Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/01/2023

Nasce un partito ebreo e arabo: «Per un Israele di tutti i suoi cittadini»

di Michele Giorgio

Sami Abu Shahadeh ci accoglie al Cafè Paul, una storica caffetteria di Giaffa dove il leader del partito arabo Balad/Tajammo rilascia interviste e spesso discute di politica con amici e conoscenti. Abu Shahadeh non è più un deputato. La sua formazione politica, nazionalista di sinistra, parte fino alla scorsa estate della Lista unita araba, alle elezioni del primo novembre, ha ottenuto 140mila voti, un buon risultato ma non sufficiente per superare la soglia di sbarramento ed entrare nella Knesset. Una sorte toccata anche al Meretz, storico partito della sinistra sionista. «Non mi pento della scelta di correre da soli», esordisce Abu Shahadeh. Ora la Knesset è dominata dalla destra in tutte le sue espressioni laiche e religiose e da essa a fine dicembre è nato il governo estremista guidato da Benyamin Netanyahu. «In questo clima – aggiunge il leader di Balad – in cui forze fanatiche minacciano la democrazia e i diritti delle minoranze a cominciare da quella araba, il dialogo tra gruppi, organizzazioni e formazioni politiche di sinistra è utile e va favorito il più possibile».

Con questo spirito Abu Shahadeh ha accolto l’invito a partecipare, in qualità quasi di ospite principale, al primo incontro pubblico del partito ebraico-arabo «Di tutti i suoi cittadini», nato da poche settimane, che nei giorni scorsi ha riunito nell’Abraham Hostel di Tel Aviv circa 250 persone di varie ramificazioni della sinistra sionista e antisionista, incluso il Meretz. A presiedere il nuovo partito sono l’ebreo Avraham Burg, ex speaker laburista della Knesset che anni fa ha annunciato di non essere più sionista, e l’arabo (palestinese) Faisal Azaiza, preside della facoltà di previdenza sociale dell’università di Haifa. L’attore protagonista comunque è Burg che da tempo cercava senza successo di fondare una formazione politica. L’ascesa al potere del governo più a destra della storia di Israele, con evidenti venature razziste e antidemocratiche, la scomparsa quasi totale della sinistra in Parlamento e l’appetito per nuove idee unito al desiderio di colmare le divisioni, hanno finito per creare interesse intorno al suo progetto. Ispirati dal nome del partito di Burg e Azaiza, sul palco allestito all’Abraham Hostel esponenti della società civile, attivisti locali, intellettuali, accademici e personalità politiche hanno discusso dell’idea di un Israele non più Stato ebraico e democratico ma Stato di tutti i suoi cittadini, ebrei e arabi in completa uguaglianza.

Ad eccezione di quelli arabi, i leader dei partiti israeliani sionisti di qualsiasi orientamento difendono la definizione di Israele come Stato ebraico e democratico. Che nel 2018 è stata scritta in una legge fondamentale: Israele è lo Stato della nazione ebraica e in cui (anche nei territori occupati nel 1967) il popolo ebraico ha diritti esclusivi. «Israele – aggiunge Abu Shahadeh – è fondato sulla separazione, con la supremazia assegnata agli ebrei. Tutto ruota intorno a questo principio. Faccio un esempio. Come può essere democratico uno Stato che mentre sviluppa la rete ferroviaria non pianifica la costruzione di una stazione in un centro abitato arabo? Lo stesso vale per gli ospedali pubblici. Eppure gli arabi compongono più del 20% della popolazione».

La formula Israele Stato di tutti i suoi cittadini è considerata da molti israeliani l’incarnazione dell’antisionismo che respingono. «Per questo è difficile dire quanta strada potrà fare il partito di Burg e Azaiza» dice al manifesto il giornalista Meron Rapoport intervenuto al dibattito all’Abraham Hostel. Secondo Rapoport «‘Di tutti i suoi cittadini’ più che un partito dovrebbe essere un cantiere di idee per far maturare le coscienze». Il giornalista vede l’aspetto più positivo dell’incontro a Tel Aviv nel numero e nella varietà delle presenze politiche. «Un segnale interessante», afferma.

