Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/05/2021

Roma - Caricati i lavoratori della Fedex

Venerdi mattina per le strade del centro di Roma, su via del Corso, i lavoratori licenziati della FedEx sono stati duramente caricati dalla polizia. Si erano concentrati a Montecitorio per denunciare il ricorso ai licenziamenti da parte della FedEx nell’hub di Piacenza ma che ha visto la stessa azienda assumere altri lavoratori in un altro magazzino.

A un certo punto si sono mossi in corteo verso la centralissima via del Corso, ma qui sono stati caricati dalla polizia presente in forze nel quadrante dei palazzi istituzionali. Sette lavoratori sono rimasti feriti. Alcuni sono stati fermati dalla polizia e poi rilasciati in seguito alle proteste.

Il motivo di questa rabbia è da ricercarsi nel silenzio omertoso del MISE sulla vertenza FedEx, sulla chiusura dell’hub di Piacenza, sulle centinaia di posti di lavoro messi a repentaglio dalla multinazionale americana con il suo progetto di internalizzazione-truffa, e sullo squallido gioco di sponda tra padroni e triplice confederale.

“Fin dal momento della chiusura unilaterale del sito di Piacenza a fine marzo, con 280 lavoratori e relative famiglie finite per strada, il SiCobas ha accompagnato alle azioni di sciopero e di lotta sui luoghi di lavoro la richiesta di un intervento immediato dei Ministeri del lavoro e dello sviluppo economico al fine di aprire un tavolo istituzionale tra le parti. Da 2 mesi chiediamo che il Mise ci convochi, senza esito alcuno” spiega il sindacato in un comunicato.

“Siamo venuti a conoscenza del fatto che il ministro Giorgetti nelle scorse ore avrebbe incontrato in gran segreto i vertici di FedEx, che quest’ultima avrebbe confermato anche al MISE la sua volontà di procedere al piano di licenziamenti di massa, mascherato abilmente dietro il fumo negli occhi dell’internalizzazione-truffa, e che il Ministero avrebbe garantito ai padroni americani di non volere “interferire” in alcun modo nella vicenda”.

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28/02/2018

Salviamo la maestra dai suoi boia

Era prevedibile. La campagna scatenata da Renzi in combutta con il Corriere della Sera contro l’insegnante torinese che grida contro i poliziotti durante la manifestazione antifascista a Torino, appartiene a quel dossier di killeraggio politico e mediatico a cui ci ha abituato il Corriere. Lo ha fatto sistematicamente in passato e lo perpetua oggi, facilitato dal clima elettorale alla ricerca di “episodi” sui quali potersi esercitare.

A farne le spese questa volta è una insegnante che durante la manifestazione che intendeva contestare un comizio dei fascisti di Casa Pound, si è beccata le cariche e gli idranti della polizia inveendo contro gli agenti.

I Renzi, i Gramellini e i cicisbei del bon ton un tanto al chilo, forse non hanno dimestichezza con le manifestazioni di piazza, non conoscono l’adrenalina (che compensa paura e reattività con quanto avviene in quel momento) e dunque la rabbia che si manifesta magari dopo aver subito una carica. In piazza, se ci sono scontri, cariche etc, si urla, ci si riempie di contumelie o di slogan che servono per tenere serrate le file, per tenere la piazza, per tenere il punto. E non si va tanto per il sottile, anche nell’uso delle parole. Parole, appunto.

Questo è avvenuto nella piazza di Torino, come in tutte le piazze dove c’è affrontamento. E’ così, da sempre.

Il fatto che una manifestante che urla contro gli agenti di polizia sia anche un’insegnante ha fatto scatenare sia il refrain sui “cattivi maestri della sinistra” con assurde richieste di licenziamento, tra l’altro per fatti o parole espresse al di fuori del contesto lavorativo. Il Miur ha fatto sapere che l’amministrazione, subito dopo avere appreso dell’accaduto, ha “attivato l’Ufficio scolastico regionale per il Piemonte che sta provvedendo ad acquisire dalla scuola della docente ulteriori informazioni per avviare i necessari approfondimenti”. Secondo la pubblicazione specialistica Tecnica della Scuola, si accerterà, inoltre, se l’insegnante si sia già resa protagonista di episodi analoghi in passato: “ciò costituirebbe un aggravante per dimostrare l’incompatibilità tra il ruolo di insegnante e quello assunto al di fuori della scuola”.

