebbe incontrato in gran segreto i vertici di FedEx, che quest’ultima avrebbe confermato anche al MISE la sua volontà di procedere al piano di licenziamenti di massa, mascherato abilmente dietro il fumo negli occhi dell’internalizzazione-truffa, e che il Ministero avrebbe garantito ai padroni americani di non volere “interferire” in alcun modo nella vicenda”.

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21/02/2021

Giancarlo Giorgetti, Il “moderato” della Lega nel governo Draghi

Lo stragista Franco Freda qualche anno fa definì Giancarlo Giorgetti “devoto lettore, addirittura ideologico” dei libri-spazzatura pubblicati dalla sua casa editrice, il cui catalogo vanta autori del calibro di Hitler, de Gobineau e altri vermi. Endorsement ai tempi passato in sordina.

Giorgetti da ragazzo è stato un militante del Fronte della Gioventù, ramo giovanile del Msi. Tra le tante amicizie, quella con Andrea Mascetti, nipote del podestà di Varese, nonché fondatore dell’associazione identitaria Terra Insubre.

La relazione tra Giorgetti (e tutti i pezzi da 90 del leghismo varesino, da Fontana a Maroni) e Terra Insubre è strettissima. Quando Bossi e Reguzzoni sollevarono problemi di incompatibilità coi valori della Lega, ci fu una mezza insurrezione dei soci.

In questo dettagliato report della Brigata Antifascista Ticinese si spiega di cosa si è occupata Terra Insubre in questi anni: inviti e omaggi a terroristi neri come Gabriele Adinolfi, intrecci con politica e finanza e relazioni con gruppi neonazi esteri.

Degna di nota l’edizione del 2013 del Festival dell’Insubria (finanziato da Intesa San Paolo), in cui Giorgetti era anche relatore: tra i vari interventi, c’è quello in omaggio alla figura di Georg Klotz, volontario nella Wermacht, altoatesino passato alle cronache come il “bombardiere della Val Passiria”, per una serie di attentati ai tralicci dell’alta tensione.

D’altronde far parte del Msi a Varese significa abbracciare una tradizione politica in cui lo squadrismo padronale è la prassi. Un sistema collaudato fatto di aggressioni e minacce, che fece della città un caso nazionale tra il 1969 e il 1974 e anche oltre.

Un esempio tra i tanti: Giorgetti aveva 13 anni quando, il 7 marzo del ’79, proprio alcuni esponenti del Fronte della Gioventù della sua città inscenarono una coreografia antisemita durante la partita di basket Emerson Varese – Maccabi Tel Aviv, valida per la Coppa Campioni.

Croci e ai saluti romani al vento, ma anche gli striscioni «Adolf Hitler ce l’ha insegnato, uccidere gli ebrei non è reato» e «10, 100, 1000 Mauthausen». A pagare per tutti furono solo 11 persone, come detto tutte appartenenti e simpatizzanti del Fronte.

Chissà se il piccolo Giorgetti era nel palazzetto quella sera. Chissà se ha mai saputo che dietro quell’orrore c’erano proprio i compagni di viaggio che avrebbe scelto di lì a qualche anno. Che non conosca questa storia è escluso, da vulcanico tifoso qual è.

Una rete di relazioni sviluppatasi proprio in tribuna portò alla nomina dello sgangherato Bussetti al Miur e del suo segretario particolare, un broker totalmente avulso dal sistema-scuola, Marco Lo Nero, fratello di Michele, ex AD del Varese calcio, altra fede del nostro Giorgetti.

La storia del Varese Calcio non è travagliata solo per le vicende societarie, ma anche per quelle del tifo organizzato, fortemente connotato a destra. Si pensi al gruppo “7 laghi”, facente capo alla comunità nazista dei “dodici raggi”, o quello più numeroso dei neonazi di Blood&Honour.

In riferimento a quest’ultimo, ricordiamo lo strano episodio dello striscione interista in omaggio a Daniele Belardinelli, capo dei B&H ucciso nel 2018 a Milano. Dopo un primo diniego del GOS, la pezza neonazi fu autorizzata dal Viminale per interessamento diretto del ministro Salvini.

Giorgetti è da sempre in stretta relazione col Varese Calcio, tanto da suggerire strategie economiche quando la società versava in cattive acque. “Mi sta aiutando una persona che vuole bene al Varese”, disse l’ex vicepresidente (nonché ex socio in affari di Belardinelli) Paolo Basile.

Per concludere, capire il “sistema Varese” aiuta a capire il “sistema Lega” degli ultimi 20 anni: porte girevoli nei CdA delle grandi aziende pubbliche e delle istituzioni finanziarie, complesso apparato di spartizione delle nomine, ma anche radicamento ad un territorio in cui professionisti, commercianti e padroni di fabbrichette hanno da sempre (almeno fin dal convinto collaborazionismo post armistizio) mostrato compiacenza verso picchiatori fascisti più organici, incitandoli o mettendoli a libro paga.

Giancarlo Giorgetti, che ha giurato sulla Costituzione, qualche giorno fa, ha fatto parte e fa ancora parte di questo preciso contesto, questo “filo nero” lungo un secolo e mai spezzato, ricostruito in un articolo del 2005 del Manifesto dallo storico locale Franco Giannantoni.

