Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/09/2020

Afghanistan, il prezzo della pace

Lo scenario è di quelli storici, come nei momenti topici degli accordi internazionali. Tavolate dove siedono le delegazioni a confronto, composte e quasi eleganti nei paramenti che gli sono consoni: completo scuro quella del potere afghano, guidata da Abdullah Abdullah, nominato presidente dell’Alto Consiglio per la Riconciliazione Nazionale. Nel tradizionale shalwar kameez con annesso turbante il gruppo talebano diretto dal mullah Abdul Ghani Baradar. Nessuna parentela col presidente Ghani, che per mesi ha messo la sua persona e il ruolo di traverso agli accordi già sottoscritti nello scorso febbraio con la controparte statunitense, sotto l’occhio del gran cerimoniere Zalmay Khalilzad.

Tutto questo è accaduto e si ripete a Doha, ospitati dall’emiro al Thani, dove la famiglia talebana ortodossa ha da anni un Ufficio Politico con le maiuscole, pronto a supportare la creatura che va riproponendo – l’Emirato Islamico dell’Afghanistan – versione forse corretta di quella attuata per un quinquennio prima d’essere estromessa dalla missione Enduring Freedom.

Sono trascorsi diciannove anni di occupazione e guerra, aperta e strisciante. Sono trascorsi inutilmente. Hanno prodotto soprattutto stragi di civili. Le cifre risultano approssimative, perché col tempo i conti si sono confusi con la polvere e il sangue. Chi li ha tenuti come alcune Ong internazionali e quelle che, pur oggetto di attentati (Médecins sans Frontières) da parte di quelli che oggi cercano di patteggiare, offrono cifre ingrate: dalle 200.000 alle 300.000 vittime civili. Senz’altra colpa che abitare in quella terra contesa. Quindi i militari afghani morti (circa diecimila), quelli Nato (circa quattromila, più duemila contractor). Mentre gli studenti coranici reclamano un numero di perdite assai più elevato: settantamila. Eppure ci sarebbero nuove reclute da lanciare contro le truppe Nato, perché il ritornello di difendere la terra afghana dall’occupante straniero, nonostante i metodi dei taliban, fa presa su tanti giovani: per convinzione, costrizione, disperazione. Ma non è scomparso, anzi. L’hanno compreso anche i generali del Pentagono, quelli che sono passati per i terreni pietrosi dell’Hindukush, quelli che si son dati alla politica, sul fronte repubblicano o democratico fa poca differenza, tanto da spingere un pragmatico, opportunista e narcisista come l’attuale presidente Trump ad accelerare il processo d’uscita dal pantano afghano e rivendere il disimpegno salvifico per le casse statali (questa guerra è costata ufficialmente mille miliardi di dollari, ufficiosamente duemila) in funzione della sua seconda corsa alla Casa Bianca. L’approdo dell’accordo sembra a buon punto, quello della sua rielezione è incerto, ma intanto a Doha si va a firmare e fermare un quadro afghano che dovrebbe chiudere un capitolo nerissimo durato quasi vent’anni.

Quanto a stilare un nuovo percorso per la vita del Paese ce ne passa. L’attuale ambiente istituzionale di Kabul, screditato secondo i talebani, dovrebbe accettare nell’enunciata formula dell’Emirato il futuro da costruire e ognuna delle parti sa che non si tratta di semplice enunciazione. La sostanza riporterebbe i costumi all’epoca delle esecuzioni pubbliche per lapidazione, ai divieti di studio per bambine e ragazze, a un ruolo femminile violentato e subordinato? I mullah dialoganti sostengono di no. Intervenendo all’apertura degli incontri Baradar ha citato un progetto “per uno Stato indipendente, sovrano, unito e libero, cui la popolazione può partecipare senza discriminazioni, in un’atmosfera armoniosa e di fratellanza”. Ma precedentemente aveva rilanciato i princìpi della Shari’a, e d’una personale lettura dei testi coranici, come cartina al tornasole per le leggi di domani. Posizione che affanna le donne e chi s’occupa della loro esistenza, meno la politica ufficiale imbellettatasi per anni con norme di genere anche sacrosante, per poi disattenderle di fatto, istituendo un ipocrita fondamentalismo democratico.

Preoccupa la doppiezza talebana che enuncia da mesi il cessate il fuoco, sebbene periodicamente si registrino attentati e assalti. Gli accusati rigettano ogni responsabilità, ma delle due l’una: o bluffano (poiché nella propria galassia c’è anche chi è contrario a questo patto demoniaco) oppure i propri dissidenti e concorrenti (lo Stato Islamico del Khorasan) riescono ad agire indisturbati sui territori controllati dall’Esercito afghano e dagli stessi talebani ortodossi. La sostanza non cambia: la pacificazione del Paese non è garantita.