Insomma un vero e proprio tribunale speciale è in preparazione, non tanto dentro le strutture previste dal ministero, quanto un “tribunale politico e morale” fatto di uomini di governo, giornalisti, esponenti politici.

Se la si mette su questo piano, siamo allo “Stato penale/morale”, un orrore dal punto di vista dello stato di diritto. E’ una torsione che non deve passare.

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19/02/2018

Napoli. La vendetta di Minniti. Cariche brutali e decine di fermi contro gli antifascisti

Ci sono state violentissime cariche da parte della polizia sul corteo antifascista che oggi a Napoli contestava la presenza in città del leader di casapound Di Stefano. Il corteo antifascista si stava dirigendo verso l’Hotel Ramada dove si stava svolgendo un comizio elettorale dei fascisti di Casapound. Il corteo è stato spezzato in due senza avere la possibilità di resistere, i carabinieri in antisommossa hanno caricato uno spezzone di corteo dai lati mentre la polizia ha caricato alle spalle l’altra parte dei manifestanti.

Molti ragazzi sono rimasti feriti e ci sono stati una ventina di fermi con gli antifascisti messi al muro dagli agenti di polizia.

Anche a Napoli, come è accaduto a Bologna, Macerata, Venezia, Piacenza, centinaia di antifascisti si sono radunati per contestare la passerella elettorale di Casapound in città: il fascismo è incostituzionale!

Un enorme dispositivo repressivo è stato messo in campo per consentire ai fascisti di svolgere la loro iniziativa. Il risultato è stato di 4 feriti, manganellate, perquisizioni faccia al muro per chi legittimamente rivendicava l’antifascismo come valore fondante della nostra società.

Successivamente altre cariche della polizia sono avvenute sotto la Questura dove gli antifascisti si erano riconcentrati per chiedere la liberazione dei fermati.

“L’arroganza, la protervia di un gruppo di manigoldi che hanno bloccato un punto centrale di Napoli lascia un livello di inquietudine“. Così il questore di Napoli Antonio De Iesu, ha commentato all’ANSA le cariche di polizia e carabinieri, offendendo gli antifascisti classificandoli “manigoldi“. Vero uomo di Stato!!!

Ancora una volta abbiamo avuto la prova che forze dell’ordine, fascisti e poteri forti sono una cosa sola, ancora una volta lo stato ha scelto di difendere chi diffonde ideali di razzismo e di odio.

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29/09/2017

Torino. Corteo studentesco contro il vertice G7. Cariche della polizia


Questa mattina corteo di protesta degli studenti a Torino contro il vertice del G7 che inizia nella reggia di Venaria Reale. “Noi giganti, voi sette nani”: si leggeva nello striscione di apertura del corteo degli studenti. La manifestazione è partita intorno alle 10 dalla stazione di Porta Susa. “Della vostra zona rossa non me ne frega niente”. “Voi nelle regge, noi nelle piazze”, “Torino è la mia città, voi ministri che ci state a fà?”, sono alcuni dei cartelli esposti dagli studenti. Slogan in particolare contro il ministro Poletti, che proprio oggi presiede alla Reggia di Venaria il summit sul lavoro, ultimo appuntamento della Innovation Week Italian.


I dimostranti durante il percorso hanno tentato di svoltare da corso Vittorio Emanuele verso via Carlo Alberto, in direzione di piazza Carlina, dove si trova l’albergo delle delegazioni che partecipano al G7. La polizia in assetto antisommossa ha caricato il corteo e un giovane manifestante di 17 anni è stato fermato.

A quel punto il corteo ha ripreso il suo percorso sempre in direzione di piazza Carlina, ma le strade sono presidiate da cordoni di agenti del reparto mobile della polizia in tenuta antisommossa. A quel punto il corteo ha preso la strada verso l'università.

Spesso sui giornali o nel dibattito pubblico sentiamo affermare con prosopopea che le barriere ideologiche sono cadute e sono roba del passato, che fascisti e sinistra di classe sono estremismi opposti e uguali. Eppure dovrebbe balzare agli occhi che mentre a Torino i manifestanti contestano ministri, uomini di potere e businnessmen delle maggiori potenze capitaliste del mondo, i fascisti se la prendono sempre e solo con i poveri e gli immigrati. Chi mette questi antagonismi sullo stesso piano o viene pagato dai potenti o dovrebbe guardarsi allo specchio, fare saliva... e procedere di conseguenza.

