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24/07/2026

Salari in perdita da trent’anni: serve un salario minimo e abolire l’Iva sui beni necessari

Due notizie ci danno da pensare, una è quella della prima decisione del neo premier britannico Burnham di togliere l’IVA dalle bollette delle famiglie garantendo così un risparmio medio di circa 45 sterline annue, la seconda è la relazione dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio italiano che certifica quello che tutti noi sappiamo da tempo, cioè la perdita secca dei salari italiani dal 1990 ad oggi di fronte ad una crescita di oltre il 35% nei Paesi OCSE.

In particolare colpisce la suggestiva proposizione dell’UPB secondo cui a tale perdita hanno contribuito principalmente due fattori, la pratica di operare sulle aliquote Irpef per far crescere un po’ i salari e la moderazione salariale, ovviamente complici i sindacati concertativi Cgil Cisl e Uil che si sarebbero accontentati dello sgocciolamento economico che arrivava sulle buste paghe grazie agli sconti Irpef e hanno quindi ridotto dal 1990 la pressione per aumentare i salari.

Risultato, le imprese hanno risparmiato un sacco di soldi, i salari sono rimasti al palo e la collettività tutta ha pagato attraverso la riduzione delle tasse quello che avrebbero dovuto sborsare i datori di lavoro se il sindacato avesse fatto il suo mestiere.

Intanto siamo alla vigilia di un nuovo Patto di luglio. I segretari confederali Landini, Fumarola e Bombardieri dopo aver ritrovato repentinamente e magicamente l’unità fra loro, omaggiando, chi prima chi dopo, il governo Meloni che non è più nemico per nessuno, nemmeno per la Cgil, hanno proposto ai padroni di vedersi il 30 di luglio per concludere e sottoscrivere un nuovo Patto.

Oggi il pericolo viene dalla scricchiolante egemonia nelle relazioni sindacali a cui bisogna correre ai ripari chiedendo a gran voce nuove norme sulla rappresentanza sindacale e datoriale che blindi una volta e per sempre il loro ruolo di unici tenutari del diritto alla negoziazione.

Che in quell’occasione qualcuno alzi il ditino per proporre sommessamente la questione salariale è fuori discussione. Non si disturba il manovratore, soprattutto quando i padroni sono lì a brindare a champagne. Per i padroni, avere la certezza che ai tavoli di fronte a loro avranno sempre e solo CgilCislUil che non si sognano nemmeno lontanamente di scomodarsi a parlare di soldi è quanto di meglio possa capitare per continuare a lucrare sui salari.

USB da tempo sostiene l’esigenza di istituire un salario minimo orario, con salari e stipendi che debbano garantire almeno 2000 euro netti in paga base per tutti, da incrementare con la contrattazione e il ripristino di un meccanismo di adeguamento vero all’inflazione; allo stesso modo abolire l’IVA dai beni di prima necessità, che è un’imposta indiretta e di fatto regressiva, potrebbe restaurare in parte il principio di progressività nel sistema fiscale previsto dalla Costituzione.

Forse in questo modo le famiglie avrebbero un po’ di respiro, i soldi tornerebbero a circolare e l’economia ne trarrebbe giovamento; di certo serve un vero nuovo autunno di lotte con al centro il diritto a salari, stipendi e pensioni adeguate.

Fonte

05/05/2026

La truffa del salario giusto

di Mario Sommella

Esiste un modo molto efficace per mascherare un attacco al lavoro: chiamarlo difesa del lavoro. Esiste un modo ancora più sofisticato per cancellare un diritto costituzionale: dichiarare che lo si sta finalmente attuando. Il decreto-legge approvato dal Consiglio dei ministri il 28 aprile 2026, varato a tempo di marcia in vista del Primo Maggio e rilanciato dalla propaganda di Palazzo Chigi sotto l’etichetta beffarda di «salario giusto», è esattamente questa operazione: una contro-riforma travestita da intervento solidale, una cessione di sovranità retributiva camuffata da garanzia, un trasferimento di un miliardo di euro dalle casse pubbliche alle imprese spacciato come tutela dei più deboli.

Conviene osservarlo con calma, perché è in questi passaggi – quando le parole vengono usate per nascondere il loro contrario – che si misura la qualità democratica di un governo.

Il decreto stanzia poco meno di un miliardo distribuito su tre annualità: secondo i dati pubblicati dal Sole 24 Ore sulla bozza approvata, parliamo di 109,7 milioni nel 2026, 252,4 milioni nel 2027 e 135,4 milioni nel 2028 per il bonus assunzioni, più ulteriori 26, 60 e 34 milioni nelle stesse annualità per le aree ZES. Bene.

Si guardi adesso, in questa lunga colonna di numeri, dove finiscono i soldi. Non in busta paga. Non nelle tasche dei lavoratori. Non nei contratti collettivi scaduti. Vanno integralmente alle imprese, sotto forma di esonero contributivo fino al 100% per le assunzioni a tempo indeterminato di donne, giovani sotto i 35 anni e disoccupati di lungo periodo, con un tetto di 500 euro mensili che sale a 650 nelle Zone Economiche Speciali del Mezzogiorno e a 800 per le donne residenti nella ZES.

È la reiterazione, ormai trentennale, della stessa illusione: la decontribuzione presentata come un regalo, mentre in realtà è un buco scavato sotto i piedi dell’INPS, ovvero nei diritti previdenziali futuri di chi quei contributi non li versa più.

I soldi non sono regalati: sono solo spostati dal pilastro della pensione pubblica a quello del profitto privato.

La presidente del Consiglio ha detto in conferenza stampa che il provvedimento serve a «ringraziare gli italiani». Era difficile trovare una formula più rivelatrice: gli italiani vengono ringraziati con i loro stessi soldi, prelevati dalla loro stessa contribuzione, dirottati sui margini delle aziende che li assumono.

E qui finisce la parte che si potrebbe chiamare, con un eufemismo, «occupazionale». Comincia adesso quella che merita il nome più crudo di lesione costituzionale. Perché il decreto non si limita a finanziare le imprese: ridefinisce in modo autoritativo, e a beneficio del datore di lavoro, il significato stesso di retribuzione equa.

Il punto non è secondario. Da settantotto anni l’articolo 36 della Costituzione stabilisce che «il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa». Sufficiente. In ogni caso.

Sono parole pesate al milligrammo dai costituenti del 1947, e da settant’anni la Corte di Cassazione le tratta come precetto direttamente vincolante: la retribuzione deve garantire dignità, e questa dignità non è una variabile di trattativa fra le parti sociali – è un parametro giuridico sovraordinato, un minimo costituzionale che nessun contratto può legittimamente comprimere.

La sentenza che il governo vuole cancellare

Per capire la portata dell’operazione meloniana bisogna risalire al 2 ottobre 2023, alle sentenze gemelle della sezione lavoro della Cassazione numeri 27711, 27713 e 27769. In quel pronunciamento – che ha rappresentato uno spartiacque della giurisprudenza italiana sul lavoro povero – la Suprema Corte ha stabilito un principio limpido: il giudice del lavoro, nell’attuare l’articolo 36, deve partire dalla retribuzione fissata dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, ma può e deve discostarsene anche d’ufficio quando quella retribuzione si riveli incompatibile con i criteri costituzionali di proporzionalità e sufficienza.

Tradotto: nemmeno la firma di CGIL, CISL e UIL su un contratto nazionale lo mette automaticamente al riparo da una verifica di costituzionalità. Esiste un salario minimo costituzionale, e i magistrati italiani ne sono i custodi in via giudiziaria, in attesa che il legislatore si decida ad attuare l’articolo 39 sulla rappresentanza sindacale e a fissare un minimo legale degno di questo nome.

Quel principio non era astratto. Aveva nomi e cognomi. Aveva, soprattutto, paghe orarie miserabili scritte nero su bianco in contratti regolarmente sottoscritti. Il Tribunale di Milano, nelle sue sentenze più note, ha dichiarato incostituzionali retribuzioni di 4,40 e 3,96 euro lordi all’ora previste dal CCNL Vigilanza privata e servizi fiduciari – un contratto firmato proprio da CGIL e CISL, non da sigle pirata.

Il Tribunale di Torino ha annullato analoghe tariffe per gli operatori di vigilanza. La Corte d’appello di Milano ha confermato. La Cassazione, nel 2023 e ancora nel marzo 2026 con una pronuncia che ha ribadito la coerenza dell’indirizzo, ha cristallizzato l’orientamento.

Migliaia di lavoratori – secondo le stime delle associazioni che li hanno assistiti, almeno centomila in tutta Italia, fra cooperative di servizi, addetti alle pulizie, portierato, vigilanza non armata, multiservizi – hanno cominciato a vedere riconosciuto, nei tribunali, il diritto a una paga umana. Non una rivoluzione, ma una breccia. La giurisprudenza stava svolgendo, in supplenza di un legislatore inadempiente, la funzione che un parlamento serio avrebbe dovuto assolvere con una legge sul salario minimo.

È esattamente questa breccia che il decreto Primo Maggio chiude. Il governo, con un colpo di spugna travestito da chiarimento, stabilisce che l’accesso agli incentivi contributivi è subordinato al rispetto del cosiddetto Trattamento Economico Complessivo (TEC) previsto dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni «comparativamente più rappresentative».

Detto così sembra ragionevole: si pretende che chi prende soldi pubblici applichi i contratti di settore, escludendo dai benefici i contratti pirata. Ma sotto questa formula apparentemente innocua si nasconde un capovolgimento giuridico gravissimo: il «salario giusto» diventa, per definizione legislativa, quello deciso dalla concertazione fra sindacati confederali e organizzazioni datoriali.