Avraham Burg ha spiegato che il nuovo partito non si definisce sionista o antisionista e sarà «una federazione di tendenze che concordano su una cosa: tutti gli israeliani devono essere uguali». Ma le differenze ideologiche tra le varie forze potenzialmente interessate restano ampie. Appare assai difficile che possa concretizzarsi una collaborazione tra «Di tutti i suoi cittadini» e il Meretz che resta ancorato ai principi del Sionismo. L’attrice ebrea Einat Weizman, compagna di partito di Sami Abu Shahadeh, ha alzato il tiro spiegando che non è possibile un partenariato tra ebrei e arabi in una realtà asimmetrica come quella israeliana e, pertanto, è necessaria una lotta guidata dai palestinesi per la decolonizzazione. All’Abraham Hostel inoltre non è sfuggita l’assenza di Ayman Odeh, leader di Hadash l’unico partito israeliano che si definisce di sinistra con un carattere arabo-ebraico. Nel vago sono rimaste questioni centrali. Israele Stato di tutti i suoi cittadini dovrà includere o escludere i cinque milioni di palestinesi che da 55 anni vivono sotto occupazione in Cisgiordania e Gaza? Quale sarà il destino degli altri cinque milioni di palestinesi profughi nel mondo arabo?

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28/01/2017

Gideon Levy: "Uccidili, sono un bersaglio facile"

di Gideon Levy – Haaretz
(traduzione di Cristiana Cavagna – Zeitun.info)

I palestinesi e gli arabi israeliani sono un bersaglio facile. Lo sono nei territori occupati e in Israele. Lo sono perché il loro sangue vale poco. Vale poco a Umm al-Hiran e vale poco al checkpoint di Tulkarem. Vale poco nei cantieri edili [molti palestinesi lavorano come muratori in Israele, ndtr] e vale poco ai posti di blocco.

Quando le persone uccise sono arabe, a nessuno importa. Quando un soldato viene ucciso in un incidente, è una notizia da prima pagina. Ma quando un palestinese viene ucciso mentre sta camminando verso casa sua, a nessuno importa. Nessuna delle persone uccise negli ultimi giorni sarebbe stata colpita a morte se non si fosse trattato di un palestinese o di un beduino. Ci sono dubbi sul fatto che ognuno di loro meritasse di morire. E’ stata una strage al fine di spostare l’attenzione da altre vicende, come è già successo in Israele e come è normale nei regimi poco trasparenti? Difficile dirlo. Ma si può con certezza dire: sono un facile bersaglio.

Lo sono stati mercoledì nel Negev. Ecco il sionismo del 2017 – la distruzione di una comunità di rifugiati beduini per costruire al suo posto una comunità ebraica. E’ la violenza che sta alla base del sionismo, nazionalista e razzista. Se si confronta questo caso con quello dell’avamposto di Amona (insediamento di coloni che doveva essere sgomberato in base ad una sentenza dell’Alta Corte israeliana, ndtr.) si ha la prova evidente dell’apartheid: negoziati e risarcimenti per gli ebrei, brutalità per gli arabi.

In nessuna situazione di espulsione di ebrei la polizia avrebbe sparato in quel modo. A Umm al-Hiran lo si può fare. E’ anche consentito ferire il capo della Lista Unita Ayman Odeh, perché la polizia è stata addestrata a pensare che i membri arabi della Knesset sono dei traditori. Questo è quanto hanno sentito dire dal loro ministro della pubblica sicurezza, Gilan Erdan (del partito di destra Likud, ndtr.).

Yakub Abu al-Kiyan, un insegnante, è stato colpito a morte nella sua macchina perché l’avrebbe lanciata di proposito contro un poliziotto. Immediatamente le autorità hanno diffuso le loro menzogne su di lui. Hanno detto che era legato allo Stato Islamico e che aveva quattro mogli. (Il deputato Ahmad Tibi [della Lista Unitaria, coalizione di partiti palestinesi di Israele, ndtr.] afferma che l’unica moglie di Abu al-Kiyan ha un dottorato di ricerca, e che suo fratello è un ispettore del Ministero dell’Educazione [i cui funzionari arabi sono selezionati in base alle informazioni dei servizi di sicurezza, ndtr.]).

Dopo questo, come si può credere alla polizia, che si è affrettata a dichiarare che lui stava deliberatamente lanciando l’auto contro un poliziotto? Almeno un testimone, Kobi Snitz, ha detto ad un sito web di aver visto il contrario. Prima la polizia ha sventagliato di proiettili l’auto di Abu al-Kinyan, e poi lui ha perso il controllo della vettura. Anche un video postato mercoledì solleva pesanti sospetti su quanto accaduto. Si ha l’impressione che gli spari siano stati precedenti all’investimento.

Ma molto altro nel corso della settimana scorsa ha preceduto gli avvenimenti di Umm al-Hiran. Nel campo profughi di Fara i soldati hanno ucciso un uomo che si era appena svegliato: 11 pallottole a bruciapelo di fronte a sua madre; i soldati affermano che stava cercando di aggredirli. Mohammed al-Salahi era figlio unico e viveva con la madre in un’unica stanza.

Nella città palestinese di Tuqu la polizia di frontiera ha ucciso un diciassettenne, Qusai al-Amour, che aveva lanciato pietre – ovvia vendetta. Poi hanno trascinato il ragazzo morente per terra come un sacco di patate. Mentre lo facevano, ha battuto la testa sulle pietre, mentre le telecamere filmavano la scena.

