Vogliamo levarci qualche chiodo dalle suole? E leviamocelo...
Nel dibattito che ha accompagnato la presentazione, nella sede dell’ordine degli avvocati di Genova, del docufilm di Repubblica sull’uccisione di Giulio Regeni (“Nove giorni al Cairo”, di Carlo Bonini e Giuliano Foschini), Enrico Zucca si è posto e ha rivolto al pubblico la domanda:
“l’11 settembre 2001 e il G8 hanno segnato una rottura nella tutela dei diritti internazionali. Lo sforzo che chiediamo a un paese dittatoriale è uno sforzo che abbiamo dimostrato di non saper fare per vicende meno drammatiche. I nostri torturatori, o meglio chi ha coperto i torturatori, come dicono le sentenze della Corte di Strasburgo, sono ai vertici della polizia, come possiamo chiedere all’Egitto di consegnarci i loro torturatori?”.
Il dottor Zucca è uno degli uomini che meglio conosce le “gloriose vicende” dei vertici della polizia italiana coinvolti nella mattanza di Genova 2001, visto che è stato sostituto procuratore della Corte di Appello, dunque tra i giudici del processo Diaz che ha portato alla condanna di diversi funzionari di polizia. Sentenza confermata dalla Corte europea di Strasburgo, che ha fra l’altro condannato lo Stato italiano a risarcire le vittime di torture nella scuola Diaz.
Il dottor Zucca è insomma un uomo delle istituzioni che parla dopo aver studiato a lungo le carte, non certo per “pregiudizio” (un magistrato ha a che fare tutti i giorni con uomini della polizia, carabinieri, finanza, ecc). Uno che sa benissimo che “giuridicamente” quei funzionari sono stati condannati per reati diversi dalla tortura soltanto perché questo reato – caso quasi unico ormai al mondo – non è previsto dal codice penale (circostanza che ci ha portato altre condanne dalla Corte europea dei diritti umani, cui peraltro l’establishment italico tributa di continuo grandi onori verbali). Ma le tecniche e i comportamenti dei condannati rientravano ad abbundantiam in quella fattispecie.
Abbiamo dunque questa strana situazione: uno Stato formalmente democratico che mantiene o eleva ai massimi gradi delle forze di polizia – ultimo caso: Gilberto Caldarozzi, uno dei principali condannati del processo Diaz e oggi vice direttore della Dia – diversi condannati per aver personalmente torturato innocenti o aver consapevolmente protetto dalle indagini, per anni, i torturatori. Questo Stato chiede all’Egitto – una dittatura militare di fatto, che però si autodefinisce uno Stato democratico perché tiene anch’esso delle elezioni politiche – di individuare, condannare ed eventualmente consegnare alla giustizia italiana egli agenti di polizia o dei servizi segreti egiziani responsabili delle torture e dell’omicidio di Giulio Regeni.
Immaginiamo facilmente le facce dei diplomatici egiziani mentre rispondono ai colleghi italiani con il sorrisetto complice di chi sta pensando “ma guarda un po’ chi è che mi viene a fare la predica...”.
Fin qui ci sarebbe solo da solidarizzare con la famiglia Regeni e riconoscere nel dott. Zucca un magistrato che rispetta le norme di legge e non le consuetudini dell’obbedienza all’Amministrazione.
Ma stiamo scendendo velocemente nella fogna della post-democrazia, quel mondo dove il voto popolare è vissuto con un certo fastidio (meglio manipolarlo, magari con leggi elettorali fortemente maggioritarie e un buon uso delle moderne tecnologie, vero?) e le critiche documentate agli apparati vengono a loro volta criminalizzate.
Accade perciò che il vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura – Giovanni Legnini, un politico – ritenga necessario aprire il plenum dell’istituzione ribadendo “stima e fiducia ai vertici delle forze di polizia”, mentre invece stigmatizza le parole di Zucca come “una dichiarazione impegnativa con qualche parola inappropriata”.
Tutto qui? No, ovviamente. Nel frattempo il ministero della Giustizia (ancora guidato da quell’Andrea Orlando allegramente definito “sinistra del Pd”) aveva fatto sapere che avrebbe acquisito gli atti relativi alle dichiarazioni del sostituto procuratore Zucca. E non certo per conferirgli un premio...
Direte: “che potere di merda... per fortuna c’è ancora la libera stampa democratica che vigila e bastona queste prepotenze”.
Errore. Un esimio “giornalista democratico”, uno di quelli che giura di voler mantenere aperto il riflettore sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, addirittura un vicedirettore del Corsera nonché conduttore di un programma televisivo in prima serata, scrive questo pensosa contorcimento per bastonare... il dott. Zucca! Leggiamo con attenzione:
[...] I pestaggi di Genova restano una pagina vergognosa. E non meno vergognoso è che – a diciassette anni e svariati processi di distanza – alcuni protagonisti di quelle vicende si ritrovino negli ingranaggi dello Stato. Ma un episodio infame della nostra storia non può venire trasformato nel suo tratto distintivo. Non è serio mettere sullo stesso piano i lati oscuri, ma pur sempre eccezionali, di una democrazia con le pratiche di una dittatura militare.
Il relativismo è un’arma dialettica disonesta perché da settant’anni, da destra a sinistra, mette tutti sullo stesso piano. La violenza incontrollata di un gruppo di agenti in divisa con i metodi di una polizia segreta. Il cittadino che paga un bollo in ritardo con l’evasore totale. Nessuno è perfetto, tantomeno chi catechizza le imperfezioni altrui. Ma le persone non sono tutte uguali, e neppure gli Stati. Se la regola del dottor Zucca venisse applicata, l’Italia non avrebbe più titolo per chiedere niente a nessuno. E la democrazia, che a differenza delle dittature può permettersi questi cali di autostima, finirebbe per rinnegare la sua ragione sociale: tutelare i diritti dei propri cittadini, compreso quello del dottor Zucca di dire ciò che pensa.
Molte parole per dire una sola cosa: se qualche poliziotto ha fatto delle torture a Genova è solo “una mela marcia” (o un cesto), ma lo Stato non c’entra e non può essere accusato di essere poco democratico. Mica siamo sullo stesso piano dell’Egitto!
E’ una vecchia tesi difensiva dei più immondi poteri della terra. Con una differenza, però. In genere, nel mondo, quando una “mela marcia” viene presa in castagna e condannata – non è frequente, nel caso di poliziotti, ma qualche volta accade – viene anche espulsa dai ranghi. Non è un grande sforzo, solo uno scaricabarile, spesso compensato con una lettera di referenze per il “privato” che dovesse assumerli. Ma insomma, lo Stato cerca di far vedere che questi comportamenti non li premia...
Qui no. I condannati hanno scalato le vette. E ci rimangono. Con la benedizione dei Legnini e dei Gramellini di turno.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/03/2018
Noi stiamo con Lavinia
Lavinia Flavia Cassaro, la maestra di Torino che ha gridato contro la polizia durante una manifestazione antifascista, ora è sotto procedura di licenziamento e sotto indagine del procuratore della Repubblica, la stesso che si è inventato il reato di “terrorismo” contro i NoTav, venendo poi clamorosamente smentito dagli stessi vertici della magistratura.
Il licenziamento e la punizione esemplare di Lavinia sono stati chiesti in diretta Tv da Matteo Renzi e la sua ministra Fedeli ha subito obbedito, affermando che gli insegnanti devono essere legge ed ordine dentro come fuori la scuola. Una campagna mediatica da sbatti il mostro in prima pagina ha presentato la maestra Lavinia come il peggior guaio che a scuola possa capitare ai nostri figli. Massimo Gramellini, che ogni giorno sul Corriere ci impartisce lezioni di retorica savoiarda ispirate dalle peggiori pagine del libro Cuore, ci ha messo tutta la sua ipocrisia politicamente corretta.
Come sempre quando si tratti di colpire una persona che lavora, i leader di centrodestra e centro sinistra si son trovati assieme e senza il garantismo di cui abbondano per sé. Assieme hanno promosso il linciaggio di Lavinia, giudicata indegna di insegnare.
Io invece sono sicuro che lei sia un’ottima maestra. E non solo per come si comporta con i suoi alunni a scuola, ma per come è fuori di essa.
Lavinia è scesa in piazza da antifascista contro i rigurgiti del neofascismo, e questo è un impegno costituzionale che dovrebbe far parte dei valori civici dei nostri docenti. Poi, di fronte alla protezione che le forze di polizia hanno offerto ai fascisti e alla violenza e alle minacce contro gli antifascisti, Lavinia si è indignata. Anche l’indignazione contro l’ingiustizia è un valore civico fondamentale per la formazione dei nostri ragazzi.
Ma la sacrosanta ed educativa indignazione di Lavinia è sfociata in un urlo di rabbia ripreso dalle telecamere delle stesse forze dell’ordine e comparso su tutti mass media: dovete morire! E da qui il linciaggio della strega, come se davvero un grido fosse una maledizione efficace, come se Lavinia avesse il potere magico di far male a qualcuno con la sua reazione ad una sopraffazione.
C’è qualcosa di spaventosamente medioevale nel potere che indica al pubblico disprezzo, alla esemplare punizione, una donna che urla la sua rabbia. Io quelle parole così impolitiche non le avrei usate, avrei ripetuto ciò che a volte grido, ciò che ho sentito scandire per la prima volta da ragazzo, oltre cinquant’anni fa, ad un picchetto operaio: polizia fascista. Lavinia ha aggiunto anche parole che oggi sono entrate nel linguaggio corrente, quante volte si sentono negli stadi?
Non è bello, bisognerebbe essere politicamente corretti anche di fronte ai manganelli della polizia, ma non sempre ci si riesce. Si deve finire sulla pubblica gogna per questo?
Questo potere esige una maestrina dalla penna rossa che applauda la cavalleria che carica i manifestanti e guai a chi non si adegua.
Non intendo certo paragonare il caso di Lavinia ad altri, la offenderei. Ma solo per smascherare la vergogna di un potere che è feroce con alcuni, indulgente con altri, voglio ricordare due casi emblematici di questa indulgenza. Un professore toscano ha portato la bandiera della Repubblica Sociale di Hitler e Mussolini sul luogo di una strage nazifascista e si è procurato tanta pubblicità per questo gesto infame. Insegna ancora indisturbato. I poliziotti giudicati definitivamente colpevoli dell’assassinio di Federico Aldrovandi fanno ancora il loro mestiere. Il ministero dell’interno ha giudicato l’omicidio da essi compiuto un atto non così grave da comportare la radiazione dalla polizia. E i colleghi che li hanno pubblicamente applauditi non hanno subito provvedimenti.
In fondo non è vero che il potere, per conservarsi, oggi tenti di riesumare la vecchia politica contro gli opposti estremismi. Lo diciamo anche noi, ma non è vero. Questo potere oggi protegge i fascisti e la violenza contro i poveri, alimenta ingiustizia, intolleranza, spirito di sopraffazione. Poi questo stesso potere volge la sua ferocia istituzionale solo contro chi a tutto questo si ribelli. Come il capitalismo ottocentesco che sta restaurando, questo potere odia tutti coloro che lo contestano nel nome di giustizia ed eguaglianza.
