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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/06/2026

Con Il PNRR aumenta il vincolo esterno. Una “garrota” della Ue da cui liberarsi

Quando si parla, spesso a casaccio, dei fondi del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) si parla di una cifra intorno ai 200 miliardi che l’Italia avrebbe ricevuto dell’Unione Europea per “far ripartire il paese” dopo lo shock della pandemia di Covid-19 tra il 2020 e il 2021.

I circa 200 miliardi (194,4 per l’esattezza) sono la somma del programma Next Generation EU destinato al nostro Paese. Ma quei fondi non sono tutti uguali. I finanziamenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ammontano a 194,4 miliardi di euro, di cui però 122,6 miliardi sono prestiti da restituire e 71,8 miliardi sono sovvenzioni a fondo perduto. Quindi il 63% è nuovo debito pubblico che dovrà essere restituito, e con gli interessi.

A certificare l’inettitudine della classe dirigente nel nostro paese, l’Italia e la Polonia sono gli unici due Stati membri della Ue per i quali la quota di prestiti (e quindi dei futuri debiti) supera quella delle sovvenzioni a fondo perduto. Al contrario, la Spagna ha incassato quasi 80 miliardi di sovvenzioni a fondo perduto contro i nostri 72, scegliendo però di non accollarsi la componente a debito.

La prima rata dei prestiti ricevuti con il PNRR – circa 11 miliardi – dovrà cominciare ad essere restituita a partire dal maggio 2033 e così sarà fino al maggio 2052. Venti anni di “cambiali” da non mandare in protesto.

I fondi europei del Next Generation Eu, dunque, non sono stati un regalo ma un prestito da restituire, e in Italia lo saranno ancora di più per la stoltezza strategica della classe dirigente.

Di Draghi e Meloni in particolare (al povero Conte non hanno fatto neanche toccare palla), anche se il primo ha molte più responsabilità della seconda nella definizione dei progetti e delle forme del finanziamento che ha ulteriormente stretto la tagliola intorno alla gola del Paese con un nuovo e più pesante vincolo esterno.

L’Italia, inoltre, è da sempre un contributore netto per l’Unione Europea. In sostanza versa a Bruxelles più di quanto riceve.

Sulle risorse ordinarie del bilancio europeo – senza contare il PNRR – l’Italia è da sempre un contributore netto. Nel 2022, ultimo anno di riferimento consolidato, ha versato circa 16,7 miliardi di euro e ne ha ricevuti 14,3, con un saldo negativo di quasi 2,4 miliardi. Ancora alla fine del 2025 il nostro Paese figurava al terzo posto fra i contributori netti dell’Unione Europea, più dell’Italia fanno solo Germania e Francia. Dunque versiamo più di quanto incassiamo.

L’unico anno in cui questa rapporto si è ribaltato è stato il 2021, in piena pandemia Covid-19, quando – per la prima volta nella storia – l’Italia è diventata beneficiaria netta con un saldo positivo di circa 8,6 miliardi nei confronti dell’Unione Europea.

Questo ribaltamento è dipeso interamente dal PNRR. Senza il Next Generation EU, anche nel 2021 l’Italia avrebbe versato a Bruxelles più di quanto riceveva.

È dunque completamente sballata la narrazione retorica secondo cui “il nostro paese riceve più di chiunque altro”. Nella storia dei rapporti tra l’Italia e la Ue questo è avvenuto una sola volta e sulla base di un provvedimento straordinario, temporaneo, in scadenza nel 2026, e composto nella sua maggioranza da un debito da restituire. Cioè un vincolo esterno ancora più forte.

Il PNRR infatti non è un “pasto gratis”: è un dispositivo di governo. I fondi vengono erogati a rate e ogni rata è subordinata al conseguimento di traguardi e obiettivi negoziati con Bruxelles.

Il piano italiano è oggi articolato in 575 fra traguardi e obiettivi. Ad oggi la Commissione europea ha versato circa 153 miliardi avendo verificato 366 obiettivi, poco più del 64%. Ogni rata arriva contro la prova di una riforma completata, di un decreto approvato, dei tempi di un cantiere raggiunti entro la scadenza prevista. Finanche del cantiere per quasi 1,5 milioni di euro per ristrutturare una scuoletta in una frazione del reatino in cui non da anni non ci sono più alunni perché è spopolata.

E qui sorgono due domande:
1) i soldi del PNRR che dovremo restituire sono stati spesi bene?
2) Questo vincolo esterno è veramente positivo o è uno strumento di controllo, strangolamento ed infine una pesante limitazione della democrazia di un paese?

L’esperienza raccontata da Yanis Varoufakis, che è stato ministro delle Finanze della Grecia massacrata dalla Troika europea nel 2015, afferma che i prestiti europei non sono mai soltanto prestiti, ma strumenti di disciplina che subordinano la sovranità di bilancio di un paese a una governance esterna: quella di Bruxelles.

Nel caso di un paese come l’Italia che cresce poco (le stime sono dello 0,5 anche per il 2026) e ha un enorme debito pubblico, la cosa si rivela ancora più pesante.

Nel 2025 il PIL dell’Italia è aumentato dello 0,5%, meno del deludente 0,7% del 2024, mentre il rapporto debito/PIL è risalito al 137,1% dal 134,7% dell’anno precedente.

È sempre bene rammentare che, quando nel 1992 sono iniziate le misure “lacrime e sangue” per abbattere il debito pubblico, il debito era allora “solo” al 105% del PIL. Oggi dopo ventiquattro anni di tagli ai servizi, privatizzazioni, blocco dei salari, aumento di imposte e tasse, è salito al 137%. È evidente che si è trattato di una strategia fallimentare che però ha devastato e ridotto la domanda interna (salari, investimenti, consumi) come leva per lo sviluppo economico.

Non solo. Negli ultimi anni la stretta monetaria della BCE ha alzato il costo del denaro per le imprese e le famiglie proprio mentre la domanda interna continuava ad indebolirsi. Ci sono poi le regole che impediscono gli aiuti di Stato che hanno limitato la capacità del governo di sostenere i settori industriali in difficoltà, ed infine i vincoli di bilancio (rafforzati nel 2012 con la modifica dell’art.81 della Costituzione, che ha introdotto l’obbligo del pareggio di bilancio, ndr) che hanno ristretto lo spazio per gli investimenti pubblici.

Lo Stato, nella dottrina competitiva interna prevista dai Trattati europei, viene ritenuto un “distorsore” del mercato e dell’iniziativa privata da tenere alla larga dall’economia, mentre si tratta del principale motore della stessa. Una politica industriale degna di questo nome richiede capacità di spesa e di indirizzo che le regole europee tendono invece a comprimere o a negare. Unica eccezione in questo schema suicida è la recente deroga sulle spese militari.

L’Unione europea imbriglia il nostro paese dentro una gabbia di vincoli che era sbagliata quando è stata pensata e del tutto inadeguata per un mondo che ormai non esiste più.

Persino un premio Nobel come Joseph Stiglitz ha scritto un intero saggio per sostenere che l’euro, così com’è stato concepito – moneta unica ma senza unione fiscale e politica – abbia danneggiato più che aiutato le economie più deboli dell’eurozona, togliendo loro gli strumenti di aggiustamento economico senza fornirne di alternativi.

Infine, a complicare le cose, oltre quelle già complicate dalla sottomissione ai vincoli imposti dall’Unione europea, sono arrivati i “cigni neri” ossia gli eventi imprevisti.

Il primo era stata la pandemia di Covid-19 nel 2020/2021 alla quale, come abbiamo visto, è stato risposto iniettando finanziamenti ai paesi europei.

I secondi sono state i doppi shock energetici dovuti alla guerra in Ucraina nel 2022 e poi a quella contro l’Iran nel 2026.

Nel rapporto sulla competitività dell’Unione presentato nel settembre 2024, Mario Draghi ha affermato che i prezzi dell’elettricità per l’industria europea sono oggi superiori da due a tre volte rispetto a quelli di Stati Uniti e Cina, e che storicamente i prezzi al dettaglio dell’elettricità nell’UE sono stati fino all’80% più alti di quelli statunitensi. Inevitabile che la produzione industriale nell’Unione Europea si sia contratta, su base tendenziale, per diciotto mesi consecutivi tra il 2023 e il 2024.

L’Italia usufruiva per quasi il 40% del gas che arrivava dalla Russia, si trattava di circa 29 miliardi di metri cubi l’anno, e il metano pesava per oltre il 40% tanto sul nostro mix energetico quanto sulla produzione di elettricità. Nessuna grande economia europea, con l’eccezione della Germania, era altrettanto esposta. E il gas russo era anche il più conveniente arrivando attraverso i gasdotti, con contratti di lungo periodo.

A causa della sanzioni adottate contro la Russia, nel 2024 il gas russo in ingresso era crollato dell’80%, a 5,5 miliardi di metri cubi, meno del 9% dei consumi. E dal 1° gennaio 2025, con la scadenza del contratto di transito attraverso l’Ucraina, anche quella residua fornitura è stata interrotta.

Il gas russo perduto è stato rimpiazzato con GNL – gas liquefatto in larga parte statunitense – e con forniture dall’Algeria e dall’Azerbaijan più costose del metano russo. Conseguenze? Nel 2024 il prezzo medio dell’elettricità alla Borsa italiana ha toccato i 108 €/MWh, contro i 78 della Germania, i 63 della Spagna, i 58 della Francia; a gennaio 2025 il prezzo unico nazionale viaggiava intorno ai 139 €/MWh, a fronte dei circa 61 registrati negli Stati Uniti.

Per riempire il vuoto dovuto allo stop del gas russo a causa delle sanzioni, l’Italia si è dissanguata per tappare una falla aperta da una crisi geopolitica e amplificata da una scelta energetica sbagliata.

Soldi pubblici evaporati per pagare la bolletta di una guerra in cui non volevamo e non dovevamo essere coinvolti. Ma nella quale l’Unione europea intende trascinarci, stringendo ancora più una garrota alla gola del paese che oltre all’austerity può portarci anche alla guerra.

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05/06/2026

Italia costretta a rimanere al palo. Ocse, Fmi e Bruxelles si mettono di traverso

Alla fine anche secondo l’ultimo Economic Outlook dell’Ocse, l’economia italiana crescerà solo dello 0,5% nel 2026, mentre “il nuovo shock energetico pesa su consumi delle famiglie, investimenti ed export”, frenando lo slancio legato all’aumento delle spese determinate dal PNRR. In pratica è la stessa valutazione sulla crescita dell’Italia fatta dalla Commissione europea.

L’Ocse, ha alzato la stima di un misero 0,1% rispetto a marzo (quando era dello 0,4) , mentre per il 2027, l’eventuale calo dei prezzi dell’energia e la riduzione dell’incertezza, permetterebbe alla crescita di posizionarsi a +0,6%, ma anche in questo caso si tratta di una correzione al ribasso rispetto alla precedente stima del +0,7%.

Inoltre, secondo l’ultimo Economic Outlook pubblicato dall’Ocse, l’inflazione in Italia è destinata a salire al 3% entro il 2026. Questo aumento è attribuito principalmente allo shock energetico derivante dalla guerra all'Iran, che sta esercitando una pressione crescente sui prezzi al consumo.

Nel 2025, l’inflazione in Italia era prevista all’1,6%, ma le nuove stime indicano un cambiamento di rotta, con un incremento che porterà l’inflazione al 3% l’anno successivo.

Dopo il calo registrato ad aprile, per il mese di maggio le quotazioni all’ingrosso del gas sono rimaste pressoché invariate e la spesa totale di una famiglie tipo è aumentata dello 0,9% rispetto al mese precedente. A comunicarlo in questo caso è l’Arera (organismo di tutela sui prezzi energetici) nel suo consueto aggiornamento.

Pertanto, per i 2,3 milioni circa di utenti ancora “salvaguardati” nel Servizio di tutela della vulnerabilità, il prezzo della sola materia prima gas è pari a 46,89 euro al Megawattora. Per il mese di maggio 2026, il prezzo di riferimento del gas per il nuovo cliente tipo (ovvero la famiglia tipo ha consumi medi di gas di 1.100 metri cubi annui) è stata pari a 122,15 centesimi di euro per metro cubo.

Di fronte a questa nuova mazzata per il potere d’acquisto di salari e pensioni, l’Ocse si premura di sottolineare che “assicurare che le misure di contenimento dei prezzi dell’energia siano temporanee e limitate a famiglie e imprese vulnerabili limiterà l’impatto dello shock contenendo i costi fiscali”.

