Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Elemosina. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Elemosina. Mostra tutti i post

05/05/2024

Il Governo Meloni alla fiera del nulla

Il Consiglio dei Ministri del 30 aprile passerà alla storia come tentativo del Governo Meloni di vendere fumo. Il Governo ha infatti annunciato ben due misure (il “bonus 100 euro” e il Decreto coesione) che a suo dire servirebbero a rilanciare l’economia, mentre rappresentano semplicemente due scatole vuote.

Analizziamole entrambe, cominciando dal “bonus 100 euro”, e ricordando anzitutto la sua genesi.

Il Governo verso metà aprile annuncia che è imminente una misura, che esso stesso definisce “bonus tredicesime”, e che doveva inizialmente consistere in un contributo di circa 80 euro (annui) ai titolari di reddito da lavoro dipendente non superiore a 15.000 euro l’anno. La misura doveva essere approvata nel Consiglio dei Ministri del 23 aprile, ma con l’avvicinarsi della scadenza se ne parla sempre meno: per “approfondimenti contabili”, dice il Governo. Passa qualche giorno, e la misura diventa il “bonus 100 euro” che viene effettivamente approvato nel Consiglio dei Ministri del 30 aprile. Sembrerebbe che l’importo, benché sempre misero, sia aumentato, ma ci son un sacco di fregature.

Prima di tutto, cambiano le condizioni di accesso: la soglia di reddito sale a 28.000 euro (e questo apparentemente è un bene) ma è l’unica nota positiva: per accedere al reddito occorre avere coniuge e almeno 1 figlio a carico (o solo 1 figlio in caso di famiglie monogenitoriali): questo vuol dire che se prima una famiglia in cui i due genitori guadagnavano meno di 15.000 euro aveva diritto entrambi a 80 euro, ora la stessa famiglia non ha diritto a nulla! L’unico modo per rientrare nella categoria dei beneficiari è che uno dei due sia disoccupato. E non sia mai il figlio faccia qualche lavoretto: basta che abbia guadagnato in tutto l’anno più di 2.840 euro (la somma oltre la quale non si risulta fiscalmente a carico dei genitori o del coniuge) per far perdere il diritto al beneficio. E meno male che si trattava di misure per sostenere il lavoro dipendente...

Continuando l’analisi, la situazione (pare incredibile, ma tant’è) peggiora: i 100 euro non saranno veramente 100, perché pare saranno “fiscalmente imponibili”, e quindi si ridurranno verosimilmente a una somma fra i 70 e 80 euro, sempre all’anno: di fatto, equivale a meno di 7 euro al mese. Infine, questa somma verrà versata a gennaio e non più a dicembre, anche se con sprezzo del ridicolo il Viceministro Leo (padre di questa proposta) continua a dire che l’obiettivo è sostenere la spesa per consumi in particolare nel periodo di Natale (?!?).

In realtà lo slittamento a gennaio nasconde un’altra insidia: nella conferenza stampa di presentazione, Leo ha infatti specificato che, erogando il bonus a gennaio 2025, per verificare la soglia dei 28.000 euro si farà riferimento alla retribuzione conseguita nel 2024. Ora come ben noto, dopo l’ondata di inflazione avuta nel 2023, nel corso del 2024 diversi contratti di lavoro sono stati rinnovati: niente di rilevante, anzi come abbiamo detto più volte i rinnovi sono sempre stati ben al di sotto del solo recupero dell’inflazione; tuttavia il loro aumento nominale rischia di portare “oltre la soglia” eventuali possibili beneficiari.

Lo slittamento a gennaio però ha soprattutto un’altra motivazione, ed è questo l’aspetto che più rende l’idea del “niente” che vale questa misura: come ricordato sopra l’intervento è stato posticipato per “approfondimenti contabili”, e poi in conferenza stampa Leo ha usato più volte il termine “attenzione maniacale per i conti pubblici” che contraddistingue l’atteggiamento del Governo. Su domanda esplicita, ha dovuto confessare quanto “vale” questa misura, cioè quale è l’impegno di spesa previsto dal Governo: 100 milioni di euro.

Ci sono molti modi per capire quanto questa cifra, per un paese come l’Italia, rappresenti assolutamente il nulla. Il totale della spesa pubblica in Italia per il 2024 è pari a circa 886,5 miliardi, il che vuol dire che un impegno aggiuntivo di 100 milioni rappresenta lo 0,01% della spesa. Eppure il Governo fatica a trovare questa cifra, e rimanda la spesa al 2025. Per avere un’idea, è come se una persona che guadagna 1.500 euro avesse difficoltà a trovare 17 centesimi da spendere...

Si potrebbe dire che non ha senso paragonare la spesa pubblica complessiva con l’incremento di spesa previsto da una singola misura: ammesso e non concesso che sia vero (i numeri e le proporzioni restano quelli) proponiamo allora un altro confronto: il bilancio del Ministero della Difesa in Italia nel 2024 supererà i 29 miliardi, con una crescita di almeno 1,4 miliardi rispetto al 2023. Insomma, è un problema (tanto da rinviarlo al 2025) trovare 100 milioni per lavoratori dipendenti, ma nello stesso anno è possibile trovare un importo superiore di 14 volte per aumentare la spesa militare.

