Dire che i taliban si riprendono Kandahar è un eufemismo. Di quella provincia hanno le chiavi di casa. Da lì partì la conquista del potere in un Paese liberato dall’occupazione sovietica e caduto in un lacerante conflitto etnico, tribale, religioso, clanistica, affarista. L’avevano combattuto i peggiori Signori della Guerra locali, abilissimi nella resistenza a un’Armata Rossa tutt’altro che motivata, e comunque messa in ginocchio dalla sagacia di certi guerriglieri dipinti come supereroi. Prendiamo Aḥmad Massud, leone del Panshir, non era Alessandro il Macedone, ma di capacità tattica, intelligenza, empatia ne aveva da vendere. Era amato non solo dai seguaci tajiki, dalla stessa stampa internazionale che lo carezzava con panegirici, interviste alle quali lui si prestava sfoderando un impeccabile francese. Il glamour gli fu fatale, nel settembre 2001 con una finta intervista due kamikaze, spacciatisi per cameramen di un’emittente marocchina, lo fecero saltare per aria e s’immolarono. L’anno seguente il comandante, considerato un eroe nazionale, venne insignito d’un postumo Premio Nobel per la pace. Pensate un po’: un passo che rientra perfettamente nella manipolazione della realtà afghana che, se con gli intrighi del ‘Grande Gioco’ imperialista ottocentesco, è cosa antica, con le recenti occupazioni è diventato parossistico.
I mujaheddin che liberavano il suolo patrio dagli improvvidi russi, avevano gli arsenali colmi di missili Stinger con cui abbattevano gli elicotteri d’assalto di Mosca, e le casse colme di dollari americani e petrodollari sauditi. È storia risaputa. Ma dal 1989 per tre anni consecutivi i tajiki di Massud e Rabbani, i pashtun di Hekmatyar e Sayyaf, gli hazara di Mazari e Mohaqiq gli uzbeki di Dostum – e poi Fahim, Khalili la lista è lunga, può proseguire con vecchi e rinnovati nomi – non trovando un accordo per guidare il Paese pensarono di risolvere la questione sparandosi addosso. Intrecciavano alleanze di comodo che potevano durare mesi o lo spazio d’un giorno e vomitavano morte. Martellavano coi mortai, collocati su alcune alture attorno a Kabul, l’altopiano sottostante dove viveva la popolazione. In quattro anni fecero ottantamila morti, forse più. E da quel 1994 un mullah di Kandahar, di nome Omar, raccolse gli studenti coranici trasformati in combattenti per una battaglia contro altri islamici, i Warlords, che continuavano a mantenere la nazione prostrata ai loro piedi, massacrandone i figli, riempendo di caos e lutti l’esistenza quotidiana. Aggregando nelle proprie file migliaia di giovani afghani, Omar e i suoi, quando due anni dopo cinsero d’assedio la capitale, venivano visti da molta gente, non da tutta, come i messaggeri d’una prossima stabilità.
Durò pochissimo, anzi niente. Poiché la Shari’a talebana era letta con lenti non dissimili da quelle dei fondamentalisti che scalzavano. Omar non era diverso da Hekmatyar, il leader che s’era conquistato l’epiteto di macellaio di Kabul. Lo stadio e altre spianate della capitale divennero i luoghi di esecuzioni pubbliche, rivolte si badi bene non ai Signori della Guerra che intanto erano riparati altrove, anche in Paesi limitrofi, su cui spiccano Pakistan e Iran, sempre desiderosi di decidere d’orientare l’Afghanistan verso i propri orizzonti. Le fucilazioni colpivano cittadini pizzicati dall’istituita ‘polizia religiosa’ e rei di non seguire indirizzi morali consoni alla legge coranica. Ovviamente le donne finivano in prima fila nella repressione: le si vietava d’uscire di casa se non accompagnate da un uomo di famiglia, le s’impediva di studiare e lavorare. Le si lapidava al sospetto di adulterio. L’onta delle lapidazioni pubbliche segnò l’onda sanguinaria del regime talebano, inducendo una diffusa disillusione. Fino alla quintessenza di gesti simbolici d’ottusa follìa, come la distruzione dei Buddha di Bamyan, scavati nella roccia da circa due millenni, e disintegrati dai coranici con un’iconoclastìa non dissimile da quella mostrata più tardi dall’Isis a Palmira.
Con l’invasione della Nato, coi governi fantoccio Karzai e Ghani che riciclavano i Signori della Guerra e promuovevano fanatismo, sebbene mascherato nella Loya Jirga da leggi favorevoli alle donne, è proseguita la grande bugia d’una trasformazione della nazione afghana. Chi ama quel Paese e il suo popolo, l’ex parlamentare Malalai Joya lo predica da almeno tre lustri, afferma che non è così. Le truppe occidentali ora in smobilitazione, che contavano un decennio or sono oltre centomila soldati, hanno donato ai talebani, pur orfani di Omar, l’etichetta di patrioti resistenti. Loro se la sono appuntata al petto, perché agli occhi di qualsiasi afghano non servile agli interessi occidentali, quei tank, quegli aerei, quei droni, quelle extraordinary rendition, hanno colpito tanta gente comune e innocente, facendo duecentocinquantamila vittime, quattro milioni di profughi, un’infinità di sfollati interni, decine di migliaia di migranti obbligati all’anno. Se fra qualche giorno o settimana i taliban entreranno nell’area di Kandahar, su cui compiono incursioni da un decennio, nessun cittadino locale si sorprenderà. Come potrà accadere per altri centri, che un fuggitivo generale Miller dice bisognerà difendere. Nessuno può farlo, perché l’esercito interno finanziato, assistito, addestrato per otto anni a suon di miliardi è una cartapesta senza speranza, peraltro abbandonato da chi non sa per chi e cosa combattere. Perché a Doha gli americani hanno deciso che saranno i nemici d’un ventennio a governare l’Afghanistan.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/07/2021
23/09/2019
Afghanistan, le presidenziali impossibili
A cinque giorni dalla pluri rimandata scadenza elettorale per le presidenziali afghane c’è un candidato che sicuramente prega Allah perché si giunga al voto. È il presidente uscente Ashraf Ghani, il fantoccio statunitense osteggiato da taliban e dagli altri candidati, compreso l'amico-nemico di governo Abdullah. Gli attentati che fino a una settimana fa hanno cercato di riproporre un ennesimo rinvio per ragioni di sicurezza non ne hanno piegato la convinzione, ma più che saldezza democratica l’ostinazione con cui Ghani resta attaccato a quest’elezione riguarda il suo futuro. Infatti è da tempo il grande escluso dalla vita politica nazionale, un paradosso per chi riveste la carica più alta d’un Paese, pur disastrato com’è l’Afghanistan. Ma si tratta d’un Paese che non esiste. Continua soltanto a essere un luogo di morte per la guerra strisciante fra gli occupanti della Nato e i talebani che rivendicano il ruolo di resistenti all’invasore. Nell’anno in cui i contendenti statunitensi e i turbanti di Quetta si sono ripetutamente incontrati per discorrere del futuro prossimo, Ghani è rimasto fuori dalla porta, considerato indesiderato e indegno dalla delegazione della Shura, senza che gli americani obiettasse nulla. Per questo il ‘presidente senza potere’ si spende da tempo per il ritorno alle urne, senz’altro previsto come scadenza, ma in un sistema completamente svilito.
Allora l’uomo che si sente solo cerca l’unica sponda possibile, quella offerta dagli altri candidati che, non fosse altro perché desiderano prendere il suo posto, s’apprestano al confronto dell’urna pur denunciando quel che appare palese: il voto potrebbe essere inficiato dagli atavici brogli. Nessuno però evidenzia un’altra realtà: questo voto risulterà assolutamente parziale. Poiché i seggi elettorali sono presenti sulla metà del territorio (l’altra metà è impraticabile in quanto controllata dai talebani) e anche le urne aperte e vigilate militarmente potranno essere oggetto di agguati, com’è già accaduto in precedenti circostanze. Dunque, le presenze certe nel 28 settembre che s’approssima sono il terrore generalizzato e i taliban. Quest’ultimi estranei alla competizione elettorale, ma incombenti nel clima creato dalle loro stragi e, di sorpresa in sorpresa, non è detto che il trasformismo che comunque aleggia su quello scenario in futuro non possa accettarli anche nella veste di concorrenti. Finora gli studenti coranici l’hanno rifiutata. Essi conoscono la propria forza e la debolezza altrui e una parte celata dei colloqui, poi interrotti da Trump, riguardava un loro possibile ritorno legale al potere. Però i turbanti vogliono scegliersi i ‘compagni di merende’ e mostravano di non gradirne nessuno fra quelli all’orizzonte. Del resto basta ascoltare le dichiarazioni degli anti Ghani per intuirne, nonostante le critiche rivoltegli, un comune denominatore.
Wali Massoud, figlio d’un padre famoso quanto farabutto, si fa forte della Massoud Foundation, struttura a libro paga statunitense che sulla retorica delle gesta d’un “eroe” che è stato Signore della guerra cerca soluzioni alternative per conservare lo status quo che il Paese conosce da decenni. Massoud junior attacca: “Occorre muovere il popolo contro la mafia di governo, Ghani e Abdullah hanno garantito solo inefficienza”. Altrettanto critico è Rahmatullah Nabil che rincara: “Un governo che ha raccolto solo fallimenti”, la sua candidatura la sostiene Jamiat-e Islami, partito storico del jihad islamico, dove hanno militato Rabbani e Ahmad Massoud, con le conseguenze che tre generazioni di afghani conoscono bene. Se siete curiosi ascoltate anche Noorullah Jalili, sayyed della provincia di Nangarhar, un affarista che a suo tempo ha lavorato anche per i talebani: “La nazione accetterà perfino l’Emirato, ma gli attuali governanti non accettano compromessi sul destino del popolo”. Mentre l’ex parlamentare Latif Pedram, riempie i cuori di promesse: “Se vincerò porterò le riforme che servono al Paese”. Sic, evidentemente si sente atteso. Certo, c’è pure l’ipocrisia fatta persona, quella del premier Abdullah Abdullah, che giorni addietro, a corredo della sua terza candidatura, dichiarava: “Noi non vogliamo la continuazione della guerra per restare al potere”. Le bugie hanno le gambe corte, cortissime. Abdullah ha la faccia di bronzo.
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Allora l’uomo che si sente solo cerca l’unica sponda possibile, quella offerta dagli altri candidati che, non fosse altro perché desiderano prendere il suo posto, s’apprestano al confronto dell’urna pur denunciando quel che appare palese: il voto potrebbe essere inficiato dagli atavici brogli. Nessuno però evidenzia un’altra realtà: questo voto risulterà assolutamente parziale. Poiché i seggi elettorali sono presenti sulla metà del territorio (l’altra metà è impraticabile in quanto controllata dai talebani) e anche le urne aperte e vigilate militarmente potranno essere oggetto di agguati, com’è già accaduto in precedenti circostanze. Dunque, le presenze certe nel 28 settembre che s’approssima sono il terrore generalizzato e i taliban. Quest’ultimi estranei alla competizione elettorale, ma incombenti nel clima creato dalle loro stragi e, di sorpresa in sorpresa, non è detto che il trasformismo che comunque aleggia su quello scenario in futuro non possa accettarli anche nella veste di concorrenti. Finora gli studenti coranici l’hanno rifiutata. Essi conoscono la propria forza e la debolezza altrui e una parte celata dei colloqui, poi interrotti da Trump, riguardava un loro possibile ritorno legale al potere. Però i turbanti vogliono scegliersi i ‘compagni di merende’ e mostravano di non gradirne nessuno fra quelli all’orizzonte. Del resto basta ascoltare le dichiarazioni degli anti Ghani per intuirne, nonostante le critiche rivoltegli, un comune denominatore.
