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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/11/2021

Corno d’Africa. Esercitazioni militari Usa, Gran Bretagna e Francia. Contro chi?

Stati Uniti d’America, Francia e Gran Bretagna proiettano la loro potenza nucleare in Corno d’Africa. Giovedì 11 novembre i bombardieri strategici e i nuovi caccia multiruolo F-35 Lightning II hanno svolto un’esercitazione militare nei cieli di Gibuti, il piccolo stato-enclave tra Eritrea, Etiopia e Somalia con un ruolo chiave nel controllo del corridoio geostrategico tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden.

“Un paio di bombardieri B-1 Lancers del 9th Expeditionary Bomb Squadron di US Air Force, di stanza nella base aerea di Dyess, Texas, affiancati da sei caccia, hanno sorvolato a bassa quota la base di Camp Lemonnier a Gibuti”, riporta la nota emessa da USAfricom, il Comando delle forze armate USA destinate a operare nel continente africano con base a Stoccarda (Germania).

Camp Lemonnier è l’unica base permanente dei reparti statunitensi in Africa (la Combined Joint Task Force-Horn of Africa) e sorge a fianco dell’aeroporto internazionale di Gibuti-Ambouli, a pochi chilometri dalla capitale.

“L’odierna missione della task force internazionale con i due bombardieri strategici è servita da rappresentazione visiva dell’impegno collettivo dei partecipanti a favore della stabilità e della sicurezza in Corno d’Africa”, ha dichiarato il generale Gregory Anderson, direttore delle operazioni di USAfricom. “Essa dimostra inoltre come Gibuti sia un partner guida per la difesa nella regione”.

La missione dei due bombardieri del 9th Expeditionary Bomb Squadron ha preso il via dalla base aerea britannica di Fairford, a circa 35 miglia a nord di Oxford. Dopo aver percorso in volo oltre 7.000 miglia nautiche, i due velivoli hanno raggiunto Gibuti dove congiuntamente ai caccia delle forze aeree francesi e britanniche hanno simulato attacchi aerei nel grande poligono militare di Bara, per poi concludere l’esercitazione con un passaggio a bassa quota su Camp Lemonnier.

“Le operazioni hanno fornito un’ottima opportunità ai piloti dei B-1 per operare in diversi spazi aerei congiuntamente con le unità distaccate a bordo delle portaerei o assegnate a Camp Lemonnier”, aggiunge il Comando di USAfricom.

Ai war games hanno avuto modo di partecipare due caccia multiruolo Dassault Mirage 2000 dell’Aeronautica francese e quattro cacciabombardieri F-35 Lightning II decollati dalla portaerei britannica “HMS Queen Elizabeth” a capo della task force navale che Londra ha inviato da mesi nel Mediterraneo orientale e in Golfo persico.

Gli F-35 impiegati appartengono al Fighter Attack Squadron 211 del Corpo dei Marines USA e al 617th Squadron della Royal Air Force.

La breve missione in Corno d’Africa dei bombardieri B-1 Lancer ha coinciso con l’Allied Appreciation Day, l’evento annuale che riunisce a Camp Lemonnier le forze armate internazionali che operano a Gibuti.

“Celebrare insieme questo evento è il simbolo del nostro comune coinvolgimento a favore della pace in Corno d’Africa così come nell’intero continente africano, soprattutto in Sahel”, ha commentato il Comandante delle forze francesi a Gibuti, generale Stéphane Dupont.

“La nostra azione in questo paese è fondamentale per la stabilità regionale e contribuisce a rafforzare la cooperazione con i nostri partner”.

A salutare a Camp Lemonnier le evoluzioni dei bombardieri strategici USA c’erano pure un centinaio di militari di Gran Bretagna, Spagna, Giappone e Italia. Il nostro paese è presente a Gibuti dall’ottobre 2013 con una task force militare e una base operativa a Loyada, a pochi chilometri a sud della capitale e dal confine con la Somalia.

La missione italiana dipende dal COI – Comando operativo di vertice interforze di Centocelle, Roma ed è composta attualmente da 117 militari (in particolare i nuclei d’élite della Brigata San Marco), con 18 mezzi terrestri pesanti.

La rilevanza della missione dei B-1 Lancer in Corno d’Africa è stata evidenziata dal sito specializzato statunitense Star and Stripes. “Gibuti e gli USA hanno una lunga storia di cooperazione su diverse questioni relative alla sicurezza in tutta l’Africa orientale e il volo sino a Camp Lemonnier dei bombardieri strategici sottolinea l’interesse e l’importanza che gli Stati Uniti riservano a questa partnership”, riporta la testata on line.

“Washington vede il piccolo paese in Africa orientale come un alleato modello in una regione dove gli USA competono in influenza con Pechino e Mosca. Piccoli investimenti statunitensi nel continente potrebbero dare grandi dividendi più tardi”.

Ma è soprattutto la tipologia dei velivoli impiegati nell’esercitazione che evidenzia l’ennesimo salto qualitativo e strategico della penetrazione USA ed europea nel continente africano e che apre, altresì, inquietanti scenari di guerra globale – anche nucleare – a medio termine. Il B-1 Lancer, prodotto dall’holding industriale Rockwell, è infatti un bombardiere strategico supersonico per missioni di interdizione che ha un’autonomia di volo di 12.000 km e la capacità di trasportare fino a 40 tonnellate di carico.

Nelle sue stive possono trovare alloggio missili da crociera aria-superficie AGM-86 (con testate convenzionali, ma nei depositi USA ci sono ancora missili in versione nucleare con testate AGM-86B); bombe Mk.82 da 500 libbre; Mk.84 da 2000 libbre e penetratori BLU-109 con kit di guida JDAM (Joint Direct Attack Munition, i dispositivi che trasformano le bombe a caduta libera in bombe guidate).

Il B-1 è stato però pensato e progettato soprattutto per svolgere missioni di strike nucleare, grazie all’impiego di bombe all’idrogeno B-61 (con potenza distruttiva variabile da 1 a 340 kiloton) e bombe a caduta libera B-83 (1,2 megatoni di potenza).

Entrato ufficialmente in servizio con l’US Air Force il 1º ottobre 1986, il bombardiere è stato impiegato operativamente nel 1998 contro l’Iraq, nel 1999 in Jugoslavia, a partire del 2001 in Afghanistan e nel 2011 in Libia. Dopo il ritiro di alcuni esemplari obsoleti, le forze aeree statunitensi dispongono attualmente di 45 B-1.

Da evidenziare infine come anche i caccia multiruolo Dassault “Mirage 2000” dell’Aeronautica francese hanno un modello in grado di effettuare attacchi nucleari con l’impiego di missili aria-suolo ASMP e testate con potenza variabile da 100 a 300 kiloton.

Il 9 giugno scorso, per la prima volta nella storia, gli Stati Uniti d’America hanno effettuato un’esercitazione sui cieli del continente africano con un altro bombardiere strategico a capacità nucleare, il B-52H “Stratofortress”. Il velivolo in forza al 2nd Bomb Wing di stanza a Barksdale, Louisiana, partito dalla base aerea spagnola di Morón de la Frontera, ha sorvolato prima il nord Africa e si è poi diretto verso il Golfo di Guinea per rientrare a fine missione in Spagna.

Con un’autonomia di volo sino a 16.000 km, il B-52H “Stratofortress” può trasportare e lanciare sino a 31.500 kg di bombe e i missili da crociera aria-superficie AGM-86 abilitati al trasporto di testate nucleari con una potenza variabile tra i 5 e i 150 kiloton.

Fonte

10/08/2017

Frammenti d’Impero. La presenza militare francese all’estero

Soprattutto Africa e Oceano indiano, dall’allora ‘Africa francese’ all’Indocina prima che fosse Vietnam. Negli ultimi cinquant’anni, la Francia ha compiuto in quelle aree oltre cinquanta interventi militari ufficiali, senza contare le operazioni segrete e clandestine del Service Action della DGSE. Più missioni meno uomini e mezzi: dagli anni ’60 a oggi, gli uomini schierati permanentemente in Africa sono diminuiti del 75%, circa 7.000.

