Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/07/2026

La piazza di Napoli fa chiarezza

Impazzano le polemiche sulla contestazione di ieri pomeriggio nella piazza di Napoli dove le forze del “campo largo” si erano date appuntamento con i loro leader nazionali Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni. Eppure, nonostante la presenza dei big, a piazza del Gesù c’erano al massimo 300 persone, e a ben vedere in larghissima parte erano funzionari e addetti stampa.

In realtà gli slogan e la contestazione sono partiti quando a prendere la parola sono stati Roberto Fico attualmente presidente della Regione Campania e il sindaco di Napoli Manfredi, e quindi i responsabili istituzionali delle scelte amministrative locali e interlocutori delle domande sociali del territorio.

A contestarli sono stati i disoccupati del movimento 7 novembre che stanno manifestando da tempo intorno alla vertenza dei tirocinanti, i comitati per l’acqua pubblica ed anche i militanti di Potere al Popolo che hanno una internità riconosciuta e riconoscibile in tutte le vertenze sociali metropolitane.

La rabbia dei disoccupati nasce dallo scandalo del progetto “Disoccupati e inoccupati di lunga durata Napoli”. Una vicenda che fotografa perfettamente l’approssimazione con cui le istituzioni locali gestiscono la vita delle persone. Circa 500 disoccupati avevano finalmente iniziato i tirocini in uffici comunali, municipalità e aziende partecipate. Altri 700 aspettavano solo il nulla osta. Un ossigeno vitale per millecento famiglie. Ma dopo appena quattro settimane il primo luglio, come una scure, è arrivata la sospensione ufficiale da parte del Ministero.

A Napoli i militanti di Potere al Popolo sono di casa nei conflitti sociali metropolitani, per cui solo chi non conosce la piazza napoletana può ritenere strumentale la loro presenza in questa iniziativa di contestazione.

Già nei giorni scorsi in un comunicato di merito, Potere al Popolo aveva sottolineato come “La tanto sbandierata delibera comunale sul salario minimo si è rivelata una truffa mediatica, utile solo a guadagnare titoli di giornale ma inesistente nella realtà”, in sostanza il salario minimo dichiarato non viene poi applicato nelle aziende comunali, mentre sulla questione generale e riferendosi al campo largo, PaP segnalava come “la stessa loro proposta di salario minimo di 9 euro lordi orari è del tutto inadeguata: insufficiente a garantire una retribuzione dignitosa, priva di un meccanismo di aggancio all’inflazione per proteggere il potere d’acquisto e, per di più, dotata di un meccanismo di salvaguardia degli imprenditori che prevede che parte degli aumenti venga pagata dallo Stato”. Il problema infatti non è quello di fare buone dichiarazioni ma di attuarle concretamente quando poi si è al governo.

Come noto Potere al Popolo ha dichiarato in una assemblea nazionale lo scorso giugno la sua “alterità” rispetto al campo largo del centro-sinistra.

E possiamo dire che le contraddizioni tra governo locale del centro-sinistra (Regione e Comune) e i conflitti sociali locali a Napoli sono altamente emblematici della contraddizione generale tra l’ipotesi del campo largo e quella di una alternativa di classe e di sinistra a partire dai temi reali come salari, reddito, servizi sociali, prevalenza degli interessi privati rispetto a quelli pubblici.

Ovviamente mass media e politica hanno preferito sottolineare questo aspetto rispetto agli altri. In qualche modo “fa più sangue” ma ancora una volta non coglie la materia della divaricazione tra le ipotesi in campo.

Nel video alcuni momenti di confronto verbale in piazza.

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17/12/2024

Il governo si accanisce contro i disoccupati. Sotto tiro anche la Naspi

Prima hanno tolto il reddito di cittadinanza e i contributi all’affitto per le famiglie a maggiore disagio sociale, adesso l’emendamento presentato in Finanziaria dal governo vuole andare a colpire l’indennità di disoccupazione, più conosciuta come Naspi. Per molti esperti del settore si tratta solo di una stretta che va a penalizzare tutti, rendendo più difficile l’accesso alla misura che assicura un reddito a chi viene licenziato, per un massimo di due anni e in quantità decrescente.

Come noto, con le dimissioni volontarie non si poteva richiedere la Naspi. Il sussidio è previsto infatti solo per licenziamento datoriale o dimissioni per causa di forza maggiore (es. trasferimento dell’azienda in un altra città). Per questo, in alcuni casi, i dipendenti in difficoltà con il loro ambiente di lavoro premevano sulla proprietà per essere licenziati e ricevere così l’indennità.

L’azienda, in questo caso, deve versare all’Inps il ticket di disoccupazione, che può arrivare fino ad un massimo di 2mila euro. Se il padrone si rifiuta, sempre in alcuni casi, i dipendenti puntavano a far scattare il licenziamento disciplinare che permetteva di accedere alla Naspi.

Secondo i parametri dell’Inps la Naspi spetta dall’ottavo giorno successivo alla data di cessazione del rapporto di lavoro. Viene corrisposta mensilmente per un numero di settimane pari alla metà delle settimane contributive presenti negli ultimi quattro anni.

L’emendamento del governo inserito nella manovra ha l’obiettivo di fare in modo che i lavoratori che hanno dato dimissioni volontarie da un lavoro «a tempo indeterminato nei 12 mesi precedenti, avranno diritto alla Naspi in caso di licenziamento da un nuovo impiego solo se hanno almeno 13 settimane di contribuzione dal nuovo impiego, perso il quale si richiede l’indennità».

Con il nuovo dispositivo chi ha già presentato le dimissioni volontarie nei dodici mesi precedenti, oppure si è fatto licenziare per motivi disciplinari causa 16 giorni di assenze ingiustificate, rischia in caso di nuovo licenziamento, se verrà approvato l’emendamento, di ottenere l’assegno soltanto se ha lavorato per più di tre mesi nel nuovo posto di lavoro.

L’accanimento del governo contro gli strumenti di sostegno al reddito di disoccupati e famiglie povere viene giustificata come lotta contro i “furbetti”, una motivazione che stride come unghie sul vetro in un esecutivo che protegge ministri che hanno pagato i dipendenti con i soldi della cassa integrazione durante il covid o continua a ritenere gli evasori fiscali dei perseguitati o che ha cercato di aumentare lo stipendio ai ministri non parlamentari.

Ma c’è anche dell’altro ed è l’enorme questione degli ammortizzatori sociali in una fase di minacciosa crisi industriale e di riduzione della forza lavoro necessaria a mandare avanti le fabbriche nell’epoca di una automazione crescente della produzione. Se l’approccio è quello indicato finora, la crisi sociale e la precipitazione delle condizioni di vita di milioni di persone sarà devastante.

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16/05/2024

Rapporto Istat 2024: un’Italia di salari bassi e giovani senza opportunità di Gigi Sartorelli

Ieri l’Istat ha pubblicato il suo rapporto annuale per il 2024, che fa un quadro complessivo della situazione italiana. Anche quest’anno la fotografia che ne deriva è davvero impietosa: il Bel Paese è precario, funestato dalle disuguaglianze, quasi punitivo per i giovani che studiano.

I dati raccolti parlano dell’Italia sotto vari aspetti, ma ce ne sono alcuni che saltano all’occhio e che fa bene riassumere per mostrare dove ci ha portato l’incapacità della classe dirigente. A partire da ciò che il governo si guarda bene dal dire sull’occupazione e sulle retribuzioni.

Neanche due settimane fa la Meloni si fregiava del tasso di occupazione in aumento e dei disoccupati in diminuzione. Per quanto riguarda il primo (numero di persone occupate sulla popolazione tra i 15 e i 64 anni), l’Istat certifica un aumento del 2,4% rispetto al 2019, raggiungendo il 61,5%.

Quello che Palazzo Chigi non dice è che l’Italia rimane di gran lunga dietro la Spagna, la Francia e la Germania. Se si considera la popolazione tra i 20 e i 64 anni, a marzo venivano diffusi dati che davano il nostro paese al 66,3%, lontano quasi dieci punti dalla media europea e fanalino di coda della UE.

Per quanto riguarda i disoccupati in diminuzione, è di nuovo l’Istat a dirci che allo stesso tempo il tasso di inattività di coloro tra i 15 e i 64 anni è il più alto della UE (33,3%). Come vari analisti ricordano da anni, in Italia il problema è che in pochi lavorano, e in tanti hanno persino rinunciato a cercarlo.

E non perché le paghe di chi lavora siano così ricche da permettere di rimanere a casa. Tra il 2013 e il 2023 le retribuzioni medie annue sono aumentate del 16% in termini monetari, ma allo stesso tempo il potere d’acquisto delle retribuzioni lorde è diminuito del 4,5%.

Tra gennaio 2021 e dicembre 2023 i prezzi al consumo sono aumentati del 17,3%, e le retribuzioni contrattuali solo del 4,7%. Solo nell’ultimo trimestre del 2023 e nel primo del 2024 si comincia a segnalare un’inversione di tendenza, ancora lontana da un recupero completo di quello che i lavoratori hanno perso.

Tra il 2014 e il 2023 la spesa equivalente delle famiglie, in termini reali, è diminuita del 5,8%, con picchi oltre l’8% per le famiglie dei ceti bassi e medio-bassi. Intanto, anche la propensione al risparmio è diminuita fino al 6,3% lo scorso anno: si guadagna meno e si dà fondo ai risparmi, senza tuttavia essere in grado di spendere come un tempo.

Difatti, sempre tra il 2014 e il 2023 l’incidenza della povertà assoluta tra gli occupati è passata dal 4,9% al 7,6%, e tra gli operai dal 9% al 14,6%. Se ci si aggiunge che nel 2023 oltre la metà degli impiegati a tempo parziale avrebbe voluto lavorare di più (era involontario, in sostanza), si chiude il quadro di un paese che non riesce a stare al passo con le aspettative dei suoi cittadini.

Questo vale ancor di più se si guarda un altro paio di dati. Innanzitutto, al fatto che il 34% degli occupati laureati (circa 2 milioni di persone) sono impiegate con un inquadramento professionale più basso rispetto al titolo conseguito: sono “sovra-istruiti”, in una definizione che mostra tutta la distorsione del nostro modello di sviluppo.

I part-time involontari e i sotto-inquadrati dimostrano ancora una volta che la retorica per cui c’è troppa gente che non ha voglia di lavorare è falsa. E anche la litania per cui, prima di qualsiasi aumento salariale, si dovrebbe aumentare la produttività, viene smontata in poche righe dall’Istat stesso.

In una delle schede di presentazione del rapporto si può leggere infatti: “La riduzione della capacità produttiva nella manifattura e la persistente debolezza della domanda interna hanno contribuito a deprimere gli investimenti fissi lordi e, di riflesso, la produttività del lavoro”.

