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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/11/2023

Cosa stanno facendo esattamente le forze speciali americane in Israele?

Mentre l’esercito israeliano entra nel secondo mese di operazione a Gaza, le domande continuano a vorticare sull’esatta natura del sostegno americano alla guerra, con importanti implicazioni potenziali per gli interessi americani in Medio Oriente.

Il Pentagono è stato abbastanza trasparente riguardo alle sue azioni al di fuori di Israele, inclusa la decisione di spostare due gruppi d’attacco di portaerei in Medio Oriente, oltre ad altre risorse navali e sistemi di difesa missilistica.

Ma due questioni più delicate rimangono avvolte nel mistero: cosa stanno facendo esattamente le forze speciali americane in Israele? E quali armi stanno dando gli Stati Uniti alle Forze di Difesa Israeliane (IDF)?

Cosa ci fanno i soldati americani in Israele?

Le forze per le operazioni speciali statunitensi sono di stanza in Israele e “aiutano attivamente gli israeliani” in una serie di aree, tra cui gli sforzi per “identificare gli ostaggi, compresi quelli americani”, ha rivelato la settimana scorsa un funzionario del Dipartimento della Difesa statunitense.

Il funzionario non ha condiviso ulteriori dettagli, ma altri hanno detto al New York Times che il Dipartimento della Difesa “ha inviato diverse dozzine di commando nelle ultime settimane, oltre a una piccola squadra che era in Israele il 7 ottobre per condurre un addestramento precedentemente programmato”.

Secondo il Times, anche altri paesi occidentali hanno inviato forze speciali “più vicine a Israele” per aiutare nel recupero degli ostaggi e nella potenziale evacuazione dei civili.

Il Pentagono aveva inviato anche un generale del Corpo dei Marines con una notevole esperienza in operazioni speciali per consigliare le operazioni di terra di Israele, ma il generale ha lasciato il paese prima dell’incursione di terra di Tel Aviv.

Un funzionario ha detto al giornalista Spencer Ackerman che gli Stati Uniti stanno prendendo in considerazione “contingenze” di emergenza con cui le forze speciali americane assisteranno direttamente nel recupero degli ostaggi, ma questi piani rimangono ipotetici, secondo il funzionario.

L’unica prova concreta del coinvolgimento “diretto” degli Stati Uniti è stata una serie di voli di droni disarmati sul sud di Gaza che stanno aiutando a localizzare gli ostaggi.

Alcuni testimoni oculari affermano di aver visto soldati con stemmi statunitensi sul terreno a Gaza, ma nessun organo di informazione ha confermato questa affermazione. È anche plausibile che un soldato israelo-americano avrebbe potuto indossare uno stemma del genere senza il permesso degli Stati Uniti o dell’esercito israeliano.

Per quanto riguarda l’identità dei soldati statunitensi in Israele, una foto della Casa Bianca durante la visita del presidente Joe Biden del 18 ottobre mostrava l’incontro del presidente con diversi membri della Delta Force, la principale unità antiterrorismo e di recupero ostaggi del Pentagono.

Non è chiaro se unità militari statunitensi stiano attualmente operando in Israele per operazioni non speciali. Il Pentagono non ha risposto ad una richiesta di commento da parte di RS sulle sue operazioni in Israele.

Maggiore segretezza sui trasferimenti di armi

L’amministrazione Biden è stata criticata dal Congresso per i suoi tentativi di nascondere i dettagli sui trasferimenti di armi americane a Israele nel corso della guerra, inclusa una misura proposta per ignorare i requisiti di notifica al Congresso che darebbero ai legislatori l’opportunità di opporsi a specifiche vendite di armi.

“Non c’è motivo per cui non possiamo garantire che l’assistenza necessaria degli Stati Uniti a Israele avvenga in modo rapido e che il Congresso sia in grado di adempiere al suo dovere di controllo costituzionale”, il rappresentante Gregory Meeks (DN.Y.) – il democratico alla guida della Commissione per gli affari esteri alla Camera – ha detto la settimana scorsa al Washington Post.

Il senatore Chris Van Hollen (D-Md.), da parte sua, ha affermato che il Congresso “non dovrebbe fare eccezioni a questa pratica” e ha sostenuto che è responsabilità del legislatore “rivedere questi fondi e garantire che il loro utilizzo sia nel migliore interesse del popolo americano”.

Mentre i legislatori avrebbero ricevuto informazioni complete su quali armi verranno inviate a Israele, la Casa Bianca ha evitato di condividere pubblicamente informazioni sul suo sostegno, in netto contrasto con la contabilità dettagliata degli aiuti dell’amministrazione Biden all’Ucraina.

L’amministrazione non ha spiegato questa discrepanza, ma molto probabilmente deriva da una semplice logica politica. Mentre Biden è stato orgoglioso di vantare il sostegno della sua squadra all’Ucraina, si trova ad affrontare molti più contraccolpi per aver sostenuto Israele, le cui azioni a Gaza hanno attirato critiche significative sia negli Stati Uniti che all’estero.

Questa logica è apparsa di recente quando è emerso che gli Stati Uniti pianificano di fornire fucili alla polizia nazionale israeliana, controllata dal ministro di estrema destra Itamar Ben-Gvir, che ha promesso di dare armi ai coloni in Cisgiordania.

