Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/05/2022

Aiutati, che il Governo non ti aiuta

Dopo la pesante caduta provocata dalla pandemia nel 2020, l’economia italiana è già proiettata fuori dal rimbalzino che ha caratterizzato il 2021, il quale non era stato comunque in grado di riportare l’attività produttiva e l’occupazione al livello pre-crisi. L’inflazione iniziata nel secondo semestre 2021 aveva anticipato le nubi in arrivo, che si sono poi addensate prima di dar luogo alla tempesta scatenata dallo scoppio della guerra in Ucraina.

Se la follia bellicista continua a lungo, come ormai appare probabile, l’erosione dei salari reali assumerà dimensioni tragiche e si materializzerà la terza recessione dell’ultimo decennio producendo ancora disoccupazione e povertà. Qualcuno ha stimato, ad esempio, che l’implementazione dell’embargo su gas e petrolio russo potrebbe provocare la distruzione di circa 600 mila posti di lavoro nel biennio 2022-2023: perderemmo in sostanza tutta l’occupazione (d’altronde in gran parte precaria) recuperata dall’inizio della pandemia, in una improbabile versione del gioco dell’oca, in cui non esiste una carta per uscire di prigione. L’ennesima mazzata per lavoratrici e lavoratori, così come per intere generazioni che ormai non conoscono altro rispetto alla crisi economica, divenuta normalità.

In questo bel quadretto familiare, il Governo Draghi ha appena varato il decreto Aiuti, un pacchetto di misure che dovrebbe avere, tra gli altri, l’obiettivo cruciale di sostenere il potere d’acquisto delle famiglie e tamponare l’impatto dei rincari energetici in bolletta. Ma a quanto ammontano i nuovi interventi? Quali sono le misure specifiche previste?

Il Governo ha varato due decreti, che mobilitano complessivamente circa 14 miliardi. Il primo è il decreto contro il caro benzina (2 miliardi), che proroga il taglio delle accise su benzina, gasolio e GPL all’8 luglio, estendendolo anche sul metano per autotrazione.

Il secondo, su cui ci concentreremo maggiormente, è il citato dl Aiuti, il quale contiene una serie di misure, tra cui tra un bonus per combattere l’inflazione, una pletora di interventi per le imprese, risorse per gli enti locali, sanità e profughi ucraini, per un ammontare di 12 miliardi.

La misura più consistente (si stima circa 6,5 miliardi) è il bonus una tantum di 200 euro destinato a dipendenti, autonomi e pensionati sotto i 35 mila euro di reddito annuo, per una platea complessiva di circa 28-30 milioni di percettori. Ulteriore intervento destinato alle famiglie è l’estensione del bonus bollette (elettricità e gas) a un numero maggiore di famiglie, grazie all’innalzamento della soglia ISEE che dà diritto al bonus, dagli 8 mila ai 12 mila euro.

Queste due misure sono sacrosante se adottiamo la prospettiva di una lavoratrice o un disoccupato, un precario o una pensionata, messi sul lastrico dalla stangata in bolletta, di cui si devono far carico contando sempre e solo su una retribuzione, una pensione o un sussidio del tutto inadeguati a garantire uno standard di vita dignitoso (anche prima della guerra). Peccato che un importo di 200 euro in un’unica soluzione sia del tutto insufficiente a coprire anche solo i rincari previsti per il 2022, figuriamoci a risolvere strutturalmente il problema. Chiunque abbia pagato una bolletta o fatto un pieno di benzina sa quale sia la portata di 200 euro una tantum.

Cosa succede se il conflitto prosegue e l’inflazione va in doppia cifra o dintorni, come previsto da Banca d’Italia? Il bonus bolletta si rivelerebbe per quello che è: una mancetta per tener buoni i lavoratori, in un periodo in cui il Governo lavora alacremente per conto di Washington per portare avanti una guerra che avrà effetti devastanti sulla vita di milioni di lavoratori di tutta Europa.

Il dl Aiuti contiene inoltre una lunga sequela di misure destinate alle aziende, tra cui spiccano i crediti d’imposta energetici, le misure a sostegno della liquidità e le risorse destinate alle aziende colpite più duramente dal conflitto, in ragione dell’intensità dei loro scambi commerciali con Russia, Ucraina e Bielorussia. Solo per citarne alcune:

  1. l’articolo 2 aumenta dal 20 al 25% il credito d’imposta per le imprese, comprese quelle “gasivore”, per l’acquisto di gas, e dal 12% al 15% il credito d’imposta dedicato alle energivore per l’acquisto di energia elettrica (in sostanza, il credito d’imposta comporta che le imprese che acquistano gas si vedono attribuire un credito nei confronti dello Stato, nella misura prevista dalla legge, che possono utilizzare per ridurre i debiti o le imposte dovuti allo Stato).
  2. l’articolo 3 istituisce un contributo straordinario dedicato alle imprese operanti nei trasporti per ridurre l’impatto legato all’aumento eccezionale del prezzo del gasolio, sotto forma di credito d’imposta pari al 28% della spesa sostenuta (500 milioni per il 2022).
  3. l’articolo 4 prevede l’estensione al primo trimestre 2022 del contributo straordinario in favore delle imprese gasivore, sotto forma di credito d’imposta pari al 10% della spesa sostenuta per l’acquisto di gas per usi energetici diversi dagli usi termoelettrici.
  4. l’articolo 15 estende le misure di sostegno alla liquidità al 31 dicembre 2022 tramite le garanzie concesse da SACE spa sui prestiti in favore di banche e altri soggetti abilitati all’esercizio del credito per finanziamenti concessi ad imprese che fronteggiano le conseguenze economiche negative della guerra, tra cui la necessità di aprire credito a supporto delle importazioni di materie prime o fattori di produzione la cui catena di approvvigionamento sia stata interrotta o abbia subito rincari.
  5. l’articolo 16 riguarda le misure temporanee di sostegno alla liquidità delle PMI, prevedendo tra le altre cose che la garanzia del Fondo centrale di garanzia potrà essere concessa nella misura massima del 90% in relazione a finanziamenti che realizzino obiettivi di efficientamento o diversificazione della produzione o del consumo energetici.
  6. l’articolo 17 disciplina il sistema di garanzie concedibili da SACE S.p.A. a condizioni di mercato per supportare la crescita dimensionale e la patrimonializzazione delle imprese.
  7. l’articolo 18 istituisce presso il MISE un fondo di 130 milioni per sostenere le imprese il cui fatturato nel biennio in Ucraina, Russia o Bielorussia sia stato pari ad almeno il 20% del totale e che abbiano subito un calo di fatturato di almeno il 30% o che abbiano subito un aumento del prezzo delle materie prime o dei semilavorati di almeno il 30% rispetto al 2019.

Infine, una menzione speciale va ai 3 miliardi destinati, solo nel 2022, alla revisione dei prezzi per gli appalti pubblici, che diventano oltre 10 miliardi se consideriamo anche le risorse destinate a tale scopo nel periodo 2023-2026.

Mentre ai lavoratori vanno le briciole, al parassitario sistema imprenditoriale italiano viene garantita una lauta ricompensa per continuare a realizzare tutte le opere, piccole e grandi, previste dal PNRR e dal Next Generation EU. Come se questi interventi europei non costituissero già di per sé, strutturalmente, un massiccio trasferimento di risorse dal pubblico al privato.

Il bello è che nelle pagine dei giornali nostrani il dl Aiuti è stato dipinto come un grande intervento di redistribuzione del reddito, in virtù del fatto che le risorse necessarie al finanziamento sono state reperite attraverso la tassazione degli extra-profitti, veri e propri profitti di guerra, realizzati dalle aziende energetiche a causa dell’esplosione dei prezzi delle materie prime energetiche a partire dal gas. Viene infatti elevata dal 10% al 25% l’aliquota del contributo istituito dal governo a marzo. Si tratta di un contributo calcolato sulla differenza tra i profitti (più precisamente, su una cifra costituita sostanzialmente dalla base imponibile IVA) realizzati dal 1° ottobre 2021 al 31 marzo 2022, rispetto al medesimo periodo tra il 2020 e il 2021.

Le risorse così racimolate dovrebbero assicurare al governo circa 11 miliardi dei 14 necessari per finanziare il decreto. Questo significa che il governo quantifica in circa 44 miliardi i profitti aggiuntivi racimolati dalle aziende energetiche a danno dei consumatori, posti di fronte a rincari in bolletta sempre più insostenibili. Dopo aver tartassato famiglie e lavoratori, insomma, il governo decide che un quarto di questi profitti possono essere utilizzati per ristorare, almeno in parte, le famiglie più in difficoltà. E l’altro 75%? Quei profitti di guerra che non sono stati toccati e sono mero frutto di speculazione sono ritenuti leciti dall’ineffabile Governo Draghi? Evidentemente sì. Il Governo Draghi non sembra preoccuparsi particolarmente del fatto che mentre la maggioranza della popolazione soffre per l’aumento delle bollette e dei prezzi, una ristrettissima minoranza continua a macinare profitti, approfittando della tragedia della guerra.

C’è da stupirsi? Non più di tanto. Quello che dovrebbe farci più incazzare è che questa operazione di elemosina verso i lavoratori venga persino dipinta dai giornaloni italiani come una generosa politica di redistribuzione dall’alto verso il basso del governo dei migliori. Insomma, oltre al danno anche la beffa. Se non iniziamo a indirizzare la rabbia sociale verso un serio programma politico di rivoluzione dell’esistente, il futuro prossimo rischia di regalarci pessime sorprese, non solo nelle urne.