Ma su questo è arrivata la decisione della Commissione europea che, di fatto, non accoglie la richiesta di Meloni di allargare ai prezzi energetici la clausola di salvaguardia nazionale, una misura straordinaria introdotta lo scorso anno per escludere le spese per la difesa dal quadro dei vincoli di bilancio dell’UE. La deroga consente solo di finanziare investimenti “green” nel settore degli impianti energetici ma non di congelare le accise sui prezzi dei carburanti, ragione per cui da domenica 7 giugno i prezzi alla pompa non saranno più “calmierati”.

Le raccomandazioni della Commissione indicherebbero che una certa flessibilità sarebbe possibile, ma solo per sostenere le famiglie vulnerabili e i settori più esposti, e non attraverso sussidi generalizzati per il resto delle famiglie né per le imprese.

Questa posizione della Commissione europea del resto è allineata con quella del FMI, il quale la scorsa settimana aveva affermato che “la recente riduzione generalizzata delle accise su diesel e benzina per attenuare l’impatto dello shock dovrebbe essere sostituita da trasferimenti monetari mirati alle famiglie più vulnerabili”.

Il costo stimato di queste misure è di circa lo 0,1% del PIL nel 2026, ma potrebbe salire allo 0,3% se rimanessero in vigore fino a fine anno. Ma per i tecnocrati di Ocse, Fmi e Commissione europea, tali preoccupazioni non devono manifestarsi se si portano le spese militari al 5% del Pil, con un incremento nel tempo di ben il 3% rispetto alla spesa pubblica attuale.

L’Italia del resto continua a registrare anche i costi energetici più alti d’Europa, soprattutto per i costi fissi (tasse, le imposte e i servizi) che vengono caricati su ogni bolletta, indipendentemente dai consumi reali. Risultato: le bollette sono raddoppiate rispetto a quattro anni fa ma salari e pensioni restano al palo e ben sotto sia l’inflazione programmata che quella reale.

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28/05/2026

La ricetta sovranista che danneggia proprio l’Italia

di Emiliano Brancaccio

La narrazione sulle magnifiche sorti della “Melonomics” scricchiola ogni giorno di più. Le ultime previsioni della Commissione Ue situano l’Italia all’ultimo posto nella classifica della crescita cumulata fino al prossimo anno. Nel 2026, in particolare, il Pil italiano aumenterà di appena lo 0,5 percento, contro una media Ue dell’1,1 percento e paesi come la Spagna che potrebbero sfiorare il 3 percento. L’inflazione, al contrario, schizzerà al 3,2 percento, al di sopra della media europea.

Evidentemente, le glorie del governo Meloni in campo economico venivano soprattutto da luce riflessa. Vale a dire, dalla sospensione del Patto di stabilità e dalle risorse del PNRR, entrambe ereditate dai governi precedenti. Per lungo tempo i meloniani hanno cercato di snobbare il lascito testamentario, ritenendolo persino deleterio. Eppure, guarda caso, una volta esaurita la spinta di quei due strumenti, l’economia italiana è tornata alla sua vecchia traiettoria di semi-stagnazione, scivolando di nuovo nei bassifondi delle graduatorie europee.

Per giunta, il quadro rischia di aggravarsi. Con lo sblocco di Hormuz ancora fuori dai radar e la crisi internazionale che si spande, l’Italia si candida a diventare il primo grande paese a finire nel gorgo di una potenziale “disoccu-flazione”, vale a dire: contemporanea distruzione di posti di lavoro e di potere d’acquisto.

Non è lo scenario ideale per il governo, soprattutto in anno pre-elettorale. Meloni e soci provano allora a giocarsi una nuova carta con l’Europa. Visto che l’eredità dei due grandi motori macroeconomici è in esaurimento, Roma chiede una deroga ai vincoli del Patto di stabilità allo scopo di elargire qualche soldo in più per fronteggiare le nuove proteste contro il caro-carburanti. Del resto, gli autotrasportatori sono già sul piede di guerra e per molte famiglie il costo dell’energia fossile è tornato a mordere.

Certo, Meloni vorrebbe dare gli stessi spicci a chi si ferma alla pompa con un suv e a chi in utilitaria. Ma si sa, la destra di governo alla distribuzione non bada. Se le compensazioni andranno più ai ricchi che ai poveri, poco male. L’importante è avere margini per elargire.

Per quanto iniqua, la proposta italiana non è del tutto priva di fondamento legale. Approvato nel 2024, il nuovo patto di stabilità ha infatti ammesso deviazioni eccezionali dai vincoli di bilancio per categorie di spesa non specificate. Solo in seguito il Consiglio Ue ha interpretato la deroga in un’ottica puramente militarista, consentendo scostamenti solo per il riarmo. Nulla però impedisce di ammettere altri tipi di deroghe.

Il problema è che le autorità europee si stanno opponendo proprio alla specifica deroga proposta dall’Italia. Il primo a contestare è stato il solito Dombrovskis. Ma poi si è aggiunta anche la voce, ben più pesante, della presidente Bce Christine Lagarde. La loro diagnosi è che la crisi nasce da una restrizione dell’offerta globale di energia fossile che potrebbe anche durare a lungo. In una situazione del genere, con l’offerta di fossili che si contrae, non è saggio creare deficit per spingere ancora sulla domanda, perché si rischia di alimentare solo ulteriori pressioni inflazionistiche. L’unica risposta efficace alla crisi, dunque, è ridurre strutturalmente la dipendenza da petrolio e gas accelerando la transizione verso le fonti rinnovabili.

La ricetta ha senso. Almeno per una volta, Bruxelles e Francoforte non raccontano fandonie.

Ma per Meloni e soci non sarà facile uscire dal garbuglio. I dati Eurostat richiamati dalla Corte dei Conti e gli ultimi rapporti di Ambiente Italia mostrano che l’Italia affronta la strozzatura dell’offerta globale di fossili in una situazione di grave ritardo. Dal 2019, la quota di rinnovabili sui consumi finali è aumentata in Europa del 27 percento, con picchi del 35 in Francia e del 42 percento in Spagna. In Italia, l’aumento è stato di appena il 7 percento. Dopo aver assecondato Trump e i petrolieri, non ci si poteva aspettare molto altro.

Il risultato è paradossale. La “Melonomics” era stata presentata come il miglior distillato economico del sovranismo. A quanto pare, invece, sta aumentando la vulnerabilità dell’Italia agli effetti del grande disordine mondiale.

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23/05/2026

Che cosa implica seguire la folle “dottrina” comunitaria del rigore

di Alessandro Volpi

Il lettone Valdis Dombrovskis, commissario europeo per l’Economia (con deleghe anche a Produttività, attuazione e semplificazione) nella “squadra” von der Leyen, ha dichiarato, a margine delle pessime previsioni sull’andamento dell’economia europea nel 2026 e nel 2027, che l’unica strada è quella dell’austerità: poca spesa pubblica, poco debito e “cautela”.

Per capire la follia di queste posizioni è utile fare riferimento proprio ai numeri forniti dalle “stime di primavera” della Commissione. La “crescita” nel 2026 sarà secondo lo scenario migliore dell’1,1% e in quello peggiore dello 0,5%, mentre nel 2027 dovrebbe “salire” all’1,4 nell’ipotesi migliore e allo 0,7 in quello peggiore. Dunque, l’economia dell’Ue, stando alle valutazioni della stessa Commissione, è inchiodata allo 0%, peraltro con il rischio reale di peggioramenti severi qualora la crisi di Hormuz non si esaurisse rapidamente.

Ancora secondo i dati della Commissione, questo ridottissimo incremento del Pil è dipeso quasi interamente dall’effetto dell’intervento pubblico del PNRR, che garantisce una spinta almeno dello 0,4%: quindi senza l’intervento pubblico – e sottolineo pubblico – l’affanno sarebbe asfissia totale.

Ma la sequenza di dati eloquenti non finisce qui. Nel 2026 saranno molto probabilmente 11 gli Stati europei in cui il rapporto deficit/Pil risulterà superiore al 3% e che finiranno in procedura di infrazione: tra questi figurano la Francia, l’Italia, la Polonia, la Romania e persino la Germania. È significativo notare che tra i Paesi “virtuosi”, cioè sotto il 3%, compaiono il paradiso fiscale dell’Irlanda e i grandi beneficiari netti di finanziamenti europei come Lettonia, Lituania, Estonia e Croazia.

Alla luce di questi dati la domanda che sorge spontanea è semplice: che cosa significa per i Paesi che non rispettano il vincolo del 3% seguire la “dottrina” Dombrovskis-von der Leyen del rigore? Significa correggere i propri conti pubblici dello 0,5% del Pil l’anno. Per l’Italia, ad esempio, vuol dire un taglio di 10-11 miliardi di euro, da reperire sottraendoli, in primis, alla spesa per il welfare e per gli investimenti pubblici. Estesa a tutti gli 11 Paesi che stanno violando la regola europea, questa prospettiva si traduce in decine di miliardi tolti ad ogni possibilità di miglioramento delle condizioni economiche solo per rispettare un vincolo del tutto privo di senso.

Peraltro proprio l’esperienza del PNRR dimostra che solo gli investimenti pubblici tengono in piedi il Paese. Ma perché la regola europea è priva di senso? La risposta è chiara. L’impianto dei vincoli europei dovrebbe servire ad evitare la crescita dell’inflazione e un maggior costo dei debiti pubblici: due condizioni che, attualmente, hanno ben poco a che vedere con il rispetto del Patto di stabilità. L’inflazione dipende infatti dall’aumento dei prezzi dell’energia e dei beni importati in Europa e non certo da un aumento dei consumi interni; quindi se per ridurre l’inflazione si punta ad azzerare, con l’austerità, i consumi si determina lo strangolamento della popolazione e del sistema produttivo europei. La seconda condizione riguarda l’aumento degli interessi sul debito pubblico. Questo aumento dipende, in questa fase, dalla forte lievitazione dei rendimenti del colossale debito degli Stati Uniti che fa concorrenza ai debiti del resto del mondo; ma si tratta di una concorrenza disperata perché il debito statunitense è fortemente in crisi proprio per la sua dimensione monstre.

In questo senso se gli Stati europei facessero più debito, garantito dalla Bce, avrebbero le risorse per finanziare nuovi Piani di intervento pubblico, in grado come il PNRR di spingere la domanda, senza che questo possa riverberarsi troppo sui tassi di interesse e soprattutto li renderebbe sostenibili attraverso l’incremento del Pil. Risulta così evidente che l’Europa di questa Commissione è devastante; anche perché il sospetto vero è che l’austerità punti alla distruzione degli Stati sociali per costringere la popolazione europea a destinare tutti i propri risparmi alla finanziarizzazione della Borsa americana dove stanno arrivando le tre operazioni del secolo. La quotazione di SpaceX, Anthropic e OpenAI, per cui serviranno 5.000 miliardi di dollari.

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09/02/2026

L’Unione Europea come paradigma del declino

Nel saggio Eurosuicidio. Come l’Unione Europea ha soffocato l’Italia e come possiamo salvarci (Fazi Editore, 2025), Gabriele Guzzi propone una lettura radicalmente alternativa rispetto alle interpretazioni dominanti della crisi europea. Contro la narrazione secondo cui le difficoltà dell’Unione sarebbero riconducibili a shock esogeni, a inefficienze nazionali o a un deficit di integrazione, l’autore sostiene che la crisi costituisce un esito endogeno dell’assetto istituzionale europeo. In questa prospettiva, l’Italia emerge come uno dei casi più emblematici degli effetti sistemici prodotti dall’Unione monetaria.

Il fulcro teorico dell’analisi è rappresentato dall’introduzione dell’euro, descritta dal mainstream politico ed economico come il momento più avanzato del processo di integrazione continentale. Guzzi ne rovescia l’interpretazione corrente, presentandola invece come l’elemento fondativo di una dinamica regressiva. La moneta unica viene definita come una costruzione priva dei presupposti statuali necessari al suo funzionamento: assenza di un bilancio federale adeguato, mancanza di una sovranità fiscale comune, deficit strutturale di legittimazione democratica. Ciononostante, nel corso del tempo, l’euro è stato progressivamente investito di una valenza simbolica e normativa tale da sottrarlo al vaglio critico sugli effetti economici e sociali prodotti.

L’autore procede quindi a un’analisi sistematica delle principali promesse associate all’adozione della moneta unica, mostrando come esse non abbiano trovato riscontro empirico. L’euro non ha favorito la convergenza tra le economie nazionali, non ha ridimensionato il ruolo del dollaro nel sistema monetario internazionale, né ha prodotto un riallineamento delle performance macroeconomiche all’interno dell’area. Al contrario, l’Unione monetaria ha accentuato le asimmetrie preesistenti, rafforzando la posizione della Germania, che ha potuto perseguire una strategia di crescita trainata dalle esportazioni e fondata sulla compressione della domanda interna degli altri Stati membri, senza assumere funzioni compensative di carattere espansivo.