Wali Massoud, figlio d’un padre famoso quanto farabutto, si fa forte della Massoud Foundation, struttura a libro paga statunitense che sulla retorica delle gesta d’un “eroe” che è stato Signore della guerra cerca soluzioni alternative per conservare lo status quo che il Paese conosce da decenni. Massoud junior attacca: “Occorre muovere il popolo contro la mafia di governo, Ghani e Abdullah hanno garantito solo inefficienza”. Altrettanto critico è Rahmatullah Nabil che rincara: “Un governo che ha raccolto solo fallimenti”, la sua candidatura la sostiene Jamiat-e Islami, partito storico del jihad islamico, dove hanno militato Rabbani e Ahmad Massoud, con le conseguenze che tre generazioni di afghani conoscono bene. Se siete curiosi ascoltate anche Noorullah Jalili, sayyed della provincia di Nangarhar, un affarista che a suo tempo ha lavorato anche per i talebani: “La nazione accetterà perfino l’Emirato, ma gli attuali governanti non accettano compromessi sul destino del popolo”. Mentre l’ex parlamentare Latif Pedram, riempie i cuori di promesse: “Se vincerò porterò le riforme che servono al Paese”. Sic, evidentemente si sente atteso. Certo, c’è pure l’ipocrisia fatta persona, quella del premier Abdullah Abdullah, che giorni addietro, a corredo della sua terza candidatura, dichiarava: “Noi non vogliamo la continuazione della guerra per restare al potere”. Le bugie hanno le gambe corte, cortissime. Abdullah ha la faccia di bronzo.
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19/08/2019
Afghanistan - Massud jr, la politica nuova del signorino della guerra
Inizia con un amarcord l’operazione d’un futuro afghano ammantato della retorica del passato. Così dopo The Times, il nostrano Corriere della Sera mostra in prima pagina un Ahmad Massud bambino accanto a papà Shah, il “leone del Panshir”, prima che due falsi giornalisti, di fatto kamikaze qaedisti, lo facessero saltare in aria con la scusa di un’intervista. Si richiama il progetto attuale dell’unico maschio Massud, che ha sei sorelle, è vissuto a Londra, ha studiato nel locale King’s College, ha ottenuto un master in politica internazionale, s’è pure formato nell’Accademia militare di Sandhurst, e dopo diciott’anni è tornato nel Panshir. Si dice che parli ai tajiki delle tribù locali, ponendosi nientemeno che il sogno di diventare un leader per l’intero Afghanistan, magari presentandosi alle presidenziali del prossimo settembre. Se non ci fossero di mezzo il nome e la seconda comunità etnica del Paese, che però non va al di là del 21% della popolazione, l’iniziativa non farebbe notizia. Perché nella realtà il progetto di Massud jr appare impraticabile, non tanto perché fuori dalla cinica agenda detta da Washington, che da oltre un anno patteggia coi talebani i prossimi passi per governare le varie province afghane, ma perché proprio i trascorsi politici di Massud padre, rievocano una doppia metastasi mai risolta che tuttora affligge quella nazione assieme all’occupazione straniera: lo strapotere del tribalismo etnico e dei signori della guerra.
La figura, pur celebratissima, di Shah Massud è divisiva per quel che fece, naturalmente non solo lui, dopo la resistenza alle truppe sovietiche che nel dicembre 1979 entravano a Kabul. Se negli anni della guerriglia si guadagnò gli onori delle cronache umiliando l’Armata Rossa nella nativa valle, accompagnato peraltro da un mujaheddin che i russi temevano ancor più, il dinamitardo Abdul Haq, il mito del cosiddetto “Che Guevara islamico” fu un’invenzione della stampa internazionale. Francese soprattutto, con cui Massud aveva facilità di comunicazione per la conoscenza linguistica, ma anche italiana, basata quest’ultima sui racconti di quell’ottimo narratore che è stato Ettore Mo, proprio sul Corsera. Shan Massud, accogliente, meditativo, acculturato diventava la figura dell’islamista buono; niente a che vedere con la perversione di Hekmatyar, il rude opportunismo di Dostum, i fanatismi opposti di sunniti (Sayyaf) e sciiti (Mazari). Eppure egli stesso era un signore della guerra, che detta così appare un’ovvietà visto che era un mujaheddin, ma egualmente un uomo di potere. L’altra faccia del leone venne fuori durante la guerra civile del quadriennio 1992-96, quando i Warlords per prendere Kabul, massacravano civili a non finire. Incuranti di sangue, lutti, distruzioni, per nulla diversi dagli invasori di ogni epoca. Altro che ideali, altro che Che.
Nel corso d’un reportage di alcuni anni addietro incontrammo testimoni vecchi e meno anziani di quei giorni tremendi. Ci diceva Ubaid Ahmad, membro della locale ong Hawca che si occupa di rifugio per donne abusate “Ero bambino, ma ricordo, ricordo tutto. Di nascosto m’affacciavo fuori di casa. Lo sguardo era calamitato dall’artiglieria che cannoneggiava sul fronte opposto. Sulla montagna occidentale era posizionata quella di Massud che batteva costantemente la spianata sottostante e le alture opposte occupate da Sayyaf e Mazari... Lì vivevamo in centinaia di migliaia. L’assedio durò quattro anni, il numero dei morti non si conoscerà mai. Cifre approssimative li avvicinano a 80.000. Anni addietro, durante gli scavi compiuti nella zona del Politecnico, vennero alla luce fosse comuni dov’erano interrati i cadaveri di probabili prigionieri. Tutti passati per le armi. Da chi non è facile stabilirlo per mancanza di testimonianze certe”. I partiti e le fazioni armate erano i soliti: Jamiat di Massud, Hezb di Hekmatyar, Ittehad di Sayyaf, Hezb di Mazari. Sempre loro, i signori della morte. Per chi volesse sapere anche a ritroso, sebbene da anni la vicenda sia conosciuta, l’Afghan Indipendent Human Rights Commission produsse una “Mappa dei conflitti afghani dal 1978” che elencava nomi e responsabili di decine di migliaia di vittime dall’epoca dell’invasione sovietica sino al 2001.
Nero su bianco c’erano i nomi di cinquecento uomini ai vertici della catena di comando, fra cui il ‘compianto’ Massud, Dostum (attuale vicepresidente di Ghani), due vicepresidenti dell’era Karzai: Fahim e Khalili e altri. Il rapporto finì nel dimenticatoio, il curatore Nader Nadery, rischiò la pelle. Venne allontanato da Karzai dopo che il vicepresidente Fahim in un incontro pubblico così lo accoglieva: “Dovremmo semplicemente crivellargli la faccia con trenta colpi”. Signori della guerra vecchi e rinnovati, niente di più. Accanto alle loro storie ci piacerebbe leggere sui grandi media quelle dell’oscuro lavoro di attivisti democratici che da anni, chiedono giustizia per gli orrori trascorsi e cercano un reale domani per la massa degli oppressi. Nei giorni di permanenza a Kabul nel 2013 visitammo la sede del Saajs (Social Association Afghanistan Justice Seekers). Raccontava la presidente Weeda Ahmad: “Il Saajs è nato nel 2007, dopo una grande manifestazione che i familiari delle vittime dei Warlords tennero nella capitale. Da anni raccogliamo testimonianze dei sopravvissuti alle stragi, abbiamo iniziato a Kabul e proseguito a Herat, ampliando il lavoro nelle province di Nangarhar, Parwan, Paktiya, Balkh, Bamyan. Non è stato facile, la gente non ci conosceva e non si fidava, temevano ritorsioni. Poi l’aiuto di abitanti, come il signor Esatollah, ci ha aperto molte più porte di quanto pensassimo. La gente chiede giustizia, ma la geopolitica internazionale frena, vanificando il lavoro svolto anche in collaborazione con Onu e Unama”. La geopolitica ripropone vecchi schemi, si chiamino taliban, Massud o attori di ripetute stragi (come l’ultima rivendicata dallo Stato islamico, con 63 vittime, 200 feriti durante un banchetto matrimoniale nella comunità hazara) di cui giunge notizia mentre scriviamo...
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La figura, pur celebratissima, di Shah Massud è divisiva per quel che fece, naturalmente non solo lui, dopo la resistenza alle truppe sovietiche che nel dicembre 1979 entravano a Kabul. Se negli anni della guerriglia si guadagnò gli onori delle cronache umiliando l’Armata Rossa nella nativa valle, accompagnato peraltro da un mujaheddin che i russi temevano ancor più, il dinamitardo Abdul Haq, il mito del cosiddetto “Che Guevara islamico” fu un’invenzione della stampa internazionale. Francese soprattutto, con cui Massud aveva facilità di comunicazione per la conoscenza linguistica, ma anche italiana, basata quest’ultima sui racconti di quell’ottimo narratore che è stato Ettore Mo, proprio sul Corsera. Shan Massud, accogliente, meditativo, acculturato diventava la figura dell’islamista buono; niente a che vedere con la perversione di Hekmatyar, il rude opportunismo di Dostum, i fanatismi opposti di sunniti (Sayyaf) e sciiti (Mazari). Eppure egli stesso era un signore della guerra, che detta così appare un’ovvietà visto che era un mujaheddin, ma egualmente un uomo di potere. L’altra faccia del leone venne fuori durante la guerra civile del quadriennio 1992-96, quando i Warlords per prendere Kabul, massacravano civili a non finire. Incuranti di sangue, lutti, distruzioni, per nulla diversi dagli invasori di ogni epoca. Altro che ideali, altro che Che.
Nel corso d’un reportage di alcuni anni addietro incontrammo testimoni vecchi e meno anziani di quei giorni tremendi. Ci diceva Ubaid Ahmad, membro della locale ong Hawca che si occupa di rifugio per donne abusate “Ero bambino, ma ricordo, ricordo tutto. Di nascosto m’affacciavo fuori di casa. Lo sguardo era calamitato dall’artiglieria che cannoneggiava sul fronte opposto. Sulla montagna occidentale era posizionata quella di Massud che batteva costantemente la spianata sottostante e le alture opposte occupate da Sayyaf e Mazari... Lì vivevamo in centinaia di migliaia. L’assedio durò quattro anni, il numero dei morti non si conoscerà mai. Cifre approssimative li avvicinano a 80.000. Anni addietro, durante gli scavi compiuti nella zona del Politecnico, vennero alla luce fosse comuni dov’erano interrati i cadaveri di probabili prigionieri. Tutti passati per le armi. Da chi non è facile stabilirlo per mancanza di testimonianze certe”. I partiti e le fazioni armate erano i soliti: Jamiat di Massud, Hezb di Hekmatyar, Ittehad di Sayyaf, Hezb di Mazari. Sempre loro, i signori della morte. Per chi volesse sapere anche a ritroso, sebbene da anni la vicenda sia conosciuta, l’Afghan Indipendent Human Rights Commission produsse una “Mappa dei conflitti afghani dal 1978” che elencava nomi e responsabili di decine di migliaia di vittime dall’epoca dell’invasione sovietica sino al 2001.