Gli imprenditori non investono, e non investono perché la domanda interna è stata compressa da decenni di austerità, precarizzazione e compressione salariale. Il paradigma mercantilistico che hanno ripetuto in continuazione, a Bruxelles e a Roma, dovrebbe essere ribaltato.

Infine, negli ultimi venti anni la partecipazione politica è diminuita di 15 punti percentuali (37,6% tra i 25 e i 64 anni). Un numero che mostra la disaffezione alla politica da parte della cittadinanza, in un paese in cui i vincoli esterni, di bilancio o di guerra, hanno fatto sentire la popolazione sempre meno in grado di incidere su una classe dirigente lobbistica.

Il primo giugno la manifestazione nazionale è sì contro il governo, ma sarà anche la piazza che rappresenterà una reale alternativa a questa Italia che hanno costruito sullo sfruttamento e, troppo spesso, anche sul sangue dei lavoratori.

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24/03/2024

Davvero non si trovano i lavoratori? Il mito alla prova dei numeri

Sin dalla nascita della scrittura, ben 3500 anni fa e forse ancora prima, l’essere umano ha fatto ricorso al mito per darsi una spiegazione della realtà, per tramandare il sistema di valori e i principi di una società. Spesso, i miti servivano ad ammonire gli esseri umani a non compiere atti contro natura. Uno dei motivi ricorrenti del mito greco è la hybris, termine che sta a indicare appunto la tracotanza dell’essere umano, l’arroganza. Hanno peccato di hybris, ad esempio, Icaro, Sisifo o Prometeo. Tutti, a loro modo, arroganti verso gli Dei, ma archetipi della lotta dell’uomo per il raggiungimento della conoscenza.

Purtroppo, i nostri tempi amari e reazionari ci stanno consegnando un nuovo mito i cui personaggi, pur peccando di hybris e tracotanza, sono più interessati alla diffusione della menzogna – anche a costo di apparire ridicoli – che a squarciare i veli dell’ignoranza. Si tratta di un mito ben noto ai nostri lettori dato che ne abbiamo spesso smascherato le falsità e la pretestuosità ma che, tuttavia, è di recente tornato all’onore delle cronache. Si tratta del mito del “lavoro che, in Italia, c’è ma mancano i lavoratori”. Basta fare una piccola ricerca su Google per essere praticamente sommersi da risultati recenti. Negli ultimi mesi, ad esempio, ne hanno parlo Il Resto del Carlino, Panorama, La Stampa, La7 e l’Huffington Post. Quando va bene si tratta di dichiarazioni di imprese o cooperative circa le loro aspettative di assunzioni, spesso tuttavia si tratta di vere e proprie illazioni condite dalle solite infamie: i lavoratori sono sfaticati, schizzinosi e non vogliono fare sacrifici. Come detto, non è la prima volta che ci tocca smascherare certa retorica ma, repetitat iuvant e dunque, ripetiamo.

Il problema in Italia merita di essere osservato da almeno due punti di vista: a) quanti sono i posti vacanti, cioè quelle posizioni per cui le imprese cercano lavoratori senza trovarli; b) come reagiscono i salari di fronte a questa presunta abbondanza di domanda di lavoro (ricordiamolo: le imprese domandano lavoro, mentre i lavoratori lo offrono).

L’entità del problema: i posti vacanti in Italia sono insufficienti

Se si vuole studiare lo stato della domanda di lavoro non soddisfatta, una fonte attendibile di dati è l’ISTAT che ogni trimestre fornisce un resoconto sullo stato del mercato del lavoro in cui analizza anche i dati sui posti vacanti nell’industria e nei servizi. Effettivamente, il tasso di posti vacanti (cioè il rapporto tra posti vacanti e offerta di lavoro) ha subito una crescita sostenuta tra il 2020 e il 2022, dopodiché la crescita si è arrestata. Ciononostante, il numero assoluto di posti vacanti è rimasto stabile anche nel 2023 ad un livello prossimo, ma inferiore, ai 500 mila posti vacanti per trimestre. Una cifra quasi doppia rispetto alla media italiana degli ultimi anni. Poiché i posti vacanti segnalano lo stato della domanda di lavoro, è evidente che essa sembra in uno stato di buona salute rispetto alle secche dell’ultimo decennio. Buona salute che, a dirla tutta, sembra comunque essersi raffreddata negli ultimi trimestri dato che il tasso di posti vacanti ha smesso di crescere da almeno un anno, soprattutto nel comparto industriale. Tuttavia, il mercato del lavoro italiano ha sicuramente goduto del rimbalzo post-pandemia attraversando una fase di crescita occupazionale e riduzione della disoccupazione, anche a fronte di ore lavorate pressoché stagnanti. La crescita dei posti vacanti va letta in relazione a questi dati: se l’occupazione cresce è perché cresce la domanda di lavoro. La crescita dei posti vacanti segnala che le imprese stanno cercando lavoratori più di prima. Trovare lavoratori, tuttavia, può richiedere tempo: da qui, i posti vacanti. Ma, la domanda da porsi è se questi posti siano davvero tanti e se, quindi, la disoccupazione in discesa ma elevata, possa dipendere in parte o in tutto da un mancato incontro tra l’offerta (i lavoratori ‘choosy’, schizzinosi e fannulloni) e la domanda (i posti vacanti) o dipenda, piuttosto, dal fatto che ci sia poco lavoro. Il grafico qui sotto riporta qualche dato.

La colonnina rossa rappresenta il numero assoluto di posti vacanti. Come si può notare, seppur con una tendenza crescente, resta sempre inferiore alle altre due colonne. Che cosa rappresentano? La colonna gialla rappresenta i disoccupati giovani (tra 15 e 29 anni), la colonna blu i disoccupati totali. Come si può notare, quindi, la quantità di posti vacanti (la colonna rossa) non è tale da occupare neanche tutti i disoccupati giovani (la colonna gialla), figuriamoci l’intero ammontare di disoccupati (la colonna blu). Anche in una fase di riduzione della disoccupazione, questa è ancora 5 volte superiore ai posti vacanti. Possiamo quindi proporre una conclusione a questa prima analisi: il numero di posti di lavoro disponibili è più alto rispetto a quello a cui eravamo abituati negli ultimi decenni, ma è ancora largamente insufficiente a sconfiggere la piaga della disoccupazione. Vale a dire, non vi è (nemmeno stavolta...) alcuna ragione per imputare la disoccupazione alla scarsa disponibilità dei lavoratori a lavorare.

Che fare? Formazione e salari

I disoccupati sono, per definizione, lavoratori e lavoratrici che sono disposti a lavorare e cercano attivamente lavoro, ma non lo trovano. La definizione in sé dovrebbe bastare a spazzare il campo dall’accusa di fannulloni. Ad ogni modo, si potrebbe obiettare – e certo lo si fa – che questi disoccupati non abbiano caratteristiche individuali in linea con le richieste del mercato, non siano sufficientemente formati o preparati. Bene, se si va a guardare l’andamento dei posti vacanti, si vedrà che il settore in cui esso è cresciuto di più è proprio il settore alberghiero e della ristorazione. Si tratta dunque di un settore che non richiede un’elevata specializzazione e nel quale, come vedremo, si annidano le peggiori sacche di sfruttamento e bassi salari. E se davvero fossero così alla ricerca di personale, perché non proporre una formazione interna? Vale a dire, perché non dovrebbe essere proprio l’azienda a garantire la formazione del lavoratore per le mansioni che gli chiede di compiere ma deve farsene carico lo Stato, quindi i lavoratori stessi? Il tema dell’istruzione è strettamente legato al tema dei posti vacanti ma, a nostro parere, da un punto di vista contrario a quello della vulgata liberista. La formazione è cruciale per la vita civile di un lavoratore e lo Stato deve farsene carico indipendentemente dalle logiche e dalle richieste del mercato. Ma, proprio a questo riguardo, vi è un altro settore in sofferenza: quello dell’istruzione. Un settore vessato dalle pochissime assunzioni degli ultimi anni, in cui tutto l’onere dell’educazione delle nuove generazioni poggia sulle spalle di insegnanti precari e mal pagati. È notevole, direte, che proprio dopo anni spesi ad imprecare perché i giovani e le giovani studentesse si impegnassero in studi troppo classici invece di imparare un mestiere, proprio il settore dell’istruzione sia in cerca di maestri, professoresse et similia. Ma come, non ci volevate tutti idraulici, fornai e meccanici pronti ad essere spremuti negli ingranaggi della produzione? Non era tutto tempo sprecato quello perso dietro allo studio delle guerre puniche, della letteratura, delle materie umanistiche?

Ma cosa accomuna il settore della ristorazione e il settore dell’istruzione? I bassi salari e il livello di sfruttamento. L’Italia è fanalino di coda nella crescita dei salari reali. È ormai noto che siamo l’unico paese OCSE in cui i salari reali si sono ridotti nell’ultimo trentennio. Vari studi certificano che la povertà lavorativa, vale a dire la povertà che attanaglia chi pure un lavoro ce l’ha, è un fenomeno diffusissimo che riguarda circa il 30% dei lavoratori e delle lavoratrici. Eppure, neanche questa fantomatica e disperata richiesta di lavoratori riesce a dare una spinta decisa ai salari. Se si guarda alle retribuzioni, dalla fine del 2022 sono cresciute in media di circa il 3%, un livello infimo dopo anni di inflazione elevata che ne ha eroso drammaticamente il potere d’acquisto: in termini reali siamo di fronte a una riduzione del salario. Sia nella ristorazione che nell’istruzione, tuttavia, le retribuzioni sono cresciute meno della media. Nell’istruzione si osserva un 2% di crescita, nella ristorazione addirittura uno 0,8%. A fronte di cosa? A fronte di una crescita delle ore lavorate per dipendente superiore a più di 3 volte la media nazionale. Cosa vuol dire? Che nella ristorazione i lavoratori stanno lavorando di più, ma i salari non crescono affatto. Ma se davvero mancano così tanto i lavoratori, perché non li pagate di più, verrebbe da dire.

È evidente, dunque, non solo che la domanda di lavoro da parte delle imprese non sia esplosa e non sia ancora sufficiente, ma anche che l’interesse che si cela dietro ai titoloni dei giornali sia quello di trovare, celermente, lavoratori da spremere e pronti a lavorare per salari da fame e ritmi di lavoro stressanti. Si tratta, niente di più, niente di meno, di un’arma di persuasione con la quale si cerca di scaricare ancora una volta sui lavoratori l’onere della propria condizione di miseria. Ma la realtà non dice questo: i posti di lavoro sono pochi e sono pagati peggio. Insomma, non è il lavoratore italiano che è pigro e svogliato, è il padrone che è avaro e ingordo.

