Israele è uno Stato-killer, che anche quando finge di trattare sta solo lavorando per eliminare la controparte.
Poco fa ha attaccato il Qatar con una classica operazione omicida dell’aviazione supportata dallo Shin Bet, il servizio segreto di Tel Aviv, prendendo di mira l’edificio in cui si stavano riunendo alcuni funzionari di Hamas per discutere – questo è l’elemento-chiave – la “proposta di pace” avanzata da Donald Trump.
Lo stesso Trump avrebbe approvato preventivamente l’attacco, il che riduce la credibilità dell’amministrazione Usa a quella di un semplice basista, al massimo una “copertura”, per i killer. In effetti, i bombardamenti sarebbero stati effettuati da 10 aerei israeliani, sganciando più di 10 bombe, una a pochi secondi di distanza dall’altra. Ma, secondo molte fonti tecnologicamente informate, aerei spia americani e britannici stavano sorvolando Doha al momento dell’attacco.
In pratica non sarebbe mai esistita alcuna “proposta di pace”, ma soltanto una finzione orchestrata per convincere quei responsabili di Hamas in esilio a Doha a riunirsi, così da facilitare l’attentato per eliminarli.
Le forze armate israeliane hanno confermato di aver “condotto un attacco mirato” contro i vertici di Hamas, dopo che esplosioni si sono udite a Doha, capitale del Qatar. L’attacco sarebbe stato condotto utilizzando aerei e droni, violando lo spazio aereo del paese.
Secondo la stampa israeliana tra i dirigenti nel mirino dell’attacco c’erano Khalil al Hayya, Zaher Jabarin, Khaled Meshaal e Nizar Awadallah. Ovvio che i nomi siano stati indicati ai giornali dagli stessi vertici dell’Idf.
Da parte sua, una fonte di Hamas ha dichiarato ad Al Jazeera che i leader del gruppo sono stati presi di mira a Doha mentre discutevano della proposta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per un cessate il fuoco a Gaza.
Può risultare sorprendete – per osservatori ingenui – che Israele attacchi un paese arabo in ottimi rapporti con l’Occidente ma che si propone(va?) anche come spazio di mediazione con parte della resistenza palestinese.
Ma la realtà del genocidio in corso, nonché le esplicite dichiarazioni di tutti i vertici israeliani (governo, opposizione, esercito, ecc.), certificano che Israele persegue un progetto suprematista che non contempla interlocuzione reale con nessuno, ma la semplice affermazione della propria “superiorità per diritto divino”.
Il che non promette niente di buono per il futuro dell’umanità, ma soprattutto per la stessa Israele e l’Occidente neoliberista che la protegge.
In aggiornamento
L’attacco sembra sia stato assai meno “preciso ed efficace” di quanto trionfalmente rivendicato dai genocidi sionisti. I media palestinesi scrivono che sono soltanto due le persone uccise nell’attacco a Doha, ma non si tratterebbe dei principali leader di Hamas.
Le vittime sarebbero Himam al-Hayya – figlio del leader di Hamas a Gaza, Khalil al-Hayya – e Jihad Labad, direttore dell’ufficio di Khalil al-Hayya e un funzionario della sicurezza del Qatar. Sul piano politico, però, l’attacco si sta rivelando un vero boomerang.
Anche i paesi arabi più moderati, dopo l’attacco pressoché contemporaneo alla Tunisia per colpire la “nave ammiraglia” della Global Sumud Flotilla e al Qatar per colpire i vertici di Hamas, stanno ufficialmente condannando Israele (vedremo se e quanto o quando prenderanno qualche decisione meno parolaia).
Il portavoce del ministero degli Esteri qatariota, Majed al Ansari ha riferito che «le autorità di sicurezza, la protezione civile e gli enti competenti hanno immediatamente iniziato ad affrontare l’incidente, adottando le misure necessarie per contenerne le ripercussioni e garantire la sicurezza dei residenti e delle aree circostanti».
Il Qatar «non tollererà questo comportamento sconsiderato di Israele e il continuo sabotaggio della sicurezza della regione, né qualsiasi azione che prenda di mira la sua sicurezza e la sua sovranità».
Anche il segretario generale dell’Onu, Guterres, ha spiegato che l’attacco è una “chiara violazione della sovranità del Qatar”.
La Turchia accusa lo Stato ebraico di «terrorismo» e di politiche espansioniste nella regione. «Questa è una chiara prova delle politiche espansionistiche di Israele nella regione e della sua adozione del terrorismo come politica di Stato», recita un comunicato del ministero degli Esteri turco. «L’attacco alla delegazione negoziale di Hamas mentre sono in corso i negoziati per il cessate il fuoco dimostra che Israele non mira a raggiungere la pace ma a perpetuare la guerra», lanciando un appello alla comunità internazionale per fare «pressione su Israele affinché ponga fine alla sua continua aggressione in Palestina e nella regione».
La Giordania ha condannato l’attacco definendolo una «palese violazione del diritto internazionale» e promettendo di schierarsi al fianco del Qatar se deciderà di rispondere alla violenza. Lo ha scritto il ministro degli Esteri della Giordania Ayman Safadi su X. «Siamo al fianco dei nostri fratelli in Qatar ed esprimiamo la nostra assoluta solidarietà nei loro confronti per qualsiasi misura adottino contro questa aggressione e per proteggere la loro sicurezza, stabilità e sovranità. Israele continuerà la sua aggressione, le sue guerre brutali, le sue violazioni del diritto internazionale e la sua minaccia alla pace e alla sicurezza regionale e internazionale a meno che la comunità internazionale, in particolare il Consiglio di sicurezza [dell’Onu, ndr], non adotti le misure necessarie per scoraggiarlo e frenare la sua aggressione».
Anche l’Arabia Saudita ha dismesso i panni dell’osservatore distaccato per condannare «nei termini più forti» l’attacco di Israele definendolo «una brutale aggressione israeliana e una palese violazione della sovranità dello Stato fratello del Qatar». Ha inoltre avvertito delle «gravi conseguenze derivanti dalla persistenza dell’occupazione israeliana nelle sue trasgressioni criminali e dalla sua flagrante violazione dei principi del diritto internazionale e di tutte le norme internazionali».
La Jihad islamica palestinese se la prende invece anche con Trump, considerandolo «responsabile del comportamento incontrollato dell’entità (Israele)». «Questo attacco è uno sviluppo pericoloso degli eventi che non deve essere tollerato», «è un atto criminale per eccellenza che viola tutti gli standard e i valori umani, nonché le più elementari leggi e norme internazionali». «Questo attacco – prosegue il comunicato – non tiene nemmeno conto che a Doha era presente anche la delegazione sionista (Israele) incaricata di trattare con Hamas per i negoziati» (su un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza).
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Jihad Islamica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Jihad Islamica. Mostra tutti i post
18/01/2025
Accordo tra la Brigata Jenin e l’Autorità Palestinese
L ‘Autorità Nazionale Palestinese (Anp) e i combattenti della Brigata Jenin (Jihad Islami) hanno raggiunto un’intesa, nel quadro di un’iniziativa presentata dal Comitato per la Riforma per mettere fine alla “campagna di sicurezza” andata avanti per settimane contro il campo profughi di Jenin, nella Cisgiordania settentrionale.
Secondo quanto si è appreso, la polizia palestinese prenderà il controllo nella zona della piazza del campo profughi a partire da stasera, mentre i membri Comitato per le Riforma e le altre personalità che supervisionano l’accordo saranno presenti nella piazza da domani mattina.
La Brigata Jenin ha confermato il proprio impegno affermando: “Se le cose andranno come concordato e i servizi di sicurezza dell’Anp rispetteranno l’intesa, da parte nostra ci impegniamo ad osservare tutto ciò che abbiamo promesso”.
Il campo di Jenin è stato teatro di scontri tra la Brigata Jenin e i servizi di sicurezza dell’Anp dall’inizio di dicembre, sotto il nome di “Operazione Proteggere la Patria” avviata dal presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) allo scopo “di riportare la legge e l’ordine” nel campo dove agiscono gruppi armati che resistono alle frequenti distruttive incursioni di Israele nella città (decine negli ultimi tre anni, con numerose vittime).
Era previsto che l’accordo venisse raggiunto all’inizio di questa settimana, ma i colloqui si sono fermati a causa di due attacchi aerei israeliani sul campo martedì e mercoledì, che hanno ucciso almeno 6 palestinesi, tra cui un ragazzo di 15anni. L’esercito israeliano si era astenuto dall’effettuare attacchi a Jenin quando l’Anp ha iniziato la sua operazione. Ora li ha ripresi in apparente reazione, affermano alcuni, all’accordo tra la sicurezza palestinese e la Brigata Jenin. Tel Aviv vorrebbe che l’Anp portasse avanti una lotta incessante contro le organizzazioni combattenti palestinesi che considera “terroristiche”.
Almeno 15 persone, tra cui la giornalista Shatha Al-Sabagh, il leader della Brigata Jenin, Yazid Jaaysa, e sei membri della polizia sono rimasti uccisi durante i raid nel campo profughi compiuti dai servizi di sicurezza dell’Anp apertamente condannati dalla popolazione di Jenin e da gran parte dei palestinesi.
Secondo gli analisti, l’“Operazione Proteggere la Patria” avrebbe avuto principalmente uno scopo politico, ossia segnalare alla entrante Amministrazione Trump (e a Israele) che l’Anp mantiene l’autorità nei territori sotto il suo controllo e, pertanto, è in grado di governare la Striscia di Gaza al posto di Hamas. L’attacco alla Brigata Jenin e alle altre organizzazioni combattenti a Jenin ha approfondito ulteriormente il solco tra l’Anp e la popolazione in Cisgiordania che appoggia il diritto di resistere anche con le armi all’occupazione israeliana.
Ieri Abu Mazen ha dichiarato che l’Anp è pronta ad assumersi la “piena responsabilità” nella Striscia di Gaza del dopoguerra, nella sua prima dichiarazione da quando i mediatori hanno annunciato mercoledì un accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas. L’Anp ha inoltre diffuso un documento in cui delinea i suoi piani per la Striscia di Gaza, senza specificare un ruolo per Hamas, e inviato una delegazione di alto livello al Cairo per definire il destino del valico di Rafah.
Fonte
Secondo quanto si è appreso, la polizia palestinese prenderà il controllo nella zona della piazza del campo profughi a partire da stasera, mentre i membri Comitato per le Riforma e le altre personalità che supervisionano l’accordo saranno presenti nella piazza da domani mattina.
La Brigata Jenin ha confermato il proprio impegno affermando: “Se le cose andranno come concordato e i servizi di sicurezza dell’Anp rispetteranno l’intesa, da parte nostra ci impegniamo ad osservare tutto ciò che abbiamo promesso”.
Il campo di Jenin è stato teatro di scontri tra la Brigata Jenin e i servizi di sicurezza dell’Anp dall’inizio di dicembre, sotto il nome di “Operazione Proteggere la Patria” avviata dal presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) allo scopo “di riportare la legge e l’ordine” nel campo dove agiscono gruppi armati che resistono alle frequenti distruttive incursioni di Israele nella città (decine negli ultimi tre anni, con numerose vittime).
Era previsto che l’accordo venisse raggiunto all’inizio di questa settimana, ma i colloqui si sono fermati a causa di due attacchi aerei israeliani sul campo martedì e mercoledì, che hanno ucciso almeno 6 palestinesi, tra cui un ragazzo di 15anni. L’esercito israeliano si era astenuto dall’effettuare attacchi a Jenin quando l’Anp ha iniziato la sua operazione. Ora li ha ripresi in apparente reazione, affermano alcuni, all’accordo tra la sicurezza palestinese e la Brigata Jenin. Tel Aviv vorrebbe che l’Anp portasse avanti una lotta incessante contro le organizzazioni combattenti palestinesi che considera “terroristiche”.
Almeno 15 persone, tra cui la giornalista Shatha Al-Sabagh, il leader della Brigata Jenin, Yazid Jaaysa, e sei membri della polizia sono rimasti uccisi durante i raid nel campo profughi compiuti dai servizi di sicurezza dell’Anp apertamente condannati dalla popolazione di Jenin e da gran parte dei palestinesi.
Secondo gli analisti, l’“Operazione Proteggere la Patria” avrebbe avuto principalmente uno scopo politico, ossia segnalare alla entrante Amministrazione Trump (e a Israele) che l’Anp mantiene l’autorità nei territori sotto il suo controllo e, pertanto, è in grado di governare la Striscia di Gaza al posto di Hamas. L’attacco alla Brigata Jenin e alle altre organizzazioni combattenti a Jenin ha approfondito ulteriormente il solco tra l’Anp e la popolazione in Cisgiordania che appoggia il diritto di resistere anche con le armi all’occupazione israeliana.
Ieri Abu Mazen ha dichiarato che l’Anp è pronta ad assumersi la “piena responsabilità” nella Striscia di Gaza del dopoguerra, nella sua prima dichiarazione da quando i mediatori hanno annunciato mercoledì un accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas. L’Anp ha inoltre diffuso un documento in cui delinea i suoi piani per la Striscia di Gaza, senza specificare un ruolo per Hamas, e inviato una delegazione di alto livello al Cairo per definire il destino del valico di Rafah.
Fonte
28/12/2024
[Contributo al dibattito] - Riflessione sulla Palestina
di Bassam Saleh
I movimenti islamisti Hamas e Jihad hanno guidato la resistenza armata nella Striscia di Gaza, basandosi sul cosiddetto asse della resistenza e sull’unità delle piazze, senza una strategia nazionale di resistenza.
Il risultato è stato la distruzione globale che ha colpito la Striscia di Gaza, il martirio di decine di migliaia di cittadini e lo spettro dello sfollamento e del reinsediamento che aleggia sulle loro teste.
I due movimenti ripeteranno l’esperienza in Cisgiordania dopo il crollo dell’asse della resistenza? Sono a conoscenza dei piani del nemico per la Cisgiordania? Quale obiettivo o vittoria stanno cercando di raggiungere i gruppi che detengono le armi? Il diritto alla resistenza, è un dovere patriotico per tutti i popoli sotto occupazione, penso che tutti i palestinesi sono d’accordo con questo principio sancito anche dal diritto internazionale, oltre che dal diritto naturale.
Ma i palestinesi divergono sui metodi: resistenza armata o non violenta, popolare o diplomatica; è e rimane un fattore importante, su cui si deve trovare un accordo unitario, capire come e quando utilizzare uno o più metodi.
Questo dovrebbe avvenire sulla base di una analisi precisa dalla situazione interna e regionale, le alleanze con i paesi vicini e anche internazionale, senza dimenticare la forza del nemico e le sue alleanze mondiali.
Ma questo non basta, bisogna sapere chi assume la responsabilità di indicare il metodo di resistenza, e come preparare la popolazione e come proteggerla in quanto essa è l’oggetto e il soggetto della resistenza. La resistenza è legittima e ha molte forme, ma la resistenza all’occupazione non avrà successo, a meno che non sia nel quadro di una strategia nazionale concordata e non sia in conflitto con la determinazione della resilienza delle persone sulla loro terra.
La Cisgiordania può permettersi il lusso di affrontare una tragedia come quella della striscia di Gaza? L’autorità e le fazioni hanno abbastanza tempo per impegnarsi nelle loro controversie mentre Gaza lotta con la sua morte?
Se è così, questo è il peggio che potrebbe accadere, quando l’attenzione viene distolta dal genocidio che Israele sta portando avanti da più di quattordici mesi. Forse dovremmo incolpare il nostro fallimento nella prova del consenso e l’inefficienza nel creare l’unità nazionale che il momento attuale richiede, in mezzo al mare di sangue e alla più grande minaccia per l’entità palestinese, che si trova al bivio più pericoloso dalla sua istituzione.
Tre anni fa, nel quartiere di Al-Makhfiyah nella città di Nablus, è emerso un gruppo armato, definito la Fossa dei Leoni, come espressione dell’atmosfera creata dall’aggressione israeliana e dai coloni in Cisgiordania.
Ma la tragedia è avvenuta dopo che Israele è riuscito ad assassinarli tutti, così che la Cisgiordania ha vissuto al suono di funerali e lutti che lasciavano tristezza e amarezza. Israele è riuscito ad ottenere un successo eliminando una situazione emergente. Era l’ultima cosa di cui avevamo bisogno.
La scena si sta ripetendo ora a Jenin, e tutti sono in punta di piedi per la paura. Anche se la situazione a Jenin ha portato mesi fa all’invasione del campo da parte di Israele. A quel tempo, si temeva ancora di più, alla luce di ciò che Israele stava commettendo a Gaza, che Israele avrebbe demolito il campo e spostato i suoi residenti, e ha fornito una prova generale di questo tipo distruggendo le infrastrutture del campo.
L’impatto della situazione potrebbe avere eco a Gaza, poiché si suppone che la fretta eccessiva e non calcolata abbia lasciato sufficienti lezioni, in termini di brutalità israeliana e di sfruttamento di qualsiasi azione non calcolata per attuare progetti strategici, soprattutto perché tutti sanno che l’obbiettivo di questo governo è la Cisgiordania più che Gaza.
E se alcuni chiedono di attendere una valutazione dell’esperienza di Gaza, allora la questione dovrebbe riguardare, innanzitutto, i gruppi armati. Attendere la conclusione dell’esperienza, anche se quello che è successo è bastato per trarre lezioni, ma noi come popolo siamo abituati a essere riluttanti a leggere le lezioni quando i nostri interessi lo richiedono, si rivendica l’ignoranza.
Dobbiamo ricordare che, dopo il 7 ottobre 2023, la prima dichiarazione di Bezalel Smotrich, l’uomo ideologico forte del governo di Netanyahu, è stata “la risposta a quanto accaduto è quella di rovesciare l’autorità palestinese e annettere la Cisgiordania”.
Questo avrebbe dovuto accendere tutte le luci rosse a un’amministrazione politica molto cauta in Cisgiordania, soprattutto per coloro che osservano con attenzione che le politiche del governo israeliano hanno seguito le indicazioni e i desideri di Smotrich, compreso il costante rifiuto negli ultimi mesi dell’accordo di scambio di prigionieri con il movimento Hamas.
Sono trascorsi più di quattordici mesi dall'inizio del genocidio di Gaza. In Cisgiordania né attraverso la sua politica, né i suoi militanti, né le sue piccole manifestazioni, è stato possibile fare nulla per fermare l’aggressione. Tutto ciò che viene richiesto alla Cisgiordania è di non vivere le avventure di Gaza. Il sunto nazionale, è la capacità di sopravvivere, dopo l’amara esperienza.
Se l’Autorità è in grado di farlo, significa che è stata in grado di risparmiare alla Cisgiordania ciò che è successo a Gaza e la sua esperienza, perché la continuazione della presenza palestinese e la continuazione delle città palestinesi a esistere, sono al centro dei piani israeliane di sfollamento ed è ciò che è attualmente richiesto.
I gruppi armati possono farlo o potrebbe accadere il contrario? Si deve fare una lettura politica dell’esperienza di Gaza, o continuiamo a nascondere la testa sotto la sabbia, sotto il bagliore delle emozioni e delle sue costose esplosioni? Gli intellettuali devono fornire una risposta, perché non c’è più spazio per ulteriori avventure con il popolo palestinese e la politica non deve essere lasciata sotto il controllo delle armi. Questa è una delle conclusioni dell’esperienza.
È vero che ciò che Israele sta facendo a Gaza fa piangere le pietre e crea una rabbia che non può essere tollerata nei cuori dei giovani, ma è anche vero che nelle circostanze più difficili la ragione non dovrebbe mancare. Perché un momento di disattenzione o di assenza, in questa delicata fase, può essere pagato, a meno che non vogliamo vedere la Cisgiordania come Gaza.
Ma quel che è peggio è che Israele faccia pressione sulla Cisgiordania e apra il valico di partenza, che è il cuore del progetto del governo israeliano, e non dovremmo valutarlo con cieca emozione su un piatto di sangue e ignoranza dei calcoli.
E se l’autorità, come dicono i suoi uomini, sta facendo ogni sforzo per evitare l’esperienza di Gaza e preservare il popolo palestinese, e non causare distruzione e sfollamento, allora anche i gruppi armati hanno qualcosa da dire sul loro desiderio di difendere il popolo palestinese: “Naturalmente, per esperienza, nessuno può difendere il popolo”, nel senso dell’unità di intenti e della divergenza sui mezzi.
Ciò non richiede tale violenza e tensione, ma piuttosto un dialogo nazionale responsabile di cui le forze nazionali e l’Autorità devono assumersi la responsabilità, beneficiando dell’esperienza che abbiamo davanti a noi, e che non lascia spazio a nuove esperienze per le emozioni e la rabbia armata.
L’Autorità è responsabile della Cisgiordania, e deve superare questo momento buio con perdite minime. Nei momenti critici nessuno parla di risultati raggiunti, ma si sottomette a condizioni minime che si fermano alla capacità di sopravvivere.
Non è possibile rispondere senza concentrarsi sulla mancanza di chiarezza della strategia di resistenza e sulla sua oscillazione tra la liberazione completa e il programma di un Stato sui confini del 1967, tra autorità e resistenza, tra unità nazionale e rovesciamento e isolamento dell’altro e dei suoi simboli, senza decidere se l’obiettivo centrale che regola questa fase sia liberare i prigionieri o fermare gli attacchi ad Al-Aqsa o togliere l’assedio alla Striscia di Gaza, fermare l’espansione degli insediamenti coloniali o controllare l’Olp, l’autorità, la rappresentanza e la leadership dei palestinesi?
Oltre a considerare la resistenza come se fosse un fine e non un mezzo per raggiungere un obiettivo, o come se fosse l’unica capace, indipendentemente dall’equilibrio delle forze locale, regionale e internazionale, di liberare la Palestina e i territori occupati nel 1967, o che si tratta di resistenza fine a se stessa, come se il suo ruolo fosse solo quello di tenere accesa la fiamma del conflitto invece di continuare a perseguire in ogni fase un grande obiettivo nazionale, con tutte le energie, le politiche e la resistenza in tutte le sue forme sono dirette a raggiungerlo.