All’interno di tale configurazione, l’economia italiana ha progressivamente perso i propri margini di manovra. La rinuncia alla sovranità monetaria e al controllo dei tassi di interesse ha eliminato strumenti tradizionali di aggiustamento, lasciando come unica modalità di adattamento la riduzione dei costi interni. Ne è derivato un processo di svalutazione interna che ha inciso prevalentemente sul lavoro: contenimento salariale, flessibilizzazione dei rapporti occupazionali, arretramento delle tutele sociali. La forza-lavoro si è così trasformata nella principale variabile di compensazione degli squilibri macroeconomici, con effetti rilevanti in termini di disuguaglianza, stagnazione della produttività, rallentamento della crescita e perdita di capacità industriale. Il risultato è che l’Italia ha bruciato quarant’anni di sviluppo. Alcuni dati forniti da Guzzi in questo senso sono emblematici: il Pil pro-capite a parità di potere d’acquisto del 2022 è paragonabile a quello del 1966; rispetto alla Germania, a quello del 1962; rispetto alla Francia, sempre del 1962; rispetto agli USA del 1961. Efficace, in questo senso, è anche la metafora usata dall’autore: “L’euro per l’economia italiana è stato una straordinaria e terribile macchina del tempo”.

Guzzi respinge l’interpretazione che attribuisce tali dinamiche a presunti limiti strutturali dell’economia italiana. Nel periodo precedente allo SME e all’euro, la svalutazione monetaria svolgeva una funzione di riequilibrio rispetto a modelli competitivi, in particolare quello tedesco, basati su politiche di moderazione salariale. L’ingresso nell’Unione monetaria ha invece imposto una riconfigurazione profonda del sistema economico nazionale, determinando lo smantellamento di un modello misto pubblico-privato che aveva garantito, per diversi decenni, crescita e coesione sociale. Il risultato è un assetto caratterizzato da una persistente stagnazione, privo di dinamiche espansive ma anche di una crisi risolutiva.

Particolarmente rilevante è il paradosso messo in luce dall’autore: mentre il discorso pubblico enfatizzava i benefici simbolici dell’integrazione europea, l’Italia assumeva un ruolo centrale nell’attuazione delle politiche di austerità, registrando avanzi primari sistematici. Nonostante ciò, il rapporto debito/Pil ha continuato ad aumentare, confermando l’inefficacia dell’approccio restrittivo. Guzzi colloca l’origine di questa traiettoria nel “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia del 1981, successivamente irrigidita dai vincoli imposti dall’architettura europea.

L’analisi si estende quindi al quadro continentale. I dati sulla distribuzione del Pil mondiale mostrano una perdita significativa di peso dell’Europa negli ultimi trent’anni, accompagnata da una cronica insufficienza degli investimenti. Il divario con gli Stati Uniti risulta particolarmente evidente nei settori tecnologici avanzati e nell’intelligenza artificiale, ambiti nei quali l’Unione appare marginalizzata tra le strategie industriali statunitensi e l’ascesa cinese. La guerra in Ucraina e le scelte adottate dalle classi dirigenti europee hanno ulteriormente accentuato tali tendenze, accelerando processi di indebolimento già strutturalmente presenti.

Uno degli aspetti più rilevanti del lavoro consiste nell’interpretazione dell’euro come dispositivo ideologico oltre che economico. La sua sacralizzazione svolge una funzione di occultamento dei rapporti di forza sottostanti, consentendo l’affermazione di interessi materiali ben definiti. In questa prospettiva, l’Unione Europea viene letta come la configurazione istituzionale assunta dal neoliberismo nel contesto continentale, un meccanismo attraverso il quale si è operato un ridimensionamento della costituzione materiale senza passare attraverso il confronto democratico. Il cosiddetto “vincolo esterno” assume così i tratti di uno strumento di disciplinamento politico e sociale, in tensione con l’impianto redistributivo della Costituzione del 1948.

Nella parte conclusiva, l’autore affronta il tema delle possibili alternative. Un’uscita unilaterale dall’euro viene giudicata altamente problematica, mentre una posizione rigidamente anti-euro rischia di riprodurre, in forma speculare, il dogmatismo europeista. L’ipotesi avanzata è quella di una “fine concordata” dell’Unione monetaria, che coinvolga in particolare Francia e Germania, entrambe attraversate da difficoltà strutturali. In tale scenario, l’Italia dovrebbe predisporre una strategia alternativa articolata sul piano monetario, industriale ed energetico. Prepararsi già da adesso, visto quello che sta succedendo alle economie delle due principali potenze del Continente.

Rimane tuttavia una tensione irrisolta tra la solidità dell’analisi critica e la praticabilità delle soluzioni prospettate. La diagnosi del declino europeo risulta argomentata e coerente; le possibilità di intervento dipendono però da fattori politici e culturali di lungo periodo, difficilmente governabili nel breve termine. Come lo stesso Guzzi riconosce, d’altra parte, senza una trasformazione del senso comune e senza un processo collettivo di rielaborazione critica del discorso sull’euro, nessuna misura tecnica appare sufficiente.

Salvo che l’evoluzione del conflitto in Ucraina – ben oltre la dimensione territoriale dello spazio post-sovietico – non produca effetti sistemici tali da ridefinire radicalmente il quadro europeo.

Ma si tratta, evidentemente, di un ulteriore capitolo ancora non aperto.

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13/12/2025

Crisi industriali. Bloccare tutto per non chiudere

di Giorgio Cremaschi

Quasi nello stesso momento nel quale si festeggiava l’assegnazione alla cucina italiana del riconoscimento UNESCO di patrimonio dell’umanità, i dati ISTAT gelavano il vuoto ottimismo governativo sullo stato dell’industria.

Dopo quasi due anni di calo continuativo della produzione industriale, nello scorso mese di settembre c’era stata un ripresa. La crisi industriale è finita, avevano subito proclamato i seguaci di Giorgia Meloni, che prima avevano negato l’esistenza stessa della crisi.

Invece i dati di ottobre hanno registrato un nuovo calo per tutti i settori manifatturieri, non compensato dalla tenue crescita del settore dell’energia. Si è così confermata la tendenza di fondo alla stagnazione e contrazione del sistema industriale italiano, una tendenza che è lo specchio della regressione economica e sociale complessiva del Paese.

L’Italia è ancora il secondo paese industriale d’Europa, dopo la Germania. Ma la crisi è aggravata proprio dalla subordinazione del nostro sistema produttivo a quello tedesco, entrato in una fase di stagnazione e recessione strategica.

A peggiorare la situazione c’è qui la distruzione dell’industria automobilistica, la cui produzione crolla più del 20%.

Nessun grande paese industriale al mondo è privo di una forte industria dei mezzi di trasporto e giganteschi sono gli investimenti nel settore per la riconversione elettrica. L’Italia, per colpa della famiglia Agnelli Elkann e di tutte le complicità politiche con essa, ha venduto o smantellato non solo le fabbriche di auto, ma anche quelle dei veicoli industriali e dei treni. Ora ciò che resta in casa nostra è il residuo dei disegni di ristrutturazione delle multinazionali estere: Stellantis per le auto, Tata per i camion, sono qui solo per chiudere.

In Italia gli addetti al sistema produttivo manifatturiero sono ancora 5,5 milioni e pensare di salvare l’occupazione con qualche migliaio di posti in più nella produzione di armi non è solo criminale, ma è stupido.

Altrettanto stupido è pensare che l’occupazione industriale possa essere rimpiazzata da quella creata dal turismo, magari anche grazie al riconoscimento UNESCO.

A parte il fatto che l’occupazione nei servizi del turismo e della ristorazione in Italia è tra quelle che fanno più precipitare in basso i salari, anche il turismo se non pianificato e gestito può diventare devastante. Le città non reggono il modello turistico invasivo e deregolato, questo può provocare danni come l’industria più inquinante.

Ciò che va messo in discussione, nel turismo come nell’industria come in tutta l’economia, è la rinuncia colpevole del potere pubblico alla pianificazione, al controllo e all’intervento diretto rispetto al mercato. Il lasciar fare liberista dei passati governi di centrosinistra e ora di quello di destra, sempre più subalterno ai vincoli dell’austerità europea, non solo non ha risolto la crisi, ma l’ha aggravata.

Il sistema industriale italiano ha avuto il massimo sviluppo quando era composto da una forte industria pubblica e da grandi gruppi privati, sostenuti da un sistema bancario a maggioranza pubblica. Tutto questo oggi non c’è più e non solo dal lato dello stato, ma anche da quello dei privati.

La borghesia italiana, salvo poche eccezioni, ha svenduto le fabbriche alla finanza e alle multinazionali, esattamente come aveva fatto lo stato, ma a differenza del sistema pubblico ha accumulato ricchezza, spesso con domicilio fiscale estero.

Una ripresa produttiva equilibrata non può fondarsi sull’imprenditoria privata, né tantomeno sulle multinazionali, che hanno dato ampia prova negativa, ma sull’intervento pubblico diretto e sulla pianificazione economica.

Altrimenti il degrado industriale diventerà sempre di più degrado e frantumazione sociale del Paese, con il Mezzogiorno che andrà sempre peggio e con le zone deindustrializzate del Nord che diventeranno come il Mezzogiorno.

L’Italia scivolerà verso il sottosviluppo, con un’economia fondata sul terziario turistico e su posti di lavoro precari e mal pagati. L’Italia precipiterà verso quel modello di sviluppo coloniale da cui si sono emancipati la Cina, l’India, e tanti paesi di quello che una volta veniva definito “terzo mondo”.

Gli operai dell’Ilva che hanno bloccato Genova e che sono in lotta a Taranto, oggi indicano la via a tutto il Paese: bisogna bloccare la chiusura delle fabbriche e pretendere che lo stato intervenga per la continuità produttiva. Il sindacalista della USB, licenziato alla ex Jabil di Caserta perché faceva il suo dovere, mostra tutto l’imbroglio di soluzioni industriali raffazzonate e affidate a imprenditori privati. Lo stessa dimostrazione viene dalla resistenza degli operai della GKN.

Non si salveranno gli occupati e gli stabilimenti Stellantis e di tante altre realtà industriali senza una netta rottura con le politiche del passato.

Ci vuole una politica economica ed industriale dello Stato che impedisca e prevenga la chiusura delle fabbriche e per ottenerla sono necessarie lotte operaie radicali. Per bloccare la de-industrializzazione bisogna “bloccare tutto”.

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06/12/2025

Aumenta l’occupazione ma l'Italia è sempre più povera

Come ormai da un paio d’anni, il governo Meloni torna ad usare toni trionfalistici per i numeri pubblicati dall’ISTAT sul nuovo record di occupazione registrato in Italia. Ma il numero crescente di occupati stride in modo sempre più clamoroso con gli zero virgola del PIL (quest’anno siamo a +0,6% e l’anno scorso appena a +0,7%), che testimoniano di un Paese che non cresce. Come è possibile che ci siano 224mila occupati in più in un Paese stagnante e con una industria al 32° mese consecutivo di calo della produzione?

A questa domanda ha già da tempo risposto l’Osservatorio per i Conti Pubblici Italiani CPI dell’Università Cattolica, dimostrando che l’aumento dell’occupazione è dovuto per i 3/4 a lavoratori impiegati in settori a bassa produttività, dove le retribuzioni sono più basse e dove si concentra un alto numero di lavoratori marginali. Su 100 nuovi occupati, infatti, 42 appartengono al commercio, 19 alla pubblica amministrazione e 14 alle costruzioni, mentre appena 10 riguardano la manifattura e solo 2 il settore dell’energia.

C’è poi una forte crescita del part-time che già nel 2023 aveva raggiunto la ragguardevole cifra di 4 milioni e 300mila lavoratori, cioè il 18% degli occupati. Quando il governo afferma che sono in crescita i lavoratori a tempo indeterminato, omette di ricordare l’aumento dei part-time, che sono in gran parte involontari, e che certificano un’occupazione povera. Va inoltre ricordato che i lavoratori a termine, sia pure in diminuzione, sono comunque 2 milioni e 514mila e che si registra anche un aumento degli autonomi (più di 5 milioni) di cui una forte percentuale è costituita da lavoro dipendente camuffato, senza responsabilità per le aziende e a bassa retribuzione.

Inoltre è utile considerare che dal 2023 anche i cassaintegrati per meno di 3 mesi vengono conteggiati dall’ISTAT come lavoratori e che la gran parte dei cassaintegrati rientra proprio in questa casistica.

