Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Odio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Odio. Mostra tutti i post

11/12/2022

La strumentalità del reato di “odio” contro Chef Rubio

Chef Rubio, denunciato come “odiatore”, ha replicato prontamente alla denuncia presentata dai legali della senatrice Liliana Segre, anche se per ora non ha ricevuto nessuna comunicazione ufficiale.

“Chiedere a Liliana Segre di denunciare i crimini della colonia d’insediamento israeliana e dell’esercito nazista che da 74 anni porta avanti la pulizia etnica del popolo nativo palestinese (semita) sarebbe incitare all’odio? I silenzi di parte sono odio, non chi resiste”. Una risposta nello stile diretto e ruvido a cui Chef Rubio ci ha abituato.

Dal suo profilo twitter, il noto chef televisivo ha anche rilanciato il post dello scorso 21 aprile, quello in cui rilevava il silenzio della senatrice a vita di fronte ai soprusi di Israele nei confronti dei palestinesi, e che gli è costato la denuncia come “odiatore”.

Il post di Chef Rubio, è stato condiviso con la frase “La famosa istigazione all’odio”. “’Palestinesi? Non mi occupo di politica’. Cit. Liliana Segre. Vedo che però te ne occupi quando si tratta degli ucraini. Lasciami dire che il tuo silenzio sistematico nei confronti della pulizia etnica che il popolo palestinese sta subendo da 74 anni è disgustoso”.

Dove sarebbe dunque l’odio evocato dalla senatrice e da mass media come sempre servili?

Viene denunciato il silenzio sulla pulizia etnica israeliana contro i palestinesi in un momento in cui tutto il mondo politico si sente in dovere di palesare la propria sensibilità a diritti umani, legalità internazionale e autodeterminazione dei popoli, ma esclusivamente per l’Ucraina o, in alcuni casi, per l’Iran, mai sulla Palestina.

La denuncia contro Chef Rubio ha suscitato però anche manifestazioni di solidarietà con l’accusato. “Chiedere di prendere posizione sulla questione palestinese non è odio né antiebraismo, Solidali con Chef Rubio, se finirà in tribunale saremo con lui”, scrive il Forum Palestina, e decine di commenti in circolazione sui social.

È doveroso poi sottolineare un dettaglio. Dei 24 “odiatori” denunciati dalla senatrice Segre, ben 23 sono account anonimi, solo Chef Rubio è stato accusato con nome e cognome (Gabriele Rubini).

In sostanza, gli odiatori riconducibili all’antiebraismo più becero e razzista restano anonimi. L’unico a finire alla gogna è un personaggio pubblico impegnato al fianco dei palestinesi. Difficile non cogliere il segno peloso dell’operazione.

La estrema dilatazione e strumentalizzazione del concetto – ed ora del reato – “di odio”, grazie alla sua estrema vaghezza, sta apertamente sconfinando in un attacco alla libertà espressione, come nel caso osservato.

Si va introducendo un criterio e un perimetro in cui parlare male dei potenti, dei padroni o dei personaggi politici configura una fattispecie di reato a geometria variabile: dipende da chi parla e contro chi parla, sempre meno da come parla.

Infine, e non certo per importanza, esiste il rischio dell’autocensura. Qualcuno ritiene che Chef Rubio sia troppo “ruvido”. Francamente troviamo assai più insopportabili i discorsi “politically correct” che non dicono nulla e tacciono sulle questioni ritenute “divisive”.

Sarà perchè Chef Rubio lo abbiamo trovato in mezzo ai portuali che bloccavano il traffico d’armi per le guerre, mentre i suoi stigmatizzatori sostengono e votano l’invio delle armi per la guerra.

A furia di aver paura della parole potremmo finire piano piano con il dover rimanere zitti.

Giammai!!

Fonte

30/07/2022

Immigrato ucciso a Civitanova Marche

Picchiato con la stampella che usava per camminare e ucciso in pieno centro, davanti agli occhi dei passanti: non è intervenuto nessuno, ma molti hanno filmato la scena con il loro smartphone. È morto così Alika Ogorchukwu, 39 anni, nigeriano, a Civitanova Marche, all’incrocio tra corso Umberto I e piazza XX Settembre, nel primo pomeriggio di ieri.

L’aggressore, un 32enne italiano, è stato individuato poco dopo e si trova attualmente in stato di fermo. La dinamica, secondo una prima ricostruzione degli investigatori che hanno ascoltato diversi testimoni e acquisito le immagini riprese dai telefoni e dalle telecamere piazzate sul corso, sarebbe legata a una lite: Ogorchukwu, di professione ambulante, si sarebbe avvicinato a una coppia a passeggio sul corso e i suoi modi avrebbero infastidito l’uomo, che ha reagito prima colpendolo con un bastone e poi schiacciandogli la testa sul marciapiede. Il corpo è rimasto a terra davanti a un negozio di intimo per diverse ore, coperto da un telo, sotto agli occhi di decine di persone che si sono affollate dietro al nastro bianco e rosso usato per delimitare la scena del delitto. Su un lato della strada, l’arma: il bastone da passeggio, piegato dalle botte date.

La vittima era un personaggio piuttosto conosciuto a Civitanova: residente a San Severino, incensurato, in possesso di permesso di soggiorno, sposato e con un figlio piccolo, Alika, come tanti altri ambulanti, scendeva spesso sulla costa per cercare di vendere la sua merce o a fare dell’elemosina. Da qualche tempo era costretto ad accompagnarsi con una stampella, conseguenza di un brutto incidente che aveva avuto qualche mese fa. I negozianti del centro non riescono a spiegarsi come tutto questo sia potuto succedere: chi lo conosceva descrive il 39enne come una persona tranquilla, mansueta, alla mano, al massimo un po’ insistente ma non particolarmente eccessivo nei modi.

La prima versione dei fatti (colluttazione dopo apprezzamenti a una donna e violenta reazione del 32enne) viene messa in dubbio da molti. «Non mi sembrava il tipo di persona che infastidisce le passanti – dice la ragazza dietro il bancone di un bar poco distante – al massimo avrà chiesto qualche spicciolo. Veniva spesso qui, non ha mai creato problemi». Dopo i rilievi della scientifica, una volta portato via il corpo di Ogorchukwu, il passeggio è proseguito come sempre: dalle spiagge i turisti si sono riversati in centro per l’aperitivo, quasi tutti inconsapevoli di quanto accaduto poco prima. Dal mondo della politica la prima reazione, a cadavere ancora caldo, sono quelle della Lega: «Appena torneremo al governo rafforzeremo le misure per la sicurezza: gli italiani non possono continuare a vivere nella paura», dice il commissario marchigiano del partito Augusto Marchetti, che non riesce a trovare nemmeno una parola di cordoglio per la vittima.

È così che dal ventre delle Marche schizza fuori una violenza che già in passato si era manifestata in maniera tragicamente simile: cinque anni fa, era il 5 luglio del 2016, nella non distante Fermo il nigeriano Emmanuel Chidi Namdi venne ucciso dalle botte di Amedeo Mancini. Due anni dopo, il 3 febbraio del 2018, Luca Traini aprì il fuoco a Macerata e ferì almeno 6 africani con le sue pallottole: allora come oggi si era alla vigilia di una campagna elettorale, con la Lega che fece il pieno di consensi in città.

Sia nel caso di Fermo sia in quello di Macerata la provincia marchigiana mostrò il suo volto più feroce, vivendo con grande fastidio l’attenzione mediatica che si impose, come se il problema fosse la cattiva pubblicità al territorio e non il fatto che, dietro la tranquillità spesso evocata per descrivere questi luoghi, si nasconda un odio inesplicabile e una terribile indifferenza alle disgrazie altrui.