Si trasforma cioè un parametro contrattuale – meramente presuntivo, e da sempre soggetto a verifica giudiziale ai sensi dell’articolo 36 – in un parametro normativo. Si dà alle parti sociali il potere di definire “il giusto”, sottraendolo al sindacato del giudice e al precetto costituzionale. Si vende come anti-salario-pirata una norma che, in realtà, immunizza i CCNL ufficiali dalle contestazioni di incostituzionalità.

Non è un caso che la segretaria generale della CISL Daniela Fumarola abbia commentato la mossa governativa in tono entusiastico, con la solita formula del «mosaico di misure da comporre uniti».

Il decreto consegna alla concertazione un assegno in bianco. Riconosce alle confederazioni storiche un monopolio normativo che la stessa Cassazione, con le sentenze del 2023, aveva incrinato. È, per farla breve, un patto: voi sindacati firmate quello che vi diciamo di firmare, anche al ribasso, e in cambio noi mettiamo la firma collettiva al riparo dalle pretese di un giudice che potrebbe ancora rifarsi all’idea ingombrante che la dignità venga prima della trattativa.

Il segretario della CGIL Maurizio Landini ha colto subito il punto: «il governo fa propaganda, spaccia per aumento dei salari un decreto in cui i soldi vanno alle imprese, non ai cittadini». Ha ragione, ma il problema è che la sua stessa CGIL, in sede di rinnovi più recenti – dal CCNL Sanità Pubblica 2022-2024 firmato il 27 ottobre 2025 da CISL FP, FIALS, Nursind e Nursing Up con la sola dissociazione di FP CGIL e UIL FPL, fino al CCNL Funzioni Locali siglato il 23 febbraio 2026 – si trova dentro un sistema di contrattazione in cui la dissociazione è, troppo spesso, un atto simbolico privo di conseguenze reali sui salari di chi lavora.

Il premio a chi non firma

Concessa l’immunità costituzionale al contratto firmato, il decreto si premura di concedere alle imprese anche la convenienza a non firmarlo. Sembra paradossale, ma è la struttura concreta del provvedimento.

Per i contratti collettivi non rinnovati da più di dodici mesi, il governo introduce un meccanismo di adeguamento automatico: i datori di lavoro dovrebbero corrispondere ai dipendenti un’indennità pari al 30 per cento della rivalutazione salariale calcolata sull’indice IPCA – l’indice dei prezzi al consumo armonizzato dell’Eurozona, già largamente penalizzante perché depurato dei costi energetici, vera pietra di scandalo nell’ondata inflattiva 2022-2023.

Una simulazione pubblicata nei giorni scorsi mostra l’ordine di grandezza: con un IPCA all’1,9 per cento, il 30 per cento equivale a uno 0,57 per cento; su uno stipendio lordo mensile di 1.500 euro l’aumento automatico è di 8 euro e 55 centesimi; nel comparto della sanità privata, su 1.953 euro lordi, l’incremento mensile sfiora gli 11 euro. Sono cifre che non coprono nemmeno l’aumento del costo del pane di una settimana.

Ma è qui che il dispositivo diventa interessante per chi paga gli stipendi: più a lungo l’azienda riesce a tirare la trattativa, meno deve sborsare per recuperare l’inflazione.

Il governo aveva annunciato, mesi fa, una norma di segno opposto: alla firma di un contratto nuovo le imprese avrebbero dovuto versare gli arretrati a partire dalla scadenza di quello vecchio, qualunque fosse il ritardo accumulato. Era una proposta ragionevole, persino virtuosa, capace di mettere pressione sul tavolo della trattativa: firmi dopo due anni? In ogni caso paghi tutto dal primo giorno di vacanza contrattuale.

Quella norma è stata abbandonata. Al suo posto è arrivato il dispositivo dell’indennità ridotta al 30% dell’IPCA decurtato, che produce esattamente l’effetto contrario: più tardi le imprese si siedono al tavolo, meno costa loro la rivalutazione. È il manuale del moral hazard contrattuale, scritto direttamente dal governo.

E i numeri della contrattazione italiana fotografano una situazione drammatica: secondo l’ISTAT, alla fine di settembre 2025 il 45,4 per cento dei contratti collettivi monitorati era in attesa di rinnovo, e con l’inizio del 2026 la quota ha superato il cinquanta per cento. Si tratta di oltre cinque milioni e seicentomila lavoratori in Italia, fra pubblico e privato, che attendono un aggiornamento delle paghe in un contesto in cui ogni mese di ritardo è un trasferimento netto di reddito dal lavoro al capitale.

La catastrofe sociale dei salari italiani

Il decreto Primo Maggio non viene approvato nel vuoto. Atterra su una situazione salariale che è, semplicemente, una catastrofe sociale. La pesatura ufficiale dei numeri lo dimostra senza margini di interpretazione.

Secondo il Rapporto annuale ISTAT 2025, i salari reali italiani fra il 2019 e il 2024 hanno perso il 10,5% del loro potere d’acquisto a causa della rincorsa dei prezzi. La perdita aveva toccato un picco del 15% alla fine del 2022, è scesa fino a sfiorare l’8,7% nel febbraio 2025, è risalita al 10% nel marzo successivo.

A settembre 2025 i salari reali risultavano ancora inferiori di 8,8 punti percentuali rispetto a gennaio 2021, secondo i dati pubblicati dall’ISTAT a dicembre. L’indice cumulativo elaborato dall’Indeed Hiring Lab – che misura il potere d’acquisto associato ai salari pubblicati negli annunci di lavoro – fissa la perdita italiana a gennaio 2026 all’11,1% sul livello di partenza del gennaio 2021.

La Fondazione Di Vittorio ha calcolato che fra il 2021 e il 2024 ogni lavoratore del settore privato ha perso in media quasi 6.400 euro di potere d’acquisto, e ogni dipendente pubblico circa 5.700 euro. L’Ufficio parlamentare di bilancio prevede che, anche nel migliore degli scenari, alla fine del 2027 i salari reali saranno ancora oltre due punti percentuali sotto i livelli del 2021.

L’OCSE ha segnalato che la riduzione dei salari reali italiani dopo il 2021 è stata fra le più marcate fra le grandi economie avanzate.

Specularmente, la quota dei profitti sul valore aggiunto nazionale è cresciuta in modo significativo: il celebre studio di Mediobanca su 1.905 grandi società italiane mostra utili in espansione mentre i salari arretravano. Non c’è inflazione che possa spiegare questo scarto. C’è una scelta politica, sistematica e bipartisan, di redistribuire al contrario.

Si dirà: l’economia è ripartita, l’occupazione cresce, l’Italia ha oltre un milione e duecentomila occupati in più. Lo dice la presidente del Consiglio nei suoi tweet, lo ripetono i giornali. È vero solo in parte, e solo a costo di tacere il resto.

Il Censis ha calcolato che oltre l’80% dei nuovi occupati nel biennio 2023-2024 ha più di cinquant’anni – un fenomeno determinato in larga misura dalla stretta sui pensionamenti anticipati e dall’invecchiamento demografico. Significa che il «miracolo» occupazionale è in larga parte la conseguenza del fatto che i sessantenni sono costretti a restare al lavoro perché non possono andare in pensione e perché il loro reddito da solo non basta a mantenere la famiglia.

Significa che le ore lavorate per dipendente sono in calo, sostituite da una proliferazione di contratti più brevi e più precari. Significa, soprattutto, che il mercato del lavoro italiano cresce in quantità e si impoverisce in qualità: più persone occupate, salari più bassi, più ore di sfruttamento per pagare la stessa spesa. La nuova questione sociale italiana – il working poor, il lavoratore povero – non è un’emergenza statistica. È il risultato programmato di una politica salariale durata trent’anni.

Lo Stato datore di lavoro: il caso della sanità pubblica

La rappresentazione meloniana del decreto Primo Maggio si scioglie del tutto se si guarda allo Stato non come legislatore ma come datore di lavoro. Il caso della sanità pubblica è esemplare. Il CCNL del Comparto Sanità per il triennio 2022-2024 è stato sottoscritto il 27 ottobre 2025 – con quasi tre anni di ritardo sulla scadenza naturale – e prevede aumenti medi attorno ai 172 euro lordi mensili per tredici mensilità, con arretrati stimati fra i 900 e i 1.270 euro a seconda del profilo professionale.

Su una retribuzione media del comparto, l’incremento si traduce in un aumento nominale di poco superiore al 6% spalmato su tre anni. Nello stesso periodo, l’inflazione cumulata ha eroso il potere d’acquisto dei lavoratori della sanità di circa il 12%. È un contratto che, in termini reali, riduce le retribuzioni: paga meno la fatica del 2024 di quanto pagasse quella del 2021.

Eppure è stato firmato dalle stesse confederazioni sindacali – CISL FP fra le altre – che il governo si appresta ora a investire del titolo costituzionale di «autorità salariale». La FP CGIL e la UIL FPL non hanno aderito, motivando la dissociazione proprio con l’insufficienza dell’incremento, ma il contratto è in vigore comunque, e a breve si è già aperto presso l’ARAN il tavolo per il rinnovo 2025-2027 sulla base di un atto di indirizzo che mette in campo 968 milioni a regime dal 2027 – risorse, anche queste, lontane anni luce da ciò che servirebbe per riallineare gli stipendi alla dignità.

