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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/06/2026

Uno studio israeliano conferma: “la carestia a Gaza è una strategia pianificata”

Pezzo dopo pezzo, tutte le menzogne sioniste crollano di fronte all’evidente volontà genocida, certificata persino da istituti israeliani. È il caso del tema fame: la carestia nella Striscia di Gaza non è l’effetto collaterale delle operazioni israeliane, ma una politica deliberata di Tel Aviv. È la conclusione di uno studio intitolato “Data for Denial: The Smokescreen Behind the Starvation of Gaza”, pubblicato dal Forum for Regional Thinking presso il prestigioso Van Leer Jerusalem Institute.

L’autore della ricerca, Shmuel Lederman, accademico israeliano specializzato in studi sul genocidio, ha deciso di intraprendere questa operazione di verifica – altro che il fact-checking nostrano – perché preoccupato della dilagante ondata di negazionismo tra i media e l’opinione pubblica israeliani riguardo alle condizioni di vita nella Striscia.

Lederman chiarisce un principio cardine negli studi sulle carestie: la fame non è legata alla mera disponibilità di cibo, ma all’effettivo accesso della popolazione alle risorse in questione. Il suo lavoro ha documentato come le restrizioni sistematiche su aiuti, carburante e gas da cucina, la distruzione di infrastrutture vitali, il costante ostacolo alle operazioni umanitarie abbiano azzerato la capacità di sussistenza dei palestinesi in maniera scientifica, non casuale.

Il caso dell’ingresso di camion di aiuti nella Striscia è illuminante. Nel marzo del 2025, il COGAT (l’organo militare che gestisce la vita civile nei territori occupati) affermava che erano sufficienti 80 camion al giorno per soddisfare le esigenze della popolazione di Gaza. Persino l’amministrazione Biden, già nel dicembre 2023, stimava che ne servissero più del triplo, e lo stesso COGAT, nel 2008, affermava servissero 178 camion al giorno per venire incontro alle esigenze di 1 milione e mezzo di persone.

Anche dopo il cessate il fuoco di ottobre scorso, il COGAT ha invitato il governo a ridurre il numero di camion in entrata. “In pratica – ha commentato Lederman – questa è un’ammissione della politica di affamamento”. C’è poi l’inquietante capitolo della speculazione sugli aiuti stessi. Un’inchiesta del sito di informazione Walla ha rivelato che 11 catene di supermercati israeliani hanno generato centinaia di milioni di shekel di profitti dopo essersi aggiudicate l’appalto esclusivo per la fornitura di cibo a Gaza.

Il rapporto evidenzia come i media abbiano giocato un ruolo chiave nel minimizzare la crisi umanitaria. Già nell’agosto 2025, sempre Walla aveva confermato che i principali canali televisivi israeliani tendevano a ridurre al minimo o ignorare gli allarmi internazionali sulla fame, riformulando le notizie per allinearle alla narrativa ufficiale. Quando a metà 2025 alcuni commentatori hanno finalmente ammesso l’esistenza della carestia, l’hanno derubricata a isolati errori di calcolo piuttosto che a una precisa linea politica.

La conclusione del documento è netta: le azioni condotte intorno al cibo dalle forze armate israeliane nella Striscia vanno indicate come “pianificazione deliberata, sperimentazione e manovre intorno alla ‘linea rossa’ umanitaria”. Bisogna ricordare che la fame come arma di guerra è vietata dalle Convenzioni di Ginevra, ed è considerata un crimine di guerra dalla Corte Penale Internazionale.

Lo studio, poi, dice quello che anche su questo giornale riportiamo da sempre: la fame viene usata per costringere il popolo palestinese a lasciare le proprie terre, e dunque come strumento di pulizia etnica. “Gaza – si legge nel testo – è servita in larga misura come laboratorio di prova non solo per i metodi di guerra, ma anche per l’architettura della fame e la gestione di una popolazione attraverso la privazione”. Se non è questa la descrizione di un grande campo di concentramento a cielo aperto...

Lederman, che denuncia anche le corresponsabilità degli USA e degli altri governi occidentali, si è detto preoccupato che il modello usato nella Striscia possa diventare un punto di riferimento per altri conflitti, sempre più frequenti e tragici in questi tempi. L’internazionale sionista e l’imperialismo hanno davvero reso il mondo un posto più pericoloso, ben oltre la responsabilità su un genocidio.

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23/08/2025

ONU: a Gaza carestia programmata

L’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), un organismo che si occupa di sicurezza alimentare ed è sostenuto dall’ONU, ha dichiarato ufficialmente che a Gaza è in corso una carestia dipendente dall’uomo, o per meglio dare le responsabilità politiche, dipendente dalla pulizia etnica perpetrata da Tel Aviv sui palestinesi.

