Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/10/2024

Pensioni: nella Legge di Bilancio appena una carità di Stato

Salvo verifiche e nuovi interventi in sede di approvazione della Legge di Bilancio 2025 in discussione in queste ore in Parlamento, le risorse destinate dal Governo Meloni all’aumento delle pensioni minime rispetto all’aumento del costo della vita comporteranno il riconoscimento di circa tre euro al mese in più sul rateo della pensione.

Il valore attuale della pensione minima è di 598,61 euro per gli under 75 e di 614,77 euro per gli over 75 che, con l’adeguamento al costo della vita, arriveranno così a 616,9 euro, cifre ben lontane dai 1.000,00 euro sbandierati in campagna elettorale e per cui continueremo a batterci.

Oltre 5 milioni di Italiani sono censiti tra chi si colloca al di sotto della soglia di povertà, oltre 4,5 milioni di pensioni non raggiungono i 1.000,00 euro.

Dai provvedimenti varati da questo Governo si fa sempre più forte la sensazione che non si voglia affrontare il problema ed anzi si sprofondi, in tema di pensioni, alla fine dell’800 alle Opere Pie, al mutualismo operaio, alla beneficenza caritatevole della borghesia liberale con cui si provava ad affrontare il problema degli infortuni, dell’invalidità, vecchiaia e superstiti, prima dell’approvazione nel 1898 della Cassa di previdenza libera sussidiata dallo Stato, per la quale l’iscrizione era ancora volontaria.

Piuttosto che allo smantellamento della “Legge Fornero”, a forza di interventi peggiorativi il Governo Meloni sembra tornare indietro anche rispetto al 1898, manca solo la riattivazione delle Poor laws e delle workhouse di Oliver Twist, che forse a pensarci bene sono già attive come quella appena varata in Albania, insieme a tutte le altre presenti nel territorio nazionale, per la gestione del fenomeno dell’immigrazione insieme con lo sfruttamento o per meglio dire schiavismo soprattutto in agricoltura.

Un’assoluta regressione rispetto all’Art.38 del dettato costituzionale, che ha affidato allo Stato il superamento della condizione di bisogno, come fattore necessario per garantire ai cittadini di questo Paese il pieno godimento di tutti i diritti civili e politici.

Come a dire che oggi questi diritti sono di fatto negati a causa della condizione materiale di bisogno di chi si trova sotto la soglia di povertà, che non si modifica con tre euro in più, mentre la ricchezza ed il capitale appaiono sempre più arroganti e, difesi dal Governo, non intendono accettare “sacrifici” sul piano fiscale, rendendosi disponibili tuttalpiù a concedere caritatevolmente solo l’elemosina.

Fonte

19/02/2018

La presa in giro del “Reddito di inclusione”

Anche il Reddito di inclusione sociale contribuisce al crollo del PD, il quale subisce i contraccolpi delle aspettative di alcuni milioni di persone che da dicembre sperimentano le difficoltà di accesso ai sussidi e i ritardi nell’avvio dei pagamenti. Ma è soprattutto l’Alleanza contro la povertà – l’Armada messa in campo da 30 organizzazioni cattoliche del terzo settore con Cgil Cisl Uil – che è preoccupata, tanto da lanciare un appello alle forze politiche per assicurare un futuro alla riforma che ha sponsorizzato e gestito. Invita ad estendere la copertura dell’utenza e ad incrementare il contributo economico, beninteso “gradualmente, attraverso un percorso pluriennale compatibile con le esigenze del bilancio pubblico” (i poveri sono abituati ad aspettare, anche se – come attesta l’Istat – privi di beni e servizi essenziali). L’Alleanza si raccomanda soprattutto di “evitare la tentazione della ‘riforma della riforma’”. Chi può fomentare questa tentazione?

Ecco pronto il Rapporto sulla politica di bilancio 2018, appena pubblicato dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio, organismo costituito per legge nel 2014 in attuazione delle normative europee sulla nuova governance economica. Per missione l’Upb “contribuisce ad assicurare la trasparenza e l’affidabilità dei conti pubblici, al servizio del Parlamento e dei cittadini”.

Punti nodali del rapporto sono questi:

1. La povertà assoluta riguarda, secondo l’ISTAT, un milione 600 mila famiglie. Considerando le condizioni ristrette di ammissibilità fissate dal governo, al Rei avrà accesso solo il 43 per cento di esse. Un impatto, rileva l’Upb, “ancora insufficiente a superare il fenomeno”.