E già i mormorii dei passanti davanti al corpo di Alika Ogorchukwu cercano di scacciare i fantasmi: «L’aggressore era un turista», dicono in molti. Del resto i testimoni riferiscono di averlo sentito parlare con una marcata cadenza campana. Invece no: originario di Salerno, l’uomo è residente in città da diverso tempo. Sullo sfondo domina la paura. Della violenza, dell’odio, di tutti gli occhi che saranno puntati su Civitanova.

Fonte

28/07/2022

Un flusso di rancore di un cameriere greco

Di seguito propongo il "flusso di coscienza" di un soggetto schiacciato, sfruttato e umiliato dal modello di turistificazione che si è affermato in Europa proprio a partire dalla Grecia post memorandum del 2015.
In realtà, nel continente europeo, il fenomeno andrebbe quanto meno retrodatato all'epopea turistica di Croazia e Slovenia post smembramento della Jugoslavia a inizoo anni '90, ma va bene lo stesso.

All'odio con cui vi confronterete di seguito, va fatta una tara, nel senso che non si tratta esclusivamente di salutare odio di classe (quello alla Sanguineti per capirci), perché il frastagliato orizzonte della diseguaglianza, soprattutto in Occidente ha dato la stura a un affastellamento di livelli subalterni in cui domina il rancore alimentato ad arte da un sistema mediatico, soprattutto delle piattaforme in rete, che propugna l'idolatria verso stili di vita che, per i più, sono autentici miraggi.

Al contempo, e come accade troppo spesso, questi sfoghi denotano quanto sia del tutto inesistente la capacità della sinistra di creare delle contro narrazioni spendibili a partire da questi rilievi reali.

*****

So che non dovrei. Solo perché vengono da posti di merda, freddi anche d’estate. Ma io li odio. Odio i turisti in generale, ma quelli del Nord Europa di più. Quando li vedo camminare seminudi bianchi come cadaveri, flaccidi o atletici non importa. Sempre con ste cazzo di birkenstock come nei safari o con le infradito come se fossero a bordo piscina anche se camminano in mezzo ai liquami e la spazzatura di Monastiraki. Sempre sorridenti. Ci credo che sorridono, belli contenti di visitare le loro colonie! Dopo averci messo in ginocchio, saccheggiato le nostre risorse, appropriati dei nostri aeroporti, vengono in vacanza qui perché l’estate in effetti ha tutto un altro sapore rispetto ai mari del nord con le loro acque limacciose e il cibo di merda.

Gli olandesi poi, sono i peggiori: i più inflessibili a punire gli errori di noi razze mediterranee, i primi a darci lezioni su come si tiene un bilancio e poi vengono qui in ferie. E lo credo bene: due settimane di villeggiatura gli costano come un week end o un biglietto per l’Amsterdam Arena.

Li odio: loro e i tedeschi. Ci hanno trasformato nella Thailandia d’Europa. Manca solo il turismo sessuale ma tutto il resto c’è: un brand costruito a tavolino, richiami alla civiltà ellenica, alla cultura mediterranea, l’accoglienza, il cibo sano e adesso, solo nelle isole esclusive, anche l’opzione spirituale, un po’ di yoga qua e là e la vacanza esotica è servita.

Quando vedo sti pachidermi bianchi cadaverici che si siedono a tavola e chiedono la pizza anche se sono in mezzo all’Egeo – perché tanto siamo sotto le Alpi, eh – e continuano a mangiare uova e bacon a colazione anche se ci sono 38 gradi, gli vorrei pisciare nel piatto.

Perché noi siamo i loro camerieri.

Le Cicladi ormai sono inaccessibili a un normale stipendio greco. L’industria che tiene in piedi il turismo si fonda sulla schiavitù, andate a vedere le baraccopoli dietro alle discoteche di Mykonos e Paros e ai ristoranti di Santorini. La manovalanza greca ormai gareggia al ribasso con i pakistani. Le baracconate che attirano a vagonate la middle class nordeuropea, quelle specie di luna park per turisti scemi a cui ci siamo assuefatti tutti quanti, che rendono indistinguibile una località da un’altra, sono la nuova catena di montaggio a cui la Trojka ha condannato le ultime generazioni della defunta middle class greca. Trova le differenze: quelli il loro cazzo di welfare state se lo godono tutto, mentre il nostro è stato seppellito dalle vanghe tedesche e dalla miseria della nostra classe politica. Così restiamo in attesa degli spiccioli che lasceranno sul tavolo a fine serata.

So che non dovrei odiare questi solo perché vengono dal Nord, personalmente non mi hanno fatto niente di male. Anzi, sono gentili per lo più.

So che non dovrei odiarli, non sono mica un nazionalista di merda, io. Anzi! Vengo dal movimento anarchico greco. A proposito, nei dieci e passa anni di rivolta, dal 2008 in avanti, abbiamo sempre ospitato nelle nostre barricate legioni di “anarcoturisti” dal nord Europa, eccitati come bambini in ricreazione, venuti a giocare alla rivoluzione e a fare tutto quello che a casa loro non possono fare. Col risultato che adesso trovare una casa in affitto a Exarchia è impossibile. Le società immobiliari si sono comprate tutti gli appartamenti per metterli su Airbnb. Per ospitare sti bambini in gita nel quartiere “ribelle”. Che poi li riconosci subito tra le barricate anche se tutti bardati: magrolini e dinoccolati, bianchi e biondi, pronti a devastare la città ma rispondendoti educatamente in inglese. Che un anarchico greco non farebbe mai, dico rispondere educatamente.

Sono cresciuto facendo campeggio libero tra le mille isole dell’Egeo; giravamo insieme alla mia compagnia di amici piazzandoci dove volevamo senza tirare fuori una dracma. A incontrare il mondo e i randagi come noi e condividere tutte quelle cose belle che una spiaggia, l’estate e la creatività di chi non ha soldi ti possono offrire. Ci accampavamo per necessità economica, ma anche per scelta e stile di vita. Finché è stato possibile abbiamo difeso le spiagge che sentivamo nostre, cacciando gli yacht fermi in rada a sassate, noi tutti nudi e selvaggi, loro in polo Ralph Lauren che ci guardavano schifati e preoccupati che le pietre rovinassero la barca. Abbiamo festeggiato attorno ai falò fatti di ombrelloni che qualcuno, le municipalità o qualche privato, provava a impiantare per darsi un tono da riviera. Abbiamo tenuto pulite le spiagge perché appartengono a tutti. Le abbiamo mantenute LIBERE. Ma libere veramente, senza ghetti per nudisti, dove decidere liberamente come stare, con o senza costume. Senza pudori e giudizi. Senza guardie. Ora che il turismo è il sistema che tiene in piedi la Grecia, non c’è più spazio per noi. Ci muoviamo come clandestini tra le ultime isole rimaste, custodendole gelosamente, prima che qualcuno se ne appropri per venderle al banco delle esperienze esotiche alla prossima borsa del turismo.

E a me cosa rimane? L’odio.

Fonte

29/05/2021

I social ci rubano anche il diritto all’odio

Tempo fa Facebook mi ha sanzionato per “aver violato gli standard della community in materia di incitamento all’odio”.

E di cosa si trattava? Era un’immagine che documentava le conseguenze di un raid aereo israeliano su Gaza. Da allora chiunque avesse pubblicato qualcosa di analogo, credo, avrà ricevuto un avviso simile a quello che ho ricevuto io.

Quelle immagini suscitano, a un tempo, compassione, pietas, per le vittime ed odio, tantissimo, odio per i carnefici. Almeno in me e non me vergogno affatto, anzi, ne vado fiero.