Egualmente preoccupa la divisione fra coloro che nella parata di Doha vestono i completi occidentali della festa. Alcuni, cominciando da Abdullah sono capi clan che non vogliono perdere posizioni acquisite e sono disposti a tutto. Ci si trova, dunque, davanti all’ennesima recita di vari poteri sulla pelle della popolazione? Probabilmente sì. Alcuni passi appaiono consolidati: il ritiro d’una buona parte delle truppe Nato (rimarrebbero 4.000 militari, sugli attuali 12.000). Da collocare sicuramente nella dozzina di basi aeree che il Pentagono, in ogni caso, non vuol chiudere.

Nella sala dei colloqui sul versante talebano è presente anche Mawlawi Abdul Haqqani, chierico e giudice della Corte di Kandahar, un purista dell’Islam con un forte ascendente sulla delegazione dei turbanti. Nella delegazione trattante avrà di fronte tre donne che Ghani ha voluto inserire fra i “governativi”. Habiba Sarabi, prima governatrice in una provincia, quella di Bamiyan, molto vicina all’ex presidente Karzai. L’immancabile Fawzia Koofi, deputata ormai di lungo corso e vicepresidente della Wolesi Jirga, tempo addietro ferita in un attentato attribuito ai talebani che quest’ultimi hanno negato. Certo è che Koofi ha spesso lanciato accese critiche all’epopea taliban (1996-2001), ma il suo impegno a favore delle donne è stato anche bollato da oppositrici e femministe come funzionale al sistema corrotto delle amministrazioni, prima Karzai, poi Ghani sostenute dagli Stati Uniti. Infine Sharifa Zurmati, già giornalista prima di entrare in Parlamento. Suo un iniziale intervento sulla necessità di affrontare i diritti delle donne e le libertà civili nel nuovo sistema politico.

Fra i temi posti sul tappeto uno appare drammaticamente assente: l’economia futura della nazione. Andando a ritroso: diciannove anni d’occupazione statunitense, quattro di regime talebano, quattro di guerra civile, altrettanti di caotiche scorrerie dei signori della guerra e circa nove d’occupazione sovietica hanno segnato tre generazioni di afghani finiti nei campi profughi pakistani e iraniani, vittime civili sotto le macerie, morti combattendo contro e a favore dei talebani, fuggiaschi all’estero, migranti della disperazione, impossibilitati a lavorare liberamente e dignitosamente. Tutto a svantaggio oltre che di se stessi, della ricostruzione economica del Paese. Ancora oggi gran parte della popolazione sopravvive con occupazioni minime da un dollaro al giorno, arrabattandosi in commerci poveri e più o meno leciti, i “fortunati” prestano servizio nell’apparato burocratico spesso colluso con la politica della corruzione.

L’Afghanistan rientra nel perverso modello dei territori controllati dall’imperialismo con la forza e la politica degli aiuti che impedisce qualsiasi emancipazione autoctona. Tuttora gli apparati dello Stato, capiclan e capibastone, compresi coloro che siedono ai tavoli di Doha, sono i supervisori e gestori dei miliardi di aiuti dirottati in loco dall’Occidente. È questo il Convitato di pietra con cui i dialoganti devono fare i conti.

Senza autonomia economica non c’è futuro, né può esserci pace.

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09/06/2020

Afghanistan - Accordi a Kabul, linea della pace e sdoganamento talebano

Il mantra è l’accordo di pace, e ora che a Kabul gli uomini dei Palazzi si sentono considerati dai taliban non si parla che di questa, fondamentale, questione. Finirla con mattanze e stragi è un interesse comune. La stessa popolazione può esserne contenta visto che fra i due fronti in guerra, è lei a contare la maggioranza delle vittime. Quel che sta scaturendo dopo l’ultimo ‘cessate il fuoco’, che regge dalla fine del Ramadan, è un confronto sui ruoli di potere da assumere e, parole a parte, bisognerà verificare ogni passo. Comunque le due delegazioni si fan forti del sentire della gente che appare pragmatico: “L’importante è che finisca tutto: lo spargimento di sangue, le bombe sulle nostre case, le mogli vedove, i figli orfani” riporta un’agenzia governativa. Vero. Ma sembra propaganda, anche perché segue un’altra affermazione che sull’onda della ‘linea della pace’ calca la mano sul necessario compromesso che dev’essere applicato dai due fronti. E nel baratto entrano i diritti, umani e delle donne. Così una seconda ‘voce del popolo’, riportata dalla stampa afghana, afferma: ”Diritti umani e delle donne sono importanti per chi vive nella capitale, nelle aree sperdute del Paese chi ha perduto i figli pensa alla fine delle ostilità e basta”. Dunque chi ha orecchie per intendere, intenda. Poi viene mostrato come i negoziatori del gruppo di governo, che appartengono prevalentemente alla sponda di Abdullah, tentino di convincere i ‘coranici’ della necessità d’introdurre negli accordi proprio diritti e libertà d’espressione.