Passiamo quindi alla seconda scatola vuota, ovvero le misure inserite nel “Decreto coesione”. Come dice il nome del Decreto, il Governo si esercita in una rimodulazione della governance dei fondi di coesione (fondi di provenienza essenzialmente europea) finalizzata al “rafforzamento istituzionale”, grazie all’espansione delle funzioni della Cabina di regia per la definizione dei piani operativi del Fondo Sviluppo e Coesione (FSC), l’introduzione di misure per l’accelerazione dell’utilizzo delle risorse, l’individuazione di interventi prioritari nei settori strategici, la creazione di sistemi di monitoraggio e la reintroduzione dei fondi di perequazione infrastrutturale.

Splendide parole, a cui segue una lunga lista di “bonus” finalizzati a sostenere l’occupazione: c’è un bonus per chi assume donne, per chi assume giovani under 35, un bonus per chi assume nella Zona Economica Speciale nel Sud Italia, addirittura incentivi all’autoimpiego di berlusconiana memoria. Insomma, sembrerebbe che il Governo mette sul piatto un sacco di soldi per sostenere l’occupazione, soprattutto attraverso sgravi contributivi per chi assume.

Lasciando un attimo da parte un punto economico fondamentale (e cioè che questa strategia riprende la storia secondo cui l’occupazione dipenderebbe principalmente dalle politiche dal lato dell’offerta, per cui compito dello Stato è semplicemente sostenere chi assume, anche facendosi carico per un certo periodo di tempo di parte degli oneri sociali), il fatto banalmente è... che tutti questi soldi sul tavolo non ci sono proprio. Meglio, non sono soldi nuovi, non c’è quasi nessun finanziamento aggiuntivo da parte del Governo, ma semplicemente vengono ripescati fondi accantonati in altri fondi che il Governo stesso non riusciva a spendere (da qui l’esigenza di una nuova governante) e messi sotto altri cappelli dal nome più accattivante, specialmente in vista delle imminenti elezioni europee. E soprattutto, ricordiamo sempre, misure di questo tipo (detrazioni e sgravi sulle assunzioni) sono soldi regalati alle imprese, in quanto non c’è alcuna prova che poi si traducano in aumenti salariali e/o maggiore occupazione effettiva.

Ricapitolando, il Governo mette in campo risorse ridicole (i 100 milioni del bonus tredicesime), oppure si rivende come nuova spesa somme che aveva già considerato in precedenza. Un’operazione tanto raffazzonata che la stampa e l’opposizione hanno avuto gioco facile a metterne in evidenza la scarsa consistenza. Ma allora perché il Governo lo ha fatto? Un indizio ce lo fornisce sempre il Vice Ministro Leo con la citata “attenzione maniacale per i conti pubblici”: da quest’anno infatti torna in vigore il Patto di Stabilità, addirittura peggiorato rispetto alla versione pre-Covid, e il Governo di conseguenza si prepara a imporre una nuova stagione di austerità, nella quale risorse “fresche” da impegnare per rilanciare l’economia ce ne saranno sempre di meno. A fronte di ciò il Governo, che ad esempio sul tema della fiscalità aveva promesso il classico “meno tasse per tutti” si adegua di buon grado: del resto il nuovo Patto di Stabilità lo hanno accettato anche loro a livello di capi di Governo e ministri dell’economia, nonostante la scenetta del tardivo voto contrario da parte degli europarlamentari.

E allora se l’opposizione parlamentare si limita a osservare con malcelata soddisfazione che il Governo è rimesso in riga dalla “realtà dei fatti”, noi al contrario crediamo che è proprio questa realtà dei fatti che deve essere ridiscussa: le politiche fiscali di questo Governo sono sommamente ingiuste e da criticare, ma se nel poco onorevole derby fra tali politiche e austerità è quest’ultima a vincere c’è poco da gioire.

Compito della classe lavoratrice è da un lato lottare per avere aumenti salariali, e dall’altro esigere un livello di finanziamento della spesa pubblica – e in particolare la spesa sociale – adeguato a garantire servizi degni di questo nome; mancette e giochi delle tre carte li lasciamo a chi non può fare altro che squallide operazioni di maquillage.

Fonte

24/08/2023

Prove materiali di "welfare dei miserabili"

Fanno veramente impressione – e dovrebbero far riflettere – le scene di ieri mattina, a Napoli, dove, fin dalle prime ore della giornata, una folla accaldata e sotto un sole cocente, in gran parte composta di donne con bambini al seguito, si è radunata sotto la sede del Comune di Napoli, in Via Salvatore Tommasi, per richiedere l’accesso alla “Carta Acquisti”.

Per ore, tormentati da un caldo asfissiante che ha provocato alcuni malori, hanno consegnato agli sportelli comunali (funzionanti sempre in un numero inadeguato a svolgere un servizio civile ed efficiente) i dati per ricevere questo miserevole strumento che il governo ha recentemente varato per “affrontare la diffusione della povertà”.

Ci riferiamo alla “Carta Acquisti” la carta di pagamento del valore di 40 euro mensili di cui possono beneficiare le persone che hanno compiuto 65 anni o hanno figli di età inferiore ai 3 anni che si trovano in una situazione economica particolarmente disagiata.

Una autentica, quanto offensiva, miseria di Stato che nel delirio classista, turbo/liberista e – soprattutto – razzista, elaborato dai think tank governativi dovrebbe “alleviare la sofferenza sociale e la marginalità” di tante famiglie del nostro paese.