Il giorno dopo le telecamere hanno documentato anche l’uccisione di Nadal Mahadawi, di 44 anni, al checkpoint di Tulkarem. Una scena orribile. Lo si vede tranquillamente fermo in piedi quando i soldati sparano senza apparente ragione. Quando cerca di fuggire, in quella che sembra una corsa per salvarsi, loro lo uccidono.

Ma nulla di grave, il “terrorista” è stato ucciso. Così i media hanno descritto il fatto. Il modo in cui è stato trascinato il giovane ferito a Tuqu e l’esecuzione al checkpoint dovrebbero sconvolgere chiunque. Soprattutto dovrebbero sconvolgere tutti gli israeliani, perché chi ha fatto questo sono i loro figli, i loro soldati e i loro poliziotti. Ma le vittime erano palestinesi.

Un unico filo unisce Umm al-Hiran, Tuqu, Fara e Tulkarem – il filo della disumanizzazione che guida soldati e polizia. Inizia con le campagne di istigazione e finisce con le truppe dal grilletto facile. Le radici sono profonde; devono essere riconosciute. Per la maggioranza degli israeliani tutti gli arabi sono uguali e non sono esseri umani come noi. Loro non sono come noi. Loro non amano i propri figli o la propria vita come facciamo noi. Sono nati per uccidere. Non c’è nessun problema ad ucciderli. Sono tutti nemici, oggetti sospetti, terroristi, assassini – la loro vita e la loro morte valgono poco.

Quindi uccideteli, perché non vi succederà niente. Uccideteli, perché è l’unico modo di trattarli.

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21/12/2015

Daesh, radicalismo e occidente

Il mondo islamico comprende oltre un miliardo e mezzo di musulmani, da paesi più tradizionalmente considerati arabi, Maghreb e Medio Oriente, fino a nazioni del continente asiatico come l’Indonesia, le Filippine o il Bangladesh. Diventa, quindi, difficile poter comprendere e spiegare tutte le dinamiche legate sia ai cambiamenti interni alle diverse popolazioni che lo coinvolgono sia a quelli legati alla stessa religione islamica. Dopo i terribili attentati di Parigi, Beirut e Bamako è necessario però puntualizzare e comprendere effettivamente la differenza tra l’Islam e il terrorismo radicale che è un incancrenimento delle società musulmane: vale a dire che associare la religione islamica a movimenti come Daesh e Al Qaida è, in base alle cronache di questi giorni, il primo errore che viene fatto.

Sunniti- Sciiti

La prima differenza fondamentale, da analizzare, nel mondo musulmano è quella tra sunniti e sciiti. Questa divisione è prettamente storica, legata alla successione del califfato dopo la morte del Profeta Muhammad, ed ha poche differenze sia in termini dottrinali che teologici. Sia i sunniti che gli sciiti credono in Allah, nel sacro Corano e nel profeta Muhammad. L’unica differenza sostanziale è che, mentre i sunniti non hanno un vero e proprio clero, l’imam è quella persona che guida i fedeli nella preghiera ma è considerato uguale agli altri, gli sciiti nel corso dei secoli hanno sviluppato un clero dai mullah fino ai diversi Ayatollah. Gli sciiti rappresentano il 10% dei fedeli musulmani e sono, ormai, circoscritti in aree e paesi ben definiti: l’Iran, l’Iraq, il Libano, il Bahrein e lo Yemen. Tutte aree dove, ad oggi, ci sono dei conflitti legati a quello che ormai sta avvenendo nei paesi del medio oriente: vale a dire uno scontro per il predominio nell’area tra i sunniti, guidati principalmente da Arabia Saudita, paesi del Golfo e Turchia con i militanti jihadisti utilizzati come strumento militare, e gli sciiti con alla guida lo stato iraniano.

Radicalismo islamico: neotradizionalisti e radicali

A questa guerra per il predomino politico nel medio-oriente che coinvolge nazioni delle regione (Arabia Saudita, Turchia e Iran) e potenze mondiali (Stati Uniti e Russia) si lega lo sviluppo e l’ascesa del radicalismo islamico. Soggetto politico marginale fino agli anni '70, esso si pone come radicale alternativa di sistema ai fallimenti di modelli “occidentalizzanti” come il nazionalismo ed il socialismo arabo. In realtà l’islamismo radicale e il suo sviluppo in reti transnazionali ha, inoltre, una precisa origine socio-politica: esso è espressione di una dissidenza all’interno di società musulmane in opposizione a regimi dittatoriali, nei quali l’unico posto accessibile e “relativamente” libero per la propaganda politica è stato da sempre la moschea. Il movimento islamista contemporaneo è, ad oggi, caratterizzato da due anime: quella neo tradizionalista e quella radicale. Esse non divergono sugli obiettivi, la costruzione di uno stato islamico, ma sui mezzi per realizzarlo.