I taliban annuiscono. Ormai i loro turbanti risultano più diplomatici delle feluche. Addirittura concordano in tutto, l’importante è che questi diritti non confliggano con la legge islamica. Dice uno dei loro portavoce, Suhail Shaheen: “Nel futuro sistema gli ulema e gli esperti di diritto islamico discuteranno e formalizzeranno le leggi così che nessun soggetto (uomo o donna, ndr) sarà deprivato dei propri”. A suo dire l’unica questione non negoziabile, è la guida islamica del governo, tutto il resto non dev’essere deciso ora. Prende tempo, lanciando una sorta di chi vivrà vedrà. Nel duetto mister Rahimi, pontiere e portavoce di Abdullah, risponde sibillino che: “Aggirare richieste radicali con idee radicali, è una prassi dura da digerire”. Messaggi in codice da decriptare. Quel che il fiuto ci dice è che, come in altre circostanze, si stia patteggiando per il potere, un’altalena più o meno violenta che l’area dell’Hindu Kush ha conosciuto dagli anni Sessanta. E oltre mezzo secolo di storia afghana, accanto agli appetiti esterni di chi vuole trarre vantaggi da quest’immenso e ingovernabile altopiano polveroso (ora riconducibili al controllo aereo da parte statunitense e allo sfruttamento del sottosuolo da parte cinese), ripete un ciclico scontro fra signori della guerra e fondamentalismi politici interni più o meno ortodossi (talebani e islamisti del Khorasan). Perciò l’auspicabile spinta della pace - osannata dai dialoganti opportunisti filoccidentali e miliziani scannatori - rischia di rimanere un accordo scritto sulla sabbia. Capace di sommergere sotto la polvere dell’intolleranza quei diritti tanto chiacchierati, ma usati solo come maschere dai pacificatori dell’ultim’ora.

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23/09/2019

Afghanistan, le presidenziali impossibili

A cinque giorni dalla pluri rimandata scadenza elettorale per le presidenziali afghane c’è un candidato che sicuramente prega Allah perché si giunga al voto. È il presidente uscente Ashraf Ghani, il fantoccio statunitense osteggiato da taliban e dagli altri candidati, compreso l'amico-nemico di governo Abdullah. Gli attentati che fino a una settimana fa hanno cercato di riproporre un ennesimo rinvio per ragioni di sicurezza non ne hanno piegato la convinzione, ma più che saldezza democratica l’ostinazione con cui Ghani resta attaccato a quest’elezione riguarda il suo futuro. Infatti è da tempo il grande escluso dalla vita politica nazionale, un paradosso per chi riveste la carica più alta d’un Paese, pur disastrato com’è l’Afghanistan. Ma si tratta d’un Paese che non esiste. Continua soltanto a essere un luogo di morte per la guerra strisciante fra gli occupanti della Nato e i talebani che rivendicano il ruolo di resistenti all’invasore. Nell’anno in cui i contendenti statunitensi e i turbanti di Quetta si sono ripetutamente incontrati per discorrere del futuro prossimo, Ghani è rimasto fuori dalla porta, considerato indesiderato e indegno dalla delegazione della Shura, senza che gli americani obiettasse nulla. Per questo il ‘presidente senza potere’ si spende da tempo per il ritorno alle urne, senz’altro previsto come scadenza, ma in un sistema completamente svilito.

Allora l’uomo che si sente solo cerca l’unica sponda possibile, quella offerta dagli altri candidati che, non fosse altro perché desiderano prendere il suo posto, s’apprestano al confronto dell’urna pur denunciando quel che appare palese: il voto potrebbe essere inficiato dagli atavici brogli. Nessuno però evidenzia un’altra realtà: questo voto risulterà assolutamente parziale. Poiché i seggi elettorali sono presenti sulla metà del territorio (l’altra metà è impraticabile in quanto controllata dai talebani) e anche le urne aperte e vigilate militarmente potranno essere oggetto di agguati, com’è già accaduto in precedenti circostanze. Dunque, le presenze certe nel 28 settembre che s’approssima sono il terrore generalizzato e i taliban. Quest’ultimi estranei alla competizione elettorale, ma incombenti nel clima creato dalle loro stragi e, di sorpresa in sorpresa, non è detto che il trasformismo che comunque aleggia su quello scenario in futuro non possa accettarli anche nella veste di concorrenti. Finora gli studenti coranici l’hanno rifiutata. Essi conoscono la propria forza e la debolezza altrui e una parte celata dei colloqui, poi interrotti da Trump, riguardava un loro possibile ritorno legale al potere. Però i turbanti vogliono scegliersi i ‘compagni di merende’ e mostravano di non gradirne nessuno fra quelli all’orizzonte. Del resto basta ascoltare le dichiarazioni degli anti Ghani per intuirne, nonostante le critiche rivoltegli, un comune denominatore.