La maestra Lavinia è un brava insegnante che deve continuare a svolgere il suo lavoro. Noi siamo con lei e diciamo basta alla caccia alle streghe.
Fonte
Il licenziamento e la punizione esemplare di Lavinia sono stati chiesti in diretta Tv da Matteo Renzi e la sua ministra Fedeli ha subito obbedito, affermando che gli insegnanti devono essere legge ed ordine dentro come fuori la scuola. Una campagna mediatica da sbatti il mostro in prima pagina ha presentato la maestra Lavinia come il peggior guaio che a scuola possa capitare ai nostri figli. Massimo Gramellini, che ogni giorno sul Corriere ci impartisce lezioni di retorica savoiarda ispirate dalle peggiori pagine del libro Cuore, ci ha messo tutta la sua ipocrisia politicamente corretta.
Come sempre quando si tratti di colpire una persona che lavora, i leader di centrodestra e centro sinistra si son trovati assieme e senza il garantismo di cui abbondano per sé. Assieme hanno promosso il linciaggio di Lavinia, giudicata indegna di insegnare.
Io invece sono sicuro che lei sia un’ottima maestra. E non solo per come si comporta con i suoi alunni a scuola, ma per come è fuori di essa.
Lavinia è scesa in piazza da antifascista contro i rigurgiti del neofascismo, e questo è un impegno costituzionale che dovrebbe far parte dei valori civici dei nostri docenti. Poi, di fronte alla protezione che le forze di polizia hanno offerto ai fascisti e alla violenza e alle minacce contro gli antifascisti, Lavinia si è indignata. Anche l’indignazione contro l’ingiustizia è un valore civico fondamentale per la formazione dei nostri ragazzi.
Ma la sacrosanta ed educativa indignazione di Lavinia è sfociata in un urlo di rabbia ripreso dalle telecamere delle stesse forze dell’ordine e comparso su tutti mass media: dovete morire! E da qui il linciaggio della strega, come se davvero un grido fosse una maledizione efficace, come se Lavinia avesse il potere magico di far male a qualcuno con la sua reazione ad una sopraffazione.
C’è qualcosa di spaventosamente medioevale nel potere che indica al pubblico disprezzo, alla esemplare punizione, una donna che urla la sua rabbia. Io quelle parole così impolitiche non le avrei usate, avrei ripetuto ciò che a volte grido, ciò che ho sentito scandire per la prima volta da ragazzo, oltre cinquant’anni fa, ad un picchetto operaio: polizia fascista. Lavinia ha aggiunto anche parole che oggi sono entrate nel linguaggio corrente, quante volte si sentono negli stadi?
Non è bello, bisognerebbe essere politicamente corretti anche di fronte ai manganelli della polizia, ma non sempre ci si riesce. Si deve finire sulla pubblica gogna per questo?
Questo potere esige una maestrina dalla penna rossa che applauda la cavalleria che carica i manifestanti e guai a chi non si adegua.
Non intendo certo paragonare il caso di Lavinia ad altri, la offenderei. Ma solo per smascherare la vergogna di un potere che è feroce con alcuni, indulgente con altri, voglio ricordare due casi emblematici di questa indulgenza. Un professore toscano ha portato la bandiera della Repubblica Sociale di Hitler e Mussolini sul luogo di una strage nazifascista e si è procurato tanta pubblicità per questo gesto infame. Insegna ancora indisturbato. I poliziotti giudicati definitivamente colpevoli dell’assassinio di Federico Aldrovandi fanno ancora il loro mestiere. Il ministero dell’interno ha giudicato l’omicidio da essi compiuto un atto non così grave da comportare la radiazione dalla polizia. E i colleghi che li hanno pubblicamente applauditi non hanno subito provvedimenti.
In fondo non è vero che il potere, per conservarsi, oggi tenti di riesumare la vecchia politica contro gli opposti estremismi. Lo diciamo anche noi, ma non è vero. Questo potere oggi protegge i fascisti e la violenza contro i poveri, alimenta ingiustizia, intolleranza, spirito di sopraffazione. Poi questo stesso potere volge la sua ferocia istituzionale solo contro chi a tutto questo si ribelli. Come il capitalismo ottocentesco che sta restaurando, questo potere odia tutti coloro che lo contestano nel nome di giustizia ed eguaglianza.
La maestra Lavinia è un brava insegnante che deve continuare a svolgere il suo lavoro. Noi siamo con lei e diciamo basta alla caccia alle streghe.
Fonte
28/02/2018
Salviamo la maestra dai suoi boia
Era prevedibile. La campagna scatenata da Renzi in combutta con il Corriere della Sera contro l’insegnante torinese che grida contro i poliziotti durante la manifestazione antifascista a Torino, appartiene a quel dossier di killeraggio politico e mediatico a cui ci ha abituato il Corriere. Lo ha fatto sistematicamente in passato e lo perpetua oggi, facilitato dal clima elettorale alla ricerca di “episodi” sui quali potersi esercitare.
A farne le spese questa volta è una insegnante che durante la manifestazione che intendeva contestare un comizio dei fascisti di Casa Pound, si è beccata le cariche e gli idranti della polizia inveendo contro gli agenti.
I Renzi, i Gramellini e i cicisbei del bon ton un tanto al chilo, forse non hanno dimestichezza con le manifestazioni di piazza, non conoscono l’adrenalina (che compensa paura e reattività con quanto avviene in quel momento) e dunque la rabbia che si manifesta magari dopo aver subito una carica. In piazza, se ci sono scontri, cariche etc, si urla, ci si riempie di contumelie o di slogan che servono per tenere serrate le file, per tenere la piazza, per tenere il punto. E non si va tanto per il sottile, anche nell’uso delle parole. Parole, appunto.
Questo è avvenuto nella piazza di Torino, come in tutte le piazze dove c’è affrontamento. E’ così, da sempre.
Il fatto che una manifestante che urla contro gli agenti di polizia sia anche un’insegnante ha fatto scatenare sia il refrain sui “cattivi maestri della sinistra” con assurde richieste di licenziamento, tra l’altro per fatti o parole espresse al di fuori del contesto lavorativo. Il Miur ha fatto sapere che l’amministrazione, subito dopo avere appreso dell’accaduto, ha “attivato l’Ufficio scolastico regionale per il Piemonte che sta provvedendo ad acquisire dalla scuola della docente ulteriori informazioni per avviare i necessari approfondimenti”. Secondo la pubblicazione specialistica Tecnica della Scuola, si accerterà, inoltre, se l’insegnante si sia già resa protagonista di episodi analoghi in passato: “ciò costituirebbe un aggravante per dimostrare l’incompatibilità tra il ruolo di insegnante e quello assunto al di fuori della scuola”.
Insomma un vero e proprio tribunale speciale è in preparazione, non tanto dentro le strutture previste dal ministero, quanto un “tribunale politico e morale” fatto di uomini di governo, giornalisti, esponenti politici.
Se la si mette su questo piano, siamo allo “Stato penale/morale”, un orrore dal punto di vista dello stato di diritto. E’ una torsione che non deve passare.
Fonte
A farne le spese questa volta è una insegnante che durante la manifestazione che intendeva contestare un comizio dei fascisti di Casa Pound, si è beccata le cariche e gli idranti della polizia inveendo contro gli agenti.
I Renzi, i Gramellini e i cicisbei del bon ton un tanto al chilo, forse non hanno dimestichezza con le manifestazioni di piazza, non conoscono l’adrenalina (che compensa paura e reattività con quanto avviene in quel momento) e dunque la rabbia che si manifesta magari dopo aver subito una carica. In piazza, se ci sono scontri, cariche etc, si urla, ci si riempie di contumelie o di slogan che servono per tenere serrate le file, per tenere la piazza, per tenere il punto. E non si va tanto per il sottile, anche nell’uso delle parole. Parole, appunto.
Questo è avvenuto nella piazza di Torino, come in tutte le piazze dove c’è affrontamento. E’ così, da sempre.
Il fatto che una manifestante che urla contro gli agenti di polizia sia anche un’insegnante ha fatto scatenare sia il refrain sui “cattivi maestri della sinistra” con assurde richieste di licenziamento, tra l’altro per fatti o parole espresse al di fuori del contesto lavorativo. Il Miur ha fatto sapere che l’amministrazione, subito dopo avere appreso dell’accaduto, ha “attivato l’Ufficio scolastico regionale per il Piemonte che sta provvedendo ad acquisire dalla scuola della docente ulteriori informazioni per avviare i necessari approfondimenti”. Secondo la pubblicazione specialistica Tecnica della Scuola, si accerterà, inoltre, se l’insegnante si sia già resa protagonista di episodi analoghi in passato: “ciò costituirebbe un aggravante per dimostrare l’incompatibilità tra il ruolo di insegnante e quello assunto al di fuori della scuola”.
Insomma un vero e proprio tribunale speciale è in preparazione, non tanto dentro le strutture previste dal ministero, quanto un “tribunale politico e morale” fatto di uomini di governo, giornalisti, esponenti politici.
Se la si mette su questo piano, siamo allo “Stato penale/morale”, un orrore dal punto di vista dello stato di diritto. E’ una torsione che non deve passare.
Fonte
17/07/2017
La vera storia della “cameriera scomparsa”
Quasi un esperimento dal vivo su come funziona l’informazione mainstream in Italia. Ci capita spesso di contestare ironicamente questa o quella narrazione di eventi in cui siamo stati anche noi presenti (manifestazioni, scioperi, ecc). Ma ovviamente ogni spettatore esterno potrebbe pensare che si tratti solo di “punti di vista” differenti rispetto alla stesso fatto, espresso da soggetti schierati in campi opposti.
Ci aiuta perciò questo post di Alessandro Gilioli, nella sua rubrica su L’Espresso (gruppo Repubblica, dunque insospettabile di simpatie “antagoniste”), che ricostruisce minuziosamente il processo di creazione di una fake news funzionale al pensiero unico dominante. Non proprio un falso, ma una costruzione fasulla – e molto, molto, ideologica – a partire da una chiacchiera amichevole su Facebook, che si stratifica per interventi successivi (fino all’intervento definitivo dell’”opinionista principe” alla corte di Fabio Fabio, ossia Massimo Gramellini), accumulando opinioni personali, luoghi comuni (“dove andremo a finire, signora mia!”), invenzioni con un certo “sapore”.
Naturalmente, la “verifica della notizia” – primo comandamento della professione giornalistica, soprattutto se ben retribuita e senza troppi problemi di bolletta telefonica – è completamente assente. Come in un collegamento di Giovanna Botteri da New York, che parla con identica tiritera di faccende statunitensi, manifestazioni e scontri in Venezuela, problemi politici in Brasile, test missilistici in Corea del Nord, sfilate del lusso a Manhattan.
Narrativa, appunto. E pure di bassa qualità...
La vicenda di Claudio Ortichi, l’albergatore del bolognese che non riesce a trovare una cameriera o che ne trova solo di svogliate e pretenziose, aveva attirato la mia attenzione fin da quando era uscita sul Resto del Carlino – oggi è in prima pagina sul Corriere, nella rubrica di Gramellini.
