La frittata è fatta. Ora tutti i protagonisti, spalleggiati dai loro alleati, rimuginano sulle prossime mosse e lanciano bellicose minacce perché “gli altri” si fermino. È una danza tra soggetti che hanno bisogno di mostrarsi fortissimi, ma che sanno bene cosa rischiano. Eppure la logica di guerra, da sempre, spinge ad andare un passo oltre quel che si vorrebbe e potrebbe fare...
Stavamo camminando sul bordo del baratro da almeno tre anni, ma gli opinion maker dell’establishment – tutti o quasi, senza grandi distinzioni – ci dicevano ogni giorno di non preoccuparci. “Il nemico” c’è, è cattivissimo e crudele, ma in fondo “noi” (l’Occidente collettivo) siamo troppo forti e gli facciamo paura. Ergo, la sua faccia feroce è solo un bluff da andare a vedere, come a poker. Non c’è un vero pericolo se “agiamo subito”, perché se si aspetta troppo quel nemico può diventare molto più forte.
Non ci vuole una grande perspicacia per riconoscere in questo filo di “ragionamento” la narrazione di un guitto come Zelenskij o di un genocida come Netanyahu. Lo schema è identico, il “suggeritore” anche: l’imperialismo degli Stati Uniti.
Facile anche riconoscere nel “ragionamento” il riflesso narrativo di una condizione reale: l’Occidente neoliberista è in declino, sia sul piano economico (i suoi tassi di crescita sono ormai surclassati da oltre 20 anni, se non di più) che su quello “valoriale” (il doppio standard sistematico ha reso una barzelletta la pretesa di ergersi a “faro di civiltà”). La sua superiorità tecnologica è azzoppata, e sempre più spesso deve ricorrere alle sanzioni o dazi (o peggio, come ha mostrato per anni la vicenda Huawei) per proteggere i propri marchi dalla concorrenza. E neanche questo basta più (vedi la crisi dell’auto).
Le sue debacle anche militari, come certificato dalla fuga dall’Afghanistan, ne hanno compromesso la credibilità come “padrone del mondo”.
Ma nonostante queste ultime, la tentazione è pur sempre quella di provare a usare la propria (supposta? residua?) superiorità militare prima che quella concorrente diventi di pari livello.
Il “ragionamento” è stato fin qui particolarmente trasparente nel sostegno a Israele perché “vada avanti”, il più lontano possibile, bruciando e distruggendo tutto il Medio Oriente. Perché tanto – secondo i tanti “Rambini” in circolazione – Tel Aviv è sostanzialmente “invulnerabile”. Anche dopo l’attacco missilistico di ieri sera in tanti si sono affannati a garantire che “tutti i missili sono stati intercettati”, anche quando le immagini mostravano il contrario (Mentana, ormai uno dei peggiori...). Persino l’Idf israeliano si è limitato a dire “molti”...
Per sostenere la giustezza o necessità di una guerra, del resto, è indispensabile poter vantare una superiorità assoluta, devastante. Specie ai propri popoli bisogna dar l’idea che forse, sì, subiremo anche noi qualche danno, ma poca roba, quasi nulla...
E poi, ci dicevano, in fondo chi abbiamo davanti? Il solo Iran, capofila del mondo mussulmano sciita (200 milioni di persone...). E Tehran non ha ancora l’arma nucleare, quindi il suo potere di “deterrenza” è ancora tutto e solo “convenzionale”. Abbaia, insomma, ma non può mordere davvero.
È (era) “sotto scacco”, perché se avesse reagito ai continui attacchi israeliani contro di sé (l'“uccisione mirata” di diversi scienziati e generali dei Pasdaran, il bombardamento dell’ambasciata a Damasco, l’uccisione del capo di Hamas, Haniyeh, proprio a Tehran – mentre era quasi al sicuro a Dubai – ecc.), i propri alleati nell’area (Hezbollah, Assad, gli Houthi), si sarebbe suicidato finendo per scontrarsi direttamente con gli Stati Uniti.
E quindi avanti, avanti... Israele “ha diritto di difendersi” attaccando a tutto campo in qualsiasi paese, tanto siamo “noi” – tutto l’Occidente collettivo – contro un solo paese “vero” (non piccolo e disperato come il Libano o la Striscia di Gaza).
Anzi, nemmeno con tutto l’Iran, perché – come assicura addirittura Netanyhau – “presto libereremo quel popolo dai suoi dirigenti teocratici”. Magari regalandogli un nuovo Scià che riconduca quel paese all’ovile e al destino di pompa di benzina semigratuita dell’industria occidentale. Anche se quel paese ha da poco siglato un accordo di cooperazione anche militare con la Russia (non proprio come l’art. 5 della Nato, ma qualcosa dovrebbe voler dire...).
Il fondamento storico di questa narrazione era concretissimo: il mondo musulmano è scisso da 1400 anni tra sunniti e sciiti. Una divisione spesso tracimata in guerre sanguinose, crudelissime come tutte le guerre di religione che hanno scosso per secoli la “civilissima” Europa.
Il fondamento politico recente era altrettanto incontestabile: i regimi arabi sunniti (Arabia Saudita, Egitto, Giordania, ecc.), definiti amichevolmente “moderati” per sottolinearne il fondamentale accomodamento con l’Occidente, sono da decenni profondamente indifferenti al destino del popolo palestinese. Attendersi da loro iniziative militari anti-israeliane, insomma, sarebbe un’illusione. Ed è persino vero anche questo.
Ma i nostri imbonitori del “popolo bue”, che debbono mantenerlo nell’ignoranza per tenere in piedi la loro narrazione, sono costretti a censurare completamente – sui fogliacci che riempiono di panzane – le notizie che mostrano come il quadro geopolitico dell’area vada cambiando, terremotando di conseguenza la “tranquillità” che si vorrebbe dipingere.
È forse il caso di ricordare che i palestinesi di Cisgiordania e Gaza sono per il 97% sunniti, per il rimanente cristiani di varie chiese. E a nessun commentatore di professione balza agli occhi la “stranezza” di vedere dei sunniti difesi – anche armi alla mano – quasi soltanto dagli sciiti (compresi gli Houthi dello Yemen).
Vabbé, vi direbbe il “Rambini” di turno, si tratta di un “appoggio strumentale”... Pagato con la propria vita e le proprie risorse? Strana idea della “strumentalizzazione”, che qui da noi significa di solito “guadagno facile senza rischi”.
Ma andiamo avanti facendo finta che quella obiezione abbia un senso, invece di essere solo una boutade...
Si dimentica infatti qualche dettaglio interessante, in qualche modo rivelatore. Il gruppo dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) si è un anno fa allargato a Etiopia, Emirati Arabi Uniti, Iran, Egitto e Arabia Saudita, mentre se n’è tirata fuori l’Argentina dopo l’elezione del fascista Milei (che ha riprecipitato il proprio paese nella fame e nella “dollarizzazione” dell’economia, ossia nella servitù agli Usa).
Facciamo notare che i nuovi membri sono tutti in varia misura musulmani: il paese sciita più importante (l’Iran, appunto), e poi tre paesi sunniti (il capofila Arabia Saudita, l’Egitto e gli Emirati), più un paese a maggioranza cristiana con una rilevante presenza musulmana (33,9%), in maggioranza sunnita.
Insomma: i paesi guida di entrambi i fronti islamici sono oggi inseriti in un sistema di alleanze economiche che vuole essere alternativo all’Occidente neoliberista. Restano ovviamente le profonde differenze e diffidenze, nella tradizione classica mediorientale (il “triplo gioco” è la norma, non l’eccezione), ma per chi conosce l’importanza del principio euristico “follow the money” si tratta certamente di un cambiamento epocale (dopo oltre mille anni!).
È finita qui? No, ovviamente. Nel prossimo vertice dei Brics, nella città russa di Kazan, dovrebbe essere formalizzato l’ingresso di Algeria, Bangladesh, Bahrein, Bolivia, Venezuela, Vietnam, Cuba, Honduras, Indonesia, Kazakistan, Kuwait, Marocco, Nigeria, Palestina, Senegal e Thailandia.
Come si vede il gruppo è – “religiosamente parlando” – piuttosto eterogeneo, segno che l’economia e l’approccio win-win (vantaggio reciproco, il contrario della politica di rapina di Usa, Fmi e Unione Europea) fanno premio sempre, anche sulle più differenti fedi metafisiche.
E comunque il Bangladesh è musulmano al 90%, quasi tutti sunniti. Il Bahrein presenta una maggioranza di sciiti e una minoranza sunnita, oltre a un’importante presenza cristiana. L’Indonesia è notoriamente il più grande paese islamico del mondo (275 milioni di abitanti), all’86% musulmano di fede sunnita. Così come il Senegal, il Marocco, Kuwait e Kazakistan...
Un paio di settimane fa ha fatto domanda di ingresso anche la Turchia, musulmano-sunnita all’88% (il resto sciiti, con diverse minoranze cristiane ortodosse e non).
“Vabbé”, dirà il solito opinionista decerebrato, “ma Erdogan è un dittatore...”. Vero, per i metodi di governo che usa, ma non va dimenticato che ha perso le ultime elezioni (ohibò, si vota persino lì, e si può persino perdere) proprio per lo “scarso appoggio alla causa palestinese”, anche se la Turchia è stato negli ultimi anni il paese sunnita che più ha preso iniziative pubbliche contro Israele.
Ma chiunque abbia attraversato il paese questa estate, anche solo per vacanza, non avrà potuto non notare il profluvio di bandiere palestinesi ovunque, e anche di persone che passeggiavano o facevano jogging con i suoi colori o il nome di Gaza sul petto.
Due particolari diplomaticamente rilevanti. Turchia e Arabia Saudita – i più forti alleati islamici degli Usa, nella regione – sono stati i primi ad abbandonare la plenaria dell’Onu nel momento in cui Netanyahu saliva sul palco per declamare il proprio delirio. La stessa Arabia Saudita, protagonista degli “Accordi Abramo” che dovevano normalizzare i rapporti tra “arabi moderati” e Tel Aviv, ha posto la nascita di uno stato palestinese come condizione per il riconoscimento di Israele.
“Vabbè…”, ecc. Due giorni fa Erdogan ha detto in televisione che le Nazioni Unite dovrebbero autorizzare l’uso della forza per fermare gli attacchi di Israele in Libano e a Gaza, ed ha anche chiesto l’unità dei Paesi musulmani a sostegno dei “fratelli” in questi Paesi.
“L’Assemblea Generale dell’ONU dovrebbe applicare rapidamente l’autorità di raccomandare l’uso della forza, come ha fatto con la risoluzione del 1950 dell’Unione per la Pace, se il Consiglio di Sicurezza non è in grado di mostrare la volontà necessaria”.
Quella risoluzione afferma che in tutti i casi in cui il Consiglio di Sicurezza, a causa di una mancanza di accordo tra i suoi cinque membri permanenti, non agisce come necessario per il bene della sicurezza e della pace internazionale, l’Assemblea Generale può emettere raccomandazioni appropriate ai membri delle Nazioni Unite per misure collettive, compreso l’uso della forza armata quando necessario.
“Oggi, difendere la Palestina e il Libano significa difendere l’umanità, la pace e la cultura della convivenza tra credenze diverse. Un pugno di sionisti radicali, accecati dal sangue e dall’odio, stanno incendiando la regione e il mondo intero. Non acconsentiremo mai a questa crudeltà e barbarie”.
“Vabbé”, ecc.
I “Rambini” non ignorano però che la Turchia è un membro piuttosto importante della Nato, un pilastro del suo lato Sud (e militarmente conta più dell’Italia, se non altro per la sua maggiore abitudine alla guerra, in casa e fuori). E un membro della Nato che chiede che l’Onu autorizzi l’uso della forza contro Israele – il paese più armato dalla Nato e dagli Usa, prima e dopo la guerra in Ucraina – non è proprio una di quelle iniziative che dovrebbero suggerire “tranquillità”...
Possono non parlarne sui giornali o in tv. Ma la maggioranza del mondo sta premendo e bussando perché l’Occidente la faccia finita con i suoi merdosi doppi standard per cui un massacro di 1.000 persone vale più di un genocidio (42.000 morti per bombardamenti o armi da fuoco, finora, senza contare quelli introvabili sotto le macerie, quelli caduti per fame, sete o malattie conseguenti alla totale distruzione delle infrastrutture civili).
“Vabbé, state tranquilli lo stesso...”, disse il solito opinionista medio mentre assumeva il colore della rana che cominciava a bollire ma continuava a nuotare tranquilla.
Anche non ve ne siete accorti, siete per sempre coinvolti...
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/06/2017
La crociata di Bernie Sanders... Credere nell’inferno?
Capire gli Stati Uniti, la mentalità corrente, l’antropologia culturale dell’"americano medio”, è decisamente complicato, se non si è vissuto a lungo da quelle parti. Ma risulta comunque necessario avere qualche informazione in più, da dentro, perché quella mentalità o cultura – purtroppo – ci ritorna ogni giorno addosso.
Può sembrare assurdo – dal nostro punto di vista – che un grande e rispettato giornale liberal si occupi a lungo e minuziosamente delle opinioni di un (ex) candidato alla presidenza degli Stati Uniti in materia di religione ed inferno. Ma se si tratta di Bernie Sanders e quel giornale si è distinto per una durissima campagna pro-Hillary Clinton, beh, allora la cosa diventa non solo interessante, ma addirittura illuminante...
Michael Gerson, The Washington Post, 12 giugno 2017
Traduzione e cura di Francesco Spataro
A quanto pare, per coloro che hanno una mentalità aperta, diciamo pure liberale, l’aiuto dato ai cittadini, per mezzo dell’assistenza sanitaria pubblica o del sussidio della Social Security, non è sufficiente; sembra che di questi tempi, le persone debbano assicurarsi anche il Paradiso attraverso prove di idoneità, per titolo o finanche per requisiti acquisiti non si sa bene quando e come. O almeno bisogna essere sotto l’ala protettiva di quelli, che credono nell’esistenza di un qualche altro posto, magari non su questa terra.
Durante un’udienza, tenutasi la scorsa settimana, per la conferma di Russel Vought a vice direttore dell’Ufficio per la gestione ed il bilancio, un organismo senza alcun incarico di ordine teologico, il Senatore Bernie Sanders, ha sollevato una forte obiezione ad un commento che Vought avrebbe postato online, in cui egli sosteneva che i musulmani (e presumibilmente anche persone di altre religioni) “hanno rigettato Gesù Cristo”, pertanto “sono destinati alla disapprovazione e alla condanna”.