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08/01/2021

Chi vuole Draghi al posto di Conte?


Se ne era parlato già nella Primavera del primo lockdown, ma adesso le voci – e soprattutto gli sgambetti interni alla maggioranza di governo – cominciano a farsi più insistenti.

Soprattutto per la cordata trasversale che vorrebbe silurare Conte ma senza “passare dal via” cioè da nuove elezioni.

La gestione dei miliardi del Recovery Fund, le incognite dopo la riduzione del numero di parlamentari e dunque la ridefinizione dei collegi elettorali, le incertezze sulla evoluzione della pandemia, contribuiscono a frenare chi parla di tornare alle urne per decidere il nuovo esecutivo. Si tratta dunque di salvare capra e cavoli con una operazione di palazzo, con un forte sapore di veleni e pugnali fiorentini ma con una platea di tifosi che va da Giorgetti della Lega fino a Calenda e ad esponenti dello stesso Pd.

Non è un mistero che da tempo agisca – anche nel mondo piddino e nelle sue collateralità – una cordata che punta a rimuovere Conte da premier.

Infatti non solo stampa e telegiornali della destra ma anche quelli filo Pd e Confindustria, da tempo non risparmiano nulla al Presidente del Consiglio, cercando così di scavare un solco che possa diventare baratro.

Qualche giorno fa la Repubblica ha scritto che “L’ultimo tentativo per evitare le urne passa per un governo di larghe intese. Ma chi potrebbe presiederlo? Il nome che circola più insistentemente è quello dell’ex governatore della Banca d’Italia e della Bce, Mario Draghi. Un’ipotesi che, però, non piace al Movimento 5 Stelle che ostacolerebbe la sua nomina”.

Secondo Carlo Calenda al momento invece ci sarebbe già una maggioranza che potrebbe sostenere un eventuale governo Draghi, soprattutto dopo il recente smarcamento di Forza Italia dalla Lega e le aperture europeiste al governo in carica. “Dopo l’approvazione della manovra economica, è tempo di ‘chiamare giro’, puntando ad un altro governo guidato da Mario Draghi – ha dichiarato l’ex ministro Calenda – sostenuto da una replica italiana della maggioranza von der Leyen”.

Per Calenda il nuovo esecutivo potrebbe essere formato da chi “l’anno scorso a Strasburgo ha eletto la presidente della Commissione europea: Popolari, cioè Forza Italia, PD, Italia Viva e la parte più responsabile del M5S, tipo Patuanelli...”.

Il principale e naturale cospiratore è ovviamente Renzi, l’avventuriero politico che sta sistematicamente avvelenando i pozzi al governo Conte. Con una sorta di excusatio non petita, Renzi ha messo le mani avanti negando l’ipotesi di Draghi come premier, ma le sue azioni dicono esattamente il contrario.

Infine c’è Giorgetti. L’eminenza grigia della Lega lo aveva anticipato in una intervista al Corriere della Sera. Adesso i giornali della destra lasciano trapelare che Giorgetti, starebbe facendo pressing su Salvini per imprimere una svolta moderata alla Lega e pensa da tempo a Draghi come presidente del Consiglio di un governo di larghe intese. Il vice segretario della Lega al Corriere della Sera aveva dichiarato: “Draghi? Sarebbe quello che ci vuole, per fare cose che un governo raccogliticcio come quello attuale, tutto e solo preso dal consenso, non potrebbe mai fare”.

Qualcosa si muove anche nel mondo delle imprese, anche se in un settore periferico come quello del Nordest. Nei giorni scorsi è circolato l’appello di un “Movimento spontaneo per Draghi presidente” guidato da Stefano Cautero, imprenditore e consulente del lavoro, di Udine.

“Ci appelliamo a tutti i cittadini italiani per chiedere a Mario Draghi di guidare il Paese e a tutti i gruppi politici di lavorare con lui per 18 mesi per poi andare al voto” si legge in una nota in cui si annuncia la nascita del Movimento che ha come obiettivo un governo a guida Draghi, e poi la sua elezione al Quirinale.

“Ci troviamo nel pieno della più grande emergenza sanitaria del secolo, con l’economia da risollevare e 209 miliardi di euro, parte a fondo perduto e parte quale finanziamento, che l’Unione Europea è pronta a stanziare per il recupero e lo sviluppo dell’Italia. Serve una persona che l’Europa reputi affidabile e che sappia pianificarne l’arrivo e la spesa entro i tempi stabiliti”, spiega ancora la nota. Quest’uomo, secondo la cordata di imprenditori che ha dato vita all’appello è Mario Draghi.

Inutile dire che in tutta questa agitazione intorno a Draghi come uomo della provvidenza – ruolo fausto e infausto su cui Prodi ha messo in guardia l’ex presidente della Bce – la posta in gioco sia soprattutto la gestione e la distribuzione dei 209 miliardi del Recovery Fund, una torta di dimensioni notevoli sulla quale un po’ tutti – al governo e all’opposizione – vogliono mettere le mani e si giocano la reputazione di partito vincente che “porta a casa” i risultati materiali.