Nero su bianco c’erano i nomi di cinquecento uomini ai vertici della catena di comando, fra cui il ‘compianto’ Massud, Dostum (attuale vicepresidente di Ghani), due vicepresidenti dell’era Karzai: Fahim e Khalili e altri. Il rapporto finì nel dimenticatoio, il curatore Nader Nadery, rischiò la pelle. Venne allontanato da Karzai dopo che il vicepresidente Fahim in un incontro pubblico così lo accoglieva: “Dovremmo semplicemente crivellargli la faccia con trenta colpi”. Signori della guerra vecchi e rinnovati, niente di più. Accanto alle loro storie ci piacerebbe leggere sui grandi media quelle dell’oscuro lavoro di attivisti democratici che da anni, chiedono giustizia per gli orrori trascorsi e cercano un reale domani per la massa degli oppressi. Nei giorni di permanenza a Kabul nel 2013 visitammo la sede del Saajs (Social Association Afghanistan Justice Seekers). Raccontava la presidente Weeda Ahmad: “Il Saajs è nato nel 2007, dopo una grande manifestazione che i familiari delle vittime dei Warlords tennero nella capitale. Da anni raccogliamo testimonianze dei sopravvissuti alle stragi, abbiamo iniziato a Kabul e proseguito a Herat, ampliando il lavoro nelle province di Nangarhar, Parwan, Paktiya, Balkh, Bamyan. Non è stato facile, la gente non ci conosceva e non si fidava, temevano ritorsioni. Poi l’aiuto di abitanti, come il signor Esatollah, ci ha aperto molte più porte di quanto pensassimo. La gente chiede giustizia, ma la geopolitica internazionale frena, vanificando il lavoro svolto anche in collaborazione con Onu e Unama”. La geopolitica ripropone vecchi schemi, si chiamino taliban, Massud o attori di ripetute stragi (come l’ultima rivendicata dallo Stato islamico, con 63 vittime, 200 feriti durante un banchetto matrimoniale nella comunità hazara) di cui giunge notizia mentre scriviamo...
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06/07/2018
Ghani, il partito talebano e il sogno di pacificazione
Nella macro politica di Kabul il tema che tiene banco anche più di sicurezza e Tapi (il gasdotto transnazionale) è l’apertura politica ai talebani, divenuta la vera ossessione del presidente Ghani. Se la prima questione mette a nudo l’incapacità governativa di controllare alcunché, e la seconda l’ennesimo mega progetto da cui la popolazione trarrà benefici nulli, l’ipotesi del dialogo coi miliziani coranici è l’incompiuta difficile da compiere. E neppure tanto nuova. Rifà il verso a quanto già si era tentato otto e sette anni addietro, quando la Cia di mister Panetta e l’allora presidente Karzai proposero ai talebani tavoli d’incontro, separati e unitari, da cui ci si aspettava un’uscita dalla palude in cui erano finite la muscolare Enduring Freedom e l’ambivalente Isaf mission. Già all’epoca le posizioni della galassia talebana erano diversificate, ma accanto agli irriducibili della rete di Haqqani, l’Alto Consiglio della Pace, creato per l’occasione, colloquiando coi turbanti doveva prendere atto di alcune loro richieste irrinunciabili: ritiro delle truppe d’occupazione, revisione della Costituzione considerata insufficientemente islamica, cancellazione dalla lista nera del terrorismo mondiale, rilascio di prigionieri in mano ad americani e governo afghano. La posta talebana era alta, altissima, come la personale considerazione di non pensarsi partito elettorale.
Quindi, nel 2012, tutto si bloccò per l’oscuro omicidio di Burhanuddin Rabbani, un’esecuzione avvenuta nella sua abitazione kabuliota, e mai chiarita. Si ventilò l’ipotesi della mano della dissidenza talib, oppure dell’Intelligence pakistana che poco gradiva un inserimento “istituzionale” talebano a Kabul fuori da proprie ingerenze. Molto pragmatico apparve uno dei leader talib della Shura di Quetta (Mansour) che avrebbe voluto proseguire gli incontri nonostante il lutto, invece tutto di fermò. Comunque già all’epoca i talebani puntavano a essere riconosciuti come parte del conflitto, più che come partito. Dalla sua nascita il movimento degli studenti coranici armati incarnava il ruolo di resistenti contro il caos prodotto dai signori della guerra, e si dichiarava non interessato al potere. Certo, una volta conquistata la capitale (nel 1996) e instaurato l’Emirato islamico la musica cambiò e mutò tragicamente per la stessa popolazione che aveva creduto nella buona fede dei taliban che ostacolavano lo strapotere vessatore dei warlords. Studiosi di quelle frange fanno notare come nella gestione, pur contraddittoria dell’amministrazione statale, i talebani mutarono approccio a tal punto che, dopo la sconfitta (ottobre 2001) e nei periodi precedenti la formazione di nuovi governi (Rabbani, poi Karzai), pur concentrati quasi esclusivamente sulla sua ristrutturazione militare, tenevano in vita una sorta di governo-ombra.
Comunque, insediati al potere o lontani da esso, i talebani non si comportavano come un partito, non seguivano gli schemi rappresentati in altre aree dall’islam politico. E fuori da tale prospettiva essi non si sentono attratti da processi elettorali per conquistare consenso fra la popolazione. Acquistano seguito nel ruolo di difensori della legge islamica, magari autocelebrandosi come resistenti ai soprusi occidentali e degli infedeli oppure l’ottengono con la coercizione, incutendo timore fra la gente. La prospettiva del voto non gli appartiene, differentemente dalle molte formazioni islamiste che in varie fasi uniscono kalashnikov e scheda nell’urna, meglio se taroccata o macchiata da violenze e brogli. Come peraltro fanno quei gruppi politici cui Stati Uniti e Unione Europea inventano un’anima democratica. Perciò lo scenario che da oltre un anno Ashraf Ghani espone, non solo non è nuovo e può risultare infruttifero come già fu, ma cerca solo un alibi alle prossime consultazioni per: tenere congelati il sistema dell’occupazione strisciante, gestire i mercati delle armi nel Grande Medioriente, controllare i traffici dell’oppio in combutta coi signori degli affari locali e mondiali, reiterare la sagra degli aiuti umanitari miliardari, conservare il controllo militare geostrategico nel cuore dell’Asia. Non si tratta di robetta da poco.
Per la cronaca, che diventa storia, i talebani, proprio nella fase seguente all’avvìo degli incontri del 2011, s’erano ‘occidentalizzati’ aprendo una sede diplomatica presso una delle più scaltre e intraprendenti petromonarchie del Golfo: il Qatar. Poi, come ricordato, i colloqui scemarono, ma l’ufficio a Doha non venne chiuso. E da quella sede nel 2014, quando le fazioni di Ghani e Abdullah si fronteggiavano l’un contro l’altra armate, accusandosi reciprocamente di brogli elettorali, il portavoce talebano esprimeva tutto il disprezzo per quella finta democrazia basata su elezioni (truccate) e Parlamento (costellato di signori della guerra, di affaristi e di corrotti). I turbanti sceglievano di stare fuori da quella Loya Jirga. Tuttora non si pronunciano su questioni come riforma del Parlamento e pluralismo politico, restando il Convitato di pietra del panorama politico nazionale. Non esibiscono monopoli politici, accettano tatticamente anche dialoghi con interlocutori che disprezzano, come Ghani, con le ambascerie di chi non amano (Hekmatyar). Diventano attori quando mostrano un pentimento, parlando di giusta via per i diritti umani (sic), di educazione per le donne. Comunque la loro organizzazione e il fine restano prettamente militari, anzi spererebbero di ripristinare l’Emirato Islamico d’Afghanistan con le armi, cosa che i geostrateghi ritengono difficile. Così nel Paese dell’Hindu Kūsh tutto resta in bilico, immerso nel conflitto logorante e latente, davanti a un abbandono definitivo americano che non arriva e a un sogno di pacificazione solo immaginato.
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10/08/2017
Taliban, teoria e prassi del jihad afghano (seconda parte)
Fondamentalismo pre-talebano – Mentre i progenitori dello Stato Islamico, come Al-Zarqawi hanno speso anni per complottare, schematizzare, sognare una società islamica, non c’era alcun talib in quella preistoria. Il network deobandi-sufi, in cui i talebani erano collocati, ha una lungo processo di attivismo politico specie in Pakistan, dove gli ulema hanno avuto una funzione di lotta anticoloniale. I mujahhedin, con cui i taliban si sono rapportati nella resistenza all’invasione russa, hanno teorizzato uno Stato islamico, ma fra i turbanti solo una minoranza pensava a questa soluzione, molti ipotizzavano addirittura il ritorno d’un re alla fine di quel jihad. E’ una sorta di paradosso il loro: volevano rovesciare il vecchio ordine, forgiare uno Stato, puntare a un processo che spingesse le prospettive lontano ma restavano piuttosto defilati. Anzi, durante la prima fase della guerra civile (1992-94), che contrappone l’un contro l’altro diversi mujahhedin diventati Signori della guerra, parecchi talebani rientrarono nelle madrase o ripararono nei villaggi del sud del Paese. Preferivano restare neutrali davanti ai comandanti-banditi intenti a spartirsi la scena di sangue sulla pelle della popolazione. I partiti islamisti che si dividevano vari distretti afghani si rapportavano a usi e tradizioni rurali e tribali con un andamento alternato: talvolta li facevano propri, altre li contrastavano attuando forme di “rieducazione” e, quando queste non bastavano, introducevano un’aperta coercizione. Un esempio: la gente di Herat aveva l’abitudine di allevare piccioni, l’usanza venne cancellata in breve tempo a seguito d’un drastico divieto. Furono pure proibite le performances musicali, solo per un periodo vennero ammesse nei matrimoni, ma non durò molto.
