Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/01/2026

Senatrice Segre, quando smetterete di usare l’Olocausto contro il popolo palestinese?

La senatrice Liliana Segre, in occasione delle celebrazione ufficiale della “Giornata della Memoria”, ha detto: “Non si può usare Gaza contro l’Olocausto”.

La verità è che, da troppo tempo, ormai, in Occidente, si sta facendo l’esatto contrario. Francamente, io non alcuna remora a dire che, proprio mentre si sta consumando una delle peggiori pulizie etniche degli ultimi 100 anni – il Genocidio del popolo Palestinese – anziché affermare che “mai più”, voleva dire mai più per qualunque popolo e a qualsiasi latitudine, anche questa volta, la senatrice Segre ha preferito usare, proprio nel “Giorno della Memoria”, il peggiore artifizio retorico esibito sistematicamente dai peggiori sionisti di tutto il globo ai quali, scandalosamente, si accoda, da troppo tempo, ormai, una delle peggiori comunità ebraiche del mondo: quella italiana.

Dopo le immagini dei campi di concentramento, la criminale follia del nazifascismo, avevamo detto “mai più”. E invece sono arrivate le immagini terribili del genocidio palestinese che, dietro lo scudo mediatico di una falsa “tregua”, ha soltanto cambiato tempi e modi, ma non è mai cessato.

Sì, perché Israele continua, imperterrito, ad infliggere immani sofferenze e deprivazioni ad un popolo intero. Lo costringe alla fame, al freddo, alle bombe, a bere acqua contaminata, ad ammalarsi senza poter essere curato. È quel che succede a Gaza.

Ma, da qualche tempo, la violenza di Israele si è scatenata anche contro il popolo palestinese della Cisgiordania. Non che prima non ve ne fosse. Solo che ora la violenza dei coloni, supportati sistematicamente dai militari israeliani dell’IDF, ha raggiunto livelli di tale crudeltà e ferocia, che appare, oltre modo, evidente, l’obiettivo di Israele di costringere la popolazione palestinese che vi abita ad un esodo “biblico”.

Un obiettivo nemmeno tanto malcelato, visto che diversi esponenti del governo israeliano parlano ormai apertamente di “deportazione” del popolo palestinese perché, dicono, così è scritto in quella Torah in cui la Cisgiordania è indicata con i nomi biblici di Giudea e Samaria (in ebraico: Yehuda ve-Shomron – יהודה ושומרון).

Dov’è finita l’umanità che, dopo la tragedia della Shoa avevamo costruito con l’orrore negli occhi, con le sofferenze degli internati nei campi di concentramento? Con quelle immagini terrificanti ed i racconti dei sopravvissuti?

Primo Levi riguardo alla memoria del Lager ci aveva avvertiti: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario... perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre”. È ciò che sta succedendo. E cosa è Gaza oggi, se non un lager? E a cosa servono i lager?

È ancora Primo Levi, che al lager è scampato (anche se il lager lo ha continuato a tormentare tutta la vita) dice: “Lo scopo del lager è l’annientamento dell’uomo, che prima di morire deve essere degradato in modo che si possa dire, quando morrà, che non era un uomo”.

È quel che è successo e che continua a succedere a Gaza. A Gaza l’umanità, la nostra umanità, è morta, con quei bambini che muoiono di freddo, ogni giorno. A Gaza l’umanità è morta nella sistemica azione di togliere il cibo ed utilizzarlo come arma di guerra.

A Gaza l’umanità è finita, e dove non arrivano i proiettili arrivano le morti per fame e malattia. Quei bambini, a decine oramai, stanno morendo mentre noi ci dividiamo sul “riconoscimento dello Stato di Palestina”. Tra poco non ci sarà più nulla da riconoscere, e Netanyahu lo ripete tutti i giorni. Sarà un riconoscimento postumo. Un riconoscimento per salvare la nostra coscienza da un’umanità perduta.