Il movimento neotradizionalista mira a islamizzare la società a partire dal “basso”, dal sociale: la sua azione è incentrata prevalentemente sull’islamizzazione del quotidiano attraverso l’utilizzo del sistema di welfare che va dalle mense per i poveri, agli ospedali, all’istruzione religiosa sino alla costruzione di scuole. Il movimento neotradizionalista mira, quindi, a ottenere il proprio sostegno attraverso un’azione continua sulla società. I partiti politici che hanno avuto questo tipo di approccio sono ad esempio, En-Nahada in Tunisia o i Fratelli Musulmani in Egitto, i quali però, dopo una veloce ascesa politica in seguito alle primavere arabe, non sono stati in grado di governare o hanno mostrato il loro approccio poco “democratico” e dispotico.

Per i movimenti radicali, tra di essi Al-Qaida ed oggi Daesh, l’islamizzazione della società non può che avvenire dall’”alto”, dal politico inteso come dominio pieno dello stato. La conquista del potere è considerata come elemento chiave per la realizzazione dello stato islamico visto che solo il pieno controllo dello stato permette di forgiare la nuova comunità. In essi c’è sempre il richiamo ad una guida religiosa che veste i panni di califfo o Amir, Osama Bin Laden e poi Al-Zarqawi per al Al Qaida o al Baghdadi per Daesh, che opera attraverso un gruppo ristretto di saggi o assemblea consultiva che  è denominata Shura. Questo è un aspetto fondamentale all’interno dell’immaginario islamista perché tutti gli altri, dagli ulema ai semplici credenti che discordano dalla loro visione dell’Islam o dagli appartenenti alle altre confessioni agli sciiti, vengono considerati miscredenti e, quindi, da combattere.

Occidente e mass-media

Un altro aspetto fondamentale dell’ideologia islamista radicale è la lotta contro l’occidente. Questa ossessione nasce e si sviluppa come conseguenza dell’appoggio degli stati occidentali ai vari regimi repressivi e dittatoriali del vicino e medio-oriente, appoggio incondizionato che non si è spezzato neanche dopo l’avvento delle primavere arabe nel 2011.  Permane, infatti, nella politica estera occidentale la convinzione che sostenere regimi autoritari garanti dell’ordine sia sempre meglio che favorire l’ascesa dei movimenti radicali. Al contrario questa dicotomia tra autoritarismo e islamismo radicale va di pari passo e, in effetti, l’una si alimenta con l’altra. Basti pensare al sostegno incondizionato degli Stati Uniti nei confronti dell’Arabia Saudita, principale sostenitrice di Daesh in Siria, o di un regime come quello egiziano del generale Al-Sisi. L’appoggio incondizionato a tutti questi regimi garanti non tanto della stabilità, ma degli interessi economici e politici dei paesi occidentali nell’area, ha permesso ai regimi di sgretolare, nell’arco di questi decenni, il carattere pluralistico delle diverse società mediorientali attraverso la cancellazione di tutte le forme di dissenso all’interno di questi paesi.

I movimenti radicali hanno da sempre evidenziato un grosso limite: l’alienazione dal contesto sociale nel quale agiscono. La causa è legata alla loro crudeltà di azione, all’utilizzo del terrorismo e di attentati che colpiscono indiscriminatamente la popolazione inerme e, ovviamente, all’imposizione forzata dei dettami della Sharia  (legge coranica-ndr) su tutta la popolazione ad essa assoggettata. Da un altro punto di vista, però, proprio a causa dell’errato approccio e dell’ingerenza degli stati occidentali nei paesi musulmani, i movimenti radicali hanno continuato ad alimentarsi, a trovare nuova linfa e ad essere finanziati. A causa del loro scarso radicamento nel territorio e della totale alienazione dalle popolazioni autoctone, i movimenti radicali utilizzano un altro tipo di sistema di propaganda. Non sono contrari, come verrebbe da pensare o come vengono alle volte dipinti dai media occidentali, alla modernità. Essi, però, applicano l’islamizzazione della modernità: utilizzano i mezzi di informazione video e informatici per ottenere quella visibilità che altrimenti non avrebbero. Dagli attentati alle torri gemelle nel 2001 si è passati ad un utilizzo quasi scientifico dei mass media e di internet da parte degli esponenti di Daesh proprio per amplificare all’ennesima potenza la potenziale propaganda ideologica per raggiungere il più alto numero di persone da “radicalizzare” online o per mostrare filmati “brutali” al semplice fine di terrorizzare il nemico.