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12/03/2023

La leggenda dei lavoratori introvabili

Puntuale come una cambiale, sulle pagine dei quotidiani si ripresenta una tesi che potremmo così sintetizzare: “In Italia il lavoro c’è, ed è abbondante, ma non c’è nessuno che vuole faticare”. Stando a questa ignobile lettura, la disoccupazione non dipenderebbe da una cronica carenza di domanda di lavoro da parte delle imprese, non da due crisi (legate alla pandemia e alla guerra in Ucraina) che hanno fatto seguito ad una decennale stagnazione, ma proprio dai disoccupati che preferirebbero starsene a casa piuttosto che guadagnarsi da vivere.

L’ultima a soffermarsi su questo tema è stata “La Repubblica”, che lo scorso 6 marzo ha dedicato alla questione la prima pagina dell’inserto Affari&Finanza, occupata da un pezzo dall’incipit emblematico, “Gli introvabili”. L’articolo è particolarmente interessante perché espone in modo sintetico la visione dominante (politici di Governo e d’opposizione, media e perfino illustri accademici) sulle cause della disoccupazione. L’argomentazione è chiara: di lavoro non ne manca, sono i lavoratori che non hanno voglia di lavorare.

Queste notizie stimolano dunque una riflessione sui dati macroeconomici del mercato del lavoro italiano, guardando soprattutto ai disoccupati e ai posti vacanti. Partiamo dai primi: si definisce disoccupato un individuo che non lavora ma cerca attivamente lavoro ed è effettivamente disposto a lavorare. La domanda che dobbiamo porci è la seguente: è vero che in Italia non ci sono disoccupati a sufficienza per riempire le caselle vuote nel mercato del lavoro? Bene, nel terzo trimestre del 2022 in Italia c’erano ben 1 milione e 927 mila disoccupati e disoccupate disposti a lavorare. Di questi, 1 milione e 123 mila erano almeno diplomati. Sembrerebbe quindi che, per quanto in discesa (anche alla luce di una fisiologica ripresa dell’occupazione dopo il collasso economico del 2020), il numero di persone che cercano lavoro sia ancora rilevante, tant’è che il tasso di disoccupazione si attestava al 7,8%.

Passiamo ora alla seconda questione, vale a dire la presenza di posizioni lavorative vuote e in cerca di lavoratori. Come abbiamo più volte fatto per smontare queste tesi, siamo andati ad analizzare i dati sul numero di posti vacanti. I posti vacanti sono le posizioni aperte presso le aziende con almeno un addetto che non hanno ancora trovato un candidato idoneo. Per farla semplice, rappresentano la domanda di lavoro non soddisfatta. Bene, nello stesso semestre, in Italia c’erano 466 mila posti vacanti, pari a circa il 24% dei disoccupati: anche se la domanda di lavoro riuscisse ad essere completamente soddisfatta, rimarrebbero in Italia circa un milione e mezzo di disoccupati (ai cui si aggiungono coloro che, in preda a fenomeni di scoraggiamento, un lavoro nemmeno lo cercano in quanto certi di non trovarlo). Ma c’è di più: il numero di posti vacanti risulta insufficiente anche per occupare i disoccupati con una formazione medio-alta.

Il grafico di seguito evidenzia bene la differenza tra la montagna di disoccupati e il topolino dei posti vacanti. Badate bene: i nostri calcoli fanno riferimento a dati ISTAT, basati su una metodologia certificata e utilizzata da anni a livello internazionale. Nulla a che vedere con le fonti da cui pesca l’articolo di Repubblica, stando al quale esisterebbero quasi due milioni di assunzioni per le quali le imprese nel 2022 hanno riscontrato difficoltà, 600mila in più rispetto al 2021. La fonte cui si fa riferimento, tuttavia, è un rapporto Unioncamere-Anpal, basato su questionari rivolti alle imprese: stando a questo rapporto, le imprese prevedevano, per il 2022, poco più di 5 milioni di assunzioni, ma che avrebbero riscontrato importanti “difficoltà di reperimento” per il 41% delle entrate previste. Dati che definiremmo coraggiosi, se non tendenziosi, in quanto rappresentativi di previsioni, intenzioni e pareri formulati esclusivamente dal mondo delle imprese.

Il problema può essere visto guardando anche ad un’altra misura detta indice di sovrappopolazione relativa. Questo indice ci dice quale sia il rapporto tra tutti i lavoratori disponibili in un determinato periodo (la somma di occupati e disoccupati) e il totale delle posizioni disponibili nello stesso periodo (la somma di posti occupati e vacanti). Quando questo indice è uguale a 1 vuol dire che i posti vacanti sono tali da soddisfare tutti i disoccupati. Quando questo rapporto è superiore ad 1 vuol dire che l’offerta di lavoro – ossia, i disoccupati disposti a lavorare – è superiore alla domanda di lavoro e quindi che le posizioni aperte presso le aziende non sono tali da assorbire la mole di lavoratori disponibili. Come si può notare dal grafico sottostante, il mercato del lavoro italiano non versa in una situazione per cui il problema è un eccesso di posti lavoro da colmare: in tutto il periodo considerato (2018-2022), l’indice è superiore a 1.

Questi dati dimostrano come il problema della disoccupazione in Italia dipenda quasi esclusivamente dalla debolezza della domanda di lavoro da parte delle imprese. A sua volta, una domanda di lavoro che langue deriva da una carenza complessiva di domanda di beni e servizi: nessuna impresa assume lavoratori o lavoratrici nel caso in cui non ha una produzione da realizzare (e vendere). In questo contesto, le trentennali politiche di austerità di bilancio (che, in barba all’entusiasmo di certi commentatori, neanche il PNRR è riuscito a sovvertire), non hanno fatto altro che contribuire alla carenza di domanda aggregata, alla conseguente stagnazione e all’esplosione della disoccupazione.

Come spiegare, allora, la grancassa mediatica su un tema che, una volta confrontato con i dati e con la realtà, si sgonfia sensibilmente? Ci sono diversi ordini di ragioni.

C’è, prima di tutto, una ragione politica generale, che coincide con il tentativo di veicolare un messaggio semplice e velenoso: se non lavori, la colpa è tua, della tua pigrizia e del tuo desiderio di non guadagnarti il pane con il sudore della tua fronte. A questo messaggio si annette tutta la retorica del sacrificio e della ‘gavetta’ come strumenti di accrescimento personale.

C’è, in secondo luogo, anche una specifica ragione politica contingente dietro i lamenti del padronato italiano che non riuscirebbe a trovare lavoratori cui elargire la propria benevolenza. Tali lamenti hanno a che fare con l’ennesimo tentativo di provare a strappare ulteriori misure di precarizzazione del mercato del lavoro, che da strumento tramite cui sfruttare ulteriormente il lavoratore diventano magicamente la via che consentirebbe un migliore ‘allineamento’ tra domanda e offerta di lavoro.

Per finire, non si può non notare la sinistra coincidenza temporale con la tragedia di Cutro, usata dal caporale di turno per dare ancora una volta linfa allo stesso odioso refrain di sempre: il migrante non ci interessa in quanto essere umano, ma ci serve solamente come schiavo per farsi carico dei lavori a salario da fame che gli italiani non vogliono fare, uno schiavo debitamente disciplinato preventivamente a suon di morti in mare.

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08/08/2021

Istat - In Italia a mancare è il lavoro, non i lavoratori

Venerdì 6 agosto l’Istat ha diffuso la nota sulle stime preliminari del tasso di posti vacanti in tutte le imprese con dipendenti dell’industria e dei servizi, aggiornate al secondo trimestre del 2021.

I dati sono impietosi. Nel secondo trimestre 2021, il tasso di posti vacanti per il totale delle imprese con dipendenti si attesta all’1,3% per il totale dell’economia, con l’industria che registra l’1,4% e i servizi l’1,6% – dati che tornano in linea con quanto registrato a fine 2019.

Per capirci, come informa direttamente l’Istat, la variabile “posti vacanti” si riferisce alle ricerche di personale che, all’ultimo giorno del trimestre di riferimento, sono iniziate e non ancora concluse, ossia i posti di lavoro retribuiti per i quali l’impresa cerca attivamente (al di fuori del proprio personale) un/a candidato/a ed è pronta a fare uno sforzo economico per assumerlo/a.

Il tasso di posti vacanti è calcolato come il rapporto percentuale fra il numero di posti vacanti e la somma di questi ultimi con le posizioni lavorative occupate.

A giungo 2021, sempre l’Istat registrava il tasso di occupazione nazionale al 57,9%, vuol dire che nella fascia d’età tra i 15 e i 64 anni, tra tutti i cittadini abili a lavoro e non impegnati in un percorso formativo (scuola, università, ecc.), neanche 6 su 10 di questi aveva accesso a una fonte di reddito diretta da lavoro (dipendente o autonomo, senza considerare qui la “qualità del lavoro”).

A questa bassa percentuale (la seconda peggior performance in Ue, davanti solo alla Grecia e subito dopo la Spagna), il tasso di posti vacanti informa che il sistema produttivo italiano sarebbe in grado di assorbire immediatamente l’1,3% di posizioni lavorative in più (quindi neanche “teste”, viste le possibilità di doppio impiego) rispetto a quelle attualmente attive.

Il tutto, lo ripetiamo, senza considerare la bontà o meno della domanda lavorativa (in termini di retribuzione, sicurezza, durata contrattuale ecc.).


Cosa significa? Che in Italia, decenni di "sciopero" degli investimenti pubblici e privati, deindustrializzazione del sistema produttivo, deregolamentazione dei mercati finanziari, deflaziona salariale e privatizzazione del welfare hanno creato un ambiente economico incapace di creare posti di lavoro e dunque “ricchezza reale” (qui, indipendentemente dalla sua redistribuzione).

Le tanto sbandierate politiche attive del lavoro, in procinto di una robusta revisione come da tempo annunciato dal ministro del lavoro Orlando (targa Pd, quello della Minniti-Orlando, per capire il valore del personaggio...), poco potranno fare in assenza di lavoro a cui destinare chi si mette in cerca di un’occupazione.

È bene tenerlo a mente, quando i Renzi o i Brunetta di turno chiamano alla sofferenza o ai fannulloni per indicare la scarsa propensione al sacrificio di chi non riesce, non diciamo a sbancare il lunario, ma neanche a mettere insieme il pranzo con la cena (a oggi in Italia, quasi 6 milioni persone vivono sotto la soglia di povertà assoluta, il doppio sotto quella relativa).

Onde evitare di scambiare l’odio di classe per “buoni consigli”.

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03/07/2021

Boom di inattivi in Italia: quando tutti i mali vengono a galla

Il mercato del lavoro italiano, ormai è noto, soffre di una debolezza cronica e tra le più gravi d’Europa. L’ultima notizia diffusa dall’Eurostat aggrava un quadro già particolarmente preoccupante: l’Italia sarebbe il Paese europeo con la più alta percentuale di popolazione inattiva in età da lavoro (15-64 anni). Inoltre, è il Paese in cui questa percentuale è cresciuta di più tra il 2019 e il 2020.

