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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/06/2024

Houthi, Suez e il traffico marittimo

Dopo i fatti del 7 ottobre, il riaccendersi del massacro sionista in Palestina ha provocato un’escalation che ha coinvolto tutto il Medio Oriente. Una delle aree di tensione maggiore è stato il Mar Rosso, con gli Houthi yemeniti che quasi da subito hanno cominciato a bersagliare le navi dei paesi che sostengono Israele.

Dopo quasi otto mesi, è bene fare il punto sullo stato del traffico marittimo attraverso il Canale di Suez, nodo strategico in un mondo in cui vengono movimentate tonnellate e tonnellate di merci ogni giorno. Viene in aiuto il centro studi di Fedespedi, la Federazione Nazionale delle Imprese di Spedizioni Internazionali.

Nel rapporto appena pubblicato viene ricordato come nelle prime settimane del 2024 il numero di navi passate tramite Suez si è ridotto del 50%. La scelta di usare la rotta intorno all’Africa ha portato all’aumento del costo dei noli rispetto al 2023 del 44%, e ha anche ritardato la data di arrivo prevista per diverse imbarcazioni.

I porti italiani hanno visto una flessione del traffico del 3,2% nel primo trimestre del 2024. Sul sito della Fedespedi si legge che “la programmazione delle nuove rotte sta avvantaggiando i porti del Mediterraneo più vicini allo stretto di Gibilterra come Tangeri (terminal Eurokai registra una crescita del 26%) e i porti spagnoli (complessivamente in crescita del 12,1%)”.

Il presidente della Federazione, Alessandro Pitto, sottolinea che questa riduzione va collegata anche al rallentamento del “commercio internazionale nei primi due mesi dell’anno: esportazioni +0,6% e importazioni -10,4%”. L’Organizzazione Mondiale del Commercio prevede che nel 2024 gli scambi tornino a crescere, ma continuano a pesare le incertezze economiche e geopolitiche.

Ad aprile il porto di Genova ha registrato un calo dei volumi in uscita del 60%, il Pireo del 58%. Insomma, i problemi del trasporto marittimo non sembrano vicini a essere risolti, e non lo potranno fare i nuovi lavori al Canale di Suez.

Infatti, recentemente il presidente egiziano Al-Sisi ha ribadito la volontà di raddoppiare il Canale, di cui i sostanziosi proventi si sono dimezzati negli ultimi mesi. L’idea risale già al 2014, e ora sembra si voglia accelerare su questa imponente iniziativa.

È evidente che però il nodo centrale rimane la stabilità della regione. L’intelligence degli Stati Uniti ha detto che considera possibile che gli Houthi abbiano fornito armi ad Al-Shabaab, organizzazione sunnita somala, considerata legata ai pirati delle coste del Corno d’Africa.

I funzionari statunitensi, afferma la CNN, sono preoccupati del “grado di coinvolgimento che l’Iran può avere nell’accordo”, anche se sembrano escludere questa possibilità. Ma se il rapporto tra i due gruppi a cavallo del Mar Rosso divenisse occasione di ulteriori escalation occidentali, è difficile immaginare la normalizzazione della situazione nella regione.

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17/10/2017

Somalia - L'attentato più sanguinoso di sempre


“I morti sono così bruciati da essere irriconoscibili. L’attacco più sanguinoso di sempre”. Le parole del funzionario di polizia Ibrahim Mohamed all’Afp provano a descrivere la strage di sabato a Mogadiscio. Questa mattina è stato emesso un nuovo bilancio: 276 morti e 300 feriti negli ospedali.

Sabato pomeriggio il livello di distruzione e morte era apparso più basso: si parlava di 50 morti. Ma il camion-bomba esploso davanti all’hotel Safari nel centro della capitale somala, a poca distanza dal Ministero degli Esteri, lungo una strada trafficata e piena di gente e venditori ambulanti, ha devastato l’intera zona. L’albergo è collassato, schiacciando le persone presenti all’interno, i palazzi vicini sono stati seriamente danneggiati, in parte crollati, e le auto in fiamme. Il quartiere colpito, Hodan, è una zona commerciale, piena di negozi, hotel, venditori ambulanti e vita.

I testimoni parlano di un boato terrificante, sentito anche a chilometri di distanza in linea d’aria. Quel che resta è un cratere di macerie, sangue, pezzi di corpi e polvere. Nelle auto bruciate e nei minibus sono stati ritrovati cadaveri, uccisi dal fuoco.

Da sabato vanno avanti le operazioni di soccorso, per tirare fuori dalle macerie tutte le vittime. Di certo si sa solo che la polizia era stata insospettita dal camion e lo stava seguendo prima che saltasse in aria. L’hotel Safari, sebbene molto conosciuto, non è frequentato da stranieri, diplomatici e politici locali ma si trova vicino a diverse sedi diplomatiche e istituzionali.

Al momento nessun gruppo ha rivendicato l’attacco ma il principale sospetto è al-Shabaab, formazione islamista legata ad al Qaeda e responsabile di decine di attacchi suicidi e attentati nel paese. Sei anni fa il gruppo fu cacciato dalla capitale Mogadiscio da un’operazione congiunta di esercito somalo e Unione Africana, perdendo il controllo di numerose città nel sud della Somalia. Non si sono, però, ritirati: al-Shabaab continua a controllare aree rurali a sud e da lì organizzare attacchi contro target civili e militari e a infiltrarsi nel vicino Kenya, destabilizzando anche Nairobi.