E infine, bisogna tenere conto che una buona fetta della nuova occupazione è costituita da lavoratori over 50 e over 60, che prolungano la loro vita lavorativa sia perchè si sta alzando l’età pensionabile e sia perchè le pensioni sono così basse da comportare la necessità di mantenersi il più possibile in attività. I giovani, invece, sono l’unica classe d’età (quella tra i 25 e i 34 anni) che nell’aumento dell’occupazione vedono diminuire la loro partecipazione al lavoro.

La conclusione è desolante: gli occupati aumentano perchè le retribuzioni sono basse, sempre più persone in età avanzata continuano a lavorare e moltissimi lavorano solo part time. L’aumento del numero degli occupati camuffa e occulta l’impoverimento crescente del Paese. Al governo Meloni dobbiamo continuare a gridare che non è il momento di dare i numeri, ma di smetterla di investire in armamenti e di dedicarsi al rilancio economico dei salari, dei consumi e dell’economia pubblica.

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04/11/2025

“Libertà del mercato” o liberi dal bisogno

È abbastanza difficile – ne converrete – informare e spiegare l’evoluzione del mondo con un piccolo giornale tenuto su da forze molto limitate. Diventa perciò a volte utile, per sintetizzare al massimo quel che vogliamo mettere in luce, destrutturare analisi prodotte dall’informazione mainstream che fanno i conti con la brutale realtà della crisi occidentale in modo molto contorto, ma non riescono a cogliere – o cercano di nascondere – i nodi strutturali che producono i risultati negativi sotto i loro occhi.

Un nostro frequente bersaglio polemico è perciò Federico Fubini, uno dei molti vicedirettori del Corriere della Sera, con competenze economiche di stretta osservanza neoliberista ma spesso in uscita avventurosa verso materie che maneggia decisamente peggio.

Un caso clamoroso di inciampo nelle contraddizioni tra teoria liberale e pratiche imperiali lo ha quasi costretto, all’inizio del nuovo mandato di Trump, a dichiararsi improvvisamente – per disperazione – “antiamericano”, travolto dall’intreccio inestricabile di dazi, debito pubblico, stablecoin e minacce di ritiro dell’“ombrello atomico”.

Stavolta la sua newsletter è incentrata sulla “quasi recessione” in cui è incagliata l’economia italiana, contraddicendo la linea fin qui seguita dal Corriere, di sostanziale benedizione del governo Meloni nella misura in cui è obbediente fin nei dettagli minimi all’austerità imposta dall’Unione Europea.

È noto che il mantra governativo è “l’economia va bene grazie a noi”, e dunque rivelare che abbiamo invece sfiorato la recessione tecnica (due trimestri consecutivi con Pil negativo) significa smontare un pilastro chiave della “narrazione” meloniana e mettere perciò in dubbio il sostegno futuro.

Vero è che per notarlo occorre guardare con la lente di ingrandimento, perché i dati ufficiali segnalano un sostanziale “tasso zero” nella crescita e il segno meno vien fuori solo tenendo conto dell’inflazione. In parole semplici: l’economia negli ultimi sei mesi è rimasta ferma (“uno scostamento dello 0,000009%, un decimillesimo”), ma siccome i prezzi sono aumentati in misura maggiore, di fatto il valore reale della produzione totale è leggermente inferiore (meno merci prodotte, ma a prezzi più alti).

Nulla di veramente grave, certo. Ma avviene in un contesto in cui la popolazione invecchia e dunque diminuisce, l’industria viene smantellata e/o svenduta (ultimo caso importante la cessione di Iveco all’indiana Tata, che come al solito incamererà tecnologia e know how per poi chiudere gli stabilimenti), e la concorrenza – soprattutto cinese – aumenta.

Quello che giustamente angustia Fubini è vedere che il dibattito politico – nel governo e nella sedicente opposizione parlamentare – è totalmente concentrato su paccottiglia: “Da noi l’agenda politica è dominata da polemiche sulla riforma della magistratura e sugli audio della moglie dell’ex ministro Gennaro Sangiuliano e come si è decisa eventuale ammenda al programma tivù che li ha trasmessi”.

Come si fa a non essere d’accordo? Soprattutto quando il paragone – è sempre l’occidentalissimo Fubini a parlare – va fatto con la Cina: “ieri sera il South China Morning Post puntava forte sulla scoperta di un gruppo di ricerca dell’Università di Pechino che potrebbe portare a produrre dei microchip per l’intelligenza artificiale mille volte più potenti di quelli dell’americana Nvidia. Altro punto in alto nell’agenda del quotidiano di Hong Kong: si lavora a data center da calare in mare per ridurre le loro emissioni e garantire il raffreddamento senza consumare acqua dolce dalle falde”.

Inevitabile la conclusione: “quale delle due classi dirigenti sembra più concentrata sul futuro del proprio Paese? E su quale dei due Paesi scommettereste in ottica futura, se guardaste da fuori?”

Non sperate che “il vice” liberal-liberista sia stato folgorato sulla via di Pechino; premette che “scambio subito la libertà italiana di parlare (anche) di sciocchezze all’infinito con la temibile serietà cinese”, però il dubbio che non si tratti di una crisi contingente, superabile, comincia a serpeggiare, anche nel linguaggio (la “serietà cinese” suscita qualche invidia, c’è poco da fare...).

Anche il paragone con le altre “cicale” europee (Spagna e Grecia) è impietoso: “stanno crescendo da quattro a sei volte più di noi, malgrado deficit pubblici più bassi”.

Il dubbio prende infine forma compiuta: “se la crisi è di modello – come quella della Germania – allora bisogna chiedersi quale modello abbia in mente chi governa per portare il Paese in un’altra direzione. La stessa domanda posta alle classi di governo in Cina o negli Stati Uniti avrebbe risposte chiare, benché magari non condivise. Ma l’Italia? Intanto, perché tutto questo avvenga occorrerebbe che chi governa accetti che c’è una crisi e che essa sia di modello: per ora non è così”.

Due ammissioni chiave:
a) la crisi è di “modello”, perché anche la locomotiva tedesca – che ha imposto il suo mercantilismo export oriented a tutta Europa – sta nelle stesse condizioni;
b) il governo Meloni non se ne è neanche accorto e si barcamena tirando avanti alla giornata, senza un’idea di Paese verso cui indirizzare gli sforzi.

Il povero Fubini è accecato dalle teorie liberiste e vede perciò in azione, addirittura come protagonista, un “capitalismo oligarchico di Stato. Pochi uomini d’affari privati godono di un rapporto privilegiato con la politica, che per loro sembra disposta a fare molto e magari forzare qualche regola: privatizzazioni di banche con vincitori graditi, decreto sul mercato dei capitali che privilegiano la posizione di alcuni soggetti, grandi appalti assegnati ad alcune imprese senza rinnovare le gare d’appalto o al contrario – se siete soggetti sgraditi – veri e propri veti extralegali alle vostre operazioni di mercato. Contro qualunque regola europea”

Diagnosi efficace, ancorché esercitata su un punto sopravvalutato, ma prescrizioni che aggravano la malattia. Il pensiero neoliberista è fatto così: davanti ad una “cura” che non funziona e che produce malessere, consiglia di aumentare la dose dello stesso medicinale (dimenticando che ogni farmaco è anche un veleno, e il dosaggio è questione delicata): ossia rafforzare l’obbedienza alle “regole europee”.

Mentre invece “il governo continua ad impegnarsi a privatizzare in futuro, ma ad allargare la sua presenza nelle imprese sul mercato: da ultimo anche il settore bancario, la gestione del risparmio e indirettamente il settore assicurativo” (frecciata polemica sulle recenti mosse Montepaschi-Mediobanca ed altre).

Il tutto riassunto poi nell’antico anatema: questo è “più Stato nel mercato”. Penitenziagite!

È veramente fantastico vedere come, in una ideologia “chiusa”, neanche la smentita opposta dalla realtà riesca a fare breccia. È chiaro che le forze politiche della maggioranza stanno agendo nel settore bancario-assicurativo per costruire un proprio “canale finanziario di riferimento”, utilizzando le residue golden share ancora esistenti (“abbiamo una banca!”, gridava qualcun altro prima di dedicarsi ad obiettivi minori, come i profumi al duty free), ma per quanto ignobile questo sia è assolutamente marginale rispetto alla crisi in cui il Paese è incagliato. Se anche avessero moderato gli appetiti, non sarebbe cambiato granché nel “modello”.

Se la evidente crisi italiana è di “sistema” – o di “modello” – ed il campione di quel sistema (la Germania) è altrettanto in crisi, logica vorrebbe che se ne traesse una conclusione rigorosa: è il modello (“ordoliberale”) che non funziona, e dunque è questo che va cambiato. E di questo bisognerebbe discutere... 

Oltretutto c’è l’esempio cinese, che sempre Fubini ha dovuto portare: “la quota di categorie di beni made in Italy che vengono prodotti anche in Cina sta rapidamente salendo. Le imprese nella Repubblica popolare coprono a costi minori e non di rado a contenuto tecnologico uguale o maggiore ormai la gran parte delle categorie di prodotto che caratterizzano il nostro Paese. Non è difficile prevedere che continuerà così”.

Se dalla Cina provengono ormai prodotti competitivi con i “nostri” per qualità oltre che per prezzo (ma quest’ultimo incide sempre meno, visto che i loro salari stanno raggiungendo quelli italiani a passi da gigante) è proprio perché laggiù c’è davvero “più Stato nel mercato” (non “più politici da sbarco che pasticciano con le quote azionarie delle partecipate”).

Ovvero maggiore attenzione – e spesa, che poi ritorna come guadagni moltiplicati – per l’istruzione, la ricerca, le infrastrutture di base e di alta qualità: in generale molta attenzione alla definizione di obbiettivi e alle modalità per raggiungerli.

In parole antiche e modernissime: pianificazione e programmazione. Con grande libertà alle imprese pubbliche e private su come organizzarsi per raggiungere quegli obiettivi definiti politicamente, in modo che non confliggano con gli scopi anche extraeconomici – “di sistema” – di quel modello sociale.

Per chiudere con una battuta: se vuoi eliminare la povertà non puoi lasciare campo libero alle imprese private nell’eterna attesa che “qualche briciola cada dal tavolo”, non puoi “lasciar fare al mercato”. Perché quella massima libertà produce una concentrazione mai vista della ricchezza in poche mani e masse sterminate di disperati senza alcuna libertà, come si vede oggi in tutto il capitalismo euro-atlantico.

Insomma: bisogna scegliere tra “libertà del mercato” e “libertà dal bisogno”, ottenendo di conseguenza risultati opposti. Perché solo chi non è azzoppato dal bisogno può (è una possibilità, non una garanzia) essere davvero libero.

Una lezione che anche l’altro ex grande giornale mainstream, Repubblica, ha capito al contrario, come dimostra il titolo qui sotto...
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01/09/2025

Italia - In estate è aumentato il carrello della spesa, fatica il PIL e la fiducia dei consumatori

A pochi giorni da quando, al meeting di Comunione e Liberazione, Giorgia Meloni si è fregiata degli straordinari risultati economici del suo governo (già più volte ridimensionati, sia su questo giornale che da vari analisti), l’Istat pubblica una serie di dati che permettono di fare il punto della situazione alla fine dell’estate.

La situazione, al solito, mostra in realtà un’Italia che fatica, su vari ambiti. Innanzitutto, un nodo che su questo giornale abbiamo evidenziato più volte: anche se l’inflazione si riduce o, ad ogni modo, rimane stabilmente sotto la soglia del 2%, considerata come il livello ottimale, le componenti di questo dato indicano un peso maggiore dell’aumento dei prezzi che più incidono nei settori popolari.

Infatti, le stime per agosto 2025 segnalano un’inflazione che continua a contrarsi, passando dall’1,7% su base annua di luglio all’1,6% del mese appena concluso. I prezzi dei beni energetici, che hanno infiammato i costi negli scorsi anni, scendono ancora, segnando un -4,4% rispetto al -3,4% di luglio.

Tuttavia, il costo del ‘carrello della spesa’ – alimenti, prodotti per la cura della casa e della persona – aumenta: +3,5% rispetto al +3,2% di luglio. Per i beni alimentari si è passati da 3,7% a 4,0%, con i prezzi dei prodotti non lavorati che sono saliti dal 5,1% al 5,6% di agosto, e quelli lavorati al 3,0% dal 2,8%.

In generale, i beni definiti ‘ad alta frequenza d’acquisto’ sono saliti da 2,3% a 2,4%. Sono cresciuti anche i prezzi dei servizi per trasporti (2,1%) e per la cura della persona (0,3%). L’inflazione di fondo, che esclude le componenti più volatili del paniere considerato, passa dal 2% al 2,1%, al netto dei beni energetici e degli alimentari freschi, e accelera anche quella al netto dei soli beni energetici.