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28/06/2020

Ennesima offesa al personale sanitario. Le Regioni lesinano sui soldi. Il 2 è sciopero

Dopo il danno la beffa. Dopo tanta demagogia, dopo la stucchevole retorica degli “eroi”, gli impegni e le promesse, ancora una volta si rivela la totale mancanza di rispetto verso il personale del Servizio Sanitario che, incensato e adulato mentre gestiva senza sicurezza e senza DPI l’emergenza, viene nuovamente deluso nelle aspettative e viene prontamente rigettato nel dimenticatoio.

I frutti avvelenati, le contraddizioni e le opacità degli accordi regionali sottoscritti da Cgil, Cisl e Uil in merito al così detto “premio Covid”, cioè i premi economici destinati ai lavoratori che nel periodo dell’emergenza pandemica sono stati più esposti al pericolo di contagio, stanno palesandosi per quello che sono, man mano che passa il tempo e che a tali accordi si dà applicazione: un imbroglio.

E in questo ritorno alla triste e pericolosa normalità pre-Covid accade che nel Lazio i tanto sbandierati 1000 euro di premio diventano, dopo robusta tassazione, 520 in busta paga. E accade che in Toscana la somma stanziata dall’accordo fra Regione e sindacati, risulti insufficiente a tal punto da bloccarne l’erogazione ai lavoratori in attesa che vengano rifatti, logicamente al ribasso, i conteggi.

Non solo, anche le prestazioni aggiuntive, cioè il lavoro straordinario retribuito in maniera maggiorata, effettuate durante l’emergenza Covid e proprio per questo maggiorate, sono al lordo dei cosiddetti “oneri riflessi” cioè l’Irap che dovrebbe essere in capo alle Aziende Sanitarie, soggetti a una doppia tassazione.

E la stessa cosa succede in Lombardia dove addirittura per cercare di mascherare l’imbroglio, con il più classico gioco delle tre carte, gli oneri riflessi vengono pagati dalle Aziende, ma con i soldi stanziati dal governo e destinati all’incremento dei fondi contrattuali, cioè con i soldi dei lavoratori stessi. Una vera e propria truffa (guarda il nostro video di spiegazione sul tema).

Tutto questo purtroppo era ampiamente prevedibile, come prevedibile era che le Regioni si muovessero in ordine sparso sia sulle modalità di erogazione del premio sia per quanto riguarda le somme stanziate, in alcune drammaticamente insufficienti come nelle Marche in altre, ancor più drammaticamente, non vi è traccia di accordi.

È un’altra delle tante fragilità e storture prodotte dalla regionalizzazione della sanità. Per queste ragioni, abbiamo dichiarato da subito la nostra contrarietà a queste modalità, chiedendo che tutto fosse gestito dal Ministro della Salute e che il “risarcimento”, perché, volgarmente, di questo si tratta, fosse uguale in tutta Italia a fronte di 30.000 infettati e centinaia di morti fra il personale sanitario e socio sanitario.

Un altro motivo che rinforza le rivendicazioni per cui, il 2 luglio Usb ha indetto uno sciopero nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori della sanità pubblica e privata e del terzo settore con manifestazione a Roma davanti a Montecitorio.

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22/03/2020

Coprifuoco e carne da macello. L’Italia di governo e Confindustria


Sempre col freno tirato, sempre in ritardo di settimane, sempre con l’occhio servile verso gli squali di Confindustria, sempre con i leghisti che provano a fare i primi della classe per cercare di nascondere le loro enormi responsabilità nei ritardi con cui è stata affrontata l’epidemia da coronavirus nel nostro Paese (se ricordate i salti della quaglia di Salvini dal “chiudere tutto” al “riaprire tutto” e poi dietrofront; o anche il Beppe Sala – Pd – di #milanononsiferma, appena tre settimane fa).

Del resto, le cifre ogni giorno crescenti di contagiati e morti, sta lì a dimostrare che il “modello italiano” di lotta al virus è stato semplicemente disastroso. I casi accertati sono infatti 53.578. È come se in Cina, anziché gli 80.000 casi, ce ne fossero stati 1 milione e 24mila! Peggio ancora per le vittime (4.825), che nelle dimensioni cinesi equivarrebbero a 112.500. Nessuno avrebbe avuto l’impudenza di parlare di “successo”, in quel caso...

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha usato una diretta Facebook per annunciare la chiusura di una serie di attività ritenute “non essenziali”. O, meglio, un elenco delle attività produttive “consentite”, insieme a una nuova serie di divieti che riguardano invece i comportamenti individuali della popolazione tutta.

Come sempre, abbiamo notato una dura determinazione a reprimere i secondi (e non sono quelli “pericolosi” o “irresponsabili”), e molta condiscendenza verso i desiderata delle aziende.

La lista ufficiale e controfirmata in realtà non è ancora stata resa nota, segno certo di un duro lavoro di pressione e scontro, tra associazioni o lobby che premono per “continuare a produrre” e pareri degli esperti che consigliano invece la chiusura.

Nel frattempo, la Regione Lombardia ha diramato una sua propria ordinanza, che differisce da quella nazionale, il che aumenta la confusione nella popolazione.

Come si conviene in uno Stato così sfilacciato, una lista è comunque trapelata nella notte, pubblicata da diverse fonti e tutto sommato senza grandi differenze. Quindi appare “attendibile”, naturalmente “salvo intese” dell’ultimo minuto.

Diciamo subito che alcune attività “consentite” sono certamente vitali (tutta la filiera dell’agroalimentare, farmaceutica, camici e mascherine, elettromedicali, energia e acqua, raccolta rifiuti, trasporti pubblici e privati, supermercati, ecc).

Altre sono così vaghe nella definizione da poter agevolmente essere occasione di “furbate” confindustriali di dimensioni tali da rendere praticamente una barzelletta il “contenimento” del contagio attraverso il “distanzamento sociale”.

Facciamo subito degli esempi: Fabbricazione di altri articoli tessili tecnici ed industriali (praticamente ci rientra qualsiasi produzione), Fabbricazione di articoli in gomma e Fabbricazione di articoli in materie plastiche (comprensibile se si specifica “quali” produzioni, e legate a quali prodotti vitali; altrimenti, anche in questo caso, è consentito produrre qualsiasi cosa, anche giocattoli...). Stesso discorso per la Fabbricazione di prodotti chimici, la Fabbricazione di prodotti refrattari e la Produzione di alluminio e semilavorati, e parecchie altre voci.

Una chicca è poi l’ammissione nella lista delle “Attività di organizzazioni economiche, di datori di lavoro e professionali”, mentre non si fa menzione di quelle sindacali dei lavoratori. Insomma, i “corpi intermedi delle aziende” sono libere di continuare a fare pressione, organizzare associati, ecc. Dal lato dei dipendenti, invece, un oscuro silenzio.

Qualcosa certamente vuol dire...

Da giorni, non solo noi, stiamo gridando “fermate le attività non essenziali!”, intendendo soprattutto le fabbriche che producono merci non immediatamente indispensabili in queste condizioni. L’Unione Sindacale di Base ha per questo proclamato uno sciopero per mercoledì 25, in modo da consentire ai lavoratori di non andare a rischiare la pelle ammassandosi sui trasporti urbani e poi in fabbrica.

Perché fin quando ci saranno milioni di persone che si devono spostare e concentrare, qualsiasi possibilità di “contenere” il contagio è una pia illusione. Quei milioni di persone rientrano ogni sera in casa; se contagiati nel frattempo fanno altrettanto con figli, mogli, mariti, nonni.

Giungono sempre più frequenti – per esempio al Telefono Rosso aperto da Potere al Popolo – segnalazioni di aziende aperte nonostante ci siano tra i lavoratori casi conclamati di coronavirus.

Al contrario, si allunga la lista delle attività individuali vietate. Certo pesa il comportamento scriteriato di una parte della popolazione che non intende la necessità del passaggio da una “priorità dell’individuo” (di fare come cavolo gli pare) a una “priorità del collettivo” (limitare al massimo la diffusione del virus).

Ma anche questo è una conseguenza di un trentennio di neoliberismo e di “pensiero unico”. Avete creato una coscienza di massa fatta di atomi impazziti. E ora se ne paga il prezzo.

Il “rimedio” che questo governo va costruendo è a suo modo un classico: coprifuoco per le persone in genere, mentre i lavoratori devono fare da carne da macello.

È passato un secolo dalla Prima guerra mondiale. Ma la classe dirigente italica è rimasta composta da generali incompetenti, che ordinano “offensive” a pene di segugio e mobilitano i carabinieri per decimare i soldati quando si rifiutano di uscire dalle trincee.

Persino L’Avvenire, quotidiano dei vescovi italiani, se n’è accorto: “I militari per strada: il vero rischio è che poi ci restino”.

Chiunque si illuda oggi che “dopo” torneremo a stare come “prima”, tra qualche mese uscirà di casa e troverà un pianeta alieno. Dove comandano più di prima i padroni e scorrazzano in giro i cyborg militarizzati.