L’obiettivo, hanno raccontato in questi mesi alla stampa ex miliziani, è costituire uno Stato islamico nella zona meridionale della Somalia. Contro di loro restano nel paese 22mila soldati dell’Unione Africana. Negli ultimi mesi è inoltre cresciuto il livello di intervento da parte degli Stati Uniti – i cui rappresentanti militari sono stati incontrati dai vertici somali due giorni prima dell’attentato – attraverso il bombardamento con i droni nel sud del paese.

Il presidente somalo, eletto a febbraio (il primo dopo 20 anni) Mohamed Abdullahi Mohammed, noto come Farmajo, ha dichiarato tre giorni di lutto mentre la reazione della gente è stata immediata: centinaia di persone sono scese in piazza dopo l’attacco, cantando slogan contro la violenza, con indosso bandane rosse e bianche. “I terroristi non hanno pietà. Dobbiamo restare uniti”, dice uno dei manifestanti”. “Non c’è casa oggi che non pianga qualcuno”, aggiunge l’attivista Abukar Sheik.

Ieri il primo ministro somalo Ali Khaire ha nominato una commissione di 16 membri – ministri, leader religiosi e rappresentanti della società civile – che si occuperà di organizzare i funerali e di garantire assistenza ai feriti. Ci si organizza in uno Stato che da sempre è stato usato come modello per descrivere il fallimento delle istituzioni: Somalia Stato fallito, il mantra sempre ripetuto. Da febbraio il nuovo presidente è al lavoro con di fronte a sé innumerevoli dossier, a partire dalla privatizzazione selvaggia di ogni servizio e infrastruttura.

Non solo: priva di un’autorità centrale solida, la Somalia è flagellata dalla carestia che ha colpito anche Yemen, Sud Sudan e Nigeria, che si inserisce in un contesto di guerra ormai permanente da due decenni e dalla presenza attiva di gruppi jihadisti.

10/03/2016

USA: droni sulla Somalia

di Michele Paris

La notizia del blitz condotto dai droni americani in territorio somalo lo scorso fine settimana ha segnato una notevole escalation dell’impegno militare di Washington in questo paese in parallelo all’espansione delle operazioni “anti-terrorismo” in Africa e in Medio Oriente. Solo alcuni giorni dopo il bombardamento, il Pentagono ha fatto sapere di avere ucciso con una singola incursione 150 presunti militanti dell’organizzazione affiliata ad al-Qaeda, al-Shabaab, in un campo di addestramento situato duecento chilometri a nord della capitale della Somalia, Mogadiscio.

L’attacco sarebbe giunto dopo settimane di sorveglianza da parte statunitense e, secondo la versione ufficiale – impossibile da verificare in maniera indipendente – le vittime stavano partecipando a una cerimonia per la fine del loro addestramento. I nuovi militanti fondamentalisti, sempre secondo il dipartimento della Difesa americano, avrebbero dovuto essere impiegati in attentati terroristici contro gli Stati Uniti o i paesi loro alleati in Africa orientale.

Per il Pentagono, infine, il raid dei droni USA non avrebbe fatto nessuna vittima civile. Quest’ultima affermazione è da prendere particolarmente con le molle, visti i criteri tutt’altro che rigorosi con cui gli Stati Uniti identificano le vittime degli assassini extra-giudiziari mirati in paesi sovrani.

Tutte le informazioni sulla maggiore operazione portata a termine dai militari americani in Somalia dall’inizio dell’impegno contro il “terrorismo” in questo paese sono state riportate dai principali media internazionali come fatti assodati. Soprattutto, la natura dell’impegno di Washington in Somalia quasi mai è stata analizzata in maniera critica, collegandola cioè ai disegni perseguiti dagli USA in paesi dall’eccezionale importanza strategica e al ruolo svolto in questo ambito dalla cosiddetta “guerra al terrore”.

Da qualche tempo, comunque, al-Shabaab stava mostrando segnali di ripresa dopo una serie di sconfitte inflitte dal contingente militare dell’Unione Africana, appoggiato dagli Stati Uniti, in grado di strappare buona parte del territorio somalo controllato dall’organizzazione qaedista. Svariati attentati compiuti nei mesi scorsi hanno dato così l’opportunità agli USA di giustificare un attacco consistente come quello del fine settimane.

In precedenza, le incursioni con i droni americani in Somalia erano prevalentemente indirizzate contro singoli leader di al-Shabaab, come quelle del settembre 2014 e del marzo successivo che uccisero, rispettivamente, Ahmed Abdi Godane e Adan Garar. Questi assassini mirati furono seguiti dalle prevedibili rassicurazioni circa l’inevitabile indebolimento di al-Shabaab, anche se il gruppo fondamentalista si è ben presto ristabilito per tornare a essere uno degli obiettivi primari dell’impegno militare americano in Africa.

I militanti somali, da parte loro, tramite un portavoce hanno confermato martedì la notizia dell’incursione USA, sia pure definendo “esagerato” il bilancio delle vittime. Al-Shabaab, infatti, eviterebbe raduni di centinaia di uomini in un solo punto proprio per il timore dei droni, la cui presenza nei cieli del paese del Corno d’Africa è ovviamente ben nota.

I velivoli armati senza pilota del Pentagono prendono dunque di mira da anni i militanti di al-Shabaab in Somalia, la cui nascita e ascesa sono però direttamente collegate alle manovre americane e occidentali in genere in questo paese martoriato. L’origine del gruppo jihadista risale alla sconfitta un decennio fa dell’Unione delle Corti Islamiche, da cui esso deriva, per mano del cosiddetto Governo Federale di Transizione e dell’esercito etiope, entrambi appoggiati dall’Occidente.