Chi sono gli inattivi? Si definiscono tali le persone che sono al di fuori della forza lavoro e che dunque né lavorano, né cercano lavoro. Si può essere inattivi per svariate ragioni, tra cui lo studio, lo svolgimento di un’attività domestica, il pensionamento o lo scoraggiamento. Comprendere la dinamica di questa misura e i motivi che spingono le persone a essere fuori dalla forza lavoro è di cruciale importanza per analizzare la situazione del mercato del lavoro, la condizione dei lavoratori e le riforme che vengono proposte.

Quanti sono gli inattivi in Italia? Secondo l’Eurostat circa il 36% della popolazione in età da lavoro (15-64), in aumento rispetto al 2019 dell’1,6% e di quasi 20 punti superiore alla Svezia (17,5%) o alla Germania (20%). In sostanza, in Italia ci sono più di 13 milioni di inattivi, in rialzo dopo un periodo di riduzione iniziato nel 2014. Il fenomeno riguarda soprattutto le donne (circa 8,7 milioni) e il Sud (6,2 milioni).

Gli istituti di statistica mettono a disposizione i dati circa le motivazioni per cui gli individui né lavorano né cercano lavoro: osservarli può essere utile per avere uno scorcio non solo del mercato del lavoro, ma dell’intera società.

La quota maggiore di inattivi, in Italia, è rappresentata dagli studenti, vale a dire coloro che per motivi di studio o formazione decidono di non partecipare alla forza lavoro. Nel 2020 sono circa 4 milioni e rappresentano il 32% della popolazione inattiva. Questa è l’unica categoria in cui l’Italia non svetta, ma ciò non deve far sorridere. Infatti, questa percentuale è inferiore sia a quella della Germania (37%), che della Svezia (44%), ma anche di Paesi mediterranei come la Spagna (36%) e il Portogallo (43%). Un dato, questo, che conferma la drammatica situazione della scuola Italiana di ogni ordine e grado alle prese con una emorragia di studenti sia alle scuole superiori che all’università.

Una quota rilevante di persone che non partecipano alla forza lavoro lo fa perché impegnate nella cura di un familiare. In Italia questa motivazione riguarda circa il 28-29% della popolazione in età da lavoro e il 21% degli inattivi. Un dato impressionante se confrontato con la quota di inattivi con la stessa motivazione della Germania (14%) o della Svezia (4%). Da questo dato emergono almeno due tipi di riflessioni. Tanto più lo stato sociale è marginale, tanto più si scaricherà sui lavoratori l’onere di provvedere alle cure dei propri cari. È evidente, infatti, che la carenza di strutture pubbliche e di personale determini un livello così alto di persone che rinunciano a cercare lavoro perché impiegate in questa attività, in assenza di un’alternativa economicamente accessibile. Un problema, questo, che risente gravemente dell’avanzata della povertà nel Paese, spinta dai bassi livelli di occupazione e che fa pesare sempre di più gli oneri della cura dei propri famigliari sul bilancio delle famiglie. Da qui, la seconda considerazione: esistono nel nostro Paese milioni di persone che svolgono un lavoro non retribuito, che le tiene impegnate molte ore al giorno e non prevede alcun tipo di tutela né di sostegno. Investire in servizi pubblici alla persona avrebbe dunque il doppio pregio di permettere a queste persone di cercare un lavoro e contestualmente di aumentare l’occupazione in questo particolare e cruciale settore. Vi è inoltre una spiccata questione di genere che evidenzia come, anche in questo ambito, la carenza di un adeguato sistema di assistenza sociale e dunque di Stato, si riversi sui segmenti più deboli della forza lavoro. A fronte del 6% delle donne inattive per motivi di assistenza domestica in Svezia, in Italia il fenomeno riguarda ben il 32% delle donne e solo il 2,6% degli uomini.

Arriviamo così ad un’altra categoria, che molto ha a che fare con le dinamiche macroeconomiche del mercato del lavoro: gli scoraggiati. In Italia, negli ultimi anni, gli scoraggiati rappresentavano circa l’11% degli inattivi, in Germania l’1,4%, in Svezia il 2,9%. In Austria addirittura lo 0,6%. Più i livelli di occupazione sono alti, più gli scoraggiati sono pochi. Ma chi sono gli scoraggiati? La definizione fornita dall’Eurostat ci viene in aiuto. Sono coloro che non cercano più lavoro believing no job available, ossia credendo che non ci siano lavori disponibili. Sono quindi dei lavoratori che dopo infiniti tentativi con aziende e centri per l’impiego, seguiti da rifiuti o non risposte, hanno smesso di compiere qualsiasi azione per cercare lavoro. Il loro numero, in maniera così preponderante in Italia, sottolinea la cronica debolezza della domanda di lavoro e ci fornisce un’ulteriore variabile per comprendere il problema della disoccupazione. Gli scoraggiati, infatti, non sono altro che disoccupati che hanno perso la speranza di diventare occupati e così decidono di abbandonare la forza lavoro. L’aumento degli inattivi, ma in particolar modo di questa categoria, può dar luogo a un fenomeno statistico che abbiamo già osservato lo scorso anno: la riduzione del tasso di disoccupazione. A ben guardare però, quando ciò si verifica, non sta migliorando la situazione dei lavoratori ma addirittura peggiorando. Non solo non vi è carenza di lavoratori, come i dati sui posti vacanti indicano chiaramente, ma la situazione è così preoccupante che sempre più persone si stancano addirittura di essere disoccupate, dunque di cercare lavoro, e si relegano ai margini della società, uscendo fuori dalla forza lavoro.

È dunque chiara la necessità per il Paese di cambiare rotta. Le vere soluzioni a questa perenne crisi non possono che passare per un forte aumento della domanda aggregata, in modo tale da aumentare l’occupazione. Al contempo, è necessario creare buoni posti di lavoro, per far sì che chi cerca occupazione o chi voglia tornare a cercarla possa farlo avendo davanti prospettive dignitose sia dal punto di vista delle condizioni lavorative che retributive. L’esatto contrario di quello che la retorica padronale ci dice negli ultimi giorni, e che va fermamente combattuta.

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16/06/2021

Brancaccio - I posti di lavoro disponibili sono pochi!

RAI News 24 – 14 giugno 2021 – Tanta enfasi sulla necessità di formare i lavoratori e migliorare le agenzie di collocamento per favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. Ma bisognerebbe ricordare che quell’incontro non si realizza soprattutto per un altro motivo: i posti di lavoro disponibili sono pochissimi rispetto al totale dei disoccupati. Il commento dell’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio.


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11/06/2021

Brancaccio - La favola dei disoccupati volontari

RAI Radio uno – Eresie – 11 giugno 2021 – Tra i politici e gli economisti di grido va di moda l’idea secondo cui i posti di lavori ci sono ma i disoccupati preferiscono vivere di redditi e sussidi di Stato. Un’idea della disoccupazione come fenomeno “volontario” ben radicata anche nella storia del pensiero economico, che tuttavia viene sistematicamente smentita dai dati. Come ogni venerdì su RAI radio uno, il commento dell’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio.



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11/04/2021

Un milione di occupati in meno, ma i competenti hanno la soluzione: licenziare

Un milione di lavoratori in meno. Comincia così, con un affresco drammaticamente crudo dell’attuale situazione del mercato del lavoro in Italia, un commento apparso lo scorso 7 aprile su Repubblica, a firma Tito Boeri. Personaggio, costui, che ha fatto in più occasioni capolino sul nostro blog, difficilmente per ricevere apprezzamenti. Le migliori intenzioni sembrano animare l’ex presidente dell’INPS: il titolo del suo intervento, ‘Come creare nuovo lavoro’, sembra una manna dal cielo, qualcosa di cui, vista la situazione in cui verte lo scenario occupazionale in Italia da ormai molti anni, ci sarebbe estremamente bisogno. L’articolo di Boeri, tuttavia, non si cimenta in un’analisi di lungo periodo delle dinamiche del mercato del lavoro italiano, ma si sofferma unicamente su quanto accaduto all’occupazione ‘dai giorni dei primi tre contagiati di coronavirus’, ossia dallo scorso febbraio ad oggi.

Boeri parte da una fotografia asettica della distruzione di lavoro che la pandemia ci ha portato: un crollo dei dipendenti con contratti temporanei (-13%), una sensibile riduzione dei lavoratori autonomi (-7%), e una perdita occupazionale (1 milione di lavoratori in meno) che ha maggiormente colpito le fasce più fragili della classe lavoratrice, quali donne e giovani. Inoltre, Boeri ci ricorda che all’aumento dei disoccupati ha fatto seguito anche una crescita degli inattivi, ossia di coloro che non hanno un lavoro, ma che al momento non lo stanno cercando. Tra questi, numerosi sono coloro che non cercano in modo attivo un lavoro, pur avendone in verità bisogno, perché scoraggiati dalle condizioni di enorme difficoltà del mercato del lavoro, o perché costretti dai vincoli familiari in assenza di alternative: emblematico il caso dei genitori, quasi sempre madri, senza lavoro che, con le scuole chiuse, non possono più permettersi di lavorare in quanto impegnati nel lavoro di cura.

Un’eredità occupazionale, quella lasciataci dalla pandemia, molto pesante, come giustamente riporta lo stesso autore. In questa palude, che fare? Ed è qui che Boeri tira fuori il meglio di sé, proponendo tre specifiche ricette.

La prima consisterebbe nel favorire la contrattazione decentrata, ossia la contrattazione a livello aziendale. A detta dell’autore, la ripresa occupazionale sarebbe favorita dall’aumento del lavoro di prossimità, tramite la maggiore capacità dei datori di scegliere i lavoratori più adeguati alle proprie esigenze. Trattasi naturalmente di una copertura ideologica per nascondere il vero ed unico fine della contrattazione a livello aziendale, ovvero l’indebolimento drammatico della capacità contrattuale dei lavoratori che vedrebbero spostare una parte consistente delle proprie rivendicazioni da un piano ampio e universale – nazionale – ad una dimensione piccola, quella aziendale, molto più facilmente soggetta ai ricatti dei datori di lavoro.

