di Chiara Cruciati – Il Manifesto
L’autunno mediorientale è
sempre più caldo. Alle controffensive anti-Isis si sovrappone l’ombra
del neo eletto presidente Usa, figura quasi criptica per chi vuole
immaginare il futuro della regione. Per districarsi conviene partire
dalla presunta periferia del Medio Oriente, lo Yemen e la sua guerra
silenziosa: ieri avrebbe dovuto iniziare una tregua tra ribelli
Houthi e coalizione a guida saudita dopo l’accordo raggiunto dal
segretario di Stato Kerry. Ma le armi non si sono zittite. Al
contrario, hanno risuonato uccidendo 54 persone in scontri tra Houthi e
pro-governativi e raid della coalizione a Marib, Sa’ana e Taiz.
A far collassare un accordo suggellato dagli Stati Uniti è il
governo yemenita che da due giorni insiste: il piano – tregua e
negoziato per un esecutivo di unità nazionale entro l’anno – è
unilaterale, ha detto di nuovo ieri il ministro degli Esteri
al-Mekhlafi, e mai sottoposto al presidente Hadi (che con l’eventuale
dialogo sponsorizzato dall’Onu verrebbe definitivamente messo da parte).
Quindi, è il succo del messaggio, il governo in auto-esilio non
aderisce.
Un colpo alla credibilità dell’amministrazione Obama che
sperava di chiudere il secondo mandato con un risultato positivo in un
teatro di guerra che ha direttamente incendiato. Non commenta l’Arabia
Saudita, primattore della guerra e burattinaio del presidente
Hadi. Improbabile che il governo yemenita, debole e lontano, decida da
sé. Forse il no a Kerry è un’abile mossa saudita per proseguire la
guerra ed inviare un messaggio a Washington, a cui Riyadh non nasconde
il fastidio per il riavvicinamento a Teheran e l’indebolimento del
proprio ruolo in Siria.
Un ruolo che verrebbe meno se il Trump presidente proseguisse sulla
via disegnata dal Trump candidato: dialogo con Mosca e Damasco in chiave
anti-Isis e revisione degli aiuti alle opposizioni. La fine dei
progetti sauditi per la Siria. Due giorni fa è stato il presidente Assad, in un’intervista alla tv portoghese Rtp,
a dare voce alle speranze sulla nuova Casa Bianca: Trump potrebbe
diventare «un alleato di fatto». Tanto che ieri il vice ministro degli
Esteri russo Bodganov ha parlato di contatti già attivi con il neo
presidente e Damasco di essere «pronta ad aprire canali di
comunicazione». Ma Assad si chiede anche se «potrà rispettare le
promesse fatte», un dubbio figlio delle alleanze regionali che la nuova
amministrazione non potrà spazzar via, a partire da Israele e Turchia
che sulla Siria hanno visioni molto diverse dalla Russia.
Intanto ad Aleppo, dopo un mese a “bassa intensità” –
comunque caratterizzato dall’offensiva delle opposizioni, la risposta
del governo e decine di vittime – gli scontri sono ripresi. Con
la Russia che colpisce Idlib (ieri i caccia hanno ucciso 30 miliziani
dell’ex al-Nusra, ma dicono fonti locali anche 19 civili), nella
capitale del nord è Damasco ad agire: sarebbero 80 i morti nei quartieri
est in due giorni, secondo attivisti che riportano anche del
bombardamento di tre cliniche.
Aleppo resta preda di tutti: opposizioni e governo premono riducendo
alla fame la popolazione e usandola come scudo umano utile a sostenere
la propria propaganda. Le narrative belliche sono le sole ad accomunare
gli attori in campo in Siria come in Iraq dove prosegue la battaglia per
Mosul, tra atrocità e divisioni. Ieri le milizie sciite hanno
riconquistato l’aeroporto di Tal Afar, a ovest della città, sede di una
base militare e luogo strategico per chiudere il cerchio sull’Isis. E per mostrarsi forze legittime, hanno consegnato alle truppe governative 16 villaggi intorno a Tal Afar liberati dall’Isis.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/10/2016
Usa allo sbando, sulla Siria escalation con la Russia
La tregua sulla Siria siglata a Ginevra lo scorso 10 settembre sembrava potesse condurre a un aumento della collaborazione tra Stati Uniti e Russia su vari fronti oltre che a una diminuzione dei combattimenti nel paese mediorientale martoriato da anni di guerra. Ma è stato esattamente il contrario. Il fallimento dell’accordo tra Mosca e Washington, boicottato dalle petromonarchie e da Israele e da alcuni apparati statunitensi – come spiegare altrimenti il bombardamento da parte dei caccia Usa di una base militare siriana in pieno ‘cessate il fuoco’? – sta portando ad un rapido incrudimento dei rapporti tra le due grandi potenze.
Usa e Russia miravano a congelare la situazione in Siria, dove di fatto nessuna delle potenze coinvolte può prevalere del tutto su quelle concorrenti; ma le contraddizioni della politica estera e della strategia globale statunitense hanno di fatto impedito che gli interessi comuni dei due paesi si saldassero in maniera duratura a partire dallo scenario siriano. Se da una parte il Pentagono continua a sostenere le milizie curde contro Daesh, dall’altra parte la Cia si è incaricata di armare quelle fondamentaliste che in realtà operano sotto lo stretto controllo della Turchia, il cui obiettivo principale, attraverso l’invasione militare della Siria del nord, è impedire che a liberare Aleppo siano le Ypg e l’esercito siriano. Gli Stati Uniti, nella maniera contraddittoria e altalenante che contraddistingue ormai stabilmente il comportamento di una potenza che sembra aver perso la bussola oltre all’egemonia, hanno tentato di imporre a Russia, Siria, Iran ed Hezbollah un inaccettabile cedimento su Aleppo, la città sulla quale di fatto si gioca il futuro del conflitto. Washington, subalterna alle pressioni e agli interessi dei sauditi e di Ankara – che pensa di poter ‘governare’, anche se parzialmente in contraddizione con i propri – ha tentato di utilizzare il cessate il fuoco per sdoganare e proteggere i jihadisti di al Nusra e altre milizie salafite, che hanno approfittato della tregua per riorganizzarsi e riarmarsi, anche grazie all’arrivo di rifornimenti da parte di Riad e di altri sponsor. Un gioco che il fronte capitanato da Mosca non ha potuto accettare; la strage di soldati siriani da parte dei bombardieri Usa ha permesso alle forze lealiste di riprendere una feroce offensiva, a suon di bombardamenti dal cielo e da terra, contro i quartieri di Aleppo occupati dai jihadisti, alcuni dei quali – a costo di un alto numero di vite umane – sono stati via via riconquistati dalle truppe di Damasco e dai suoi alleati.
Di fronte all’ennesimo passo falso che ha finito per favorire gli avversari dimostrando la debolezza di Washington, la Casa Bianca ha reagito puntando direttamente a Mosca. Obama ha ordinato l’aumento del flusso dei rifornimenti diretti e indiretti ai cosiddetti ‘ribelli’, compresi quelli che pure fanno parte della lista nera occidentale in quanto considerati ‘terroristi’. La ‘nuova’ dottrina, che ripercorre di fatto quella già adottata da Washington negli anni scorsi, prima di dar vita alla Coalizione Internazionale contro l’Isis, è ora ‘più armi alle opposizioni’, compresi micidiali missili terra-aria, senza più distinzioni tra ‘buoni’ e ‘cattivi’, tra ‘moderati’ ed ‘estremisti’.
Anche se gli analisti e gli strateghi americani vogliono evitare lo scontro diretto, pensano di poter convincere (obbligare) Putin a diminuire il proprio sostegno al governo siriano perché troppo oneroso sul fronte delle relazioni politiche, economiche e militari internazionali. E minacciano un innalzamento della tensione in aree in cui la Russia è impegnata in prima persona a difendere le proprie posizioni, come l’Ucraina.
E’ sicuramente vero che Mosca non è affatto disposta a sostenere Damasco quali che siano le conseguenze sul fronte dei rapporti con l’occidente e gli Stati Uniti in particolare, ma è anche vero che non può mollare l’osso proprio ora che la situazione in Siria pende a favore delle forze lealiste.
A poco più di un anno dal suo inatteso e massiccio intervento diretto nel paese spaccato da una guerra civile diventata immediatamente una ‘guerra per procura’ tra un numero assai elevato di protagonisti, Mosca è riuscita a recuperare un certo protagonismo internazionale e ad imporsi come potenza globale anche su un piano finora mai praticato, quello militare. L’intervento dei caccia, dei carri armati e di alcune migliaia di suoi soldati ha permesso alle forze lealiste di passare al contrattacco e di strappare agli avversari una consistente fetta di territorio, facendo fallire i piani di vittoria militare completa di Ankara e delle petromonarchie, obbligando Washington alla trattativa e inducendo la Turchia a cercare la riconciliazione con Mosca dopo la rottura seguita all’abbattimento di un jet russo da parte dell’aviazione di Ankara.
Un passo indietro troppo netto a questo punto non è possibile, Mosca ha troppo da perdere, e così i suoi alleati. Negli ultimi giorni l’amministrazione russa ha rinforzato il suo contingente militare in Siria, inviando uomini, mezzi e caccia a Latakia ed in altre basi, per segnare una superiorità netta sul campo laddove gli Stati Uniti sono assenti ed operano per ‘interposta persona’, attraverso quelle milizie estremiste che ora arma per impedire che perdano troppo terreno riducendo così l’influenza degli Usa nel paese.
Un gioco sfacciato, quello di Washington, che contribuisce a legittimare il maggiore sforzo militare russo e la voce grossa di Mosca nei rapporti con gli Stati Uniti. Nei giorni scorsi Sergej Lavrov ha denunciato “che lo scopo degli Usa era quello di risparmiare” i jihadisti di “al Nusra, probabilmente per qualche piano B”. “Gli Stati Uniti e la Coalizione – ha aggiunto il ministro degli Esteri russo – non possono e, infatti si rifiutano, di separare l'opposizione da Jabhat al Nusra e dai terroristi che si sono uniti ad essa. Invece noi vediamo che sempre più gruppi si uniscono ad Al Nusra. Ogni volta che noi colpiamo Jabhat Al Nusra ci dicono che questo non va fatto, perché vicino a loro, tra di loro, ci sono persone buone".
Di fatto siamo di nuovo in piena escalation. Ieri sera la Casa Bianca ha annunciato la sospensione di ogni accordo bilaterale con la Russia rispetto ai negoziati miranti a trovare un accordo generale sulla situazione in Siria. Una decisione arrivata dopo che Putin aveva annunciato, presentandola come una reazione obbligata alle ‘azioni ostili’ recentemente intraprese dagli Usa, la sospensione degli accordi siglati nel 2000 a proposito della distruzione di una parte dei rispettivi arsenali nucleari. Il capo del Cremlino ha inviato al parlamento un disegno di legge che subordina la distruzione del plutonio in coordinamento con Washington alla cancellazione di tutte le sanzioni statunitensi contro la Russia. Non solo. Le condizioni previste per un ritorno alla collaborazione sul tema della non proliferazione nucleare e anzi al relativo smantellamento dei reciproci arsenali includono anche “La riduzione delle infrastrutture militari e dei contingenti americani schierati nei territori dei Paesi entrati a far parte della Nato dopo il 1° settembre 2000, ai livelli in cui si trovavano nel giorno dell’entrata in vigore dell’accordo” sul plutonio.
Ma ambienti vicini alla Casa Bianca discutono in queste ore proprio dell'inasprimento delle sanzioni già comminate contro Mosca dopo il rifiuto da parte della Russia di subire il golpe filo atlantista in Ucraina e la conseguente annessione della Crimea alla Federazione Russa.