Sanders ha trovato tutto ciò “indifendibile” ed “odioso”. Ma almeno quando si tratta di credere nell’inferno, Vought è quasi un’eccezione. L’universalismo non è universale. Secondo un recente sondaggio della Pew (la Pew Research Center è un centro di ricerche sociali e sondaggi con sede a Washington, N.d.T.), circa l’80% dei protestanti evangelici afferma di credere nell’Inferno, contro il 76% dei musulmani, ed il 63% dei cattolici; persino il 27% di quelli che si identificano con la categoria “nessuna opinione” (i non affiliati ad alcuna chiesa) mantiene la fede nell’Inferno; infine c’è il restante 3% di atei convinti, che però credono nell’Inferno anch’essi. Forse, per dirla con Jean-Paul Sartre, perchè “l’Inferno sono gli altri.”
Non tutte le tradizioni religiose prevedono la dannazione eterna. Nei sacri testi ebraici, non c’è alcun cenno riguardo una qualsiasi vita nell’aldilà. Questo concorda con il rigetto che gli Ebrei mostrano (con una proporzione di 80 contro 20) riguardo all’esistenza dell’Inferno. Nell’induismo e nel buddhismo l’Inferno è più un momento di transito, che una destinazione finale.
Le interpretazioni tradizionali del Cristianesimo e dell’Islam, invece, prospettano un giorno del giudizio finale, nel quale non tutti ce la fanno. Per molti l’Inferno è poco più di ciò che Hitler definiva una “sala di attesa” mentale. Se qualcuno crede che esista un’altra vita, dopo la morte, ovviamente si presenta un problema: santi e responsabili di genocidi, possono veramente convivere, e condividere lo stesso destino?
La faccenda si risolve con facilità. Al pastore evangelico Rob Bell si presentò così, in forma di domanda: “Gandhi è all’Inferno?” Bell continuava a scrivere un libro dal titolo “L’amore vince” che abbracciò le tesi dell’universalismo e che lo condusse verso una pura eterodossia, anche più lontano; ma Bell non si è trovato solo nel cercare di sciogliere questo particolare nodo di ordine religioso. La storia della Cristianità è costellata di personaggi che esprimevano una nozione di grazia divina universalmente inclusiva come il pastore e poeta del XVII secolo John Donne: “Cristo non ha mai scomunicato nessuno, né una nazione, né una provincia, né una famiglia, né tantomeno un uomo.”
Anche i difensori dell’idea dell’Inferno, come C.S. Lewis, si sentirono costretti a mitigare il concetto. La descrizione letteraria dell’Inferno che ne dà Lewis non è quella di un lago di fuoco, ma quella di una grigia periferia, sempre piovosa e dove, chi ci vive, non è soddisfatto di nulla, dove i vicini litigano sempre l’uno con l’altro. Per il filosofo e scrittore, l’Inferno se lo scelgono da soli tutti coloro che si consumano nell’egotismo. Lewis era solito dire: “Le porte dell’Inferno, sono chiuse dall’interno.”
Con tutte queste complessità teologiche e metafisiche che l’argomento solleva, io sono profondamente convinto di una cosa: qualcuno si è mai chiesto, “ma qual è il punto di vista di Bernie Sanders, su questa roba?”
In realtà, il senatore una posizione l’ha presa. Nel giustificare il suo disaccordo nei confronti di Vought, Sanders ha dichiarato: “Questo Paese, fin dalla sua nascita ha lottato, qualche volta anche con grande sofferenza, per superare e vincere le discriminazioni, sotto tutte le forme... Non dobbiamo tirarci indietro, regredire.”
In tal senso l’equità liberale, viene applicata su scala cosmica, universale. Mettere da parte il pregiudizio teologico, è la frontiera finale dei diritti civili; salvezza uguale per tutti.
Se tentiamo un’interpretazione, forse il senatore Sanders, voleva mettere in evidenza che si potesse negare un lavoro a chiunque avesse, secondo qualcun’altro, un pensiero teologico offensivo, o possibile di opposizione, non in linea; questo, secondo la sua opinione, non soltanto è arrogante, ma anche incostituzionale (vedere l’Art. VI della Costituzione Americana). Sarebbe lo stesso nel caso della nomina di un musulmano o, di qualunque altro volesse servire il Paese e nello stesso tempo, difendere la Costituzione. Un pluralismo troppo debole che tuteli i Cristiani è anche troppo debole per i Musulmani e viceversa. Ed entrambi hanno il diritto di pensare che sono nel giusto.
Qualche domanda per il senatore: vuole veramente iniziare ad indagare Cristiani, Musulmani, Buddhisti, Induisti, Zoroastriani e qualsiasi altro per convinzioni religiose che offendono il suo ideale di liberalismo? Quanto deve essere radicata, questa convinzione religiosa, per essere dequalificante, nella ricerca di un impiego? Sarebbe giusto permettere, ad un collega di lavoro di fede cristiana, di scartare un disoccupato, solo perché quell’uomo o quella donna credevano che l’universo è un vuoto echeggiante, o che gli esseri umani sono semplicemente involucri di composti chimici?
Ma, pensandoci bene, a nessuno importa, di queste domande. Grazie alla nostra Costituzione, a nessuno frega nulla dei giudizi di Sanders, riguardo le opinioni religiose di un americano qualsiasi.
Fonte
Non credevo che Sanders potesse stare talmente indigesto da montare una simile supercazzola a mezzo stampa su una presa di posizione per altro sacrosanta.
Ormai ci troviamo ben oltre la "grossa crisi"...
Può sembrare assurdo – dal nostro punto di vista – che un grande e rispettato giornale liberal si occupi a lungo e minuziosamente delle opinioni di un (ex) candidato alla presidenza degli Stati Uniti in materia di religione ed inferno. Ma se si tratta di Bernie Sanders e quel giornale si è distinto per una durissima campagna pro-Hillary Clinton, beh, allora la cosa diventa non solo interessante, ma addirittura illuminante...
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Michael Gerson, The Washington Post, 12 giugno 2017
Traduzione e cura di Francesco Spataro
A quanto pare, per coloro che hanno una mentalità aperta, diciamo pure liberale, l’aiuto dato ai cittadini, per mezzo dell’assistenza sanitaria pubblica o del sussidio della Social Security, non è sufficiente; sembra che di questi tempi, le persone debbano assicurarsi anche il Paradiso attraverso prove di idoneità, per titolo o finanche per requisiti acquisiti non si sa bene quando e come. O almeno bisogna essere sotto l’ala protettiva di quelli, che credono nell’esistenza di un qualche altro posto, magari non su questa terra.
Durante un’udienza, tenutasi la scorsa settimana, per la conferma di Russel Vought a vice direttore dell’Ufficio per la gestione ed il bilancio, un organismo senza alcun incarico di ordine teologico, il Senatore Bernie Sanders, ha sollevato una forte obiezione ad un commento che Vought avrebbe postato online, in cui egli sosteneva che i musulmani (e presumibilmente anche persone di altre religioni) “hanno rigettato Gesù Cristo”, pertanto “sono destinati alla disapprovazione e alla condanna”.
Sanders ha trovato tutto ciò “indifendibile” ed “odioso”. Ma almeno quando si tratta di credere nell’inferno, Vought è quasi un’eccezione. L’universalismo non è universale. Secondo un recente sondaggio della Pew (la Pew Research Center è un centro di ricerche sociali e sondaggi con sede a Washington, N.d.T.), circa l’80% dei protestanti evangelici afferma di credere nell’Inferno, contro il 76% dei musulmani, ed il 63% dei cattolici; persino il 27% di quelli che si identificano con la categoria “nessuna opinione” (i non affiliati ad alcuna chiesa) mantiene la fede nell’Inferno; infine c’è il restante 3% di atei convinti, che però credono nell’Inferno anch’essi. Forse, per dirla con Jean-Paul Sartre, perchè “l’Inferno sono gli altri.”
Non tutte le tradizioni religiose prevedono la dannazione eterna. Nei sacri testi ebraici, non c’è alcun cenno riguardo una qualsiasi vita nell’aldilà. Questo concorda con il rigetto che gli Ebrei mostrano (con una proporzione di 80 contro 20) riguardo all’esistenza dell’Inferno. Nell’induismo e nel buddhismo l’Inferno è più un momento di transito, che una destinazione finale.
Le interpretazioni tradizionali del Cristianesimo e dell’Islam, invece, prospettano un giorno del giudizio finale, nel quale non tutti ce la fanno. Per molti l’Inferno è poco più di ciò che Hitler definiva una “sala di attesa” mentale. Se qualcuno crede che esista un’altra vita, dopo la morte, ovviamente si presenta un problema: santi e responsabili di genocidi, possono veramente convivere, e condividere lo stesso destino?
La faccenda si risolve con facilità. Al pastore evangelico Rob Bell si presentò così, in forma di domanda: “Gandhi è all’Inferno?” Bell continuava a scrivere un libro dal titolo “L’amore vince” che abbracciò le tesi dell’universalismo e che lo condusse verso una pura eterodossia, anche più lontano; ma Bell non si è trovato solo nel cercare di sciogliere questo particolare nodo di ordine religioso. La storia della Cristianità è costellata di personaggi che esprimevano una nozione di grazia divina universalmente inclusiva come il pastore e poeta del XVII secolo John Donne: “Cristo non ha mai scomunicato nessuno, né una nazione, né una provincia, né una famiglia, né tantomeno un uomo.”
Anche i difensori dell’idea dell’Inferno, come C.S. Lewis, si sentirono costretti a mitigare il concetto. La descrizione letteraria dell’Inferno che ne dà Lewis non è quella di un lago di fuoco, ma quella di una grigia periferia, sempre piovosa e dove, chi ci vive, non è soddisfatto di nulla, dove i vicini litigano sempre l’uno con l’altro. Per il filosofo e scrittore, l’Inferno se lo scelgono da soli tutti coloro che si consumano nell’egotismo. Lewis era solito dire: “Le porte dell’Inferno, sono chiuse dall’interno.”
Con tutte queste complessità teologiche e metafisiche che l’argomento solleva, io sono profondamente convinto di una cosa: qualcuno si è mai chiesto, “ma qual è il punto di vista di Bernie Sanders, su questa roba?”
In realtà, il senatore una posizione l’ha presa. Nel giustificare il suo disaccordo nei confronti di Vought, Sanders ha dichiarato: “Questo Paese, fin dalla sua nascita ha lottato, qualche volta anche con grande sofferenza, per superare e vincere le discriminazioni, sotto tutte le forme... Non dobbiamo tirarci indietro, regredire.”
In tal senso l’equità liberale, viene applicata su scala cosmica, universale. Mettere da parte il pregiudizio teologico, è la frontiera finale dei diritti civili; salvezza uguale per tutti.
Se tentiamo un’interpretazione, forse il senatore Sanders, voleva mettere in evidenza che si potesse negare un lavoro a chiunque avesse, secondo qualcun’altro, un pensiero teologico offensivo, o possibile di opposizione, non in linea; questo, secondo la sua opinione, non soltanto è arrogante, ma anche incostituzionale (vedere l’Art. VI della Costituzione Americana). Sarebbe lo stesso nel caso della nomina di un musulmano o, di qualunque altro volesse servire il Paese e nello stesso tempo, difendere la Costituzione. Un pluralismo troppo debole che tuteli i Cristiani è anche troppo debole per i Musulmani e viceversa. Ed entrambi hanno il diritto di pensare che sono nel giusto.
Qualche domanda per il senatore: vuole veramente iniziare ad indagare Cristiani, Musulmani, Buddhisti, Induisti, Zoroastriani e qualsiasi altro per convinzioni religiose che offendono il suo ideale di liberalismo? Quanto deve essere radicata, questa convinzione religiosa, per essere dequalificante, nella ricerca di un impiego? Sarebbe giusto permettere, ad un collega di lavoro di fede cristiana, di scartare un disoccupato, solo perché quell’uomo o quella donna credevano che l’universo è un vuoto echeggiante, o che gli esseri umani sono semplicemente involucri di composti chimici?
Ma, pensandoci bene, a nessuno importa, di queste domande. Grazie alla nostra Costituzione, a nessuno frega nulla dei giudizi di Sanders, riguardo le opinioni religiose di un americano qualsiasi.
Fonte
Non credevo che Sanders potesse stare talmente indigesto da montare una simile supercazzola a mezzo stampa su una presa di posizione per altro sacrosanta.
Ormai ci troviamo ben oltre la "grossa crisi"...
10/02/2017
Muslim Ban - Perchè Trump esclude l'Arabia Saudita
di Stefano Mauro
Il decreto presidenziale Usa “Muslim Ban” – la legge anti-immigrazione islamica – continua a far discutere dentro e fuori i confini nazionali. La stampa statunitense, in particolare, analizza principalmente due aspetti: il primo riguarda la legittimità di un decreto “razzista e discriminatorio” nei confronti di cittadini di paesi considerati “scomodi” e “pericolosi” per l’amministrazione Trump. Il secondo, invece, è il criterio di scelta dei paesi e l’esclusione di una nazione come l’Arabia Saudita.
Per un decreto, infatti, che mira a combattere l’ingresso di terroristi “camuffati da rifugiati” – secondo il presidente americano Trump –, non è stato preso in considerazione il regno dei Saud, principale sponsor dello jihadismo globale (da Al Qa’ida a Daesh). Negli attentati dell’11 settembre 2001, su 19 dirottatori 15 erano proprio provenienti dall’Arabia Saudita. Così come, dopo la pubblicazione dei dossier secretati per 15 anni dall’amministrazione del presidente George W. Bush e pubblicati nel luglio 2016, sono emerse le responsabilità dirette di diplomatici sauditi ed i loro legami con al Qa’ida.
La Cnn, in un suo programma, ha evidenziato come sia anomalo il fatto di aver presentato una legge contro “gli immigrati rifugiati per favorire la sicurezza nazionale” quando “gli attentati di San Bernardino, Orlando, Boston e New York sono stati compiuti non da rifugiati, ma da immigrati con altro status”. Nella strage di San Bernardino, ad esempio, i due attentatori di origini pachistane “si erano sposati e radicalizzati proprio in Arabia Saudita”.