L’istinto coloniale francese sopravvive a tutte le Repubbliche numerate che volete, anche alla versione numero 5 interpretata da Macron. Un interessante studio di Francesco Palmas su Analisi Mondo, racconta della ‘Africa first’ dalle parti di Parigi.

Scopriamo che negli ultimi cinquant’anni, la Francia ha operato nella ‘Africa francese’ e nell’Oceano indiano, con oltre cinquanta interventi militari ufficiali, senza contare le operazioni segrete e clandestine, del Service Action della Direction Générale de la Sécurité Extérieure.

Missioni sono in aumento, soldi e soldati in calo: – 75%, ridotti a 7.000 unità. Ecco spiegata postuma la lite tra il capo di Stato maggiore che poi si è dimesso, e Macron.

Rimpianti di ‘grandeur d’antan’, quando l’Armée, nella guerra d’Algeria, tenne in armi un esercito di mezzo milione di uomini per 8 anni.

Gli interessi francesi in Africa

La Francia protegge i suoi interessi politici, economici e strategici, annota Francesco Palmas , «Dai legami pluridecennali con i regimi al potere, alle miniere di uranio di Imouraren, in Niger. In Costa d’Avorio, le sue aziende hanno trovato una seconda patria. In Gabon le sue imprese petrolifere non hanno rivali. Un gigante come Total estrae in Africa un terzo della sua produzione mondiale di petrolio». E ha fatto (e sta facendo) carte false per intromettersi anche in Libia, con Macron che insegue l’interventismo di Sarkozy ma senza esercito.

Meno mezzi ma sempre presenti: basi permanenti sulla costa atlantica africana, in Senegal, in Gabon e in Costa d’Avorio. Ruolo logistico importante in Africa occidentale e centrale, fra il Mali, il Ciad e il Centrafrica. Presenza in via di riorganizzazione fra Gibuti e la Réunion-Mayotte, in pieno Oceano Indiano.

La nuova frontiera sahelo-sahariana

Confini smisurati, 4.000 chilometri lungo la costa mediterranea e 1.000 in profondità, il nuovo fronte di sicurezza africano è quasi interamente desertico. I gruppi terroristici ignorano le frontiere e viceversa, Mali, Niger e Ciad diventano un unico teatro di antiterrorismo. Si sono inventati una forza congiunta, ‘G5 Sahel’, che include anche Mauritania e Burkina Faso, per spartire le spese, con l’aiutino Ue di 50 milioni di euro. Per fortuna sono arrivati cento milioni di dollari da oltre atlantico. Gli aerei a stelle e strisce fanno la spola tra la Francia e il Sahel per trasportare parte dei soldati della missione, alternandosi con quelli britannici e con i cargo strategici Antonov affittati in Russia.

‘Forza Barkhane’, si chiama: 4.000 uomini, 8 cacciabombardieri, droni, elicotteri, e un po’ di forze speciali. Qualche raid e bombardamenti mirati. I jihadisti nell’ultimo anno hanno sferrato non meno di 60 attacchi, soprattutto in Mali e nella regione di Mopti. Un insieme di forze fedele all’emiro di Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI) Abdelmalek Droukdel e al capo di al-Qaeda centrale al-Zawahiri.

Supplenza americana e Gibuti

Gli americani hanno una trentina di uomini a terra, per fare intelligence, mentre un ufficiale dell’Us Army è in piantastabile al comando francese di N’Djamena, il cervello dell’operazione. N’Djamena ospita un’ambasciata americana nuova di zecca. L’interesse statunitense crescente anche nel Niger confinante. «Con il Ciad e il Niger, cui si aggiungono il Camerun, la Nigeria e il Benin, l’intesa franco-americana si sdoppia in un formato a tre con la Gran Bretagna», sempre Palmasò. Un fronte unico contro i terroristi di Boko Haram nella regione del Lago Ciad. Macro area che diventa problema anche italiano sul fronte traffici di migranti.

Anziché aumentare le basi permanenti in Africa, in una fase cruciale come l’attuale, la Francia sta disinvestendo in parte da Gibuti, in una sorta di divisione delle sfere d’influenza con Washington, molto attiva nel Corno d’Africa. Gli effettivi francesi stanno scendendo dagli attuali 1.450 a soli 1.350 uomini. Erano 1.900 tre anni fa e 5.600 nel 1977.

Gibuti strategica, con una frontiera condivisa con Eritrea, Etiopia e Somalia, e una linea di costa di 370 chilometri. Una finestra sul Golfo di Aden e sul Mar Rosso, via di transito di 20.000 navi l’anno, fra Asia ed Europa.

Il Triangolo dell’Oceano Indiano

Gibuti forma un continuum strategico ideale con le tre basi francesi negli Emirati Arabi Uniti e i possedimenti nella zona sud dell’Oceano Indiano. Come Regno Unito e Stati Uniti, la Francia è legata alla Federazione emiratina da accordi di ‘difesa attiva’. Gli Emirati delimitati a nord dal Golfo arabo-persico, condiviso con l’Iran, a est dal sultanato dell’Oman, e a sud dall’Arabia Saudita. Snodo petrolifero e strategico chiave. Un’area ricchissima, che custodisce nei suoi forzieri il 55% delle riserve mondiali di petrolio, il 60% di uranio, l’80% dei diamanti, il 40% del gas e il 40% dell’oro.

Vero è che Parigi mantiene un distaccamento della Legione Straniera a Mayotte (DLEM) e un contingente di 600 uomini a Pierrefond, nel sud dell’isola della Réunion, sorta di centro di gravità dei territori francesi nell’Oceano Indiano. Parigi tiene strette in pugno anche le Terre australi nelle acque subantartiche, dove controlla gli arcipelaghi di Kerguelen, Crozet e le isole San-Paolo e Amsterdam, dall’enorme potenziale economico.

Per ora, nelle Terre australi ci sono solo basi di esplorazioni e studi scientifici. Ma, con l’eventuale scioglimento dei ghiacci potrebbe aprirsi una nuova corsa all’oro, l’ultimo del pianeta. La Francia, ovviamente, ha già piantato la sua bandiera.

La catastrofe climatica planetaria e il neo colonialismo di chi sopravviverà.

Fonte

25/12/2016

Gli Stati Uniti schierano truppe nel 70% dei paesi del mondo

di “Proyecto Censurado”da rebelion.org

Traduzione di Marx21.it 

La crescente presenza delle truppe statunitensi in tutto il mondo è stata definita la “notizia più censurata” nel 2015-2016 
Se lanciate un dado su una mappa del mondo senza che si fermi sull'acqua degli oceani, la cosa più probabile è che le Forze per le operazioni speciali degli Stati Uniti “siano state in quel luogo alcune volte”, ha scritto Nick Turse in TomDispatch.

Secondo un portavoce del Comando delle Forze Speciali (SOCOM, la sigla in inglese), le Forze per le operazioni speciali (SOF, la sigla in inglese) sono state schierate nel 2015 in 147 delle 195 nazioni riconosciute nel mondo, con un aumento dell'80% rispetto al 2010. “La crescita globale delle missioni delle SOF è stata impressionante”, ha scritto Turse.

Come ha detto il comandante generale di SOCOM Joseph Votel di fronte al pubblico dell'Aspen Security Forum nel luglio 2015, si schierano truppe SOF in più luoghi per condurre maggiori operazioni rispetto al culmine raggiunto con le guerre in Afghanistan e Iraq. Secondo Turse, “ogni giorno, in circa 80 e più paesi il Comando delle Operazioni Speciali intraprende operazioni senza nome, sulle quali rifiuta di rilasciare qualsiasi commento”.