In seguito, al-Shabaab avrebbe sfruttato la debolezza del governo e l’ostilità diffusa verso le truppe etiopi in Somalia per conquistare terreno e stabilire il proprio controllo sulla stessa capitale. Solo nel 2011 il Governo di Transizione e la missione militare dell’Unione Africana (AMISOM), con l’appoggio americano, riuscirono a liberare Mogadiscio e, da allora, la campagna USA con i droni ha assunto carattere di regolarità anche nel paese dell’Africa orientale.

L’impegno delle potenze regionali e internazionali per esercitare il proprio controllo sulla Somalia ha innescato e alimentato conflitti interni rovinosi che hanno a loro volta devastato il paese, la cui popolazione vive oggi quasi interamente in stato di estrema povertà.

Anche se inquadrato nella “guerra al terrore”, lo sforzo americano in Somalia è motivato principalmente dalla posizione strategica che essa può vantare nel continente africano. Come lo Yemen immediatamente a nord, e non a caso anch’esso teatro di una lunga e sanguinosa campagna con i droni e, da qualche mese, di una brutale guerra condotta dall’Arabia Saudita, la Somalia si affaccia sul Golfo di Aden che collega il Mar Rosso all’Oceano Indiano.

Da questa via d’acqua transitano ingenti traffici commerciali, inclusi quelli petroliferi diretti verso i paesi occidentali. Non solo, il Golfo di Aden e il delicatissimo stretto di Bab el-Mandeb che divide lo Yemen e il vicino Gibuti – dove sorge l’unica base militare americana permanente in Africa – rappresentano il punto di connessione con l’Oceano Indiano e l’Asia orientale, considerati sempre più come i centri nevralgici degli scambi commerciali planetari.

In questo scenario, la Cina svolge un ruolo decisivo nei calcoli strategici di Washington, visto che i traffici che percorrono queste rotte riguardano in buona parte proprio il principale rivale degli Stati Uniti su scala globale. Inoltre, l’impegno militare americano in Africa è di fatto il tentativo di contrastare l’influenza economica cinese nel continente, cresciuta esponenzialmente nell’ultimo decennio nonostante il rallentamento dell’ultimo periodo.

Non potendo competere sul fronte economico con Pechino, Washington intende espandere la propria presenza militare e le partnership con i paesi africani in questo ambito, utilizzando il pretesto della guerra al terrorismo internazionale che, per molti versi, è l’emanazione stessa della politica estera degli Stati Uniti.

Proprio l’Africa è infatti al centro di un’accelerazione dell’impegno americano in questo frangente. Come ha diligentemente scritto lunedì il New York Times, “l’arrivo dello Stato Islamico [ISIS] in Libia ha alimentato il timore che il gruppo fondamentalista possa espandere la propria presenza in altri paesi nordafricani”.

La distruzione della Libia grazie alle manovre occidentali ha finito d’altra parte per destabilizzare tutta l’Africa settentrionale, offrendo all’Occidente nuove possibilità di intervenire militarmente per imporre o salvaguardare i propri interessi strategici. Le forze americane, come spiega sempre il Times, stanno così “aiutando [le forze locali] nella guerra contro al-Qaeda in Mali, Niger e Burkina Faso; contro Boko Haram in Nigeria, Camerun e Ciad; contro al-Shabaab in Somalia e Kenya”.

Proprio un paio di settimane fa, un’incursione dei droni americani aveva colpito un campo di addestramento dell’ISIS a Sabratha, in Libia, uccidendo una quarantina di “militanti”. L’operazione, secondo i vertici militari USA, rientrava nei piani in fase di studio per ampliare anche nel paese che fu di Gheddafi la campagna fatta di bombardamenti mirati contro le forze del terrorismo jihadista.

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07/05/2015

Kerry: missione Corno d’Africa

di Mario Lombardo

Il tour dell’Africa orientale di questa settimana del segretario di Stato americano, John Kerry, ha incluso martedì una brevissima quanto inedita visita in Somalia dove ha assicurato le autorità del paese, devastato da oltre due decenni di conflitti, circa il “ritorno” degli Stati Uniti per sostenere il processo di transizione in atto.

La delicatezza della situazione somala è apparsa più che evidente dalle eccezionali misure di sicurezza che hanno accompagnato la visita di Kerry, notificata al governo locale con un solo giorno di anticipo. L’ex senatore democratico non è nemmeno uscito dall’aeroporto di Mogadiscio, dove è rimasto per circa tre ore durante le quali ha incontrato il presidente, Hassan Sheikh Mohamud, e il primo ministro, Omar Abdirashid Ali Sharmarke.

“Ho visitato oggi la Somalia perché il vostro paese è a un punto di svolta” ha affermato Kerry in un discorso teoricamente indirizzato alla popolazione somala. “Sono passati tre anni dall’adozione di una nuova Costituzione provvisoria e dall’insediamento di un Parlamento”, ha poi aggiunto il segretario di Stato USA, ricordando come, “con l’aiuto delle forze dell’Unione Africana, i soldati somali hanno spinto [i militanti integralisti di] al-Shabaab fuori dai principali centri abitati”.

Il quadro relativamente roseo della società somala dipinto da Kerry si è ovviamente scontrato con la decisione della delegazione americana di non avventurarsi al di fuori dei confini dell’aeroporto della capitale. Al-Shabaab sembra avere in effetti perso il controllo su buona parte del territorio somalo ma la persistente minaccia di questo gruppo fondamentalista è sottolineata da ricorrenti e sanguinosi attentati condotti nel paese, a cominciare dalla stessa città di Mogadiscio.

La stampa americana e internazionale ha comunque celebrato martedì la prima visita in assoluto di un segretario di Stato USA in Somalia e quella dell’esponente più importante del governo di Washington dal tracollo delle istituzioni statali di questo paese all’inizio degli anni Novanta in seguito alla caduta della dittatura di Siad Barre.