Dopo il 7 ottobre 2023, i trucidi governanti israeliani hanno detto che “Gaza va rasa al suolo come Dresda”. Sembrava una macabra provocazione. E invece, abbiamo scoperto che era l’illustrazione di un lucido piano di sterminio di massa. E lo sterminio continua. Dopo le oceaniche proteste dei mesi scorsi, hanno deciso di cambiare linea: il genocidio continua ma a bassa intensità così che il sistema mediatico possa più agevolmente ignorare la lenta agonia di un popolo.

La tragedia è opacizzata e con un bel po’ di whitewashing, il piano di sterminio e deportazione andrà a gonfie vele tanto che, accanto al lager Gaza, in cui l’umanità e la dignità dei palestinesi continuano ad essere violate e calpestate, ora si è persino insediato un comitato d’affari, guidato da Donald Trump, che sta mettendo a punto un grande piano immobiliare speculativo che sorgerà sulle ossa e le ceneri di civili palestinesi sui quali Israele ha sganciato otto volte la potenza esplosiva delle bombe nucleari sganciate su Hiroshima e Nagasaki nel 1945 dagli USA.

Primo Levi disse “meditate, che questo è stato”, allora io dico: meditate, che questo è ancora.

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30/11/2024

Il genocidio c’è, anche se non piace a Liliana Segre

Ne avremmo fatto volentieri a meno, perché sappiamo bene che confutare Liliana Segre su un tema come la definizione di “genocidio” è, mediaticamente, come tuffarsi all’Inferno sperando di uscirne senza scottature.

La senatrice è stata da bambina una dei milioni di ebrei mandati nei campi di sterminio – Auschwitz, nel suo caso – uscendone viva ma certamente segnata per sempre. L’autorevolezza della sua testimonianza in proposito è, per qualunque essere umano, giustamente indiscutibile.

Ma il testo che ha consegnato al Corriere della Sera del 29 novembre è tutt’altra cosa. È un tentativo – non solo suo, ma dell’intero arco sionista – di mettere una lapide sulla questione (tra l’altro all’esame della Corte internazionale di Giustizia, che l’ha assunta giudicando l’accusa “plausibile”) e consegnare alla riprovazione universale quanti, altrettanto giustamente, insistono nel chiamare col suo nome quel che Israele sta facendo a Gaza: genocidio.

Dunque non può esser fatto passare sotto silenzio, girandosi dall’altra parte. La senatrice scrive infatti:
“Nella drammatica situazione di Gaza non ricorre nessuno dei due caratteri tipici dei principali genocidi generalmente riconosciuti come tali mentre sono piuttosto evidenti crimini di guerra e crimini contro l’umanità, commessi sia da Hamas e dalla Jihad, sia dall’esercito israeliano.

I caratteri tipici dei genocidi sono essenzialmente due: uno è la pianificazione della eliminazione, almeno nelle intenzioni completa, dell’etnia o del gruppo sociale oggetto della campagna genocidaria, l’altro è l’assenza di un rapporto funzionale con una guerra.

Anche i genocidi commessi durante le due guerre mondiali (armeni, ebrei, rom e sinti) non ebbero la guerra né come causa né come scopo, anzi furono eseguiti sottraendo uomini e mezzi allo sforzo bellico.”
Tutto chiaro? Sottolineiamo i due punti:
a) la “programmata e tentata eliminazione completa di un gruppo sociale o di un’etnia” implicherebbe un impegno “industriale” e logistico piuttosto intenso, tanto da
b) perseguire con molta determinazione questo obiettivo, al punto da “sottrarre uomini e mezzi allo sforzo bellico” (e quindi essere “disfunzionale” rispetto ad una guerra in corso).

Stabiliti questi “punti caratteristici” la conclusione è obbligata. Solo i nazisti tedeschi (con la complicità servile dei fascisti italiani, di cui sopravvive ancora “la fiamma” in qualche simbolo) concepirono un piano così infame e disumano, utilizzando inoltre risorse che sarebbe state più utili altrove.