Draghi, dal suo ritiro in Umbria, intanto fa sapere che “Mi cercano in tanti”. La Merkel, la Lagarde, ma anche Giancarlo Giorgetti, Roberto Gualtieri, e persino Luigi Di Maio. Con il Quirinale c’è ormai una consuetudine di rapporti, quasi un filo diretto. Sergio Mattarella in questo periodo lo sta consultando spesso.

Del resto Draghi non è un novellino nella sostituzione “dall’alto” di governi in carica. Lo ha fatto già nel 2011 con Berlusconi con una lettera della Bce nella quale ordinava la tabella di marcia delle misure antipopolari che andavano eseguite in nome dell’austerity e dello spread.

I prossimi mesi del 2021 per Giuseppe Conte non saranno affatto un pranzo di gala. Nei corridoi di Palazzo Chigi sono già appostati i fratelli coltelli e nella bouvette di Montecitorio più di qualche cibaria risulta già avvelenata.

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28/09/2020

La Lega “europeista”. Lo era anche prima, ma ora lo ammette

Cambiare casacca, nel Parlamento italiano, è pratica diffusa, tanto da apparire ormai quasi “normale”, benché ufficialmente spregevole. Farlo anche al Parlamento Europeo è più raro, visto che in fondo – lì – ci si limita a ratificare oppure no quel che viene deciso dal “governo” continentale, ossia dalla Commissione.

Insomma, nessuno perde tempo a comprare il tuo voto; per quello ci sono già le lobby – tutte regolarmente accreditate, con un personale complessivo numeroso tre o quattro volte quello europeo.

Quindi questa volta si tratta di un “cambio di posizionamento” serio, collettivo, partitico, non di una vendita all’asta da parte di singoli.

Naturalmente, il cambio di casacca implica un restyling piuttosto radicale della “narrazione ufficiale” che si va proponendo o, come si diceva una volta, dell’”identità politica”.

Quello che si va preparando in casa leghista è un cambio di identità quasi da chirurgo plastico, perché si deva passare dall’”antieuropeismo”, finto duro e puro, all’”europeismo dei moderati”. O democristiani, come si dice in Europa.

Non c’è problema!, assicura Giancarlo Giorgetti, da tempo regista dell’operazione, rinviata solo in virtù del clamoroso – ma ovviamente temporaneo – successo del Salvini in versione “chiudo i porti”, “affondiamo i barconi”, “abbasso l’euro”, ecc.

Come raccontano i giornalisti più vicini all’inner circle leghista – quelli di destra, of course – la svolta è stata resa possibile dalla clamorosa perdita di consensi elettorali (in un solo anno dal quasi 40% al 20, o giù di lì), dal fallimento dell’assalto ad Emilia Romagna e e Toscana, ma soprattutto dal rifiuto dell’establishment europeo di trattare con chi – almeno a parole – ancora finge di essere anti-euroburocrati.

Lo scrive apertamente Il Giornale di Sallusti, che certo non è antipatizzante: “Giorgetti […] attento più che ai follower sui social, ai «like» che contano per davvero, quelli dell’establishment internazionale indispensabili per accreditarsi come forza di governo e preparare il terreno per una premiership di Salvini”.

La pietosa menzogna finale cerca di rassicurare il precipitante Matteo che la “svolta” non significherà il suo immediato licenziamento. Ma dall’insieme appare ormai evidente che il suo tempo sta per scadere: se non riuscirà a riconquistare almeno Milano, alle comunali della prossima primavera, il dado sarà tratto anche per quanto riguarda la sua leadership.

Che intanto, sarà un caso, è stata ridimensionata in modo piuttosto serio dalla riscoperta di una “segreteria”, ossia di un organo collegiale al posto del Truce con “pieni poteri”.

È persino banale dover scrivere che – se l’obbiettivo è quello di sedere al tavolo del PPE con Angela Merkel e Ursula von der Leyen, i gollisti francesi di Sarkozy, i popolari spagnoli e i nazisti ungheresi di Orbàn (gratta il democristiano e ci trovi il fascista, si diceva anche 50 anni fa...), dando l’addio a Le Pen e a Vox – non potrà essere Salvini il capo-delegazione.

Il cambio di identità porta con sé anche il cambio del frontman, della faccia che ha reso fisicamente indistinguibile il messaggio e il significato, rovesciando in modo credibile i ruoli di nemici ed amici.

L’ultimo incidente, spiegano ancora i giornali della galassia destrorsa, è stato il voto europeo sulla Bielorussia, con i leghisti a Bruxelles fermi nel bocciare la risoluzione anti-Lukashenko, mentre Giorgetti bestemmiava in ostrogoto a Milano, facendo la conta dei danni alla strategia di “legittimazione democratica” del Carroccio.

Del resto il risultato delle elezioni regionali è stato chiaro: i presidenti delle Regioni vanno assumendo un ruolo centrale sulla scena politica, indipendentemente dai partiti di appartenenza. Zaia e De Luca, Bonaccini e Fontana, si capiscono tra loro meglio di quanto non avvenga con i rispettivi “leader” nazionali.