Questo mentre il New York Times ha di fatto svergognato e sbugiardato il segretario di Stato statunitense John Kerry. In una conversazione, registrata durante un colloquio tra Kerry e un gruppo di sostenitori dei ribelli siriani a New York – il portavoce del Dipartimento di Stato, John Kirby, non ha potuto negarne l’autenticità – il segretario di Stato si è lamentato del fatto che Obama abbia disatteso la sua richiesta di intervento militare diretto contro le forze del governo siriano. "Credo che voi guardiate a tre o quattro persone dell'amministrazione che hanno sostenuto l'uso della forza, e ho perso – ha detto Kerry ai siriani – ho difeso l'uso della forza (...) ma le cose si sono evolute in modo diverso". "Il problema è (...) secondo i nostri legali noi non abbiamo un fondamento per intervenire se manca una risoluzione del Consiglio di sicurezza. I russi sono stati invitati, noi no. (...) L'unico motivo per cui ci consentono di volare (in Siria, ndr) è perché colpiamo l'Isis. Se colpissimo Assad, dovremmo eliminare tutte le loro difese aeree e non abbiamo una giustificazione legale per farlo. Per il momento, la teoria legale americana non comprende il cosiddetto diritto a proteggere. Nessuno è più frustrato di me".
E’ ovvio che a partire da certe ‘frustrazioni’ è davvero difficile che possa nascere un negoziato durevole con la Russia e il governo di Damasco...
Fonte
Usa e Russia miravano a congelare la situazione in Siria, dove di fatto nessuna delle potenze coinvolte può prevalere del tutto su quelle concorrenti; ma le contraddizioni della politica estera e della strategia globale statunitense hanno di fatto impedito che gli interessi comuni dei due paesi si saldassero in maniera duratura a partire dallo scenario siriano. Se da una parte il Pentagono continua a sostenere le milizie curde contro Daesh, dall’altra parte la Cia si è incaricata di armare quelle fondamentaliste che in realtà operano sotto lo stretto controllo della Turchia, il cui obiettivo principale, attraverso l’invasione militare della Siria del nord, è impedire che a liberare Aleppo siano le Ypg e l’esercito siriano. Gli Stati Uniti, nella maniera contraddittoria e altalenante che contraddistingue ormai stabilmente il comportamento di una potenza che sembra aver perso la bussola oltre all’egemonia, hanno tentato di imporre a Russia, Siria, Iran ed Hezbollah un inaccettabile cedimento su Aleppo, la città sulla quale di fatto si gioca il futuro del conflitto. Washington, subalterna alle pressioni e agli interessi dei sauditi e di Ankara – che pensa di poter ‘governare’, anche se parzialmente in contraddizione con i propri – ha tentato di utilizzare il cessate il fuoco per sdoganare e proteggere i jihadisti di al Nusra e altre milizie salafite, che hanno approfittato della tregua per riorganizzarsi e riarmarsi, anche grazie all’arrivo di rifornimenti da parte di Riad e di altri sponsor. Un gioco che il fronte capitanato da Mosca non ha potuto accettare; la strage di soldati siriani da parte dei bombardieri Usa ha permesso alle forze lealiste di riprendere una feroce offensiva, a suon di bombardamenti dal cielo e da terra, contro i quartieri di Aleppo occupati dai jihadisti, alcuni dei quali – a costo di un alto numero di vite umane – sono stati via via riconquistati dalle truppe di Damasco e dai suoi alleati.
Di fronte all’ennesimo passo falso che ha finito per favorire gli avversari dimostrando la debolezza di Washington, la Casa Bianca ha reagito puntando direttamente a Mosca. Obama ha ordinato l’aumento del flusso dei rifornimenti diretti e indiretti ai cosiddetti ‘ribelli’, compresi quelli che pure fanno parte della lista nera occidentale in quanto considerati ‘terroristi’. La ‘nuova’ dottrina, che ripercorre di fatto quella già adottata da Washington negli anni scorsi, prima di dar vita alla Coalizione Internazionale contro l’Isis, è ora ‘più armi alle opposizioni’, compresi micidiali missili terra-aria, senza più distinzioni tra ‘buoni’ e ‘cattivi’, tra ‘moderati’ ed ‘estremisti’.
Anche se gli analisti e gli strateghi americani vogliono evitare lo scontro diretto, pensano di poter convincere (obbligare) Putin a diminuire il proprio sostegno al governo siriano perché troppo oneroso sul fronte delle relazioni politiche, economiche e militari internazionali. E minacciano un innalzamento della tensione in aree in cui la Russia è impegnata in prima persona a difendere le proprie posizioni, come l’Ucraina.
E’ sicuramente vero che Mosca non è affatto disposta a sostenere Damasco quali che siano le conseguenze sul fronte dei rapporti con l’occidente e gli Stati Uniti in particolare, ma è anche vero che non può mollare l’osso proprio ora che la situazione in Siria pende a favore delle forze lealiste.
A poco più di un anno dal suo inatteso e massiccio intervento diretto nel paese spaccato da una guerra civile diventata immediatamente una ‘guerra per procura’ tra un numero assai elevato di protagonisti, Mosca è riuscita a recuperare un certo protagonismo internazionale e ad imporsi come potenza globale anche su un piano finora mai praticato, quello militare. L’intervento dei caccia, dei carri armati e di alcune migliaia di suoi soldati ha permesso alle forze lealiste di passare al contrattacco e di strappare agli avversari una consistente fetta di territorio, facendo fallire i piani di vittoria militare completa di Ankara e delle petromonarchie, obbligando Washington alla trattativa e inducendo la Turchia a cercare la riconciliazione con Mosca dopo la rottura seguita all’abbattimento di un jet russo da parte dell’aviazione di Ankara.
Un passo indietro troppo netto a questo punto non è possibile, Mosca ha troppo da perdere, e così i suoi alleati. Negli ultimi giorni l’amministrazione russa ha rinforzato il suo contingente militare in Siria, inviando uomini, mezzi e caccia a Latakia ed in altre basi, per segnare una superiorità netta sul campo laddove gli Stati Uniti sono assenti ed operano per ‘interposta persona’, attraverso quelle milizie estremiste che ora arma per impedire che perdano troppo terreno riducendo così l’influenza degli Usa nel paese.
Un gioco sfacciato, quello di Washington, che contribuisce a legittimare il maggiore sforzo militare russo e la voce grossa di Mosca nei rapporti con gli Stati Uniti. Nei giorni scorsi Sergej Lavrov ha denunciato “che lo scopo degli Usa era quello di risparmiare” i jihadisti di “al Nusra, probabilmente per qualche piano B”. “Gli Stati Uniti e la Coalizione – ha aggiunto il ministro degli Esteri russo – non possono e, infatti si rifiutano, di separare l'opposizione da Jabhat al Nusra e dai terroristi che si sono uniti ad essa. Invece noi vediamo che sempre più gruppi si uniscono ad Al Nusra. Ogni volta che noi colpiamo Jabhat Al Nusra ci dicono che questo non va fatto, perché vicino a loro, tra di loro, ci sono persone buone".
Di fatto siamo di nuovo in piena escalation. Ieri sera la Casa Bianca ha annunciato la sospensione di ogni accordo bilaterale con la Russia rispetto ai negoziati miranti a trovare un accordo generale sulla situazione in Siria. Una decisione arrivata dopo che Putin aveva annunciato, presentandola come una reazione obbligata alle ‘azioni ostili’ recentemente intraprese dagli Usa, la sospensione degli accordi siglati nel 2000 a proposito della distruzione di una parte dei rispettivi arsenali nucleari. Il capo del Cremlino ha inviato al parlamento un disegno di legge che subordina la distruzione del plutonio in coordinamento con Washington alla cancellazione di tutte le sanzioni statunitensi contro la Russia. Non solo. Le condizioni previste per un ritorno alla collaborazione sul tema della non proliferazione nucleare e anzi al relativo smantellamento dei reciproci arsenali includono anche “La riduzione delle infrastrutture militari e dei contingenti americani schierati nei territori dei Paesi entrati a far parte della Nato dopo il 1° settembre 2000, ai livelli in cui si trovavano nel giorno dell’entrata in vigore dell’accordo” sul plutonio.
Ma ambienti vicini alla Casa Bianca discutono in queste ore proprio dell'inasprimento delle sanzioni già comminate contro Mosca dopo il rifiuto da parte della Russia di subire il golpe filo atlantista in Ucraina e la conseguente annessione della Crimea alla Federazione Russa.
Questo mentre il New York Times ha di fatto svergognato e sbugiardato il segretario di Stato statunitense John Kerry. In una conversazione, registrata durante un colloquio tra Kerry e un gruppo di sostenitori dei ribelli siriani a New York – il portavoce del Dipartimento di Stato, John Kirby, non ha potuto negarne l’autenticità – il segretario di Stato si è lamentato del fatto che Obama abbia disatteso la sua richiesta di intervento militare diretto contro le forze del governo siriano. "Credo che voi guardiate a tre o quattro persone dell'amministrazione che hanno sostenuto l'uso della forza, e ho perso – ha detto Kerry ai siriani – ho difeso l'uso della forza (...) ma le cose si sono evolute in modo diverso". "Il problema è (...) secondo i nostri legali noi non abbiamo un fondamento per intervenire se manca una risoluzione del Consiglio di sicurezza. I russi sono stati invitati, noi no. (...) L'unico motivo per cui ci consentono di volare (in Siria, ndr) è perché colpiamo l'Isis. Se colpissimo Assad, dovremmo eliminare tutte le loro difese aeree e non abbiamo una giustificazione legale per farlo. Per il momento, la teoria legale americana non comprende il cosiddetto diritto a proteggere. Nessuno è più frustrato di me".
E’ ovvio che a partire da certe ‘frustrazioni’ è davvero difficile che possa nascere un negoziato durevole con la Russia e il governo di Damasco...
Fonte
12/04/2016
Afghanistan, Kerry e la crisi di governo
di Michele Paris
La visita a sorpresa nel fine settimana in Afghanistan del segretario di Stato americano, John Kerry, è giunta nel pieno della grave crisi politica che sta attraversando il fragile governo di “unità nazionale” del paese sotto occupazione USA dal 2001. Il capo della diplomazia statunitense ha cercato di invitare tutte le parti coinvolte a collaborare per il bene del paese, ribadendo la fiducia in un esecutivo che egli stesso aveva contribuito in maniera decisiva a far nascere nel 2014 dopo le ennesime elezioni contestate.
L’accordo che Kerry aveva mediato quasi due anni fa prevedeva l’affiancamento al presidente, Ashraf Ghani, della figura di un “chief executive” nella persona di Abdullah Abdullah, cioè il principale sfidante di Ghani nelle elezioni. I due avrebbero dovuto costituire una sorta di super-governo per superare le divisioni etniche e gli interessi di parte che minacciavano di far scivolare il paese nuovamente nella guerra civile.
Il ruolo assegnato a Abdullah non era previsto dalla costituzione afgana, così che alcune modifiche a quest’ultima avrebbero dovuto creare la posizione di primo ministro per legittimare l’intesa tra i due contendenti alla presidenza. Quello che era stato salutato nel 2014 come un successo della diplomazia USA è diventato però l’ennesimo incubo, soprattutto per la popolazione afgana, costretta a far fronte alle conseguenze della paralisi politica che ne è derivata, ma anche della consueta corruzione dilagante, dell’aggravamento della sicurezza interna e del persistere dello sfacelo dell’economia.