La sanità non è un’eccezione: è un paradigma. Mostra che cosa significa, nel concreto, lasciare la determinazione del «salario giusto» alle parti sociali, in un contesto in cui la parte datoriale è lo Stato stesso. Significa firmare contratti che ufficializzano l’impoverimento. Significa trasformare il sindacato in mediatore di sconfitte.

Significa, infine, raccontare ai lavoratori che il loro nemico è il «contratto pirata» mentre si fa firmare loro un contratto pubblico che li porta più vicini alla soglia di povertà. Lo Stato che si presenta come arbitro è in realtà uno dei principali incassatori della politica dei bassi salari. La differenza fra il privato che sottopaga e il pubblico che firma riduzioni reali è solo di dignità formale.

La strage rimossa: i morti sul lavoro fuori dal decreto

C’è una parola che il decreto Primo Maggio del governo Meloni non scrive: morti. Non la scrive perché di morti, in questo provvedimento sbandierato come la grande risposta alla questione del lavoro, semplicemente non si parla. Si parla di «salario giusto». Si parla di sgravi contributivi e di Trattamento Economico Complessivo. Si parla di rider e di caporalato digitale. Non si parla di chi, mentre il governo discuteva la bozza in Consiglio dei ministri il 28 aprile, è uscito di casa la mattina e non è più tornato.

Eppure i numeri ci sono, ufficiali, pubblicati dall’INAIL e dal suo Osservatorio statistico-attuariale: nel 2025 in Italia sono morti sul lavoro 1.093 lavoratori e lavoratrici. Sono 792 i decessi avvenuti in occasione di lavoro – in fabbrica, in cantiere, sui mezzi, nei campi – più 293 nel tragitto casa-lavoro e otto studenti coinvolti in percorsi di alternanza. Nel 2024 erano stati 1.090, nel 2023 erano stati 1.041.

È, cifra dopo cifra, una stabilità nella catastrofe: una media di tre morti al giorno, sabati, domeniche e festivi compresi, che si ripete da anni con la regolarità di un metronomo, mentre le denunce complessive di infortunio salgono a quota 597.710 nel 2025 (più 1,4 per cento sull’anno prima) e le malattie professionali toccano un nuovo massimo storico con 98.463 casi denunciati, in aumento dell’11,3 per cento. Chi parla di «difesa del lavoro» e omette questi numeri commette una rimozione politica.

Vale la pena entrare nei dettagli, perché dentro il dato aggregato si nasconde la geografia sociale dello sfruttamento. I settori in cui si muore di più sono, da decenni, gli stessi: costruzioni con 148 morti nel 2025, manifatturiero con 117, trasporto e magazzinaggio con 110, commercio con 68.

Sono i comparti dell’edilizia in subappalto, della logistica frantumata in cooperative spurie, della catena di montaggio cronometrata, del trasporto di merci a cottimo: i luoghi in cui la combinazione fra precarietà contrattuale, ritmi imposti dall’algoritmo e formazione scaricata sul fondo della catena produttiva trasforma l’incidente in evento statisticamente prevedibile.

La dimensione di genere e nazionalità completa il quadro. I lavoratori stranieri muoiono molto più spesso degli italiani: l’incidenza del rischio mortale è di 72,4 decessi per milione di occupati per gli stranieri contro 28,8 per gli italiani, oltre il doppio.

Le donne pagano un prezzo specifico nel tragitto casa-lavoro, dove avviene il 54,3 per cento dei loro decessi sul lavoro – un dato che racconta del peso del doppio carico domestico-professionale e della mobilità su lunghi tragitti per raggiungere posti di lavoro a bassa remunerazione.

Oltre il 37% delle morti in occasione di lavoro riguarda lavoratori fra i 55 e i 64 anni: gli stessi sessantenni che la legge Fornero costringe a restare al lavoro fino allo sfinimento e che le leggi successive non hanno alleviato. Si muore vecchi, si muore stranieri, si muore precari. Si muore, in larghissima parte, dove la sicurezza è stata progettata come un costo da ridurre invece che come un diritto da garantire.

In questo paesaggio di sangue, l’assenza del decreto Primo Maggio è insostenibile. Perché il governo Meloni, pur disponendo dei dati INAIL aggiornati, ha scelto deliberatamente di non aprire neppure un capitolo del decreto sulla salute e sicurezza sui luoghi di lavoro.

Non un euro stanziato per il potenziamento dell’Ispettorato nazionale del lavoro, che dispone oggi di un numero di ispettori effettivamente attivi sul territorio inferiore a quello che la stessa direttiva europea sull’ispezione del lavoro indica come adeguato.

Non una norma sulla responsabilità solidale lungo le filiere del subappalto, dove si concentra la quota maggiore degli infortuni mortali in edilizia. Non una misura di rafforzamento dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, in particolare nelle imprese sotto i quindici dipendenti che restano fuori dall’obbligo del RLS aziendale. Non una linea di finanziamento dedicata alla bonifica del rischio amianto, che continua a uccidere migliaia di lavoratori l’anno per patologie con tempi di latenza decennali.

Non un ritocco – neppure simbolico – del Testo Unico 81 del 2008, che attende da diciotto anni un aggiornamento serio. La pretesa risposta del governo sarebbe il decreto-legge 159 del 31 ottobre 2025, già convertito in legge, che ha introdotto il «badge di cantiere», la revisione delle aliquote di oscillazione INAIL premianti e l’estensione di alcune sanzioni.

Misure non disprezzabili in linea di principio, ma di portata irrisoria rispetto alla scala del fenomeno e – soprattutto – costruite intorno alla logica del «datore virtuoso» premiato fiscalmente, non intorno alla logica della prevenzione sistemica e della responsabilità penale.

Né il DL 159 né il decreto Primo Maggio toccano il punto vero: la combinazione fra appalti al massimo ribasso, frammentazione della filiera produttiva, formazione esternalizzata a società consulenziali e ispezioni a campione produce, ogni anno, un numero di morti che nessun Paese serio considererebbe una variabile fisiologica del proprio sistema produttivo.

La presidente del Consiglio, nel suo messaggio del 1° maggio, ha rivendicato fra i meriti del proprio governo «gli interventi sulla sicurezza sul lavoro». La frase è doppiamente sbagliata. È sbagliata perché, alla prova dei dati INAIL, dopo tre anni e mezzo di governo Meloni i morti sul lavoro restano sostanzialmente fermi alle stesse cifre del 2023, e ogni eventuale miglioramento dell’incidenza per centomila occupati è dovuto al denominatore – l’aumento dell’occupazione – più che al numeratore.

È sbagliata, soprattutto, perché il decreto Primo Maggio 2026 – l’atto politico che il governo ha scelto di intestare alla Festa del Lavoro – non contiene una sola norma sostanziale di prevenzione, di rafforzamento ispettivo, di investimento nella sicurezza. È un decreto sul lavoro che dimentica di parlare delle vite di chi lavora.

È, per questo, anche un decreto che mente. Mentire sul numero dei morti, o tacerli mentre si scrivono provvedimenti che si proclamano «per i lavoratori», è una forma specifica di violenza simbolica: la rimozione istituzionale di chi paga per il funzionamento del sistema il prezzo più alto.

Le due dimensioni – bassi salari e morti sul lavoro – non sono, del resto, due capitoli separati dello stesso libro. Sono lo stesso capitolo. Dove il salario è basso, la pressione a chiudere un occhio sulla sicurezza è massima; dove il subappalto frammenta la filiera, l’interesse a investire in formazione e dispositivi di protezione individuale crolla a ogni passaggio della catena; dove la concorrenza fra imprese si gioca al ribasso sui costi del lavoro, il primo costo a essere compresso è quello dei tempi di lavorazione e quindi delle pause, delle verifiche, dei controlli incrociati che salvano vite.

Un Paese che decide di non fissare un salario minimo legale e di non investire seriamente nella sicurezza del lavoro sta facendo, di fatto, due scelte coerenti: in entrambi i casi, sta accettando di scaricare sul corpo dei lavoratori il costo della propria competitività.

L’articolo 36 della Costituzione – quello sulla retribuzione «sufficiente» – non vive isolato. Sta in dialogo con l’articolo 32 sulla salute, con l’articolo 41 che subordina l’iniziativa economica al non recare danno «alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana», con l’articolo 4 che parla del lavoro come fondamento della Repubblica.

Una lettura integrata di questi articoli porta a una conclusione che il decreto Primo Maggio si rifiuta di trarre: la dignità del lavoro non è solo questione di stipendio, è questione di vita. E il governo che dimentica i morti, mentre celebra la Festa del Lavoro, sta semplicemente confermando che, nel suo ordine di priorità, le vite dei lavoratori vengono dopo i bilanci delle imprese.

Le complicità storiche e la regia europea

Sarebbe ingeneroso, e politicamente miope, scaricare l’intera responsabilità sull’attuale governo. La politica italiana dei bassi salari ha radici trentennali e una matrice precisa: l’accordo di concertazione del luglio 1993, sottoscritto dal governo Ciampi con CGIL, CISL e UIL, che abolì la scala mobile e introdusse il modello della contrattazione a due livelli ancorato al cosiddetto «tasso di inflazione programmato».

Da quell’accordo in avanti – sotto governi di ogni colore, con qualche frammentaria eccezione – i salari italiani sono stati progettati per non crescere. La promessa era che, in cambio della rinuncia al meccanismo di adeguamento automatico, sarebbe arrivata produttività, contrattazione di secondo livello, redistribuzione. Non è arrivato nulla di tutto questo.