È lo stesso responsabile umanitario delle Nazioni Unite, Tom Fletcher, a dire che la fame nella Striscia è “apertamente promossa da alcuni leader israeliani come arma di guerra”. Anche Volker Turk, Alto Commissario ONU per i diritti umani, ha affermato che “utilizzare la fame come mezzo di pressione è un crimine di guerra”.

Si tratta di accuse che avevano mostrato tutta la loro fondatezza già nelle immagine e nelle informazioni che arrivavano da settimane, almeno da quando è diventata operativa la Gaza Humanitarian Foundation.

Questa organizzazione era già stata indicata da più parti come strumento per l’uso della fame come arma nel massacro continuo dei gazawi. Anche l’IPC aveva avvertito l’imminente e inevitabile carestia, se la situazione fosse continuata senza modifiche. Ora arriva il riconoscimento definitivo di quest’ulteriore crimine sionista.

L’istituzione legata al circuito ONU ha inserito la Striscia nella sua Fase 5, il livello più alto della classificazione usata dall’organizzazione per indicare la situazione dei rifornimenti alimentari: è il livello che indica l’insicurezza alimentare acuta. Per ora, la carestia colpisce solo il governatorato di Gaza City, ma di questo passo sarà dichiarata, entro fine settembre, anche in quelli di Deir al-Balah e Khan Younis.

L’IPC sottolinea che a causare la penuria di cibo non è solo il blocco degli aiuti, e l’uso strumentale che di essi si fa da parte del sistema israeliano. Gli sfollamenti continui e anche il collasso della produzione che avveniva in quelle zone a causa di bombardamenti e invasioni sono parimenti all’origine della carestia.

Per l’IPC, si può ancora tornare indietro dalla strada della fame, purché si intervenga immediatamente e con decisione. “Nessuno dovrebbe avere dubbi sul fatto che sia necessaria una risposta immediata e su larga scala”, viene scritto nelle 59 pagine del rapporto dell’istituzione, “Qualsiasi ulteriore ritardo, anche di pochi giorni, si tradurrebbe in un’escalation totalmente inaccettabile della mortalità legata alla carestia”.

Vale la pena riportare alcuni numeri del documento, che rendono chiara la portata della catastrofe prodotta dal terrorismo sionista. Ad oggi è calcolato che la malnutrizione minacci la vita di 132 mila bambini sotto i cinque anni e viene stimato che, fino a giugno del prossimo anno, soffriranno di malnutrizione acuta.

L’IPC ha dovuto inoltre rivedere al rialzo le valutazioni fatte a maggio: 41 mila di questi casi soffriranno di malnutrizione grave, ovvero il doppio del numero indicato appena qualche mese fa (più o meno quando la Gaza Humanitarian Foundation ha iniziato a operare). Date che non possono essere considerate una coincidenza.

Il segretario generale, Antonio Guterres, ha scritto su X: “In quanto potenza occupante Israele ha obblighi inequivocabili ai sensi del diritto internazionale, compreso il dovere di garantire il cibo e le forniture mediche alla popolazione. Non possiamo permettere che questa situazione continui impunemente”.

Ovviamente, Israele nega tutto. Netanyahu ha definito il rapporto dell’IPC una “bugia assoluta”. Quanto ancora si permetterà a Tel Aviv di stravolgere le evidenze sotto gli occhi di tutti, e quanto a fondo i governi occidentali continueranno a sostenere il più grande crimine contro l’umanità commesso in diretta televisiva?

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07/04/2024

Gaza: 07/10/2023 – 07/10/2024. Sei mesi di morte e distruzione


Sono passati sei mesi dall’attacco di Hamas nel sud di Israele e dall’inizio dell’offensiva militare dello Stato ebraico nella Striscia di Gaza. Israele non mostra alcun segno di fermarsi e i colloqui in Egitto e Qatar non indicano ancora alcuna possibilità di un cessate il fuoco definitivo. La guerra a Gaza, dice Israele, è una rappresaglia per gli attacchi sul suo territorio da parte di gruppi armati, guidati dalle Brigate Qassam di Hamas, che hanno ucciso circa 1.200 persone e ne hanno fatte prigioniere circa 250. Ma il costo di questa ritorsione senza fine è stato eccezionalmente alto per tutta la popolazione di Gaza.

Almeno 33.137 palestinesi sono stati uccisi dai bombardamenti aerei e dall’offensiva di terra di Israele, riferisce il Ministero della Sanità di Gaza. Altre migliaia di persone risultano disperse e si presume siano morte sotto le macerie di case ed edifici distrutti.

Bambini e donne costituiscono la stragrande maggioranza delle persone uccise. Save the Children denuncia che sono stati uccisi più di 13.800 bambini. La Mezzaluna Rossa Palestinese afferma che circa 1.000 bambini hanno perso una o entrambe le gambe. L’UNICEF stima che almeno 17.000 minori palestinesi siano attualmente non accompagnati o siano stati separati dai loro genitori. Migliaia sono gli orfani. Oltre 75 mila persone sono rimaste ferite e non possono essere assistite perché il sistema sanitario di Gaza è in gran parte distrutto o danneggiato.

