di Giovanni Iozzoli
Come negli ultimi 1445 anni, è cominciato il mese di Ramadan per 1,9 miliardi di musulmani nel mondo. Un tempo, in Occidente, questa pratica evocava l’eco lontana di mondi esotici. Oggi, con il restringimento e la densificazione degli spazi globali, il digiunatore è il nostro vicino di casa, il collega di postazione o il calciatore che idolatriamo. Paradossalmente, nonostante questa crescente condizione di prossimità, negli ultimi vent’anni lo stereotipo dell’Islam come figura dell’“alterità” per eccellenza, si è sedimentato nell’immaginario collettivo nostrano. Nelle nostre società, la percezione di questa irreversibile presenza islamica, oscilla oggi tra due estremi: la mostrificazione dell’“altro” percepito come presenza aliena, che induce persino sottili suggestioni di “reconquista”; oppure un paternalismo progressista che legge l’identità religiosa come ritardo della storia, inevitabilmente destinato ad essere riassorbito dalla griglia valoriale liberale.
Agli occhi occidentali, il digiuno del Ramadan è forse la più estranea ed “estrema” delle prescrizioni islamiche. È soprattutto la più radicata e massificata pratica collettiva pre-moderna che ancora persiste dentro le nostre società, che hanno sradicato ogni riferimento al trascendente, smontando e ricostituendo più e più volte il senso comune del loro stare al mondo – sotto l’incedere dello sviluppo scientifico e tecnologico che tutto divora e riplasma.
Il Ramadan è un moto spirituale di riconduzione al corpo e alle sue verità elementari. L’atto di culto si pratica col corpo, attraverso il corpo, ma in una allusione di superamento della dimensione mondana e materiale. Digiunare è una pratica antica – che nei secoli passati connotava più o meno tutte le grandi religioni – che solo nell’Islam è rimasta attiva e largamente partecipata. Rappresenta il residuo di epoche pre-tecnologiche in cui solo il corpo era a disposizione degli uomini per esprimere i sentimenti o le aspirazioni più radicali o profonde. Il corpo – prigione samsarica o veicolo di liberazione, a seconda del suo utilizzo – era l’unica realtà su cui l’uomo primordiale potesse contare con certezza. Quella “organica” era l’unica tecnologia disponibile.
Il corpo che digiuna sta “nuotando controcorrente” – come in ogni ascesi psico-fisiologica, a partire dallo Yoga – rispetto alla direzione naturale e inerziale. Ordinariamente, l’esperienza umana produce una tendenza centrifuga dell’uomo rispetto all’idea di Dio. Il digiuno serve ad arrestare questo allontanamento dal centro, dal Logos, dall’origine, che inizia semplicemente quando veniamo al mondo. Il digiuno deve provvisoriamente imbrigliare la “fuga dall’essere” che il dipanarsi della vita quotidiana provoca e rivela in ogni suo aspetto.
Arrestata la traiettoria centrifuga, il digiuno deve contribuire a riorientare e reintegrare l’individuo verso un suo centro misterioso e nascosto, che solo nel silenzio e nella sottile sofferenza dell’astensione dal cibo e dal bere, si può percepire. Lo scorrere delle ore del giorno appare come calato in una dimensione irreale, in uno stato di sospensione, di attesa. Si crea uno spazio vuoto, libero, in cui le faccende mondane perdono consistenza, si rivelano effimere, vacue, perché il corpo ci ricorda ogni istante che siamo dentro un’anomalia, una eccezionalità, un allarme – abbiamo sete e abbiamo fame.
La vita ricomincia a correre, come l’orologio del tempo biologico, solo al calare del sole. Lì, con la rottura del digiuno, c’è un ritorno ai fondamenti basici dell’esperienza umana – nutrimento e sessualità – che però rappresentano solo una parentesi. Il vero credente usa la sazietà e la notte che incede, per ritornare al piano dell’ascesi e utilizzare le ore del buio e le sottili vibrazioni che da esse emanano.
Per gli occidentali questa esperienza è imperscrutabile, aliena o addirittura folle. La si attribuisce ad una caratterizzazione etnico-geografica – un presunto carattere mistico dell'“orientale”. Ma Oriente e Occidente sono invenzioni provvisorie che servono a fissare le coordinate identitarie – io e l’altro. Il cristianesimo, ad esempio, è stato faccenda orientale per lungo tempo e diventa “occidente” solo faticosamente, nei secoli, relegando nei monasteri le pratiche cultuali e “liberando” le comunità da obblighi che ne avrebbero zavorrato lo sviluppo economico. L’Islam ha riportato “il cenobio” dentro casa, dentro la vita delle persone comuni, rompendo il dualismo e la divisione dei compiti che divideva il sacro e il profano. La preghiera che scandisce la giornata, il Libro senza mediatori, il digiuno, appunto – sono tutte eredità del monastero o dell’ashram, che l’Islam colloca nella vita ordinaria. Nell’Islam non c’è monachesimo perché il monastero pervade la quotidianità, con i suoi riti silenziosi.
Nelle fabbriche del nord Italia – dentro cantieri, magazzini, verniciature, fonderie e zincature – ogni imprenditore sa, con disappunto mal sopportato, che in questo mese si registrerà un calo della produttività e un aumento dell’assenteismo. Nei paesi islamici l’attività lavorativa è istituzionalmente limitata al minimo; ma in Europa i digiunatori devono convivere con i ritmi ordinari del lavoro, dello studio, persino dello sport. I padroni mugugnano ma abbozzano. Weberiani inconsapevoli, non capiscono come persone spesso povere, dedichino il loro tempo a simili arcaismi: il favore divino è testimoniato dall’abbondanza degli straordinari, mica dei digiuni...
Questa testarda propensione verso le ragioni dello spirito – pur con tutte le prosaiche deformazioni dei tempi presenti – è sostanzialmente incompatibile con la modernità. Anzi, è l’ultimo ostacolo al pieno dispiegamento dell’“uomo nuovo” che il cyber-capitalismo sta faticosamente sgravando dal suo seno. La “coazione a godere”, lo spettacolo come surrogato della vita, l’iper-individualizzazione delle esistenze e la loro presunta “liberazione” dai ceppi del genere, dell’identità e delle radici, le malattie dello spirito come normale condizione umana. E la durezza della fame, delle privazioni – la dimensione naturale che abbiamo impiegato secoli per allontanare da noi come incubo antico (che è invece la quotidianità dei poveri del mondo...). Tutto ciò cozza irriducibilmente con il modello di vita che il tardo liberalismo sta scolpendo.
È per quello che oggi il Ramadan è visto da molti occidentali come residuo intollerabile, fanatico e inspiegabile: perché riporta l’uomo alla nudità, alla fragilità della sua condizione essenziale, lo priva degli orpelli identitari; se digiuni puoi essere ricco, ma soffrirai lo stesso la fame; device e tecno-chincaglieria non aiutano. Torni un neonato affamato, una bocca avida che non può fare altro che affidarsi. L’ego deve mollare la presa, affievolire – almeno per un po’ – la sua ostinazione, per spogliarsi di tutte le maschere con cui abbiamo faticosamente coperto la nostra essenzia. Il permanere sulla faccia della terra di una cultura che non subisce unilateralmente e totalmente la fascinazione del “paese dei balocchi” della modernità, è l’espressione di una preziosa resistenza antropologica da indagare e capire.
L’occidentale ha impiegato secoli per sottrarsi alla consapevolezza del limite del corpo; ha cercato di sconfiggere fame, sete, malattie, dolore; ha cercato di controllare, sedare, riattivare; e oggi ha raggiunto una falsa coscienza di semi onnipotenza che il capitale e la tecnologia alimentano come una bolla artificiale. Vedere uomini e donne del ventunesimo secolo fermarsi a digiunare è un oltraggio alla contemporaneità e alle sue promesse; un rifiuto potenziale, uno schiaffo valoriale, una sfida che lascia l’uomo occidentale ancora più disorientato e solo, nonostante lo stomaco pieno di false certezze.
Buon Ramadan a tutti, allora. A chi digiuna e a chi si abbuffa, nella comune deriva di senso in cui navighiamo. Buon Ramadan: nella speranza non che “l’altro” diventi come noi – a condividere uno strapuntino nell’inferno piatto dell’omologazione – quanto piuttosto si renda disponibile a pompare sangue fresco e idee e vita dentro il corpo esausto della modernità. L’olio della Lampada viene da un Ulivo che non è ne’ d’Oriente ne’ d’Occidente, come recitano i coranici “versetti della luce”.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/03/2024
06/05/2017
Elogio della mendicanza, nel Niger e dintorni
Niamey – Assieme al pellegrinaggio e altre pratiche, l’elemosina è uno dei pilastri riconosciuti dell’Islam. Come in altre credenze religiose essa è un segno che i beni sono precari e che, in definitiva, solo esistono per essere condivisi. Ci sono le elargizioni volontarie e quelle obbligatorie chiamate zakat. Quest’ultima forma il terzo pilastro dell’Islam. Per facilitare le operazioni di salvezza, specie di venerdì, i poveri appaiono con maggiore insistenza e solennità. I piccoli scolari delle innumerevoli scuole coraniche, i ciechi guidati da bambine lungo i crocicchi delle strade, i sordomuti, i pazzi e alcune vecchie signore col neonato in braccio. All’ora della preghiera solenne i poveri stazionano di fianco alla moschea, sotto il sole implacabile di maggio. Sono facilitatori di paradiso, esperti passeurs di buone opere per la remissione, parziale o totale dei peccati di avarizia. La mendicanza è una dimensione insostituibile dell’umano e i mendicanti sono tra i benefattori dell’umanità più ricercati. Chiedetelo al mondo umanitario, assiepato ad Agadez e in altri luoghi privilegiati. A Niamey la presenza delle sedi delle agenzie è incalcolabile. Come la cifra d’affari molto umanitari.
Il governo del Niger, sulla stessa linea, chiede aiuto ai partner del Paese, sempre presenti nei tempi difficili, per aiutare la transizione della stagione. In gergo locale si chiama soudure, saldatura tra la stagione della raccolta e quella della semine quando le piogge saranno di ritorno. In effetti, il coordinatore della cellula di crisi alimentare ha rivelato che il fabbisogno alimentare gira attorno a 200 milioni di euro. I ministri competenti sollecitano l’applicazione immediata del piano di mendicanza sopracitata. Dalla loro parte batte il cuore umanitario ma il prodotto finale non cambia. La cronica difficoltà a gestire le crisi cicliche delle carestie nel Paese rivela una volta di più l’inconsistenza delle politiche agricole e alimentari del paese. Le tre ENNE che hanno caratterizzato l’avvento messianico della Settima Republica, e cioè i Nigerini che Nutrono i Nigerini, fanno da tempo la coda davanti agli uffici dei procacciatori di fondi. La vendita delle frontiere e dei migranti all’Unione Europea non sono stati sufficienti a colmare quanto sparisce o quantomeno dirottato altrove. Si tratta del governo della mendicanza e della mendicanza come forma di governo.
La mendicanza è un sintomo, una strategia, un modo di vivere, un’opzione, una filosofia, una religione e una politica. Plasma le relazioni sociali, orienta le politiche e arrangia i matrimoni. Imprime accelerazioni alla vita quotidiana e soprattutto applica con coerenza ciò che tutti desiderano. Che nulla cambi del mondo così come si presenta agli occhi dei potenti. A questo servono le elemosine, i mendicanti e le agenzie di collocamento caritativo. Persino entità sinistre come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale che , assieme alle armi, sono la rovina del mondo, diventano senza colpo ferire Agenzie Caritative Globali. L’ambito della sicurezza interiore è una delle priorità anche dell’Unione Europea. I gruppi armati sono intanto disarmati, localizzati, riciclati, combattuti e utilizzati per ottenere altri aiuti. Il progetto europeo ha mobilizzato qualcosa come 31 milioni di euro. Le mendicanze ufficiali sono proporzionali all’importanza dell’elemosina. Anche in questo settore arriverà la salvezza, precaria, della carità. Quanto alla Giustizia nel Paese, coinvolta anch’essa nel citato progetto, solo vive dell’elemosina del potere.
Fonte
Il governo del Niger, sulla stessa linea, chiede aiuto ai partner del Paese, sempre presenti nei tempi difficili, per aiutare la transizione della stagione. In gergo locale si chiama soudure, saldatura tra la stagione della raccolta e quella della semine quando le piogge saranno di ritorno. In effetti, il coordinatore della cellula di crisi alimentare ha rivelato che il fabbisogno alimentare gira attorno a 200 milioni di euro. I ministri competenti sollecitano l’applicazione immediata del piano di mendicanza sopracitata. Dalla loro parte batte il cuore umanitario ma il prodotto finale non cambia. La cronica difficoltà a gestire le crisi cicliche delle carestie nel Paese rivela una volta di più l’inconsistenza delle politiche agricole e alimentari del paese. Le tre ENNE che hanno caratterizzato l’avvento messianico della Settima Republica, e cioè i Nigerini che Nutrono i Nigerini, fanno da tempo la coda davanti agli uffici dei procacciatori di fondi. La vendita delle frontiere e dei migranti all’Unione Europea non sono stati sufficienti a colmare quanto sparisce o quantomeno dirottato altrove. Si tratta del governo della mendicanza e della mendicanza come forma di governo.
La mendicanza è un sintomo, una strategia, un modo di vivere, un’opzione, una filosofia, una religione e una politica. Plasma le relazioni sociali, orienta le politiche e arrangia i matrimoni. Imprime accelerazioni alla vita quotidiana e soprattutto applica con coerenza ciò che tutti desiderano. Che nulla cambi del mondo così come si presenta agli occhi dei potenti. A questo servono le elemosine, i mendicanti e le agenzie di collocamento caritativo. Persino entità sinistre come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale che , assieme alle armi, sono la rovina del mondo, diventano senza colpo ferire Agenzie Caritative Globali. L’ambito della sicurezza interiore è una delle priorità anche dell’Unione Europea. I gruppi armati sono intanto disarmati, localizzati, riciclati, combattuti e utilizzati per ottenere altri aiuti. Il progetto europeo ha mobilizzato qualcosa come 31 milioni di euro. Le mendicanze ufficiali sono proporzionali all’importanza dell’elemosina. Anche in questo settore arriverà la salvezza, precaria, della carità. Quanto alla Giustizia nel Paese, coinvolta anch’essa nel citato progetto, solo vive dell’elemosina del potere.
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30/01/2017
L’Amerika che non dimentica lo schiaffo iraniano
“Lo spirito razzista presente negli Stati Uniti è stato celato dietro pronunciamenti democratici e pretese di diritti umani”. “Menzionare l’Iran fra le nazioni che introducono azioni terroriste ha il sapore di uno scherzo” ha affermato il portavoce del parlamento iraniano Ali Larijani. Una reazione tutto sommato diplomatica alla sortita del presidente Donald Trump che, incurante dell’intera popolazione americana, del Congresso, delle tendenze presenti nel suo stesso partito, ha firmato quel decreto che vieta per tre mesi l’ingresso nel Paese ai musulmani di sette nazioni: Iran, Iraq, Siria, Libia, Yemen, Sudan, Somalia. Mentre monta la protesta degli americani anti Trump dall’Iran, con cui la politica statunitense aveva negli ultimi mesi trovato una distensione grazie all’azzeramento delle sanzioni economiche, giungono commenti vari. Sibillino quello del ministro degli Esteri Javad Zarif “Un magnifico regalo agli estremisti” che possono essere individuati nei jihadisti sparsi per il mondo, e pure nella componente conservatrice interna. Quella teologica di certi ayatollah e quella laica del partito dei Pasdaran che riprenderebbero il braccio di ferro con l’Occidente ora che s’approssimano la campagna elettorale e la battaglia contro i riformisti (le presidenziali sono previste per il 18 maggio). La rimozione delle sanzioni sta avendo un effetto rigenerante per l’economia iraniana, con 10 miliardi di dollari di progetti legati all’energia che sono stati stipulati con varie compagnìe estere.
Se quelle di sponda russa e cinese non saranno coinvolte in nuovi scossoni geopolitici, i marchi giapponesi, sud coreani, turchi e poi tedeschi, inglesi, belgi, danesi, olandesi, spagnoli potrebbero vedersi piovere addosso la mannaia di ennesimi embarghi cui allinearsi in virtù della vicinanza strategico-militare con Washington che riporterebbe ai recenti anni dello scontro sul nucleare o quelli remoti della crisi con la fatwa khomeinista. Sul tema interviene proprio il ministro iraniano dell’Energia Hamid Chitchian, che ha sollevato la questione alla vigilia dei dieci giorni di festeggiamenti per l’anniversario della Rivoluzione iraniana in programma dal 1° al 10 febbraio. Ha ricordato come per alcuni progetti energetici nel marzo prossimo è attesa la definizione di contratti per 2 miliardi di euro con alcune compagnìe europee, mentre nei dieci giorni della memoria khomeinista ben 5.000 piani per l’energia, in gran parte riguardanti il settore elettrico anche con energie rinnovabili, dovranno trovare attuazione. Alcuni investimenti riguardano nazioni contigue come l’Iraq, altri lo stesso territorio interno e offrirebbero libertà d’iniziativa ad aziende private della più varia provenienza. Anche per questo l’attuale dirigenza di Teheran vicina al presidente Rohani non ha alcun interesse a rompere il clima di collaborazione miracolosamente ripristinato e spenderebbe a suo favore nelle urne il fiume di denaro che i contratti possono introdurre nelle casse statali o nelle bonyad di clerici e Guardiani della Rivoluzione, visto che diverse aziende interne afferisco a tali proprietà.