2. “La soglia di reddito cui si perviene grazie all’integrazione [da 187,5 euro per un componente a 534 per cinque e più] non sembra tale da consentire la fuoriuscita dalla condizione di povertà assoluta e quindi tale da ridurre il numero di nuclei poveri, mentre interviene ad alleviare il disagio”.

3. Il sostegno durerà al massimo 18 mesi e potrà essere eventualmente rinnovato per 12 mesi dopo 6 mesi di intervallo. L’Upb valuta negativamente “la durata limitata, anche in caso di permanenza dei requisiti e dei bisogni”.

4. Per il Rei il governo ha stanziato 2059 milioni per il 2018, 2545 per il 2019, 2745 per il 2020, e 2745 per il 2021. Se lo stanziamento viene assorbito dalla prima tornata di famiglie richiedenti (che riceveranno il sussidio per 18 mesi), non ci sarà quasi più disponibilità finanziaria fino al luglio 2019. Problemi analoghi si porranno successivamente. L’Upb evidenzia la gravità di una situazione di questo tipo, rilevando che in caso di esaurimento delle risorse, il governo ha previsto di rimodulare il beneficio, anche per coloro che già sono percettori, e, nell’attesa, di sospendere l’erogazione e l’accettazione di nuove domande. “Il ridimensionamento del beneficio economico determinerebbe un diverso trattamento di soggetti con uguali caratteristiche socioeconomiche che sono stati ammessi in momenti diversi”.

Esiste infine per l’Upb una contraddizione di fondo: “Se da lato il Rei andrà a costituire un livello essenziale delle prestazioni (LEP) ai sensi dell’art. 117 della Costituzione, dall’altro si tratterà di un LEP vincolato alle risorse disponibili”.

Sono osservazioni che minano la riforma alle radici. Corrispondono puntualmente alle critiche che da tempo avevamo avanzato al Rei:

1. E’ stato adottato un approccio che, seguendo le indicazioni dell’Alleanza contro la povertà, stratifica la povertà secondo il principio ‘di dare prima a chi sta peggio’ o, come si legge nel suo progetto, “detto altrimenti si comincia da coloro i quali versano in condizioni economiche più critiche, e cioè i più poveri tra i poveri, e progressivamente si raggiunge anche chi sta ‘un po meno peggio’ sino a rivolgersi dal quarto anno a chiunque sperimenti la povertà assoluta”.

2. In relativa costanza degli stanziamenti di bilancio, la disponibilità di spesa per far fronte alle nuove domande sarà progressivamente ridotta. Tenendo conto che il sussidio viene erogato per 18 mesi, quasi metà dei 2,5 miliardi del 2019 saranno già stati impegnati per coprire le famiglie entrate nel Rei in questa tornata. E’ così di seguito per gli anni successivi.

3. L’erogazione del sussidio è condizionato alla sottomissione dell’intera famiglia beneficiaria sia al lavoro coatto (i maggiorenni abili al lavoro) sia all’assolvimento di obblighi decisi dai servizi sociali relativi ai comportamenti personali, familiari e sociali, prescrivendo che, se anche uno solo dei componenti non si attiva, all’intera famiglia viene ridotto e persino tolto il sussidio.

4. L’intervento non ha un impatto strutturale. Il sussidio viene erogato per 18 mesi, rinnovato – forse – per altri 12 ma con un intervallo di 6 mesi durante il quale le famiglie devono arrangiarsi.

5. Il sostegno economico è irrisorio e per metà vincolato alla carta di credito. Oggi la stessa Alleanza contro la povertà lo considera insufficiente per superare anche solo temporaneamente la soglia della povertà assoluta: circa 177 euro col Rei rispetto a 316 euro necessari per una persona, 244 contro 373 per due, 282 rispetto a 382 per tre, 327 contro 454 quattro, 330 invece di 710 per cinque e più.

Il Rei è espressione di un associazionismo cattolico con esperienze di assistenza caritatevole e di un sindacalismo collaborativo che porta all’interno delle istituzioni una logica di assistenza minimale, accomodante circa gli investimenti finanziari. “Non punta ad altro che a mitigare temporaneamente con i sussidi gli effetti della povertà estrema, disciplinando ogni famiglia ad esercitare la buona cittadinanza entro le condizioni date di emarginazione sociale. Lavora non contro la povertà ma nella povertà”1.