Mettere ordine nella casa palestinese, è la risposta realistica e responsabile, a tutte le sfide e ai rischi, che potrebbe migliorare radicalmente i termini del presunto accordo saudita o impedirne il completamento, sulla base del fatto che Riyadh è ora più forte di quanto lo fosse durante il primo mandato di Trump, e le sue relazioni con la Cina, la Russia e il resto del mondo, sono migliori di prima.
Ciò gli dà spazio per giocare sugli equilibri internazionali, e ci sono indicazioni che aspiri a svolgere un ruolo che non sia solo un’appendice di Israele nel nuovo Medio Oriente, e quindi non ha più bisogno nella stessa misura di armi, di un reattore nucleare e di un trattato di mutua difesa, soprattutto alla luce del miglioramento del suo rapporto con l’Iran.
È significativo che gli artigli di Teheran sono stati tagliati dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad e la sua uscita dalla Siria. Almeno a Riyadh ci sono opinioni diverse ed è responsabilità dei palestinesi sostenere la tendenza a favore della creazione di uno Stato palestinese come condizione per la normalizzazione e non accontentarsi di un percorso che porta a uno Stato al quale non porterà mai.
Quindi, la priorità è mettere ordine nella casa palestinese, unificare e attivare il sistema politico, una leadership e una risoluzione unica e aderire al programma minimo, che è armato del diritto internazionale e delle risoluzioni delle Nazioni Unite e include nella sua essenza la fine dell’occupazione e il raggiungimento dell’indipendenza nazionale.
Questo può essere ottenuto con l’adozione della strategia di resilienza che garantisca la sopravvivenza e la fermezza delle persone sulla loro terra, la loro causa viva e la loro adesione al programma minimo nazionale.
Questa di per sé è una strategia nazionale molto appropriata in questa fase, poiché mira a impedire all’occupazione di raggiungere i suoi obiettivi, soprattutto perché questa fase è una fase di difesa strategica e non è una fase di attacco strategico, e i palestinesi devono cercare di cambiare l’equilibrio delle forze in modo graduale e cumulativo.
In questa fase, è opportuno preservare le forze e le conquiste finché le circostanze non cambieranno, e cambieranno inevitabilmente.
È questo richiede l’adesione al diritto alla resistenza e, adottando le regole della guerriglia “colpire e fuggire”, evitando la spettacolarizzazione e non lasciandosi coinvolgere nei combattimenti, indipendentemente dalle circostanze, e smettendo di trattare i campi e la città vecchia di Nablus e altri luoghi, come aree liberate, soprattutto dopo l’utilizzo diffuso della tecnologia, dell’intelligenza artificiale e dei droni.
Inoltre, questo lavoro di resistenza pubblica, senza una strategia chiara o un consenso nazionale, potrebbe portare a scontri con l’Autorità, e questo non è coerente con lo squilibrio delle forze a favore dell’occupazione.
Basta confrontare il bilancio di perdite degli attacchi lanciati dalle forze di occupazione israeliane e le perdite palestinesi. La differenza è enorme e non si limita al numero di martiri, feriti e detenuti.
Piuttosto, in aggiunta a ciò, ci sono operazioni di sistematica distruzione organizzata e di sfollamento, come sta accadendo nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, dove si concentrano principalmente sui campi profughi, per ciò che rappresentano e simboleggiano, e perché sono basi solide per la resistenza e la generazione di resistenze.
Qualsiasi atto di resistenza organizzata in varie forme contro l’occupazione è un diritto, un dovere ma deve tenere conto della sua natura, dei suoi bisogni e dell’equilibrio delle forze, e che la resistenza è un atto umano consapevole, è un atto politico e non è un idolo sacro, e coloro che la praticano sono esseri umani e possono fare cose giuste e possono commettono errori e come ogni azione umanitaria, necessita di valutazione continua.
Soprattutto per calcoli e obiettivi e che può essere appropriata in un momento e inappropriata in un altro, dove l’attenzione alla resistenza armata è appropriata in un momento e inappropriata in un altro, ed è la principale forma di lotta o solo una delle sue forme.
Lo Stato di Israele pratica il genocidio, il terrorismo e tutti i tipi di crimini, e opera per creare il “Grande Israele”, e non accetta accordi e compromessi, e quindi non c’è alternativa alla resistenza in tutte le sue forme.
Tuttavia, affinché la resistenza raggiunga i suoi obiettivi, deve basarsi su una strategia nazionale sostenuta dal consenso nazionale, che ne comprenda i tempi, la forme e gli obiettivi, e sia basata sul diritto all’autodeterminazione, sulla giustizia della causa palestinese e sulla sua superiorità morale.
Cioè, si astiene dal prendere di mira bambini, donne e civili, si distingue dal caos, dall’insicurezza e dai fuorilegge e non prende di mira alcun obiettivo palestinese, come il quartier generale dell’Autorità e, indipendentemente dalle ragioni che potrebbero aprire la strada alla guerra civile che se scoppia, non lascerà niente al suo posto, la resistenza deve tenersi lontana da qualsiasi azione improvvisata condotta come forma di vendetta o a vantaggio di un’organizzazione, gruppo o centro di potere, o a beneficio di piani regionali esterni, che consentono al nemico di opprimere la resistenza e i resistenti, e gli permettono di attuare i suoi piani ostili.
I palestinesi devono rendersi conto che la vittoria decisiva della resistenza richiede il verificarsi di cambiamenti qualitativi palestinesi, regionali e internazionali che forniscano la profondità necessaria per la loro vittoria. Pertanto, l’apertura regionale e internazionale è molto importante affinché possa sopravvivere, resistere e vincere.
Fonte
I movimenti islamisti Hamas e Jihad hanno guidato la resistenza armata nella Striscia di Gaza, basandosi sul cosiddetto asse della resistenza e sull’unità delle piazze, senza una strategia nazionale di resistenza.
Il risultato è stato la distruzione globale che ha colpito la Striscia di Gaza, il martirio di decine di migliaia di cittadini e lo spettro dello sfollamento e del reinsediamento che aleggia sulle loro teste.
I due movimenti ripeteranno l’esperienza in Cisgiordania dopo il crollo dell’asse della resistenza? Sono a conoscenza dei piani del nemico per la Cisgiordania? Quale obiettivo o vittoria stanno cercando di raggiungere i gruppi che detengono le armi? Il diritto alla resistenza, è un dovere patriotico per tutti i popoli sotto occupazione, penso che tutti i palestinesi sono d’accordo con questo principio sancito anche dal diritto internazionale, oltre che dal diritto naturale.
Ma i palestinesi divergono sui metodi: resistenza armata o non violenta, popolare o diplomatica; è e rimane un fattore importante, su cui si deve trovare un accordo unitario, capire come e quando utilizzare uno o più metodi.
Questo dovrebbe avvenire sulla base di una analisi precisa dalla situazione interna e regionale, le alleanze con i paesi vicini e anche internazionale, senza dimenticare la forza del nemico e le sue alleanze mondiali.
Ma questo non basta, bisogna sapere chi assume la responsabilità di indicare il metodo di resistenza, e come preparare la popolazione e come proteggerla in quanto essa è l’oggetto e il soggetto della resistenza. La resistenza è legittima e ha molte forme, ma la resistenza all’occupazione non avrà successo, a meno che non sia nel quadro di una strategia nazionale concordata e non sia in conflitto con la determinazione della resilienza delle persone sulla loro terra.
La Cisgiordania può permettersi il lusso di affrontare una tragedia come quella della striscia di Gaza? L’autorità e le fazioni hanno abbastanza tempo per impegnarsi nelle loro controversie mentre Gaza lotta con la sua morte?
Se è così, questo è il peggio che potrebbe accadere, quando l’attenzione viene distolta dal genocidio che Israele sta portando avanti da più di quattordici mesi. Forse dovremmo incolpare il nostro fallimento nella prova del consenso e l’inefficienza nel creare l’unità nazionale che il momento attuale richiede, in mezzo al mare di sangue e alla più grande minaccia per l’entità palestinese, che si trova al bivio più pericoloso dalla sua istituzione.
Tre anni fa, nel quartiere di Al-Makhfiyah nella città di Nablus, è emerso un gruppo armato, definito la Fossa dei Leoni, come espressione dell’atmosfera creata dall’aggressione israeliana e dai coloni in Cisgiordania.
Ma la tragedia è avvenuta dopo che Israele è riuscito ad assassinarli tutti, così che la Cisgiordania ha vissuto al suono di funerali e lutti che lasciavano tristezza e amarezza. Israele è riuscito ad ottenere un successo eliminando una situazione emergente. Era l’ultima cosa di cui avevamo bisogno.
La scena si sta ripetendo ora a Jenin, e tutti sono in punta di piedi per la paura. Anche se la situazione a Jenin ha portato mesi fa all’invasione del campo da parte di Israele. A quel tempo, si temeva ancora di più, alla luce di ciò che Israele stava commettendo a Gaza, che Israele avrebbe demolito il campo e spostato i suoi residenti, e ha fornito una prova generale di questo tipo distruggendo le infrastrutture del campo.
L’impatto della situazione potrebbe avere eco a Gaza, poiché si suppone che la fretta eccessiva e non calcolata abbia lasciato sufficienti lezioni, in termini di brutalità israeliana e di sfruttamento di qualsiasi azione non calcolata per attuare progetti strategici, soprattutto perché tutti sanno che l’obbiettivo di questo governo è la Cisgiordania più che Gaza.
E se alcuni chiedono di attendere una valutazione dell’esperienza di Gaza, allora la questione dovrebbe riguardare, innanzitutto, i gruppi armati. Attendere la conclusione dell’esperienza, anche se quello che è successo è bastato per trarre lezioni, ma noi come popolo siamo abituati a essere riluttanti a leggere le lezioni quando i nostri interessi lo richiedono, si rivendica l’ignoranza.
Dobbiamo ricordare che, dopo il 7 ottobre 2023, la prima dichiarazione di Bezalel Smotrich, l’uomo ideologico forte del governo di Netanyahu, è stata “la risposta a quanto accaduto è quella di rovesciare l’autorità palestinese e annettere la Cisgiordania”.
Questo avrebbe dovuto accendere tutte le luci rosse a un’amministrazione politica molto cauta in Cisgiordania, soprattutto per coloro che osservano con attenzione che le politiche del governo israeliano hanno seguito le indicazioni e i desideri di Smotrich, compreso il costante rifiuto negli ultimi mesi dell’accordo di scambio di prigionieri con il movimento Hamas.
Sono trascorsi più di quattordici mesi dall'inizio del genocidio di Gaza. In Cisgiordania né attraverso la sua politica, né i suoi militanti, né le sue piccole manifestazioni, è stato possibile fare nulla per fermare l’aggressione. Tutto ciò che viene richiesto alla Cisgiordania è di non vivere le avventure di Gaza. Il sunto nazionale, è la capacità di sopravvivere, dopo l’amara esperienza.
Se l’Autorità è in grado di farlo, significa che è stata in grado di risparmiare alla Cisgiordania ciò che è successo a Gaza e la sua esperienza, perché la continuazione della presenza palestinese e la continuazione delle città palestinesi a esistere, sono al centro dei piani israeliane di sfollamento ed è ciò che è attualmente richiesto.
I gruppi armati possono farlo o potrebbe accadere il contrario? Si deve fare una lettura politica dell’esperienza di Gaza, o continuiamo a nascondere la testa sotto la sabbia, sotto il bagliore delle emozioni e delle sue costose esplosioni? Gli intellettuali devono fornire una risposta, perché non c’è più spazio per ulteriori avventure con il popolo palestinese e la politica non deve essere lasciata sotto il controllo delle armi. Questa è una delle conclusioni dell’esperienza.
È vero che ciò che Israele sta facendo a Gaza fa piangere le pietre e crea una rabbia che non può essere tollerata nei cuori dei giovani, ma è anche vero che nelle circostanze più difficili la ragione non dovrebbe mancare. Perché un momento di disattenzione o di assenza, in questa delicata fase, può essere pagato, a meno che non vogliamo vedere la Cisgiordania come Gaza.
Ma quel che è peggio è che Israele faccia pressione sulla Cisgiordania e apra il valico di partenza, che è il cuore del progetto del governo israeliano, e non dovremmo valutarlo con cieca emozione su un piatto di sangue e ignoranza dei calcoli.
E se l’autorità, come dicono i suoi uomini, sta facendo ogni sforzo per evitare l’esperienza di Gaza e preservare il popolo palestinese, e non causare distruzione e sfollamento, allora anche i gruppi armati hanno qualcosa da dire sul loro desiderio di difendere il popolo palestinese: “Naturalmente, per esperienza, nessuno può difendere il popolo”, nel senso dell’unità di intenti e della divergenza sui mezzi.
Ciò non richiede tale violenza e tensione, ma piuttosto un dialogo nazionale responsabile di cui le forze nazionali e l’Autorità devono assumersi la responsabilità, beneficiando dell’esperienza che abbiamo davanti a noi, e che non lascia spazio a nuove esperienze per le emozioni e la rabbia armata.
L’Autorità è responsabile della Cisgiordania, e deve superare questo momento buio con perdite minime. Nei momenti critici nessuno parla di risultati raggiunti, ma si sottomette a condizioni minime che si fermano alla capacità di sopravvivere.
Non è possibile rispondere senza concentrarsi sulla mancanza di chiarezza della strategia di resistenza e sulla sua oscillazione tra la liberazione completa e il programma di un Stato sui confini del 1967, tra autorità e resistenza, tra unità nazionale e rovesciamento e isolamento dell’altro e dei suoi simboli, senza decidere se l’obiettivo centrale che regola questa fase sia liberare i prigionieri o fermare gli attacchi ad Al-Aqsa o togliere l’assedio alla Striscia di Gaza, fermare l’espansione degli insediamenti coloniali o controllare l’Olp, l’autorità, la rappresentanza e la leadership dei palestinesi?
Oltre a considerare la resistenza come se fosse un fine e non un mezzo per raggiungere un obiettivo, o come se fosse l’unica capace, indipendentemente dall’equilibrio delle forze locale, regionale e internazionale, di liberare la Palestina e i territori occupati nel 1967, o che si tratta di resistenza fine a se stessa, come se il suo ruolo fosse solo quello di tenere accesa la fiamma del conflitto invece di continuare a perseguire in ogni fase un grande obiettivo nazionale, con tutte le energie, le politiche e la resistenza in tutte le sue forme sono dirette a raggiungerlo.
Mettere ordine nella casa palestinese, è la risposta realistica e responsabile, a tutte le sfide e ai rischi, che potrebbe migliorare radicalmente i termini del presunto accordo saudita o impedirne il completamento, sulla base del fatto che Riyadh è ora più forte di quanto lo fosse durante il primo mandato di Trump, e le sue relazioni con la Cina, la Russia e il resto del mondo, sono migliori di prima.
Ciò gli dà spazio per giocare sugli equilibri internazionali, e ci sono indicazioni che aspiri a svolgere un ruolo che non sia solo un’appendice di Israele nel nuovo Medio Oriente, e quindi non ha più bisogno nella stessa misura di armi, di un reattore nucleare e di un trattato di mutua difesa, soprattutto alla luce del miglioramento del suo rapporto con l’Iran.
È significativo che gli artigli di Teheran sono stati tagliati dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad e la sua uscita dalla Siria. Almeno a Riyadh ci sono opinioni diverse ed è responsabilità dei palestinesi sostenere la tendenza a favore della creazione di uno Stato palestinese come condizione per la normalizzazione e non accontentarsi di un percorso che porta a uno Stato al quale non porterà mai.
Quindi, la priorità è mettere ordine nella casa palestinese, unificare e attivare il sistema politico, una leadership e una risoluzione unica e aderire al programma minimo, che è armato del diritto internazionale e delle risoluzioni delle Nazioni Unite e include nella sua essenza la fine dell’occupazione e il raggiungimento dell’indipendenza nazionale.
Questo può essere ottenuto con l’adozione della strategia di resilienza che garantisca la sopravvivenza e la fermezza delle persone sulla loro terra, la loro causa viva e la loro adesione al programma minimo nazionale.
Questa di per sé è una strategia nazionale molto appropriata in questa fase, poiché mira a impedire all’occupazione di raggiungere i suoi obiettivi, soprattutto perché questa fase è una fase di difesa strategica e non è una fase di attacco strategico, e i palestinesi devono cercare di cambiare l’equilibrio delle forze in modo graduale e cumulativo.
In questa fase, è opportuno preservare le forze e le conquiste finché le circostanze non cambieranno, e cambieranno inevitabilmente.
È questo richiede l’adesione al diritto alla resistenza e, adottando le regole della guerriglia “colpire e fuggire”, evitando la spettacolarizzazione e non lasciandosi coinvolgere nei combattimenti, indipendentemente dalle circostanze, e smettendo di trattare i campi e la città vecchia di Nablus e altri luoghi, come aree liberate, soprattutto dopo l’utilizzo diffuso della tecnologia, dell’intelligenza artificiale e dei droni.
Inoltre, questo lavoro di resistenza pubblica, senza una strategia chiara o un consenso nazionale, potrebbe portare a scontri con l’Autorità, e questo non è coerente con lo squilibrio delle forze a favore dell’occupazione.
Basta confrontare il bilancio di perdite degli attacchi lanciati dalle forze di occupazione israeliane e le perdite palestinesi. La differenza è enorme e non si limita al numero di martiri, feriti e detenuti.
Piuttosto, in aggiunta a ciò, ci sono operazioni di sistematica distruzione organizzata e di sfollamento, come sta accadendo nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, dove si concentrano principalmente sui campi profughi, per ciò che rappresentano e simboleggiano, e perché sono basi solide per la resistenza e la generazione di resistenze.
Qualsiasi atto di resistenza organizzata in varie forme contro l’occupazione è un diritto, un dovere ma deve tenere conto della sua natura, dei suoi bisogni e dell’equilibrio delle forze, e che la resistenza è un atto umano consapevole, è un atto politico e non è un idolo sacro, e coloro che la praticano sono esseri umani e possono fare cose giuste e possono commettono errori e come ogni azione umanitaria, necessita di valutazione continua.
Soprattutto per calcoli e obiettivi e che può essere appropriata in un momento e inappropriata in un altro, dove l’attenzione alla resistenza armata è appropriata in un momento e inappropriata in un altro, ed è la principale forma di lotta o solo una delle sue forme.
Lo Stato di Israele pratica il genocidio, il terrorismo e tutti i tipi di crimini, e opera per creare il “Grande Israele”, e non accetta accordi e compromessi, e quindi non c’è alternativa alla resistenza in tutte le sue forme.
Tuttavia, affinché la resistenza raggiunga i suoi obiettivi, deve basarsi su una strategia nazionale sostenuta dal consenso nazionale, che ne comprenda i tempi, la forme e gli obiettivi, e sia basata sul diritto all’autodeterminazione, sulla giustizia della causa palestinese e sulla sua superiorità morale.
Cioè, si astiene dal prendere di mira bambini, donne e civili, si distingue dal caos, dall’insicurezza e dai fuorilegge e non prende di mira alcun obiettivo palestinese, come il quartier generale dell’Autorità e, indipendentemente dalle ragioni che potrebbero aprire la strada alla guerra civile che se scoppia, non lascerà niente al suo posto, la resistenza deve tenersi lontana da qualsiasi azione improvvisata condotta come forma di vendetta o a vantaggio di un’organizzazione, gruppo o centro di potere, o a beneficio di piani regionali esterni, che consentono al nemico di opprimere la resistenza e i resistenti, e gli permettono di attuare i suoi piani ostili.
I palestinesi devono rendersi conto che la vittoria decisiva della resistenza richiede il verificarsi di cambiamenti qualitativi palestinesi, regionali e internazionali che forniscano la profondità necessaria per la loro vittoria. Pertanto, l’apertura regionale e internazionale è molto importante affinché possa sopravvivere, resistere e vincere.
Fonte
18/03/2024
Aspri contrasti tra Anp e le altre organizzazioni palestinesi. Quello di cui non c’era proprio bisogno
Se la riunione a Mosca lo scorso 29 febbraio delle maggiori organizzazioni della resistenza palestinese – da Al Fatah ad Hamas, dal Fplp alla Jihad – aveva fatto ben sperare, lo sviluppo degli avvenimenti e della discussione nei giorni scorsi ha imbroccato una strada decisamente controproducente, soprattutto in un momento in cui sia a Gaza che in Cisgiordania il popolo palestinese è sottoposto ad un genocidio e ad una oppressione sistematica e brutale da parte di Israele.
È vero che la riunione di Mosca delle organizzazioni palestinesi aveva prodotto un comunicato unitario al di sotto delle aspettative e della necessità, ma il messaggio di un incontro di tutte le organizzazioni e l’aver riaffermato l’OLP come legittimo rappresentante del popolo palestinese, era stato un segnale importante.
Negli ultimi quattro giorni invece si è andata riaprendo una contraddizione tra Al Fatah – al governo nell’ANP – e le altre organizzazioni palestinesi che sarebbe stato meglio affrontare per tempo piuttosto che far esplodere.
Venerdì quattro organizzazioni palestinesi – Hamas, Jihad Islamica, Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e Movimento di Iniziativa Palestinese – hanno criticato la decisione del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas di formare un nuovo governo senza un consenso nazionale, descrivendo tale decisione come “un rafforzamento della politica di esclusività e un approfondimento della divisione”.
La crisi è iniziata in seguito alla decisione di Abbas di accettare le dimissioni del governo di Mohammed Shtayyeh. Shtayyeh aveva motivato la decisione affermando che “la prossima fase e le sue sfide richiedono nuovi accordi governativi e politici che tengano conto della nuova realtà di Gaza”.