Ma per mister Trump ideologia ed energia hanno una rima che conduce a quell’interesse americano carezzato anche prima del suo arrivo. L’esempio delle concessioni governative alle volontà della lobby dei propri petrolieri è lampante. Trump non c’era, Obama subiva questi voleri e la produzione statunitense negli ultimi anni ha raggiunto vette mondiali contro qualunque accordo sull’estrazione, in faccia a qualsiasi buon rapporto con le amiche petromonarchie; e pure contro qualsiasi logica di guadagno, visto gli altissimi costi della scellerata tecnica della 'frantumazione idraulica' oltre che la pessima qualità degli idrocarburi estratti bisognosi di un'altrettanto costosa lavorazione. Però così l’America è diventata autosufficiente, anzi è in testa alla produzione mondiale, compete coi colossi di gas e petrolio. L’Iran è fra questi, e com’era già accaduto, creare fratture ed embarghi economici è un gioco perverso che non provoca ripercussioni sul colosso d’Oltreoceano, ma fra iraniani e partner commerciali europei. Che il business personale e le propensioni politiche del neo presidente americano abbiano la meglio sulla stessa ideologia sarebbe dimostrato dall’esclusione dai divieti d’ingresso in territorio Usa di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Libano, Egitto. Taluni analisti sostengono che non sarebbe questo il motivo: altre inaffidabili nazioni islamiche (il Pakistan su tutte) non rientrano nella lista nera. Si mira a colpire nazioni dai governi deboli o inesistenti (Siria, Iraq, Libia, Somalia) e quelle con cui amerikani che non dimenticano hanno conti in sospeso, sommando la lesa maestà del passato con gli attuali riequilibri strategici e di mercato.
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Se quelle di sponda russa e cinese non saranno coinvolte in nuovi scossoni geopolitici, i marchi giapponesi, sud coreani, turchi e poi tedeschi, inglesi, belgi, danesi, olandesi, spagnoli potrebbero vedersi piovere addosso la mannaia di ennesimi embarghi cui allinearsi in virtù della vicinanza strategico-militare con Washington che riporterebbe ai recenti anni dello scontro sul nucleare o quelli remoti della crisi con la fatwa khomeinista. Sul tema interviene proprio il ministro iraniano dell’Energia Hamid Chitchian, che ha sollevato la questione alla vigilia dei dieci giorni di festeggiamenti per l’anniversario della Rivoluzione iraniana in programma dal 1° al 10 febbraio. Ha ricordato come per alcuni progetti energetici nel marzo prossimo è attesa la definizione di contratti per 2 miliardi di euro con alcune compagnìe europee, mentre nei dieci giorni della memoria khomeinista ben 5.000 piani per l’energia, in gran parte riguardanti il settore elettrico anche con energie rinnovabili, dovranno trovare attuazione. Alcuni investimenti riguardano nazioni contigue come l’Iraq, altri lo stesso territorio interno e offrirebbero libertà d’iniziativa ad aziende private della più varia provenienza. Anche per questo l’attuale dirigenza di Teheran vicina al presidente Rohani non ha alcun interesse a rompere il clima di collaborazione miracolosamente ripristinato e spenderebbe a suo favore nelle urne il fiume di denaro che i contratti possono introdurre nelle casse statali o nelle bonyad di clerici e Guardiani della Rivoluzione, visto che diverse aziende interne afferisco a tali proprietà.
Ma per mister Trump ideologia ed energia hanno una rima che conduce a quell’interesse americano carezzato anche prima del suo arrivo. L’esempio delle concessioni governative alle volontà della lobby dei propri petrolieri è lampante. Trump non c’era, Obama subiva questi voleri e la produzione statunitense negli ultimi anni ha raggiunto vette mondiali contro qualunque accordo sull’estrazione, in faccia a qualsiasi buon rapporto con le amiche petromonarchie; e pure contro qualsiasi logica di guadagno, visto gli altissimi costi della scellerata tecnica della 'frantumazione idraulica' oltre che la pessima qualità degli idrocarburi estratti bisognosi di un'altrettanto costosa lavorazione. Però così l’America è diventata autosufficiente, anzi è in testa alla produzione mondiale, compete coi colossi di gas e petrolio. L’Iran è fra questi, e com’era già accaduto, creare fratture ed embarghi economici è un gioco perverso che non provoca ripercussioni sul colosso d’Oltreoceano, ma fra iraniani e partner commerciali europei. Che il business personale e le propensioni politiche del neo presidente americano abbiano la meglio sulla stessa ideologia sarebbe dimostrato dall’esclusione dai divieti d’ingresso in territorio Usa di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Libano, Egitto. Taluni analisti sostengono che non sarebbe questo il motivo: altre inaffidabili nazioni islamiche (il Pakistan su tutte) non rientrano nella lista nera. Si mira a colpire nazioni dai governi deboli o inesistenti (Siria, Iraq, Libia, Somalia) e quelle con cui amerikani che non dimenticano hanno conti in sospeso, sommando la lesa maestà del passato con gli attuali riequilibri strategici e di mercato.
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06/10/2016
Nasrallah (Hezbollah): ‘Wahabismo saudita disastroso come Israele’
Nel suo discorso per la Ashura – commemorazione per gli sciiti del martirio dell’Imam Husayn – il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha trattato diversi argomenti di politica interna ed estera: la diffusione del wahabismo in Medio Oriente, la guerra in Siria, l’alleanza tra Israele e l’Arabia Saudita e la stagnazione politica nel Paese dei Cedri.
In merito al wahabismo – corrente religiosa del jihadismo salafita – Nasrallah ha citato la conferenza religiosa sunnita di Grozny, dello scorso 25 agosto, che ha escluso “il wahabbismo come una delle scuole di pensiero del sunnismo”. La motivazione: il clima di terrore e la deriva jihadista (Al Qaeda e Daesh) hanno danneggiato “il vero volto dell’Islam”. Secondo il leader sciita, che ha elogiato le parole di apertura e di stima nei confronti di Hezbollah da parte del gran mufti di Al Azhar, lo scontro non è tra sciismo e sunnismo, ma tra la galassia jihadista ed il resto dell’umanità. “A Grozny c’è stato una vera e propria svolta... adesso c’è una vera e propria presa di coscienza contro il wahabismo saudita, finanziato dagli americani, che è dannoso come l’entità sionista”.
Riguardo al conflitto con Israele, Nasrallah ritiene che il governo di Tel Aviv sia incerto nell’intraprendere un nuova campagna militare contro Hezbollah, anche se prima o poi non perderà occasione per un nuovo intervento militare. “L’attuale congiuntura è propizia all’entità sionista visto che gode sia di una legittimazione tra i paesi arabi (sauditi e paesi del Golfo per primi, ndr) sia di nuovi finanziamenti. L’unica cosa che li dissuade è il fatto di non essere sicuri di vincere!”. In effetti le sue parole si riferiscono alla nuova alleanza geo-politica tra sauditi ed israeliani. Da una parte questa convergenza punta ad isolare e contrastare i paesi della resistenza (Siria, Iraq, Libano e Palestina) e dall’altra mira a legittimare una sorta di “riconoscimento politico” allo stato israeliano da parte degli stati arabi, a danno, ovviamente, del popolo palestinese e dei suoi territori occupati.
La stessa indecisione israeliana, diffusa sia dagli apparati di intelligence che dalla stampa, è legata alle incertezze emerse dopo il disastroso conflitto del 2006. I rischi sono diversi: Hezbollah ha aumentato considerevolmente il proprio arsenale bellico, i suoi soldati – 20mila oltre ad altri 15mila riservisti – hanno migliorato la loro capacità tattica e militare dopo 5 anni di conflitto in Siria e il suo esercito è in grado di poter fronteggiare qualsiasi tipologia di conflitto, dalla guerriglia allo scontro aperto. Il governo di Tel Aviv, secondo diversi analisti militari israeliani, rischierebbe una pioggia ininterrotta di missili (sono stimati circa 175mila testate di piccola e media gittata) e, molto probabilmente, un’invasione di Hezbollah nella sua parte settentrionale.
In merito alla guerra in Siria, che vede impegnati oltre 5mila combattenti di Hezbollah, Nasrallah ritiene che la soluzione politica e diplomatica al momento sia “impraticabile”. La conferma è stata la tregua del 10 settembre scorso, siglata da USA e Russia, che praticamente non è mai cominciata. L’ambiguità degli americani ed il loro incondizionato sostegno alle milizie jihadiste, sia di Fatah al Sham (ex Al Nusra) che di Daesh (con il bombardamento su DeirEz-Zor a danno delle truppe siriane lealiste), sono la conferma che l’obiettivo dell’amministrazione americana è quello di far cadere il regime di Al Assad “a qualunque costo e sostenendo chiunque”. Per quanto riguarda l’intervento di Hezbollah in Siria, il segretario ha rivendicato il fatto che “la resistenza è stata in grado, insieme all’esercito libanese, di sigillare il Paese dei Cedri e di tenerlo al di fuori della devastante guerra siriana”.
La stessa stagnazione politica all’interno del Libano, infine, potrebbe, alla lunga, compromettere la stabilità del paese. La lotta per l’elezione del presidente della Repubblica, vacante da ormai 3 anni, è tra due leader della corrente dell’8 Marzo: Suleiman Franjieh, candidato delle forze moderate libanesi, e il generale Michel Aoun, leader della Corrente Patriottica Libera. La costituzione libanese, retaggio del colonialismo francese, prevede la divisione delle cariche su base confessionale: la presidenza della Repubblica ad un maronita, quella del governo ad un sunnita e quella del parlamento ad uno sciita.
Il sostegno ad Aoun è ormai consolidato e trasversale perché comprende sia i suoi naturali alleati politici Hezbollah e Amal (sciiti) sia altri partiti come il Partito Socialista Progressista del druso Walid Jumblatt o addirittura il suo acerrimo nemico Samir Geagea, leader delle Forze Libanesi (destra maronita). L’unico partito che si oppone è il movimento Al Mustaqbal (Futuro) di Saad Hariri, leader sunnita della corrente 14 Marzo, al soldo dei diktat e del veto saudita.
“Il pomo della discordia è causa non delle nostre divergenze interne, ma, soprattutto, dal movimento Futuro”, afferma Nasrallah. In un recente discorso il leader di Hezbollah ha offerto la carica di primo ministro proprio ad Hariri per la formazione di un governo di unità nazionale, in cambio della convergenza di voti sunniti sul candidato presidenziale Aoun. La risposta ancora non è giunta, ma un sì del pupillo di Riyadh sarebbe un’ulteriore sconfitta nei confronti della politica estera della potenza saudita che, attraverso lo stallo politico libanese, mira a controllare ed influenzare il Libano.
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In merito al wahabismo – corrente religiosa del jihadismo salafita – Nasrallah ha citato la conferenza religiosa sunnita di Grozny, dello scorso 25 agosto, che ha escluso “il wahabbismo come una delle scuole di pensiero del sunnismo”. La motivazione: il clima di terrore e la deriva jihadista (Al Qaeda e Daesh) hanno danneggiato “il vero volto dell’Islam”. Secondo il leader sciita, che ha elogiato le parole di apertura e di stima nei confronti di Hezbollah da parte del gran mufti di Al Azhar, lo scontro non è tra sciismo e sunnismo, ma tra la galassia jihadista ed il resto dell’umanità. “A Grozny c’è stato una vera e propria svolta... adesso c’è una vera e propria presa di coscienza contro il wahabismo saudita, finanziato dagli americani, che è dannoso come l’entità sionista”.
Riguardo al conflitto con Israele, Nasrallah ritiene che il governo di Tel Aviv sia incerto nell’intraprendere un nuova campagna militare contro Hezbollah, anche se prima o poi non perderà occasione per un nuovo intervento militare. “L’attuale congiuntura è propizia all’entità sionista visto che gode sia di una legittimazione tra i paesi arabi (sauditi e paesi del Golfo per primi, ndr) sia di nuovi finanziamenti. L’unica cosa che li dissuade è il fatto di non essere sicuri di vincere!”. In effetti le sue parole si riferiscono alla nuova alleanza geo-politica tra sauditi ed israeliani. Da una parte questa convergenza punta ad isolare e contrastare i paesi della resistenza (Siria, Iraq, Libano e Palestina) e dall’altra mira a legittimare una sorta di “riconoscimento politico” allo stato israeliano da parte degli stati arabi, a danno, ovviamente, del popolo palestinese e dei suoi territori occupati.
La stessa indecisione israeliana, diffusa sia dagli apparati di intelligence che dalla stampa, è legata alle incertezze emerse dopo il disastroso conflitto del 2006. I rischi sono diversi: Hezbollah ha aumentato considerevolmente il proprio arsenale bellico, i suoi soldati – 20mila oltre ad altri 15mila riservisti – hanno migliorato la loro capacità tattica e militare dopo 5 anni di conflitto in Siria e il suo esercito è in grado di poter fronteggiare qualsiasi tipologia di conflitto, dalla guerriglia allo scontro aperto. Il governo di Tel Aviv, secondo diversi analisti militari israeliani, rischierebbe una pioggia ininterrotta di missili (sono stimati circa 175mila testate di piccola e media gittata) e, molto probabilmente, un’invasione di Hezbollah nella sua parte settentrionale.
In merito alla guerra in Siria, che vede impegnati oltre 5mila combattenti di Hezbollah, Nasrallah ritiene che la soluzione politica e diplomatica al momento sia “impraticabile”. La conferma è stata la tregua del 10 settembre scorso, siglata da USA e Russia, che praticamente non è mai cominciata. L’ambiguità degli americani ed il loro incondizionato sostegno alle milizie jihadiste, sia di Fatah al Sham (ex Al Nusra) che di Daesh (con il bombardamento su DeirEz-Zor a danno delle truppe siriane lealiste), sono la conferma che l’obiettivo dell’amministrazione americana è quello di far cadere il regime di Al Assad “a qualunque costo e sostenendo chiunque”. Per quanto riguarda l’intervento di Hezbollah in Siria, il segretario ha rivendicato il fatto che “la resistenza è stata in grado, insieme all’esercito libanese, di sigillare il Paese dei Cedri e di tenerlo al di fuori della devastante guerra siriana”.
La stessa stagnazione politica all’interno del Libano, infine, potrebbe, alla lunga, compromettere la stabilità del paese. La lotta per l’elezione del presidente della Repubblica, vacante da ormai 3 anni, è tra due leader della corrente dell’8 Marzo: Suleiman Franjieh, candidato delle forze moderate libanesi, e il generale Michel Aoun, leader della Corrente Patriottica Libera. La costituzione libanese, retaggio del colonialismo francese, prevede la divisione delle cariche su base confessionale: la presidenza della Repubblica ad un maronita, quella del governo ad un sunnita e quella del parlamento ad uno sciita.
Il sostegno ad Aoun è ormai consolidato e trasversale perché comprende sia i suoi naturali alleati politici Hezbollah e Amal (sciiti) sia altri partiti come il Partito Socialista Progressista del druso Walid Jumblatt o addirittura il suo acerrimo nemico Samir Geagea, leader delle Forze Libanesi (destra maronita). L’unico partito che si oppone è il movimento Al Mustaqbal (Futuro) di Saad Hariri, leader sunnita della corrente 14 Marzo, al soldo dei diktat e del veto saudita.
“Il pomo della discordia è causa non delle nostre divergenze interne, ma, soprattutto, dal movimento Futuro”, afferma Nasrallah. In un recente discorso il leader di Hezbollah ha offerto la carica di primo ministro proprio ad Hariri per la formazione di un governo di unità nazionale, in cambio della convergenza di voti sunniti sul candidato presidenziale Aoun. La risposta ancora non è giunta, ma un sì del pupillo di Riyadh sarebbe un’ulteriore sconfitta nei confronti della politica estera della potenza saudita che, attraverso lo stallo politico libanese, mira a controllare ed influenzare il Libano.
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21/08/2016
La Francia vieta il burkini ma vende le armi all’Arabia Saudita
Da sottolineare sempre dove viene pubblicato un articolo così duro: Famiglia Cristiana. Il rifiuto di inquadrare il conflitto in atto come guerra di religione è particolarmente forte proprio nel soggetto che più di tutti dovrebbe farsi carico di convalidare questa narrazione tossica: il Vaticano e la Chiesa.
Ci sono naturalmente ottime ragioni e altrettanti interessi dietro questo rifiuto, a cominciare dal fatto di non sovraesporre le gerarchie, le chiese, i preti e i credenti. Ma proprio per questo risalta ancor più nettamente la "tossicità" falsificante di quel che viene ripetuto ogni giorno dai media mainstream.
Strana "guerra di religione", insomma, quella in cui i rappresentanti ufficiali della religione si chiamano fuori. E contro.
Il sonno della ragione dei politici europei, impegnati a rincorrere qualunque retorica pur di speculare su qualche voto, produce mostri come la polemica francese sul burkini. A sua volta preziosa perché, letta in controluce, spiega tutto non solo della Francia, afflitta da una classe di governo di rara mediocrità, ma dell’Europa intera e, alla fin fine, di questo Occidente insopportabilmente pigro dal punto di vista morale e ipocrita.
Qualche fatto. Pochi giorni fa il sindaco di Cannes, David Lisnard, ha emesso un’ordinanza per vietare sul territorio del suo comune l’uso del burkini, l’orribile costume da bagno che copra tutto il corpo della dona, capo compreso, ed è usato da certe donne musulmane. Nell’ordinanza, Lisnard si richiama alla necessità di difendere “i buoni costumi” e “la laicità” e “di far rispettare le regole d’ igiene e sicurezza”. L’ ordinanza, ovviamente, è stata subito replicata dai sindaci di altri comuni della Costa Azzurra ed è poi finita davanti al magistrato per gli altrettanto ovvi ricorsi.
A dispetto del nome, il burkini c’entra poco col burka. In Italia il burka, che copre anche interamente il volto, è fuori legge… per legge: la legge Reale del 1975, che disciplina la tutela dell’ordine pubblico e proibisce, appunto, di rendersi irriconoscibili coprendo il volto. Ma il burkini, che in definitiva somiglia a una muta completa da subacqueo, da noi dovrebbe essere proibito con un provvedimento ad hoc. Detto questo, ci sono alcune ragioni precise che rendono l’operato dei francesi non solo una farsa ma una farsa pericolosa.