Guarda il VIDEO del corteo

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01/04/2017

Melendugno. “La polizia si sta riorganizzando per attaccare in forze”


Intervista a Boris, attivista No Tap, di Melendugno – Realizzata ieri da Radio Città Aperta.

Ciao Boris, buongiorno.

Ciao.

Sappiamo che è un momento questo di relativa tranquillità perché c'è una sospensione dei lavori fino a lunedì. Qual è la situazione in questo momento?

Molti mezzi di comunicazione hanno fatto passare questa sospensione come una mezza vittoria del movimento. Nella realtà dei fatti lo è, perché abbiamo messo un po' in difficoltà sia la società Tap sia chi la sostiene e consente di fare questi lavori, cioè le forze dell'ordine, che rispondono come le guardie bianche dell'America Latina agli ordini di una multinazionale. La quale non ha neanche i permessi per fare quello che sta facendo, perché li ha ottenuti dopo che aveva iniziato a fare i lavori. Nella realtà dei fatti siamo di fronte ad una tregua unilaterale proclamata dalle forze dell'ordine perché avevano bisogno di riorganizzarsi e rafforzarsi, quindi da lunedì avremo praticamente militarizzata tutta la zona di Tap del presidio. Noi ci stiamo organizzando da parte nostra per continuare la battaglia nel migliore dei modi. Una battaglia che finora è stata pacifica, nel senso che abbiamo fatto solo ed esclusivamente resistenza passiva; invece dall'altra parte abbiamo trovato le forze di polizia in assetto antisommossa, molto nervosi... Io ho un po' di esperienza in questo campo e veramente fanno paura, nel senso che partono senza motivo, provocano, tentanto di arrestare le persone che stanno sedute a terra, cercano di isolare le persone, le accerchiano e tentano di portarle via. E' una situazione molto delicata anche perché ci sono persone anziane e quelli non hanno nessuna pietà. Però questa è la situazione e noi ci stiamo organizzando per andare avanti, per rispondere a tutto questo con la forza di un popolo; perché è tutto il Salento, tutto il popolo del Salento che non vuole il Tap.

Chiaro. Quindi vi aspettate per la prossima settimana forse addirittura un livello di militarizzazione superiore a quello già imponente che abbiamo visto nei giorni scorsi?

Sì. Le motivazioni reali per cui sono stati sospesi i lavori sono quelle. Hanno detto: noi non abbiamo la capacità di fronteggiare quello che abbiamo di fronte quindi dobbiamo riorganizzarci con le forze di polizia per avere rinforzi. Nella realtà dei fatti, loro non erano pronti a questa cosa; hanno spostato poliziotti, finanzieri e carabinieri da tutte le province della Puglia pensando di dover far fronte a un giorno, massimo due di manifestazione. Evidentemente questi agenti erano sempre gli stessi, erano esausti... Ed anche noi eravamo stanchi... Quindi alla fine hanno detto “sospendiamo, facciamo arrivare qualcun altro”, perché hanno capito che comunque, giorno per giorno, il numero di persone al presidio aumentava e non diminuiva. Non ci siamo abbattuti quando hanno tagliato il primo albero, ma ci siamo arrabbiati di più; e quindi alla fine si stanno riorganizzando per essere più forti.

Possiamo sperare che però ci si riorganizzi anche da quest'altro lato e che quindi da lunedì ci possa essere un presidio anche questo più imponente, più numeroso...