In effetti – anche se in assenza di clamore mediatico e con la (inconsapevole?) distrazione di tanti attivisti politici e sociali – siamo dentro un passaggio, formale e materiale, verso la configurazione operativa del Welfare dei Miserabili che, progressivamente, sta sostituendo ciò che ancora residuava del vecchio compromesso sociale e dei conseguenti servizi alle persone e alla collettività che né derivavano.

L’odio di classe (alla rovescia!) che padroni, governi e l’intera genia di grassatori borghesi hanno iniettato nelle pieghe della società contro il Reddito di Cittadinanza, attraverso la realizzazione di una crociata culturale e politica senza precedenti nella storia della contrattazione sociale nel nostro paese, è servita – sta servendo – a sferrare la mazzata finale contro una idea di Stato Sociale che, seppur alla lontana, ancora si richiamava ad una concezione di democrazia economica e di solidarietà verso gli ultimi.

Piccole mance che sfiorano il senso del ridicolo, odio e riprovazione verso i poveri e coloro che “non c’è l’hanno fatta”, nessun vero e decente Salario Minimo, il sistematico smantellamento dei vari Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro e un mercato del lavoro (e del non/lavoro) il più possibile deregolamentato sono gli obiettivi del Governo Meloni che – al di là delle fantasie di presunta interprete della destra sociale che hanno accompagnato, in questi anni, la scalata al potere di Giorgia della Garbatella – assecondano gli espliciti desiderata di Confindustria e del complesso dei poteri forti della finanza e dell’economia.

Un lavorio – spiccatamente classista – che predispone ad una ennesima stagione di sacrifici considerando che da Bruxelles arrivano – dopo la tregua temporale del periodo inerente la crisi pandemica globale – nuovi appelli e severe reprimende ai governi nazionali per orientarli, di nuovo, verso il rigore e al completamento delle riforme.

In questo contesto le scene di Napoli – quindi – sono solo uno degli episodi dell’acutizzarsi di una diffusa crisi sociale che inizia, di nuovo, a percepirsi ad ampia scala e – a scanso di equivoci – almeno al momento non sono ancora foriere di una ripresa di conflittualità sociale e metropolitana.

Sarebbe utile – però – che il sindacalismo conflittuale e le forze indipendenti ed anticapitaliste aumentassero la loro attenzione e la loro attitudine militante verso strati e settori della società (…del ‘Blocco Sociale’) i quali cominceranno – ancora più che nel recente passato – a pagare i costi della crisi e subiranno una ulteriore retrocessione nella generale gerarchia sociale.

Alludere – come spesso è avvenuto nella vicenda politica italiana – ad un nuovo Autunno Caldo può, anche a dei convinti materialisti come noi, apparire come una banalizzazione rituale o, addirittura, come un esercizio di sfiga da cui scansarsi e proteggersi.

Resta – comunque – un compito di informazione/contro, di mobilitazione e di lotta che occorre proporre, alimentare e praticare.

Rilanciare, in tutte le forme possibili, il conflitto, connettere le lotte e le mobilitazioni nei posti di lavoro e nei territori, far vivere concretamente e non solo nella pur importante agitazione propagandistica la parola d’ordine “Abbassare le Armi ed Alzare Salari e Stipendi” sedimentando progressivamente organizzazione popolare incardinata ad una prospettiva autonoma ed indipendente restano gli snodi politici e programmatici – una vera e propria cruna dell’ago – che dobbiamo attraversare per risalire la china e ridare voce, forza e rappresentanza alla nostra gente.

Fonte

17/02/2019

Prima gli italiani? No, prima i ricchi!


Contro il governo della carota e del bastone...

In Italia, negli ultimi 20 anni, la ricchezza si è spostata, con un andamento costante, dai salari ai profitti e lo stato sociale è stato ridotto in braghe di tela in nome dell’assioma teologico “più stato per il mercato”. Quell’assioma è stato adottato di peso da tutti i governi che si sono succeduti alla guida del paese, i quali hanno invariabilmente alimentato questa tendenza fino a raggiungere lo splendido risultato di spingere nella povertà assoluta più di 5 milioni di persone ed altre 10 milioni di persone in quella relativa (cioè a ridosso della “linea di povertà”) mentre il 5% di italiani si è impossessato dello stesso patrimonio dell’80% dei restanti.

Insomma, la coperta della quota che prima finiva in redistribuzione sotto forma di salario e servizi nelle così dette ”fasi espansive” si è ristretta ferocemente a causa della atavica avidità del padronato italiano che ha trovato in politici e sindacati docili sponde ai propri desiderata, ma anche per effetto dei folli diktat europei e del ricatto del debito infinito che hanno prodotto il mostro del “pareggio di bilancio” in Costituzione e dei tagli selvaggi alla spesa sociale.

Ora il problema per milioni di famiglie già esistenti o per chi se ne volesse fare una è il seguente: con un salario medio di 900, 1000 euro al mese(se fai parte dei più fortunati) in cambio di un lavoro quasi sempre precario, come faccio a vivere se solo per l’affitto di un modestissimo bilocale di in quartiere periferico mi chiedono almeno 700, 800 euro? Se a ciò aggiungiamo i costi sociali derivanti dalla liberalizzazione dei servizi pubblici, capiamo che c’è un “popolo” che magari non si sente classe ma che a metà del mese non sa più dove sbattere la testa per sopravvivere.