Aveva attirato la mia attenzione perché mi sembrava un po’ strana – con tutti i disoccupati o precari che ci sono in questo Paese – e perché mi sembrava un po’ troppo strumentale alla solita narrazione del presente, quella che ha fatto e continua a fare egemonia culturale: non è vero che non c’è lavoro, sono gli italiani – soprattutto quelli giovani – a essere pelandroni e choosy, come diceva Fornero.
Già il giorno in cui su Fb avevo trovato l’articolo del Carlino, avevo quindi cercato sui vari siti di lavoro l’annuncio disertato da così tante e schizzinose ragazze che non sentono la crisi – mettendo svariate chiavi di ricerca, compresa quella di Castel San Pietro Terme, dove si trova l’albergo – ma stranamente non ne avevo trovato nessuno.
Poi neppure mi ricordo perché avevo lasciato perdere, probabilmente qualcosa di più urgente atterrata sul mio tavolo.
Oggi però, letto l’articolo di Gramellini, non ho resistito e ho fatto una telefonata a questo signor Ortichi, persona simpatica e gradevolissima, per capire com’erano andate le cose.
E, diciamo, le cose sono andate un po’ diversamente dalla narrazione.
Il signor Ortichi non ha mai – mai – messo un annuncio su un sito o su un giornale per cercare una cameriera.
Si è limitato, il 31 maggio scorso, a scrivere un post sulla sua bacheca Facebook, in cui ha 1262 amici. Tra un post sulla Juve e uno contro i maltrattamenti animali, aveva scritto tre righe per dire che cercava una cameriera che sapesse un paio di lingue. Nessun accenno al tipo di assunzione, nessun accenno alla paga, soprattutto nessun numero di telefono o mail a cui rivolgersi.
Oltre a questo, aveva “diffuso la voce”, racconta, tra i clienti, i fornitori e i colleghi ristoratori della zona.
Non aveva messo annunci, il signor Ortichi, perché preferiva “assumere qualcuno che non fosse proprio una sconosciuta”, il che è nel pieno dei suoi diritti, ci mancherebbe.
Qualche settimana dopo, chiacchierando con un amico giornalista locale, Ortichi ha raccontato questa cosa. L’amico giornalista ci ha fatto un pezzo sul Carlino (titolo: “Hotel cerca una cameriera, ma non si presenta nessuno”) arricchito da qualche commento sociologico: “Difficile trovare un posto di lavoro? Più difficile trovare un dipendente”, (…) “ci sarà anche la crisi di posti di lavoro tanto sbandierata in questi anni, ma evidentemente c’è anche chi la crisi non la sente”, (…) “forse tutte le potenziali interessate sono al mare o in piscina” etc).
Qualche giorno dopo Gramellini ha letto il pezzo sul Resto del Carlino, non si è penato di telefonare a Ortichi per chiedere come stavano le cose (me l’ha detto lui stesso, Ortichi) e ci ha fatto direttamente un pezzo in prima pagina del Corriere riassumendo quello del collega locale e aggiungendo di suo che per trovare una cameriera “l’albergatore le ha provate tutte”, mentre non aveva messo neppure un annuncio se non sulla sua bacheca Facebook.
Fine della storia.
Ah, da quando è uscito il pezzo sul Carlino a ieri – quando Gramellini ha scritto il suo – Ortichi ha ricevuto oltre cento curriculum.
Fonte
Ci aiuta perciò questo post di Alessandro Gilioli, nella sua rubrica su L’Espresso (gruppo Repubblica, dunque insospettabile di simpatie “antagoniste”), che ricostruisce minuziosamente il processo di creazione di una fake news funzionale al pensiero unico dominante. Non proprio un falso, ma una costruzione fasulla – e molto, molto, ideologica – a partire da una chiacchiera amichevole su Facebook, che si stratifica per interventi successivi (fino all’intervento definitivo dell’”opinionista principe” alla corte di Fabio Fabio, ossia Massimo Gramellini), accumulando opinioni personali, luoghi comuni (“dove andremo a finire, signora mia!”), invenzioni con un certo “sapore”.
Naturalmente, la “verifica della notizia” – primo comandamento della professione giornalistica, soprattutto se ben retribuita e senza troppi problemi di bolletta telefonica – è completamente assente. Come in un collegamento di Giovanna Botteri da New York, che parla con identica tiritera di faccende statunitensi, manifestazioni e scontri in Venezuela, problemi politici in Brasile, test missilistici in Corea del Nord, sfilate del lusso a Manhattan.
Narrativa, appunto. E pure di bassa qualità...
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La vera storia della “cameriera scomparsa”
La vicenda di Claudio Ortichi, l’albergatore del bolognese che non riesce a trovare una cameriera o che ne trova solo di svogliate e pretenziose, aveva attirato la mia attenzione fin da quando era uscita sul Resto del Carlino – oggi è in prima pagina sul Corriere, nella rubrica di Gramellini.
Aveva attirato la mia attenzione perché mi sembrava un po’ strana – con tutti i disoccupati o precari che ci sono in questo Paese – e perché mi sembrava un po’ troppo strumentale alla solita narrazione del presente, quella che ha fatto e continua a fare egemonia culturale: non è vero che non c’è lavoro, sono gli italiani – soprattutto quelli giovani – a essere pelandroni e choosy, come diceva Fornero.
Già il giorno in cui su Fb avevo trovato l’articolo del Carlino, avevo quindi cercato sui vari siti di lavoro l’annuncio disertato da così tante e schizzinose ragazze che non sentono la crisi – mettendo svariate chiavi di ricerca, compresa quella di Castel San Pietro Terme, dove si trova l’albergo – ma stranamente non ne avevo trovato nessuno.
Poi neppure mi ricordo perché avevo lasciato perdere, probabilmente qualcosa di più urgente atterrata sul mio tavolo.
Oggi però, letto l’articolo di Gramellini, non ho resistito e ho fatto una telefonata a questo signor Ortichi, persona simpatica e gradevolissima, per capire com’erano andate le cose.
E, diciamo, le cose sono andate un po’ diversamente dalla narrazione.
Il signor Ortichi non ha mai – mai – messo un annuncio su un sito o su un giornale per cercare una cameriera.
Si è limitato, il 31 maggio scorso, a scrivere un post sulla sua bacheca Facebook, in cui ha 1262 amici. Tra un post sulla Juve e uno contro i maltrattamenti animali, aveva scritto tre righe per dire che cercava una cameriera che sapesse un paio di lingue. Nessun accenno al tipo di assunzione, nessun accenno alla paga, soprattutto nessun numero di telefono o mail a cui rivolgersi.
Oltre a questo, aveva “diffuso la voce”, racconta, tra i clienti, i fornitori e i colleghi ristoratori della zona.
Non aveva messo annunci, il signor Ortichi, perché preferiva “assumere qualcuno che non fosse proprio una sconosciuta”, il che è nel pieno dei suoi diritti, ci mancherebbe.
Qualche settimana dopo, chiacchierando con un amico giornalista locale, Ortichi ha raccontato questa cosa. L’amico giornalista ci ha fatto un pezzo sul Carlino (titolo: “Hotel cerca una cameriera, ma non si presenta nessuno”) arricchito da qualche commento sociologico: “Difficile trovare un posto di lavoro? Più difficile trovare un dipendente”, (…) “ci sarà anche la crisi di posti di lavoro tanto sbandierata in questi anni, ma evidentemente c’è anche chi la crisi non la sente”, (…) “forse tutte le potenziali interessate sono al mare o in piscina” etc).
Qualche giorno dopo Gramellini ha letto il pezzo sul Resto del Carlino, non si è penato di telefonare a Ortichi per chiedere come stavano le cose (me l’ha detto lui stesso, Ortichi) e ci ha fatto direttamente un pezzo in prima pagina del Corriere riassumendo quello del collega locale e aggiungendo di suo che per trovare una cameriera “l’albergatore le ha provate tutte”, mentre non aveva messo neppure un annuncio se non sulla sua bacheca Facebook.
Fine della storia.
Ah, da quando è uscito il pezzo sul Carlino a ieri – quando Gramellini ha scritto il suo – Ortichi ha ricevuto oltre cento curriculum.
Fonte
19/07/2016
Caro Gramellini, tu non sei mio fratello
Quello che deve essere detto ai propagandisti di quel “buonismo vittimista” che è un formidabile veicolo del razzismo “perbene”. Quello che “io sono democratico, ma...”, “io non sono per la guerra di religione ma...”, e tutti i “ma” sorridenti che potete leggere o ascoltare sulle tv “democratiche”.
Emblematica, ci sembra, la richiesta di “pentirsi” rivolta a tutti i musulmani che vivono qui e di trasformarsi in delatori, come se l’unico modo di poter essere accettati da “noi” (noi chi, Gramellini? noi inchiodati a lavori di merda o noi Marchionne?) sia quello di spogliarsi di ogni altra cultura e mettersi a disposizione del “potere costituito”.
Come se l’unica integrazione possibile consista nel negare ogni diversità.
La giornalista italiana e musulmana Sabika Shah Povia risponde al Buongiorno di Gramellini sui fatti di Nizza, pubblicato il 16 luglio su La Stampa.
Sabika Shah Povia
Eccomi. Sono qui. Sono uscita. Sono uscita giorni, mesi, anni fa. Sono uscita tutti i giorni dall’11 settembre in poi. Forse non mi hai vista. Forse non mi hai voluta vedere, ma io sono uscita ed insieme a me sono usciti i miei fratelli, musulmani e non, italiani e non. Gente figlia dell’amore, gente che crede nell’unità del popolo, nella libertà e nell’uguaglianza.
Hai ragione quando dici che servono gesti che cambino la trama di questa storia, ma sbagli ad aspettarteli solo da me. Sbagli a pensare che tu puoi permetterti il lusso di “restare sull’uscio ad osservare”, mentre io combatto la nostra battaglia: quella di tutti noi cittadini europei che crediamo nella pace e nella convivenza tra popoli, religioni, etnie. Quella che già combatto da tempo, ma che non posso vincere senza di te.
Un fratello condivide il tuo dolore. Un fratello ti sostiene. Un fratello scende in piazza accanto a te, non ti lascia solo. Tu mi hai lasciata sola. Tu non sei mio fratello.
Da un lato mi dici che questi farabutti sono nati e cresciuti qui, insieme a me e te, dall’altro dici che parlano la “mia” lingua, frequentano i “miei” negozi, che i loro figli vanno a scuola con i “miei”. E i tuoi, caro Gramellini? Dove vanno a scuola i tuoi figli? Che negozi frequenti tu? Che lingua parli? Dici che sono “una di voi”, ma continui a parlare di “nostri” e “vostri”.
Gli attentatori non sono mai ragazzi religiosi, non frequentano quasi mai le moschee e io non ho mai a che fare con loro. Proprio come te. Sono ragazzi disturbati, che provengono dalle periferie dimenticate delle grandi città; sono degli emarginati con precedenti penali, e non c’entrano niente con me.
La solidarietà religiosa e razziale che mi accusi di provare non esiste, anche perché non provo solidarietà per i fomentatori di odio e i violenti. Se provo solidarietà è solo per i miei fratelli europei che, loro malgrado, sono diventati il bersaglio di una violenza indiscriminata e ingiustificabile.