Il quotidiano inglese The Guardian aggiunge che lo stesso Trump in campagna elettorale aveva dichiarato di voler “irrigidire i rapporti con i sauditi” e di “voler applicare la legge Jasta”, norma che riguarda la richiesta di risarcimento contro l’Arabia Saudita per le migliaia di vittime dell’11 settembre.
Dopo la pubblicazione della legge, invece, Trump ha avuto una conversazione telefonica con il re saudita, Salman Ben Abdel Aziz, circa gli obiettivi del bando e quelli dell’amministrazione americana nella regione. Il tycoon ha confermato il pieno sostegno ai suoi principali alleati nell’area mediorientale: Israele ed Arabia Saudita. Secondo il quotidiano indipendente arabo Ray Al Youm, infatti, Ryad ha ricevuto messaggi rassicuranti “per la mancata applicazione della legge Jasta e per la ripresa di rapporti amichevoli” dopo un periodo di relative tensioni con l’amministrazione Obama. Alleanza rinsaldata dal “Muslim Ban” che va direttamente a colpire il principale nemico di Riyadh: l’Iran.
A sostegno di un rinnovato rapporto di reciproca alleanza, il segretario per la Sicurezza nazionale, John Kelly, in merito all’esclusione della monarchia saudita dal bando, ha affermato che “la principale motivazione è che il paese saudita ha una buona intelligence e buone forze dell’ordine che collaborano con Washington”.
In attesa di una decisione definitiva della Corte d’Appello Federale circa la legittimità del bando, considerato da 18 Stati americani “discriminatorio verso i musulmani”, la norma ad oggi prevede la momentanea sospensione per l’ingresso di immigrati provenienti da Iran, Iraq, Yemen, Siria, Libia, Sudan e Somalia. Sempre secondo Kelly, infine, “gli Stati Uniti non stanno considerando l’ipotesi di allungare la lista dei paesi interessati dal bando sull’immigrazione”.
“Con questo bando Trump pensa di poter eliminare tutte le minacce per gli Usa” – afferma sul Guardian Aryeh Neier, fondatore dell’Ong Human Rights Watch – In questo modo, invece, aumenterà i rischi per milioni di americani che viaggiano, lavorano e vivono fuori dai confini del paese, senza risolvere niente”.
Fonte
Il decreto presidenziale Usa “Muslim Ban” – la legge anti-immigrazione islamica – continua a far discutere dentro e fuori i confini nazionali. La stampa statunitense, in particolare, analizza principalmente due aspetti: il primo riguarda la legittimità di un decreto “razzista e discriminatorio” nei confronti di cittadini di paesi considerati “scomodi” e “pericolosi” per l’amministrazione Trump. Il secondo, invece, è il criterio di scelta dei paesi e l’esclusione di una nazione come l’Arabia Saudita.
Per un decreto, infatti, che mira a combattere l’ingresso di terroristi “camuffati da rifugiati” – secondo il presidente americano Trump –, non è stato preso in considerazione il regno dei Saud, principale sponsor dello jihadismo globale (da Al Qa’ida a Daesh). Negli attentati dell’11 settembre 2001, su 19 dirottatori 15 erano proprio provenienti dall’Arabia Saudita. Così come, dopo la pubblicazione dei dossier secretati per 15 anni dall’amministrazione del presidente George W. Bush e pubblicati nel luglio 2016, sono emerse le responsabilità dirette di diplomatici sauditi ed i loro legami con al Qa’ida.
La Cnn, in un suo programma, ha evidenziato come sia anomalo il fatto di aver presentato una legge contro “gli immigrati rifugiati per favorire la sicurezza nazionale” quando “gli attentati di San Bernardino, Orlando, Boston e New York sono stati compiuti non da rifugiati, ma da immigrati con altro status”. Nella strage di San Bernardino, ad esempio, i due attentatori di origini pachistane “si erano sposati e radicalizzati proprio in Arabia Saudita”.
Il quotidiano inglese The Guardian aggiunge che lo stesso Trump in campagna elettorale aveva dichiarato di voler “irrigidire i rapporti con i sauditi” e di “voler applicare la legge Jasta”, norma che riguarda la richiesta di risarcimento contro l’Arabia Saudita per le migliaia di vittime dell’11 settembre.
Dopo la pubblicazione della legge, invece, Trump ha avuto una conversazione telefonica con il re saudita, Salman Ben Abdel Aziz, circa gli obiettivi del bando e quelli dell’amministrazione americana nella regione. Il tycoon ha confermato il pieno sostegno ai suoi principali alleati nell’area mediorientale: Israele ed Arabia Saudita. Secondo il quotidiano indipendente arabo Ray Al Youm, infatti, Ryad ha ricevuto messaggi rassicuranti “per la mancata applicazione della legge Jasta e per la ripresa di rapporti amichevoli” dopo un periodo di relative tensioni con l’amministrazione Obama. Alleanza rinsaldata dal “Muslim Ban” che va direttamente a colpire il principale nemico di Riyadh: l’Iran.
A sostegno di un rinnovato rapporto di reciproca alleanza, il segretario per la Sicurezza nazionale, John Kelly, in merito all’esclusione della monarchia saudita dal bando, ha affermato che “la principale motivazione è che il paese saudita ha una buona intelligence e buone forze dell’ordine che collaborano con Washington”.
In attesa di una decisione definitiva della Corte d’Appello Federale circa la legittimità del bando, considerato da 18 Stati americani “discriminatorio verso i musulmani”, la norma ad oggi prevede la momentanea sospensione per l’ingresso di immigrati provenienti da Iran, Iraq, Yemen, Siria, Libia, Sudan e Somalia. Sempre secondo Kelly, infine, “gli Stati Uniti non stanno considerando l’ipotesi di allungare la lista dei paesi interessati dal bando sull’immigrazione”.
“Con questo bando Trump pensa di poter eliminare tutte le minacce per gli Usa” – afferma sul Guardian Aryeh Neier, fondatore dell’Ong Human Rights Watch – In questo modo, invece, aumenterà i rischi per milioni di americani che viaggiano, lavorano e vivono fuori dai confini del paese, senza risolvere niente”.
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07/03/2016
Mahatma, storia di un intoccabile
Nell'immaginario collettivo occidentale, la figura di Gandhi racchiude molte cose: la lotta contro il colonialismo inglese, il vegetarianesimo, lo spirito religioso, ma soprattutto la pratica pacifista e non-violenta come mezzo per risolvere i conflitti. “Mahatma. Storia di un intoccabile”, auto-edizione dei ricercatori Marco Tangocci e Lorenzo Piattelli, spariglia le carte in tavola e ribalta il mito.
Perché di un mito si tratta: la personalità di Gandhi e le sue azioni politiche ci sono state narrate essenzialmente dalla sua autobiografia, successivamente ricalcata e rielaborata dagli scrittori occidentali. Non ne è stata mai intaccata la leggenda, eppure i fatti erano noti, i suoi scritti e le sue idee su certi argomenti altrettanto. Gli autori hanno ricostruito l'epoca storica indiana che va dagli anni Venti alla metà degli anni Cinquanta basandosi sui documenti dell'epoca; l'unico personaggio di fantasia è il protagonista, la voce degli scrittori, attraverso le sue vicende tesse la trama degli eventi più importanti e avvicina gli attori di quel periodo.
Dimentichiamo le atmosfere forsteriane di “Passaggio in India”, la presunta contrapposizione tra la civiltà razionale britannica e quella ingenua e sentimentale indiana.
Se all'inizio della narrazione viene mostrato il mondo separato in cui vivono gli inglesi in India, aree bellissime in cui l'ingresso è vietato “ai cani e agli indiani”, ben presto questo universo incontaminato è toccato dalle proteste del Movimento Indo-Musulmano contro i dominatori britannici. Si tratta di manifestazioni con pochissima consapevolezza politica, e dalle molte anime.
In India non era in gioco solo l'imperialismo straniero: sul tavolo c'era la questione dei Musulmani, le molte facce del Partito del Congresso di Nehru e Gandhi, i territori dei Principi indiani, il Partito Comunista e, non secondaria, la questione degli Intoccabili.
Il romanzo si concentra soprattutto su questo aspetto e contrappone le posizioni di Gandhi e Ambedkar, figura politica quasi sconosciuta al lettore occidentale, che invece agì da protagonista nei trent'anni presi in esame nel libro.
L'India, prima e durante la dominazione britannica aveva un sistema politico fortemente intrecciato a quello religioso induista. Il Paese si componeva di quattro caste basate su un testo religioso, il Codice di Manu. La casta dominante era quella dei brahamani che governava lo stato, mentre quella inferiore era costituita dai servitori, i sudra. Oltre le caste, c'erano gli Intoccabili, i fuoricasta, coloro che vennero generati dalla polvere che copriva i piedi del dio. Costoro, pur essendo 70 milioni di persone, non avevano diritti sociali, religiosi e civili; non potevano neppure bere dagli stessi pozzi degli altri indiani ed erano costretti a svolgere mestieri degradanti e a portare segni distintivi.
Le caste induiste non hanno un corrispettivo in Occidente; non sono direttamente paragonabili alle classi sociali, non essendo basate unicamente su presupposti economici. In India chi nasceva all'interno di una casta non poteva in alcun modo migliorare la sua posizione sociale.
Ambedkar era un intoccabile, ma per alcune vicende personali riesce a studiare e a vivere un periodo all'estero.
Rientrato in patria riesce ad organizzare un movimento di protesta dei fuoricasta. Individui con meno diritti degli animali domestici, e che tali sarebbero restati se fosse dipeso da Gandhi. Costui voleva sì l'indipendenza indiana ma senza una reale redistribuzione del potere che doveva saldamente restare nelle mani del Partito del Congresso. In realtà nel tempo, molti nodi verranno al pettine anche nel suo partito e le posizioni di soggetti come Nehru si allontaneranno da quelle del Mahatma, più reazionario e conservatore. Pochi sanno delle simpatie di Gandhi per Mussolini, dell'elogio del ritorno alla terra e all'autarchia alimentare, come mezzo per impedire ogni evoluzione sociale. Sugli ebrei spenderà parole al limite della follia, dichiarando in un primo momento la loro colpevolezza e poi invitandoli ad accettare la propria sorte e ad immolarsi per il bene comune. Li paragona ai poveri Intoccabili d'India, in questo non essendo molto lontano dal vero; la condizione degli ebrei sotto Hitler sembra davvero ricalcata su quella dei fuoricasta indiani.
Ambedkar riusce ad acquisire una tale credibilità politica da essere invitato alle Conferenze di Londra sulla questione indiana. Con il suo lavoro e i suoi articoli, ottiene elettorati separati per gli Intoccabili, nodo centrale per liberarsi dal giogo delle caste induiste su cui era basato lo Stato. Sarà Gandhi a impedire questo importante passo avanti, iniziando uno sciopero della fame contro il provvedimento; mettendo in atto un vero e proprio ricatto, utilizza una pratica non-violenta per imporre uno status quo tutt'altro che pacifico.
Il romanzo si concentra sulle questioni interne dell'India e sulle posizioni gandhiane riguardo alle caste. Molto altro ci sarebbe da dire sulle dichiarazioni antifemministe e razziste del Mahatma. Un personaggio opaco, capace di sostenere tutto e il contrario di tutto, sulla base dell'interlocutore che aveva di fronte.
Ambedkar otterrà l'abolizione dell'intoccabilità solo nel 1950. Gandhi, per tutta la vita acerrimo nemico del provvedimento, era morto due anni prima.
In Occidente è stata scritta e tramandata una storia diversa.
La lotta non-violenta e la pratica dello sciopero della fame gandhiane sono state assunte come sintesi di una personalità tutt'altro che limpida; il metodo ha oscurato gli atti politici concreti.
Il romanzo ha il merito di aprire qualche riflessione in proposito e spinge ad interrogarsi sui molteplici perché di una storia distorta o in buona parte omessa.
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Perché di un mito si tratta: la personalità di Gandhi e le sue azioni politiche ci sono state narrate essenzialmente dalla sua autobiografia, successivamente ricalcata e rielaborata dagli scrittori occidentali. Non ne è stata mai intaccata la leggenda, eppure i fatti erano noti, i suoi scritti e le sue idee su certi argomenti altrettanto. Gli autori hanno ricostruito l'epoca storica indiana che va dagli anni Venti alla metà degli anni Cinquanta basandosi sui documenti dell'epoca; l'unico personaggio di fantasia è il protagonista, la voce degli scrittori, attraverso le sue vicende tesse la trama degli eventi più importanti e avvicina gli attori di quel periodo.
Dimentichiamo le atmosfere forsteriane di “Passaggio in India”, la presunta contrapposizione tra la civiltà razionale britannica e quella ingenua e sentimentale indiana.
Se all'inizio della narrazione viene mostrato il mondo separato in cui vivono gli inglesi in India, aree bellissime in cui l'ingresso è vietato “ai cani e agli indiani”, ben presto questo universo incontaminato è toccato dalle proteste del Movimento Indo-Musulmano contro i dominatori britannici. Si tratta di manifestazioni con pochissima consapevolezza politica, e dalle molte anime.
In India non era in gioco solo l'imperialismo straniero: sul tavolo c'era la questione dei Musulmani, le molte facce del Partito del Congresso di Nehru e Gandhi, i territori dei Principi indiani, il Partito Comunista e, non secondaria, la questione degli Intoccabili.
Il romanzo si concentra soprattutto su questo aspetto e contrappone le posizioni di Gandhi e Ambedkar, figura politica quasi sconosciuta al lettore occidentale, che invece agì da protagonista nei trent'anni presi in esame nel libro.
L'India, prima e durante la dominazione britannica aveva un sistema politico fortemente intrecciato a quello religioso induista. Il Paese si componeva di quattro caste basate su un testo religioso, il Codice di Manu. La casta dominante era quella dei brahamani che governava lo stato, mentre quella inferiore era costituita dai servitori, i sudra. Oltre le caste, c'erano gli Intoccabili, i fuoricasta, coloro che vennero generati dalla polvere che copriva i piedi del dio. Costoro, pur essendo 70 milioni di persone, non avevano diritti sociali, religiosi e civili; non potevano neppure bere dagli stessi pozzi degli altri indiani ed erano costretti a svolgere mestieri degradanti e a portare segni distintivi.