La situazione umanitaria a Gaza è peggiorata notevolmente nel 2024 poiché l’esercito israeliano limita l’arrivo degli aiuti alla popolazione, in particolare nel nord della Striscia. L’Unrwa, la principale e meglio organizzata delle agenzie delle Nazioni Unite che operano a Gaza, non riesce a svolgere il suo ruolo perché boicottata e ostacolata da Israele che la accusa di essere “collusa” con Hamas. 2,3 milioni di persone, perciò, rischiano la fame: l’Onu avverte che la carestia si diffonderà in varie parti di Gaza entro maggio. Una trentina di persone, in prevalenza neonati e bambini, sono già morte per disidratazione e malnutrizione. Diverse organizzazioni e centri per i diritti umani accusano Israele di usare la fame come arma di guerra.

La condizione degli sfollati, l’80% della popolazione, è drammatica. L’esercito israeliano ha intimato agli abitanti del nord della Striscia di andare al sud già all’inizio dell’offensiva di terra. Da allora nessuno è più stato in grado di tornare alle proprie case poiché l’esercito israeliano ha creato un corridoio militare che da est e ovest taglia a metà la Striscia. La maggior parte degli sfollati si trova in installazioni delle Nazioni Unite come scuole e ospedali o in tendopoli a Rafah, la città più meridionale di Gaza, al confine con l’Egitto, che Israele minaccia di invadere come le altre città palestinesi, allo scopo, afferma il premier Netanyahu, di eliminare “l’ultimo bastione di Hamas”. Molti degli sfollati vivono in strada o e in edifici distrutti solo in parte.

Gli attacchi aerei, di terra e anche dal mare hanno danneggiato o distrutto circa il 62% di tutte le case di Gaza lasciando più di un milione di persone senza un tetto. Ad oggi ci sono 26 milioni di tonnellate i detriti e le macerie che dovranno essere rimosse prima di poter avviare la ricostruzione se e quando terminerà la guerra. I danni stimati dalla Banca Mondiale e dalle Nazioni Unite sono di 18,5 miliardi di dollari. Colpite anche le infrastrutture pubbliche. Oltre al nord, i danni più gravi si registrano nel capoluogo Gaza city e a Khan Younis, nel sud, dove gli attacchi israeliani hanno distrutto migliaia di case e infrastrutture civili. Otto scuole su dieci a Gaza sono danneggiate o distrutte. Oltre 625mila studenti non hanno accesso all’istruzione.

Solo 10 dei 36 ospedali, cliniche e centri sanitari sono in grado di funzionare parzialmente, in condizioni di eccezionale difficoltà. La maggior parte dei pazienti non può ricevere cure adeguate per la carenza di medicine e attrezzature e per la stanchezza degli operatori sanitari esausti dopo sei mesi di lavoro incessante. Molte operazioni e amputazioni sono state eseguite senza anestesia. Di recente, un assedio durato due settimane dentro e intorno all’ospedale Shifa di Gaza city, il più grande di Gaza, ha lasciato il complesso sanitario in gran parte distrutto. L’esercito israeliano ha ucciso almeno 400 persone nello Shifa durante l’assedio e ne ha arrestate altre centinaia.

Infine gli attacchi militari hanno ucciso il maggior numero di operatori dell’informazione di qualsiasi conflitto moderno. Il Comitato per la Protezione dei Giornalisti stima in 90 il numero di reporter e cameraman uccisi. L’Ufficio stampa governativo di Gaza parla di 140 giornalisti uccisi.

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25/11/2018

Ucraina: 85° anniversario del “holodomor” e 5° del “kholodomor”

Il 21 novembre i nazigolpisti ucraini hanno celebrato il quinto anniversario dell’inizio di majdan. Il 25 novembre si apprestano a ricordare l’85° anniversario di quello che essi chiamano “holodomor” e che ha tutta l’aria di presentarsi, per moltissimi ucraini, come “kholodomor”.

Da fine anni ’90, la data segna il “Giorno del ricordo delle vittime del holodomor e delle repressioni politiche”. Nel 2003, l’ONU adottò una dichiarazione che esprimeva comprensione per la carestia che nel 1932-’33 colpì russi, ucraini, kazakhi e altre minoranze dell’URSS, ma, a differenza di Harvard e Kiev, la definiva tragedia e non “genocidio”.