Truppe americane erano state inviate in Somalia nel 1992 per una missione di “peacekeeping” ma due anni più tardi avrebbero lasciato il paese africano dopo l’umiliante abbattimento di due elicotteri da parte di miliziani somali e la morte di 18 soldati.

L’annuncio del presunto “ritorno” degli Stati Uniti in Somalia suggellato dalla visita di John Kerry è però decisamente fuorviante, visto che Washington non ha mai smesso di interferire nelle vicende di questo paese, promuovendo tra l’altro la disastrosa invasione dell’esercito etiope nel 2006 per ristabilire il cosiddetto Governo Federale di Transizione, minacciato dall’Unione delle Corti Islamiche.

Gli USA hanno poi sostenuto economicamente e militarmente la missione multinazionale dell’Unione Africana in Somalia (AMISOM), cioè la forza militare che da allora ha permesso la sopravvivenza del Governo Federale di Transizione e, dalla fine del suo mandato nel 2012, del primo governo permanente istituito in questo paese a partire dall’inizio della guerra civile.

L’interesse degli Stati Uniti per la Somalia è legato soprattutto alla sua posizione strategica in Africa orientale, dal momento che si affaccia sul Golfo di Aden, da dove transitano importantissime rotte commerciali che collegano l’Europa e il Golfo Persico con l’Oceano Indiano e l’Asia sud-orientale.

Il nemico da combattere in Somalia che consente la presenza più o meno diretta degli USA nel paese era e resta la milizia al-Shabaab, presa di mira in questi anni con svariate incursioni operate dai droni. Nel settembre scorso, ad esempio, era stata annunciata l’uccisione con un raid aereo americano del suo leader, Ahmed Abdi Godane.

Con la parvenza di un governo relativamente stabile a Mogadiscio, gli Stati Uniti cercano ora di integrare la Somalia nei propri piani per l’Africa orientale, principalmente attraverso la creazione di un esercito e di una forza di polizia efficaci. Di questo ha appunto discusso martedì Kerry con le autorità locali, oltre che della questione delle elezioni, previste in Somalia per il 2016, le quali verranno con ogni probabilità “coordinate” proprio da Washington.

La Somalia, in definitiva, è parte a tutti gli effetti dell’agenda americana in l’Africa orientale, basata in primo luogo sulla militarizzazione di questa porzione di continente, non da ultimo per contrastare la crescente influenza cinese in ambito economico.

Il giorno prima dell’arrivo a sorpresa a Mogadiscio, Kerry aveva promesso un pacchetto da 100 milioni di dollari per sostenere lo sforzo “anti-terrorismo” del vicino Kenya, paese profondamente coinvolto nel conflitto somalo.

Il governo kenyano del presidente Uhuru Kenyatta, già incriminato dal Tribunale Penale Internazionale per le violenze seguite alle elezioni del 2007, è stato d’altronde sdoganato da Washington dopo avere ottenuto la garanzia dell’allineamento del paese africano agli interessi americani nella regione.

Kerry ha così prospettato anche un finanziamento di 45 milioni di dollari per evitare la chiusura del gigantesco campo profughi di Dadaab, nel nord del Kenya, minacciata dal governo di Nairobi nell’ambito dell’isteria anti-somala diffusasi dopo l’attentato del 2 aprile scorso presso l’università di Garissa che ha fatto 148 morti e attribuito ad al-Shabaab.

Nello stesso disegno strategico degli Stati Uniti rientra infine anche il terzo e ultimo stop della trasferta africana di John Kerry, sbarcato mercoledì nel piccolo stato di Gibuti. Questo paese ospita la base USA di Camp Lemonnier, quartier generale delle operazioni militari americane nel continente ma anche nel vicino Yemen.

Il numero uno della diplomazia statunitense ha ringraziato le autorità di Gibuti per l’ospitalità garantita a centinaia di cittadini americani fuggiti dalla guerra in Yemen, mentre ha significativamente discusso delle modalità per contrastare in maniera “più efficace la minaccia di al-Shabaab” nella regione.

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05/04/2015

Kenya - Al Shabaab fa strage di studenti e minaccia nuovi attacchi

Ospedale di Garissa, Kenya
Testo e foto di Federica Iezzi

Secondo fonti del ministero degli Interni, è di 147 morti e 79 feriti il bilancio, ancora provvisorio, dell’attacco nel campus universitario di Garissa, nel nord-est del Kenya, a 150 chilometri dalla frontiera con la Somalia.

Quello avvenuto in Kenya, all’Università di Garissa, è solo l’ultimo di una lunga serie di attentati che prendono di mira i luoghi di studio. Dal 2009 ci sono stati 9.500 attacchi terroristici nelle scuole di 70 diversi Paesi.

Donne in attesa di notizie
all’Ospedale di Garissa

Giovedì all’alba, un piccolo gruppo di miliziani di al-Shabaab, armati di AK-47 e muniti di esplosivi, si è infiltrato nelle aule universitarie del campus, uccidendo studenti non-musulmani. Le prime testimonianze hanno riferito di colpi d’arma da fuoco seguiti da esplosioni. Presi in ostaggio decine di studenti nei dormitori. Gli scontri tra gli estremisti e le truppe kenyane hanno fatto salire il bilancio di morti e feriti. Uccisi anche quattro combattenti del gruppo affiliato ad al-Qaeda.

L’esercito kenyano ha circondato gli edifici universitari riuscendo a far evacuare, tra le giornate di giovedì e venerdì, 587 studenti. Potrebbero essere alcune centinaia i giovani cristiani ancora nelle mani dei miliziani islamici di al-Shabaab.