In secondo luogo, Boeri sottolinea il ruolo di un ‘servizio pubblico per l’impiego funzionante’. In altre parole, l’autore suggerisce di ricorrere alle cosiddette politiche attive del mercato del lavoro, ossia a misure in grado di riqualificare la forza lavoro e di favorire il ricollocamento della stessa verso le imprese sopravvissute alla tempesta pandemica. Tanto per cambiare, il disoccupato, colui che ha perso il lavoro a causa di un’emergenza sanitaria e di una crisi economica senza precedenti, è visto come un rottame, una risorsa non più al passo con i tempi, una persona da riqualificare perché, si sa, le imprese virtuose non vedono l’ora di ricominciare ad assumere… Un’impostazione, quella di Boeri, tutta ideologica e non suffragata dall’evidenza empirica. Nessun riferimento, come del resto potevamo attenderci dalla sua penna, al fatto che in Italia la disoccupazione a due cifre – quel mare magnum di senza lavoro e di sottoccupati in cui sguazzano i capitalisti per reperire manodopera à bon marché – permane ormai da anni, figlia di decennali politiche di austerità di matrice europea. Per quanto riguarda invece le supposte frizioni, quella contrattazione collettiva che, a detta di Boeri, impedirebbe l’incontro tra domanda e offerta di lavoro quasi a due passi da casa, l’autore dimentica che in Italia è in atto un processo trentennale di progressiva flessibilizzazione del mercato del lavoro: dal pacchetto Treu del 1997, al Jobs Act, il mercato del lavoro è stato reso sempre più rispondente alle logiche di mercato e la contrattazione collettiva depotenziata. Il problema vero è allora un altro, ovvero la cronica carenza di domanda di lavoro capace di assorbire i disoccupati: in altri termini, specialmente in questo periodo caratterizzato da una frenata generale dell’economia, non vi sono imprese in cerca di lavoratori.

Dulcis in fundo, Boeri rispolvera il Jobs Act: l’autore vede nella misura di renziana memoria lo strumento migliore per far sì che i contratti a tempo determinato vengano trasformati, attraverso incentivi fiscali, in contratti a tempo indeterminato, e, udite udite, ‘gioverà grandemente’ (sì, vengono usate proprio queste parole) a questo passaggio lo sblocco dei licenziamenti, misura sulla quale il Governo, a detta di Boeri, sta colpevolmente traccheggiando. Un triplo tuffo carpiato: per far nascere posti di lavoro occorrerebbe dar modo alle imprese di licenziare. Come se negli ultimi anni, contrassegnati, ben prima dell’emergenza Covid, da una dinamica occupazionale debolissima, non vi fosse stata quella smaccata libertà di licenziamento plasmata dalle modifiche della legge Fornero e del Jobs Act all’articolo 18.

Insomma, come creare occupazione, stando alle parole di uno dei maggiori esponenti del pensiero liberista in Italia? Le ricette, ahinoi, sono sempre le stesse: ogni volta che si ha a che fare con la disoccupazione, una piaga economica e sociale che morde più di tre milioni di persone, non si perde occasione di puntare il dito o contro i lavoratori, considerati non sufficientemente formati o qualificati per determinate mansioni, o contro le più basilari forme di regolamentazione del mercato del lavoro, come ad esempio la contrattazione collettiva, considerate colpevoli di limitare la fluidità del mercato del lavoro e, in questo modo, di non permettere alla disoccupazione di riassorbirsi.

Ancora una volta, i competenti corrono in soccorso di un Governo che sembra sempre più orientato a mettere mano al mondo del lavoro in senso regressivo: mentre la fine del blocco dei licenziamenti viene invocata da Confindustria, diverse propaggini dell’attuale esecutivo avanzano l’idea di un sistema di ammortizzatori sociali che prescinda dalla prosecuzione del rapporto di lavoro e che sia invece basato sulle politiche attive. Politiche inutili e dannose, che anziché affrontare il problema della disoccupazione a partire dalla sua vera causa, la carenza cronica di domanda aggregata di beni e servizi, ergono il disoccupato a capro espiatorio del proprio destino.

La pandemia finirà, ci auguriamo presto. Gli strali del mondo liberista, spesso scoccati da un’accademia asservita agli interessi dominanti, non termineranno, e non si fermano nemmeno di fronte all’attuale catastrofe economica. Impariamo a riconoscerli.

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13/03/2021

Confindustria chiagn’e fotte. Cresce la produzione, nonostante la pandemia


I dati li avevamo rilevati da tempo. Sia la produzione manifatturiera sia l’export delle imprese italiane non hanno affatto risentito della pandemia. Confindustria ha preteso e ottenuto che niente si fermasse, riuscendo nel “miracolo” di provocare 100mila morti e milioni di contagiati dal Covid.

Né il governo Conte, né il governo Draghi hanno ritenuto di dover imporre ai “prenditori” almeno alcuni dei limiti che hanno imposto al resto della popolazione e delle attività economiche.

Adesso arriva la conferma che i piagnistei di Confindustria erano solo strumentali, dunque rivoltanti.

A gennaio 2021 la produzione industriale in Italia, infatti, è aumentata del 1% rispetto a dicembre dello scorso anno. Secondo i dati pubblicato ieri dall’Eurostat – l’ufficio statistico dell’Unione Europea – il dato di gennaio positivo segue quello di dicembre, in cui la produzione industriale cresceva appena un po’ meno, dello 0,2 per cento.

Il dato di gennaio è in ogni caso in calo rispetto ad un anno fa, ma appena del 2,4 per cento; la dimensione che ci si aspetta per una normale oscillazione congiunturale, non certo come risultato di mesi di lockdown. Si vede che per l’industria, quei lockdown, non ci sono stati, che i lavoratori hanno continuato ad andare in fabbrica, su mezzi pubblici necessariamente affollati (visto che non ci si era fermati), e dunque esposti per mesi al contagio e a loro volta veicoli per il virus.

Ma dappertutto, in Europa, è avvenuta la stessa cosa. Segno che si tratta di una “linea generale”, non della particolare arrendevolezza della classe politica italiana davanti alle pretese dell’impresa. In generale, infatti, la produzione industriale è aumentata a gennaio 2021 dello 0,8% nell’area dell’euro e dello 0,7% in quella UE, rispetto a dicembre 2020.

L’industria manifatturiera quindi, nonostante la pandemia, i morti, i contagiati e le restrizioni, è rimasta tra i comparti più attivi. Mentre altri, come i servizi, ristorazione o del turismo, sono stati molto colpiti dall’impatto della pandemia da Covid-19.

I “prenditori” si sono arricchiti nonostante la pandemia, ma non vogliono sentirselo dire. Dovrebbero abbassare le ulteriori pretese che intendono imporre...

Tutto al contrario è andato per i lavoratori. Un calo dell’occupazione “senza precedenti” è stato registrato nel mercato del lavoro nel 2020 dall’Istat. Sono 456 mila i posti di lavoro andati persi, per la maggior parte contratti a termine. Contestualmente, si registra una forte diminuzione della disoccupazione (-271 mila, -10,5%) e un intenso aumento degli “inattivi” (disoccupati che hanno perso anche la speranza di trovare un lavoro) tra 15-64 anni (+567 mila, +4,3%).

Il calo dell’occupazione coinvolge soprattutto i dipendenti a termine (-391 mila, -12,8%) e, in minor misura, gli indipendenti (-154 mila, -2,9%); il lavoro dipendente a tempo indeterminato mostra invece una crescita (+89 mila, +0,6%).

La diminuzione investe il lavoro a tempo pieno (-251 mila, -1,3%) e, soprattutto, il part time (-205 mila, -4,6%); la quota di part time involontario, inoltre, sale al 64,6% (+0,4 punti) dell’occupazione a tempo parziale (la quota calcolata sul totale degli occupati scende all’11,9%, -0,3 punti, per effetto del più forte calo dei lavoratori part time).

Non sta andando per niente “tutto bene”. Ma come sempre va bene per qualcuno (in questo caso gli industriali), mentre per moltissimi altri è un disastro (lavoratori e piccole aziende dei servizi).

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11/09/2020

USA - La miseria interna è drammatica e in crescita

“Stai meglio ora rispetto a luglio?” si domanda Paul Krugman in un intervento sul «New York Times» che qui abbiamo tradotto, approcciandosi criticamente all’ottimismo suscitato da una superficiale lettura dei dati economici di agosto.

Il gioco di parole “intraducibile” del titolo originale parla di “miseria interna lorda”, un inusuale rapporto tra uno dei principali parametri economici, ovvero il Prodotto Interno Lordo, e la miseria interna.

Decostruendo i dati, l’economista distingue tra i valori “positivi” delle azioni in borsa – in rialzo – e la vita reale delle persone – in via di peggioramento – per poi analizzare nel dettaglio il dato quantitativo e quello qualitativo dell’occupazione americana e la vulnerabilità di una parte importante della popolazione statunitense.

Ne risulta una immagine allo stesso tempo paradossale e impietosa: le borse salgono, ma i posti di lavoro recuperati sono poco più di un decimo di quelli persi da febbraio, la fine di misure di sostegno adeguate “estinte” a fine Luglio ha peggiorato la situazione ed i posti di lavoro creati sono andati ad appannaggio della fascia alta delle working class.

In sintesi: “chi ha davvero bisogno del lavoro non lo trova affatto”, afferma Krugman, che si lancia in una previsione verosimile secondo cui le cose non miglioreranno nel prossimo report, l’ultimo prima delle elezioni di inizio novembre.

L’istantanea dell’opinionista mostra l’allargarsi della forbice tra una economia virtuale in crescita ed una reale al collasso ed annichilisce così la visione entusiastica di Trump.

Megan Green sul «Financial Times» è dello stesso avviso ed afferma che l’economia statunitense sta avendo “un momento Wile E Coyote”, usando una metafora tratta dal celebre cartone animato della Looney Tunes in cui lo sfortunato animale in perenne inseguimento dell’irragiungibile Road Runner si accorge ad un certo momento di essere sospeso a mezz’aria, in procinto di cadere dal precipizio, non essendosi accorto – nella foga dell’inseguimento sullo sfondo dei Canyon – di non avere più terreno sotto i piedi.

Fino a che non si guarda in basso, quindi, la situazione è eccellente.

Il numero di persone che hanno perso il lavoro ad agosto è pari a 3,4 milioni, il dato maggiore dal 2013, quando quattro big companies (American Airlines, Boeing, Raytheon e Coca Cola) annunciarono il taglio di 200 mila posti di lavoro, le statistiche “positive” includono lavori temporanei che spariranno ad ottobre, quasi 240 mila, riporta l’articolo del «Financial Times».

L’importante è non guardare in basso, dicevamo.

Un altro dato interessante è la possibile scomparsa di una fetta importante di ceto medio costituito dalle piccole imprese che ora si trova senza copertura di prestito federale, estinta ad inizio agosto. Circa metà della forza lavoro negli USA è impiegata presso queste piccole imprese, di cui il 5% è previsto chiuderà i battenti nei prossimi 6 mesi, e ben un quarto del totale si aspetta un qualche aiuto finanziario per sopravvivere, alla faccia della fine dell’intervento statale in economia.

In sintesi senza l’ossigeno fornito da un intervento federale anti-ciclico un quarto dello small businnes rischia di chiudere, trascinando con se un ottavo della forza lavoro complessiva ed infinite imprecazioni contro la “mano invisibile” del mercato.