Ecco, a questa sofferenza il governo gialloverde ha dato sì una risposta in lievissima controtendenza rispetto a quelli precedenti ma in misura largamente insufficiente e temporanea più o meno come aveva fatto Renzi con i suoi bonus, ovvero, con degli una tantum che poi, attraverso partite di giro, finiscono per essere spalmati sempre sulla parte più povera del paese. In parole povere, una presa per le mele. Inevitabile che vada a finire così se non si vanno mai a prendere i quattrini dove sono finiti in questi anni, ovvero, da chi, mentre ci raccontavano la favola della ”crisi”, accumulava patrimoni giganteschi sotto l’egida di quell’Unione Europea che, in nome di un astratto rigore dei conti pubblici, ha solo garantito la tenuta di quelle istituzioni finanziarie che continuano ad alimentare la spirale del così detto “debito pubblico”, ovvero, una trappola senza fine.

Al di là degli slogan, del marketing politico (rozzo ma efficace) e del linguaggio ultrademagogico lontano anni luce dall’understatement di un Gentiloni, i populisti reazionari e “sovranisti” non hanno nessuna intenzione di andare ad intaccare rendite, privilegi e parassitismi ma stanno solo occupando lo spazio lasciato vuoto dalla crisi di egemonia delle classi dirigenti. Nel quaderno dal carcere n. 13 Antonio Gramsci descriveva quel tipo di crisi con queste parole “...ad un certo punto della loro vita storica i gruppi sociali si staccano dai loro partiti tradizionali, cioè i partiti tradizionali in quella data forma organizzativa, con quei determinati uomini che li costituiscono, li rappresentano e li dirigono non sono più riconosciuti come loro espressione dalla loro classe o frazione di classe. Quando queste crisi si verificano, la situazione immediata diventa delicata e pericolosa, perché il campo è aperto alle soluzioni di forza, all’attività di potenze oscure rappresentate dagli uomini provvidenziali e carismatici.”

Tuttavia Marx nella sua analisi materialistica della transizione passaggio dalla repubblica all’impero dopo il colpo di stato di Luigi Bonaparte (”Il 18 Brumaio Bonaparte”) ci avvisava che le cause di quelle transizioni “... non dipendono dal carisma del capo ma dall’intreccio di condizioni politiche e sociali di fondo il cui degrado spiega anche l’emergere di tendenze carismatiche pronte a sfruttare le fragilità del sistema dilaniato dai conflitti fra le varie componenti borghesi e aristocratiche; analogamente è di grande importanza la riflessione sul ruolo delle classi subalterne, e in particolare del sottoproletariato.”

Ecco, la semplice demonizzazione dei vari Berlusconi, Renzi e Salvini senza una interpretazione della fase e delle cause che ne hanno favorito le fortune sono una coazione a ripetere che va superata perché l’ascesa al potere di questi figuri altro non è che la variabile italiana della crisi di egemonia politica e culturale delle classi dirigenti. Una crisi che attraversa tutto l’occidente capitalistico e che è il prodotto di una lunga crisi sistemica e da sovrapproduzione di merci che viene da lontano e che è stata solo mascherata e tamponata dalla finanziarizzazione dell’economia mondiale degli ultimi decenni.

Allora, se non si fanno riforme vere di sistema e se non si rompono i vincoli (in primis quelli dettati dalla UE) che creano l’impoverimento di massa e la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, si danno solo dei pannicelli caldi ad un malato grave.

Se da un lato si somministrano blandi anestetici per tamponare la sofferenza sociale, dall’altro si inaspriscono pesantemente le pene per scoraggiare le prossime rivolte e le lotte sui bisogni fondamentali disattesi. Con il “decreto sicurezza” (che, non a caso, porta la firma del neofascista Salvini) chi occupa una casa per bisogno o rivendica diritti su posto di lavoro (vedi recente daspo contro lavoratori della multinazionale della logistica TNT di Piacenza) oppure rivendica, ad esempio, un prezzo equo a ciò che produce come i pastori sardi, ora, rischia anni di carcere. E intanto si continua ad alimentare una guerra tra poveri di stampo razzista per distrarre le masse dalle reali cause dell’impoverimento generalizzato: compressione salariale, precarizzazione generalizzata, privatizzazione del welfare e disinvestimento nel settore dell’edilizia popolare, spostando ad arte la “colpa” dai veri responsabili sui più poveri di tutti: gli immigrati pagati da Soros per farci la pelle.

E mentre i talk ed i social media sono intasati dalla propaganda salviniana con al centro lo slogan “prima gli italiani”, un’altra faglia già resa evidente dai risultati delle ultime elezioni politiche, rischia di esplodere: quella tra nord e sud. La guerra dei ricchi va avanti fino a rischiare di rompere la stessa unità nazionale attraverso il disegno di legge (inemendabile) di “autonomia differenziata” voluto dalla Lega (ma non osteggiato dal PD) in base al quale si metterà una pietra tombale sull’antica questione meridionale rendendo le differenze tra nord e sud del paese definitive ed insuperabili. Gli storici squilibri tra servizi, scuola, sanità tra nord e sud del paese non saranno più considerati un problema su cui investire risorse per ridurre i divari ma un dato codificato per sempre. E’ il vecchio progetto delle macroregioni della Lega che sta passando nella totale assenza di un dibattito pubblico. E’ chiaro che un passaggio del genere potrebbe avere conseguenze devastanti per la vita di milioni di persone e provocare nuove “rivolte di Palermo”. Ecco che lì potremo vedere nuovamente in azione il solito tallone di ferro.

