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08/02/2016

Algeria - Approvate le riforme costituzionali

Il parlamento algerino
Il parlamento algerino ha approvato ieri in modo plebiscitario (499 sì, 2 contrari e 16 astenuti) alcune riforme costituzionali che, sostiene la maggioranza, “rafforzeranno la democrazia nel Paese”. Tra queste, vi è innanzitutto la rintroduzione del limite di due mandati per l’esercizio della carica presidenziale, termine che era stato alzato nel 2008 da Bouteflika per potersi ricandidare (e vincere) per una terza volta. Al Capo dello Stato spetterà poi nominare il primo ministro scegliendolo all’interno del partito più grande. I nuovi provvedimenti, inoltre, prevederanno la creazione di una commissione elettorale indipendente e il riconoscimento del ruolo delle donne e dei giovani. Saranno garantite anche le libertà di riunione e di stampa.

Riconoscimento importante è stato poi conferito all’Amazigh (la lingua parlata dalla popolazione berbera) che da oggi diventerà lingua ufficiale insieme all’arabo. Nella discussione parlamentare che ha preceduto la votazione, il premier algerino Abdel Malek Sellal ha spiegato l’utilità di queste riforme: “i provvedimenti garantiscono un cambiamento democratico attraverso la convocazione di elezioni libere costituendo un baluardo contro i capricci del cambiamento politico”. Il riferimento finale è alle parti di costituzione che non potranno essere alterate anche se gli islamisti riuscissero a formare una maggioranza.

Non tutti, però, sono convinti dell’utilità del pacchetto di riforme votato ieri. Secondo alcuni commentatori locali, infatti, i cambiamenti approvati non sono altro che una farsa che non limiteranno il potere dell’elite algerina rappresentata dal Fronte di Liberazione Nazionale (Fln) di Bouteflika e dai vertici militari. Le nuove norme – sottolineano – nascono per preparare il Paese ad una tranqulla transizione post-Boutleflika (al potere dal 1999). Le condizioni di salute del presidente (78 anni), del resto, da tempo destano preoccupazione: le sue apparizioni pubbliche e televisive negli ultimi anni si sono fatte sempre più rare e c’è il timore (fondato) che una sua imminente uscita di scena potrebbe causare gravi problemi di instanbiltà al Paese. I primi ad esserne preoccupati sono gli occidentali che monitorano con attenzione quanto accade sulla sponda sud del Mediteranneo. Prima di tutto perché l’Algeria è un importante produttore di gas e petrolio, beni troppo preziosi per essere consegnati a forze ritenute “ostili”.

In secondo luogo perché un eventuale vacuum politico potrebbe generare una massiccia immigrazione di algerini verso le coste europee. Uno scenario, questo, assolutamente da scongiurare per gli europei che già si sono mostrati divisi e incapaci nel gestire la questione dei rifugiati e dei “migranti economici” in arrivo in Grecia via Turchia. Sebbene l’Algeria sia rimasta relativamente stabile da quando nel 2011 sono iniziate le rivolte nel mondo arabo, il Paese è alle prese con problemi di non facile soluzione: gli attacchi regolari di miliziani islamisti e un’acuta crisi economica soprattutto a causa del calo di entrate per l’abbassamento dei prezzi del petrolio. Senza dimenticare, poi, gli sporadici scontri etnici tra berberi e arabi. Proprio su quest’ultimo tema, lo scorso luglio il presidente Boutlefika ha annunciato un piano di emergenza per riportare sotto controllo la situazione a Ghardaia dove le violenze tra i due gruppi hanno causato la morte di 22 persone.

Fonte

10/07/2015

Algeria - Esercito per reprimere gli scontri etnici

Il presidente algerino ‘Abd al-Aziz Boutlefika ha annunciato mercoledì un piano di emergenza per porre fine agli scontri etnici avvenuti martedì nella città di Ghardaia in cui sono morte 22 persone (dati della Prefettura). In una nota ufficiale, la presidenza ha spiegato che il progetto si articola su tre punti che riguardano la sicurezza, la giustizia e lo sviluppo della regione. Ad implementare le disposizioni della presidenza sarà il comandante militare della regione, il Generale Sherif ‘Abd ar-Rezak a cui Bouteflika ha chiesto di “supervisionare le azioni dei servizi di sicurezza e delle autorità locali per ristabilire l’ordine”. Il presidente ha inoltre ordinato al procuratore dell’area di Ghardaia di arrestare tutti “i criminali con diligenza e severità”.