Daesh e Al Qaida

Risulta, quindi, evidente che dalla formazione nei primi anni ‘80 dei primi mujahiddin in Afghanistan, indottrinati dal wahabbismo dell’Arabia Saudita e sostenuti economicamente e militarmente dagli Stati Uniti, fino ai foreign fighters di Daesh in Siria, poche cose sono cambiate e gli errori sono sempre gli stessi: ingerenze da parte di potenze straniere regionali (Arabia Saudita, Qatar, Turchia) e occidentali (USA, Francia e Inghilterra), guerre studiate a tavolino che hanno causato ulteriori nuove destabilizzazioni (Iraq, Libia), finanziamenti e fornitura di armi a gruppi ribelli quasi sempre appartenenti alla galassia jihadista. Uno dei più grandi errori recenti delle amministrazioni occidentali con USA in testa è stato, infatti, l’intervento militare voluto dal presidente George W. Bush nel 2003 in Iraq. Dopo pochi mesi il regime di Saddam Hussein è crollato, ma con esso sono stati soppressi tutti gli apparati burocratici e di pubblica sicurezza del paese. Questo ha portato ad un progressivo aumento di guerriglieri jihadisti in quel territorio, ad una costante escalation di attentati terroristici ed ad una progressiva instabilità in tutta l’area. Un altro errore dell’amministrazione americana è stato quello di frazionare il paese su base confessionale, favorendo da una parte la comunità sciita e lasciando che tutta la rappresentanza tribale e burocratica sunnita venisse progressivamente messa da parte ed esclusa dalla nuova scena politica irachena. Una scelta simile è stata l’humus ideale perché la maggior parte degli apparati militari sunniti passassero nelle fila del movimento radicale Stato Islamico del Levante e Iraq (Daesh), apportando a tutta la galassia di guerriglieri “stranieri” presenti sul territorio sia la conoscenza del territorio nel quale combattere sia le proprie competenze in materia di preparazione e addestramento militare.

L’ascesa del movimento Daesh è stata proprio per questi motivi così rapida e costante dalla sua nascita fino alla sua espansione nello stato iracheno ed in quello siriano. Lo stesso si può dire delle differenti ingerenze straniere (Arabia Saudita, Turchia e Qatar) nel primo periodo della guerra civile siriana. I militanti salafiti sia siriani, ma soprattutto “stranieri”, hanno progressivamente preso pieno possesso ed egemonizzato il conflitto contro il regime di Bashar al-Assad a discapito di gruppi siriani ribelli sia laici (Esercito Siriano Liberazione) che jihadisti, anche se legati ad Al Qaida, come il Fronte Al-Nusra. La loro ascesa è stata inevitabile grazie anche agli ingenti finanziamenti provenienti prevalentemente dagli Stati del Golfo.

Come ultimo elemento di analisi, infine, resta l’attualità di questi giorni e la crudeltà dei diversi attentati sia in Europa che nel vicino oriente. L’attentato di Bamako in Mali, ha evidenziato, inoltre, un altro aspetto di criticità: la lotta per il predominio nella galassia jihadista tra Al Qaida e Daesh. Da questo punto di vista Daesh sta avendo un impressionante sviluppo e sostegno legato principalmente a due motivi. Il primo è legato al fatto che nell’ideologia islamista radicale Daesh (Dawla Islamiyya- Stato Islamico-ndr) incarna quell’idealità che lo rende attraente a tutti i foreign fighters che cercano di raggiungere il suo territorio: uno stato islamico sovrannazionale che supera i vecchi confini imposti dalle potenze coloniali e che accoglie  tutta la Umma (Comunità-ndr) che crede nel wahabbismo. Uno stato islamico che applica integralmente la sharia, la lotta o jihad contro  i miscredenti  che siano laici, sciiti, yazidi o drusi.  Il secondo motivo è legato alla forza economica che Daesh possiede grazie ai finanziamenti esteri provenienti dai paesi del Golfo ed alla vendita di petrolio e di reperti archeologici, favorito, anche, dalla connivenza dello stato turco. Questa ricchezza gli ha permesso nel giro di pochi anni di finanziare e sostenere altri movimenti in molti paesi, dal maghreb al sud est asiatico (Algeria, Egitto, Mali,  Nigeria, Libia, Indonesia, Filippine), a sfavore di Al Qaida.