Un esempio fotografico: questo è vietato


questo è consentito:



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La lista delle attività produttive considerate essenziali e che quindi non saranno fermate:

Coltivazioni agricole e produzione di prodotti animali, caccia e servizi connessi

Pesca e acquacoltura

Industrie alimentari

Industria delle bevande

Fabbricazione di altri articoli tessili tecnici ed industriali

Fabbricazione di spago, corde, funi e reti

Fabbricazione di tessuti non tessuti e di articoli in tali materie (esclusi gli articoli di abbigliamento)

Confezioni di camici, divise e altri indumenti da lavoro

Fabbricazione di carta

Stampa e riproduzione di supporti registrati

Fabbricazione di coke e prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio

Fabbricazione di prodotti chimici

fabbricazione di prodotti farmaceutici di base e di preparati farmaceutici

Fabbricazione di articoli in gomma

Fabbricazione di articoli in materie plastiche

Fabbricazione di vetrerie per laboratori, per uso igienico, per farmacia

Fabbricazione di prodotti refrattari

Produzione di alluminio e semilavorati

Fabbricazione di apparecchi elettromedicali (incluse parti staccate e accessori)

Fabbricazione di altri strumenti per irradiazione ed altre apparecchiature elettro terapeutiche

Fabbricazione di macchine per l’industria della carta e del cartone (incluse parti e accessori)

Fabbricazione di strumenti e forniture mediche e dentistiche

Riparazione e manutenzione di attrezzature di uso non domestico per la refrigerazione e la ventilazione

Riparazione e manutenzione di apparecchi medicali per diagnosi, di materiale medico chirurgico e veterinario, di apparecchi e strumenti

Manutenzione di macchine per le industrie chimiche, petrolchimiche e petrolifere

Riparazione e manutenzione di trattori agricoli

Riparazione e manutenzione di altre macchine per l’agricoltura, la silvicoltura e la zootecnia

Riparazione di apparati di distillazione per laboratori, di centrifughe per laboratori e di macchinari per pulizia ad ultrasuoni per laboratori

Riparazione e manutenzione di aeromobili e di veicoli spaziali

Riparazione e manutenzione di materiale rotabile ferroviario, tranviario, filoviario e per metropolitane (esclusi i loro motori)

Installazione di apparecchi medicali per diagnosi, di apparecchi e strumenti per odontoiatria

Installazione di apparecchi elettromedicali

Fornitura di energia elettrica, gas, vapore e aria condizionata

Raccolta, trattamento e fornitura di acqua

Gestione delle reti fognarie

Attività di raccolta, trattamento e smaltimento dei rifiuti; recupero dei materiali

Attività di risanamento e altri servizi di gestione dei rifiuti

Installazione di impianti elettrici

Installazione di impianti idraulici, di riscaldamento e di condizionamento dell’aria (inclusa manutenzione e riparazione) in edifici o in

Attività per la distribuzione del gas (inclusa manutenzione e riparazione)

Installazione di impianti di spegnimento antincendio (inclusi quelli integrati e la manutenzione e riparazione)

Manutenzione e riparazione di autoveicoli

Commercio di parti e accessori di autoveicoli per la sola attività di manutenzione e riparazione di motocicli e commercio di relative parti e accessori

Commercio all’ingrosso di carta, cartone e articoli di cartoleria

Commercio all’ingrosso di articoli antincendio e antinfortunistici

Trasporto ferroviario di passeggeri (interurbano)

Trasporto ferroviario di merci

Trasporto terrestre di passeggeri in aree urbane e suburbane

Trasporto con taxi

Trasporto mediante noleggio di autovetture da rimessa con conducente

Trasporto di merci su strada

Trasporto mediante condotte di gas

Trasporto mediante condotte di liquidi

Trasporto marittimo e per vie d’acqua

Trasporto aereo

Magazzinaggio e attività di supporto ai trasporti

Servizi postali e attività di corriere

Servizi di informazione e comunicazione

Attività finanziarie e assicurative

Ricerca scientifica e sviluppo

Traduzione e interpretariato

Servizi veterinari

Servizi di vigilanza privata

Servizi connessi ai sistemi di vigilanza

Attività di sterilizzazione di attrezzature medico sanitarie

Pulizia e lavaggio di aree pubbliche, rimozione di neve e ghiaccio

Altre attività di pulizia

Attività dei call center

Amministrazione pubblica e difesa; assicurazione sociale obbligatoria

Istruzione

Assistenza sanitaria

Servizi di assistenza sociale residenziale

Assistenza sociale non residenziale

Attività di organizzazioni economiche, di datori di lavoro e professionali

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20/03/2020

Coronavirus. Troppa gente in giro? Chiudete le attività non essenziali!


A conferma di quanto avevamo denunciato ieri sul nostro giornale, una mappatura delle aree a maggiore intensità pandemica nel paese – e soprattutto in Lombardia – coincide pesantemente e quasi perfettamente alle aree a maggiore attività industriale e logistica.

Il rosso, nella cartina a sinistra indica i maggiori focolai della pandemia, in quella a destra l’intensità degli impianti produttivi.

Diventa così drammaticamente evidente come la perdurante mobilità di migliaia di persone – e di potenziale diffusione del contagio – sia dovuta al fatto che molte imprese anche non essenziali, continuino a lavorare e a far andare i dipendenti al lavoro.

Sia nelle strozzature del trasporto (vedi metropolitane o treni locali) sia nei luoghi di lavoro, si creano così condizioni estremamente più pericolose per il contagio di quanto lo sia il solitario – e ormai demonizzato – runner che si fa una corsa per strada (ormai i parchi sono stati chiusi).

Ripetiamo alle autorità e alla Confindustria: volete arrivare rapidamente al coprifuoco ma assicurandovi che ci sia carne da macello da tenere in produzione? Dite esattamente le cose come stanno, almeno non prendeteci per il culo.

Riconsoliamoci con la sferzante ironia di Altan.


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19/03/2020

Milano/Lombardia. Almeno non prendeteci per il culo

In questi giorni media e influencer di ogni ordine, grado e degrado, stanno martellando gli abitanti di Milano e della Lombardia sui comportamenti irresponsabili di chi va in giro mentre l’indicazione esplicita è quella di stare dentro casa per contenere la pandemia di coronavirus.

Gli appelli a stare in casa sono sensati e vanno rispettati, rigorosamente, ma diventano ipocriti quando vanno esplicitamente in contrasto con lo stato delle decisioni prese e i dati di fatto.

Il top di questa ipocrisia – e un brivido sul piano dell’abitudine al controllo sociale di massa – c’è stato qualche giorno fa, quando l’assessore regionale della sanità della Lombardia, Gallera ha dichiarato: “Vi controlliamo attraverso le celle telefoniche, non uscite di casa è assolutamente importante perché questa battaglia la vinciamo noi”, ha tuonato l’assessore in diretta Facebook.

E non è stato il solo: “Con l’aiuto delle compagnie telefoniche, abbiamo potuto verificare gli spostamenti dei lombardi, in questi giorni di emergenza coronavirus. In base ai movimenti tracciati attraverso il monitoraggio delle celle telefoniche risulta, in base alle prime stime che dal 20 febbraio a oggi il calo dei movimenti è stato del 60%. Ci sono ancora troppe persone che si spostano, corrispondenti al 40% del totale: il consiglio è e resta di rimanere a casa”, ha aggiunto il vicepresidente della Regione Lombardia Fabrizio Sala.

L’appello, a questo punto assai ipocrita, è stata rilanciato anche dall’altro Sala, Giuseppe, attualmente sindaco di Milano.

Allora, se mediante il controllo delle celle telefoniche si è scoperto che il 40% dei milanesi se ne va in giro mentre non dovrebbe farlo, viene da chiedersi: a che ora avete fatto le rilevazioni?

Come è ormai drammaticamente documentato, la mattina alle 6 e il tardo pomeriggio intorno alle 18, la metropolitana milanese è “invasa” dalle persone che vanno o tornano dal posto di lavoro. In condizioni in cui è totalmente impossibile mantenere la distanza di sicurezza. E la gente che si ammassa nelle metropolitane lo fa forse per divertimento o irresponsabilità? Vediamo alcuni dati.

A Milano sono censite 306.552 imprese che diventano 385.171 se comprendiamo Lodi e Monza/Brianza. In esse lavorano 2.224.162 addetti che si incrementano di 385.171 unità se si comprendono Lodi, Monza/Brianza. (i dati sono quelli ufficiali della Camera di Commercio di Milano, Lodi, Monza/Brianza).


A Milano i lavoratori nella sola industria sono 391.504 che salgono a 1.058.117 in tutta la Lombardia, nel commercio a Milano lavorano 414.259 addetti che salgono a 729.707 nell’intera regione ed infine ci sono ben 1.300.917 addetti nelle imprese di servizi a Milano e 2.018.342 a livello di Lombardia.


La domanda è semplice ed è stata posta con nettezza ormai da giorni: quante di queste imprese possono essere considerate essenziali? Le aziende rimaste aperte sono di più o di meno del 40%? Quanti delle lavoratrici e lavoratori che sono tuttora costretti ad andare al lavoro, ammassarsi nelle metropolitane e nei luoghi di lavoro, potrebbero e dovrebbero invece rimanere chiusi in casa come ipocritamente invocato assessori e governatore della Regione o il sindaco di Milano? O si pensa che quel 40% che si sposta per Milano e la Lombardia sono tutti runner e scriteriati?

Eppure, per coprire la realtà vergognosa di non aver voluto fermare il lavoro lì dove non era necessario mantenerlo (sanità, distribuzione generi alimentari etc.) si cerca di indicare il nemico e il responsabile in coloro che non restano chiusi dentro casa. E adesso si invocano i militari per strada, maggiori controlli, repressione. Una furbata ipocrita e irricevibile davanti ai fatti.