Il bilancio SOCOM è più che triplicato nel 2014 rispetto al 2001, raggiungendo tre miliardi di dollari. Nel 2015, il finanziamento a SOCOM è cresciuto fino a 10 miliardi di dollari. Turse fa notare che questi fondi non comprendono il finanziamento aggiuntivo di specifici rami militari, che Socom stima ammontare a otto miliardi di dollari all'anno, né altre somme riservate che non sono disponibili presso l'Ufficio Governativo per la Trasparenza. “Ogni giorno – scrive Turse – consistenti truppe di élite degli Stati Uniti d'America realizzano missioni in 80-90 nazioni”. La maggior parte di queste è costituita da missioni di addestramento “progettate per il mantenimento del potere e l'instaurazione di legami più stretti con gli alleati”. Le operazioni di addestramento si concentrano soprattutto sui tiri di fucile, il dispiegamento sul terreno di piccole unità tattiche e sulle operazioni antiterrorismo. Ad esempio, nel 2012-2014 Le Forze per le operazioni speciali hanno attuato 500 missioni di Scambio di Addestramento Combinato (JCET, la sigla in inglese) in 67 paesi ogni anno. Ufficialmente le JCETs si dedicano ad addestrare forze degli Stati Uniti ma, secondo un funzionario di SOCOM intervistato da Turse, promuovono anche “collaborazioni con militari stranieri” per “costruire interoperabilità tra le SOF degli Stati Uniti e le forze di nazioni alleate”. Turse scrive che JCET “è solo una parte della storia” quando si tratta di operazioni multinazionali di addestramento all'estero. Nel 2014, le Forze per le operazioni speciali avevano organizzato 75 operazioni di addestramento in 30 paesi, un numero che ci si era proposti di aumentare a 98 alla fine del 2015, secondo l'ufficio del Segretario della Difesa.

Oltre alla formazione, le Forze per le operazioni speciali sono impegnate anche in “azioni dirette”. Missioni antiterrorismo, che comprendono quelle che Turse descrive come “omicidi di basso profilo mediante droni e attacchi per l'uccisione o la cattura di “operatori di alto tonnellaggio”, sono  rami specifici del Comando delle Operazioni Speciali Congiunte (JSOC), come la Squadra 6 della marina da guerra (SEAL, la sigla in inglese) e la Forza Delta dell'esercito.

In Africa abbiamo assistito al maggiore incremento delle operazioni di SOCOM dal 2006. Quell'anno, solo l'1 per cento degli operatori speciali inviati all'estero si erano recati in Africa. Nel 2014 le missioni erano aumentate del 10%. In Intercept, Turse aveva denunciato nell'ottobre del 2015, la costruzione di un campo di aviazione delle forze USA di Chabelley, a Gibuti, stato dell'Africa orientale. “Senza che la maggioranza degli statunitensi nemmeno l'abbia saputo e senza alcun annuncio pubblico, gli USA hanno recentemente preso misure per trasformare quel piccolo avamposto in un elemento essenziale per la loro guerra segreta in Africa e nel Medio Oriente da JSOC”. Turse ha affermato che Chabelley risulta “essenziale” per operazioni segrete dei droni su Yemen, Sud Est dell'Arabia Saudita, Somalia, parte dell'Etiopia ed Egitto meridionale. Foto aeree scattate tra aprile 2013 e marzo 2015 testimoniano l'espansione significativa della base e la presenza di droni, sebbene i funzionari si siano rifiutati di rispondere alle domande sul numero e i tipi di droni di stanza nella base.

Turse ha così sintetizzato: “La trasformazione allarmante della poco nota guarnigione in un paese pure poco conosciuto coincide con l'iniziativa militare degli USA in Africa, dove sono cresciuti rapidamente il numero delle missioni, l'avvio di operazioni speciali e gli avamposti con poco controllo esterno”.

Come informa Turse, se SOCOM “è cresciuta in modo inusitato in quanto a finanziamenti e a personale per un dispiegamento di portata globale”, il risultato di tale espansione non rappresenta un fatto significativo? In un rapporto pubblicato in The Nation di ottobre 2015 ha descritto lo scetticismo di vari esperti nelle loro risposte a tale quesito. Secondo Sean Naylor, autore di “Lo sciopero implacabile”, la narrazione del Comando per le operazioni speciali rappresenta “un altro strumento nel kit degli strumenti dei responsabili politici”, ma non ne sostituisce la strategia. Il Comando ha avuto un impatto sulla storia dell'Iraq – dove le sue forze catturarono Saddam Hussein e uccisero Uday e Qusay Hissein  e “sventrarono” Al Qaeda – ma, come scrive Turse, gli impatti non si identificano con il successo. In modo simile, Andrew Bacevich, veterano del Vietnam, ha dichiarato a Turse: “Nel Vietnam... l'esercito degli Stati Uniti tendeva a confondere i colpi assestati con il risultato. Come misura delle operazioni realizzate, si utilizzavano le tonnellate di bombe sganciate o il numero dei cadaveri: ciò veniva indicato come prova del progresso realizzato. Le Forze per le operazioni speciali ripetono oggi lo stesso errore in tutti i paesi dove sono presenti”.

I grandi media non hanno informato sulla massiccia espansione delle Forze per le operazioni speciali in tutto il mondo, e meno ancora si pongono domande critiche circa il raggiungimento di risultati significativi. L'incremento che si è verificato negli ultimi cinque-dieci anni “non fa notizia”, di modo che tale processo è stato completamente ignorato e meno ancora denunciato dalla grande stampa degli USA. La presenza globale di personale militare degli Stati Uniti è invece gestita come lo sfondo di rapporti drammatici di operazioni militari o di decisioni politiche specifiche. Così, ad esempio nell'ottobre 2015, la rivista Time aveva pubblicato un grafico che documentava “luoghi con presenza significativa” di personale militare statunitense dislocato “all'interno di più di 150 paesi del mondo”. Ma, la carta del mondo di Time presentava solo nove punti – nessuno di essi localizzato in Africa.

Fonti:Nick Turse, “A Secret War in 135 Countries,” TomDispatch, September 24, 2015, http://www.tomdispatch.com/blog/176048/ .
Nick Turse, “The Stealth Expansion of a Secret US Drone Base in Africa,” Intercept, October 21, 2015, https://theintercept.com/2015/10/21/stealth-expansion-of-secret-us-drone-base-in-africa/ .
Nick Turse, “American Special Operations Forces Have a Very Funny Definition of Success,” Nation, October 26, 2015, http://www.thenation.com/article/american-special-operations-forces-have-a-very-funny-definition-of-success/ .

Investigadores estudiantiles: Scott Arrow (Sonoma State University) and Bri Silva (College of Marin)Evaluador académico: Robert McNamara (Sonoma State University) and Susan Rahman (College of Marin) 

02/04/2016

La Cina invia migliaia di soldati a Gibuti. Gli Usa bombardano in Somalia

La Cina dispiegherà “poche migliaia” di truppe nella base di Gibuti, per cui pagherà alle autorità del Paese del Corno d’Africa 20 milioni di dollari l’anno. A rivelarlo è stato il ministro degli Esteri gibutino, Mahmoud Ali Youssouf, nel corso di un’intervista al Financial Times. Lo scorso maggio era stato il presidente del piccolo paese africano, Ismail Omar Guelleh, a riferire alla France presse di negoziati in corso con la Cina sull’apertura di una base militare cinese, il cui contratto di concessione è stato effettivamente firmato alla fine del 2015.

Come gli statunitensi, ha precisato il ministro al giornale finanziario Ft, anche i cinesi hanno firmato un contratto decennale, con l’opzione di prorogarne i termini per altri 10 anni. La prima base militare cinese all’estero sorgerà infatti accanto a quella dove sono già presenti in media 4.500 soldati Usa impegnati in cosiddette “operazioni anti-terrorismo” nella regione, per cui dal 2014 Washington paga 63 milioni di dollari l’anno.