Coscienza critica – L’Ufficio delle virtù, istituito sotto la presidenza di Rabbani (1992-1996) vigilava sui comportamenti popolari. E le norme rivolte alle donne, che nel periodo di governo talebano (1996-2001) diventeranno rigida prassi: come il divieto d’uscire senza l’accompagnamento di parenti, la negazione di un abbigliamento attrattivo usando gioielli e profumi, l’impossibilità di rivolgersi a stranieri, parlare a voce alta in pubblico, erano tutti già presenti nella quotidianità diffusa, non solo nei villaggi, ovunque i comandanti fondamentalisti si scontrassero. Assieme a queste proibizioni si attuavano misure drastiche verso ladri e omosessuali, forme d’oppressione nei confronti di giovani che venivano rasati (gesto che nella mentalità tribale aveva un valore di evirazione) per diventare oggetti sessuali delle gang concorrenti. Dal canto loro i talib si davano un’aria da paladini quando, in mezzo alla guerra civile, compivano azioni contro i cosiddetti pataks, uomini armati che ai checkpoint depredavano chi transitava. L’iniziativa rientrava nella propaganda per pacificare il Paese finito nel caos dei conflitti interni, e a un certo punto i talebani cominciarono a reclamare sicurezza e l’assoluta necessità di costruire un “vero Islam”. Il progetto vedeva gli studenti coranici esaltare le radici del ‘villaggio pashtun’ come ideale di purezza. Dall’aspetto esteriore ai pensieri interiori tutto doveva rientrare in una specifica filosofia di vita che conservava o ripescava gli antichi costumi. Dunque barbe lunghe maschili e burqa femminili, demonizzazione delle innovazioni tecnologiche e anche dell’abbigliamento, ad esempio il vezzo di allacciare i turbanti. Sul fronte ideologico i talebani puntavano a coniugare il rispetto della tradizione con le componenti epistemiologica, disciplinare e strategica, reagivano contro quello che si può definire il modernismo nell’Islam e puntavano a limitare le influenze del wahhabismo salafita nelle varie province.
Portabandiera della lotta all’oppressione – La fase che precedette la loro presa del potere vide politici e religiosi della famiglia talebana condurre battaglie contro le posizioni dei vari Rabbani, Sayyaf, Hekmatyar che venivano considerati diffusori di idee fuorvianti; i testi su cui quest’ultimi s’erano politicamente formati (molti della Fratellanza Musulmana) furono proibiti. La polemica viaggiava sul terreno del pensiero e della linea, i talib si facevano portabandiera della lotta all’oppressione, che non riguardava solo l’occupazione straniera, ma criticava ferocemente la corruzione dei governi, quelli fantoccio e quelli sedicenti islamisti. Esaminava il problema della giustizia sociale contro la depravazione della ricchezza e il lusso, considerato estraneo ai princìpi della Shari’a. Toccava argomenti che possono apparire futili, sulla presenza nella vita quotidiana dei cani, per finire su aspetti nient’affatto secondari che dall’estetica giungevano all’arte, condannata all’epoca dai miliziani coranici perché accusata di imitare la creazione divina. Da lì le punizioni lanciate contro gli artisti, sino alla distruzione di opere-simbolo come i Buddha di Bamiyan. La teoria della legge applicata con la punizione esemplare, pur nel suo contorno coercitivo segue un percorso “morale” e svela giustificazioni da “meno peggio” nei casi in cui i responsabili delle ritorsioni minimizzano il rischio di scenari peggiori, per cui al confronto delle stragi della guerra civile, le esecuzioni risulterebbero accettabili... Esistono concettualizzazioni sul tema. Ad esempio, la battaglia per estirpare il gioco d’azzardo punta non solo a eliminare il vizio bensì a stroncare l’abilitazione del vizio. Se l’atto, non l’intento, era soggetto alla disciplina, diventava più sicuro rimuovere le condizioni sotto cui l’azione illecita poteva accadere.
Il potere della frusta – Sul ‘potere della frusta’ due figure centrali del movimento talebano, il celebrato mullah Omar e il mullah Turabi (che per tutto un periodo collaborò con lui, vestendo i panni di ministro della Giustizia) diedero interpretazioni diverse. Il primo sosteneva il valore ‘educativo’ del rigore, Turabi a un certo punto propose di bloccare le punizioni pubbliche. Alle divergenze pare contribuisse una certa lotta per il potere presente fra i due chierici impegnati in politica, e a ben poco servì anche la parentela stabilitasi per acquisiti matrimoni. Antiche notizie ricordano come nel 1995, durante l’assedio di Kabul, Turabi cercò di convincere l’altro mullah a negoziare con l’Alleanza del Nord. Omar oppose sdegnato rifiuto, leggendo nella proposta un tentativo per screditarlo e farlo rimuovere dal ruolo di leader. Di fatto durante il quinquennio di regime talebano la polizia religiosa ebbe un ruolo centrale nell’orientare la vita della popolazione e – a detta degli autori della ricerca Gopal e van Linschoten – la funzione partiva da aspetti esteriori e comportamentali, entrava nel terreno della corretta via islamica, ma puntava direttamente a un controllo sociale delle masse. Accreditandosi come guida spirituale il mullah Omar si autoproclamò “comandante della fede” (amir ul-mumenin). Nel dare corpo alla politica amministrativa il governo talebano dovette fare i conti con questioni finanziarie e mentre condannava il sistema mondiale delle banche, tranne cercare scappatoie riguardo alla sua Banca Centrale, si poneva domande sulla raccolta di denaro attraverso le tasse. Sono queste ultime in contrasto col santo princìpio della zakat? Questione rimasta insoluta, forse, per la breve durata dell’esperienza di potere dei turbanti.
Caduta e risalita – Mentre tuttora gli analisti s’interrogano sulla volontà talebana rivolta più che d’inseguire un’arte di governo al desiderio di legittimarlo, all’interno e all’esterno della Umma, in casa quell’esperienza venne messa in crisi da due fattori. Il primo risultava interno all’internazionale combattente, e qui spicca il rifiuto della resa a Bin Laden (l’esatto contrario, dunque, della teoria della sua protezione sulle montagne fatte bombardare da George W. Bush all’avvio dell’Enduring Freedom). Il secondo riguardava il malcontento della popolazione contro i divieti imposti alla coltivazione dell’oppio e per l’obbligo della coscrizione militare. Il voltafaccia della gente sfociò in un profondo odio. Ma non durò a lungo: sono bastati tre anni di operazioni militari Nato, le stragi della citata Enduring Freedom e la sostituzione con l’Isaf Mission, (dal 2001 al 2004), quindi l’introduzione del governo servile e corrotto di Karzai che ha gradualmente cooptato diversi Signori della guerra, perché agli occhi di tanti afghani i talib potessero ripresentarsi come gli unici difensori del suolo patrio e rispolverare le funzioni di guardiani della tradizione e della nazione. Nella propaganda talebana le similitudini fra il 1980 e il 2001 si sono ripetute incessantemente: lo sfacciato ateismo, la repressione verso gli ulema in tante province rurali hanno offerto un quadro cui nuove generazioni, dal 2007 in poi, hanno prestato ascolto. “Calpestare la cultura afghana, distruggere il sistema islamico” sono refrain che ritornano in una propaganda aperta anche all’uso di altri mezzi, un tempo osteggiati dall’ortodossia talebana per i conflitti ideologici con l’Islam modernista. E ancora “la Crociata occidentale contro l’Islam”. Sostenendo una battaglia contro questi pericoli i militanti coranici hanno rilanciato il jihad afghano. “Questa non è una guerra ordinaria, è una guerra santa, volta alla difesa dei nostri valori culturali, dell’identità e della libertà. Se tale è il prezzo dello sviluppo e del nostro sangue, continueremo a combattere” afferma uno studente coranico diventato comandante sul campo.
Identità, libertà, sangue e flessibilità – E dal periodo immediatamente successivo alla caduta del regime, quand’era ancora vivo e vegeto il deus ex machina del movimento, mullah Omar, i talebani rilanciano il proprio disegno incentrato su resistenza all’occupazione militare e lotta ai governanti corrotti. Primo passo: raccogliere e formare nuovi combattenti, ma con orizzonti più ampi del precedente periodo e un’attenzione alle trasformazioni, riguardante pure quella tecnologica prima rifiutata e nel caso della telefonìa mobile (20 milioni di afghani usano i telefoni cellulari) ora utilizzata per la propaganda. Da anni i talib reclutano giovani che rientrano dai campi profughi pakistani e dal territorio autonomo confinante (Fata), alzano il livello dello scontro chiedendo ai miliziani anche il martirio che, dopo la guerra irachena, è diventato pratica diffusa. Ne trovano giustificazione interpretando alcuni passi del Corano. Il mullah Omar era contrario alla scelta, non voleva perdere uomini, ma la pratica s’è diffusa e con essa le stragi, anche di civili. Pur mirando a un proprio credo ideologico-politico con cui s’oppongono alle tattiche di Jamaat e Broterhood, considerate forze riformiste, i talebani del nuovo corso sono più flessibili alla circolazione di idee. Ora accettano confronti con altre componenti islamiche e, in alcuni documenti, ammettono anche l’aiuto fra non musulmani. Non pongono limiti a tatticismi se il ritorno può essere utile alla causa. Riflessioni riprese da un loro report, trattano di taluni impiegati dell’amministrazione del Wardak. “Devono essere considerati infedeli?” è la domanda posta a un mullah comunicatore. La risposta è affermativa, se, come si presume, sono pagati dagli invasori che notoriamente non danno denaro senza contropartite. Eppure essi potrebbero mutare indirizzo e collaborare coi ribelli... Ora la linea è meno tranciante e più possibilista. Bastone e carota vengono lanciati secondo princìpi autoctoni che, però, gli stessi occidentali praticano a proprio vantaggio. Quando occorre la mano pesante della vendetta, i talib ripropongono un volto integerrimo, come accade a quei khan, malek e capi tribù che mantengono cordiali rapporti coi governativi e dunque vengono puniti. Takfirismo è il neologismo coniato per comportamenti giudicati contrari alla morale islamica e per questo considerati empi. I tatticismi esasperano la visione del fine che giustifica i mezzi, tantoché il network talebano, già diviso in tutta la fase post-governativa esaminata nella ricerca, vive, specie dopo la dipartita del mullah Omar, ulteriori frazionamenti.
Tatticismi – Si possono incontrare gruppi di insorgenti che collaborano con chi pratica rapimenti, estorsioni, furti, traffico d’oppio, prassi un tempo inconcepibile per il rigore talebano. Ma i veri tatticismi sono altri. Riguardano l’analisi, che nel mondo islamico individua componenti riformiste e rivoluzionarie e ha condotto il network a osservare e dialogare con entrambi i fronti. Ne deriva una sua collocazione sulla sponda rivoluzionaria d’un jihadismo che non dev’essere necessariamente transnazionale. Proprio qui sta la differenza con gli attori dello Stato Islamico: i taliban afghani pur parlando di Umma non conducono offensive esterne ai propri confini. Si pongono in un’ottica nazionale, proponendosi come movimento patriottico volto a riunire la comunità degli afghani indipendentemente da tribù ed etnìe d’appartenenza. Sembra abbandonato un cavallo di battaglia del movimento che collocava la maggioranza pashtun al centro del progetto dell’Emirato. Così il nazionalismo resta, ma si rivolge a tutta la popolazione. E i reiterati attacchi che continuano a colpire le minoranze interne, soprattutto gli hazara sciiti, paiono manovrati da quei dissidenti che hanno creato un cartello con la sigla del Daesh. Certo i talib delle Fata e in rapporto col Pakistan, come i Tehreek, autori di molte stragi da Peshawar a Lahore, seguono logiche differenti e opposte i cui sviluppi, con e contro i turbanti afghani, sono tutte da verificare. Comunque agli occhi dei politologi si dipana un orizzonte diverso dal ventennio precedente. Con una costante: la guerra può proseguire al di là della presenza delle truppe d’occupazione. Un ulema vicino ai taliban ha definito l’Afghanistan “la casa della guerra” (dar ul-harb) perché lì si reitera attraverso lo Stato-fantoccio un modello di servilismo all’Occidente. E da un paio d’anni, nonostante il copioso ritiro dei marines statunitensi (ne sono rimasti circa diecimila), gli attacchi al governo Ghani sono cresciuti notevolmente. Tutto questo è destinato a proseguire, e una delle ipotesi che ha ripreso fiato è la via delle trattative, dell’accordo coi resistenti, del loro trascinamento nel processo politico in corso. Un espediente, non nuovo, per contrastare il tatticismo dei resistenti. Sebbene questi ultimi la partita sembrano volerla giocare seguendo tutta la distruttiva irregolarità che i nemici cangianti nei decenni hanno introdotto.