Sul piano dei principi, infine, il Rei va affondato. Il perché lo indica Elena Granaglia in un articolo, che Sbilanciamnoci.info subdolamente titola ‘Il Rei è un passo avanti ma molto resta da fare’(25 gennaio 2018): “Il reddito è de facto posto fuori dai diritti fondamentali. Diventa la contropartita di un comportamento, questione di do ut des. I diritti fondamentali, invece, rappresentano uno status di non contrattabilità, a prescindere dai comportamenti. L’obbligo riflette, altresì, una visione del povero come cittadino di seconda classe, che va obbligato a lavorare (a differenza di “noi”), nella sottovalutazione delle responsabilità sociali nella creazione della povertà, riguardino esse l’uguaglianza di opportunità intergenerazionale e/o la disponibilità di lavoro decente”.

1 Commisso G., Sivini G., Reddito di cittadinanza. Emancipazione dal lavoro o lavoro coatto?, Trieste, Asterios, 2017.

Fonte

30/05/2017

“El papa” contro il reddito di cittadinanza tra anacronismi e moderno sistema della carità

La notizia della visita di papa Francesco all’Ansaldo di Genova è di quelle che escono dalla cronaca perché aiutano a vedere uno scenario politico. Soprattutto perché il sito produttivo genovese è servito al pontefice per lanciare un garbato anatema contro il reddito di cittadinanza. Si tratta di una entrata, a piedi uniti, nel dibattito politico italiano. Non ci risulta, e quando si parla di pontefice le dimenticanze non ci sono mai a caso, che Francesco sia entrato nel dibattito tedesco sugli effetti di Hartz IV, sul combinato di precarizzazione, lavoro part-time, controllo della forza lavoro fuori dal lavoro che produce la legge tedesca sull’assistenza sociale. Essendo poi la situazione italiana più facilmente riducibile a schemi (reddito di cittadinanza si/no) e l’opinione pubblica nazionale più attenta alla retorica, Francesco ha avuto buon gioco a parlare di “lavoro per tutti” invece che di “reddito per tutti”. Non parliamo poi della copertura mediatica di queste considerazioni: dagli anni ’50, passando per la nascita e l’evoluzione di un sistema mediale in Italia, le visite del papa non hanno una copertura critica. Sono, semplicemente, riprodotte, applaudite e amplificate. Uno storico dei media potrebbe farci un capolavoro su questo. Se solo trovasse, nel nostro paese, un editore della portata che qualche autore, sul tema, ha trovato in Inghilterra e in Usa.
 
Ma perché Francesco si è scagliato, sempre con il solito stile intelligente ed espressivo, contro il reddito di cittadinanza?

Come sempre nella chiesa ci sono due spiegazioni che finiscono per intrecciarsi. La prima è legata a motivi anacronistici, la seconda al modo con il quale la chiesa cerca di intercettare i fenomeni di modernizzazione. Poi c’è, immancabilmente, la questione politica interna, del “giardino di casa” italiano, ma questa va tenuta un attimo sullo sfondo.

Primo punto: se andiamo ad analizzare le figure sociali presenti nei discorsi di Francesco si ha l’impressione che gli ultimi quattro decenni di trasformazioni sociali e di mutazioni tecnologiche non siano praticamente esistiti (a parte l’uso militante dei social da parte della chiesa ma è altra questione). L’“operaio” e l’“imprenditore” così come li descrive Francesco praticamente non esistono più e, nella parabola comunitaristica nella quale vengono rappresentati dal papa non sono mai esistiti (esiste il capitalismo ma questo è un demone difficile da nominare, e impossibile da governare, anche per un papa). Eppure campeggiano nel suo uso della retorica. Per diversi motivi: perché l’acquisizione di nuove figure sociali nel lessico della chiesa è lenta ma anche perché la chiesa, e non è certo una novità, si trova ad essere spiazzata e preoccupata rispetto alle rivoluzioni tecnologiche e sociali. La difesa delle figure sociali precedenti alla rivoluzione tecnologica è quindi d’obbligo non importa se anacronistica. Fino a quando non saranno individuate nuove figure sociali, sulle quali fare presa, come è accaduto con “imprenditore” e operaio” a partire dall’epoca della dottrina sociale della chiesa, il papa difenderà l’ultimo scenario sociale nel quale il cattolicesimo ha trovato un senso, una posizione, una direzione. E’ evidente che l’attacco al reddito di cittadinanza è a un’ipotesi di società nella quale le tecnologie, entro l’assetto economico della crescita senza lavoro, tolgono sempre più spazio all’“operaio” ma anche alla figura sociale dell’“imprenditore” sempre meno comunitaristica (secondo la visione della chiesa), territoriale, sociale. Non ha nessuna importanza, e molto probabilmente la chiesa lo sospetta, se il mondo difeso da Francesco non ha futuro. La chiesa difende delle figure sociali a prescindere dall’esaurirsi della base materiale che le produce, se questo fa riprodurre materialmente la chiesa, fino a quando non atterra su territori nuovi. Questo momento, evidentemente, non è ancora arrivato.