Lo storico Luciano Canfora, a proposito della deriva autoritaria e razzista del governo gialloverde, premettendo che non siamo ancora al fascismo, tuttavia, definiva le politiche dell’attuale governo intrise di elementi “fascistoidi”. Non pochi hanno gridato, di recente, al pericolo di un nuovo «diciannovismo» (definizione che Pietro Nenni diede dell’atmosfera politica del 1919 quando un insieme di tensioni, paure e pulsioni di massa aprì la strada al fascismo). Ma se è vero che a forza di ripetere il mantra securitario (Minniti prima ancora di Salvini) hanno instillato nei più l’idea che sia meglio rinunciare alla democrazia pur di avere più sicurezza ed aumentato la voglia di capi e uomini forti “perché le élites hanno fallito”, è vero pure che il problema è capire cosa sono oggi le élites e come agiscono davvero, al di là di ogni semplificazione che porta dritta alle solite confuse e stralunate teorie sulle cospirazioni mondiali massoniche e plutogiudaiche.

Così stando le cose, ci sarebbero tutte le premesse di una guerra civile o perlomeno di una serie di rivolte di massa perché la “carotina” (RdC e quota 100) sarà tantissimo al di sotto della soglia di aspettative che avevano creato e serve agli attuai cialtroni solo a buttare la palla in là per un altro po’ di tempo. Gli basterà il “dl sicurezza” per tenere fermo il coperchio sulla pentola pronta ad esplodere? Si, se non saremo in grado di costruire un’alternativa radicata nei luoghi del conflitto sociale e nelle periferie abbandonate dalle sinistre al caviale e dai sinistrati allo sbando.

Fonte

18/05/2018

Il contratto? Una cagata pazzesca...

Sono notoriamente una persona misurata ma chi scrive che questo contratto di governo Lega/5 Stelle “non è male”, “ha una parte interessante”, “è contro l’austerità”, “dice quello che dovrebbe dire la sinistra”, o è in cattiva fede o si è rincoglionito. Per due motivi – taglio con l’accetta:

1. Letto da un punto di vista di classe, questo contratto non è l’espressione degli interessi proletari e nemmeno dei “ceti medi impoveriti”, ma di un pezzo del padronato italiano, della piccola e media borghesia (con qualche concessione alla grande), che vuole cooptare alcuni segmenti di proletariato dandogli le briciole.

Questa frazione della borghesia, in Italia storicamente egemone, ha fatto profitto per decenni non sulla capacità di competere, sull’innovazione etc, ma su evasione fiscale, condoni, inquinamento, cementificazione, facendo lavorare a nero e sfruttando manodopera (per lo più meridionale e immigrata) sottocosto.

Ovviamente con la crisi del 2008 i nodi sono venuti al pettine, questo modello di “sviluppo” italiano non ha retto alla rapida ristrutturazione degli altri capitalismi europei, e siamo stati più esposti a speculazioni (vedi seconda crisi del 2011) e a “cure” massicce (Fiscal compact, Fornero, Jobs Act etc).

Questo chiaramente ha prodotto malessere sociale diffuso, a cui si poteva rispondere in due modi: o da sinistra, con politiche di redistribuzione della ricchezza e intervento pubblico nell’economia, o da destra, attraverso un populismo che non è altro che una sorta di ritorno al passato – un po’ vecchia DC, un po’ Berlusconi e un po’ di “caro fascismo”.

Siccome la vecchia sinistra (PD-LEU) era fatta da quelli che hanno prodotto le infami “riforme”, e la Nuova Sinistra (quella di Potere al Popolo e dei movimenti sociali) nonostante la generosità è ancora giovane, piccola, disorganizzata e sconosciuta, il malessere non poteva che essere interpretato dai 5 Stelle e dalla Lega, che peraltro potevano beneficiare del senso comune di destra, egemone da decenni nel paese.

Così, invece del capitalismo che parla inglese ci becchiamo quello cafone, ma nella sostanza per noi cambia ben poco. Il nemico del mio nemico NON è mio amico.

Il contratto Lega/5S infatti non attacca il vero problema del paese, ovvero la concentrazione della ricchezza in poche mani, la mancanza di una politica industriale etc, ma anzi fa una flat tax per i ricchi e dà giusto qualche briciola ai poveri (niente abolizione Fornero, un reddito di cittadinanza che è poco più di un sussidio di disoccupazione). L’unica libertà che rivendicano contro l’UE è quella di fare deficit, ovvero indebitarsi, con la stessa strategia di corto respiro che si ebbe negli anni ’80 o con Berlusconi. E non mi pare che all’epoca c’era chi diceva che Berlusconi andava “incalzato”, “apprezzato”, “sostenuto”... Il 14 dicembre 2010 fu chiarissimo in questo senso: basta ambiguità, in quel Parlamento abbiamo solo nemici.

2. La parte “sociale” del contratto non è separabile da quella penale e repressiva, che fomenta la guerra fra poveri, dà la caccia agli occupanti casa e mira a distruggere le forze sociali. I due interventi sono complementari. E’ una mossa tipicamente fascista: do qualcosina ad alcuni settori di lavoratori italiani per farli stare buoni, mentre tolgo un bel po’ agli altri e blindo la dinamica sociale. Poi si ritorna anche sugli italiani...

Ci sarebbero altre milioni di cose da dire ma mi fermo. L’unica consolazione in questa valle di lacrime è che la risposta che Lega e 5 Stelle danno alla crisi italiana ha il fiato corto. Stanno mettendo le basi per la loro fine.