Wali Massoud, figlio d’un padre famoso quanto farabutto, si fa forte della Massoud Foundation, struttura a libro paga statunitense che sulla retorica delle gesta d’un “eroe” che è stato Signore della guerra cerca soluzioni alternative per conservare lo status quo che il Paese conosce da decenni. Massoud junior attacca: “Occorre muovere il popolo contro la mafia di governo, Ghani e Abdullah hanno garantito solo inefficienza”. Altrettanto critico è Rahmatullah Nabil che rincara: “Un governo che ha raccolto solo fallimenti”, la sua candidatura la sostiene Jamiat-e Islami, partito storico del jihad islamico, dove hanno militato Rabbani e Ahmad Massoud, con le conseguenze che tre generazioni di afghani conoscono bene. Se siete curiosi ascoltate anche Noorullah Jalili, sayyed della provincia di Nangarhar, un affarista che a suo tempo ha lavorato anche per i talebani: “La nazione accetterà perfino l’Emirato, ma gli attuali governanti non accettano compromessi sul destino del popolo”. Mentre l’ex parlamentare Latif Pedram, riempie i cuori di promesse: “Se vincerò porterò le riforme che servono al Paese”. Sic, evidentemente si sente atteso. Certo, c’è pure l’ipocrisia fatta persona, quella del premier Abdullah Abdullah, che giorni addietro, a corredo della sua terza candidatura, dichiarava: “Noi non vogliamo la continuazione della guerra per restare al potere”. Le bugie hanno le gambe corte, cortissime. Abdullah ha la faccia di bronzo.

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25/08/2016

Talebani mordi e fuggi a Kabul

Chi controlla cosa - Prosegue la sfida del ‘mordi e fuggi’ talebano concentrato ora su Kabul. L’abbiamo detto: si tratta d’una sfida rivolta agli occupanti della Nato tutori del locale governo e all’Isis impiantato di recente in Afghanistan tramite gruppi di talib dissidenti. A ciascun avversario i clan maggioritari dei turbanti mostrano i muscoli, facendo intendere che presente e futuro del controllo del territorio è nelle loro mani. Così un nucleo guerrigliero s’è infilato nel tardo pomeriggio di ieri nell’Università americana sita a Darulaman Road, una delle arterie di scorrimento della capitale, a un paio di chilometri dall’Ambasciata Russa. Si tratta comunque del centro cittadino, sebbene distante ancora cinque-sei chilometri dalla “città proibita”, il settore super blindato dove sorgono il nuovo palazzo presidenziale e alcuni ministeri, il quartier generale dell’Isaf e le maggiori ambasciate, a cominciare da quella statunitense. Questa è un’area controllatissima, che in ogni caso ha già subìto attentati talebani tramite bombe e kamikaze. L’azione di ieri puntava a evidenziare i limiti del sistema di sicurezza afghano, propagandato con enfasi dal piano della Casa Bianca e dal Resolute Support del Pentagono, e colpire simbolicamente il luogo dove la presidenza Ghani forma la casta dei nuovi amministratori filo occidentali.

Ceto dirigente - Tutto ciò dal punto di vista talebano. Uomini della Cooperazione internazionale sostengono che anche vari giovani ricercatori non organici ai piani governativi frequentano il campus, ma le logiche di ciascuno sono diverse. Però non si può negare che Ghani abbia incrementato, rispetto al più tribale Karzai, l’impegno nel creare una nuova leva manageriale da inserire nel disegno d’una governance filo occidentale, contro cui si scaglia la rabbia talebana. L’azione di ieri è stata più dimostrativa che militare, i miliziani hanno compiuto un raid, senza soffermarsi a lungo in scontri a fuoco con le truppe dell’esercito sopraggiunte a difesa della struttura. Ciò nonostante le vittime sono state dodici, fra cui sette studenti. L’attacco segue un altro avvenimento accaduto in loco il 9 agosto scorso, quando due docenti di quell’Università, uno statunitense e un australiano, sono stati rapiti. Il sequestro non è stato rivendicato da nessuna fazione politica e potrebbe rientrare nella sempre più frequente attività criminale, diventata uno degli affari del disastrato Paese: sottrazioni a scopo d’estorsione ai quali si dedica la manovalanza d’impostori e signorotti della guerra al servizio di figure più importanti. Molte delle quali, sappiamo, sono direttamente coinvolte con l’attuale politica nei ruoli di parlamentare e ministro.

Industria del sequestro - L’industria del sequestro aveva nei mesi scorsi (9 giugno) fatto registrare quello di un’impiegata dell’Ong Aga Khan Foundation. Prima di lei, il 28 aprile s’era verificato a Jalalabad il ratto di Jane Wilson, una lavoratrice di un’Ong australiana. La Wilson è una sessantenne impegnata con l’associazione Zardosi che promuove lavoro d’artigianato. Sempre ad aprile cinque operatori di Save the Children erano stati crivellati di colpi dopo un sequestro nella provincia di Ghazni di cui si può pensare non fosse stato pagato il riscatto. Insomma alle difficoltà oggettive come in ogni territorio di guerra, s’aggiunge questo nuovo fronte che da due anni fa dire agli attivisti rivoluzionari locali che la presenza di stranieri impegnati nella solidarietà alla popolazione e nell’informazione è da evitare perché altamente rischiosa. Di questo genere d’industria si servono, dunque, la criminalità comune e politica di vecchio stampo e probabilmente anche gruppi di talebani, o almeno una parte di loro, che hanno aggiunto nuovi commerci al consolidato e lucroso business della droga. Uno s’aggancia allo sfruttamento del sottosuolo che da una decina d’anni a questa parte ha prodotto accordi fra l’establishment politico e aziende mondiali. Lo sfruttamento del sottosuolo coi minerali delle “terre rare” di cui si nutre l’hi teach mondiale aveva creato accordi fra multinazionali e governo.