Sabato a Kabul, Kerry ha provato comunque a ostentare un qualche ottimismo o, per lo meno, ad assicurare i vertici politici afgani della fiducia dell’amministrazione Obama in un processo che, come hanno ammesso molti diplomatici occidentali alla stampa internazionale, non ha al momento alternative percorribili. Così, anche se la scadenza del governo di “unità nazionale” era stata fissata per il prossimo mese di ottobre, data in cui dovrebbero tenersi le elezioni parlamentari, già si parla di un quasi certo rinvio almeno alla primavera del 2017, vista l’assenza di progressi sulla riforma elettorale promessa.
Lo stesso Kerry ha affermato che il patto tra Ghani e Abdullah ha validità per tutto il mandato elettorale – cinque anni – e il governo in carica ha legittimità per proseguire con l’attuale formula, quindi anche senza modifiche alla Costituzione. La benedizione americana al gabinetto di Kabul non è necessariamente di buon auspicio per la stabilità afgana, anzi, il permanere dello stallo che ha caratterizzato questi mesi rischia di aggravare i già enormi problemi del paese ma, ancora una volta, per le forze di occupazione l’alternativa potrebbe risultare anche peggiore.
Qualche progresso o, meglio, la sopravvivenza di una struttura di governo a livello centrale con un livello minimo di legittimità agli occhi della comunità internazionale è d’altra parte condizione indispensabile per convincere i paesi occidentali già scettici a non interrompere il flusso di denaro che tiene in piedi l’economia dell’Afghanistan e le sue forze di sicurezza.
A Varsavia nel mese di luglio si terrà un importante summit della NATO nel quale dovrebbero essere discusse le modalità per finanziare il rafforzamento delle forze armate afgane, mentre a ottobre a Bruxelles sarà l’entità degli aiuti finanziari civili a essere al centro dell’attenzione. A sottolineare quanto siano cruciali questi appuntamenti per il futuro del governo-fantoccio di Kabul è stato Kerry nel fine settimana, quando nella conferenza stampa con il presidente Ghani ha inviato quest’ultimo ad “assicurarsi che tra oggi e i vertici di Varsavia e Bruxelles, l’Afghanistan si mantenga nella giusta direzione”.
Intanto,
forse anche grazie alla presenza di Kerry a Kabul, sabato il parlamento
afgano ha finalmente approvato la nomina di due membri del governo, il
ministro dell’Interno e il Procuratore Generale, i quali, assieme al
ministro della Difesa e al capo dell’intelligence, hanno ricoperto
finora i loro incarichi in via provvisoria. Il nuovo ministro
dell’Interno – generale Taj Mohammad Jahid – è un fedelissimo di
Abdullah ed era stato nominato nel mese di febbraio in seguito alle
dimissioni del suo predecessore.
Proprio una serie di dimissioni nelle ultime settimane ha ulteriormente indebolito il governo, contribuendo a intensificare le richieste di dimissioni rivolte a Ghani da parte di svariati leader dell’opposizione e di membri del precedente governo dell’ex presidente, Hamid Karzai.
La stabilità del governo di Kabul e la situazione relativa alla sicurezza interna influenzeranno poi la decisione di Washington di mantenere o ridurre il contingente di occupazione in Afghanistan, peraltro legata anche alle dinamiche strategiche in Asia centrale che appaiono in fase di riallineamento soprattutto riguardo la Cina e il Pakistan.
Obama aveva già congelato il numero di truppe USA a 9.800 per l’intero 2016, ma a partire dal 2017 gli uomini dovrebbero scendere a 5.500. I leader militari americani mettono però in guardia da mosse affrettate, se di fretta si può parlare dopo quasi 15 anni di occupazione, facendo notare come nell’ultimo periodo la situazione interna in Afghanistan sia nuovamente peggiorata. Kerry, da parte sua, ha affermato che la riduzione nel numero dei propri soldati non è in discussione, salvo poi vincolare ogni iniziativa al “parere” dei generali.
I Talebani sono tornati d’altronde a condurre operazioni con un certo successo, in taluni casi anche in maniera clamorosa, e controllano oggi circa un terzo del territorio afgano. I colloqui di pace con gli studenti del Corano appaiono inoltre in alto mare, nonostante Kerry abbia rinnovato una vaga offerta di sedersi al tavolo delle trattative con gli “insorti” nel corso della sua visita.
La precarietà degli scenari afgani e le prospettive ben poco rosee per il futuro di questo paese sono apparse evidenti proprio subito dopo la partenza di Kerry da Kabul, quando un paio di esplosioni hanno colpito il quartiere diplomatico della capitale.
Al di là delle dichiarazioni ottimistiche e degli inviti, seguiti da immancabili promesse, alla costruzione di istituzioni democratiche in Afghanistan, il bilancio della più lunga guerra della storia americana continua a essere rovinoso. Gli stessi giornali ufficiali negli USA faticano a nascondere una realtà che, nelle parole ad esempio del Washington Post, è fatta prevalentemente di “illegalità, corruzione” ed “espansione dell’influenza dei Talebani”.
Il caso della provincia meridionale di Helmand è emblematico del fallimento del progetto americano di stabilizzazione dell’Afghanistan a oltre 14 anni dall’invasione seguita agli attentati dell’11 settembre 2001. Un’indagine pubblicata settimana scorsa dal New York Times ha messo in luce come Helmand continui a fornire i due terzi dell’eroina prodotta in Afghanistan, paese da cui a sua volta proviene il 90% del totale consumato nel pianeta.
In
questa provincia, per quest’anno non è in programma nessuna operazione
per sradicare le coltivazioni della materia prima destinata alla
produzione di eroina, il papavero da oppio, a causa dell’avanzata dei
Talebani ma anche della corruzione “fuori controllo”.
La marcia indietro rispetto agli sforzi del 2014 e del 2015 è dovuta infatti principalmente proprio agli interessi economici che sostengono la coltivazione del papavero da oppio, la quale consente a molti uomini di potere, sia a livello locale che a Kabul, sia tra i Talebani che gli esponenti del governo, di intascare centinaia di migliaia, se non milioni, di dollari.
Fonte
La visita a sorpresa nel fine settimana in Afghanistan del segretario di Stato americano, John Kerry, è giunta nel pieno della grave crisi politica che sta attraversando il fragile governo di “unità nazionale” del paese sotto occupazione USA dal 2001. Il capo della diplomazia statunitense ha cercato di invitare tutte le parti coinvolte a collaborare per il bene del paese, ribadendo la fiducia in un esecutivo che egli stesso aveva contribuito in maniera decisiva a far nascere nel 2014 dopo le ennesime elezioni contestate.
L’accordo che Kerry aveva mediato quasi due anni fa prevedeva l’affiancamento al presidente, Ashraf Ghani, della figura di un “chief executive” nella persona di Abdullah Abdullah, cioè il principale sfidante di Ghani nelle elezioni. I due avrebbero dovuto costituire una sorta di super-governo per superare le divisioni etniche e gli interessi di parte che minacciavano di far scivolare il paese nuovamente nella guerra civile.
Il ruolo assegnato a Abdullah non era previsto dalla costituzione afgana, così che alcune modifiche a quest’ultima avrebbero dovuto creare la posizione di primo ministro per legittimare l’intesa tra i due contendenti alla presidenza. Quello che era stato salutato nel 2014 come un successo della diplomazia USA è diventato però l’ennesimo incubo, soprattutto per la popolazione afgana, costretta a far fronte alle conseguenze della paralisi politica che ne è derivata, ma anche della consueta corruzione dilagante, dell’aggravamento della sicurezza interna e del persistere dello sfacelo dell’economia.
Sabato a Kabul, Kerry ha provato comunque a ostentare un qualche ottimismo o, per lo meno, ad assicurare i vertici politici afgani della fiducia dell’amministrazione Obama in un processo che, come hanno ammesso molti diplomatici occidentali alla stampa internazionale, non ha al momento alternative percorribili. Così, anche se la scadenza del governo di “unità nazionale” era stata fissata per il prossimo mese di ottobre, data in cui dovrebbero tenersi le elezioni parlamentari, già si parla di un quasi certo rinvio almeno alla primavera del 2017, vista l’assenza di progressi sulla riforma elettorale promessa.
Lo stesso Kerry ha affermato che il patto tra Ghani e Abdullah ha validità per tutto il mandato elettorale – cinque anni – e il governo in carica ha legittimità per proseguire con l’attuale formula, quindi anche senza modifiche alla Costituzione. La benedizione americana al gabinetto di Kabul non è necessariamente di buon auspicio per la stabilità afgana, anzi, il permanere dello stallo che ha caratterizzato questi mesi rischia di aggravare i già enormi problemi del paese ma, ancora una volta, per le forze di occupazione l’alternativa potrebbe risultare anche peggiore.
Qualche progresso o, meglio, la sopravvivenza di una struttura di governo a livello centrale con un livello minimo di legittimità agli occhi della comunità internazionale è d’altra parte condizione indispensabile per convincere i paesi occidentali già scettici a non interrompere il flusso di denaro che tiene in piedi l’economia dell’Afghanistan e le sue forze di sicurezza.
A Varsavia nel mese di luglio si terrà un importante summit della NATO nel quale dovrebbero essere discusse le modalità per finanziare il rafforzamento delle forze armate afgane, mentre a ottobre a Bruxelles sarà l’entità degli aiuti finanziari civili a essere al centro dell’attenzione. A sottolineare quanto siano cruciali questi appuntamenti per il futuro del governo-fantoccio di Kabul è stato Kerry nel fine settimana, quando nella conferenza stampa con il presidente Ghani ha inviato quest’ultimo ad “assicurarsi che tra oggi e i vertici di Varsavia e Bruxelles, l’Afghanistan si mantenga nella giusta direzione”.
Proprio una serie di dimissioni nelle ultime settimane ha ulteriormente indebolito il governo, contribuendo a intensificare le richieste di dimissioni rivolte a Ghani da parte di svariati leader dell’opposizione e di membri del precedente governo dell’ex presidente, Hamid Karzai.
La stabilità del governo di Kabul e la situazione relativa alla sicurezza interna influenzeranno poi la decisione di Washington di mantenere o ridurre il contingente di occupazione in Afghanistan, peraltro legata anche alle dinamiche strategiche in Asia centrale che appaiono in fase di riallineamento soprattutto riguardo la Cina e il Pakistan.
Obama aveva già congelato il numero di truppe USA a 9.800 per l’intero 2016, ma a partire dal 2017 gli uomini dovrebbero scendere a 5.500. I leader militari americani mettono però in guardia da mosse affrettate, se di fretta si può parlare dopo quasi 15 anni di occupazione, facendo notare come nell’ultimo periodo la situazione interna in Afghanistan sia nuovamente peggiorata. Kerry, da parte sua, ha affermato che la riduzione nel numero dei propri soldati non è in discussione, salvo poi vincolare ogni iniziativa al “parere” dei generali.
I Talebani sono tornati d’altronde a condurre operazioni con un certo successo, in taluni casi anche in maniera clamorosa, e controllano oggi circa un terzo del territorio afgano. I colloqui di pace con gli studenti del Corano appaiono inoltre in alto mare, nonostante Kerry abbia rinnovato una vaga offerta di sedersi al tavolo delle trattative con gli “insorti” nel corso della sua visita.
La precarietà degli scenari afgani e le prospettive ben poco rosee per il futuro di questo paese sono apparse evidenti proprio subito dopo la partenza di Kerry da Kabul, quando un paio di esplosioni hanno colpito il quartiere diplomatico della capitale.
Al di là delle dichiarazioni ottimistiche e degli inviti, seguiti da immancabili promesse, alla costruzione di istituzioni democratiche in Afghanistan, il bilancio della più lunga guerra della storia americana continua a essere rovinoso. Gli stessi giornali ufficiali negli USA faticano a nascondere una realtà che, nelle parole ad esempio del Washington Post, è fatta prevalentemente di “illegalità, corruzione” ed “espansione dell’influenza dei Talebani”.