L’ex funzionario del Dipartimento di Stato Josh Paul ha anche detto a RS la scorsa settimana che diverse unità della polizia israeliana erano state precedentemente segnalate per presunte “gravi violazioni dei diritti umani”, cosa che dovrebbe legalmente impedire loro di ricevere armi americane.

L’unico altro trasferimento di armi pianificato a Israele ad esser stato reso pubblico è una spedizione, precedentemente approvata, di 320 milioni di dollari in kit di bombe di precisione noti come Spice Family Gliding Bomb Assemblies.

Secondo quanto riferito, la deputata Ilhan Omar (D-Minn.) si opporrà a questa vendita presentando una “risoluzione di disapprovazione” che bloccherebbe il trasferimento se ricevesse una maggioranza in entrambe le camere del Congresso. Secondo Paul, i kit rappresentano “il tipo di mezzi che Israele ha utilizzato nell’ultimo mese per devastare Gaza”.

La posta in gioco è alta per gli interessi statunitensi nella regione

Un’altra probabile ragione della segretezza sul coinvolgimento degli Stati Uniti è il timore che il sostegno americano a Israele danneggerà la posizione di Washington in Medio Oriente, soprattutto data la diffusa opposizione della regione all’offensiva israeliana, che numerosi commentatori arabi hanno definito un “genocidio”.

Se le persone in Medio Oriente arrivassero a credere che le truppe americane siano direttamente coinvolte nelle ostilità, ciò potrebbe avere conseguenze disastrose sulla percezione delle azioni americane nella regione.

Come ha osservato un cablogramma trapelato di recente dall’ambasciata americana in Oman, la campagna israeliana sta già “perdendo il pubblico arabo per una generazione”.

Secondo Stephen Wertheim, storico e membro senior del Carnegie Endowment for International Peace, tale impatto potrebbe essere avvertito ben oltre la regione. “I costi, in termini di prestigio e potere americano, si sono già rivelati sostanziali”, ha scritto Wertheim sul New York Times. “E potrebbero andare molto peggio”. Le potenziali conseguenze di un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti non si limiterebbero al disprezzo pubblico, sostiene il giornalista Ackerman.

“Se le FSA dovessero entrare a Gaza come combattenti, come potrebbe sentirsi obbligato a rispondere l’Iran, la cui strategia regionale si basa sulla guida di un ‘asse di resistenza’ verso Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita?”, ha chiesto. “Cosa sceglierebbe di fare? Quale sarebbe l’impatto su Giordania, Egitto, Arabia Saudita, ecc.?”

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19/11/2020

La “guerra sporca” in Afghanistan. Forze speciali australiane accusate di 39 omicidi

Tra il 2005 e il 2016 le forze speciali australiane in forza alla coalizione internazionale guidata dagli Usa, hanno ucciso illegalmente 39 persone in Afghanistan.

La rivelazione è giunta in seguito a un’indagine durata quattro anni e condotta dalle stesse Forze di difesa australiane (Adf) che, dopo aver investigato su 57 casi, ha raccolto le testimonianze di centinaia di testimoni e hanno esaminato più di 20 mila documenti.

The Guardian riferisce che l’inchiesta – condotta dal maggiore Paul Brereton – ha condotto interviste con oltre 400 testimoni. Ha anche trovato le prove secondo cui ai giovani soldati è stato detto di ottenere il “battesimo del sangue” sparando ai prigionieri, in una pratica nota come “blooding”. Poi armi e altri oggetti venivano posti vicino ai corpi degli afghani uccisi per coprire gli omicidi. Almeno due casi potrebbero costituire un crimine di guerra per “trattamento crudele”.

Il generale Angus John Campbell ha detto che le indagini hanno identificato informazioni credibili per comprovare 23 episodi di presunta uccisione illegale di 39 persone da parte di 25 militari delle forze speciali australiane, prevalentemente appartenenti alle SASR (Special Air Service Regiment).

“I casi accertati mostrano informazioni credibili su crimini di guerra dato che è emersa l’evidenza che la persona uccisa non era un combattente”, ha detto Campbell.

Si pensa che le vittime includessero prigionieri, agricoltori e altri civili, e dei 25 autori che sono stati identificati, alcuni sono ancora in servizio. Il rapporto ha anche rilevato che nessuno degli omicidi è avvenuto durante “scontri armati”.

Prima che il rapporto fosse reso pubblico, il primo ministro australiano Scott Morrison ha parlato con Ashraf Ghani, il presidente dell’Afghanistan, per scusarsi di quanto accaduto.



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03/09/2018

Libia - Il governo italiano smentisce intervento militari, ma sul campo già operano da tempo

“In relazione ad alcune notizie apparse sulla stampa odierna si smentisce categoricamente la preparazione di un intervento da parte dei corpi speciali italiani in Libia”. È quanto si legge in una nota diffusa oggi da Palazzo Chigi.

“L’Italia continua a seguire con attenzione l’evolversi della situazione sul terreno e ha già espresso pubblicamente preoccupazione nonché l’invito a cessare immediatamente le ostilità assieme a Stati Uniti, Francia e Regno Unito”, conclude il comunicato. Non è noto quale siano gli organi di stampa che hanno diffuso la notizia su un possibile intervento in Libia da parte di corpi speciali.

