| Il parlamento algerino |
Riconoscimento importante è stato poi conferito all’Amazigh (la lingua parlata dalla popolazione berbera) che da oggi diventerà lingua ufficiale insieme all’arabo. Nella discussione parlamentare che ha preceduto la votazione, il premier algerino Abdel Malek Sellal ha spiegato l’utilità di queste riforme: “i provvedimenti garantiscono un cambiamento democratico attraverso la convocazione di elezioni libere costituendo un baluardo contro i capricci del cambiamento politico”. Il riferimento finale è alle parti di costituzione che non potranno essere alterate anche se gli islamisti riuscissero a formare una maggioranza.
Non tutti, però, sono convinti dell’utilità del pacchetto di riforme votato ieri. Secondo alcuni commentatori locali, infatti, i cambiamenti approvati non sono altro che una farsa che non limiteranno il potere dell’elite algerina rappresentata dal Fronte di Liberazione Nazionale (Fln) di Bouteflika e dai vertici militari. Le nuove norme – sottolineano – nascono per preparare il Paese ad una tranqulla transizione post-Boutleflika (al potere dal 1999). Le condizioni di salute del presidente (78 anni), del resto, da tempo destano preoccupazione: le sue apparizioni pubbliche e televisive negli ultimi anni si sono fatte sempre più rare e c’è il timore (fondato) che una sua imminente uscita di scena potrebbe causare gravi problemi di instanbiltà al Paese. I primi ad esserne preoccupati sono gli occidentali che monitorano con attenzione quanto accade sulla sponda sud del Mediteranneo. Prima di tutto perché l’Algeria è un importante produttore di gas e petrolio, beni troppo preziosi per essere consegnati a forze ritenute “ostili”.
In secondo luogo perché un eventuale vacuum politico potrebbe generare una massiccia immigrazione di algerini verso le coste europee. Uno scenario, questo, assolutamente da scongiurare per gli europei che già si sono mostrati divisi e incapaci nel gestire la questione dei rifugiati e dei “migranti economici” in arrivo in Grecia via Turchia. Sebbene l’Algeria sia rimasta relativamente stabile da quando nel 2011 sono iniziate le rivolte nel mondo arabo, il Paese è alle prese con problemi di non facile soluzione: gli attacchi regolari di miliziani islamisti e un’acuta crisi economica soprattutto a causa del calo di entrate per l’abbassamento dei prezzi del petrolio. Senza dimenticare, poi, gli sporadici scontri etnici tra berberi e arabi. Proprio su quest’ultimo tema, lo scorso luglio il presidente Boutlefika ha annunciato un piano di emergenza per riportare sotto controllo la situazione a Ghardaia dove le violenze tra i due gruppi hanno causato la morte di 22 persone.
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