Anche il «Newsweek» mostra il lato oscuro della Luna: “l’agenzia ha affermato che coloro che hanno definitivamente perso il lavoro sono aumentati di 534.000 unità ad agosto. Questo porta il totale a livello nazionale a 3,4 milioni, con un aumento di 1,3 milioni da febbraio di quest’anno”.

Elise Gould, senior economist al Economic Policy Institute, ha affermato commettando il report: “è chiaro che lo stato di malessere non è per nulla finito per milioni di lavoratori e le loro famiglie in tutta la nazione”.

Nei piani alti di quella che tre analisti di Citigroup avevano definito “Plutonomy” le cose però vanno, invece. alla grande.

Durante la pandemia 467 pluri-miliardari hanno aumentato le loro ricchezze di 800 miliardi di dollari.

Per ora questa crisi sistemica non sembra scalfire i guadagni delle Corporations grazie alla stregoneria finanziaria e allo sfruttamento intensivo della forza lavoro, ed alcune rendite di posizione monetaria e geopolitica mantenute dagli USA nel mondo.

Le affermazioni di Musk, uno dei miliardari di questa plutocrazia-imprenditoriale, sul fatto che il big business farà i colpi di stato necessari per mantenere la propria posizione sul mercato è indicativa di cosa sia disposta a fare questa classe che sta trattando la propria forza lavoro come carne da macello ed il resto del globo terraqueo come “terreno di conquista” al pari di un gigantesco far-west!

Ma anche la “Great Economy” pre-pandemica di cui vagheggia Trump non era certo l’età dell’oro. Metà degli statunitensi campavano tra uno stipendio e l’altro, il 40% degli adulti non avevano 400 dollari per una emergenza. Si tratta di 87 milioni di persone – nel mentre aumentate – che non avevano e non possedevano una sufficiente copertura sanitaria, mentre 41 milioni lavoravano per meno di 15 dollari l’ora.

Ma adesso è peggio.

Gli USA sono vicini alla soglia psicologica dei 200 mila decessi per Covid-19 – all’oggi sono più di 194 mila – tra un quarto ed un quinto di quelli registrati su scala mondial, ed hanno superato i 6 milioni e mezzo di contagiati, con un tasso di crescita che, se diminuito rispetto al picco precedente, con l’apertura delle scuole potrebbe risalire.

L’amministrazione Trump ha ben pensato di nominare alla task force preposta alla gestione della situazione il dottor Scott Atlas, un collaboratore dell’emittente filo-repubblicana Fox News e neuro-radiologo della conservatrice Hoover Institution di Stanford, senza alcuna esperienza in epidemiologia o malattie infettive. Atlas è al centro di un nuovo, schiacciante, rapporto del «Washington Post» intitolato: “Il nuovo consigliere pandemico di Trump promuove la controversa strategia di ‘immunità del gregge’, preoccupando i funzionari della sanità pubblica”. Si configura così uno dei volti del fascismo statunitense.

Alla fine che sia il “genocidio economico” delle classi subalterne o la loro morte per contagio, poco conta, la filosofia che guida trasversalmente la classe dirigente è la stessa. Forse quello che preoccupa di più l’establishment è la scomparsa della classe media, tradizionale vettore di consenso dell’american way of life. Non sorprende che l’odio di questa classe “di mezzo” sia indirizzato contro le mobilitazioni di Black Lives Matter e venga fomentata la difesa manu militari di una ricchezza minacciata più dal grande capitale che dai riot urbani scoppiati in occasioni dei vari omicidi polizieschi. È il fascismo americano, nudo e crudo.

L’importante è non guardare in alto, potremmo dire, per scoprire chi sia il vero responsabile dell’immiserimento crescente di quella che era la middle class.

Nella lunga fase crepuscolare di questo declinante impero, due tendenze sembrano oscurare un orizzonte abbastanza cupo: attrezzarsi per saper rispondere alla violenza delle milizie armate dei suprematisti bianchi, l’emergere di un “nuovo movimento operaio” e la ripresa di una cultura socialista nord-americana che in più momenti della sua storia ha avuto un ancoraggio di massa.

Siccome comunque rifuggiamo le narrazioni consolatorie e le utopie idealistiche, vorremo fare nostro parafrasando un monito di un meme a suo modo geniale: non vorremmo preoccupare nessuno, ma Mad Max è ambientato nel 2021.

Buona lettura.

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“Stai meglio ora rispetto a luglio?”

Paul Krugman - New York Times

In teoria, questa non dovrebbe neanche essere una domanda. Dopotutto, le azioni sono in rialzo; l’economia è aumentata di un milione di posti di lavoro ad “agosto” (spiegherò le drammatiche virgolette in un secondo momento); stime preliminari suggeriscono che il PIL sta aumentando nel terzo trimestre, il quale termina questo mese.

Ma il mercato azionario non è l’economia. Più della metà delle azioni sono di proprietà dell’1% degli americani, mentre la metà più povera della popolazione statunitense ha in mano solo lo 0,7% del mercato.

Al contrario, il lavoro e il PIL sono più o meno l’economia. Ma non sono il punto focale dell’economia. Quello che gli economisti e alcuni politici dimenticano spesso è che l’economia non è fatta di statistiche, ma di persone. Mi piacciono le statistiche allo stesso modo, o forse un po’ di più della persona comune. Ma il successo di un’economia non dovrebbe essere giudicato da statistiche impersonali, ma dal miglioramento delle vite delle persone. E semplicemente, le vite di milioni di americani nelle ultime settimane sono peggiorate.

Ovviamente, questo è vero per i circa 30mila americani morti di Covid ad agosto – paragonati ai 4000 dell’Unione Europea, che ha una popolazione più grande – più un grande seppur sconosciuto numero di nostri concittadini che hanno subito danni di lungo corso alla salute. Badate bene che il numero giornaliero di nuovi casi di coronavirus, che stava declinando, si è ora stabilizzato. Tra il Labor Day (primo lunedì di settembre) e le riaperture scolastiche, c’è una probabilità abbastanza buona che la situazione del virus possa peggiorare.

Ma le cose sono già peggiorate per le milioni di famiglie che hanno perso la maggior parte del proprio reddito per via della pandemia e non l’hanno ancora recuperato. Per i primi mesi della depressione pandemica moltissimi di questi americani tiravano a campare grazie ai sussidi federali. Ma alla fine di luglio ne è stata tagliata la maggior parte, e nonostante un aumento nel tasso di occupazione stiamo assistendo ad un innalzamento della miseria nazionale.

Parliamo quindi del resoconto sull’occupazione.

Una cosa importante da tenere a mente riguardo alle statistiche mensili sul lavoro è che sono basate su studi condotti durante la seconda settimana del mese. È per questo che ho usato quelle virgolette spaventose attorno ad “agosto”: quel che il rapporto di venerdì ci mostra è una fotografia dello stato del mercato del lavoro al 12 agosto circa.

Questo potrebbe essere importante. Dati privati sostengono un rallentamento nella creazione di nuovi posti di lavoro dalla fine di luglio. Quindi il prossimo rapporto sull’occupazione, che sarà basato su dati raccolti questa settimana – e sarà probabilmente l’ultimo rapporto prima delle elezioni – si dimostrerà forse (non certamente) peggiore dell’ultimo.

In ogni caso, il rapporto di agosto non era buono considerando il contesto. In tempi normali, 1,4 milioni di nuovi lavori sarebbero considerati un successo, pure se alcuni di questi fossero una deviazione temporanea associata al dato. Ma abbiamo comunque 11 milioni di posti di lavoro in meno rispetto a febbraio.

E la situazione rimane dura per i lavoratori più colpiti. Il crollo causato dalla pandemia si è abbattuto sproporzionatamente sui lavoratori dei settori dei servizi ricettivi – pensate alla ristorazione – dove il tasso di occupazione è ancora giù del 25%, mentre il numero di disoccupati è arrivato a toccare il 20%, quattro volte di più rispetto all’anno scorso.

In parte a causa di dove si è concentrata la rottura, i disoccupati tendono ad essere lavoratori che guadagnavano salari bassi già prima dello scoppio della crisi. E un fatto inquietante è che il salario medio è aumentato. No, non è un refuso: se i lavoratori poco pagati fossero riassunti oggi, ci aspetteremmo che i salari si abbassino di nuovo, così come è accaduto con il rimbalzo di maggio e giugno. L’aumento dei salari medi è un segno che chi ha davvero bisogno di un lavoro in questo momento non lo trova affatto.

Quindi l’economia sta bypassando chi davvero ha bisogno di una ripresa.

Al contrario l’ancora di salvezza che permetteva temporaneamente il sostegno delle vittime del coronavirus è venuta meno.

Il CARES Act, approvato a marzo, ha dato ai disoccupati 600 dollari in più a settimana in sussidi. Questo supplemento ha giocato un ruolo cruciale nel limitare disagi estremi; la povertà potrebbe addirittura essere scomparsa in quel lasso di tempo.

Ma il supplemento è terminato il 31 luglio e sembra che i Repubblicani al Senato non vogliano ripristinarlo prima delle elezioni. Il tentativo del Presidente Trump di aggiungere un extra di 300 dollari a settimana per ordine esecutivo fallirà nel raggiungere molti e sarà inadeguato per i pochi che ne avranno beneficio. Le famiglie avranno pure potuto campare per qualche settimana esaurendo i risparmio sotto al materasso, ma adesso le cose si fanno pesanti per milioni di persone.

La morale è che prima di citare valori economici, devi pensare a quello che valgono per le persone e per le loro vite. I dati certamente non sono senza senso: un milione di posti di lavoro in più è meglio di uno in meno e il PIL che cresce è meglio del PIL che scende. Ma c’è spesso una contraddizione fra i numeri da titolo di giornale e la realtà della vita americana, ed è particolarmente vero ora.

Il fatto è che questa economia non sta funzionando per niente per tantissimi americani, che stanno vivendo un momento terribile il quale – grazie alle decisioni di Trump e dei suoi alleati – va peggiorando sempre di più.


(traduzione a cura di Tiziano di Giuseppe)

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07/07/2020

Venditori di fumo

Ogni giorno veniamo bombardati da una serie di notizie, provenienti dai vari mezzi di informazione, che dovrebbero fornirci gli strumenti per orientarci nel marasma di una situazione economica e sociale, già preoccupante da prima, figuriamoci ora con l’effetto moltiplicatore del Covid.

L’informazione viaggia però su linee che spesso si discostano poco le une dalle altre – parliamo di sostanza, non di titoli ad effetto – e il risultato è che viene proposta una lettura sui vari argomenti che risponde più alla necessità di sostenere una tesi precostituita piuttosto che fornire chiavi di lettura adeguate alla realtà delle cose.