In un messaggio audio, subito dopo l’attacco, Ali Mohamoud Raghe, portavoce del gruppo al-Shabaab, ha detto che l’università di Garissa è stata presa di mira perché educa studenti cristiani. Inoltre, al-Shabaab minaccia nuovi attacchi finché il Kenya manterrà le truppe in Somalia. Il riferimento è al coinvolgimento dei militari del governo di Uhuru Kenyatta, nella missione dell’Unione Africana dispiegata in Somalia, per la sicurezza e la stabilità del Paese.

Dopo l’attacco, il ministro dell’Interno del Paese, Joseph Nkaissery, ha annunciato un coprifuoco di 12 ore nelle città di Garissa, Wajir, Mandera e nella contea di Tana River. Sono stati trasferiti in aereo, al Kenyatta National Hospital di Nairobi, i feriti più gravi, in attesa di delicati interventi chirurgici.
Jene, prima di entrare in sala operatoria, per un colpo di arma da fuoco all’addome, ci racconta che uomini a volto coperto continuavano a chiederle, urlando, se era cristiana. “Molti miei compagni di corso hanno perso la vita davanti alle aule dove studiavamo. Tutti erano di religione cristiana”. Ci dice di aver paura di non riuscire a superare l’intervento. “Tornerò a studiare una volta uscita dall’ospedale”: queste le sue ultime parole prima dell’anestesia.

L’atto terroristico si rivela il peggior attacco in Kenya, dopo l’attentato del 1998 all’ambasciata degli Stati Uniti da parte di al-Qaeda, che ha ucciso più di 200 persone. E viene dopo l’attacco al centro commerciale Westgate della capitale kenyana, che ha ucciso 67 persone, nel 2013. Dal 2012, più di 600 persone sono state uccise in Kenya dai jihadisti di al- Shabaab.

AGGIORNAMENTO ORE 10.30 – AL SHABAAB MINACCIA NUOVI ATTACCHI

I miliziani islamisti somali promettono nuove stragi in Kenya, dopo quella al campus universitario di Garissa in cui sono morte quasi 150 persone, per lo più studenti cristiani. “Non ci sarà luogo sicuro in Kenya fino a quando manderà le sue truppe in Somalia”, questo il monito di al-Shabaab che ha giurato che le strade delle città kenyiote diventeranno “rosso sangue”.


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03/09/2014

Droni, marò e parà italiani contro pirati e shabab somali

Nuova e pericolosa escalation militare italiana in Corno d’Africa. Secondo quanto pubblicato dalla rivista specializzata Analisi difesa, meno di un mese fa due velivoli-spia a pilotaggio remoto del 32° Stormo dell’Aeronautica militare, di stanza ad Amendola (Foggia), sarebbero stati schierati a Gibuti nell’ambito della missione antipirateria dell’Unione Europea “Atalanta”. I velivoli però opererebbero presumibilmente anche a favore delle forze governative somale in lotta contro le milizie di Al Shabab. I droni italiani sarebbero del modello Predator A “Plus”, utilizzati dall’Aeronautica nello scacchiere di guerra afgano, in Libia e nel Mediterraneo contro le imbarcazioni dei migranti. Realizzati dalla società statunitense General Atomics, i Predator possono volare a una velocità di crociera di 160 Km/h, con un’autonomia di 24 ore e sino a 926 km di distanza dalla base di partenza; sono dotati di sofisticati radar e sensori elettro-ottici che consentono ampi interventi di ricognizione, sorveglianza e “acquisizione obiettivi”. A Gibuti i due velivoli opererebbero attualmente dallo scalo aereo di Chabelley, località a sei miglia e mezzo di distanza a sud ovest della capitale. Dal settembre 2013 da Chabelley operano pure cinque droni killer Predator “MQ-1 Reaper” delle forze amate Usa, impiegati per i bombardamenti in Yemen e Somalia. “A differenza dei velivoli statunitensi quelli italiani continuano a operare disarmati dal momento che Washington non ha ancora autorizzato la cessione dei kit di armamento all’Aeronautica militare”, scrive Analisi difesa. Dei Predator tricolori, uno solo sarebbe stato assegnato all’Operazione “Atalanta” per raccogliere immagini e dati sulle imbarcazioni dei “pirati” diretti a intercettare e abbordare i mercantili in transito in acque somale. “Il secondo Predator viene mantenuto in riserva per rimpiazzare il drone gemello o forse per compiti diversi da quello antipirateria”, spiega la rivista militare. “Oltre a guidare la missione Atalanta in Corno d’africa, l’Italia detiene infatti anche il comando della missione di addestramento EUTM Somalia che a Mogadiscio addestra e offre consulenza alle forze dell’esercito somalo. Non si può escludere che uno dei  Predator italiani possa venire impiegato per fornire informazioni sui movimenti militari dei miliziani qaedisti Shebab”.