Sì, sì, questo senza dubbio. Noi in questi giorni stiamo facendo volantinaggi, stiamo andando a parlare con la gente, con le persone che comunque sostengono la nostra lotta, che però non lo fanno ancora in maniera attiva. Perché alla fine il rischio è che anche noi, dopo una settimana, 10 giorni, 15 giorni, un mese, se non c'è un ricambio costante, alla fine finiamo per cedere. Ma non succederà, perché comunque la rabbia sta montando in tutta la provincia, perché è evidente il sopruso che stiamo subendo. Anche le istituzioni locali... Cioè, è stato caricato il sindaco mentre stava facendo un'intervista; è una cosa pazzesca, senza motivo. Sono cose che tutti stanno vedendo, che tutti collegano ad un disegno di cui noi non abbiamo nessuna contezza, nel senso neanche si sa bene chi sono questi di Tap. Sicuramente non stanno facendo il bene della nostra terra, sicuramente stanno danneggiando la nostra economia, sicuramente stanno distruggendo il nostro territorio. Qua tra xylella – questa fantomatica xylella che non si capisce neanche cosa sia, ma che fa seccare gli alberi di ulivo, però l'anno scorso c'è stato un grosso movimento intorno a questa cosa e c'è ancora – poi abbiamo Colacem, poi l’Ilva... Io abito in un paese in cui non c'è una fabbrica e in cui la gente muore di tumore a 40, 50 anni. Più o meno su tutto questo si sta lavorando da anni, si fa controinformazione. La gente è stanca. Stanca di dover subire queste operazioni colonialistiche da parte di multinazionali che non lasciano nulla al territorio, se non distruzione e morte.

Territorio che, tra l'altro, è tra i più belli nel nostro paese e quindi a maggior ragione andrebbe tutelato. Ti ringrazio Boris per il tuo contributo.

Grazie a voi, perché ci state facendo parlare.

E assolutamente ti volevo dire che magari ci risentiamo la prossima settimana quando i lavori dovrebbero riprendere per continuare a seguire insieme quello che sta accadendo.

Sì, sì, noi siamo disponibilissimi sempre. Solo un appello, perché tante persone stanno al presidio in questi giorni, stanno succedendo un sacco di cose... Molto probabilmente avremo bisogno di un sostegno anche per portare avanti eventuali spese giudiziarie, quindi se oltre alla controinformazione e alla solidarietà, ci sta qualcuno che vuole fare una serata ogni tanto per sostenere queste battaglie, è ben accetto.

Un sostegno a questa battaglia. Assolutamente. Grazie ancora Boris.

Grazie a te, grazie a voi.

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12/02/2017

Bologna e la legge della questura

"Tout le monde deteste la police". È questo l'urlo che risuona per le strade di Bologna dopo i fatti di giovedì scorso, quando la polizia è entrata nella biblioteca della facoltà di lettere, al n. 36 di via Zamboni, per sgomberare di forza gli studenti che l'avevano occupata smontando i tornelli che da qualche settimana controllavano gli accessi all'edificio.

Una storia ormai nota alle cronache, quella del movimento studentesco bolognese, che porta avanti la battaglia per un sapere libero e per un università i cui servizi ad essa connessi siano aperti a tutti e per tutti. Storia altrettanto nota quella della polizia che carica pesantemente (anche con furgoni blindati...) e manganella con forza gli studenti.

Le vicende di questi giorni hanno reso noto a tutti che a Bologna oggi non governa più la democrazia ma la questura, non più la dialettica del confronto ma la soppressione del dissenso. Molte centinaia di studenti ieri sono scesi in corteo attraversando la città da piazza Verdi, nella zona universitaria al centro della città. Da via indipendenza lungo i viali e poi ancora davanti al 36 di via Zamboni.

Scene che ormai si vedono quotidianamente nelle nostre città, ma che in via Zamboni non si vedevano da anni: la polizia presidia le strade, gli scudi impediscono agli studenti di rientrare nelle biblioteche, le istituzioni restano silenti di fronte a una delle risorse più importanti per la città (e per il futuro del Paese) e anzi ordina e avvalla queste scene raccapriccianti.

Ieri un nuovo corteo, al quale hanno partecipato molte realtà sociali e politiche cittadine, le forze del sindacalismo di base come Usb e Sicobas, studenti, precari e lavoratori assieme per le strade della città, perchè l'uso della forza in via Zamboni è solo la punta dell'iceberg rispetto a ciò che succede in città.

Le politiche di esclusione, privatizzazione e restrizione degli spazi democratici infatti hanno sempre prodotto, e sempre produrranno solo reazione, ribellione e organizzazione del conflitto.

Intanto rispetto ai compagni fermati ieri, una è stata liberata mentre l'altra è agli arresti domiciliari. Del terzo fermato, non appartenente a nessun gruppo, non si riescono ad avere notizie.

Intanto la questura annuncia l'intenzione di emanare nuove denunce per "associazione a delinquere" che colpiscano direttamente "le regie" delle diverse mobilitazioni che hanno caratterizzato le lotte del movimento studentesco negli ultimi mesi.