Cosa intendono i neonazisti per “holodomor”? Si riferiscono alla siccità, ai miseri raccolti del 1931 e alla conseguente tremenda carestia che colpì anche parte dell’Ucraina negli anni 1932-1933 e che, a loro dire, fu di proposito indotta da quel maligno di Stalin, specificamente contro l’Ucraina. Per “kholodomor” (la fonia del termine è pressoché uguale: il primo sta a significare “morte per fame”; il secondo “morte per freddo”) gli antifascisti ucraini intendono ora il rischio di passare l’inverno all’agghiaccio, dato che Kiev non può assicurare il riscaldamento a moltissime famiglie e altrettante non sono in grado di pagare il gas, dato l’aumento delle tariffe imposto dal FMI.

Nessuno, e tantomeno nessuno storico, nega il fatto della morte per inedia di alcuni milioni di persone, negli anni 1932-’33, in diverse regioni cerealicole dell’URSS attanagliate dalla gravissima siccità del 1931. Ma solo i nazionalisti e i fascisti ucraini parlarono e parlano di “fame indotta volontariamente” dai bolscevichi russi, in particolare contro l’Ucraina; un mito messo in circolazione dalla propaganda goebbelsiana, al cui servizio passarono quei nazionalisti e poi, fino a oggi, sfruttato dalla narrazione antisovietica americana. Mentre lo storico Boris Borisov veniva censurato da Wikipedia per aver valutato dai 7 agli 11 milioni le vittime della depressione negli Stati Uniti, Valerij Panov nota su stoletie.ru che lo scorso ottobre il Senato USA ha approvato un progetto di risoluzione, secondo cui la carestia del 1932-’33 in Ucraina è qualificata come “genocidio” provocato “dal governo di Stalin per spezzare la resistenza all’occupazione comunista”: più o meno le stesse parole usate a suo tempo da Goebbels, che parlava di “milioni di ucraini deliberatamente eliminati dal governo sovietico”.

Dunque, “holodomor” contro l’Ucraina, dicono a Kiev. Gli storici russi Aleksandr Kolpakidi e Oleg Ajrapetov ricordano come, da quando si sono cominciate a tenere le statistiche, le zone cerealicole dell’Europa orientale abbiano conosciuto periodi ciclici di cattivi raccolti: stabilmente, ogni 5-6 anni, nella Russia centrale ogni 4 anni e cattivissimi raccolti ogni decina d’anni, e come questi abbiano sempre portato a grave inedia o carestie. Persino Lev Tolstoj ricordava la carestia di cui soffrirono oltre 40 milioni di russi nel 1891 e che causò la morte di più di due milioni di persone. Per carestia, tre milioni morirono in Russia nel 1902-1903 e ancora circa due milioni nel 1911. Poi ancora all’inizio degli anni ’20, a causa della guerra civile e dell’intervento straniero.

“Perché a Kiev non dichiarano “holodomor” le carestie zariste?”, chiede Kolpakidi. Per quanto riguarda la carestia che sarebbe stata scientemente provocata contro l’Ucraina, Ajrapetov ricorda come nel 1931 fossero state colpite tutte le regioni meridionali di Russia, Ucraina, Urali, Kuban, Caucaso settentrionale, Siberia occidentale, medio e basso Volga, oltre al Kazakhstan settentrionale. Anzi, in percentuale sulla popolazione totale, i morti in Kazakhstan furono il doppio che in Ucraina. Inoltre, tra le cause della fame, non vanno dimenticate le decine di milioni di animali, da lavoro e da carne, uccisi volontariamente dai contadini ricchi pur di non cederli a kolkhozi e sovkhozi.

I pubblicisti russi dell’epoca della perestrojka, ligi agli ammiccamenti d’oltreoceano, parlarono di oltre 7 milioni di morti in Ucraina, oltre 2 milioni in Kazakhstan e Kirgizija e 2,5 milioni in Russia; il Congresso USA si è fermato, per ora, al numero di 10 milioni nella sola Ucraina. Nel 2003, la francese INED, che pure addossa la responsabilità per la carestia alla politica di confisca dei raccolti attuata dai demoniaci comunisti, calcolava un numero di 4,6 milioni di deficit di popolazione ucraina – di cui 2,6 milioni i morti, 1 milioni le mancate nascite e 1 milione gli emigrati – cui aggiungeva i 12,5 milioni di morti della guerra, per spiegare le “conseguenze a lungo termine che ancora oggi pesano sullo stato della popolazione ucraina”. La rivista Ekspert ha scritto che vittime da fame e malattie legate a malnutrizione negli anni 1932-1933 furono circa 4,5 milioni in tutta l’URSS, di cui poco meno di 2 milioni in Ucraina.

Nel 2013, il sito ucraino mignews.com.ua scriveva di 7 milioni di morti in tutta l’URSS, compresi 3,5 milioni in Ucraina; ma, dopo majdan, le cifre continuano a balzare da 2 a 10 milioni. Lo stesso sito ricorda come 23 paesi (USA, Australia, Canada, Spagna, Italia, Polonia, Paesi baltici, ecc.; ma non Gran Bretagna) parlino di “genocidio”, pur se in nessun documento ONU, Unesco o del Parlamento europeo figuri tale termine. Termine apparso per la prima volta nel 1978 in alcune pubblicazioni di ucraini, ex petljuriani e banderisti, fuggiti in Canada e USA dopo la Seconda guerra mondiale.