A noi si pongono quindi due compiti:
1. resistere e fare vera opposizione, lottando ovunque e spingendo sulle domande sociali e istanze redistributive;
2. evitare che dal capitalismo cafone si ritorni a quello “politicamente corretto” di PD e soci.

Quando questi buffoni si sgonfieranno, cerchiamo di far trovare al nostro popolo un’alternativa vera.

PS per chiunque voglia resistere e preparare l’offensiva: ci vediamo il 26-27 maggio all’assemblea nazionale di Potere al Popolo a Napoli!

Fonte

24/12/2017

Legge di stabilità, una vera legge-truffa

La legge di stabilità, approvata dalla Camera e da confermare senza variazioni in Senato, è esattamente lo zibaldone che ci si aspettava. Il “margine di flessibilità” che l’Unione Europea ha concesso in vista delle elezioni – meglio non esagerare con l’austerità prima, altrimenti crescerebbero i “sentimenti populisti” – è stato sfruttato completamente, ma era comunque così limitato che, agli effetti pratici, non se ne vedrà traccia.

L’intento del governo è stato spudoratamente quello di presentare delle mini “misure” che potessero essere vendute in tv o sui giornali come “concessioni” alle sofferenze di fette amplissime della popolazione. Ma con risorse così ristrette si tratta di cipria sparsa sulle piaghe. Un esempio si era già avuto con il contratto delle funzioni centrali del pubblico impiego, imposto dall’Aran e accettato senza fiatare da CgilCislUil (solo Usb si è opposta e non ha firmato): dopo quasi 10 anni di mancato rinnovo contrattuale sono stati “elargiti” tra i 60 e i 100 euro lordi (35-60 netti), che non coprono neanche l’inflazione degli ultimi due anni.

Nella legge di stabilità il trucco è ancora più evidente. I fondi a disposizione sono praticamente simbolici. Quasi tutte le risorse della manovra, oltre 15 miliardi su circa 20, sono state destinate a bloccare l’aumento dell’Iva, che altrimenti sarebbe scattato il primo gennaio. Per tutti gli altri interventi sono rimasti poco più di 5 miliardi, ma ben poco finirà in qualche tasca che ne ha bisogno.

Per accontentare i centristi cattolici resta il cosiddetto “bonus bebè”, ma pesantemente amputato (da tre anni a uno soltanto e comunque soltanto per il 2018); 80 euro al mese se il reddito Isee è al di sotto dei 25 mila euro l’anno, il doppio se l’Isee scende sotto i 7 mila euro l’anno. Fatevi due conti tra pannolini e asilo nido e dite voi se con queste cifre una coppia si sente “incentivata” a fare figli...

Idem per le detrazioni fiscali ai genitori: il limite massimo di reddito incassato dai figli per essere considerati fiscalmente a carico sale dai 2.840 euro lordi l’anno di adesso fino a 4 mila euro, sempre lordi l’anno. Ovviamente se sono minori di 24 anni. In pratica non cambia quasi nulla (se avete un figlio che campa di “lavoretti” temporanei potrete detrarlo dalle tasse come a carico se quel che guadagna è al di sotto dei 3.000 euro netti l’anno, ossia 250 al mese).

Non parliamo poi del “reddito di inclusione”, autentica polvere negli occhi spacciata per “contrasto della povertà”. In teoria dovrebbe partire dal primo gennaio. E’ una presa in giro già dalle cifre (per una famiglia di quattro persone, può arrivare fino a 461 euro al mese), ma per ottenerlo bisogna avere un Isee al di sotto dei 6 mila euro l’anno. E almeno un minore in casa. Già così si capisce che ben pochi potranno ottenerlo. Per esempio non potranno chiederlo quanti abbiano finito – nel 2017 o nella seconda metà del 2016 – gli assegni di mobilità o di disoccupazione (perché il loro Isee 2015 sarà inevitabilmente superiore, anche ora non hanno alcun reddito). In pratica riuscirà ad avere quella “cifra favolosa” soltanto chi sarà riuscito a non morire dopo due anni senza alcun reddito.

Addirittura oltraggiosa la misura che viene definita “sistema degli incentivi ad assumere da parte delle imprese”. Da gennaio, infatti, l’azienda che assumerà un under 35 con un contratto “a tutele crescenti” avrà per tre anni uno sconto del 50% sui contributi (fino a un massimo di 3 mila euro). Per chi assume disoccupati da almeno sei mesi e nelle regioni del Sud, lo sconto raddoppia. Sembrerebbe a prima vista un buona cosa, ma bisogna sapere che i contributi previdenziali sono a tutti gli effetti “salario differito”. In pratica, i contributi sono una parte del salario accantonato per quando il lavoratore andrà in pensione. Dunque “fare uno sconto” su questi contributi significa automaticamente abbassare il salario contrattuale e diminuire in proporzione l’assegno pensionistico che questi giovani lavoratori riceveranno quando – nella vecchiaia decrepita – smetteranno di dover lavorare. Insomma, una sòla inqualificabile.

Peggio ancora per i cosiddetti caregivers (e quando si parla inglese la fregatura è sicura), ovvero coloro che si occupano di un parente anziano o invalido. Per loro vengono stanziati “addirittura” 60 milioni di euro per i prossimi tre anni; 20 l’anno per una popolazione di 60 in cui la quota degli anziani e inabili, per il momento, cresce. Ma neanche questi spiccioli sono veri, perché manca ogni criterio di attribuzione, perso nei meandri di decreti smarriti nei cassetti del Senato.