Le caste induiste non hanno un corrispettivo in Occidente; non sono direttamente paragonabili alle classi sociali, non essendo basate unicamente su presupposti economici. In India chi nasceva all'interno di una casta non poteva in alcun modo migliorare la sua posizione sociale.
Ambedkar era un intoccabile, ma per alcune vicende personali riesce a studiare e a vivere un periodo all'estero.
Rientrato in patria riesce ad organizzare un movimento di protesta dei fuoricasta. Individui con meno diritti degli animali domestici, e che tali sarebbero restati se fosse dipeso da Gandhi. Costui voleva sì l'indipendenza indiana ma senza una reale redistribuzione del potere che doveva saldamente restare nelle mani del Partito del Congresso. In realtà nel tempo, molti nodi verranno al pettine anche nel suo partito e le posizioni di soggetti come Nehru si allontaneranno da quelle del Mahatma, più reazionario e conservatore. Pochi sanno delle simpatie di Gandhi per Mussolini, dell'elogio del ritorno alla terra e all'autarchia alimentare, come mezzo per impedire ogni evoluzione sociale. Sugli ebrei spenderà parole al limite della follia, dichiarando in un primo momento la loro colpevolezza e poi invitandoli ad accettare la propria sorte e ad immolarsi per il bene comune. Li paragona ai poveri Intoccabili d'India, in questo non essendo molto lontano dal vero; la condizione degli ebrei sotto Hitler sembra davvero ricalcata su quella dei fuoricasta indiani.
Ambedkar riusce ad acquisire una tale credibilità politica da essere invitato alle Conferenze di Londra sulla questione indiana. Con il suo lavoro e i suoi articoli, ottiene elettorati separati per gli Intoccabili, nodo centrale per liberarsi dal giogo delle caste induiste su cui era basato lo Stato. Sarà Gandhi a impedire questo importante passo avanti, iniziando uno sciopero della fame contro il provvedimento; mettendo in atto un vero e proprio ricatto, utilizza una pratica non-violenta per imporre uno status quo tutt'altro che pacifico.
Il romanzo si concentra sulle questioni interne dell'India e sulle posizioni gandhiane riguardo alle caste. Molto altro ci sarebbe da dire sulle dichiarazioni antifemministe e razziste del Mahatma. Un personaggio opaco, capace di sostenere tutto e il contrario di tutto, sulla base dell'interlocutore che aveva di fronte.
Ambedkar otterrà l'abolizione dell'intoccabilità solo nel 1950. Gandhi, per tutta la vita acerrimo nemico del provvedimento, era morto due anni prima.
In Occidente è stata scritta e tramandata una storia diversa.
La lotta non-violenta e la pratica dello sciopero della fame gandhiane sono state assunte come sintesi di una personalità tutt'altro che limpida; il metodo ha oscurato gli atti politici concreti.
Il romanzo ha il merito di aprire qualche riflessione in proposito e spinge ad interrogarsi sui molteplici perché di una storia distorta o in buona parte omessa.
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21/12/2015
Daesh, radicalismo e occidente
Il mondo islamico comprende oltre un miliardo e mezzo di musulmani, da paesi più tradizionalmente considerati arabi, Maghreb e Medio Oriente, fino a nazioni del continente asiatico come l’Indonesia, le Filippine o il Bangladesh. Diventa, quindi, difficile poter comprendere e spiegare tutte le dinamiche legate sia ai cambiamenti interni alle diverse popolazioni che lo coinvolgono sia a quelli legati alla stessa religione islamica. Dopo i terribili attentati di Parigi, Beirut e Bamako è necessario però puntualizzare e comprendere effettivamente la differenza tra l’Islam e il terrorismo radicale che è un incancrenimento delle società musulmane: vale a dire che associare la religione islamica a movimenti come Daesh e Al Qaida è, in base alle cronache di questi giorni, il primo errore che viene fatto.
Sunniti- Sciiti
La prima differenza fondamentale, da analizzare, nel mondo musulmano è quella tra sunniti e sciiti. Questa divisione è prettamente storica, legata alla successione del califfato dopo la morte del Profeta Muhammad, ed ha poche differenze sia in termini dottrinali che teologici. Sia i sunniti che gli sciiti credono in Allah, nel sacro Corano e nel profeta Muhammad. L’unica differenza sostanziale è che, mentre i sunniti non hanno un vero e proprio clero, l’imam è quella persona che guida i fedeli nella preghiera ma è considerato uguale agli altri, gli sciiti nel corso dei secoli hanno sviluppato un clero dai mullah fino ai diversi Ayatollah. Gli sciiti rappresentano il 10% dei fedeli musulmani e sono, ormai, circoscritti in aree e paesi ben definiti: l’Iran, l’Iraq, il Libano, il Bahrein e lo Yemen. Tutte aree dove, ad oggi, ci sono dei conflitti legati a quello che ormai sta avvenendo nei paesi del medio oriente: vale a dire uno scontro per il predominio nell’area tra i sunniti, guidati principalmente da Arabia Saudita, paesi del Golfo e Turchia con i militanti jihadisti utilizzati come strumento militare, e gli sciiti con alla guida lo stato iraniano.
Radicalismo islamico: neotradizionalisti e radicali
A questa guerra per il predomino politico nel medio-oriente che coinvolge nazioni delle regione (Arabia Saudita, Turchia e Iran) e potenze mondiali (Stati Uniti e Russia) si lega lo sviluppo e l’ascesa del radicalismo islamico. Soggetto politico marginale fino agli anni '70, esso si pone come radicale alternativa di sistema ai fallimenti di modelli “occidentalizzanti” come il nazionalismo ed il socialismo arabo. In realtà l’islamismo radicale e il suo sviluppo in reti transnazionali ha, inoltre, una precisa origine socio-politica: esso è espressione di una dissidenza all’interno di società musulmane in opposizione a regimi dittatoriali, nei quali l’unico posto accessibile e “relativamente” libero per la propaganda politica è stato da sempre la moschea. Il movimento islamista contemporaneo è, ad oggi, caratterizzato da due anime: quella neo tradizionalista e quella radicale. Esse non divergono sugli obiettivi, la costruzione di uno stato islamico, ma sui mezzi per realizzarlo.
Il movimento neotradizionalista mira a islamizzare la società a partire dal “basso”, dal sociale: la sua azione è incentrata prevalentemente sull’islamizzazione del quotidiano attraverso l’utilizzo del sistema di welfare che va dalle mense per i poveri, agli ospedali, all’istruzione religiosa sino alla costruzione di scuole. Il movimento neotradizionalista mira, quindi, a ottenere il proprio sostegno attraverso un’azione continua sulla società. I partiti politici che hanno avuto questo tipo di approccio sono ad esempio, En-Nahada in Tunisia o i Fratelli Musulmani in Egitto, i quali però, dopo una veloce ascesa politica in seguito alle primavere arabe, non sono stati in grado di governare o hanno mostrato il loro approccio poco “democratico” e dispotico.
Per i movimenti radicali, tra di essi Al-Qaida ed oggi Daesh, l’islamizzazione della società non può che avvenire dall’”alto”, dal politico inteso come dominio pieno dello stato. La conquista del potere è considerata come elemento chiave per la realizzazione dello stato islamico visto che solo il pieno controllo dello stato permette di forgiare la nuova comunità. In essi c’è sempre il richiamo ad una guida religiosa che veste i panni di califfo o Amir, Osama Bin Laden e poi Al-Zarqawi per al Al Qaida o al Baghdadi per Daesh, che opera attraverso un gruppo ristretto di saggi o assemblea consultiva che è denominata Shura. Questo è un aspetto fondamentale all’interno dell’immaginario islamista perché tutti gli altri, dagli ulema ai semplici credenti che discordano dalla loro visione dell’Islam o dagli appartenenti alle altre confessioni agli sciiti, vengono considerati miscredenti e, quindi, da combattere.
Occidente e mass-media
Un altro aspetto fondamentale dell’ideologia islamista radicale è la lotta contro l’occidente. Questa ossessione nasce e si sviluppa come conseguenza dell’appoggio degli stati occidentali ai vari regimi repressivi e dittatoriali del vicino e medio-oriente, appoggio incondizionato che non si è spezzato neanche dopo l’avvento delle primavere arabe nel 2011. Permane, infatti, nella politica estera occidentale la convinzione che sostenere regimi autoritari garanti dell’ordine sia sempre meglio che favorire l’ascesa dei movimenti radicali. Al contrario questa dicotomia tra autoritarismo e islamismo radicale va di pari passo e, in effetti, l’una si alimenta con l’altra. Basti pensare al sostegno incondizionato degli Stati Uniti nei confronti dell’Arabia Saudita, principale sostenitrice di Daesh in Siria, o di un regime come quello egiziano del generale Al-Sisi. L’appoggio incondizionato a tutti questi regimi garanti non tanto della stabilità, ma degli interessi economici e politici dei paesi occidentali nell’area, ha permesso ai regimi di sgretolare, nell’arco di questi decenni, il carattere pluralistico delle diverse società mediorientali attraverso la cancellazione di tutte le forme di dissenso all’interno di questi paesi.
I movimenti radicali hanno da sempre evidenziato un grosso limite: l’alienazione dal contesto sociale nel quale agiscono. La causa è legata alla loro crudeltà di azione, all’utilizzo del terrorismo e di attentati che colpiscono indiscriminatamente la popolazione inerme e, ovviamente, all’imposizione forzata dei dettami della Sharia (legge coranica-ndr) su tutta la popolazione ad essa assoggettata. Da un altro punto di vista, però, proprio a causa dell’errato approccio e dell’ingerenza degli stati occidentali nei paesi musulmani, i movimenti radicali hanno continuato ad alimentarsi, a trovare nuova linfa e ad essere finanziati. A causa del loro scarso radicamento nel territorio e della totale alienazione dalle popolazioni autoctone, i movimenti radicali utilizzano un altro tipo di sistema di propaganda. Non sono contrari, come verrebbe da pensare o come vengono alle volte dipinti dai media occidentali, alla modernità. Essi, però, applicano l’islamizzazione della modernità: utilizzano i mezzi di informazione video e informatici per ottenere quella visibilità che altrimenti non avrebbero. Dagli attentati alle torri gemelle nel 2001 si è passati ad un utilizzo quasi scientifico dei mass media e di internet da parte degli esponenti di Daesh proprio per amplificare all’ennesima potenza la potenziale propaganda ideologica per raggiungere il più alto numero di persone da “radicalizzare” online o per mostrare filmati “brutali” al semplice fine di terrorizzare il nemico.
Daesh e Al Qaida
Risulta, quindi, evidente che dalla formazione nei primi anni ‘80 dei primi mujahiddin in Afghanistan, indottrinati dal wahabbismo dell’Arabia Saudita e sostenuti economicamente e militarmente dagli Stati Uniti, fino ai foreign fighters di Daesh in Siria, poche cose sono cambiate e gli errori sono sempre gli stessi: ingerenze da parte di potenze straniere regionali (Arabia Saudita, Qatar, Turchia) e occidentali (USA, Francia e Inghilterra), guerre studiate a tavolino che hanno causato ulteriori nuove destabilizzazioni (Iraq, Libia), finanziamenti e fornitura di armi a gruppi ribelli quasi sempre appartenenti alla galassia jihadista. Uno dei più grandi errori recenti delle amministrazioni occidentali con USA in testa è stato, infatti, l’intervento militare voluto dal presidente George W. Bush nel 2003 in Iraq. Dopo pochi mesi il regime di Saddam Hussein è crollato, ma con esso sono stati soppressi tutti gli apparati burocratici e di pubblica sicurezza del paese. Questo ha portato ad un progressivo aumento di guerriglieri jihadisti in quel territorio, ad una costante escalation di attentati terroristici ed ad una progressiva instabilità in tutta l’area. Un altro errore dell’amministrazione americana è stato quello di frazionare il paese su base confessionale, favorendo da una parte la comunità sciita e lasciando che tutta la rappresentanza tribale e burocratica sunnita venisse progressivamente messa da parte ed esclusa dalla nuova scena politica irachena. Una scelta simile è stata l’humus ideale perché la maggior parte degli apparati militari sunniti passassero nelle fila del movimento radicale Stato Islamico del Levante e Iraq (Daesh), apportando a tutta la galassia di guerriglieri “stranieri” presenti sul territorio sia la conoscenza del territorio nel quale combattere sia le proprie competenze in materia di preparazione e addestramento militare.
L’ascesa del movimento Daesh è stata proprio per questi motivi così rapida e costante dalla sua nascita fino alla sua espansione nello stato iracheno ed in quello siriano. Lo stesso si può dire delle differenti ingerenze straniere (Arabia Saudita, Turchia e Qatar) nel primo periodo della guerra civile siriana. I militanti salafiti sia siriani, ma soprattutto “stranieri”, hanno progressivamente preso pieno possesso ed egemonizzato il conflitto contro il regime di Bashar al-Assad a discapito di gruppi siriani ribelli sia laici (Esercito Siriano Liberazione) che jihadisti, anche se legati ad Al Qaida, come il Fronte Al-Nusra. La loro ascesa è stata inevitabile grazie anche agli ingenti finanziamenti provenienti prevalentemente dagli Stati del Golfo.
Come ultimo elemento di analisi, infine, resta l’attualità di questi giorni e la crudeltà dei diversi attentati sia in Europa che nel vicino oriente. L’attentato di Bamako in Mali, ha evidenziato, inoltre, un altro aspetto di criticità: la lotta per il predominio nella galassia jihadista tra Al Qaida e Daesh. Da questo punto di vista Daesh sta avendo un impressionante sviluppo e sostegno legato principalmente a due motivi. Il primo è legato al fatto che nell’ideologia islamista radicale Daesh (Dawla Islamiyya- Stato Islamico-ndr) incarna quell’idealità che lo rende attraente a tutti i foreign fighters che cercano di raggiungere il suo territorio: uno stato islamico sovrannazionale che supera i vecchi confini imposti dalle potenze coloniali e che accoglie tutta la Umma (Comunità-ndr) che crede nel wahabbismo. Uno stato islamico che applica integralmente la sharia, la lotta o jihad contro i miscredenti che siano laici, sciiti, yazidi o drusi. Il secondo motivo è legato alla forza economica che Daesh possiede grazie ai finanziamenti esteri provenienti dai paesi del Golfo ed alla vendita di petrolio e di reperti archeologici, favorito, anche, dalla connivenza dello stato turco. Questa ricchezza gli ha permesso nel giro di pochi anni di finanziare e sostenere altri movimenti in molti paesi, dal maghreb al sud est asiatico (Algeria, Egitto, Mali, Nigeria, Libia, Indonesia, Filippine), a sfavore di Al Qaida.