La Cannes di Lisnard dove si vieta il burkini
Frequento da anni la Costa Azzurra, alla maniera di tanti altri piccoli borghesi del Piemonte e della Lombardia. Mini appartamento a Mentone (in società con mia madre e mio fratello), poi da lì si va qua e là. In questi anni di burkini ne avrò visti, a dir tanto, tre. Mi sfugge quindi come il sindaco di Cannes (75 mila abitanti, d’estate almeno oltre i 100 mila) possa sentire minacciati, tutti insieme, i costumi, la laicità, l’igiene e la sicurezza del suo ricco Comune. Soprattutto mi pare incredibile che il sindaco non noti una contraddizione. Lui vieta i burkini in spiaggia, ma nel centro si vedono donne abbondantemente velate (le stesse che hanno finito di fare il bagno?) che, pasturando stuoli di bambini e restando disciplinate nell’ombra dei mariti entrano nei ristoranti, escono dalle boutique con mazzi di pacchetti, vanno a curiosare nelle agenzie immobiliare, fanno acquisti in gioielleria e così via. In quei casi, a quanto pare, il sindaco Lisnard non vede alcun pericolo per la laicità e l’igiene, anche se le donne sono coperte proprio come se avessero il burkini. Che sia una questione di quattrini? Veli e coperture vanno bene tra i negozi, perché da sotto quei veli escono gli euro. E non vanno bene in spiaggia, dove qualche turista potrebbe adontarsi e portare i propri euro lontano dal comune di Cannes?
Si diceva prima del magistrati e dei ricorsi che si è trovato a esaminare. L’ordinanza del sindaco Lisnard è stata sdoganata. Anche alla luce, ha sentenziato il magistrato, dello stato di emergenza proclamato dopo la strage di Nizza del 14 luglio. Curioso anche questo: Mohamed Bouhlel, il camionista che uccise 84 persone investendole sul lungomare, era uno piscopatico violento che andava a donne, beveva, non frequentava la moschea e non osservava il Ramadan, il mese del digiuno che è uno dei cinque precetti che definiscono il musulmano.
Manuel Valls, il burkini incompatibile con la Francia e la "relazione strategica" con l'Arabia Saudita
Quel che è peggio, però, è che sulle stesse posizioni si è allineato anche il premier Manuel Valls, che si è lanciato in frasi importanti. “Il burkini è incompatibile con i valori della Francia e della Repubblica, ed è l’espressione di un’ideologia basata sull’asservimento della donna”. Forse il burkini è incompatibile con la Francia, ma tutto il resto no. Voglio dire: il burkini offende la Repubblica e le donne ma ciò che produce il burkini e, soprattutto, produce quella visione estrema dell’islam, l’asservimento delle donne e molte altre cose al premier Valls va benone. Anzi: lui lo ama, lo ritiene indispensabile.
Fu proprio Valls, qualche mese fa, a dire che la Francia ha con l’Arabia Saudita una “relazione strategica”. Quindi importante, anzi irrinunciabile. Eppure Valls sa come sono vestite le donne saudite. Sa che non possono guidare. Sa che per mandare una donna a correre alle Olimpiadi di Rio, anche lei per altro vestita con una sorta di burkini su cui nessuno ha protestato, hanno dovuto trovarne una che fosse accompagnata in Brasile da un parente maschio e avesse il permesso di padre e marito. Sa anche, Valls, che il wahabismo saudita è la forma più radicale e conservatrice di islam oggi praticata nel mondo. E che i wahabiti, usando i petrodollari, propagandano quella visione dell’islam in tutto il mondo, finanziando scuole coraniche radicali, gruppi estremistici, financo gruppi terroristi. Ma ciò che offende e indigna Valls è il burkini.
Di più. La frase sulla “relazione strategica” fu pronunciata subito dopo che il presidente Hollande aveva concesso la Legion d’ Onore, massima onorificenza francese, a Mohammed bin Nayef, principe ereditario della monarchia saudita e ministro degli Interni. In quel momento del 2016 , Bin Nayef aveva già firmato 70 condanne a morte (una fu eseguita due giorni dopo il ritiro della Legione) e, come ministro degli Interni, è responsabile proprio di quel sistema perverso di leggi civili e leggi religiose che tiene le donne saudite nello stato in cui sono, quasi prive di diritti e, ovviamente, obbligate a indossare il burkini. Ma Valls non era turbato dal fatto di onorare un tale personaggio. No, lui si turba per il burkini.
D’altra parte i politici francesi sono tipi particolari. Nel 2015 per ben tre volte i vertici del sistema politico d Oltralpe si sono recati in Arabia Saudita, il Paese dove l’asservimento delle donne è più palese, a omaggiarne i dirigenti. Due volte Hollande e una lo stesso Valls il quale, il 12 e 13 ottobre, ha firmato contratti per 10 miliardi di euro. Quei soldi coprivano anche un’abbondante fornitura di armi prodotte in Francia. Il che significa solo una cosa: che per un po’ di denaro, il buon Valls e il buon Hollande andavano a rafforzare il regime che fa della negazione della laicità e dell’asservimento delle donne due capisaldi della propria visione del mondo. Per non parlare del fatto che molte di quelle armi saranno probabilmente passate a gruppi armati fondamentalisti, per esempio l’Isis. Tutto questo però non è incompatibile con i valori della Repubblica francese. Tutto questo non sconvolge Valls. A lui lo sconvolgono solo i burkini.
Alla fin fine, è sempre la solita storia. Siamo moralmente pigri e miseri, per quattro petrodollari diamo via l’anima e altro. Quindi proprio non possiamo prendercela con le centrali che alimentano nel mondo, concretamente, il fanatismo, il radicalismo islamico, il terrorismo. Così ce la prendiamo coi simboli. Il che è una vera stupidaggine. Perché i simboli appartengono a tutti i musulmani, il terrorismo e le armi solo a una parte di loro. Per denaro, quindi, preferiamo prendercela indistintamente con l’islam, scontentando quindi tutti i musulmani, e lasciare in pace chi, in definitiva, ci spara addosso.
E’ il marchio di fabbrica di questa Europa imbelle, senza nerbo e senza visione. E il trionfo delle teorie dello “scontro di civiltà” partorite dai neocon americani e da quelli che li hanno seguiti. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: dal 2000 a oggi le vittime di atti terroristici sono aumentate di nove volte.
Come diceva Nanni Moretti. Continuiamo così, facciamoci del male.
Fonte
Ci sono naturalmente ottime ragioni e altrettanti interessi dietro questo rifiuto, a cominciare dal fatto di non sovraesporre le gerarchie, le chiese, i preti e i credenti. Ma proprio per questo risalta ancor più nettamente la "tossicità" falsificante di quel che viene ripetuto ogni giorno dai media mainstream.
Strana "guerra di religione", insomma, quella in cui i rappresentanti ufficiali della religione si chiamano fuori. E contro.
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Il sonno della ragione dei politici europei, impegnati a rincorrere qualunque retorica pur di speculare su qualche voto, produce mostri come la polemica francese sul burkini. A sua volta preziosa perché, letta in controluce, spiega tutto non solo della Francia, afflitta da una classe di governo di rara mediocrità, ma dell’Europa intera e, alla fin fine, di questo Occidente insopportabilmente pigro dal punto di vista morale e ipocrita.
Qualche fatto. Pochi giorni fa il sindaco di Cannes, David Lisnard, ha emesso un’ordinanza per vietare sul territorio del suo comune l’uso del burkini, l’orribile costume da bagno che copra tutto il corpo della dona, capo compreso, ed è usato da certe donne musulmane. Nell’ordinanza, Lisnard si richiama alla necessità di difendere “i buoni costumi” e “la laicità” e “di far rispettare le regole d’ igiene e sicurezza”. L’ ordinanza, ovviamente, è stata subito replicata dai sindaci di altri comuni della Costa Azzurra ed è poi finita davanti al magistrato per gli altrettanto ovvi ricorsi.
A dispetto del nome, il burkini c’entra poco col burka. In Italia il burka, che copre anche interamente il volto, è fuori legge… per legge: la legge Reale del 1975, che disciplina la tutela dell’ordine pubblico e proibisce, appunto, di rendersi irriconoscibili coprendo il volto. Ma il burkini, che in definitiva somiglia a una muta completa da subacqueo, da noi dovrebbe essere proibito con un provvedimento ad hoc. Detto questo, ci sono alcune ragioni precise che rendono l’operato dei francesi non solo una farsa ma una farsa pericolosa.
La Cannes di Lisnard dove si vieta il burkini
Frequento da anni la Costa Azzurra, alla maniera di tanti altri piccoli borghesi del Piemonte e della Lombardia. Mini appartamento a Mentone (in società con mia madre e mio fratello), poi da lì si va qua e là. In questi anni di burkini ne avrò visti, a dir tanto, tre. Mi sfugge quindi come il sindaco di Cannes (75 mila abitanti, d’estate almeno oltre i 100 mila) possa sentire minacciati, tutti insieme, i costumi, la laicità, l’igiene e la sicurezza del suo ricco Comune. Soprattutto mi pare incredibile che il sindaco non noti una contraddizione. Lui vieta i burkini in spiaggia, ma nel centro si vedono donne abbondantemente velate (le stesse che hanno finito di fare il bagno?) che, pasturando stuoli di bambini e restando disciplinate nell’ombra dei mariti entrano nei ristoranti, escono dalle boutique con mazzi di pacchetti, vanno a curiosare nelle agenzie immobiliare, fanno acquisti in gioielleria e così via. In quei casi, a quanto pare, il sindaco Lisnard non vede alcun pericolo per la laicità e l’igiene, anche se le donne sono coperte proprio come se avessero il burkini. Che sia una questione di quattrini? Veli e coperture vanno bene tra i negozi, perché da sotto quei veli escono gli euro. E non vanno bene in spiaggia, dove qualche turista potrebbe adontarsi e portare i propri euro lontano dal comune di Cannes?
Si diceva prima del magistrati e dei ricorsi che si è trovato a esaminare. L’ordinanza del sindaco Lisnard è stata sdoganata. Anche alla luce, ha sentenziato il magistrato, dello stato di emergenza proclamato dopo la strage di Nizza del 14 luglio. Curioso anche questo: Mohamed Bouhlel, il camionista che uccise 84 persone investendole sul lungomare, era uno piscopatico violento che andava a donne, beveva, non frequentava la moschea e non osservava il Ramadan, il mese del digiuno che è uno dei cinque precetti che definiscono il musulmano.
Manuel Valls, il burkini incompatibile con la Francia e la "relazione strategica" con l'Arabia Saudita
Quel che è peggio, però, è che sulle stesse posizioni si è allineato anche il premier Manuel Valls, che si è lanciato in frasi importanti. “Il burkini è incompatibile con i valori della Francia e della Repubblica, ed è l’espressione di un’ideologia basata sull’asservimento della donna”. Forse il burkini è incompatibile con la Francia, ma tutto il resto no. Voglio dire: il burkini offende la Repubblica e le donne ma ciò che produce il burkini e, soprattutto, produce quella visione estrema dell’islam, l’asservimento delle donne e molte altre cose al premier Valls va benone. Anzi: lui lo ama, lo ritiene indispensabile.
Fu proprio Valls, qualche mese fa, a dire che la Francia ha con l’Arabia Saudita una “relazione strategica”. Quindi importante, anzi irrinunciabile. Eppure Valls sa come sono vestite le donne saudite. Sa che non possono guidare. Sa che per mandare una donna a correre alle Olimpiadi di Rio, anche lei per altro vestita con una sorta di burkini su cui nessuno ha protestato, hanno dovuto trovarne una che fosse accompagnata in Brasile da un parente maschio e avesse il permesso di padre e marito. Sa anche, Valls, che il wahabismo saudita è la forma più radicale e conservatrice di islam oggi praticata nel mondo. E che i wahabiti, usando i petrodollari, propagandano quella visione dell’islam in tutto il mondo, finanziando scuole coraniche radicali, gruppi estremistici, financo gruppi terroristi. Ma ciò che offende e indigna Valls è il burkini.
Di più. La frase sulla “relazione strategica” fu pronunciata subito dopo che il presidente Hollande aveva concesso la Legion d’ Onore, massima onorificenza francese, a Mohammed bin Nayef, principe ereditario della monarchia saudita e ministro degli Interni. In quel momento del 2016 , Bin Nayef aveva già firmato 70 condanne a morte (una fu eseguita due giorni dopo il ritiro della Legione) e, come ministro degli Interni, è responsabile proprio di quel sistema perverso di leggi civili e leggi religiose che tiene le donne saudite nello stato in cui sono, quasi prive di diritti e, ovviamente, obbligate a indossare il burkini. Ma Valls non era turbato dal fatto di onorare un tale personaggio. No, lui si turba per il burkini.
D’altra parte i politici francesi sono tipi particolari. Nel 2015 per ben tre volte i vertici del sistema politico d Oltralpe si sono recati in Arabia Saudita, il Paese dove l’asservimento delle donne è più palese, a omaggiarne i dirigenti. Due volte Hollande e una lo stesso Valls il quale, il 12 e 13 ottobre, ha firmato contratti per 10 miliardi di euro. Quei soldi coprivano anche un’abbondante fornitura di armi prodotte in Francia. Il che significa solo una cosa: che per un po’ di denaro, il buon Valls e il buon Hollande andavano a rafforzare il regime che fa della negazione della laicità e dell’asservimento delle donne due capisaldi della propria visione del mondo. Per non parlare del fatto che molte di quelle armi saranno probabilmente passate a gruppi armati fondamentalisti, per esempio l’Isis. Tutto questo però non è incompatibile con i valori della Repubblica francese. Tutto questo non sconvolge Valls. A lui lo sconvolgono solo i burkini.
Alla fin fine, è sempre la solita storia. Siamo moralmente pigri e miseri, per quattro petrodollari diamo via l’anima e altro. Quindi proprio non possiamo prendercela con le centrali che alimentano nel mondo, concretamente, il fanatismo, il radicalismo islamico, il terrorismo. Così ce la prendiamo coi simboli. Il che è una vera stupidaggine. Perché i simboli appartengono a tutti i musulmani, il terrorismo e le armi solo a una parte di loro. Per denaro, quindi, preferiamo prendercela indistintamente con l’islam, scontentando quindi tutti i musulmani, e lasciare in pace chi, in definitiva, ci spara addosso.
E’ il marchio di fabbrica di questa Europa imbelle, senza nerbo e senza visione. E il trionfo delle teorie dello “scontro di civiltà” partorite dai neocon americani e da quelli che li hanno seguiti. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: dal 2000 a oggi le vittime di atti terroristici sono aumentate di nove volte.
Come diceva Nanni Moretti. Continuiamo così, facciamoci del male.
Fonte
19/08/2016
Burkini, la polemica di due mondi mai così vicini
Il processo di secolarizzazione dei costumi, degli immigrati, grosso modo nelle nostre società, dal dopoguerra fino agli anni ’90, è sempre stato pensato in due stadi. Il primo quello della legittimazione di spazi e pratiche non occidentali in paesi occidentali, in modo da creare un senso generale di accettazione e tolleranza; il secondo quello di lasciar lavorare quel generale che si chiama “tempo che scorre”. Ovvero quella strategia silenziosa, quella mano invisibile che ammorbidisce i comportamenti che passa tra messa al lavoro di milioni di persone, l’intervento su menti e corpi, la società dei consumi, dell’educazione, della cultura di massa e, per qualcuno, anche di una cultura politica. In quel modo il processo di secolarizzazione – il passaggio dei costumi dalla sfera della morale religiosa a quella delle scelte personali – neutralizzava conflitti, allargava i mercati e permetteva alla politica istituzionale di concentrarsi quanto possibile al business.
Negli ultimi venti anni questo schema – che ha applicazioni molto diverse a seconda dei paesi di cui si parla – è saltato. Moleenbeek, se si vuole è l’esempio più chiaro di questo fallimento o, se vogliamo, della rottura di un ciclo storico di integrazione. Era uno storico quartiere operaio di Bruxelles, vera e propria porta dell’immigrazione in Belgio, con la classica squadra di calcio che ruotava attorno alla community operaia anche di origine italiana, campione del Belgio metà anni ’70 e finalista Uefa stesso periodo. Scomparso tutto, classe operaia e squadra di calcio, si aprono spazi per nuove ondate migratorie extraeuropee. Nonostante che Bruxelles diventi un polo attrattivo di economia e servizi dall’intero continente, per le istituzioni europee che ospita, Molenbeek non segue un nuovo processo di completa secolarizzazione dei costumi. Fino a diventare covo per la Jihad esterna, esportando combattenti in Siria, e quella interna. Quella che ha provocato l’attentato all’aeroporto di Zaventen.
Oltretutto l’immigrazione è vista, anche dalla politica, spesso secondo l’ottica di un paradosso: va bene come elemento flessibile al lavoro ma non come popolazione residente. Si pensi al caso degli immigrati in Spagna, andati a nutrire il boom di manodopera della bolla immobiliare pre-crisi o all’Inghilterra che tende a chiudere quanto possibile le porte: si riconosce l’utilità della forza-lavoro quanto si cerca di combattere il suo essere anche residente. Nelle società neoliberali che viviamo, oltretutto, non è previsto, né prevedibile, un intervento finanziario massiccio a sostegno della neutralizzazione degli effetti dell’immissione di forza lavoro nei paesi che la richiedono. Il problema quindi è vissuto, gratta gratta, come una criticità difficilmente risolvibile.
Altra questione è quella della perdita di attrattiva, sul piano identitario, della società dei consumi, di quella liberale figuriamoci delle culture politiche occidentali spente e prive di attrattiva. Per cui nelle generazioni nate, o cresciute, in occidente è facile vedere una riscoperta, o una rielaborazione, di comportamenti delle culture di provenienza. Del resto la connessione in tempo reale, e su più piattaforme, genera una miscela sia di cultura globale sia di rielaborazione personale che vede la religione come protagonista della formazione di quest’ultima.
Siccome non siamo stati tra quelli che, pur sostenendo con piacere i processi di liberazione che si sono innestati, si sono spellati acriticamente le mani durante la “Twitter revolution” della primavera araba, possiamo dire tranquillamente che era chiara, da tempo, una cosa. Ovvero le tecnologie della messa in contatto istantanea di gruppi e persone non presuppongono, automaticamente, la creazione di una folla democratica e autoemancipata. Piuttosto, in quei paesi, tendono a creare una situazione di ambivalenza, tra forma della mobilitazione democratica e insorgenza della jihad digitale, nella quale è ideologico vedere la sola, sicura prevalenza della prima. Infatti, tra costituzioni riviste in peggio, dopo la primavera araba, guerre civili e tentativi di imposizione della sharia non è che abbiamo proprio visto prevalere i diritti dell’uomo. Ma che in politica molti credessero automaticamente agli slogan della rivoluzione tecnologica californiana degli anni ’90 era evidente.