EUTM Somalia (European Union Training Mission to contribute to the training of Somali National Security Forces) venne lanciata nel 2010 dall’Unione europea; oggi è condotta in stretto collegamento con il Comando militare statunitense per il continente africano (US AFRICOM) ed AMISOM, la missione dell’Unione africana che vede schierati in Somalia più di 17.000 uomini di Uganda, Kenya, Burundi, Sierra Leone e Nigeria. Ad EUTM Somalia partecipano militari di dieci Paesi (Italia, Germania, Svezia, Ungheria, Spagna, Belgio, Finlandia, Olanda, Portogallo e Serbia); l’Italia fornisce circa il 50% del personale (78 unità), tra cui il comandante e il vicecomandante della missione, i paracadutisti del 186° reggimento della Brigata “Folgore” e gli addestratori dell’Esercito e dell’Arma dei Carabinieri. I programmi gestiti a Mogadiscio dagli istruttori della missione EUTM Somalia e dai consiglieri militari statunitensi puntano in particolare all’addestramento dei militari somali in attività anti-insurrezione e anti-terrorismo e al “combattimento in ambiente urbano”. Nell’arco del 2014 è previsto complessivamente l’addestramento di 1.850 militari. Altri 32 istruttori dell’Arma dei Carabinieri, affiancati da un team dell’Unione Africana composto da militari di Ghana e Nigeria, operano da febbraio presso l’Accademia di Gibuti per “formare” la polizia locale. Sempre a Gibuti, in pieno deserto, è operativa una base logistica italiana di 5 ettari, utilizzata dai distaccamenti di Fucilieri di Marina in transito per gli imbarchi sui mercantili con compiti di scorta antipirateria e dai reparti dell’Esercito diretti a Mogadiscio. Realizzata dal 6° Reggimento Genio pionieri di Roma, l’infrastruttura è stata inaugurata ufficialmente il 27 ottobre 2013 alla presenza del capo di Stato maggiore della Difesa, ammiraglio Luigi Binelli Mantelli. “Questo avamposto è la prima vera base logistica operativa permanente delle forze armate italiane fuori dai confini nazionali e sorge in un’area destinata ad essere più importante e strategica di Suez e di Gibilterra”, ha dichiarato Binelli Mantelli. Il mantenimento della base costa ai contribuenti italiani non meno di tre milioni di euro l’anno ed è presidiata attualmente da un plotone del 3° reggimento dei Bersaglieri.

La durata della missione dei droni dell’Aeronautica militare a Gibuti non è nota ma di certo si estenderà per i prossimi sei mesi, periodo in cui la flotta navale dell’Operazione “Atalanta” sarà sotto il comando italiano. Approvata nel dicembre 2008 dal Consiglio dell’Unione europea per contrastare la pirateria somala nel Mar Rosso, nel Golfo di Aden e nell’Oceano Indiano, la missione navale vede attualmente la presenza del cacciatorpediniere lanciamissili “Andrea Doria” (nave ammiraglia con 208 unità), quattro fregate (una olandese, due spagnole e una tedesca), una rifornitrice di squadra tedesca e uno staff formato da 34 ufficiali e sottufficiali appartenenti a 12 differenti nazioni (Belgio, Croazia, Francia, Germania, Grecia, Italia, Lettonia, Olanda, Portogallo, Romania, Serbia e Spagna). Le operazioni antipirateria della Marina militare italiana sono state finanziate quest’anno con 50 milioni di euro. Un impegno oneroso che non è giustificato dal reale pericolo rappresentato oggi dalla pirateria in Corno d’Africa. Secondo i dati diffusi dall’International Maritime Bureau, nei primi 6 mesi del 2014 gli assalti o le rapine armate ai danni di navi mercantili sono stati 116, contro i 138 registrati nello stesso periodo del 2013. Dieci soli, però, sono stati imputati ai pirati somali.

Ai costi delle missioni anti-pirateria si aggiungono i 25 milioni di euro per la partecipazione italiana ad EUTM Somalia e alle altre iniziative dell’Unione europea per la “Regional maritime capacity building” in Corno d’Africa e nell’Oceano indiano, per il funzionamento della base militare a Gibuti e per l’impiego di personale militare in attività di addestramento delle forze di polizia somale. Nell’ambito dell’accordo sottoscritto tra le forze amate italiane e quelle di Gibuti, è stata prevista inoltre la consegna a titolo gratuito al paese africano di 6 blindati 4x4 “Puma” e di una decina di obici semoventi M-109L da 155 millimetri prodotti da Oto Melara, dismessi in Italia dopo l’acquisto dei nuovi semoventi Pzh-2000. I mezzi da guerra hanno fatto la loro comparsa nelle strade di Gibuti lo scorso 27 giugno, giorno in cui ricorreva l’indipendenza del piccolo Stato africano. Sempre a fine giugno a Mogadiscio, il comando del team italiano operativo in Somalia ha donato al locale Ministero della difesa tre veicoli minivan per consentire una “migliore mobilità” ai militari somali impiegati nel conflitto che impera da tempi immemorabili nell’ex colonia italiana.

Fonte

Ricordate la Somalia? Tentazioni jihadiste nell’ Islam nero


Dopo un attacco di Al Shabaab a Mogadiscio, in Somalia, il 31 agosto, gli Stati Uniti hanno lanciato raid aerei contro il gruppo islamista. Droni killer a colpire i capi della organizzazione islamista, cellula somala di al Qaeda ma oggi ritenuta molto vicina ad Isis e al Califfato di al Baghdadi.

La notizia è di quelle stringate. Dopo un attacco di Al Shabaab a Mogadiscio, nel giorni scorsi, gli Stati Uniti hanno lanciato raid aerei contro il gruppo islamista. Droni killer per colpire i capi della organizzazione islamista cellula somala di al Qaeda ma oggi ritenuta molto più vicina a Isis e al Califfato di al Baghdadi. Capi terroristi da colpire, come era già accaduto nel passato. E secondo un portavoce del Pentagono, colpito almeno uno dei leader di Al Shabaab. Il gruppo terroristico legato ad Al Qaeda ha lasciato Mogadiscio, ma continua ad avere il controllo su zone nel sud del paese.