Alcune organizzazioni palestinesi, tuttavia, speravano che un nuovo governo potesse, anche se nominalmente, riflettere un certo grado di consenso e unità tra i palestinesi. Tuttavia, non è stato così, poiché il nuovo governo dell’Autorità Nazionale Palestinese sembra una riproduzione dei precedenti governi.
Il mese scorso, Mohammad Shtayyeh si è dimesso da primo ministro, e giovedì Abu Mazen ha nominato Mohammad Mustafa, il capo del Fondo per gli investimenti palestinesi, come prossimo primo ministro, in una mossa che non è stata discussa con le altre organizzazioni palestinesi e che è stata vista come un’apertura alle richieste degli Stati Uniti di “riforma dell’Anp” anche in vista del “day after” a Gaza.
Le quattro organizzazioni palestinesi si sono pronunciate pubblicamente contro la decisione, accusando Abu Mazen di “prendere decisioni individuali e di impegnarsi in passi superficiali e vuoti come la formazione di un nuovo governo senza consenso nazionale”.
Al Fatah ha risposto prontamente alle accuse, ma invece di concentrarsi sulla questione del governo, ha accusato la Resistenza palestinese a Gaza di essere in ultima analisi responsabile del genocidio israeliano nella Striscia.
La dichiarazione afferma che Hamas ha “causato il ritorno dell’occupazione israeliana di Gaza” “intraprendendo l’avventura del 7 ottobre”.
Ciò ha portato, secondo la dichiarazione di Al Fatah, a una “catastrofe ancora più orribile e crudele di quella del 1948”, un riferimento alla Nakba e allo sfollamento sionista di quasi 800.000 palestinesi dalla loro terra nella Palestina storica.
“La vera disconnessione dalla realtà e dal popolo palestinese è quella della leadership di Hamas”, ha detto Fatah, accusando Hamas di non aver “consultato” gli altri leader palestinesi prima di lanciare il suo attacco contro Israele.
Gli Stati Uniti non nascondono di volere che l’Autorità Palestinese governi Gaza come parte del loro piano del “giorno dopo” per quando la guerra finirà. A margine di un evento di un think tank in Turchia all’inizio di questo mese, il ministro degli Esteri palestinese Riyad al-Maliki ha detto che non c’è “alcun dubbio” che l’Autorità Palestinese sarà quella che governerà Gaza.
Insomma si è prodotto un pericoloso e inopportuno passo indietro proprio mentre la questione palestinese si trova su un crinale decisivo per il futuro, e almeno davanti a 32.000 morti una maggiore cautela nei passaggi da compiere sul piano della coesione interna della resistenza palestinese era quantomeno un atto dovuto.
Qui di seguito la dichiarazione congiunta di Hamas, Jihad islamica palestinese, Fronte popolare per la liberazione della Palestina e Movimento di Iniziativa Nazionale palestinese:
È vero che la riunione di Mosca delle organizzazioni palestinesi aveva prodotto un comunicato unitario al di sotto delle aspettative e della necessità, ma il messaggio di un incontro di tutte le organizzazioni e l’aver riaffermato l’OLP come legittimo rappresentante del popolo palestinese, era stato un segnale importante.
Negli ultimi quattro giorni invece si è andata riaprendo una contraddizione tra Al Fatah – al governo nell’ANP – e le altre organizzazioni palestinesi che sarebbe stato meglio affrontare per tempo piuttosto che far esplodere.
Venerdì quattro organizzazioni palestinesi – Hamas, Jihad Islamica, Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e Movimento di Iniziativa Palestinese – hanno criticato la decisione del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas di formare un nuovo governo senza un consenso nazionale, descrivendo tale decisione come “un rafforzamento della politica di esclusività e un approfondimento della divisione”.
La crisi è iniziata in seguito alla decisione di Abbas di accettare le dimissioni del governo di Mohammed Shtayyeh. Shtayyeh aveva motivato la decisione affermando che “la prossima fase e le sue sfide richiedono nuovi accordi governativi e politici che tengano conto della nuova realtà di Gaza”.
Alcune organizzazioni palestinesi, tuttavia, speravano che un nuovo governo potesse, anche se nominalmente, riflettere un certo grado di consenso e unità tra i palestinesi. Tuttavia, non è stato così, poiché il nuovo governo dell’Autorità Nazionale Palestinese sembra una riproduzione dei precedenti governi.
Il mese scorso, Mohammad Shtayyeh si è dimesso da primo ministro, e giovedì Abu Mazen ha nominato Mohammad Mustafa, il capo del Fondo per gli investimenti palestinesi, come prossimo primo ministro, in una mossa che non è stata discussa con le altre organizzazioni palestinesi e che è stata vista come un’apertura alle richieste degli Stati Uniti di “riforma dell’Anp” anche in vista del “day after” a Gaza.
Le quattro organizzazioni palestinesi si sono pronunciate pubblicamente contro la decisione, accusando Abu Mazen di “prendere decisioni individuali e di impegnarsi in passi superficiali e vuoti come la formazione di un nuovo governo senza consenso nazionale”.
Al Fatah ha risposto prontamente alle accuse, ma invece di concentrarsi sulla questione del governo, ha accusato la Resistenza palestinese a Gaza di essere in ultima analisi responsabile del genocidio israeliano nella Striscia.
La dichiarazione afferma che Hamas ha “causato il ritorno dell’occupazione israeliana di Gaza” “intraprendendo l’avventura del 7 ottobre”.
Ciò ha portato, secondo la dichiarazione di Al Fatah, a una “catastrofe ancora più orribile e crudele di quella del 1948”, un riferimento alla Nakba e allo sfollamento sionista di quasi 800.000 palestinesi dalla loro terra nella Palestina storica.
“La vera disconnessione dalla realtà e dal popolo palestinese è quella della leadership di Hamas”, ha detto Fatah, accusando Hamas di non aver “consultato” gli altri leader palestinesi prima di lanciare il suo attacco contro Israele.
Gli Stati Uniti non nascondono di volere che l’Autorità Palestinese governi Gaza come parte del loro piano del “giorno dopo” per quando la guerra finirà. A margine di un evento di un think tank in Turchia all’inizio di questo mese, il ministro degli Esteri palestinese Riyad al-Maliki ha detto che non c’è “alcun dubbio” che l’Autorità Palestinese sarà quella che governerà Gaza.
Insomma si è prodotto un pericoloso e inopportuno passo indietro proprio mentre la questione palestinese si trova su un crinale decisivo per il futuro, e almeno davanti a 32.000 morti una maggiore cautela nei passaggi da compiere sul piano della coesione interna della resistenza palestinese era quantomeno un atto dovuto.
Qui di seguito la dichiarazione congiunta di Hamas, Jihad islamica palestinese, Fronte popolare per la liberazione della Palestina e Movimento di Iniziativa Nazionale palestinese:
“Nel nome di Allah, il Compassionevole, il MisericordiosoFonte
Alla luce del decreto emesso dal Presidente dell’Autorità Palestinese, che nomina il dottor Mohammad Mustafa a formare un nuovo governo, le fazioni nazionali palestinesi affermano quanto segue:
1. La massima priorità nazionale ora è affrontare la barbara aggressione sionista, il genocidio e la guerra per fame condotta dall’occupazione contro il nostro popolo nella Striscia di Gaza, e affrontare i crimini dei suoi coloni in Cisgiordania e Al-Quds occupata, in particolare La Moschea di Al-Aqsa e i rischi significativi che la nostra causa nazionale deve affrontare, in prima linea il rischio continuo di sfollamento.
2. Prendere decisioni individuali e intraprendere passi formali e privi di sostanza, come la formazione di un nuovo governo senza consenso nazionale, rappresenta un rafforzamento della politica di unilateralismo e un approfondimento della divisione, in un momento storico in cui il nostro popolo e la causa nazionale hanno più bisogno di consenso e unità, nonché della formazione di una leadership nazionale unificata, che prepari elezioni libere e democratiche con la partecipazione di tutte le componenti del popolo palestinese.
3. Questi passi indicano la profondità della crisi all’interno della leadership dell’Autorità [palestinese], il suo distacco dalla realtà e il divario significativo tra essa e il nostro popolo, le sue preoccupazioni e aspirazioni, il che è confermato dalle opinioni del vasto maggioranza dei nostri cittadini che hanno espresso la loro perdita di fiducia in queste politiche e orientamenti.
4. È diritto del nostro popolo mettere in discussione l’utilità di sostituire un governo con un altro e un primo ministro con un altro, provenienti dallo stesso ambiente politico e partigiano.
Alla luce dell’insistenza dell’Autorità Palestinese nel continuare la politica dell’unilateralismo, e ignorando tutti gli sforzi nazionali per unire il fronte palestinese e unirsi di fronte all’aggressione contro il nostro popolo, esprimiamo il nostro rifiuto della continuazione di questo approccio che ha danneggiato e continua a danneggiare il nostro popolo e la nostra causa nazionale.
Chiediamo al nostro popolo e alle sue forze viventi di alzare la voce e di affrontare questa follia con il presente e il futuro della nostra causa e con gli interessi, i diritti e i diritti nazionali del nostro popolo. Chiediamo inoltre a tutte le forze e fazioni nazionali, in particolare ai fratelli del movimento Fatah, di intraprendere azioni serie ed efficaci per raggiungere un consenso sulla gestione di questa fase storica e cruciale, in un modo che serva la nostra causa nazionale e soddisfi le aspirazioni del nostro popolo a estrarre i loro diritti legittimi, liberare la loro terra e i luoghi santi e stabilire il loro stato indipendente con piena sovranità e la sua capitale come Al-Quds”.
Movimento di resistenza islamica – Hamas
Movimento della Jihad islamica
Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina
Movimento di Iniziativa Nazionale Palestinese
26/12/2023
Il piano egiziano respinto da Hamas e Jihad islamica. A Gaza i soldati israeliani pagano un alto prezzo. Di nuovo arrestata Khalida Jarrar
In un messaggio pubblico il leader di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, oggetto della caccia all’uomo israeliana, ha affermato oggi che il movimento palestinese sta affrontando una “battaglia feroce e senza precedenti” contro Israele, aggiungendo che Hamas non si sottometterà mai alle “condizioni dell’occupazione”.
In un discorso alla leadership politica di Gaza, Sinwar si è detto fiducioso nella vittoria sostenendo che Hamas è riuscita a uccidere “più di mille soldati” nemici, una cifra che mette insieme sia i soldati uccisi nel raid del 7 ottobre che quelli caduti nelle operazioni militari a Gaza ma coincidente con il numero di soldati uccisi ammesso da Israele.
Il leader dell’ufficio politico di Hamas, Ismail Haniyeh, è tornato in Qatar dopo una visita di quattro giorni al Cairo per discutere la proposta egiziana con gli altri dirigenti del movimento, mentre in Egitto è arrivata una delegazione della Jihad islamica.
Il piano egiziano, che è già stato respinto da Hamas e dalla Jihad islamica, prevede la fine delle ostilità a Gaza, la rinuncia di Hamas al controllo della Striscia in cambio di un cessate il fuoco permanente e il rilascio di tutti gli ostaggi rimanenti, in tre fasi.
La prima fase prevede la sospensione dei combattimenti per due settimane.
La seconda fase vedrebbe colloqui interni palestinesi, promossi dal Cairo, volti a porre fine alla divisione tra l’Autorita’ nazionale palestinese di Ramallah e Hamas e per portare alla formazione di un governo tecnocratico in Cisgiordania e Gaza che supervisioni la ricostruzione della Striscia e apra la strada a elezioni parlamentari e presidenziali palestinesi.
La terza fase includerebbe un cessate il fuoco globale, con il ritiro delle truppe israeliane da Gaza, e il rilascio dei restanti ostaggi israeliani, compresi i soldati, in cambio di un numero da determinare di prigionieri di sicurezza palestinesi. Intanto però le forze di occupazione israeliane hanno di nuovo arrestato la prigioniera liberata Khalida Jarrar dalla sua casa nella città di Ramallah, nella Cisgiordania occupata. Dal 7 ottobre le truppe israeliane hanno arrestato più di 2.400 palestinesi in tutta la Cisgiordania.
Gaza. Sanguinosi raid aerei israeliani. La resistenza palestinese colpisce anche nelle aree dichiarate “sotto controllo”
Proiettili dell’artiglieria israeliana hanno colpito i piani superiori della sede della Mezzaluna Rossa palestinese a Khan Yunis, nel settore sud della Striscia di Gaza, e hanno provocato alcune vittime fra gli sfollati che si trovavano al suo interno. Lo ha riferito su X la Mezzaluna Rossa palestinese. Nel palazzo in questione, ha aggiunto, avevano trovato riparo migliaia di sfollati.
Secondo fonti mediche palestinesi, il raid aereo israeliano del 24 dicembre sui campi profughi di al-Maghazi e al-Bureij, nella zona centrale di Gaza ha provocato la morte di 106 persone. È l’attacco aereo più letale dall’inizio dell’operazione di terra nell’enclave.
I bombardamenti dell’artiglieria israeliana hanno preso di mira le aree orientali e settentrionali di Gaza City, mentre continuavano i feroci scontri tra la resistenza e l’esercito di occupazione in numerose aree della Striscia di Gaza.
Un ufficiale e un soldato sono stati uccisi nei combattimenti notturni nel sud della Striscia di Gaza. Due soldati e un ufficiale della 7a brigata corazzata sono stati feriti da colpi di mortaio nel sud della Striscia di Gaza. Un altro soldato della riserva è stato gravemente ferito in combattimento nel nord della Striscia di Gaza. I combattimenti continuano anche nel nord di Gaza, nonostante l’IDF affermi di avere il “controllo operativo” sulla maggior parte dell’area.
Sulla morte di soldati israeliani a Gaza circolano le ipotesi più strane. Il Times of Israel, citando l’emittente pubblica Kan, afferma che un soldato dell’IDF è morto dopo essere stato infettato da un pericoloso ceppo di fungo mentre combatteva nella Striscia di Gaza. Si ritiene che una decina di soldati siano stati infettati dallo stesso fungo e siano in cura in Israele, ha detto martedì mattina alla radio Kan l’ex direttore dell’unità di malattie infettive dello Sheba Medical Center.
Si ritiene che la fonte del fungo sia il terreno macinato che era stato contaminato da rifiuti fognari. L’infezione viene poi contratta attraverso le ferite riportate dai soldati che combattono a Gaza e che non possono essere mantenute sterili a causa delle condizioni del terreno.
Raid israeliani in Cisgiordania. Uccisi due palestinesi a Hebron
Due palestinesi sono stati uccisi martedì a seguito di un raid militare israeliano nel campo profughi di Fawar, a sud della città occupata di Hebron (Al-Khalil), in Cisgiordania.
Il ministero della Sanità palestinese ha annunciato in una dichiarazione che Ahmad Yousef Yaghi, 17 anni, e Ibrahim Majed al-Titi, 31 anni, sono stati uccisi da colpi d’arma da fuoco dell’esercito israeliano.
Questa mattina le forze di occupazione israeliane hanno fatto irruzione in diverse città, paesi, villaggi e campi profughi della Cisgiordania, distruggendo case e proprietà e arrestando persone.
I soldati israeliani hanno fatto irruzione nel campo profughi di Nur Shams, nella città di Tulkarem, nel nord della Cisgiordania, in un’incursione che è durata 10 ore prima di ritirarsi. I militari hanno anche fatto irruzione nella città di Qalqilya, sempre nel nord della Cisgiordania.
Nella città di Ramallah, i soldati hanno fatto irruzione in diversi quartieri e hanno arrestato un’importante attivista ed ex deputata, Khalida Jarrar, insieme ad altre tre persone. Altri sono stati arrestati nei villaggi della zona, tra cui il capo del consiglio del villaggio di Saffa.
Raid israeliano in Siria. Ucciso alto ufficiale iraniano
In un raid aereo israeliano, vicino a Damasco, in Siria. è rimasto ucciso un alto comandante iraniano dei Guardiani della Rivoluzione islamica. Si tratta di Sayyed Reza Mousavi, un generale che supervisionava le operazioni militari dei Pasdaran in Siria nonchè stretto collaboratore dell’ex capo della forza al-Quds, Qassem Soleimani, ucciso in un raid degli Usa in Iraq il 3 gennaio 2020.
I Guardiani della Rivoluzione islamica hanno avvertito che Israele pagherà per l’uccisione di Mousavi. Lo ha riferito l’agenzia di stampa iraniana Tasnim, citando il comunicato nel quale si annuncia la morte dell’alto esponente dei Pasadaran.
Il Ministero della Difesa iraniano ha confermato in una dichiarazione che Israele “pagherà il prezzo per il crimine terroristico che ha compiuto con l’assassinio di un comandante della Guardia Rivoluzionaria”. La dichiarazione ha aggiunto che questo “crimine” sarà affrontato al momento e nel luogo appropriati.
Raid statunitense in Iraq
Un miliziano è stato ucciso e 24 sono rimasti feriti nei raid statunitensi su tre siti in Iraq utilizzati dal gruppo Kataeb Hezbollah.
Un funzionario del ministero dell’Interno iracheno afferma che gli attacchi hanno preso di mira anche un sito del gruppo Hashed al-Shaabi nella città centrale di Hilla, capitale della provincia di Babilonia.
I raid statunitensi sono stati effettuati come ritorsione per un attacco di droni contro le basi militari delle forze statunitensi in in Iraq in cui tre soldati sono rimasti gravemente feriti.
Bombardamenti israeliani sul Libano
L’agenzia di stampa ufficiale libanese National News Agency riferisce che Israele sta effettuando pesanti bombardamenti vicino ai villaggi di Aita al-Shaab e Ramyeh, vicino al confine del paese con Israele.
Il rapporto aggiunge che aerei da ricognizione israeliani sono stati avvistati durante la notte su diverse città nel sud del Libano.
L’agenzia di stampa pro-Hezbollah Al-Mayadeen riferisce di attacchi israeliani alla periferia di Meiss Ej Jabal, una città libanese più a est vicino al confine israeliano.
Fonte
In un discorso alla leadership politica di Gaza, Sinwar si è detto fiducioso nella vittoria sostenendo che Hamas è riuscita a uccidere “più di mille soldati” nemici, una cifra che mette insieme sia i soldati uccisi nel raid del 7 ottobre che quelli caduti nelle operazioni militari a Gaza ma coincidente con il numero di soldati uccisi ammesso da Israele.
Il leader dell’ufficio politico di Hamas, Ismail Haniyeh, è tornato in Qatar dopo una visita di quattro giorni al Cairo per discutere la proposta egiziana con gli altri dirigenti del movimento, mentre in Egitto è arrivata una delegazione della Jihad islamica.
Il piano egiziano, che è già stato respinto da Hamas e dalla Jihad islamica, prevede la fine delle ostilità a Gaza, la rinuncia di Hamas al controllo della Striscia in cambio di un cessate il fuoco permanente e il rilascio di tutti gli ostaggi rimanenti, in tre fasi.
La prima fase prevede la sospensione dei combattimenti per due settimane.
La seconda fase vedrebbe colloqui interni palestinesi, promossi dal Cairo, volti a porre fine alla divisione tra l’Autorita’ nazionale palestinese di Ramallah e Hamas e per portare alla formazione di un governo tecnocratico in Cisgiordania e Gaza che supervisioni la ricostruzione della Striscia e apra la strada a elezioni parlamentari e presidenziali palestinesi.
La terza fase includerebbe un cessate il fuoco globale, con il ritiro delle truppe israeliane da Gaza, e il rilascio dei restanti ostaggi israeliani, compresi i soldati, in cambio di un numero da determinare di prigionieri di sicurezza palestinesi. Intanto però le forze di occupazione israeliane hanno di nuovo arrestato la prigioniera liberata Khalida Jarrar dalla sua casa nella città di Ramallah, nella Cisgiordania occupata. Dal 7 ottobre le truppe israeliane hanno arrestato più di 2.400 palestinesi in tutta la Cisgiordania.
Gaza. Sanguinosi raid aerei israeliani. La resistenza palestinese colpisce anche nelle aree dichiarate “sotto controllo”
Proiettili dell’artiglieria israeliana hanno colpito i piani superiori della sede della Mezzaluna Rossa palestinese a Khan Yunis, nel settore sud della Striscia di Gaza, e hanno provocato alcune vittime fra gli sfollati che si trovavano al suo interno. Lo ha riferito su X la Mezzaluna Rossa palestinese. Nel palazzo in questione, ha aggiunto, avevano trovato riparo migliaia di sfollati.
Secondo fonti mediche palestinesi, il raid aereo israeliano del 24 dicembre sui campi profughi di al-Maghazi e al-Bureij, nella zona centrale di Gaza ha provocato la morte di 106 persone. È l’attacco aereo più letale dall’inizio dell’operazione di terra nell’enclave.
I bombardamenti dell’artiglieria israeliana hanno preso di mira le aree orientali e settentrionali di Gaza City, mentre continuavano i feroci scontri tra la resistenza e l’esercito di occupazione in numerose aree della Striscia di Gaza.
Un ufficiale e un soldato sono stati uccisi nei combattimenti notturni nel sud della Striscia di Gaza. Due soldati e un ufficiale della 7a brigata corazzata sono stati feriti da colpi di mortaio nel sud della Striscia di Gaza. Un altro soldato della riserva è stato gravemente ferito in combattimento nel nord della Striscia di Gaza. I combattimenti continuano anche nel nord di Gaza, nonostante l’IDF affermi di avere il “controllo operativo” sulla maggior parte dell’area.
Sulla morte di soldati israeliani a Gaza circolano le ipotesi più strane. Il Times of Israel, citando l’emittente pubblica Kan, afferma che un soldato dell’IDF è morto dopo essere stato infettato da un pericoloso ceppo di fungo mentre combatteva nella Striscia di Gaza. Si ritiene che una decina di soldati siano stati infettati dallo stesso fungo e siano in cura in Israele, ha detto martedì mattina alla radio Kan l’ex direttore dell’unità di malattie infettive dello Sheba Medical Center.