L’ondata tecnologica californiana non è stata inquadrata negli anni ‘90 nella sua portata realmente rivoluzionaria né è stata inquadrata, ai tempi della primavera araba, quando ha mostrato anche il suo risvolto reazionario. Per cui, nel sovrano terrore di tutto l’occidente, su Twitter non solo l’Isis, come un Renzi qualsiasi, emette comunicati e lancia la linea politica sul proprio magazine (neanche fosse Repubblica...) ma circolano miriadi di modelli di burkini a disposizione della curiosità, e delle scelte di consumo, di milioni di donne musulmane praticanti. Già, perché il burkini è la rielaborazione musulmana di un modello di consumo, il costume al mare, che qui è una mediazione tra innovazioni nella tecnologia dei tessuti, desiderio di sfogliare cataloghi online e conformismo religioso. Ed è anche un oggetto controverso: in Egitto può rientrare in qualche Fatwa, mentre alcuni teologi musulmani lo difendono come legittimo. E mentre Valls, il primo ministro francese lo innalza a simbolo della negazione dei diritti dell’uomo, un giudice tedesco lo ha prescritto a una ragazza musulmana per poter tornare a frequentare corsi di nuoto. Che ci siano controversie, sia nella cultura islamista sia in quella occidentale, sul burkini è quindi chiaro. Deve essere chiaro che è un costume attraverso il quale leggere la paura occidentale di non saper governare i processi migratori, non confidando più di tanto sulla secolarizzazione. Proibire è un riflesso di paura. Nella speranza che la repressione colmi quel vuoto di sicurezze, nella politica occidentale, lasciato dalla crisi dei processi di secolarizzazione.
Ma quando ti proibiscono qualcosa scatta automaticamente la difesa del bene che ti è proibito, l’affermazione della tua libertà passa dalla tua capacità o meno di difenderlo o di custodirlo in segreto. In Francia, all’inizio del millennio, ci sono state manifestazioni per la libertà di portare il velo. Solo il disorientamento politico del repubblicanesimo francese, poteva aprire una battaglia, che dura da lustri, sulla proibizione del velo nei luoghi pubblici. Dando così occasione di sbandierare il vessilo della libertà, quello si valore da 14 luglio francese, a rivendicare il diritto di portare quell’oggetto oltretutto negando valori di emancipazione.
E’ quindi evidente, ma non ci voleva la riprova sul campo, che non è con la proibizione dell’abbigliamento, in una classificazione parossistica che vede la mutanda troppo lunga come legalmente inaccettabile, che si stemperano le tensioni aperte da nuovi e vecchi comunitarismi religiosi, da integralismi comportamentali. Come è evidente che non è il divieto ma l’accettazione, quel senso microfisico del vivere quotidiano che ti fa capire che non ci sono né barriere né indifferenza, che rompe tanti steccati. Quelli che il jihadismo vuol mantenere.
Ma il punto più importante è, ci venga perdonato il materialismo, un altro. Nelle nostre società la popolazione bianca, persino fasce significative di quella specializzata, è vista come eccedente. Accettata finché riesce a consumare, poi espulsa da processi reali di cittadinanza, confinata ai margini della sopravvivenza. A maggior ragione questo vale per la popolazione immigrata e i rifugiati: per loro non solo non sembra funzionare il dispositivo di integrazione pensato fino a venti anni fa ma sono visti ormai come nodi di una rete che importa i conflitti, e i morti, delle guerre in Medio Oriente. Ma tutto questo non si può (ancora) dire nelle retoriche ufficiali. Quelle che, dall’Ue a (quasi) tutti gli stati nazione che la compongono trasudano di sviluppo, integrazione tolleranza. Allora ecco che appare il costume da bagno come specchio, e pretesto, di una serie di proibizioni, disciplinamenti e segregazioni che le retoriche ufficiali non possono fin qui esprimere. Ma che, così la politica ufficiale spera, servono per colmare quello vuoto di disciplinamento che la secolarizzazione assicurava. Ma è un grosso errore, una cosa di cui non si vedono i vantaggi, che tutti rischiamo di pagare perché non farà altro che accendere gli animi.
Alla fiera delle dichiarazioni non poteva certo mancare il nostro paese dove la polemica (si fa per dire) politica è esplosa in assenza dell’oggetto. Visto che per avvistare i burkini in Italia ci vorrebbe un monitoraggio satellitare. Ma la politica istituzionale vive di questo, bolle speculative della comunicazione politica, accorate prese di posizione sul nulla. Nessuna strategia, nessuna soluzione prospettata di problemi che, comunque vada, paiono, dietro le quinte delle dichiarazioni ufficiali, irrisolvibili. Nessuna attenzione, oltretutto, al fatto che il burkini in Italia si direbbe un fatto statisticamente nullo tanto è raro l’utilizzo. Tanto, come sempre, se esploderanno i conflitti reali verrà mandata un po' di polizia sul campo e dato qualche appalto per carità e assistenza. Il resto, polemiche che surclassano il filone demenziale del cinema americano anni ’80, andrà in onda su Twitter. Dove gli account di Alfano, Renzi e Salvini stanno nello stesso spazio digitale di quelli di tanto integralismo religioso musulmano. Ma si sa, come direbbe un altro utente di Twitter, Gasparri, tra “noi” e “loro” mica condividiamo gli stessi valori. Peccato che, altro che guerra di civiltà, condividiamo le stesse tecnologie della comunicazione, gli stessi stili di consumo digitale.
Si tratta di modalità di consumo culturale che, come nella primavera araba, sono in continuo bilico tra il dare la spinta a processi democratici come a quelli di autoreferenzialità islamista. Basterebbe vedere le stesse biografie dei foreign fighters per scorgervi non tanto l’irrimediabile islamista radicale che vive di versetti ma un qualcuno che avrebbe potuto essere portato altrove. Le prese di posizione come quelle del primo ministro francese servono solo a far spostare l’equilibrio verso il peggio. Neanche Al Baghdadi avrebbe potuto sperare, per far leva sul consenso alimentato dal vittimismo, in una tale scomunica, da parte occidentale, di comportamenti musulmani: “incompatibile con i nostri valori”.
D’altronde l’occidente ha paura di perdere il governo delle proprie metropoli e, in nome di questa paura, ci si attacca anche ai costumi troppo lunghi. Quanto alla politica italiana, viene a mente Ashley Brillant, storico vignettista anglo-americano che tenne seminari da leggenda, sulla satira e sulla politica, durante l’estate dell’amore californiana del ’67: “alcuni cambiamenti sono così lenti che non te ne accorgi, altri sono così veloci che non si accorgono di te”. E’ quello che sta accadendo alla politica italiana, neanche vista dai veloci cambiamenti in corso, che è riuscita a litigare su un fenomeno che in Italia, a malapena si scorge.
Redazione 18 agosto 2016
Fonte
18/08/2016
Il burkini e le incredibili balle di Lorella Zanardo
Tira
moltissimo il dibattito sul burkini (o burqini), il costume da bagno
integrale amato da alcune donne musulmane, in particolare dopo che un
paio d’amministrazioni locali in Francia hanno deciso di vietarne l’uso.
Così in questi giorni siamo ammorbati da tanti che si sentono in dovere
di dire la loro sulla questione. Tra tanti mi ha colpito l’intervista rilasciata a l’Espresso da Lorella Zanardo,
che si dice femminista e di sinistra*. Un’intervista infarcita di balle
e castronerie che minano qualsiasi pretesa ideale o ideologica possa
celarsi dietro alla conclusione alla quale perviene Zanardo, per la
quale il burkini andrebbe vietato per legge.
La signora si fa forte di quella che racconta come un’esperienza diretta, avrebbe infatti provato un burkini personalmente e da lì ne avrebbe tratto le sue categoriche convinzioni, che però alla prova dei fatti risultano tanto assurde quanto riprovevoli. Non si sa che burkini abbia provato, ma quel che è certo è che Zanardo nell’intervista racconta un sacco di balle.
Per chi ancora non lo sapesse, il burkini è un capo da bagno – tecnico – simile nella forma e nella confezione a una muta da sub, ma più leggero e meno aderente, in modo da permettere alle bagnanti d’indossarlo anche in spiaggia, dove le tute in neoprene usate per le immersioni trasformerebbero le ore in riva al mare in saune insopportabili.
A dirla tutta, il mio sospetto è che Zanardo non abbia mai indossato un burkini, altrimenti certe sue buffe affermazioni non si spiegherebbero. Non sono poche le sciocchezze messe in fila nella stessa intervista, ma cercherò comunque di ripercorrerle in maniera analitica e di spiegare perché si tratti di affermazioni false, che possono essere costruite solo sulla malafede o su una clamorosa ignoranza della materia del contendere.
La prima affermazione assurda che s’incontra è la seguente: « il burkini è un capo d’abbigliamento che, come il burqa e il niqab, cela in modo pesante il corpo» ed è assurda perché burqa e niqab non celano solo il corpo, ma anche il volto. Inoltre il burkini è composto da una parte inferiore che ha la foggia dei pantaloni, non già un gonnellone che tocca terra. Una donna in burkini appare invece coperta come una donna in maglietta e pantaloni, ma a capo coperto come chi indossa un’hijab. Incidentalmente, i pantaloni sono generalmente proibiti dalla morale islamica, perché mostrano le forme e, orrore, sono considerati un travestimento ad imitare gli uomini. Tanto che nei paesi dove le autorità religiose riescono ad avere voce in capitolo sull’abbigliamento delle donne, non si vedono donne con i pantaloni. Il burkini è quindi uno strumento d’emancipazione dalla morale islamica più rigorosa, non solo perché consente alle donne musulmane di godere di mari e fiumi sentendosi a proprio agio. Ma Zanardo dice che «il mio discorso non è “intellettuale”, non è teorico. Il mio femminismo è molto pratico. Infatti parlo del burkini dopo averlo provato».
Subito dopo segue un’altra affermazione stentorea quanto evidentemente falsa: «…soprattutto posso dire che indossarlo non è frutto di una libera scelta delle donne». Affermazione smentita dalla realtà, nella quale qualche centinaio di milioni di donne cinesi si veste allo stesso modo, coprendo anche il volto, semplicemente perché in Cina apprezzano l’incarnato chiaro e non vogliono abbronzarsi quando vanno al mare. Una scelta in tutta evidenza liberissima per la quale in Cina spopola quello che è stato chiamato facekini. Questo sì più simile a niqab e al burqa, perché copre anche il volto, anche se non per motivi religiosi.
Zanardo prosegue dicendo che «parlo del burkini dopo averlo provato» e dalla prova dice di averne ricavato che il burkini è anche pericoloso perché: «Quando
esci dall’acqua diventa pesantissimo, e infatti molte si fanno aiutare
dagli uomini perché potrebbe esserci il rischio di annegare».
Questa è la frase che più fa dubitare del fatto che la prova sia stata
esperita realmente, perché il tessuto tecnico con il quale sono
confezionati i burkini non s’imbeve d’acqua e perché anche la logica
dice che, anche se il modello provato da Zanardo fosse stato
confezionato in lana, se il costume diventa pesantissimo fuori
dall’acqua a quel punto non c’è alcun rischio d’annegamento.
Affermazioni assurde e chiaramente esagerate che servono evidentemente
da sostegno ad un’opinione che molti altri appigli non ha.
Non va meglio passando a commentare l’ormai famosa immagine della pallavolista egiziana vista alle olimpiadi con addosso un hijab, il velo a coprire il capo, perché anche qui Zanardo infila una balla clamorosa dicendo che a differenza delle colleghe che giocano in mutande: «L’egiziana infatti non ha scelta, l’occidentale potrebbe anche rifiutarsi…». Peccato che la sua compagna di squadra non indossi l’hijab e che le sue colleghe egiziane impegnate in gare di nuoto, tuffi e nuoto sincronizzato abbiano indossato costumi assolutamente identici a quelli delle colleghe, occidentali e no. «L’egiziana» quindi la scelta ce l’ha eccome. Peccato inoltre che fino a pochi anni fa fosse invece la federazione internazionale della pallavolo a non lasciare alcuna scelta alle atlete: se volevi competere a livello internazionale potevi indossare solo un bikini (con il fianco non più alto di 7 centimetri), anche se faceva freddo e anche se ti sentivi a disagio con le telecamere piantate sul culo allo scopo di vendere lo spettacolo ai morti di figa.
Esaurite queste falsissime premesse, Zanardo chiede poi alle donne «arabe»; e poco importa che arabe non siano, come le musulmane che provengono da paesi che arabi non sono; di «avere… rispetto per le nostre lotte, quando vivono in Italia». Una pretesa bizzarra, non solo perché tale rispetto spesso manca anche alle donne italiane, per non parlare degli uomini italiani.
Pretesa che la signora, che «io sono di sinistra, sono femminista e per le frontiere aperte, eppure difendo il diritto delle musulmane di liberarsi delle loro gabbie», vorrebbe veder rinforzata da una bella legge che dica alle donne come si devono vestire in spiaggia: «Come femminista italiana e attivista dei diritti delle donne penso che sia corretto vietare l’uso del burkini». Quindi le gabbie che si scelgono loro, perché in Italia non c’è alcuna autorità che le possa costringere a indossare il burkini, non vanno bene. Ma quelle che sceglie per loro Zanardo invece vanno bene al punto che sarebbe il caso di punirle, se non ci vogliono entrare.
Davvero curioso che una femminista supporti la proposta d’affidare a un governo il decidere come le donne possano o non possano andare vestite in spiaggia. Ancora di più se si pensa che a un eventuale divieto contro il burkini, le donne musulmane potrebbero reagire facendo il bagno vestite con abiti comuni. E lì sarebbe da vedere come le femministe à la Zanardo e il governo censore potrebbero reagire. Vieterebbero di fare il bagno vestite? Consentirebbero la balneazione solo se vestite con costumi da bagno approvati dalla legge? E se una italiana, per niente musulmana, volesse fare il bagno in burkini, che si fa? Glielo vietiamo perché il burkini non ci piace in quanto simbolo di una cultura diversa? E se arrivano le da sempre auspicate torme di turisti cinesi? Gli impediamo di fare il bagno come preferiscono perché ce l’abbiamo con i musulmani o perché le femministe à la Zanardo sono convinte che chi fa il bagno troppo coperta offende la nostra cultura, i nostri costumi e le lotte delle nostre sedicenti femministe?
Domande che resteranno senza risposta perché è chiaro che vaneggiamenti del genere, falsi fin dalle premesse sulle quali si fondano, possano promanare solo da una persona che si sente superiore alle «arabe», al punto da voler imporre loro la propria estetica e i propri costumi. Poco importa se “arabe” non sono e se magari siano invece cittadine italiane con gli stessi diritti di Zanardo, primo tra tutti quello di vestirsi come pare loro più giusto. Nella sua battaglia a difesa delle «nostre lotte» Zanardo giunge quindi paradossalmente alle stesse conclusioni di un musulmano integralista, perfettamente allineato nel vietare il burkini alle donne, anche se per motivi diametralmente opposti ai suoi. Tempi tristi ci è dato vivere, la regressione ideale e intellettuale è evidente anche in campo femminista se da «il corpo è mio e me lo gestisco io» siamo arrivati alla pretesa della donna bianca di gestire i corpi di donne non più considerate sorelle, ma poverelle inferiori e sottomesse da educare a botte di divieti e leggi liberticide. L’oppressione si combatte da sempre battendosi per la libertà, non certo invocando divieti che fanno solo la gioia di pretoni islamici integralisti o di razzisti e sessisti come Salvini, per questo sarebbe il caso che questo genere di sedicenti femministe ritrovasse al più presto la diritta via, ora smarrita. Se non ora, quando?
* Avevo scritto erroneamente che Zanardo è anche “animatrice del movimento, «Se non ora Quando», mi scuso con le associate.
Fonte
La signora si fa forte di quella che racconta come un’esperienza diretta, avrebbe infatti provato un burkini personalmente e da lì ne avrebbe tratto le sue categoriche convinzioni, che però alla prova dei fatti risultano tanto assurde quanto riprovevoli. Non si sa che burkini abbia provato, ma quel che è certo è che Zanardo nell’intervista racconta un sacco di balle.
Per chi ancora non lo sapesse, il burkini è un capo da bagno – tecnico – simile nella forma e nella confezione a una muta da sub, ma più leggero e meno aderente, in modo da permettere alle bagnanti d’indossarlo anche in spiaggia, dove le tute in neoprene usate per le immersioni trasformerebbero le ore in riva al mare in saune insopportabili.
A dirla tutta, il mio sospetto è che Zanardo non abbia mai indossato un burkini, altrimenti certe sue buffe affermazioni non si spiegherebbero. Non sono poche le sciocchezze messe in fila nella stessa intervista, ma cercherò comunque di ripercorrerle in maniera analitica e di spiegare perché si tratti di affermazioni false, che possono essere costruite solo sulla malafede o su una clamorosa ignoranza della materia del contendere.
La prima affermazione assurda che s’incontra è la seguente: « il burkini è un capo d’abbigliamento che, come il burqa e il niqab, cela in modo pesante il corpo» ed è assurda perché burqa e niqab non celano solo il corpo, ma anche il volto. Inoltre il burkini è composto da una parte inferiore che ha la foggia dei pantaloni, non già un gonnellone che tocca terra. Una donna in burkini appare invece coperta come una donna in maglietta e pantaloni, ma a capo coperto come chi indossa un’hijab. Incidentalmente, i pantaloni sono generalmente proibiti dalla morale islamica, perché mostrano le forme e, orrore, sono considerati un travestimento ad imitare gli uomini. Tanto che nei paesi dove le autorità religiose riescono ad avere voce in capitolo sull’abbigliamento delle donne, non si vedono donne con i pantaloni. Il burkini è quindi uno strumento d’emancipazione dalla morale islamica più rigorosa, non solo perché consente alle donne musulmane di godere di mari e fiumi sentendosi a proprio agio. Ma Zanardo dice che «il mio discorso non è “intellettuale”, non è teorico. Il mio femminismo è molto pratico. Infatti parlo del burkini dopo averlo provato».