In questi giorni ci è capitato spesso di imbatterci in operazioni del genere e crediamo utile metterle in evidenza per tentare di sottrarci ad un dibattito basato sul niente e cercare di formarci un’opinione il più possibile aderente alla realtà.

Il primo caso che ci aveva colpiti ha riguardato l’annosa questione del reddito di cittadinanza, spesso indicato come la realizzazione del premio per i nullafacenti, trascurando il fatto reale rappresentato dalla massa sempre crescente di persone povere o in prossimità di povertà.

Il titolo lanciato dai maggiori quotidiani citava il giudizio formulato dalla Corte dei Conti che dichiarava sostanzialmente fallito l’obiettivo che tale misura si proponeva.

Il primo pensiero è stato che si intendesse dire che tale misura era insufficiente nelle quantità erogate, o magari nel numero di persone che ne avevano beneficiato, salvo poi scoprire che la critica al provvedimento era relativa al fatto che solo il 2% dei percettori avevano poi trovato un lavoro; da qui poi discendeva una critica al ruolo dei “navigator” pagati per non fare nulla.

Quindi si sostiene che non funzionano i centri per l’impiego, e quindi se non c’è lavoro, quando c’è è precario, sottopagato, sfruttato e cottimizzato, non funziona neanche un timido meccanismo di sostegno alle persone in difficoltà, pur sapendo che tale misura, ben più ampia e strutturata, esiste in tutta Europa.

E, di grazia, quando è apparso con tutta questa enfasi lo stato vergognoso dei centri per l’impiego?

Forse un po’ di numeri aiutano a capire meglio la situazione, ma soprattutto a riconoscere, nel piagnisteo di chi si lamenta dell’inefficiente sistema di ricollocazione al lavoro della sempre crescente massa di disoccupati, inoccupati e precari, l’ipocrisia di chi sa benissimo come stanno le cose ma se ne ricorda quando fa comodo.

Bene, in Italia ci sono circa 8.000 dipendenti dei centri per l’impiego, in Francia 54.000 mentre in Germania il numero sale a 110.000. La Germania spende per ogni disoccupato la somma di € 3.700, la Francia € 1.300 e l’Italia “ben” € 100.

Quindi non è il reddito di cittadinanza a impedire l’incontro tra disoccupati e lavoro, ma l’accoppiata devastante tra un’economia che arranca e una struttura inadeguata da sempre, mai affrontata in modo adeguato, neanche negli anni tremendi della crisi del 2008. Ma fa più comodo raccontarla diversamente.

E che dire dell’altro colpo di genio che ha visto la stampa nazionale distinguersi in una scoperta degna del più navigato degli investigatori?

Hanno consegnato al Paese la madre di tutte le rivelazioni: il Covid è il responsabile del blocco dell’”ascensore sociale”.

Stupiti e basiti ci siamo dovuti rimangiare le nostre convinzioni: non è il modello liberista che determina l’aumento esponenziale delle disuguaglianze, non è la guerra nei confronti delle conquiste sociali che stanno facendo arretrare il paese, costringendo a salti mortali per fronteggiare le difficoltà in campo economico, sanitario e abitativo.

Non è neanche la speculazione finanziaria che se ne frega del fatto che la domanda interna sia bloccata... no, è la pandemia!

Se non fosse da piangere ci sarebbe da ridere. Sappiamo solo che per continuare a vivere in mezzo a frescacce travestite da verità serve la pazienza di Giobbe e la memoria di un elefante.

Per fortuna siamo ben forniti di entrambe.

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25/06/2020

I numeri parlano chiaro: la disoccupazione diminuisce, cioè aumenta

Cosa sta succedendo nell’economia e nel mercato del lavoro italiano durante la crisi, l’ennesima, innescata dal Covid-19? Cosa possiamo attenderci dai prossimi mesi? Il peggio è passato o la recessione deve ancora pienamente manifestarsi? La consueta nota mensile dell’ISTAT sul mercato del lavoro ha certificato, a inizio giugno, gli effetti drammatici che il lockdown ha già avuto sull’economia italiana. Riteniamo importante fare un po’ di chiarezza su questi dati e provare a immaginare cosa potrà accadere nei prossimi mesi, anche alla luce delle misure finora messe in campo dal Governo.

Guardando ai disoccupati e al tasso di disoccupazione si rischierebbe infatti di cadere in un grossolano errore. Abbiamo letto sui giornali che il tasso di disoccupazione di aprile (6,3%) si è ridotto del 3,9% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente (10,2%) e dell’1,7% rispetto a marzo (quando si attestava all’8%): insomma, tra marzo e aprile i disoccupati sarebbero diminuiti di ben 484 mila unità. Parrebbe, dunque, che la disoccupazione sia diminuita, ma questo cozza frontalmente con la logica della crisi e con quanto osserviamo tutti nella quotidianità. Come si spiegano questi dati e cosa possono permetterci di concludere? Facciamo un po’ di chiarezza su numeri e concetti.

Si definisce disoccupato un individuo che ha attivamente cercato lavoro o che sarebbe disposto fin da subito a lavorare. Non tutti coloro che non lavorano, dunque, sono disoccupati: la ricerca attiva di un’occupazione è la caratteristica necessaria per essere definito disoccupato. Esiste, infatti, un’altra categoria che rappresenta situazioni individuali variegate e che è opportuno tenere in considerazione, tanto più in situazioni di crisi e incertezza come quella attuale: gli inattivi. Sono inattivi, secondo l’ISTAT, gli individui che non fanno parte della forza lavoro, ossia coloro che non sono né occupati né disoccupati. Gli inattivi si dividono a loro volta in due gruppi: quelli in età non lavorativa – ossia studenti sotto i 15 anni e anziani over 64 (circa 20 milioni di persone in totale) – e quelli in età lavorativa, circa 13 milioni di persone. Tra questi ultimi, quelli che ci interessano maggiormente, troviamo peraltro anche i cosiddetti scoraggiati (circa 3 milioni), vale a dire persone che vorrebbero lavorare, ma hanno perso la fiducia circa la possibilità di trovare un impiego e quindi decidono di non cercarlo affatto.

Ad aprile si sono registrati, rispetto a marzo, 746 mila inattivi in più in Italia: si tratta di una crescita imponente. In aggregato, è facile dedurre che la riduzione dei disoccupati di aprile (-484 mila) si sia tradotta principalmente in una crescita dell’inattività. I disoccupati, in altre parole, sono diventati inattivi poiché hanno interrotto la loro attività di ricerca di un impiego a fronte della chiusura delle attività imposta dalla pandemia. La condizione di inattivo si lega, in maniera pericolosa e non sempre chiara, con un altro fenomeno, la disoccupazione di lunga durata. Spesso chi cerca lavoro da molto tempo, ed è dunque un disoccupato di lunga durata, vive una condizione a forte rischio di marginalità sociale tanto da diventare inattivo, cioè tanto da perdere le speranza di trovare un lavoro e rinunciare a cercarlo. L’aumento degli inattivi in età di lavoro, dunque, deve preoccupare e non poco poiché segnala un netto peggioramento non solo delle condizioni di vita, ma anche delle aspettative dei lavoratori.

Questa volta, inoltre, c’è qualcosa di più: come si spiega, infatti, la differenza tra il dato degli inattivi (+746 mila) e quello dei disoccupati (-484 mila)? Semplice: lo si spiega con la contestuale riduzione dell’occupazione. I dati destagionalizzati di aprile segnano, infatti, una caduta drammatica degli occupati: 274 mila in meno rispetto a marzo, che diventano 398 mila rispetto a febbraio. Nei primi due mesi dell’emergenza COVID quasi 400 mila persone hanno perso il lavoro. Possiamo ragionevolmente ipotizzare che in aggregato coloro che hanno perso il lavoro ad aprile (274 mila individui) non abbiano neanche tentato di trovarne uno nuovo, transitando direttamente verso l’inattività senza passare per lo status di disoccupati.

In definitiva, la riduzione dei disoccupati e della forza lavoro (dovuta alla contemporanea riduzione di occupati e disoccupati) ha fatto sì che si riducesse anche il tasso di disoccupazione, senza che ciò significhi un miglioramento della situazione del mercato del lavoro, anzi. Il tasso di disoccupazione, infatti, corrisponde al rapporto tra disoccupati e forza lavoro e, anche alla luce di quanto detto circa l’inattività, rappresenta una statistica non del tutto soddisfacente a delineare la situazione complessiva del mercato del lavoro.

Siamo consapevoli che questa sia una condizione quasi fisiologica in una fase come quella che abbiamo vissuto: durante la quarantena, con l’impossibilità di uscire di casa e le attività produttive in gran parte chiuse, la stessa attività di ricerca di un impiego era praticamente impedita e sicuramente vana. Tuttavia, questa riflessione ci serve più che altro a tratteggiare i confini di una condizione di pericolosa precarietà per i lavoratori che si trovano a scontare gli effetti più duri della crisi economica. Una condizione che la crisi aggrava, ma che per certi versi affonda le sue radici in anni e anni di accanimento legislativo contro i diritti dei lavoratori.

Infatti, se andiamo più nel dettaglio, ci accorgiamo di come tra gli occupati che hanno perso il lavoro, il 47% avesse un contratto di lavoro dipendente a tempo determinato, il 27% un contratto a tempo indeterminato e il 25% erano lavoratori indipendenti. La maggior parte delle cessazioni dei rapporti hanno quindi riguardato la fascia contrattuale meno tutelata sia rispetto ai licenziamenti sia rispetto ai sussidi di disoccupazione. Per quanto riguarda i dipendenti a termine, si tratta in buona parte di mancati rinnovi contrattuali che, potenzialmente, hanno riguardato molti individui che non avevano ancora maturato il diritto alla NASPI (il sussidio alla disoccupazione) e che si sono trovati, improvvisamente, senza lavoro e senza nessuna forma di sussidio e di reddito. Una situazione che, ancora una volta, sottolinea gli effetti nefasti per i lavoratori del processo di deregolamentazione del lavoro e di attacco ai diritti acquisiti in anni di lotte.

A tutto questo dobbiamo aggiungere che, secondo i dati INPS, al 21 di maggio i beneficiari potenziali complessivi di Cassa Integrazione (CIG) ammontano a 7,7 milioni, che si dividono tra CIG ordinaria, CIG in deroga e assegno ordinario (FIS). Pur non lavorando, questi risultano statisticamente occupati poiché, formalmente, il loro rapporto di lavoro con il datore non si è interrotto. Certamente alcuni di loro torneranno ad essere occupati a tutti gli effetti una volta terminata la crisi, ma cosa succederà a tutti quei lavoratori delle aziende che non sopravviveranno alla crisi? Che il quadro sia fosco viene confermato addirittura da Federmeccanica, l’associazione degli industriali metalmeccanici, che prevede tagli del personale per un terzo delle imprese.