Idem per i “lavori usuranti” che dovrebbero godere della cosiddetta Ape social. Le categorie esentate dall’aumento dell’età pensionabile a 67 anni (nel 2019) passano da 11 a 15. Uno “sconto” ridicolo (cinque mesi), per un numero di categorie molto inferiore a quelle interessate. Tanto ridicolo che nemmeno la Cgil, stavolta, è riuscita ad approvarlo (Cisl e Uil, naturalmente, sì).

Ma la vera truffa è un’altra. Per tutte queste misure andranno scritti dei decreti attuativi, per ora inesistenti. Con l’approvazione della legge di stabilità si chiude di fatto la legislatura e si sciolgono le Camere (è questione di pochi giorni, ormai). Dunque spetterà al prossimo governo provvedere alla bisogna, sempre che se ne ricordi.

In ogni caso su tutta la manovra pesa la mannaia della Commissione Europea, che ha già annunciato per maggio una vera e propria messa in stato d’accusa per lo Stato italiano, con richiesta ultimativa di una “manovra correttiva” molto pesante. Dunque tutto questo pulviscolo è destinato ad essere annullato o vanificato da una serie di tagli molto più drastici; per cui quei pochi “fortunati percettori” di una queste cosette si vedranno depauperati sotto mille altre voci (sanità, assegni pensionistici, istruzione, tasse indirette sui consumi, come l’aumento dell’Iva).

Senza dimenticare, infine, che uno degli ultimi atti del governo Gentiloni è stato l’accettazione della “proposta Juncker”: rendere il Fiscal Compact una “legge europea” (fin qui era stato soltanto un “trattato intergovernativo”, dunque sottoposto ogni anno a contrattazione politica). Dal 2018, insomma, spariscono anche i “margini di flessibilità”.

Che altro dire, se non che è ora che il potere torni al popolo?

Fonte

Funzioni centrali del pubblico impiego: un brutto contratto ispirato da odio ideologico

Dopo 8 anni di blocco contrattuale e tre giorni di maratona all’Aran alle quattro di questa mattina è stato firmato un brutto contratto per il Comparto Funzioni Centrali, del tutto insufficiente dal punto di vista economico a recuperare anche la sola inflazione registrata tra il 2010 e 2017.

Il valore medio di aumento del Comparto si ferma a 76 euro e la prima e seconda area (A e B) recuperano qualcosa solo attraverso una perequazione temporanea che si ferma al 2018.

Non si è voluto mettere mano all’ordinamento professionale, che a nostro parere era tra i compiti principali di questo contratto, lasciando invariate le situazioni di sfruttamento della prima e seconda area (A e B), con il rinvio di qualunque decisione all’esito dei lavori della istituenda Commissione paritetica.

A questo si aggiunge un sistema di valutazione molto simile a quello previsto dalla riforma Brunetta, un peggioramento delle norme riguardanti i permessi per visite e cure mediche, un inasprimento delle norme disciplinari che è espressione diretta del pregiudizio che da anni ispira le campagne mediatiche contro i lavoratori pubblici e che è anche l’humus su cui è impiantato questo contratto.

USB non ha siglato l’ipotesi di accordo e già dalle prossime settimane avvierà la consultazione tra i lavoratori del Comparto.

Fonte

06/05/2017

Elogio della mendicanza, nel Niger e dintorni

Niamey – Assieme al pellegrinaggio e altre pratiche, l’elemosina è uno dei pilastri riconosciuti dell’Islam. Come in altre credenze religiose essa è un segno che i beni sono precari e che, in definitiva, solo esistono per essere condivisi. Ci sono le elargizioni volontarie e quelle obbligatorie chiamate zakat. Quest’ultima forma il terzo pilastro dell’Islam. Per facilitare le operazioni di salvezza, specie di venerdì, i poveri appaiono con maggiore insistenza e solennità. I piccoli scolari delle innumerevoli scuole coraniche, i ciechi guidati da bambine lungo i crocicchi delle strade, i sordomuti, i pazzi e alcune vecchie signore col neonato in braccio. All’ora della preghiera solenne i poveri stazionano di fianco alla moschea, sotto il sole implacabile di maggio. Sono facilitatori di paradiso, esperti passeurs di buone opere per la remissione, parziale o totale dei peccati di avarizia. La mendicanza è una dimensione insostituibile dell’umano e i mendicanti sono tra i benefattori dell’umanità più ricercati. Chiedetelo al mondo umanitario, assiepato ad Agadez e in altri luoghi privilegiati. A Niamey la presenza delle sedi delle agenzie è incalcolabile. Come la cifra d’affari molto umanitari.

Il governo del Niger, sulla stessa linea, chiede aiuto ai partner del Paese, sempre presenti nei tempi difficili, per aiutare la transizione della stagione. In gergo locale si chiama soudure, saldatura tra la stagione della raccolta e quella della semine quando le piogge saranno di ritorno. In effetti, il coordinatore della cellula di crisi alimentare ha rivelato che il fabbisogno alimentare gira attorno a 200 milioni di euro. I ministri competenti sollecitano l’applicazione immediata del piano di mendicanza sopracitata. Dalla loro parte batte il cuore umanitario ma il prodotto finale non cambia. La cronica difficoltà a gestire le crisi cicliche delle carestie nel Paese rivela una volta di più l’inconsistenza delle politiche agricole e alimentari del paese. Le tre ENNE che hanno caratterizzato l’avvento messianico della Settima Republica, e cioè i Nigerini che Nutrono i Nigerini, fanno da tempo la coda davanti agli uffici dei procacciatori di fondi. La vendita delle frontiere e dei migranti all’Unione Europea non sono stati sufficienti a colmare quanto sparisce o quantomeno dirottato altrove. Si tratta del governo della mendicanza e della mendicanza come forma di governo.