Quindi solo quello sugli ebrei potrebbe essere propriamente chiamato “genocidio” (gli altri esempi citati – in cui la “programmazione” è quanto meno problematica, se non del tutto assente – sembrano decisamente una concessione al mainstream...).

Tutti gli altri massacri, compresa l’azione dell’Idf a Gaza e le azioni di Hamas e Jihad possono invece essere classificate – secondo Liliana Segre – come semplici (si fa per dire) “crimini di guerra”.

Cosa c’è di sbagliato?

Una sola cosa: quei “due punti” non sono la definizione di “genocidio” riconosciuta dalla comunità internazionale al completo, riunita nell’Onu, fin dal 1948. Non sono insomma per niente “generalmente riconosciuti”, ma anche molto diversi da quelli approvati con Convenzione internazionale.

Liliana Segre, da sola o supportata da qualche consulente storico-legale, ha insomma prodotto una definizione di parte e arbitraria di un crimine universale, che sembra avere l’unico scopo – esplicito, nell’articolo – di inibire l’uso pubblico della parola “genocidio” in riferimento alle azioni di Israele a Gaza da oltre un anno.

Ognuno può autonomamente dare un giudizio sull’operazione “linguistica” – il nostro è ovviamente pessimo – consultando la Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio.

Nella quale possiamo leggere, all’Articolo I, “Le Parti contraenti confermano che il genocidio, sia che venga commesso in tempo di pace sia che venga commesso in tempo di guerra, è un crimine di diritto internazionale che esse si impegnano a prevenire ed a punire.”

Le “parti contraenti” sono ovviamente gli Stati che hanno sottoscritto questa Convenzione. Tra i quali c’è anche Israele, che ha presentato allora alcune “riserve e dichiarazioni”, peraltro senza effetti pratici. Dunque, perché inventarsi una diversa tipizzazione del crimine di genocidio?

Ma il punto fondamentale è che si può parlare di “genocidio” sia in pace che in guerra (“sia che venga commesso in tempo di pace sia che venga commesso in tempo di guerra”), demolendo così quasi totalmente il “secondo punto” esposto/posto da Segre (“l’assenza di rapporto funzionale con una guerra”).

A voler essere precisi, sembra proprio che per la senatrice questo punto sia funzionale – in questo caso, sì – alla possibilità di escludere dal novero dei possibili genocidi tutti i massacri, ancorché di dimensioni colossali, commessi durante una guerra, come conseguenza diretta e intenzionale di un certo tipo di operazioni militari. A Gaza, per esempio...

La motivazione giuridica da lei proposta, infatti, sembra traducibile come “ci sono stati tantissimi morti, è vero, molti dei quali completamente immotivati dal punto di vista militare” (i civili, le donne, i bambini), “ma in guerra succede sempre...”.

Si potrebbe anche dire, secondo questo argomentare: se non ci sono i campi di sterminio con le camere a gas, allora “non c’è genocidio”, anche se all’atto pratico vengono uccisi quasi tutti.

Andiamo avanti, perché l’Articolo II della Convenzione espone con estrema chiarezza quali sono i “cinque punti” – cinque, non “due” – che consentono di chiamare genocidio una serie di “pratiche” e perseguire per questo chiunque ne metta in atto anche soltanto una.
“Nella presente Convenzione, per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale:

a) uccisione di membri del gruppo;

b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;

c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;

d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo;

e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.
Che i palestinesi di ogni età, sesso, condizione sociale, religione (tra loro sono molti anche i cristiani, ricordiamo solo noi atei), vengano uccisi “all’ingrosso”, sia tramite bombardamenti che con i cecchini, è così ampiamente documentato che risulta difficile persino far finta di niente (“crimini di guerra”, direbbe però Segre).

Che le “lesioni gravi all’integrità fisica e mentale di membri del gruppo” siano prassi quotidiana, sia a Gaza che in Cisgiordania, per non dire delle prigioni israeliane… altrettanto.