A proposito delle pretese secondo cui la carestia sarebbe stata “volontariamente organizzata” contro l’Ucraina, lo storico russo Nikolaj Starikov nota come nessun pubblicista occidentale si sia finora premurata di spiegare come mai i bolscevichi avrebbero procurato la morte di milioni di persone, quando è nota la grave deficienza di forza lavoro in piena epoca di industrializzazione e crescente pericolo di guerra. In risposta a pubblicazioni apertamente antisovietiche, quali “Comunismo e dilemma della liberazione nazionale” di James Mace, o “Il grande terrore” di Robert Conquest, il semplice calcolo demografico della popolazione ucraina (29 milioni nel 1926 e 37 milioni nel 1959, nonostante la guerra mondiale) sconfessi di per sé qualunque cifra messa insieme ad Harvard e Yale.

Nel 1987, in “Fraud, famine and fascism: the ukrainian genocide myth from Hitler to Harvard”, Douglas Tottle ha dimostrato incontestabilmente come Conquest avesse usato immagini di bimbi morti di fame prese dagli archivi della prima guerra mondiale e rimesse in circolazione a metà anni ’30 da propagandisti yankee al soldo nazista. Lo scrittore ed ex collaboratore del KGB, Arsen Martirosjan, basandosi su fonti archivistiche, calcola i morti in Ucraina in circa settecentomila e giudica la cifra 7 milioni come risalente alle pubblicazioni naziste serie 145-RA e 154-RA della Seconda guerra; ricorda inoltre come proprio nel 1932-’33 in Ucraina e Caucaso settentrionale fosse scoppiata un’epidemia di tifo, la qual cosa non consente di calcolare separatamente i morti per fame. In base alle cifre dell’intera popolazione sovietica – 147 milioni nel 1926 e 170 milioni nel 1939 – Starikov conclude che sia difficile supporre “decine di milioni di morti” in tutta l’URSS nel 1932-’33 e riprende le parole dello storico statunitense Timothy Snyder, secondo cui l’ex presidente ucraino “Viktor Jushchenko ha reso un enorme servigio al proprio paese, parlando di 10 milioni di morti: tre volte tanto il numero” di 3,2 milioni, calcolato dall’Istituto ucraino per le ricerche socio-demografiche.

Tacendo sulle disastrose condizioni climatiche verificatesi all’epoca, a Kiev imputano la fame alle “requisizioni forzate” di grano da parte dello stato sovietico. Secondo le tabelle che Sergej Kara-Murza riprende dagli studiosi americani che hanno indagato la storia della collettivizzazione in URSS, si evince che nell’inverno 1932-’33, gli ammassi di grano allo stato non furono particolarmente elevati, così che a disposizione dei contadini era rimasta la stessa quantità di grano del 1934 (da 320 a 400 kg a persona) e molto più che nel 1936, anni in cui però non si verificò alcuna carestia.

A proposito dell’ultima “fatica” dell’americana Anne Appelbaum “Red Famine: Stalin’s War on Ukraine”, Svjatoslav Knjazev pone una “semplice domanda. Dov’è la logica nelle azioni del “tiranno sanguinario”? Perché avrebbe speso tante energie a fine anni ’20 per trasformare l’URSS, costruendo centrali elettriche, fabbriche, strade, migliorando le capacità tecniche dell’agricoltura, per poi, nel 1932, decidere improvvisamente di eliminare gli ucraini, salvo poi, nel 1933, precipitarsi disperatamente a salvarli, assicurando rifornimenti straordinari per 3 milioni di pud di grano, 23 milioni di pud di sementi, 6 milioni di pud di foraggio e 5 milioni di pud di generi alimentari?”.

La Appelbaum, foraggiata da Petro Poroshenko (un paio di anni fa fece notizia il suo improvviso e vertiginoso arricchimento, subito dopo majdan) per ripubblicare il libro in lingua ucraina, sponsorizzata da cupole quali il Council on Foreign Relations (associata al clan Rockefeller) e National Endowment for Democracy (legata alla CIA) e stimolata dalla sfrenata russofobia del marito, l’ex Ministro degli esteri polacco Radislav Sikorsky, non fa che ripercorrere le orme dei vari Conquest, Mace e degli “studiosi” yankee, allettata dagli appetitosi tornaconti di tali “ricerche”.