La produttività è ferma da vent’anni allo 0,3% medio annuo, contro l’1,2% europeo. La contrattazione di secondo livello copre meno di un terzo dei lavoratori. La redistribuzione è andata nel senso opposto, dai salari ai profitti. L’unico effetto reale del modello concertativo è stato l’indebolimento sistemico del mondo del lavoro: senza scala mobile, senza salario minimo legale, senza meccanismi di indicizzazione automatica, ogni shock inflattivo si scarica integralmente sulle retribuzioni reali. La fiammata del 2022-2023 ha fatto il resto.

Su questo sfondo si innesta la regia europea. La Direttiva UE 2022/2041 sui salari minimi adeguati – che la Cassazione, nelle sentenze del 2023, ha richiamato come parametro interpretativo dell’articolo 36 – chiede agli Stati membri di garantire una copertura della contrattazione collettiva di almeno l’ottanta per cento e, dove insufficiente, di introdurre un salario minimo legale.

L’Italia ha la copertura nominalmente più ampia d’Europa ma, per la combinazione fra contratti pirata, contratti scaduti e tariffe minime ben sotto la soglia di povertà ISTAT, è in realtà uno dei Paesi dove la rete della contrattazione collettiva produce, paradossalmente, lavoro povero.

Anziché trasporre la direttiva con coraggio – riconoscendo che il modello del «salario contrattuale come retribuzione costituzionalmente sufficiente» è clinicamente morto – il governo Meloni ha lasciato scadere il 18 aprile la delega parlamentare, e ora con il decreto Primo Maggio fa l’opposto: riafferma che basta il contratto firmato dalle confederazioni più rappresentative per non avere problemi giuridici. È, sul piano della scelta di campo, una posizione lucidissima: meglio salari bassi sotto controllo concertativo, che salari più alti imposti per legge.

Cosa significa rompere davvero

Da questo quadro emerge un punto che la sinistra di governo ha smesso di pronunciare e che la sinistra sociale deve riprendere a dire con chiarezza: non si può uscire dalla catastrofe salariale e dalla strage quotidiana sui luoghi di lavoro senza una rottura.

Una rottura politica, anzitutto, contro un governo che ha eletto a propria bandiera il principio di non disturbare i profitti. Una rottura culturale, contro la trentennale narrazione neoliberale per cui i salari devono adeguarsi alla produttività e mai viceversa, mentre la produttività dovrebbe stranamente sgorgare da lavoratori precari, mal pagati, infelici e – quando la sicurezza viene meno – uccisi.

Una rottura sindacale, contro un modello concertativo che ha smesso di proteggere chi lavora e ha cominciato a gestire ordinatamente la sua sconfitta. Senza questa triplice rottura, ogni discussione sul «salario giusto» è un’operazione cosmetica.

Le piattaforme rivendicative serie esistono e sono note. Un salario minimo legale di almeno dodici euro lordi all’ora, agganciato dinamicamente al costo della vita reale, in linea con i parametri della Direttiva UE 2022/2041 e con le indicazioni della Cassazione del 2023. Il ripristino di un meccanismo di indicizzazione automatica delle retribuzioni – qualcuno dovrà spiegare ai più giovani perché si chiamava «scala mobile» e perché abolirla è stato l’atto fondativo del precariato salariale italiano.

Una retribuzione netta media non inferiore ai duemila euro mensili, soglia sotto la quale, alle condizioni di prezzo del 2026, parlare di «esistenza libera e dignitosa» diventa una crudeltà semantica.

La piena attuazione dell’articolo 39 della Costituzione, con una legge sulla rappresentanza sindacale che metta finalmente fine al far west dei contratti pirata e dei contratti firmati al ribasso da sigle minoritarie. La detassazione vera e strutturale degli aumenti contrattuali, non delle briciole previste dalla legge di bilancio 2026 al cinque per cento sulle sole tranche erogate nell’anno e al di sotto dei trentamila euro di reddito. La conversione delle decontribuzioni alle imprese in investimenti pubblici diretti, con vincoli stringenti su occupazione stabile, salario minimo e pari opportunità.

Sul fronte parallelo della sicurezza sul lavoro, la piattaforma è altrettanto chiara. Il raddoppio dell’organico ispettivo dell’INL – oggi del tutto insufficiente alla scala del tessuto produttivo italiano – e il vincolo legale di un’ispezione effettiva annuale per ogni cantiere edile sopra una certa soglia di valore.

La responsabilità solidale e penale lungo l’intera filiera del subappalto, con la fine della finzione giuridica per cui il committente principale può scaricare ogni colpa sull’ultimo anello della catena produttiva.

Un nuovo Testo Unico della sicurezza, costruito intorno al principio per cui la prevenzione è un diritto soggettivo del lavoratore esigibile in giudizio, non una concessione del datore. Il rafforzamento dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, con la generalizzazione dell’obbligo anche nelle imprese sotto i quindici dipendenti, dove oggi si concentra la zona grigia.

L’introduzione del reato di omicidio sul lavoro come fattispecie autonoma, distinta dall’omicidio colposo generico, con pene proporzionate alla gravità di una catastrofe sociale che fa più morti delle stragi di mafia.

Tutto questo non è in alcun modo presente nel decreto Primo Maggio 2026 del governo Meloni. Anzi, il decreto si colloca all’estremo opposto: cementa il modello concertativo, premia la decontribuzione, riduce l’indennità di vacanza contrattuale, scarica sulla magistratura ogni residua difesa dell’articolo 36, dimentica di scrivere una sola riga sulle vite spezzate dei lavoratori. È, in tutto e per tutto, l’esatto contrario di ciò che servirebbe.

È un Primo Maggio rovesciato: la festa del lavoro celebrata con un atto contro il lavoro e con un silenzio sui morti che è di per sé una posizione politica.

Il coraggio che manca, l’urgenza che resta

Resta una domanda, che non riguarda Giorgia Meloni e nemmeno questo singolo decreto: che cosa intende fare il sindacato confederale di fronte all’evidenza che il modello concertativo, dopo trent’anni, ha consegnato ai lavoratori italiani la più consistente perdita di potere d’acquisto fra le grandi economie avanzate e la stabile, ininterrotta strage quotidiana sui luoghi di lavoro?

Che cosa intende fare il centrosinistra istituzionale di fronte a un governo che usa il Primo Maggio per regalare un miliardo alle imprese, per cancellare per via legislativa una giurisprudenza progressiva costruita in due anni di lavoro nei tribunali e per dimenticare di nominare i mille morti dell’anno precedente?

Che cosa intendono fare le opposizioni sociali, i comitati, le associazioni civiche, i movimenti per la giustizia costituzionale che ancora credono che gli articoli 4, 32, 36 e 41 siano un programma politico e non clausole di stile?

La verità è che questo Primo Maggio segna uno spartiacque. O si ricostruisce un blocco sociale capace di pretendere – non chiedere – un salario minimo costituzionale, una scala mobile aggiornata al ventunesimo secolo, un’intransigenza rivendicativa nuova nei confronti delle imprese e delle istituzioni che le proteggono, e con essa una battaglia pari per la sicurezza del lavoro che metta i corpi dei lavoratori al centro e non al margine; oppure i salari italiani continueranno a sprofondare e i morti continueranno a essere conteggiati con la stessa burocratica precisione con cui li conta l’INAIL, mentre i comunicati governativi parleranno d’altro. La scelta non è fra moderazione e radicalità: è fra accettazione e rottura.

Fra l’idea che il lavoro debba mendicare il proprio prezzo e la propria sopravvivenza e l’idea che la dignità retributiva e l’incolumità fisica siano due soglie non negoziabili, scritte nella Costituzione antifascista e ribadite dalla Cassazione.

Quando la legge ordinaria si mette di traverso a questi principi, il dovere democratico è, citando il motto del nostro lavoro, ribellarsi. Non a parole. Non per slogan. Ma con la costruzione paziente, faticosa e necessaria di un fronte sociale e costituzionale capace di rovesciare il tavolo.

Il decreto del 28 aprile 2026 va impugnato sul piano politico, contestato sul piano costituzionale, smontato pezzo per pezzo nelle aule giudiziarie da sindacati di base e legali del lavoro che continueranno – perché continueranno – a invocare l’articolo 36 come parametro vivo.

E nelle piazze del Primo Maggio va detto, senza i toni unitaristici di facciata, che il «salario giusto» dichiarato dal governo è una truffa, e che il silenzio del governo sui morti del 2025 è un’infamia.

La giustizia salariale e la sicurezza del lavoro, in Italia, cominciano oltre Palazzo Chigi e oltre il tavolo della concertazione. Cominciano ricordando che il lavoro non è una merce e che la sua retribuzione non è una variabile di bilancio, ma un diritto costituzionale che otto decenni di politica neoliberale hanno tentato di smantellare. Cominciano, soprattutto, ricordando i nomi e i cognomi di chi quel decreto non ha voluto vedere: i 1.093 lavoratori e lavoratrici morti nel 2025 perché un Paese che voglia ancora chiamarsi democratico ha il dovere di rimettere le loro vite, e quelle di chi ancora oggi rischia di seguirli, al centro della propria coscienza pubblica.

Fonti

1. Consiglio dei ministri, comunicato del 28 aprile 2026 sull’approvazione del decreto-legge « Disposizioni urgenti in materia di salario giusto, di incentivi all’occupazione e di contrasto del caporalato digitale » (Decreto Primo Maggio 2026).

2. Il Sole 24 Ore, « Decreto Lavoro, via libera del Consiglio dei ministri », 28 aprile 2026.

3. Il Post, « Cosa c’è nel nuovo decreto sul lavoro del governo », 28 aprile 2026.

4. Sky TG24, « Lavoro, via libera Cdm a decreto 1° maggio. Meloni: stanziato 1 miliardo per incentivi », 28 aprile 2026.

5. Adnkronos, « 1 Maggio. Meloni: con decreto lavoro difendiamo l’occupazione. Landini: governo fa propaganda », 1 maggio 2026.