Lo sappiamo che vedere i militari nelle strade piace molto all’establishment perché funziona da deterrente, lo sappiamo che emettere ammende o esercitare poteri coercitivi in un clima di consenso è il sogno di ogni grande o piccolo tiranno, anche di quelli di provincia.

Sappiamo che lo pensate e lo auspicate, sappiamo anche che una di queste sere ci verrete a dire in televisione che non si potrà uscire da casa se non in ristrette fasce orarie per fare la spesa. Si chiama coprifuoco. Almeno siate onesti in questo, almeno non venite a prenderci per il culo.

Adesso questa emergenza pandemica è la priorità di tutti, di chi ha grandi responsabilità e di chi ha piccole responsabilità.

Questo nemico è invisibile e letale, lo sta dimostrando nei numeri del quotidiano bollettino delle 18:00. Altri nemici sono però meno invisibili, anzi si stanno palesando.

Sappiamo distinguere cose diverse tra loro e priorità alle quali adeguarsi. Ma finita questa emergenza faremo ogni cosa affinché non siano rapidamente dimenticate le ipocrisie che abbiamo ascoltato, il cinismo della Confindustria che ha voluto tenere le fabbriche aperte, le responsabilità pregresse nella devastazione del sistema sanitario nazionale e delle reti di protezione sociale, ed anche le ambizioni ad una società competitiva, subalterna ed autoritaria che sono state palesate in queste settimane. Abbiamo una memoria prodigiosa.

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16/03/2020

“Piano straordinario” del governo, che premia ancora la sanità privata!

È atteso nelle prossime ore un ulteriore decreto legge contenente un Piano straordinario per far fronte al coronavirus. Nel pieno di un’emergenza sanitaria inedita che, nella sua drammaticità, è stata in grado di mettere a nudo lo stato pietoso nel quale la regionalizzazione, le privatizzazioni e la carenza di personale hanno ridotto il nostro SSN, questo governo pensa bene di adoperarsi per far diventare l’emergenza un’ulteriore occasione di profitto per imprese e sanità privata.

In ossequio alla logica dettata da Confindustria, e supinamente accettata da Cgil, Cisl e Uil, secondo i quali la produzione deve andare avanti ad ogni costo in barba alla sicurezza, si prevedono ingenti incentivi, a fondo perduto, alle imprese per la produzione di mascherine e materiale medicale, e incentivi e deroghe ai tetti di spesa alla sanità – convenzionata e privata – che metterà a disposizione le proprie strutture.

Dopo anni di finanziamenti elargiti a scapito della salute pubblica e grazie ai quali oggi non si riesce a far fronte alla crisi sanitaria, la sanità privata anziché essere requisita, rischia di fare affari d’oro.

Non bastasse, soldi al Ministero della difesa e alla sanità militare per ospedali da campo e personale, continuando a lasciare marcire i tanti reparti chiusi o gli interi ospedali smantellati – su tutti: Forlanini e San Giacomo – e a non assumere gli infermieri dalle graduatorie dei recenti e numerosi concorsi effettuati nelle regioni. Solo nella graduatoria del San Andrea di Roma ci sono 7000 infermieri idonei (per concorso), che potrebbero essere da subito impiegati per far tirare il fiato a quelli reclusi negli ospedali da oltre un mese.

Per il personale sanitario allo stremo, costretto a lavorare senza dispositivi di sicurezza – come è evidente dal numero di operatori costretti alla quarantena – in deroga ai riposi previsti tra un turno e l’altro, e con il blocco sine die delle ferie, si promette (e di promessa si tratta visto che si attendono ancora i soldi del Giubileo!) – bontà loro – il pagamento maggiorato degli straordinari e l’elevazione del bonus baby sitter. E tanti applausi, naturalmente!

Sugli applausi e sul repentino passaggio da fannulloni ad eroi avranno molto da dire medici, infermieri, operatori sanitari, autisti soccorritori, tecnici. Ad emergenza finita. Magari quando lo sputo sarà di nuovo consentito.

Chi pensa che bastino le evidenti contraddizioni di questo sistema, messe quotidianamente a nudo dall’emergenza sanitaria in atto, per produrre un cambio di rotta nelle politiche governative degli ultimi 20 anni dovrà ricredersi. Non sarà facile, non è scontato. Ancora una volta dipenderà dalla determinazione delle lotte che sapremo mettere in campo.

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25/09/2018

Reddito di cittadinanza? Mangiati la casa, piuttosto...

Tutti distratti dalle fanfaronate salviniane sulla guerra ai poveri, specie se “scuretti” di pelle, ben pochi si sono accorti della immane presa per i fondelli che si va preparando sul famoso e strombazzatissimo “reddito di cittadinanza”.

I problemi di partenza sono noti. Dare davvero 780 euro al mese a chi non ha un lavoro, oppure ce l’ha ma non arriva a un salario con quella cifra, implica un aumento di spesa pubblica incompatibile con le “regole europee”. Si potrebbero violarle, ma scatterebbero sanzioni e soprattutto la speculazione dei “mercati”, veri detentori della sovranità sugli Stati (tutti, sia quelli nazionali che quelli sovranazionali, come l’Unione Europea).

Sia la Lega che i Cinque Stelle, in campagna elettorale, avevano promesso che non avrebbero rispettato i famosi parametri di Maastricht e le “prescrizioni” di Bruxelles, ma una volta entrati a palazzo Chigi hanno cambiato idea e obbiettivi, diventando obbedienti cagnolini della tecnoburocrazia.

Sul costo del reddito di cittadinanza in versione hard i calcoli sono differenti quanto le teste che se ne occupano. Secondo alcuni ci vogliono almeno 15 miliardi, secondo Tito Boeri (presidente dell’Inps messo lì da Renzi per chiudere l’istituto) ce ne vorrebbero 35. Si va insomma da uno a due punti di Pil, ed è decisamente troppo per un governo che deve ballare sugli 0,1% in più o meno. Quel poveretto di Di Maio ha preso fiato per un attimo quando, ieri, Macron ha deciso di presentare una manovra in deficit al 2,8% pur di coprire un maxi taglio delle tasse (quasi tutto destinato alle imprese): “facciamolo pure noi”, ha sussurrato prima di venir coperto di calcoli devastanti sulle conseguenze per il debito già inarrivabile dello Stato italiano.

Fallito anche l’attacco ai tecnici del ministero dell’economia (con il sondaggio delle reazioni possibili affidato al “grande comunicatore” Casalino), gli esperti grillini al governo si sono messi a cercare una soluzione che consentisse di varare ufficialmente il “reddito di cittadinanza”, ma senza incidere troppo sui conti.

Come accade sempre con la matematica, se la somma finale deve essere zero o quasi, gli addendi da sommare o sottrarre devono produrre quella cifra.

E quindi giù con le proposte di esclusione dal possibile reddito di cittadinanza. La vicinanza quotidiana con Salvini ha prodotto il primo taglio: “solo agli itaGliani”, così si potrebbe escludere un bel 30% della platea potenziale. Ma anche così ancora non basta.

Qualcuno ha messo sul tavolo il costo del “reddito di inclusione” – la misura brodino-tiepido elaborata dal governo Gentiloni – suggerendo che quei 2,5 miliardi potevano essere riassorbiti nel nuovo istituto.

Ma anche così, poca roba... Ramazzando nelle pieghe del bilancio, qualcun altro si è accorto che già si spendono 1,5 miliardi per la Naspi, ossia l’assegno di disoccupazione. Basta farlo sparire e voilà, siamo già a 4 miliardi...

Pochi, troppo pochi. A questo punto l’idea geniale: “escludiamo dal reddito di cittadinanza chi è proprietario di una casa!”.

In questo modo, in effetti, si fa fuori un fettone enorme di potenziali beneficiari. Ricordiamo infatti che in Italia quasi 20 milioni di famiglie sono proprietarie della casa in cui abitano, il 77,4% del totale. E molti sono i soggetti, anche poverissimi e disoccupati, che si ritrovano “proprietari” per eredità di piccoli appartamenti in paesi desertificati dall’emigrazione verso le città o l’estero.

Se sarà questa la scelta, il “reddito di cittadinanza” sarà erogato a ben poca gente, certamente poverissima. E forse neppure nella misura promessa (780 euro), ma molto meno.

Va sottolineata a questo punto la logica del provvedimento in via di preparazione. Si suppone che la casa sia un bene liquido, facile da vendere, mettendo dunque i disoccupati con questo asset in portafoglio di fronte all’unica scelta possibile: venditi quella casa e mangiati il ricavato.

Le obiezioni possibili sono innumerevoli, ovviamente. Molte di quelle case avranno già un valore basso (i poveri notoriamente, fanno fatica a fare manutenzione adeguata), molti soldi se ne andranno nel prendere una casa in affitto (l’edilizia popolare è stata abolita di fatto 40 anni fa), il mercato immobiliare è in una situazione di stanca e una gran massa di appartamenti messi improvvisamente in vendita contribuirebbe ad abbassare ancora di più i prezzi (già precipitati a partire dal 2008).

Ironia della storia, oltretutto, un “reddito di cittadinanza” così concepito sarebbe addirittura meno “generoso” del “reddito di inclusione” del Pd in versione Gentiloni. In quel caso, infatti, serve presentare soltanto un Isee al di sotto dei 6.000 euro. Senza neanche calcolare la casa di proprietà...