L’Italia è la mia casa. Non mi ha accolta e non mi ha offerto nulla. Ogni cosa che ho in questa terra, me la sono guadagnata con il sacrificio, la fatica e il lavoro, miei e dei miei genitori, che sono arrivati qui ormai più di 40 anni fa. Un italiano che credeva nella ricchezza della diversità ha saputo guardare oltre il loro essere giovani musulmani pakistani, e gli ha voluto bene. Tanto, da dare loro il suo cognome e convincerli a restare.
Le tue parole feriscono l’anima di persone come loro, di persone come mio nonno e dei tuoi un milione di concittadini musulmani da cui hai tante pretese, forse anche giuste, ma al fianco dei quali non vuoi combattere, e che accusi di essere complici di barbarie come quella commessa da un folle a Nizza. Non è giusto.
Hai oltrepassato quel confine sottile che separa il populismo dall’islamofobia.
E per questo, io non voglio fare nessun patto con te, anche perché il tuo mi sembra più una minaccia che un patto. I nostri razzisti li terremo lontani dal governo io e i miei fratelli, con il nostro voto e il nostro impegno. Siamo già passati all’azione, abbiamo già preso le distanze dagli invasati e contraddetto punto su punto chi si è avvicinato a noi con idee distorte, e continueremo a farlo.
Sai, è perché stiamo giocando senza di te che stiamo perdendo la partita. Ma vorrei ti fosse chiaro che se ci sconfiggeranno, sarà stata anche colpa tua.
da http://www.tpi.it/
Il pezzo di Gramellini
Massimo Gramellini
Caro musulmano non integralista che vivi in Occidente, esci fuori. Lo so che esisti, ti ho conosciuto. In privato mi hai confidato tante volte il tuo sgomento per l’eresia wahabita che ha deformato il Corano, trasformando il suicidio in un atto eroico, e la tua rabbia verso la corte saudita che si atteggia a nostra alleata e invece finanzia quell’eresia dai tempi di Bin Laden. Il piano degli aspiranti califfi è piuttosto chiaro: utilizzano ragazzotti viziati come gli stragisti del Bataclan e relitti umani come il camionista che ha seminato la morte sulla promenade di Nizza per alimentare la paura e l’odio verso l’Islam, così da portare i razzisti al potere in Occidente e creare le condizioni per innescare una guerra di civiltà. È la trama dei fanatici di ogni epoca, la conosciamo bene. Negli Anni Settanta del secolo scorso il terrorismo di sinistra insanguinò le nostre strade con altri metodi (bersagli simbolici e non indiscriminati) ma identici obiettivi: scatenare la rivoluzione. Fallì quando l’operaio comunista che credeva suo alleato gli fece il vuoto intorno. E l’operaio gli si rivoltò contro perché aveva qualcosa da perdere: una casa, uno stipendio, un pallido benessere. Nessuno, credimi, fa la rivoluzione se ha qualcosa da perdere. Il simbolo di quel cambio di stagione fu il sindacalista Guido Rossa, che pagò con la vita la rottura dell’omertà in fabbrica.
Oggi Guido Rossa sei tu. Ti auguro lunga vita, ma è da te che ci aspettiamo il gesto che può cambiare la trama di questa storia. I farabutti che sgozzano in nome dell’Islam non vengono dal deserto: sono cresciuti in Occidente e quasi sempre ci sono anche nati. Frequentano i tuoi negozi e le tue moschee, parlano la tua lingua, credono (a modo loro) nella tua religione. Hanno figli che vanno a scuola con i tuoi, mogli che chiacchierano con la tua. Per troppo tempo li hai guardati come dei fratelli che sbagliavano, ma che non andavano traditi. Non condividevi i loro comportamenti, ma non te la sentivi di denunciarli: in qualche caso per paura, ma più spesso per una forma perversa di solidarietà religiosa e razziale.
Adesso però il gioco si è fatto troppo duro e non puoi più restare sull’uscio a osservarlo. Adesso anche tu, come l’operaio comunista di quarant’anni fa, hai qualcosa da perdere. Bene o male l’Occidente ti ha accolto, offrendoti la possibilità di una vita più dignitosa di quella che ti era consentita nella terra da cui sei scappato. Ora sei uno di noi. Tuo fratello non è più il camionista di Nizza, ma il bambino che le sue ruote hanno stritolato sul selciato. Non puoi continuare a negare l’evidenza o a girarti dall’altra parte. Hai oltrepassato quel confine sottile che separa il menefreghismo dalla complicità.
Facciamo un patto. Noi cercheremo di tenere i nostri razzisti lontani dal governo e di migliorare il livello della sicurezza, anche se è impossibile proteggere ermeticamente ogni assembramento umano. Tu però devi passare all’azione. Devi prendere le distanze dagli invasati che si sentono invasori e dagli imam che li fomentano. Denunciarli, sbugiardarli, controbattere punto su punto le loro idee distorte. Pretendendo, tanto per cominciare, che nella tua moschea si parli la lingua che a scuola parlano i tuoi figli: francese in Francia, italiano in Italia. Senza di te perderemmo la partita. Ma vorrei ti fosse chiaro che fra gli sconfitti ci saresti anche tu.
Fonte
Quanto sono tossici questi intellettuali pret a porter, buoni per ogni stagione, sempre pronti ad indicare una via non si sa bene dall'alto di quale saggezza visto che non sono mai in grado di esprimere concetti che abbiano lo spessore superiore ad un foglio di carta velina.
Emblematica, ci sembra, la richiesta di “pentirsi” rivolta a tutti i musulmani che vivono qui e di trasformarsi in delatori, come se l’unico modo di poter essere accettati da “noi” (noi chi, Gramellini? noi inchiodati a lavori di merda o noi Marchionne?) sia quello di spogliarsi di ogni altra cultura e mettersi a disposizione del “potere costituito”.
Come se l’unica integrazione possibile consista nel negare ogni diversità.
*****
La giornalista italiana e musulmana Sabika Shah Povia risponde al Buongiorno di Gramellini sui fatti di Nizza, pubblicato il 16 luglio su La Stampa.
Sabika Shah Povia
Eccomi. Sono qui. Sono uscita. Sono uscita giorni, mesi, anni fa. Sono uscita tutti i giorni dall’11 settembre in poi. Forse non mi hai vista. Forse non mi hai voluta vedere, ma io sono uscita ed insieme a me sono usciti i miei fratelli, musulmani e non, italiani e non. Gente figlia dell’amore, gente che crede nell’unità del popolo, nella libertà e nell’uguaglianza.
Hai ragione quando dici che servono gesti che cambino la trama di questa storia, ma sbagli ad aspettarteli solo da me. Sbagli a pensare che tu puoi permetterti il lusso di “restare sull’uscio ad osservare”, mentre io combatto la nostra battaglia: quella di tutti noi cittadini europei che crediamo nella pace e nella convivenza tra popoli, religioni, etnie. Quella che già combatto da tempo, ma che non posso vincere senza di te.
Un fratello condivide il tuo dolore. Un fratello ti sostiene. Un fratello scende in piazza accanto a te, non ti lascia solo. Tu mi hai lasciata sola. Tu non sei mio fratello.
Da un lato mi dici che questi farabutti sono nati e cresciuti qui, insieme a me e te, dall’altro dici che parlano la “mia” lingua, frequentano i “miei” negozi, che i loro figli vanno a scuola con i “miei”. E i tuoi, caro Gramellini? Dove vanno a scuola i tuoi figli? Che negozi frequenti tu? Che lingua parli? Dici che sono “una di voi”, ma continui a parlare di “nostri” e “vostri”.
Gli attentatori non sono mai ragazzi religiosi, non frequentano quasi mai le moschee e io non ho mai a che fare con loro. Proprio come te. Sono ragazzi disturbati, che provengono dalle periferie dimenticate delle grandi città; sono degli emarginati con precedenti penali, e non c’entrano niente con me.
La solidarietà religiosa e razziale che mi accusi di provare non esiste, anche perché non provo solidarietà per i fomentatori di odio e i violenti. Se provo solidarietà è solo per i miei fratelli europei che, loro malgrado, sono diventati il bersaglio di una violenza indiscriminata e ingiustificabile.
L’Italia è la mia casa. Non mi ha accolta e non mi ha offerto nulla. Ogni cosa che ho in questa terra, me la sono guadagnata con il sacrificio, la fatica e il lavoro, miei e dei miei genitori, che sono arrivati qui ormai più di 40 anni fa. Un italiano che credeva nella ricchezza della diversità ha saputo guardare oltre il loro essere giovani musulmani pakistani, e gli ha voluto bene. Tanto, da dare loro il suo cognome e convincerli a restare.
Le tue parole feriscono l’anima di persone come loro, di persone come mio nonno e dei tuoi un milione di concittadini musulmani da cui hai tante pretese, forse anche giuste, ma al fianco dei quali non vuoi combattere, e che accusi di essere complici di barbarie come quella commessa da un folle a Nizza. Non è giusto.
Hai oltrepassato quel confine sottile che separa il populismo dall’islamofobia.
E per questo, io non voglio fare nessun patto con te, anche perché il tuo mi sembra più una minaccia che un patto. I nostri razzisti li terremo lontani dal governo io e i miei fratelli, con il nostro voto e il nostro impegno. Siamo già passati all’azione, abbiamo già preso le distanze dagli invasati e contraddetto punto su punto chi si è avvicinato a noi con idee distorte, e continueremo a farlo.
Sai, è perché stiamo giocando senza di te che stiamo perdendo la partita. Ma vorrei ti fosse chiaro che se ci sconfiggeranno, sarà stata anche colpa tua.
da http://www.tpi.it/
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Il pezzo di Gramellini
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Caro musulmano i tuoi fratelli adesso siamo noi
Massimo Gramellini
Caro musulmano non integralista che vivi in Occidente, esci fuori. Lo so che esisti, ti ho conosciuto. In privato mi hai confidato tante volte il tuo sgomento per l’eresia wahabita che ha deformato il Corano, trasformando il suicidio in un atto eroico, e la tua rabbia verso la corte saudita che si atteggia a nostra alleata e invece finanzia quell’eresia dai tempi di Bin Laden. Il piano degli aspiranti califfi è piuttosto chiaro: utilizzano ragazzotti viziati come gli stragisti del Bataclan e relitti umani come il camionista che ha seminato la morte sulla promenade di Nizza per alimentare la paura e l’odio verso l’Islam, così da portare i razzisti al potere in Occidente e creare le condizioni per innescare una guerra di civiltà. È la trama dei fanatici di ogni epoca, la conosciamo bene. Negli Anni Settanta del secolo scorso il terrorismo di sinistra insanguinò le nostre strade con altri metodi (bersagli simbolici e non indiscriminati) ma identici obiettivi: scatenare la rivoluzione. Fallì quando l’operaio comunista che credeva suo alleato gli fece il vuoto intorno. E l’operaio gli si rivoltò contro perché aveva qualcosa da perdere: una casa, uno stipendio, un pallido benessere. Nessuno, credimi, fa la rivoluzione se ha qualcosa da perdere. Il simbolo di quel cambio di stagione fu il sindacalista Guido Rossa, che pagò con la vita la rottura dell’omertà in fabbrica.