6. Contropiano, « Il decreto Primo Maggio è contro i lavoratori », 1 maggio 2026.

7. Lavoro e Diritti, « Cosa prevede il Decreto Primo Maggio 2026: tutte le novità in arrivo su lavoro e buste paga », 28 aprile 2026.

8. Business Online, « CCNL e contratti nazionali: le nuove misure per favorire rinnovi e miglioramenti nel decreto 1 maggio 2026 », 30 aprile 2026.

9. ISTAT, Rapporto annuale 2025, capitolo sulle dinamiche retributive 2019-2024 (perdita del 10,5% dei salari reali).

10. ISTAT, Report « Le prospettive per l’economia italiana 2025-2026 », dicembre 2025 (salari reali a settembre 2025 inferiori di 8,8 punti rispetto a gennaio 2021).

11. ISTAT, Report « Contratti collettivi e retribuzioni contrattuali, III trimestre 2025 ».

12. Indeed Hiring Lab, Indice cumulativo dei salari reali, gennaio 2021 – gennaio 2026 (perdita 11,1%).

13. Ufficio parlamentare di bilancio, Nota di congiuntura, gennaio 2026.

14. Fondazione Giuseppe Di Vittorio, Rapporto sulla perdita salariale 2021-2024 (privato: 6.400 euro; pubblico: 5.700 euro).

15. OCSE, Employment Outlook 2025, capitolo sulle retribuzioni reali nei Paesi OCSE.

16. Mediobanca Area Studi, « Dati Cumulativi di 1.905 società italiane », 2025.

17. Censis, Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2025.

18. Banca d’Italia, Bollettino economico, aprile 2026.

19. INAIL, Bollettino trimestrale gennaio-dicembre 2025 sulle denunce di infortunio e malattia professionale, pubblicato a febbraio 2026 (1.093 morti totali, 792 in occasione di lavoro, 597.710 denunce di infortunio, 98.463 malattie professionali).

20. INAIL, Periodico statistico « Dati Inail 1/2026 — Andamento infortunistico 2025 », Consulenza statistico attuariale.

21. Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente di Vega Engineering, Report nazionale e regionale sui morti sul lavoro 2025.

22. Il Fatto Quotidiano, « Incidenti sul lavoro, 1.093 morti nel 2025: i dati Inail », 3 febbraio 2026.

23. Collettiva.it (CGIL), « 432 in sette mesi i morti sul lavoro denunciati all’Inail », settembre 2025.

24. Eurostat, Indicatori standardizzati di incidenza degli infortuni sul lavoro per 100.000 occupati, dati 2023.

25. Decreto-legge 31 ottobre 2025, n. 159 « Misure urgenti per la tutela della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro e in materia di protezione civile », convertito in legge a inizio 2026.

26. Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, D.M. n. 20/2026 « Piano integrato per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro per l’anno 2026 ».

27. Decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 « Testo Unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro », e successive modifiche.

28. Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenze nn. 27711, 27713 e 27769 del 2 ottobre 2023 (salario minimo costituzionale).

29. Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenza marzo 2026 (conferma indirizzo 2023).

30. Tribunale di Milano, sentenze sul CCNL Vigilanza privata e servizi fiduciari (paghe orarie di 4,40 e 3,96 euro lordi dichiarate non conformi all’articolo 36 della Costituzione).

31. Tribunale di Torino, Tribunale di Catania, Tribunale di Bari, sentenze sul salario minimo costituzionale 2022-2024.

32. Corte costituzionale, sentenze nn. 30/1960, 106/1962, 74/1966, 559/1987, 51/2015 (sull’art. 36 come norma immediatamente precettiva).

33. Direttiva UE 2022/2041 del Parlamento europeo e del Consiglio sui salari minimi adeguati nell’Unione europea.

34. Questione Giustizia, « Il salario minimo costituzionale nella giurisprudenza di legittimità », 2024.

35. Welforum.it, « La Corte di cassazione e il salario minimo adeguato costituzionale », novembre 2023.

36. ARAN, Atto di indirizzo per il rinnovo del CCNL Sanità Pubblica 2025-2027, febbraio 2026.

37. CISL FP, « CCNL Sanità Pubblica 2022-2024: firma definitiva del 27 ottobre 2025 » e dichiarazioni di Roberto Chierchia e Daniela Fumarola.

38. FP CGIL, « Tabelle CCNL Sanità 2022-2024 », ottobre 2025.

39. CGIL, comunicato di Maurizio Landini sul decreto Primo Maggio 2026, 1 maggio 2026.

40. Bollettino ADAPT, « Salari, inflazione e produttività: due piani di un problema ancora aperto », novembre 2025.

41. Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Università Cattolica del Sacro Cuore, « Retribuzioni, inflazione e distribuzione del reddito in Italia », ottobre 2025.

42. Costituzione della Repubblica Italiana, articoli 4, 32, 36, 39 e 41.

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05/03/2026

Per tenere povero il lavoro servono AI e “concertazione”

Brunetta e Tiraboschi invitano ad una nuova stagione di “concertazione” per le piattaforme IA (rider, lavoro povero, lavoro marginalizzato, appalti e subappalti) dove si dovrebbe stabilire una “contrattazione” ed una “rappresentavità” che rimanda alla “stagione di Ciampi” e dove, in nome della lotta ai “contratti pirata” verrebbero esclusi sindacati conflittuali, visto che essi invocano una concertazione tra “istituzioni”, “Triplice” (dove sperano che la Cgil, ad esempio “rientri”) e imprese delle piattaforme, sempre considerando un “minimo” che sarà sempre “minimo”.

Non a caso la stessa opposizione chiede da anni un “minimo contrattuale legale” (vi invito a leggere Marx sul “salario minimo”).

Questa nuova stagione di “concertazione”, ovviamente, anche se non lo scrivono, varrà per i futuri “lavori poveri” che si “prospettano” dall’espulsione di lavoratrici e lavoratori, oltre che lavoro autonomo, artigiano financo “professionale” che l’IA, e la “riforma fiscale del lavoro” Calderone stanno preparando.

Insomma si va sempre più sul “minimo”, ma “garantito” da istituzioni, Triplice e imprese. Una nuova stagione di deflazione salariale nell’epoca dell’IA.

Come la ricetta Ciampi, Amato, Prodi e Draghi servì per “entrare nell’euro”, la nuova stagione di “concertazione” servirà a “tenere a bada” la folla lavorativa “povera”, marginalizzata, e, nel caso protesti, come al Pilastro a Bologna in questi giorni, ci penseranno “le forze dell’ordine”.

Nel carcere lavorativo, di vita, di carcere vero e proprio, differente dal “romanticismo” della concertazione di Ciampi, qui si andrà verso il “crudo”.

La Cgil serve perché tutto sommato rappresenta ancora l’ala sindacale della cosiddetta “opposizione” (il sindaco di Bologna, per il Pilastro, ha chiamato il Ministro degli Interni, per risolvere la faccenda). Insomma lo “scenario lavorativo Milei” ha bisogno di “consenso” allargato, e, se non ci riesce la Meloni, pronto un governo “tecnico”.

Vorrà dire pur qualcosa che Draghi e Letta sono allarmati che l’Ue e l’Italia sono indietro con l’IA, no?

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12/12/2025

Oggi lo sciopero generale della CGIL

“Uno sciopero per aumentare i salari e le pensioni”. Questa è la sintesi che consegna Maurizio Landini sullo sciopero generale di oggi 12 dicembre indetto dalla Cgil. Intervistato da Repubblica ci tiene a precisare che sarà “uno sciopero sociale ma anche politico”. “Vogliamo cambiare le politiche sbagliate del Governo Meloni, rivendichiamo un futuro di pace e giustizia sociale per le nuove generazioni” ha affermato il segretario della Cgil.

Severo anche il giudizio sulla Legge di Bilancio varata dal governo ma che stenta ancora a decollare. “Una manovra d’austerità che non serve al Paese e che viene fatta solo per abbassare il deficit e comprare armi”, argomenta Landini: “Il mondo del lavoro vuole cambiamenti veri. Non può continuare a pagare i condoni, mentre interi settori produttivi (siderurgia, automotive, chimica, moda, terziario) sono in crisi. Rischiamo la deindustrializzazione. Profitti e ricchezza crescono, salari e stabilità dell’occupazione per donne e giovani no”.

Il leader Cgil lamenta poi che nell’incontro del 10 ottobre con il governo sulla legge di bilancio, fosse presente solo il ministro Giorgetti.

Leggendo le dichiarazioni del segretario della Cgil, si può avere l’impressione – magari superficiale – che siano in larga parte sovrapponibili a quelle dell’Usb e dei sindacati di base che hanno scioperato lo scorso 28 novembre.

In questi ultimi quindici giorni non si è però ripetuta l’anomalia della convergenza tra Usb, Cgil e sindacati di base prodottasi nello sciopero generale del 3 ottobre sulla spinta delle enormi mobilitazioni popolari sulla Palestina. Qualcuno avrebbe voluto che lo scenario si ripetesse ma, come abbiamo scritto nei giorni scorsi, alcuni avvenimenti sono realisticamente irripetibili, anche se il riemergere clamoroso della “questione operaia” continua a introdurre nella realtà novità importanti sul piano del conflitto sociale e sindacale.