Sfruttamento straniero - Nel 2007 Karzai aveva messo a disposizione della China Metallurgical Group un’enorme area a sud-est di Kabul, nella provincia di Logar, dove è stata scoperta una straordinaria vena di rame. L’azienda pagava 2,9 miliardi di dollari per trent’anni di sfruttamento. Nella zona, Mes Aynak, sorgevano templi buddisti, ricerche archeologiche iniziate nei primi anni Settanta avevano portato alla luce testimonianze risalenti all’età del bronzo e vestigia di successivi monasteri. Gli insediamenti furono abbandonati attorno all’VIII secolo dopo Cristo; ovviamente nessuno tutela questo patrimonio artistico che rischia d’essere travolto dagli scavi minerari ufficiali. Sui quali s’innesta l’affarismo di trafficanti di rame di frodo, criminali o talebani. Costoro in altri casi applicano il più sbrigativo sistema della tangente da richiedere alla ditta che fa scavi e trasporti sul territorio controllato dai turbanti d’ogni risma. Perciò la Cina ha avanzato a Ghani richiesta di protezione ed è di fatto preoccupata per un controllo del territorio non garantito dalle autorità. Ma l’interlocutore è inaffidabile: sono le stesse Istituzioni a vacillare se, com’è accaduto nei giorni scorsi, il premier Abdullah ha esplicitamente attaccato il presidente di gestione fallimentare nella conduzione di governo. Così la tregua-armata fra i due, imposta dagli Usa due anni fa per evitare conflitti fra schieramenti, può incrinarsi. I talebani lo sanno e proseguono scorribande dimostrative e operative.

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06/07/2016

Nato a Varsavia, c’è anche Kabul

Il prossimo vertice della Nato (il ventiseiesimo dalla creazione dell’organismo militare) previsto a Varsavia l’8 e 9 luglio troverà sicuramente le attenzioni europee e statunitensi rivolte ai confini orientali del vecchio continente e a quei focolai vecchi e nuovi (dall’Ucraina alle Repubbliche caucasiche) che vedono direttamente interessato l’ingombrante, ma diplomaticamente dotato, inquilino moscovita. Eppure in testa alle attenzioni americane c’è la situazione afghana, che ha visto la Nato impegnata su quel territorio dal 2001 con la missione Isaf, quindi dal gennaio 2015 con Resolute Support, che pur avendo diminuito il numero dei militari in loco (11.000, più un numero imprecisato di contractors, si dice oltre 20.000 unità ma non esistono documentazioni ufficiali) ha aumentato le operazioni dal cielo con attacchi condotti con aerei da guerra e droni. Per le azioni di terra, soprattutto di vigilanza e pattugliamento, l’esercito locale avrebbe dovuto sostituire i marines, ma dopo tre anni di reclutamento e addestramento serrati, l’Afghan National Security Forces fa più acqua della diarchia Ghani-Abdullah. Ben prima delle operazioni targate “supporto” il vertice Nato di Lisbona (novembre 2010) aveva tracciato lo scenario attuato gradualmente dal Pentagono.

Quello, appunto, della strategia dell’uscita dal “pantano afghano” che nel 2010 aveva fatto vivere l’anno orribile alle truppe dirette prima da McChrystal poi da Petraeus, che registrarono oltre 700 vittime, 630 in azioni offensive compiute dai resistenti. Ricordiamo come in quel periodo i soldati statunitensi avevano toccato quota 100.000 unità per la decisione presa da Obama di aggiungere 30.000 marines alle restanti truppe. Anche i contractors erano al top delle presenze con oltre 100.000 uomini. A fine 2010 si stabiliva di proseguire il conflitto ma con un numero sempre più ridotto di divise Nato sul terreno (oltre a statunitensi e britannici la coalizione era formata dai militari di Italia, Francia, Germania, Daminarca, Paesi Bassi, Norvegia, Canada, Australia, Nuova Zelanda) e di far operare l’esercito locale e le armi mercenarie. Intanto si ampliavano le basi aeree da dove far partire raid sui talebani, diffusi in un numero crescente di province. Queste azioni non erano sempre rivolte su obiettivi mirati: i leader talib, che pure hanno subìto molte perdite (l’ultima quella di Mansour). Hanno, come al solito, continuato a colpire nel mucchio gli abitanti stanziali e quelli che vagano fra una provincia e l’altra, cercando di sfuggire a ogni kalashnikov, talebano, dei signori della guerra locali e di quelli con la divisa Nato, pattuglianti assoldati inclusi.