Aleksandr Kolpakidi conclude che il reale obiettivo degli attuali “storici” del “holodomor” sia quello di sviare l’attenzione degli ucraini dall’odierno reale “holodomor”, al compimento del primo quinquennio di majdan e dopo che ieri Poroshenko ha caratterizzato la guerra nel Donbass come “difesa dell’Ucraina dagli eredi di quegli “inumani” che inflissero il holodomor agli ucraini”. Un anno fa, l’ucraino Texty.org.ua classificava il paese, sulla base del livello salariale medio, come il più povero d’Europa. Quest’anno, The World Factbook della CIA lo pone al 187° posto mondiale per tasso di crescita della popolazione (0,04); al 190° per tasso di natalità (58 nati per 100 morti nel 2018), al 148° per aspettativa di vita (72,4 anni) alla nascita, con un’età media di 40,8 anni. La popolazione è passata dai 52 milioni del 1990, ai 45,5 del 2013, ai 42,3 del 2018.

L’odierno “kholodomor” – “morte da freddo”: con centinaia di cittadine, villaggi e anche interi quartieri della capitale lasciati all’agghiaccio dalla liberalizzazione e decentralizzazione dei servizi municipali essenziali – rispecchia una situazione in cui il FMI ha posto quale condizione per concedere ulteriori prestiti, l’aumento in ottobre del 23,5% della tariffa del gas, cui seguirà a gennaio un ulteriore 40%. E’ così che, dal 2013 al 2018, l’energia elettrica è passata da 0,2-0,3 grivne kw/h a 0,9-1,68; le tariffe domestiche da 2,41 grv/m2 a 5,85; il gas da 0,93 grv/m3 a 8,54; l’acqua da 3,18 grv/m3 a 19,59; l’energia da riscaldamento da 2,91 grv/m2 a 31,55 e passerà a 36,59 nel 2019, così come l’acqua calda da 16 grv/m3, a 74,53 e poi a 86,45 grivne. I salari medi, che erano di 3.619 grivne (443 $, quando 1 dollaro valeva 8 grivne) nel 2013, sono sì oggi triplicati a 9.042 grivne, ma sono pari a 290 $, con il dollaro che vale 27,7 grivne.

Ora sì che qualcuno sta condannando scientemente il popolo ucraino alla morte per inedia e freddo; ma non sono i comunisti. Le loro centrali risiedono a Washington, Bruxelles; la manovalanza è dei nazigolpisti di Kiev.

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13/05/2018

Quando le carestie diventano un ricatto. Il caso del Sahel

All’OIM (Organizzazione Internazionale Migrazioni), si transita per tornare a casa dopo un’avventura migrante fallita. Per i numerosi ospiti dei centri di Niamey c’è diritto a mezzo pane asciutto la mattina, qualcosa di decente verso il mezzodì e la cena frugale alle 18. Tra i pasti citati c’è chi mendica cibo attorno al quartiere in attesa che si realizzino le condizioni per la partenza. Probabilmente non tutto quanto è destinato ai migranti arriva a destinazione. In fondo gli impiegati non hanno torto. Anche i cittadini normali della città hanno fame e la prima migrazione della storia è quella dei piedi guidati dallo stomaco.

Ormai si sa. Le carestie del Sahel sono diversamente annunciate, apprezzate e vendute. Da ogni parte, alla faccia delle millantate tre N del rinascimento nigerino, i granai sono desolati e vuoti. Le tre enne, i Nigerini che Nutrono i Nigerini, funziona sulla carta dei ministeri e dei donatori di fondi del pronto intervento che arriva in ritardo. I sistemi di allerta precoce non mancano e neppure i rapporti che fanno della fame potenziale il loro ‘piatto forte’. Le carestie sono un sistema di controllo politico.

In uno di questi rapporti, stilato dal Comitato Inter-Statale di lotta contro la siccità nel Sahel (CILSS), si parla di oltre 7 milioni di persone minacciate dalla carestia nel Sahel e nell’Africa Occidentale. La scarsa pluviometria, le cavallette, i conflitti armati, gli spostamenti di popolazione, la ricerca di pascoli per gli allevatori di bestiame e altri fattori contribuiscono alle carestie annunciate. Lo studio sulla vulnerabilità all’insicurezza alimentare delle famiglie in ambito rurale nel Niger, realizzata dall’Istituto Nazionale delle Statistiche, rivela che 2,67 milioni di persone si trovano in insicurezza alimentare. Ciò rappresenta il 14,5% della popolazione. Questo rapporto preliminare aggiunge che quasi 6 milioni di cittadini sono ritenuti ‘a rischio’ e cioè in uno stato di fragile sicurezza alimentare. In alcune regioni la percentuale della popolazione in stato di insicurezza alimentare severa o moderata sfiora il 25%. Siamo in buona compagnia. L’ultimo rapporto mondiale sulle crisi alimentari ricorda che nel 2017 circa 124 milioni di persone hanno sofferto lo stesso.