Il perché gli scioperi generali di Usb e Cgil non potevano convergere, lo ha spiegato bene Pierpaolo Leonardi, storico dirigente dell’Usb, in un articolo che abbiamo pubblicato nei giorni scorsi sul nostro giornale.

“La differenza di valutazione in ordine alla convocazione di uno sciopero generale non sta nella data ma nella piattaforma di lotta, cioè sui contenuti che si vuole far emergere attraverso il massimo strumento di lotta e di mobilitazione a disposizione dei lavoratori e delle lavoratrici”, affermava Leonardi, sottolineando di comprendere le ragioni per cui la Cgil non fatto convergere la data dello sciopero generale su quella del 28 novembre. “Bene quindi ha fatto la Cgil a decidere di andare per la propria strada” – aggiungendo che “Quando si convoca il 3° sciopero generale nel breve volgere di due mesi o poco più non lo si può fare a cuor leggero”.

I punti di divaricazione con la Cgil si materializzano pesantemente quando dai discorsi generali si passa ai contratti che la stessa firma. La stagione dei rinnovi contrattuali lascia infatti la situazione invariata, con i salari dei lavoratori italiani che rimarranno anche in questa tornata non solo i più bassi tra i paesi europei a capitalismo avanzato, ma anche quelli che arretrano maggiormente quanto a potere d’acquisto.

Questo è quello che si evince analizzando i rinnovi contrattuali del commercio, dei chimici, delle telecomunicazioni e dei metalmeccanici.

Prendendo a esempio questi ultimi due in particolare, le criticità che emergono sono parecchie e pesanti.

Sul salario, l’accordo firmato nel contratto dei metalmeccanici consegna un aumento di soli 205 euro in quattro anni, includendo però anche gli aumenti già erogati. Ma in realtà l’aumento effettivo è di 177 euro, perché 28 erano già stati erogati ai lavoratori nel giugno di quest’anno, in virtù del meccanismo di rivalutazione dei salari basato sull’IPCA.

Non viene recuperata l’inflazione reale né la lunga vacanza contrattuale e il potere d’acquisto del salario continua a diminuire. Sull’organizzazione del lavoro aumentano le flessibilità a favore delle imprese, con l’“orario plurisettimanale” che passa da 80 a 96 ore annue. Sui contratti precari, la stabilizzazione dopo 48 mesi di somministrazione ha reso “accettabile” un percorso di lavoro precario lungo ben quattro anni.

Nel contratto delle telecomunicazioni vengono imposti ai lavoratori demansionamento, sospensione della vacanza contrattuale, moratoria sul rinnovo fino a sei anni e concessi aumenti di meno di 300 € lordi in tre anni, oltre a peggioramenti normativi inaccettabili.

Eppure un colpo importante era stato battuto dalla Cgil quando non ha firmato i contratti nel pubblico impiego; una scelta che è forse è la causa più profonda del momentaneo distanziamento con Cisl e Uil.

Le cose avvengono e le cose cambiano, sempre.

Ma la contraddizione irrisolta sta qua: nella divaricazione tra i discorsi generali della Cgil o del suo segretario e l’agire concreto nella contrattazione di categoria e aziendale, che dal 1993 ha visto peggiorare non solo i salari – come certificato in più sedi e da più osservatori – ma anche le condizioni complessive dei lavoratori. Potrebbe apparire una schizofrenia ma è invece una ipotesi sindacale sulla quale Cgil e Usb divaricano strategicamente.

Lo spiega bene un altro veterano del movimento sindacale come Giorgio Cremaschi quando sottolinea come “la firma del contratto dei metalmeccanici conferma che è ancora pienamente in vigore il sistema di compressione dei salari definito con gli accordi di “concertazione” del 1992/93, sistema rinnovato e anche peggiorato in diverse intese, fino al “Patto della Fabbrica” del 2018”.

Insomma siamo ancora in presenza di quel “parlare a sinistra per andare a destra” che ha caratterizzato la traiettoria politica della sinistra e del principale sindacato italiano in questi decenni, quelli della maledetta “concertazione” che è stata la gabbia e la ghigliottina per il movimento operaio e sindacale in questo paese; e alle quali è inevitabile contrapporre una alternativa sindacale di classe e confederale.

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16/12/2023

I salari in Italia fermi da trent’anni, grazie alla concertazione tra governi e Cgil Cisl Uil

In Italia i salari reali sono sostanzialmente al palo da trent’anni, la forza lavoro è in rapido invecchiamento. Secondo l’Inapp (Istituto Nazionale per le Politiche Pubbliche) sono queste alcune tra le principali criticità del mercato del lavoro italiano.

Il Rapporto annuale dell’Inapp è stato presentato ieri alla Camera e, ovviamente, sostiene l’utilità dell’introduzione del salario minimo legale visto che la struttura della contrattazione collettiva non è riuscita a far crescere nel nostro Paese le retribuzioni reali. Nella distribuzione del reddito si vede una caduta crescente della quota dei salari sul Pil e una crescente quota dei profitti, che si è ormai stabilizzata su valori rispettivamente del 40% per i salari e del 60% per i profitti.

Tra il 1991 e il 2022 i salari reali in Italia sono cresciuti solo dell’1% a fronte del 32,5% in media registrato nell’area Ocse. “Una prima criticità – ha spiegato il presidente dell’Inapp, Sebastiano Fadda – è costituita dalla questione salariale. La distribuzione funzionale del reddito mostra una caduta crescente della quota dei salari sul Pil e una crescente quota dei profitti (sono rispettivamente del 40% e del 60%) che configurano un modello di crescita profit led. Nella letteratura economica – si evidenzia – vengono avanzati forti dubbi sulla tenuta di tale modello nel lungo periodo, mentre si attribuisce maggior solidità al modello wage led per via della crescita della domanda aggregata che è in grado di alimentare un sentiero di crescita sostenuta”.

“Non esistono ragioni né sul piano analitico né sul piano dell’evidenza empirica – spiega Fadda a proposito delle difficoltà della contrattazione collettiva nella salvaguardia delle retribuzioni – per escludere strumenti basati sull’imposizione di una soglia minima invalicabile”. In Italia inoltre sta emergendo un altro fenomeno che, secondo l’Inapp, “deve preoccupare i responsabili della politica economica: si tratta del cosiddetto ‘labour shortage‘, ossia della carenza di lavoratori. Si manifesta con la difficoltà dei datori di lavoro a coprire i posti vacanti”. Un dato questo che è legato anche al forte invecchiamento della forza lavoro (e ai salari bassi che non spingono nel mercato del lavoro nuove quote di attuali inattivi) sulla scia dell’andamento demografico.

Ma sono ancora troppo pochi quelli che danno risposta alla domanda: perché è dal 1992 che i salari di lavoratrici e lavoratori italiani sono rimasti al palo? Gli europeisti hanno la coda di paglia e tendono sempre a svicolare sul fatto che l’adesione dell’Italia al Trattato di Maastricht avviò le politiche di austerità e impose il blocco dei salari. E proprio nel biennio 1992/1993 infatti che gli accordi sulla concertazione tra governi (Amato e Ciampi), Confindustria e Cgil Cisl Uil, portarono sia all’eliminazione definitiva della scala mobile che all’aggancio dei salari alla cosiddetta inflazione programmata invece che a quella reale.

Quel meccanismo ha agito sistematicamente sui contratti nazionali dei decenni successivi, con aumenti salariali irrisori nel corso del tempo, fino all’emergenza dei bassi e bassissimi salari esplosa negli ultimi anni, in particolare quando l’inflazione reale – e non quella fittizia “programmata – ha falcidiato il potere d’acquisto.

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27/07/2023

Luglio 1993 -2023: trent’anni di furto salariale

Secondo i dati ufficiali dell’Istat, pubblicati pochi giorni fa, i salari italiani sono 3700 euro al di sotto della media europea, con il nostro Paese che si conferma essere tra i peggiori in Europa per redistribuzione della ricchezza.

L’inflazione ha toccato il 12%, la più alta dal 1984, anno segnato dal varo del primo decreto (quello Craxi) che mise per la prima volta in discussione la scala mobile, col taglio di 3 dei 12 punti di contingenza previsti per quell’anno. Dopo la sconfitta del movimento operaio in Fiat, per il padronato italiano si aprivano numerosi spazi per mettere completamente sotto attacco il modello rivendicativo e gli automatismi di recupero salariale di allora.

Per la prima volta la controparte padronale si trovava di fronte ad organizzazioni sindacali disponibili ad auto-imporsi una vera e propria limitazione sulle proprie rivendicazioni ed è proprio li, dentro a quella sconfitta, che emerse il modello concertativo che impose un accentramento delle regole contrattuali e di rivendicazione salariale e dava in cambio al sindacato tradizionale il diritto di esistenza.

I cosiddetti “Patti Sociali” e gli accordi interconfederali di allora trovarono suggello negli accordi del 31 luglio del 1992 e del 23 luglio del 1993. Esattamente trent’anni fa fu sancito il modello che impose il crollo inarrestabile dei salari dei lavoratori e delle lavoratrici del nostro Paese.

Gli accordi di luglio, vanno visti assieme: il primo, che impose il taglio della scala mobile, sancì che i salari non potevano più essere adeguati al costo della vita. Il secondo, quello del 23 luglio 1993, stabilì l’impossibilità per la contrattazione di attaccare la ricchezza reale e stabilire aumenti contrattuali basati esclusivamente sulla base dell’inflazione programmata, ovvero predeterminata.