Entrambi gli schieramenti radicali (Daesh e Al Qaida) sono in una fase di lotta per l’egemonia sui militanti radicali della galassia jihadista e cercano, purtroppo, di alzare il livello di terrore sia nei paesi musulmani che in quelli europei o americani: la competizione è legata a chi provoca attentati più atroci e brutali per avere una maggiore propaganda mediatica nel mondo. Restano analoghe, però, le modalità e gli obiettivi nella strategia degli attentatori jihadisti, a Beirut come Parigi, in Sinai come negli Stati Uniti. La priorità è quella di colpire esclusivamente civili nella loro quotidianità: dalle moschee agli ospedali, dai locali pubblici agli stadi di calcio. Come simili appaiono le finalità: in medio-oriente far crescere la tensione nei confronti delle differenti comunità per un’eventuale peggioramento del conflitto sociale ed etnico. In Europa: aumentare la discriminazione e l’omologazione verso la comunità musulmana, puntare ad una sua marginalizzazione al fine di indottrinare nuovi “combattenti” ghettizzati ai margini delle periferie francesi o europee in genere. Far crescere il conflitto sociale e offrire la possibilità di cavalcare l’onda a quei partiti della destra xenofoba (da Le Pen a Trump), stessa faccia della medaglia jihadista, che demagogicamente spingono per  una lotta contro l’Islam in generale, contro tutti i musulmani e sono favorevoli a nuove guerre distruttive per continuare ad alimentare nuovamente questi movimenti radicali.   

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21/10/2015

Se Netanyahu cita Hitler...

Le agenzie riferiscono di quanto stiano suscitando scalpore le affermazioni del premier israeliano Benyamin Netanyahu, secondo cui Hitler all'epoca non voleva "sterminare" gli ebrei, ma solo "espellerli". La tesi esposta è che fu convinto alla Soluzione finale dal Muftì di Gerusalemme Haj Amin Al-Husseini. "Hitler - ha detto Netanyahu intervenendo al Congresso sionista mondiale - all'epoca non voleva sterminare gli ebrei ma espellerli. Il Muftì andò e gli disse “se li espelli, verranno in Palestina”. 'Cosa dovrei fare?' chiese e il Muftì rispose 'Bruciali'".

Il fatto che Netanyahu arrivi a citare Hitler in un congresso sionista, potrebbe dare l'impressione di “parlare di corda in casa dell'impiccato”. In realtà la cosa è meno sorprendente di quanto possa apparire. Il governo israeliano è oggi il compimento pieno del progetto sionista, sostenuto e alimentato dai partiti legati ai coloni e dall'escalation del progetto coloniale israeliano fondato sull'ebraicizzazione forzata di Gerusalemme e la pulizia etnica nei confronti dei palestinesi. Netanyahu sembra quasi dire: vedete noi vogliamo solo espellere i palestinesi ma non vogliamo bruciarli come accaduto con l'Olocausto. Non solo. Sono stati proprio gli arabi a spingere Hitler a organizzare la soluzione finale contro gli ebrei, il nazismo voleva rubare i soldi ed espellerli, verso la Palestina ovviamente.

La tesi di Netanyahu, coincidente in pieno con la narrazione sionista ufficiale e con le veline dei loro apparati di propaganda da ripetere ossessivamente nei mass media, è facilmente smentibile in almeno due aspetti decisivi: quella della piena coincidenza tra odio arabo e nazismo contro gli ebrei e quello – assai meno noto e indagato – della coincidenza di interessi tra nazisti e sionisti.

Sul primo aspetto un ponderoso libro di Gilbert Achcar ‘The Arab-Israeli War of Narratives’ (Henry Holt and Company, 2010) [La guerra arabo-israeliana delle narrazioni] ricostruisce una storia accurata degli atteggiamenti arabi nei confronti del nazismo, degli ebrei e dell’Olocausto.

Il volume di Achar rifiuta la storia narrata dai sionisti (non solo ebrei e non solo israeliani), i quali si sforzano da sempre nel diffondere una narrazione ufficiale in cui attribuiscono l’ostilità del mondo arabo nei confronti di Israele non al progetto coloniale di Israele bensì all’odio degli arabi nei confronti degli ebrei: odio, essi sostengono, che trae origine nell’Islam ed è prosperato con la collaborazione degli arabi con i nazisti durante la seconda guerra mondiale. Ma questa narrazione non trova e non ha mai trovato conferma nei fatti. Ad eccezione del “Farhud” a Bagdad nell'aprile del 1941 (una sorta di pogrom contro gli ebrei accusati di collaborare con i colonialisti britannici), nessun disordine antiebraico si è verificato in alcun paese arabo durante la seconda guerra mondiale, nonostante gli appelli alla jihad trasmessi da Berlino dal Mufti dal novembre 1941 in poi, ricorda in un suo saggio Annette Herskovits (1).