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24/02/2017
Afghanistan, jihadisti di lotta e di governo
Il caso Hekmatyar è emblematico non solo per la vociferata amnistia di cui dovrebbe godere uno dei più noti warlord mediorientali, da più parti accusato di crimini contro l’umanità, ma per il suo ingresso con tutti gli onori nel quadro istituzionale del Paese. Certo la strada dell’oblìo verso le nefandezze del recente passato della storia afghana aveva già avuto precedenti, seppure meno illustri, con l’amministrazione Karzai. Anni addietro alcuni signori della guerra come Khalili e Fahim erano stati perdonati ed elevati al rango di vicepresidenti, Sayyaf medesimo era, ed è, presente nella Loya Jirga. I criminali Rabbani e Massud furono il primo presidente, l’altro osannato come eroe. In quest’ottica, dunque, non ci sono state sostanziali trasformazioni da trent’anni a questa parte; l’ultimo esempio è Dostum, vicepresidente in carica, voluto da Ghani. Ultimamente il generale buono per ogni stagione è un po’ in difficoltà per storie di stupri compiuti da alcune sue guardie del corpo verso donne uzbeke di clan rivali ed è stato invitato dal presidente a farsi da parte. Non è detto che obbedirà, perché i suoi kalashnikov hanno un peso nei conciliaboli. Ghani lo sa: l’ha coptato per questa qualità. I boss della guerriglia hanno fatto da padroni e sono rimasti sulla breccia anche grazie alle continue ingerenze esterne nel territorio afghano compiute prima dai sovietici poi dalla Nato. Tantoché i mujaheddin, e ora i taliban, battono e ribattono sul tasto della resistenza allo straniero per sostenere le proprie azioni armate e fare proseliti fra una popolazione stremata e confusa.
Eppure le narrazioni mainstream sull’Afghanistan – magari non tutte ma quelle filogovernative sì – si sono basate su informazioni di comodo finalizzate ad avallare il disegno statunitense di esportazione di “democrazia”. Le presidenze post talebane di Karzai e Ghani, eletti e rieletti grazie a brogli elettorali, non hanno pacificato la vita interna, né migliorato le condizioni sociali, sperperando i fondi della comunità internazionale con speculazioni gestite da potentati locali, molti dei quali sono per l’appunto signori della guerra, trasformati caso per caso in signori degli affari. Quelle narrazioni non dicono che costoro occupano posti di potere e con la propria violenza e il fondamentalismo ideologico impediscono il processo di trasformazione promesso con tanto di convention e assisi organizzate per il mondo dal governo locale e dai protettori occidentali. L’inserimento istituzionale di Hekmatyar, che potrebbe fare il pontiere con la componente talebana dialogante, s’accompagna a un avvicinamento della diarchia Ghani-Abdullah al partito Hezb-e Islami, utile al piano di pacificazione. Dallo scorso autunno questo partito ha ripreso una meticolosa propaganda nelle aree dov’è storicamente radicato (Herat, Kunduz) e, chi ne segue da anni il percorso politico, pensa che giocherà con l’attuale governo uno scambio su due questioni: prigionieri e rifugiati. Tuttora un pezzo della militanza combattente di Hezb è carcerata. Secondo l’agenzia Onu che su quei territori elabora statistiche (Unama) una parte di costoro è computata come talebani. Sarebbero oltre cinquemila combattenti.
I rifugiati sono in maggioranza raccolti nel campo di Peshawar, sfuggono però a ogni censimento. Possono essere migliaia o decine di migliaia, mancano dati certi. Si conosce, invece, la presa che sulla popolazione hanno alcuni personaggi: il comandante Sarwar Faryadi, rientrato tempo addietro da oltre un decennio di carcerazione in Gran Bretagna, venne accolto con festeggiamenti all’aeroporto di Kabul. Quella struttura è controllata giorno e notte dall’Army National Afghan Forces, l’esercito che da sei anni gli Stati Uniti finanziano e addestrano con scarsissimi risultati, che in quel caso non ha mosso un dito per impedire le manifestazioni di giubilo. I corteggiamenti rivolti all’Hezb-e Islami non sono nuovi. Nel 2005 Karzai, da poco presidente, ammise il partito d’impianto fondamentalista sulla scena politica e promosse un suo membro, Hadi Arghandiwal, a ministro dell’economia. Karzai sosteneva che tale corrente fosse diversa dall’antico gruppo dell’Hezb restato fedele a Hekmatyar e alle sue smanie stragiste verso taluni gruppi etnici, gli hazara su tutti. Invece il partito islamista appare unito e durante l’anno passato, quando il piano di pacificazione è diventato di pubblico dominio, Arghandiwal ha in più circostanze dichiarato come Kekmatyar sia l’emiro del gruppo con cui vorrà lavorare. Altre entità fondamentaliste: l’Hezb-e Muttahed-e Islami-ye Afghanistan e l’Alliance of Hezb-e Islami Councils, anziché competere fra loro sono orientate a una collaborazione col gruppo storico di Hekmatyar.
Da notare che la prima delle due sigle è registrata nell’Afghanistan “democratico” della missione Isaf dal 2006 e tutte hanno ondeggiato fra Karzai e Ghani, quando costoro si facevano paladini della lotta al fondamentalismo. Perciò i posizionamenti delle fazioni islamiste radicali, in vicinanza o appoggio al governo, sono avvenuti ben prima del progetto di pacificazione che coinvolge Hekmatyar. Accadeva per ragioni di potere, per ricavarne vantaggi e benefici personali e di clan, per business nelle varie province. Ora si pensa di utilizzare la sua figura bonificandola dalle macchie criminali, che non son poche, e puntando sulla mitologia che circola attorno al suo passato. Ricordi indubbiamente funerei che possono, comunque, avere la capacità di congelare e controllare i comportamenti di altri signori della guerra, seppure col trascorrere del tempo la categoria ne abbia perso più d’uno. L’impatto di real politik che questo leader può imprimere può tornar sempre vantaggioso, sempre che età e salute lo sorreggano. Con lui, storico elemento del primo Jihad afghano contro l’invasione del Paese, si riunirebbero tessere restate finora frammentarie: controllo militare di alcune province, rapporto con l’intellighenzia islamica interna ed estera, presenza nelle istituzioni. Fattori utili per cercare d’attrarre giovani leve che sono i veri mattoni di cui ha bisogno il movimento islamista per la costruzione dell’Emirato d’Afghanistan. Entità che può risultare un’altra versione di quella inseguita dai talebani. O magari la stessa.
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Eppure le narrazioni mainstream sull’Afghanistan – magari non tutte ma quelle filogovernative sì – si sono basate su informazioni di comodo finalizzate ad avallare il disegno statunitense di esportazione di “democrazia”. Le presidenze post talebane di Karzai e Ghani, eletti e rieletti grazie a brogli elettorali, non hanno pacificato la vita interna, né migliorato le condizioni sociali, sperperando i fondi della comunità internazionale con speculazioni gestite da potentati locali, molti dei quali sono per l’appunto signori della guerra, trasformati caso per caso in signori degli affari. Quelle narrazioni non dicono che costoro occupano posti di potere e con la propria violenza e il fondamentalismo ideologico impediscono il processo di trasformazione promesso con tanto di convention e assisi organizzate per il mondo dal governo locale e dai protettori occidentali. L’inserimento istituzionale di Hekmatyar, che potrebbe fare il pontiere con la componente talebana dialogante, s’accompagna a un avvicinamento della diarchia Ghani-Abdullah al partito Hezb-e Islami, utile al piano di pacificazione. Dallo scorso autunno questo partito ha ripreso una meticolosa propaganda nelle aree dov’è storicamente radicato (Herat, Kunduz) e, chi ne segue da anni il percorso politico, pensa che giocherà con l’attuale governo uno scambio su due questioni: prigionieri e rifugiati. Tuttora un pezzo della militanza combattente di Hezb è carcerata. Secondo l’agenzia Onu che su quei territori elabora statistiche (Unama) una parte di costoro è computata come talebani. Sarebbero oltre cinquemila combattenti.
I rifugiati sono in maggioranza raccolti nel campo di Peshawar, sfuggono però a ogni censimento. Possono essere migliaia o decine di migliaia, mancano dati certi. Si conosce, invece, la presa che sulla popolazione hanno alcuni personaggi: il comandante Sarwar Faryadi, rientrato tempo addietro da oltre un decennio di carcerazione in Gran Bretagna, venne accolto con festeggiamenti all’aeroporto di Kabul. Quella struttura è controllata giorno e notte dall’Army National Afghan Forces, l’esercito che da sei anni gli Stati Uniti finanziano e addestrano con scarsissimi risultati, che in quel caso non ha mosso un dito per impedire le manifestazioni di giubilo. I corteggiamenti rivolti all’Hezb-e Islami non sono nuovi. Nel 2005 Karzai, da poco presidente, ammise il partito d’impianto fondamentalista sulla scena politica e promosse un suo membro, Hadi Arghandiwal, a ministro dell’economia. Karzai sosteneva che tale corrente fosse diversa dall’antico gruppo dell’Hezb restato fedele a Hekmatyar e alle sue smanie stragiste verso taluni gruppi etnici, gli hazara su tutti. Invece il partito islamista appare unito e durante l’anno passato, quando il piano di pacificazione è diventato di pubblico dominio, Arghandiwal ha in più circostanze dichiarato come Kekmatyar sia l’emiro del gruppo con cui vorrà lavorare. Altre entità fondamentaliste: l’Hezb-e Muttahed-e Islami-ye Afghanistan e l’Alliance of Hezb-e Islami Councils, anziché competere fra loro sono orientate a una collaborazione col gruppo storico di Hekmatyar.