Secondo fonti dell’Osservatore romano - importante la presenza missionaria in Africa - alcuni missili lanciati da droni statunitensi avrebbero colpito una zona nei pressi nel porto della città meridionale di Barawe, considerata una delle residue roccaforti di al Shabaab. Tre giorni fa, l’Amisom, missione dell’Unione africana in Somalia, aveva preso il controllo della cittadina di Bulomaner, un’altra base del gruppo. La minaccia di Al Shabab è tornata a farsi sentire in Uganda, in Kenya e Gibuti. Temuto un possibile attentato all’aeroporto di Entebbe, situato a 35 chilometri dalla capitale Kampala.

Al-Shabaab, traducibile in italiano come “i Giovani”, è un gruppo insurrezionale islamista attivo in Somalia, ma non soltanto. Il gruppo si è sviluppato dopo la sconfitta dell’Unione delle Corti Islamiche da parte dei militari dell’Etiopia, durante la guerra in Somalia. È la cellula somala di al-Qāʿida. Per numerosi governi e servizi di sicurezza occidentali è un’organizzazione terroristica. Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha posto delle taglie su numerosi capi del gruppo. Uno degli obiettivi primari del gruppo è l'istituzione della regola della sharīʿa come legge delle Stato somalo.

La Somalia è uno dei paesi più poveri del mondo e dipende quasi totalmente dagli aiuti umanitari, ed è da anni un paese a rischio, dilaniato dalle lotte fra i vari “signori della guerra” e dalla presenza di reti terroristiche islamiche come gli Shabaab. La situazione sembra essere leggermente migliorata negli ultimi mesi. Secondo i dati diffusi dalle Nazioni Unite, i casi di conflitti armati e gli attacchi terroristici sono scesi del 50%. Tuttavia resta il clima di incertezza con la presenza dei terroristi, le rivalità tribali, e il problema della pirateria al largo delle coste che segnano il destino del Paese.

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02/09/2014

Somalia - Raid Usa contro al Shabaab

Ieri l’aviazione statunitense è entrata in azione nei cieli somali, per colpire il gruppo qaedista al Shabaab che controlla parte del territorio. L’obiettivo dell’operazione militare del Pentagono sarebbe stato il leader del gruppo islamista Ahmed Abdi Godane, anche noto come Abu-Zubayr, ma al momento non si hanno dettagli sull’esito dei raid.

Abu-Zubayr, 37 anni, è ritenuto la mente dell’attacco al centro commerciale di Nairobi in cui l’anno scorso morirono 67 persone ed è nella lista dei super-ricercati stilata dal Dipartimento di Stato Usa. Secondo l’intelligence statunitense, è stato addestrato in Afghanistan dai Taliban ed è salito al comando degli Shabaab nel 2008, dopo la morte in un attacco condotto dagli Usa di Adan Hashi Ayro. Pare che il capo di al Qaeda Ayman al-Zawahiri lo abbia insignito del comando di tutti i “mujaheddin” dell’Africa orientale. 

I raid Usa sono arrivati il giorno dopo l’esplosione di un’autobomba contro il quartier generale dell’intelligence a Mogadiscio e mentre le truppe governative e quelle dell’Unione Africana stanno lanciando un’offensiva contro le roccaforti dei qaedisti somali, tra cui la città portuale di Barawe (Brava) colpita dai droni statunitensi, che li ha costretti ad arretrare.

Secondo quanto riferito da Abdukadir Mohamed Nur, governatore del Basso Scebeli, nella Somalia meridionale, i raid dovevano colpire una riunione dei vertici di al Shabaab: “Si erano incontrati per discutere sull’offensiva in corso nella regione. Ci sono stati morti tra i miliziani, ma non abbiamo dettagli a riguardo”.

Il Pentagono e il Dipartimento di Stato Usa hanno sostenuto i circa 22mila soldati dell’Unione Africana che hanno ricacciato al Shabaab dalle sue posizioni a Mogadiscio e in altre aree urbane. Il gruppo, sulla lista Usa delle formazioni terroristiche, continua a mettere a segno attentati ed omicidi mirati nella capitale e anche negli Stati limitrofi, come accaduto in Kenya.

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18/06/2014

Kenya - Salito a 65 morti il bilancio degli attacchi Shabaab

È di almeno 65 morti il bilancio del duplice attacco in due città costiere al confine tra il Kenya e la Somalia nelle notti a cavallo tra domenica e martedì scorsi. Un massacro di civili e forze dell’ordine a cui si aggiunge il rapimento nella giornata di ieri di almeno 12 donne. 15 le vittime del raid di lunedì nel villaggio di Poromoko, il giorno dopo la spedizione punitiva di domenica sera nella vicina città di Mpeketoni, nel Lamu, contro tre alberghi, un distributore di benzina, una stazione di polizia e la caccia porta a porta che ha fatto 50 morti risparmiando solo fedeli di credo musulmano di nazionalità somala.

Gli attacchi sono stati rivendicati dal gruppo armato somalo Al-Shabaab con un comunicato che ha dichiarato il Kenya «ufficialmente una zona di guerra» e messo in guardia i turisti di stare lontano dal Paese. «Abbiamo fatto irruzione nei villaggi intorno Mpeketoni di nuovo la notte scorsa» ha reso noto ieri lo sceicco Abdiasis Abu Musab, portavoce per le operazioni militari di Al-Shabaab, rivendicando l’uccisione di 20 persone in maggioranza poliziotti e aggiungendo: «Le nostre operazioni in Kenya continueranno». In una dichiarazione di lunedì Al-Shabaab aveva definito l’attacco una vendetta per «la brutale oppressione e la continua invasione militare del Kenya in Somalia».