Le carestie sono talvolta negate o taciute il più a lungo possibile. Sono poi da notare quelle create e infine quelle pubblicizzate come strumento di propaganda umanitario. Cicliche come un calendario immaginario delle stagioni. Sono invece e anzitutto il frutto di scelte politiche dei governanti. Nel Niger e in altri paesi come lui, ad esempio, è il 15 % del bilancio dello stato a essere devoluto alla sicurezza (dal terrorismo delle frontiere). L’educazione, contrariamente alle promesse presidenziali, invece del 25%, usufruisce di meno del 10%. Le scuole secondarie e le università, non casualmente, sono chiuse e l’anno ‘bianco’ non è dichiarato solo per timore di penalità. Alla giustizia, in stato fallimentare anche visti gli ultimi sviluppi della società civile decapitata con detenzioni illimitate e delocalizzate, si riserva l’1%. All’agricoltura e all’allevamento, cruciali rispetto alla nutrizione, rimane uno squallido 5,6%. Le crisi alimentari sono dunque quanto rimane della politica che sceglie di armarsi, organizzare lo spettacolo e pensare al futuro dei ricchi.

Ma è soprattutto alle politiche internazionali che dovrebbe rivolgersi lo sguardo di chi cerca di capire la non ineluttabilità delle crisi alimentari. Lo smantellamento dell’agricoltura famigliare, al meglio lasciata a se stessa. L’incuria delle reti di sostegno (strade ad esempio), la priorità alle industrie estrattive creano le condizioni per privilegiare interessi privati in terreni arabili. Il ricatto è politico nel senso che il cibo, arma temibile, si negozia coi politici per la gestione e distribuzione che si adeguano alle alleanze politiche del momento. Dimmi cosa non mangi e ti dirò di che partito sei. Le carestie sono, da sempre, un ricatto politico.

Niamey, maggio 018

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17/10/2017

Somalia - L'attentato più sanguinoso di sempre


“I morti sono così bruciati da essere irriconoscibili. L’attacco più sanguinoso di sempre”. Le parole del funzionario di polizia Ibrahim Mohamed all’Afp provano a descrivere la strage di sabato a Mogadiscio. Questa mattina è stato emesso un nuovo bilancio: 276 morti e 300 feriti negli ospedali.

Sabato pomeriggio il livello di distruzione e morte era apparso più basso: si parlava di 50 morti. Ma il camion-bomba esploso davanti all’hotel Safari nel centro della capitale somala, a poca distanza dal Ministero degli Esteri, lungo una strada trafficata e piena di gente e venditori ambulanti, ha devastato l’intera zona. L’albergo è collassato, schiacciando le persone presenti all’interno, i palazzi vicini sono stati seriamente danneggiati, in parte crollati, e le auto in fiamme. Il quartiere colpito, Hodan, è una zona commerciale, piena di negozi, hotel, venditori ambulanti e vita.

I testimoni parlano di un boato terrificante, sentito anche a chilometri di distanza in linea d’aria. Quel che resta è un cratere di macerie, sangue, pezzi di corpi e polvere. Nelle auto bruciate e nei minibus sono stati ritrovati cadaveri, uccisi dal fuoco.

Da sabato vanno avanti le operazioni di soccorso, per tirare fuori dalle macerie tutte le vittime. Di certo si sa solo che la polizia era stata insospettita dal camion e lo stava seguendo prima che saltasse in aria. L’hotel Safari, sebbene molto conosciuto, non è frequentato da stranieri, diplomatici e politici locali ma si trova vicino a diverse sedi diplomatiche e istituzionali.

Al momento nessun gruppo ha rivendicato l’attacco ma il principale sospetto è al-Shabaab, formazione islamista legata ad al Qaeda e responsabile di decine di attacchi suicidi e attentati nel paese. Sei anni fa il gruppo fu cacciato dalla capitale Mogadiscio da un’operazione congiunta di esercito somalo e Unione Africana, perdendo il controllo di numerose città nel sud della Somalia. Non si sono, però, ritirati: al-Shabaab continua a controllare aree rurali a sud e da lì organizzare attacchi contro target civili e militari e a infiltrarsi nel vicino Kenya, destabilizzando anche Nairobi.

L’obiettivo, hanno raccontato in questi mesi alla stampa ex miliziani, è costituire uno Stato islamico nella zona meridionale della Somalia. Contro di loro restano nel paese 22mila soldati dell’Unione Africana. Negli ultimi mesi è inoltre cresciuto il livello di intervento da parte degli Stati Uniti – i cui rappresentanti militari sono stati incontrati dai vertici somali due giorni prima dell’attentato – attraverso il bombardamento con i droni nel sud del paese.

Il presidente somalo, eletto a febbraio (il primo dopo 20 anni) Mohamed Abdullahi Mohammed, noto come Farmajo, ha dichiarato tre giorni di lutto mentre la reazione della gente è stata immediata: centinaia di persone sono scese in piazza dopo l’attacco, cantando slogan contro la violenza, con indosso bandane rosse e bianche. “I terroristi non hanno pietà. Dobbiamo restare uniti”, dice uno dei manifestanti”. “Non c’è casa oggi che non pianga qualcuno”, aggiunge l’attivista Abukar Sheik.