Nel frattempo, l’istituto di statistica ha anche calcolato che, nel secondo trimestre del 2025, il PIL registra una diminuzione dello 0,1% in termini congiunturali, rispetto ai tre mesi precedenti, e una crescita dello 0,4% in termini tendenziali, cioè rispetto al secondo trimestre del 2024. La crescita acquisita per il 2025 si conferma su di un misero mezzo punto percentuale di PIL.

La flessione del PIL è dovuta a un contributo negativo della domanda estera e nullo, tra le altre cose, dei consumi delle famiglie e della spesa delle amministrazioni pubbliche. Dunque, questo è il risultato della politica di austerità (escluse le spese militari, ovvio) di Roma e Bruxelles, neanche l’estate e i consumi ‘vacanzieri’ hanno potuto metterci una pezza.

Infatti, è lo stesso Istat ad informarci che agosto, in genere il mese di ‘ottimismo’ dovuto alle ferie, ha in realtà segnalato la riduzione della fiducia dei consumatori dal 97,2 al 96,2. E se l’indice generale per le imprese rimane stabile, industria e commercio danno segnali di debolezza e preoccupazione per il futuro.

Dazi, tensioni geopolitiche, un’inflazione che continua a mordere sulle fasce sociali che vivono del proprio lavoro (l’Unione Nazionale dei Consumatori ha calcolato in oltre 400 euro il peso del rincaro del carrello della spesa per quest’anno) mostrano che il governo Meloni va verso il suo terzo compleanno con un paese in cui l’unica cosa che cresce è la tendenza alla guerra.

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07/03/2025

La ricetta del governo Meloni: tagli alla spesa e tasse più alte

In pieno Carnevale, il Governo è costretto a gettare la maschera. L’ISTAT ha reso pubbliche lunedì 3 marzo le stime aggiornate sull’andamento dei principali indicatori dell’economia italiana nel 2024. 21 pagine piene di numeri e grafici, che semplicemente fanno giustizia della narrazione governativa di un’economia italiana florida. Vediamo meglio nel dettaglio.

Si sapeva ormai da tempo che la crescita del PIL era tornata a livelli stagnanti (+0,7%, ricordiamo che la previsione iniziale del Governo per il 2024 era del +1,2%), ma la notizia del report ISTAT è che dallo scorso anno siamo ufficialmente (e formalmente) rientrati in un’epoca di austerità, con un saldo primario (ossia la differenza fra entrate e spese dello Stato, al netto della spesa per interessi) che registra per la prima volta dall’epoca COVID un avanzo pari allo 0,4% del PIL. Un balzo in avanti velocissimo dal valore di -3,6% del 2023, segno di uno sforzo molto inteso da parte del governo teso a ristabilire velocemente l’austerità di bilancio nel rispetto della calamitosa riedizione del patto di stabilità e crescita sancita nel dicembre 2023.

Come abbiamo detto più volte, il saldo primario è il motore dell’economia di un Paese e questo è vero specialmente in questi anni di compressione dei redditi (e quindi della spesa privata delle famiglie) e contemporaneamente di recessione delle economie che solitamente costituiscono uno sbocco per le nostre esportazioni. Il saldo primario, infatti, è dato dalla differenza tra quanto lo Stato spende (in stipendi pubblici, istruzione, sanità etc.) e quanto invece prende sotto forma di tasse. In parole semplici, quindi, un avanzo primario descrive una situazione in cui lo Stato sottrae risorse all’economia, e contribuisce quindi a causare stagnazione.

Alla realizzazione di un avanzo primario si è arrivati non solamente a causa di un contenimento delle uscite, ma anche attraverso un aumento della pressione fiscale, che arriva al 42,6%, anch’esso il valore più alto dall’epoca COVID. E come se non bastasse, questo avviene in un sistema fiscale che continua anno dopo anno a perdere quel poco di progressività che restava, con il risultato che la maggior parte del carico fiscale grava sulle spalle di lavoratori e pensionati. In altre parole, in una situazione in cui la nostra economia avrebbe bisogno di benzina per ripartire, il Governo fa esattamente il contrario, togliendo risorse e aggravando la dinamica sempre più debole del PIL.

Per non perdersi in un vortice di numeri, e capire esattamente cosa questo vuol dire in concreto nelle nostre vite, ci concentriamo su un grafico, riportante l’andamento della spesa per consumi finali delle famiglie “a valori concatenati”. Quest’ultima espressione indica una tecnica per misurare una grandezza economica in volumi reali, cioè in questo caso in quantità di beni e servizi acquistati dalle famiglie, depurandolo dall’effetto dei prezzi.

Il quadro che ne esce è sconfortante, con un andamento nell’ultimo biennio assolutamente piatto e intorno allo 0, esattamente come era successo nel periodo più duro dell’austerità, cioè il decennio 2011-2019. Eppure, spulciando un po’ meglio fra i dati, la situazione si rivela addirittura ancora più drammatica: ad esempio, se andiamo a vedere quali settori sono andati meglio e quali peggio nella spesa delle famiglie, scopriamo che il fanalino di coda è quello dei servizi sanitari (-3,7% rispetto all’anno precedente, e ribadiamo che vuol dire quasi il 4% in meno di servizi in termini reali, non monetari). Sarebbe bello pensare che questo succede perché le famiglie non devono spendere sul mercato per la sanità ma possono accedere a un servizio sanitario pubblico efficiente, ma ahinoi sappiamo che non è così, e questo dato ci dà l’ennesima prova che le famiglie italiane, in tempi di ristrettezze, sono sempre più costrette a rinunciare alle cure.

Fin qui i crudi numeri che, come detto, sbugiardano due anni e mezzo di toni trionfalistici da parte del Governo del tutto fuori luogo. E che oltretutto mettono in luce un altro aspetto interessante: il percorso di riduzione dell’indebitamento e di creazione di avanzi primari (cioè, ripetiamolo ancora, di interventi di politica economica che frenano una produzione che già segna il passo) procede in maniera più rapida e approfondita di quanto concordato dallo stesso Governo con l’Unione Europea in sede di redazione del Piano Strutturale di Bilancio. Detto in altre parole: le nuove regole di governance economica europea impongono ai Governi politiche feroci di tagli. In questo contesto, il nostro Governo si distingue perché è ancora più determinato nel fare macelleria sociale di quanto gli viene imposto.

E a fronte di tutto questo, il Governo che dice? Incredibile ma vero, se ne fa una medaglia d’onore. La realizzazione di un avanzo primario così veloce è definita da Giorgetti “una soddisfazione morale” testimoniante che “la finanza pubblica è in una condizione migliore del previsto”, e poco importa che lo stesso Ministro debba ammettere che le prospettive per quanto riguarda la crescita (da cui dipende quantità e qualità dell’occupazione, tanto per dirne una) restano “un punto interrogativo”.

Insomma, un vero e proprio capovolgimento delle posizioni: dimenticando i bellicosi propositi con cui era salito al potere, questo Governo ci riaccompagna tristemente alla stagione dell’austerità, fatta di tagli alla spesa sociale, redditi bassi e compressione della domanda interna, confermando il suo ruolo di difensore degli interessi di pochi privilegiati, sulle spalle della maggioranza della popolazione. Un Governo reazionario e antipopolare, che continua la sua crociata per creare miseria e distruggere quanto rimane di pubblico nel nostro Paese.

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22/01/2025

Uno sguardo analitico verso la Germania (e non solo)

I recenti dati economici relativi, sia singoli paesi che all’intera area comunitaria, dovrebbero indurre ad una seria e approfondita riflessione sull’effettivo stato di salute dell’Ue, visto che, quest’ultima, già ad ottobre era ormai giunta al 18esimo mese consecutivo di riduzione tendenziale della produzione e del fatturato industriale (1).

Italia: bassa crescita e industria a picco

Nello specifico, per quanto concerne l’Italia, dove la crisi industriale morde più della media Ue, non riteniamo sufficienti, ai fini della ripresa degli investimenti, alcuni palliativi come l’adozione dell’Ires o gli ennesimi sconti fiscali sui nuovi assunti, quando sta venendo meno in modo strutturale proprio la propensione al rischio d’impresa che poi finisce per tradursi in minori investimenti tecnologici e produttivi. Riteniamo, invece, assolutamente necessario tornare a pianificare un’efficace politica industriale di medio periodo sotto la direzione statale, evitando di farsi trascinare alla deriva dalle nefaste correnti del mercato, come avvenuto negli ultimi anni, con il fondamentale comparto siderurgico ridotto ai minimi termini.

Se non vogliamo arrenderci a un futuro di precarietà, inutile anche ai fini del rilancio industriale con la riduzione delle ore lavorate e con la bassa produttività del lavoro, le scelte da operare in Italia dovrebbero essere ben diverse dall’immobilismo del Governo Meloni, sempre che l’obiettivo non sia quello di pensare a un futuro per il nostro paese relegato al ruolo di appendice degli Usa.

A conforto della nostra analisi, spicca la fondata preoccupazione di Confindustria che prevede, sulla base di una propria ricerca, un 2025 in grande sofferenza per l’industria nazionale, specie quella meccanica, oltre che per la sostenibilità del già mal ridotto welfare nazionale. In particolare risulta il comparto dell’automotive, con tutto il vasto indotto al seguito, a trainare la debacle dell’intero settore industriale nazionale, visto che a novembre, in base agli ultimi dati diramati dall’Istat, la sua flessione tendenziale si è inabissata addirittura a -28,5%, portando la contrazione nei primi 11 mesi dell’anno ad un pesante -21,7% (2).

E considerando la dinamica industriale nel suo complesso, la crisi sembra aver assunto carattere strutturale appurato che per ritrovare un segno positivo, sempre su base tendenziale, bisogna risalire addirittura al gennaio 2023.

Conseguentemente, preoccupazioni sempre più fondate sussistono sulla persistente debole crescita economica dell’Italia (3), da parte di istituti di ricerca nostrani e istituzioni internazionali, che prevedono si manterrà al pari del biennio precedente, assai limitata anche per l’anno appena iniziato. Ritornando in sostanza, dopo la crisi pandemica e il rimbalzo nei due anni successivi, nella condizione di bassa crescita/stagnazione che ha caratterizzato tutta la seconda metà degli anni ’10, successiva peraltro alla recessione causata dalla crisi dei debiti sovrani nei paesi periferici dell’Eurozona di inizio decennio.

Perfino analisti dei principali giornali italiani (4) iniziano a dubitare dell’efficacia delle politiche fino ad oggi intraprese, preoccupati dal declino industriale del nostro paese che, nonostante l’evidenza dei dati, non viene mai nominato pubblicamente dal governo Meloni. Impegnato, invece, a pubblicizzare i dati sull’occupazione, senza tuttavia menzionare il rovescio della medaglia della diminuzione della quota dei salari nel contesto del reddito nazionale. Salari peraltro, rispetto a prima del covid, erosi del 7,9% nel potere d’acquisto dalla recente fiammata inflattiva, non ancora del tutto domata, e di livello ben al di sotto dei principali partner europei e praticamente fermi negli ultimi 30 anni, a seguito di sconsiderate politiche salariali regressive e della precarizzazione delle forme contrattuali.

La locomotiva tedesca ormai ferma sul binario morto

Se l’Italia dovrebbe piangere, ancor più grave è la situazione in Germania con l’economia da due anni in recessione (-0,3% nel 2023 e -0,2% nel 2024) e con una pesante crisi industriale che irrompe direttamente nella campagna elettorale per le elezioni politiche di febbraio.

La crisi tedesca ha immediate ripercussioni, come visto negli ultimi mesi, anche sulle esportazioni italiane, in grande crisi soprattutto nel settore auto (5) e nella componentistica fornita tramite le filiere produttive intra Ue all’apparato industriale teutonico, principalmente dalle aziende di Veneto, Emilia-Romagna e Lombardia, non casualmente quelle più in sofferenza nell’export verso Berlino (6).

Come indicato anche dagli ambienti imprenditoriali tedeschi, il rincaro del costo del gas, causato delle sanzioni con rinuncia alle forniture russe anche a causa del sabotaggio dei gasdotti del Baltico, è risultato dirimente in questa caduta.

L’intrusione di Musk e il suo sostegno all’estrema destra tedesca confermano la volontà di Trump di utilizzare strumentalmente le difficoltà crescenti della Ue per ridimensionare l’Unione Economica e Monetaria (Uem) del vecchio continente e la sua stessa economia, attraverso il prolungamento della guerra in Ucraina, gettando discredito sul vecchio continente e cercando di delegittimarne ulteriormente la classe politica che la guida, di per sé già incapace di tutelare gli interessi dei suoi cittadini e delle sue imprese.