Ricordo che il movimento pacifista ed antimperialista mondiale contro la guerra in Vietnam si nutrì delle immagini che arrivavano dal teatro di guerra, raccolte da coraggiosi cameramen e fotografi direttamente sul campo e che documentavano le atrocità compiute dagli yankees sui civili e le conseguenze dei bombardamenti con il napalm sui villaggi dei contadini.

Chi non ha mai visto quella foto in cui si vedono dei bambini seminudi scappare piangenti dalle fiamme del loro villaggio messo a fuoco dai caccia statunitensi. È un immagine iconica stampata nell’immaginario collettivo di miliardi di persone che documenta l’orrore delle guerre imperialiste in cui ormai si prendono di mira prevalentemente i civili con l’obiettivo di fiaccare lo spirito di un popolo intero.

E fin tanto che sovietici ed americani non entrarono nei lager con telecamere e macchine fotografiche, il mondo non aveva avuto nemmeno il vago sentore dell’immenso orrore dei campi di sterminio nazisti.

Non fu così anche per le immagini che ci giunsero dagli orrori di Hiroshima e Nagasaki?

Ebbene, qui siamo davanti ad una megacensura che si nasconde dietro lo scudo ambiguo e ipocrita del politically correct che ha bandito “l’odio” dalla spazio pubblico e dai social.

Due piani, che da alcuni anni a questa parte, tendono sempre più a confondersi e a sovrapporsi e dovrebbe essere oltre modo chiaro il pericolo di questa involuzione per chiunque abbia a cuore la democrazia sostanziale e la libertà di espressione.

Secondo il filosofo rumeno Emil Cioran “Storia e Odio: il secondo è il motore della prima [...] È l’odio a far andare le cose avanti quaggiù, a impedire che la Storia resti a corto di fiato. Sopprimere l’odio significa privarsi di eventi. Odio ed evento sono sinonimi...”.

Quasi tutto il Novecento è stato un secolo di grandi lotte sociali, di grandi conquiste e soprattutto, il “secolo breve” è stato il secolo della lotta di classe, fin tanto che la sbornia edonista e la caduta del muro di Berlino non aprirono quel buco nero che qualcuno si spinse a chiamare “fine della storia”.

Il Novecento è stato il secolo delle guerre, delle rivoluzioni e, soprattutto, è stato il secolo dell’odio di classe. E per dirla con Cioran, per fermare il motore della Storia bisognava trovare il modo di modo di spegnere l’odio.

Ed ecco che un social da due miliardi e mezzo di utenti si fa interprete ed esecutore di questa eterna aspirazione dei potenti i quali sanno benissimo che l’odio è un’arma potente ed un pericolo costante per tutti i regimi perché l’odio non lo spegni, l’odio cova, si accumula e, prima o poi, esplode.

E, allora, teniamo a mente la lezione di Edoardo Sanguineti: “Bisogna restaurare l’odio di classe. Perché loro ci odiano, dobbiamo ricambiare. 

Loro sono i capitalisti, noi siamo i proletari del mondo d’oggi: non più gli operai di Marx o i contadini di Mao, ma tutti coloro che lavorano per un capitalista, chi in qualche modo sta dove c’è un capitalista che sfrutta il suo lavoro.

A me sta a cuore un punto. Vedo che oggi si rinuncia a parlare di proletariato. Credo invece che non c’è nulla da vergognarsi a riproporre la questione.

È il segreto di pulcinella: il proletariato esiste. È un male che la coscienza di classe sia lasciata alla destra mentre la sinistra via via si sproletarizza. Bisogna invece restaurare l’odio di classe, perché loro ci odiano e noi dobbiamo ricambiare.

Loro fanno la lotta di classe, perché chi lavora non deve farla proprio in una fase in cui la merce dell’uomo è la più deprezzata e svenduta in assoluto?”
.

Fonte

06/01/2019

“Chi semina vento, raccoglie tempesta”. Francia: Atto VIII


L’Atto VIII della mobilitazione dei Gilets Jaunes è stato un vero e proprio pugno alla bocca dello stomaco per Macron e l’esecutivo.

Il movimento dimostra una notevole capacità di tenuta, nonostante i media mainstream ripetano da tempo come un mantra che stia rifluendo, mentre i numeri dei manifestanti e la capillarità delle mobilitazioni – corredate di video e foto inequivocabili – affermino l’esatto contrario.

La feroce repressione e la strategia di logoramento hanno finora dimostrato di non essere efficaci.

Parigi, Marsiglia, Lione, Bordeaux, Tolosa, Tolone, Caen, Rouen, Nantes, Grenoble... Insieme ad altri centri sono stati questi i teatri delle mobilitazioni. Il governo è “costretto” a sparare la cifra di 50.000 dimostranti complessivi, mentre “RT France” – basandosi sui dati riportati dai giornalisti sul campo delle varie testate locali – afferma che il numero è pari a 58.000 considerando solo i trenta centri più grandi, senza quindi prendere in considerazione le manifestazioni nei centri più piccoli e le azioni disperse sul territorio caratterizzate da blocchi alla circolazione e ad “obbiettivi mirati”.

Il governo, seppure sottostima la partecipazione, è costretto a fornire una cifra che è comunque superiore a quella ufficiale della mobilitazione precedente: che era di 32.000.

Su “LCI”, Cristophe Castaner, prima di condannare le violenze, è costretto quindi ad ammettere la maggiore partecipazione, affermando comunque che “non è rappresentativa della Francia!”

In alcune città le cifre ufficiali sono la metà di quelle riscontrate dai media locali, come Tolosa (2.000 secondo il governo, 4.000 per La Dépêche), o ancora meno come a Rouen (1.700 per il governo, 5.000 per France 3), o a Caen dove per La liberté erano 3.000 manifestanti, ma solo 1.000 per la Prefettura... In Italia siamo più abituati, a questi giochini, vero?


Dai vari report giornalistici si evince che anche nei centri “minori” la mobilitazione raggiunge e supera le mille persone: 1.500 a Perpignan, 1.000 a Clermont-Ferrand, 2.500-3.000 a Valence, 1.800 a Brest, un migliaio a Lille, per fare alcuni esempi.

Le mobilitazioni sono state caratterizzate dalle violenze poliziesche, che appesantiscono il bilancio delle persone ferite – anche gravemente – dalle forze dell’ordine, che hanno fatto abbondante uso di lacrimogeni, flash-ball ed altri “armi non letali” a loro disposizione. Una GJ belga sarebbe deceduta dopo essere stata colpita proprio da una “pallottola di gomma”.

Uno degli episodi più eclatanti e mediatizzati della giornata si è svolto alle 16.30 circa, quando una quindicina di persone, con un carrello elevatore, hanno sfondato una porta introducendosi nel ministero per i Rapporti con il Parlamento, costringendo il portavoce del governo e altri suoi collaboratori ad essere evacuati dall’edificio.

Proprio Benjamin Griveaux si era distinto nel corso di queste settimane per la durezza ostentata nei confronti dei GJ, e aveva usato parole di fuoco anche recentemente per qualificare i manifestanti, che evidentemente hanno ben pensato di dover essere tanto pericolosi quanto li aveva dipinti.

Dal canto suo, Emmanuel Macron ha condannato le violenze dei manifestanti, dichiarando: “ancora una volta, una violenza estrema ha attaccato la Repubblica – i suoi custodi, i suoi rappresentanti, i suoi simboli. Quelli che commettono tali atti dimenticano il cuore del nostro patto civico. Giustizia sarà fatta“.

Possiamo pensare, sì, che giustizia verrà fatta, ma esattamente il contrario di ciò che intende Macron.