Il caso della provincia meridionale di Helmand è emblematico del fallimento del progetto americano di stabilizzazione dell’Afghanistan a oltre 14 anni dall’invasione seguita agli attentati dell’11 settembre 2001. Un’indagine pubblicata settimana scorsa dal New York Times ha messo in luce come Helmand continui a fornire i due terzi dell’eroina prodotta in Afghanistan, paese da cui a sua volta proviene il 90% del totale consumato nel pianeta.
La marcia indietro rispetto agli sforzi del 2014 e del 2015 è dovuta infatti principalmente proprio agli interessi economici che sostengono la coltivazione del papavero da oppio, la quale consente a molti uomini di potere, sia a livello locale che a Kabul, sia tra i Talebani che gli esponenti del governo, di intascare centinaia di migliaia, se non milioni, di dollari.
Fonte
03/02/2016
Kerry non si tocca nemmeno con un cartello
Perché un’azione è fallita
“Daesh, figlio delle vostre guerre, del vostro denaro e delle vostre armi”
“Siria, Libia, Iraq, Yemen: le vostre vittime”
“Arabia Saudita, Stati Uniti, Turchia: Stati sponsor del terrorismo”.
di Marinella Correggia e Stefania Russo
Dicevano tutto i cartelli gialli bifronte in inglese che volevamo mostrare in azione diretta ai media del mondo, al segretario di Stato Usa, John Kerry e al suo omologo italiano Paolo Gentiloni, alla conferenza stampa affollatissima che concludeva i “lavori” dello “Small Group”, ossia la cosiddetta Coalizione anti Daesh.
Lo Small Group contiene tutti i compagni di merende che negli anni hanno fatto crescere Il Nuovo Califfato: Arabia Saudita, Usa, Turchia, Qatar, la Nato e il Golfo nel suo complesso. Certo non sarebbe stato epico come la scarpa dell’iracheno a Bush, ma sarebbe servito.
Questa conferenza stampa rappresentava una grossa occasione per dire la verità in faccia al sovrano e davanti a tutti i media, altrimenti irraggiungibili.
Giorni prima era stato proposto a vari mediattivisti di entrare per un’azione di gruppo, ma così non è stato. Senza entrare nel merito, è un fatto che se in conferenza stampa dieci, o anche cinque persone sparse in sala avessero per lo meno provato a estrarre ed esporre cartelli, vi sarebbe stato un grande impatto, quindi l’azione sarebbe comunque un successo. Un’occasione mancata.
Finalmente la conferenza stampa del sovrano con il seguito ha inizio. Dopo il racconto di Kerry sulle magnifiche gesta anti Daesh e le non-domande pre-concordate (seguirà un resoconto) di giornalisti Usa e italiani (Washington Post, Corsera e Ansa), malgrado la mano ripetutamente alzata per chiedere di fare una domanda capiamo che non c’è spazio per altro: tutto sta finendo con i saluti e baci. Arriva dunque il momento di agire.
In altre due occasioni (pre attentati di Parigi) le azioni erano tecnicamente riuscite, con domande ed esibizione di cartello:
Roma, 28 febbraio 2013 conferenza stampa degli “Amici della Siria” con Kerry, Terzi (l’allora ministro degli esteri) e l’oppositore siriano Khatib (qui il resoconto);
conferenza stampa di Trident Juncture Nato, a Trapani, il 19 ottobre scorso (qui il resoconto)
Dagli attentati di Parigi però tutto è cambiato. Non appena mettiamo mano ai cartelli già pronti per essere aperti, carabinieri e Digos in divisa e in borghese ci saltano addosso e ce li scippano
Nemmeno il tempo di tirarli su per un secondo. Una rapidità ed efficienza inusitate.
Strappano i cartelli per evitare che chiunque li possa leggere e ci portano via (in alto la foto uno dei cartelli). Solo sulla soglia mi viene in mente di urlare, e riesco a dire “You created Daesh”, quando ormai Kerry era uscito purtroppo indenne e mentre la gran parte dei giornalisti non capisce nulla di quel che sta accadendo.
Fonte
“Daesh, figlio delle vostre guerre, del vostro denaro e delle vostre armi”
“Siria, Libia, Iraq, Yemen: le vostre vittime”
“Arabia Saudita, Stati Uniti, Turchia: Stati sponsor del terrorismo”.
di Marinella Correggia e Stefania Russo
Dicevano tutto i cartelli gialli bifronte in inglese che volevamo mostrare in azione diretta ai media del mondo, al segretario di Stato Usa, John Kerry e al suo omologo italiano Paolo Gentiloni, alla conferenza stampa affollatissima che concludeva i “lavori” dello “Small Group”, ossia la cosiddetta Coalizione anti Daesh.
Lo Small Group contiene tutti i compagni di merende che negli anni hanno fatto crescere Il Nuovo Califfato: Arabia Saudita, Usa, Turchia, Qatar, la Nato e il Golfo nel suo complesso. Certo non sarebbe stato epico come la scarpa dell’iracheno a Bush, ma sarebbe servito.
Questa conferenza stampa rappresentava una grossa occasione per dire la verità in faccia al sovrano e davanti a tutti i media, altrimenti irraggiungibili.
Giorni prima era stato proposto a vari mediattivisti di entrare per un’azione di gruppo, ma così non è stato. Senza entrare nel merito, è un fatto che se in conferenza stampa dieci, o anche cinque persone sparse in sala avessero per lo meno provato a estrarre ed esporre cartelli, vi sarebbe stato un grande impatto, quindi l’azione sarebbe comunque un successo. Un’occasione mancata.
Finalmente la conferenza stampa del sovrano con il seguito ha inizio. Dopo il racconto di Kerry sulle magnifiche gesta anti Daesh e le non-domande pre-concordate (seguirà un resoconto) di giornalisti Usa e italiani (Washington Post, Corsera e Ansa), malgrado la mano ripetutamente alzata per chiedere di fare una domanda capiamo che non c’è spazio per altro: tutto sta finendo con i saluti e baci. Arriva dunque il momento di agire.
In altre due occasioni (pre attentati di Parigi) le azioni erano tecnicamente riuscite, con domande ed esibizione di cartello:
Roma, 28 febbraio 2013 conferenza stampa degli “Amici della Siria” con Kerry, Terzi (l’allora ministro degli esteri) e l’oppositore siriano Khatib (qui il resoconto);
conferenza stampa di Trident Juncture Nato, a Trapani, il 19 ottobre scorso (qui il resoconto)
Dagli attentati di Parigi però tutto è cambiato. Non appena mettiamo mano ai cartelli già pronti per essere aperti, carabinieri e Digos in divisa e in borghese ci saltano addosso e ce li scippano
Nemmeno il tempo di tirarli su per un secondo. Una rapidità ed efficienza inusitate.
Strappano i cartelli per evitare che chiunque li possa leggere e ci portano via (in alto la foto uno dei cartelli). Solo sulla soglia mi viene in mente di urlare, e riesco a dire “You created Daesh”, quando ormai Kerry era uscito purtroppo indenne e mentre la gran parte dei giornalisti non capisce nulla di quel che sta accadendo.
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10/05/2015
Yemen - Riyad: "Tregua di cinque giorni se gli Houthi non combattono"
Un cessate-il-fuoco in Yemen di 5
giorni a partire dal prossimo martedì. Ad annunciarlo è stata ieri
l’Arabia Saudita che ha detto che uno stop (temporaneo) delle ostilità
avrà luogo solo se le milizie sciite houthi smetteranno di combattere. I
bombardamenti aerei della coalizione sunnita guidata da Riyad –
giustificati ufficialmente per restaurare il governo del deposto
presidente ‘Abd Rabbu Mansour Hadi – vanno avanti dallo scorso 26 marzo.
Nonostante gli inviti alla
tregua, però, il linguaggio della coalizione sunnita non è affatto
cambiato. Se da un lato, infatti, propone una “tregua”, dall’altro
continua a minacciare una ulteriore escalation. A contribuire a questa
ambiguità politica sono gli houthi che hanno esteso le loro operazioni
belliche anche nelle regioni meridionali saudite regionalizzando ancora
di più il caos yemenita. Proprio in queste aree, secondo la
stampa saudita, i ribelli sciiti avrebbero ucciso diversi civili e
soldati del regno wahhabita mandando su tutte le furie la
coalizione sunnita che ha prontamente denunciato la “linea rossa
oltrepassata”. La reazione della monarchia saudita non si è fatta attendere: Riyad ha ordinato agli abitanti della provincia di Saada
(nord Yemen) di scappare perché “tutta Sa’ada sarà un target militare”.
Obiettivo militare, in realtà, Saada lo è già da tempo. Anche ieri i
raid aerei sunniti hanno colpito i centri del potere houthi presenti
nell’area.
Fonte
“C’è una possibilità per gli
houthi di dimostrare se tengono o meno al loro popolo. Speriamo che
accettino questa offerta per il bene dello Yemen” ha dichiarato ieri il
ministro degli esteri saudita, Adel al-Jubair nel corso di una
conferenza congiunta con il Segretario di stato Usa John Kerry.
Al-Jubeir ha poi aggiunto che la data dell’eventuale cessate-il-fuoco è
stata pensata per permettere ai donatori di coordinare gli aiuti
umanitari. “E’ di assoluta importanza che tutti i paesi inviino quanto
più sostegno possibile al maggior numero di yemeniti” ha aggiunto il
ministro saudita.
Quello che non ha ricordato, però, è che
la grave situazione umanitaria è stata creata principalmente dai raid
aerei del suo paese. Secondo un rapporto dell’Ufficio delle
Nazioni Unite per il Coordinamento delle Questioni Umanitarie (OCHA),
più di 1.400 persone sono state uccise nelle 6 settimane di guerra in
Yemen (6.000 i feriti). Accanto a questo numero si deve poi tenere
presente l’alto numero di sfollati. “300.000 persone hanno lasciato le
loro case nei quasi due mesi di conflitto” ha dichiarato ieri Johannes van der Klaauw, il coordinatore umanitario dell’Onu in Yemen.
Van der Klaauw ha espresso “seria
preoccupazione” per le notizie che giungono dalla città meridionale di
Aden dove “decine” di civili sono stati uccisi e feriti. “I civili sono
stati ripetutamente presi di mira mentre provavano a scappare in aree
più sicure essendo intrappolati per settimane in città dove non hanno
accesso o hanno limitato accesso all’acqua, al cibo e alle cure
sanitarie” ha aggiunto il coordinatore umanitario delle Nazioni Unite.
Van der Klaauw ha quindi lanciato un invito: “la violenza verso i civili
e gli operatori umanitari, gli attacchi sugli ospedali e su altre
infrastrutture civili devono finire immediatamente”. Da qui
l’esortazione a tutte le parti del conflitto ad operare “affinché venga
assicurato un corridorio umanitario sicuro per i civili che risiedono
nelle aree maggiormente interessate dai combattimenti”.
Della necessità di una tregua, almeno temporanea, n’è convinto anche Kerry.
Il segretario di Stato Usa – arrivato mercoledì in Arabia Saudita dove
ha incontrato il presente deposto Abd Rabbu Mansour Hadi – ha affermato
che “siamo di fronte ad una catastrofe umanitaria e che questo è di
sicuro un momento importante [per fermare i combattimenti]”.
Senza nominare l’Iran, il segretario di stato statunitense ha
incoraggiato i leader houthi a “cogliere questa opportunità” e
concordare una tregua. “Gli Stati Uniti – ha aggiunto Kerry –
stanno lavorando insieme alla comunità internazionale per organizzare
l’assistenza umanitaria nel caso in cui il cessate-il-fuoco dovesse
essere effettivamente implementato attraverso le Nazioni Unite”. L’alto
esponente americano ha inoltre sottolineato come una cessazione delle
ostilità potrebbe costituire la base per futuri colloqui di pace fra le
parti in lotta. Passo necessario perché “persino il più durevole
cessate-il-fuoco non potrà essere il sostituto della pace”.