Del reddito di cittadinanza, insomma, resta soltanto la parola, usata come la carota sventolata davanti al muso dell’asino, perché continui a tirare la carretta.

Pasticcioni, menzogneri, incapaci e razzisti, tutti insieme appassionatamente a prenderci per il culo...

Fonte

19/02/2018

La presa in giro del “Reddito di inclusione”

Anche il Reddito di inclusione sociale contribuisce al crollo del PD, il quale subisce i contraccolpi delle aspettative di alcuni milioni di persone che da dicembre sperimentano le difficoltà di accesso ai sussidi e i ritardi nell’avvio dei pagamenti. Ma è soprattutto l’Alleanza contro la povertà – l’Armada messa in campo da 30 organizzazioni cattoliche del terzo settore con Cgil Cisl Uil – che è preoccupata, tanto da lanciare un appello alle forze politiche per assicurare un futuro alla riforma che ha sponsorizzato e gestito. Invita ad estendere la copertura dell’utenza e ad incrementare il contributo economico, beninteso “gradualmente, attraverso un percorso pluriennale compatibile con le esigenze del bilancio pubblico” (i poveri sono abituati ad aspettare, anche se – come attesta l’Istat – privi di beni e servizi essenziali). L’Alleanza si raccomanda soprattutto di “evitare la tentazione della ‘riforma della riforma’”. Chi può fomentare questa tentazione?

Ecco pronto il Rapporto sulla politica di bilancio 2018, appena pubblicato dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio, organismo costituito per legge nel 2014 in attuazione delle normative europee sulla nuova governance economica. Per missione l’Upb “contribuisce ad assicurare la trasparenza e l’affidabilità dei conti pubblici, al servizio del Parlamento e dei cittadini”.

Punti nodali del rapporto sono questi:

1. La povertà assoluta riguarda, secondo l’ISTAT, un milione 600 mila famiglie. Considerando le condizioni ristrette di ammissibilità fissate dal governo, al Rei avrà accesso solo il 43 per cento di esse. Un impatto, rileva l’Upb, “ancora insufficiente a superare il fenomeno”.

2. “La soglia di reddito cui si perviene grazie all’integrazione [da 187,5 euro per un componente a 534 per cinque e più] non sembra tale da consentire la fuoriuscita dalla condizione di povertà assoluta e quindi tale da ridurre il numero di nuclei poveri, mentre interviene ad alleviare il disagio”.

3. Il sostegno durerà al massimo 18 mesi e potrà essere eventualmente rinnovato per 12 mesi dopo 6 mesi di intervallo. L’Upb valuta negativamente “la durata limitata, anche in caso di permanenza dei requisiti e dei bisogni”.

4. Per il Rei il governo ha stanziato 2059 milioni per il 2018, 2545 per il 2019, 2745 per il 2020, e 2745 per il 2021. Se lo stanziamento viene assorbito dalla prima tornata di famiglie richiedenti (che riceveranno il sussidio per 18 mesi), non ci sarà quasi più disponibilità finanziaria fino al luglio 2019. Problemi analoghi si porranno successivamente. L’Upb evidenzia la gravità di una situazione di questo tipo, rilevando che in caso di esaurimento delle risorse, il governo ha previsto di rimodulare il beneficio, anche per coloro che già sono percettori, e, nell’attesa, di sospendere l’erogazione e l’accettazione di nuove domande. “Il ridimensionamento del beneficio economico determinerebbe un diverso trattamento di soggetti con uguali caratteristiche socioeconomiche che sono stati ammessi in momenti diversi”.

Esiste infine per l’Upb una contraddizione di fondo: “Se da lato il Rei andrà a costituire un livello essenziale delle prestazioni (LEP) ai sensi dell’art. 117 della Costituzione, dall’altro si tratterà di un LEP vincolato alle risorse disponibili”.

Sono osservazioni che minano la riforma alle radici. Corrispondono puntualmente alle critiche che da tempo avevamo avanzato al Rei:

1. E’ stato adottato un approccio che, seguendo le indicazioni dell’Alleanza contro la povertà, stratifica la povertà secondo il principio ‘di dare prima a chi sta peggio’ o, come si legge nel suo progetto, “detto altrimenti si comincia da coloro i quali versano in condizioni economiche più critiche, e cioè i più poveri tra i poveri, e progressivamente si raggiunge anche chi sta ‘un po meno peggio’ sino a rivolgersi dal quarto anno a chiunque sperimenti la povertà assoluta”.

2. In relativa costanza degli stanziamenti di bilancio, la disponibilità di spesa per far fronte alle nuove domande sarà progressivamente ridotta. Tenendo conto che il sussidio viene erogato per 18 mesi, quasi metà dei 2,5 miliardi del 2019 saranno già stati impegnati per coprire le famiglie entrate nel Rei in questa tornata. E’ così di seguito per gli anni successivi.

3. L’erogazione del sussidio è condizionato alla sottomissione dell’intera famiglia beneficiaria sia al lavoro coatto (i maggiorenni abili al lavoro) sia all’assolvimento di obblighi decisi dai servizi sociali relativi ai comportamenti personali, familiari e sociali, prescrivendo che, se anche uno solo dei componenti non si attiva, all’intera famiglia viene ridotto e persino tolto il sussidio.

4. L’intervento non ha un impatto strutturale. Il sussidio viene erogato per 18 mesi, rinnovato – forse – per altri 12 ma con un intervallo di 6 mesi durante il quale le famiglie devono arrangiarsi.

5. Il sostegno economico è irrisorio e per metà vincolato alla carta di credito. Oggi la stessa Alleanza contro la povertà lo considera insufficiente per superare anche solo temporaneamente la soglia della povertà assoluta: circa 177 euro col Rei rispetto a 316 euro necessari per una persona, 244 contro 373 per due, 282 rispetto a 382 per tre, 327 contro 454 quattro, 330 invece di 710 per cinque e più.

Il Rei è espressione di un associazionismo cattolico con esperienze di assistenza caritatevole e di un sindacalismo collaborativo che porta all’interno delle istituzioni una logica di assistenza minimale, accomodante circa gli investimenti finanziari. “Non punta ad altro che a mitigare temporaneamente con i sussidi gli effetti della povertà estrema, disciplinando ogni famiglia ad esercitare la buona cittadinanza entro le condizioni date di emarginazione sociale. Lavora non contro la povertà ma nella povertà”1.

Sul piano dei principi, infine, il Rei va affondato. Il perché lo indica Elena Granaglia in un articolo, che Sbilanciamnoci.info subdolamente titola ‘Il Rei è un passo avanti ma molto resta da fare’(25 gennaio 2018): “Il reddito è de facto posto fuori dai diritti fondamentali. Diventa la contropartita di un comportamento, questione di do ut des. I diritti fondamentali, invece, rappresentano uno status di non contrattabilità, a prescindere dai comportamenti. L’obbligo riflette, altresì, una visione del povero come cittadino di seconda classe, che va obbligato a lavorare (a differenza di “noi”), nella sottovalutazione delle responsabilità sociali nella creazione della povertà, riguardino esse l’uguaglianza di opportunità intergenerazionale e/o la disponibilità di lavoro decente”.

1 Commisso G., Sivini G., Reddito di cittadinanza. Emancipazione dal lavoro o lavoro coatto?, Trieste, Asterios, 2017.

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24/12/2017

Legge di stabilità, una vera legge-truffa

La legge di stabilità, approvata dalla Camera e da confermare senza variazioni in Senato, è esattamente lo zibaldone che ci si aspettava. Il “margine di flessibilità” che l’Unione Europea ha concesso in vista delle elezioni – meglio non esagerare con l’austerità prima, altrimenti crescerebbero i “sentimenti populisti” – è stato sfruttato completamente, ma era comunque così limitato che, agli effetti pratici, non se ne vedrà traccia.

L’intento del governo è stato spudoratamente quello di presentare delle mini “misure” che potessero essere vendute in tv o sui giornali come “concessioni” alle sofferenze di fette amplissime della popolazione. Ma con risorse così ristrette si tratta di cipria sparsa sulle piaghe. Un esempio si era già avuto con il contratto delle funzioni centrali del pubblico impiego, imposto dall’Aran e accettato senza fiatare da CgilCislUil (solo Usb si è opposta e non ha firmato): dopo quasi 10 anni di mancato rinnovo contrattuale sono stati “elargiti” tra i 60 e i 100 euro lordi (35-60 netti), che non coprono neanche l’inflazione degli ultimi due anni.

Nella legge di stabilità il trucco è ancora più evidente. I fondi a disposizione sono praticamente simbolici. Quasi tutte le risorse della manovra, oltre 15 miliardi su circa 20, sono state destinate a bloccare l’aumento dell’Iva, che altrimenti sarebbe scattato il primo gennaio. Per tutti gli altri interventi sono rimasti poco più di 5 miliardi, ma ben poco finirà in qualche tasca che ne ha bisogno.

Per accontentare i centristi cattolici resta il cosiddetto “bonus bebè”, ma pesantemente amputato (da tre anni a uno soltanto e comunque soltanto per il 2018); 80 euro al mese se il reddito Isee è al di sotto dei 25 mila euro l’anno, il doppio se l’Isee scende sotto i 7 mila euro l’anno. Fatevi due conti tra pannolini e asilo nido e dite voi se con queste cifre una coppia si sente “incentivata” a fare figli...