Fonte

05/01/2019

Francia - Verso l’Atto VIII: “la collera si trasformerà in odio”

La fase politica che si apre con il nuovo anno nell’Esagono va compresa nel dettaglio, anche per collocare l’importanza della mobilitazione di questo sabato – a Parigi come in tutta la Francia – e quella di domenica che vedrà protagoniste i Gilets jaunes su temi di genere, specifici sulla precarietà femminile che hanno attraversato fin qui le mobilitazioni.

Partiamo dalla stretta repressiva che l’esecutivo vuole imporre, assolutamente percepibile dal registro comunicativo, prima ancora che dai contenuti, del discorso di capodanno di Emmanuel Macron. Seguito da undici milioni di persone, l’orazione presidenziale di diciassette minuti non ha citato mai direttamente i GJ, seguendo una precisa strategia comunicativa tesa a rimuovere (esorcizzare?) il problema, così come le ragioni che hanno fatto scaturire il movimento.

Probabilmente pensando che, se la marea gialla esce dalla narrazione mainstream, possa scomparire anche nella realtà. Ha parlato solo dei “portavoce di una folla carica d’odio”, rappresentata secondo la stigmatizzazione a tutto tondo negativa che ne danno i media francesi allineati all’esecutivo (razzisti, omofobi, ecc. ecc.).

Si tratta della preparazione di un clima repressivo o di discredito nei confronti delle mobilitazioni e dei suoi esponenti più in vista che, con gradi e responsabilità differenti, va da una parte della dirigenza sindacale – Laurent Berger della CFDT – passando per “i verdi” (Yannick Jodot, dei EELV, ha criticato duramente sia il movimento che chi lo sostiene) – e arriva fino ad Hamon che si inventa a freddo una calunnia su Eric Drouet (accusato contro ogni evidenza di aver votato per il FN ai due turni delle scorse presidenziali) poche ore prima del suo secondo arresto, ma solo per poter poi attaccare il leader della France Insoumise colpevole di “avere abbandonato il campo della sinistra” visto il suo elogio pubblico per Drouet.

Certamente, questo gigantesco e inedito processo di politicizzazione popolare, innescato dal movimento dei GJ, ha reso più chiaro chi – tra le forze politiche esistenti – può essere vettore di una ipotesi di cambiamento e chi lo combatte o fa “l’utile idiota” di Macron e del suo entourage, pur guadagnarsi un poco di visibilità mediatica.

Un calcolo assolutamente sbagliato da tutti i punti di vista, comunque, considerato che l’ultimo sondaggio dell’istituto Odoxa-Dentsu pubblicato da “Le Figaro” indica che il 75% dei francesi è “scontento dell’azione del governo”, e che la percentuale sale all’87 tra i più disagiati, l’82 tra gli operai, il 54 tra i quadri. Macron, non lo ama proprio più nessuno, borghesi esclusi.

Passiamo a due dati concernenti la repressione: il bilancio del primo mese di mobilitazione e la circolare che il ministro dell’Interno ha inviato ai prefetti il 29 dicembre (resa pubblica qualche giorno dopo da “Europe 1”).

Dal 17 novembre al 17 dicembre, secondo le cifre ufficiali, sono state messe in “guarde à vue” 4.570 persone (1.567 a Parigi, il resto altrove), 3.747 sono stati posti sotto processo, di cui 697 per “direttissima”‘; 261 sono state rinchiuse in carcere, mentre altri scontano pene alternative, o hanno il “braccialetto elettronico” oppure è stato loro vietato di potersi recare nelle città dove sono stati arrestati per le manifestazioni a cui hanno partecipato.

Un bilancio a cui vanno sommate, 10 persone defunte e i numerosi feriti anche gravi dal 17 novembre. La circolare dice esplicitamente che il Ministro dell’Interno esige che siano perseguite: “le operazioni d’evacuazione delle vie di passaggio pubblico con il fine di liberare gli ostacoli (…) alla circolazione, chiaramente in prossimità delle rotonde e delle zone di attività economiche”.

Per il governo sarebbero ancora mobilitate circa 2.500 persone e i presidi sarebbero ancora 100. Ma lo sgombero tout court o una azione ancora più muscolare, per impedire il proseguimento delle azioni mirate che vediamo messi in atto da settimane, non sono gli unici mezzi messi in campo dal governo per far rientrare la protesta. Un metodo è quello di verbalizzare “l’occupazione senza autorizzazione della via pubblica”, che comporta 1.500 euro di ammenda, di più se si è recidivi.

In questo clima si inseriscono le varie azioni repressive di questi giorni, dal secondo arresto di Eric Drouet all’interdizione – per un mese circa – per due studenti universitari militanti del sindacato studentesco UNEF, che non potranno accedere ai locali universitari di Nanterre perché hanno partecipato, come molti altri studenti, alle mobilitazioni delle settimane scorse decise in affollatissime assemblee generali di facoltà. L’establishment economico dà sempre più chiari segni di nervosismo e sembra particolarmente contraddetto dal fatto che l’auspicato approfondimento della sovranità popolare, attraverso l’istituzione di un Referendum di Iniziativa Cittadina – uno dei punti centrali della piattaforma rivendicativa dei GJ – possa minarne le capacità decisionali e possa costituire una “invasione di campo” nella determinazione delle scelte economiche di fondo.

Significativo in questo senso un articolo di Pascal Perri su Les Echos, che intitala il suo contributo “La verità economica non si decide per referendum“, che dà la cifra dell’abito mentale dell’élite d’Oltralpe e dei suoi maitre-à-penser.

Diciamo che si tratta ormai di una paura “legittima” visto, tra l’altro, il percorso ormai intrapresa dalla direzione della CGT e dall’entrata in scena nel movimento degli insegnanti con il gruppo delle “stylos rouges“.

Nell’anticipazione di una intervista a Philippe Martinez, che verrà pubblicata domani su Le Dauphine, il segretario della CGT dice espressamente – auspicando una maggiore convergenza tra le giacche rosse e quelle gialle – che: “le mobilitazioni nelle rotonde vanno bene, le mobilitazioni nelle imprese sono meglio“, cercando di spostare il baricentro della protesta e prendendo di mira il padronato, come aveva già più volte sostenuto.

La CGT, ed è un fatto davvero rilevante, non parteciperà al “Grand Debat” proposto da Macron, di fatto mettendosi fuori da quel simulacro di “dialogo sociale” cui si sono prestati gli altri sindacati complici. Martinez afferma espressamente, riferendosi al peggioramento del trattamento dei disoccupati che percepiscono una indennità: “le ultime misure sui disoccupati sono simboliche della sua politica di presidente dei ricchi: non si ripristina la patrimoniale, ma si dà la caccia ai disoccupati“.

Il gruppo delle “penne rosse” si è creato invece all’indomani del discorso presidenziale del 10 dicembre, quando Macron non ha minimamente citato la situazione degli insegnanti, così come quella degli altri impiegati nella funzione pubblica. Così il 12 dicembre è nato questo gruppo su FB, ora composto da circa 45.000 membri, che sfrutta le possibilità di connessione della rete per collegare il corpo docente e portare avanti alcune rivendicazioni che sono comunque il cuore delle loro istanze sindacali, tra cui gli aumenti salariali, un minor numero di studenti nelle classi, una maggiore considerazione del ruolo svolto e il rifiuto delle riforme scolastiche volute da Macron.

Il corpo sociale degli insegnati è comunque generalmente attivo: il 42% partecipa alle “elezioni professionali” e il 24% è iscritto al sindacato, contro una media dell’11% del resto del mondo del lavoro. Il gruppo deciderà la prossima settimana che iniziative di lotta intraprendere.