La crisi della manifattura tedesca, e in particolare dell’industria meccanica, è confermata non solo dai forti ridimensionamenti produttivi di VW e dalla flessione di tutti i principali marchi automobilistici, ma anche dalle vendite contenute delle auto elettriche soppiantante da quelle diesel. Infatti, “Solo 380.600 veicoli elettrici sono stati immatricolati di recente. Ciò corrisponde a un calo del 27,5% rispetto all’anno precedente” (7) .

Siamo davanti a un insolito connubio tra sostenitori delle energie non rinnovabili, apparato industrial militare e settori attivi nella ricerca e produzione delle tecnologie duali, insieme alle multinazionali che controllano l’informazione, è questo l’insieme degli interessi che sostiene Trump.

I ritardi della Ue in campo tecnologico producono, da un lato la supremazia dei satelliti di Musk, ma anche il dominio di Usa e, soprattutto, della Cina nella produzione delle auto elettriche, relegandoci in una posizione sempre più marginale in questo strategico comparto.

A fine 2024 le auto elettriche in circolazione in Germania erano solo 1,4 milioni, a fronte di un obiettivo, entro il 2030, di 15 milioni di auto elettriche, traguardo ormai, allo stato attuale, impossibile di fatto da raggiungere.

Tornando alle elezioni tedesche, dall’ultimo sondaggio pubblicato (8) si evince il probabile vincitore relativo, ossia la conservatrice CDU/CSU in testa nei sondaggi (31%), mentre crollano i 3 partiti dell’attuale coalizione di governo, i verdi al 13% e la Spd al 15%, mentre i liberali sprofondano al 4%, addirittura sotto la soglia di sbarramento. Nella crisi economica e sociale continua ad avanzare la AfD, definita da Musk “l’ultima speranza della Germania”, salita grazie anche a tale endorsement al 22%. Male se la passa La Linke scesa al 3,5%, anch’essa fuori dal Bundestag, mentre BSW, dopo l’exploit delle regionali nei Lander orientali di Turingia e Sassonia, si assesta su un ben più modesto 6,5%. A conferma che una cosa sono i proclami dall’opposizione, e altro è tradurre in azione politica il consenso elettorale. Operazione che nella fattispecie ha portato in Turingia la forza sovranista di sinistra ad una coalizione di governo spuria con le due tradizionali forze dell’establishment politico tedesco, CDU e Spd, probabilmente non gradita al suo elettorato. Non un debutto politico dei migliori per la Coalizione di Sara Wagenknecht, formazione creatasi a gennaio ‘24 da una scissione da La Linke.

Ad aggravare la crisi e il malcontento sociale sono anche le spese militari renane che, in costante crescita, drenano preziose risorse pubbliche. Malessere profondo ancora non ben percepito dal governo di Berlino che poche settimane or sono ha deciso di istituire una nuova divisione militare dedicata alla difesa del territorio, portando acqua all’estrema destra che si oppone, al pari di BSW, alla continuazione della guerra in Ucraina con le sue ingenti spese, alla quale la Germania ha contribuito, in base ai dati del Kiel Institute (9), per ben 15,692 miliardi di euro, seconda per entità totale solo agli Usa, in testa con 88,334 miliardi di euro.

E mentre l’economia affonda, le esportazioni di armi vanno invece a gonfie vele con l’industria bellica tedesca che sta acquisendo partnership con analoghe aziende di vari paesi, soprattutto quelle con maggiore tasso tecnologico, anche israeliane (10).

La crisi tedesca si riflette inevitabilmente in pesanti condizioni sociali, con perdita di posti di lavoro e crescita dei disoccupati (11) e con ulteriori prospettive di aggravamento, vista la previsione di un sensibile aumento di fallimenti aziendali a livello record per l’anno appena iniziato. Insolvenze che andrebbero ad insistere soprattutto nel settore dell’indotto dell’industria automobilistica (12), vero architrave del sistema produttivo teutonico.

Ricomponendo il quadro generale, sia dal punto economico e sociale che politico, sembra delinearsi una pericolosa prospettiva che riporta alla mente la crisi strutturale che attanagliò la repubblica di Weimair dopo la prima guerra mondiale e che sfociò nell’ascesa alla Cancelleria di Berlino da parte di Adolf Hitler nel 1933 per via elettorale.

Sarebbe paradossale che le forze dell’establishment politico tedesco CDU in testa, insieme ai vertici della Commissione Europea guidata da Ursula Von der Leyen anch’essa della CDU, dopo aver provocato il disastro sopra descritto favorendo l’ascesa di AfD e invocato fino ad oggi il cordone sanitario democratico contro tale partito, alla luce del risultato delle elezioni di febbraio si accordassero con l’estrema destra riportandola alla Cancelleria di Berlino, sdoganandola definitivamente.

La storia è maestra di vita, affermavano i latini, ma evidentemente deve avere dei pessimi allievi.

Note

1) https://codice-rosso.net/economia-di-guerra-oggi-parte-xiv/

2) https://www.quattroruote.it/news/industria-finanza/2025/01/15/calo_produzione_auto_italia_.html

3) https://www.ilsole24ore.com/art/che-2025-sara-pronostici-110-esperti-bene-finanza-male-crescita-e-industria-metalmeccanica-AG6GgDLC

4) https://www.corriere.it/frammenti-ferruccio-de-bortoli/25_gennaio_17/l-industria-va-male-ma-non-preoccupa-nessuno-238ec148-29c7-4ce5-8fc3-ff3389c81xlk.shtml

5) La crisi della Germania manda in rosso il made in Italy – Il Sole 24 ORE

6) https://www.ilnordest.it/economia/export-e-manifatturiero-flettono-allarme-crescita-per-il-veneto-wdyjs2wn

https://www.romagna.camcom.it/news/news/425/il-punto-sull-economia-della-romagna-forl-cesena-e-rimini-a-fine-2024

https://www.ucer.camcom.it/api/studi-e-statistica/news/2024/congiuntura-industriale-2024t2/documenti-allegati/cs_nr_39_2024_congiuntura-er_unioncamere-er-confindustria-er-intesa-sp_15-ottobre-2024.pdf

https://cremonasera.it/cronaca/lombardia-nel-2024-pesa-il-calo-delle-esportazioni-con-stati-uniti-francia-germania-e-cina-cna-lombardia-serve-politica-di-fronte-alle-incognite-geopolitiche-per-tutelare-le-imprese-artigiane

7) Le nuove immatricolazioni di auto elettriche in Germania sono diminuite del 27,5% nel 2024

8) https://scenarieconomici.it/germania-si-riduce-il-distacco-fra-cdu-e-afd-giu-spd-e-verdi/

9) https://www.ifw-kiel.de/topics/war-against-ukraine/ukraine-support-tracker/

10) La Germania approva l’acquisto dell’artiglieria missilistica israeliana PULS

11) Germania: numero di disoccupati al massimo, tasso di disoccupazione ancora stabile

12) https://scenarieconomici.it/germania-il-2025-sara-lanno-boom-dei-fallimenti/

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10/11/2024

Produzione industriale ancora in calo, l’Italia non si salva dalla crisi europea

Un paio di giorni fa rendevamo conto dell’ondata di licenziamenti che sta colpendo l’Europa, con le due principali economie del continente – Francia e Germania – in grave affanno. E scrivevamo anche di come ciò significa crisi pure per l’industria italiana, riorganizzatasi negli ultimi decenni come subfornitrice delle imprese tedesche.

I dati sono conclamati da mesi e mesi, ma i “buoni risultati” millantati dal governo Meloni impongono di tornare a raccontare la realtà. L’Istat ha reso pubblici i numeri di settembre sulla produzione industriale del nostro paese, e per la ventesima volta l’indice destagionalizzato è andato calando (-0,4% rispetto ad agosto).

Se guardiamo ai numeri trimestrali, rispetto ai tre mesi precedenti, il terzo trimestre ha segnato una diminuzione ancora più significativa (-0,6%). Inoltre, è stato registrato un andamento peggiore rispetto ai principali partner europei e anche rispetto alla media dell’area euro.

Tornando ai dati di settembre, la produzione di mezzi di trasporto continua a colare a picco (-15,4%), seguendo la crisi dell’auto che riguarda tutta la UE. Seguono il settore tessile, abbigliamento, pelli e accessori (-10,7%), e quello del coke e dei prodotti petroliferi raffinati (-8,1%), ma in campo negativo rimane anche la produzione di beni intermedi e strumentali, e dei beni di consumo.

L’Istat ha sottolineato che “nei primi otto mesi del 2024, le esportazioni in valore hanno registrato una riduzione dello 0,6% in termini tendenziali [rispetto allo stesso periodo del 2023], riflettendo in particolare l’andamento negativo delle vendite verso i mercati UE”.

Ciò non fa che palesare come il ruolo di contoterzisti ci leghi mani e piedi all’industria tedesca. La frenata di quest’ultima, nel 2023, si è trasmessa all’economia italiana con un impatto stimato “in 1 punto percentuale di export e 0,2 punti percentuali di PIL”, ovvero un quarto del rallentamento ascrivibile alle condizioni del ciclo economico internazionale.

La nota dell’istituto di statistica sull’andamento dell’economia riporta che nel terzo trimestre del 2024 “il livello del Pil italiano, in base alla stima preliminare, è rimasto stazionario rispetto ai tre mesi precedenti”. Che tradotto, significa che l’economia ha rallentato rispetto a una crescita già quasi insignificante.

Il clima di fiducia ne ha risentito, sia per ciò che riguarda le famiglie sia per quanto riguarda l’attività imprenditoriale. Ottobre registra il deteriorarsi delle opinioni sul futuro dell’economia, e tra le imprese raggiunge il valore più basso dall’aprile 2021: da quando, in sostanza, sono andate scomparendo le misure di contenimento del Covid-19.

I dati sul PIL e sulla disoccupazione di fine ottobre, che avevano segnalato un aumento degli inattivi e un calo di tutti gli occupati, e soprattutto dei dipendenti a tempo indeterminato, aveva già fatto presagire che l’Italia era tutto fuorché sulla strada di uscita dalla crisi. Ora sta affondando con tutta l’Unione Europea.

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17/06/2024

I conti non tornano. Aumenta l’occupazione ma l’economia ristagna e cala la produzione

Con sistematica puntualità l’ISTAT continua a sfornare dati sull’andamento positivo dell’occupazione, registrando un aumento di 75mila occupati nel primo trimestre di quest’anno e di 394mila rispetto al primo trimestre dell’anno scorso. Dati che ovviamente vengono colti dalla Ministra Calderone come una dimostrazione di buon governo.

Abbiamo già avuto modo di commentare come questi dati siano il frutto di una modalità di calcolo assai discutibile, con la quale si ricomprendono nella categoria di occupate persone che hanno svolto una qualsivoglia attività nella settimana precedente alla rilevazione, con o senza contratto, anche per una sola ora.

Una prima contraddizione sta nel fatto che l’ISTAT registri contemporaneamente un aumento del tasso di inattività per le persone tra i 15 e i 64 anni, che sarebbe salito al 33,1% nel primo trimestre del 2024. Per Eurostat il tasso degli inattivi in Italia è in realtà più alto e già nel 2023 superava il 34,5%, collocando il nostro Paese al primo posto nella UE per tasso di inattività.

Chi sono gli inattivi per l’ISTAT? Sono quelli che non hanno un impiego né lo stanno cercando e pertanto vengono collocati fuori dal calcolo della forza lavoro (occupati + disoccupati). Tra questi sicuramente c’è una larga fetta impiegata stabilmente in attività sommerse, lavoro nero, e che pertanto non risulta dalle rilevazioni.

Ma la contraddizione più evidente, rispetto ai dati apparentemente positivi sull’occupazione, è la situazione della nostra economia. È sempre l’ISTAT a stimare una crescita dell’1% nel 2024 (la Commissione europea si attesta più in basso a 0,9%) e dell’1,1% per il 2025. La produzione industriale è invece addirittura in calo del 2,9%, sempre su base annua (ultimo dato ISTAT del 10 giugno).

Questi dati certificano una stagnazione sostanziale del nostro sistema economico. Difficile dare credito, in queste condizioni, alla notizia che in Italia gli occupati siano in aumento: con una economia in stato depressivo, l’unico lavoro che rimane è quello sottopagato e decontrattualizzato. Questo sì in vertiginoso aumento, il resto è solo fumo negli occhi.

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30/03/2024

La crisi economica morde Germania e Francia. Sta in questo la spinta verso l’economia di guerra?