In realtà la presenza in Libia di militari dei corpi speciali italiani non è una novità. Dal primo gennaio di quest’anno in Libia ha preso il via la missione bilaterale di assistenza e supporto (Miasit) nata per “fornire assistenza e supporto al governo di Accordo nazionale libico”, si tratta di 350 unità, la maggior parte soldati e una parte personale sanitario e della logistica. Già nell’agosto del 2016 un documento del Comitato di controllo sui servizi segreti (Copasir), classificato top secret ma finito pubblicato su alcuni giornali, confermava la presenza dei nostri militari sui principali teatri di guerra, inclusa la Libia.

Come è scritto nel documento redatto dal Comando interforze per le Operazioni delle Forze Speciali (Cofs), le operazioni sono “effettuate in applicazione della normativa approvata lo scorso novembre dal parlamento, che consente al presidente del Consiglio di autorizzare missioni all’estero di militari dei nostri corpi d’elite ponendoli sotto la catena di comando dei servizi segreti con tutte le garanzie connesse”. Come faceva notare allora l’Huffington Post che aveva pubblicato il documento, “i commando del IX Reggimento ‘Col Moschin’ del Gruppo Operativo Incursori del Comsubin, del XVII Stormo Incursori dell’Aeronautica Militare e del Gruppo di Intervento Speciale dei Carabinieri (e le forze di supporto aereo e navale) non rispondono alla catena di comando della coalizione dei trenta e più paesi che appoggia il governo del premier Fayez al Sarraj, ma direttamente al governo italiano”. Allora era il governo Renzi, poi c’è stato Gentiloni ed oggi Conte. Anche nella nota odierna di Palazzo Chigi smentisce che si stia preparando un intervento ma non che non ci siano, e da tempo, militari italiani sul campo.

La Farnesina, dal canto suo, rende noto che l’ambasciata italiana a Tripoli, resta operativa ma con “una presenza più flessibile e in continua rivalutazione sulla base delle esigenze di sicurezza”. Il sito dei servizi segreti italiani per le azioni all’estero (Aise) riferisce che sabato, secondo quanto riportato dal sito Libya Times, due missili Grad sono stati lanciati contro l’ambasciata italiana e gli uffici del primo ministro libico, Fayez al-Serraj, colpendo invece il vicino Hotel al-Waddan. Il primo missile avrebbe mancato l’ambasciata di pochi metri, mentre il secondo missile ha mancato gli uffici di al-Serraj centrando invece un’altra casa.

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06/10/2017

Uccisi tre commandos Usa in Niger. Stati Uniti, Ue... e Italia alla guerra d’Africa

Tre soldati delle forze speciali Usa sono morti ed altri due sono rimasti feriti in un agguato in Niger, al confine col Mali. Lo riferisce il New York Times, citando fonti militari anonime e svelando le attività militare “coperte” degli Stati Uniti in Africa. Si tratta delle prime vittime in una missione in cui forze speciali statunitensi affiancano le forze armate del Niger contro le milizie jihadiste di Al Qaida, attive soprattutto nel confinante Mali.

I due militari statunitensi feriti sarebbero in «condizioni stabili» e sono stati trasferiti in Germania per essere curati.

Le forze armate statunitensi hanno nel Paese piccoli gruppi di militari delle forze speciali che fanno da addestratori e consiglieri alle truppe locali impegnate a combattere due gruppi jihadisti, Boko Haram affiliato a ISIS e il ramo Nord Africano legato ad Al Qaeda nel Maghreb islamico.

“Una pattuglia congiunta statunitense e nigerina è caduta in un imboscata nel sud-ovest del Niger”, ha dichiarato Anthony Falvo, comandante della missione statunitense. “Le forze Usa sono in Niger, ha aggiunto, per fornire assistenza e formazione alle forze armate, compreso il supporto per gli sforzi di intelligence, di sorveglianza e di ricognizione, per contrastare le organizzazioni terroristiche nella regione”.

La notizia merita interesse, soprattutto perché anche l’Unione Europea – all’insegno di una nuova stagione del colonialismo in Africa – ha organizzato l’invio di contingenti militari in Niger, Ciad, Mali, Repubblica Centroafricana dove già agiscono truppe francesi, alcuni reparti militari tedeschi e nel prossimo futuro anche militari italiani.

In Niger lo sanno tutti che l’Italia è pronta ad avviare delle operazioni – riferisce al Fatto un funzionario nigerino – Nella base americana di Agadez di ufficiali italiani se ne vedono spesso.” L’obiettivo sarebbe quello di aumentare il peso diplomatico in uno scacchiere delicatissimo, dove peraltro gli attori internazionali sono sempre più impegnati. I francesi, presenti fino al 1960 come colonizzatori, hanno appena installato una base avanzata con droni e caccia, oltre a difendere gli impianti della multinazionale dell’energia Areva. Gli americani hanno basi in diversi centri del Paese e ora anche i tedeschi stanno pensando di scendere in campo con una struttura a Tahoua.

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25/12/2016

Gli Stati Uniti schierano truppe nel 70% dei paesi del mondo

di “Proyecto Censurado”da rebelion.org

Traduzione di Marx21.it 

La crescente presenza delle truppe statunitensi in tutto il mondo è stata definita la “notizia più censurata” nel 2015-2016 
Se lanciate un dado su una mappa del mondo senza che si fermi sull'acqua degli oceani, la cosa più probabile è che le Forze per le operazioni speciali degli Stati Uniti “siano state in quel luogo alcune volte”, ha scritto Nick Turse in TomDispatch.