Anche il “sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale” è testimoniato ogni giorno da medici internazionali, agenzie umanitarie dell’Onu, ong, chiunque... Se non puoi mangiare è certo che morirai, anche quando non ti sparo. E che questa sia l’intenzione di Israele che motiva molte delle sue azioni sui gazawi, tra cui gli impedimenti frapposti agli aiuti umanitari, è ammesso pubblicamente anche da generali e ministri di Tel Aviv.

Difficile anche confutare che l’Idf stia cercando di utilizzare la fame come arma di guerra, per costringere i palestinesi a lasciare definitivamente la loro terra (ci vivono da 5.000 anni, anche se non gliel’ha promessa “dio attraverso Abramo”).

L’unico crimine genocidario che Israele non ha commesso è probabilmente il quinto (“trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro”), ma qui sembra incidere molto la “trasmissione matrilineare” dell’appartenenza al popolo ebraico e il per nulla nascosto razzismo nei confronti degli “arabi”, a prescindere dall’età.

L’elenco delle caratteristiche essenziali di un genocidio è breve, semplice, facile da memorizzare, privo di arzigogoli e commi da leguleio, condiviso da quasi 80 anni da tutti i paesi del mondo. Ripetiamo: perché, dunque, la senatrice Segre – e i pessimi redattori del Corriere, che “corroborano” l’articolo con considerazioni acritiche di supporto – ha sentito il bisogno di inventare una definizione diversa?

Un crimine così grave, ignobile, inumano, orrendo, non è un “affare privato”. Né dei singoli esseri umani, né di singoli popoli, e neanche di gruppi di popoli. La definizione e il consenso può essere solo universale. Può e deve essere riconoscibile per le vittime e i colpevoli, i testimoni e i giudici. Deve valere per il passato, il presente e il futuro.

Non può essere lasciato alla “libera opinione”, perché è chiaro che qualsiasi genocida – presente o futuro – tenderà a darne una definizione che lo esclude, che ne minimizza la colpevolezza. O magari ne esalta la necessità (tipo “Israele ha diritto di difendersi”… anche col genocidio dei palestinesi).

La definizione data dall’Onu nel 1948 è oltretutto una definizione “a caldo”, sotto l’enorme impressione della scoperta dei campi di sterminio. E proprio di Auschwitz, in primo luogo. È insomma una definizione che risente molto – e giustamente – dell’orrore suscitato dall’Olocausto in tutta l’umanità.

Ma neanche una vittima dell’Olocausto può arrogarsi il diritto di non riconoscere i criteri fondamentali per riconoscere gli Olocausti del presente e del futuro. Un grande studioso del tema, correligionario ed israeliano, ne ha tratto una conclusione decisamente più onesta. Opposta alla sua.

Neanche una vittima dell’Olocausto può insomma pensare di sminuire o difendere il genocidio cui stiamo assistendo in diretta.

Il che lo rende – se possibile – ancora più grave, perché nessuno dei responsabili o dei testimoni passivi, a partire ovviamente dall’attuale governo e dallo stato maggiore di Israele fino ad arrivare ai nostri “giornalisti”, potrà dire “non sapevo” oppure “ho solo obbedito agli ordini”.

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11/12/2022

La strumentalità del reato di “odio” contro Chef Rubio

Chef Rubio, denunciato come “odiatore”, ha replicato prontamente alla denuncia presentata dai legali della senatrice Liliana Segre, anche se per ora non ha ricevuto nessuna comunicazione ufficiale.

“Chiedere a Liliana Segre di denunciare i crimini della colonia d’insediamento israeliana e dell’esercito nazista che da 74 anni porta avanti la pulizia etnica del popolo nativo palestinese (semita) sarebbe incitare all’odio? I silenzi di parte sono odio, non chi resiste”. Una risposta nello stile diretto e ruvido a cui Chef Rubio ci ha abituato.