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11/02/2017

Bologna. Corteo e cariche della polizia, oggi di nuovo in piazza


Una grande manifestazione ha attraversato le strade di Bologna reagendo al brutale intervento della polizia di giovedì alla biblioteca universitaria. Lo striscione di apertura chiedeva le dimissioni del rettore Ubertini e del questore Coccia, ritenuti complici e responsabili di quanto è stato ampiamente documentato da video e fotografie in queste ore. I luoghi di studio dell'università violati da decine di agenti di polizia armati con caschi e manganelli, studenti strattonati, pestati, fermati dentro la biblioteca. Il tutto autorizzato da un rettore che è venuto meno al suo ruolo.

Da parte sua il sindaco Merola non ha perso tempo – né sorpreso nessuno – schierandosi immediatamente a sostegno del rettore e del questore. E' il dna malato della autorità istituzionali di Bologna, lo stesso che quaranta anni fa portò i carri armati nelle strade e tra i portici della città, che uccise Francesco Lorusso, che scavò un fossato tra i giovani e il "partito di governo" della Vecchia Signora.

Il corteo di protesta, più di 1500 persone, è partito nel pomeriggio da Piazza Verdi ed è tornato alla biblioteca ieri invasa dagli agenti. Con uno scenario ormai tristemente consueto per Bologna, ci sono state le cariche della polizia contro gli studenti e i giovani in piazza. Il corteo però non si è disperso ed è tornato in piazza Verdi dove è stato nuovamente caricato; uno studente e due studentesse, Orlando, Sara e Giulia, sono state fermati e portati in Questura. Per Orlando e Sara sono stati confermati gli arresti, Giulia è stata rilasciata.

Per domani, sabato, è stata convocata alle 17.00 una nuova manifestazione da Piazza Verdi, il cuore della zona universitaria.

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10/02/2017

Bologna. L’università del manganello

Prima una vera e propria “serrata” da parte dell’Università, poi l’arrivo della celere con cariche e feriti. Questa la giornata che oggi sta facendo da seguito allo smontaggio, ieri, dei tornelli della biblioteca di via Zamboni 36. Stamattina le porte del 36 erano rimaste chiuse e così, qualche ora dopo, gli studenti le hanno aperte di propria iniziativa. “Centinaia di studenti e studentesse hanno riaperto questo spazio, proclamandone l’autogestione, perchè chiuso senza motivazione stamattina dall’università. Ora è tornato a essere un luogo aperto e accessibile, e invitiamo tutti e tutte a venirci a studiare”. Così il Cua sulla sua pagina Facebook: questa la risposta alla “ripicca” dell’Ateneo, che “ha impedito per la seconda volta agli studenti e alle studentesse di accedere alla propria sala studio. Ci siamo per questo riuniti in assemblea e abbiamo deciso di riaprire tutti e tutte assieme la biblioteca di discipline umanistiche! Vogliamo che l’università si assuma le sue responsabilità e agisca di conseguenza! La nostra compatta volontà collettiva ha espresso un’istanza chiara: il 36 deve restare uno spazio libero ed accogliente! Il rettore deve assumere il portato delle nostre rivendicazioni e riportare il 36 al suo normale funzionamento, senza tornelli o barriere. Di fronte a un servizio che dovrebbe essere garantito e pubblico, loro arbitrariamente chiudono. Noi da qui non ce ne andremo sin quando le nostre giuste richieste non verranno accolte!”, ha ripetuto il Cua. E Hobo scrive: “Ieri l’assemblea delle studentesse e degli studenti ha deciso collettivamente di rispondere colpo su colpo ad ogni attacco dell’università nei confronti del 36, la nostra biblioteca ma anche simbolo di uno stile di vita e di esperienza universitaria altro. Dopo aver tirati giù i tornelli, questa mattina le porte del 36 erano chiuse. Per questo ci siamo riuniti di fronte al 38, la facoltà accanto, e siamo partiti per contrastare questa meschina serrata. Detto fatto: come i tornelli anche le porte vanno giù! Adesso il 36 è di nuovo aperto, libero e autogestito!”. Dal collettivo LuB: “La riappropriazione di oggi è stata una risposta collettiva di studenti e studentesse, perché il 36 è vissuto come uno spazio comune di socialità e studio, in cui tutt* devono avere la possibilità di entrare”.