Finora la Cina ha fatto trapelare ben poche notizie su questa base che sorgerà nel piccolo Paese africano situato in una posizione strategica – e per questo sede anche di una base militare francese – di fronte allo Stretto di Bab el-Mandeb che dall’Oceano Indiano porta al Canale di Suez. Secondo Youssouf, obiettivo principale di Pechino è tutelare i propri interessi nazionali, monitorando il transito delle navi commerciali, e garantendo il rifornimento e il carico dei cargo. Il ministro ha aggiunto che la Cina, che ha in programma di costruire nel Paese un secondo grande aeroporto, avrà anche il diritto di usare i droni come gli Stati Uniti: “Gli americani hanno qui tecnologia, caccia, droni per controllare tutti in questo territorio e oltre. Perché i cinesi non dovrebbero avere lo stesso diritto di ricorrere a tali mezzi? Per tutelare e proteggere i loro interessi nello Stretto di Bab el-Mandeb?”.

Interpellato dal Ft, l’ambasciatore Usa a Gibuti, Tom Kelly, ha ammesso che la coesistenza delle basi cinese e statunitense “rappresenterà una sfida per tutti”. Segno che Washington non è proprio entusiasta della decisione da parte di Pechino di stanziare un massiccio contingente militare in un continente dove è già aspra la sfida con i competitori internazionali – Francia, Gran Bretagna, recentemente anche Germania – e dove il governo e le imprese cinesi hanno già allargato enormemente la loro influenza nell’ultimo decennio togliendo spazio agli interessi statunitensi.

Nel piccolo Paese africano, che conta appena 830.000 abitanti, le esportazioni cinesi sono nove volte quelle di Washington e Pechino è già impegnata nella costruzione di un gran numero di infrastrutture. Guelleh non ha mai fatto mistero di voler trasformare il suo Paese in una sorta di Singapore, costruendo sei nuovi porti e due aeroporti, con l’ambizione di diventare l’hub commerciale dell’Africa Orientale. Complessivamente sono 14 i progetti previsti, per un valore stimato in 14,4 miliardi di dollari, perlopiù finanziati da banche cinesi.

E’ in questo contesto assai poco favorevole che gli Stati Uniti ieri sono tornati a colpire in Somalia. Alcuni funzionari del Pentagono protetti dall’anonimato hanno reso noto che un leader di punta degli al Shabaab somali sarebbe stato ucciso in un attacco condotto giovedì scorso con un drone. Si tratterebbe di Hassan Ali Dhoore, ucciso insieme con altri due presunti membri del gruppo terrorista islamista a circa 20 miglia da Jilib. Il leader del gruppo jhadista legato ad Al Qaeda avrebbe avuto un ruolo centrale nella preparazione di due attentati all’aeroporto e a un albergo di Mogadiscio, a Natale del 2014 e a marzo 2015, costati la vita anche ad alcuni cittadini statunitensi.

Fonte

26/08/2015

Yemen - Se la terra promessa e la Somalia

di Federica Iezzi – Il Manifesto

Vec­chie navi da carico che fino allo scorso marzo tra­spor­ta­vano bestiame, ora almeno una volta a set­ti­mana, dopo 30 ore di navi­ga­zione, sca­ra­ven­tano debi­li­tati rifu­giati dallo Yemen in Soma­lia o a Gibuti. I mer­can­tili par­tono dal porto yeme­nita di al-Mokha, a ovest della città di Taiz, dal porto di Hodeida, nell’omonimo gover­na­to­rato, e dal porto di al-Mukalla, nella regione costiera di Hadh­ra­maut. Seguono la tratta pre­sta­bi­lita nel golfo di Aden.

All’ingresso del Mar Rosso, Bab al-Mandeb è il canale chiave di tra­sporto che separa l’Africa dalla peni­sola ara­bica. Largo solo 30 chi­lo­me­tri nel punto più stretto. Nello stretto ci sono tre prin­ci­pali rotte di con­trab­bando, tutte poco distanti dal porto di al-Mokha. Rotte non sog­gette ai con­trolli di sicu­rezza per anni, da sem­pre uti­liz­zate per il traf­fico di armi, droga, petro­lio e per­sone. Ignote per­fino alle navi mili­tari della Coa­li­zione sau­dita dispie­gate nell’area.

Nad­heer, un avvo­cato yeme­nita, rac­conta: «Il viag­gio può costare dai 100 ai 300 dol­lari. Anche per i bam­bini. Le bar­che tra­spor­tano 200 per­sone e 600 ton­nel­late di merce». E con­ti­nua: «Lo Yemen è diven­tato un luogo dif­fi­cile da abban­do­nare. La via di terra per l’Arabia Sau­dita è bloc­cata dai ribelli hou­thi. Le città costiere meri­dio­nali pre­si­diate dagli hou­thi sono inavvicinabili».

I rifu­giati sbar­cano in Soma­lia, nei porti di Ber­bera e Lughaya, nella regione auto­noma del Soma­li­land, o nel porto di Bos­saso, nel Pun­tland, e tro­vano rifu­gio tem­po­ra­neo spesso nei para­liz­zanti campi spon­ta­nei, non uffi­ciali, dove c’è ener­gia elet­trica per appena 8 ore al giorno.

Tra i rifu­giati, ci sono anche somali bantu fug­giti venti anni fa dalla spi­rale di vio­lenza che tut­tora ancora deva­sta la loro terra. All’epoca tro­va­rono casa in Yemen, ma ora il governo somalo di Has­san Sheikh Moha­mud ha offerto il suo soste­gno alla Coa­li­zione sau­dita nella lotta con­tro i ribelli di al-Qaeda gui­dati dall’emiro Qasim al-Raymi, e con­tro la mino­ranza sciita hou­thi, appog­giata dalle forze fedeli all’ex pre­si­dente yeme­nita Ali Abdul­lah Saleh e dall’Iran. Dun­que la popo­la­zione yeme­nita che fino a poche set­ti­mane fa con­vi­veva con i tra­pian­tati somali, oggi li aggredisce.

I dati dell’Unhcr, l’Alto Com­mis­sa­riato delle Nazioni Unite per i Rifu­giati, par­lano di 28.596 yeme­niti arri­vati in Soma­lia, tra cui almeno 12.000 bam­bini, dall’inizio del con­flitto. Nel cen­tro di acco­glienza, alle­stito nel porto di Ber­bera, uomini, donne e il pianto incon­so­la­bile dei bam­bini pos­sono sostare solo tre giorni. Rice­vono cibo, acqua e cure medi­che. Ci sono solo cin­que ser­vizi igie­nici per più di 400 per­sone. Da Ber­bera in massa si pre­ci­pi­tano nella capi­tale Har­gheisa, dove si acco­dano alle infi­nite file delle strut­ture della Mez­za­luna Rossa, per man­giare e per chie­dere asilo.

Senza cibo, né scarpe, secondo i dati dell’Organizzazione Inter­na­zio­nale per le Migra­zioni, 23.360 rifu­giati sono tran­si­tati nel cen­tro di al-Rhama e poi accolti nel campo di Mar­kazi, nella pic­cola città por­tuale di Obock, in Gibuti. Su petro­liere o mer­can­tili. Senza posti veri. Un com­mer­cio fio­rente di biglietti e passaporti.

Faaid, un agente marit­timo del porto di Ber­bera, ci dice che «1.325 per­sone sono arri­vate in Soma­lia e a Gibuti nelle due set­ti­mane suc­ces­sive all’inizio del con­flitto in Yemen». Le Nazioni Unite par­lano di almeno 900 per­sone arri­vate nel Corno d’Africa negli ultimi 10 giorni. 58.234 il totale di arrivi tra Gibuti, Soma­lia, Sudan e Etio­pia. Secondo i doga­nieri del porto di al-Mokha, più di 150 per­sone lasciano lo Yemen legal­mente ogni giorno. Sono i pesca­tori con le loro bar­che o chi ha soldi suf­fi­cienti per com­prare un posto sui mer­can­tili. E ogni giorno, come merce di con­trab­bando, più di 400 per­sone affron­tano quel mare, su bar­che di medie dimen­sioni. Di pro­prietà di com­mer­cianti o pesca­tori yeme­niti, ven­gono com­prate qual­che giorno prima della pre­vi­sta par­tenza, da bande di trafficanti.