Secondo un portavoce del Comando delle Forze Speciali (SOCOM, la sigla in inglese), le Forze per le operazioni speciali (SOF, la sigla in inglese) sono state schierate nel 2015 in 147 delle 195 nazioni riconosciute nel mondo, con un aumento dell'80% rispetto al 2010. “La crescita globale delle missioni delle SOF è stata impressionante”, ha scritto Turse.

Come ha detto il comandante generale di SOCOM Joseph Votel di fronte al pubblico dell'Aspen Security Forum nel luglio 2015, si schierano truppe SOF in più luoghi per condurre maggiori operazioni rispetto al culmine raggiunto con le guerre in Afghanistan e Iraq. Secondo Turse, “ogni giorno, in circa 80 e più paesi il Comando delle Operazioni Speciali intraprende operazioni senza nome, sulle quali rifiuta di rilasciare qualsiasi commento”.

Il bilancio SOCOM è più che triplicato nel 2014 rispetto al 2001, raggiungendo tre miliardi di dollari. Nel 2015, il finanziamento a SOCOM è cresciuto fino a 10 miliardi di dollari. Turse fa notare che questi fondi non comprendono il finanziamento aggiuntivo di specifici rami militari, che Socom stima ammontare a otto miliardi di dollari all'anno, né altre somme riservate che non sono disponibili presso l'Ufficio Governativo per la Trasparenza. “Ogni giorno – scrive Turse – consistenti truppe di élite degli Stati Uniti d'America realizzano missioni in 80-90 nazioni”. La maggior parte di queste è costituita da missioni di addestramento “progettate per il mantenimento del potere e l'instaurazione di legami più stretti con gli alleati”. Le operazioni di addestramento si concentrano soprattutto sui tiri di fucile, il dispiegamento sul terreno di piccole unità tattiche e sulle operazioni antiterrorismo. Ad esempio, nel 2012-2014 Le Forze per le operazioni speciali hanno attuato 500 missioni di Scambio di Addestramento Combinato (JCET, la sigla in inglese) in 67 paesi ogni anno. Ufficialmente le JCETs si dedicano ad addestrare forze degli Stati Uniti ma, secondo un funzionario di SOCOM intervistato da Turse, promuovono anche “collaborazioni con militari stranieri” per “costruire interoperabilità tra le SOF degli Stati Uniti e le forze di nazioni alleate”. Turse scrive che JCET “è solo una parte della storia” quando si tratta di operazioni multinazionali di addestramento all'estero. Nel 2014, le Forze per le operazioni speciali avevano organizzato 75 operazioni di addestramento in 30 paesi, un numero che ci si era proposti di aumentare a 98 alla fine del 2015, secondo l'ufficio del Segretario della Difesa.

Oltre alla formazione, le Forze per le operazioni speciali sono impegnate anche in “azioni dirette”. Missioni antiterrorismo, che comprendono quelle che Turse descrive come “omicidi di basso profilo mediante droni e attacchi per l'uccisione o la cattura di “operatori di alto tonnellaggio”, sono  rami specifici del Comando delle Operazioni Speciali Congiunte (JSOC), come la Squadra 6 della marina da guerra (SEAL, la sigla in inglese) e la Forza Delta dell'esercito.

In Africa abbiamo assistito al maggiore incremento delle operazioni di SOCOM dal 2006. Quell'anno, solo l'1 per cento degli operatori speciali inviati all'estero si erano recati in Africa. Nel 2014 le missioni erano aumentate del 10%. In Intercept, Turse aveva denunciato nell'ottobre del 2015, la costruzione di un campo di aviazione delle forze USA di Chabelley, a Gibuti, stato dell'Africa orientale. “Senza che la maggioranza degli statunitensi nemmeno l'abbia saputo e senza alcun annuncio pubblico, gli USA hanno recentemente preso misure per trasformare quel piccolo avamposto in un elemento essenziale per la loro guerra segreta in Africa e nel Medio Oriente da JSOC”. Turse ha affermato che Chabelley risulta “essenziale” per operazioni segrete dei droni su Yemen, Sud Est dell'Arabia Saudita, Somalia, parte dell'Etiopia ed Egitto meridionale. Foto aeree scattate tra aprile 2013 e marzo 2015 testimoniano l'espansione significativa della base e la presenza di droni, sebbene i funzionari si siano rifiutati di rispondere alle domande sul numero e i tipi di droni di stanza nella base.

Turse ha così sintetizzato: “La trasformazione allarmante della poco nota guarnigione in un paese pure poco conosciuto coincide con l'iniziativa militare degli USA in Africa, dove sono cresciuti rapidamente il numero delle missioni, l'avvio di operazioni speciali e gli avamposti con poco controllo esterno”.

Come informa Turse, se SOCOM “è cresciuta in modo inusitato in quanto a finanziamenti e a personale per un dispiegamento di portata globale”, il risultato di tale espansione non rappresenta un fatto significativo? In un rapporto pubblicato in The Nation di ottobre 2015 ha descritto lo scetticismo di vari esperti nelle loro risposte a tale quesito. Secondo Sean Naylor, autore di “Lo sciopero implacabile”, la narrazione del Comando per le operazioni speciali rappresenta “un altro strumento nel kit degli strumenti dei responsabili politici”, ma non ne sostituisce la strategia. Il Comando ha avuto un impatto sulla storia dell'Iraq – dove le sue forze catturarono Saddam Hussein e uccisero Uday e Qusay Hissein  e “sventrarono” Al Qaeda – ma, come scrive Turse, gli impatti non si identificano con il successo. In modo simile, Andrew Bacevich, veterano del Vietnam, ha dichiarato a Turse: “Nel Vietnam... l'esercito degli Stati Uniti tendeva a confondere i colpi assestati con il risultato. Come misura delle operazioni realizzate, si utilizzavano le tonnellate di bombe sganciate o il numero dei cadaveri: ciò veniva indicato come prova del progresso realizzato. Le Forze per le operazioni speciali ripetono oggi lo stesso errore in tutti i paesi dove sono presenti”.