Fonte
07/05/2015
Kerry: missione Corno d’Africa
di Mario Lombardo
Il tour dell’Africa orientale di questa settimana del segretario di Stato americano, John Kerry, ha incluso martedì una brevissima quanto inedita visita in Somalia dove ha assicurato le autorità del paese, devastato da oltre due decenni di conflitti, circa il “ritorno” degli Stati Uniti per sostenere il processo di transizione in atto.
La delicatezza della situazione somala è apparsa più che evidente dalle eccezionali misure di sicurezza che hanno accompagnato la visita di Kerry, notificata al governo locale con un solo giorno di anticipo. L’ex senatore democratico non è nemmeno uscito dall’aeroporto di Mogadiscio, dove è rimasto per circa tre ore durante le quali ha incontrato il presidente, Hassan Sheikh Mohamud, e il primo ministro, Omar Abdirashid Ali Sharmarke.
“Ho visitato oggi la Somalia perché il vostro paese è a un punto di svolta” ha affermato Kerry in un discorso teoricamente indirizzato alla popolazione somala. “Sono passati tre anni dall’adozione di una nuova Costituzione provvisoria e dall’insediamento di un Parlamento”, ha poi aggiunto il segretario di Stato USA, ricordando come, “con l’aiuto delle forze dell’Unione Africana, i soldati somali hanno spinto [i militanti integralisti di] al-Shabaab fuori dai principali centri abitati”.
Il quadro relativamente roseo della società somala dipinto da Kerry si è ovviamente scontrato con la decisione della delegazione americana di non avventurarsi al di fuori dei confini dell’aeroporto della capitale. Al-Shabaab sembra avere in effetti perso il controllo su buona parte del territorio somalo ma la persistente minaccia di questo gruppo fondamentalista è sottolineata da ricorrenti e sanguinosi attentati condotti nel paese, a cominciare dalla stessa città di Mogadiscio.
La stampa americana e internazionale ha comunque celebrato martedì la prima visita in assoluto di un segretario di Stato USA in Somalia e quella dell’esponente più importante del governo di Washington dal tracollo delle istituzioni statali di questo paese all’inizio degli anni Novanta in seguito alla caduta della dittatura di Siad Barre.
Truppe americane erano state inviate in Somalia nel 1992 per una missione di “peacekeeping” ma due anni più tardi avrebbero lasciato il paese africano dopo l’umiliante abbattimento di due elicotteri da parte di miliziani somali e la morte di 18 soldati.
L’annuncio del presunto “ritorno” degli Stati Uniti in Somalia suggellato dalla visita di John Kerry è però decisamente fuorviante, visto che Washington non ha mai smesso di interferire nelle vicende di questo paese, promuovendo tra l’altro la disastrosa invasione dell’esercito etiope nel 2006 per ristabilire il cosiddetto Governo Federale di Transizione, minacciato dall’Unione delle Corti Islamiche.
Gli
USA hanno poi sostenuto economicamente e militarmente la missione
multinazionale dell’Unione Africana in Somalia (AMISOM), cioè la forza
militare che da allora ha permesso la sopravvivenza del Governo Federale
di Transizione e, dalla fine del suo mandato nel 2012, del primo
governo permanente istituito in questo paese a partire dall’inizio della
guerra civile.
L’interesse degli Stati Uniti per la Somalia è legato soprattutto alla sua posizione strategica in Africa orientale, dal momento che si affaccia sul Golfo di Aden, da dove transitano importantissime rotte commerciali che collegano l’Europa e il Golfo Persico con l’Oceano Indiano e l’Asia sud-orientale.
Il nemico da combattere in Somalia che consente la presenza più o meno diretta degli USA nel paese era e resta la milizia al-Shabaab, presa di mira in questi anni con svariate incursioni operate dai droni. Nel settembre scorso, ad esempio, era stata annunciata l’uccisione con un raid aereo americano del suo leader, Ahmed Abdi Godane.
Con la parvenza di un governo relativamente stabile a Mogadiscio, gli Stati Uniti cercano ora di integrare la Somalia nei propri piani per l’Africa orientale, principalmente attraverso la creazione di un esercito e di una forza di polizia efficaci. Di questo ha appunto discusso martedì Kerry con le autorità locali, oltre che della questione delle elezioni, previste in Somalia per il 2016, le quali verranno con ogni probabilità “coordinate” proprio da Washington.
La Somalia, in definitiva, è parte a tutti gli effetti dell’agenda americana in l’Africa orientale, basata in primo luogo sulla militarizzazione di questa porzione di continente, non da ultimo per contrastare la crescente influenza cinese in ambito economico.
Il giorno prima dell’arrivo a sorpresa a Mogadiscio, Kerry aveva promesso un pacchetto da 100 milioni di dollari per sostenere lo sforzo “anti-terrorismo” del vicino Kenya, paese profondamente coinvolto nel conflitto somalo.
Il governo kenyano del presidente Uhuru Kenyatta, già incriminato dal Tribunale Penale Internazionale per le violenze seguite alle elezioni del 2007, è stato d’altronde sdoganato da Washington dopo avere ottenuto la garanzia dell’allineamento del paese africano agli interessi americani nella regione.
Kerry
ha così prospettato anche un finanziamento di 45 milioni di dollari per
evitare la chiusura del gigantesco campo profughi di Dadaab, nel nord
del Kenya, minacciata dal governo di Nairobi nell’ambito dell’isteria
anti-somala diffusasi dopo l’attentato del 2 aprile scorso presso
l’università di Garissa che ha fatto 148 morti e attribuito ad
al-Shabaab.
Nello stesso disegno strategico degli Stati Uniti rientra infine anche il terzo e ultimo stop della trasferta africana di John Kerry, sbarcato mercoledì nel piccolo stato di Gibuti. Questo paese ospita la base USA di Camp Lemonnier, quartier generale delle operazioni militari americane nel continente ma anche nel vicino Yemen.
Il numero uno della diplomazia statunitense ha ringraziato le autorità di Gibuti per l’ospitalità garantita a centinaia di cittadini americani fuggiti dalla guerra in Yemen, mentre ha significativamente discusso delle modalità per contrastare in maniera “più efficace la minaccia di al-Shabaab” nella regione.
Fonte
Il tour dell’Africa orientale di questa settimana del segretario di Stato americano, John Kerry, ha incluso martedì una brevissima quanto inedita visita in Somalia dove ha assicurato le autorità del paese, devastato da oltre due decenni di conflitti, circa il “ritorno” degli Stati Uniti per sostenere il processo di transizione in atto.
La delicatezza della situazione somala è apparsa più che evidente dalle eccezionali misure di sicurezza che hanno accompagnato la visita di Kerry, notificata al governo locale con un solo giorno di anticipo. L’ex senatore democratico non è nemmeno uscito dall’aeroporto di Mogadiscio, dove è rimasto per circa tre ore durante le quali ha incontrato il presidente, Hassan Sheikh Mohamud, e il primo ministro, Omar Abdirashid Ali Sharmarke.
“Ho visitato oggi la Somalia perché il vostro paese è a un punto di svolta” ha affermato Kerry in un discorso teoricamente indirizzato alla popolazione somala. “Sono passati tre anni dall’adozione di una nuova Costituzione provvisoria e dall’insediamento di un Parlamento”, ha poi aggiunto il segretario di Stato USA, ricordando come, “con l’aiuto delle forze dell’Unione Africana, i soldati somali hanno spinto [i militanti integralisti di] al-Shabaab fuori dai principali centri abitati”.
Il quadro relativamente roseo della società somala dipinto da Kerry si è ovviamente scontrato con la decisione della delegazione americana di non avventurarsi al di fuori dei confini dell’aeroporto della capitale. Al-Shabaab sembra avere in effetti perso il controllo su buona parte del territorio somalo ma la persistente minaccia di questo gruppo fondamentalista è sottolineata da ricorrenti e sanguinosi attentati condotti nel paese, a cominciare dalla stessa città di Mogadiscio.
La stampa americana e internazionale ha comunque celebrato martedì la prima visita in assoluto di un segretario di Stato USA in Somalia e quella dell’esponente più importante del governo di Washington dal tracollo delle istituzioni statali di questo paese all’inizio degli anni Novanta in seguito alla caduta della dittatura di Siad Barre.
Truppe americane erano state inviate in Somalia nel 1992 per una missione di “peacekeeping” ma due anni più tardi avrebbero lasciato il paese africano dopo l’umiliante abbattimento di due elicotteri da parte di miliziani somali e la morte di 18 soldati.
L’annuncio del presunto “ritorno” degli Stati Uniti in Somalia suggellato dalla visita di John Kerry è però decisamente fuorviante, visto che Washington non ha mai smesso di interferire nelle vicende di questo paese, promuovendo tra l’altro la disastrosa invasione dell’esercito etiope nel 2006 per ristabilire il cosiddetto Governo Federale di Transizione, minacciato dall’Unione delle Corti Islamiche.
L’interesse degli Stati Uniti per la Somalia è legato soprattutto alla sua posizione strategica in Africa orientale, dal momento che si affaccia sul Golfo di Aden, da dove transitano importantissime rotte commerciali che collegano l’Europa e il Golfo Persico con l’Oceano Indiano e l’Asia sud-orientale.
Il nemico da combattere in Somalia che consente la presenza più o meno diretta degli USA nel paese era e resta la milizia al-Shabaab, presa di mira in questi anni con svariate incursioni operate dai droni. Nel settembre scorso, ad esempio, era stata annunciata l’uccisione con un raid aereo americano del suo leader, Ahmed Abdi Godane.
Con la parvenza di un governo relativamente stabile a Mogadiscio, gli Stati Uniti cercano ora di integrare la Somalia nei propri piani per l’Africa orientale, principalmente attraverso la creazione di un esercito e di una forza di polizia efficaci. Di questo ha appunto discusso martedì Kerry con le autorità locali, oltre che della questione delle elezioni, previste in Somalia per il 2016, le quali verranno con ogni probabilità “coordinate” proprio da Washington.
La Somalia, in definitiva, è parte a tutti gli effetti dell’agenda americana in l’Africa orientale, basata in primo luogo sulla militarizzazione di questa porzione di continente, non da ultimo per contrastare la crescente influenza cinese in ambito economico.
Il giorno prima dell’arrivo a sorpresa a Mogadiscio, Kerry aveva promesso un pacchetto da 100 milioni di dollari per sostenere lo sforzo “anti-terrorismo” del vicino Kenya, paese profondamente coinvolto nel conflitto somalo.
Il governo kenyano del presidente Uhuru Kenyatta, già incriminato dal Tribunale Penale Internazionale per le violenze seguite alle elezioni del 2007, è stato d’altronde sdoganato da Washington dopo avere ottenuto la garanzia dell’allineamento del paese africano agli interessi americani nella regione.
Nello stesso disegno strategico degli Stati Uniti rientra infine anche il terzo e ultimo stop della trasferta africana di John Kerry, sbarcato mercoledì nel piccolo stato di Gibuti. Questo paese ospita la base USA di Camp Lemonnier, quartier generale delle operazioni militari americane nel continente ma anche nel vicino Yemen.
Il numero uno della diplomazia statunitense ha ringraziato le autorità di Gibuti per l’ospitalità garantita a centinaia di cittadini americani fuggiti dalla guerra in Yemen, mentre ha significativamente discusso delle modalità per contrastare in maniera “più efficace la minaccia di al-Shabaab” nella regione.