Oggi, il dibattito politico e sindacale in corso, in particolare quello sul salario minimo, mette in evidenza la necessità di recuperare memoria di quegli accordi. Comprendere appieno il fallimento di quel modello dovrebbe permetterci di affrontare questa discussione con lo sguardo più attento.

Gli accordi di luglio '92-'93 avevano promesso ai lavoratori di allora che la riduzione dei diritti esistenti sarebbe stata controbilanciata dalla possibilità di recuperare o addirittura di accrescere questi diritti attraverso altre sedi. Parole d’ordine che appaiono molto simili a quelle di oggi che attaccano il salario minimo.

Sappiamo però che la storia è stata ben diversa: dicevano “togliere la scala mobile per rafforzare la contrattazione nazionale”, poi sono arrivati a svuotare il contratto nazionale per rafforzare il contratto aziendale, poi non serve più nemmeno quello, perché il modello di oggi è un modello dove la contrattazione è possibile anche individualmente, dove emergono modelli come quello della precarietà lavorativa in cui lo scambio dei diritti avviene sulla base delle libertà e delle disponibilità individuali.

Introdurre il salario minimo per legge a 10 euro l’ora, ridiscutere i contratti al di fuori dei modelli contrattuali figli degli accordi di luglio ‘93, significherebbe rompere la gabbia che ha costretto milioni di lavoratori e lavoratrici dentro la più grande ingiustizia di questo paese: lavorare per essere poveri.

Unione Sindacale di Base

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26/07/2023

Per un’apologia dell’irresponsabilità (salariale)

di Giovanni Iozzoli

La crisi del salario, in Italia, è finalmente emersa come elemento centrale del dibattito pubblico – sia pur tra omissioni, fraintendimenti e mistificazioni di ogni tipo. Le forze e i media di “opposizione” – risvegliatisi dopo un quarto di secolo, nel duro mondo della realtà quotidiana – paiono acquisire consapevolezza del vero grande scandalo italiano: i salari reali calati nel corso dell’ultimo trentennio, unico paese nell’area Ocse. E scoprono costernati che le retribuzioni italiane rappresentano anche il paradigma dell’economia reale di questo paese: la caduta degli investimenti privati e pubblici, il ristagno della domanda interna, la destrutturazione dei grandi comparti industriali, il calo della produttività del lavoro. Dalla crisi del salario si capisce tutto: la mobilità sociale che si blocca, l’arretramento dei ceti medi e l’impoverimento di quelli operai, l’espansione incontrollata del lavoro precario per ricostruire margini di profitto fittizi. Le nostre miserabili buste paga sono una lente magica attraverso cui ricostruire la storia e la cartografia del declino italiano.

Alle volte, nella discussione collettiva a sinistra, è prevalsa una lettura “semplificata” che imputa il crollo dei salari degli ultimi tre decenni, esclusivamente alle scelte del sindacato confederale, maturate tra il ’92 e il ’93 – nel contesto dei grandi accordi sull’abolizione della scala mobile e il nuovo modello contrattuale. Quegli accordi, nella narrazione di regime, furono la risposta necessaria ed efficace, rispetto alle due priorità sbandierate all’epoca: contrastare la fragilità della lira e bloccare il nemico numero uno, l’inflazione, ricondotta sempre alla narrazione della rincorsa prezzi/salari. Mentre le suddette letture “soggettiviste”, di critica anticonfederale, raccontano quei protocolli alla stregua di patti diabolici che, da soli, avrebbero avuto il potere di ipotecare il futuro della nazione e soffocare il conflitto di classe in Italia.

Ma il vero nodo da sciogliere e interpretare, riguarda l’origine di quelle firme e di quegli accordi. Perché se si semplifica troppo lo schema, si rischia di spostare il ragionamento da una dinamica strutturale – che riguarda lo scenario macroeconomico di quel periodo, le trasformazioni dell’apparato produttivo, la divisione internazionale del lavoro, la crisi politica post-'89 della Prima Repubblica – verso un piano di lettura essenzialmente morale: il “tradimento dei chierici” che, mediante le firme malandrine, condannano i salariati italiani a subire un trentennio di deflazione retributiva.

Più interessante è l’approccio che mira a collocare quelle scelte confederali – e il lungo ciclo di politiche sindacali ad esse conseguenti – dentro il quadro delle trasformazioni epocali dell’economia europea. All’inizio degli anni ’90 tutti gli attori dell’economia continentale stanno ridefinendo programmi e vocazioni. L’industria tedesca sta mettendo a valore i territori produttivi della ex-DDR e guarda all’est e al sud Europa come nuovo spazio di investimento ed espansione economica (con export e avanzo di bilancio come priorità strategica della politica economica nazionale). In Italia un repentino ciclo di ristrutturazione industriale, avviato già verso la metà dei ’70, accelera il ridimensionamento delle grandi concentrazioni produttive italiane, sotto la spinta del decentramento e del primo grande impatto di tectronica e robotica applicato alle linee di produzione. Tra il 1989 e i primi anni '90, il programma economico dei diversi governi italiani, sarà sempre più orientato verso lo sforzo di privatizzazione/svendita dei poli nazionali delle telecomunicazioni, dell’agroalimentare, della chimica, della siderurgia e del credito – quelle che Cossiga definiva “sacche di socialismo reale”. E, dulcis in fundo, i margini di manovra sulla lira – le famose svalutazioni competitive – risultano praticamente azzerati dagli equilibri monetari rigidi che saranno la precondizione di Maastricht. Tutti questi processi rappresentano la cornice della crisi italiana e vanno inquadrati dentro il gigantesco ridislocamento delle filiere del lavoro e delle catene del valore che si realizza con la globalizzazione. La riunificazione dei mercati mondiali a egemonia unipolare, è un gioco maledettamente duro e l’Italietta in transizione gioca senza difese.

È in questo quadro di smottamenti e riassetti, che si deve collocare la sconfitta storica del sindacato confederale italiano e l’avvio di quella stagione definita pudicamente concertazione – in cui si è “concertato” assai poco, per amor di verità storica. Questa fase rappresenta la presa d’atto, da parte del gruppo dirigente CGIL, che qualcosa si è rotto definitivamente nel suo rapporto con un mondo del lavoro in repentina trasformazione. A partire dalla sconfitta maturata nel corso degli anni '80, tra la marcia dei 40.000 e il referendum sulla scala mobile, la CGIL introietta (senza mai elaborarla pienamente) una paralizzante ideologia della sconfitta. Dentro questo passaggio, la confederazione sente di aver perso il peso politico e negoziale che il radicamento e la spinta autonoma di classe del ventennio precedente, le avevano consentito. La terra manca sotto i piedi, il quadro politico conosciuto si sta sconvolgendo, la lira è sotto attacco e il divorzio andreattiano tra Tesoro e Banca d’Italia mette in mora gran parte degli strumenti di politica monetaria e di bilancio. La sensazione è quella di una navigazione a vista, su un’imbarcazione che comincia pericolosamente a fare acqua. La concertazione, a questo punto della storia, si presenta come l’approdo che “tiene in piedi” e ridefinisce – sul piano politico – il ruolo ormai traballante del sindacato confederale, ambiguamente “innalzato” a partner strategico della governance, proprio dopo aver subito le sue peggiori sconfitte. Per molti, in Corso Italia, tale soluzione rappresentò un epilogo dignitoso, in attesa di ritrovare forze e ridefinire obiettivi.

Quindi: c’è una dimensione “soggettiva” delle funeste scelte di politica sindacale dei primi anni '90, ma c’è una condizione oggettiva (come sempre) entro cui quelle scelte maturano. Se tutto il dibattito sulla concertazione si esaurisse sul terreno del “tradimento”, sarebbe piuttosto povero. Poi “ci sta”, nella polemica politica, soprattutto dal punto di vista extraconfederale, che i toni siano “eticizzati”, evocando categorie morali – tradimenti, svendite, rese, etc.. Ma non è questo il cuore del ragionamento. Altrimenti si farebbe fatica a spiegare come sia stato possibile che dirigenti di oggettivo spessore, al di là del giudizio storico che ognuno può coltivare – pensiamo a Bruno Trentin – gente che aveva conosciuto la grande stagione “acquisitiva” e rivendicativa dei diritti, della contrattazione, del consiliarismo – all’improvviso impazziscono e si mettono a firmare accordi che sanciscono il crollo del salario dei propri iscritti e la sacrosanta riscossione di un bel po’ di bullonate nelle piazze. Senza riflettere adeguatamente sui rapporti di forza generali nella società e sulla mutazione della composizione di classe, ogni critica al sindacato confederale risulterebbe parziale.

La concertazione è una fase di consapevole rinculo – una ritirata strategica (scusate evocazioni inopportune) – in cui un sindacato non più fiducioso della sua forza, accetta uno scambio che si rivelerà fallace e perdente. Poi arriveranno anche elementi di simonia – con le nuove figure della bilateralità, dai fondi pensione ai piani sanitari: ma quelli furono cascami e conseguenze delle scelte generali già assunte sul piano politico. Le ragioni dell’avvio di quella stagione strategicamente sbagliata, da parte della CGIL, vanno ricercate in una lettura sbagliata della transizione italiana, una specie di “pensiero debole” sindacale che mira a recuperare sul piano del ruolo politico, quello che il sindacato in quegli anni sta perdendo giorno per giorno in termini di peso e radicamento nella società italiana. E qui c’è una evocazione più della trontiana “autonomia del politico”, che della svolta dell’Eur. Ed è a cavallo dei due decenni '80/'90 che la CGIL ridefinisce anche il suo modello organizzativo, provando a inseguire sui territori la frammentazione del tessuto produttivo e la “nanizzazione” del sistema di impresa – cioè fotografare la nuova composizione di classe ed inseguire (riformisticamente) sui territori le sue figure frammentate. La concertazione venne evidentemente vista – per restare alle metafore ingombranti – come “l’ombrello protettivo” che avrebbe dato tempo al sindacato di ridefinire il suo ruolo dentro la transizione italiana.