La tensione è salita in serata: “Il reparto celere è appena entrato nella sala studio del 36, manganellando violentemente gli studenti e le studentesse che stavano tranquillamente studiando. È una cosa gravissima e inammissibile”, scrive LuBo. “Cariche di polizia dentro la facoltà di Lettere, ci sono fermi e feriti”, racconta il Cua. “Venite tutti in via Zamboni”, è l’appello di Hobo.

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08/05/2016

Cariche al Brennero sui manifestanti

La scena è in fondo semplice, perché il valico del Brennero non è un agglomerato metropolitano. Dunque chi arriva per manifestare contro il “muro” che l’Austria sta costruendo, per fermare una inesistente – al momento – “invasione di migranti” dall’Italia, dovrebbe essere abbastanza visibile e riconoscibile. Ma i giornali italiani, a partire dall’agenzia Ansa, la madre di ogni pasticcio verbale sui media, hanno poche parole a disposizione: black bloc, guerriglia, anarchici.

Basta scorrere i titoli online per vedere che il pensiero unico si nutre di pochissime parole, spesso senza più riferimento con il mondo reale. Basti pensare alla tranquilla inettitudine con cui, ad esempio il Corriere della Sera annaffia la sua cronaca:
Volti coperti, vestiti di nero, provenienti da tutta Europa, i rappresentanti del movimento «No Borders» appena scesi dai treni si sono diretti verso il confine austriaco.

«Abbattiamo le frontiere», questo lo slogan degli anarchici che hanno lanciato sassi, fatto esplodere alcuni petardi e si sono scagliati contro i giornalisti e i fotografi che li riprendevano. Lanciati anche lacrimogeni contro i cronisti. Tensione con la polizia dispiegata in assetto anti-sommossa, i manifestanti hanno attaccato le forze dell’ordine e lanciato bengala.

Lo scandalo per la fine unilaterale degli accordi di Shengen è già dimenticato: ora no borders è una parola d’ordine da squinternati utopisti in vena di far casino. La stessa dinamica dei fatti ne viene stravolta fino all’incomprensibilità. “Gli anarchici hanno lanciato sassi, fatto esplodere alcuni petardi e si sono scagliati contro i giornalisti e i fotografi che li riprendevano”, scrive il Corrierone, e fin qui la descrizione sembra coerente con le premesse (gli anarchici se la prendono con tutti, polizia, fotografi e passanti). Poi però si continua con “Lanciati anche lacrimogeni contro i cronisti”, come se fossero stati sempre “gli anarchici”, mentre – a rigor di logica e di logistica – i lacrimogeni sono una dotazione esclusiva delle polizie in loco. Quindi si può desumere che la reazione della polizia all’arrivo di manifestanti sia stata particolarmente violenta e “totalitaria”: lacrimogeni su tutto quel che si muove, siano giornalisti, fotografi o “anarchici”.

Messa così, però, l’Italia e l’Austria somiglierebbe troppo da vicino alla Turchia di Erdogan. Quini meglio lasciare le cose nel vago, e far credere che “gli anarchici” siano una milizia con tanto di armamento leggero al seguito (col bagaglio a mano sul treno!?).

“Gli scontri” sono durati assai poco, vista la disparità militare delle “truppe” in campo. Breve blocco della sede autostradale, altrettanto breve quello della liea ferroviaria, e tutto finito prima delle 18. Venti manifestanti picchiati e fermati, un poliziotto accusa qualche dolore…

Solo il fantasma degli “anarchici” continuerà a volteggiare in redazione, se non proprio al valico...

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14/01/2016

Napoli. La polizia carica il corteo per Bagnoli, sindaco compreso

E’ il  gran giorno della Cabina di Regia (tutte rigorosamente maiuscole) per Bagnoli. Si parla di bonifiche. Di risanamento dei suoli.

Finalmente il fin qui evanescente commissario governativo e super-renziano Nastasi si appresta a fare una mossa.

Ha elaborato un piano che dovrebbe essere di inclusione delle istituzioni locali e delle associazioni della società civile: metterle tutte a un tavolo e prendere le decisioni che vanno prese, in armonia istituzionale e pace dei sensi. Mette sul piatto, con gran colpo di fanfare a mezzo stampa, 50 milioni di euro. Addirittura. Manco fossero i 14 miliardi dell’Expo. Vuole far sentire il profumo dei soldi. Il tintinnio delle monete.