Tutto ini­zia in mezzo alle 18.000 per­sone del campo pro­fu­ghi di al-Kharaz, a 150 chi­lo­me­tri a ovest del porto di Aden. Strade bucate dai mor­tai. Nella deserta regione del sud dello Yemen, durante la distri­bu­zione di cibo da parte del World Food Pro­gramme, quando le per­sone sono ammas­sate e le tem­pe­ra­ture arri­vano a 35 gradi, Fadaaq, un ragazzo forse di 19 anni, ini­zia la “ricerca”. Fadaaq, ci rac­con­tano nel campo, lavora per con­trab­ban­dieri migranti in Kuwait. L’obiettivo è di tro­vare almeno 30 per­sone per ogni viaggio.

Il tra­sporto dal campo al porto di al-Mokha è in auto­bus. Ogni rifu­giato paga dai 25 ai 50 dol­lari, incon­trando diversi chec­k­point mili­tari sulla strada, fre­quente tar­get dei mili­ziani di al-Qaeda.

C’è anche chi, dai quar­tieri di Cra­ter, Ash Sheikh Outh­man, Khur Mak­sar e Atta­wahi della città di Aden, cam­mina a piedi per due giorni interi, fino a al-Mokha. Lo Stato Isla­mico e al-Qaeda hanno bloc­cato la mag­gior parte delle strade tra Sana’a e Aden.

Si aspet­tano anche 15 giorni nel porto, in attesa di un posto sui mer­can­tili o in attesa di sal­dare il debito con i con­trab­ban­dieri. Si dorme per terra su teli. Si aspetta l’acqua dalle orga­niz­za­zioni uma­ni­ta­rie. Agenti di poli­zia, guar­die di fron­tiera e diplo­ma­tici fanno finta di non vedere.

Il con­trab­bando di migranti coin­volge reclu­ta­tori, tra­spor­ta­tori, alber­ga­tori, faci­li­ta­tori, ese­cu­tori, orga­niz­za­tori e finan­zia­tori. Spesso i traf­fi­canti sono essi stessi migranti. Spesso i migranti clan­de­stini gui­dano le bar­che. Spesso si usano imprese ad alta inten­sità di capi­tale per il rici­clo dei proventi.

Tre­cento pas­seg­geri è il mas­simo per una barca di 17 metri. Ma le bar­che ven­gono cari­cate di 700–800 per­sone. Su quasi ogni barca la sto­ria è la stessa. Ven­gono rac­colti tutti i tele­foni cel­lu­lari. Tutti par­tono senza baga­glio. Hanno diritto a man­giare, bere e andare in bagno fino al momento dell’imbarco.

Ci rac­conta Reem: «Mi hanno por­tata in un posto dove ho incon­trato altri come me, in viag­gio verso la Soma­lia. In totale era­vamo 157. Una parte del viag­gio l’ho fatta in piedi, per far posto ai miei figli. Poi sono riu­scita a sedermi con le gambe appog­giate al petto. Sono rima­sta per più di dieci ore così». Reem ci ha detto che arri­vati a Ber­bera, in Soma­li­land, hanno spinto tutti fuori dalla barca, in mare. Alcuni sono anne­gati. Altri sono riu­sciti a rag­giun­gere la riva. La barca è spa­rita in pochi minuti tra le onde.

A Mareero, Qaw e Elayo, nella regione somala del Pun­tland, a Obock, in Gibuti, a Bab al-Mandeb, al largo della città di Taiz, e nel golfo di Aden, l’Unhcr ha regi­strato il più alto numero di decessi nel Mar Rosso e nel Mar Arabico.

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07/05/2015

Kerry: missione Corno d’Africa

di Mario Lombardo

Il tour dell’Africa orientale di questa settimana del segretario di Stato americano, John Kerry, ha incluso martedì una brevissima quanto inedita visita in Somalia dove ha assicurato le autorità del paese, devastato da oltre due decenni di conflitti, circa il “ritorno” degli Stati Uniti per sostenere il processo di transizione in atto.

La delicatezza della situazione somala è apparsa più che evidente dalle eccezionali misure di sicurezza che hanno accompagnato la visita di Kerry, notificata al governo locale con un solo giorno di anticipo. L’ex senatore democratico non è nemmeno uscito dall’aeroporto di Mogadiscio, dove è rimasto per circa tre ore durante le quali ha incontrato il presidente, Hassan Sheikh Mohamud, e il primo ministro, Omar Abdirashid Ali Sharmarke.

“Ho visitato oggi la Somalia perché il vostro paese è a un punto di svolta” ha affermato Kerry in un discorso teoricamente indirizzato alla popolazione somala. “Sono passati tre anni dall’adozione di una nuova Costituzione provvisoria e dall’insediamento di un Parlamento”, ha poi aggiunto il segretario di Stato USA, ricordando come, “con l’aiuto delle forze dell’Unione Africana, i soldati somali hanno spinto [i militanti integralisti di] al-Shabaab fuori dai principali centri abitati”.

Il quadro relativamente roseo della società somala dipinto da Kerry si è ovviamente scontrato con la decisione della delegazione americana di non avventurarsi al di fuori dei confini dell’aeroporto della capitale. Al-Shabaab sembra avere in effetti perso il controllo su buona parte del territorio somalo ma la persistente minaccia di questo gruppo fondamentalista è sottolineata da ricorrenti e sanguinosi attentati condotti nel paese, a cominciare dalla stessa città di Mogadiscio.

La stampa americana e internazionale ha comunque celebrato martedì la prima visita in assoluto di un segretario di Stato USA in Somalia e quella dell’esponente più importante del governo di Washington dal tracollo delle istituzioni statali di questo paese all’inizio degli anni Novanta in seguito alla caduta della dittatura di Siad Barre.

Truppe americane erano state inviate in Somalia nel 1992 per una missione di “peacekeeping” ma due anni più tardi avrebbero lasciato il paese africano dopo l’umiliante abbattimento di due elicotteri da parte di miliziani somali e la morte di 18 soldati.

L’annuncio del presunto “ritorno” degli Stati Uniti in Somalia suggellato dalla visita di John Kerry è però decisamente fuorviante, visto che Washington non ha mai smesso di interferire nelle vicende di questo paese, promuovendo tra l’altro la disastrosa invasione dell’esercito etiope nel 2006 per ristabilire il cosiddetto Governo Federale di Transizione, minacciato dall’Unione delle Corti Islamiche.

Gli USA hanno poi sostenuto economicamente e militarmente la missione multinazionale dell’Unione Africana in Somalia (AMISOM), cioè la forza militare che da allora ha permesso la sopravvivenza del Governo Federale di Transizione e, dalla fine del suo mandato nel 2012, del primo governo permanente istituito in questo paese a partire dall’inizio della guerra civile.

L’interesse degli Stati Uniti per la Somalia è legato soprattutto alla sua posizione strategica in Africa orientale, dal momento che si affaccia sul Golfo di Aden, da dove transitano importantissime rotte commerciali che collegano l’Europa e il Golfo Persico con l’Oceano Indiano e l’Asia sud-orientale.

Il nemico da combattere in Somalia che consente la presenza più o meno diretta degli USA nel paese era e resta la milizia al-Shabaab, presa di mira in questi anni con svariate incursioni operate dai droni. Nel settembre scorso, ad esempio, era stata annunciata l’uccisione con un raid aereo americano del suo leader, Ahmed Abdi Godane.

Con la parvenza di un governo relativamente stabile a Mogadiscio, gli Stati Uniti cercano ora di integrare la Somalia nei propri piani per l’Africa orientale, principalmente attraverso la creazione di un esercito e di una forza di polizia efficaci. Di questo ha appunto discusso martedì Kerry con le autorità locali, oltre che della questione delle elezioni, previste in Somalia per il 2016, le quali verranno con ogni probabilità “coordinate” proprio da Washington.

La Somalia, in definitiva, è parte a tutti gli effetti dell’agenda americana in l’Africa orientale, basata in primo luogo sulla militarizzazione di questa porzione di continente, non da ultimo per contrastare la crescente influenza cinese in ambito economico.