Le voci delle Stylos Rouges sulla questione del loro rapporto con il sindacato sembrano convergere. Citiamo un insegnante intervistato da FranceInter che esprime un punto di vista condiviso: “non vogliamo mettere i sindacati da parte, vogliamo dare vita ad un movimento che coinvolga tutti gli insegnanti per dare slancio ai sindacati. Li sosteniamo e speriamo che ci sostengo a loro volta”.

Se qualcuno nutrisse dei dubbi sulla capacità di tenuta e sulla determinazione del movimento, concludiamo con la “lettera” che il gruppo France en Colere dei GJ – di cui fanno parte due delle persone più in vista del movimento, Eric Drouet e Priscilla Ludovsky – ha indirizzato a Emmanuel Macron. È un j’accuse di rara potenza espressiva che i media hanno pensato perciò di non citare mai integralmente.

Gli estensori prendono di petto le parole pronunciate da Macron: “noi denunciamo le vostre accuse false e calunniose“, affermano; e denunciano il livello repressivo, lo stravolgimento mediatico, ridanno un senso compiuto alle parole “diritti”, “solidarietà” e “giustizia” di cui sono portatori insieme alla Francia che si sta mobilitando.

Citiamo alcuni stralci presi dalla lettera integrale pubblicata sulla pagine FB di riferimento del gruppo: “Signor Presidente, questo movimento che voi non riconoscete (…) si estende e si rinforza (…) I vostri concittadini si fanno manganellare, ‘gasare’, imprigionare a cielo aperto per delle ore, nel rispetto incredibile dei diritti dei cittadini“.

Invitano ad abbandonare il gilet giallo temporaneamente per manifestare – pensiamo anche in funzione di un minore possibilità di essere identificati dalle forze dell’ordine. Dicono espressamente di “ritirarlo e presentarsi nelle strade, nelle piazze, come semplici cittadini che sono“.

Si chiedono retoricamente: “quando comprenderete che voi e i vostri non siete più credibili e che avete perduto la fiducia di coloro che hanno potuto credere in voi e nel vostro movimento 19 mesi fa?”

I propositi di “riforma” confermati nel discorso di Macron – ovvero i tagli su indennità di disoccupazione, funzione pubblica e sistema pensionistico – sono “veri appelli alla rivolta cittadina per non dire alla guerra civile per quelli che non hanno niente. Le ingiustizie e il vostro disprezzo trasformeranno la collera in odio su tutto il territorio nazionale“.

E siamo sicuri che, se questo nuovo appello resterà inascoltato da un potere sordo che perde progressivamente i pezzi, il desiderio di vendetta difficilmente sarà placato. A Bruxelles e a Francoforte, quando Macron ha rinnovato a capodanno la sua fede europeista ed annunciato che avrebbe proposto nuove idee per ridare slancio alla UE, devono aver pensato che le élite europee hanno prodotto loro stesse il cappio con cui si impiccheranno.

Fonte

21/09/2018

Duemila Diciotti

Dopo aver ossequiato le peggiori dittature, e spacciato le peggiori razzie neocoloniali per missioni umanitarie, l’ONU è un pessimo pulpito dal quale predicare. E l’Unione Europea non è certo migliore.

L’Italia però è davvero un paese razzista. Abbastanza da tributare il 33% delle intenzioni di voto a un ministro dell’Interno che finora non ha fatto nient’altro che declamare proclami razzisti al suo smartphone.

Dopo la copertina di Time e l’intervista della BBC, dovrebbe ormai essere chiaro a tutti quanto Matteo Salvini stia a cuore ai media che lo hanno creato, anche perché oggi è esattamente quello che serve all’establishment come spauracchio contro cui cercare di mobilitare un Fronte Europeista in realtà non migliore di lui.

In Italia da anni praticamente tutti i media e tutti i partiti, compresi quelli che adesso si fingono scandalizzati, ripetono ossessivamente agli italiani che il loro paese sarebbe più sicuro, più ricco, più civile senza immigrati, dando a loro – il 7% della popolazione – la colpa di tutto, persino del crollo dei ponti, delle sconfitte della Nazionale di calcio, delle malattie trasmesse dall’aria condizionata.

Sfruttando il degrado delle periferie-ghetto causato da un modello di “accoglienza” classista e criminogeno, e facendo leva sui peggiori istinti atavici del paese che ha inventato il Fascismo, la propaganda ha avuto ancora una volta pieno successo nel dirottare sul capro espiatorio di turno tutta la rabbia popolare causata dalla finanza globalista che continua a depredare sistematicamente le classi più deboli.

In vista della legge di Bilancio, che inevitabilmente deluderà le aspettative degli elettori, il governo Grilloverde si augura perciò ogni mattina l’arrivo di un’altra nave carica di disperati. Una, cento, mille, duemila Diciotti per distrarre l’opinione pubblica fomentando l’odio razziale.

L’odio però è una una droga.
A chi lo usa per cercare di lenire le proprie frustrazioni ne serve una dose sempre maggiore.
Serve aggiungere sempre altri bersagli.

Gli africani, i musulmani, i pakistani, i Rom, gli slavi, gli arabi, i gay, gli ebrei – Salvini non manca mai di indicare Soros come finanziatore delle ONG – gli ambulanti, i mendicanti, gli studenti, i cingalesi, i maltesi, i cinesi, i francesi, i comunisti, i buonisti, i giornalisti, i sindacalisti... la lista s’allunga sempre di più.

L’odio è un incendio.

E se c’è una cosa che gli europei dovrebbero avere imparato è quanto sia facile che gli spacciatori d’odio finiscano bruciati dallo stesso fuoco che hanno appiccato.

Fonte

04/01/2018

Bolle… di sapone!

Il primo gennaio, Rai Uno, ha mandato in onda la trasmissione, condotta da Roberto Bolle e Marco D’Amore (il Ciro di Gomorra, ahinoi) “Danza con me”.

L’ ètoile del Teatro alla Scala di Milano e Principal Dancer dell‘American Ballet Theatre di New York, ha ottenuto, sui social e sulla stampa mainstream, un profluvio di messaggi positivi. Anzi, positivi è dir poco. Bolle viene osannato, adorato, venerato come un vero e proprio dio. “Non suda nemmeno”, si spinge a notare qualcuno, in preda all’estasi!

Una divinità, però, questo Bolle, piccola piccola, come il borghese di Monicelli/Sordi; frivola, senza umanità, senza un briciolo di compassione. Il signor Bolle, infatti, qualche anno fa, all’uscita del San Carlo, a Napoli, trovandosi di fronte ad alcuni clochard che, per ripararsi dal freddo della notte invernale, si erano rifugiati sotto i portici del Massimo cittadino, così scriveva, indignato, su twitter: «Scena mai vista davanti a nessun teatro. Né in Italia, né all’estero»; per poi aggiungere: «I senzatetto che s’accampano e dormono sotto i portici del teatro San Carlo, gioiello di Napoli, sono un emblema del degrado di questa città».

Lui, di umili origini, deplorava gli ultimi della terra!

Ci sembra, questo dio assurto all’Olimpo dello Spettacolo contemporaneo, lo Ziggy Stardust di David Bowie: «sembrava un nazista con il culo datogli da Dio […] Facendo l’amore col suo ego, Ziggy si succhiava il cervello come un messia lebbroso».

Or dunque, io non sarò certo Vittoria Ottolenghi – grande critica del balletto – e perciò il mio parere vale, appunto, quanto quello di un ateo sul padreterno. Ma, in merito all’aspetto puramente artistico, una cosa voglio dirla: quando vedo danzare Roberto Bolle ho la stessa emozione che mi provoca lo champagne: un tappo che salta e tante bollicine, eleganti ma rarefatte, nel loro immediato dissolversi in coppa; o la nouvelle cousine: raffinata, sofisticata certo, ma la fame resta.