Entrambi gli schieramenti radicali (Daesh e Al Qaida) sono in una fase di lotta per l’egemonia sui militanti radicali della galassia jihadista e cercano, purtroppo, di alzare il livello di terrore sia nei paesi musulmani che in quelli europei o americani: la competizione è legata a chi provoca attentati più atroci e brutali per avere una maggiore propaganda mediatica nel mondo. Restano analoghe, però, le modalità e gli obiettivi nella strategia degli attentatori jihadisti, a Beirut come Parigi, in Sinai come negli Stati Uniti. La priorità è quella di colpire esclusivamente civili nella loro quotidianità: dalle moschee agli ospedali, dai locali pubblici agli stadi di calcio. Come simili appaiono le finalità: in medio-oriente far crescere la tensione nei confronti delle differenti comunità per un’eventuale peggioramento del conflitto sociale ed etnico. In Europa: aumentare la discriminazione e l’omologazione verso la comunità musulmana, puntare ad una sua marginalizzazione al fine di indottrinare nuovi “combattenti” ghettizzati ai margini delle periferie francesi o europee in genere. Far crescere il conflitto sociale e offrire la possibilità di cavalcare l’onda a quei partiti della destra xenofoba (da Le Pen a Trump), stessa faccia della medaglia jihadista, che demagogicamente spingono per una lotta contro l’Islam in generale, contro tutti i musulmani e sono favorevoli a nuove guerre distruttive per continuare ad alimentare nuovamente questi movimenti radicali.
Fonte
Sunniti- Sciiti
La prima differenza fondamentale, da analizzare, nel mondo musulmano è quella tra sunniti e sciiti. Questa divisione è prettamente storica, legata alla successione del califfato dopo la morte del Profeta Muhammad, ed ha poche differenze sia in termini dottrinali che teologici. Sia i sunniti che gli sciiti credono in Allah, nel sacro Corano e nel profeta Muhammad. L’unica differenza sostanziale è che, mentre i sunniti non hanno un vero e proprio clero, l’imam è quella persona che guida i fedeli nella preghiera ma è considerato uguale agli altri, gli sciiti nel corso dei secoli hanno sviluppato un clero dai mullah fino ai diversi Ayatollah. Gli sciiti rappresentano il 10% dei fedeli musulmani e sono, ormai, circoscritti in aree e paesi ben definiti: l’Iran, l’Iraq, il Libano, il Bahrein e lo Yemen. Tutte aree dove, ad oggi, ci sono dei conflitti legati a quello che ormai sta avvenendo nei paesi del medio oriente: vale a dire uno scontro per il predominio nell’area tra i sunniti, guidati principalmente da Arabia Saudita, paesi del Golfo e Turchia con i militanti jihadisti utilizzati come strumento militare, e gli sciiti con alla guida lo stato iraniano.
Radicalismo islamico: neotradizionalisti e radicali
A questa guerra per il predomino politico nel medio-oriente che coinvolge nazioni delle regione (Arabia Saudita, Turchia e Iran) e potenze mondiali (Stati Uniti e Russia) si lega lo sviluppo e l’ascesa del radicalismo islamico. Soggetto politico marginale fino agli anni '70, esso si pone come radicale alternativa di sistema ai fallimenti di modelli “occidentalizzanti” come il nazionalismo ed il socialismo arabo. In realtà l’islamismo radicale e il suo sviluppo in reti transnazionali ha, inoltre, una precisa origine socio-politica: esso è espressione di una dissidenza all’interno di società musulmane in opposizione a regimi dittatoriali, nei quali l’unico posto accessibile e “relativamente” libero per la propaganda politica è stato da sempre la moschea. Il movimento islamista contemporaneo è, ad oggi, caratterizzato da due anime: quella neo tradizionalista e quella radicale. Esse non divergono sugli obiettivi, la costruzione di uno stato islamico, ma sui mezzi per realizzarlo.
Il movimento neotradizionalista mira a islamizzare la società a partire dal “basso”, dal sociale: la sua azione è incentrata prevalentemente sull’islamizzazione del quotidiano attraverso l’utilizzo del sistema di welfare che va dalle mense per i poveri, agli ospedali, all’istruzione religiosa sino alla costruzione di scuole. Il movimento neotradizionalista mira, quindi, a ottenere il proprio sostegno attraverso un’azione continua sulla società. I partiti politici che hanno avuto questo tipo di approccio sono ad esempio, En-Nahada in Tunisia o i Fratelli Musulmani in Egitto, i quali però, dopo una veloce ascesa politica in seguito alle primavere arabe, non sono stati in grado di governare o hanno mostrato il loro approccio poco “democratico” e dispotico.
Per i movimenti radicali, tra di essi Al-Qaida ed oggi Daesh, l’islamizzazione della società non può che avvenire dall’”alto”, dal politico inteso come dominio pieno dello stato. La conquista del potere è considerata come elemento chiave per la realizzazione dello stato islamico visto che solo il pieno controllo dello stato permette di forgiare la nuova comunità. In essi c’è sempre il richiamo ad una guida religiosa che veste i panni di califfo o Amir, Osama Bin Laden e poi Al-Zarqawi per al Al Qaida o al Baghdadi per Daesh, che opera attraverso un gruppo ristretto di saggi o assemblea consultiva che è denominata Shura. Questo è un aspetto fondamentale all’interno dell’immaginario islamista perché tutti gli altri, dagli ulema ai semplici credenti che discordano dalla loro visione dell’Islam o dagli appartenenti alle altre confessioni agli sciiti, vengono considerati miscredenti e, quindi, da combattere.
Occidente e mass-media
Un altro aspetto fondamentale dell’ideologia islamista radicale è la lotta contro l’occidente. Questa ossessione nasce e si sviluppa come conseguenza dell’appoggio degli stati occidentali ai vari regimi repressivi e dittatoriali del vicino e medio-oriente, appoggio incondizionato che non si è spezzato neanche dopo l’avvento delle primavere arabe nel 2011. Permane, infatti, nella politica estera occidentale la convinzione che sostenere regimi autoritari garanti dell’ordine sia sempre meglio che favorire l’ascesa dei movimenti radicali. Al contrario questa dicotomia tra autoritarismo e islamismo radicale va di pari passo e, in effetti, l’una si alimenta con l’altra. Basti pensare al sostegno incondizionato degli Stati Uniti nei confronti dell’Arabia Saudita, principale sostenitrice di Daesh in Siria, o di un regime come quello egiziano del generale Al-Sisi. L’appoggio incondizionato a tutti questi regimi garanti non tanto della stabilità, ma degli interessi economici e politici dei paesi occidentali nell’area, ha permesso ai regimi di sgretolare, nell’arco di questi decenni, il carattere pluralistico delle diverse società mediorientali attraverso la cancellazione di tutte le forme di dissenso all’interno di questi paesi.
I movimenti radicali hanno da sempre evidenziato un grosso limite: l’alienazione dal contesto sociale nel quale agiscono. La causa è legata alla loro crudeltà di azione, all’utilizzo del terrorismo e di attentati che colpiscono indiscriminatamente la popolazione inerme e, ovviamente, all’imposizione forzata dei dettami della Sharia (legge coranica-ndr) su tutta la popolazione ad essa assoggettata. Da un altro punto di vista, però, proprio a causa dell’errato approccio e dell’ingerenza degli stati occidentali nei paesi musulmani, i movimenti radicali hanno continuato ad alimentarsi, a trovare nuova linfa e ad essere finanziati. A causa del loro scarso radicamento nel territorio e della totale alienazione dalle popolazioni autoctone, i movimenti radicali utilizzano un altro tipo di sistema di propaganda. Non sono contrari, come verrebbe da pensare o come vengono alle volte dipinti dai media occidentali, alla modernità. Essi, però, applicano l’islamizzazione della modernità: utilizzano i mezzi di informazione video e informatici per ottenere quella visibilità che altrimenti non avrebbero. Dagli attentati alle torri gemelle nel 2001 si è passati ad un utilizzo quasi scientifico dei mass media e di internet da parte degli esponenti di Daesh proprio per amplificare all’ennesima potenza la potenziale propaganda ideologica per raggiungere il più alto numero di persone da “radicalizzare” online o per mostrare filmati “brutali” al semplice fine di terrorizzare il nemico.
Daesh e Al Qaida
Risulta, quindi, evidente che dalla formazione nei primi anni ‘80 dei primi mujahiddin in Afghanistan, indottrinati dal wahabbismo dell’Arabia Saudita e sostenuti economicamente e militarmente dagli Stati Uniti, fino ai foreign fighters di Daesh in Siria, poche cose sono cambiate e gli errori sono sempre gli stessi: ingerenze da parte di potenze straniere regionali (Arabia Saudita, Qatar, Turchia) e occidentali (USA, Francia e Inghilterra), guerre studiate a tavolino che hanno causato ulteriori nuove destabilizzazioni (Iraq, Libia), finanziamenti e fornitura di armi a gruppi ribelli quasi sempre appartenenti alla galassia jihadista. Uno dei più grandi errori recenti delle amministrazioni occidentali con USA in testa è stato, infatti, l’intervento militare voluto dal presidente George W. Bush nel 2003 in Iraq. Dopo pochi mesi il regime di Saddam Hussein è crollato, ma con esso sono stati soppressi tutti gli apparati burocratici e di pubblica sicurezza del paese. Questo ha portato ad un progressivo aumento di guerriglieri jihadisti in quel territorio, ad una costante escalation di attentati terroristici ed ad una progressiva instabilità in tutta l’area. Un altro errore dell’amministrazione americana è stato quello di frazionare il paese su base confessionale, favorendo da una parte la comunità sciita e lasciando che tutta la rappresentanza tribale e burocratica sunnita venisse progressivamente messa da parte ed esclusa dalla nuova scena politica irachena. Una scelta simile è stata l’humus ideale perché la maggior parte degli apparati militari sunniti passassero nelle fila del movimento radicale Stato Islamico del Levante e Iraq (Daesh), apportando a tutta la galassia di guerriglieri “stranieri” presenti sul territorio sia la conoscenza del territorio nel quale combattere sia le proprie competenze in materia di preparazione e addestramento militare.
L’ascesa del movimento Daesh è stata proprio per questi motivi così rapida e costante dalla sua nascita fino alla sua espansione nello stato iracheno ed in quello siriano. Lo stesso si può dire delle differenti ingerenze straniere (Arabia Saudita, Turchia e Qatar) nel primo periodo della guerra civile siriana. I militanti salafiti sia siriani, ma soprattutto “stranieri”, hanno progressivamente preso pieno possesso ed egemonizzato il conflitto contro il regime di Bashar al-Assad a discapito di gruppi siriani ribelli sia laici (Esercito Siriano Liberazione) che jihadisti, anche se legati ad Al Qaida, come il Fronte Al-Nusra. La loro ascesa è stata inevitabile grazie anche agli ingenti finanziamenti provenienti prevalentemente dagli Stati del Golfo.
Come ultimo elemento di analisi, infine, resta l’attualità di questi giorni e la crudeltà dei diversi attentati sia in Europa che nel vicino oriente. L’attentato di Bamako in Mali, ha evidenziato, inoltre, un altro aspetto di criticità: la lotta per il predominio nella galassia jihadista tra Al Qaida e Daesh. Da questo punto di vista Daesh sta avendo un impressionante sviluppo e sostegno legato principalmente a due motivi. Il primo è legato al fatto che nell’ideologia islamista radicale Daesh (Dawla Islamiyya- Stato Islamico-ndr) incarna quell’idealità che lo rende attraente a tutti i foreign fighters che cercano di raggiungere il suo territorio: uno stato islamico sovrannazionale che supera i vecchi confini imposti dalle potenze coloniali e che accoglie tutta la Umma (Comunità-ndr) che crede nel wahabbismo. Uno stato islamico che applica integralmente la sharia, la lotta o jihad contro i miscredenti che siano laici, sciiti, yazidi o drusi. Il secondo motivo è legato alla forza economica che Daesh possiede grazie ai finanziamenti esteri provenienti dai paesi del Golfo ed alla vendita di petrolio e di reperti archeologici, favorito, anche, dalla connivenza dello stato turco. Questa ricchezza gli ha permesso nel giro di pochi anni di finanziare e sostenere altri movimenti in molti paesi, dal maghreb al sud est asiatico (Algeria, Egitto, Mali, Nigeria, Libia, Indonesia, Filippine), a sfavore di Al Qaida.
Entrambi gli schieramenti radicali (Daesh e Al Qaida) sono in una fase di lotta per l’egemonia sui militanti radicali della galassia jihadista e cercano, purtroppo, di alzare il livello di terrore sia nei paesi musulmani che in quelli europei o americani: la competizione è legata a chi provoca attentati più atroci e brutali per avere una maggiore propaganda mediatica nel mondo. Restano analoghe, però, le modalità e gli obiettivi nella strategia degli attentatori jihadisti, a Beirut come Parigi, in Sinai come negli Stati Uniti. La priorità è quella di colpire esclusivamente civili nella loro quotidianità: dalle moschee agli ospedali, dai locali pubblici agli stadi di calcio. Come simili appaiono le finalità: in medio-oriente far crescere la tensione nei confronti delle differenti comunità per un’eventuale peggioramento del conflitto sociale ed etnico. In Europa: aumentare la discriminazione e l’omologazione verso la comunità musulmana, puntare ad una sua marginalizzazione al fine di indottrinare nuovi “combattenti” ghettizzati ai margini delle periferie francesi o europee in genere. Far crescere il conflitto sociale e offrire la possibilità di cavalcare l’onda a quei partiti della destra xenofoba (da Le Pen a Trump), stessa faccia della medaglia jihadista, che demagogicamente spingono per una lotta contro l’Islam in generale, contro tutti i musulmani e sono favorevoli a nuove guerre distruttive per continuare ad alimentare nuovamente questi movimenti radicali.