La guerra sporchissima, continuava così. Nelle conferenze di Londra e Kabul (2010) e nei summit Nato di Chicago (2012) e Newport (2014) veniva riannunciata quella transizione verso la sicurezza del Paese, che doveva garantire principalmente la certezza della continuità d’occupazione statunitense del territorio tramite le famosi basi aeree (Kabul, Bagram, Mazar-e Sharif, Herat, Shorab, Kandahar, Jalalabad, Shindand, Gardez) e la formazione d’un efficiente esercito. Nonostante il reclutamento crescente, che ha raggiunto nel 2015 la vetta delle 350.000 presenze, questa struttura non ha mai funzionato, per le continue defezioni, per le molteplici infiltrazioni di talebani che, nel tempo, hanno compiuto grazie ai loro basisti vari attentati interni alle caserme. Nelle circostanze in cui lo scontro sul terreno si è acuito con una ridda di attentati (dal 2014 la stessa capitale non è assolutamente controllata dalle truppe governative) e con operazioni simboliche, come la presa di Kunduz dell’autunno scorso, le truppe di terra afghane non sono state in grado di reggere lo scontro tattico né quello armato coi turbanti neri. Dal 2013 i 4.1 miliardi di dollari spesi annualmente per formazione e sostegno dei militari locali risultano improduttivi. Almeno una parte di questa cifra potrebbe venir dirottata a sostenere i mille bisogni dell’indigenza locale?

Lo potrebbe se l’establishment di Kabul lo volesse e lo chiedesse, ma Ghani e Abdullah hanno chinato la testa davanti al Bilateral Security Agreement, valido fino al 2024, l’accordo che ha avallato un progetto, da quel che si vede, fallimentare. Eppure a Varsavia i numeri riguardanti il personale impiegato per la presunta sicurezza sono elefantiaci: 173.000 soldati, 154.000 agenti di polizia, 28.000 poliziotti di villaggio, piazzati in quali villaggi è tutto da scoprire, visto che ben 27 province afghane sono o direttamente guardate a vista dai talebani, oppure ne registrano una presenza imposta con le armi, oppure patteggiata coi signorotti locali e coi governatori, che in vari casi sono un sinonimo. Indiscrezioni fanno salire a 5 miliardi di dollari i costi annuali di questa sceneggiata che serve a far vivere una fetta della popolazione, poiché avere un militare in famiglia, che intasca fino a 500 dollari mensili, rappresenta una rendita. La Nato fa passare l’idea d’un controllo del territorio, che in realtà si riferisce alle basi di suo interesse, e alcuni luoghi ipervigilati. Il governo perpetua il suo vivere alla giornata, i talebani sono felici d’un simile panorama e, a seconda della direzione, scelgono se patteggiare una presenza e un affarismo senza scontri decisivi o invece decidere di dare la grande spallata. Finora lo scontro totale non c’è stato. Il caos calmo potrebbe proseguire, appagando interessi vari di varia natura. L’unica incognita, anche lì, è il Daesh.

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12/04/2016

Afghanistan, Kerry e la crisi di governo

di Michele Paris

La visita a sorpresa nel fine settimana in Afghanistan del segretario di Stato americano, John Kerry, è giunta nel pieno della grave crisi politica che sta attraversando il fragile governo di “unità nazionale” del paese sotto occupazione USA dal 2001. Il capo della diplomazia statunitense ha cercato di invitare tutte le parti coinvolte a collaborare per il bene del paese, ribadendo la fiducia in un esecutivo che egli stesso aveva contribuito in maniera decisiva a far nascere nel 2014 dopo le ennesime elezioni contestate.

L’accordo che Kerry aveva mediato quasi due anni fa prevedeva l’affiancamento al presidente, Ashraf Ghani, della figura di un “chief executive” nella persona di Abdullah Abdullah, cioè il principale sfidante di Ghani nelle elezioni. I due avrebbero dovuto costituire una sorta di super-governo per superare le divisioni etniche e gli interessi di parte che minacciavano di far scivolare il paese nuovamente nella guerra civile.

Il ruolo assegnato a Abdullah non era previsto dalla costituzione afgana, così che alcune modifiche a quest’ultima avrebbero dovuto creare la posizione di primo ministro per legittimare l’intesa tra i due contendenti alla presidenza. Quello che era stato salutato nel 2014 come un successo della diplomazia USA è diventato però l’ennesimo incubo, soprattutto per la popolazione afgana, costretta a far fronte alle conseguenze della paralisi politica che ne è derivata, ma anche della consueta corruzione dilagante, dell’aggravamento della sicurezza interna e del persistere dello sfacelo dell’economia.