Non solo. Anche altri testi hanno indagato sulla esistenza o meno di un sentimento di condivisione tra mondo arabo e nazismo in funzione antiebraica ma sono giunti a conclusioni ben diverse da quelle della narrazione ufficiale sionista: “Né la loro cultura religiosa né i loro precedenti storici danno credito alla pretesa che gli arabi mussulmani di oggi siano capaci del genere di compimenti storici che trovarono espressione in Auschwitz e in altri campi di sterminio nazisti … Considerata in una prospettiva che almeno si approssimi alla correttezza storica, l’idea di una “Auschwitz araba” è un’assurdità” scrive ad esempio Nissim Rejwan, nel suo saggio "Arabs aims and Israeli attitudes".

Sulla seconda questione – la collaborazione tra nazismo e circoli sionisti – esiste una vasta documentazione raccolta ad esempio nel libro di Yahia Faris “Relazioni pericolose. Il movimento sionista e la Germania nazista”, edizioni Città del Sole oppure nel saggio di Fabio de Leonardis “La Forza Fertile” (2).

Ma il commercio "di ebrei residenti nel Terzo Reich tra i dirigenti nazisti e le organizzazioni ebraiche in Palestina e Stati Uniti fu una costante dal 1933 al 1945. Soldi, tanti soldi, in cambio di vite umane. Inizialmente gli interessi tra le due parti collimarono. Hitler voleva espellere questi che considerava "sub - umani", "non - persone" che "inquinavano" la Germania. E le controparti, soprattutto i leader sionisti, erano ben contenti di favorire l'immigrazione, specie verso il futuro Stato di Israele. Ma, dalla seconda meta' del 1941, gli obbiettivi tedeschi mutarono: dalla politica dell'espulsione si passo' alla strategia dello sterminio. A sostenere questa tesi, decisamente scomoda per la narrazione ufficiale israeliana e sionista, è lo storico israeliano Yehuda Bauer nel suo libro “Ebrei in vendita? Le trattative segrete fra nazisti ed ebrei, 1933 – 1945” pubblicato in Italia da Mondadori alla fine degli anni Novanta. (3)

Se nel nostro paese fosse possibile un vero dibattito storico, con tesi e contro-tesi in contraddittorio, tutti questi elementi porterebbero ad una discussione vera, magari aspra, sul sionismo, sulle cause e le conseguenze delle persecuzioni e il massacro degli ebrei in Europa (in Europa si badi bene, non nel mondo arabo). Ma nel nostro paese agisce pesantemente la rimozione della storia (vedi il silenzio sulla lotta contro il brigantaggio o i crimini del colonialismo prima e del fascismo poi negli altri paesi). Su questa rimozione della storia del paese, ha gioco facile la narrazione tossica del sionismo, pronta a stoppare da ormai troppi anni con scomuniche e anatemi fotocopia (e minacce dell'ambasciata israeliana a Roma) ogni discussione sia in sede accademica che sui mezzi di comunicazione. In questo silenzio, in questa omertà, in questa paura di prendere parola, Netanyahu pensa di poter avere gioco facile anche con le sue iperbole sulla narrazione ufficiale. Impedirlo sarà un bene per tutti.

Note:

(1)Annette Herskovits su http://znetitaly.altervista.org/art/5695

(2) Fabio De Leonardis su http://www.forumpalestina.org/news/2009/Gennaio09/06-01-09ForzaFertile.htm

(3) Lorenzo Cremonesi su Corriere della Sera, 19 maggio 1998

(4) Per una analisi completa sul sionismo vedi il testo collettaneo a cura dl Forum Palestina: "Palestina. Una terra cancellata dalle mappe. Dieci domande sul sionismo", 2010

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La reazione dell'Autorità Palestinese raccolta dall'Ansa:

"Lo Stato di Palestina denuncia le affermazioni (di Benyamin Netanyahu, sulla Shoah, ndr) in quanto moralmente indifendibili ed incendiarie". Lo afferma il segretario generale dell'Olp Saeb Erekat. "Gli sforzi palestinesi contro il regime nazista sono profondamente radicati nella nostra storia" ha affermato Erekat, in un comunicato.
"La Palestina non li dimentichera' mai, anche se sembra che il governo estremista di Netanyahu lo abbia fatto".
Fonte

10/07/2015

Algeria - Esercito per reprimere gli scontri etnici

Il presidente algerino ‘Abd al-Aziz Boutlefika ha annunciato mercoledì un piano di emergenza per porre fine agli scontri etnici avvenuti martedì nella città di Ghardaia in cui sono morte 22 persone (dati della Prefettura). In una nota ufficiale, la presidenza ha spiegato che il progetto si articola su tre punti che riguardano la sicurezza, la giustizia e lo sviluppo della regione. Ad implementare le disposizioni della presidenza sarà il comandante militare della regione, il Generale Sherif ‘Abd ar-Rezak a cui Bouteflika ha chiesto di “supervisionare le azioni dei servizi di sicurezza e delle autorità locali per ristabilire l’ordine”. Il presidente ha inoltre ordinato al procuratore dell’area di Ghardaia di arrestare tutti “i criminali con diligenza e severità”.