Fonte
16/11/2014
Gerusalemme - Kerry gongola per le promesse israeliane, ma sul terreno la tensione non cala
Nel giorno della “marcia su Gerusalemme”, organizzata dai movimenti
popolari palestinesi a Betlemme e Ramallah, le autorità israeliane hanno
cancellato il divieto di ingresso nella Moschea di Al Aqsa a donne e
uomini sotto i 40 anni: oggi fedeli di ogni età potranno entrare nella
Spianata per la preghiera del venerdì.
In ogni caso, fa sapere il portavoce della polizia Rosenfeld, “unità di polizia extra sono dispiegate questa mattina a Gerusalemme per evitare incidenti dentro e intorno la Città Vecchia”. A costringere Israele ad un’apertura è stata la visita di ieri del segretario di Stato Usa Kerry ad Amman, dove ha incontrato il re giordano Abdallah. Kerry ha di nuovo vestito i panni del negoziatore e portato il premier Netanyahu e re Abdallah a dichiarare il proprio “fermo impegno” a evitare tensioni intorno alla questione Al-Aqsa.
Kerry in Giordania ha incontrato anche il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas. Abbas ha parlato di “linee rosse” che Israele sta sistematicamente superando: “L’escalation delle violazioni israeliane non può essere tollerata”, ha detto il portavoce del presidente, Nabil Abu Rudeina. Due giorni prima, mercoledì, l’ambasciatore palestinese all’Onu Mansour aveva inviato al Consiglio di Sicurezza una lettera in cui chiedeva un intervento internazionale immediato contro “le quotidiane incursioni ad Al Aqsa che aggravano le tensioni e scuotono le sensibilità religiose”.
Il segretario di Stato ad Amman ha gongolato per le promesse israeliane e parlato di “passi pratici, di una via efficace per ridurre le tensioni”. Ma sul terreno cambia ben poco: l’assedio di Gerusalemme non si allenta. Israele ha annunciato solo pochi giorni fa altre 200 unità abitative per coloni nell’insediamento di Ramat (condannato dal Dipartimento di Stato Usa e definito dall’inviato del Quartetto Blair "atto ostile e provocatorio"), mentre il ministro della Pubblica Sicurezza Aharonovitch faceva sapere che avrebbe incrementato le misure di sicurezza alla Spianata reintroducendo metal detector e tecnologie per il riconoscimento facciale.
E ieri altri scontri sono esplosi in vari quartieri di Gerusalemme Est. Un bambino di 11 anni è rimasto ferito ad Issawiya per un proiettile di gomma sparato a poca distanza dalle forze militari israeliane, quando circa 100 persone, tra cui molti studenti, hanno cercato di bloccare la strada che da Gerusalemme porta al Mar Morto come forma di protesta per la chiusura di molti quartieri arabi negli ultimi 10 giorni.
Altri 16 i feriti. Un attivista locale, Raed Abu Riyaal, ha fatto sapere che è stato il comitato dei genitori di Issawiya a promuovere la manifestazione a causa delle chiusure che impediscono ai figli di frequentare normalmente le scuole. Una forma di punizione collettiva che gli attivisti hanno portato anche in Corte Suprema dove hanno presentato una petizione per la riapertura delle strade.
Da giugno Gerusalemme è teatro dell’esplosione di tensioni per molto tempo taciute e venute a galla con la campagna militare israeliana avviata dopo la scomparsa di tre coloni in Cisgiordania. Con il brutale omicidio di Mohammed Abu Khdeir, 16enne di Shuafat, bruciato vivo da tre israeliani, la rabbia è esplosa e solo l’attacco di Gaza l’ha temporaneamente messa in un angolo. Il popolo palestinese, in tutto il territorio, si è stretto intorno alla Striscia. Ma oggi a due mesi dalla fine dell’operazione “Margine Protettivo”, la rabbia per le vessazioni e le discriminazioni israeliane è esplosa di nuovo.
La risposta israeliana è la punizione collettiva: raid quotidiani nei quartieri di Gerusalemme Est, arresti, uso della forza (17 i palestinesi uccisi tra la Città Santa e la Cisgiordania negli ultimi mesi), attacchi dei coloni. A ciò si aggiungono le punizioni verso le famiglie dei palestinesi responsabili dei recenti attacchi contro israeliani: ieri la casa di Maher Hamdi al-Hashlamon, di Hebron, responsabile dell’accoltellamento di tre persone vicino ad una colonia e della morte di una di loro, è stata perquisita. Ai familiari è stato detto che entro due giorni sarà demolita.
AGGIORNAMENTI:
Ore 13.45 – DIECI FERITI IN SCONTRI IN CISGIORDANIA
Durante scontri tra manifestanti palestinesi e esercito israeliano, dieci palestinesi sono rimasti feriti ad al-Ram, quartiere di Gerusalemme ora al di là del muro di separazione, e a Sinjil, nord di Ramallah.
Ore 13.00 – ATTIVISTI PALESTINESI ATTRAVERSANO IL MURO A QALANDIYA, ESERCITO APRE IL FUOCO
Decine di manifestanti palestinesi hanno attraversato il muro di separazione vicino al checkpoint di Qalandiya, a Ramallah, nell’ambito dell’iniziativa #On2Jerusalem. Gli attivisti sono passati usando rampe e tagliando il filo di ferro posto dalle autorità israeliane. I soldati israeliani hanno fermato il gruppo, organizzato dai Comitati Popolari di Resistenza aprendo il fuoco e lanciando gas lacrimogeni e proiettili di gomma.
Alcuni giovani sono rimasti feriti mentre tentavano di passare il checkpoint. Altri si sono riuniti al checkpoint di Hizma verso Gerusalemme e all’entrata della colonia di Ma’ale Adumim.
Fonte
In ogni caso, fa sapere il portavoce della polizia Rosenfeld, “unità di polizia extra sono dispiegate questa mattina a Gerusalemme per evitare incidenti dentro e intorno la Città Vecchia”. A costringere Israele ad un’apertura è stata la visita di ieri del segretario di Stato Usa Kerry ad Amman, dove ha incontrato il re giordano Abdallah. Kerry ha di nuovo vestito i panni del negoziatore e portato il premier Netanyahu e re Abdallah a dichiarare il proprio “fermo impegno” a evitare tensioni intorno alla questione Al-Aqsa.
Kerry in Giordania ha incontrato anche il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas. Abbas ha parlato di “linee rosse” che Israele sta sistematicamente superando: “L’escalation delle violazioni israeliane non può essere tollerata”, ha detto il portavoce del presidente, Nabil Abu Rudeina. Due giorni prima, mercoledì, l’ambasciatore palestinese all’Onu Mansour aveva inviato al Consiglio di Sicurezza una lettera in cui chiedeva un intervento internazionale immediato contro “le quotidiane incursioni ad Al Aqsa che aggravano le tensioni e scuotono le sensibilità religiose”.
Il segretario di Stato ad Amman ha gongolato per le promesse israeliane e parlato di “passi pratici, di una via efficace per ridurre le tensioni”. Ma sul terreno cambia ben poco: l’assedio di Gerusalemme non si allenta. Israele ha annunciato solo pochi giorni fa altre 200 unità abitative per coloni nell’insediamento di Ramat (condannato dal Dipartimento di Stato Usa e definito dall’inviato del Quartetto Blair "atto ostile e provocatorio"), mentre il ministro della Pubblica Sicurezza Aharonovitch faceva sapere che avrebbe incrementato le misure di sicurezza alla Spianata reintroducendo metal detector e tecnologie per il riconoscimento facciale.
E ieri altri scontri sono esplosi in vari quartieri di Gerusalemme Est. Un bambino di 11 anni è rimasto ferito ad Issawiya per un proiettile di gomma sparato a poca distanza dalle forze militari israeliane, quando circa 100 persone, tra cui molti studenti, hanno cercato di bloccare la strada che da Gerusalemme porta al Mar Morto come forma di protesta per la chiusura di molti quartieri arabi negli ultimi 10 giorni.
Altri 16 i feriti. Un attivista locale, Raed Abu Riyaal, ha fatto sapere che è stato il comitato dei genitori di Issawiya a promuovere la manifestazione a causa delle chiusure che impediscono ai figli di frequentare normalmente le scuole. Una forma di punizione collettiva che gli attivisti hanno portato anche in Corte Suprema dove hanno presentato una petizione per la riapertura delle strade.
Da giugno Gerusalemme è teatro dell’esplosione di tensioni per molto tempo taciute e venute a galla con la campagna militare israeliana avviata dopo la scomparsa di tre coloni in Cisgiordania. Con il brutale omicidio di Mohammed Abu Khdeir, 16enne di Shuafat, bruciato vivo da tre israeliani, la rabbia è esplosa e solo l’attacco di Gaza l’ha temporaneamente messa in un angolo. Il popolo palestinese, in tutto il territorio, si è stretto intorno alla Striscia. Ma oggi a due mesi dalla fine dell’operazione “Margine Protettivo”, la rabbia per le vessazioni e le discriminazioni israeliane è esplosa di nuovo.
La risposta israeliana è la punizione collettiva: raid quotidiani nei quartieri di Gerusalemme Est, arresti, uso della forza (17 i palestinesi uccisi tra la Città Santa e la Cisgiordania negli ultimi mesi), attacchi dei coloni. A ciò si aggiungono le punizioni verso le famiglie dei palestinesi responsabili dei recenti attacchi contro israeliani: ieri la casa di Maher Hamdi al-Hashlamon, di Hebron, responsabile dell’accoltellamento di tre persone vicino ad una colonia e della morte di una di loro, è stata perquisita. Ai familiari è stato detto che entro due giorni sarà demolita.
AGGIORNAMENTI:
Ore 13.45 – DIECI FERITI IN SCONTRI IN CISGIORDANIA
Durante scontri tra manifestanti palestinesi e esercito israeliano, dieci palestinesi sono rimasti feriti ad al-Ram, quartiere di Gerusalemme ora al di là del muro di separazione, e a Sinjil, nord di Ramallah.
Ore 13.00 – ATTIVISTI PALESTINESI ATTRAVERSANO IL MURO A QALANDIYA, ESERCITO APRE IL FUOCO
Decine di manifestanti palestinesi hanno attraversato il muro di separazione vicino al checkpoint di Qalandiya, a Ramallah, nell’ambito dell’iniziativa #On2Jerusalem. Gli attivisti sono passati usando rampe e tagliando il filo di ferro posto dalle autorità israeliane. I soldati israeliani hanno fermato il gruppo, organizzato dai Comitati Popolari di Resistenza aprendo il fuoco e lanciando gas lacrimogeni e proiettili di gomma.
Alcuni giovani sono rimasti feriti mentre tentavano di passare il checkpoint. Altri si sono riuniti al checkpoint di Hizma verso Gerusalemme e all’entrata della colonia di Ma’ale Adumim.
Fonte
28/08/2014
Un’ America esitante col nemico/amico a fasi alterne
Quando la coppia Obama-Clinton prometteva di rinunciare a esportare la democrazia con le armi e a promuovere la diffusione degli ideali democratici e dei diritti umani attraverso il ‘soft power’ sostenendo i movimenti che nel mondo chiedevano di abbattere i dittatori. Poi in Siria nacque Isis.
C’è poco da fare. Per quanto uno si sforzi di comprendere la politica estera dell’attuale amministrazione USA cercando una strategia globale, un quadro razionale in cui i vari tasselli assumano infine un significato preciso (o almeno più leggibile), ogni tentativo in tale direzione è frustrato da una percezione di incertezza che tende a crescere piuttosto che a diminuire.
Inutile rimarcare che vi sono anche delle ragioni atte a spiegare un simile stato di cose. Dopo la scomparsa dell’URSS e la fine della Guerra Fredda, lo scenario internazionale è diventato molto più complicato e difficile da gestire. Ammesso che gli americani siano tuttora intenzionati a gestirlo, e secondo molti commentatori la loro volontà in questo senso non c’è più. Spesso le parole di Obama forniscono indizi che lasciano intendere una sorta di “ritiro” dagli impegni o, quanto meno, un alleggerimento del quale è però arduo capire la portata.