Il giorno prima dell’arrivo a sorpresa a Mogadiscio, Kerry aveva promesso un pacchetto da 100 milioni di dollari per sostenere lo sforzo “anti-terrorismo” del vicino Kenya, paese profondamente coinvolto nel conflitto somalo.

Il governo kenyano del presidente Uhuru Kenyatta, già incriminato dal Tribunale Penale Internazionale per le violenze seguite alle elezioni del 2007, è stato d’altronde sdoganato da Washington dopo avere ottenuto la garanzia dell’allineamento del paese africano agli interessi americani nella regione.

Kerry ha così prospettato anche un finanziamento di 45 milioni di dollari per evitare la chiusura del gigantesco campo profughi di Dadaab, nel nord del Kenya, minacciata dal governo di Nairobi nell’ambito dell’isteria anti-somala diffusasi dopo l’attentato del 2 aprile scorso presso l’università di Garissa che ha fatto 148 morti e attribuito ad al-Shabaab.

Nello stesso disegno strategico degli Stati Uniti rientra infine anche il terzo e ultimo stop della trasferta africana di John Kerry, sbarcato mercoledì nel piccolo stato di Gibuti. Questo paese ospita la base USA di Camp Lemonnier, quartier generale delle operazioni militari americane nel continente ma anche nel vicino Yemen.

Il numero uno della diplomazia statunitense ha ringraziato le autorità di Gibuti per l’ospitalità garantita a centinaia di cittadini americani fuggiti dalla guerra in Yemen, mentre ha significativamente discusso delle modalità per contrastare in maniera “più efficace la minaccia di al-Shabaab” nella regione.

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18/03/2015

Nuove avventure militari italiane in Corno d’Africa

L’Italia ha donato all’esercito somalo 54 mezzi da guerra di seconda mano nell’ambito di un programma di cessione di equipaggiamento che include anche vestiario e altre dotazioni militari. La consegna è avvenuta a Mogadiscio lo scorso 5 marzo: si tratta di autocarri e veicoli multiruolo corazzati MAV 5 4x4 prodotti dalla Carrozzeria Boneschi Srl e da Iveco Spa, in grado di trasportare sino a sei persone e utilizzati la prima volta dalle forze armate italiane proprio in Somalia nel 1993, con l’Operazione Ibis. I mezzi saranno utilizzati dalle forze armate somale in attività di ordine pubblico e contro le milizie anti-governative degli al Shabaab.

Attualmente l’Italia partecipa alla missione d’addestramento EUTM Somalia (European Union Training Mission) dell’Unione europea, con 78 militari impiegati in vari ambiti. “Oltre alla formazione militare di base, a quella specialistica e a quella finalizzata alla leadership, EUTM fornisce al ministero della difesa ed alle forze armate nazionali della Somalia consulenza strategica sullo sviluppo del settore della sicurezza, anche per quanto riguarda la gestione del personale, la pianificazione strategica e la legislazione relativa alla difesa”, spiega il Ministero della difesa. Prorogata dal Consiglio dei ministri degli esteri europei fino al 31 dicembre 2016, la missione Ue ha contribuito sinora alla formazione di circa 4.000 militari somali e opera in stretta collaborazione con il Comando militare statunitense per il continente africano (US AFRICOM) ed AMISOM, la missione militare dell’Unione africana in Somalia. Dal gennaio dello scorso anno la base di EUTM è stata trasferita dall’Uganda nel complesso portuale-aeroportuale di Mogadiscio, mentre tutte le attività addestrative sono condotte presso il Jazeera Training Camp, sito a una ventina di chilometri dalla capitale. EUTM comprende a sua volta due missioni Ue complementari: EUNAVFOR Somalia - Operazione Atalanta contro la pirateria al largo delle coste somale ed EUCAP Nestor “per lo sviluppo delle capacità nel settore della sicurezza marittima nel Corno d’Africa e nell’Oceano indiano occidentale”. Dal 6 agosto 2014 al 3 marzo 2015, l’Italia ha dispiegato per EUNAVFOR nell’aeroporto di Chabelley, Gibuti, i velivoli a pilotaggio remoto Predator A+ del 32° Stormo dell’Aeronautica. I droni sono stati impiegati in ben 28 interventi (con oltre 300 ore di volo) per la raccolta dati d’intelligence, la ricognizione e la sorveglianza in mare e sulla terra ferma.

Le forze armate italiane guidano da più di due anni le attività di EUTM in Corno d’Africa. Dall’8 marzo scorso, Bruxelles ha nominato comandante della missione il generale di brigata degli alpini Antonio Maggi, che ha sostituito il gen. Massimo Mingiardi. “EUTM Somalia rischia di fallire nelle sue finalità addestrative e di equipaggiamento del Somali National Army (SNA) se gli Stati Uniti e l’Unione europea non assicureranno congrui finanziamenti a lungo termine”, ha dichiarato il gen. Mingiardi, prima di lasciare il proprio incarico. Nello specifico, il militare ha invitato Bruxelles ad impiegare i 2,5 milioni di euro stanziati nel 2015 per EUTM, nell’acquisizione di attrezzature “non letali” e nella costruzione in Somalia di caserme, alloggi e altre infrastrutture. Intanto, lo scorso mese di febbraio, i militari italiani di EUTM  Somalia hanno donato una serie di attrezzature ai soldati somali che hanno frequentato i corsi tenuti a Mogadiscio: blu guns (repliche di armi in plastica blu, necessarie per l’addestramento di base individuale e di squadra), scudi e caschi protettivi, maschere antigas e altri accessori per le operazioni anti-sommossa e di ordine pubblico. Nell’aprile 2014, l’Italia aveva consegnato alle forze di polizia somale pure 30 veicoli blindati.

Decine di ufficiali somali sono addestrati in questi mesi a Livorno presso le apposite strutture del Comfose, il Comando Forze Speciali dell’Esercito, dagli incursori del  9° Reggimento d’Assalto “Col Moschin”, reparto d’eccellenza della Brigata Folgore. Le attività rientrano nel programma di cooperazione militare rivolto alla Somalia, avviato dopo la firma a Roma, nel settembre 2013, di un Memorandum bilaterale nel settore Difesa e gli accordi messi a punto con la visita a Mogadiscio, il 10 ottobre 2014, dell’allora Capo di stato maggiore, ammiraglio Luigi Binelli Mantelli. Contestualmente ha preso il via a Gibuti la missione addestrativa MIADIT dell’Arma dei Carabinieri, “volta a favorire la stabilità e la sicurezza della Somalia e dell’intera regione del Corno d’Africa, accrescendo le capacità nel settore della sicurezza e del controllo del territorio da parte delle forze di polizia somale”. I moduli formativi per 150-200 agenti somali alla volta, hanno una durata di 12 settimane e sono curati da un team di 30 militari dell’Arma. L’ultima fase di MIADIT ha preso il via il 24 febbraio scorso ed è stata estesa pure a 40 elementi delle forze di polizia gibutine con istruttori provenienti dal GIS - Gruppo Intervento Speciale (specializzato in operazioni antiterrorismo), dal 1° Reggimento Paracadutisti “Tuscania” e dai ROS dei Carabinieri. Nell’ambito dell’accordo sottoscritto tra le forze amate italiane e quelle di Gibuti, nel giugno dello scorso anno sono stati consegnati al piccolo paese africano pure sei blindati 4x4 “Puma” e una decina di obici semoventi M-109L da 155 millimetri prodotti da Oto Melara, dismessi in Italia dopo l’acquisto dei nuovi semoventi Pzh-2000.

Il decreto del governo Renzi del 10 febbraio scorso che ha rifinanziato le missioni militari all’estero fino al 30 settembre 2015, ha destinato complessivamente 21.235.771 euro a favore di EUTM Somalia, EUCAP Nestor, al funzionamento della base logistica dell’esercito italiano a Gibuti (operativa dal 2013) e alla proroga dell’impiego di personale militare in attività di addestramento delle forze di polizia somale e gibutiane. Altri 29,4 milioni di euro sono stati stanziati per la partecipazione delle unità navali della Marina alla missione antipirateria “Atalanta” nel Golfo di Aden. Fuori bilancio la spesa necessaria ad aprire, quest’anno a Mogadiscio, una missione autonoma italiana di “consulenza e assistenza militare” delle forze armate somale, come auspicato dai vertici della difesa qualche mese fa.