Si ritiene che la fonte del fungo sia il terreno macinato che era stato contaminato da rifiuti fognari. L’infezione viene poi contratta attraverso le ferite riportate dai soldati che combattono a Gaza e che non possono essere mantenute sterili a causa delle condizioni del terreno.
Raid israeliani in Cisgiordania. Uccisi due palestinesi a Hebron
Due palestinesi sono stati uccisi martedì a seguito di un raid militare israeliano nel campo profughi di Fawar, a sud della città occupata di Hebron (Al-Khalil), in Cisgiordania.
Il ministero della Sanità palestinese ha annunciato in una dichiarazione che Ahmad Yousef Yaghi, 17 anni, e Ibrahim Majed al-Titi, 31 anni, sono stati uccisi da colpi d’arma da fuoco dell’esercito israeliano.
Questa mattina le forze di occupazione israeliane hanno fatto irruzione in diverse città, paesi, villaggi e campi profughi della Cisgiordania, distruggendo case e proprietà e arrestando persone.
I soldati israeliani hanno fatto irruzione nel campo profughi di Nur Shams, nella città di Tulkarem, nel nord della Cisgiordania, in un’incursione che è durata 10 ore prima di ritirarsi. I militari hanno anche fatto irruzione nella città di Qalqilya, sempre nel nord della Cisgiordania.
Nella città di Ramallah, i soldati hanno fatto irruzione in diversi quartieri e hanno arrestato un’importante attivista ed ex deputata, Khalida Jarrar, insieme ad altre tre persone. Altri sono stati arrestati nei villaggi della zona, tra cui il capo del consiglio del villaggio di Saffa.
Raid israeliano in Siria. Ucciso alto ufficiale iraniano
In un raid aereo israeliano, vicino a Damasco, in Siria. è rimasto ucciso un alto comandante iraniano dei Guardiani della Rivoluzione islamica. Si tratta di Sayyed Reza Mousavi, un generale che supervisionava le operazioni militari dei Pasdaran in Siria nonchè stretto collaboratore dell’ex capo della forza al-Quds, Qassem Soleimani, ucciso in un raid degli Usa in Iraq il 3 gennaio 2020.
I Guardiani della Rivoluzione islamica hanno avvertito che Israele pagherà per l’uccisione di Mousavi. Lo ha riferito l’agenzia di stampa iraniana Tasnim, citando il comunicato nel quale si annuncia la morte dell’alto esponente dei Pasadaran.
Il Ministero della Difesa iraniano ha confermato in una dichiarazione che Israele “pagherà il prezzo per il crimine terroristico che ha compiuto con l’assassinio di un comandante della Guardia Rivoluzionaria”. La dichiarazione ha aggiunto che questo “crimine” sarà affrontato al momento e nel luogo appropriati.
Raid statunitense in Iraq
Un miliziano è stato ucciso e 24 sono rimasti feriti nei raid statunitensi su tre siti in Iraq utilizzati dal gruppo Kataeb Hezbollah.
Un funzionario del ministero dell’Interno iracheno afferma che gli attacchi hanno preso di mira anche un sito del gruppo Hashed al-Shaabi nella città centrale di Hilla, capitale della provincia di Babilonia.
I raid statunitensi sono stati effettuati come ritorsione per un attacco di droni contro le basi militari delle forze statunitensi in in Iraq in cui tre soldati sono rimasti gravemente feriti.
Bombardamenti israeliani sul Libano
L’agenzia di stampa ufficiale libanese National News Agency riferisce che Israele sta effettuando pesanti bombardamenti vicino ai villaggi di Aita al-Shaab e Ramyeh, vicino al confine del paese con Israele.
Il rapporto aggiunge che aerei da ricognizione israeliani sono stati avvistati durante la notte su diverse città nel sud del Libano.
L’agenzia di stampa pro-Hezbollah Al-Mayadeen riferisce di attacchi israeliani alla periferia di Meiss Ej Jabal, una città libanese più a est vicino al confine israeliano.
Fonte
16/05/2023
Gaza ha riservato due amare sorprese a Netanyahu
Non c’è dubbio che attaccando Gaza nelle prime ore di martedì 9 maggio, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu abbia corso un rischio. Le guerre a Gaza non sono mai prevedibili; sono facili da iniziare e difficili da finire.
Ma di una cosa Netanyahu sembrava certo: che sarebbe stato in grado di concentrare la sua attenzione sull’isolamento e la sconfitta del gruppo della Jihad islamica in Palestina (IJP), senza suscitare l’ira di Hamas, il più potente movimento di resistenza palestinese.
Ad attenderlo a Gaza, tuttavia, ci sono state due sorprese: l’IJP era molto più forte di quanto ricordasse dalla sua breve, ma mortale guerra a Gaza nel novembre 2019; e che la Resistenza era unita.
Semplicemente, la Resistenza è riuscita a trovare una nuova formula che consentisse alla Jihad islamica di colpire Israele con ferocia, senza permettere a Netanyahu di imporre una guerra molto più ampia e mortale a Gaza. La Striscia ha subito decine di migliaia di vittime – tra morti e feriti – e innumerevoli distruzioni dalla prima grande guerra di Israele contro la striscia nel 2008.
La Resistenza Palestinese ha operato interamente attraverso un comando congiunto, noto come Sala Operativa Congiunta della Resistenza Palestinese. Il supporto logistico, tattico e strategico è stato offerto all’IJP – insieme ad altre forme di supporto che rimangono poco chiare – mentre i combattenti dell’IJP si sono assunti il compito di essere la “punta di lancia”.
Questo ha confuso Israele, che era diffidente nei confronti del coinvolgimento di Hamas e di altri movimenti della Resistenza, ma pienamente consapevole che tutti questi gruppi erano partecipanti attivi alla guerra.
In un video, una copia del quale è stata inviata al Palestine Chronicle, Abu Hamza, il portavoce delle Brigate Al-Quds – il braccio armato dell’IJP – ha lanciato un breve ma carico messaggio, poche ore dopo il cessate il fuoco.
«Il nemico ha cercato di isolarci ma la Resistenza è arrivata senza indugio. Un ringraziamento speciale ai nostri partner nella Joint Operations Room, in particolare alle Brigate Izz ad-Din Al-Qassam”, ha affermato.
Quel commento “specialmente a Izz ad-Din Al-Qassam” – il braccio armato di Hamas – racconta una storia molto più grande che può essere riassunta in poche parole. I due gruppi hanno combattuto insieme la guerra.
Gli analisti militari israeliani stanno ora cercando di capire il grado di coinvolgimento di Hamas nella guerra, anche se la risposta sembra essere ovvia.
Fonte
Ma di una cosa Netanyahu sembrava certo: che sarebbe stato in grado di concentrare la sua attenzione sull’isolamento e la sconfitta del gruppo della Jihad islamica in Palestina (IJP), senza suscitare l’ira di Hamas, il più potente movimento di resistenza palestinese.
Ad attenderlo a Gaza, tuttavia, ci sono state due sorprese: l’IJP era molto più forte di quanto ricordasse dalla sua breve, ma mortale guerra a Gaza nel novembre 2019; e che la Resistenza era unita.
Semplicemente, la Resistenza è riuscita a trovare una nuova formula che consentisse alla Jihad islamica di colpire Israele con ferocia, senza permettere a Netanyahu di imporre una guerra molto più ampia e mortale a Gaza. La Striscia ha subito decine di migliaia di vittime – tra morti e feriti – e innumerevoli distruzioni dalla prima grande guerra di Israele contro la striscia nel 2008.
La Resistenza Palestinese ha operato interamente attraverso un comando congiunto, noto come Sala Operativa Congiunta della Resistenza Palestinese. Il supporto logistico, tattico e strategico è stato offerto all’IJP – insieme ad altre forme di supporto che rimangono poco chiare – mentre i combattenti dell’IJP si sono assunti il compito di essere la “punta di lancia”.
Questo ha confuso Israele, che era diffidente nei confronti del coinvolgimento di Hamas e di altri movimenti della Resistenza, ma pienamente consapevole che tutti questi gruppi erano partecipanti attivi alla guerra.
In un video, una copia del quale è stata inviata al Palestine Chronicle, Abu Hamza, il portavoce delle Brigate Al-Quds – il braccio armato dell’IJP – ha lanciato un breve ma carico messaggio, poche ore dopo il cessate il fuoco.
«Il nemico ha cercato di isolarci ma la Resistenza è arrivata senza indugio. Un ringraziamento speciale ai nostri partner nella Joint Operations Room, in particolare alle Brigate Izz ad-Din Al-Qassam”, ha affermato.
Quel commento “specialmente a Izz ad-Din Al-Qassam” – il braccio armato di Hamas – racconta una storia molto più grande che può essere riassunta in poche parole. I due gruppi hanno combattuto insieme la guerra.
Gli analisti militari israeliani stanno ora cercando di capire il grado di coinvolgimento di Hamas nella guerra, anche se la risposta sembra essere ovvia.
Fonte
10/05/2023
La resistenza palestinese lavora “all’unione dei fronti”
Lo stato di Israele si trova da tempo a fare i conti con una nuova fase della resistenza palestinese che punta alla “unione dei fronti”, così definita perché mira a coordinare tutte le azioni sui diversi fronti dello scontro.
C’è il fronte Nord (rappresentato da Hezbollah in Libano e dalle milizie pro-iraniane in Siria), c’è il fronte Est (con Hamas, Jihad Islamico e le altre organizzazioni palestinesi attive in Cisgiordania) e c’è il fronte Sud (con Hamas e Jihad Islamico a Gaza). A questi si uniscono altri tre fronti, che si sta cercando di unire: il fronte interno (cioè gli arabi israeliani), il fronte di Gerusalemme e il fronte delle carceri.
La nuova strategia di “unione dei fronti” ha preso forma nel 2021, durante gli scontri condotti dai palestinesi del ‘48 nelle città miste di Israele in occasione della violenta repressione dei palestinesi a Gerusalemme.
Liwai al-Qariousi del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina a Gaza ha invocato l’unione dei fronti durante il “Quds Day”, celebrata ogni anno durante l’ultimo venerdì del mese di Ramadan.
Dopo la morte di Khader Adnan, attivista della Jihad Islamica morto in carcere martedì 2 maggio in seguito allo sciopero della fame di 86 giorni, la Jihad Islamica ha lanciato razzi da Gaza, mentre in Cisgiordania ci sono stati episodi colpi di arma da fuoco su cittadini israeliani che hanno causato un ferito.
Del resto già dal 2022, come riporta il sito israeliano fdd.org la resistenza palestinese aveva dimostrato una capacità di iniziativa politico/militare superiore a quella degli anni precedenti.
Il settimanale statunitense Time registra che “Mentre Israele ha aumentato il numero di incursioni militari mortali nelle città palestinesi, è aumentato anche il numero di attacchi palestinesi contro israeliani”.
Nei soli primi due mesi del 2023 da parte palestinese si sono verificati 275 attacchi con bombe molotov, 93 attacchi con bombe artigianali, 42 attacchi con armi da fuoco, 8 attacchi con armi bianche. In questa azioni sono stati uccisi 14 israeliani, di questi solo 4 erano però militari o poliziotti, il resto erano civili, alcuni dei quali coloni. I feriti sono stati 16. I palestinesi uccisi dai militari o dai coloni israeliani nel 2022 sono stati 146. Nei primi due mesi del 2023 sono stati 60.
Secondo l’International Crisis Group “Le tensioni sono aumentate negli ultimi mesi, alimentate da una combinazione di fattori. Tra questi ci sono micidiali incursioni militari israeliane nei centri abitati palestinesi in Cisgiordania; uccisioni di israeliani da parte di singoli palestinesi; furie della folla da parte dei coloni israeliani; dichiarazioni incendiarie di membri del nuovo governo di estrema destra del primo ministro Benjamin Netanyahu e della Knesset; un Hamas irrequieto e militarmente potente nella Striscia di Gaza; e un’Autorità palestinese (AP) che, agli occhi di molti palestinesi, ha perso legittimità mentre il suo apparato di sicurezza inizia a crollare. Una scintilla ovunque nei territori occupati potrebbe innescare una reazione a catena in tutta Israele-Palestina”.
Di fronte alla convergenza sull’unione dei fronti e alla decisione di rispondere colpo su colpo ai raid israeliani nelle città palestinesi, il mito della deterrenza israeliana, come spiegato in un articolo di Ramzy Baroud, viene messo seriamente in discussione. A complicare il tutto c’è anche il vero e proprio terremoto politico in Medio Oriente seguito all’accordo tra Iran e Arabia Saudita che sta ridisegnando completamente la mappa delle relazioni nel mondo arabo-islamico smantellando l’assetto nella regione faticosamente costruito da Usa e Israele con gli Accordi di Abramo e di cui oggi non parla più nessuno.
Fonte
C’è il fronte Nord (rappresentato da Hezbollah in Libano e dalle milizie pro-iraniane in Siria), c’è il fronte Est (con Hamas, Jihad Islamico e le altre organizzazioni palestinesi attive in Cisgiordania) e c’è il fronte Sud (con Hamas e Jihad Islamico a Gaza). A questi si uniscono altri tre fronti, che si sta cercando di unire: il fronte interno (cioè gli arabi israeliani), il fronte di Gerusalemme e il fronte delle carceri.
La nuova strategia di “unione dei fronti” ha preso forma nel 2021, durante gli scontri condotti dai palestinesi del ‘48 nelle città miste di Israele in occasione della violenta repressione dei palestinesi a Gerusalemme.
Liwai al-Qariousi del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina a Gaza ha invocato l’unione dei fronti durante il “Quds Day”, celebrata ogni anno durante l’ultimo venerdì del mese di Ramadan.
Dopo la morte di Khader Adnan, attivista della Jihad Islamica morto in carcere martedì 2 maggio in seguito allo sciopero della fame di 86 giorni, la Jihad Islamica ha lanciato razzi da Gaza, mentre in Cisgiordania ci sono stati episodi colpi di arma da fuoco su cittadini israeliani che hanno causato un ferito.
Del resto già dal 2022, come riporta il sito israeliano fdd.org la resistenza palestinese aveva dimostrato una capacità di iniziativa politico/militare superiore a quella degli anni precedenti.
Il settimanale statunitense Time registra che “Mentre Israele ha aumentato il numero di incursioni militari mortali nelle città palestinesi, è aumentato anche il numero di attacchi palestinesi contro israeliani”.
Nei soli primi due mesi del 2023 da parte palestinese si sono verificati 275 attacchi con bombe molotov, 93 attacchi con bombe artigianali, 42 attacchi con armi da fuoco, 8 attacchi con armi bianche. In questa azioni sono stati uccisi 14 israeliani, di questi solo 4 erano però militari o poliziotti, il resto erano civili, alcuni dei quali coloni. I feriti sono stati 16. I palestinesi uccisi dai militari o dai coloni israeliani nel 2022 sono stati 146. Nei primi due mesi del 2023 sono stati 60.
Secondo l’International Crisis Group “Le tensioni sono aumentate negli ultimi mesi, alimentate da una combinazione di fattori. Tra questi ci sono micidiali incursioni militari israeliane nei centri abitati palestinesi in Cisgiordania; uccisioni di israeliani da parte di singoli palestinesi; furie della folla da parte dei coloni israeliani; dichiarazioni incendiarie di membri del nuovo governo di estrema destra del primo ministro Benjamin Netanyahu e della Knesset; un Hamas irrequieto e militarmente potente nella Striscia di Gaza; e un’Autorità palestinese (AP) che, agli occhi di molti palestinesi, ha perso legittimità mentre il suo apparato di sicurezza inizia a crollare. Una scintilla ovunque nei territori occupati potrebbe innescare una reazione a catena in tutta Israele-Palestina”.
Di fronte alla convergenza sull’unione dei fronti e alla decisione di rispondere colpo su colpo ai raid israeliani nelle città palestinesi, il mito della deterrenza israeliana, come spiegato in un articolo di Ramzy Baroud, viene messo seriamente in discussione. A complicare il tutto c’è anche il vero e proprio terremoto politico in Medio Oriente seguito all’accordo tra Iran e Arabia Saudita che sta ridisegnando completamente la mappa delle relazioni nel mondo arabo-islamico smantellando l’assetto nella regione faticosamente costruito da Usa e Israele con gli Accordi di Abramo e di cui oggi non parla più nessuno.
Fonte
Gaza - Continuano i bombardamenti israeliani, aumentano morti e feriti tra i palestinesi
Almeno 12 palestinesi sono stati uccisi e altri 20 feriti nell’attacco improvviso lanciato nella notte da Israele contro la Striscia di Gaza. Tra i morti, riferiscono fonti locali, ci sono tre bambini e quattro donne. Obiettivo ufficiale dell’offensiva aerea denominata “Scudo e Freccia” sono stati alcuni leader di spicco del Jihad Islami colti di sorpresa nelle loro abitazioni ed uffici. Inizialmente il bombardamento condotto, pare, anche con droni killer, ha preso di mira Jihad al-Ghanam, Khalil al-Bahtini, membro del Consiglio militare e comandante della regione settentrionale nelle Brigate al-Quds (l’ala armata del Jihad) e Tariq Ezz al- Din e i suoi due figli, Ali e Mayar.
Tra gli uccisi figura anche il dottor Jamal Khaswan, direttore del consiglio di amministrazione dell’ospedale Al-Wafa.
Poi l’aviazione israeliana ha preso di mira numerosi obiettivi che il portavoce militare israeliano ha descritto come campo militari e siti per la fabbricazione di razzi ed esplosivi. Gli attacchi hanno provocato altre vittime, alcune delle quali civili. Il ministro della difesa israeliano Yoav Gallant ha scritto su Twitter che “l’esercito e lo Shin Bet (intelligence, ndr) hanno svolto la loro missione con precisione, contro la leadership del Jihad islami nella Striscia di Gaza”. Non ha fatto alcun riferimento ai bambini e alle altre vittime civili.
In previsione di una probabile escalation, le autorità di Gaza hanno annunciato la chiusura degli istituti scolastici e il rinvio degli esami previsti per oggi fino a nuovo avviso. L’orario di lavoro nelle istituzioni governative è stato ridotto al minimo necessario. Anche l’Unrwa (Onu) ha annunciato che, al fine di garantire la sicurezza degli studenti e del personale docente e scolastico, le lezioni saranno sospese. Altrettanto avverrà nelle università.
A Gaza tutti si attendono una guerra ampia. Il Jihad, si prevede, lancerà i suoi razzi contro Israele in risposta agli attacchi subiti e alle uccisioni. Poi dovrebbe cominciare un attacco massiccio da parte di Israele che ha già avvertito la sua popolazione nei pressi di Gaza di restare in casa e nei rifugi. I media israeliani sostengono che il governo Netanyahu vorrebbe tenere fuori dal conflitto il movimento Hamas, la principale forza militare a Gaza. Ma il capo dell’ufficio politico di Hamas, Ismail Haniyeh, ha replicato che “il nemico ha fatto un errore nelle sue stime e pagherà il prezzo del suo crimine” e che “l’aggressione ha preso di mira tutto il nostro popolo e la resistenza è unita nell’affrontarla”.
Aggiornamenti
Sale il numero dei morti
Sale a 13 il bilancio delle vittime palestinesi nella Striscia di Gaza. Tra di loro donne e quattro bambini. Almeno 20 i feriti dei bombardamenti israeliani, che sono andati avanti, a partire dalle 2.00 di notte, per due ore, impegnando 40 aerei da guerra. Tra le vittime si contano 3 membri del Jihad Islami.
Ripresi i raid israeliani
ore 17 Ripresi i raid aerei israeliani sulla Striscia di Gaza. Nella zona di Khan Yunis sono stati uccisi due palestinesi, presunti militanti armati. Sale a 15 il bilancio dei palestinesi uccisi dalla scorsa notte.
Fonte
Tra gli uccisi figura anche il dottor Jamal Khaswan, direttore del consiglio di amministrazione dell’ospedale Al-Wafa.
Poi l’aviazione israeliana ha preso di mira numerosi obiettivi che il portavoce militare israeliano ha descritto come campo militari e siti per la fabbricazione di razzi ed esplosivi. Gli attacchi hanno provocato altre vittime, alcune delle quali civili. Il ministro della difesa israeliano Yoav Gallant ha scritto su Twitter che “l’esercito e lo Shin Bet (intelligence, ndr) hanno svolto la loro missione con precisione, contro la leadership del Jihad islami nella Striscia di Gaza”. Non ha fatto alcun riferimento ai bambini e alle altre vittime civili.
In previsione di una probabile escalation, le autorità di Gaza hanno annunciato la chiusura degli istituti scolastici e il rinvio degli esami previsti per oggi fino a nuovo avviso. L’orario di lavoro nelle istituzioni governative è stato ridotto al minimo necessario. Anche l’Unrwa (Onu) ha annunciato che, al fine di garantire la sicurezza degli studenti e del personale docente e scolastico, le lezioni saranno sospese. Altrettanto avverrà nelle università.
A Gaza tutti si attendono una guerra ampia. Il Jihad, si prevede, lancerà i suoi razzi contro Israele in risposta agli attacchi subiti e alle uccisioni. Poi dovrebbe cominciare un attacco massiccio da parte di Israele che ha già avvertito la sua popolazione nei pressi di Gaza di restare in casa e nei rifugi. I media israeliani sostengono che il governo Netanyahu vorrebbe tenere fuori dal conflitto il movimento Hamas, la principale forza militare a Gaza. Ma il capo dell’ufficio politico di Hamas, Ismail Haniyeh, ha replicato che “il nemico ha fatto un errore nelle sue stime e pagherà il prezzo del suo crimine” e che “l’aggressione ha preso di mira tutto il nostro popolo e la resistenza è unita nell’affrontarla”.
Aggiornamenti
Sale il numero dei morti
Sale a 13 il bilancio delle vittime palestinesi nella Striscia di Gaza. Tra di loro donne e quattro bambini. Almeno 20 i feriti dei bombardamenti israeliani, che sono andati avanti, a partire dalle 2.00 di notte, per due ore, impegnando 40 aerei da guerra. Tra le vittime si contano 3 membri del Jihad Islami.