I grandi media non hanno informato sulla massiccia espansione delle Forze per le operazioni speciali in tutto il mondo, e meno ancora si pongono domande critiche circa il raggiungimento di risultati significativi. L'incremento che si è verificato negli ultimi cinque-dieci anni “non fa notizia”, di modo che tale processo è stato completamente ignorato e meno ancora denunciato dalla grande stampa degli USA. La presenza globale di personale militare degli Stati Uniti è invece gestita come lo sfondo di rapporti drammatici di operazioni militari o di decisioni politiche specifiche. Così, ad esempio nell'ottobre 2015, la rivista Time aveva pubblicato un grafico che documentava “luoghi con presenza significativa” di personale militare statunitense dislocato “all'interno di più di 150 paesi del mondo”. Ma, la carta del mondo di Time presentava solo nove punti – nessuno di essi localizzato in Africa.

Fonti:Nick Turse, “A Secret War in 135 Countries,” TomDispatch, September 24, 2015, http://www.tomdispatch.com/blog/176048/ .
Nick Turse, “The Stealth Expansion of a Secret US Drone Base in Africa,” Intercept, October 21, 2015, https://theintercept.com/2015/10/21/stealth-expansion-of-secret-us-drone-base-in-africa/ .
Nick Turse, “American Special Operations Forces Have a Very Funny Definition of Success,” Nation, October 26, 2015, http://www.thenation.com/article/american-special-operations-forces-have-a-very-funny-definition-of-success/ .

Investigadores estudiantiles: Scott Arrow (Sonoma State University) and Bri Silva (College of Marin)Evaluador académico: Robert McNamara (Sonoma State University) and Susan Rahman (College of Marin) 

08/10/2016

ANALISI - Alastair Crooke: ecco come gli Usa hanno armato il Jihad in Siria

“Sul campo, nessuno crede in questa missione”, scrive un ex Berretto Verde a proposito dei programmi segreti di addestramento e armamento dei ribelli siriani, “sanno che stiamo addestrando la prossima generazione di jihadisti, quindi la boicottano perché se ne fregano’”. “Non voglio sentirmi responsabile quando dei membri di al Nusra diranno che sono stati addestrati dagli americani” aggiunge il Berretto Verde.

In un rapporto dettagliato dal nome Le Forze Speciali statunitensi sabotano le fallimentari Operazioni sotto copertura in Siria, Jack Murphy, anch’egli ex Berretto Verde, racconta che un ex ufficiale CIA gli avrebbe rivelato che “il programma di operazioni segrete in Siria è una creatura del Direttore della CIA John Brennan… È stato Brennan a dare vita alla Syrian Task Force … John Brennan si era innamorato della folle idea di rovesciare il regime.” In sostanza, Murphy sostiene che le Forze Speciali Statunitensi, che stanno armando i gruppi anti-ISIS, rispondevano a un’autorità Presidenziale, mentre la CIA, ossessionata dal pensiero di destituire il Presidente Assad, rispondeva a un’autorità separata e conduceva un programma distinto e parallelo per armare i ribelli.

Il rapporto di Murphy dice a chiare lettere che alla CIA non interessava combattere l’ISIS (sebbene questo atteggiamento sia cambiato in seguito alla decapitazione del giornalista americano James Foley): “La CIA non voleva essere coinvolta eccessivamente nelle operazioni contro l’ISIS ed era concentrata sul rovesciamento del regime di Assad, quindi ha scaricato il barile sul 5° reparto delle Forze Speciali, stanziato in Giordania e in Turchia. Le operazioni erano considerate “attività militari” e non erano coperte dal famoso Titolo 50 che regola le attività della CIA. Il “non detto”, scrive Murphy, è una storia di abusi, di lotte burocratiche intestine, che ha solo contribuito al perpetuarsi del conflitto siriano.

Tuttavia, non sono le “le contese per il territorio”, gli “abusi e gli sprechi” a occupare la parte centrale del lungo rapporto di Murphy; e neanche la natura contraddittoria e controproducente degli obiettivi perseguiti dagli USA. Il rapporto spiega abbastanza chiaramente perché tutti i tentativi di imporre una tregua siano falliti (sebbene questo non sia spiegato esplicitamente nell’analisi) e ci aiuta a capire per quale motivo alcune componenti dell’Amministrazione Statunitense (il Segretario della Difesa Aston e il Direttore della CIA Brenner) abbiano disatteso la volontà del Presidente Obama, emersa dall’accordo diplomatico raggiunto con la Federazione Russa per il recente cessate il fuoco. La storia è più complessa di quella tratteggiata da Murphy nel titolo: è la causa stessa della continua tensione che caratterizza i rapporti tra Stati Uniti e Russia e del fallimento dell’accordo.