Da notare che la prima delle due sigle è registrata nell’Afghanistan “democratico” della missione Isaf dal 2006 e tutte hanno ondeggiato fra Karzai e Ghani, quando costoro si facevano paladini della lotta al fondamentalismo. Perciò i posizionamenti delle fazioni islamiste radicali, in vicinanza o appoggio al governo, sono avvenuti ben prima del progetto di pacificazione che coinvolge Hekmatyar. Accadeva per ragioni di potere, per ricavarne vantaggi e benefici personali e di clan, per business nelle varie province. Ora si pensa di utilizzare la sua figura bonificandola dalle macchie criminali, che non son poche, e puntando sulla mitologia che circola attorno al suo passato. Ricordi indubbiamente funerei che possono, comunque, avere la capacità di congelare e controllare i comportamenti di altri signori della guerra, seppure col trascorrere del tempo la categoria ne abbia perso più d’uno. L’impatto di real politik che questo leader può imprimere può tornar sempre vantaggioso, sempre che età e salute lo sorreggano. Con lui, storico elemento del primo Jihad afghano contro l’invasione del Paese, si riunirebbero tessere restate finora frammentarie: controllo militare di alcune province, rapporto con l’intellighenzia islamica interna ed estera, presenza nelle istituzioni. Fattori utili per cercare d’attrarre giovani leve che sono i veri mattoni di cui ha bisogno il movimento islamista per la costruzione dell’Emirato d’Afghanistan. Entità che può risultare un’altra versione di quella inseguita dai talebani. O magari la stessa.
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03/10/2016
L’Afghanistan delle stelle Ue
Nuovo Afghanistan sempre uguale - La due giorni dell’Unione Europea sull’Afghanistan – il 4 e 5 ottobre a Bruxelles – si presenta come una nuova tappa di quanto s’era già visto a Londra nel 2014 e a Tokio due anni prima. Si continua a parlare del nuovo Afghanistan, quello che non c’è, poiché nel Paese continua a regnare il caos. Come nel 2001, quando George W. Bush avviò il liberatorio Enduring Freedom o nel decennio precedente col conflitto fratricida fra i signori della guerra e successivamente col governo talebano. Warlords, Taliban sono soggetti presenti più che mai nel panorama interno tantoché il presidente Ghani, che molto s’è speso per quest’ennesima vetrina con la Comunità Internazionale, si porta al fianco un ministro degli Esteri dal nome celebre: Salahuddin Rabbani, che altri non è che il figlio di Burhanuddin, leader del gruppo islamista Jamaat-e Islami, signore della guerra ed ex presidente, morto in un attentato nel 2011. Non è questione di nemesi storica, fra padri e figli ciascuno risponde del proprio operato, ma quel cognome è legato a un clan e i clan tribali sono un tutt’uno coi mai morti signori della guerra. Tant’è che l’illusionista Ghani alla vigilia della conferenza di Bruxelles ha fatto annunciare dal suo staff una cordiale intesa con un altro temutissimo warlord di rango, Galbuddin Hekmatyar. Anche lui è in predicato ad avvicinarsi al governo afghano, che un altro signore delle armi lo sbandiera da tempo nel ruolo di vicepresidente: Rachid Dostum. Il fondamentalista Hekmatyar, noto come il macellaio di Kabul, dovrebbe fungere da ambasciatore verso i talebani cui Ghani guarda. Tenta anch’egli d’imboccare la scorciatoia già provata dai generali del Pentagono nel 2010-2011, quando non riuscendo a battere i Talib sul terreno, pensavano di sedurli al tavolino delle trattative.
Aiuti e mega affari - La premessa non è polemica, ma questo è l’attuale Afghanistan geopolitico. Risulterà utile per comprendere come più d’un presupposto discusso a Bruxelles dall’Unione Europea e da altri colossi mondiali presenti quali donatori-sostenitori e in qualità d’imprenditori per l’Afghanistan del futuro, viva stridenti contraddizioni. Soprattutto quando verranno trattati i temi del rafforzamento della democrazia, potenziamento delle norme di legge, protezione dei diritti umani e delle donne. Settanta sono i cosiddetti ‘donors’, molti di loro si propongono anche di fare impresa, altri vestono solo i panni industriali per progetti prestigiosi. Nella lista gli Usa tengono saldamente la testa; finora hanno versato, e probabilmente continueranno a versare, dollari tramite Casa Bianca, Pentagono e Ong. Seguono Giappone, Germania, Gran Bretagna, India, Canada, Olanda, Australia, Norvegia, Italia, poi altre nazioni europee. Cina e Russia non contribuiscono a fondo perduto, soprattutto la prima in quella terra sviluppa affari. E parlando di affaroni, nei progetti che coinvolgono un’ampia fetta del continente asiatico, l’Afghanistan si ritrova coinvolto nei piani del Carec (Central Asia Regional Economic Cooperation) un progetto per infrastrutture e trasporti finanziato dall’Asia Development Bank che s’estende a: Azerbaijan, Cina, Mongolia, Kazakistan, Kirghizistan, Turkmenistran, Tajikistan, Uzbekistan e Pakistan. Kabul è partner anche del discusso gasdotto Tapi (Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India) iniziato da dieci mesi che prevede di trasportare negli oltre 1.800 km di condutture 33 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Cinque miliardi riguarderanno l’Afghanistan e nell’indotto previsto c’è pure un’autostrada per collegare Herat a Kandahar.
Cieco sguardo dei Grandi - Il quadro che Ghani tenderà a definire con le personalità presenti - fra cui spiccano l’Alto rappresentante Ue per gli affari esteri e la sicurezza Federica Mogherini e il Commissario internazionale per la cooperazione e lo sviluppo Neven Mimica - ruota attorno a: effettivi sostegni e finanziamenti; sviluppo d’un piano di riforme (economiche, normative, di anticorruzione, di servizi pubblici); processo di pace. Tutto ciò deve fare i conti con un presupposto oggi assente nel Paese: appunto la sicurezza e il controllo del territorio. Non sono riusciti a garantirli l’invasione statunitense del 2001, la successiva Mission Isaf, conclusa nel dicembre 2014, né quella in corso Resolute Support. L’attuale governo di Kabul non governa in più della metà delle 34 province, con un timore crescente nelle attività d’impresa presenti, ad esempio nel settore estrattivo dove le aziende cinesi impegnate propagano ampie lamentele, e in quelle future di cui abbiamo citato due progetti ciclopici. Dopo circa un quindicennio di spese folli per gli “aiuti internazionali” che hanno raggiunto i 4.500 miliardi di dollari, investiti in gran parte per l’intervento militare (solo 357 miliardi hanno riguardato i servizi), si rilanciano interventi di sostegno lì dove i fallimenti sono già parsi cronici. Il documento diffuso alla vigilia di Bruxelles cita, ad esempio, strategie per la reintegrazione dei rifugiati. Proprio a seguito dell’insicurezza interna e d’una rinnovata crescita di vittime civili (nel 2015 oltre 3.400 con più di 7.000 feriti), sappiamo che gli afghani hanno ripreso a fuggire e costituiscono attualmente la seconda comunità mondiale di profughi (2.7 milioni).
Piani ripetuti - Fra gli sforzi per incrementare qualità e sostenibilità della vita si progettano investimenti per il ministero dell’Interno e la polizia. Sappiamo pure che su polizia ed esercito locali s’è consumato il più grosso flop degli investimenti internazionali. Ma si fa finta di nulla. Altri obiettivi riguardano la riduzione del crimine tutt’uno con la produzione e il traffico di oppio e derivati. Un settore controllato dai signori della guerra e degli affari cui il governo afghano è legato, e che rifornisce il 90% del mercato mondiale. Medesimo discorso per la corruzione che prosegue sotto gli occhi e con la partecipazione di faccendieri mascherati da manager, come nel caso di mister Ferozi, ladro di Stato nello scandalo della Kabul Bank, condannato ma nuovamente in pista per ulteriori speculazioni, stavolta in campo edilizio. Si riparla di diritti civili e di difesa delle donne da violenza e soprusi, per cui è stata varata da anni un’ottima legge (Elimination violence against woman), però quasi sempre inapplicata perché non si giunge mai al processo e nei rari casi di accusa i giudici cedono alle minacce sollevate da clan, padrini, signori delle armi che difendono gli imputati. Quindi il passato diventa presente: il ministero per gli Affari femminili ha registrato oltre 4.000 casi di violenza sulle donne nei primi nove mesi dello scorso anno. E allora qual è lo scopo della conferenza? Perorare affari, più o meno leciti. Poi buone intenzioni infarcite di promesse, e denari stanziati inutilmente, visto che realtà create dalla società civile locale che lavorano, ad esempio, su molti orfani, donne abusate, familiari delle vittime civili non ricevono sovvenzioni per creare strutture-rifugio. E’ un refrain già noto dall’epoca dei due mandati offerti all’uomo del nuovo corso post talebano: Hamid Karzai. Un presidente voluto dalla Casa Bianca che ha arricchito se stesso e i fratelli rimasti in vita, perché qualcuno l’ha perduto nelle faide sorte con compari diventati nemici.
Nazione assistita - Scuole e ospedali, di cui i sepolcri imbiancati della Comunità internazionale parleranno in Belgio facendo finta che le cifre stratosferiche impegnate finora non siano mai giunte in quelle lande, sono pure visioni. I centri sanitari esistenti li hanno creati Emergency e Medécins sans Frontières, sopravvivono da sé se non vengono bombardati dall’Us Air Forces, com’è accaduto a Kunduz. Allora i capitoli dell’attuale programma che citano sanità, formazione, sviluppo umano, fra gli obiettivi su cui stanziare altro denaro, hanno il sapore di trita e consumata demagogia. Si sa che buona parte della cooperazione mondiale è costituita da multinazionali ideologiche con chiari intenti politici (Usaid, creatura di JFK, è un esemplare quasi sessantennale) oppure autofinanzia la sua macchina lavorativa con scopi autoreferenziali. C’è poi il tratto, tutto italiano, d’un Parlamento che lega i fondi per la cooperazione a quelli per le missioni militari. Nella migliore delle ipotesi la cooperazione si trova a non poter controllare la catena degli aiuti che viene saccheggiata dalla corruzione amministrativa, politica, criminale. I soldi si disperdono nei cento rivoli di politici legati a gruppi di potere tribale, tutti inevitabilmente armati e motivati a far pesare questa forza. E’ un cerchio chiuso su di sé: i mega affari li fanno le multinazionali mondiali, l’imprenditoria locale è minuta e corrotta, non riesce a sviluppare nessuna economia autoctona degna di questo nome. Nazioni vicine, come il Pakistan, cannibalizzano tutto, anche l’agricoltura che costituisce tuttora il 59% della produzione interna (l’11% proviene dal commercio, l’8% dall’attività estrattiva). La tendenza internazionale è volta a tenere il Paese in ginocchio e la popolazione in povertà, lo riconosce la stessa Banca Mondiale affermando che un terzo degli afghani vive sotto la soglia minima di sostentamento. Conservare questo status, significa serbare un potere di controllo superiore alle stesse nove super basi aeree Nato che consentono a Ghani di volare da Kabul a Bruxelles per l’ennesima parata della conservazione oppressiva. Anche per questo i taliban sorridono.