Quando vedevo ballare Nureyev o anche Baryshnikov (fuoriusciti dall’Urss, certo, e traditori del proletariato, ma qui non vorrei farne una questione politica!) – l’uno più potente e intenso, l’altro più tecnico ed elegante – sentivo, col primo, scendere il vino ricavato dall’uva baciata dal sole del sud: un Taurasi o un Sirah, bevuti su una meravigliosa pasta e fagioli. Col secondo un Brunello di Montalcino, ad accompagnare una splendida braciata.

Si trattava, dunque, di vibrazioni forti, dionisiache, che scuotevano i sensi e l’intelligenza, facendomi varcare la soglia degli inferi e della Bellezza terrorizzante, o facendomi librare nell’iperuranio dell’immaginazione. Se poi a danzare era Pina (Bausch) non ho dubbi: ad inebriarmi erano la Rivoluzione e la vodka. Quella bevuta d’un fiato dal proletariato russo, su un semplice pirožòk e al gelo delle barricate.

Ma mai, mai gli occhi, in questi tre diversissimi casi, allestivano un semplice schermo per una proiezione danzante, sulle note dell’idillio arcadico. Si facevano, essi, porte d’accesso per una più alta e/o bassa percezione emotiva. Insomma, vedendo danzare Rudolf, Mikhail e Pina non assistevo mai, per fortuna, a vacue, seppur aggraziate, Bolle di sapone!

Fonte

24/12/2017

Funzioni centrali del pubblico impiego: un brutto contratto ispirato da odio ideologico

Dopo 8 anni di blocco contrattuale e tre giorni di maratona all’Aran alle quattro di questa mattina è stato firmato un brutto contratto per il Comparto Funzioni Centrali, del tutto insufficiente dal punto di vista economico a recuperare anche la sola inflazione registrata tra il 2010 e 2017.

Il valore medio di aumento del Comparto si ferma a 76 euro e la prima e seconda area (A e B) recuperano qualcosa solo attraverso una perequazione temporanea che si ferma al 2018.

Non si è voluto mettere mano all’ordinamento professionale, che a nostro parere era tra i compiti principali di questo contratto, lasciando invariate le situazioni di sfruttamento della prima e seconda area (A e B), con il rinvio di qualunque decisione all’esito dei lavori della istituenda Commissione paritetica.

A questo si aggiunge un sistema di valutazione molto simile a quello previsto dalla riforma Brunetta, un peggioramento delle norme riguardanti i permessi per visite e cure mediche, un inasprimento delle norme disciplinari che è espressione diretta del pregiudizio che da anni ispira le campagne mediatiche contro i lavoratori pubblici e che è anche l’humus su cui è impiantato questo contratto.

USB non ha siglato l’ipotesi di accordo e già dalle prossime settimane avvierà la consultazione tra i lavoratori del Comparto.

Fonte

07/04/2017

Hier trägst du mit



Su questo blog si è spesso documentato come la comunicazione politica dei nostri tempi radichi le sue retoriche nell'odio sociale. Chi sta (ancora) un po' meglio vive sulle spalle di chi sta peggio. In una «economia sociale di mercato fortemente competitiva» il vantaggio dell'uno è la rovina dell'altro. E anche il debole è un nemico: nell'eterna rincorsa di un equilibrio economico che non torna mai, i suoi bisogni non sono sostenibili né giustificati dal contributo produttivo che apporta. Sicché è colpevole: sia perché non coglie le opportunità di un sistema che premia chi si impegna, sia perché intralcia quel sistema rivendicando diritti che non merita.

Un sistema radicato nell'odio produce odio. Molti amici si sono indignati nel leggere i contenuti della pagina Facebook «Vecchi di merda» dove si insultano gli anziani che percepiscono una pensione maturata con il metodo retributivo. Alla notizia (vera) di un centro anziani il cui personale percuoteva i degenti, gli amministratori della pagina commentavano che «picchiare un retributivo non è reato».

Non sappiamo quanto siano veri o fake gli autori di questa iniziativa, ma il punto è un altro: che ciò che scrivono è perfettamente in linea con il sentire politico dominante e con chi se ne fa latore nell'accademia e sui giornali. Ingiurie a parte, le rivendicazioni di VdM sviluppano il senso economico di tanti titoli degli ultimi anni:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/10/28/i-vecchi-stanno-vincendo-la-lotta-di-classe/3128949/

http://www.lavoce.info/archives/27219/la-generazione-che-paga-per-tutti/

http://www.linkiesta.it/it/article/2015/05/21/pensioni-parla-elsa-fornero-ora-basta-far-pagare-il-conto-ai-giovani/25994/

http://espresso.repubblica.it/inchieste/2015/06/09/news/generazione-locuste-gli-anziani-sono-piu-ricchi-e-i-giovani-devono-spartirsi-solo-le-briciole-1.216098

Da tempo ci ripetono che i vecchi rubano il futuro ai giovani. Che «hanno fatto il debito pubblico». E che se i figli vogliono stare meglio i padri devono stare peggio. Senza scomodare la psicopatologia edipica, sono tutti corollari del teorema della scarsità: «Scannatevi, perché non ce n'è per tutti». O di quello del potere: se i poveri si accapigliano nelle fogne, è meno probabile che azzannino le caviglie dei ricchi. Se l'invidia sociale è vecchia quanto la società, la prevalenza del giovane sul vecchio, cioè del forte sul debole, va ancora più indietro: al mondo delle bestie da cui ci siamo evoluti. Sicché sarebbe uno spreco non fare di questo patrimonio ancestrale uno strumento di dominio politico e di controllo del malcontento popolare:


In queste retoriche cova spesso la fregola di mandare al macero la democrazia e di sopprimere i diritti degli avversari e dei diversi (pardon, dei competitors) escludendoli dalle decisioni comuni. Così accadeva all'indomani del voto inglese sull'uscita dall'Unione, con un rito rabbioso e «paidocratico» celebrato a stampa unita. In un precedente articolo dedicato a quella vicenda osservammo che:
In questa dialettica, anziani e giovani non sono altro che dramatis personae per indicare il vecchio e il nuovo, e quest'ultimo non è altro che l'agenda governativa in corso. Agli anziani tutti metaforici di questa mitografia si attribuisce la «paura del cambiamento» e l'attaccamento «antistorico» alle certezze del passato, «dall'alto delle loro pensioni, dei loro ricordi di gioventù e dai cuscini di un divano al di fuori del mondo e del futuro» (Federica Bianchi, L'Espresso). [...] il vecchiume a cui si allude è [...] il retaggio di sicurezze lavorative, sociali e patrimoniali che hanno effettivamente caratterizzato le gioventù degli elettori più stagionati e il periodo economicamente più florido del nostro continente. Non contenti di averle ampiamente smantellate nei fatti, i governi [...] puntano oggi a squalificarle anche nell'immaginario associandole ai volti bavosi e sdentati degli orchi e delle streghe che, come nelle fiabe, divorano i bimbi rubando loro il futuro.
Con l'ovvio epilogo:
La vicenda, già in sé squallida, potrebbe chiudersi qui [...] Se non fosse che la fantasiosa crociata contro il voto degli anziani si è subito trasformata in un attacco reale al diritto di voto degli anziani, e quindi al suffragio universale, aprendo scorci inquietanti sugli umori antidemocratici che covano nell'establishment.
La gerontofobia è sdoganata, è normale come il caffè dopo i pasti. Ecco la risposta di Facebook a un lettore che segnalava la pagina VdM come contenuto che incita all'odio:




E in effetti gli standard della comunità Facebook non includono la discriminante dell'età. Che sarà mai, in fondo. Non sono mica donne, ebrei, migranti, maomettani o transomosessuali. Sono solo vecchi. E quella è solo un'opinione, anzi un'opinione in voga. A conferma che la lotta all'hate speech non serve a proteggere le persone ma le idee di chi lo condanna.