Fonte
08/12/2015
Isis: in un mondo senza frontiere, sono lontani i giorni in cui potevamo combattere guerre straniere e rimanere sicuri a casa nostra
Robert Fisk – The Indipendent – traduzione a cura di Francis Turner, della Redazione di Torino
All'inizio del 2014 l'Isis ha pubblicato uno dei suoi primi video. Perlopiù sconosciuto in Europa, non aveva né la professionalità agile e all'avanguardia dei suoi successivi video sulle esecuzioni, né l'inquietante musica "Nasheed" che accompagna la maggior parte della sua propaganda. Invece una camera a mano ha mostrato un bulldozer che abbatteva un bastione di sabbia che aveva segnato il confine tra Iraq e Siria. Quando la macchina ha distrutto la barricata di terra, la fotocamera si è abbassata su un manifesto scritto a mano che si trovava nella sabbia. Recitava (queste parole): "Fine di Sykes-Picot".
Come centinaia di migliaia di arabi in Medio Oriente, per i quali Sykes-Picot è un'espressione quasi cancerogena, ho guardato questo primo video dell'Isis a Beirut. Le sanguinose conseguenze dei confini che il diplomatico inglese Mark Sykes e quello francese François Georges-Picot tracciarono in segreto durante la Prima Guerra Mondiale – che originariamente assegnavano alla Francia la Siria, il Monte Libano e il nord dell'Iraq, e alla Gran Bretagna la Palestina, la Cisgiordania e il resto dell'Iraq – sono note ad ogni arabo, cristiano e musulmano e certamente a ciascun ebreo di questa regione. Rimossero i governatorati del vecchio Impero Ottomano ormai morente e crearono nazioni artificiali in cui confini, torri di guardia e colline di sabbia separavano tribù, famiglie e popoli. [I confini tracciati da Sykes e Picot] erano una produzione coloniale anglo-francese.
La stessa notte in cui vidi questo video dell'Isis mi trovavo in visita al leader druso libanese, Walid Jumblatt. “La fine di Sykes-Picot!” mi urlò. “Spazzatura”, sibilai io. Ma ovviamente io mi sbagliavo e Jumblatt aveva ragione. Aveva immediatamente colto come l'Isis ottenesse simbolicamente – ma con una velocità mozzafiato – quello che così tanti arabi avevano cercato per quasi 100 anni: il disfacimento dei falsi confini con cui i vincitori della Prima Guerra Mondiale – perlopiù i britannici e i francesi – avevano diviso il popolo arabo. Era una nostra costruzione coloniale – non sono state solo le frontiere che gli abbiamo imposto ad avvelenare le loro vite, ma anche le amministrazioni e le false democrazie che abbiamo instaurato in maniera fraudolenta e i mandati e le amministrazioni fiduciarie che ci permettevano di dominarli. Colin Powell ha reclamato proprio un'amministrazione fiduciaria sul petrolio iracheno prima dell'illegale invasione anglo-americana del 2003.
Abbiamo imposto re agli arabi – confezionammo un 96 per cento al referendum in Iraq a favore del Re Faisal, appartenente alla stirpe Hashemita [la famiglia reale che tutt'ora regna in Giordania e che ha regnato in Iraq dal 1921 al 1958, ndr] – e poi li abbiamo riforniti di generali e dittatori. I popoli della Libia, della Siria, dell'Egitto e dell'Iraq – che sono stati invasi dalla Gran Bretagna nel XIX secolo – hanno ricevuto in dono governi mendaci, polizia brutale, giornali bugiardi e elezioni farsa. Mubarak raggiunse perfino Faisal con un'epica vittoria elettorale al 96 per cento. Per gli arabi “democrazia” non significava libertà di parola e libertà di eleggere i propri leader, ma si riferiva piuttosto alle “democratiche” nazioni occidentali che continuavano a supportare i crudeli dittatori che li opprimevano.
Perciò le rivoluzioni arabe che hanno eroso il Medio Oriente nel 2011 – dimenticatevi delle “Primavere Arabe”, una creatura di origine Hollywoodiana – non chiedevano democrazia. I manifesti nelle strade del Cairo, di Tunisi, di Damasco e dello Yemen chiedevano dignità e giustizia, due prodotti che certamente non abbiamo cercato per gli arabi. La giustizia per i palestinesi, o per i Curdi o per gli armeni annientati del 1915, o per tutti i popoli arabi sofferenti – non era un qualcosa che fosse affidato a noi. Ma penso che avremmo dovuto approfondire molto di più la nostra analisi sui cambiamenti titanici occorsi nel 2011.
Nei miei reportage sulle sollevazioni le ho attribuite alla accresciuta istruzione e ai maggiori viaggi fatti dalla comunità araba attraverso il Medio Oriente. Benché riconoscessi il potere dei social media e di internet, c'era qualcosa di più complicato all'opera. Gli arabi si sono svegliati da un sonno profondo. Hanno rifiutato di essere ancora i “figli” di figure patriarcali – Nasser e Sadat, Mubarak, Assad e Gheddafi e, nei sui primi anni, Saddam. Si sono risvegliati e hanno scoperto che i propri governi erano composti di bambini, uno dei quali – Mubarak – aveva 83 anni. Gli arabi volevano possedere le proprie città e i propri villaggi. Volevano possedere il posto in cui vivevano, il che comprendeva la gran parte del Medio Oriente.
Ma ora penso che mi sbagliassi. Col senno di poi, ho tristemente frainteso che cosa rappresentassero quelle rivoluzioni. Un indizio, forse, sta nell'importanza dei movimenti sindacali. Dove i sindacati, con il loro socialismo transnazionale e le credenziali anticoloniali, erano forti – in Egitto e in Tunisia – il bagno di sangue rivoluzionario è stato molto minore che in nazioni che avevano del tutto vietato il sindacalismo – la Libia, ad esempio – o che avevano aggregato il movimento sindacale al regime, cosa che era avvenuta da tempo in Siria o in Yemen. Il socialismo ha attraversato i confini. Tuttavia perfino questo non spiega gli eventi del 2011.
Ora credo che ciò che veramente accadde quell'anno fu una convinzione assai più radicata negli arabi; ossia che le istituzioni che noi occidentali abbiamo costruito per queste persone 100 anni fa erano del tutto prive di senso, che la statualità che abbiamo successivamente assegnato alle nazioni artificiali con confini parimenti artificiali era priva di significato. Stavano rifiutando l’intera costruzione che gli avevamo imposto. Non cambia l’equazione il fatto che l’Egitto, dopo un breve periodo del governo eletto dei Fratelli Musulmani, sia ritornato ad un patriarcato militare – così come non lo cambia la successiva e assolutamente prevedibile acquiescenza occidentale riguardo a questo. Benché le rivoluzioni – almeno all’inizio – siano largamente rimaste all’interno dei confini nazionali, questi confini cominciarono a perdere il loro significato.
Hamas a Gaza e i Fratelli Musulmani divennero una cosa sola, la frontiera fra Sinai e Gaza cominciò a sgretolarsi. Poi il collasso della Libia rese aperti, e perciò inesistenti, i confini precedentemente fissati da Gheddafi. Le sue armi, incluse quelle chimiche, furono vendute ai ribelli in Egitto e Siria. La Tunisia, che adesso pensiamo sia la cocca dei nostri cuori occidentali per la sua adesione alla “democrazia”, è ora a rischio di implosione perché i suoi confini con la Libia e l’Algeria sono aperti al trasbordo di armi verso i gruppi islamici. Il controllo dell’Isis di queste entità prive di frontiere significa che la sua stessa esistenza transnazionale è garantita, da Fallujah in Iraq fino ai confini di Aleppo in Siria, dalla Nigeria al Niger e al Chad.
L’Isis può pertanto indebolire l’economia di ogni paese attraverso cui passa, far saltare in aria un aereo russo in partenza da Sharm el-Sheikh, attaccare il museo del Bardo a Tunisi o le spiagge di Sousse [luogo di un recente attacco terroristico in Tunisia, ndr]. C’è stato un tempo – quando i terroristi islamici attaccarono la sinagoga ebraica nell’isola tunisina di Djerba nel 2002 – in cui il turismo poteva continuare. Ma questo succedeva quando la Libia ancora esisteva. In quei giorni la polizia di Ben Ali era in grado di controllare la sicurezza interna della Tunisia; l’esercito era lasciato debole così che non potesse mettere in atto un colpo di stato. Perciò oggi, ovviamente, il quasi impotente esercito tunisino non può difendere le sue frontiere.
La comprensione di questo nuovo fenomeno da parte dell’Isis è stata anteriore alla nostra. Ma il fatto che l’Isis abbia realizzato che le frontiere erano in sostanza indifese nell’era moderna ha coinciso con la disillusione popolare degli arabi verso le proprie nazioni inventate. La maggior parte dei milioni di rifugiati siriani e afghani che si sono riversati in Libano, in Turchia e in Giordania e poi a Nord verso l’Europa non intendono ritornare – mai più – in stati che li hanno delusi poiché certamente questi stati – nella testa dei rifugiati – non esistono più. Questi non sono tanto “stati falliti” quanto piuttosto nazioni immaginarie che ormai non hanno nessuno scopo.
Cominciai a capire questo quando, a luglio, mentre stavo seguendo la crisi economica greca, ho viaggiato verso il confine fra Grecia e Macedonia con Medici senza Frontiere. Questo è successo molto prima che la vicenda dei rifugiati arabi che stavano entrando in Europa attirasse l’attenzione dell’UE o dei media, nonostante gli annegamenti nel Mediterraneo fossero stati a lungo una tragedia a cadenza regolare sugli schermi televisivi. Aylan Kurdi, il bambino che sarebbe stato trovato annegato su una spiaggia turca, aveva ancora altri due mesi da vivere. Ma nei campi lungo il confine macedone c’erano migliaia di siriani e afghani. Venivano a centinaia attraverso i campi di grano, un esercito di vagabondi che avrebbero potuto essere in fuga dalla Guerra dei Cent’Anni, le donne con i piedi bruciati da cucine a gas esplose, gli uomini con le ferite lungo il corpo a causa dei colpi delle guardie di frontiera. Due di essi li conoscevo anche personalmente, fratelli provenienti da Aleppo che avevo incontrato due anni prima in Siria. E quando parlarono, mi resi conto che stavano parlando della Siria al passato. Parlavano di un “laggiù” e di “quella che una volta era casa”. Non credevano più alla Siria. Non credevano più nelle frontiere.
E, cosa molto più importante per l'occidente, chiaramente non credevano più nemmeno alle nostre frontiere. Sono passati attraverso le frontiere europee con la stessa indifferenza con cui hanno attraversato quelle dalla Siria alla Turchia o al Libano. Noi, i creatori delle frontiere del Medio Oriente, abbiamo scoperto che anche i nostri confini nazionali storicamente determinati non hanno significato per queste persone. Volevano andare in Germania o in Svezia e intendevano farlo camminando, tuttavia molti poliziotti sono stati mandati a picchiarli o inondarli di lacrimogeni in un vano tentativo di salvaguardare la sovranità nazionale delle frontiere dell'UE.
Il nostro shock – o meglio la nostra indignazione – nello scoprire che le nostre preziose frontiere non erano rispettate da queste armate di poveri, in gran parte musulmani, era in netto contrasto con la nostra allegra inosservanza delle frontiere arabe. Saddam è stato fra i primi a mostrare il suo odio per queste linee tracciate nella sabbia. Non gli importò nulla del diritto internazionale quando invase l'Iran nel 1980 – con l'aiuto dell'intelligence da parte degli USA – o il Kuwait nel 1990, quando divelse la vecchia frontiera dell'Emirato e lo reclamò come provincia irachena. Ma l'occidente ha lanciato così tanti attacchi aerei nei confini del Medio Oriente, a partire dalla liberazione del Kuwait nel 1991, che abbiamo ben poco bisogno di cercare precedenti ora che le forze aree arabe stanno attraversando regolarmente i confini nazionali mediorientali insieme ai nostri cacciabombardieri.
A parte la nostra lugubre avventura afghana e la nostra invasione dell'Iraq del tutto illegale nel 2003, la nostra aviazione, insieme agli aerei di varie pseudo-democrazie locali, sta bombardano da così tanto tempo la Libia, l'Iraq e la Siria che questo stato di cose è divenuto una routine, quasi la normalità, poco meritevole di un titolo in prima pagina. I sauditi stanno bombardando in Iraq, Siria e Yemen. I giordani stanno bombardando la Siria. Gli Emirati stanno bombardando lo Yemen. E ora i francesi stanno bombardando la città siriana di Raqqa perfino di più di quando hanno bombardato la città siriana di Raqqa due mesi fa – quando il Presidente francese François Hollande non ci aveva detto che la Francia era “in guerra”. Il punto, ovviamente, è che siamo diventati così abituati ad attaccare territori arabi – la Francia è divenuta così assuefatta a mandare i suoi soldati e le sue forze aeree in Africa e in Medio Oriente a colpire e bombardare coloro chi ritiene i suoi nemici – che solo quando i musulmani hanno cominciato ad attaccare le nostre capitali abbiamo annunciato improvvisamente che eravamo “in guerra”.
Non c'erano codici rossi o codici arancioni nelle capitali Arabe. Esisteva uno stato permanente da codice rosso, la loro gente piegata sotto “leggi di emergenza” imposte da dittatori supportati dall'Occidente, una legislazione perfino più iniqua di quella che i nostri padroni politici europei ora desiderano imporci. Ovviamente dopo la catastrofe irachena preferiamo usare le milizie locali perchè facciano il lavoro sporco al nostro posto. Perciò i Curdi sono diventati i nostri soldati di terra contro l'Isis, o le milizie irachene Shia o gli iraniani o – benché non si debba ammetterlo – l'esercito siriano e gli Hezbollah libanesi.
L'Isis ha risposto in maniera strana a questa politica raccapricciante. Nonostante molte atrocità in Europa siano state commesse da uomini che sono stati presumibilmente “radicalizzati” in Siria, i killer sono di solito cellule locali; musulmani britannici in UK, musulmani francesi che erano cittadini francesi o residenti in Belgio. L'importanza di questo – l'Isis chiaramente intende provocare una guerra civile in Europa, specialmente fra l'enorme numero di musulmani francesi di origine algerina e la polizia e l'elite politica della Francia – è stata detta sussurrando. Addirittura la gran parte della copertura mediatica del massacro di Parigi ha spesso evitato proprio la parola “musulmani”.
Cosi come qualsiasi incomprensione esprimiamo a proposito del mondo senza confini in cui gli arabi pensano di muoversi non si collega in nessun modo alla nazione che più di tutte fra quelle del medio oriente è senza confini, Israele.