Oggi Guido Rossa sei tu. Ti auguro lunga vita, ma è da te che ci aspettiamo il gesto che può cambiare la trama di questa storia. I farabutti che sgozzano in nome dell’Islam non vengono dal deserto: sono cresciuti in Occidente e quasi sempre ci sono anche nati. Frequentano i tuoi negozi e le tue moschee, parlano la tua lingua, credono (a modo loro) nella tua religione. Hanno figli che vanno a scuola con i tuoi, mogli che chiacchierano con la tua. Per troppo tempo li hai guardati come dei fratelli che sbagliavano, ma che non andavano traditi. Non condividevi i loro comportamenti, ma non te la sentivi di denunciarli: in qualche caso per paura, ma più spesso per una forma perversa di solidarietà religiosa e razziale.
Adesso però il gioco si è fatto troppo duro e non puoi più restare sull’uscio a osservarlo. Adesso anche tu, come l’operaio comunista di quarant’anni fa, hai qualcosa da perdere. Bene o male l’Occidente ti ha accolto, offrendoti la possibilità di una vita più dignitosa di quella che ti era consentita nella terra da cui sei scappato. Ora sei uno di noi. Tuo fratello non è più il camionista di Nizza, ma il bambino che le sue ruote hanno stritolato sul selciato. Non puoi continuare a negare l’evidenza o a girarti dall’altra parte. Hai oltrepassato quel confine sottile che separa il menefreghismo dalla complicità.
Facciamo un patto. Noi cercheremo di tenere i nostri razzisti lontani dal governo e di migliorare il livello della sicurezza, anche se è impossibile proteggere ermeticamente ogni assembramento umano. Tu però devi passare all’azione. Devi prendere le distanze dagli invasati che si sentono invasori e dagli imam che li fomentano. Denunciarli, sbugiardarli, controbattere punto su punto le loro idee distorte. Pretendendo, tanto per cominciare, che nella tua moschea si parli la lingua che a scuola parlano i tuoi figli: francese in Francia, italiano in Italia. Senza di te perderemmo la partita. Ma vorrei ti fosse chiaro che fra gli sconfitti ci saresti anche tu.
Fonte
Quanto sono tossici questi intellettuali pret a porter, buoni per ogni stagione, sempre pronti ad indicare una via non si sa bene dall'alto di quale saggezza visto che non sono mai in grado di esprimere concetti che abbiano lo spessore superiore ad un foglio di carta velina.
10/06/2016
Il sinistrismo addomesticato dell’intellettuale illuminato
E così anche Massimo Gramellini, che per un istante della nostra
esistenza abbiamo dovuto anche sopportare come riferimento culturale di
certa sinistra radical bohemien in tresca perenne con l’ecologismo
d’accatto e la feticizzazione del “basso” contro “l’alto”, si smaschera
per quello che è: un rimasticamento insignificante della cultura
dominante. Il suo corsivo islamofobo
di ieri mattina svela i tic tipici di certa sinistra, quella
illuminata, che pretende di imporre culturalmente quello che il
liberismo prescrive economicamente. Vittima del suo strale le nuove
divise delle hostess Alitalia, espressione a suo dire della primitiva
cultura araba di sottomissione della donna. Sono brutte, e per di più
non si vede un filo di coscia. Davvero uno scandalo. Il sillogismo non
assume neanche le forme sottili del razzismo intellettualmente
raffinato: chiama in causa direttamente i valori occidentali per
definizione superiori a quelli musulmani. Ecco cosa succede a vendere
all’estero, per di più a culture primitive, i nostri gioielli nazionali.
Le nuove divise Alitalia fanno evidentemente schifo. In linea con la
maggior parte delle altre compagnie però. Basta vedere come vanno
conciate le schiave sorridenti dei voli low cost, per capire
immediatamente la truffa del discorso dell’intellò torinese (egregiamente sbugiardato
da Lorenzo Declich su Vice). Lui tutto questo lo sa benissimo: è
perfettamente conscio che non esiste alcun collegamento tra la cultura
di provenienza della proprietà multinazionale di Alitalia e i nuovi capi
di vestiario. Stiamo parlando di un impostore culturale, non di uno
sprovveduto. L’obiettivo è la polemica capace di solleticare gli istinti
primordiali dell’odio per il diverso. Istinti ampiamente coltivati da
tutti gli organi d’informazione massmediali e da tutte le forze
politiche in parlamento. Gramellini assolve alla funzione tipica
dell’intellettuale compatibile: quella di coprire a sinistra gli items ideologici
dominanti, gli elementi posti a fondamenta della narrazione egemone. Le
orribili calze verdi divengono così lo smascheramento addirittura
dell’Europa saudita; la pelle coperta il segno tangibile della
sottomissione della donna nella cultura musulmana. Poco importa che
quelle mise sono state pensate ed elaborate da uno stilista
milanese; poco importa che le divise precedenti fossero altrettanto
brutte; ancor meno, che ogni proprietà multinazionale non ha alcun
carattere tipico da conservare o anche solo da riconoscere che
non siano strategie di marketing planetarie, che delle “culture locali”
se ne fregano altamente. La chiusura è poi un vero e proprio fuoco
d’artificio neocolonialista, di quelli che fanno impressione e si rimane
stupiti col naso all’insù: [ecco] “cosa succede quando un bene italiano
finisce nelle mani di una cultura che, quantomeno in materia di donne,
si trova nelle condizioni più di prendere esempi che di imporne”. Quella
stessa cultura a cui stiamo dando esempi a suon di bombe e di
sconvolgimenti epocali, dovrebbe al contrario dimostrarsi prona alla
nostra palese superiorità, quantomeno in materia di donne, si
prodiga però di specificare il giornalista. La cultura occidentale che
parla di emancipazione della donna è l’ultima delle provocazioni che
siamo costretti a subire in questa nefasta epoca di sottomissione
antropologica. Perlomeno, da oggi speriamo di esserci sbarazzati una
volta per tutte dalla definizione di Gramellini come “uno di sinistra”.
Fonte
Fonte
06/01/2016
Il cavallo di Troia di Zalone
Cado dalle nubi, onestamente, l’ho trovato di una noia mortale. In Sole a catinelle,
invece, c’erano tre gag (il gavettone alla signora chic con risataccia,
il numero della mozzarella tracciata all’assemblea degli industriali e
soprattutto Zalone che spegne e riaccende il bambino problematico
causandogli o attenuandogli traumi) degne, e sono serio, della coppia
Sonego-Sordi: vale a dire che solo queste tre scene si mangiano tutto
il cinema de sinistra degli ultimi venticinque anni. Poi, sono da
sempre un fan di Nunziante: ma proprio un fan vero, di quelli
assatanati, già dai tempi della tv, poi nel Grande botto di
Pompucci, scritto anche da Nunziante e nel quale interpreta con classe
eccezionale un professore bamboccione (se non ci credete, guardatevelo:
lo riconoscete perché è il più bravo di tutti). Non entro quindi nella
polemica Zalone sì, Zalone no. Guarderò il film quando lo daranno in tv
(il cinema manco pagato, io non pago per quaranta minuti di pubblicità)
e se mi piacerà mi piacerà, altrimenti sti gran cazzi. Il fenomeno
Zalone, in realtà, non è un fenomeno. E’ solo uno che fa i film, qualche
volta belli, qualche volta bruttarelli, ma niente di più: Zalone, in
sé, è molto meno pericoloso dei filmacci de sinistra pariolina: e
inoltre lui e il suo pard sanno scrivere, recitare e dirigere meglio di
tutti i trappani de sinistra d’Italia.
Però.
Però attenti. Che Zalone sia gradevole, non c’è dubbio, almeno per me. Che Zalone, però, non sia Sordi, pure. Sembra un gigante paragonato alle due camere e tinello (o agli attici de sinistra) ma lì, onestamente, vince anche una gara di rutti fatti male. E’ che dobbiamo imparare a pensare, e andare oltre Zalone. Dobbiamo capire quello che i piecori stanno cercando di far passare usando Zalone (che, ripeto, non mi dispiace affatto) come cavallo di Troia. Il pericolo è che frasi agghiaccianti come eh ma incassa un sacco di soldi, oppure state rosica’ che lui piace alle genti prendano ancora più piede. E questo, una società appena un gradino più su dei mau mau o dei leghisti non se lo può permettere: a maggior ragione non ce lo possiamo permettere in Italia. Quando sostenete Zalone dicendo che che milioni di persone vanno a vederlo, ricordatevi che milioni di persone vanno a vedere Siani (Siani, cristo di un dio) e che anche lui incassa un botto. Questi non sono mai stati, e mai lo saranno, argomenti validi. Sono conti della serva, che Zalone per primo non merita, non fosse altro perché s’impegna a fare quello che sa fare, e cerca di farlo con una dignità che oggi è rara. Semplicemente, ogni tanto capita che un prodotto gradevole abbia una certa fortuna. In Italia è già successo con Monicelli, con Scola,con Germi, e poi, piano piano, a furia di dire che anche i film di merda, però, insomma, ci siamo ritrovati immersi nella merda e addio a Scola, addio a Germi, benvenuti cinepanettoni.
Quando osannate Zalone, ricordatevi che non è il successo a decretare la qualità: mai. Neanche nel caso in cui il prodotto di successo non demeriti. Per una cosa buona che passa, ci sono cento merdate che aspettano pazienti di occuparci il cervello con la stessa scusa: eh ma vende, eh ma piace.
Tenete sempre presente Gramellini, non Zalone. Gramellini piace, Gramellini vende.
Ricordatevelo.
Fonte
Però.
Però attenti. Che Zalone sia gradevole, non c’è dubbio, almeno per me. Che Zalone, però, non sia Sordi, pure. Sembra un gigante paragonato alle due camere e tinello (o agli attici de sinistra) ma lì, onestamente, vince anche una gara di rutti fatti male. E’ che dobbiamo imparare a pensare, e andare oltre Zalone. Dobbiamo capire quello che i piecori stanno cercando di far passare usando Zalone (che, ripeto, non mi dispiace affatto) come cavallo di Troia. Il pericolo è che frasi agghiaccianti come eh ma incassa un sacco di soldi, oppure state rosica’ che lui piace alle genti prendano ancora più piede. E questo, una società appena un gradino più su dei mau mau o dei leghisti non se lo può permettere: a maggior ragione non ce lo possiamo permettere in Italia. Quando sostenete Zalone dicendo che che milioni di persone vanno a vederlo, ricordatevi che milioni di persone vanno a vedere Siani (Siani, cristo di un dio) e che anche lui incassa un botto. Questi non sono mai stati, e mai lo saranno, argomenti validi. Sono conti della serva, che Zalone per primo non merita, non fosse altro perché s’impegna a fare quello che sa fare, e cerca di farlo con una dignità che oggi è rara. Semplicemente, ogni tanto capita che un prodotto gradevole abbia una certa fortuna. In Italia è già successo con Monicelli, con Scola,con Germi, e poi, piano piano, a furia di dire che anche i film di merda, però, insomma, ci siamo ritrovati immersi nella merda e addio a Scola, addio a Germi, benvenuti cinepanettoni.