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Aiuti e mega affari - La premessa non è polemica, ma questo è l’attuale Afghanistan geopolitico. Risulterà utile per comprendere come più d’un presupposto discusso a Bruxelles dall’Unione Europea e da altri colossi mondiali presenti quali donatori-sostenitori e in qualità d’imprenditori per l’Afghanistan del futuro, viva stridenti contraddizioni. Soprattutto quando verranno trattati i temi del rafforzamento della democrazia, potenziamento delle norme di legge, protezione dei diritti umani e delle donne. Settanta sono i cosiddetti ‘donors’, molti di loro si propongono anche di fare impresa, altri vestono solo i panni industriali per progetti prestigiosi. Nella lista gli Usa tengono saldamente la testa; finora hanno versato, e probabilmente continueranno a versare, dollari tramite Casa Bianca, Pentagono e Ong. Seguono Giappone, Germania, Gran Bretagna, India, Canada, Olanda, Australia, Norvegia, Italia, poi altre nazioni europee. Cina e Russia non contribuiscono a fondo perduto, soprattutto la prima in quella terra sviluppa affari. E parlando di affaroni, nei progetti che coinvolgono un’ampia fetta del continente asiatico, l’Afghanistan si ritrova coinvolto nei piani del Carec (Central Asia Regional Economic Cooperation) un progetto per infrastrutture e trasporti finanziato dall’Asia Development Bank che s’estende a: Azerbaijan, Cina, Mongolia, Kazakistan, Kirghizistan, Turkmenistran, Tajikistan, Uzbekistan e Pakistan. Kabul è partner anche del discusso gasdotto Tapi (Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India) iniziato da dieci mesi che prevede di trasportare negli oltre 1.800 km di condutture 33 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Cinque miliardi riguarderanno l’Afghanistan e nell’indotto previsto c’è pure un’autostrada per collegare Herat a Kandahar.
Cieco sguardo dei Grandi - Il quadro che Ghani tenderà a definire con le personalità presenti - fra cui spiccano l’Alto rappresentante Ue per gli affari esteri e la sicurezza Federica Mogherini e il Commissario internazionale per la cooperazione e lo sviluppo Neven Mimica - ruota attorno a: effettivi sostegni e finanziamenti; sviluppo d’un piano di riforme (economiche, normative, di anticorruzione, di servizi pubblici); processo di pace. Tutto ciò deve fare i conti con un presupposto oggi assente nel Paese: appunto la sicurezza e il controllo del territorio. Non sono riusciti a garantirli l’invasione statunitense del 2001, la successiva Mission Isaf, conclusa nel dicembre 2014, né quella in corso Resolute Support. L’attuale governo di Kabul non governa in più della metà delle 34 province, con un timore crescente nelle attività d’impresa presenti, ad esempio nel settore estrattivo dove le aziende cinesi impegnate propagano ampie lamentele, e in quelle future di cui abbiamo citato due progetti ciclopici. Dopo circa un quindicennio di spese folli per gli “aiuti internazionali” che hanno raggiunto i 4.500 miliardi di dollari, investiti in gran parte per l’intervento militare (solo 357 miliardi hanno riguardato i servizi), si rilanciano interventi di sostegno lì dove i fallimenti sono già parsi cronici. Il documento diffuso alla vigilia di Bruxelles cita, ad esempio, strategie per la reintegrazione dei rifugiati. Proprio a seguito dell’insicurezza interna e d’una rinnovata crescita di vittime civili (nel 2015 oltre 3.400 con più di 7.000 feriti), sappiamo che gli afghani hanno ripreso a fuggire e costituiscono attualmente la seconda comunità mondiale di profughi (2.7 milioni).
Piani ripetuti - Fra gli sforzi per incrementare qualità e sostenibilità della vita si progettano investimenti per il ministero dell’Interno e la polizia. Sappiamo pure che su polizia ed esercito locali s’è consumato il più grosso flop degli investimenti internazionali. Ma si fa finta di nulla. Altri obiettivi riguardano la riduzione del crimine tutt’uno con la produzione e il traffico di oppio e derivati. Un settore controllato dai signori della guerra e degli affari cui il governo afghano è legato, e che rifornisce il 90% del mercato mondiale. Medesimo discorso per la corruzione che prosegue sotto gli occhi e con la partecipazione di faccendieri mascherati da manager, come nel caso di mister Ferozi, ladro di Stato nello scandalo della Kabul Bank, condannato ma nuovamente in pista per ulteriori speculazioni, stavolta in campo edilizio. Si riparla di diritti civili e di difesa delle donne da violenza e soprusi, per cui è stata varata da anni un’ottima legge (Elimination violence against woman), però quasi sempre inapplicata perché non si giunge mai al processo e nei rari casi di accusa i giudici cedono alle minacce sollevate da clan, padrini, signori delle armi che difendono gli imputati. Quindi il passato diventa presente: il ministero per gli Affari femminili ha registrato oltre 4.000 casi di violenza sulle donne nei primi nove mesi dello scorso anno. E allora qual è lo scopo della conferenza? Perorare affari, più o meno leciti. Poi buone intenzioni infarcite di promesse, e denari stanziati inutilmente, visto che realtà create dalla società civile locale che lavorano, ad esempio, su molti orfani, donne abusate, familiari delle vittime civili non ricevono sovvenzioni per creare strutture-rifugio. E’ un refrain già noto dall’epoca dei due mandati offerti all’uomo del nuovo corso post talebano: Hamid Karzai. Un presidente voluto dalla Casa Bianca che ha arricchito se stesso e i fratelli rimasti in vita, perché qualcuno l’ha perduto nelle faide sorte con compari diventati nemici.
Nazione assistita - Scuole e ospedali, di cui i sepolcri imbiancati della Comunità internazionale parleranno in Belgio facendo finta che le cifre stratosferiche impegnate finora non siano mai giunte in quelle lande, sono pure visioni. I centri sanitari esistenti li hanno creati Emergency e Medécins sans Frontières, sopravvivono da sé se non vengono bombardati dall’Us Air Forces, com’è accaduto a Kunduz. Allora i capitoli dell’attuale programma che citano sanità, formazione, sviluppo umano, fra gli obiettivi su cui stanziare altro denaro, hanno il sapore di trita e consumata demagogia. Si sa che buona parte della cooperazione mondiale è costituita da multinazionali ideologiche con chiari intenti politici (Usaid, creatura di JFK, è un esemplare quasi sessantennale) oppure autofinanzia la sua macchina lavorativa con scopi autoreferenziali. C’è poi il tratto, tutto italiano, d’un Parlamento che lega i fondi per la cooperazione a quelli per le missioni militari. Nella migliore delle ipotesi la cooperazione si trova a non poter controllare la catena degli aiuti che viene saccheggiata dalla corruzione amministrativa, politica, criminale. I soldi si disperdono nei cento rivoli di politici legati a gruppi di potere tribale, tutti inevitabilmente armati e motivati a far pesare questa forza. E’ un cerchio chiuso su di sé: i mega affari li fanno le multinazionali mondiali, l’imprenditoria locale è minuta e corrotta, non riesce a sviluppare nessuna economia autoctona degna di questo nome. Nazioni vicine, come il Pakistan, cannibalizzano tutto, anche l’agricoltura che costituisce tuttora il 59% della produzione interna (l’11% proviene dal commercio, l’8% dall’attività estrattiva). La tendenza internazionale è volta a tenere il Paese in ginocchio e la popolazione in povertà, lo riconosce la stessa Banca Mondiale affermando che un terzo degli afghani vive sotto la soglia minima di sostentamento. Conservare questo status, significa serbare un potere di controllo superiore alle stesse nove super basi aeree Nato che consentono a Ghani di volare da Kabul a Bruxelles per l’ennesima parata della conservazione oppressiva. Anche per questo i taliban sorridono.
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23/09/2016
Ghani abbraccia il macellaio di Kabul
L’alleato fondamentalista – La navigazione governativa a vista messa in atto negli ultimi mesi dal presidente afghano Ghani approda a un primo passo verso un obiettivo, per ora rifiutato dai destinatari. Quest’obiettivo è stabilire una pacificazione coi riottosi talebani e per convincerli Ghani imbarca nientemeno che Hekmatyar, uno dei più spietati signori della guerra locali. L’ha annunciato con enfasi il rappresentante dell’Alto consiglio afghano di pace, Ahmad Gilani, seppure nell’occasione i due attori non fossero presenti. La manovra, che avrà sicuramente ricevuto l’assenso del puparo di Ghani, John Kerry, mostra il totale fallimento di emancipare l’ultimo burattino ufficiale afghano tramite un proprio esercito, enorme nei numeri (300.000 uomini) e totalmente inefficiente sul campo. Il nemico fondamentalista che, dopo 15 anni di guerra, non è stato sconfitto resta la spina nel fianco sia degli Stati Uniti, lì interessati a geostrategie e business, sia degli affari di altri grandi del mondo: Cina, India, Gran Bretagna. Allora si torna al passato, ben prima dell’11 settembre, quando a fine anni Ottanta il mondo bipolare si scontrava in quel territorio, con un’Unione Sovietica impelagata in un’invasione che la dissanguò, e gli Usa che foraggiavano la resistenza di vari gruppi mujaheddin. Fra questi l’Hezb-i Islami creato da Hekmatyar,
Una vita per la ‘guerra santa’ – Originario di Kunduz, ingegnere mancato all’università di Kabul, e inizialmente filocomunista prima di tramutare il suo credo politico a Peshawar, in quei campi profughi dove gli afghani riparavano e dove agiva e reclutava l’Intelligence pakistana, Hekmatyar è un protagonista di primo piano d’una storia lunga e intricatissima, che riassumiamo nelle vicende salienti. Le varie fazioni resistenti e vincenti contro l’invasione sovietica si ritrovarono, dopo la ritirata dell’Armata Rossa (1988), a gestire rissosamente le leve di comando. Fra i maggiori schieramenti, oltre a quello di Hekmatyar, c’erano Jamiat-I Islami di Rabbani e Massud, Ittihad-I Islami di Sayyaf. Anno dopo anno il comune governo scivolò in contrasti, fino alla contrapposizione armata durata dal 1992 al 1996, di cui fece le spese soprattutto la popolazione civile. Quella di Kabul, accusata d’essere stata acquiescente verso i russi, fu particolarmente colpita da chi voleva insediarsi in città. Il 1993 viene ricordato come l’anno nero della capitale che contò oltre diecimila morti civili. A provocarli le milizie di Rabbani e Massud insediate in città e quelle di Hekmatyar che da una collina circostante martellava coi mortai le truppe nemiche e le zone abitate dalla popolazione presa come bersaglio fisso. L’epiteto di ‘macellaio di Kabul’ viene da lì. Ma i suoi avversari non erano certamente galantuomini. Come non lo erano altri signori della guerra coinvolti: Mohaqiq, Dostum, Sayyaf, Fahim, Khalili. Nei curricula di ciascuno ci sono le tendenze più varie dal filosovietismo, al fondamentalismo islamico. Secondo i periodi sono stati nemici e alleati, risultano finanziati e armati da potenze mondiali (Usa, Urss, India, Cina) e regionali (Arabia Saudita, Pakistan, Iran), compaiono in ruoli ufficiali di governi afghani passati e attuali.