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03/09/2014

Droni, marò e parà italiani contro pirati e shabab somali

Nuova e pericolosa escalation militare italiana in Corno d’Africa. Secondo quanto pubblicato dalla rivista specializzata Analisi difesa, meno di un mese fa due velivoli-spia a pilotaggio remoto del 32° Stormo dell’Aeronautica militare, di stanza ad Amendola (Foggia), sarebbero stati schierati a Gibuti nell’ambito della missione antipirateria dell’Unione Europea “Atalanta”. I velivoli però opererebbero presumibilmente anche a favore delle forze governative somale in lotta contro le milizie di Al Shabab. I droni italiani sarebbero del modello Predator A “Plus”, utilizzati dall’Aeronautica nello scacchiere di guerra afgano, in Libia e nel Mediterraneo contro le imbarcazioni dei migranti. Realizzati dalla società statunitense General Atomics, i Predator possono volare a una velocità di crociera di 160 Km/h, con un’autonomia di 24 ore e sino a 926 km di distanza dalla base di partenza; sono dotati di sofisticati radar e sensori elettro-ottici che consentono ampi interventi di ricognizione, sorveglianza e “acquisizione obiettivi”. A Gibuti i due velivoli opererebbero attualmente dallo scalo aereo di Chabelley, località a sei miglia e mezzo di distanza a sud ovest della capitale. Dal settembre 2013 da Chabelley operano pure cinque droni killer Predator “MQ-1 Reaper” delle forze amate Usa, impiegati per i bombardamenti in Yemen e Somalia. “A differenza dei velivoli statunitensi quelli italiani continuano a operare disarmati dal momento che Washington non ha ancora autorizzato la cessione dei kit di armamento all’Aeronautica militare”, scrive Analisi difesa. Dei Predator tricolori, uno solo sarebbe stato assegnato all’Operazione “Atalanta” per raccogliere immagini e dati sulle imbarcazioni dei “pirati” diretti a intercettare e abbordare i mercantili in transito in acque somale. “Il secondo Predator viene mantenuto in riserva per rimpiazzare il drone gemello o forse per compiti diversi da quello antipirateria”, spiega la rivista militare. “Oltre a guidare la missione Atalanta in Corno d’africa, l’Italia detiene infatti anche il comando della missione di addestramento EUTM Somalia che a Mogadiscio addestra e offre consulenza alle forze dell’esercito somalo. Non si può escludere che uno dei  Predator italiani possa venire impiegato per fornire informazioni sui movimenti militari dei miliziani qaedisti Shebab”.

EUTM Somalia (European Union Training Mission to contribute to the training of Somali National Security Forces) venne lanciata nel 2010 dall’Unione europea; oggi è condotta in stretto collegamento con il Comando militare statunitense per il continente africano (US AFRICOM) ed AMISOM, la missione dell’Unione africana che vede schierati in Somalia più di 17.000 uomini di Uganda, Kenya, Burundi, Sierra Leone e Nigeria. Ad EUTM Somalia partecipano militari di dieci Paesi (Italia, Germania, Svezia, Ungheria, Spagna, Belgio, Finlandia, Olanda, Portogallo e Serbia); l’Italia fornisce circa il 50% del personale (78 unità), tra cui il comandante e il vicecomandante della missione, i paracadutisti del 186° reggimento della Brigata “Folgore” e gli addestratori dell’Esercito e dell’Arma dei Carabinieri. I programmi gestiti a Mogadiscio dagli istruttori della missione EUTM Somalia e dai consiglieri militari statunitensi puntano in particolare all’addestramento dei militari somali in attività anti-insurrezione e anti-terrorismo e al “combattimento in ambiente urbano”. Nell’arco del 2014 è previsto complessivamente l’addestramento di 1.850 militari. Altri 32 istruttori dell’Arma dei Carabinieri, affiancati da un team dell’Unione Africana composto da militari di Ghana e Nigeria, operano da febbraio presso l’Accademia di Gibuti per “formare” la polizia locale. Sempre a Gibuti, in pieno deserto, è operativa una base logistica italiana di 5 ettari, utilizzata dai distaccamenti di Fucilieri di Marina in transito per gli imbarchi sui mercantili con compiti di scorta antipirateria e dai reparti dell’Esercito diretti a Mogadiscio. Realizzata dal 6° Reggimento Genio pionieri di Roma, l’infrastruttura è stata inaugurata ufficialmente il 27 ottobre 2013 alla presenza del capo di Stato maggiore della Difesa, ammiraglio Luigi Binelli Mantelli. “Questo avamposto è la prima vera base logistica operativa permanente delle forze armate italiane fuori dai confini nazionali e sorge in un’area destinata ad essere più importante e strategica di Suez e di Gibilterra”, ha dichiarato Binelli Mantelli. Il mantenimento della base costa ai contribuenti italiani non meno di tre milioni di euro l’anno ed è presidiata attualmente da un plotone del 3° reggimento dei Bersaglieri.

La durata della missione dei droni dell’Aeronautica militare a Gibuti non è nota ma di certo si estenderà per i prossimi sei mesi, periodo in cui la flotta navale dell’Operazione “Atalanta” sarà sotto il comando italiano. Approvata nel dicembre 2008 dal Consiglio dell’Unione europea per contrastare la pirateria somala nel Mar Rosso, nel Golfo di Aden e nell’Oceano Indiano, la missione navale vede attualmente la presenza del cacciatorpediniere lanciamissili “Andrea Doria” (nave ammiraglia con 208 unità), quattro fregate (una olandese, due spagnole e una tedesca), una rifornitrice di squadra tedesca e uno staff formato da 34 ufficiali e sottufficiali appartenenti a 12 differenti nazioni (Belgio, Croazia, Francia, Germania, Grecia, Italia, Lettonia, Olanda, Portogallo, Romania, Serbia e Spagna). Le operazioni antipirateria della Marina militare italiana sono state finanziate quest’anno con 50 milioni di euro. Un impegno oneroso che non è giustificato dal reale pericolo rappresentato oggi dalla pirateria in Corno d’Africa. Secondo i dati diffusi dall’International Maritime Bureau, nei primi 6 mesi del 2014 gli assalti o le rapine armate ai danni di navi mercantili sono stati 116, contro i 138 registrati nello stesso periodo del 2013. Dieci soli, però, sono stati imputati ai pirati somali.

Ai costi delle missioni anti-pirateria si aggiungono i 25 milioni di euro per la partecipazione italiana ad EUTM Somalia e alle altre iniziative dell’Unione europea per la “Regional maritime capacity building” in Corno d’Africa e nell’Oceano indiano, per il funzionamento della base militare a Gibuti e per l’impiego di personale militare in attività di addestramento delle forze di polizia somale. Nell’ambito dell’accordo sottoscritto tra le forze amate italiane e quelle di Gibuti, è stata prevista inoltre la consegna a titolo gratuito al paese africano di 6 blindati 4x4 “Puma” e di una decina di obici semoventi M-109L da 155 millimetri prodotti da Oto Melara, dismessi in Italia dopo l’acquisto dei nuovi semoventi Pzh-2000. I mezzi da guerra hanno fatto la loro comparsa nelle strade di Gibuti lo scorso 27 giugno, giorno in cui ricorreva l’indipendenza del piccolo Stato africano. Sempre a fine giugno a Mogadiscio, il comando del team italiano operativo in Somalia ha donato al locale Ministero della difesa tre veicoli minivan per consentire una “migliore mobilità” ai militari somali impiegati nel conflitto che impera da tempi immemorabili nell’ex colonia italiana.

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13/06/2014

Gibuti - crisi umanitaria dopo 4 anni di siccità


Minuscolo e per lo più dimenticato dalla stampa internazionale, il Gibuti è un Paese in emergenza umanitaria a causa della siccità che ha colpito l’Africa orientale dal 2010.