La dichiarazione di Arthur Balfour, che diede il supporto della Gran Bretagna ad una terra patria ebraica in Palestina durante la stessa guerra in cui Mr. Sykes e M. Georges-Picot stavano immaginando di dividere il Mondo arabo, ha anticipato nuovi confini all'interno della stessa Palestina, confini che oggi sono largamente non definiti. Le frontiere di Israele internazionalmente riconosciute sono ignorate dallo stesso governo israeliano, poiché esso non dichiarerà mai dove siano esattamente i suoi confini orientali. Si trovano lungo la prima linea di Gerusalemme vecchia? Si trovano lungo il grottesco muro israeliano che ha effettivamente rubato la terra palestinese della Cisgiordania? Lo stato di Israele include ogni colonia ebraica costruita su terra rubata ai palestinesi della Cisgiordania? Oppure si estende per tutta la lunghezza del fiume Giordano, distruggendo pertanto ogni stato palestinese che potrà mai esistere?
Quando gli israeliani chiedono ai loro critici di riconoscere il diritto ad Israele di esistere, gli si dovrebbe richiedere di dichiarare di quale particolare Israele stiano parlando: quello legale riconosciuta dall'ONU – o “Israele proprio” come la chiamiamo – oppure un Israele che include l'intera Cisgiordania – o “Israele improprio”, come assurdamente non lo chiamiamo.
Il nostro supporto a un Israele che non ci ha detto quale sia la collocazione dei suoi confini orientali va in parallelo con il nostro rifiuto di riconoscere – a meno che non ci piacciano – i confini del mondo arabo. Siamo noi, dopotutto, che possiamo tracciare “linee nella sabbia” o “linee rosse”. Siamo noi Europei che decidiamo dove la civilizzazione inizi e dove finisca. È il primo ministro dell'Ungheria che decide esattamente fin dove spingere le sue forze per difendere “la civilizzazione cristiana”. Siamo noi occidentali che abbiamo la probità morale per decidere se la sovranità nazionale nel Medio Oriente debba essere rispettata o abusata.
Ma quando gli arabi stessi decidono di porre fine a tutto il pastrocchio e cercano il loro futuro nelle “nostre” terre, invece che nelle “loro” terre, questa politica non funziona più. È davvero incredibile quanto facilmente dimentichiamo che il più grande rompi-frontiere dei tempi moderni fosse un europeo, che voleva distruggere gli ebrei d'Europa ma che – dati i suoi commenti razzisti riguardo i Musulmani nel Mein Kampf – avrebbe potuto continuare il suo olocausto includendo gli arabi. Abbiamo persino il coraggio di chiamar gli assassini di Parigi “fascioislamici”, come il grande pseudo-filosofo francese Bernard-Henri Levy ha appena scritto sulla stampa. L'isis è indubbiamente nazista, ma nel momento in cui utilizziamo la parola “Islam” in questo contesto stiamo dipingendo una svastica sul Medio Oriente. Levy chiede più assistenza ai “nostri alleati curdi” perché l'alternativa è che “niente scarpe sul loro terreno significa più sangue sulle nostre”.
Ma questo è quello che George W. Bush e Tony Blair ci hanno detto prima di marciare nel cimitero iracheno nel 2003. Ci viene detto di non avere pietà. Dobbiamo invadere il “loro” territorio per impedire che loro invadano il nostro. Ma sono passati i giorni in cui potevamo avere spedizioni straniere e aspettarci di essere sicuri a casa nostra. New York, Washington, Madrid, Londra, Parigi ci dicono tutte questa stessa cosa. Forse se parlassimo più di “giustizia” – corti, processi legali per gli assassini, per quanto ripugnanti essi possano essere, sentenze, prigioni, il riscatto per coloro che possono recuperare le loro anime perdute dal letamaio dell'Isis – saremmo un po' più sicuri nel nostro continente regnante. Dovrebbe esserci giustizia non solo per noi o per i nostri nemici, ma per i popoli del Medio Oriente che hanno sofferto nel secolo passato il teatrino delle dittature e delle istituzioni di cartapesta che abbiamo creato per loro – e che hanno aiutato l'Isis a prosperare.
Fonte
All'inizio del 2014 l'Isis ha pubblicato uno dei suoi primi video. Perlopiù sconosciuto in Europa, non aveva né la professionalità agile e all'avanguardia dei suoi successivi video sulle esecuzioni, né l'inquietante musica "Nasheed" che accompagna la maggior parte della sua propaganda. Invece una camera a mano ha mostrato un bulldozer che abbatteva un bastione di sabbia che aveva segnato il confine tra Iraq e Siria. Quando la macchina ha distrutto la barricata di terra, la fotocamera si è abbassata su un manifesto scritto a mano che si trovava nella sabbia. Recitava (queste parole): "Fine di Sykes-Picot".
Come centinaia di migliaia di arabi in Medio Oriente, per i quali Sykes-Picot è un'espressione quasi cancerogena, ho guardato questo primo video dell'Isis a Beirut. Le sanguinose conseguenze dei confini che il diplomatico inglese Mark Sykes e quello francese François Georges-Picot tracciarono in segreto durante la Prima Guerra Mondiale – che originariamente assegnavano alla Francia la Siria, il Monte Libano e il nord dell'Iraq, e alla Gran Bretagna la Palestina, la Cisgiordania e il resto dell'Iraq – sono note ad ogni arabo, cristiano e musulmano e certamente a ciascun ebreo di questa regione. Rimossero i governatorati del vecchio Impero Ottomano ormai morente e crearono nazioni artificiali in cui confini, torri di guardia e colline di sabbia separavano tribù, famiglie e popoli. [I confini tracciati da Sykes e Picot] erano una produzione coloniale anglo-francese.
La stessa notte in cui vidi questo video dell'Isis mi trovavo in visita al leader druso libanese, Walid Jumblatt. “La fine di Sykes-Picot!” mi urlò. “Spazzatura”, sibilai io. Ma ovviamente io mi sbagliavo e Jumblatt aveva ragione. Aveva immediatamente colto come l'Isis ottenesse simbolicamente – ma con una velocità mozzafiato – quello che così tanti arabi avevano cercato per quasi 100 anni: il disfacimento dei falsi confini con cui i vincitori della Prima Guerra Mondiale – perlopiù i britannici e i francesi – avevano diviso il popolo arabo. Era una nostra costruzione coloniale – non sono state solo le frontiere che gli abbiamo imposto ad avvelenare le loro vite, ma anche le amministrazioni e le false democrazie che abbiamo instaurato in maniera fraudolenta e i mandati e le amministrazioni fiduciarie che ci permettevano di dominarli. Colin Powell ha reclamato proprio un'amministrazione fiduciaria sul petrolio iracheno prima dell'illegale invasione anglo-americana del 2003.
Abbiamo imposto re agli arabi – confezionammo un 96 per cento al referendum in Iraq a favore del Re Faisal, appartenente alla stirpe Hashemita [la famiglia reale che tutt'ora regna in Giordania e che ha regnato in Iraq dal 1921 al 1958, ndr] – e poi li abbiamo riforniti di generali e dittatori. I popoli della Libia, della Siria, dell'Egitto e dell'Iraq – che sono stati invasi dalla Gran Bretagna nel XIX secolo – hanno ricevuto in dono governi mendaci, polizia brutale, giornali bugiardi e elezioni farsa. Mubarak raggiunse perfino Faisal con un'epica vittoria elettorale al 96 per cento. Per gli arabi “democrazia” non significava libertà di parola e libertà di eleggere i propri leader, ma si riferiva piuttosto alle “democratiche” nazioni occidentali che continuavano a supportare i crudeli dittatori che li opprimevano.
Perciò le rivoluzioni arabe che hanno eroso il Medio Oriente nel 2011 – dimenticatevi delle “Primavere Arabe”, una creatura di origine Hollywoodiana – non chiedevano democrazia. I manifesti nelle strade del Cairo, di Tunisi, di Damasco e dello Yemen chiedevano dignità e giustizia, due prodotti che certamente non abbiamo cercato per gli arabi. La giustizia per i palestinesi, o per i Curdi o per gli armeni annientati del 1915, o per tutti i popoli arabi sofferenti – non era un qualcosa che fosse affidato a noi. Ma penso che avremmo dovuto approfondire molto di più la nostra analisi sui cambiamenti titanici occorsi nel 2011.
Nei miei reportage sulle sollevazioni le ho attribuite alla accresciuta istruzione e ai maggiori viaggi fatti dalla comunità araba attraverso il Medio Oriente. Benché riconoscessi il potere dei social media e di internet, c'era qualcosa di più complicato all'opera. Gli arabi si sono svegliati da un sonno profondo. Hanno rifiutato di essere ancora i “figli” di figure patriarcali – Nasser e Sadat, Mubarak, Assad e Gheddafi e, nei sui primi anni, Saddam. Si sono risvegliati e hanno scoperto che i propri governi erano composti di bambini, uno dei quali – Mubarak – aveva 83 anni. Gli arabi volevano possedere le proprie città e i propri villaggi. Volevano possedere il posto in cui vivevano, il che comprendeva la gran parte del Medio Oriente.
Ma ora penso che mi sbagliassi. Col senno di poi, ho tristemente frainteso che cosa rappresentassero quelle rivoluzioni. Un indizio, forse, sta nell'importanza dei movimenti sindacali. Dove i sindacati, con il loro socialismo transnazionale e le credenziali anticoloniali, erano forti – in Egitto e in Tunisia – il bagno di sangue rivoluzionario è stato molto minore che in nazioni che avevano del tutto vietato il sindacalismo – la Libia, ad esempio – o che avevano aggregato il movimento sindacale al regime, cosa che era avvenuta da tempo in Siria o in Yemen. Il socialismo ha attraversato i confini. Tuttavia perfino questo non spiega gli eventi del 2011.
Ora credo che ciò che veramente accadde quell'anno fu una convinzione assai più radicata negli arabi; ossia che le istituzioni che noi occidentali abbiamo costruito per queste persone 100 anni fa erano del tutto prive di senso, che la statualità che abbiamo successivamente assegnato alle nazioni artificiali con confini parimenti artificiali era priva di significato. Stavano rifiutando l’intera costruzione che gli avevamo imposto. Non cambia l’equazione il fatto che l’Egitto, dopo un breve periodo del governo eletto dei Fratelli Musulmani, sia ritornato ad un patriarcato militare – così come non lo cambia la successiva e assolutamente prevedibile acquiescenza occidentale riguardo a questo. Benché le rivoluzioni – almeno all’inizio – siano largamente rimaste all’interno dei confini nazionali, questi confini cominciarono a perdere il loro significato.
Hamas a Gaza e i Fratelli Musulmani divennero una cosa sola, la frontiera fra Sinai e Gaza cominciò a sgretolarsi. Poi il collasso della Libia rese aperti, e perciò inesistenti, i confini precedentemente fissati da Gheddafi. Le sue armi, incluse quelle chimiche, furono vendute ai ribelli in Egitto e Siria. La Tunisia, che adesso pensiamo sia la cocca dei nostri cuori occidentali per la sua adesione alla “democrazia”, è ora a rischio di implosione perché i suoi confini con la Libia e l’Algeria sono aperti al trasbordo di armi verso i gruppi islamici. Il controllo dell’Isis di queste entità prive di frontiere significa che la sua stessa esistenza transnazionale è garantita, da Fallujah in Iraq fino ai confini di Aleppo in Siria, dalla Nigeria al Niger e al Chad.
L’Isis può pertanto indebolire l’economia di ogni paese attraverso cui passa, far saltare in aria un aereo russo in partenza da Sharm el-Sheikh, attaccare il museo del Bardo a Tunisi o le spiagge di Sousse [luogo di un recente attacco terroristico in Tunisia, ndr]. C’è stato un tempo – quando i terroristi islamici attaccarono la sinagoga ebraica nell’isola tunisina di Djerba nel 2002 – in cui il turismo poteva continuare. Ma questo succedeva quando la Libia ancora esisteva. In quei giorni la polizia di Ben Ali era in grado di controllare la sicurezza interna della Tunisia; l’esercito era lasciato debole così che non potesse mettere in atto un colpo di stato. Perciò oggi, ovviamente, il quasi impotente esercito tunisino non può difendere le sue frontiere.
La comprensione di questo nuovo fenomeno da parte dell’Isis è stata anteriore alla nostra. Ma il fatto che l’Isis abbia realizzato che le frontiere erano in sostanza indifese nell’era moderna ha coinciso con la disillusione popolare degli arabi verso le proprie nazioni inventate. La maggior parte dei milioni di rifugiati siriani e afghani che si sono riversati in Libano, in Turchia e in Giordania e poi a Nord verso l’Europa non intendono ritornare – mai più – in stati che li hanno delusi poiché certamente questi stati – nella testa dei rifugiati – non esistono più. Questi non sono tanto “stati falliti” quanto piuttosto nazioni immaginarie che ormai non hanno nessuno scopo.
Cominciai a capire questo quando, a luglio, mentre stavo seguendo la crisi economica greca, ho viaggiato verso il confine fra Grecia e Macedonia con Medici senza Frontiere. Questo è successo molto prima che la vicenda dei rifugiati arabi che stavano entrando in Europa attirasse l’attenzione dell’UE o dei media, nonostante gli annegamenti nel Mediterraneo fossero stati a lungo una tragedia a cadenza regolare sugli schermi televisivi. Aylan Kurdi, il bambino che sarebbe stato trovato annegato su una spiaggia turca, aveva ancora altri due mesi da vivere. Ma nei campi lungo il confine macedone c’erano migliaia di siriani e afghani. Venivano a centinaia attraverso i campi di grano, un esercito di vagabondi che avrebbero potuto essere in fuga dalla Guerra dei Cent’Anni, le donne con i piedi bruciati da cucine a gas esplose, gli uomini con le ferite lungo il corpo a causa dei colpi delle guardie di frontiera. Due di essi li conoscevo anche personalmente, fratelli provenienti da Aleppo che avevo incontrato due anni prima in Siria. E quando parlarono, mi resi conto che stavano parlando della Siria al passato. Parlavano di un “laggiù” e di “quella che una volta era casa”. Non credevano più alla Siria. Non credevano più nelle frontiere.