Personalmente amo intrattenermi con gli anziani e amo anche le loro debolezze (qui una bella poesia di Claudio Baglioni), sicché non mi costa fatica considerarli una ricchezza. Ma se mi turo il naso potrei persino ringraziare i ragazzi (?) di VdM, perché in poche battute hanno denudato la ferocia di chi pensa e scrive le stesse cose ammantandole di sproloqui contabili e appiccicandosi l'etichetta di moderato. Di chi semina odio in giacca e cravatta nella certezza che saranno altri a raccoglierlo, ma soprattutto a subirlo.

***

Ma fingiamo che ci si creda davvero.

Incominciano col dire che il match contributivo-retributivo è una dialettica per criceti. Un sistema di assistenza pubblica deve assistere i cittadini secondo i bisogni di ognuno. Una volta fissato lo standard, gli strumenti sottostanti sono dettati dal fine. Se si accettano le premesse tecniche come finali ci si lascia condurre come le cavie nel labirinto di un laboratorio, fino all'esito stabilito da chi ha imposto quelle premesse. I cervelli adulti ragionano sul sistema, non nel sistema.

È vero che le pensioni di anzianità assorbono una buona parte della spesa dello Stato (circa un quarto). Ma prima di chiederci che cosa si potrebbe fare con quei soldi dovremmo chiederci che cosa ci si stia facendo. I pensionati sono la categoria con più bisogni e più tempo libero. Le loro pensioni le spendono in farmaci e cure mediche, case di riposo (che di solito costano più della pensione, quindi devono dare fondo anche ai risparmi), circoli ricreativi, ristoranti e balere, teatri e alberghi (anche in inverno, anche quando non si va in ferie e i gestori dovrebbero altrimenti chiudere), viaggi, capricci e regali ai nipoti, oltre il resto. A chi danno questi soldi? Ad altri vecchi bavosi? No. A chi lavora, cioè ai giovani: animatori, infermieri, medici, psicologi, fisioterapisti, farmaceutici, camerieri, ristoratori, accompagnatori, commercianti, imprenditori ecc. La spesa pensionistica è, se non l'unico, il principale pilastro su cui ancora insiste lo stimolo pubblico della domanda privata.

Ora facciamo contenti i paidocrati: riduciamo tutte le pensioni. Sì, certo, tra i suddetti lavoratori molti finirebbero licenziati o in rovina per mancanza di clienti, però vuoi mettere? Si liberebbero «risorse» per i giovani. Come? Ad esempio con la riduzione dei contributi assistenziali versati da chi avrà ancora un lavoro. Ma sarà vero? Non ne ha mai parlato nessuno e non è mai successo. Tanto che la riforma Fornero, quella fatta per salvare i conti pubblici e rendere sostenibile il sistema, prevedeva di aumentare l'aliquota delle partite IVA fino al 33%. Senza dire che con l'ulteriore aumento della disoccupazione calerebbe il gettito rendendo ancora più remota l'eventualità di una riduzione fiscale.

È tutta da piangere, insomma. Comunque la si metta, un sistema pensionistico e una spesa pubblica che non possono – cioè non vogliono – fare deficit quando occorre sono un carnaio dove tanti polli si contendono poco becchime e dove, non potendo vincere, ci si impegna affinché perda anche il vicino. È la pena di un'economia ridotta al soldo e non alle cose e ai bisogni, dove per non infliggere qualche zerovirgola di inflazione ai patrimoni di chi non ha proprio bisogno di pensione, è lecita la miseria e la sofferenza di chi ci vive, fossero anche i propri genitori. È la subciviltà del «quanto ci costa», la stessa ritratta nell'immagine che apre la nostra pedanteria: «Anche tu porti il fardello! Un malato alla nascita costa in media 50.000 marchi fino ai 60 anni di età».

Era la Germania del 1940.

Fonte

17/06/2015

Le parole del razzismo democratico

Dove­vamo aspet­tarci che, come sem­pre nel nostro paese, la fase attuale di migra­zioni ed esodi – l’emergenza, come dicono loro – fosse descritta dai media col con­sueto les­sico degra­dato (esso sì): «bivacco», per dire della sosta for­zata dei pro­fu­ghi, scac­ciati da ogni dove, presso sta­zioni fer­ro­via­rie e simili; «asse­dio», per descri­vere l’arrivo in que­sti luo­ghi di gruppi di per­sone (bam­bini com­presi) pro­vate, trau­ma­tiz­zate, abban­do­nate al loro destino oppure trat­tate come ani­mali in gab­bia o pesci d’acquario (è il caso di Milano); «ripu­lire» la sta­zione, per signi­fi­care libe­rarla da que­ste pre­senze inde­centi e dun­que «resti­tuirle un po’ di decoro». Così il sin­daco Pisa­pia, che si lascia scap­pare per­fino una variante del tipico «Se le piac­ciono tanto, se li porti a casa sua», rivolta a una gior­na­li­sta: «Allora li ospita lei a Sky?»

Per non dire dei lemmi intra­mon­ta­bili che, nono­stante la Carta di Roma e altre ini­zia­tive ana­lo­ghe, in alcuni casi ven­gono rispol­ve­rati per l’occasione, in altri sem­pli­ce­mente per­pe­tuati: «zin­gari», «nomadi», «extra­co­mu­ni­tari», «clan­de­stini», «degrado», «esodo biblico» e tutte le varianti della reto­rica allar­mi­stica, per­fino apo­ca­lit­tica...

Non mi rife­ri­sco ad ambienti e a mass media di destra o di estrema destra, meno che mai al gergo sal­vi­niano. Parlo, invece, del lin­guag­gio di ciò che quasi un decen­nio fa con un po’ d’ironia comin­ciammo a defi­nire raz­zi­smo demo­cra­tico o rispet­ta­bile, rife­ren­dolo a poli­tici e mini­stri di cen­tro­si­ni­stra, ambienti, intel­let­tuali e organi d’informazione demo­cra­tici (si veda, per es., Giu­seppe Faso, Les­sico del raz­zi­smo demo­cra­tico, 2010).

Il les­sico, si sa, non è mai inno­cente. Tant’è che i lemmi che ho citato sosten­gono reto­ri­che che solo chi è di memo­ria corta può pen­sare siano nuove. Fra que­ste, torna in auge la vec­chia idea, deter­mi­ni­sta e in fondo sprez­zan­te­mente clas­si­sta, secondo la quale la plebe sarebbe natu­ral­mente por­tata ad attri­buire a qual­che capro espia­to­rio le ragioni del pro­prio disa­gio sociale. Ne discende la tesi, clas­si­ca­mente popu­li­sta, per la quale al grido di dolore che si leva dalla ‘plebe’ si debba rispon­dere con seve­rità e rigore verso i capri espia­tori, in defi­ni­tiva negando loro diritti umani fon­da­men­tali. E’ una tesi che si fonda (come scri­vevo nel lon­tano 2007) su un prin­ci­pio di tipo omeo­pa­tico: per pre­ve­nire il raz­zi­smo popo­lare con­viene som­mi­ni­strare qual­che buona dose di raz­zi­smo istituzionale.

Un’altra vec­chia eti­chetta, rispol­ve­rata assai di recente, è quella dell’«antirazzismo facile» che, coniata a suo tempo da qual­che chie­rico, cre­de­vamo non più in uso almeno tra gli scien­ziati sociali. Coloro che denun­ciano «il raz­zi­smo più bieco e insop­por­ta­bile», accusa Chiara Sara­ceno in un arti­co­letto recente, in realtà gli fanno «da cassa di riso­nanza» e non si occu­pano delle «con­di­zioni di disa­gio in cui que­sto si genera». Un’affermazione che, tra le altre cose, rivela una lon­ta­nanza side­rale dal mondo dell’antirazzismo mili­tante (com­preso quello dotto), per­ciò immi­se­rito entro un cliché.