Subito dopo segue un’altra affermazione stentorea quanto evidentemente falsa: «…soprattutto posso dire che indossarlo non è frutto di una libera scelta delle donne». Affermazione smentita dalla realtà, nella quale qualche centinaio di milioni di donne cinesi si veste allo stesso modo, coprendo anche il volto, semplicemente perché in Cina apprezzano l’incarnato chiaro e non vogliono abbronzarsi quando vanno al mare. Una scelta in tutta evidenza liberissima per la quale in Cina spopola quello che è stato chiamato facekini. Questo sì più simile a niqab e al burqa, perché copre anche il volto, anche se non per motivi religiosi.
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| Donne cinesi al bagno |
Non va meglio passando a commentare l’ormai famosa immagine della pallavolista egiziana vista alle olimpiadi con addosso un hijab, il velo a coprire il capo, perché anche qui Zanardo infila una balla clamorosa dicendo che a differenza delle colleghe che giocano in mutande: «L’egiziana infatti non ha scelta, l’occidentale potrebbe anche rifiutarsi…». Peccato che la sua compagna di squadra non indossi l’hijab e che le sue colleghe egiziane impegnate in gare di nuoto, tuffi e nuoto sincronizzato abbiano indossato costumi assolutamente identici a quelli delle colleghe, occidentali e no. «L’egiziana» quindi la scelta ce l’ha eccome. Peccato inoltre che fino a pochi anni fa fosse invece la federazione internazionale della pallavolo a non lasciare alcuna scelta alle atlete: se volevi competere a livello internazionale potevi indossare solo un bikini (con il fianco non più alto di 7 centimetri), anche se faceva freddo e anche se ti sentivi a disagio con le telecamere piantate sul culo allo scopo di vendere lo spettacolo ai morti di figa.
Esaurite queste falsissime premesse, Zanardo chiede poi alle donne «arabe»; e poco importa che arabe non siano, come le musulmane che provengono da paesi che arabi non sono; di «avere… rispetto per le nostre lotte, quando vivono in Italia». Una pretesa bizzarra, non solo perché tale rispetto spesso manca anche alle donne italiane, per non parlare degli uomini italiani.
Pretesa che la signora, che «io sono di sinistra, sono femminista e per le frontiere aperte, eppure difendo il diritto delle musulmane di liberarsi delle loro gabbie», vorrebbe veder rinforzata da una bella legge che dica alle donne come si devono vestire in spiaggia: «Come femminista italiana e attivista dei diritti delle donne penso che sia corretto vietare l’uso del burkini». Quindi le gabbie che si scelgono loro, perché in Italia non c’è alcuna autorità che le possa costringere a indossare il burkini, non vanno bene. Ma quelle che sceglie per loro Zanardo invece vanno bene al punto che sarebbe il caso di punirle, se non ci vogliono entrare.
Davvero curioso che una femminista supporti la proposta d’affidare a un governo il decidere come le donne possano o non possano andare vestite in spiaggia. Ancora di più se si pensa che a un eventuale divieto contro il burkini, le donne musulmane potrebbero reagire facendo il bagno vestite con abiti comuni. E lì sarebbe da vedere come le femministe à la Zanardo e il governo censore potrebbero reagire. Vieterebbero di fare il bagno vestite? Consentirebbero la balneazione solo se vestite con costumi da bagno approvati dalla legge? E se una italiana, per niente musulmana, volesse fare il bagno in burkini, che si fa? Glielo vietiamo perché il burkini non ci piace in quanto simbolo di una cultura diversa? E se arrivano le da sempre auspicate torme di turisti cinesi? Gli impediamo di fare il bagno come preferiscono perché ce l’abbiamo con i musulmani o perché le femministe à la Zanardo sono convinte che chi fa il bagno troppo coperta offende la nostra cultura, i nostri costumi e le lotte delle nostre sedicenti femministe?
Domande che resteranno senza risposta perché è chiaro che vaneggiamenti del genere, falsi fin dalle premesse sulle quali si fondano, possano promanare solo da una persona che si sente superiore alle «arabe», al punto da voler imporre loro la propria estetica e i propri costumi. Poco importa se “arabe” non sono e se magari siano invece cittadine italiane con gli stessi diritti di Zanardo, primo tra tutti quello di vestirsi come pare loro più giusto. Nella sua battaglia a difesa delle «nostre lotte» Zanardo giunge quindi paradossalmente alle stesse conclusioni di un musulmano integralista, perfettamente allineato nel vietare il burkini alle donne, anche se per motivi diametralmente opposti ai suoi. Tempi tristi ci è dato vivere, la regressione ideale e intellettuale è evidente anche in campo femminista se da «il corpo è mio e me lo gestisco io» siamo arrivati alla pretesa della donna bianca di gestire i corpi di donne non più considerate sorelle, ma poverelle inferiori e sottomesse da educare a botte di divieti e leggi liberticide. L’oppressione si combatte da sempre battendosi per la libertà, non certo invocando divieti che fanno solo la gioia di pretoni islamici integralisti o di razzisti e sessisti come Salvini, per questo sarebbe il caso che questo genere di sedicenti femministe ritrovasse al più presto la diritta via, ora smarrita. Se non ora, quando?
* Avevo scritto erroneamente che Zanardo è anche “animatrice del movimento, «Se non ora Quando», mi scuso con le associate.
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26/07/2016
Da Monaco a Nizza, smettetela di citare Oriana Fallaci (che aveva torto)
E’ quasi imbarazzante dover riconoscere che, davanti alla spaventosa quantità di cervelli portati all’ammasso in nome della “guerra di civiltà” che dovremmo semplicemente decidere di combattere, uno dei non molti presidi di razionalità è rappresentato dal settimanale cattolico Famiglia Cristiana.
Naturalmente non ci sfuggono le innumerevoli motivazioni che inducono questo settimanale a prendere in mano la bandiera della Ragione, certo non tutte altrettanto commendevoli. Quello che imbarazza è l’inesistenza di un pensiero laico altrettanto lucido e attento ai processi storici. E’ insomma un marker molto attendibile dell’abisso in cui la cultura dominante si è infilata a partire dalla guerra infinita dichiarata da “Dabliu” Bush nel 2001 e variamente declinata nei 15 anni successivi (“guerra umanitaria”, comunque, resta un capolavoro insuperabile dell’infamia imperialista).
Subito dopo ogni attentato, senza sapere se si tratta di Isis o di qualche folle omicida come nel caso di Monaco, sui social network si tirano fuori le tesi dell’autrice sullo scontro di civiltà tra l’ Occidente cristiano e i musulmani assassini in nome di Allah ed è tutto un fiorire di “scusaci, Oriana”. Ma di che cosa? La sua tesi, che non ha senso confutare oggi, l’abbiamo vista all’opera nella sciagurata politica anglo-americana di Bush e Blair in Medio Oriente. Ecco perché, una volta per tutte, bisognerebbe smetterla di citare la scrittrice.
Uno dei danni collaterali degli attacchi terroristici che stanno insanguinando questi mesi uccidendo vittime innocenti in ogni parte del globo è l’idiozia che dobbiamo puntualmente sorbirci da parte di chi, bontà sua, tre minuti tre dopo l’attacco, senza che ovviamente la polizia e gli inquirenti sappiano ancora nulla di preciso, intasa i social network, Facebook e Twitter in particolare, con citazioni del pamphlet La rabbia e l’orgoglio di Oriana Fallaci e la sua teoria sulla guerra di civiltà: noi occidentali e cristiani vittime dei musulmani tagliagole e assassini in nome di Allah. La Fallaci è stata tirata fuori nel novembre scorso dopo la strage di Parigi e l’ assalto al Bataclan, poi dopo l’attentato a Bruxelles di marzo, poi di nuovo a giugno dopo l’assalto di Omar Mateen in un club gay di Orlando, in Florida, salvo poi scoprire pochi giorni dopo che Mateen era a sua volta un gay con la mente disturbata e il suo presunto legame col Califfato era tutto da dimostrare. Per stare alle ultime settimane, la Fallaci è stata tirata fuori di nuovo dopo la strage sul lungomare di Nizza («Molte persone hanno in odio la #Fallaci semplicemente perché ha predetto quello che sarebbe successo #Nizza», ha cinguettato un’utente su Twitter) e, adesso, dopo l’ attacco al centro commerciale Olympia di Monaco di Baviera dove, come appurato finora dagli inquirenti, la matrice islamista non c’entra e il killer è un diciottenne tedesco-iraniano, Ali Sonboly, in cura per depressione e forse vittima di bullismo che si sarebbe ispirato al killer norvegese Anders Breivik autore, cinque anni fa, della strage di Utoya dove furono uccise 77 persone.
Pochissimi minuti dopo gli spari nella città bavarese, però, Oriana Fallaci su Twitter era già nei trend (le parole che segnalano gli argomenti più discussi dagli utenti) con analisti da strapazzo a commentare e beccarsi tra di loro. Per fortuna con qualche spiraglio d’ironia come quella di Francesca che scrive: «Ma fatemi capire, Oriana Fallaci la tenete salvata nelle bozze che appena succede qualcosa pubblicate qualche sua frase?». Eh sì, è proprio così.
Citare la Fallaci, come una sorta di risarcimento postumo perché lei aveva capito tutto e noi niente, perché lei sì che aveva ragione e noi torto, per molti è diventato un riflesso quasi pavloviano. Si va in automatico ormai: un folle o un terrorista spara, a Monaco o a Bruxelles, a Nizza, a Dacca o a Istanbul e si tira fuori dall’armadio la Fallaci e il suo pamphlet scritto di getto qualche giorno dopo gli attacchi terroristici alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 nel quale riversava tutto il suo senso di frustrazione e rabbia per quanto appena accaduto. Ma davvero la scrittrice aveva individuato le soluzioni giuste per combattere il terrore islamista?
La tesi della Fallaci è insostenibile e oggi non ha senso nemmeno confutarla
Quel libro aveva una tesi, abbastanza insostenibile per la sua mancanza di flessibilità e di pragmatismo: la superiorità dell’Occidente cristiano e la violenza religiosa della cultura islamica, a tutti i suoi livelli, che prepara l’ attacco agli Usa e all’Europa e vuole ucciderci tutti. Una tesi assoluta, da “noi contro loro”, da “bene contro male”, che non ha senso provare a confutare quattordici anni dopo. Una tesi avanzata peraltro quando il mondo era completamente diverso da com’è oggi. Nel 2001, per stare solo al Medio Oriente, c’erano Saddam Hussein in Iraq, Gheddafi in Libia, in Tunisia Ben Ali, in Israele il primo ministro era Ariel Sharon.
E poi – ma questa è materia di analisti e studiosi – in questi quattordici anni le tesi della Fallaci hanno avuto largo seguito nella politica anglo-americana come ad esempio la guerra, basata su prove false costruite a tavolino, contro l’ Iraq di Saddam Hussein condotta dall’accoppiata Bush-Blair e altre che hanno messo a soqquadro il Medio Oriente. Non è colpa della Fallaci, ovviamente, se sono state fatte queste guerre illegali, inutili e dannose se l’ obiettivo era quello di combattere il terrorismo. Ma la strategia politico-militare (più militare che politica, forse) di questi anni ricalca abbastanza bene le sue teorie. Abbiamo risolto qualcosa? Il terrore è stato vinto? Il Medio Oriente è stato pacificato? No, purtroppo. E allora perché citare la Fallaci? Non sarebbe meglio dire una volta per tutte: “Cara Oriana avevi torto” e non citarla più?
da Famigliacristiana
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Naturalmente non ci sfuggono le innumerevoli motivazioni che inducono questo settimanale a prendere in mano la bandiera della Ragione, certo non tutte altrettanto commendevoli. Quello che imbarazza è l’inesistenza di un pensiero laico altrettanto lucido e attento ai processi storici. E’ insomma un marker molto attendibile dell’abisso in cui la cultura dominante si è infilata a partire dalla guerra infinita dichiarata da “Dabliu” Bush nel 2001 e variamente declinata nei 15 anni successivi (“guerra umanitaria”, comunque, resta un capolavoro insuperabile dell’infamia imperialista).
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Subito dopo ogni attentato, senza sapere se si tratta di Isis o di qualche folle omicida come nel caso di Monaco, sui social network si tirano fuori le tesi dell’autrice sullo scontro di civiltà tra l’ Occidente cristiano e i musulmani assassini in nome di Allah ed è tutto un fiorire di “scusaci, Oriana”. Ma di che cosa? La sua tesi, che non ha senso confutare oggi, l’abbiamo vista all’opera nella sciagurata politica anglo-americana di Bush e Blair in Medio Oriente. Ecco perché, una volta per tutte, bisognerebbe smetterla di citare la scrittrice.
Uno dei danni collaterali degli attacchi terroristici che stanno insanguinando questi mesi uccidendo vittime innocenti in ogni parte del globo è l’idiozia che dobbiamo puntualmente sorbirci da parte di chi, bontà sua, tre minuti tre dopo l’attacco, senza che ovviamente la polizia e gli inquirenti sappiano ancora nulla di preciso, intasa i social network, Facebook e Twitter in particolare, con citazioni del pamphlet La rabbia e l’orgoglio di Oriana Fallaci e la sua teoria sulla guerra di civiltà: noi occidentali e cristiani vittime dei musulmani tagliagole e assassini in nome di Allah. La Fallaci è stata tirata fuori nel novembre scorso dopo la strage di Parigi e l’ assalto al Bataclan, poi dopo l’attentato a Bruxelles di marzo, poi di nuovo a giugno dopo l’assalto di Omar Mateen in un club gay di Orlando, in Florida, salvo poi scoprire pochi giorni dopo che Mateen era a sua volta un gay con la mente disturbata e il suo presunto legame col Califfato era tutto da dimostrare. Per stare alle ultime settimane, la Fallaci è stata tirata fuori di nuovo dopo la strage sul lungomare di Nizza («Molte persone hanno in odio la #Fallaci semplicemente perché ha predetto quello che sarebbe successo #Nizza», ha cinguettato un’utente su Twitter) e, adesso, dopo l’ attacco al centro commerciale Olympia di Monaco di Baviera dove, come appurato finora dagli inquirenti, la matrice islamista non c’entra e il killer è un diciottenne tedesco-iraniano, Ali Sonboly, in cura per depressione e forse vittima di bullismo che si sarebbe ispirato al killer norvegese Anders Breivik autore, cinque anni fa, della strage di Utoya dove furono uccise 77 persone.
Pochissimi minuti dopo gli spari nella città bavarese, però, Oriana Fallaci su Twitter era già nei trend (le parole che segnalano gli argomenti più discussi dagli utenti) con analisti da strapazzo a commentare e beccarsi tra di loro. Per fortuna con qualche spiraglio d’ironia come quella di Francesca che scrive: «Ma fatemi capire, Oriana Fallaci la tenete salvata nelle bozze che appena succede qualcosa pubblicate qualche sua frase?». Eh sì, è proprio così.
Citare la Fallaci, come una sorta di risarcimento postumo perché lei aveva capito tutto e noi niente, perché lei sì che aveva ragione e noi torto, per molti è diventato un riflesso quasi pavloviano. Si va in automatico ormai: un folle o un terrorista spara, a Monaco o a Bruxelles, a Nizza, a Dacca o a Istanbul e si tira fuori dall’armadio la Fallaci e il suo pamphlet scritto di getto qualche giorno dopo gli attacchi terroristici alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 nel quale riversava tutto il suo senso di frustrazione e rabbia per quanto appena accaduto. Ma davvero la scrittrice aveva individuato le soluzioni giuste per combattere il terrore islamista?
La tesi della Fallaci è insostenibile e oggi non ha senso nemmeno confutarla
Quel libro aveva una tesi, abbastanza insostenibile per la sua mancanza di flessibilità e di pragmatismo: la superiorità dell’Occidente cristiano e la violenza religiosa della cultura islamica, a tutti i suoi livelli, che prepara l’ attacco agli Usa e all’Europa e vuole ucciderci tutti. Una tesi assoluta, da “noi contro loro”, da “bene contro male”, che non ha senso provare a confutare quattordici anni dopo. Una tesi avanzata peraltro quando il mondo era completamente diverso da com’è oggi. Nel 2001, per stare solo al Medio Oriente, c’erano Saddam Hussein in Iraq, Gheddafi in Libia, in Tunisia Ben Ali, in Israele il primo ministro era Ariel Sharon.
E poi – ma questa è materia di analisti e studiosi – in questi quattordici anni le tesi della Fallaci hanno avuto largo seguito nella politica anglo-americana come ad esempio la guerra, basata su prove false costruite a tavolino, contro l’ Iraq di Saddam Hussein condotta dall’accoppiata Bush-Blair e altre che hanno messo a soqquadro il Medio Oriente. Non è colpa della Fallaci, ovviamente, se sono state fatte queste guerre illegali, inutili e dannose se l’ obiettivo era quello di combattere il terrorismo. Ma la strategia politico-militare (più militare che politica, forse) di questi anni ricalca abbastanza bene le sue teorie. Abbiamo risolto qualcosa? Il terrore è stato vinto? Il Medio Oriente è stato pacificato? No, purtroppo. E allora perché citare la Fallaci? Non sarebbe meglio dire una volta per tutte: “Cara Oriana avevi torto” e non citarla più?
da Famigliacristiana
Fonte
19/07/2016
Caro Gramellini, tu non sei mio fratello
Quello che deve essere detto ai propagandisti di quel “buonismo vittimista” che è un formidabile veicolo del razzismo “perbene”. Quello che “io sono democratico, ma...”, “io non sono per la guerra di religione ma...”, e tutti i “ma” sorridenti che potete leggere o ascoltare sulle tv “democratiche”.
Emblematica, ci sembra, la richiesta di “pentirsi” rivolta a tutti i musulmani che vivono qui e di trasformarsi in delatori, come se l’unico modo di poter essere accettati da “noi” (noi chi, Gramellini? noi inchiodati a lavori di merda o noi Marchionne?) sia quello di spogliarsi di ogni altra cultura e mettersi a disposizione del “potere costituito”.