Quindi il tipo di leader nazionale che serve è uno in grado di “inter-facciare” i governi territoriali con le politiche europee, assunte come immodificabili da chi deve prendere decisioni concrete, senza fare troppi comizi. Serve, per la Lega, un “cambio di identità”, dalle barricate al parrucchiere, dal “cambiamo tutto” a “tuteliamo il nostro” (il Nord, strettamente inteso, a là Zaia).

A maggior ragione, però, se l’identità nazionale e internazionale cambia, Salvini salta.

Il fatto, dunque, è semplice: la Lega archivia nello stesso momento, sia l’ambizione a diventare “partito nazionale”, presente più o meno con lo stesso peso dappertutto, sia l’antieuropeismo di maniera, acchiappa-voti. Il tutto allo scopo di diventare “forza di governo” accettata in Europa.

Altrimenti puoi anche vincere le elezioni (anche se non è più detto, si è visto nelle urne), ma poi rimani inchiodato a trattative impossibili con gliorganismi continentali che controllano i passaggi chiave dell’azione di governo (politica economica, di bilancio, estera e militare, ecc.) fin nei dettagli.

I nostri lettori sanno che abbiamo sempre considerato finta l’opposizione leghista all’Unione Europea. Un bla-bla che cavalcava il sentimento popolare mosso dai tagli alla spesa sociale ogni volta che qualcuno li spiegava con il famigerato “ce lo chiede l’Europa”.

Dunque non siamo affatto sorpresi da questi annunci. Si era visto quando il Carroccio era al governo, prima con Berlusconi, poi insieme ai grillini. Abbaiavano spesso e molto forte, ma di fronte ai “niet” europei – come si dice a Roma – “facevano pippa”. Ricordiamo solo il “deficit da sforare”, per poi approvare una manovra per rispettare il 2,04%...

Il gioco politico italiano, se vogliamo dirla seriamente, è una danza immobile. Tutti fingono di agitarsi, mostrando “differenze” abissali che – viste da vicino – non si riescono proprio a distinguere. Basta guardare ai “decreti sicurezza”, assolutamente in continuità tra la gestione Minniti e quella Salvini, e ancora intoccati dopo un anno di governo “giallo-boh!”.

Il pallino delle decisioni-chiave sta alla Commissione Europea e, con il Recovery Fund (con o senza l’aggiunta del Mes), la cosa sarà definitivamente messa nero su bianco.

Però, come si dice in campagna, “chi amministra, ha minestra”. E i 209 miliardi del Recovery Fund, seppure dovranno essere rigidamente impiegati secondo le “raccomandazioni” di Bruxelles, offrono uno spazio impensato per chi è abituato a racimolare briciole clientelari dai piatti principali che passano sotto il naso.

Il “riposizionamento” leghista, se non altro, mette(rà) fine a uno dei tanti equivoci: quello per cui ci sarebbe, qui in Italia, un “populismo sovranista” pericolosissimo per la democrazia. Il populismo, semmai c’è stato, ha riguardato soprattutto gli scafessi dei Cinque Stelle...

E sarà forse finalmente possibile ragionare di Unione Europea senza il paraocchi che costringe tanti a vederci/inventarsi qualcos’altro per “non confondersi con i leghisti” (non ci contiamo molto; la stupidità umana sopravvive a qualsiasi prova contraria, vedi i no vax...).

Quanto alla “sovranità”, a parte qualche scombiccherato discorso di Bagnai o di Borghi, e qualche battuta dal bar del Papeete, nessuno se n’è mai occupato troppo. Come tutti sanno, la “sovranità” è stata da tempo assunta “dai mercati”. Al popolo calci sui denti e prese per i fondelli, con l’incitazione a prendersela con quelli messi ancora peggio…

Sarà bene rifletterci sopra con cura, specie davanti ai ricorrenti appelli al “voto utile per arginare il fascismo alle porte”, ballottaggi compresi. Non ci sono due schieramenti in campo, uno “pro democrazia” e l’altro “proto-fascista”. C’è una sola, miserabile, classe politica che può ricoprire – individualmente o collettivamente – tutti i ruoli e il loro contrario. Come quando i fascio-destrorsi fanno i “garantisti” se va in galera uno di loro, mentre chiedono la tortura e l’impiccagione se tocca a qualcun altro...

Il “gioco della democrazia parlamentare”, come si dovrebbe capire dall’accoppiata “riduzione dei parlamentari” più legge elettorale “per garantire la stabilità”, è ormai un gioco truccato. Dove nessun soggetto alternativo può trovare accesso. E quando pure dovesse riuscirci, viene immediatamente massacrato.

Potete prendere l’esperienza de La France Insoumise che, dopo aver seriamente “rischiato” di arrivare al ballottaggio per le presidenziali in cui ha poi vinto Macron, è stata sottoposta a un “trattamento” ferocemente punitivo (fino alle perquisizioni nella sede centrale del movimento). O, più semplicemente, potete aprire gli occhi...

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26/09/2020

I “Vocazionisti” del sistema maggioritario all’attacco. Brutta gente

Uno dopo l’altro, e in modo assolutamente trasversale, i personaggi politici con una spiccata “vocazione al maggioritario” stanno andando alla carica per ipotecare la nuova legge elettorale dopo il referendum sul taglio dei parlamentari.