Quando osannate Zalone, ricordatevi che non è il successo a decretare la qualità: mai. Neanche nel caso in cui il prodotto di successo non demeriti. Per una cosa buona che passa, ci sono cento merdate che aspettano pazienti di occuparci il cervello con la stessa scusa: eh ma vende, eh ma piace.
Tenete sempre presente Gramellini, non Zalone. Gramellini piace, Gramellini vende.
Ricordatevelo.
Fonte
16/06/2015
Sono finite le primarie...
Diciamolo chiaro: ad un "rottamatore" emerso soltanto grazie a della "primarie" ampiamente manipolate a suo favore si potrebbe anche chiedere - mentre si fa una chiacchierata informale in cui quello ti dice "se era per me le primarie l'avevo già abolite" - come mai questo "strumento di rinnovamento della democrazia" sia andato così facilmente in necrosi. Ma se l'intervistatore è Massimo Gramellini, vicedirettore de La Stampa, tra i protagonisti dell'assunzione in cielo di Matteo Renzi, prima semisconosciuto boyscout democristiano impiegato nell'azienda di papà, certe domande non vengono proprio in mente.
E quindi, una volta "riorganizzato" il Pd, i prossimi candidati verranno tutti scelti dal vertice, cioè da lui stesso. Secondo quali criteri? Non è difficile immaginarli...
Le elezioni amministrative hanno fatto molto male all'immagine sempre vincente di un premier messo lì proprio per dar l'idea che ora si va avanti come treni, non ci ferma più nessuno, cambiamo tutto e il popolo è con noi. Perché, sarà banale notarlo, se il popolo non è affatto con te, tu non fai più nulla di quel che ti proponi.
E' vero che Renzi sa benissimo di essere una meteora di passaggio, obbligata a rientrare nell'ombra una volta eseguita la missione per cui era stato scelto (far fuori la vecchia guardia, parecchio imbolsita, del Pd, prendersi quel partito e fare una controriforma reazionaria della Costituzione e delle relazioni industriali sotto un mantello ufficialmente "di sinistra"). Compito che ha fin qui svolto egregiamente, con la complicità beota delle sue vittime, ma che non può durare a lungo.
La sua caducità è nella natura stessa della sua azione: antipopolare, feroce (lo vedremo nei prossimi giorni, quando si comincerà a discutere di nuova "riforma" delle pensioni), impossibile da nascondere a lungo sotto una coltre di battute, menzogne plateali, ammiccamenti "piacioni".
Renzi sa di avere i mesi contati (e per fortuna che c'è l'estate che comincia ora) e promette di fare più velocemente quel che gli resta da completare: ripulire il Pd da ogni residuo nostalgico di socialdemocrazia, dare qualche altro colpo all'architettura costituzionale, demolire la scuola pubblica e svuotare la previdenza, altrettanto pubblica. Poi si farà da parte, o meglio si esporrà a una battaglia elettorale che - grazie anche al "suo" Italicum - rischia di vederlo uscire di scena già al primo turno, comunque battibilissmo al ballottaggio (esattamente come il capro espiatorio Felice Casson a Venezia).
Su quale sia la sua vera base sociale, e quanto possa essere estesa, vale la sua stessa battuta concessa a Gramellini: «A Venezia mi è venuto incontro un signore: “Salve, sono l’unico renziano della città…” Era Brugnaro, il candidato del centrodestra che ci ha battuto». Appunto: un imprenditore, non proprio la maggioranza della popolazione. Straordinaria, per quanto involontaria, confessione sui propri veri mandanti...
Fonte
E quindi, una volta "riorganizzato" il Pd, i prossimi candidati verranno tutti scelti dal vertice, cioè da lui stesso. Secondo quali criteri? Non è difficile immaginarli...
Le elezioni amministrative hanno fatto molto male all'immagine sempre vincente di un premier messo lì proprio per dar l'idea che ora si va avanti come treni, non ci ferma più nessuno, cambiamo tutto e il popolo è con noi. Perché, sarà banale notarlo, se il popolo non è affatto con te, tu non fai più nulla di quel che ti proponi.
E' vero che Renzi sa benissimo di essere una meteora di passaggio, obbligata a rientrare nell'ombra una volta eseguita la missione per cui era stato scelto (far fuori la vecchia guardia, parecchio imbolsita, del Pd, prendersi quel partito e fare una controriforma reazionaria della Costituzione e delle relazioni industriali sotto un mantello ufficialmente "di sinistra"). Compito che ha fin qui svolto egregiamente, con la complicità beota delle sue vittime, ma che non può durare a lungo.
La sua caducità è nella natura stessa della sua azione: antipopolare, feroce (lo vedremo nei prossimi giorni, quando si comincerà a discutere di nuova "riforma" delle pensioni), impossibile da nascondere a lungo sotto una coltre di battute, menzogne plateali, ammiccamenti "piacioni".
Renzi sa di avere i mesi contati (e per fortuna che c'è l'estate che comincia ora) e promette di fare più velocemente quel che gli resta da completare: ripulire il Pd da ogni residuo nostalgico di socialdemocrazia, dare qualche altro colpo all'architettura costituzionale, demolire la scuola pubblica e svuotare la previdenza, altrettanto pubblica. Poi si farà da parte, o meglio si esporrà a una battaglia elettorale che - grazie anche al "suo" Italicum - rischia di vederlo uscire di scena già al primo turno, comunque battibilissmo al ballottaggio (esattamente come il capro espiatorio Felice Casson a Venezia).
Su quale sia la sua vera base sociale, e quanto possa essere estesa, vale la sua stessa battuta concessa a Gramellini: «A Venezia mi è venuto incontro un signore: “Salve, sono l’unico renziano della città…” Era Brugnaro, il candidato del centrodestra che ci ha battuto». Appunto: un imprenditore, non proprio la maggioranza della popolazione. Straordinaria, per quanto involontaria, confessione sui propri veri mandanti...
Fonte
05/06/2015
Gramellini contro i giudici che non tengono in galera i Rom
Siamo abituati al Gramellini civile e sorridente sulla poltroncina di Fabio Fazio. Al vicedirettore de La Stampa maestro di buone maniere, composto spargitore di lacrime di commozione umanitaria. La sua immagine nasconde al meglio un animo niente affatto altrettanto civile.
Il suo "Buongiorno" di oggi ci riporta di botto al tempo in cui il suo giornale, con molte ragioni, veniva chiamato la “busiarda” (la bugiarda) dagli operai torinesi. Se la prende con i magistrati romani che hanno scarcerato due dei quattro rom a bordo dell'auto che ha falciato una settimana fa nove persone, uccidendo una donna filippina e mandandone all'ospedale molte altre.
Ci sembra il caso di riportarlo integralmente:
E' il caso di ricostruire la successione degli avvenimenti. Un incidente stradale gravissimo - come centinaia di altri - su cui i media nazionali (La Stampa compresa) hanno montato decine di pagine e ore di telegiornali (talk show, ecc) enfatizzando all'estremo il fatto che gli investitori fossero dei Rom.
Ogni cittadino di questo paese è stato "allarmato" a dovere, e invitato a domandarsi "come facciamo a ridurre il pericolo rappresentato dagli zingari?". Sulla base di questa campagna i fascisti di CasaPound (il nuovo servizio d'ordine del leghista Matteo Salvini) hanno messo insieme una gazzarra di quartiere molto monitorata dagli stessi media. Mentre gli antirazzisti e antifascisti che cercavano di contrastarli venivano ripetutamente caricati dalla polizia, evidentemente per lasciar loro campo libero.
Se c'è insomma qualcuno che che "fomenta il razzismo" sono i media di regime, che utilizzano al meglio l'assenza di qualsiasi iniziativa di "governo" (nel senso nobile del termine) della presenza di Rom, migranti e quant'altro. Sarà il caso di ricordare che la Gran Bretagna ospita "zingari" in numero doppio rispetto a quelli residenti in questo paese; ma non se ne sente parlare su alcun media britannico perché sono gestiti e governati. Il problema della loro presenza è stato evidentemente elaborato come un problema politico che lo Stato deve affrontare e risolvere, mettendo in campo varie politiche convergenti (casa, lavoro, istruzione, repressione, ecc).
Qui si aspetta "l'incidente" o lo si provoca (ricordate i fatti di Tor Sapienza?) per scatenare un'"emergenza", in modo da avviare un business o affidare un appalto in deroga alle normative. Il razzismo viene fatto crescere, e addirittura protetto con la polizia, perché è un modo di governare facile, sicuro, redditizio. Privatizzato, ma a spese della collettività.
Gramellini lo sa benissimo, almeno quanto lo sappiamo noi. Ma avrebbe preferito vedere in galera due innocenti per quel reato - non dei "santi", ma in questo specifico caso "non colpevoli" - pur di indicare un colpevole di "fomentare il razzismo" diverso dal suo giornale e dai suoi amati colleghi.
Fonte
Il suo "Buongiorno" di oggi ci riporta di botto al tempo in cui il suo giornale, con molte ragioni, veniva chiamato la “busiarda” (la bugiarda) dagli operai torinesi. Se la prende con i magistrati romani che hanno scarcerato due dei quattro rom a bordo dell'auto che ha falciato una settimana fa nove persone, uccidendo una donna filippina e mandandone all'ospedale molte altre.
Ci sembra il caso di riportarlo integralmente:
Immaginate cosa starà pensando il capo della Mobile di Roma a proposito dei fratelli rom che hanno falciato nove passanti uccidendone una. Cinque giorni per trovarli e appena due per liberarli, ecco cosa starà pensando. Già scarcerato Samuel, il maggiorenne, perché le testimonianze autorevolissime degli altri familiari concordano nell’addossare tutte le responsabilità sul minorenne, destinato a pene più lievi. Davvero strano l’equipaggio di quell’auto, a cui il giudice attribuisce tanta credibilità. Un diciassettenne senza patente al volante di una vettura senza assicurazione che al posto di blocco si fa prendere dal panico e schiaccia il pedale dell’acceleratore credendo si tratti del freno: e non per un attimo, ma per un chilometro intero. La moglie, minorenne come lui, che si prodiga per addestrarlo a un uso corretto della pedaliera. Un padre malato di cuore, forse, che vive in una roulotte infestata dai topi eppure possiede un ingorgo di macchine. Infine Samuel, questo bravo ragazzo che si guarda bene dal soccorrere gli investiti e rimane alla macchia cinque giorni, ma solo per non lasciare il fratellino in balia dei propri fantasmi. E’ una favola ingegnosa, alla quale sembrano credere soltanto quelli che lo hanno rimesso in libertà.Un distillato di razzismo perbenista ("le autorevolissime testimonianze degli altri familiari") su cui sorvoliamo per concentrarci invece sul modo in cui Gramellini considera i media e la legge. Esplicitamente accusa i giudici di "fomentare il razzismo" scarcerando due persone che avrebbero dovuto invece restare in galera, secondo lui, per rispetto del "senso comune e delle forme elementari di prudenza".
Chi ha applicato la legge col paraocchi è consapevole che a Roma c’è un quartiere blindato, dove i fascisti di Casa Pound soffiano sull’animo risentito degli abitanti? I fomentatori di odio ringrazieranno per il pacco dono di una liberazione immediata che si fa beffe del senso comune e delle forme elementari di prudenza. Se esiste un sistema legale per fomentare il razzismo, questa decisione lo ha brevettato.