Crudele real politik – Si dirà: è la geopolitica bellezza. Quella che vede il cinismo variegato su scala macro e micro maciullare gente, ormai da quattro generazioni, cosicché dall’Afghanistan si continua a fuggire e certi afghani meditano il jihad antioccidentale portato a destinazione: Europa o America che sia. Ottantamila furono le vittime civili dei quattro anni di guerra fra le bande afghane, quasi tutti i protagonisti di quel delirio sono vivi, vegeti e potenti, tantoché i depositari del ‘modello democratico’ da innestare li vogliono al proprio fianco. Inascoltate restano le voci di un’associazione locale come il Saijs che sui massacri della guerra civile afghana ha stilato dossier che raccolgono il dolore di migliaia di familiari, inizialmente reticenti a denunciare per il terrore che tuttora questi signori incutono. Nessuna Corte Internazionale ha raccolto il loro appello, troppo deboli, troppo umili, troppo sole quelle voci per gli interessi globali. Né le figure istituzionali che la democrazia occidentale ha insediato per trasformare il Paese in una società normale, mai hanno voluto chiedere conto dei crimini commessi. Prima Karzai, ora Ghani i signori della guerra li scelgono come alleati per cercare un presente che per la gente comune continua a profilarsi nero: i Taliban imperversano e controllano più della metà delle province, il governo annaspa e cerca un accordo che costoro rifiutano perché sanno di poter puntare all’intera posta: salire al potere, come nel 1996. Mentre l’America balbetta e al più prepara un’altra guerra se Trump, come può accadere, salirà alla Casa Bianca.
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05/03/2015
Torture afghane, gli uomini neri di Karzai
Ci son volute 125 interviste di Human Rights Watch per confermare quello che strutture democratiche afghane, come la Social Association Afghan Justice Seeks, denunciano da un decennio: nel Paese uccisioni, torture, terrore proseguono come ai tempi della guerra civile sotto lo sguardo assente, e spesso complice, del governo. La chiamata di correo per l’ex presidente Karzai, introdotto assieme all’Enduring Freedom da Pentagono e Casa Bianca, è totale. Diversi degli otto “uomini forti” dell’apparato afghano (Shujoyi, Timur, Karwan, Noor, Kapisa, Alam, Khalid, Razziq) denunciati dalle cento pagine di rapporto, erano suoi uomini. Voluti e incaricati per la politica sporca e sanguinolenta, su cui il capo della Cia Panetta e il presidente statunitense Obama annuivano. Nelle testimonianze rese, non senza timore, da parte di superstiti e familiari delle vittime ce n’è per ciascuno degli otto.
Ma i curricula di Asadullah Khakid, Abdul Razziq, Atta Mohammad Noor superano ampiamente quelli dei compari. Khalid è un politico della provincia Ghazni, aderente al partito Ittihad, gli islamici fondamentalisti di uno dei più coriacei signori della guerra: Rasul Sayyaf, che un anno fa correva per la presidenza. Khalid, dopo aver lavorato per il National Directorate of Security (motivo per cui subì un primo attentato nel 2007), dopo essere stato ministro degli affari tribali, è assurto alla direzione dell’Intelligence interna, beneficiandone del potere e della prossimità coi consiglieri della Cia. Per questo la componente talebana più intransigente gliel’ha giurata e nel 2011 e 2012 ha cercato di ucciderlo con altri agguati, tutti falliti. Il rapporto si dilunga sui trattamenti che gli agenti del NDS riservano anche ai semplici sospettati di prossimità al fronte talebano, sospettati unilateralmente e pescati fra la popolazione civile. Come e più di lui in fatto di macabri dettagli, che descrivono anche le tipologie delle violenze sui prigionieri, è l’attuale capo della polizia Abdul Razziq. Dietro la faccia di eterno ragazzo cela una sorta di adorazione per la brutalità. E’ accusato del rapimento e dell’uccisione di sedici persone come vendetta per l’assassinio di suo fratello. Lui si giustifica sostenendo che quelle morti avvennero a seguito d’un agguato anti talebano, ma è smentito da testimoni e da parenti di alcune vittime.
Da quando nel 2011 Razziq ha assunto la dirigenza della polizia si sono verificate sistematiche torture verso gli arrestati e anche solo sospettati di azioni d’insorgenza. I cadaveri di cittadini sospetti - fermati, seviziati e mutilati presumibilmente nei posti di polizia - stati trovati e denunciati da varie fonti (da HRW a Ong afghane che si sono occupate di violenze sui e fra i civili). Razziq aveva sempre negato addebiti, sostenendo che il suo “buon lavoro” veniva infangato da tanti nemici. Sicuramente quelli che potevano ancora parlare... Ultimo, ma non certo di truculenza inferiore, Atta Mohammad Noor, governatore di Balkh, considerato fra gli altri crimini un profittatore. E’ responsabile di reiterati accaparramenti di fondi del piano Nato per l’addestramento e l’implemento di ufficiali e soldati di truppa afghani. Con quel denaro era solito pagare le sue milizie private, perorandone l’utilizzo per le carenze d’organico nella polizia della provincia addebitate a Karzai. L’ex presidente per anni ha sorriso e protetto tutto ciò, a Kabul dicono perché ne condivideva le ruberie. Al malcontento e ai timori popolari riguardanti le proprie bande armate Noor rispondeva a tono: “Chi li teme ha legami coi Taliban”. In realtà la vicinanza a certi talebani era sua: più che combatterli li corrompeva proponendogli di pagarli in cambio di tregue. Un comportamento tollerato e in varie circostanze praticato dagli stessi eserciti occidentali, timorosi di attentati.
Queste mani insanguinate e menti criminali non salvano le istituzioni passate e lasciano le attuali davanti a un imbarazzato bivio, visto che in fatto di tortura le strutture della Nato non temono confronti. Ricordiamo che solo due mesi or sono, nel dicembre 2014, in piena campagna propagandistica sul “ritiro” militare, venne alla luce il famoso documento sulle sevizie ai prigionieri che ha fatto indignare taluni politici d’Oltreoceano. Davanti al report, fortemente voluto dalla senatrice californiana Feinstein, il presidente Ghani più che uno scatto d’orgoglio attuò uno scarto d’ostacolo. Condannò ciò che accadeva nel super lager di Bagram, evitando però di commentare il lungo operato del predecessore Karzai che anno dopo anno, cattura dopo cattura, sevizia dopo sevizia praticata dagli occupanti-amici nulla faceva e niente diceva o soltanto pensava. Oggi sappiamo perché: con le sue squadrette del terrore era in perfetta sintonìa con quella prassi. A dicembre la forza delle cinquecento pagine di dossier fece passare con un paio di settimane d’anticipo sui tempi previsti la gestione della base Nato al governo di Kabul, mentre il raffinato lager di Bagram, che aziende italiane nel 2010 avevano contribuito ad ampliare, avrebbe dovuto chiudere. Non sembra sia accaduto. Conoscendo le linee guida del Pentagono pochi credono al totale allontanamento dei supervisori statunitensi dall’attività di sicurezza globale. Lecita e illecita.
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Ma i curricula di Asadullah Khakid, Abdul Razziq, Atta Mohammad Noor superano ampiamente quelli dei compari. Khalid è un politico della provincia Ghazni, aderente al partito Ittihad, gli islamici fondamentalisti di uno dei più coriacei signori della guerra: Rasul Sayyaf, che un anno fa correva per la presidenza. Khalid, dopo aver lavorato per il National Directorate of Security (motivo per cui subì un primo attentato nel 2007), dopo essere stato ministro degli affari tribali, è assurto alla direzione dell’Intelligence interna, beneficiandone del potere e della prossimità coi consiglieri della Cia. Per questo la componente talebana più intransigente gliel’ha giurata e nel 2011 e 2012 ha cercato di ucciderlo con altri agguati, tutti falliti. Il rapporto si dilunga sui trattamenti che gli agenti del NDS riservano anche ai semplici sospettati di prossimità al fronte talebano, sospettati unilateralmente e pescati fra la popolazione civile. Come e più di lui in fatto di macabri dettagli, che descrivono anche le tipologie delle violenze sui prigionieri, è l’attuale capo della polizia Abdul Razziq. Dietro la faccia di eterno ragazzo cela una sorta di adorazione per la brutalità. E’ accusato del rapimento e dell’uccisione di sedici persone come vendetta per l’assassinio di suo fratello. Lui si giustifica sostenendo che quelle morti avvennero a seguito d’un agguato anti talebano, ma è smentito da testimoni e da parenti di alcune vittime.
Da quando nel 2011 Razziq ha assunto la dirigenza della polizia si sono verificate sistematiche torture verso gli arrestati e anche solo sospettati di azioni d’insorgenza. I cadaveri di cittadini sospetti - fermati, seviziati e mutilati presumibilmente nei posti di polizia - stati trovati e denunciati da varie fonti (da HRW a Ong afghane che si sono occupate di violenze sui e fra i civili). Razziq aveva sempre negato addebiti, sostenendo che il suo “buon lavoro” veniva infangato da tanti nemici. Sicuramente quelli che potevano ancora parlare... Ultimo, ma non certo di truculenza inferiore, Atta Mohammad Noor, governatore di Balkh, considerato fra gli altri crimini un profittatore. E’ responsabile di reiterati accaparramenti di fondi del piano Nato per l’addestramento e l’implemento di ufficiali e soldati di truppa afghani. Con quel denaro era solito pagare le sue milizie private, perorandone l’utilizzo per le carenze d’organico nella polizia della provincia addebitate a Karzai. L’ex presidente per anni ha sorriso e protetto tutto ciò, a Kabul dicono perché ne condivideva le ruberie. Al malcontento e ai timori popolari riguardanti le proprie bande armate Noor rispondeva a tono: “Chi li teme ha legami coi Taliban”. In realtà la vicinanza a certi talebani era sua: più che combatterli li corrompeva proponendogli di pagarli in cambio di tregue. Un comportamento tollerato e in varie circostanze praticato dagli stessi eserciti occidentali, timorosi di attentati.
Queste mani insanguinate e menti criminali non salvano le istituzioni passate e lasciano le attuali davanti a un imbarazzato bivio, visto che in fatto di tortura le strutture della Nato non temono confronti. Ricordiamo che solo due mesi or sono, nel dicembre 2014, in piena campagna propagandistica sul “ritiro” militare, venne alla luce il famoso documento sulle sevizie ai prigionieri che ha fatto indignare taluni politici d’Oltreoceano. Davanti al report, fortemente voluto dalla senatrice californiana Feinstein, il presidente Ghani più che uno scatto d’orgoglio attuò uno scarto d’ostacolo. Condannò ciò che accadeva nel super lager di Bagram, evitando però di commentare il lungo operato del predecessore Karzai che anno dopo anno, cattura dopo cattura, sevizia dopo sevizia praticata dagli occupanti-amici nulla faceva e niente diceva o soltanto pensava. Oggi sappiamo perché: con le sue squadrette del terrore era in perfetta sintonìa con quella prassi. A dicembre la forza delle cinquecento pagine di dossier fece passare con un paio di settimane d’anticipo sui tempi previsti la gestione della base Nato al governo di Kabul, mentre il raffinato lager di Bagram, che aziende italiane nel 2010 avevano contribuito ad ampliare, avrebbe dovuto chiudere. Non sembra sia accaduto. Conoscendo le linee guida del Pentagono pochi credono al totale allontanamento dei supervisori statunitensi dall’attività di sicurezza globale. Lecita e illecita.
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