Obiettivo dichiarato l’eliminazione del sistema proporzionale, anche di quello che con quorum elevati e tetti alti per la raccolta di firme necessarie, di fatto introduce ben due sbarramenti ad un accesso più ampio alla rappresentanza in Parlamento. Inoltre dopo il referendum e con la riduzione del numero dei parlamentari, tale accesso sarà proibitivo per le istanze di base e blindato dalle oligarchie di interessi e partiti maggiori.

E nessuno dei vocazionisti al maggioritario nasconde il fatto di avere una concezione del meccanismo elettorale teso più a imporre la governance che la democrazia rappresentativa. In particolare quelli più subalterni ai diktat che vengono dall’Unione Europea.

“Io sono un irriducibile tifoso del Mattarellum, che ha dato la miglior governabilità al Paese” ha affermato in un’intervista a La Stampa l’ex premier Enrico Letta, il quale rilevando che dopo referendum ed elezioni il governo si è stabilizzato, è “il momento di fare le cose necessarie” perché in ogni caso “il fronte euroscettico è tutt’altro che morto”.

Con una premessa diversa sull’esito del referendum, alla stessa conclusione arriva anche Giorgetti della Lega. “Purtroppo il sì ha aperto la strada a una legge elettorale che è il contrario di quello che ci serve. Il proporzionale contiene tutti gli elementi più negativi e deleteri per un Paese a cui invece occorrerebbero stabilità, governi certi, con deputati e senatori che rispondano ai cittadini e ai territori”.

Sulla stessa lunghezza d’onda anche, Giorgia Meloni, la leader del partito neofascista Fratelli d’Italia. “Non provino nemmeno a proporre un ritorno a una legge elettorale proporzionale che altro non sarebbe che una legge salva inciucio”. Il sistema maggioritario ha senso “sempre di più. Questo voto ha reso ancora più chiaro che il sistema sta tornando a uno schema bipolare, con il M5S sempre più debole, destinato a perdere ogni ruolo”.

Le agenzie riportano che sulla legge elettorale nella maggioranza c’è chi non esclude che si possa rimettere tutto in discussione, a partire dall’accordo siglato lo scorso autunno su un sistema proporzionale, anche se nel Pd viene esclusa questa eventualità.

Intanto è stato reso pubblico l’appello di dieci costituzionalisti – tra cui figurano Lorenza Carlassare, Ugo De Siervo, Enzo Cheli, Roberto Zaccaria – contro le liste bloccate e una soglia di sbarramento eccessivamente alta. “Da troppo tempo le nostre leggi elettorali – spiegano i firmatari dell’appello – hanno imposto sistemi di liste bloccate e la proposta oggi in discussione in commissione Affari costituzionali non può rischiare di cadere nello stesso errore, nè in quello di privare molti elettori di rappresentanza con soglie troppo elevate”. Dunque, “riteniamo essenziale favorire una effettiva scelta da parte degli elettori valorizzando i principi costituzionali, superando liste bloccate e candidature multiple”, è l’auspicio dei costituzionalisti.

Come noto da sempre sosteniamo l’inscindibile legame tra democrazia rappresentativa e sistema elettorale proporzionale. Tutti gli altri discorsi vanno guardati con sospetto ed ostilità. I danni provocati dal Mattarellum (la legge elettorale maggioritaria introdotta dal 1994, ndr) in poi sono ancora sotto gli occhi di tutti. Le varianti successive hanno sempre mantenuto la vocazione bipolarista e maggioritaria, sia con l’eterno duello tra Berlusconi e Prodi (e dunque tra i gruppi finanziari/editoriali Finivest versus De Benedetti/La Repubblica), sia nella versione di Monti, Letta e Renzi.

Non sappiamo se ne siano pienamente consapevoli il M5S e la maggioranza popolare che ha votato per il SI nel referendum. Anche in questo caso abbiamo assistito ad una sorta di “voto per vendetta” contro la classe politica soprattutto nelle periferie. Un sentimento comprensibile ma non lungimirante.

Le conseguenze pratiche della legge confermata costituzionalmente con il referendum, e che prevede il taglio dei parlamentari, sta spalancando la strada al ritorno del sistema maggioritario e al bipolarismo cioè ai “governi dei peggiori”, che potranno godere di una stabilità di cui nessun altro ha potuto godere se non con la dittatura. È veramente questo ciò di cui il paese ha bisogno o è una esigenza stringente delle classi dominanti?

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16/04/2020

Le camere della morte, alla Baggina e nelle altre Rsa

La Guardia di Finanza al Pio Albergo Trivulzio e nella sede di Regione Lombardia ci riporta all’inzio degli anni ‘90, quando partì l’inchiesta “Tangentopoli” che sancì la fine della “prima Repubblica” e lo sconquasso del sistema politico italiano.

Stavolta si cercavano documenti e cartelle cliniche, non soldi in contanti. Dunque l’inchiesta appare tecnicamente molto più semplice, anche se occorrerà esaminare una documentazione imponente e – qua e là – forse distrutta prima dell’arrivo della Procura milanese. Ma anche la “scomparsa”, a quel punto, entrerebbe tra gli indizi (o le prove) di colpevolezza certa.