Idem per le detrazioni fiscali ai genitori: il limite massimo di reddito incassato dai figli per essere considerati fiscalmente a carico sale dai 2.840 euro lordi l’anno di adesso fino a 4 mila euro, sempre lordi l’anno. Ovviamente se sono minori di 24 anni. In pratica non cambia quasi nulla (se avete un figlio che campa di “lavoretti” temporanei potrete detrarlo dalle tasse come a carico se quel che guadagna è al di sotto dei 3.000 euro netti l’anno, ossia 250 al mese).

Non parliamo poi del “reddito di inclusione”, autentica polvere negli occhi spacciata per “contrasto della povertà”. In teoria dovrebbe partire dal primo gennaio. E’ una presa in giro già dalle cifre (per una famiglia di quattro persone, può arrivare fino a 461 euro al mese), ma per ottenerlo bisogna avere un Isee al di sotto dei 6 mila euro l’anno. E almeno un minore in casa. Già così si capisce che ben pochi potranno ottenerlo. Per esempio non potranno chiederlo quanti abbiano finito – nel 2017 o nella seconda metà del 2016 – gli assegni di mobilità o di disoccupazione (perché il loro Isee 2015 sarà inevitabilmente superiore, anche ora non hanno alcun reddito). In pratica riuscirà ad avere quella “cifra favolosa” soltanto chi sarà riuscito a non morire dopo due anni senza alcun reddito.

Addirittura oltraggiosa la misura che viene definita “sistema degli incentivi ad assumere da parte delle imprese”. Da gennaio, infatti, l’azienda che assumerà un under 35 con un contratto “a tutele crescenti” avrà per tre anni uno sconto del 50% sui contributi (fino a un massimo di 3 mila euro). Per chi assume disoccupati da almeno sei mesi e nelle regioni del Sud, lo sconto raddoppia. Sembrerebbe a prima vista un buona cosa, ma bisogna sapere che i contributi previdenziali sono a tutti gli effetti “salario differito”. In pratica, i contributi sono una parte del salario accantonato per quando il lavoratore andrà in pensione. Dunque “fare uno sconto” su questi contributi significa automaticamente abbassare il salario contrattuale e diminuire in proporzione l’assegno pensionistico che questi giovani lavoratori riceveranno quando – nella vecchiaia decrepita – smetteranno di dover lavorare. Insomma, una sòla inqualificabile.

Peggio ancora per i cosiddetti caregivers (e quando si parla inglese la fregatura è sicura), ovvero coloro che si occupano di un parente anziano o invalido. Per loro vengono stanziati “addirittura” 60 milioni di euro per i prossimi tre anni; 20 l’anno per una popolazione di 60 in cui la quota degli anziani e inabili, per il momento, cresce. Ma neanche questi spiccioli sono veri, perché manca ogni criterio di attribuzione, perso nei meandri di decreti smarriti nei cassetti del Senato.

Idem per i “lavori usuranti” che dovrebbero godere della cosiddetta Ape social. Le categorie esentate dall’aumento dell’età pensionabile a 67 anni (nel 2019) passano da 11 a 15. Uno “sconto” ridicolo (cinque mesi), per un numero di categorie molto inferiore a quelle interessate. Tanto ridicolo che nemmeno la Cgil, stavolta, è riuscita ad approvarlo (Cisl e Uil, naturalmente, sì).

Ma la vera truffa è un’altra. Per tutte queste misure andranno scritti dei decreti attuativi, per ora inesistenti. Con l’approvazione della legge di stabilità si chiude di fatto la legislatura e si sciolgono le Camere (è questione di pochi giorni, ormai). Dunque spetterà al prossimo governo provvedere alla bisogna, sempre che se ne ricordi.

In ogni caso su tutta la manovra pesa la mannaia della Commissione Europea, che ha già annunciato per maggio una vera e propria messa in stato d’accusa per lo Stato italiano, con richiesta ultimativa di una “manovra correttiva” molto pesante. Dunque tutto questo pulviscolo è destinato ad essere annullato o vanificato da una serie di tagli molto più drastici; per cui quei pochi “fortunati percettori” di una queste cosette si vedranno depauperati sotto mille altre voci (sanità, assegni pensionistici, istruzione, tasse indirette sui consumi, come l’aumento dell’Iva).

Senza dimenticare, infine, che uno degli ultimi atti del governo Gentiloni è stato l’accettazione della “proposta Juncker”: rendere il Fiscal Compact una “legge europea” (fin qui era stato soltanto un “trattato intergovernativo”, dunque sottoposto ogni anno a contrattazione politica). Dal 2018, insomma, spariscono anche i “margini di flessibilità”.

Che altro dire, se non che è ora che il potere torni al popolo?

Fonte

15/10/2017

Ape social. Era una presa in giro e ora si vede

In questi giorni si moltiplicano gli allarmi sull’applicazione della cosiddetta “Ape social”. Si tratta di una misura decisa oltre un anno fa dal governo Renzi, presentata come un “ritocco alla legge Fornero” che avrebbe permesso a una serie di lavoratori di andare in pensione prima dei 66 anni e 7 mesi previsti.

La realtà dei fatti si sta mostrando in questi giorni, a un anno esatto dagli annunci. Oggi, infatti, quei lavoratori stanno vedendosi respingere dall’Inps la richiesta d’accesso all’”Ape social”. Si tratta in fondo di poche persone (66.000) rispetto ai milioni inchiodati al lavoro ben oltre i termini previsti dalle leggi precedenti, ma comunque un numero ragguardevole.

I “criteri” previsti dalla norma del governo Renzi sono infatti così restrittivi che ben pochi possono rientrarvi.

Leggiamo la denuncia presentata sui siti specializzati:

Il Patronato Inca Cgil ha diffuso un rapporto nel quale parla di “eccessive rigidità imposte da Inps, in contrasto con le intenzioni del legislatore e in alcuni casi addirittura contro legge”. Pur non avendo ancora dati precisi il patronato Inca parla di numeri non irrisori e elenca alcune segnalazioni di domande respinte:
- requisito di riconoscimento dello stato di disoccupazione: chi ha lavorato anche 1 giorno con voucher dopo un periodo di disoccupazione, o con retribuzione inferiore per mantenere lo stato di disoccupazione, potrebbe perdere all’accesso all’Ape social;
- lavoratori o lavoratrici licenziati senza ammortizzatori sociali per mancanza di requisiti o per non aver presentato la domanda entro il termine;
- lavoratori con contributi esteri.

Nel nostro piccolo, che sarebbe andata in questo modo, l’avevamo scritto in tempo reale, esattamente un anno fa (L’Ape gratuita è così estesa che non la prenderà nessuno). Eravamo preveggenti? No, semplicemente ci siamo messi a leggere il testo della norma, abbiamo fatto due conti e abbiamo pubblicato il risultato.

L’unico punto che non potevano calcolare allora era il futuro impatto negativo, sui pensionandi, del voucher. Ma del resto un anno fa ancora nn se l’erano inventato…

Quel che dovrebbe fare qualsiasi giornalista medio quadratico, se ce fossero ancora. Ma è pretendere troppo da “porgitori di microfono” davanti a un ministro o portavoce.

Qui di seguito il “vecchio” articolo, illustrato con alcune delle fake news diffuse allora dal governo e dai suoi innumerevoli lecchini.

*****

L’Ape gratuita è così estesa che non la prenderà nessuno

Renzi è un contafrottole e questo lo sanno tutti. Anche Berlusconi lo è e soprattutto lo era, tanto che molti lo indicicano come il suo “padrino”. Ma c’è qualcosa di radicalmente perverso nella menzogna seriale renziana: l’assenza di qualsiasi limite.

Vediamo un esempio, che è come sempre anche una dimostrazione di lecchinaggio insopportabile del giornalismo mainstream. Titola per esempio Repubblica (dando le indiscrezioni che escono dalla riunione tra il governo e i sindacati): Pensioni, Ape esteso a edili e maestre, con 35 anni di contributi.

Un lettore disattento capisce che c’è stata una “estensione” a categorie per cui – nelle balle raccontate fin qui – non era prevista la versione “social”, ovverossia “gratuita” (un governo italiano che chiama tutto con parole inglesi, già a monte, sta cercando di raggirare il prossimo).

Incuriosito, si mette a leggere l’articolo per capire quanti benefici sta regalando questo povero governo a quei disgraziati di lavoratori che si sono ritrovati a dover andare in pensione solo dopo aver compiuto 66 anni e 7 mesi, ma che ora Renzi invita a lasciare il lavoro “in anticipo” rispetto alla legge Fornero ma pur sempre qualche anno dopo di quanto aveva previsto fino a qualche anno fa.

“Per accedere all’Ape agevolata bisognerà avere almeno 30 anni di contributi se disoccupati e 35 se si è lavoratori attivi. Lo ha riferito il segretario confederale della Uil Domenico Proietti al termine dell’incontro governo-sindacati a Palazzo Chigi iniziato alle 8 di stamattina”. “Inoltre per poter accedere al “Ape social”, ovvero l’anticipo pensionistico senza penalizzazione, il tetto fissato dal governo nella legge di Bilancio è di 1.350 euro lordi”. “Il governo inserirà nella platea dell’Ape agevolata, oltre ai disoccupati, i disabili e i parenti dei disabili, anche alcune categorie di attività faticose come le maestre, gli operai edili e alcune categorie di infermieri. Inoltre saranno inclusi anche i macchinisti e gli autisti di mezzi pesanti. Il governo quindi, aggiungerà ulteriori categorie oltre quelle previste già dalla normativa sui lavori usuranti”.