Come se l’unica integrazione possibile consista nel negare ogni diversità.
La giornalista italiana e musulmana Sabika Shah Povia risponde al Buongiorno di Gramellini sui fatti di Nizza, pubblicato il 16 luglio su La Stampa.
Sabika Shah Povia
Eccomi. Sono qui. Sono uscita. Sono uscita giorni, mesi, anni fa. Sono uscita tutti i giorni dall’11 settembre in poi. Forse non mi hai vista. Forse non mi hai voluta vedere, ma io sono uscita ed insieme a me sono usciti i miei fratelli, musulmani e non, italiani e non. Gente figlia dell’amore, gente che crede nell’unità del popolo, nella libertà e nell’uguaglianza.
Hai ragione quando dici che servono gesti che cambino la trama di questa storia, ma sbagli ad aspettarteli solo da me. Sbagli a pensare che tu puoi permetterti il lusso di “restare sull’uscio ad osservare”, mentre io combatto la nostra battaglia: quella di tutti noi cittadini europei che crediamo nella pace e nella convivenza tra popoli, religioni, etnie. Quella che già combatto da tempo, ma che non posso vincere senza di te.
Un fratello condivide il tuo dolore. Un fratello ti sostiene. Un fratello scende in piazza accanto a te, non ti lascia solo. Tu mi hai lasciata sola. Tu non sei mio fratello.
Da un lato mi dici che questi farabutti sono nati e cresciuti qui, insieme a me e te, dall’altro dici che parlano la “mia” lingua, frequentano i “miei” negozi, che i loro figli vanno a scuola con i “miei”. E i tuoi, caro Gramellini? Dove vanno a scuola i tuoi figli? Che negozi frequenti tu? Che lingua parli? Dici che sono “una di voi”, ma continui a parlare di “nostri” e “vostri”.
Gli attentatori non sono mai ragazzi religiosi, non frequentano quasi mai le moschee e io non ho mai a che fare con loro. Proprio come te. Sono ragazzi disturbati, che provengono dalle periferie dimenticate delle grandi città; sono degli emarginati con precedenti penali, e non c’entrano niente con me.
La solidarietà religiosa e razziale che mi accusi di provare non esiste, anche perché non provo solidarietà per i fomentatori di odio e i violenti. Se provo solidarietà è solo per i miei fratelli europei che, loro malgrado, sono diventati il bersaglio di una violenza indiscriminata e ingiustificabile.
L’Italia è la mia casa. Non mi ha accolta e non mi ha offerto nulla. Ogni cosa che ho in questa terra, me la sono guadagnata con il sacrificio, la fatica e il lavoro, miei e dei miei genitori, che sono arrivati qui ormai più di 40 anni fa. Un italiano che credeva nella ricchezza della diversità ha saputo guardare oltre il loro essere giovani musulmani pakistani, e gli ha voluto bene. Tanto, da dare loro il suo cognome e convincerli a restare.
Le tue parole feriscono l’anima di persone come loro, di persone come mio nonno e dei tuoi un milione di concittadini musulmani da cui hai tante pretese, forse anche giuste, ma al fianco dei quali non vuoi combattere, e che accusi di essere complici di barbarie come quella commessa da un folle a Nizza. Non è giusto.
Hai oltrepassato quel confine sottile che separa il populismo dall’islamofobia.
E per questo, io non voglio fare nessun patto con te, anche perché il tuo mi sembra più una minaccia che un patto. I nostri razzisti li terremo lontani dal governo io e i miei fratelli, con il nostro voto e il nostro impegno. Siamo già passati all’azione, abbiamo già preso le distanze dagli invasati e contraddetto punto su punto chi si è avvicinato a noi con idee distorte, e continueremo a farlo.
Sai, è perché stiamo giocando senza di te che stiamo perdendo la partita. Ma vorrei ti fosse chiaro che se ci sconfiggeranno, sarà stata anche colpa tua.
da http://www.tpi.it/
Il pezzo di Gramellini
Massimo Gramellini
Caro musulmano non integralista che vivi in Occidente, esci fuori. Lo so che esisti, ti ho conosciuto. In privato mi hai confidato tante volte il tuo sgomento per l’eresia wahabita che ha deformato il Corano, trasformando il suicidio in un atto eroico, e la tua rabbia verso la corte saudita che si atteggia a nostra alleata e invece finanzia quell’eresia dai tempi di Bin Laden. Il piano degli aspiranti califfi è piuttosto chiaro: utilizzano ragazzotti viziati come gli stragisti del Bataclan e relitti umani come il camionista che ha seminato la morte sulla promenade di Nizza per alimentare la paura e l’odio verso l’Islam, così da portare i razzisti al potere in Occidente e creare le condizioni per innescare una guerra di civiltà. È la trama dei fanatici di ogni epoca, la conosciamo bene. Negli Anni Settanta del secolo scorso il terrorismo di sinistra insanguinò le nostre strade con altri metodi (bersagli simbolici e non indiscriminati) ma identici obiettivi: scatenare la rivoluzione. Fallì quando l’operaio comunista che credeva suo alleato gli fece il vuoto intorno. E l’operaio gli si rivoltò contro perché aveva qualcosa da perdere: una casa, uno stipendio, un pallido benessere. Nessuno, credimi, fa la rivoluzione se ha qualcosa da perdere. Il simbolo di quel cambio di stagione fu il sindacalista Guido Rossa, che pagò con la vita la rottura dell’omertà in fabbrica.
Oggi Guido Rossa sei tu. Ti auguro lunga vita, ma è da te che ci aspettiamo il gesto che può cambiare la trama di questa storia. I farabutti che sgozzano in nome dell’Islam non vengono dal deserto: sono cresciuti in Occidente e quasi sempre ci sono anche nati. Frequentano i tuoi negozi e le tue moschee, parlano la tua lingua, credono (a modo loro) nella tua religione. Hanno figli che vanno a scuola con i tuoi, mogli che chiacchierano con la tua. Per troppo tempo li hai guardati come dei fratelli che sbagliavano, ma che non andavano traditi. Non condividevi i loro comportamenti, ma non te la sentivi di denunciarli: in qualche caso per paura, ma più spesso per una forma perversa di solidarietà religiosa e razziale.
Adesso però il gioco si è fatto troppo duro e non puoi più restare sull’uscio a osservarlo. Adesso anche tu, come l’operaio comunista di quarant’anni fa, hai qualcosa da perdere. Bene o male l’Occidente ti ha accolto, offrendoti la possibilità di una vita più dignitosa di quella che ti era consentita nella terra da cui sei scappato. Ora sei uno di noi. Tuo fratello non è più il camionista di Nizza, ma il bambino che le sue ruote hanno stritolato sul selciato. Non puoi continuare a negare l’evidenza o a girarti dall’altra parte. Hai oltrepassato quel confine sottile che separa il menefreghismo dalla complicità.
Facciamo un patto. Noi cercheremo di tenere i nostri razzisti lontani dal governo e di migliorare il livello della sicurezza, anche se è impossibile proteggere ermeticamente ogni assembramento umano. Tu però devi passare all’azione. Devi prendere le distanze dagli invasati che si sentono invasori e dagli imam che li fomentano. Denunciarli, sbugiardarli, controbattere punto su punto le loro idee distorte. Pretendendo, tanto per cominciare, che nella tua moschea si parli la lingua che a scuola parlano i tuoi figli: francese in Francia, italiano in Italia. Senza di te perderemmo la partita. Ma vorrei ti fosse chiaro che fra gli sconfitti ci saresti anche tu.
Fonte
Quanto sono tossici questi intellettuali pret a porter, buoni per ogni stagione, sempre pronti ad indicare una via non si sa bene dall'alto di quale saggezza visto che non sono mai in grado di esprimere concetti che abbiano lo spessore superiore ad un foglio di carta velina.
Emblematica, ci sembra, la richiesta di “pentirsi” rivolta a tutti i musulmani che vivono qui e di trasformarsi in delatori, come se l’unico modo di poter essere accettati da “noi” (noi chi, Gramellini? noi inchiodati a lavori di merda o noi Marchionne?) sia quello di spogliarsi di ogni altra cultura e mettersi a disposizione del “potere costituito”.
Come se l’unica integrazione possibile consista nel negare ogni diversità.
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La giornalista italiana e musulmana Sabika Shah Povia risponde al Buongiorno di Gramellini sui fatti di Nizza, pubblicato il 16 luglio su La Stampa.
Sabika Shah Povia
Eccomi. Sono qui. Sono uscita. Sono uscita giorni, mesi, anni fa. Sono uscita tutti i giorni dall’11 settembre in poi. Forse non mi hai vista. Forse non mi hai voluta vedere, ma io sono uscita ed insieme a me sono usciti i miei fratelli, musulmani e non, italiani e non. Gente figlia dell’amore, gente che crede nell’unità del popolo, nella libertà e nell’uguaglianza.
Hai ragione quando dici che servono gesti che cambino la trama di questa storia, ma sbagli ad aspettarteli solo da me. Sbagli a pensare che tu puoi permetterti il lusso di “restare sull’uscio ad osservare”, mentre io combatto la nostra battaglia: quella di tutti noi cittadini europei che crediamo nella pace e nella convivenza tra popoli, religioni, etnie. Quella che già combatto da tempo, ma che non posso vincere senza di te.
Un fratello condivide il tuo dolore. Un fratello ti sostiene. Un fratello scende in piazza accanto a te, non ti lascia solo. Tu mi hai lasciata sola. Tu non sei mio fratello.
Da un lato mi dici che questi farabutti sono nati e cresciuti qui, insieme a me e te, dall’altro dici che parlano la “mia” lingua, frequentano i “miei” negozi, che i loro figli vanno a scuola con i “miei”. E i tuoi, caro Gramellini? Dove vanno a scuola i tuoi figli? Che negozi frequenti tu? Che lingua parli? Dici che sono “una di voi”, ma continui a parlare di “nostri” e “vostri”.
Gli attentatori non sono mai ragazzi religiosi, non frequentano quasi mai le moschee e io non ho mai a che fare con loro. Proprio come te. Sono ragazzi disturbati, che provengono dalle periferie dimenticate delle grandi città; sono degli emarginati con precedenti penali, e non c’entrano niente con me.
La solidarietà religiosa e razziale che mi accusi di provare non esiste, anche perché non provo solidarietà per i fomentatori di odio e i violenti. Se provo solidarietà è solo per i miei fratelli europei che, loro malgrado, sono diventati il bersaglio di una violenza indiscriminata e ingiustificabile.
L’Italia è la mia casa. Non mi ha accolta e non mi ha offerto nulla. Ogni cosa che ho in questa terra, me la sono guadagnata con il sacrificio, la fatica e il lavoro, miei e dei miei genitori, che sono arrivati qui ormai più di 40 anni fa. Un italiano che credeva nella ricchezza della diversità ha saputo guardare oltre il loro essere giovani musulmani pakistani, e gli ha voluto bene. Tanto, da dare loro il suo cognome e convincerli a restare.
Le tue parole feriscono l’anima di persone come loro, di persone come mio nonno e dei tuoi un milione di concittadini musulmani da cui hai tante pretese, forse anche giuste, ma al fianco dei quali non vuoi combattere, e che accusi di essere complici di barbarie come quella commessa da un folle a Nizza. Non è giusto.
Hai oltrepassato quel confine sottile che separa il populismo dall’islamofobia.
E per questo, io non voglio fare nessun patto con te, anche perché il tuo mi sembra più una minaccia che un patto. I nostri razzisti li terremo lontani dal governo io e i miei fratelli, con il nostro voto e il nostro impegno. Siamo già passati all’azione, abbiamo già preso le distanze dagli invasati e contraddetto punto su punto chi si è avvicinato a noi con idee distorte, e continueremo a farlo.
Sai, è perché stiamo giocando senza di te che stiamo perdendo la partita. Ma vorrei ti fosse chiaro che se ci sconfiggeranno, sarà stata anche colpa tua.
da http://www.tpi.it/
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Il pezzo di Gramellini
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Caro musulmano i tuoi fratelli adesso siamo noi
Massimo Gramellini
Caro musulmano non integralista che vivi in Occidente, esci fuori. Lo so che esisti, ti ho conosciuto. In privato mi hai confidato tante volte il tuo sgomento per l’eresia wahabita che ha deformato il Corano, trasformando il suicidio in un atto eroico, e la tua rabbia verso la corte saudita che si atteggia a nostra alleata e invece finanzia quell’eresia dai tempi di Bin Laden. Il piano degli aspiranti califfi è piuttosto chiaro: utilizzano ragazzotti viziati come gli stragisti del Bataclan e relitti umani come il camionista che ha seminato la morte sulla promenade di Nizza per alimentare la paura e l’odio verso l’Islam, così da portare i razzisti al potere in Occidente e creare le condizioni per innescare una guerra di civiltà. È la trama dei fanatici di ogni epoca, la conosciamo bene. Negli Anni Settanta del secolo scorso il terrorismo di sinistra insanguinò le nostre strade con altri metodi (bersagli simbolici e non indiscriminati) ma identici obiettivi: scatenare la rivoluzione. Fallì quando l’operaio comunista che credeva suo alleato gli fece il vuoto intorno. E l’operaio gli si rivoltò contro perché aveva qualcosa da perdere: una casa, uno stipendio, un pallido benessere. Nessuno, credimi, fa la rivoluzione se ha qualcosa da perdere. Il simbolo di quel cambio di stagione fu il sindacalista Guido Rossa, che pagò con la vita la rottura dell’omertà in fabbrica.
Oggi Guido Rossa sei tu. Ti auguro lunga vita, ma è da te che ci aspettiamo il gesto che può cambiare la trama di questa storia. I farabutti che sgozzano in nome dell’Islam non vengono dal deserto: sono cresciuti in Occidente e quasi sempre ci sono anche nati. Frequentano i tuoi negozi e le tue moschee, parlano la tua lingua, credono (a modo loro) nella tua religione. Hanno figli che vanno a scuola con i tuoi, mogli che chiacchierano con la tua. Per troppo tempo li hai guardati come dei fratelli che sbagliavano, ma che non andavano traditi. Non condividevi i loro comportamenti, ma non te la sentivi di denunciarli: in qualche caso per paura, ma più spesso per una forma perversa di solidarietà religiosa e razziale.
Adesso però il gioco si è fatto troppo duro e non puoi più restare sull’uscio a osservarlo. Adesso anche tu, come l’operaio comunista di quarant’anni fa, hai qualcosa da perdere. Bene o male l’Occidente ti ha accolto, offrendoti la possibilità di una vita più dignitosa di quella che ti era consentita nella terra da cui sei scappato. Ora sei uno di noi. Tuo fratello non è più il camionista di Nizza, ma il bambino che le sue ruote hanno stritolato sul selciato. Non puoi continuare a negare l’evidenza o a girarti dall’altra parte. Hai oltrepassato quel confine sottile che separa il menefreghismo dalla complicità.
Facciamo un patto. Noi cercheremo di tenere i nostri razzisti lontani dal governo e di migliorare il livello della sicurezza, anche se è impossibile proteggere ermeticamente ogni assembramento umano. Tu però devi passare all’azione. Devi prendere le distanze dagli invasati che si sentono invasori e dagli imam che li fomentano. Denunciarli, sbugiardarli, controbattere punto su punto le loro idee distorte. Pretendendo, tanto per cominciare, che nella tua moschea si parli la lingua che a scuola parlano i tuoi figli: francese in Francia, italiano in Italia. Senza di te perderemmo la partita. Ma vorrei ti fosse chiaro che fra gli sconfitti ci saresti anche tu.
Fonte
Quanto sono tossici questi intellettuali pret a porter, buoni per ogni stagione, sempre pronti ad indicare una via non si sa bene dall'alto di quale saggezza visto che non sono mai in grado di esprimere concetti che abbiano lo spessore superiore ad un foglio di carta velina.
14/07/2016
A proposito di mandanti morali
Ernesto Galli della Loggia, insieme a Dario Di Vico, Angelo
Panebianco, Paolo Mieli e Sergio Romano, fa parte di quella cerchia di
intellettuali di riferimento che stabiliscono la linea
politico-ideologica del Corriere della Sera, il principale
organo d’informazione del paese. Da questo punto di vista, è sempre
interessante leggere le analisi proposte da questi particolari maître a penseer della
borghesia italiana, perché dicono esplicitamente ciò che il resto del
giornalismo lascia solo intendere ambiguamente. Si fanno carico di
sintetizzare una visione del mondo, dunque riassumono la weltanschauung
dominante. Paradossalmente, proprio perché tendono a dire “le cose come
stanno” senza freni inibitori tipici di chi non può ambire a quel ruolo,
a volte affermano effettivamente “pezzi di verità” celati dalle varie
narrazioni artificiose attraverso cui viene celata la realtà dei fatti.
Sono, in altri termini, il volto “sincero” di un realismo politico con
cui fare i conti. Altre volte, invece, hanno il ruolo di nobili
giustificatori dello status quo. Non a caso capita molte volte,
non solo da queste parti, di commentare le loro prese di posizione.
Perché se bisogna confrontarsi con il pensiero dominante, è attraverso
questi personaggi che bisogna passare, per leggere la realtà senza veli
deformanti.
L’analisi proposta dal nostro sul Corriere di lunedì scorso (Le parole che l’Islam non dice)
riassume degnamente il pensiero dominante, quello effettivamente
veicolato dai centri del potere politico-culturale, ma che viene
mascherato dalle ragioni del politicamente corretto. La tesi di Galli
della Loggia è conosciuta: siamo in piena guerra di civiltà contro il
mondo musulmano, una guerra che loro ci hanno dichiarato e che
fatichiamo per ignavia a riconoscere. Solo riconoscendo questa guerra, e
comportandoci di conseguenza – armandoci e intervenendo militarmente e
culturalmente – si potrà ristabilire la barra delle relazioni
internazionali a nostro vantaggio, cioè – secondo l’autore – a
vantaggio della civiltà occidentale contro la barbarie orientale. Non è
un’interpretazione tendenziosa delle sue parole: è esattamente quello
che scrive, “provandolo” storicamente e filosoficamente attraverso
ricostruzioni apparentemente puntuali ma in realtà completamente
ideologiche. Non è un caso che questa presa di posizione avvenga
pochissimi giorni dopo l’uccisione di Emmanuel Chidi Nnamdi e nel giorno
del suo funerale. Il rimando implicito è evidente, e anche in questo
caso il Galli della Loggia non tenta neanche di nasconderlo: ci
infervoriamo per la morte di un migrante, ma questa è una guerra e come
tale prevede danni collaterali e, al tempo stesso, non può prevedere
cedimenti culturali dettati dal buonismo religioso.