Astratte e ste­reo­ti­pate tor­nano a essere, pur dopo trent’anni di studi e ricer­che su migra­zioni ed esodi, anche le rap­pre­sen­ta­zioni delle figure, delle bio­gra­fie, delle sto­rie di migranti e pro­fu­ghi, in realtà mol­te­plici e com­plesse ben più delle nostre. Si riaf­fac­cia, anche sulla bocca di colti, la rigida dico­to­mia profughi/migranti, fat­tual­mente infon­data, poli­ti­ca­mente assai peri­co­losa. Senza stare a ricor­dare la sto­ria dell’immigrazione in Ita­lia e il dop­pio sta­tus reale dei pro­ta­go­ni­sti degli esodi di massa (gli alba­nesi degli anni ’90, i gio­vani tuni­sini del 2011…), basta dire que­sto: se pure fos­sero migranti “eco­no­mici”, una volta rim­pa­triati un tuni­sino e un’eritrea, solo per fare due esempi ipo­te­tici, rischiano il car­cere in virtù delle legi­sla­zioni in vigore in entrambi i paesi, anche nella Tuni­sia senza Ben Ali. In realtà, come ho scritto altrove, sono anzi­tutto il sistema nor­ma­tivo, le sue inter­pre­ta­zioni e appli­ca­zioni a deci­dere, in defi­ni­tiva, chi sia migrante e chi rifugiato.

Ma, infine, baste­rebbe sof­fer­marsi su alcune imma­gini odierne, facendo agire imma­gi­na­zione ed empa­tia, per com­pren­dere l’infondatezza di tanti cli­ché e ste­reo­tipi. Guar­date le foto dei gio­vani eri­trei, somali, afghani, più alcuni magh­re­bini, che a Ven­ti­mi­glia, a pochi passi dal con­fine con la Fran­cia, pro­te­stano sugli sco­gli dei Balzi Rossi. Guar­date i loro volti tirati per le notti insonni, la ten­sione, lo scio­pero della fame. Osser­vate anche la loro corag­giosa deter­mi­na­zione, river­sata nei car­telli che essi esi­bi­scono, grez­za­mente appron­tati eppur così efficaci.

E sof­fer­ma­tevi sulle imma­gini dei tanti cit­ta­dini e cit­ta­dine comuni, anche povera gente, che va a por­tar loro abiti, cibo, soli­da­rietà. Guar­date le lun­ghe code, a Roma, delle per­sone che recano ogni genere di beni di prima neces­sità per i pro­fu­ghi scac­ciati dalla Sta­zione Tibur­tina e accolti dal Cen­tro Bao­bab. Vi appa­rirà chiaro – e tale dovrebbe appa­rire a tanti soloni – il con­tra­sto tra la ric­chezza di una realtà sociale, certo con­trad­dit­to­ria, dif­fi­cile, anche a rischio di gravi derive, e l’astratta mise­ria intel­let­tuale, morale e poli­tica dei deci­sori nazio­nali ed euro­pei, e di alcuni loro interpreti.

Anna Maria Rivera - Il Manifesto del 16 giugno 2015

Fonte

10/02/2015

I russi ci odiano

Improvvisamente la stampa europea, e quella italiana con il solito colpevole ritardo, scopre che l’opinione pubblica russa non è mai stata tanto antioccidentale quanto lo è attualmente, almeno dal crollo dell’Unione Sovietica. L’occasione per ribadire ciò che di fronte all’aggressione militare, diplomatica ed economica da parte dell’occidente sembrava quanto mai ovvio è stata fornita dalla pubblicazione di uno studio realizzato dal Centro demoscopico russo indipendente Levada, secondo il quale il risentimento della popolazione russa nei confronti dell’occidente in generale e in particolare degli Stati Uniti non è mai stato tanto elevato da venti anni a questa parte.

Sono sempre di più i russi che accusano apertamente gli Stati Uniti di aver provocato la crisi in Ucraina e di soffiare sul fuoco della guerra, e di immischiarsi negli affari interni dei paesi slavi, tradizionalmente alleati o vicini a Mosca. Nel frattempo, l'economia russa soffre gli effetti cumulativi delle sanzioni e dei prezzi del petrolio e del gas in caduta – conseguenza di aggressive strategie di destabilizzazione introdotte da Washington e poi estremizzate dall’Arabia Saudita e dalle altre petromonarchie – che hanno causato il crollo del rublo e l’aumento dell’inflazione e della disoccupazione. E’ ovvio che di fronte a questo quadro quattro russi su cinque (l’81% del campione sondato da Levada) dicono di avere un parere "pessimo" o "abbastanza brutto" degli Stati Uniti, quasi il doppio rispetto a quello di un anno prima. Circa il 42% dei russi intervistati descrive i rapporti tra Mosca e Washington come "ostili", mentre un anno fa la percentuale era solo del 4%. Ma anche l'atteggiamento dei russi verso i paesi europei, tradizionalmente positivo, è peggiorato bruscamente, con il 71% di pareri negativi, il 200% in più rispetto al gennaio 2014.

Si tratta di un sondaggio, ovviamente, e i sondaggi non vanno presi per oro colato. Ma i dati, per quanto interpretabili, ci parlano di una situazione che spinge verso una condizione di scontro che dal livello diplomatico ed economico potrebbe improvvisamente sfociare su quello militare. Lo ha notato Francois Hollande quando, in una dichiarazione quanto mai inquietante, ha affermato senza peli sulla lingua che se fallisce il tentativo di mediazione europeo in corso in questi giorni sullo scenario ucraino il rischio è quello di un ritorno della guerra in Europa. Non più ai margini dell’Europa, come finora è avvenuto anche con la compiacenza delle classi dirigenti dell’Unione Europea che non hanno esitato a ricorrere agli strumenti classicamente utilizzati dall’imperialismo statunitense – embarghi, regime change, frantumazione di stati, processi di destabilizzazione più o meno violenti – per allargare la propria egemonia ad est e a sud.

E’ chiaro che una popolazione come quella russa (ma accade anche in altri quadranti del globo) spinta dall'aggressiva strategia occidentale a sviluppare odio nei confronti di paesi visti – e non a torto – come aggressori e nemici potrebbe costituire un ostacolo, un condizionamento, un impedimento anche nei confronti di un governo di Mosca che fosse invece orientato, per motivi di varia natura, a una ricomposizione diplomatica del conflitto in atto con il blocco occidentale, e di cui quanto sta accadendo sull’Ucraina e in Ucraina è una conseguenza, e non certo una causa.

Se è vero che la crisi economica che sta investendo la Russia – paese economicamente fragile, con un export basato quasi esclusivamente sugli idrocarburi e un tessuto produttivo quanto mai inadeguato – consiglierebbero a Putin e soci di sottrarsi all’escalation con gli Usa, è pure vero esattamente il contrario. La crescente spinta nazionalista dell’opinione pubblica russa avrà effetti inevitabili sul panorama politico di Mosca, con il rafforzamento delle forze che già oggi sono schierate per lo scontro frontale con gli aggressori e l’indebolimento delle realtà e degli esponenti politici che invece continuano a perorare la causa di un compromesso che allo stato attuale sembra sempre più improbabile o comunque al ribasso.
Sappiano gli apprendisti stregoni dell'imperialismo Usa e Ue che stanno giocando con il fuoco...

Fonte