I sanguinosi fatti di martedì, scoppiati nella povera regione desertica di Ghardaia (600 km a sud di Algeri), sono solo l’ultimo episodio violento di una area dove regna costante negli ultimi anni la tensione tra arabi e berberi. Tensione che, sporadicamente, ha dato vita a violenze etniche. Oltre all’elevato numero di vittime, martedì si sono registrati anche atti di vandalismo contro negozi, macchine e edifici pubblici nelle città di Guerrara, Ghardaia e Berianne.

Secondo fonti sanitarie locali, la maggior parte delle vittime è stata uccisa con colpi di arma da fuoco a Guerrera (120 km a nord ovest di Ghardaia). Notizia confermata dal quotidiano algerino al-Watan che ha parlato di “orde a volto coperto su grandi moto che hanno setacciato i quartieri di Guerrara seminando terrore fra la popolazione”.

La risposta delle autorità algerine è stata affidata al ministro degli interni che ha indetto una riunione di sicurezza straordinaria per ristabilire l’ordine nella regione. Tra i presenti al vertice vi erano anche il primo ministro ‘Abed Malek Sellal, alcuni ufficiali della difesa e il capo di stato maggiore Ahmed Gaid Salah.

La zona maggiormente investita dagli scontri etnici è stata Ghardaia, sito patrimonio dell’Unesco. Oltre ad avere una lingua diversa rispetto alla maggioranza degli algerini, i membri della comunità berbera del posto (i mozabiti) appartengono ad una scuola religiosa islamica diversa. I berberi mozabiti seguono infatti la fede ibadita, una forma di Islam che precede la divisione tra sunniti e sciiti. Gli arabi Chaamba sono invece sunniti.

Ma la differenza linguistica e religiosa è solo un pretesto: gli scontri tra i gruppi rivali derivano da una lotta per accaparrarsi le poche risorse disponibili nel sud povero del Paese. Hanno cause economiche e sociali (lotta per un posto di lavoro, per terra e casa) piuttosto che culturali e religiose. In un articolo su al-Watan, il professore Rosto el-Jazairia, berbero mozabita, ha denunciato la marginalizzazione della sua comunità a causa delle politiche settarie delle autorità algerine. Al-Jazairiyya ha parlato di “un piano per asfissiare una intera popolazione [berbera]” e “di tentativo ben strutturato per isolarla moralmente e politicamente”. Algeri, secondo il professore, “sta cercando di dettare con minacce e terrore i termini della sottomissione [della comunità mozabita]”.

Del gap tra berberi e arabi è consapevole anche Bouteflika il cui programma a tre punti annunciato mercoledì include anche uno sviluppo economico e sociale dell’area. Una piano che, però per dimensioni e risorse investite in questo ambito, non ha soddisfatto tutti. Il quotidiano La Tribune ha criticato le disposizioni di Algeri osservando come ogni volta che c’è una riacutizzazione del conflitto nella zona, il governo annuncia solo misure sicuritarie senza trattare le cause che sono all’origine delle tensioni. Il fallimento – sostiene il quotidiano – riflette una più ampia crisi che si vive in Algeria dove “la specificità di una regione e dei suoi valori ancestrali” tendono ad essere ignorate dalle autorità. I berberi costituiscono il 30% della popolazione algerina e sono stati a lungo marginalizzati dalla maggioranza araba.

Il clima tra i due gruppi si è fatto teso dopo che un cimitero mozabita è stata profanato nel dicembre 2013. Dall’ottobre dello scorso anno una dozzina di persone sono rimaste uccise negli scontri tra arabi e berberi dell’area. Centinaia sono stati i feriti.

Più o meno nelle stesse ore in cui martedì avvenivano gli scontri sanguinosi nella regione di Ghardaia, il ministero della difesa algerina annunciava con orgoglio che dall’inizio del 2015 102 jihadisti sono stati uccisi, catturati o si sono pentiti. Nella nota, riportata dall’agenzia di stampa nazionale Aps, si fa riferimento anche alla “grande quantità di armi e munizioni – tra cui armi automatiche, granate a razzo e quasi 1.300 ordigni esplosivi – sequestrate dalle forze di sicurezza tra gennaio e giugno”.

Un problema, quello dell’Islam politico radicale, che è ancora una ferita aperta nel Paese. Gruppi jihadisti hanno insanguinato l’Algeria negli anni ’90 e, sebbene la violenza di stampo fondamentalista sia diminuita sensibilmente, cellule terroristiche sono ancora attive nella parte centrale e orientale dello stato arabo dove sferrano di tanto in tanto attacchi alle forze di sicurezza.

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