Ripresi i raid israeliani
ore 17 Ripresi i raid aerei israeliani sulla Striscia di Gaza. Nella zona di Khan Yunis sono stati uccisi due palestinesi, presunti militanti armati. Sale a 15 il bilancio dei palestinesi uccisi dalla scorsa notte.
Fonte
30/04/2023
Come la resistenza palestinese e araba ha cambiato le regole della guerra con Israele
Quando Israele ha lanciato un attacco contro la Striscia di Gaza nell’agosto 2022, ha dichiarato che il suo obiettivo era solo la Jihad islamica. In effetti, né Hamas né gli altri gruppi con sede a Gaza si sono impegnati direttamente nei combattimenti. L'attacco israeliano ha quindi sollevato più domande che risposte.
Israele distingue raramente tra un gruppo palestinese e un altro. Per Tel Aviv, qualsiasi tipo di resistenza palestinese è una forma di terrorismo o, nella migliore delle ipotesi, di istigazione. Prendere di mira un gruppo ed escludere altri presunti “gruppi terroristici” manifesta un certo grado di paura israeliana nel combattere le fazioni palestinesi a Gaza, tutte in una volta.
Per Israele, le guerre a Gaza si sono rivelate progressivamente più difficili nel tempo. Ad esempio, il cosiddetto “Margine Protettivo” di Israele nel 2014 è stato molto costoso in termini di perdite di vite umane tra le truppe d’invasione. Nel maggio 2021, il cosiddetto “Breaking Dawn” è stato un flop ancora più grande. Quella guerra unificò i palestinesi e servì da colpo strategico a Israele, senza far avanzare considerevolmente gli interessi militari israeliani.
Sebbene i gruppi di Gaza abbiano fornito supporto logistico alla Jihad islamica nell’agosto 2022, si sono astenuti dall’impegnarsi direttamente nella lotta. Per alcuni palestinesi, questo è stato inaspettato ed è stato interpretato da alcuni come indicativo di debolezza, disunione e persino opportunismo politico.
Quasi un anno dopo, un’altra guerra si profilava in seguito alla pubblicazione di filmati strazianti della polizia israeliana che picchiava insensatamente pacifici fedeli palestinesi alla moschea di Al-Aqsa il 14° giorno del mese sacro del Ramadan. Come nel maggio 2021, i palestinesi si sono mobilitati all’unisono. Questa volta, sono stati i gruppi della Resistenza a Gaza e, alla fine, in Libano e in Siria a lanciare per primi i razzi contro Israele.
Sebbene Israele abbia risposto a vari obiettivi, era ovvio che Tel Aviv non fosse interessata a una guerra su più fronti con i palestinesi, al fine di evitare il ripetersi del fiasco del 2021.
I violenti e ripetuti raid militari israeliani ad Al Aqsa – e gli attacchi limitati, anche se mortali, a Jenin, Nablus e altre parti della Cisgiordania – avevano lo scopo di ottenere capitale politico per il governo in crisi di Benjamin Netanyahu. Ma questa strategia potrebbe avere successo solo se Israele riuscisse a mantenere la violenza confinata in regioni specifiche e isolate.
Operazioni militari su larga scala e protratte si sono rivelate inutili per Israele negli ultimi anni. Ha ripetutamente fallito a Gaza, come aveva già fatto nel sud del Libano. L’inevitabile cambio di strategia è stato anche costoso dal punto di vista israeliano, poiché ha rafforzato la resistenza palestinese e ha negato a Israele le sue cosiddette capacità di deterrenza.
In effetti, il discorso politico emanato di recente da Israele è piuttosto senza precedenti. Dopo un briefing sulla sicurezza con Netanyahu il 9 aprile, il leader dell’opposizione israeliana Yair Lapid se n’è andato con parole minacciose: “Sono arrivato al briefing con Netanyahu preoccupato, e sono uscito ancora più preoccupato”.
“Quello che i nostri nemici vedono davanti a loro, in tutte le arene, è un governo incompetente... Stiamo perdendo la nostra deterrenza”, ha aggiunto. Il Times of Israel ha anche citato Lapid dicendo che “Israele sta perdendo il sostegno degli Stati Uniti e della comunità internazionale”.
Sebbene la politica israeliana sia intrinsecamente divisiva, i politici del paese sono sempre riusciti a unificarsi attorno al tema della “sicurezza”. Durante le guerre, gli israeliani hanno spesso mostrato unità e le divisioni ideologiche sembravano in gran parte irrilevanti. Il fatto che Lapid smascheri pubblicamente le debolezze di Israele per vantaggi politici evidenzia ulteriormente il deterioramento del fronte politico di Tel Aviv.
Ma più pericoloso per Israele è la perdita della deterrenza.
In un articolo pubblicato sul Jerusalem Post l’11 aprile, Yonah Jeremy Bob ha evidenziato un’altra verità: “Israele non decide più quando si combattono le guerre”.
Egli scrive: “Si sarebbe potuto concludere questo dalle guerre di Gaza del 2014 e del maggio 2021 in cui si è imbattuto Israele e che Hamas usava per segnare vari punti di pubbliche relazioni ... ma ora Hamas ha imparato in modo più sistematico ... come istigare il proprio anello di fuoco intorno a Gerusalemme”.
A parte il linguaggio esaltato dello scrittore, non ha torto. La battaglia tra Israele e i gruppi della Resistenza palestinese è stata in gran parte incentrata sul tempismo. Sebbene Israele non sia “inciampato” in una guerra tra il 2014 e il 2021, non è stato in grado di controllare la durata e il discorso politico attorno a queste guerre. Sebbene migliaia di palestinesi siano stati uccisi in quelle che sembravano campagne militari israeliane unilaterali, questi conflitti hanno quasi sempre portato a un disastro delle pubbliche relazioni per Tel Aviv all’estero e hanno ulteriormente destabilizzato un fronte interno già traballante.
Questo spiega, almeno in parte, perché i palestinesi erano desiderosi di non espandere la guerra dell’agosto 2022, anch’essa interamente iniziata da Israele, mentre prendevano l’iniziativa lanciando razzi contro Israele, a partire dal 5 aprile. L’ultima azione palestinese ha costretto Israele a impegnarsi militarmente su diversi fronti: Gaza, Libano, Siria e, probabilmente, la Cisgiordania.
Durante i suoi 75 anni di conflitto militare con palestinesi e arabi, il successo di Israele sul campo di battaglia è stato in gran parte basato sul sostegno militare, logistico e finanziario senza ostacoli dei suoi alleati occidentali e sulla disunione dei suoi nemici arabi. Ciò ha permesso a Israele di vincere guerre su più fronti in passato, con la guerra del 1967 che è stata il principale e forse ultimo esempio.
Da allora, e soprattutto in seguito alla considerevole resistenza araba nella guerra del 1973, Israele è passato a diversi tipi di conflitti militari: rafforzando la sua occupazione in Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est, mentre lanciava guerre massicce su singoli fronti – per esempio in Libano nel 1982.
La ritirata israeliana dal Libano nel 2000, e il totale fallimento nel re-invadere parti del paese nel 2006, hanno bloccato completamente le ambizioni militari di Israele in Libano.
Poi, Israele si è rivolto a Gaza, lanciando una guerra devastante dopo l’altra, a partire dal 2008, solo per scoprire che le sue opzioni militari nella Striscia assediata sono ora limitate quanto quelle in Libano.
Per Lapid, e altri israeliani, il futuro della ‘deterrenza’ di Israele sta ora affrontando una sfida senza precedenti. Se l’esercito israeliano non fosse in grado di operare a proprio agio e al momento che ritiene più opportuno, Tel Aviv perderebbe il suo “vantaggio militare”, una vulnerabilità che Israele ha raramente affrontato prima.
Mentre i politici e gli strateghi militari israeliani dibattono apertamente su chi sia costato a Israele la sua preziosa “deterrenza”, pochissimi sembrano disposti a considerare che la migliore possibilità di sopravvivenza di Israele è coesistere pacificamente con i palestinesi secondo i principi internazionali di giustizia e uguaglianza. Questo fatto ovvio continua a sfuggire a Israele dopo decenni di nascita violenta e di esistenza travagliata.
Fonte
Israele distingue raramente tra un gruppo palestinese e un altro. Per Tel Aviv, qualsiasi tipo di resistenza palestinese è una forma di terrorismo o, nella migliore delle ipotesi, di istigazione. Prendere di mira un gruppo ed escludere altri presunti “gruppi terroristici” manifesta un certo grado di paura israeliana nel combattere le fazioni palestinesi a Gaza, tutte in una volta.
Per Israele, le guerre a Gaza si sono rivelate progressivamente più difficili nel tempo. Ad esempio, il cosiddetto “Margine Protettivo” di Israele nel 2014 è stato molto costoso in termini di perdite di vite umane tra le truppe d’invasione. Nel maggio 2021, il cosiddetto “Breaking Dawn” è stato un flop ancora più grande. Quella guerra unificò i palestinesi e servì da colpo strategico a Israele, senza far avanzare considerevolmente gli interessi militari israeliani.
Sebbene i gruppi di Gaza abbiano fornito supporto logistico alla Jihad islamica nell’agosto 2022, si sono astenuti dall’impegnarsi direttamente nella lotta. Per alcuni palestinesi, questo è stato inaspettato ed è stato interpretato da alcuni come indicativo di debolezza, disunione e persino opportunismo politico.
Quasi un anno dopo, un’altra guerra si profilava in seguito alla pubblicazione di filmati strazianti della polizia israeliana che picchiava insensatamente pacifici fedeli palestinesi alla moschea di Al-Aqsa il 14° giorno del mese sacro del Ramadan. Come nel maggio 2021, i palestinesi si sono mobilitati all’unisono. Questa volta, sono stati i gruppi della Resistenza a Gaza e, alla fine, in Libano e in Siria a lanciare per primi i razzi contro Israele.
Sebbene Israele abbia risposto a vari obiettivi, era ovvio che Tel Aviv non fosse interessata a una guerra su più fronti con i palestinesi, al fine di evitare il ripetersi del fiasco del 2021.
I violenti e ripetuti raid militari israeliani ad Al Aqsa – e gli attacchi limitati, anche se mortali, a Jenin, Nablus e altre parti della Cisgiordania – avevano lo scopo di ottenere capitale politico per il governo in crisi di Benjamin Netanyahu. Ma questa strategia potrebbe avere successo solo se Israele riuscisse a mantenere la violenza confinata in regioni specifiche e isolate.
Operazioni militari su larga scala e protratte si sono rivelate inutili per Israele negli ultimi anni. Ha ripetutamente fallito a Gaza, come aveva già fatto nel sud del Libano. L’inevitabile cambio di strategia è stato anche costoso dal punto di vista israeliano, poiché ha rafforzato la resistenza palestinese e ha negato a Israele le sue cosiddette capacità di deterrenza.
In effetti, il discorso politico emanato di recente da Israele è piuttosto senza precedenti. Dopo un briefing sulla sicurezza con Netanyahu il 9 aprile, il leader dell’opposizione israeliana Yair Lapid se n’è andato con parole minacciose: “Sono arrivato al briefing con Netanyahu preoccupato, e sono uscito ancora più preoccupato”.
“Quello che i nostri nemici vedono davanti a loro, in tutte le arene, è un governo incompetente... Stiamo perdendo la nostra deterrenza”, ha aggiunto. Il Times of Israel ha anche citato Lapid dicendo che “Israele sta perdendo il sostegno degli Stati Uniti e della comunità internazionale”.
Sebbene la politica israeliana sia intrinsecamente divisiva, i politici del paese sono sempre riusciti a unificarsi attorno al tema della “sicurezza”. Durante le guerre, gli israeliani hanno spesso mostrato unità e le divisioni ideologiche sembravano in gran parte irrilevanti. Il fatto che Lapid smascheri pubblicamente le debolezze di Israele per vantaggi politici evidenzia ulteriormente il deterioramento del fronte politico di Tel Aviv.
Ma più pericoloso per Israele è la perdita della deterrenza.
In un articolo pubblicato sul Jerusalem Post l’11 aprile, Yonah Jeremy Bob ha evidenziato un’altra verità: “Israele non decide più quando si combattono le guerre”.
Egli scrive: “Si sarebbe potuto concludere questo dalle guerre di Gaza del 2014 e del maggio 2021 in cui si è imbattuto Israele e che Hamas usava per segnare vari punti di pubbliche relazioni ... ma ora Hamas ha imparato in modo più sistematico ... come istigare il proprio anello di fuoco intorno a Gerusalemme”.
A parte il linguaggio esaltato dello scrittore, non ha torto. La battaglia tra Israele e i gruppi della Resistenza palestinese è stata in gran parte incentrata sul tempismo. Sebbene Israele non sia “inciampato” in una guerra tra il 2014 e il 2021, non è stato in grado di controllare la durata e il discorso politico attorno a queste guerre. Sebbene migliaia di palestinesi siano stati uccisi in quelle che sembravano campagne militari israeliane unilaterali, questi conflitti hanno quasi sempre portato a un disastro delle pubbliche relazioni per Tel Aviv all’estero e hanno ulteriormente destabilizzato un fronte interno già traballante.
Questo spiega, almeno in parte, perché i palestinesi erano desiderosi di non espandere la guerra dell’agosto 2022, anch’essa interamente iniziata da Israele, mentre prendevano l’iniziativa lanciando razzi contro Israele, a partire dal 5 aprile. L’ultima azione palestinese ha costretto Israele a impegnarsi militarmente su diversi fronti: Gaza, Libano, Siria e, probabilmente, la Cisgiordania.
Durante i suoi 75 anni di conflitto militare con palestinesi e arabi, il successo di Israele sul campo di battaglia è stato in gran parte basato sul sostegno militare, logistico e finanziario senza ostacoli dei suoi alleati occidentali e sulla disunione dei suoi nemici arabi. Ciò ha permesso a Israele di vincere guerre su più fronti in passato, con la guerra del 1967 che è stata il principale e forse ultimo esempio.
Da allora, e soprattutto in seguito alla considerevole resistenza araba nella guerra del 1973, Israele è passato a diversi tipi di conflitti militari: rafforzando la sua occupazione in Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est, mentre lanciava guerre massicce su singoli fronti – per esempio in Libano nel 1982.
La ritirata israeliana dal Libano nel 2000, e il totale fallimento nel re-invadere parti del paese nel 2006, hanno bloccato completamente le ambizioni militari di Israele in Libano.
Poi, Israele si è rivolto a Gaza, lanciando una guerra devastante dopo l’altra, a partire dal 2008, solo per scoprire che le sue opzioni militari nella Striscia assediata sono ora limitate quanto quelle in Libano.
Per Lapid, e altri israeliani, il futuro della ‘deterrenza’ di Israele sta ora affrontando una sfida senza precedenti. Se l’esercito israeliano non fosse in grado di operare a proprio agio e al momento che ritiene più opportuno, Tel Aviv perderebbe il suo “vantaggio militare”, una vulnerabilità che Israele ha raramente affrontato prima.
Mentre i politici e gli strateghi militari israeliani dibattono apertamente su chi sia costato a Israele la sua preziosa “deterrenza”, pochissimi sembrano disposti a considerare che la migliore possibilità di sopravvivenza di Israele è coesistere pacificamente con i palestinesi secondo i principi internazionali di giustizia e uguaglianza. Questo fatto ovvio continua a sfuggire a Israele dopo decenni di nascita violenta e di esistenza travagliata.
Fonte
06/08/2022
Palestina - Razzi su Israele dopo i raid israeliani su Gaza. È escalation
Ormai e come prevedibile, in Palestina è escalation. Nella serata di ieri, è arrivata la risposta della Jihad islamica palestinese ai raid israeliani che hanno ucciso un dirigente dell’organizzazione e altri 7 palestinesi (14 secondo fonti israeliane). Una settantina di razzi sono stati slanciati contro il territorio di Israele. L’esercito israeliano ha comunicato che: “In sole 2 ore stasera 71 razzi sono stati lanciati da Gaza verso Israele. 9 di questi razzi sono caduti all’interno della Striscia di Gaza”.
Ma questa mattina per il secondo giorno consecutivo, l’aviazione israeliana ha continuato a colpire diverse aree della Striscia di Gaza con attacchi aerei multipli, uccidendo un civile e ferendone altri quattro.
Dopo la morte di un altro civile in un attacco israeliano a Gaza, in mattinata, il ministero della Salute palestinese ha reso noto che l’aggressione israeliana ha provocato finora la morte di 11 cittadini, tra cui una bambina di cinque anni, una ragazza di 23 anni, una donna e un alto comandante delle brigate al-Quds, ala militare del Jihad islamico.
Le autorità israeliane hanno schierato nel centro del Paese batterie aggiuntive del sistema difensivo anti-missilistico Iron Dome e hanno richiamato 25 mila riservisti, spostando nell’area brigate d’elite come la Golani.
Le Forze di difesa israeliane (Idf) sono preparate a una “settimana di operazioni”, ha affermato un portavoce militare delle Idf, Ran Kochav, in dichiarazioni alla stampa riportate dal quotidiano The Times of Israel, precisando che da ieri pomeriggio sono stati lanciati oltre 160 razzi contro Israele dalla Striscia di Gaza (un dato diverso dai 71 dichiarato nel twitter precedente delle Idf).
Secondo Avichai Adraee, dirigente delle Idf, ha dichiarato dall’inizio dell’operazione ieri pomeriggio l’esercito israeliano ha lanciato 30 raid su più di 40 obiettivi appartenenti alla Jihad islamica, utilizzando 55 missili e proiettili.
L’esercito israeliano ha riferito in una nota che soldati e agenti dello Shin Bet hanno arrestato 20 persone in raid avvenuti questa mattina nella Cisgiordania occupata. Secondo le fonti israeliani 19 sarebbero militanti della Jihad islamica.
Rastrellamenti e arresti in Cisgiordania
Le forze di occupazione israeliane hanno lanciato una campagna di arresti su larga scala, la maggior parte dei quali si è concentrata su leader e quadri del movimento del Jihad islamico, compresi ex prigionieri politici liberati.
L’esercito di occupazione ha arrestato due ex prigionieri, Bilal Diab e Jamal Al-Sayed, dopo aver fatto irruzione nelle loro case nella cittadina di Kafr Ra’i, a Jenin, nel nord della Cisgiordania. Agenti israeliani hanno arrestato l’ex prigioniero liberato Nasser Muhammad Al-Zein e suo figlio Yahya, dopo aver fatto irruzione nella loro casa nella città di Hebron/al-Khalil, nel sud della Cisgiordania. Le forze di occupazione hanno poi preso d’assalto la cittadina di Idna, a ovest di Hebron/al-Khalil, dove hanno arrestato il giovane Muhammad al-Fisisi, e i due ex prigionieri liberati, Nidal al-Jiawi e Tamer Salimiya, dopo aver fatto irruzione nelle loro case nella cittadina di Kharas, a nord-ovest; hanno anche arrestato il prigioniero liberato Rami al-Kassar. A Qalandia, gli israeliani hanno arrestato l’ex prigioniero Fares Aslan, e due giovani, Musa Jahjouj e Issam Abu Asba. A Beit Sira, nella Cisgiordania settentrionale, le forze di occupazione hanno fatto irruzione nella casa del giornalista Ibrahim Abu Safiya e lo hanno arrestato, insieme ad altri cinque giovani. A Bir al-Basha, nel distretto di Jenin, le forze di occupazione hanno arrestato il giovane Omran Gwadra, e a Sanur, a sud, il leader del Jihad islamico, Najeh Habayba; nel campo di “Noor Shams” a est di Tulkarem, hanno arrestato Alaa Shabrawi.
Le reazioni politiche
Il segretario generale della Jihad Islamica, Ziad al-Nakhala, aveva annunciato la ritorsione: “Prometto ai palestinesi che Tel Aviv sarà colpita dai missili della resistenza”. “Questo è un giorno destinato alla vittoria e il nemico deve capire che sarà una guerra senza resa. I combattenti della resistenza devono stare uniti, non abbiamo linee rosse”. “Andiamo in battaglia, non ci sono cessate il fuoco dopo un attacco”, ha aggiunto al-Nakhala, per concludere con un appello all’unità, sottolineando che “questo è un test per tutti i gruppi della resistenza”.
Da Ramallah è intervenuto anche il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen, che ha condannato l’aggressione israeliana contro Gaza, ritenendo Israele responsabile per questa escalation pericolosa, e ha esortato la comunità internazionale a fare pressioni perché vi metta fine.
“Sono profondamente preoccupato per l’escalation in corso tra militanti palestinesi e Israele, inclusa l’uccisione mirata avvenuta oggi di un leader della Jihad islamica palestinese a Gaza. Ciò avviene nel mezzo delle crescenti tensioni nella Cisgiordania occupata e nella striscia di Gaza nelle ultime settimane”. Lo ha dichiarato Tor Wennesland, coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente. “Nelle ultime ore, almeno dieci palestinesi sono stati uccisi da attacchi aerei israeliani” ha aggiunto Wennesland. “Sono profondamente rattristato dalle notizie secondo cui una bambina di cinque anni è stata uccisa in questi attacchi. Non ci può essere alcuna giustificazione per eventuali attacchi contro i civili”, ha evidenziato il rappresentante Onu.
Ultim’ora: il ministro della Difesa di Israele, Benny Gantz, ha ordinato ai militari israeliani di continuare l’offensiva contro la Jihad islamica. Lo riferisce l’ufficio del ministro israeliano, ripreso dal quotidiano The Times of Israel. L’annuncio ha fatto seguito a un incontro di Gantz con il capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane (Idf), Aviv Kohavi, e altri funzionari dell’esercito
Fonte
Ma questa mattina per il secondo giorno consecutivo, l’aviazione israeliana ha continuato a colpire diverse aree della Striscia di Gaza con attacchi aerei multipli, uccidendo un civile e ferendone altri quattro.