La tentazione di puntare sull’economia di guerra per uscire dal fondo della crisi economica si affaccia con prepotenza negli scenari di due delle maggiori potenze economiche europee.

Mercoledì 27 marzo, i principali istituti economici tedeschi hanno abbassato significativamente le loro previsioni di crescita del Pil della Germania per il 2024, ora previsto allo 0,1%. Gli istituti prevedevano una crescita dell’1,3% quest’autunno, ma ora sono più pessimisti, a causa della lenta ripresa dei consumi.

I principali istituti ritengono che l’economia tedesca raggiungerà solo una mini-crescita quest’anno, ma prevedono una ripresa per il 2025. Secondo il quotidiano economico tedesco Handesblatt, il Pil dovrebbe crescere solo dello 0,1% nel 2024, almeno stando alle previsioni congiunte pubblicate mercoledì.

In autunno ci si aspettava un aumento dell’1,3 per cento. Per il prossimo anno, gli istituti hanno abbassato le loro previsioni dall’1,5 all’1,4 per cento. La produzione economica sarebbe comunque  inferiore di oltre 30 miliardi di euro a causa del ritardo nella ripresa. L’anno scorso, la più grande economia europea si era contratta già dello 0,3%.

“L’economia in Germania è in difficoltà”, dice il documento diagnostico degli istituti economici tedeschi “Anche se è probabile che una ripresa inizi in primavera, è improbabile che lo slancio sia nel complesso ampio”. Attualmente, la produzione economica è a un livello appena superiore ai livelli pre-pandemia. La produttività sta annaspando. “In termini di economia estera e interna, di recente ci sono stati più venti contrari che venti favorevoli”, affermano i ricercatori.

Ciò è dovuto a “fattori ciclici e strutturali” che si sovrappongono, spiegando “la lentezza dello sviluppo economico globale”, ha sottolineato Stefan Kooths, direttore della ricerca economica presso l’Istituto di Kiel. “Mentre una ripresa è probabile dalla primavera, lo slancio complessivo non sarà molto forte”.

Nel 2023 l’economia tedesca è andata in rosso, con un calo del PIL dello 0,3%, appesantito dalla crisi del settore industriale.

La Germania, a lungo forza trainante dell’economia europea, sta affrontando una crisi del suo settore industriale causata dall’aumento dei prezzi dell’energia dovuto al venir meno del gas russo a prezzi vantaggiosi e al calo della domanda globale.

Se Berlino piange Parigi non ride

Secondo i dati pubblicati martedì 26 marzo dall’INSEE il deficit pubblico francese per il 2023 ammonta al 5,5% del prodotto interno lordo (PIL), ovvero 154 miliardi di euro. Si tratta di una cifra molto superiore al 4,9% fissato nella legge finanziaria 2024, adottata alla fine dello scorso anno. Il debito pubblico si è attestato al 110,6% del PIL.

Il governo si stava preparando a cattive notizie da diverse settimane. In una intervista a Le Monde ai primi di marzo il ministro dell’Economia, Bruno Le Maire, ha dichiarato che “a causa della perdita di gettito fiscale nel 2023” la cifra sarebbe stata “significativamente superiore al 4,9%”. Quest’ultimo è diminuito di 21 miliardi di euro l’anno scorso, ha detto martedì il ministro su RTL, sottolineando l’effetto del rallentamento dell’inflazione, che tradizionalmente aumenta le entrate fiscali. “Non c’è stata più spesa pubblica di quanto abbiamo detto, ci sono state meno entrate del previsto”, ha insistito.

Le Monde riferisce che mercoledì 20 marzo, Macron ha riunito d’emergenza il suo primo ministro, Gabriel Attal e una schiera di ministri nella sala degli ambasciatori dell’Eliseo. Attorno al tavolo c’erano Bruno Le Maire (Economia), Gérald Darmanin (Interni), Catherine Vautrin (Lavoro, Salute e Solidarietà), Stéphane Séjourné (Affari esteri), Christophe Béchu (Transizione ecologica) e Thomas Cazenave (Conti pubblici).

“Il tavolo, che sembra un’unità di crisi assemblata in fretta e furia, ha lo scopo di affrontare la disastrosa situazione finanziaria del paese e il pericoloso contesto politico” commenta Le Monde.

Tutto questo a meno di tre mesi dalle elezioni europee del 9 giugno dove il partito di Macron – Renaissance – appare sotto di dieci punti a quello della Le Pen. “Questo non è il momento per i commenti, ma per la mobilitazione”, ha detto Macron ai suoi seguaci. “Nel 2019 il contesto era peggiore, abbiamo la responsabilità storica di riuscirci. È in gioco la civiltà europea”.

Il boom delle spese militari in Francia e Germania

A luglio dello scorso anno il Parlamento francese ha approvato un aumento di svariati miliardi di euro delle spese militari fino al 2030, sulla spinta della guerra con la Russia in Ucraina e delle minacce globali in rapida crescita.

Il presidente francese Macron, ha spinto per questo aumento di bilancio, che prevede una spesa di 41,3 miliardi di euro, l’aumento più significativo in mezzo secolo. Il denaro dovrà servire a modernizzare l’arsenale nucleare francese, ad aumentare la spesa per l’intelligence e a sviluppare un maggior numero di armi controllate da remoto. Per Macron, l’aumento delle spese militari è necessario per garantire «la nostra libertà, la nostra sicurezza, la nostra prosperità, il nostro posto nel mondo»

In Germania nel 2024 la spesa militare prevista arriverà a 51,95 miliardi di euro, con un aumento di 1,83 mld di Euro rispetto il 2023.

A questi 51,95 miliardi di euro si aggiungeranno però i 19,8 miliardi di euro dal fondo speciale dedicato alla Bundeswehr, portando il totale delle spese militari a 71,75 miliardi di euro, una cifra mai raggiunta finora dalla Germania e che le farà raggiungere e superare il tetto del 2% delle spese militari rispetto al Prodotto Interno Lordo (PIL), richiesto dalla NATO.

Parte del finanziamento dei programmi previsti sarà sostenuto dal fondo speciale della Bundeswehr, un finanziamento da circa 100 miliardi di Euro deliberato dal Governo del Cancelliere Scholz ed approvato a larghissima maggioranza dal Bundestag nel 2022, come “misura per fronteggiare le necessità di rinnovamento, ammodernamento e potenziamento delle forze armate tedesche” alla luce della guerra in Ucraina.

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17/02/2024

L’Unione Europea gioca a fare la dura ma ne paga le conseguenze

L’economia castiga le alzate di cresta dell’Unione Europea. Le previsioni intermedie d’inverno della Commissione europea indicano infatti una debolezza economica nell’Unione Europea per il 2024 e confermano per il 2023 una revisione al ribasso della crescita sia nell’UE sia nella zona euro, che dovrebbe attestarsi allo 0,5% rispetto allo 0,6% indicato nelle previsioni d’autunno.

La crescita è prevista al ribasso anche nel 2024: sarà infatti rispettivamente dello 0,9% (rispetto all’1,3%) nell’UE e dello 0,8% (rispetto all’1,2%) nella zona euro. Al momento, per il 2025 si prevede un aumento dell’attività economica dell’1,7% nell’UE e dell’1,5% nella zona euro. Ma sono queste sono solo previsioni.

Il deficit di ossigeno nella Ue si registra nonostante l‘inflazione sia diminuita più rapidamente rispetto a quanto indicato nelle previsioni d’autunno. Si prevede infatti un calo dell’inflazione IAPC (indice armonizzato dei prezzi al consumo), che passerà dal 6,3% del 2023 al 3,0% nel 2024 e al 2,5% nel 2025. Nella zona euro l’inflazione dovrebbe passare così dal 5,4% del 2023 al 2,7% nel 2024 e al 2,2% nel 2025.

Secondo la Commissione europea, nel 2023 la crescita è stata frenata dall’erosione del potere di acquisto delle famiglie (ovvero dai salari troppo bassi), da una forte stretta monetaria, dal ritiro parziale del sostegno di bilancio e dalla riduzione della domanda estera. Benché sia stata evitata una recessione tecnica nella seconda metà dello scorso anno, nel primo trimestre del 2024 le prospettive per l’economia dell’UE restano deboli.

“Una graduale accelerazione dell’attività economica è comunque prevista nel corso dell’anno. In un contesto di calo dell’inflazione si prevede che la crescita reale dei salari e la resilienza del mercato del lavoro favoriranno un aumento dei consumi”, scrivono a Bruxelles.

“Il ritmo della crescita è previsto stabile a partire dalla seconda metà del 2024 e fino al termine del 2025 con un calo dell’inflazione più rapido rispetto alle attese”. Il processo di riduzione dell’inflazione più rapido di quanto indicato nelle previsioni di autunno viene spiegato dalla Commissione europea con la riduzione dei prezzi delle materie prime energetiche e con l’indebolimento della dinamica economica.

Le tensioni internazionali pesano significativamente

Nel breve termine, secondo la Commissione, si prevede che l’eliminazione delle misure di sostegno energetico negli Stati membri e l’aumento dei costi di trasporto a seguito delle turbolenze nel Mar Rosso eserciteranno una certa pressione al rialzo sui prezzi, senza tuttavia compromettere il percorso di riduzione dell’inflazione.

Si stima che alla fine del periodo oggetto delle previsioni l’inflazione complessiva nella zona euro si attesterà leggermente al di sopra dell’obiettivo fissato dalla BCE, mentre nell’UE risulterà marginalmente superiore.

Le previsioni sono tuttavia caratterizzate da un certo livello di incertezza a causa del protrarsi delle tensioni geopolitiche e dei rischi di un ulteriore allargamento del conflitto in Medio Oriente. Ci si aspetta che l’aumento dei costi di trasporto dovuto alle turbolenze nel Mar Rosso avrà un impatto solo marginale sull’inflazione. È vero, tuttavia, che ulteriori turbolenze potrebbero causare nuove strozzature dell’approvvigionamento, riducendo la produzione e facendo lievitare i prezzi.

Dall’analisi della Commissione europea manca completamente ogni riferimento alle conseguenze dell’interruzione delle forniture di gas dalla Russia (decisive per l’economia tedesca e non solo, ndr) e delle sanzioni adottate contro economie importanti come Russia, Cina, Iran.

Se la Ue decide di rompere accordi commerciali consolidati e mostrare i muscoli in giro per il mondo è conseguenza che gli sbocchi economici delle economie europee si siano andati riducendo e che aver puntato solo sugli Usa si stia rivelando un boomerang, visto che gli Stati Uniti sono molti concentrati sulla “propria” economia.

A livello interno, secondo la Commissione europea i rischi per le proiezioni di riferimento sulla crescita e l’inflazione dipendono dall’andamento (superiore o inferiore alle previsioni) dei consumi, della crescita dei salari e dei margini di profitto oltre che dal persistere di tassi di interesse elevati.

Altre minacce sono costituite inoltre dai rischi per il clima e dagli eventi atmosferici estremi. Salari congelati, alti tassi di interesse e malessere diffuso tra gli agricoltori non fanno presagire nulla di buono.

Le prossime previsioni della Commissione europea saranno quelle economiche di primavera 2024, la cui pubblicazione è prevista nel mese di maggio.

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16/12/2023

I salari in Italia fermi da trent’anni, grazie alla concertazione tra governi e Cgil Cisl Uil

In Italia i salari reali sono sostanzialmente al palo da trent’anni, la forza lavoro è in rapido invecchiamento. Secondo l’Inapp (Istituto Nazionale per le Politiche Pubbliche) sono queste alcune tra le principali criticità del mercato del lavoro italiano.

Il Rapporto annuale dell’Inapp è stato presentato ieri alla Camera e, ovviamente, sostiene l’utilità dell’introduzione del salario minimo legale visto che la struttura della contrattazione collettiva non è riuscita a far crescere nel nostro Paese le retribuzioni reali. Nella distribuzione del reddito si vede una caduta crescente della quota dei salari sul Pil e una crescente quota dei profitti, che si è ormai stabilizzata su valori rispettivamente del 40% per i salari e del 60% per i profitti.

Tra il 1991 e il 2022 i salari reali in Italia sono cresciuti solo dell’1% a fronte del 32,5% in media registrato nell’area Ocse. “Una prima criticità – ha spiegato il presidente dell’Inapp, Sebastiano Fadda – è costituita dalla questione salariale. La distribuzione funzionale del reddito mostra una caduta crescente della quota dei salari sul Pil e una crescente quota dei profitti (sono rispettivamente del 40% e del 60%) che configurano un modello di crescita profit led. Nella letteratura economica – si evidenzia – vengono avanzati forti dubbi sulla tenuta di tale modello nel lungo periodo, mentre si attribuisce maggior solidità al modello wage led per via della crescita della domanda aggregata che è in grado di alimentare un sentiero di crescita sostenuta”.