Dal suo profilo twitter, il noto chef televisivo ha anche rilanciato il post dello scorso 21 aprile, quello in cui rilevava il silenzio della senatrice a vita di fronte ai soprusi di Israele nei confronti dei palestinesi, e che gli è costato la denuncia come “odiatore”.

Il post di Chef Rubio, è stato condiviso con la frase “La famosa istigazione all’odio”. “’Palestinesi? Non mi occupo di politica’. Cit. Liliana Segre. Vedo che però te ne occupi quando si tratta degli ucraini. Lasciami dire che il tuo silenzio sistematico nei confronti della pulizia etnica che il popolo palestinese sta subendo da 74 anni è disgustoso”.

Dove sarebbe dunque l’odio evocato dalla senatrice e da mass media come sempre servili?

Viene denunciato il silenzio sulla pulizia etnica israeliana contro i palestinesi in un momento in cui tutto il mondo politico si sente in dovere di palesare la propria sensibilità a diritti umani, legalità internazionale e autodeterminazione dei popoli, ma esclusivamente per l’Ucraina o, in alcuni casi, per l’Iran, mai sulla Palestina.

La denuncia contro Chef Rubio ha suscitato però anche manifestazioni di solidarietà con l’accusato. “Chiedere di prendere posizione sulla questione palestinese non è odio né antiebraismo, Solidali con Chef Rubio, se finirà in tribunale saremo con lui”, scrive il Forum Palestina, e decine di commenti in circolazione sui social.

È doveroso poi sottolineare un dettaglio. Dei 24 “odiatori” denunciati dalla senatrice Segre, ben 23 sono account anonimi, solo Chef Rubio è stato accusato con nome e cognome (Gabriele Rubini).

In sostanza, gli odiatori riconducibili all’antiebraismo più becero e razzista restano anonimi. L’unico a finire alla gogna è un personaggio pubblico impegnato al fianco dei palestinesi. Difficile non cogliere il segno peloso dell’operazione.

La estrema dilatazione e strumentalizzazione del concetto – ed ora del reato – “di odio”, grazie alla sua estrema vaghezza, sta apertamente sconfinando in un attacco alla libertà espressione, come nel caso osservato.

Si va introducendo un criterio e un perimetro in cui parlare male dei potenti, dei padroni o dei personaggi politici configura una fattispecie di reato a geometria variabile: dipende da chi parla e contro chi parla, sempre meno da come parla.

Infine, e non certo per importanza, esiste il rischio dell’autocensura. Qualcuno ritiene che Chef Rubio sia troppo “ruvido”. Francamente troviamo assai più insopportabili i discorsi “politically correct” che non dicono nulla e tacciono sulle questioni ritenute “divisive”.

Sarà perchè Chef Rubio lo abbiamo trovato in mezzo ai portuali che bloccavano il traffico d’armi per le guerre, mentre i suoi stigmatizzatori sostengono e votano l’invio delle armi per la guerra.

A furia di aver paura della parole potremmo finire piano piano con il dover rimanere zitti.

Giammai!!

Fonte

15/10/2022

Fumata nera al Senato

Vedere un fascista ricevere la consegna della Presidenza del Senato da un anziana donna ebrea vittima delle leggi razziali e sopravvissuta ai campi di concentramento, dà la cifra del degrado della politica in Italia.

Indubbiamente occorre sempre storicizzare i contesti, dialettizzare passato e presente, attualizzare categorie e chiavi di lettura, ma a certi segnali è impossibile sottrarsi.

In primo luogo colpiva l’aula del Senato (e della Camera) semivuota a causa dello “sfoltimento” dei parlamentari determinato dalla legge taglia-parlamentari, tra le principali stoltezze volute e ottenute dal M5S.

In secondo luogo non è un caso che il bellissimo discorso della senatrice Liliana Segre abbia visto mancare l’atteso applauso proprio quando ha ricordato la natura della Costituzione. Gli applausi con maggiore o minore trasporto c’erano stati su altri passaggi ma non su quello.