E' il caso di ricostruire la successione degli avvenimenti. Un incidente stradale gravissimo - come centinaia di altri - su cui i media nazionali (La Stampa compresa) hanno montato decine di pagine e ore di telegiornali (talk show, ecc) enfatizzando all'estremo il fatto che gli investitori fossero dei Rom.
Ogni cittadino di questo paese è stato "allarmato" a dovere, e invitato a domandarsi "come facciamo a ridurre il pericolo rappresentato dagli zingari?". Sulla base di questa campagna i fascisti di CasaPound (il nuovo servizio d'ordine del leghista Matteo Salvini) hanno messo insieme una gazzarra di quartiere molto monitorata dagli stessi media. Mentre gli antirazzisti e antifascisti che cercavano di contrastarli venivano ripetutamente caricati dalla polizia, evidentemente per lasciar loro campo libero.
Se c'è insomma qualcuno che che "fomenta il razzismo" sono i media di regime, che utilizzano al meglio l'assenza di qualsiasi iniziativa di "governo" (nel senso nobile del termine) della presenza di Rom, migranti e quant'altro. Sarà il caso di ricordare che la Gran Bretagna ospita "zingari" in numero doppio rispetto a quelli residenti in questo paese; ma non se ne sente parlare su alcun media britannico perché sono gestiti e governati. Il problema della loro presenza è stato evidentemente elaborato come un problema politico che lo Stato deve affrontare e risolvere, mettendo in campo varie politiche convergenti (casa, lavoro, istruzione, repressione, ecc).
Qui si aspetta "l'incidente" o lo si provoca (ricordate i fatti di Tor Sapienza?) per scatenare un'"emergenza", in modo da avviare un business o affidare un appalto in deroga alle normative. Il razzismo viene fatto crescere, e addirittura protetto con la polizia, perché è un modo di governare facile, sicuro, redditizio. Privatizzato, ma a spese della collettività.
Gramellini lo sa benissimo, almeno quanto lo sappiamo noi. Ma avrebbe preferito vedere in galera due innocenti per quel reato - non dei "santi", ma in questo specifico caso "non colpevoli" - pur di indicare un colpevole di "fomentare il razzismo" diverso dal suo giornale e dai suoi amati colleghi.
Fonte
12/04/2015
Se anche Gramellini si spaventa per il programma "dovete morire"
Capita, il sabato sera, che ci si dimentichi di spegnere la televisione alla fine del telegiornale. E capita dunque di ritrovarsi ad un certo punto davanti al cicaleccio semiserio tra Fabio Fazio e Massimo Gramellini. Un duetto il più delle volte insopportabile per chiunque si trovi ad affrontare una vita aspra e complicata, perché è predominante - in quell'ammiccare reciproco tra i due conduttori - l'impressione che ci parlino del mondo come se l'unico punto di vista plausibile, accettabile, ammissibile, sia il loro. Cioè quello di una fetta alquanto ristretta di "borghesia delle professioni", quella che ha raggiunto il successo e un più che discreto benessere.
Ma capita anche che la realtà sociale si faccia spazio e "buchi", non tanto lo schermo, quanto il velo di buonsenso perbenista steso su ogni problema rilevante, in genere strizzato a questioncella morale.
E' capitato ieri sera, quando Gramellini, riferendo delle dimissioni dal lavoro di un professionista semi-anziano (un 55enne), viste dal punto di osservazione del suo dirigente 34enne, ha scoperto che viviamo tutti in un sistema di fatto inumano (non ha usato questa parola, certo). Quell'uomo, infatti, si era dimesso non si sa bene per quale ragione contingente, ma perché da lungo tempo trovava intollerabile essere "diretto" da uno che poteva essere suo figlio. Non ci è stato detto, ma è lecito supporlo, se il dimissionario ritenesse di non esser poi meno bravo del suo giovane "capo"; o anche se quest'ultimo non sia il massimo quanto a relazioni umane con un "sottoposto" più in là con gli anni; o se l'azienda, in qualche misura, abbia esercitato sul dimissionario una pressione costante, stimolando "competitività" tra colleghi, fino a creare il punto di rottura.
Comunque sia, in Gramellini è suonato un campanello d'allarme. Dove andremo a finire se dei bravi professionisti della mia età vengono costretti a licenziarsi, e quindi a finire rapidamente sul lastrico, scendendo in poche settimane decine di gradini nella scala sociale? E' chiaro, ha spiegato al pubblico, che "dobbiamo cambiare il sistema", oggi "tarato sulle energie di un giovane" e dare quindi una chance di occupabilità anche agli ultra-cinquantenni; che, da buon vicedirettore de La Stampa, certo "non possiamo mandare in pensione e pagargliela, augurando loro che vivano cent'anni".
Sorvoliamo sui luoghi comuni della contrapposizione giovani-anziani, sullo scarto compensativo tra "più energie" e "più esperienza", che pure hanno una loro validità universale. Il punto centrale dell'argomentare gramelliniano è stato "o cambiamo sistema oppure si arriva all'eliminazione fisica degli anziani". Dimostrino o no "vent'anni di meno", come spera Fazio di se stesso.
Non posso che essere soddisfatto dell'approdo di Gramellini. E' da qualche anno che, analizzando le "riforme strutturali" che dominano l'agenda di tutti i governi europei, sotto la spinta della Troika o anche autonomamente, sempre più gente arriva a scoprire che la logica di quelle "riforme" è soltanto una: "dovete morire prima", "non sappiamo che farcene di tutta questa gente, di qualunque età, che pretende di campare senza che ci sia una necessità - per il capitale - di metterli al lavoro" (vedi anche qui).
In verità, non è la prima volta che Gramellini arriva a questa conclusione. Ma stavolta ha avvertito il brivido nella sua propria schiena. In fondo, in qualsiasi redazione giornalistica mainstream la proprietà "spinge" per un ricambio generazionale, giocando sull'eccesso di benefit e livelli contrattuali dei "vecchi" giornalisti più o meno famosi e la fame di giovani aspiranti redattori, disposti a tutto pur di "entrare". La maggior parte dei candidati resta fuori la porta, condannato a una precarietà a cottimo pagata nulla (5 o 10 euro a pezzo non ripagano neanche il costo delle telefonare fatte per stendere un articolo con qualche informazione non copia-incollata da internet). Ma qualcuno entra, investe il suo tempo e le sue energie per stare fisicamente in redazione e occupare posti, anche da caporedattore, magari sfruttando il deserto delle redazioni d'estate.
Il "sistema da cambiare", per un vicedirettore de La Stampa, non può che essere quello delle "regole", legislative e/o contrattuali, non certo il modo di produzione con tutti i suoi annessi. Così, invece di rivolgere la sua attenzione critica verso la proprietà - casualmente la famiglia Agnelli, che ha delegato tutto ad un certo Sergio Marchionne - occhieggia a impossibili modifiche legislative favorevoli ai lavoratori più anziani.
Il campanello d'allarme è scattato tardi, mi sento di poter dire. Anche la "borghesia delle professioni", che nel suo insieme sta ancora plaudendo all'austerità espansiva, al pareggio di bilancio, al jobs act, all'innalzamento dell'età pensionabile e quant'altro arriva - di orrendo - dai think tank della Troika, si sta accorgendo che il baratro è ora vicino ai suoi piedi.
Ma non può far altro che elevare un gridolino indignato verso un "sistema" che si appresta a farli fuori nel fiore degli anni. Come un operaio qualsiasi...
Fonte
Ma capita anche che la realtà sociale si faccia spazio e "buchi", non tanto lo schermo, quanto il velo di buonsenso perbenista steso su ogni problema rilevante, in genere strizzato a questioncella morale.
E' capitato ieri sera, quando Gramellini, riferendo delle dimissioni dal lavoro di un professionista semi-anziano (un 55enne), viste dal punto di osservazione del suo dirigente 34enne, ha scoperto che viviamo tutti in un sistema di fatto inumano (non ha usato questa parola, certo). Quell'uomo, infatti, si era dimesso non si sa bene per quale ragione contingente, ma perché da lungo tempo trovava intollerabile essere "diretto" da uno che poteva essere suo figlio. Non ci è stato detto, ma è lecito supporlo, se il dimissionario ritenesse di non esser poi meno bravo del suo giovane "capo"; o anche se quest'ultimo non sia il massimo quanto a relazioni umane con un "sottoposto" più in là con gli anni; o se l'azienda, in qualche misura, abbia esercitato sul dimissionario una pressione costante, stimolando "competitività" tra colleghi, fino a creare il punto di rottura.
Comunque sia, in Gramellini è suonato un campanello d'allarme. Dove andremo a finire se dei bravi professionisti della mia età vengono costretti a licenziarsi, e quindi a finire rapidamente sul lastrico, scendendo in poche settimane decine di gradini nella scala sociale? E' chiaro, ha spiegato al pubblico, che "dobbiamo cambiare il sistema", oggi "tarato sulle energie di un giovane" e dare quindi una chance di occupabilità anche agli ultra-cinquantenni; che, da buon vicedirettore de La Stampa, certo "non possiamo mandare in pensione e pagargliela, augurando loro che vivano cent'anni".
Sorvoliamo sui luoghi comuni della contrapposizione giovani-anziani, sullo scarto compensativo tra "più energie" e "più esperienza", che pure hanno una loro validità universale. Il punto centrale dell'argomentare gramelliniano è stato "o cambiamo sistema oppure si arriva all'eliminazione fisica degli anziani". Dimostrino o no "vent'anni di meno", come spera Fazio di se stesso.
Non posso che essere soddisfatto dell'approdo di Gramellini. E' da qualche anno che, analizzando le "riforme strutturali" che dominano l'agenda di tutti i governi europei, sotto la spinta della Troika o anche autonomamente, sempre più gente arriva a scoprire che la logica di quelle "riforme" è soltanto una: "dovete morire prima", "non sappiamo che farcene di tutta questa gente, di qualunque età, che pretende di campare senza che ci sia una necessità - per il capitale - di metterli al lavoro" (vedi anche qui).
In verità, non è la prima volta che Gramellini arriva a questa conclusione. Ma stavolta ha avvertito il brivido nella sua propria schiena. In fondo, in qualsiasi redazione giornalistica mainstream la proprietà "spinge" per un ricambio generazionale, giocando sull'eccesso di benefit e livelli contrattuali dei "vecchi" giornalisti più o meno famosi e la fame di giovani aspiranti redattori, disposti a tutto pur di "entrare". La maggior parte dei candidati resta fuori la porta, condannato a una precarietà a cottimo pagata nulla (5 o 10 euro a pezzo non ripagano neanche il costo delle telefonare fatte per stendere un articolo con qualche informazione non copia-incollata da internet). Ma qualcuno entra, investe il suo tempo e le sue energie per stare fisicamente in redazione e occupare posti, anche da caporedattore, magari sfruttando il deserto delle redazioni d'estate.