In realtà la favoletta di Nastasi non se la beve nessuno e il commissario come previsto rimane con i rappresentanti della Regione, del rettore dell’università (in forma personale), prezzemolo Legambiente, la Fondazione Idis di Città della Scienza e il Comune di Pozzuoli. Si di Pozzuoli. Ma non di Napoli. Perché sindaco e giunta comunale disertano il tavolo istituzionale. E’ da tempo d’altronde che amministrazione comunale e Governo sono in rotta. Fu proprio l’atto d’imperio su Bagnoli di Renzi a determinarla. Da allora, bisogna ammettere, De Magistris non le ha mandate a dire. Anzi si può affermare con sicurezza che il commissariamento ha determinato il deciso cambio di passo dell’amministrazione, da allora molto più permeabile alle istanze sociali.

In effetti il commissariamento, più che un attacco a De Magistris e alla sua giunta, è un attacco alla città di Napoli e al quartiere ex operaio di Bagnoli. Venti anni di bonifiche hanno notoriamente  portato solo ad un esagerato spreco di denaro pubblico e a torbido malaffare; ma adesso si scavalca addirittura ogni logica democratica e si pretende di decidere su un’area strategica del territorio metropolitano senza alcun controllo pubblico o formale.

La cabina di regia insomma è la foglia di fico a coprire vergogne inenarrabili. Non le narrerà di certo il maggiore quotidiano locale Il Mattino, di proprietà di Caltagirone, in quanto gli interessi del proprietario sull’area sono notevoli. L’unica cosa che ad ora appare certa è che a rimettersi a lavoro nell’area saranno gli stessi che per vent’anni non hanno fatto nulla. Hanno intascato e basta. Sono colossi quali Cementir e Fintecna. Cacciati qualche tempo fa dal Comune di Napoli. Quando si dice le coincidenze...

Ma il meglio è altrove. Ad esempio, alle 15.30 alla Galleria Umberto I si riunisce la Napoli a cui non piace la faccia paciosa di Salvo Nastasi. Non per turbe fisiognomiche, ma perché dietro la sua  tranquilla inconsistenza si nasconde il feroce esecutore degli interessi dei forti. Che non vogliono ostacoli a sbarrargli la strada.

Centinaia e centinaia di persone ad affollare la galleria storica del centro di Napoli. C’è ovviamente molta Bagnoli. L’assise per Bagnoli, il centro sociale Iskra, i disoccupati del comitato 7 novembre. Delle problematiche reali del quartiere nessuno ne sa quanto loro. Vi sono poi i ragazzi dei vari centri sociali napoletani, delegati dell’usb e dei Cobas, cani sciolti e cittadini, diciamo così, comuni. Ci sono pure un paio di assessori della giunta comunale e il sindaco. La ressa è tanta. Le telecamere e i taccuini inseguono il sindaco e gli assessori. In effetti non è cosa comune vedere un sindaco partecipare ad un’assemblea dei movimenti sociali.

Inizia l’assemblea  lo storico attivista bagnolese Massimo Di Dato, a spiegare la genesi delle proteste e vent’anni di resistenza. E’ poi il turno del sindaco che si rende disponibile a sostenere la difesa al Governo Renzi a nome della città. Parla di violenza istituzionale, di mafia che ritorna, di partecipazione popolare necessaria. Applausi. L’assemblea dura poco più di un’ora perché vi è da consegnare presso la Prefettura il pacco dono per Salvo Nastasi. A pacco rispondo pacco sembrano volere dire i movimenti napoletani. Un gran pacco di cartapesta ben infiocchettato di rosso. Fa in tempo a prendere la parola anche il segretario regionale della Fiom che punta sull’orgoglio di stare dalla parte giusta. Meglio tardi che mai.

Si parte in corteo. Si parte e si arriva presto. La prefettura è nella vicina Piazza Plebiscito. E qui succede quello che non ti aspetti. L’innocuo incedere dei ragazzi col pacco di cartapesta verso i portoni della prefettura diviene motivo per caricare la piazza. In più si tenta di recintare l’area dei manifestanti attorniandoli con cordoni di polizia. Sembra un assedio. Ad una pacifica manifestazione. Ma che succede? Perché questo approccio bellico della polizia? Si fa fatica a riportare la calma.