I lavoratori in sofferenza dunque sono molti più di quelli che un semplice sguardo ai dati aggregati potrebbe far pensare. Il blocco dei licenziamenti, in vigore fino al 17 agosto, ha posto per fortuna un argine a effetti ancora più drammatici ma, senza un reale sforzo economico per rimettere in moto l’economia è più che legittimo temere che alla scadenza di questo divieto tra mancati rinnovi dei contratti a termine e licenziamenti, andremo incontro a una disoccupazione di massa come mai sperimentata fino ad oggi.

Mentre le istituzioni europee continuano imperterrite la propria propaganda basata su cifre tanto astronomiche quanto fasulle e il Governo perde tempo tra Piano Colao e Stati Generali, rilanciando vecchie ricette ormai stantie, l’emergenza sociale sta montando nel paese e con la fine del blocco dei licenziamenti e della Cassa Integrazione non potrà che aggravarsi ulteriormente.

L’aumento degli inattivi e la riduzione degli occupati rappresentano la violenza subita dalla classe lavoratrice in questi mesi, l’esercito industriale di riserva che manterrà i salari a livelli bassissimi per gli anni a venire e il segno della povertà che dilagherà, se non si mette in discussione il modello neoliberista intorno a cui è organizzata la nostra società. La propaganda europeista e governativa ci racconta, dati alla mano, che la situazione sta gradualmente migliorando: quei dati, letti correttamente, mostrano tuttavia che siamo in una situazione drammatica. Per uscirne dobbiamo cambiare il sistema alla radice.

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04/06/2020

Disoccupate le strade del mondo, e anche d’Italia...

Il governo Conte aveva provato a metterci una pezza legale, vietando i licenziamenti durante il periodo di emergenza Covid-19 e assicurando alle imprese la cassa integrazione straordinaria per tutti (bisogna ricordare che la cig è una misura “salva-imprese”, che solo indirettamente aiuta i lavoratori dipendenti assicurando loro un reddito e il mantenimento del posto di lavoro).

Ma non esiste legge che possa tenere in piedi aziende che non hanno più un’attività.

E dunque l’Istat, nel mese di aprile (poi arriverà anche maggio, e naturalmente la situazione sarà più grave) ha registrato una diminuzione dell’occupazione dell’1,2%, pari a - 274mila unità. In un solo mese e con quella “protezione” in vigore...

Il fenomeno ha riguardato più le donne (-1,5%) che gli uomini (-1), sia i dipendenti (-1,1%) che gli autonomi (-1,3%).

Di conseguenza il tasso di occupazione (il rapporto tra occupati e popolazione in età da lavoro) è sceso al 57,9% (-0,7 punti percentuali).

Che qualcosa non quadri nei criteri statistici lo si comincia a sospettare quando si arriva ai dati sulle persone in cerca di lavoro. Nonostante l’occupazione diminuisca, diminuisce anche la quantità della domanda di lavoro: -20,4% pari a -497mila.

Siamo tutti diventati “sfaticati” che non hanno voglia di lavorare? Difficile crederlo...

Questo dato determina invece una situazione del tutto inattendibile, con il tasso di disoccupazione che addirittura crolla al 6,3%!

Ma come? Molte aziende chiudono, molta gente rimane per strada senza lavoro, altri smettono addirittura di cercarlo... e la disoccupazione ufficiale scende invece di salire?

E qui viene fuori il meccanismo deformante che domina i criteri statistici nell’occidente capitalistico. Dove in pratica si distingue tra “disoccupati” e “inattivi”. Tutta gente senza un lavoro, ma che si differenzia solo per una cosa: se lo stanno cercando (iscrivendosi a qualche tipo di ufficio di collocamento o agenzia), oppure ci hanno rinunciato.

In questo caso la contraddizione tra dati e realtà è così evidente da saltare agli occhi, ma è sempre stato così.

In Italia, a fine aprile, abbiamo avuto una crescita stratosferica degli “inattivi” (o “rassegnati”): +5,4%, ovvero 746.000 persone (più donne che uomini). E questa disgrazia si traduce – “statisticamente” – in un dato che in teoria dovrebbe testimoniare della buona salute del mercato del lavoro, ovvero la diminuzione della disoccupazione ufficiale.

Uscendo dalle percentuali e dai trucchi, la realtà si rivela immediatamente in tutta la sua drammaticità: i senza lavoro sono 16 milioni e 121mila (14.578.000 “inattivi” più 1.543.000 “disoccupati”). Mentre gli occupati scendono a 22 milioni e 881mila.

Oltre il 40% della popolazione in età da lavoro (altro trucco statistico: fino a 64 anni, con la legge Fornero che ha spostato l’età pensionabile a 67...).

Vi sembra una situazione “tranquillizzante”?

Il rapporto dell’Istat: CS_Occupati_disoccupati_APRILE_2020

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Chi sta manovrando le piazze della destra?

Quanto si è palesato per le strade della Capitale il giorno della Festa della Repubblica va compreso molto bene, oltre quello che i media mainstream pompano oltre ogni ritegno.

L’idea che viene diffusa a piene mani è quella che il governo Conte debba mettere fine alla sua esistenza ed essere sostituito da un governo di unità nazionale – magari guidato da Draghi – per gestire la crisi economica e l’emergenza sociale che ne sta derivando. L’attuale esecutivo, reso poco credibile dalla presenza del M5S, non viene ritenuto adatto allo scopo e già da mesi veniva evocato Draghi come salvatore della Patria.

Paradossalmente su questo obiettivo convergono La Repubblica o il gruppo Cairo e la destra, la Confindustria e l’establishment europeo.

E tutti usano le piazze della destra, ma non solo, per dare l’immagine di una situazione insostenibile e che richiede un cambio di governo, già evocato prima dell’emergenza coronavirus e congelato proprio a causa della pandemia. Ma adesso che le restrizioni sono finite o ridotte, che la stessa percezione del pericolo viene relativizzata in mille modi (dai luminari della sanità privata ai fomentati del basta mascherine), il conto alla rovescia per il governo Conte ha acquistato velocità.

Che il clima politico e sociale in Italia sia rovente e che sia già conclusa la fase “unitaria dovuta all’emergenza Covid-19” lo ha notato rapidamente la stampa tedesca. Il 2 giugno, nota la Sueddeutsche Zeitung, “di norma non si protesta, ma questa volta la destra e i Gilet arancioni sono scesi in piazza per manifestare contro il governo e la sua gestione della crisi”.

Nella manifestazione della destra istituzionale lungo via del Corso, Forza Italia si è sentita un po’ tirata per i capelli dagli alleati Lega e Fratelli d’Italia ed è stata costretta a stare in piazza, ma lo giustifica come un tentativo di contenere la rabbia che sale nel paese. Lo ha spiegato Mariastella Gelmini, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, intervenendo ad “Agorà” su Rai Tre. “Certo a Roma qualche assembramento c’è stato, credo fosse inevitabile: ma come Forza Italia abbiamo avuto una grandissima attenzione e credo che lo stesso abbiano fatto i nostri alleati”, ha detto, spiegando che la volontà “era quella di rappresentare un’alternativa e non far scivolare il paese nel ribellismo o nella rabbia, sentimenti che ci sono: noi invece vogliamo rappresentare un’alternativa repubblicana al governo Conte”.

Ma le marce su Roma del 2 giugno, hanno trovato una visibilità enorme anche sui media “liberal” come quelli del gruppo Fiat/La Repubblica o La 7. Non solo quelle della destra istituzionale, ma anche quella della deep society, un fenomeno grigio, tendente al nero, che ha trovato nelle restrizioni sanitarie dovute alla pandemia un fattore detonante e che ha individuato nell’ex generale dei carabinieri Pappalardo il suo totem. “Siamo stati costretti a vivere nelle nostre abitazioni come reclusi mentre mascalzoni vendono il nostro paese alle potenze straniere. Mussolini durante la marcia su Roma non l’ha fermato nessuno, ma a noi ci vogliono fermare, hanno fermato i nostri pullman per non farci manifestare” ha detto il generale e leader dei Gilet arancioni Antonio Pappalardo dal palco di piazza del Popolo, dove ha replicato la manifestazione senza mascherine di Milano una settimana fa.

Ma questo movimento non ha trovato il gradimento dei neofascisti più strutturati. Uno dei caporioni di Casa Pound ha liquidato le sortite del generale Pappalardo come “una supercazzola”.

La settimana scorsa poi c’era stata la gazzarra in piazza organizzata da un raggruppamento che si definisce “Marcia su Roma”, evocando quella delle camice nere all’inizio del ventennio fascista. Anche questa, nonostante i numeri ridottissimi, aveva trovato ampia amplificazione in modo decisamente trasversale.

Infine l’offensiva della destra sulla Capitale sembra non essersi ancora conclusa. Come riferiamo in altra parte del giornale, il prossimo appuntamento lo stanno indicando alcuni settori degli ultras di varie curve in fortissimo odore di estrema destra.

Insomma, l’immagine che restituiscono queste piazze piene di risentimento sociale non vanno però oltre la declinazione degli interessi di precisi settori sociali penalizzati dalla recessione prima e dal lockdown poi: commercianti, artigiani, partite Iva, piccoli esercenti, ambulanti, fornitori di servizi marginali con un piede dentro e uno fuori le regole. Cioè di tutti coloro che non avevano l’autonomia economica per reggere a lungo neanche prima dell’emergenza sanitaria e che oggi hanno prospettive ancora più incerte. Dietro di loro soffiano sul fuoco gli interessi ben strutturati in Confindustria che punta a fare rubamazzo degli aiuti di Stato e di quelli europei.

Da queste piazze mancano ancora i lavoratori dipendenti pubblici e privati, gli operatori sanitari passati nelle trincee dell’emergenza pandemica, i disoccupati veri e propri. Da troppi anni questi interessi materiali hanno perso la loro rappresentanza politica organizzata. In parlamento e nel paese non ci sono più i “partiti dei lavoratori”, ci sono solo quegli altri.

Sta in questa assenza il buco da riempire e rapidamente. La lotta di classe, che qualcuno voleva liquidata, oggi infuria più feroce di prima, ma una delle parti in conflitto combatte con entrambe le mani legate dietro la schiena, viene continuamente imbrigliata in discorsi che ne confondono identità e coscienza sociale e ne indeboliscono le potenzialità.

Le piazze della destra preoccupano ma vengono strumentalizzate in modo trasversale. È urgente che altre piazze si manifestino creando un dualismo di interessi sociali e di potere politico. Arrivare ai passaggi decisivi dei prossimi mesi (a cominciare dalla Legge di Stabilità che disegnerà le priorità sociali) non con le mani legate, ma con le mani pienamente disponibili, potrebbero essere non solo utile ma indispensabile.

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