Ultimo caso emblematico è, ancora una volta, la Siria. Il Presidente ha autorizzato l’uso dei droni per “tenere sotto controllo” le vaste aree conquistate negli ultimi tempi dall’ISIS (o IS, per adottare l’ultimo acronimo in uso). Ufficialmente la Casa Bianca ha ignorato l’offerta di collaborazione da parte di Assad. In realtà pare non sia così, giacché inviare i droni senza avere il consenso di massima del governo siriano risulterebbe piuttosto arduo.
E allora si continua con le dichiarazioni ambigue. Vengono effettuate operazioni belliche ma non si deve ammetterlo apertamente poiché Assad resta comunque un nemico, anche se ora si è capito che la sua presenza serve. I miliziani jihadisti del califfato sono il demonio da sconfiggere a ogni costo. Però si continua a insistere sull’utilità di potenziare presunte milizie moderate e filo-occidentali che dovrebbero, nello stesso tempo, battersi contro l’ISIS da un lato e contro l’esercito regolare di Damasco dall’altro. Non può funzionare, ma fa lo stesso.
Eppure di recente c’era stata una polemica tra lo stesso Obama e Hillary Clinton proprio su questo tema, con il Presidente in carica che, molto seccato, aveva risposto che le milizie di cui sopra sono troppo deboli per essere prese sul serio. Altri aggiunsero addirittura che non esistono. Invece eccole tornare sulla scena, probabilmente a uso e consumo di un’opinione pubblica americana sempre più confusa a causa dei continui oscillamenti dell’amministrazione.
Si può forse capire qualcosa leggendo quanto scrive Hillary Clinton nel suo libro di memorie. Rispetto al passato, la coppia Obama-Clinton si proponeva, all’inizio del mandato, di rinunciare a esportare la democrazia con le armi. Intendeva piuttosto promuovere la diffusione degli ideali democratici e dei diritti umani facendo ricorso al “soft power” e incoraggiando i vari movimenti che, in Medio Oriente e altrove, chiedevano di abbattere i dittatori.
Nel libro suddetto troviamo pagine che, se non fossero tragiche, risulterebbero davvero esilaranti. Quando l’ex Segretario di Stato si recò a Tripoli per verificare sul campo i progressi del movimento democratico libico, fu accolta all’aeroporto da una banda di omoni barbuti con il mitra a tracolla. Dopo un attimo di sgomento, la Clinton capì che erano “bravi ragazzi” che volevano solo scortarla all’ambasciata. Rimase affascinata quando costoro intonarono “Dio è grande” e “U-S-A”, dandole pure grandi pacche sulle spalle. Giunse intatta all’ambasciata, ma pochi giorni dopo ci fu l’assalto di Bengasi con l’assassinio dell’ambasciatore Stevens.
Un atteggiamento “leggero” che sorprende, e che spiega molto dei continui disastri subiti dalla diplomazia USA negli ultimi anni. Non vi sono tuttavia tracce di rinsavimento, giacché la Clinton continua sino alla fine a sostenere l’utilità di promuovere i diritti umani e, addirittura, l’uguaglianza di genere in Paesi come Libia, Pakistan e Afghanistan.
Questa tendenza è tuttora in atto e la situazione è peggiorata con l’avvento di John Kerry, la cui personalità è senza dubbio meno forte di quella di Hillary Clinton. L’attuale Presidente è prigioniero di questa visione irenica del mondo, che gli impedisce di assumere toni decisi quando sarebbe il caso di farlo, e di riconoscere che la realtà assai spesso – per non dire sempre – non corrisponde all’immagine che gli uomini se ne fanno.
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06/08/2014
Washington spinge l'Italia e l'Unione Europea contro Mosca
Da due dichiarazioni rese nelle ultime ore dai massimi esponenti del governo statunitense sembra proprio che Washington voglia caricare a testa bassa contro la Russia, cercando di spingere contro Mosca anche un'Unione Europea titubante ma finora collaborativa nei confronti della strategia di isolamento internazionale, economico e militare del paese governato da Vladimir Putin.
In una lunga intervista concessa a La Stampa il segretario di stato John Kerry interviene sulla crisi aperta in Ucraina dal golpe filoccidentale di febbraio - definendola "una delle sfide più grandi" - e su cosa potranno fare insieme nel merito Stati Uniti e Ue durante il semestre di presidenza italiana. L'obbiettivo comune, dice Kerry, è costringere Putin a interrompere il sostegno ai cosiddetti 'separatisti' e intraprendere il cammino della pace.
"Il tragico abbattimento dell'aereo malese che ha tolto la vita a così tante persone innocenti, la maggior parte cittadini dell'Ue, sottolinea il pericolo che la situazione attuale presenta per tutti noi - dice Kerry - Dobbiamo mettere fine a questa crisi ora, e dobbiamo impedire che questo genere di eventi terribili possa accadere ancora. Tutti abbiamo detto le cose giuste, Stati Uniti, Unione Europea, e Russia: i separatisti devono impegnarsi ad accettare un cessate il fuoco, restituire i posti di frontiera che hanno preso, e rilasciare tutti gli ostaggi. Ma mentre gli Stati Uniti, la Ue e gli ucraini hanno dato seguito alle loro parole forti con azioni concrete, la Russia ha semplicemente evitato di farlo. Come ha detto lo stesso ministro degli esteri italiano Mogherini, abbiamo bisogno di una "forte e unitaria risposta della Ue", per far capire che questo comportamento è inaccettabile. Dobbiamo mantenere alta la pressione, come noi abbiamo fatto imponendo sanzioni di livello crescente. Durante la leadership italiana della Ue vogliamo lavorare a stretto contatto con le autorità ucraine e i nostri alleati europei, per portare entrambe le parti del conflitto al tavolo del negoziato, far diminuire le tensioni con la Russia e con i separatisti appoggiati dalla Russia, difendere la sovranità e l'integrità territoriale dell'Ucraina, e sostenere il suo popolo mentre lavora per rafforzare la democrazia e prende le decisioni riguardo il proprio futuro. Questo è un diritto basilare, che noi che viviamo nelle democrazie occidentali certe volte possiamo dare per scontato, ma è la ragione per cui gli ucraini hanno resistito insieme per mesi sul Maidan, attraverso tutte le intemperie e le minacce di violenza. Hanno resistito per il diritto di determinare il futuro del proprio paese e di loro stessi» ha detto Kerry al quotidiano italiano con sprezzo del ridicolo ma delineando chiaramente qual è la strategia della Casa Bianca per i prossimi mesi.
«La tragedia del volo mh17 ha reso chiaro ciò che avevamo a lungo paventato: ci sono conseguenze per l'escalation del conflitto nell'ucraina orientale che vanno ben oltre i confini dell'Ucraina. Il loro impatto non potrà essere localizzato o contenuto. Gli Stati Uniti e l'Europa lavoreranno con il governo ucraino e gli investigatori internazionali per portare davanti alla giustizia i responsabili dell'abbattimento del volo mh17. Il presidente Putin e il governo russo hanno la responsabilità del supporto fornito ai separatisti, le armi e l'addestramento che hanno dato loro, e che continuano a dare, incredibilmente, anche dopo l'abbattimento dell'aereo malese» ha continuato Kerry, evitando di citare le varie fonti anche occidentali secondo le quali l'aereo di linea abbattuto sui cieli dell'Ucraina sarebbe stato buttato già da un missile ucraino e non dai cosiddetti separatisti.
Kerry interviene anche sul tema sanzioni. «Le sanzioni hanno avuto un impatto sulla Russia, e quando gli Usa e l'Europa sono uniti, l'impatto può essere profondo. Noi tutti siamo d'accordo nella preferenza per una soluzione diplomatica, ma quando la Russia continua l'escalation del suo sostegno per i militanti violenti nell'ucraina orientale, incluso il tipo di armi che hanno abbattuto il volo mh17, noi dobbiamo imporre dei costi. Accogliamo con favore la recente decisione dell'Unione Europea di aggiungere 15 nomi e 18 enti alla sua lista delle sanzioni, mettendo davanti alle loro responsabilità coloro che hanno compiuto azioni contro l'integrità territoriale dell'Ucraina, incluse quelle per ottenere l'annessione della Crimea attraverso la forza. Gli Stati Uniti sono pronti a considerare ulteriori passi, e ci stiamo coordinando con gli alleati del g7 ed europei. Il nostro obiettivo è convincere il presidente Putin a sostenere le sue parole con azioni concrete, in modo che possiamo unirci nel perseguire un cammino per la pace".
Anche il presidente statunitense Barack Obama è intervenuto sulla questione affermando di non essere personalmente "deluso" per quanto riguarda i suoi rapporti con la Russia ma di essere convinto che la presidenza Putin alla lunga possa risultare dannosa per il paese.
Parlando in un'intervista all'Economist tradotta da Repubblica, Obama dice: «Non mi sento deluso. Abbiamo avuto un rapporto molto produttivo con il presidente Medvedev. Penso che la Russia ha sempre avuto un po' un volto di Giano, che guarda ad est e ad ovest, e credo che il presidente Putin rappresenti una tendenza profonda in Russia, che è probabilmente dannosa per la Russia nel lungo termine, ma che nel breve termine può essere politicamente popolare a livello nazionale e molto fastidiosa all'estero. È importante mantenere la prospettiva. La Russia non produce nulla. Gli immigrati non corrono a Mosca in cerca di opportunità. L'aspettativa di vita dell'uomo russo è di circa 60 anni. La popolazione sta diminuendo. E così dobbiamo rispondere con determinazione alle sfide regionali che di fatto la Russia presenta. Dobbiamo essere sicuri laddove improvvisamente sono tornate nelle discussioni di politica estera le armi nucleari. Finché lo faremo, penso che la storia sarà dalla nostra parte».
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In una lunga intervista concessa a La Stampa il segretario di stato John Kerry interviene sulla crisi aperta in Ucraina dal golpe filoccidentale di febbraio - definendola "una delle sfide più grandi" - e su cosa potranno fare insieme nel merito Stati Uniti e Ue durante il semestre di presidenza italiana. L'obbiettivo comune, dice Kerry, è costringere Putin a interrompere il sostegno ai cosiddetti 'separatisti' e intraprendere il cammino della pace.
"Il tragico abbattimento dell'aereo malese che ha tolto la vita a così tante persone innocenti, la maggior parte cittadini dell'Ue, sottolinea il pericolo che la situazione attuale presenta per tutti noi - dice Kerry - Dobbiamo mettere fine a questa crisi ora, e dobbiamo impedire che questo genere di eventi terribili possa accadere ancora. Tutti abbiamo detto le cose giuste, Stati Uniti, Unione Europea, e Russia: i separatisti devono impegnarsi ad accettare un cessate il fuoco, restituire i posti di frontiera che hanno preso, e rilasciare tutti gli ostaggi. Ma mentre gli Stati Uniti, la Ue e gli ucraini hanno dato seguito alle loro parole forti con azioni concrete, la Russia ha semplicemente evitato di farlo. Come ha detto lo stesso ministro degli esteri italiano Mogherini, abbiamo bisogno di una "forte e unitaria risposta della Ue", per far capire che questo comportamento è inaccettabile. Dobbiamo mantenere alta la pressione, come noi abbiamo fatto imponendo sanzioni di livello crescente. Durante la leadership italiana della Ue vogliamo lavorare a stretto contatto con le autorità ucraine e i nostri alleati europei, per portare entrambe le parti del conflitto al tavolo del negoziato, far diminuire le tensioni con la Russia e con i separatisti appoggiati dalla Russia, difendere la sovranità e l'integrità territoriale dell'Ucraina, e sostenere il suo popolo mentre lavora per rafforzare la democrazia e prende le decisioni riguardo il proprio futuro. Questo è un diritto basilare, che noi che viviamo nelle democrazie occidentali certe volte possiamo dare per scontato, ma è la ragione per cui gli ucraini hanno resistito insieme per mesi sul Maidan, attraverso tutte le intemperie e le minacce di violenza. Hanno resistito per il diritto di determinare il futuro del proprio paese e di loro stessi» ha detto Kerry al quotidiano italiano con sprezzo del ridicolo ma delineando chiaramente qual è la strategia della Casa Bianca per i prossimi mesi.