Sabato a Kabul, Kerry ha provato comunque a ostentare un qualche ottimismo o, per lo meno, ad assicurare i vertici politici afgani della fiducia dell’amministrazione Obama in un processo che, come hanno ammesso molti diplomatici occidentali alla stampa internazionale, non ha al momento alternative percorribili. Così, anche se la scadenza del governo di “unità nazionale” era stata fissata per il prossimo mese di ottobre, data in cui dovrebbero tenersi le elezioni parlamentari, già si parla di un quasi certo rinvio almeno alla primavera del 2017, vista l’assenza di progressi sulla riforma elettorale promessa.

Lo stesso Kerry ha affermato che il patto tra Ghani e Abdullah ha validità per tutto il mandato elettorale – cinque anni – e il governo in carica ha legittimità per proseguire con l’attuale formula, quindi anche senza modifiche alla Costituzione. La benedizione americana al gabinetto di Kabul non è necessariamente di buon auspicio per la stabilità afgana, anzi, il permanere dello stallo che ha caratterizzato questi mesi rischia di aggravare i già enormi problemi del paese ma, ancora una volta, per le forze di occupazione l’alternativa potrebbe risultare anche peggiore.

Qualche progresso o, meglio, la sopravvivenza di una struttura di governo a livello centrale con un livello minimo di legittimità agli occhi della comunità internazionale è d’altra parte condizione indispensabile per convincere i paesi occidentali già scettici a non interrompere il flusso di denaro che tiene in piedi l’economia dell’Afghanistan e le sue forze di sicurezza.

A Varsavia nel mese di luglio si terrà un importante summit della NATO nel quale dovrebbero essere discusse le modalità per finanziare il rafforzamento delle forze armate afgane, mentre a ottobre a Bruxelles sarà l’entità degli aiuti finanziari civili a essere al centro dell’attenzione. A sottolineare quanto siano cruciali questi appuntamenti per il futuro del governo-fantoccio di Kabul è stato Kerry nel fine settimana, quando nella conferenza stampa con il presidente Ghani ha inviato quest’ultimo ad “assicurarsi che tra oggi e i vertici di Varsavia e Bruxelles, l’Afghanistan si mantenga nella giusta direzione”.

Intanto, forse anche grazie alla presenza di Kerry a Kabul, sabato il parlamento afgano ha finalmente approvato la nomina di due membri del governo, il ministro dell’Interno e il Procuratore Generale, i quali, assieme al ministro della Difesa e al capo dell’intelligence, hanno ricoperto finora i loro incarichi in via provvisoria. Il nuovo ministro dell’Interno – generale Taj Mohammad Jahid – è un fedelissimo di Abdullah ed era stato nominato nel mese di febbraio in seguito alle dimissioni del suo predecessore.

Proprio una serie di dimissioni nelle ultime settimane ha ulteriormente indebolito il governo, contribuendo a intensificare le richieste di dimissioni rivolte a Ghani da parte di svariati leader dell’opposizione e di membri del precedente governo dell’ex presidente, Hamid Karzai.

La stabilità del governo di Kabul e la situazione relativa alla sicurezza interna influenzeranno poi la decisione di Washington di mantenere o ridurre il contingente di occupazione in Afghanistan, peraltro legata anche alle dinamiche strategiche in Asia centrale che appaiono in fase di riallineamento soprattutto riguardo la Cina e il Pakistan.

Obama aveva già congelato il numero di truppe USA a 9.800 per l’intero 2016, ma a partire dal 2017 gli uomini dovrebbero scendere a 5.500. I leader militari americani mettono però in guardia da mosse affrettate, se di fretta si può parlare dopo quasi 15 anni di occupazione, facendo notare come nell’ultimo periodo la situazione interna in Afghanistan sia nuovamente peggiorata. Kerry, da parte sua, ha affermato che la riduzione nel numero dei propri soldati non è in discussione, salvo poi vincolare ogni iniziativa al “parere” dei generali.

I Talebani sono tornati d’altronde a condurre operazioni con un certo successo, in taluni casi anche in maniera clamorosa, e controllano oggi circa un terzo del territorio afgano. I colloqui di pace con gli studenti del Corano appaiono inoltre in alto mare, nonostante Kerry abbia rinnovato una vaga offerta di sedersi al tavolo delle trattative con gli “insorti” nel corso della sua visita.

La precarietà degli scenari afgani e le prospettive ben poco rosee per il futuro di questo paese sono apparse evidenti proprio subito dopo la partenza di Kerry da Kabul, quando un paio di esplosioni hanno colpito il quartiere diplomatico della capitale.

Al di là delle dichiarazioni ottimistiche e degli inviti, seguiti da immancabili promesse, alla costruzione di istituzioni democratiche in Afghanistan, il bilancio della più lunga guerra della storia americana continua a essere rovinoso. Gli stessi giornali ufficiali negli USA faticano a nascondere una realtà che, nelle parole ad esempio del Washington Post, è fatta prevalentemente di “illegalità, corruzione” ed “espansione dell’influenza dei Talebani”.