La mendicanza è un sintomo, una strategia, un modo di vivere, un’opzione, una filosofia, una religione e una politica. Plasma le relazioni sociali, orienta le politiche e arrangia i matrimoni. Imprime accelerazioni alla vita quotidiana e soprattutto applica con coerenza ciò che tutti desiderano. Che nulla cambi del mondo così come si presenta agli occhi dei potenti. A questo servono le elemosine, i mendicanti e le agenzie di collocamento caritativo. Persino entità sinistre come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale che , assieme alle armi, sono la rovina del mondo, diventano senza colpo ferire Agenzie Caritative Globali. L’ambito della sicurezza interiore è una delle priorità anche dell’Unione Europea. I gruppi armati sono intanto disarmati, localizzati, riciclati, combattuti e utilizzati per ottenere altri aiuti. Il progetto europeo ha mobilizzato qualcosa come 31 milioni di euro. Le mendicanze ufficiali sono proporzionali all’importanza dell’elemosina. Anche in questo settore arriverà la salvezza, precaria, della carità. Quanto alla Giustizia nel Paese, coinvolta anch’essa nel citato progetto, solo vive dell’elemosina del potere.

Fonte

06/09/2016

Elemosina, truffa e regali alle banche

La logica dell'elemosina per riconquistare qualche consenso. Non si può dire che ci sia molto altro dietro le chiacchiere di Matteo Renzi sulla lotta alla povertà, ovvero sul programma chiamato «Sostegno per l’inclusione attiva».

Lo “sforzo” è infilare qualche misura nella legge di stabilità, sperando che passi l'esame dei cerberi di Bruxelles; o anche semplicemente farne parlare i giornali mainstream ora e poi magari giustificarsi incolpandone i tecnoburocrati.

Di cosa stiamo parlando? Di briciole, nel migliore dei casi, di truffa nel peggiore. I due temi più gettonati sono l'estensione della platea di pensionati che prendono la “quattordicesima” percependo la “minima” (501,89 euro al mese) e le misure di “contrasto alla povertà”, delegando ai Comuni il compito di selezionare i “meritevoli” tra quanti presenteranno la domanda per il “bonus”.

Sul primo punto si sa molto poco. I pensionati poveri sono moltissimi, quindi anche un aumento di pochi euro si moltplica all'istante diventando una spesa di miliardi. Attualmente la “somma aggiuntiva” erogata a luglio riguarda soltanto i pensionati al di sotto dei 750 euro mensili; che sono 2,2 milioni. L'ipotesi fatta filtrare e mai confermata ufficialmente (alzare la soglia due volte la “minima”, ossia 1.000 euro) riguarderebbe un altro 1,15 milioni di pensionati, con una spesa tutto sommato esigua (meno di 300 milioni).

Sulla lotta alla povertà, invece, qualche numero c'è. Il “target” prioritario sarebbero le famiglie povere con figli minorenni, per un totale di un milione di persone di cui 500.000 bambini. La dotazione accantonabile è di circa 600 milioni per il prossimo anno. Dunque si fanno presto i conti: 600 euro a testa, 50 euro al mese, poco più di 1,6 al giorno. Un caffè ci scappa, ma il cornetto no...

Un “segno”, insomma, non un qualcosa di concreto. Qualcosa di utile per arricchire lo storytelling governativo, non certo per migliorare le condizioni di vita dei diretti interessati (lavoro, servizi, welfare, che intanto vengono sforbiciati alla grandissima).

Nel conto vengono compresi anche i costi dell'Ape (anticipo dell'andata volontaria in pensione a partire dai 63 anni). Tecnicamente, per l'Inps e quindi per lo Stato sarebbe un'operazione a costo zero, visto che l'Ape prevede l'accensione di un mutuo ventennale che il lavoratore pensionando dovrebbe ripagare con una trattenuta sull'assegno mensile aggiuntiva rispetto alla penalizzazione prevista – un 3% l'anno per ogni anno di anticipo rispetto a quanto previsto dalla Fornero.

Avevamo fatto qualche esempio, alcuni mesi fa, quando se n'è cominciato a parlare: un lavoratore che andrebbe in pensione con 1.000 al mese, se scegliesse di uscire tre anni prima di ritroverebbe con un assegno mensile di circa 730 euro (vedi http://contropiano.org/news/politica-news/2016/08/09/nuova-truffa-sulle-pensioni-ramazzare-un-po-consenso-082436). E questa è la truffa di cui parlavamo all'inizio.

Riassumendo: 300 milioni circa per le “quattordicesime”, 600 per un caffè al giorno ai “poveri” e 1 miliardo, o poco più, per l'Ape. Che finirebbe per intero alle banche che dovranno erogare “l'anticipo pensionistico”, visto che gli interessi sul “mutuo” verrebbero pagati con soldi pubblici.

Alla fine della fiera, la povertà resta, anzi aumenta (quei neo pensionati a 730 euro, mica saranno “ceto medio”, no?). Ma le banche ci guadagnano...

Fonte