Dopo la morte di un altro civile in un attacco israeliano a Gaza, in mattinata, il ministero della Salute palestinese ha reso noto che l’aggressione israeliana ha provocato finora la morte di 11 cittadini, tra cui una bambina di cinque anni, una ragazza di 23 anni, una donna e un alto comandante delle brigate al-Quds, ala militare del Jihad islamico.
Le autorità israeliane hanno schierato nel centro del Paese batterie aggiuntive del sistema difensivo anti-missilistico Iron Dome e hanno richiamato 25 mila riservisti, spostando nell’area brigate d’elite come la Golani.
Le Forze di difesa israeliane (Idf) sono preparate a una “settimana di operazioni”, ha affermato un portavoce militare delle Idf, Ran Kochav, in dichiarazioni alla stampa riportate dal quotidiano The Times of Israel, precisando che da ieri pomeriggio sono stati lanciati oltre 160 razzi contro Israele dalla Striscia di Gaza (un dato diverso dai 71 dichiarato nel twitter precedente delle Idf).
Secondo Avichai Adraee, dirigente delle Idf, ha dichiarato dall’inizio dell’operazione ieri pomeriggio l’esercito israeliano ha lanciato 30 raid su più di 40 obiettivi appartenenti alla Jihad islamica, utilizzando 55 missili e proiettili.
L’esercito israeliano ha riferito in una nota che soldati e agenti dello Shin Bet hanno arrestato 20 persone in raid avvenuti questa mattina nella Cisgiordania occupata. Secondo le fonti israeliani 19 sarebbero militanti della Jihad islamica.
Rastrellamenti e arresti in Cisgiordania
Le forze di occupazione israeliane hanno lanciato una campagna di arresti su larga scala, la maggior parte dei quali si è concentrata su leader e quadri del movimento del Jihad islamico, compresi ex prigionieri politici liberati.
L’esercito di occupazione ha arrestato due ex prigionieri, Bilal Diab e Jamal Al-Sayed, dopo aver fatto irruzione nelle loro case nella cittadina di Kafr Ra’i, a Jenin, nel nord della Cisgiordania. Agenti israeliani hanno arrestato l’ex prigioniero liberato Nasser Muhammad Al-Zein e suo figlio Yahya, dopo aver fatto irruzione nella loro casa nella città di Hebron/al-Khalil, nel sud della Cisgiordania. Le forze di occupazione hanno poi preso d’assalto la cittadina di Idna, a ovest di Hebron/al-Khalil, dove hanno arrestato il giovane Muhammad al-Fisisi, e i due ex prigionieri liberati, Nidal al-Jiawi e Tamer Salimiya, dopo aver fatto irruzione nelle loro case nella cittadina di Kharas, a nord-ovest; hanno anche arrestato il prigioniero liberato Rami al-Kassar. A Qalandia, gli israeliani hanno arrestato l’ex prigioniero Fares Aslan, e due giovani, Musa Jahjouj e Issam Abu Asba. A Beit Sira, nella Cisgiordania settentrionale, le forze di occupazione hanno fatto irruzione nella casa del giornalista Ibrahim Abu Safiya e lo hanno arrestato, insieme ad altri cinque giovani. A Bir al-Basha, nel distretto di Jenin, le forze di occupazione hanno arrestato il giovane Omran Gwadra, e a Sanur, a sud, il leader del Jihad islamico, Najeh Habayba; nel campo di “Noor Shams” a est di Tulkarem, hanno arrestato Alaa Shabrawi.
Le reazioni politiche
Il segretario generale della Jihad Islamica, Ziad al-Nakhala, aveva annunciato la ritorsione: “Prometto ai palestinesi che Tel Aviv sarà colpita dai missili della resistenza”. “Questo è un giorno destinato alla vittoria e il nemico deve capire che sarà una guerra senza resa. I combattenti della resistenza devono stare uniti, non abbiamo linee rosse”. “Andiamo in battaglia, non ci sono cessate il fuoco dopo un attacco”, ha aggiunto al-Nakhala, per concludere con un appello all’unità, sottolineando che “questo è un test per tutti i gruppi della resistenza”.
Da Ramallah è intervenuto anche il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen, che ha condannato l’aggressione israeliana contro Gaza, ritenendo Israele responsabile per questa escalation pericolosa, e ha esortato la comunità internazionale a fare pressioni perché vi metta fine.
“Sono profondamente preoccupato per l’escalation in corso tra militanti palestinesi e Israele, inclusa l’uccisione mirata avvenuta oggi di un leader della Jihad islamica palestinese a Gaza. Ciò avviene nel mezzo delle crescenti tensioni nella Cisgiordania occupata e nella striscia di Gaza nelle ultime settimane”. Lo ha dichiarato Tor Wennesland, coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente. “Nelle ultime ore, almeno dieci palestinesi sono stati uccisi da attacchi aerei israeliani” ha aggiunto Wennesland. “Sono profondamente rattristato dalle notizie secondo cui una bambina di cinque anni è stata uccisa in questi attacchi. Non ci può essere alcuna giustificazione per eventuali attacchi contro i civili”, ha evidenziato il rappresentante Onu.
Ultim’ora: il ministro della Difesa di Israele, Benny Gantz, ha ordinato ai militari israeliani di continuare l’offensiva contro la Jihad islamica. Lo riferisce l’ufficio del ministro israeliano, ripreso dal quotidiano The Times of Israel. L’annuncio ha fatto seguito a un incontro di Gantz con il capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane (Idf), Aviv Kohavi, e altri funzionari dell’esercito
Fonte
Gaza - Israele bombarda e uccide 15 palestinesi
Tra gli Stati incendiari in una situazione già molto tesa sul piano internazionale, non poteva mancare Israele.
L’esercito israeliano ha confermato il raid su Gaza City e Khan Yunis che ha portato all’uccisione del comandante della Jihad islamica nel nord della Striscia Tayasir Jabari.
Insieme a lui – ha fatto sapere il portavoce militare – sono stati uccisi durante l’operazione ‘Breaking dawn’ altri 14 militanti dell’organizzazione.
Il ministero della sanità di Gaza dal canto suo parla di 7 morti e 40 feriti. Tra le vittime c’è anche una bambina di 5 anni. Secondo le stesse fonti il bilancio è destinato a salire ulteriormente.
L’esercito israeliano ha chiamato l’operazione avviata a Gaza contro la Jihad islamica palestinese ‘Breaking Dawn’ed ha attivato il sistema Iron Dome per intercettare eventuali razzi palestinesi. Le autorità militari hanno avvisato i residenti israeliani fino a 80 chilometri dalla Striscia di Gaza, compresa Tel Aviv, di rimanere nei rifugi anti-razzi perché esiste il rischio concreto di una rappresaglia da parte palestinese.
“Tel Aviv e tutte le altre città israeliane da questo momento sono nel nostro mirino” ha affermato il leader politico della Jihad islamica Ziad Nahaleh. “In questa campagna non ci poniamo alcuna linea rossa. Tel Aviv sarà un nostro obiettivo. Colpiremo tutte le città degli occupanti. Nelle prossime ore essi vedranno la nostra reazione”. Secondo Nahaleh tutte le organizzazioni della Resistenza palestinese devono unirsi a questo sforzo.
Quattro giorni fa le truppe israeliane avevano catturato Bassam a-Saadi, ritenuto il capo della Jihad islamica in Cisgiordania. Nel tentativo di evitare una escalation, l’Egitto ha avviato una mediazione fra Israele e la Jihad islamica.
Intanto in Cisgiordania l’esercito di occupazione israeliano ha reso noto che all’alba di oggi, venerdì, palestinesi armati hanno aperto il fuoco sui soldati mentre assaltavano la città di Burqin, a sud-ovest di Jenin (nel nord della Cisgiordania), con l’obiettivo di arrestare palestinesi “ricercati”.
Fonti palestinesi hanno affermato che le forze di occupazione hanno preso d’assalto la casa della famiglia del giovane Fadi Jarrar, nella città di Burqin, a ovest di Jenin, e lo hanno sottoposto a un’indagine sul campo, prima di arrestarlo e portarlo verso una destinazione sconosciuta.
Le città della Cisgiordania sono testimoni di incursioni quasi quotidiane, compresi arresti, e di scontri tra i soldati delle forze di occupazione israeliane e i giovani palestinesi.
Fonte
L’esercito israeliano ha confermato il raid su Gaza City e Khan Yunis che ha portato all’uccisione del comandante della Jihad islamica nel nord della Striscia Tayasir Jabari.
Insieme a lui – ha fatto sapere il portavoce militare – sono stati uccisi durante l’operazione ‘Breaking dawn’ altri 14 militanti dell’organizzazione.
Il ministero della sanità di Gaza dal canto suo parla di 7 morti e 40 feriti. Tra le vittime c’è anche una bambina di 5 anni. Secondo le stesse fonti il bilancio è destinato a salire ulteriormente.
L’esercito israeliano ha chiamato l’operazione avviata a Gaza contro la Jihad islamica palestinese ‘Breaking Dawn’ed ha attivato il sistema Iron Dome per intercettare eventuali razzi palestinesi. Le autorità militari hanno avvisato i residenti israeliani fino a 80 chilometri dalla Striscia di Gaza, compresa Tel Aviv, di rimanere nei rifugi anti-razzi perché esiste il rischio concreto di una rappresaglia da parte palestinese.
“Tel Aviv e tutte le altre città israeliane da questo momento sono nel nostro mirino” ha affermato il leader politico della Jihad islamica Ziad Nahaleh. “In questa campagna non ci poniamo alcuna linea rossa. Tel Aviv sarà un nostro obiettivo. Colpiremo tutte le città degli occupanti. Nelle prossime ore essi vedranno la nostra reazione”. Secondo Nahaleh tutte le organizzazioni della Resistenza palestinese devono unirsi a questo sforzo.
Quattro giorni fa le truppe israeliane avevano catturato Bassam a-Saadi, ritenuto il capo della Jihad islamica in Cisgiordania. Nel tentativo di evitare una escalation, l’Egitto ha avviato una mediazione fra Israele e la Jihad islamica.
Intanto in Cisgiordania l’esercito di occupazione israeliano ha reso noto che all’alba di oggi, venerdì, palestinesi armati hanno aperto il fuoco sui soldati mentre assaltavano la città di Burqin, a sud-ovest di Jenin (nel nord della Cisgiordania), con l’obiettivo di arrestare palestinesi “ricercati”.
Fonti palestinesi hanno affermato che le forze di occupazione hanno preso d’assalto la casa della famiglia del giovane Fadi Jarrar, nella città di Burqin, a ovest di Jenin, e lo hanno sottoposto a un’indagine sul campo, prima di arrestarlo e portarlo verso una destinazione sconosciuta.
Le città della Cisgiordania sono testimoni di incursioni quasi quotidiane, compresi arresti, e di scontri tra i soldati delle forze di occupazione israeliane e i giovani palestinesi.
Fonte
12/11/2019
Il mondo va alla guerra. Raid su Gaza e Damasco, e “muore” uno spione inglese
La guerra sembra diventare l’unico sbocco possibile per una lunga serie di crisi, sia economiche che politiche. Della situazione in America Latina (Bolivia, Cile, Brasile, Argentina, Ecuador, Venezuela, Colombia) diamo conto ormai quasi ogni giorno. Così come del Medio Oriente. Due aree del mondo parecchio diverse, ma sottoposte a stress pesanti in conseguenza di un movimento differente dell’imperialismo Usa (tentativo di riprendere il controllo del “cortile di casa”, anche con i vecchissimi metodi golpisti, e parziale ritiro dallo scenario del Vicino Oriente). Due notizie in 48 ore, da quest’ultimo teatro, ci dicono che molto si sta smuovendo nei consolidati rapporti di alleanza, e dunque anche nei rapporti di forza.
Stanotte Israele ha dato il suo abituale “contributo alla pace” con due raid aerei per eseguire omicidi mirati (senza badare affatto agli “effetti collaterali”).
Nel suo mattatoio preferito, la striscia di Gaza, ha bombardato alcune case per uccidere Baha Abu al-Ata, leader militare della Jihad islamica palestinese. Il 42enne capo del braccio armato della Jihad, le Brigate al-Quds, e sua moglie sono stati uccisi in un attacco aereo contro la loro abitazione a Shejaiya, nella parte est della città
Come si conviene per uno Stato terrorista, subito dopo è arrivata la rivendicazione: “La sua abitazione è stata attaccata in una operazione congiunta delle nostre forze armate e dei servizi segreti”, hanno dichiarato le autorità militari di Tel Aviv.
Ovvia la risposta palestinese, seppur decisamente meno efficace: alcuni razzi artigianali sono stati sparati contro il territorio israeliano, senza fare danni oltre alla fuga della popolazione residente nei rifugi.
A Damasco, invece, un altro raid aereo ha preso di mira l’abitazione di Akram al-Ajouri, uno dei leader dello stesso gruppo. L’uomo è sopravvissuto, mentre sono morti il figlio ed una guardia del corpo, riferisce la Jihad. La difesa antiaerea siriana ha comunicato di aver aperto il fuoco contro “un obiettivo ostile” durante il raid contro un edificio nell’area di Mezzeh, situato nei pressi dell’ambasciata libanese.
Insomma, Israele cerca di far esplodere il conflitto anche con la Siria, che al momento è sostanzialmente “coperta” dall’ombrello russo. Con esiti assolutamente imprevedibili.
Basta così? Certamente no. Gli strascichi del fallito assalto alla Siria – nel tentativo di far cadere Bashar Assad e possibilmente ucciderlo come Saddam e Gheddafi – hanno partorito l’omicidio di un agente segreto inglese a Istanbul. Quindi sotto protezione congiunta, teoricamente, della Gran Bretagna e della Turchia, che continuava ad ospitarlo (sapendo ovviamente benissimo di chi si trattasse, visto che stiamo parlando di membri della Nato).
Il corpo senza vita di James Gustaf Edward le Mesurier, ex agente dei servizi segreti inglesi MI6, è stato trovato vicino la moschea di Kilic Ali, in una strada di fronte all’edificio in cui ha sede la Mayday Rescue. Ossia la presunta Ong che lui stesso aveva fondato e che addestrava i White Helmets in Siria. Gli “elmetti bianchi” ci sono stati imposti dai media come una sorta di “santi subito” che operavano a puro scopo umanitario, ma in realtà funzionavano da Croce Rossa a favore dei gruppi jihadisti – sostenuti e armati direttamente dalla Turchia, oltre che da Arabia Saudita e altri emirati del Golfo, con un non segreto supporto israeliano – operanti nelle zone sottratte al controllo dell’esercito di Assad.
Un lavoro “di fino”, che richiedeva grande specializzazione operativa di tipo militare, capacità di districarsi tra interessi (e servizi segreti) diversi, cautela diplomatica e manipolazione sistematica dei media occidentali (quest’ultima era la parte “facile” del suo compito, visto com’è ridotta l’informazione oggi).
Secondo fonti citate dalla stampa britannica Le Mesurier, 43 anni, sarebbe precipitato dal balcone del suo appartamento intorno alle 4 di mattina. La testimonianza della moglie non ha chiarito molto sulla dinamica della morte. Avrebbe infatti dichiarato alla polizia che il marito aveva preso dei sonniferi, ma successivamente sarebbe andato alla porta d’ingresso dell’appartamento, dicendo di aver sentito bussare. Lei si sarebbe riaddormentata, per poi essere avvisata che il corpo si trovava fuori dalla porta di casa, in corrispondenza del balcone.
Solo venerdì scorso Le Mesurier era stato accusato di spionaggio e vicinanza a gruppi terroristici in un tweet della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova. Un’accusa circostanziata: “un ex agente del MI6, avvistato in tutto il mondo, compresi i Balcani ed il Medio Oriente: i suoi legami con i gruppi terroristici risalgono alla sua missione in Kosovo“.
Un personaggio da romanzo spionistico d’altri tempi, nato a Singapore da una famiglia di militari, diplomato all’accademia militare di Sandhurst e in seguito “operativo” in Irlanda del Nord contro l’Ira. Poi impegnato nel Balcani in funzione anti-serba, insignito della medaglia dell’Ordine dell’Impero britannico. E poi “improvvisamente” funzionario della Good Harbour, una società di “comunicazione strategica” con sede ad Abu Dhabi, e subito dopo fondatore e addestrato dei White Helmets (come si fa a definire “non governativa” un’organizzazione fondata, diretta e finanziata dai servizi segreti inglesi?).
Uno che aveva girato per tutte le guerre degli ultimi 30 anni, cambiando più volte ruolo, alleati, nemici. Difficile fare una classifica dei soggetti che potevano aver interesse a vederlo morto (servizi inglesi compresi, come nei romanzi). E che è finito nel modo più classico delle spie dell’Impero. Senza lasciare alcun rimpianto, naturalmente.
Fonte
10/08/2017
Taliban, teoria e prassi del jihad afghano (seconda parte)
Fondamentalismo pre-talebano – Mentre i progenitori dello Stato Islamico, come Al-Zarqawi hanno speso anni per complottare, schematizzare, sognare una società islamica, non c’era alcun talib in quella preistoria. Il network deobandi-sufi, in cui i talebani erano collocati, ha una lungo processo di attivismo politico specie in Pakistan, dove gli ulema hanno avuto una funzione di lotta anticoloniale. I mujahhedin, con cui i taliban si sono rapportati nella resistenza all’invasione russa, hanno teorizzato uno Stato islamico, ma fra i turbanti solo una minoranza pensava a questa soluzione, molti ipotizzavano addirittura il ritorno d’un re alla fine di quel jihad. E’ una sorta di paradosso il loro: volevano rovesciare il vecchio ordine, forgiare uno Stato, puntare a un processo che spingesse le prospettive lontano ma restavano piuttosto defilati. Anzi, durante la prima fase della guerra civile (1992-94), che contrappone l’un contro l’altro diversi mujahhedin diventati Signori della guerra, parecchi talebani rientrarono nelle madrase o ripararono nei villaggi del sud del Paese. Preferivano restare neutrali davanti ai comandanti-banditi intenti a spartirsi la scena di sangue sulla pelle della popolazione. I partiti islamisti che si dividevano vari distretti afghani si rapportavano a usi e tradizioni rurali e tribali con un andamento alternato: talvolta li facevano propri, altre li contrastavano attuando forme di “rieducazione” e, quando queste non bastavano, introducevano un’aperta coercizione. Un esempio: la gente di Herat aveva l’abitudine di allevare piccioni, l’usanza venne cancellata in breve tempo a seguito d’un drastico divieto. Furono pure proibite le performances musicali, solo per un periodo vennero ammesse nei matrimoni, ma non durò molto.
Coscienza critica – L’Ufficio delle virtù, istituito sotto la presidenza di Rabbani (1992-1996) vigilava sui comportamenti popolari. E le norme rivolte alle donne, che nel periodo di governo talebano (1996-2001) diventeranno rigida prassi: come il divieto d’uscire senza l’accompagnamento di parenti, la negazione di un abbigliamento attrattivo usando gioielli e profumi, l’impossibilità di rivolgersi a stranieri, parlare a voce alta in pubblico, erano tutti già presenti nella quotidianità diffusa, non solo nei villaggi, ovunque i comandanti fondamentalisti si scontrassero. Assieme a queste proibizioni si attuavano misure drastiche verso ladri e omosessuali, forme d’oppressione nei confronti di giovani che venivano rasati (gesto che nella mentalità tribale aveva un valore di evirazione) per diventare oggetti sessuali delle gang concorrenti. Dal canto loro i talib si davano un’aria da paladini quando, in mezzo alla guerra civile, compivano azioni contro i cosiddetti pataks, uomini armati che ai checkpoint depredavano chi transitava. L’iniziativa rientrava nella propaganda per pacificare il Paese finito nel caos dei conflitti interni, e a un certo punto i talebani cominciarono a reclamare sicurezza e l’assoluta necessità di costruire un “vero Islam”. Il progetto vedeva gli studenti coranici esaltare le radici del ‘villaggio pashtun’ come ideale di purezza. Dall’aspetto esteriore ai pensieri interiori tutto doveva rientrare in una specifica filosofia di vita che conservava o ripescava gli antichi costumi. Dunque barbe lunghe maschili e burqa femminili, demonizzazione delle innovazioni tecnologiche e anche dell’abbigliamento, ad esempio il vezzo di allacciare i turbanti. Sul fronte ideologico i talebani puntavano a coniugare il rispetto della tradizione con le componenti epistemiologica, disciplinare e strategica, reagivano contro quello che si può definire il modernismo nell’Islam e puntavano a limitare le influenze del wahhabismo salafita nelle varie province.
Portabandiera della lotta all’oppressione – La fase che precedette la loro presa del potere vide politici e religiosi della famiglia talebana condurre battaglie contro le posizioni dei vari Rabbani, Sayyaf, Hekmatyar che venivano considerati diffusori di idee fuorvianti; i testi su cui quest’ultimi s’erano politicamente formati (molti della Fratellanza Musulmana) furono proibiti. La polemica viaggiava sul terreno del pensiero e della linea, i talib si facevano portabandiera della lotta all’oppressione, che non riguardava solo l’occupazione straniera, ma criticava ferocemente la corruzione dei governi, quelli fantoccio e quelli sedicenti islamisti. Esaminava il problema della giustizia sociale contro la depravazione della ricchezza e il lusso, considerato estraneo ai princìpi della Shari’a. Toccava argomenti che possono apparire futili, sulla presenza nella vita quotidiana dei cani, per finire su aspetti nient’affatto secondari che dall’estetica giungevano all’arte, condannata all’epoca dai miliziani coranici perché accusata di imitare la creazione divina. Da lì le punizioni lanciate contro gli artisti, sino alla distruzione di opere-simbolo come i Buddha di Bamiyan. La teoria della legge applicata con la punizione esemplare, pur nel suo contorno coercitivo segue un percorso “morale” e svela giustificazioni da “meno peggio” nei casi in cui i responsabili delle ritorsioni minimizzano il rischio di scenari peggiori, per cui al confronto delle stragi della guerra civile, le esecuzioni risulterebbero accettabili... Esistono concettualizzazioni sul tema. Ad esempio, la battaglia per estirpare il gioco d’azzardo punta non solo a eliminare il vizio bensì a stroncare l’abilitazione del vizio. Se l’atto, non l’intento, era soggetto alla disciplina, diventava più sicuro rimuovere le condizioni sotto cui l’azione illecita poteva accadere.