I sanguinosi fatti di martedì, scoppiati nella povera regione desertica di Ghardaia (600 km a sud di Algeri), sono solo l’ultimo episodio violento di una area dove regna costante negli ultimi anni la tensione tra arabi e berberi. Tensione che, sporadicamente, ha dato vita a violenze etniche. Oltre all’elevato numero di vittime, martedì si sono registrati anche atti di vandalismo contro negozi, macchine e edifici pubblici nelle città di Guerrara, Ghardaia e Berianne.

Secondo fonti sanitarie locali, la maggior parte delle vittime è stata uccisa con colpi di arma da fuoco a Guerrera (120 km a nord ovest di Ghardaia). Notizia confermata dal quotidiano algerino al-Watan che ha parlato di “orde a volto coperto su grandi moto che hanno setacciato i quartieri di Guerrara seminando terrore fra la popolazione”.

La risposta delle autorità algerine è stata affidata al ministro degli interni che ha indetto una riunione di sicurezza straordinaria per ristabilire l’ordine nella regione. Tra i presenti al vertice vi erano anche il primo ministro ‘Abed Malek Sellal, alcuni ufficiali della difesa e il capo di stato maggiore Ahmed Gaid Salah.

La zona maggiormente investita dagli scontri etnici è stata Ghardaia, sito patrimonio dell’Unesco. Oltre ad avere una lingua diversa rispetto alla maggioranza degli algerini, i membri della comunità berbera del posto (i mozabiti) appartengono ad una scuola religiosa islamica diversa. I berberi mozabiti seguono infatti la fede ibadita, una forma di Islam che precede la divisione tra sunniti e sciiti. Gli arabi Chaamba sono invece sunniti.

Ma la differenza linguistica e religiosa è solo un pretesto: gli scontri tra i gruppi rivali derivano da una lotta per accaparrarsi le poche risorse disponibili nel sud povero del Paese. Hanno cause economiche e sociali (lotta per un posto di lavoro, per terra e casa) piuttosto che culturali e religiose. In un articolo su al-Watan, il professore Rosto el-Jazairia, berbero mozabita, ha denunciato la marginalizzazione della sua comunità a causa delle politiche settarie delle autorità algerine. Al-Jazairiyya ha parlato di “un piano per asfissiare una intera popolazione [berbera]” e “di tentativo ben strutturato per isolarla moralmente e politicamente”. Algeri, secondo il professore, “sta cercando di dettare con minacce e terrore i termini della sottomissione [della comunità mozabita]”.

Del gap tra berberi e arabi è consapevole anche Bouteflika il cui programma a tre punti annunciato mercoledì include anche uno sviluppo economico e sociale dell’area. Una piano che, però per dimensioni e risorse investite in questo ambito, non ha soddisfatto tutti. Il quotidiano La Tribune ha criticato le disposizioni di Algeri osservando come ogni volta che c’è una riacutizzazione del conflitto nella zona, il governo annuncia solo misure sicuritarie senza trattare le cause che sono all’origine delle tensioni. Il fallimento – sostiene il quotidiano – riflette una più ampia crisi che si vive in Algeria dove “la specificità di una regione e dei suoi valori ancestrali” tendono ad essere ignorate dalle autorità. I berberi costituiscono il 30% della popolazione algerina e sono stati a lungo marginalizzati dalla maggioranza araba.

Il clima tra i due gruppi si è fatto teso dopo che un cimitero mozabita è stata profanato nel dicembre 2013. Dall’ottobre dello scorso anno una dozzina di persone sono rimaste uccise negli scontri tra arabi e berberi dell’area. Centinaia sono stati i feriti.

Più o meno nelle stesse ore in cui martedì avvenivano gli scontri sanguinosi nella regione di Ghardaia, il ministero della difesa algerina annunciava con orgoglio che dall’inizio del 2015 102 jihadisti sono stati uccisi, catturati o si sono pentiti. Nella nota, riportata dall’agenzia di stampa nazionale Aps, si fa riferimento anche alla “grande quantità di armi e munizioni – tra cui armi automatiche, granate a razzo e quasi 1.300 ordigni esplosivi – sequestrate dalle forze di sicurezza tra gennaio e giugno”.

Un problema, quello dell’Islam politico radicale, che è ancora una ferita aperta nel Paese. Gruppi jihadisti hanno insanguinato l’Algeria negli anni ’90 e, sebbene la violenza di stampo fondamentalista sia diminuita sensibilmente, cellule terroristiche sono ancora attive nella parte centrale e orientale dello stato arabo dove sferrano di tanto in tanto attacchi alle forze di sicurezza.

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