In terzo luogo il personaggio che si è insediato nello scranno della seconda carica della Repubblica è il residuo più ruvido e respingente del partito neofascista in Italia: Ignazio Benito La Russa. Giovane fascista del MSI, avvocato e attivista neofascista milanese per anni, passato in lavatrice con l’acqua di Fiuggi in Alleanza Nazionale, guerrafondaio ministro della Difesa nel governo Berlusconi, fondatore insieme alla Meloni di Fratelli d’Italia.

Se uno dovesse indicare cosa è un fascista anche nel XXI Secolo lo stereotipo che calza meglio è proprio Ignazio La Russa. La sua arroganza nella vita politica e nei dibattiti televisivi portò chi scrive – mi si permetta un ricordo personale – a sfidarlo pubblicamente ad un “duello a cazzotti” su Piazza Montecitorio. La sua violenza verbale contro persone perbene come Gino Strada o Rosi Bindi in una trasmissione televisiva era stata tale che si sentiva forte l’esigenza di fargli sapere che nella sinistra non sono tutti buoni o buonisti.

Dunque se c’era da dare un volto alla continuità tra i fascisti del MSI e i “postfascisti” di Fratelli d’Italia quello era proprio La Russa diventato ora presidente del Senato.

La sua elezione è stata una ulteriore prova del degrado della politica. I senatori di Forza Italia, irritati per la scarsità di poltrone che la Meloni intende assegnargli nel nuovo governo, sono usciti dall’aula per non votare La Russa. Solo Berlusconi e la ex presidente del Senato Casellati rimangono in aula per votare. Si era così palesato il rischio che la maggioranza di governo andasse in crisi ancora prima di insediarsi a Palazzo Chigi.

Ma, ancora una volta, le salmerie sono arrivate in soccorso dalla minoranza (chiamarla opposizione significa dargli una dignità che non hanno). Un gruppo trasversale di senatori vota così per La Russa e questo supera il quorum necessario alla sua elezione a Presidente del Senato. Il voto è segreto ma quei voti in soccorso del governo della destra mostrano che la banda Renzi/Calenda più altri si è detta disponibile a qualsiasi alleanza o avventura che non abbia neanche l’odore della decenza.

Questo ci porta fuori dallo spettacolo visto nell’aula del Senato e dentro il percorso accidentato che attende il governo di Giorgia Meloni.

Scelte economiche dolorose e scelte di guerra costringono il governo della destra a mostrarsi obbediente verso la Commissione europea e la Nato. E se ci sarà da ingoiare e far ingoiare amaro il paese reale, meglio avere a disposizione un po’ di ascari esterni ad una maggioranza con parecchie sollecitazioni interne.

Se in materia economico/sociale, militare e internazionale a causa del “vincolo esterno” per il governo non ci sono spazi di manovra autonoma, l’identità nazionale evocata dai “postfascisti” si darà dunque sul terreno propriamente ideologico: memorialistica reazionaria, conservatorismo in materia di diritti civili (emblematica l’indicazione di Fontana come presidente della Camera, ndr), incrudelimento nel rapporto con gli immigrati, ma anche criminalizzazione dei lavoratori, degli scioperi e dei conflitti sociali come elemento di “anti-italianità” e “disfattismo”.

Con il governo della Meloni in Italia non tornerà il fascismo del ventennio. Lì c’era da contrastare i comunisti per conto dei padroni e modernizzare un paese arretrato, qui c’è solo da accompagnarne il declino. Agirà piuttosto la “democratura” costruita dal combinato disposto tra tecnocrazia e politica in questi trenta anni.

Prepariamoci dunque all’opposizione frontale al governo della destra e dentro le contraddizioni con cui dovrà misurarsi. Ma teniamoci alla larga dall’opposizione della corona e da quella a mezzo servizio. Il PD è ancora un problema, non la soluzione.

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