Per scoprire se c’era un giro di mazzette, infatti, occorreva che qualcuno si “pentisse”, raccontando come e quanto avesse ricevuto o dato, e in cambio di cosa; e contemporaneamente serviva un lungo e laborioso lavoro sui bilanci societari e delle amministrazioni pubbliche, sui conti correnti individuali, per “riscontrare” l’avvenuto mercimonio.

Qui dovrebbe essere tutto più semplice. Ci sono delle delibere regionali – atti ufficiali votati, firmati e protocollati – che “chiedono” alle Rsa lombarde (le “case di riposo”) di accogliere un po’ di contagiati da coronavirus poco gravi, in modo da decongestionare gli ospedali nel momento più drammatico dell’emergenza.

I Fontana ed i Gallera (presidente e assessore specifico, per la Lombardia) si sono difesi dicendo che era appunto solo una “richiesta”, precisando che in caso di accoglienza i contagiati avrebbero dovuto essere ospitati in reparti separati, con personale “dedicato”.

Ma sono certamente chiare due cose: se chi ti “chiede” di fare una certa cosa è anche il soggetto che contribuisce per il 30% al tuo bilancio, quello è un ordine emanato in forma “educata”. In secondo luogo, una volta che qualche decina di contagiati viene fatto entrare in una struttura non ospedaliera – quindi organizzata per “assistere”, non per “curare in condizioni di bioconfinamento” (neanche gli ospedali lo erano, come si è visto) – la diffusione del virus è una certezza, non un’eventualità remota.

Fare questa scelta criminale – mettere contagiati “in prossimità” di anziani non autosufficienti, oltretutto quando già era noto che questa era la fascia di età “privilegiata” dal virus – poteva venire in testa soltanto a chi inquadra i problemi dal punto di vista finanziario o dei costi, come se i corpi fossero pacchi nella logistica. “Un cerino acceso in un pagliaio”, ha sentenziato un virologo.

Quindi abbiamo di certo un fattore politico determinante (la delibera della Regione guidata dalla Lega) e una lunga serie di atti amministrativi e contabili facilmente esaminabili: cartelle cliniche con data di ingresso nella struttura, diagnosi, medicinali somministrati, dati aggiornati sull’evoluzione del paziente, data di dimissione o di avvenuto decesso.

E siccome stiamo parlando di almeno 300 morti, soltanto per quanto riguarda “la Baggina” e il Don Gnocchi (l’inchiesta riguarda molte altre Rsa), l’ipotesi di reato su cui sta lavorando la Procura appare addirittura “alleggerita”: omicidio e procurata epidemia.

Sarebbe del resto un controsenso se l’art. 452 del codice penale non venisse contestato ad una autorità pubblica mentre invece lo è – e giustamente – nei confronti di chi esce dalla quarantena pur senza essere definitivamente guarito.

Il direttore aggiunto dell’Oms, Ranieri Guerra, è stato infatti un po’ più severo, definendolo “massacro”.

Ci vorrà insomma un po’ di tempo per leggere, stabilire connessioni certe tra una decisione politica e i singoli effetti mortali (ognuno dei deceduti ha un nome, una storia, familiari, ecc.), ma il legame logico e fattuale tra le delibere e i decessi non è in forse.

Nel frattempo è giunta a conclusione anche l’ispezione interna ordinata dal ministero della Salute, e la sottosegretaria Zampa ha anticipato quel che dirà nel pomeriggio, come risposta a varie interrogazioni parlamentari sul caso Lombardia. “Erano state date disposizioni a tutti di non far entrare possibili contagiati. Invece così è avvenuto. Il virus non vola nell’aria, qualcuno deve averlo portato. Bisogna verificare se sono stati fatti tutti i controlli possibili. Le disposizioni erano valide per tutti, non solo per la Lombardia. Sia l’Istituto Superiore di Sanità che una circolare del Ministero imponevano di controllare l’ingresso di possibili casi positivi. Invece lì c’è stato un numero di decessi anomalo, molto alto. Si tratta di una materia molto delicata”.

Sotto accusa è proprio il “modello” della sanità lombarda. Non solo per quanto riguarda lo squilibrato rapporto tra pubblico e privato (un record), ma soprattutto come “sistema organizzativo” in quanto tale. L’accusa del vicepresidente dell’Oms, Ranieri Guerra, è precisa e circostanziata: “Bisogna pensare alla riorganizzazione territoriale del sistema sanitario. Quello che non ha funzionato in Lombardia e invece in Veneto sì”.

Sotto esame sono 30 anni di governo della destra che, per favorire i privati e ritagliare spazi di spesa pubblica da regalare loro, ha puntato tutto sull’assistenza ospedaliera, anziché su quella territoriale:

“La Lombardia ha fatto dell’eccellenza ospedaliera una bandiera in tutto il mondo, ma si è scoperta quasi totalmente sguarnita dal punto di vista dell’assistenza sul territorio. E se la prima può permettere a un sistema di reggere sul fronte della cura, non può fare altrettanto sul fronte della prevenzione”.