Un quarto della popolazione soffre la mancanza di beni di prima necessità, cibo e acqua, e la crisi ha provocato un esodo dalle zone rurali. L’allarme è stato lanciato ieri dalle Nazioni Unite, secondo cui oltre 190.000 degli 850.000 abitanti hanno bisogno di assistenza umanitaria. Tra cui si contano anche i 27.000 rifugiati nel Paese, in prevalenza dalla turbolenta Somalia.

Il coordinatore Onu per il Gibuti, Robert Watkins, ha parlato di una popolazione raddoppiata nella capitale Gibuti, che adesso ospita l’85 per cento degli abitanti della piccola Repubblica del Corno d’Africa che è anche luogo di transito per i tanti profughi che attraverso il Paese tentano di raggiungere le coste dello Yemen. L’anno scorso sarebbero stati circa centomila i migranti in transito. Un’altra emergenza che interessa il Paese e si aggiunge anche a quella dei pirati attivi al largo delle coste somale. Il porto di Gibuti è la base delle operazioni antipirateria ed è un rilevante avamposto strategico nel Corno d’Africa per il contrasto ad al Qaeda.

I riflettori si sono accesi sul Paese dopo che la Gran Bretagna ieri ha avvertito del rischio di sconfinamenti del gruppo islamista somalo degli Shabaab che, secondo Londra, starebbe pianificando nuovi attacchi nel piccolo e solitamente tranquillo Stato. Lo scorso mese un kamikaze si è fatto saltare in aria in un ristorante della capitale, uccidendo una persona. Un attacco che potrebbe essere legato alla partecipazione del Gibuti alle operazioni delle forze dell’Unione Africana in Somalia contro gli Shabaab.

Watkins ha auspicato una maggiore attenzione al Paese. Sinora è stato raccolto soltanto il 13 per cento dei 55 milioni di euro necessari per far fronte all’emergenza quest’anno. Hanno risposto all’appello Stati Uniti, Unione europea e Giappone. Tokyo ha aperto in questo Paese la sua prima e ultima base militare all’estero dalla Seconda Guerra Mondiale. Una presenza militare che si aggiunge a quella francese, con cui il governo di Gibuti ha un rapporto preferenziale, e a quella statunitense (la base di Camp Lemonier).

Nonostante la crisi umanitaria in atto, il Gibuti non è affatto un Paese povero. Gode di investimenti diretti internazionali, come quello nella gestione ventennale del porto della capitale, e il suo tasso di crescita annuo supera abbondantemente il 5 per cento. Tuttavia l’indice di sviluppo umano è tra i più bassi al mondo a causa della mancata distribuzione della ricchezza e nelle campagne del Paese il tasso di malnutrizione resta alto.

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05/05/2014

Africa: rinnovata la base militare Usa a Gibuti


Gli Stati Uniti rinnovano un accordo per prolungare la loro presenza militare in Gibuti, Paese del Corno d'Africa strategico anche per il controllo del Medio Oriente e della Penisola Arabica, dove si trova l'unica base permanente statunitense di tutto il continente africano. La notizia è stata annunciata dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama nel corso del suo incontro alla Casa Bianca con il presidente del piccolo Paese africano, Omar Guelleh.

Lo Stato si trova al confine con la Somalia e con un'area africana che negli ultimi anni ha visto l'aumento degli scontri settari, il che fornisce a Washington una scusa da utilizzare per giustificare la rinnovata presenza militare in un continente dove a contendersi l'egemonia sono stati da una parte la Francia e l'Unione Europea nel suo complesso, e dall'altra e con modalità assai differenti la Cina.

Secondo Obama la base statunitense di Gibuti (dalla quale partono la maggior parte dei droni dispiegati dagli Stati Uniti in Africa) rappresenta una "struttura centrale" per l'Est del continente. Guelleh, al potere dal 1999, ha ipocritamente ricordato che il sostegno delle truppe americane va nella direzione "del mantenimento della pace a livello internazionale".

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19/09/2013

Base militare tricolore a Gibuti

Alla bandiera francese si e' aggiunta quella italiana. In seguito a un accordo stipulato nel luglio 2012, l'Italia è stata autorizzata a installare a Gibuti una base militare.


Una bandiera tricolore a Gibuti sventolava già: quella della Francia, che dal 1977 ha «preposizionato» un'unità della Legione straniera e altre forze scelte (2mila uomini) nella sua ex colonia. Un minuscolo paese, grande come la Toscana e con solo 900mila abitanti, ma di alta importanza strategica: è situato sullo Stretto Bab El Mandeb, largo appena 30 km, che collega l'Oceano Indiano al Mar Rosso, a sua volta collegato al Mediterraneo attraverso il canale di Suez. Controllare militarmente questo passaggio, attraversato dalle principali rotte petrolifere e commerciali tra l'Asia e l'Europa, equivale a controllare il canale di Suez.

Alla bandiera francese si è aggiunta nel 2003 quella a stelle e strisce della Task force congiunta per il Corno d'Africa, formata da oltre 3mila uomini. Ora sventola a Gibuti una seconda bandiera tricolore: quella italiana. In seguito a un accordo stipulato nel luglio 2012 dal ministero della difesa (diretto dall'ammiraglio Di Paola), l'Italia è stata autorizzata a installare a Gibuti una base militare. Il suo costo non è chiaro: la legge n. 221/2012, che stabilisce «Ulteriori misure per la crescita del paese», autorizza per la base un esborso di denaro pubblico (sottratto alle spese sociali) per 3,7 milioni di euro nel 2012 e 2,6 milioni annui fino al 2020, addebitandoli sul bilancio del ministero dell'economia e delle finanze, ai quali si aggiunge la «cessione a titolo gratuito» di armamenti alle forze gibutine. Tale previsione di spesa, che non comprende i costi operativi, è la punta dell'iceberg: solo come affitto dell'area di ciascuna base, Usa e Francia pagano 30 milioni di euro annui.

L'Italia disloca forze militari a Gibuti (come hanno fatto Germania, Spagna e Giappone) ufficialmente per «il contrasto alla pirateria». In realtà le forze italiane sono inviate a Gibuti nel quadro della «guerra coperta», condotta in Africa e Medio Oriente dal Comando congiunto per le operazioni speciali Usa. L'area di operazioni della Task force statunitense, di stanza a Camp Lemonnier a fianco dell'aeroporto internazionale, si estende dalla Somalia al Sudan e alla Repubblica centrafricana, dal Kenya all'Uganda e al Congo. Copre anche lo Yemen e altri paesi mediorientali.

A Camp Lemonnier, che ora viene ampliato per accogliere altri 1.100 membri delle forze speciali, le operazioni vengono pianificate da uno staff di circa 300 specialisti. Ogni giorno decollano dalla base droni-spia, droni-killer e caccia F-15E Strike Eagle, diretti in particolare nella vicina Somalia e nello Yemen, a poche decine di chilometri al di là dello stretto. Partono di notte, con elicotteri e aerei speciali, i commandos che effettuano le incursioni. Operano in incognito, tanto che i loro nomi sono sconosciuti perfino ai militari Usa di stanza nella base. Sotto lo stesso comando operano i contractor, ossia i killer a contratto, tipo i cecchini e gli esperti di tecniche di assassinio. Stessi compiti hanno i legionari francesi.

A questa bella compagnia si uniscono i militari italiani (tra cui commandos di forze speciali), dotati anche loro di droni, teleguidati dalla base di Amendola in Puglia. Sono inviati dalla repubblica che nella sua Costituzione ripudia la guerra. Con il consenso bipartisan del parlamento, che ha favorito la mutazione genetica delle forze armate, la cui nuova missione è garantire gli «interessi esterni» in quello che lo Stato maggiore della difesa definisce «il Mediterraneo allargato». Nella nuova geografia coloniale esso si estende fino al Corno d'Africa, dove sbarcarono nel 1869 i primi colonialisti italiani.

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