Il potere della frusta – Sul ‘potere della frusta’ due figure centrali del movimento talebano, il celebrato mullah Omar e il mullah Turabi (che per tutto un periodo collaborò con lui, vestendo i panni di ministro della Giustizia) diedero interpretazioni diverse. Il primo sosteneva il valore ‘educativo’ del rigore, Turabi a un certo punto propose di bloccare le punizioni pubbliche. Alle divergenze pare contribuisse una certa lotta per il potere presente fra i due chierici impegnati in politica, e a ben poco servì anche la parentela stabilitasi per acquisiti matrimoni. Antiche notizie ricordano come nel 1995, durante l’assedio di Kabul, Turabi cercò di convincere l’altro mullah a negoziare con l’Alleanza del Nord. Omar oppose sdegnato rifiuto, leggendo nella proposta un tentativo per screditarlo e farlo rimuovere dal ruolo di leader. Di fatto durante il quinquennio di regime talebano la polizia religiosa ebbe un ruolo centrale nell’orientare la vita della popolazione e – a detta degli autori della ricerca Gopal e van Linschoten – la funzione partiva da aspetti esteriori e comportamentali, entrava nel terreno della corretta via islamica, ma puntava direttamente a un controllo sociale delle masse. Accreditandosi come guida spirituale il mullah Omar si autoproclamò “comandante della fede” (amir ul-mumenin). Nel dare corpo alla politica amministrativa il governo talebano dovette fare i conti con questioni finanziarie e mentre condannava il sistema mondiale delle banche, tranne cercare scappatoie riguardo alla sua Banca Centrale, si poneva domande sulla raccolta di denaro attraverso le tasse. Sono queste ultime in contrasto col santo princìpio della zakat? Questione rimasta insoluta, forse, per la breve durata dell’esperienza di potere dei turbanti.
Caduta e risalita – Mentre tuttora gli analisti s’interrogano sulla volontà talebana rivolta più che d’inseguire un’arte di governo al desiderio di legittimarlo, all’interno e all’esterno della Umma, in casa quell’esperienza venne messa in crisi da due fattori. Il primo risultava interno all’internazionale combattente, e qui spicca il rifiuto della resa a Bin Laden (l’esatto contrario, dunque, della teoria della sua protezione sulle montagne fatte bombardare da George W. Bush all’avvio dell’Enduring Freedom). Il secondo riguardava il malcontento della popolazione contro i divieti imposti alla coltivazione dell’oppio e per l’obbligo della coscrizione militare. Il voltafaccia della gente sfociò in un profondo odio. Ma non durò a lungo: sono bastati tre anni di operazioni militari Nato, le stragi della citata Enduring Freedom e la sostituzione con l’Isaf Mission, (dal 2001 al 2004), quindi l’introduzione del governo servile e corrotto di Karzai che ha gradualmente cooptato diversi Signori della guerra, perché agli occhi di tanti afghani i talib potessero ripresentarsi come gli unici difensori del suolo patrio e rispolverare le funzioni di guardiani della tradizione e della nazione. Nella propaganda talebana le similitudini fra il 1980 e il 2001 si sono ripetute incessantemente: lo sfacciato ateismo, la repressione verso gli ulema in tante province rurali hanno offerto un quadro cui nuove generazioni, dal 2007 in poi, hanno prestato ascolto. “Calpestare la cultura afghana, distruggere il sistema islamico” sono refrain che ritornano in una propaganda aperta anche all’uso di altri mezzi, un tempo osteggiati dall’ortodossia talebana per i conflitti ideologici con l’Islam modernista. E ancora “la Crociata occidentale contro l’Islam”. Sostenendo una battaglia contro questi pericoli i militanti coranici hanno rilanciato il jihad afghano. “Questa non è una guerra ordinaria, è una guerra santa, volta alla difesa dei nostri valori culturali, dell’identità e della libertà. Se tale è il prezzo dello sviluppo e del nostro sangue, continueremo a combattere” afferma uno studente coranico diventato comandante sul campo.
Identità, libertà, sangue e flessibilità – E dal periodo immediatamente successivo alla caduta del regime, quand’era ancora vivo e vegeto il deus ex machina del movimento, mullah Omar, i talebani rilanciano il proprio disegno incentrato su resistenza all’occupazione militare e lotta ai governanti corrotti. Primo passo: raccogliere e formare nuovi combattenti, ma con orizzonti più ampi del precedente periodo e un’attenzione alle trasformazioni, riguardante pure quella tecnologica prima rifiutata e nel caso della telefonìa mobile (20 milioni di afghani usano i telefoni cellulari) ora utilizzata per la propaganda. Da anni i talib reclutano giovani che rientrano dai campi profughi pakistani e dal territorio autonomo confinante (Fata), alzano il livello dello scontro chiedendo ai miliziani anche il martirio che, dopo la guerra irachena, è diventato pratica diffusa. Ne trovano giustificazione interpretando alcuni passi del Corano. Il mullah Omar era contrario alla scelta, non voleva perdere uomini, ma la pratica s’è diffusa e con essa le stragi, anche di civili. Pur mirando a un proprio credo ideologico-politico con cui s’oppongono alle tattiche di Jamaat e Broterhood, considerate forze riformiste, i talebani del nuovo corso sono più flessibili alla circolazione di idee. Ora accettano confronti con altre componenti islamiche e, in alcuni documenti, ammettono anche l’aiuto fra non musulmani. Non pongono limiti a tatticismi se il ritorno può essere utile alla causa. Riflessioni riprese da un loro report, trattano di taluni impiegati dell’amministrazione del Wardak. “Devono essere considerati infedeli?” è la domanda posta a un mullah comunicatore. La risposta è affermativa, se, come si presume, sono pagati dagli invasori che notoriamente non danno denaro senza contropartite. Eppure essi potrebbero mutare indirizzo e collaborare coi ribelli... Ora la linea è meno tranciante e più possibilista. Bastone e carota vengono lanciati secondo princìpi autoctoni che, però, gli stessi occidentali praticano a proprio vantaggio. Quando occorre la mano pesante della vendetta, i talib ripropongono un volto integerrimo, come accade a quei khan, malek e capi tribù che mantengono cordiali rapporti coi governativi e dunque vengono puniti. Takfirismo è il neologismo coniato per comportamenti giudicati contrari alla morale islamica e per questo considerati empi. I tatticismi esasperano la visione del fine che giustifica i mezzi, tantoché il network talebano, già diviso in tutta la fase post-governativa esaminata nella ricerca, vive, specie dopo la dipartita del mullah Omar, ulteriori frazionamenti.
Tatticismi – Si possono incontrare gruppi di insorgenti che collaborano con chi pratica rapimenti, estorsioni, furti, traffico d’oppio, prassi un tempo inconcepibile per il rigore talebano. Ma i veri tatticismi sono altri. Riguardano l’analisi, che nel mondo islamico individua componenti riformiste e rivoluzionarie e ha condotto il network a osservare e dialogare con entrambi i fronti. Ne deriva una sua collocazione sulla sponda rivoluzionaria d’un jihadismo che non dev’essere necessariamente transnazionale. Proprio qui sta la differenza con gli attori dello Stato Islamico: i taliban afghani pur parlando di Umma non conducono offensive esterne ai propri confini. Si pongono in un’ottica nazionale, proponendosi come movimento patriottico volto a riunire la comunità degli afghani indipendentemente da tribù ed etnìe d’appartenenza. Sembra abbandonato un cavallo di battaglia del movimento che collocava la maggioranza pashtun al centro del progetto dell’Emirato. Così il nazionalismo resta, ma si rivolge a tutta la popolazione. E i reiterati attacchi che continuano a colpire le minoranze interne, soprattutto gli hazara sciiti, paiono manovrati da quei dissidenti che hanno creato un cartello con la sigla del Daesh. Certo i talib delle Fata e in rapporto col Pakistan, come i Tehreek, autori di molte stragi da Peshawar a Lahore, seguono logiche differenti e opposte i cui sviluppi, con e contro i turbanti afghani, sono tutte da verificare. Comunque agli occhi dei politologi si dipana un orizzonte diverso dal ventennio precedente. Con una costante: la guerra può proseguire al di là della presenza delle truppe d’occupazione. Un ulema vicino ai taliban ha definito l’Afghanistan “la casa della guerra” (dar ul-harb) perché lì si reitera attraverso lo Stato-fantoccio un modello di servilismo all’Occidente. E da un paio d’anni, nonostante il copioso ritiro dei marines statunitensi (ne sono rimasti circa diecimila), gli attacchi al governo Ghani sono cresciuti notevolmente. Tutto questo è destinato a proseguire, e una delle ipotesi che ha ripreso fiato è la via delle trattative, dell’accordo coi resistenti, del loro trascinamento nel processo politico in corso. Un espediente, non nuovo, per contrastare il tatticismo dei resistenti. Sebbene questi ultimi la partita sembrano volerla giocare seguendo tutta la distruttiva irregolarità che i nemici cangianti nei decenni hanno introdotto.
Fonte
12/07/2017
Isis: il gran ballo in maschera della modernità globale
Mentre sta tramontando, tra le rovine di Mosul e Raqqa, la dimensione geografica e “statuale” del Califfato, è bene continuare ad indagare il senso e la traiettoria storica di questa presenza – che perdurerà ancora lungo, in forme mobili e deterritorializzate, a cavallo di almeno due continenti.
Da alcuni anni è aperto il dibattito sul rapporto complesso e ambivalente tra il fenomeno Isis e la modernità. Ci si è chiesto spesso: la comparsa del Califfato è l’ultimo culminante episodio dell’impatto critico e autodistruttivo del mondo islamico con le categorie del moderno, o piuttosto è il segnale di una insospettabile capacità di adattamento, alla modernità stessa? Certo bisognerebbe perimetrare due concetti inafferrabili e mutevoli: l’Islam (che come categoria astratta e meta-storica non esiste) e la Modernità (che è un cantiere concettuale sempre aperto e in perenne evoluzione). Ma l’argomento è affascinante e vale la pena entrarci, in una modalità che allarghi il discorso specialistico solitamente riservato agli storici, agli islamologi, agli antropologi.
Di solito, quando si parla dello Jihadismo globale e del suo rapporto con la modernità, ci si sofferma sulla dimensione, morbosa ed efficacissima, della padronanza tecnologica dei media, che questa forza manifesta. Ci sorprende vedere tagliagole barbuti, fautori di arcaismi secolari, maneggiare la infosfera con tale efficacia hollywoodiana. I boia stringono in pugno il coltellaccio, ma in tasca hanno uno smartphone iperconnesso e rappresentano se stessi su riviste on line graficamente raffinate. Questo ci turba: perché associamo la tecnologia alla civiltà (o almeno a quel che supponiamo essa dovrebbe essere). Naturalmente basta volgere lo sguardo pochi decenni indietro, nel cuore della civilissima Europa infettata dal nazismo, per cogliere la medesima ambivalenza: un movimento propugnante valori parimenti arcaici, ma altrettanto disinvolto nel suo rapporto con la Tecnica, nell’epoca del pieno sviluppo della grande industria di massa e del capitalismo monopolistico di Stato. Anzi: in alcuni casi si può dire che più il campo valoriale è regressivo – e ostentatamente arcaico – più il rapporto con la tecnologia pare diventare ossessivo, quasi come se le due dimensioni si legittimassero a vicenda. Questo cortocircuito, rende confusi e circospetti: quello che ci viene raccontato come il nemico estremo, gioca nella nostra stessa metà campo, non è un alieno germinato nei deserti, condivide il nostro background e, quando può, il nostro stesso stile di vita sostanziale – essendo la comune dimensione bio-politica totalmente informata e forgiata da tempi e modi della tecnologia.
Ma il feeling di queste forme di radicalismo con la modernità è ancora più profondo ed evocativo, e va oltre le considerazioni circa l’uso dei media e del web.
L’Isis non è solo l’onda lunga di uno Jhiadismo globale che nasce 40 anni fa negli altipiani afghani con i dollari americani e i petroldollari sauditi. Rappresenta una evoluzione della specie, se così possiamo dire, di quel filone (da qui le rotture sanguinose con Al Qaeda e con i Talebani).
L’approccio dell’Isis è inedito, più radicale e catartico, rispetto qualsiasi altra soggettività islamista mai apparsa nell’ultimo secolo: il progetto neo-califfale punta alla costruzione di un “Homo Novus” islamico, provando a fare tabula rasa (non solo ideologicamente) di ogni passato, in una prassi di soppressione e cancellazione delle memorie pre-esistenti – comprese quelle islamiche locali.
Dai complessi monumentali antichi – sopravvissuti per 1400 anni alle diverse autorità religiose succedutesi nel tempo – fino alle tombe degli odiatissimi sufi, la furia distruttrice rivela qualcosa che va ben oltre l’iconoclastia. Si tratta di un’azione velleitaria e folle di “ricostruzione da zero” del Soggetto e della sua realtà: una qualche forma di titanica velleità prometeica, in cui un pugno di eletti, rifonda il corso storico e decreta, dal pulpito di una moschea, la nascita di un “musulmano nuovo” – che inevitabilmente richiama il mito dell’“uomo nuovo” che verrebbe partorito dalle macerie fumanti di ogni palingenesi, reale o presunta.
Questo schema, alle orecchie di noi occidentali, non suona propriamente inedito – è qualcosa che ha molto a che vedere con la Modernità (e con la Politica, sua figlia prediletta). Sono discorsi che evocano movenze e attriti che si sono già inverati, soprattutto nel corso del ventesimo secolo, e di cui siamo stati testimoni e protagonisti. L’idea della tabula rasa su cui ri-edificare, con la forza illuminata (dalla Ragione o dalla Rivelazione, cambia poco) della volontà, un Mondo Nuovo e un Uomo Nuovo che lo abiti, è una suggestione profondamente radicata nella storia europea, nella NOSTRA storia, almeno dall’89 francese in poi. Il Mostro, l’estraneo, ha attinto largamente dal “nostro” armamentario ideologico, rovesciandone il segno e accelerandone, in una furia devastatrice, la fase del kathairo, dell’estirpazione, del fuoco purificatore.
La storia dell’Islam non conosceva questa ansia catartica.
Dopo il primo secolo di folgorante espansione, diventa a suo modo una storia di lentezza, di confini mobili e porosi, di perdite, riconquiste e sovrapposizioni di civiltà e culture che si succedono per secoli. Persino la predicazione profetica impiegò 26 anni a radicarsi. Le culture tradizionali (pre-moderne) avevano consapevolezza del tempo storico, dell’impossibilità di forzarlo.
Già nel corso del primo secolo, entrando in collisione con i residui degli imperi siriani e persiani, il baricentro del mondo islamico si sposta verso Damasco e Baghdad, assorbendone parte delle eredità millenarie. Si definisce il profilo storico di un islam “persiano” e metropolitano, lontano dai deserti e dalle rotte carovaniere della penisola arabica. E, proseguendo, nascerà un Islam mediterraneo, berbero-andaluso, poi afghano-indiano e quindi turco-caucasico.
Questi molti Islam plurali erano il prodotto di un meticciato profondo e di complesse stratificazioni. Il massiccio edificio coranico, apparentemente monolitico era in grado di fare i conti con la storia concreta dei popoli – dalla Spagna alla Cina – senza la pretesa di cancellarla e riscriverla in toto. Non c’erano modelli preconfezionati da importare o adottare: tutto – dalle forme di governo fino alla teologia – risultava essere il prodotto di infiniti processi di aggiustamento, conflitto e convivenza, che definivano assetti di volta in volta nuovi e diversi.
L’idea di un Islam immutato e immobile nei secoli è una scempiaggine moderna, che l’Occidente sbandiera come alibi e falsa coscienza: gli Islam sono sempre stati molti e diversi ed epoca dopo epoca, l’Occidente ha idealtipizzato uno di questi modelli, a seconda delle sue necessità politiche, di lotta, colonizzazione o cooptazione di settori di quel mondo.
L'edificazione dello pseudo-Califfato dell’Isis, mostra una insospettabile consapevolezza, da parte dei gruppi dirigenti jhiadisti, delle tematiche della governance contemporanea. Non per niente, pezzi importanti del Bathismo (cioè dell’eredità pan-arabista, laica e modernista) vi hanno aderito con disinvoltura.
Lo stesso richiamo alla categoria di “Stato” che Daesh sbandiera nella sua denominazione, è una suggestione moderna e molto “occidentale”: l’Islam tradizionale, nel corso storico concreto, ha sempre prodotto la dimensione imperiale – che significa multietnicità, pluriconfessionalità, livelli diversi di potere che si equilibrano, tra Emirati, Città-Stato, comunità, confraternite. L’idea moderna di Stato, con un’architettura rigida, definita e non mediabile dei poteri, strumento di formidabile accelerazione dei processi storici, è un concetto estraneo alla tradizione islamica. L’Isis esalta il concetto di edificazione dello Stato proprio perché lo Stato è l’unico strumento possibile di governo della modernità – soprattutto nella sua razionale spietatezza. Tanto per capirci: il genocidio armeno è il biglietto da visita dei “giovani turchi” di Ataturk e uno degli atti di fondazione della moderna Turchia laica (il Sultanato, ostaggio impotente, sarebbe stato soppresso da lì a poco).
Il genocidio organizzato è il marchio di fabbrica dello Stato moderno e delle sue logiche di epurazione ed omogeneizzazione interna.
Questo è anche il filo conduttore della politica dell’autoproclamato Stato Islamico: ricostruire la Umma depurandola di tutti gli elementi spuri (quelli che disconoscono l’autorità califfale), dotare questo corpo finalmente omogeneo di confini ideologici e materiali insormontabili, costituirsi come fondazione di una storia nuova, dove tutto il tempo pregresso è jahillya, età dell’ignoranza da ripudiare.
È per legittimarsi modernamente come Stato, che l’Isis sbandiera le sue efferatezze (quelle che gli altri attori in campo di solito nascondono): il monopolio della violenza è l’unico elemento di “statualità” che possono giocarsi efficacemente davanti ai territori controllati e al mondo – mancando tutti gli altri, soprattutto quelli che possono avere un rapporto con una qualche idea di governo della polis. La legittimazione dell’Autorità politica e statuale, è direttamente proporzionale alla ferocia esibita. Il meccanismo di riconoscimento che vogliono stimolare nei popoli è in fondo semplice: se arrivano davvero a fare “questo” – decapitare, bruciare, squartare – ed hanno il coraggio di diffonderlo, vuol dire che incarnano davvero un Potere legittimo, perché solo un Potere legittimo può essere in grado di padroneggiare il Male e trasformarlo in virtù pubblica e Legge. Perché, altrimenti, i giacobini esibivano le teste mozzate davanti a tutta Europa – se non come fattore di auto-legittimazione, dentro il parto doloroso della modernità? E questo è stato il refrain di molte epopee rivoluzionarie: la nuova legalità ha bisogno della catarsi – ce lo chiede la storia...
La prassi e l’ideologia dell’Isis si mostrano quindi come prodotto ideologico di laboratorio (anche sofisticato) che, pur evocando le sacre radici della Tradizione, trova riscontro più che nella vicenda storica concreta dell’Islam, nelle convulsioni geopolitiche della tarda modernità, nelle sue accelerazioni, nella sue proteiche riconfigurazioni.
Oggi l’Isis viene raffigurato come l’emblema del Male e del Nemico Assoluto. Il nuovo feroce Saladino che legittima l’esistenza di formidabili apparati militari di contrasto, nonché la irreversibile militarizzazione della società e della metropoli.
Come paradossalmente spesso capita nella storia, però, cerchi il Nemico, cerchi l’Altro per eccellenza, il barbaro, il sub-umano, e trovi uno specchio che riflette una tua immagine distorta...
L’Isis propugna una rifondazione radicale dell’umano, esattamente come il capitalismo globalizzato e finanziarizzato. Il Mercato Globale considera le identità pregresse – di mestiere, di territorio, sociali, comunitarie, linguistiche – come zavorre da tagliare, sopravvivenze che ostacolano l’avvento del Consumatore Finale, un Uomo Nuovo senza radici, senza storia, prigioniero di una miserabile tecno-neo-lingua, senza territorio, fisiologicamente migrante – un flusso di desideri indotti fatalmente destinati all’insoddisfazione. Ma questo è precisamente il dispositivo di formattazione dell’Isis: il modello, per chi giungeva volontario nei territori governati dal Califfo, era quello di una radicale spoliazione di identità; non eri più un musulmano bosniaco o francese o indonesiano, con la tua ricca storia linguistica, familiare, etnografica. No, eri un credente “rinato” che come primo atto di fedeltà doveva indossare un abito mentale (e materiale) che ti rendesse indistinguibile e azzerasse la tua biografia.
Il Paradiso – che nella rozza e puerile versione salafita è un luogo di piaceri sensuali da consumare ad libitum – si presenta come un enorme carico di delizie, che ti aspetta dietro l’angolo dell’obbedienza e del martirio.
Allo stesso modo il Paradiso capitalistico: che è sempre un metro più in là, che esige sempre una performance in più, che evoca sempre aspettative di godimento favolose per le quali non sei mai pronto, se non in patetiche anticipazioni surrogate.
Sono due approcci entrambi molto “materialisti”, fondati sulla compravendita del Corpo e l’attesa del Godimento, mediati da una logica puramente mercantile. Dai tutto te stesso – al Califfo o al Mercato – e alla fine riceverai il premio della degnità, della adeguatezza al modello e della materialissima soddisfazione dei sensi. Persino un afflato sinceramente religioso, o un soffio di trascendenza, risultano fuori posto, in questi schemi di scambio.