Tutto chiaro? Non molto, ammettiamolo. L’elenco delle categorie “usurate” è indubbiamente più lungo, ma il requisito fondamentale è un altro: 1.350 euro mensili lordi di retribuzione con 30 anni di contributi.

Parliamo di salario netto, che ci si capisce meglio: 1.350 euro lordi significa all’incirca 1.000 euro netti. Ora dire voi qual’è quel lavoratore ultrasessantenne (intorno ai 63, diciamo, o di più) che, dopo aver lavorato per alemno 30 anni con i contratti “favolosi” in vigore prima del pacchetto Treu, la legge 30 e il Jobs Act, prende soltanto 1.000 euro netti mensili. 73413601 – golden parachute financial compensation in the business

Nella scuola sicuramente nessuno, visto che il salario d’ingresso è già più alto, figuriamoci quello dopo 30 anni. Nell’edilizia magari siamo vicini a quel livello salariale, ma è anche un mestiere dove i “buchi contributivi” (ovvero periodi di non lavoro o di lavoro nero) sono così numerosi ed estesi che difficilmente si raggiungono i 30 anni di anzianità. Ma se si ha la fortuna di averli superati, si ha anche un salario più alto... Stesso discorso per macchinisti, infermieri, autisti, ecc.

Risultato: nessun lavoratore potrà accedere all’Ape “social”. E’ come se il governo avesse stabilito che questa opportunità potesse essere concessa soltanto ai sessantenni che fanno i 100 metri il 10 secondi netti...

Un giornalista normale dovrebbe sempre chiedersi se quel che sente da un governante può essere vero o no. Magari non glielo dice in faccia, ma nel corso della scrittura dell’articolo sì.

Un giornalista vero, appunto. Ma è come chiedere che per diventare giornalisti in Italia bisogna saper fare i 100 metri in 10 secondi netti...

Fonte

03/07/2017

La disoccupazione cresce, nonostante tutti i trucchi

Nonostante gli sforzi di fantasia scientifica di Eurostat – organismo europeo che ha deciso criteri di catalogazione dell’occupazione alquanto demenziali – e a dispetto degli sforzi estetici del presidente dell’Istat (Giorgio Alleva, renziano di ferro), l’occupazione in Italia cala. Soprattutto tra i giovani under-25 (37%, +1,8 in un solo mese).

Fine della favoletta governativa-Pd, non appena gli effetti droga degli incentivi alle imprese sono terminati o andati in saturazione.

Ma guardiamo i numeri, intanto. A maggio 2017 – scrive l’Istat – “la stima degli occupati cala dello 0,2% rispetto ad aprile (-51 mila unità) attestandosi, dopo il forte incremento registrato il mese precedente, ad un livello lievemente superiore a quello di marzo. Il tasso di occupazione si attesta al 57,7%, in diminuzione di 0,1 punti percentuali”.

Disaggregando per età, si scopre che “Il calo congiunturale dell’occupazione, che si rileva principalmente per gli uomini, interessa tutte le classi di età ad eccezione degli ultracinquantenni. Diminuisce il numero di lavoratori indipendenti e dipendenti a tempo indeterminato mentre aumentano i dipendenti a termine”.

Il quadro è insomma chiaro: lavorano soprattutto gli over-50 (+407.000), inchiodati dalla legge Fornero fino ai 67 anni, e calano tutti gli altri. Oltre alla variabile pensionistica, però, incide anche la professionalità: tranne che nei lavori di pura fatica, ovunque occorra una esperienza e un know how di medio livello, le aziende preferiscono tenersi un anziano esperto, anche se dal salario più alto, piuttosto che sostituirlo con un giovane (sarebbe facilissimo, vista l’abolizione dell’art. 18) a mezzo stipendio.

In secondo luogo, le assunzioni a termine (90.000) superano ormai nettamente quelle a tempo indeterminato (64.000), certificando così la preferenza delle aziende per il contratto usa-e-getta, altamente ricattatorio e a bassissimo salario, per tutte le mansioni di basso livello (sia manuali che “cognitive”, o più precisamente “mentali”).

Bisogna ricordare che i criteri Eurostat (e dunque anche Istat) sono decisamente generosi: si considerano “Occupate le persone di 15 anni e più che nella settimana di riferimento hanno svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura, o che hanno svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare nella quale collaborano abitualmente”. Com’è evidente, un’ora di salario alla settimana – o anche nulla, se si lavora nell’azienda di famiglia – non fa di una persona un “lavoratore in grado di sostentare sé e la propria famiglia”, quindi si tratta di un volgare trucco retorico e antiscientifico.

Ma dove i criteri statistici danno il peggio di sé (il meglio, dal punto di vista capitalistico) è nella ripartizione tra “disoccupati” e “inattivi”. I primi sono le persone senza lavoro che ne stanno cercando uno, iscrivendosi alle agenzie del lavoro ufficiali. I secondi sono i senza lavoro che hanno smesso persino di cercarlo.

Unendo, com’è necessario fare, le due categorie, lo spettro della disoccupazione è tutt’altro che rassicurante: il tasso ufficiale di disoccupazione, infatti, sale dello 0,2% attestandosi all’11,3; gli “inattivi”, invece, sono relativamente stabili ma sulla percentuale astronomica del 34,8%. Di fatto, i senza lavoro in Italia raggiungono la percentuale choc del 46,1%. Quasi un cittadino su due, tra i 15 e 66 anni. In termini assoluti, oltre 20 milioni di persone.

Davanti a numeri così, anche se “abbelliti” da criteri statistici ufficiali, c'è persino chi osa scherzare dicendo che “la diminuzione degli occupati registrata a maggio non muta le tendenze di medio-lungo periodo dell’occupazione che continuano ad evidenziare, sia su base trimestrale che su base annuale, la crescita degli occupati e la diminuzione dei disoccupati”.

Nessuno, sui media mainstream, si ferma un attimo a ricordare che dopo 25 anni di eliminazione dei diritti del lavoro per “favorire l’occupazione giovanile” il risultato sta tutto in quel 37% di disoccupati tra i 15 e i 24 anni. Solo Grecia e Spagna hanno percentuali leggermente peggiori, mentre la Germania non ha di che preoccuparsi, visto che solo il 6,7% dei giovani è a spasso.

C’è da sottolineare come ad aumentare la disoccupazione giovanile concorreranno sicuramente due “misure” decise dal governo Renzi-Gentiloni: “l’alternanza scuola-lavoro”, che rifornisce le aziende di lavoro gratuito nelle mansioni più semplici (pulizie, fotocopie, lavapiatti, ecc, con rare e molto pubblicizzate eccezioni), e il “servizio civile”, altrettanto gratuito o quasi, che andrà a sostituire posti di lavoro in settori come i servizi alla persona, cura del territorio, ecc.

Quando vi dicono che “stanno pensando ai giovani”, prendete la prima pietra che vi capita a tiro...

Il rapporto completo dell’Istat: Occupati_disoccupati_maggio_2017

Fonte

07/03/2017

Il governo guarda alle periferie, con forte strabismo

Sono stati firmati a Palazzo Chigi i protocolli di intesa fra il premier Paolo Gentiloni e i sindaci di 24 città capoluogo, per i Piani di rilancio delle periferie delle grandi città. Con questa intesa sono stati sbloccati i primi 500 milioni di euro messi a disposizione dallo Stato. Dopo la registrazione dei protocolli da parte della Corte dei Conti, i Comuni avranno 60 giorni per presentare i progetti definitivi, e altri 60 per gli esecutivi, poi partiranno i lavori.

Tra i firmatari di questa intesa figurano i sindaci di Roma, Virginia Raggi, i sindaci di Napoli Luigi de Magistris e di Messina Renato Accorinti, quelli delle Città metropolitane di Bari Antonio Decaro, e di Firenze Dario Nardella.

Il premier Gentiloni ha annunciato trionfante che "Oggi si materializza un impegno da 500 milioni per i 24 progetti migliori classificati per le periferie. L'impegno riguarda in tutto 120 interventi, quindi altri 95 rispetto a quelli di oggi: le disponibilità economiche ci sono, il Cipe ha stanziato altri 800 milioni dei 1,6 miliardi che servono, gli altri 800 milioni fanno parte del fondo per le infrastrutture. E ai 2,1 miliardi saranno aggiunti fondi pubblici e privati per un totale di circa 3,9 miliardi. Uno stanziamento molto rilevante".

Tra i progetti finanziati c’è quello di abbattimento delle 'Vele' di Scampia."Ci sarà l'abbattimento delle vele, la prima all'inizio dell'estate di quest'anno", ha affermato il sindaco De Magistris, aggiungendo che delle quattro vele di Secondiagliano è previsto che ne resti in piedi solo una che diventerà la sede della Città metropolitana di Napoli.

Le città che hanno firmato oggi le convenzioni sono: le Città metropolitane di Bari, Firenze, Milano, Bologna e i Comuni capoluogo di provincia o di città metropolitana di Avellino, Lecce, Vicenza, Bergamo, Modena, Torino, Grosseto, Mantova, Brescia, Andria, Latina, Genova, Oristano, Napoli, Ascoli Piceno, Salerno, Messina, Prato, Roma.