Questo non significa
che l’autore sia “contento” e “impassibile” di fronte alla morte del
migrante. Piuttosto, sta a significare che “sta nelle cose”, condannando
questo “sentire comune” che ci fa piangere per la morte di un migrante
ma che ci lascia tutto sommato indifferenti alla morte dei nostri
connazionali in Bangladesh. E’ questa debolezza che manda in bestia
l’intellettuale con l’elmetto, questa presunta “doppia moralità” di cui
saremmo vittime, condizionati – com’è ovvio – dalle mollezze determinate
dal combinato cristianesimo + relativismo culturale che attanaglia
l’occidente declinante. Ernesto Galli della Loggia si presenta allora
come “mandante morale” di un razzismo realpolitico che produce, come
abbiamo visto in questi giorni, mostri difficilmente etichettabili come
“mele marce” o “schegge impazzite”.
Cosa dice però di rilevante questo editoriale pensoso e preoccupato per le sorti dell’occidente? Leggiamolo attentamente.
“Chissà se in quella tragica sera di Dacca qualcuno dei nove italiani, mentre veniva torturato e si preparava ad essere sgozzato per non aver saputo rispondere a dovere alle domande di catechismo islamico, avrà pensato che i suoi compatrioti avrebbero preso l’impegno di vendicarlo”.
La mancata predisposizione alla vendetta è la tara originaria che
impedisce alle società occidentali di “prendere il toro per le corna”.
E’ questo che implicitamente chiede Galli della Loggia, assumersi il
carico di sofferenza che una guerra comporta, e predisporsi per
infliggerla, a monito di futuri attentati. La guerra di Galli della
Loggia non è figurata o metaforica: è guerra vera, da combattere boots on the ground, ma
attenzione: non solo nei territori arabi “da liberare”, ma anche – e
forse soprattutto – all’interno delle nostre società. Non c’è soluzione
all’islamismo senza militarizzazione della società, una militarizzazione
che non può essere evasa da qualche camionetta dell’esercito davanti
alle metro, ma che comporta una militarizzazione dei rapporti politici.
Se fino ad oggi il mantra liberista affermava che “abbiamo vissuto al di
sopra delle nostre possibilità economiche”, l’autore afferma che
abbiamo anche vissuto “al di sopra delle nostre possibilità
democratiche”. Oggi i margini di trattativa consentiti dalla democrazia
liberale non sono più sostenibili, pena l’islamizzazione crescente delle
nostre civiltà.
Ancora:
“I Jihadisti – ha scritto Tahar Ben Jelloun, conosciutissimo teorizzatore dell’Islam tollerante all’interno di un’auspicata tolleranza universale – prendono a riferimento dei versetti che erano validi all’epoca della loro rivelazione ma oggi non hanno più senso. Già. Ma mi chiedo: e chi è che lo decide quali versetti del Corano continuano ad avere senso e quali invece sono per così dire passati di moda? Chi? E in ogni caso non vuole forse dire quanto scrive Ben Jelloun che comunque in quel testo ci sono parole e precetti che si prestano e magari incitano ad un certo uso della violenza?[…]Ma fa qualche differenza o no – mi chiedo ancora sperando di non incorrere per questo nell’accusa di islamofobia – fa qualche differenza o no se nel testo fondativo di un monoteismo i riferimenti alla violenza ci sono, espliciti e ripetuti, e in un altro invece sono del tutto assenti? Fa una differenza o no, ad esempio, se i Vangeli non registrano nella predicazione di Gesù di Nazareth alcuna azione o proposito violento contro coloro che non credono?”
Proprio così scrive l’intellettuale determinato a sviscerare le
ragioni culturali di questa guerra: a differenza degli altri
“monoteismi”, l’Islam è ontologicamente una religione violenta,
espressione di una cultura violenta sancita nei suoi scritti fondativi.
Poco o nulla possiamo fare davvero per invertire la rotta. Solo la
guerra e la sottomissione islamica ai valori dell’occidente liberale può
redimere l’orizzonte prevaricatore insito nella cultura islamica.
Eppure, a ben guardare, e senza scomodare venti secoli di storia del
cristianesimo e dell’ebraismo marchiati da ogni tipo di violenza e
d’infamia genocida – bazzecole queste su cui non occorre neppure
soffermarsi, sembra dirci l’autore – i libri sacri delle altre due
religioni monoteiste sono intrisi di violenza tanto e più del Corano.
Vediamone una rapida carrellata.
Stupri: Genesi, 19:26 – “Dio, impassibile davanti alla proposta di stupro delle figlie vergini di Lot, trasformò sua moglie in una statua di sale per aver commesso il nefando crimine di essersi guardata le spalle”.
Vendette violente e assassini: Esodo, 2:12 – “Mosè scorse un egiziano che picchiava un ebreo. Si guardò intorno e, non trovandovi testimoni, “uccise l’Egiziano e lo nascose nella sabbia”.
Schiavitù e d’altre facezie: Esodo, 21:20-21 – “Per la legge di Dio “se uno bastona il suo schiavo o la sua schiava fino a farli morire sotto i colpi, il padrone deve essere punito” – “ma se sopravvivono un giorno o due, non sarà punito, perché sono denaro suo”.
Fratricidi: Esodo, 32:27 – “Alla vista del vitello d’oro, Dio comandò ai figli di Levi: “Ognuno di voi si metta la spada al fianco; percorrete l’accampamento da una porta all’altra di esso, e ciascuno uccida il fratello, ciascuno l’amico, ciascuno il vicino.” – “In quel giorno caddero circa tremila uomini e Dio ne fu compiaciuto”.
Pene di morte: Numeri, 15:32-26 – “Un uomo raccolse della legna di sabato. Per ordine divino dato a Mosè, “tutta la comunità lo condusse fuori dal campo e lo lapidò, e quello morì”.
Vendette religiose e punizioni esemplari: Numeri, 25:4 – “Il Signore disse a Mosè: Prendi tutti i capi del popolo e falli impiccare davanti al Signore, alla luce del sole, affinché l’ardente ira del Signore sia allontanata da Israele”.
Pochissimi, fra gli innumerevoli passi della Bibbia, che confermano
la seriosa analisi del della Loggia: nel testo sacro del cristianesimo
non è presente alcuna forma di violenza, al contrario del Corano. Si
dirà che però, a leggere attentamente le parole dell’autore, questo
faccia riferimento “ai Vangeli” piuttosto che alla Bibbia nel suo
complesso. Giusta osservazione. Leggiamo:
La misericordia divina: Matteo, 10:35-36 – “Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada. Perché sono venuto a dividere il figlio da suo padre, la figlia da sua madre, la nuora dalla suocera; e i nemici dell’uomo saranno quelli stessi di casa sua”.
Porgi l’altra guancia: Luca, 12:47 – “Gesù avvertì che un servo di Dio che non avesse rispettato la volontà del suo Padrone avrebbe ricevuto “molte percosse”.
Tolleranza religiosa: Luca, 19:26 – “Nella parabola delle dieci mine il padrone – Dio – disse di quelli che avessero deciso di non seguirlo: “conduceteli qui e uccideteli in mia presenza”.
GLBT: Romani, 1:26-27 – “Paolo dice che lesbiche ed omosessuali meritano la dannazione eterna”.
Go vegan: Ebrei, 12:20 – “Dio predispose che ogni animale accampato sul monte Sion venisse lapidato”.
Per chi non avesse capito l’antifona: Apocalisse, 6:8 – “Alla fine dei tempi, Dio autorizzerà la Morte a falciare il 25% della popolazione terrestre “con la spada, con la fame, con la mortalità e con le belve della terra”.
E via continuando. Per una panoramica completa, consigliamo “Le atrocità della Bibbia”.
L’autore a questo punto, forse conscio di averla sparata troppo
grossa, cerca appigli antropologici per giustificare la costruzione
storica per cui violenza e mondo islamico sono un tutt’uno.
“In realtà è assai difficile pensare che l’Islam non abbia un problema specifico tutto suo con la violenza. Ne è prova non piccola, a me pare, come esso continui a praticarla nei suoi riti[…]Chiunque ad esempio si è trovato in una località islamica il giorno della Festa del Sacrificio ha potuto assistere allo spettacolo di ogni capofamiglia che, armato di coltello, sgozza sulla pubblica via un agnello procuratosi in precedenza. Certo, la pratica non è più universale...”
Ora, a parte l’italiano incerto da terza media – che pure, per un
nome di rilievo culturale come Galli Della Loggia, significa molto –
attaccarsi alle tradizioni culturali sedimentate storicamente di una
popolazione per dedurne il suo rapporto intimo con la violenza è, prima
ancora che scientificamente, completamente sballato metodologicamente.
In Italia in ogni paese a gennaio si sgozza il maiale con un
coltellaccio da macellaio, lasciando scorrere lentamente il sangue fino
al completo dissanguamento, e sovente cucinandosi lo stesso sangue
appena rappreso per farci il sanguinaccio. Come minimo, seguendo il
ragionamento del giornalista del Corriere, gli italiani
dovrebbero essere un popolo di vampiri assassini. Per non parlare della
Spagna della corrida, tradizione culturale che in confronto il
sacrificio dell’agnello arabo sembra organizzato dal WWF. Lo stesso
agnello che nei giorni di Pasqua e dintorni andiamo però a sceglierci
con cura dal contadino di fiducia, che provvederà ad ammazzare ma
chiedendogli forse il permesso, non come quei cattivoni islamici che lo
accoppano senza neanche preavvisarlo. Civiltà contro barbarie. E
potremmo continuare per giorni, citare intere biblioteche sul rapporto
catartico tra violenza rituale e rapporti sociali, modelli di civiltà
sedimentati nei secoli, tradizioni, eccetera. Ma a che pro? La tesi è
ormai costituita: la violenza è un fatto interno al mondo islamico,
prova ne sia lo sgozzamento rituale degli agnelli durante una festa
religiosa.
Questo il brodo culturale che forma a ripetizione nuovi Amedeo
Mancini. Un fascista, né più né meno, inserito però in un flusso
informativo che giustifica, contestualizza, minimizza il razzismo
occidentale come prodotto della violenza islamica. I mandanti morali,
che coprono i mandanti materiali, sempre gli stessi, più o meno da un
secolo a questa parte.
21/12/2015
Daesh, radicalismo e occidente
Il mondo islamico comprende oltre un miliardo e mezzo di musulmani, da paesi più tradizionalmente considerati arabi, Maghreb e Medio Oriente, fino a nazioni del continente asiatico come l’Indonesia, le Filippine o il Bangladesh. Diventa, quindi, difficile poter comprendere e spiegare tutte le dinamiche legate sia ai cambiamenti interni alle diverse popolazioni che lo coinvolgono sia a quelli legati alla stessa religione islamica. Dopo i terribili attentati di Parigi, Beirut e Bamako è necessario però puntualizzare e comprendere effettivamente la differenza tra l’Islam e il terrorismo radicale che è un incancrenimento delle società musulmane: vale a dire che associare la religione islamica a movimenti come Daesh e Al Qaida è, in base alle cronache di questi giorni, il primo errore che viene fatto.
Sunniti- Sciiti
La prima differenza fondamentale, da analizzare, nel mondo musulmano è quella tra sunniti e sciiti. Questa divisione è prettamente storica, legata alla successione del califfato dopo la morte del Profeta Muhammad, ed ha poche differenze sia in termini dottrinali che teologici. Sia i sunniti che gli sciiti credono in Allah, nel sacro Corano e nel profeta Muhammad. L’unica differenza sostanziale è che, mentre i sunniti non hanno un vero e proprio clero, l’imam è quella persona che guida i fedeli nella preghiera ma è considerato uguale agli altri, gli sciiti nel corso dei secoli hanno sviluppato un clero dai mullah fino ai diversi Ayatollah. Gli sciiti rappresentano il 10% dei fedeli musulmani e sono, ormai, circoscritti in aree e paesi ben definiti: l’Iran, l’Iraq, il Libano, il Bahrein e lo Yemen. Tutte aree dove, ad oggi, ci sono dei conflitti legati a quello che ormai sta avvenendo nei paesi del medio oriente: vale a dire uno scontro per il predominio nell’area tra i sunniti, guidati principalmente da Arabia Saudita, paesi del Golfo e Turchia con i militanti jihadisti utilizzati come strumento militare, e gli sciiti con alla guida lo stato iraniano.
Radicalismo islamico: neotradizionalisti e radicali
A questa guerra per il predomino politico nel medio-oriente che coinvolge nazioni delle regione (Arabia Saudita, Turchia e Iran) e potenze mondiali (Stati Uniti e Russia) si lega lo sviluppo e l’ascesa del radicalismo islamico. Soggetto politico marginale fino agli anni '70, esso si pone come radicale alternativa di sistema ai fallimenti di modelli “occidentalizzanti” come il nazionalismo ed il socialismo arabo. In realtà l’islamismo radicale e il suo sviluppo in reti transnazionali ha, inoltre, una precisa origine socio-politica: esso è espressione di una dissidenza all’interno di società musulmane in opposizione a regimi dittatoriali, nei quali l’unico posto accessibile e “relativamente” libero per la propaganda politica è stato da sempre la moschea. Il movimento islamista contemporaneo è, ad oggi, caratterizzato da due anime: quella neo tradizionalista e quella radicale. Esse non divergono sugli obiettivi, la costruzione di uno stato islamico, ma sui mezzi per realizzarlo.
Il movimento neotradizionalista mira a islamizzare la società a partire dal “basso”, dal sociale: la sua azione è incentrata prevalentemente sull’islamizzazione del quotidiano attraverso l’utilizzo del sistema di welfare che va dalle mense per i poveri, agli ospedali, all’istruzione religiosa sino alla costruzione di scuole. Il movimento neotradizionalista mira, quindi, a ottenere il proprio sostegno attraverso un’azione continua sulla società. I partiti politici che hanno avuto questo tipo di approccio sono ad esempio, En-Nahada in Tunisia o i Fratelli Musulmani in Egitto, i quali però, dopo una veloce ascesa politica in seguito alle primavere arabe, non sono stati in grado di governare o hanno mostrato il loro approccio poco “democratico” e dispotico.
Per i movimenti radicali, tra di essi Al-Qaida ed oggi Daesh, l’islamizzazione della società non può che avvenire dall’”alto”, dal politico inteso come dominio pieno dello stato. La conquista del potere è considerata come elemento chiave per la realizzazione dello stato islamico visto che solo il pieno controllo dello stato permette di forgiare la nuova comunità. In essi c’è sempre il richiamo ad una guida religiosa che veste i panni di califfo o Amir, Osama Bin Laden e poi Al-Zarqawi per al Al Qaida o al Baghdadi per Daesh, che opera attraverso un gruppo ristretto di saggi o assemblea consultiva che è denominata Shura. Questo è un aspetto fondamentale all’interno dell’immaginario islamista perché tutti gli altri, dagli ulema ai semplici credenti che discordano dalla loro visione dell’Islam o dagli appartenenti alle altre confessioni agli sciiti, vengono considerati miscredenti e, quindi, da combattere.
Occidente e mass-media
Un altro aspetto fondamentale dell’ideologia islamista radicale è la lotta contro l’occidente. Questa ossessione nasce e si sviluppa come conseguenza dell’appoggio degli stati occidentali ai vari regimi repressivi e dittatoriali del vicino e medio-oriente, appoggio incondizionato che non si è spezzato neanche dopo l’avvento delle primavere arabe nel 2011. Permane, infatti, nella politica estera occidentale la convinzione che sostenere regimi autoritari garanti dell’ordine sia sempre meglio che favorire l’ascesa dei movimenti radicali. Al contrario questa dicotomia tra autoritarismo e islamismo radicale va di pari passo e, in effetti, l’una si alimenta con l’altra. Basti pensare al sostegno incondizionato degli Stati Uniti nei confronti dell’Arabia Saudita, principale sostenitrice di Daesh in Siria, o di un regime come quello egiziano del generale Al-Sisi. L’appoggio incondizionato a tutti questi regimi garanti non tanto della stabilità, ma degli interessi economici e politici dei paesi occidentali nell’area, ha permesso ai regimi di sgretolare, nell’arco di questi decenni, il carattere pluralistico delle diverse società mediorientali attraverso la cancellazione di tutte le forme di dissenso all’interno di questi paesi.
I movimenti radicali hanno da sempre evidenziato un grosso limite: l’alienazione dal contesto sociale nel quale agiscono. La causa è legata alla loro crudeltà di azione, all’utilizzo del terrorismo e di attentati che colpiscono indiscriminatamente la popolazione inerme e, ovviamente, all’imposizione forzata dei dettami della Sharia (legge coranica-ndr) su tutta la popolazione ad essa assoggettata. Da un altro punto di vista, però, proprio a causa dell’errato approccio e dell’ingerenza degli stati occidentali nei paesi musulmani, i movimenti radicali hanno continuato ad alimentarsi, a trovare nuova linfa e ad essere finanziati. A causa del loro scarso radicamento nel territorio e della totale alienazione dalle popolazioni autoctone, i movimenti radicali utilizzano un altro tipo di sistema di propaganda. Non sono contrari, come verrebbe da pensare o come vengono alle volte dipinti dai media occidentali, alla modernità. Essi, però, applicano l’islamizzazione della modernità: utilizzano i mezzi di informazione video e informatici per ottenere quella visibilità che altrimenti non avrebbero. Dagli attentati alle torri gemelle nel 2001 si è passati ad un utilizzo quasi scientifico dei mass media e di internet da parte degli esponenti di Daesh proprio per amplificare all’ennesima potenza la potenziale propaganda ideologica per raggiungere il più alto numero di persone da “radicalizzare” online o per mostrare filmati “brutali” al semplice fine di terrorizzare il nemico.