La prevenzione – come sa qualsiasi medico, ma non i “manager bocconiani” né quelli auto-s/formati – richiede una presenza capillare sul territorio di medici di base, in grado di “fare filtro” e segnalare per tempo la diffusione di patologie inconsuete nella popolazione che hanno sotto esame. Servono insomma, dice Guerra, “medici di base competenti, rapporti continui tra medici e aziende sanitarie, una mappatura dettagliata dei contagi, il contenimento immediato dei nuovi focolai in massimo 24 ore, la diagnostica a domicilio“.

L’esatto contrario della “visione leghista”, esposta con la consueta sicumera, dal “numero 2” di via Bellerio (in realtà, molti lo ritengono l’unica vera “testa pensante”, da quelle parti). Solo nove mesi fa, al Meeting di Comunione e Liberazione, se ne uscì così:

“Nei prossimi cinque anni mancheranno 45mila medici di base. È vero; ma chi va più dal medico di base, senza offesa per i professionisti qui presenti? Nel mio piccolo paese vanno a farsi fare la ricetta medica, ma chi ha meno di cinquant’anni va su Internet e cerca lo specialista. Il mondo in cui ci si fidava del medico è finito“.

Un’affermazione che può essere tranquillamente bombardata con lo slogan suicida consigliato ad Attilio Fontana: "la Lombardia parla con i fatti”.

11.377 morti, il 50% di tutti i decessi ufficiali in Italia, sono un “fatto” che inchioda la più vergognosa classe politica che questo Paese abbia mai partorito.

Tangentopoli, al confronto, prendeva in esame marachelle da quattro soldi. Qui siamo oltre i limiti della tragedia.

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18/02/2020

Lega, UE e austerità: certi amori non finiscono

Eravamo stati facili profeti nel denunciare la Lega di lotta e di governo per quella che poi si è dimostrata essere: una ignobile presa per i fondelli. Le dichiarazioni recenti di Matteo Salvini e del cosiddetto “numero due” della Lega, Giancarlo Giorgetti, certificano, laddove ve ne fosse ancora bisogno, la natura dell’ex partito del Nord: un ricettacolo di pagliacci, utili sparring partner delle istituzioni europee. Nel tranello erano naturalmente cascati, oltre che gli elettori della Lega, i “responsabili” partiti di centro-sinistra, che si battevano il petto denunciando l’antieuropeismo e l’irresponsabilità dei Salvini-boys, decretandone, naturalmente, un duraturo successo elettorale. E ci era forse cascato, ahinoi, anche qualche compagno che magari aveva immaginato che, turandoci il naso per non sentire il tanfo di merda delle politiche razziste, securitarie e retrivamente tradizionaliste da sempre sbandierate dai leghisti, avremmo potuto ottenere l’uscita dalla gabbia dell’euro e dell’austerità. Tutte cazzate, ovviamente, ma andiamo con ordine.

Terminata la fase della campagna elettorale, era iniziata l’avventura del governo gialloverde. Un esecutivo che, molti lo ricorderanno, aveva sperimentato una falsa partenza con la patetica pantomima sulla partecipazione al Governo, addirittura come Ministro dell’Economia, del Professor Paolo Savona, con la sua immeritata fama di euroscettico. Risolto il ‘problema’ Savona, 5 Stelle e Lega si erano incamminati lungo il percorso che avrebbe portato a Palazzo Chigi la prima incarnazione del Governo Conte. Un sentiero, come era prevedibile, costellato di manganelli, sceriffate e becera xenofobia, ma che alla prima prova dei fatti aveva dato prova di non avere altro da offrire.

Non è facile dimenticare la gestione della prima e unica legge di bilancio del Conte-I. Tutto parte con un iniziale deficit annunciato al 2,4 per cento del PIL con toni trionfalistici, che comunque corrispondeva ad un avanzo primario che avrebbe sottratto risorse al finanziamento della spesa pubblica, del welfare, degli investimenti. Poi era arrivata la prevedibile tiratina d’orecchie da parte dei guardiani dell’austerità e l’altrettanto prevedibile marcia indietro, con la ridicola operazione di maquillage che aveva fatto propendere i leoni gialloverdi per una cifra più moderata, ma che somigliasse a quella iniziale (2.04). E poco conta che, passando da 2.4 a 2.04, si riducesse la differenza tra spese ed entrate di altri 6 miliardi di euro, un ammontare pari al totale dei fondi messi a disposizione per il Reddito di Cittadinanza, per capirci. Ai gialloverdi e, per rimanere in tema, ai leghisti, di questo non importava un bel nulla.

Ai primi malumori dei malcapitati boccaloni, che facevano notare, delusi, la sostanziale continuità con decenni di governi asserviti alle logiche della deflazione salariale e dell’austerità punitiva, avevano risposto i tirapiedi di Salvini, grati a quest’ultimo per la “cadrega” che gli era stata garantita in cambio dell’assoluta fedeltà, anche a discapito di una già dubbia dotazione di dignità. Ma non facciamone una questione di moralità: siamo tutti un po’ vanitosi e cinque anni fuori dall’anonimato avrebbero fatto girare la testa a molti. C’è, però, un lato negativo, e cioè che scripta manent.