Per la Capitale sono previsti per ora solo diciotto milioni per le periferie, esattamente quanti ne sono stati stanziati per il Comune di Lecce che ha 94.956 abitanti, praticamente un decimo di quelli delle periferie romane.

Il provvedimento del governo prevede la riqualificazione dell'edificio Ex Gil di Ostia. Tre interventi a Corviale, uno a San Basilio, in piazza San Cleto ed un progetto di promozione per la Mobilità dolce nelle scuole. Sono questi i progetti per le periferie, finanziati con 18 milioni, contenuti nell'accordo sottoscritto ieri a palazzo Chigi dalla sindaca di Roma, Virginia Raggi. In particolare per la riqualificazione dell'Ex Gil a Ostia andranno 13 milioni. Due e mezzo andranno a Corviale. 787.500 euro andranno a San Basilio. Infine 1,5 milioni per la promozione del pedibus e del 'bike to school' in 15 scuole di Roma. Un fiore all'occhiello per cuori semplici e radicalchic, ma decisamente non proprio una priorità per chi magari è costretto ad aspettare in strade senza lampioni e marciapedi non meno di 40 minuti un autobus.

La sindaca Raggi così ha commentato: "Siamo stati a palazzo Chigi dal premier Gentiloni per sottoscrivere questa convenzione sul bando delle periferie. Inizia ora un percorso che facciamo insieme e che mira a restituire alle periferie un ruolo centrale. Marginalità e abbandono sono ormai concetti residuali: il nostro obiettivo è quello di far rinascere tutte le periferie".

Che la marginalità e l'abbandono siano concetti residuali andrebbe dimostrato con fatti sostanziali e scelte innovative, cosa tutt'altro che leggibile da quanto al momento si può vedere nel provvedimento del governo sulle periferie. Una valutazione disincantata ci farebbe dire in gergo politicamente corretto che "la montagna ha partorito un topolino", in un gergo più adatto per capirsi bene... è una presa per il culo!

Fonte

24/08/2016

Farsi belli con le “donne in gravidanza”, senza far nulla

Piccolo esercizio di analisi di un testo. Una cosa elementare, da scuola media, diciamo.

Titolo da Repubblica on line: “Pochi bebè, il piano del governo: bonus anche alle donne in attesa”.

Il lettore occasionale ne dovrebbe trarre alcune semplici conclusioni:

– abbiamo un governo che – finalmente – si preoccupa della diminuzione delle nascite (con tutti i problemi epocali che un fenomeno del genere comporta per un paese);

– abbiamo un governo che per l'immediato si propone di assegnare una cifra a tutte le donne in gravidanza (e quindi anche a quelle che vi entreranno nei prossimi mesi).

Sarebbe bello avere un governo del genere perché la riproduzione della popolazione è il problema dei problemi, in cui tutte le condizioni reali di vita entrano in gioco (reddito, tempo libero, lavoro, modalità di lavoro, trasporti, sanità, istruzione, ecc).

Ma è vero che abbiamo un governo del genere?

Facciamo finta di essere disinformati e di non sapere cosa ha fatto finora questo governo, in perfetta continuità con quelli precedenti. E quindi andiamo a leggere l'articolo, che riferisce di una trasmissione radiofonica in cui il ministro della famiglia, Enrico Costa, parla del suo “piano” da inserire nella legge di stabilità (che va presentata entro la metà di ottobre, per essere poi riveduta e corretta dalla Commissione europea...).

Una prima constatazione è d'obbligo: il “piano” per il momento è del ministro, non del governo. Ma ve bene lo stesso, l'importante è che qualcuno tiri fuori delle proposte concrete...

In cosa consiste questo “piano”?

Molte premesse, a cominciare dal dover assicurare la “stabilità delle misure”, uscendo dalla logica degli interventi spot, a tempo, per definizione incerti (spesso i diretti interessati, ossia le coppie o le donne single in gravidanza, non riescono neppure a sapere cosa avrebbero diritto di ottenere dallo Stato e dai servizi pubblici). E quindi si comincerebbe dal “razionalizzare, riorganizzare, riordinare" quanto già previsto da una legislazione confusa e confusionaria. Vabbeh, anche questo è la solita solfa, anche se comprensibile. Ogni nuovo ministro – Costa è in carica da sei mesi, grazie a un “rimpasto” per accontentare la pattuglia di Denis Verdini, entrata nella maggioranza – è per prima cosa costretto a metter ordine in quanto fatto da quei pasticcioni dei suoi predecessori. Ma abbiamo fiducia, prima o poi dovrà dire cosa – concretamente – vuol fare per favorire le nascite, dunque innanzitutto la condizione di vita delle donne in età feconda.

Prima delusione. Non vuole e non può dirlo perché vuole attendere il 13 settembre, data in cui ne parlerà al resto del governo. In ogni caso dovrà prima mettersi d'accordo con Angelino Alfano, che è per il momento il suo capopartito. Uff, la cosa sta andando un po' per le lunghe, cara Repubblica...

Ma il Costa è persona seria, sa che qualcosina deve pur dire per giustificare la sua chiamata in trasmissione, e quindi “fa alcune anticipazioni. In primo luogo l'idea che sta a cuore al ministro è di ampliare il bonus bebè anticipandolo a prima della nascita. Il bonus bebè potrebbe già essere dato alle donne al settimo mese di gravidanza. Sarebbe un premio alla natalità: spiega. Lo Stato mostra così l'attenzione e la presa in carico del neonato. Oggi in Italia il bonus è per bimbo nato di 80 euro mensili, complessivamente 960 euro all'anno per tre anni alle famiglie con un reddito che non superi i 25 mila euro.”

Traduciamo: questi benedetti 80 euro che spuntano come panacea per ogni problema sociale già vengono dati alle donne – da sole o in coppia – che stanno sotto quella soglia di reddito. L'unica “pensata” del ministro è... di far avere loro tre mensilità in più (39 invece delle attuali 36), cominciando ad erogarli dal settimo mese di gravidanza.

Tutto qui? E una donna o famiglia si dovrebbe sentire “incentivata a far figli” da 240 euro? Bastano appena per un mese di pannolini...

Beh, no, lui vorrebbe arrivare a un raddoppio (160 euro al mese? Non è scritto proprio così), ma sa bene che le risorse sono – eufemismo – un po' scarse, quindi si tiene basso...

Fosse per lui, comunque, almeno estenderebbe il bonus (80 euro) a prescindere dalla soglia di reddito, alle neo mamme under 30, perché “Da tempo siamo di fronte a donne che fanno figli in età sempre più avanzata e a forte decrescita demografica. Siamo di fronte a interventi slegati tra loro che agiscono in prima battuta sul reddito e non sono per tutti. Le misure che faremo aiuteranno le giovani madri che ad esempio hanno la preoccupazione di perdere il lavoro a causa della maternità”.

Piccola vertigine... La migliore ipotesi che si può fare è che il ministro non conosca affatto la situazione delle donne italiane (il che però ne avrebbe sconsigliato la nomina al “dicastero della famiglia”). Sembra infatti convinto che con 80 euro si possa dar sollievo a donne che hanno perso il lavoro ma devono far crescere un figlio... E per far questo li darebbe anche alle donne o famiglie che guadagnano più di 25.000 euro l'anno.

Vi capiamo, sembra decisamente confuso, ma la citazione è letterale.

Noi pensiamo che 25.000 euro annui siano un reddito assai basso, specie per una coppia con figli. Quindi non ci scandalizza affatto che si possa estendere il bonus oltre questa soglia. Quello che ci fa incazzare come tori nell'arena è sentir dire – da un ministro della Repubblica – che con una elemosina equivalente a due euro e mezzo al giorno si “aiuta” crescere figli anche se “si perde il lavoro”.

Potremmo chiudere qui l'analisi del testo, ma Repubblica e il ministro insistono, tirando fuori l'“idea” di un un voucher per gli asili nido, in sostituzione della detrazione del 19%. Non la costruzione di asili nido pubblici e semigratuiti (come in Francia e Germania, visto che c'è appena stato un vertice a tre...); non la regolarizzazione delle operatrici da sempre precarie e minacciate di licenziamento; non la tutela delle donne dal licenziamento in caso di gravidanza (minaccia che ormai viene fatta esplicitamente anche alle professoresse della scuola pubblica); non la salvaguardia sul lavoro (con l'esclusione delle madri, ad esempio, dai turni di notte e da quelli festivi). Niente di niente. Almeno sul piano delle “misure stabili”, quelle che cambiano effettivamente la vita. Solo la promessa di 80 euro per altri tre mesi, forse, e qualche voucher con cui far prosperare gli esosi asili privati.

A pensarci bene, la cosa più probabile che possa avvenire è la perdita anche della detrazione del 19%...

Ultima perla: gli “sconti sui pannolini, magari agendo sull'Iva”...

Proposte miserabili, dunque, ma tutt'altro che certe. I complici di Repubblica chiudono infatti in questo modo: Sulla stima dei soldi a disposizione il ministro tiene le carte coperte: "Sulle risorse non posso dire nulla".

Volete ancora la traduzione? “Io partecipo alle trasmissioni e prometto piccole cose, ma le decisioni le prende qualcun altro”. Lo avevamo capito da un pezzo, non c'è bisogno di continuare. Sparite...

E non solo il governo, naturalmente...

Fonte

04/11/2012

Bandiera nera


Dedicato alla dipartita di Pino Rauti.
Senza di lui, l'Italia sarebbe stata sicuramente un paese migliore.