Secondo punto: si trascura spesso il modo in cui l’evoluzione dei sistemi della carità condizioni la politica della chiesa. E come quest’evoluzione, a sua volta, si incroci con le mutazioni dello stato sociale. Come è altrettanto evidente che la chiesa guardi oltre la legge sul terzo settore, verso la dismissione di ciò che resta dello stato sociale. La visione che emerge in questo incrocio tra modernizzazione del sistema della carità, basato non solo sulle nuove forme del banking ma su un nuovo punto di ricaduta tra reti di impresa sociale e carità, e dimissione dello stato sociale (grazie alla ufficialmente vituperata finanza globale) è grosso modo questa: le mutazioni tecnologiche ed economiche comportano una erosione delle figure del lavoro, comunque sostenute fino a quanto possibile, e gli effetti sociali di questo processo devono stare, quando più possibile, entro il sistema della carità. E’ quindi chiaro come il sole che il reddito di cittadinanza, per quanto proposto nella eclettica forma grillina, potenzialmente rompe questo schema. Perché allontanerebbe gli ultimi dalla carità della chiesa dando loro una minima base materiale per l’autosostentamento. Qui si capiscono poi, molto meglio di tante dispute dottrinarie e fuori dagli ecumenismi da telegiornale, un paio di differenze tra carità islamica e carità cristiana (della chiesa di Roma). La prima si diffonde come un sistema di solidarietà sociale autoritario ma acentrico, che può darsi in autonomia dallo stato. La seconda come un sistema di solidarietà sociale paternalistico, centralistico che può darsi nello svuotamento dello stato. Mentre, dal punto di vista del rapporto col mondo che comanda il mondo (la finanza) per l’islam è più facile: basta dire che alla borsa di Londra ci sono servizi appositi per la finanza che segue la legge della sharia oppure che la proibizione degli interessi, nella finanza islamica, porta a masse di denaro a costo zero nei fondi, e nelle borse, che finiscono per sviluppare carità e qualche notevole guadagno indiretto che questa carità la finanzia. Per la chiesa di Roma, ufficialmente ostile alla finanza globale, il rapporto tra carità e finanza si dà in modo differente. L’impresa finanziaria dovrebbe donare. Ma la finanza cattolica, fermandosi all’Europa, non ha la forza del passato (quando era maggiormente legata alle banche e agli stati). Se, oltre alla finanza, si indebolisce ulteriormente anche la centralità del lavoro, con misure come il reddito di cittadinanza, la modernizzazione della carità, in concorrenza con quella di altri credo religiosi, non riesce mai ad affermarsi. E così, nell’anatema garbato di Francesco contro il reddito di cittadinanza (lanciato in modo da trovare “degno” il lavoro e non una attività fuori mercato) si intrecciano temi di necessaria difesa di anacronismi sociali e di reale posizionamento per il processo di modernizzazione della carità.

E’ chiaro che, siccome nessun papa trascura la quotidianità, il timing del discorso di Francesco guarda direttamente anche alla bassa macelleria del dibattito politico. A un anno dall’insediamento di Virginia Raggi a Roma, a poche settimane dall’intervista di Grillo su Avvenire, e a pochi giorni dalla marcia “francescana” dello stesso Grillo ad Assisi, è evidente che, dal pulpito più alto, andava messa una parola di chiarezza nei confronti del movimento 5 stelle. Ovvero che va bene una dialettica di collaborazione su Roma (anche in autonomia dalla Raggi), nell’ottica del sostegno al processo di modernizzazione della carità, va, invece, male la proposta del reddito di cittadinanza. Proposta che lo stesso Grillo ha definito da “nuovi francescani”, confondendo un diritto (il reddito di cittadinanza) con la carità (il soccorso dato in termini di erogazione di denaro) per sfondare nell’opinione pubblica di più marcata origine cattolica. Solo che, mentre le proposte “nè di destra nè di sinistra” mettono in difficoltà gli altri cartelli elettorali che vogliono elaborare proposte di genere politicamente ibrido ma senza ammetterlo, quando si tocca qualcosa che abbia il marchio della croce è diverso. Si trova subito il legittimo proprietario pronto a far capire chi ha il diritto naturale di sfruttamento di questo brand bimillenario. Con i media pronti, da oltre mezzo secolo, ad amplificarne il messaggio.