Come scordare le intemerate di Bagnai e Borghi? Ricordiamo che i due compari sono considerati tra i principali “teorici” dell’uscita dall’euro e, oltre ad operare a tempo pieno come macchiette, ricoprono nella corrente legislatura le cariche di Presidente della Commissione Finanze del Senato e di Presidente della Commissione Bilancio della Camera. A testimoniare le loro posizioni, rispettivamente, troviamo due testi come Il tramonto dell’euro e Basta euro!, ma anche valanghe di tweet bellicosi che preconizzavano l’imminente uscita dall’euro. Poi, dopo che i ruggiti di Salvini si erano trasformati in miagolii (o, tutt’al più, rutti), erano arrivati i commenti più patetici che si possano immaginare, roba infantile del tipo “eheh, tranquilli, stiamo lavorando, sottotraccia, per voi. Ma mica lo possiamo dire a tutti. Abbiate pazienza e, quando meno ve l’aspettate... (non a caso, erano stati poi ribattezzati “Volta & Gabbana”).

Il resto della storia è cronaca recente, con il Papeete, la fine del governo gialloverde, il teatrino di Palazzo Madama, Bagnai che, durante il discorso di Salvini, applaude e ride a comando come una scimmia ammaestrata, e, infine, il governo Conte-bis.

Ci sarebbe già da stendere un velo pietoso e rimandare nel dimenticatoio questi grotteschi personaggi, ma al peggio, purtroppo, non c’è mai fine. Nel recente incontro con la stampa estera, Salvini ci ha tenuto a rassicurare tutti sulla docilità della Lega rispetto ai desiderata di Bruxelles, nonché, di conseguenza, sulla sua natura di quaquaraquà.

I mini-bot? Dimenticateli, quelli “erano uno strumento per pagare i debiti della pubblica amministrazione”, mica per uscire dall’euro. Non dite che ci avevate creduto! Italexit? Per carità, neanche a parlarne: “la nostra priorità non è uscire da qualcosa, ma la crescita economica”. E, se non fosse chiaro, la chiosa: “Con la Lega al governo non si esce dall’Euro o dall’Unione Europea”. Niente male, per uno che aveva iniziato dicendo “Non siamo noi ad aver fatto inversione ad U”. Non si potrebbe essere più chiari di così.

O forse sì, perché a mettere la parola fine alla storiella della Lega che combatte, coltello tra i denti, per uscire dalla moneta unica, ci pensa un altro alto papavero del partito di Salvini. Giancarlo Giorgetti, intervistato sul Corriere, ribadisce: con la Lega non si esce da un bel niente. Trova addirittura il tempo per una sviolinata a Mario Draghi. A una domanda su come vedrebbe l’ex Presidente della Banca Centrale Europea al Quirinale, il nostro risponde: «Quello che so è che Draghi è il personaggio italiano che in giro per il mondo potrebbe parlare con qualsiasi interlocutore al suo stesso livello. Se dovesse ritirarsi al mare o in montagna sarebbe una perdita per l’Italia». E il messaggio è anche per B(agnai)&B(orghi). A Polito, che gli chiede come si possano conciliare queste dichiarazioni con la presenza dei due parlamentari tra le file della Lega, l’ex sottosegretario risponde lapidario: «Io sono il responsabile degli Esteri della Lega. E se dico che non usciamo, non usciamo. Punto». Parole che, quantomeno, hanno la virtù di permettere di inquadrare nella giusta prospettiva gli ultimi e patetici tentativi di Salvini di tenere il piede in più scarpe al contempo, strepitando per poi riproporre il mantra del cambiamento delle istituzioni europee dall’interno.

Punto, insomma. Con buona pace di chi ci era cascato e degli stessi Borghi e Bagnai. Ci chiediamo, quindi, cosa faranno questi ultimi. Continueranno a far finta di niente o, peggio ancora, a prendere in giro i loro fan con riedizioni dello stucchevole ritornello “noi sappiamo, ma non possiamo dire”? O, in un sussulto di dignità, si ritireranno dalla compagine leghista per coerenza con le loro posizioni? La risposta all’arcano è tanto scontata quanto poco interessante.

Ciò che è più importante, è ribadire, forti di queste dichiarazioni, che la Lega non ha (e non ha avuto) mai nessuna intenzione di rompere per davvero con le istituzioni europee. Questo non esclude che l’operazione politica messa in piedi dalla Lega sia stata un clamoroso successo, riuscendo ad intercettare, strumentalizzare e rendere innocuo il giusto dissenso verso la cieca austerità di matrice europea, contribuendo a rafforzarla con i fatti mentre il chiacchiericcio scomposto del capitone Salvini distraeva i media e abbindolava gli europeisti di casa nostra. Per quel che riguarda l’euro, le regole di bilancio, l’austerità, la disoccupazione come strumento disciplinare, la Lega continua a guardare soprattutto al suo blocco sociale, padroni e padroncini tutt’altro che preoccupati dalla pressione al ribasso sui salari, dal libero movimento dei capitali, dall’antagonismo indotto tra lavoratori autoctoni e stranieri. Da questa trappola si esce soltanto tenendo ben presente che il vero antagonismo, l’unico che conta quando si parla di salari e condizioni di vita dei lavoratori, è quello di classe. E che se vogliamo avere voce in capitolo, dobbiamo marciare uniti e non fidarci di chi vuole dividerci.

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