“Il Free Syrian Army era, in apparenza, un ottimo alleato della CIA; era contrario al regime e condivideva chiaramente lo stesso obiettivo: la destituzione del Presidente Assad. Ma in pratica, come afferma Murphy senza giri di parole, “Distinguere tra il FSA e al Nusra è impossibile, perché si tratta in sostanza della stessa organizzazione. Già nel 2013, alcuni comandanti del FSA disertavano e si univano alle fila di al Nusra, insieme ad interi reparti. Mantenevano il nome di FSA, solo per essere presentabili e dare una parvenza di laicità, che garantisse loro l’accesso agli armamenti della CIA e dei servizi segreti Sauditi. La verità è che il FSA è sostanzialmente una copertura per il movimento di al Nusra, affiliato ad al-Qaeda”, scrive Murphy.

“Né deve sorprendere il fatto che il FSA potesse trasferire ad al Nusra armamenti prodotti in America, perché il sistema di controllo della CIA sulle milizie siriane è molto blando e si basa solo sulla ricerca di indizi in vecchi database. Per effettuare un controllo serio, bisognerebbe conoscere i veri nomi dei soggetti indagati e presumere che avessero già raggiunto l’età giusta per combattere al momento della raccolta dei dati da parte del CTC [Counterterrorism Centre], avvenuta anni prima”. E il 5° Reparto delle Forze Speciali che opera in Turchia non ha un sistema di controllo migliore, secondo Murphy: “Si basava sul controllo di un database e su un colloquio orale.” I ribelli sanno benissimo come vendersi agli Americani durante questi colloqui, ma ogni tanto si fanno sfuggire qualcosa. “Non capisco perché alla gente non piaccia al Nusra,” dice un ribelle ai soldati americani. Molti hanno dimostrato aperte simpatie verso gruppi terroristici come al Nusra e ISIS. Altri, semplicemente, non erano portati alla vita militare. “Non vogliono fare i guerrieri, sono codardi, ecco cosa sono i ribelli moderati,” rivela un Berretto Verde a Murphy.

“Armi e camion diretti in Turchia per i gruppi di ribelli sostenuti dagli Stati Uniti sono rimasti in giacenza a raccogliere polvere per disaccordi tra le varie autorità [presidenziali, n.d.r.]; anche le autorizzazioni a procedere con l’addestramento venivano rilasciate e ritirate a più riprese. Un giorno veniva dato l’ordine di procedere, il giorno seguente di smettere, poi di addestrare solo gli alti ufficiali. In alcuni Berretti Verdi, si fa largo la convinzione che l’esitazione derivi dal fatto che la Casa Bianca è al corrente dell’affiliazione di alcuni miliziani ad al Nusra o ad altri gruppi estremisti.

“Mentre continuano questi giochetti, il morale delle truppe in forza in Turchia precipita. Uno dei Berretti Verdi, che indossano l’uniforme turca come copertura, descrive così il suo lavoro: “Ce ne stavamo seduti in una stanza sul retro, a bere tè e a osservare i Turchi che addestravano futuri terroristi”.

“Almeno il 95% dei ribelli addestrati dalle Forze Speciali Statunitense e Turca erano membri o simpatizzanti di organizzazioni terroristiche”, rivela un Berretto Verde, che aggiunge: “La stragrande maggioranza ammetteva di non aver alcun tipo di riserva nei confronti dell’ISIS e che i nemici erano i Curdi e il regime siriano.”

Quasi nascosta nel testo, c’è questa sorprendente conclusione: “Dopo la sconfitta dell’ISIS, inizierà la vera guerra. La componente del FSA sostenuta dalla CIA dichiarerà apertamente la sua appartenenza ad al Nusra; al contrario, quella sostenuta dalle Forze Speciali (come il New Syrian Army) combatterà al fianco del regime di Assad. Le milizie della CIA si scontreranno contro quelle delle Forze Speciali.” È fin troppo chiaro: gli Stati Uniti hanno creato un ‘mostro’ che non riuscirebbero a controllare neanche se volessero (Ashton e Brenner, comunque, non hanno alcun interesse a ‘controllarlo’, perché credono che possa ancora rivelarsi utile).

Il Professor Michael Brenner, che ha partecipato a una conferenza congiunta, organizzata dal Dipartimento della Sicurezza Interna e dall’intelligence, ha così sintetizzato gli obiettivi in Siria:

- Arginare il ruolo della Russia.
- Destituire Assad.
- Marginalizzare e indebolire l’Iran, dividendo la Mezzaluna Sciita.
- Agevolare l’ascesa di un soggetto sunnita ad Anbar e nella Siria Orientale. Come impedire che cada sotto la sfera di influenza di al Qaeda? Bisogna sperare che i Turchi “addomestichino” al Nusra.
- Indebolire e, lentamente, frammentare l’ISIS. Un successo su questo fronte coprirebbe ogni altro fallimento agli occhi dell’opinione pubblica interna.