L’adesione all’Isis – almeno in occidente – è anch’essa il risultato di una opzione individualista, fuori da meccanismi comunitari o da qualche dibattito collettivo. È l’approccio tipico del consumatore contemporaneo, un individuo solo nella sua vacuità, che davanti allo schermo del suo computer sceglie quale “prodotto” sia più adeguato a riempire il vuoto nichilista della propria esistenza. Il “lupo solitario” resta tale dall’inizio alla fine del percorso – quando si connette per la prima volta a una chat o ai siti jhaidisti, fino a quando sceglie di uccidere e uccidersi nelle strade di una metropoli europea.
La Umma virtuale dei desideri frustrati, delle identità fittizie, dell’altrettanto fittizio tentativo di ricostruzione di senso – attraverso la strage e il suicidio – usando solo una tastiera e la disperata pulsione autodistruttiva, oggi tanto in voga.
Materialismo mercantile, immersione acritica nella Tecnica, utopie di rifondazione catartica dell’umano: più che una sopravvivenza anacronistica, queste forze sembrano una variante pienamente legittima della contemporaneità.
Del resto, è la storia recente di questo universo pseudo-jhiadista, a rivelare se stesso. La Salafya – cioè l’insieme di scuole e tendenze che vorrebbero rifarsi esclusivamente ai costumi delle prime tre generazioni di musulmani – è una invenzione moderna, che ostenta tradizionalismi inventati. Rifiuta ed è rifiutata dalle quattro scuole legittime. Nasce e alligna dentro lo scontro geo-politico della fine del ventesimo secolo e per diffondersi ha avuto bisogno di decenni di enormi investimenti economici: masse di ulema-commissari politici, migliaia di moschee edificate ai quattro angoli del pianeta, la collaborazione logistica di molti apparati statali, compreso quello israeliano. I Salafiti “ufficiali” in larga parte rifiutano lo stragismo terrorista, ma molti musulmani dicono di loro che “sono un prodotto occidentale, come la Coca Cola”.
E se la Salafya è il frutto di un grande investimento geo-politico-strategico, stessa cosa vale per il suo fratello maggiore, il wahabismo – la dottrina ufficiale dell’Arabia Saudita – che è parimenti il prodotto, moderno, del... ciclo degli idrocarburi.
Senza il petrolio, nessuno oggi conoscerebbe lo sciagurato estremismo di Abd al-Wahab, pazzo predicatore sconfitto e scacciato dalla penisola arabica tra la fine e l’inizio dei secoli diciottesimo e diciannovesimo. È solo la forza del mare di petrolio, su cui i discendenti dei Saud si ritroveranno seduti un secolo dopo, che ha consentito al wahabismo di diventare dottrina di Stato in buona parte delle monarchie del Golfo. E di produrre una sciagurata egemonia in territori e settori di mondo arabo, fino a pochi anni fa alieni a quella cultura. Lo Spirito, la predicazione, l’ortodossia e l’osservanza, c’entrano poco: la materialissima e modernissima forza del dio petrol-dollaro, disegna nel vuoto suggestioni iper tradizionaliste, gestisce fondazioni miliardarie, demolisce le tombe e le antiche vestigia del passato profetico e costruisce super alberghi a 5 stelle che fanno ombra alla Ka’ba. Materialismo, finanza, investimenti, guerre e posizionamenti sullo scacchiere internazionale – altro che sharia.
Insomma, cerchi i barbari alle porte e trovi che siamo tutti immersi nel medesimo imbarbarimento. E che esso riflette pienamente il presente e il futuro verso cui marciamo.
In conclusione, una domanda ritorna costantemente, con buona ragione: ma questo ciclo jhiadista, c’entra o non c’entra con la religione? È tutto politica, è tutto strumentalità, è tutto costruzione artificiale eterodiretta? La fede, sta all’inizio o alla fine, di questa catena di disastri che si squaderna davanti ai nostri occhi?
È difficile dare risposte semplici a problematiche tanto complesse, ma traslare la domanda su un altro piano, a noi più consueto, forse ci aiuta: le Crociate c’entravano o no con la religione?
Certo che c’entravano, sarebbe puerile negarlo. La croce e il mito della difesa dei Luoghi Sacri erano il fattore ideologico di mobilitazione per le masse e l’elemento di nobilitazione dell’impresa, mica una banale sovrastruttura. Però: le Crociate spontanee, quelle sollecitate dal fanatismo (le cosiddette Crociate dei pezzenti) non riuscirono mai neanche ad arrivare a Gerusalemme, vagarono senza mezzi per le contrade europee fino ai territori bizantini, si “limitarono” a saccheggi e pogrom antiebraici e poi furono disperse.
Le vere Crociate le organizzarono Papi, Imperatori, Re e Principi. Gli Stati.
Non qualche fanatico imbecille.
Fonte
Da alcuni anni è aperto il dibattito sul rapporto complesso e ambivalente tra il fenomeno Isis e la modernità. Ci si è chiesto spesso: la comparsa del Califfato è l’ultimo culminante episodio dell’impatto critico e autodistruttivo del mondo islamico con le categorie del moderno, o piuttosto è il segnale di una insospettabile capacità di adattamento, alla modernità stessa? Certo bisognerebbe perimetrare due concetti inafferrabili e mutevoli: l’Islam (che come categoria astratta e meta-storica non esiste) e la Modernità (che è un cantiere concettuale sempre aperto e in perenne evoluzione). Ma l’argomento è affascinante e vale la pena entrarci, in una modalità che allarghi il discorso specialistico solitamente riservato agli storici, agli islamologi, agli antropologi.
Di solito, quando si parla dello Jihadismo globale e del suo rapporto con la modernità, ci si sofferma sulla dimensione, morbosa ed efficacissima, della padronanza tecnologica dei media, che questa forza manifesta. Ci sorprende vedere tagliagole barbuti, fautori di arcaismi secolari, maneggiare la infosfera con tale efficacia hollywoodiana. I boia stringono in pugno il coltellaccio, ma in tasca hanno uno smartphone iperconnesso e rappresentano se stessi su riviste on line graficamente raffinate. Questo ci turba: perché associamo la tecnologia alla civiltà (o almeno a quel che supponiamo essa dovrebbe essere). Naturalmente basta volgere lo sguardo pochi decenni indietro, nel cuore della civilissima Europa infettata dal nazismo, per cogliere la medesima ambivalenza: un movimento propugnante valori parimenti arcaici, ma altrettanto disinvolto nel suo rapporto con la Tecnica, nell’epoca del pieno sviluppo della grande industria di massa e del capitalismo monopolistico di Stato. Anzi: in alcuni casi si può dire che più il campo valoriale è regressivo – e ostentatamente arcaico – più il rapporto con la tecnologia pare diventare ossessivo, quasi come se le due dimensioni si legittimassero a vicenda. Questo cortocircuito, rende confusi e circospetti: quello che ci viene raccontato come il nemico estremo, gioca nella nostra stessa metà campo, non è un alieno germinato nei deserti, condivide il nostro background e, quando può, il nostro stesso stile di vita sostanziale – essendo la comune dimensione bio-politica totalmente informata e forgiata da tempi e modi della tecnologia.
Ma il feeling di queste forme di radicalismo con la modernità è ancora più profondo ed evocativo, e va oltre le considerazioni circa l’uso dei media e del web.
L’Isis non è solo l’onda lunga di uno Jhiadismo globale che nasce 40 anni fa negli altipiani afghani con i dollari americani e i petroldollari sauditi. Rappresenta una evoluzione della specie, se così possiamo dire, di quel filone (da qui le rotture sanguinose con Al Qaeda e con i Talebani).
L’approccio dell’Isis è inedito, più radicale e catartico, rispetto qualsiasi altra soggettività islamista mai apparsa nell’ultimo secolo: il progetto neo-califfale punta alla costruzione di un “Homo Novus” islamico, provando a fare tabula rasa (non solo ideologicamente) di ogni passato, in una prassi di soppressione e cancellazione delle memorie pre-esistenti – comprese quelle islamiche locali.
Dai complessi monumentali antichi – sopravvissuti per 1400 anni alle diverse autorità religiose succedutesi nel tempo – fino alle tombe degli odiatissimi sufi, la furia distruttrice rivela qualcosa che va ben oltre l’iconoclastia. Si tratta di un’azione velleitaria e folle di “ricostruzione da zero” del Soggetto e della sua realtà: una qualche forma di titanica velleità prometeica, in cui un pugno di eletti, rifonda il corso storico e decreta, dal pulpito di una moschea, la nascita di un “musulmano nuovo” – che inevitabilmente richiama il mito dell’“uomo nuovo” che verrebbe partorito dalle macerie fumanti di ogni palingenesi, reale o presunta.
Questo schema, alle orecchie di noi occidentali, non suona propriamente inedito – è qualcosa che ha molto a che vedere con la Modernità (e con la Politica, sua figlia prediletta). Sono discorsi che evocano movenze e attriti che si sono già inverati, soprattutto nel corso del ventesimo secolo, e di cui siamo stati testimoni e protagonisti. L’idea della tabula rasa su cui ri-edificare, con la forza illuminata (dalla Ragione o dalla Rivelazione, cambia poco) della volontà, un Mondo Nuovo e un Uomo Nuovo che lo abiti, è una suggestione profondamente radicata nella storia europea, nella NOSTRA storia, almeno dall’89 francese in poi. Il Mostro, l’estraneo, ha attinto largamente dal “nostro” armamentario ideologico, rovesciandone il segno e accelerandone, in una furia devastatrice, la fase del kathairo, dell’estirpazione, del fuoco purificatore.
La storia dell’Islam non conosceva questa ansia catartica.
Dopo il primo secolo di folgorante espansione, diventa a suo modo una storia di lentezza, di confini mobili e porosi, di perdite, riconquiste e sovrapposizioni di civiltà e culture che si succedono per secoli. Persino la predicazione profetica impiegò 26 anni a radicarsi. Le culture tradizionali (pre-moderne) avevano consapevolezza del tempo storico, dell’impossibilità di forzarlo.
Già nel corso del primo secolo, entrando in collisione con i residui degli imperi siriani e persiani, il baricentro del mondo islamico si sposta verso Damasco e Baghdad, assorbendone parte delle eredità millenarie. Si definisce il profilo storico di un islam “persiano” e metropolitano, lontano dai deserti e dalle rotte carovaniere della penisola arabica. E, proseguendo, nascerà un Islam mediterraneo, berbero-andaluso, poi afghano-indiano e quindi turco-caucasico.
Questi molti Islam plurali erano il prodotto di un meticciato profondo e di complesse stratificazioni. Il massiccio edificio coranico, apparentemente monolitico era in grado di fare i conti con la storia concreta dei popoli – dalla Spagna alla Cina – senza la pretesa di cancellarla e riscriverla in toto. Non c’erano modelli preconfezionati da importare o adottare: tutto – dalle forme di governo fino alla teologia – risultava essere il prodotto di infiniti processi di aggiustamento, conflitto e convivenza, che definivano assetti di volta in volta nuovi e diversi.
L’idea di un Islam immutato e immobile nei secoli è una scempiaggine moderna, che l’Occidente sbandiera come alibi e falsa coscienza: gli Islam sono sempre stati molti e diversi ed epoca dopo epoca, l’Occidente ha idealtipizzato uno di questi modelli, a seconda delle sue necessità politiche, di lotta, colonizzazione o cooptazione di settori di quel mondo.
L'edificazione dello pseudo-Califfato dell’Isis, mostra una insospettabile consapevolezza, da parte dei gruppi dirigenti jhiadisti, delle tematiche della governance contemporanea. Non per niente, pezzi importanti del Bathismo (cioè dell’eredità pan-arabista, laica e modernista) vi hanno aderito con disinvoltura.
Lo stesso richiamo alla categoria di “Stato” che Daesh sbandiera nella sua denominazione, è una suggestione moderna e molto “occidentale”: l’Islam tradizionale, nel corso storico concreto, ha sempre prodotto la dimensione imperiale – che significa multietnicità, pluriconfessionalità, livelli diversi di potere che si equilibrano, tra Emirati, Città-Stato, comunità, confraternite. L’idea moderna di Stato, con un’architettura rigida, definita e non mediabile dei poteri, strumento di formidabile accelerazione dei processi storici, è un concetto estraneo alla tradizione islamica. L’Isis esalta il concetto di edificazione dello Stato proprio perché lo Stato è l’unico strumento possibile di governo della modernità – soprattutto nella sua razionale spietatezza. Tanto per capirci: il genocidio armeno è il biglietto da visita dei “giovani turchi” di Ataturk e uno degli atti di fondazione della moderna Turchia laica (il Sultanato, ostaggio impotente, sarebbe stato soppresso da lì a poco).
Il genocidio organizzato è il marchio di fabbrica dello Stato moderno e delle sue logiche di epurazione ed omogeneizzazione interna.
Questo è anche il filo conduttore della politica dell’autoproclamato Stato Islamico: ricostruire la Umma depurandola di tutti gli elementi spuri (quelli che disconoscono l’autorità califfale), dotare questo corpo finalmente omogeneo di confini ideologici e materiali insormontabili, costituirsi come fondazione di una storia nuova, dove tutto il tempo pregresso è jahillya, età dell’ignoranza da ripudiare.
È per legittimarsi modernamente come Stato, che l’Isis sbandiera le sue efferatezze (quelle che gli altri attori in campo di solito nascondono): il monopolio della violenza è l’unico elemento di “statualità” che possono giocarsi efficacemente davanti ai territori controllati e al mondo – mancando tutti gli altri, soprattutto quelli che possono avere un rapporto con una qualche idea di governo della polis. La legittimazione dell’Autorità politica e statuale, è direttamente proporzionale alla ferocia esibita. Il meccanismo di riconoscimento che vogliono stimolare nei popoli è in fondo semplice: se arrivano davvero a fare “questo” – decapitare, bruciare, squartare – ed hanno il coraggio di diffonderlo, vuol dire che incarnano davvero un Potere legittimo, perché solo un Potere legittimo può essere in grado di padroneggiare il Male e trasformarlo in virtù pubblica e Legge. Perché, altrimenti, i giacobini esibivano le teste mozzate davanti a tutta Europa – se non come fattore di auto-legittimazione, dentro il parto doloroso della modernità? E questo è stato il refrain di molte epopee rivoluzionarie: la nuova legalità ha bisogno della catarsi – ce lo chiede la storia...
La prassi e l’ideologia dell’Isis si mostrano quindi come prodotto ideologico di laboratorio (anche sofisticato) che, pur evocando le sacre radici della Tradizione, trova riscontro più che nella vicenda storica concreta dell’Islam, nelle convulsioni geopolitiche della tarda modernità, nelle sue accelerazioni, nella sue proteiche riconfigurazioni.
Oggi l’Isis viene raffigurato come l’emblema del Male e del Nemico Assoluto. Il nuovo feroce Saladino che legittima l’esistenza di formidabili apparati militari di contrasto, nonché la irreversibile militarizzazione della società e della metropoli.
Come paradossalmente spesso capita nella storia, però, cerchi il Nemico, cerchi l’Altro per eccellenza, il barbaro, il sub-umano, e trovi uno specchio che riflette una tua immagine distorta...
L’Isis propugna una rifondazione radicale dell’umano, esattamente come il capitalismo globalizzato e finanziarizzato. Il Mercato Globale considera le identità pregresse – di mestiere, di territorio, sociali, comunitarie, linguistiche – come zavorre da tagliare, sopravvivenze che ostacolano l’avvento del Consumatore Finale, un Uomo Nuovo senza radici, senza storia, prigioniero di una miserabile tecno-neo-lingua, senza territorio, fisiologicamente migrante – un flusso di desideri indotti fatalmente destinati all’insoddisfazione. Ma questo è precisamente il dispositivo di formattazione dell’Isis: il modello, per chi giungeva volontario nei territori governati dal Califfo, era quello di una radicale spoliazione di identità; non eri più un musulmano bosniaco o francese o indonesiano, con la tua ricca storia linguistica, familiare, etnografica. No, eri un credente “rinato” che come primo atto di fedeltà doveva indossare un abito mentale (e materiale) che ti rendesse indistinguibile e azzerasse la tua biografia.
Il Paradiso – che nella rozza e puerile versione salafita è un luogo di piaceri sensuali da consumare ad libitum – si presenta come un enorme carico di delizie, che ti aspetta dietro l’angolo dell’obbedienza e del martirio.
Allo stesso modo il Paradiso capitalistico: che è sempre un metro più in là, che esige sempre una performance in più, che evoca sempre aspettative di godimento favolose per le quali non sei mai pronto, se non in patetiche anticipazioni surrogate.
Sono due approcci entrambi molto “materialisti”, fondati sulla compravendita del Corpo e l’attesa del Godimento, mediati da una logica puramente mercantile. Dai tutto te stesso – al Califfo o al Mercato – e alla fine riceverai il premio della degnità, della adeguatezza al modello e della materialissima soddisfazione dei sensi. Persino un afflato sinceramente religioso, o un soffio di trascendenza, risultano fuori posto, in questi schemi di scambio.
L’adesione all’Isis – almeno in occidente – è anch’essa il risultato di una opzione individualista, fuori da meccanismi comunitari o da qualche dibattito collettivo. È l’approccio tipico del consumatore contemporaneo, un individuo solo nella sua vacuità, che davanti allo schermo del suo computer sceglie quale “prodotto” sia più adeguato a riempire il vuoto nichilista della propria esistenza. Il “lupo solitario” resta tale dall’inizio alla fine del percorso – quando si connette per la prima volta a una chat o ai siti jhaidisti, fino a quando sceglie di uccidere e uccidersi nelle strade di una metropoli europea.
La Umma virtuale dei desideri frustrati, delle identità fittizie, dell’altrettanto fittizio tentativo di ricostruzione di senso – attraverso la strage e il suicidio – usando solo una tastiera e la disperata pulsione autodistruttiva, oggi tanto in voga.
Materialismo mercantile, immersione acritica nella Tecnica, utopie di rifondazione catartica dell’umano: più che una sopravvivenza anacronistica, queste forze sembrano una variante pienamente legittima della contemporaneità.
Del resto, è la storia recente di questo universo pseudo-jhiadista, a rivelare se stesso. La Salafya – cioè l’insieme di scuole e tendenze che vorrebbero rifarsi esclusivamente ai costumi delle prime tre generazioni di musulmani – è una invenzione moderna, che ostenta tradizionalismi inventati. Rifiuta ed è rifiutata dalle quattro scuole legittime. Nasce e alligna dentro lo scontro geo-politico della fine del ventesimo secolo e per diffondersi ha avuto bisogno di decenni di enormi investimenti economici: masse di ulema-commissari politici, migliaia di moschee edificate ai quattro angoli del pianeta, la collaborazione logistica di molti apparati statali, compreso quello israeliano. I Salafiti “ufficiali” in larga parte rifiutano lo stragismo terrorista, ma molti musulmani dicono di loro che “sono un prodotto occidentale, come la Coca Cola”.
E se la Salafya è il frutto di un grande investimento geo-politico-strategico, stessa cosa vale per il suo fratello maggiore, il wahabismo – la dottrina ufficiale dell’Arabia Saudita – che è parimenti il prodotto, moderno, del... ciclo degli idrocarburi.
Senza il petrolio, nessuno oggi conoscerebbe lo sciagurato estremismo di Abd al-Wahab, pazzo predicatore sconfitto e scacciato dalla penisola arabica tra la fine e l’inizio dei secoli diciottesimo e diciannovesimo. È solo la forza del mare di petrolio, su cui i discendenti dei Saud si ritroveranno seduti un secolo dopo, che ha consentito al wahabismo di diventare dottrina di Stato in buona parte delle monarchie del Golfo. E di produrre una sciagurata egemonia in territori e settori di mondo arabo, fino a pochi anni fa alieni a quella cultura. Lo Spirito, la predicazione, l’ortodossia e l’osservanza, c’entrano poco: la materialissima e modernissima forza del dio petrol-dollaro, disegna nel vuoto suggestioni iper tradizionaliste, gestisce fondazioni miliardarie, demolisce le tombe e le antiche vestigia del passato profetico e costruisce super alberghi a 5 stelle che fanno ombra alla Ka’ba. Materialismo, finanza, investimenti, guerre e posizionamenti sullo scacchiere internazionale – altro che sharia.
Insomma, cerchi i barbari alle porte e trovi che siamo tutti immersi nel medesimo imbarbarimento. E che esso riflette pienamente il presente e il futuro verso cui marciamo.
In conclusione, una domanda ritorna costantemente, con buona ragione: ma questo ciclo jhiadista, c’entra o non c’entra con la religione? È tutto politica, è tutto strumentalità, è tutto costruzione artificiale eterodiretta? La fede, sta all’inizio o alla fine, di questa catena di disastri che si squaderna davanti ai nostri occhi?
È difficile dare risposte semplici a problematiche tanto complesse, ma traslare la domanda su un altro piano, a noi più consueto, forse ci aiuta: le Crociate c’entravano o no con la religione?
Certo che c’entravano, sarebbe puerile negarlo. La croce e il mito della difesa dei Luoghi Sacri erano il fattore ideologico di mobilitazione per le masse e l’elemento di nobilitazione dell’impresa, mica una banale sovrastruttura. Però: le Crociate spontanee, quelle sollecitate dal fanatismo (le cosiddette Crociate dei pezzenti) non riuscirono mai neanche ad arrivare a Gerusalemme, vagarono senza mezzi per le contrade europee fino ai territori bizantini, si “limitarono” a saccheggi e pogrom antiebraici e poi furono disperse.
Le vere Crociate le organizzarono Papi, Imperatori, Re e Principi. Gli Stati.
Non qualche fanatico imbecille.
Fonte
Etichette:
Catarsi,
Crociate,
Internazionale,
ISIS,
Jihad Islamica,
Modernità,
Modo di produzione capitalista,
Nichilismo,
Occidente,
Religione,
Salafiti,
Sociologia,
Wahhabismo
Iscriviti a:
Post (Atom)