Il caso della provincia meridionale di Helmand è emblematico del fallimento del progetto americano di stabilizzazione dell’Afghanistan a oltre 14 anni dall’invasione seguita agli attentati dell’11 settembre 2001. Un’indagine pubblicata settimana scorsa dal New York Times ha messo in luce come Helmand continui a fornire i due terzi dell’eroina prodotta in Afghanistan, paese da cui a sua volta proviene il 90% del totale consumato nel pianeta.

In questa provincia, per quest’anno non è in programma nessuna operazione per sradicare le coltivazioni della materia prima destinata alla produzione di eroina, il papavero da oppio, a causa dell’avanzata dei Talebani ma anche della corruzione “fuori controllo”.

La marcia indietro rispetto agli sforzi del 2014 e del 2015 è dovuta infatti principalmente proprio agli interessi  economici che sostengono la coltivazione del papavero da oppio, la quale consente a molti uomini di potere, sia a livello locale che a Kabul, sia tra i Talebani che gli esponenti del governo, di intascare centinaia di migliaia, se non milioni, di dollari.

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19/01/2016

Nel caos afghano si rilanciano le elezioni

A Kabul c’è un balletto in corso fra Yusuf Nuristani, tuttora a capo della Commissione Elettorale Indipendente, e il premier Abdullah Abdullah, l’amico per forza del presidente Ghani. Sappiamo quanto la diarchia afghana si regga sulle stampelle statunitensi, stampelle fragili dopo la diminuzione delle truppe d’occupazione, che comunque potrebbero tornare chiunque dovesse essere il nuovo inquilino della Casa Bianca. Ma in queste ore la coppia deve fare i conti col disturbatore Nuristani che propone per il prossimo 15 ottobre un bel ritorno alle urne. Per concludere il ciclo elettorale con la designazione dei consigli distrettuali, rimasti non assegnati dopo il caos seguìto al conflittuale ballottaggio che aveva messo l’uno contro l’altro armati, non solo metaforicamente, Ghani e Abdullah. Con loro i rispettivi warlords alleati. L’atto amministrativo dovuto potrebbe riaprire il vaso di Pandora acquietatosi con la spartizione del potere fra i vari boss della politica interna, tutti comunque assillati dalla pressione talebana. L’anno e mezzo trascorso ha mostrato la totale inutilità dell’accordo caparbiamente imposto da John Kerry, cosicché per stabilità e affari Usa, Cina, Pakistan e Afghanistan continuano a incontrarsi e a corteggiare talebani, disponibili e riottosi.

L’idea di rimandare alle urne gli afghani risvelerebbe il disamore raggiunto da milioni di cittadini verso una farsa che li usa e li turlupina ancora una volta. Perché a organizzare anche il potere locale ci sono i soliti potentati che con pressioni e illeciti creano le liste e gestiscono il voto. L’appuntamento metterebbe a nudo anche il controllo del territorio, visto che esercito e polizia non riescono a garantire la sicurezza neppure nelle otto province prive delle milizie talebane. Qualche commentatore rammenta come a base dell’accordo politico fra Ghani e Abdullah ci fosse una mai praticata riforma elettorale. Proprio Abdullah risulta un ferreo oppositore a operazioni di riforma guidate dall’attuale Commissione Elettorale che lui vuole azzerare e sostituire in toto. Nonostante l’accordo sottoscritto con Ghani ha il dente avvelenato per i brogli praticati che avrebbero rovesciato le percentuali del primo turno elettorale. In effetti il responsabile del conteggio di oltre tre milioni di schede contestate (su sette milioni) Zia-Ul-Haq Amarkhail venne rimosso dall’incarico per smarrimenti e sostituzioni di urne piene di schede votate. Ciò che dovrebbe essere introdotto con una riforma: liste elettorali affidabili, continua a risultare un meccanismo di difficile attuazione.

Così tutto torna al punto di partenza e rischia il flop come nell’estate del 2014 col particolare, non secondario, di sprecare oltre 65 milioni di dollari necessari per la macchina elettorale. Al solito più diplomatico di Abdullah, Ghani non s’è pronunciato apertamente sulla proposta di Nuristani, ma anch’egli sottolinea la necessità di trasformazioni che devono prevedere la  revisione del Centro distribuzione dei seggi e vari cambi: dei membri IEC, dei selezionatori della Commissione, della tipologia di scheda. Per fare questo occorreranno più dei nove mesi con cui Nuristani vuol portare il Paese al voto; lui dichiara di voler seguire l’iter senza far cadere il governo (i consigli distrettuali portano i rappresentati nella sola Camera Bassa), ma l’inquietudine è ampia e Abdullah chiosa che la riforma passa per  l’azzeramento della Commissione Elettorale. Quest’ultima reagisce e ribadisce che l’Esecutivo non può intervenire su una struttura indipendente perché l’iniziativa risulterebbe antidemocratica. Dice pure che la Commissione è stata designata per sei anni. Per amor di cronaca bisogna ricordare come la designazione venne fatta da Karzai prima di lasciare la presidenza, cosa che Abdullah non dimentica insieme ai brogli subìti nel 2009 e quelli del 2014.

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