«La tragedia del volo mh17 ha reso chiaro ciò che avevamo a lungo paventato: ci sono conseguenze per l'escalation del conflitto nell'ucraina orientale che vanno ben oltre i confini dell'Ucraina. Il loro impatto non potrà essere localizzato o contenuto. Gli Stati Uniti e l'Europa lavoreranno con il governo ucraino e gli investigatori internazionali per portare davanti alla giustizia i responsabili dell'abbattimento del volo mh17. Il presidente Putin e il governo russo hanno la responsabilità del supporto fornito ai separatisti, le armi e l'addestramento che hanno dato loro, e che continuano a dare, incredibilmente, anche dopo l'abbattimento dell'aereo malese» ha continuato Kerry, evitando di citare le varie fonti anche occidentali secondo le quali l'aereo di linea abbattuto sui cieli dell'Ucraina sarebbe stato buttato già da un missile ucraino e non dai cosiddetti separatisti.
Kerry interviene anche sul tema sanzioni. «Le sanzioni hanno avuto un impatto sulla Russia, e quando gli Usa e l'Europa sono uniti, l'impatto può essere profondo. Noi tutti siamo d'accordo nella preferenza per una soluzione diplomatica, ma quando la Russia continua l'escalation del suo sostegno per i militanti violenti nell'ucraina orientale, incluso il tipo di armi che hanno abbattuto il volo mh17, noi dobbiamo imporre dei costi. Accogliamo con favore la recente decisione dell'Unione Europea di aggiungere 15 nomi e 18 enti alla sua lista delle sanzioni, mettendo davanti alle loro responsabilità coloro che hanno compiuto azioni contro l'integrità territoriale dell'Ucraina, incluse quelle per ottenere l'annessione della Crimea attraverso la forza. Gli Stati Uniti sono pronti a considerare ulteriori passi, e ci stiamo coordinando con gli alleati del g7 ed europei. Il nostro obiettivo è convincere il presidente Putin a sostenere le sue parole con azioni concrete, in modo che possiamo unirci nel perseguire un cammino per la pace".
Anche il presidente statunitense Barack Obama è intervenuto sulla questione affermando di non essere personalmente "deluso" per quanto riguarda i suoi rapporti con la Russia ma di essere convinto che la presidenza Putin alla lunga possa risultare dannosa per il paese.
Parlando in un'intervista all'Economist tradotta da Repubblica, Obama dice: «Non mi sento deluso. Abbiamo avuto un rapporto molto produttivo con il presidente Medvedev. Penso che la Russia ha sempre avuto un po' un volto di Giano, che guarda ad est e ad ovest, e credo che il presidente Putin rappresenti una tendenza profonda in Russia, che è probabilmente dannosa per la Russia nel lungo termine, ma che nel breve termine può essere politicamente popolare a livello nazionale e molto fastidiosa all'estero. È importante mantenere la prospettiva. La Russia non produce nulla. Gli immigrati non corrono a Mosca in cerca di opportunità. L'aspettativa di vita dell'uomo russo è di circa 60 anni. La popolazione sta diminuendo. E così dobbiamo rispondere con determinazione alle sfide regionali che di fatto la Russia presenta. Dobbiamo essere sicuri laddove improvvisamente sono tornate nelle discussioni di politica estera le armi nucleari. Finché lo faremo, penso che la storia sarà dalla nostra parte».
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01/03/2013
Siria. Dagli Usa via libera all'intervento diretto
Gli Stati Uniti hanno deciso di "investire" sui cosiddetti "ribelli"
anti-Assad. Kerry sta finendo il giro tra Medio Oriente ed Europa per
mettere a punto i termini dell'offensiva, cercando di evitare che
stavolta le armi finiscano ai qaedisti (almeno così dice lui).
L'amministrazione Obama si appresta a imprimere una svolta alla sua politica nei confronti della crisi siriana. Una svolta da tempo nell'aria. Ora però - scrive il Washington Post - la Casa Bianca sarebbe pronta a dare il via libera ad aiuti diretti ai ribelli, per facilitare la caduta del regime di Bashar al Assad.
Un cambiamento di rotta che traspare chiaramente dalle parole del segretario di Stato Usa, John Kerry, che a Parigi - dove ha incontrato il ministro degli esteri francese, Laurent Fabius - ha sottolineato la necessità di una ''accelerazione della transizione'' in Siria, intensificando il sostegno a chi combatte il regime di Damasco.
In serata una fonte ben informata che ha chiesto di restare anonima ha anticipato alla Reuters che gli Stati Uniti intendono ampliare gli aiuti ai civili siriani e aiutare con cibo e medicinali i ribelli, senza tuttavia fornire loro "assistenza letale", neanche giubbotti antiproiettile, veicoli blindati o addestratori militari.
Uno dei portavoce dell'opposizione, Riad Seif aveva detto poco prima esplicitamente che alla conferenza di Roma, verrà chiesto un ''sostegno militare qualitativo” per arrivare a una ''soluzione politica da una posizione di forza”. E per procedere il presidente Barack Obama aspetta proprio il ritorno di Kerry a Washington, dopo che il nuovo capo della diplomazia americana avrà concluso il suo lungo giro nelle principali capitali europee e del mondo arabo.
Con gli occhi puntati soprattutto sulla tappa romana, dove Kerry si appresta a partecipare al meeting dei Paesi Amici della Siria. E' a quel tavolo che molto probabilmente sarà deciso il cambio di passo da parte non solo degli Stati Uniti, ma di tutta la comunità internazionale, che finora ha usato mille cautele nell'affrontare la crisi siriana.
Il piano di Washington, in particolare, prevede di fornire direttamente ai rappresentanti della coalizione politica che si oppone al regime di Assad materiali ed equipaggiamento civile e militare: dunque, giubotti antiproiettile, veicoli blindati, mezzi di comunicazione. Si prevede inoltre di organizzare, ove possibile, veri e propri corsi di addestramento per i combattenti ribelli, oltre all'invio di aiuti per far fronte alla gravissima emergenza umanitaria in Siria.
Niente armi però, visto che fin dall'inizio della crisi il timore della Casa Bianca e del Pentagono è che possano finire nelle mani sbagliate. Proprio come è accaduto con le armi provenienti dalla Libia, ora in mano ai gruppi estremisti dell'Africa nord-occidentale.
Di un sostegno diretto ai ribelli siriani Kerry parlerà anche col ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov, che incontrerà nelle prossime ore a Berlino. ''Continueremo a offrire e aumentare l'assistenza al popolo siriano per promuovere la transizione verso un regime post-Assad'', si è limitato a commentare il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney.
Ma le parole del segretario di Stato sono più che chiare sulla strada che gli Stati Uniti stanno per imboccare nel tentativo di porre fine a una guerra civile che in due anni si calcola abbia causato oltre 70.000 vittime. ''Pensiamo che più aiuti arrivano nelle zone liberate della Siria più la transizione si avvicini'', ha spiegato Kerry, da Parigi. Incassando il pieno appoggio di Fabius: ''Sulla Siria la pensiamo nello stesso modo. Bashar Al Hassad deve andare via” Piena sintonia di vedute anche col segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, che ha incontrato a Roma.
Fonte
Come da copione, in politica estera gli Stati Uniti si conferma una potenza ingerente ed autoritaria, con buona pace dei nobel sulla fiducia che forse risparmiano la pelle a qualche marines, ma finisce lì.
L'amministrazione Obama si appresta a imprimere una svolta alla sua politica nei confronti della crisi siriana. Una svolta da tempo nell'aria. Ora però - scrive il Washington Post - la Casa Bianca sarebbe pronta a dare il via libera ad aiuti diretti ai ribelli, per facilitare la caduta del regime di Bashar al Assad.
Un cambiamento di rotta che traspare chiaramente dalle parole del segretario di Stato Usa, John Kerry, che a Parigi - dove ha incontrato il ministro degli esteri francese, Laurent Fabius - ha sottolineato la necessità di una ''accelerazione della transizione'' in Siria, intensificando il sostegno a chi combatte il regime di Damasco.
In serata una fonte ben informata che ha chiesto di restare anonima ha anticipato alla Reuters che gli Stati Uniti intendono ampliare gli aiuti ai civili siriani e aiutare con cibo e medicinali i ribelli, senza tuttavia fornire loro "assistenza letale", neanche giubbotti antiproiettile, veicoli blindati o addestratori militari.
Uno dei portavoce dell'opposizione, Riad Seif aveva detto poco prima esplicitamente che alla conferenza di Roma, verrà chiesto un ''sostegno militare qualitativo” per arrivare a una ''soluzione politica da una posizione di forza”. E per procedere il presidente Barack Obama aspetta proprio il ritorno di Kerry a Washington, dopo che il nuovo capo della diplomazia americana avrà concluso il suo lungo giro nelle principali capitali europee e del mondo arabo.
Con gli occhi puntati soprattutto sulla tappa romana, dove Kerry si appresta a partecipare al meeting dei Paesi Amici della Siria. E' a quel tavolo che molto probabilmente sarà deciso il cambio di passo da parte non solo degli Stati Uniti, ma di tutta la comunità internazionale, che finora ha usato mille cautele nell'affrontare la crisi siriana.
Il piano di Washington, in particolare, prevede di fornire direttamente ai rappresentanti della coalizione politica che si oppone al regime di Assad materiali ed equipaggiamento civile e militare: dunque, giubotti antiproiettile, veicoli blindati, mezzi di comunicazione. Si prevede inoltre di organizzare, ove possibile, veri e propri corsi di addestramento per i combattenti ribelli, oltre all'invio di aiuti per far fronte alla gravissima emergenza umanitaria in Siria.
Niente armi però, visto che fin dall'inizio della crisi il timore della Casa Bianca e del Pentagono è che possano finire nelle mani sbagliate. Proprio come è accaduto con le armi provenienti dalla Libia, ora in mano ai gruppi estremisti dell'Africa nord-occidentale.
Di un sostegno diretto ai ribelli siriani Kerry parlerà anche col ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov, che incontrerà nelle prossime ore a Berlino. ''Continueremo a offrire e aumentare l'assistenza al popolo siriano per promuovere la transizione verso un regime post-Assad'', si è limitato a commentare il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney.
Ma le parole del segretario di Stato sono più che chiare sulla strada che gli Stati Uniti stanno per imboccare nel tentativo di porre fine a una guerra civile che in due anni si calcola abbia causato oltre 70.000 vittime. ''Pensiamo che più aiuti arrivano nelle zone liberate della Siria più la transizione si avvicini'', ha spiegato Kerry, da Parigi. Incassando il pieno appoggio di Fabius: ''Sulla Siria la pensiamo nello stesso modo. Bashar Al Hassad deve andare via” Piena sintonia di vedute anche col segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, che ha incontrato a Roma.
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Come da copione, in politica estera gli Stati Uniti si conferma una potenza ingerente ed autoritaria, con buona pace dei nobel sulla fiducia che forse risparmiano la pelle a qualche marines, ma finisce lì.
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