Il Kenya ha invaso la Somalia meridionale nel 2011 con l’Operation Linda Nchi (Defend the Country) contro Al Shabaab, considerati la minaccia più importante agli interessi turistici della zona costiera, e a ridosso della cosiddetta «iniziativa Jubaland» pianificata da tempo con l’intento di costruire una zona cuscinetto – in accordo con Etiopia, Sud Sudan e Tanzania – e una regione autonoma per difendere gli interessi del Kenya nella zona di confine con la Somalia.

Con il risultato che da allora una serie di attacchi terroristici di rappresaglia, hanno danneggiato l’industria turistica del Kenya. Una carneficina quella dei giorni scorsi che rianima lo spettro del terrorismo di matrice al-qaedista attraverso le azioni dei miliziani somali di Al-Shabaab. Si tratterebbe dell’attacco più grave dopo quello al centro commerciale del Westgate di Nairobi di settembre 2013 che costò la vita a 67 persone. A non esserne convinto è però il presidente del Kenya Uhuru Kenyatta secondo il quale «L’attacco nel Lamu è stato pianificato, orchestrato e ha politicamente motivato la violenza etnica contro la comunità keniota. Questo non era un attacco terroristico di Al-Shabaab. Prove indicano che reti politiche locali sono state coinvolte nella pianificazione di questo crimine efferato».

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17/06/2014

La jihad africana. Gli al-Shabab attaccano la costa kenyana


L’attacco della scorsa sera dei jihadisti di al-Shabab nella città costiera di Mpeketoni (nell’ovest del Kenya) ha provocato finora 48 morti. Devastate e date alle fiamme, inoltre, alcune sedi governative e locali pubblici.

Il movimento di al-Qaeda, comunemente localizzato nell’area Afghanistan-Pakistan, si è allargato a macchia d’olio nel tormentato continente africano. I numeri sono impressionanti: sono 24 gli stati africani lacerati dai conflitti armati in cui combattono 146 gruppi armati.

Il selvaggio attacco in Kenya è solo l’ultimo massacro compiuto dall’organizzazione fondamentalista islamica che è balzata all’onore delle cronache negli anni ’90 durante la guerra civile algerina quando provò a fondare uno stato islamico in Algeria. Il gruppo integralista oggi controlla quasi tutte le province meridionali della Somalia, devasta il Corno d’Africa ed esporta violenza anche nei paesi limitrofi. La capitale keniana fu già segnata dalla violenza degli al-Shabab lo scorso settembre quando fu attaccato il centro commerciale Westgate. Le vittime allora furono 67.

Le incursioni degli islamisti somali nelle città costiere del Kenya affacciate sull’isola di Lamu sembrano essere un atto di ritorsione contro gli sconfinamenti dell’esercito kenyota in Somalia che, ufficialmente, prova in questo modo a prevenire qualunque attacco terroristico sul suo suolo.

I movimenti ribelli collegabili ad al-Qaeda in Africa prosperano. Dalla Somalia alla Siria, gli eredi di Bin Laden e dell’organizzazione terroristica nata 25 anni fa, non si limitano ad azioni di guerriglia contro le forze armate locali, ma approfittano della fragilità delle istituzioni politiche per imporre una rigorosa applicazione della shari’a [la legge islamica, ndr].

La caduta dei regimi di Mubarak in Egitto e di Gheddafi in Libia ha agevolato la loro attività. Venendo meno la forte autorità centrale che li reprimeva, i movimenti islamici radicali hanno avuto vita facile nel Sahel.

Il Mali è stato il primo paese a subire quest’onda d’urto. Dal colpo di stato della primavera del 2012, le popolazioni tuareg, alleatesi con il movimento di liberazione dell’Azawad (area del Nord del Mali che comprende le città di Timbuktu, Gao e Kidal), hanno preso il controllo del Paese dopo sanguinosi scontri contro l’esercito regolare maliano. Nelle zone da loro controllate i militanti islamici hanno poi subito imposto un governo basato su una inflessibile interpretazione della shari’a.

La Libia è da sempre sull’orlo di una guerra civile. Soprattutto in Cirenaica, regione ricca di petrolio e roccaforte di gruppi islamici armati. La fine del regime di Muammar Gheddafi ha permesso, attraverso il deserto di Erg Murzuq al confine con il Niger, l’ingresso nel Paese di enormi quantitativi di armi per le milizie salafite di Ansar al-Sharia. Abbondanti rifornimenti che comprendono lanciarazzi, mitra, kalashnikov, arrivano anche per i sunniti di Ansar al-Islam in Tunisia, Boko Haram in Nigeria e al-Shabaab in Somalia.

L’effetto domino ha coinvolto anche la Nigeria. Il gruppo islamico Boko Haram, nato nel 2002, all’inizio era considerato dal governo di Abuja solo un leggero fastidio. Oggi è un gruppo terroristico che domina nel nord islamizzato del Paese ed ha causato la morte di 4 mila persone in soli quattro anni, ha distrutto centinaia di scuole e provocato un milione di sfollati.

Al-Qaeda del Maghreb islamico nasce durante la guerra civile algerina ed è riuscita a radicarsi anche nella Repubblica Centrafricana con il gruppo dei Seleka impegnato nei sanguinosi scontri che vedono contrapposti cristiani e musulmani. La brutalità delle violenze settarie in corso riporta alla mente quanto accaduto nel Ruanda del 1994. I Seleka hanno devastato interi villaggi ed hanno torturato, stuprato e ucciso migliaia di persone provando quasi un milione di sfollati.

Spesso ciò che spinge i miliziani a combattere è la possibilità di trovare un valido mezzo di sussistenza. Sono due gli elementi che accomunano le zone dove opera al-Qaeda in Africa: l’instabilità politica ed una profonda ingiustizia sociale. Quest’ultima, quasi sempre, è la causa scatenante dei conflitti armati o delle insurrezioni.