“Non esistono ragioni né sul piano analitico né sul piano dell’evidenza empirica – spiega Fadda a proposito delle difficoltà della contrattazione collettiva nella salvaguardia delle retribuzioni – per escludere strumenti basati sull’imposizione di una soglia minima invalicabile”. In Italia inoltre sta emergendo un altro fenomeno che, secondo l’Inapp, “deve preoccupare i responsabili della politica economica: si tratta del cosiddetto ‘labour shortage‘, ossia della carenza di lavoratori. Si manifesta con la difficoltà dei datori di lavoro a coprire i posti vacanti”. Un dato questo che è legato anche al forte invecchiamento della forza lavoro (e ai salari bassi che non spingono nel mercato del lavoro nuove quote di attuali inattivi) sulla scia dell’andamento demografico.

Ma sono ancora troppo pochi quelli che danno risposta alla domanda: perché è dal 1992 che i salari di lavoratrici e lavoratori italiani sono rimasti al palo? Gli europeisti hanno la coda di paglia e tendono sempre a svicolare sul fatto che l’adesione dell’Italia al Trattato di Maastricht avviò le politiche di austerità e impose il blocco dei salari. E proprio nel biennio 1992/1993 infatti che gli accordi sulla concertazione tra governi (Amato e Ciampi), Confindustria e Cgil Cisl Uil, portarono sia all’eliminazione definitiva della scala mobile che all’aggancio dei salari alla cosiddetta inflazione programmata invece che a quella reale.

Quel meccanismo ha agito sistematicamente sui contratti nazionali dei decenni successivi, con aumenti salariali irrisori nel corso del tempo, fino all’emergenza dei bassi e bassissimi salari esplosa negli ultimi anni, in particolare quando l’inflazione reale – e non quella fittizia “programmata – ha falcidiato il potere d’acquisto.

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21/11/2023

Il ritorno della gabbia del patto di stabilità

di Domenico Moro

Negli ultimi anni la questione europea, ossia la questione delle regole di bilancio e dell’euro, è caduta nel dimenticatoio. Una delle ragioni sta nel fatto che dal 2020 il Patto di stabilità è stato sospeso. Infatti, la pandemia aveva duramente colpito l’economia del Paesi europei e, per farvi fronte, la decisione unanime fu di sospendere le regole restrittive di bilancio contenute nel Patto di stabilità. Oggi, la questione europea si accinge a riprendere la sua centralità dal momento che a gennaio 2024 avrà fine il periodo di sospensione. Inoltre, c’è la possibilità che le regole del Patto di stabilità vengano cambiate entro dicembre. Ma, se su questo non dovesse esserci un accordo tra i Paesi europei, verranno ripristinate le vecchie regole.

Vediamo quali sono. Il Patto di stabilità, sottoscritto nel 1997, si prefigge di garantire la disciplina di bilancio degli stati membri dopo l’introduzione della moneta unica. Il patto di stabilità contempla i cosiddetti parametri di Maastricht: il limite al deficit pubblico del 3% sul Pil e il limite al debito pubblico del 60% sul Pil. A questi vincoli, che inibiscono la capacità di spesa degli Stati della Ue, si aggiunge la regola che prevede la riduzione annua di un ventesimo dell’ammontare del debito pubblico eccedente il limite del 60%. Va aggiunto, inoltre, che il testo del Patto di stabilità è stato reso ancora più stringente con l’introduzione, dopo la crisi del 2008, di otto regolamenti, i cosiddetti six pack e two pack, e nel 2012 del Fiscal compact.

Il Patto di stabilità e gli altri regolamenti hanno avuto negli anni un impatto deleterio sull’economia e sullo Stato sociale europei. Infatti, le regole che impongono limiti al deficit annuo e al debito hanno impedito di far fronte alle crisi economiche che si sono succedute. Normalmente quando si verificava una crisi i vari Paesi usavano lo stimolo degli investimenti pubblici per rivitalizzare l’economia. Questo, però, a partire dal 1997 è stato impossibile. Il Patto di stabilità è una vera e propria gabbia che introduce delle rigidità nella gestione dell’economia capitalistica, che per sua natura è ciclica e si caratterizza per le ricorrenti crisi economiche. Le regole di bilancio di fatto bloccano gli investimenti statali che, dalla fine della Seconda guerra mondiale fino agli anni ‘90, hanno avuto la funzione di trainare l’economia europea. Questa è una delle varie ragioni per le quali il Pil della Ue ha perso molti punti di incidenza sul Pil mondiale (dal 28,1% del 1990 al 16,6% del 2022), perdendo posizioni rispetto ad altre economie come quella cinese.

Una delle misure più critiche è la regola della riduzione annua di un ventesimo dell’eccedenza del 60% del debito pubblico. Si tratta di una regola che, fino ad ora, non è stata applicata ma che, in caso lo fosse, provocherebbe tagli enormi a tutta la spesa sociale, dalla sanità alle pensioni all’istruzione. Il debito pubblico italiano è di circa il 141% del Pil, pari a 2.859 miliardi di euro. Se dovessimo dimezzarlo al 70% si tratterebbe di eliminare in venti anni un ammontare del debito di 1.429 miliardi che all’anno significherebbe un taglio di 71,4 miliardi, una cifra enorme che, tanto per dare una idea della grandezza, ammonta a più della metà della spesa sanitaria annua, che nel 2020 è stata di 123,5 miliardi. Quindi, ogni anno, ci dovrebbe essere un surplus di bilancio, cioè entrate statali superiori alle uscite, di oltre settanta miliardi. Un risultato praticamente impossibile a raggiungersi. Come detto, tale regola non è stata ancora applicata ma la tendenza a ridurre il debito ha contribuito a condurre un Paese come l’Italia a una stagnazione economica più che ventennale e a consistenti tagli allo Stato sociale.

Nell’aprile del 2023 la Commissione europea ha avanzato una proposta di riforma del Patto di stabilità che bilanci i parametri di rigore con un maggiore sostegno agli investimenti. Il commissario europeo all’economia, Palo Gentiloni, ha sottolineato che il tempo di tale riforma è limitato e che, in caso di mancanza di un accordo sulla riforma del Patto di stabilità entro dicembre 2023, si prospetta un ripristino tout-court delle vecchie regole. Ora il dossier è nelle mani del presidente di turno della Ue, la Spagna, che è chiamata a redigere una proposta di riforma. Finora l’accordo tra i vari Paesi sembra mancare. Da una parte c’è la Germania (66,1% il suo debito pubblico nel 2022) e i suoi alleati, tra i quali i Paesi Bassi (50,1%), che premono per la compressione dei debiti pubblici. Dall’altra parte ci sono i Paesi con alto debito, tra cui la seconda, la terza e la quarta economia della Ue, ossia la Francia (111,8%), l’Italia (141,7%) e la Spagna (116,1%), che premono per maggiore flessibilità.

Inizialmente c’è stato uno scontro tra Germania e Francia, la coppia che ha diretto i processi di integrazione europea. Poi la Francia ha, in qualche modo, sposato la posizione tedesca nel tentativo di orchestrare un compromesso, ricavando una eccezione chiara sullo scomputo dal deficit delle spese militari. Il compromesso non ha lasciato soddisfatta l’Italia, che si trova nella situazione più difficile dato l’alto debito, e che preme per lo scomputo dal deficit non solo delle spese per la difesa, ma anche di quelle per la transizione ecologica e digitale. Lo scomputo delle spese militari è accettato da tutti a causa del processo di riarmo a livello europeo per via della guerra in Ucraina e per la richiesta degli Usa di portare almeno al 2% del Pil la spesa militare dei Paesi appartenenti alla Nato. Lo stesso ministro della Difesa italiano, Crosetto, ha dichiarato che la quota del 2% del Pil in spesa militare può essere raggiunta dall’Italia solamente in caso di riforma del Patto di stabilità, scomputandola dal calcolo del deficit.

Il problema maggiore è che il debito pubblico è calcolato in percentuale sul Pil, che rappresenta il denominatore. Se, quindi, il Pil non cresce adeguatamente, cioè più del debito, l’incidenza del debito sul Pil aumenta. La questione è proprio questa: siamo, in tutta la Ue, in una fase in cui il Pil è stagnante. L’Italia, secondo i dati ufficiali contenuti nella manovra, dovrebbe crescere dell’1,2% nel 2024, ma la Commissione europea, l’Ocse e la Banca d’Italia prevedono una crescita allo 0,8%, il Fondo monetario internazionale allo 0,7% e la Confindustria allo 0,5%. I dati sulla produzione industriale di settembre rispetto ad agosto dicono che, per quanto riguarda l’Italia, la crescita è zero, mentre Germania e Francia sono addirittura in contrazione. Quello che spaventa maggiormente è che possa realizzarsi in Europa una vera e propria recessione. In un quadro di questo tipo, con il ritorno alle vecchie regole di bilancio verrebbe meno la doppia sostenibilità del debito e di crescita e investimenti.

Recentemente sulla questione europea è intervenuto anche Mario Draghi in una conversazione con Martin Wolf nell’ambito di un convegno organizzato dal Financial Times. Draghi ha detto che l’Europa è caratterizzata, negli ultimi vent’anni, dalla perdita di competitività nei confronti di Usa, Giappone, Corea del Sud e Cina. Il punto centrale è la produttività, che è insufficiente soprattutto se consideriamo che l’Europa è in calo demografico. Per sostenere un continente che invecchia è necessario aumentare la produttività e per farlo bisogna investire di più in tecnologia, in capitale umano, in formazione e in istruzione. Per questa ragione Draghi propone più Europa cioè una maggiore integrazione tra i Paesi della Ue, che permetta di esprimere un’unione politica, economica e militare più forte: “Senza un’unione più profonda, nella politica estera, nella difesa, nell’economia, la Ue non sopravviverà se non come mercato unico”[i].

Il punto è che fino ad oggi una maggiore integrazione non ha corrisposto a una maggiore crescita, ma al contrario a maggiori vincoli, come quelli del Patto di stabilità, che hanno introdotto una maggiore rigidità nel funzionamento della leva economica pubblica con risultati deleteri. Inizialmente, tali vincoli sono stati introdotti per comprimere la spesa sociale (pensioni, sanità, istruzione, ecc.), che svantaggiava il lavoro salariato, e per favorire il capitale privato. Il Patto di stabilità e i regolamenti che si sono succeduti hanno penalizzato il ruolo dei Parlamenti nazionali imponendo dall’esterno, cioè da parte dell’Europa, la disciplina di bilancio ed esautorando di fatto il potere legislativo nazionale a favore dell’esecutivo. In questo modo, si è di fatto eliminata la sovranità democratica e popolare[ii]. Col tempo, inoltre, si è realizzata una camicia di forza che penalizza le frazioni nazionali più deboli del capitale europeo, come Francia, Italia e Spagna, rispetto alla Germania. Per questo c’è uno scontro in atto tra l’Italia e la Germania sulla questione della riforma del Patto di stabilità.

La soluzione, quindi, non può essere quella proposta da Draghi, anche perché l’Europa ha dimostrato di recente di essere molto divisa al suo interno e subalterna agli Usa per quanto riguarda la politica estera e militare. C’è necessità invece di recuperare una maggiore sovranità, che però non sia puramente retorica ma una sovranità effettiva, democratica e popolare. Con sovranità democratica e popolare si intende il recupero e l’allargamento dell’influenza della maggioranza dell’elettorato, ossia del lavoro salariato e delle classi subalterne, sul processo decisionale pubblico. Si tratta, quindi, di una sovranità molto diversa da quella proposta dal governo Meloni. Questo, infatti, da una parte punta a una riforma del Patto di stabilità che faccia recuperare risorse da distribuire al capitale nazionale e, dall’altra parte, punta a rafforzare l’esecutivo, il governo, a scapito del parlamento. Ne è dimostrazione la contro-riforma, proposta dalla Meloni, che contempla l’elezione diretta del primo ministro e un notevole premio di maggioranza che penalizzerà ancora di più la rappresentanza politica dell’elettorato. Non è, quindi, da una eventuale riforma del Patto di stabilità che possiamo aspettarci una soluzione, ma dalla sua eliminazione.

Note

[i] Isabella Bufacchi, Draghi: più integrazione o l’Europa non sopravviverà, Il Sole 24 ore, 9 novembre 2023.

[ii] Su tali questioni suggerisco di vedere di Domenico Moro, Eurosovranità o democrazia? Perché uscire dall’euro è necessario, Meltemi, Milano 2020.

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