Certamente dal discorso di Genova si comprende come la chiesa cercherà di entrare nella prossima legislatura: come strumento bipartisan, per un esecutivo di coalizione guidato da Pd e FI assieme a chissà chi, per governare uno smaltimento dei residui dello stato sociale. Secondo i dettami della governance europea da un lato, quello politico, e quelli della modernizzazione della carità dall’altro (quello “spirituale”). Scomparsa la sinistra, non è una novità, resterebbe Grillo. Lasciato a meditare, su un qualche Aventino simbolico o materiale, su proposte che, oggettivamente, sono giuste sul piano simbolico ma molto contorte sul piano concreto. E non è che De Masi, assieme a Giovanni Dosi del Sant’Anna di Pisa, nel momento in cui si presenta come facilitatore delle policy del movimento 5 stelle rende l’operazione lineare. Al momento, se Grillo vincesse le elezioni, avremmo sul tavolo una proposta che si chiama reddito di cittadinanza, che invece è di fatto una integrazione al reddito minimo, di cui si dice che sarà finanziata in parte dalla riduzione degli “sprechi” ma invece, in attesa degli effetti di questa riduzione, finirà nella tassazione diretta (nel paese in cui le pmi sono le più tassate d’Europa di cui molti operatori sono buona base elettorale di Grillo). Un provvedimento di cui gli ispiratori non dicono una parola sull’impatto su sistema pensionistico, mercato del lavoro, andamento dei salari. Ma che, in compenso, dovrebbe andare in parallelo con un referendum sull’euro, insomma nel clima economico e politico più demenziale per far passare la cosa presso tutte le parti sociali che all’unanimità vedono il reddito di cittadinanza come un orrore, ma anche, come ha detto uno dei facilitatori (Dosi), in linea con quanto di fatto previsto dal fiscal compact. Insomma una confusione completa sulla quale, dai banchi dell’opposizione salvo cataclismi, il movimento 5 stelle dovrà riflettere molto. Anche nella sua forma attuale di movimento “cacciatore di teste” per far marciare le idee del futuro. Nel frattempo “el papa” le idee chiare le ha. E lo fa capire urbi et orbi.

Redazione, 29 maggio 2017

25/08/2014

Le secchiate per la Sla. Dalla sanità pubblica alla carità privata


Impossibile non commuoversi vedendo un malato di sclerosi laterale amiotrofica, altrimenti nota come "morbo di Gehrig", un famoso giocatore di baseball che fu tra i primi campioni a cadere sotto i colpi della malattia. Impossibile specie per chi, come noi, ha avuto amici che sono morti in questo modo.

Ma c'è qualcosa di decisamente malato e vergognoso nella logica sottesa alla campagna di "secchiate d'acqua gelata" che sta riempiendo i media d'agosto. Si sono sottoposti al rito, rigorosamente sotto l'occhio delle telecamere, "vip" di regime (Renzi, Galliani, il direttore de La Stampa e il suo vice, ecc.), attori, cantanti e "famosi" di varia virtù. Tutti uniti, tutti d'accordo, bisogna fare di più per combattere questa malattia di cui si sa ancora troppo poco, per la quale non esiste terapia ma solo qualche "ritardante" di scarsa efficacia, che richiede assistenza crescente con il progredire inesorabile del male.

Naturalmente siamo d'accordo sul fatto che bisogna fare di più. Le domande sorgono sul "come" fare questo qualcosa. Altrimenti tanto vale affidarsi ai "santoni" alla Vannoni e ai "metodi stamina" de noantri...

In un paese - e in una Unione Europea - che va smantellando il welfare, tagliando la spesa sanitaria e soprattutto l'assistenza domiciliare ("privatizzata" quasi 20 anni fa, quando fu affidata alle cooperative del "terzo settore" e al volontariato cattolico), una campagna mediatica così diffusa ha un solo obiettivo: convincere i cittadini, commuovendoli, a mettere la mano in tasca per fare un'offerta. Stile Telethon, insomma. Ovvero a "integrare" con l'offerta caritatevole le risorse calanti di uno Stato obbligato a ridurre il deficit e il debito.

Tanto più saremo commossi, tanto più tireremo fuori. Per questo serve così tanta gente "famosa" per rendere virale lo spot della secchiata ("gelida", poi, è per autodichiarazione, no?). Soprattutto, a forza di commozione, smetteremo di pensare che questa come altre mille malattie richiedono uno sforzo collettivo per cui già paghiamo - con le tasse, i ticket, ecc - un prezzo. A cui però corrisponde sempre meno un servizio pubblico, per rispettare i vincoli di bilancio.

Ecco: questa sostituzione del servizio sanitario nazionale pubblico con la carità privata, non soltanto a noi, speriamo, sembra veramente un orrore. Pari solo a quello della Sla.

Fonte