Jack Murphy spiega sinteticamente perché questo ‘mostro’ non può essere controllato: “Nel dicembre del 2014, al Nusra ha impiegato missili TOW statunitensi per colpire un’altra forza anti regime vicina alla CIA, chiamata Fronte Rivoluzionario Siriano, da diverse basi nella provincia di Idlib. Attualmente, questa zona è di fatto un califfato di al Nusra. Non sorprende che al Nusra sia venuta in possesso di missili TOW dall’ormai defunto Fronte Rivoluzionario Siriano e sorprende ancora meno che le stesse armi fornite al FSA siano finite nelle mani di al Nusra, se si comprendono le dinamiche interne del conflitto siriano, con la lotta tra diverse fazioni statunitensi, che si concretizza nel sabotaggio attivo dei programmi da parte di molti militari, consapevoli del fatto che i presunti ribelli laici che dovrebbero addestrare sono in realtà terroristi di al Nusra. Com’è possibile, dunque, separare i ‘moderati’ da al Nusra, come previsto dagli accordi per la cessazione delle ostilità, firmati a febbraio e a settembre 2016? Tutto il resoconto di Murphy dimostra che è impossibile operare dei distinguo, perché si tratta “sostanzialmente della stessa organizzazione.” I Russi hanno ragione: la CIA e il Dipartimento della Difesa non hanno mai avuto la chiara intenzione di rispettare l’accordo, perché non potevano farlo. E hanno ragione anche quando sostengono che gli USA non hanno alcuna volontà di sconfiggere al Nusra, come previsto dalla Risoluzione 2268/2016 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Come hanno fatto gli Stati Uniti a infilarsi in questo cul de sac, con il Presidente che autorizza un accordo con la Federazione Russa e il Segretario della Difesa che si rifiuta di rispettarlo? Un passaggio interessante nel rapporto di Murphy suggerisce che le “esitazioni” verso il programma di addestramento delle milizie ribelli nascessero proprio all’interno della Casa Bianca, forse al corrente dell’affiliazione di alcuni miliziani ad al Nusra o ad altri gruppi estremisti.

Sembra di capire che la Casa Bianca avesse solo una vaga idea del “mostro jihadista” che si stava creando in Siria, ben noto, invece, a tutti gli operatori sul campo. È la verità? Obama credeva davvero nell’esistenza dei ‘moderati’? Oppure è stato convinto da qualcuno a portare avanti questa tesi, per prendere tempo e consentire alla CIA di rifornire le forze dei ribelli? Secondo IHS Janes, la CIA ha fatto recapitare 3.000 tonnellate di armi e munizioni durante la tregua del febbraio 2016.

La tesi che vede Obama non completamente a conoscenza dei fatti è sostenuta da Yochi Dreazen e Séan Naylor (esperti redattori di Foreign Policy in materia di servizi e controterrorismo), che, nel maggio 2015, sottolineano come Obama attacchi la CIA e le altre agenzie di intelligence in un’intervista rilasciata a fine 2014, in cui sostiene che la comunità nel suo insieme ha “sottovalutato” il ruolo del caos siriano nell’ascesa dello Stato Islamico.

Naylor descrive la posizione privilegiata della CIA nell’establishment americano citando Hank Crumpton, che ha lavorato a lungo nell’agenzia prima di diventare Coordinatore del controterrorismo per il Dipartimento di Stato. Crumpton dichiara al Foreign Policy che quando “l’allora Direttore Tenet aveva dichiarato “guerra” ad al Qaeda, nel 1998, il Segretario alla Difesa non l’aveva seguito; il direttore dell’FBI o i funzionari dei servizi segreti non avevano questo ruolo predominante.”

Forse il punto è proprio questo: come Obama ebbe a dire, profeticamente, “ la CIA in genere ottiene quello che vuole”.

Forse è davvero così: Putin è stato demonizzato, (e Trump infangato, di conseguenza); il ‘mostro’ sunnita di Al Qaeda, troppo forte per essere sconfitto e troppo debole per trionfare, è usato come albatros da appendere al collo di Russia e Iran; e gli Stati Europei saranno schiacciati dalle numerose ondate di rifugiati.

Povera Siria.

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10/08/2016

Libia. Cade l’ipocrisia: soldati italiani combattono a Misurata

Prima tre soldati delle forze speciali francesi uccisi, poi l’ammissione del Times che truppe britanniche agiscono sul terreno. Infine, e non poteva essere diversamente, la conferma che anche truppe speciali italiane stanno combattendo in Libia. Nel giro di un mese – una volta che i bombardieri Usa hanno cominciato a lanciare bombe e missili su Sirte (curiosità: lo avevano fatto anche trenta anni fa uccidendo una bambina figlia adottiva di Gheddafi), tutto il castello di silenzio, riservatezza e realpolitik, è stato incrinato da quanto emerge dal territorio libico. Ufficialmente francesi, inglesi, italiani e statunitensi non sono in Libia. Meglio ci sono, ma nel caso dei soldati italiani non ci sono come truppe operative ma con lo status di agenti dell’intelligence. Il governo italiano ha infatti ammesso per la prima volta ufficialmente che militari delle forze speciali sono stati dislocati in guerra in Iraq e adesso anche in Libia. I militari italiani sono impegnati nei combattimenti contro i miliziani dell’Isis a Misurata dopo essere transitati – come i francesi – per la base militare di Benina posta sotto il controllo del gen. Haftar.