Il "sistema da cambiare", per un vicedirettore de La Stampa, non può che essere quello delle "regole", legislative e/o contrattuali, non certo il modo di produzione con tutti i suoi annessi. Così, invece di rivolgere la sua attenzione critica verso la proprietà - casualmente la famiglia Agnelli, che ha delegato tutto ad un certo Sergio Marchionne - occhieggia a impossibili modifiche legislative favorevoli ai lavoratori più anziani.
Il campanello d'allarme è scattato tardi, mi sento di poter dire. Anche la "borghesia delle professioni", che nel suo insieme sta ancora plaudendo all'austerità espansiva, al pareggio di bilancio, al jobs act, all'innalzamento dell'età pensionabile e quant'altro arriva - di orrendo - dai think tank della Troika, si sta accorgendo che il baratro è ora vicino ai suoi piedi.
Ma non può far altro che elevare un gridolino indignato verso un "sistema" che si appresta a farli fuori nel fiore degli anni. Come un operaio qualsiasi...
Fonte
19/08/2014
Il programma è davvero "dovete morire". Lo dice anche Gramellini...
Quando i "grandi giornalisti" ci danno ragione, per prima cosa, ci chiediamo "dove abbiamo sbagliato?" ma qualche volta capita che scoprano in ritardo cose noi avevamo individuato qualche anno prima.
Accade con il come sempre divertente pezzo del vice-direttore de La Stampa di Torino, Massimo Gramellini, che stamattina è arrivato a conclusioni uguali a quelle proposte da questo giornale - decisamente meno "importante" - nel tirar le somme dei programmi di governo da qualche anno a questa parte.
Gli argomenti sono noti: l'Italia ha un debito pubblico alto, spende troppo rispetto alla ricchezza creata (e con la perdurante recessione la ricchezza prodotta - ovvero il Pil - cala di continuo), ha un welfare che "non ci possiamo più permettere". Quindi? Se si morisse un po' prima - magari il giorno stesso dell'andata in pensione, i conti pubblici andrebbero molto meglio...
Ma come raggiungere questo ambizioso traguardo? Semplicissimo: basta pagare pensioni da fame (la povertà "incentiva" la dipartita precoce), ridurre la spesa sanitaria, aumentare i ticket (già ora il 50% degli anziani rinuncia a comprare i medicinali prescritti dal medico), "flessibilizzare" il lavoro (lo stress e le paure per il futuro, spiegano i medici, riducono le aspettative di vita), ecc.
Non era difficile accorgersene. Bastava tenere acceso il cervello.
Se ora un vicedirettore di un giornale mainstream, sebbene col pallino della battuta salace, arriva ad ammettere che - sì - il programma economico della Troika e quindi anche di Renzi è proprio questo, beh, a noi suona come una "conferma autorevole".
Qui di seguito alcuni articoli pubblicati da questo giornale in epoca precedente, fino al "capostipite" del "dovete morire", nell'ormai lontano 2007.
http://contropiano.org/economia/item/23352-il-fmi-dovete-morire-prima-anche-di-fame-se-necessario?
http://contropiano.org/in-breve/italia/item/20739-sanita-per-i-ricchi-il-governo-vara-il-programma-dovete-morire
http://contropiano.org/politica/item/22451-dovete-morire-prima-ma-lo-saprete-dopo
http://contropiano.org/politica/item/23356-alcuni-farmaci-salvavita-diventano-a-pagamento
http://contropiano.org/news-politica/item/2107-in-pensione?-possibilmente-mai
Dovete morire (un po') prima
Francesco Piccioni
Su un solo punto Tommaso Padoa Schioppa ha sicuramente ragione: viviamo tutti un po' di più. La sua conclusione è un po' meno scientifica (ossia: meno veritiera), anche perché si traduce in una ricetta con due soli ingredienti: «è necessario prolungare l'età lavorativa» e anche «accettare maggiore flessibilità sul lavoro».
Ma perché campiamo più a lungo? Un merito indubbio ed enorme ce l'ha la sanità pubblica. E' vero, ci sono un sacco di casi di «malasanità», infingardi e profittatori, persino qualche «fannullone» ormai nel mirino di Pietro Ichino. Ma - statisticamente parlando - un ospedale pubblico ne salva infinitamente più di quanti non ne ammazzerebbe la sanità privata (dove o hai i soldi, oppure accomodati fuori).
Un altro merito enorme va agli obsoleti «diritti dei lavoratori»: contrattazione nazionale collettiva (che difende in genere i più deboli), otto ore, contratto a tempo indeterminato, ferie e malattie (e maternità) pagate, misure (quasi sempre disattese) per la sicurezza sul lavoro. Un lavoro «inflessibile» che corrisponde solo in piccola parte a quanto ci consiglia ogni medico che consultiamo («conduci una vita regolare, mangia e dormi ad orari stabili, riduci stress e preoccupazioni, aumenta il tuo tempo libero»).
Un peso incalcolabile ce l'ha la scuola pubblica e (quasi) gratuita, che ha permesso a un paese di contadini e plebaglia urbana di alfabetizzare i propri figli, lanciandoli verso mestieri meno usuranti.
E non possiamo dimenticare la sbertucciata amministrazione pubblica - dal più audace dei pompieri al più metodico degli assenteisti - che ha reso «lo Stato» qualcosa di più vicino, e «sociale», per tutti.
E poi la pace, con una Costituzione che ci vieta di andare in massa a morire in guerra; qualche morto lo registriamo comunque, ma «fuori casa»; e poi, statisticamente, non ce ne accorgiamo quasi.
Le pensioni, infine, e il tfr che non avremo (quasi) più. Hanno permesso ai vecchi di sopravvivere un po' più dignitosamente, e addirittura di comprare una casa ai figli con «la liquidazione», contribuendo così alla crescita economica (speculazione edilizia compresa). Quando eravamo tutti keynesiani le pensioni erano considerate un «investimento sulla produttività futura», ossia un «moltiplicatore» della crescita. Ora che siamo tutti liberisti sono soltanto un costo. Da abbattere, of course.
Campiamo di più, e tutto quello che ci ha allungato la vita viene ora riguardato come una voce di spesa «improduttiva». Chi ci propone un programma di governo che taglia le pensioni, la sanità, la spesa pubblica (e aumenta gli interventi armati all'estero) è come se ci stesse perciò dicendo: «dovete morire prima».
da il Manifesto del 6.2.07 p. 9
Fonte
Accade con il come sempre divertente pezzo del vice-direttore de La Stampa di Torino, Massimo Gramellini, che stamattina è arrivato a conclusioni uguali a quelle proposte da questo giornale - decisamente meno "importante" - nel tirar le somme dei programmi di governo da qualche anno a questa parte.
Gli argomenti sono noti: l'Italia ha un debito pubblico alto, spende troppo rispetto alla ricchezza creata (e con la perdurante recessione la ricchezza prodotta - ovvero il Pil - cala di continuo), ha un welfare che "non ci possiamo più permettere". Quindi? Se si morisse un po' prima - magari il giorno stesso dell'andata in pensione, i conti pubblici andrebbero molto meglio...
Ma come raggiungere questo ambizioso traguardo? Semplicissimo: basta pagare pensioni da fame (la povertà "incentiva" la dipartita precoce), ridurre la spesa sanitaria, aumentare i ticket (già ora il 50% degli anziani rinuncia a comprare i medicinali prescritti dal medico), "flessibilizzare" il lavoro (lo stress e le paure per il futuro, spiegano i medici, riducono le aspettative di vita), ecc.
Non era difficile accorgersene. Bastava tenere acceso il cervello.
Se ora un vicedirettore di un giornale mainstream, sebbene col pallino della battuta salace, arriva ad ammettere che - sì - il programma economico della Troika e quindi anche di Renzi è proprio questo, beh, a noi suona come una "conferma autorevole".
Qui di seguito alcuni articoli pubblicati da questo giornale in epoca precedente, fino al "capostipite" del "dovete morire", nell'ormai lontano 2007.
http://contropiano.org/economia/item/23352-il-fmi-dovete-morire-prima-anche-di-fame-se-necessario?
http://contropiano.org/in-breve/italia/item/20739-sanita-per-i-ricchi-il-governo-vara-il-programma-dovete-morire
http://contropiano.org/politica/item/22451-dovete-morire-prima-ma-lo-saprete-dopo
http://contropiano.org/politica/item/23356-alcuni-farmaci-salvavita-diventano-a-pagamento
http://contropiano.org/news-politica/item/2107-in-pensione?-possibilmente-mai
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Dovete morire (un po') prima
Francesco Piccioni
Su un solo punto Tommaso Padoa Schioppa ha sicuramente ragione: viviamo tutti un po' di più. La sua conclusione è un po' meno scientifica (ossia: meno veritiera), anche perché si traduce in una ricetta con due soli ingredienti: «è necessario prolungare l'età lavorativa» e anche «accettare maggiore flessibilità sul lavoro».
Ma perché campiamo più a lungo? Un merito indubbio ed enorme ce l'ha la sanità pubblica. E' vero, ci sono un sacco di casi di «malasanità», infingardi e profittatori, persino qualche «fannullone» ormai nel mirino di Pietro Ichino. Ma - statisticamente parlando - un ospedale pubblico ne salva infinitamente più di quanti non ne ammazzerebbe la sanità privata (dove o hai i soldi, oppure accomodati fuori).
Un altro merito enorme va agli obsoleti «diritti dei lavoratori»: contrattazione nazionale collettiva (che difende in genere i più deboli), otto ore, contratto a tempo indeterminato, ferie e malattie (e maternità) pagate, misure (quasi sempre disattese) per la sicurezza sul lavoro. Un lavoro «inflessibile» che corrisponde solo in piccola parte a quanto ci consiglia ogni medico che consultiamo («conduci una vita regolare, mangia e dormi ad orari stabili, riduci stress e preoccupazioni, aumenta il tuo tempo libero»).
Un peso incalcolabile ce l'ha la scuola pubblica e (quasi) gratuita, che ha permesso a un paese di contadini e plebaglia urbana di alfabetizzare i propri figli, lanciandoli verso mestieri meno usuranti.
E non possiamo dimenticare la sbertucciata amministrazione pubblica - dal più audace dei pompieri al più metodico degli assenteisti - che ha reso «lo Stato» qualcosa di più vicino, e «sociale», per tutti.
E poi la pace, con una Costituzione che ci vieta di andare in massa a morire in guerra; qualche morto lo registriamo comunque, ma «fuori casa»; e poi, statisticamente, non ce ne accorgiamo quasi.
Le pensioni, infine, e il tfr che non avremo (quasi) più. Hanno permesso ai vecchi di sopravvivere un po' più dignitosamente, e addirittura di comprare una casa ai figli con «la liquidazione», contribuendo così alla crescita economica (speculazione edilizia compresa). Quando eravamo tutti keynesiani le pensioni erano considerate un «investimento sulla produttività futura», ossia un «moltiplicatore» della crescita. Ora che siamo tutti liberisti sono soltanto un costo. Da abbattere, of course.
Campiamo di più, e tutto quello che ci ha allungato la vita viene ora riguardato come una voce di spesa «improduttiva». Chi ci propone un programma di governo che taglia le pensioni, la sanità, la spesa pubblica (e aumenta gli interventi armati all'estero) è come se ci stesse perciò dicendo: «dovete morire prima».
da il Manifesto del 6.2.07 p. 9
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