E, cosa molto più importante per l'occidente, chiaramente non credevano più nemmeno alle nostre frontiere. Sono passati attraverso le frontiere europee con la stessa indifferenza con cui hanno attraversato quelle dalla Siria alla Turchia o al Libano. Noi, i creatori delle frontiere del Medio Oriente, abbiamo scoperto che anche i nostri confini nazionali storicamente determinati non hanno significato per queste persone. Volevano andare in Germania o in Svezia e intendevano farlo camminando, tuttavia molti poliziotti sono stati mandati a picchiarli o inondarli di lacrimogeni in un vano tentativo di salvaguardare la sovranità nazionale delle frontiere dell'UE.
Il nostro shock – o meglio la nostra indignazione – nello scoprire che le nostre preziose frontiere non erano rispettate da queste armate di poveri, in gran parte musulmani, era in netto contrasto con la nostra allegra inosservanza delle frontiere arabe. Saddam è stato fra i primi a mostrare il suo odio per queste linee tracciate nella sabbia. Non gli importò nulla del diritto internazionale quando invase l'Iran nel 1980 – con l'aiuto dell'intelligence da parte degli USA – o il Kuwait nel 1990, quando divelse la vecchia frontiera dell'Emirato e lo reclamò come provincia irachena. Ma l'occidente ha lanciato così tanti attacchi aerei nei confini del Medio Oriente, a partire dalla liberazione del Kuwait nel 1991, che abbiamo ben poco bisogno di cercare precedenti ora che le forze aree arabe stanno attraversando regolarmente i confini nazionali mediorientali insieme ai nostri cacciabombardieri.
A parte la nostra lugubre avventura afghana e la nostra invasione dell'Iraq del tutto illegale nel 2003, la nostra aviazione, insieme agli aerei di varie pseudo-democrazie locali, sta bombardano da così tanto tempo la Libia, l'Iraq e la Siria che questo stato di cose è divenuto una routine, quasi la normalità, poco meritevole di un titolo in prima pagina. I sauditi stanno bombardando in Iraq, Siria e Yemen. I giordani stanno bombardando la Siria. Gli Emirati stanno bombardando lo Yemen. E ora i francesi stanno bombardando la città siriana di Raqqa perfino di più di quando hanno bombardato la città siriana di Raqqa due mesi fa – quando il Presidente francese François Hollande non ci aveva detto che la Francia era “in guerra”. Il punto, ovviamente, è che siamo diventati così abituati ad attaccare territori arabi – la Francia è divenuta così assuefatta a mandare i suoi soldati e le sue forze aeree in Africa e in Medio Oriente a colpire e bombardare coloro chi ritiene i suoi nemici – che solo quando i musulmani hanno cominciato ad attaccare le nostre capitali abbiamo annunciato improvvisamente che eravamo “in guerra”.
Non c'erano codici rossi o codici arancioni nelle capitali Arabe. Esisteva uno stato permanente da codice rosso, la loro gente piegata sotto “leggi di emergenza” imposte da dittatori supportati dall'Occidente, una legislazione perfino più iniqua di quella che i nostri padroni politici europei ora desiderano imporci. Ovviamente dopo la catastrofe irachena preferiamo usare le milizie locali perchè facciano il lavoro sporco al nostro posto. Perciò i Curdi sono diventati i nostri soldati di terra contro l'Isis, o le milizie irachene Shia o gli iraniani o – benché non si debba ammetterlo – l'esercito siriano e gli Hezbollah libanesi.
L'Isis ha risposto in maniera strana a questa politica raccapricciante. Nonostante molte atrocità in Europa siano state commesse da uomini che sono stati presumibilmente “radicalizzati” in Siria, i killer sono di solito cellule locali; musulmani britannici in UK, musulmani francesi che erano cittadini francesi o residenti in Belgio. L'importanza di questo – l'Isis chiaramente intende provocare una guerra civile in Europa, specialmente fra l'enorme numero di musulmani francesi di origine algerina e la polizia e l'elite politica della Francia – è stata detta sussurrando. Addirittura la gran parte della copertura mediatica del massacro di Parigi ha spesso evitato proprio la parola “musulmani”.
Cosi come qualsiasi incomprensione esprimiamo a proposito del mondo senza confini in cui gli arabi pensano di muoversi non si collega in nessun modo alla nazione che più di tutte fra quelle del medio oriente è senza confini, Israele.
La dichiarazione di Arthur Balfour, che diede il supporto della Gran Bretagna ad una terra patria ebraica in Palestina durante la stessa guerra in cui Mr. Sykes e M. Georges-Picot stavano immaginando di dividere il Mondo arabo, ha anticipato nuovi confini all'interno della stessa Palestina, confini che oggi sono largamente non definiti. Le frontiere di Israele internazionalmente riconosciute sono ignorate dallo stesso governo israeliano, poiché esso non dichiarerà mai dove siano esattamente i suoi confini orientali. Si trovano lungo la prima linea di Gerusalemme vecchia? Si trovano lungo il grottesco muro israeliano che ha effettivamente rubato la terra palestinese della Cisgiordania? Lo stato di Israele include ogni colonia ebraica costruita su terra rubata ai palestinesi della Cisgiordania? Oppure si estende per tutta la lunghezza del fiume Giordano, distruggendo pertanto ogni stato palestinese che potrà mai esistere?
Quando gli israeliani chiedono ai loro critici di riconoscere il diritto ad Israele di esistere, gli si dovrebbe richiedere di dichiarare di quale particolare Israele stiano parlando: quello legale riconosciuta dall'ONU – o “Israele proprio” come la chiamiamo – oppure un Israele che include l'intera Cisgiordania – o “Israele improprio”, come assurdamente non lo chiamiamo.
Il nostro supporto a un Israele che non ci ha detto quale sia la collocazione dei suoi confini orientali va in parallelo con il nostro rifiuto di riconoscere – a meno che non ci piacciano – i confini del mondo arabo. Siamo noi, dopotutto, che possiamo tracciare “linee nella sabbia” o “linee rosse”. Siamo noi Europei che decidiamo dove la civilizzazione inizi e dove finisca. È il primo ministro dell'Ungheria che decide esattamente fin dove spingere le sue forze per difendere “la civilizzazione cristiana”. Siamo noi occidentali che abbiamo la probità morale per decidere se la sovranità nazionale nel Medio Oriente debba essere rispettata o abusata.
Ma quando gli arabi stessi decidono di porre fine a tutto il pastrocchio e cercano il loro futuro nelle “nostre” terre, invece che nelle “loro” terre, questa politica non funziona più. È davvero incredibile quanto facilmente dimentichiamo che il più grande rompi-frontiere dei tempi moderni fosse un europeo, che voleva distruggere gli ebrei d'Europa ma che – dati i suoi commenti razzisti riguardo i Musulmani nel Mein Kampf – avrebbe potuto continuare il suo olocausto includendo gli arabi. Abbiamo persino il coraggio di chiamar gli assassini di Parigi “fascioislamici”, come il grande pseudo-filosofo francese Bernard-Henri Levy ha appena scritto sulla stampa. L'isis è indubbiamente nazista, ma nel momento in cui utilizziamo la parola “Islam” in questo contesto stiamo dipingendo una svastica sul Medio Oriente. Levy chiede più assistenza ai “nostri alleati curdi” perché l'alternativa è che “niente scarpe sul loro terreno significa più sangue sulle nostre”.
Ma questo è quello che George W. Bush e Tony Blair ci hanno detto prima di marciare nel cimitero iracheno nel 2003. Ci viene detto di non avere pietà. Dobbiamo invadere il “loro” territorio per impedire che loro invadano il nostro. Ma sono passati i giorni in cui potevamo avere spedizioni straniere e aspettarci di essere sicuri a casa nostra. New York, Washington, Madrid, Londra, Parigi ci dicono tutte questa stessa cosa. Forse se parlassimo più di “giustizia” – corti, processi legali per gli assassini, per quanto ripugnanti essi possano essere, sentenze, prigioni, il riscatto per coloro che possono recuperare le loro anime perdute dal letamaio dell'Isis – saremmo un po' più sicuri nel nostro continente regnante. Dovrebbe esserci giustizia non solo per noi o per i nostri nemici, ma per i popoli del Medio Oriente che hanno sofferto nel secolo passato il teatrino delle dittature e delle istituzioni di cartapesta che abbiamo creato per loro – e che hanno aiutato l'Isis a prosperare.
Fonte
30/11/2015
Non nel vostro nome
Giusto per ricordare agli intellettuali italiani che se il presepe, i
cori di Natale, la messa di mezzanotte e tutto l’ambaradàn natalizio
fanno parte della loro cultura, beh, non fanno parte della mia.
Che regolarmente pago fino all’ultimo euro di tasse per permettere agli insegnanti di religione di andare in classe a insegnare la loro religione: contro la quale non ho nulla, anzi. Rispetto, stimo e, se lo devo dire chiaro, spesso invidio i miei amici cattolici, quelli veri. Sono persone degnissime, che non hanno alcun bisogno di scusarsi per l’Inquisizione, o la connivenza con i casi di pedofilia, così come i miei amici islamici non sentono la necessità pelosa di dire che non sono terroristi. Tuttavia, mi farebbe piacere ricordare a tutti che esistiamo anche noi, quelli che non hanno la fortuna di avere una fede, e che però, prosaicamente, paghiamo per la fede degli altri. Che puntualmente, quando si parla di rispetto, si dimenticano quello dovuto a noi.
Che non consideriamo radici comuni i canti di Natale, il presepio e le messe di mezzanotte, e che invece saremmo disposti a incontrarci con loro sul campo della civiltà, del progresso, della tolleranza, del rispetto reciproco. Tutte cose che però si infrangono sul loro desiderio, non dissimile se non nei metodi (meno cruenti ma altrettanto efficaci) di far vivere noi secondo le loro regole e convinzioni. Per abortire bisogna chiedere il permesso a ginecologi cattolici, per i matrimoni gay si aspetta il via libera di cattolicissimi pluridivorziati e puttanieri, e via così.
Ora, costoro devono sapere che non sono più vicino a loro, culturalmente parlando, di quanto non lo sia al più oltranzista degli Imam. Per quanto il Natale faccia parte del mio retroterra culturale (e ne sono felice), non è che io e voi siamo uguali perché mangiamo il capitone la vigilia, anzi. Se volete incontrare me, la gente come me, dovete fare come i miei amici cattolici, quelli che stimo e rispetto: cercarmi su terreno di valori valido, rispettoso, onesto. Ci si vede dopo la messa e ci si trova d’accordo sul reciproco rispetto, sui diritti civili e umani, non su dove piazzare i Re Magi nel presepe.
Dovete capire che anche se siamo cresciuti tutti insieme in un paese cattolico, noi cattolici non siamo. E se anche rispettiamo le vostre tradizioni, quando pretendete di dettarci le leggi, di farci mantenere i vostri preti, non siete affatto diversi dal musulmano rompicoglioni che pretende che voi non mangiate lo strologhino o il prosciutto, o che si offende se portate il vino a tavola. Voi che tremate al pensiero che il crocefisso scompaia dalle aule (non dalle vostre chiese, dalle aule), fareste bene a ricordarvi che quando ce lo avete piazzato non avete mica chiesto il nostro, di parere. Noi non ce lo vorremmo, ma siccome siete di più, e non ve ne frega un cazzo di quello che desideriamo noi, il crocefisso resta dov’è.
Quella che voi chiamate tradizione condivisa è un’imposizione, che peraltro ritenete ingiusto pagarvi da soli.
Capisco fare la figura degli oscurantisti, ma quella dei pezzenti ve la potevate risparmiare.
Fonte
Che regolarmente pago fino all’ultimo euro di tasse per permettere agli insegnanti di religione di andare in classe a insegnare la loro religione: contro la quale non ho nulla, anzi. Rispetto, stimo e, se lo devo dire chiaro, spesso invidio i miei amici cattolici, quelli veri. Sono persone degnissime, che non hanno alcun bisogno di scusarsi per l’Inquisizione, o la connivenza con i casi di pedofilia, così come i miei amici islamici non sentono la necessità pelosa di dire che non sono terroristi. Tuttavia, mi farebbe piacere ricordare a tutti che esistiamo anche noi, quelli che non hanno la fortuna di avere una fede, e che però, prosaicamente, paghiamo per la fede degli altri. Che puntualmente, quando si parla di rispetto, si dimenticano quello dovuto a noi.
Che non consideriamo radici comuni i canti di Natale, il presepio e le messe di mezzanotte, e che invece saremmo disposti a incontrarci con loro sul campo della civiltà, del progresso, della tolleranza, del rispetto reciproco. Tutte cose che però si infrangono sul loro desiderio, non dissimile se non nei metodi (meno cruenti ma altrettanto efficaci) di far vivere noi secondo le loro regole e convinzioni. Per abortire bisogna chiedere il permesso a ginecologi cattolici, per i matrimoni gay si aspetta il via libera di cattolicissimi pluridivorziati e puttanieri, e via così.
Ora, costoro devono sapere che non sono più vicino a loro, culturalmente parlando, di quanto non lo sia al più oltranzista degli Imam. Per quanto il Natale faccia parte del mio retroterra culturale (e ne sono felice), non è che io e voi siamo uguali perché mangiamo il capitone la vigilia, anzi. Se volete incontrare me, la gente come me, dovete fare come i miei amici cattolici, quelli che stimo e rispetto: cercarmi su terreno di valori valido, rispettoso, onesto. Ci si vede dopo la messa e ci si trova d’accordo sul reciproco rispetto, sui diritti civili e umani, non su dove piazzare i Re Magi nel presepe.
Dovete capire che anche se siamo cresciuti tutti insieme in un paese cattolico, noi cattolici non siamo. E se anche rispettiamo le vostre tradizioni, quando pretendete di dettarci le leggi, di farci mantenere i vostri preti, non siete affatto diversi dal musulmano rompicoglioni che pretende che voi non mangiate lo strologhino o il prosciutto, o che si offende se portate il vino a tavola. Voi che tremate al pensiero che il crocefisso scompaia dalle aule (non dalle vostre chiese, dalle aule), fareste bene a ricordarvi che quando ce lo avete piazzato non avete mica chiesto il nostro, di parere. Noi non ce lo vorremmo, ma siccome siete di più, e non ve ne frega un cazzo di quello che desideriamo noi, il crocefisso resta dov’è.
Quella che voi chiamate tradizione condivisa è un’imposizione, che peraltro ritenete ingiusto pagarvi da soli.
Capisco fare la figura degli oscurantisti, ma quella dei pezzenti ve la potevate risparmiare.
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