La notizia, diffusa in Italia da La Repubblica, trova conferma in un documento trasmesso al Comitato di controllo sui servizi segreti (Copasir), e classificato come “segreto”. Oggi su Sky abbiamo assistito in diretta al patetico tentativo dell’inviato del Corriere della Sera, Lorenzo Cremonesi, di smentire che in Libia siano operativi dei soldati italiani. Un ultimo atto di giornalismo embedded smentito ripetutamente durante tutta la giornata da numerosi altre fonti. Nel documento, redatto dal Cofs (Comando interforze per le Operazioni delle Forze Speciali), viene specificato che si tratta di operazioni effettuate in applicazione della normativa – l’art. 7 bis – approvata lo scorso novembre dal Parlamento, un marchingegno che ha consentito al Presidente del Consiglio di autorizzare missioni all’estero di militari dei corpi speciali ponendoli però sotto la catena di comando dei servizi segreti con tutte le garanzie connesse, inclusa l’immunità.

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Fotografate le truppe inglesi che combattono in Siria. No comment del governo


I militari britannici hanno gli “scarponi sul terreno” nella guerra in Siria. Adesso è ufficiale. La Bbc ha infatti pubblicato alcune fotografie che mostrano per la prima volta le forze speciali britanniche in azione sulla linea del fronte in Siria, a difesa di una base dei ribelli siriani sotto attacco al Tanaf, non è dato sapere se da parte dei miliziani dell’Isis o delle truppe regolari siriane. Le immagini, risalgono al giugno scorso. In esse si possono vedere 4 veicoli aperti e pesantemente armati con a bordo una decina di soldati delle unità speciali britanniche.

Le foto rappresentano la prima prova concreta del diretto coinvolgimento dei militari britannici in Siria, ufficialmente impegnati solo nell’addestramento dei ribelli siriani in Giordania. La Bbc ha scritto che le foto sono state scattate immediatamente dopo l’attacco dell’Isis nel quale erano stati uccisi nove ribelli della base sud-orientale di Al Tanaf. Dopo aver visto le immagini della truppe inglesi alla base, il Ministero della Difesa britannico non ha voluto commentare sulle operazioni delle forze speciali in Siria.

Anche in Libia è da giugno che il Times aveva riferito che le forze speciali britanniche hanno intrapreso la loro prima missione di combattimento conosciuto sul territorio libico il 12 maggio, a sostegno della fazione islamica Alba Libica (vicina alla ex fazione che governava Misurata e sostenuta dal Qatar) nella guerra civile libica. Il Times ha riconosciuto che, fino ad ora, solo le forze armate libiche (LNA) avevano combattuto da sole contro l’ISIS, sottolineando come le milizie di Misurata avessero in gran parte ignorato la metastasi di ISIS a Sirte, a sole 170 miglia di distanza. L’ex premier britannico Cameron aveva promesso che truppe inglesi non avrebbero mai messo piede in Libia, ma poi improvvisamente si sono trovati “impegnate sul terreno”. Tre settimane fa erano stati due soldati delle truppe speciali francesi ad esseri rimasti uccisi in Libia.

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20/07/2016

Uccisi tre commandos francesi in Libia. Svelata la “guerra sporca” di Parigi

Non è un momento facile per le ambizioni di potenza della Francia. Attaccata con attentati sanguinosi nelle sue città principali (Parigi, Nizza) ha dovuto ammettere anche la perdita di tre uomini delle sue unità speciali impegnati in azioni coperte sul territorio libico. Una conferma che la Francia è dentro una guerra – per quanto asimmetrica – che ha fatto vittime in Libia, Siria, Mali, Costa d’Avorio, Repubblica Centrafricana e che alla fine è giunta fin dentro le retrovie francesi attraverso il terrorismo.

Nei giorni scorsi erano circolate indiscrezioni, ma adesso il governo di Parigi ha ufficialmente confermato la morte dei tre commandos e la presenza sul campo delle sue truppe in Libia al fianco della milizia del generale libico Khalifa Haftar e fino ad oggi smentita. I tre commandos forse erano membri dei servizi armati degli apparati di sicurezza francesi. Secondo alcune informazioni i tre erano a bordo di un elicottero che sarebbe stato colpito da un missile o dal fuoco della contraerea nella giornata di domenica. Il velivolo apparteneva allo schieramento di Haftar ed era coinvolto in un attacco contro una brigata islamista di Bengasi. Come è noto in Libia, oltre alle truppe speciali francesi, agiscono unità scelte statunitensi – con un centro a ovest ed uno nell’area di Bengasi –, i commandos del Sas britannico e soldati italiani. Missioni di cui spesso si nega la stessa esistenza.

Il portavoce del governo, Stéphane Le Foll, ha confermato, su France Info, la presenza di forze speciali in Libia. Senza specificare con chi e contro chi stanno combattendo. Il Quai d’Orsay propende per l’esercito nazionale libico, di cui il gen. Haftar (uomo forte per conto dell’Egitto e dell’Arabia Saudita) ambisce la guida. “Le forze speciali ci sono, naturalmente, e per contribuire a garantire che la Francia è presente ovunque nella lotta contro i terroristi” dichiarano al ministero degli esteri francese. Secondo le Monde la conferma della presenza delle forze speciali francesi a Bengasi – 120 soldati installatisi all’aeroporto di Benina – ha scatenato tensioni con alcuni partner europei.

Per l’opinione pubblica francese, già traumatizzata dalla strage di Nizza e prima ancora di Parigi – è la rivelazione che il suo governo e il suo paese non sono “innocenti”. E’ la conferma di essere stati trascinati in una guerra i cui costi umani cominciano ad essere pesanti, sia nei paesi dove la Francia interviene militarmente sia sul territorio francese.

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