Ieri il primo ministro somalo Ali Khaire ha nominato una commissione di 16 membri – ministri, leader religiosi e rappresentanti della società civile – che si occuperà di organizzare i funerali e di garantire assistenza ai feriti. Ci si organizza in uno Stato che da sempre è stato usato come modello per descrivere il fallimento delle istituzioni: Somalia Stato fallito, il mantra sempre ripetuto. Da febbraio il nuovo presidente è al lavoro con di fronte a sé innumerevoli dossier, a partire dalla privatizzazione selvaggia di ogni servizio e infrastruttura.

Non solo: priva di un’autorità centrale solida, la Somalia è flagellata dalla carestia che ha colpito anche Yemen, Sud Sudan e Nigeria, che si inserisce in un contesto di guerra ormai permanente da due decenni e dalla presenza attiva di gruppi jihadisti.

06/05/2017

Elogio della mendicanza, nel Niger e dintorni

Niamey – Assieme al pellegrinaggio e altre pratiche, l’elemosina è uno dei pilastri riconosciuti dell’Islam. Come in altre credenze religiose essa è un segno che i beni sono precari e che, in definitiva, solo esistono per essere condivisi. Ci sono le elargizioni volontarie e quelle obbligatorie chiamate zakat. Quest’ultima forma il terzo pilastro dell’Islam. Per facilitare le operazioni di salvezza, specie di venerdì, i poveri appaiono con maggiore insistenza e solennità. I piccoli scolari delle innumerevoli scuole coraniche, i ciechi guidati da bambine lungo i crocicchi delle strade, i sordomuti, i pazzi e alcune vecchie signore col neonato in braccio. All’ora della preghiera solenne i poveri stazionano di fianco alla moschea, sotto il sole implacabile di maggio. Sono facilitatori di paradiso, esperti passeurs di buone opere per la remissione, parziale o totale dei peccati di avarizia. La mendicanza è una dimensione insostituibile dell’umano e i mendicanti sono tra i benefattori dell’umanità più ricercati. Chiedetelo al mondo umanitario, assiepato ad Agadez e in altri luoghi privilegiati. A Niamey la presenza delle sedi delle agenzie è incalcolabile. Come la cifra d’affari molto umanitari.

Il governo del Niger, sulla stessa linea, chiede aiuto ai partner del Paese, sempre presenti nei tempi difficili, per aiutare la transizione della stagione. In gergo locale si chiama soudure, saldatura tra la stagione della raccolta e quella della semine quando le piogge saranno di ritorno. In effetti, il coordinatore della cellula di crisi alimentare ha rivelato che il fabbisogno alimentare gira attorno a 200 milioni di euro. I ministri competenti sollecitano l’applicazione immediata del piano di mendicanza sopracitata. Dalla loro parte batte il cuore umanitario ma il prodotto finale non cambia. La cronica difficoltà a gestire le crisi cicliche delle carestie nel Paese rivela una volta di più l’inconsistenza delle politiche agricole e alimentari del paese. Le tre ENNE che hanno caratterizzato l’avvento messianico della Settima Republica, e cioè i Nigerini che Nutrono i Nigerini, fanno da tempo la coda davanti agli uffici dei procacciatori di fondi. La vendita delle frontiere e dei migranti all’Unione Europea non sono stati sufficienti a colmare quanto sparisce o quantomeno dirottato altrove. Si tratta del governo della mendicanza e della mendicanza come forma di governo.

La mendicanza è un sintomo, una strategia, un modo di vivere, un’opzione, una filosofia, una religione e una politica. Plasma le relazioni sociali, orienta le politiche e arrangia i matrimoni. Imprime accelerazioni alla vita quotidiana e soprattutto applica con coerenza ciò che tutti desiderano. Che nulla cambi del mondo così come si presenta agli occhi dei potenti. A questo servono le elemosine, i mendicanti e le agenzie di collocamento caritativo. Persino entità sinistre come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale che , assieme alle armi, sono la rovina del mondo, diventano senza colpo ferire Agenzie Caritative Globali. L’ambito della sicurezza interiore è una delle priorità anche dell’Unione Europea. I gruppi armati sono intanto disarmati, localizzati, riciclati, combattuti e utilizzati per ottenere altri aiuti. Il progetto europeo ha mobilizzato qualcosa come 31 milioni di euro. Le mendicanze ufficiali sono proporzionali all’importanza dell’elemosina. Anche in questo settore arriverà la salvezza, precaria, della carità. Quanto alla Giustizia nel Paese, coinvolta anch’essa nel citato progetto, solo vive dell’elemosina del potere.

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