Solo dopo tanto urlare si riesce a trattare coi responsabili di piazza e pretendere di liberare l’assedio e rimuovere i cordoni laterali di celerini. Tutto molto surreale. L’impressione è che i dirigenti delle forze dell’ordine rispondano a precisi input nazionali e abbiano avuto bisogno di creare ad arte il tafferuglio per cercare di criminalizzare una protesta sociale che vede avanzare insieme movimenti sociali e radicali e amministrazione comunale in una sinergia in cui si è autonomi l’uno dall’altra ma si converge verso l’obbiettivo comune: la difesa della città.

Non è un caso che anche le mediazioni degli assessori Piscopo e Fucito, presenti alla consegna del pacco, non abbiano sortito nessun effetto significativo nelle trattative con le forze dell’ordine. Polizia ancora una volta che si muove come forza autonoma rispondenti a interessi particolari e opachi. Un episodio che sarà bene non sottovalutare. Un episodio preoccupante.

I signori della speculazione le tenteranno tutte. Si è capito. Schiereranno in campo tutte le forze a loro disposizione. Picchieranno insensatamente e duro.

Come la polizia ieri sera.

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03/10/2015

Botte e spintoni agli europarlamentari in visita al cantiere tav di Chiomonte


Quanto accaduto in questa due giorni valsusina di visita al cantiere tav Torino Lione da parte di un folto gruppo di europarlamentari rasenta la follia… o forse no. Partiamo con i fatti, da oggi, sabato 3 ottobre. Era in programma una visita congiunta di eurodeputati al cantiere, passando dal comune di Giaglione, andando verso la Val Clarea, lungo la strada percorsa dai proprietari dei terreni limitrofi alle recinzioni. L’appuntamento è pubblico, pubblicizzato da tempo attraverso i quotidiani, le televisioni e i social media, alle ore 9.30 partenza dalla piazza di Giaglione.

Si parte insieme, proprietari dei terreni, deputati, giornalisti e attivisti no tav. Dopo circa un’oretta di cammino ecco però la sorpresa (situazione assai comune però ai semplici cittadini), la strada è sbarrata, “problemi di ordine pubblico, non si passa”. Decine di poliziotti, un idrante e alcuni mezzi impediscono l’accesso alla Val Clarea, ben lontani dall’area recintata e occupata dal cantiere ma così è, impossibile proseguire. Alcuni tra i quali la deputata Fiorenza, la Beghin, Marco Valli e altri ancora chiedono spiegazioni, si presentano, spiegano le ragioni della visita, il pranzo in compagnia per loro preparato ma nulla. Il sostituto del prefetto è irremovibile, non si passa rispondendo addirittura che se una telefonata fosse stata fatta ieri… Citando articoli e norme tra le quali il diritto di libera circolazione, il ruolo ispettivo senza preavviso di cui gli eurodeputati dispongono (che non è un loro diritto ma un dovere istituzionale per la salute pubblica, la trasparenza e il controllo) decidono così di non fermarsi all’alt insolente delle forze di polizia italiane.

Così decine di persone vengono coinvolte in una carica, scaraventate a terra, eurodeputati compresi, e subiscono pressioni e calci. Alcuni ancora in questo momento stanno ricorrendo a cure mediche. Quello che purtroppo sembra essere una pratica quotidiana in valle di Susa ha oggi superato ogni tipo di limite. Al di sopra di ogni legge e di ogni decenza. Se poi estendiamo quanto accaduto oggi a quanto successo ieri e cioè al deragliamento del trenino che si muove all’interno del tunnel geognostico e che stava trasportando gli operai e i deputati raggiungiamo il ridicolo.

La verità ovviamente sta scritta tutta nei numeri, 26 mld di euro di progetto non trovano freni né ostacoli. Chi si frappone tra la ricchezza pubblica o debito che sia e chi la vuole incassare costruendo un’opera inutile va schiacciato. Una strana connivenza tra apparati dello stato, forze di polizia, magistratura e imprese di costruzione, tra politica ed economia. L’uno che protegge l’altro, assolutamente non lecito per nessuno, eurodeputati compresi fare domande o sollevare dubbi.

Un cantiere che sa sempre più di macina spremi denaro, protetto senza timore di nulla, né di legge né di opinione pubblica dai vari attori della commedia-tragedia Torino Lione, oggi un poliziotto che picchia sul campo, domani un giudice o un procuratore, poi magari un ministro, un capo di governo e molto altro ancora.

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