Daesh e Al Qaida
Risulta, quindi, evidente che dalla formazione nei primi anni ‘80 dei primi mujahiddin in Afghanistan, indottrinati dal wahabbismo dell’Arabia Saudita e sostenuti economicamente e militarmente dagli Stati Uniti, fino ai foreign fighters di Daesh in Siria, poche cose sono cambiate e gli errori sono sempre gli stessi: ingerenze da parte di potenze straniere regionali (Arabia Saudita, Qatar, Turchia) e occidentali (USA, Francia e Inghilterra), guerre studiate a tavolino che hanno causato ulteriori nuove destabilizzazioni (Iraq, Libia), finanziamenti e fornitura di armi a gruppi ribelli quasi sempre appartenenti alla galassia jihadista. Uno dei più grandi errori recenti delle amministrazioni occidentali con USA in testa è stato, infatti, l’intervento militare voluto dal presidente George W. Bush nel 2003 in Iraq. Dopo pochi mesi il regime di Saddam Hussein è crollato, ma con esso sono stati soppressi tutti gli apparati burocratici e di pubblica sicurezza del paese. Questo ha portato ad un progressivo aumento di guerriglieri jihadisti in quel territorio, ad una costante escalation di attentati terroristici ed ad una progressiva instabilità in tutta l’area. Un altro errore dell’amministrazione americana è stato quello di frazionare il paese su base confessionale, favorendo da una parte la comunità sciita e lasciando che tutta la rappresentanza tribale e burocratica sunnita venisse progressivamente messa da parte ed esclusa dalla nuova scena politica irachena. Una scelta simile è stata l’humus ideale perché la maggior parte degli apparati militari sunniti passassero nelle fila del movimento radicale Stato Islamico del Levante e Iraq (Daesh), apportando a tutta la galassia di guerriglieri “stranieri” presenti sul territorio sia la conoscenza del territorio nel quale combattere sia le proprie competenze in materia di preparazione e addestramento militare.
L’ascesa del movimento Daesh è stata proprio per questi motivi così rapida e costante dalla sua nascita fino alla sua espansione nello stato iracheno ed in quello siriano. Lo stesso si può dire delle differenti ingerenze straniere (Arabia Saudita, Turchia e Qatar) nel primo periodo della guerra civile siriana. I militanti salafiti sia siriani, ma soprattutto “stranieri”, hanno progressivamente preso pieno possesso ed egemonizzato il conflitto contro il regime di Bashar al-Assad a discapito di gruppi siriani ribelli sia laici (Esercito Siriano Liberazione) che jihadisti, anche se legati ad Al Qaida, come il Fronte Al-Nusra. La loro ascesa è stata inevitabile grazie anche agli ingenti finanziamenti provenienti prevalentemente dagli Stati del Golfo.
Come ultimo elemento di analisi, infine, resta l’attualità di questi giorni e la crudeltà dei diversi attentati sia in Europa che nel vicino oriente. L’attentato di Bamako in Mali, ha evidenziato, inoltre, un altro aspetto di criticità: la lotta per il predominio nella galassia jihadista tra Al Qaida e Daesh. Da questo punto di vista Daesh sta avendo un impressionante sviluppo e sostegno legato principalmente a due motivi. Il primo è legato al fatto che nell’ideologia islamista radicale Daesh (Dawla Islamiyya- Stato Islamico-ndr) incarna quell’idealità che lo rende attraente a tutti i foreign fighters che cercano di raggiungere il suo territorio: uno stato islamico sovrannazionale che supera i vecchi confini imposti dalle potenze coloniali e che accoglie tutta la Umma (Comunità-ndr) che crede nel wahabbismo. Uno stato islamico che applica integralmente la sharia, la lotta o jihad contro i miscredenti che siano laici, sciiti, yazidi o drusi. Il secondo motivo è legato alla forza economica che Daesh possiede grazie ai finanziamenti esteri provenienti dai paesi del Golfo ed alla vendita di petrolio e di reperti archeologici, favorito, anche, dalla connivenza dello stato turco. Questa ricchezza gli ha permesso nel giro di pochi anni di finanziare e sostenere altri movimenti in molti paesi, dal maghreb al sud est asiatico (Algeria, Egitto, Mali, Nigeria, Libia, Indonesia, Filippine), a sfavore di Al Qaida.
Entrambi gli schieramenti radicali (Daesh e Al Qaida) sono in una fase di lotta per l’egemonia sui militanti radicali della galassia jihadista e cercano, purtroppo, di alzare il livello di terrore sia nei paesi musulmani che in quelli europei o americani: la competizione è legata a chi provoca attentati più atroci e brutali per avere una maggiore propaganda mediatica nel mondo. Restano analoghe, però, le modalità e gli obiettivi nella strategia degli attentatori jihadisti, a Beirut come Parigi, in Sinai come negli Stati Uniti. La priorità è quella di colpire esclusivamente civili nella loro quotidianità: dalle moschee agli ospedali, dai locali pubblici agli stadi di calcio. Come simili appaiono le finalità: in medio-oriente far crescere la tensione nei confronti delle differenti comunità per un’eventuale peggioramento del conflitto sociale ed etnico. In Europa: aumentare la discriminazione e l’omologazione verso la comunità musulmana, puntare ad una sua marginalizzazione al fine di indottrinare nuovi “combattenti” ghettizzati ai margini delle periferie francesi o europee in genere. Far crescere il conflitto sociale e offrire la possibilità di cavalcare l’onda a quei partiti della destra xenofoba (da Le Pen a Trump), stessa faccia della medaglia jihadista, che demagogicamente spingono per una lotta contro l’Islam in generale, contro tutti i musulmani e sono favorevoli a nuove guerre distruttive per continuare ad alimentare nuovamente questi movimenti radicali.
Fonte
Sunniti- Sciiti
La prima differenza fondamentale, da analizzare, nel mondo musulmano è quella tra sunniti e sciiti. Questa divisione è prettamente storica, legata alla successione del califfato dopo la morte del Profeta Muhammad, ed ha poche differenze sia in termini dottrinali che teologici. Sia i sunniti che gli sciiti credono in Allah, nel sacro Corano e nel profeta Muhammad. L’unica differenza sostanziale è che, mentre i sunniti non hanno un vero e proprio clero, l’imam è quella persona che guida i fedeli nella preghiera ma è considerato uguale agli altri, gli sciiti nel corso dei secoli hanno sviluppato un clero dai mullah fino ai diversi Ayatollah. Gli sciiti rappresentano il 10% dei fedeli musulmani e sono, ormai, circoscritti in aree e paesi ben definiti: l’Iran, l’Iraq, il Libano, il Bahrein e lo Yemen. Tutte aree dove, ad oggi, ci sono dei conflitti legati a quello che ormai sta avvenendo nei paesi del medio oriente: vale a dire uno scontro per il predominio nell’area tra i sunniti, guidati principalmente da Arabia Saudita, paesi del Golfo e Turchia con i militanti jihadisti utilizzati come strumento militare, e gli sciiti con alla guida lo stato iraniano.
Radicalismo islamico: neotradizionalisti e radicali
A questa guerra per il predomino politico nel medio-oriente che coinvolge nazioni delle regione (Arabia Saudita, Turchia e Iran) e potenze mondiali (Stati Uniti e Russia) si lega lo sviluppo e l’ascesa del radicalismo islamico. Soggetto politico marginale fino agli anni '70, esso si pone come radicale alternativa di sistema ai fallimenti di modelli “occidentalizzanti” come il nazionalismo ed il socialismo arabo. In realtà l’islamismo radicale e il suo sviluppo in reti transnazionali ha, inoltre, una precisa origine socio-politica: esso è espressione di una dissidenza all’interno di società musulmane in opposizione a regimi dittatoriali, nei quali l’unico posto accessibile e “relativamente” libero per la propaganda politica è stato da sempre la moschea. Il movimento islamista contemporaneo è, ad oggi, caratterizzato da due anime: quella neo tradizionalista e quella radicale. Esse non divergono sugli obiettivi, la costruzione di uno stato islamico, ma sui mezzi per realizzarlo.
Il movimento neotradizionalista mira a islamizzare la società a partire dal “basso”, dal sociale: la sua azione è incentrata prevalentemente sull’islamizzazione del quotidiano attraverso l’utilizzo del sistema di welfare che va dalle mense per i poveri, agli ospedali, all’istruzione religiosa sino alla costruzione di scuole. Il movimento neotradizionalista mira, quindi, a ottenere il proprio sostegno attraverso un’azione continua sulla società. I partiti politici che hanno avuto questo tipo di approccio sono ad esempio, En-Nahada in Tunisia o i Fratelli Musulmani in Egitto, i quali però, dopo una veloce ascesa politica in seguito alle primavere arabe, non sono stati in grado di governare o hanno mostrato il loro approccio poco “democratico” e dispotico.
Per i movimenti radicali, tra di essi Al-Qaida ed oggi Daesh, l’islamizzazione della società non può che avvenire dall’”alto”, dal politico inteso come dominio pieno dello stato. La conquista del potere è considerata come elemento chiave per la realizzazione dello stato islamico visto che solo il pieno controllo dello stato permette di forgiare la nuova comunità. In essi c’è sempre il richiamo ad una guida religiosa che veste i panni di califfo o Amir, Osama Bin Laden e poi Al-Zarqawi per al Al Qaida o al Baghdadi per Daesh, che opera attraverso un gruppo ristretto di saggi o assemblea consultiva che è denominata Shura. Questo è un aspetto fondamentale all’interno dell’immaginario islamista perché tutti gli altri, dagli ulema ai semplici credenti che discordano dalla loro visione dell’Islam o dagli appartenenti alle altre confessioni agli sciiti, vengono considerati miscredenti e, quindi, da combattere.
Occidente e mass-media
Un altro aspetto fondamentale dell’ideologia islamista radicale è la lotta contro l’occidente. Questa ossessione nasce e si sviluppa come conseguenza dell’appoggio degli stati occidentali ai vari regimi repressivi e dittatoriali del vicino e medio-oriente, appoggio incondizionato che non si è spezzato neanche dopo l’avvento delle primavere arabe nel 2011. Permane, infatti, nella politica estera occidentale la convinzione che sostenere regimi autoritari garanti dell’ordine sia sempre meglio che favorire l’ascesa dei movimenti radicali. Al contrario questa dicotomia tra autoritarismo e islamismo radicale va di pari passo e, in effetti, l’una si alimenta con l’altra. Basti pensare al sostegno incondizionato degli Stati Uniti nei confronti dell’Arabia Saudita, principale sostenitrice di Daesh in Siria, o di un regime come quello egiziano del generale Al-Sisi. L’appoggio incondizionato a tutti questi regimi garanti non tanto della stabilità, ma degli interessi economici e politici dei paesi occidentali nell’area, ha permesso ai regimi di sgretolare, nell’arco di questi decenni, il carattere pluralistico delle diverse società mediorientali attraverso la cancellazione di tutte le forme di dissenso all’interno di questi paesi.
I movimenti radicali hanno da sempre evidenziato un grosso limite: l’alienazione dal contesto sociale nel quale agiscono. La causa è legata alla loro crudeltà di azione, all’utilizzo del terrorismo e di attentati che colpiscono indiscriminatamente la popolazione inerme e, ovviamente, all’imposizione forzata dei dettami della Sharia (legge coranica-ndr) su tutta la popolazione ad essa assoggettata. Da un altro punto di vista, però, proprio a causa dell’errato approccio e dell’ingerenza degli stati occidentali nei paesi musulmani, i movimenti radicali hanno continuato ad alimentarsi, a trovare nuova linfa e ad essere finanziati. A causa del loro scarso radicamento nel territorio e della totale alienazione dalle popolazioni autoctone, i movimenti radicali utilizzano un altro tipo di sistema di propaganda. Non sono contrari, come verrebbe da pensare o come vengono alle volte dipinti dai media occidentali, alla modernità. Essi, però, applicano l’islamizzazione della modernità: utilizzano i mezzi di informazione video e informatici per ottenere quella visibilità che altrimenti non avrebbero. Dagli attentati alle torri gemelle nel 2001 si è passati ad un utilizzo quasi scientifico dei mass media e di internet da parte degli esponenti di Daesh proprio per amplificare all’ennesima potenza la potenziale propaganda ideologica per raggiungere il più alto numero di persone da “radicalizzare” online o per mostrare filmati “brutali” al semplice fine di terrorizzare il nemico.
Daesh e Al Qaida
Risulta, quindi, evidente che dalla formazione nei primi anni ‘80 dei primi mujahiddin in Afghanistan, indottrinati dal wahabbismo dell’Arabia Saudita e sostenuti economicamente e militarmente dagli Stati Uniti, fino ai foreign fighters di Daesh in Siria, poche cose sono cambiate e gli errori sono sempre gli stessi: ingerenze da parte di potenze straniere regionali (Arabia Saudita, Qatar, Turchia) e occidentali (USA, Francia e Inghilterra), guerre studiate a tavolino che hanno causato ulteriori nuove destabilizzazioni (Iraq, Libia), finanziamenti e fornitura di armi a gruppi ribelli quasi sempre appartenenti alla galassia jihadista. Uno dei più grandi errori recenti delle amministrazioni occidentali con USA in testa è stato, infatti, l’intervento militare voluto dal presidente George W. Bush nel 2003 in Iraq. Dopo pochi mesi il regime di Saddam Hussein è crollato, ma con esso sono stati soppressi tutti gli apparati burocratici e di pubblica sicurezza del paese. Questo ha portato ad un progressivo aumento di guerriglieri jihadisti in quel territorio, ad una costante escalation di attentati terroristici ed ad una progressiva instabilità in tutta l’area. Un altro errore dell’amministrazione americana è stato quello di frazionare il paese su base confessionale, favorendo da una parte la comunità sciita e lasciando che tutta la rappresentanza tribale e burocratica sunnita venisse progressivamente messa da parte ed esclusa dalla nuova scena politica irachena. Una scelta simile è stata l’humus ideale perché la maggior parte degli apparati militari sunniti passassero nelle fila del movimento radicale Stato Islamico del Levante e Iraq (Daesh), apportando a tutta la galassia di guerriglieri “stranieri” presenti sul territorio sia la conoscenza del territorio nel quale combattere sia le proprie competenze in materia di preparazione e addestramento militare.
L’ascesa del movimento Daesh è stata proprio per questi motivi così rapida e costante dalla sua nascita fino alla sua espansione nello stato iracheno ed in quello siriano. Lo stesso si può dire delle differenti ingerenze straniere (Arabia Saudita, Turchia e Qatar) nel primo periodo della guerra civile siriana. I militanti salafiti sia siriani, ma soprattutto “stranieri”, hanno progressivamente preso pieno possesso ed egemonizzato il conflitto contro il regime di Bashar al-Assad a discapito di gruppi siriani ribelli sia laici (Esercito Siriano Liberazione) che jihadisti, anche se legati ad Al Qaida, come il Fronte Al-Nusra. La loro ascesa è stata inevitabile grazie anche agli ingenti finanziamenti provenienti prevalentemente dagli Stati del Golfo.
Come ultimo elemento di analisi, infine, resta l’attualità di questi giorni e la crudeltà dei diversi attentati sia in Europa che nel vicino oriente. L’attentato di Bamako in Mali, ha evidenziato, inoltre, un altro aspetto di criticità: la lotta per il predominio nella galassia jihadista tra Al Qaida e Daesh. Da questo punto di vista Daesh sta avendo un impressionante sviluppo e sostegno legato principalmente a due motivi. Il primo è legato al fatto che nell’ideologia islamista radicale Daesh (Dawla Islamiyya- Stato Islamico-ndr) incarna quell’idealità che lo rende attraente a tutti i foreign fighters che cercano di raggiungere il suo territorio: uno stato islamico sovrannazionale che supera i vecchi confini imposti dalle potenze coloniali e che accoglie tutta la Umma (Comunità-ndr) che crede nel wahabbismo. Uno stato islamico che applica integralmente la sharia, la lotta o jihad contro i miscredenti che siano laici, sciiti, yazidi o drusi. Il secondo motivo è legato alla forza economica che Daesh possiede grazie ai finanziamenti esteri provenienti dai paesi del Golfo ed alla vendita di petrolio e di reperti archeologici, favorito, anche, dalla connivenza dello stato turco. Questa ricchezza gli ha permesso nel giro di pochi anni di finanziare e sostenere altri movimenti in molti paesi, dal maghreb al sud est asiatico (Algeria, Egitto, Mali, Nigeria, Libia, Indonesia, Filippine), a sfavore di Al Qaida.
Entrambi gli schieramenti radicali (Daesh e Al Qaida) sono in una fase di lotta per l’egemonia sui militanti radicali della galassia jihadista e cercano, purtroppo, di alzare il livello di terrore sia nei paesi musulmani che in quelli europei o americani: la competizione è legata a chi provoca attentati più atroci e brutali per avere una maggiore propaganda mediatica nel mondo. Restano analoghe, però, le modalità e gli obiettivi nella strategia degli attentatori jihadisti, a Beirut come Parigi, in Sinai come negli Stati Uniti. La priorità è quella di colpire esclusivamente civili nella loro quotidianità: dalle moschee agli ospedali, dai locali pubblici agli stadi di calcio. Come simili appaiono le finalità: in medio-oriente far crescere la tensione nei confronti delle differenti comunità per un’eventuale peggioramento del conflitto sociale ed etnico. In Europa: aumentare la discriminazione e l’omologazione verso la comunità musulmana, puntare ad una sua marginalizzazione al fine di indottrinare nuovi “combattenti” ghettizzati ai margini delle periferie francesi o europee in genere. Far crescere il conflitto sociale e offrire la possibilità di cavalcare l’onda a quei partiti della destra xenofoba (da Le Pen a Trump), stessa faccia della medaglia jihadista, che demagogicamente spingono per una lotta contro l’Islam in generale, contro tutti i musulmani e sono favorevoli a nuove guerre distruttive per continuare ad alimentare nuovamente questi movimenti radicali.
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