Ma quale fu l’essenza di quella stagione? Cosa concesse il sindacato confederale e in cambio di cosa? Su un piatto della bilancia viene posta la moderazione salariale – cioè, l’esaurimento di ogni margine di “indipendenza” della variabile salariale – e una postura collaborativa e di “responsabilità nazionale” nei giudizi sulle politiche economiche nazionali. Sull’altro piatto viene posta la para-istituzionalizzazione del rito laico della concertazione, da celebrare soprattutto nei tornanti difficili della vita economica, in una frequente chiamata di correità attraverso cui i governi tecnici cercano una copertura sociale alle loro scelte oggettivamente antipopolari. Qualche sciagurato, leggerà in questo passaggio anche una prima parziale realizzazione dell’art.46 della Costituzione. Chi gestisce questo scambio da parte governativa e padronale, si pone una meta in tre livelli: l’obiettivo immediato è congelare i salari, quello di medio periodo bloccare l’inflazione, quello strategico agganciare definitivamente retribuzioni e produttività, nell’ottica di una “modernizzazione” delle relazioni industriali che cancelli rigidità ormai anacronistiche.

Dentro questo grande scambio, una categoria chiave assume centralità: la “politica dei redditi” – cioè la ridefinizione in chiave concertativa delle linee pubbliche di intervento, in tema di prezzi, tariffe, investimenti, politiche di bilancio, politiche monetarie. Questa categoria dovrebbe rappresentare la giustificazione storica che consente ai dirigenti sindacali di subire l’arretramento dei salari: non possiamo più fare una contrattazione offensiva, però in cambio i tassi di interesse dei mutui restano stabili (è in questo periodo che la maggior parte degli italiani realizza l’acquisto della prima casa) e le politiche tariffarie rimangono sotto controllo. Anche qui c’è una lettura e una presa d’atto: i padroni hanno vinto, la stabilizzazione capitalistica è irreversibile, le classi lavoratrici vogliono essenzialmente sicurezza contro le fluttuazioni e i disordini nella sfera finanziaria e monetaria.

Durante un dibattito in un talk di una decina d’anni fa, ricordo la faccia da volpe di Giuliano Ferrara, che se la rideva, davanti alle rimostranze sulle basse retribuzioni che provenivano da un interlocutore sindacale. Di che vi lamentate – diceva Ferrara – siete voi che avete accettato lo scambio bassi salari/concertazione, con chi volete prendervela? In quella risatina beffarda c’erano due verità: la prima, è che la concertazione fu una colpa consapevolmente assunta che diede un arma formidabile ai nemici del movimento operaio; la seconda è che fu una truffa. Si, perché i governi della transizione (Amato, Ciampi, Dini), stavano garantendo ai sindacati, qualcosa – la politica dei redditi – su cui cominciavano a non avere più alcun potere di esercizio. Se non hai più la gestione autonoma delle leve delle politiche di bilancio e monetarie, se la dimensione pubblica dell’economia italiana è in via di smantellamento, se si accelera la cessione sovranazionale di sovranità economica e relative strumentazioni, che diavolo di “politica dei redditi” puoi garantire? L’unica cosa che si poteva realisticamente “garantire” era l’arresto della dinamica salariale, adottando un modello contrattuale perdente. E così finì.

La concertazione fu anche l’esito di una contesa politico-culturale – cioè di egemonia – fra due gruppi dirigenti. Quello laico-tecnocratico-riformista – che emergeva dalle macerie esauste della Prima Repubblica, e che poteva contare su un parterre internazionale e massonico di primissimo piano; e quello del sindacato confederale, ridimensionato, stordito e impaurito dagli scenari post-'89 (i post-comunisti pidiessini, dal canto loro, reduci dalla Bolognina, si buttarono tutti nella trincea delle “riforme”, fornendo truppe e genieri). Amato, Ciampi, Maccanico, Dini, Prodi, e l’anima nera Draghi, sono figure di straordinaria durezza e determinazione storica; sono i rappresentanti italiani di interessi globali all’offensiva – la finanza anglosassone, i progetti franco tedeschi di evocazione del polo politico europeo, il rilancio post-guerra fredda della Nato. Sono privatizzatori di prima classe perché conoscono l’oggetto del privatizzare, per averne diretto settori importanti. Queste figure giganteggiano, rispetto ai balbettii sindacali. Sanno esattamente dove dirigere il timone della nave. Sanno anche che possono minacciarne l’affondamento, se giù, ai remi, la ciurma rematrice si manifestasse troppo riottosa, rispetto alla rotta di “modernizzazione liberale” che viene decisa nella cabina di comando. Questo non è un ceto politico di mediatori democristiani; i tempi sono cambiati, sono tempi di guerra, tempi di fuoco: basta rileggere il discorso che il “vile affarista” Draghi, tenne ai British Invisibles – il gruppo lobbista di interessi bancari e finanziari anglosassoni, che lo accolsero sul panfilo Britannia, in quella famosa, sciagurata gita passata alla storia. Pochi giorni dopo il massacro di Capaci, tra l’altro – a proposito del fatto che in questo paese le transizioni di regime sono sempre una cosa assai seria.

La svolta strategica del sindacato verso una ricollocazione concertativa della sua organizzazione e delle sue culture interne, aprì un varco che per anni non ha mai smesso di allargarsi e che alla lunga ha prodotto una crepa terribile, nella propria credibilità sociale. Dagli accordi del '92/'93 si passò in un lampo alla legge Dini nel ’95 – più o meno dentro il medesimo schema di rapporti di forze. Il sindacato confederale, disarmato e incaprettato, sotto la cappa del ricatto governativo (il bilancio INPS scoppia e se non accettate la riforma, non saremo più in grado di pagare le pensioni), collabora attivamente per dare veste democratica all’allungamento dell’età pensionabile e al taglio delle prestazioni. L’attacco alle “costituzioni antifasciste” – caldamente auspicato dal think thank di JP Morgan – in Italia si andava realizzando sotto i governi tecnici e di centro sinistra, con un ruolo attivo da parte della CGIL. Cosa chiedere di meglio?

Saltando da un accordo interconfederale all’altro – man mano che si approfondiva la crisi della rappresentanza e si realizzava l’alternanza “a spartito unico” degli esecutivi – si giunge con Renzi all’epilogo-nemesi della disintermediazione: nello spazio di un mattino, quello stesso ceto politico che si era coperto per anni il fianco sinistro, grazie alla “complicità” dei confederali, esaltandone l’imperituro senso di responsabilità, dichiara morta e sepolta quella stagione e azzera ruoli, prassi consolidate e aspettative. La governance della crisi non ha più bisogno di coreografie partecipative.

La concertazione, con i suoi rituali e i suoi giochi di prestigio, è morta – e questo è un bene: ma che eredità lascia al movimento operaio organizzato? Il problema principale in casa CGIL è il deposito culturale, il lascito storico concreto, prodotto da un quarto di secolo di arretramenti concordati. Tutti i membri dei gruppi dirigenti che anagraficamente ballano tra i 50 e i 60 anni, hanno conosciuto esclusivamente il sindacato concertativo, ci sono cresciuti dentro, ci hanno costruito le loro carriere e la loro formazione di quadri sindacali è completamente interna a quella stagione. Una eventuale riconversione del profilo sindacale – un cambio di linea culturale e strategico – comporterebbe una torsione drammatica delle coordinate, anche biografiche, di questo ceto dirigente. Nonché una ristrutturazione dell’apparato e di diverse fonti di finanziamento. Una “rivoluzione culturale” francamente inimmaginabile, da parte di un gruppo dirigente che continua a vincere i congressi in una modalità ridicolmente plebiscitaria (solo i movimenti straordinariamente deboli o straordinariamente forti, si stringono con simili percentuali intorno ai propri capi – e come classificare la CGIL oggi, tra le due opzioni, è abbastanza intuibile).

A conferma di ciò, il dibattito di questi giorni sul salario minimo vede il più grande sindacato italiano, stagnare nel basso profilo di chi ha la coscienza sporca. Non solo per i troppi rinnovi in cui la firma del sindacato guidato da Landini, ha autorizzato stipendi indecorosi, classificabili nel girone dannato del “lavoro povero”, nonostante la formale correttezza del contratto collettivo nazionale. Ma anche perchè la CGIL, fino a poco tempo fa, rivendicava contrarietà alla definizione di una soglia minima salariale definita per legge: tanto da condividere con i padroni, nel 2019, il “Patto della fabbrica” – altra perla interconfederale – che intorcinandosi con i livelli di T.E.C.(trattamento economico complessivo) e T.E.M. (trattamento economico minimo), doveva neutralizzare ogni discorso sul S.O.M. (salario orario minimo: scusate gli acronimi, ma la fantasia dei compilatori di questi protocolli è contagiosa). Adesso la CGIL ha cambiato impostazione, ma anche qui senza una vera rielaborazione critica del suo dibattito interno sul tema. Tutto è improvvisazione, tutto è invenzione quotidiana alla ricerca di uno spazio di visibilità dentro il dibattito pubblico. Una svolta post-concertazione sarà impossibile, finché permane in sella quella generazione di dirigenti che – nel corso dei propri seminari di formazione – hanno studiato che la concertazione salvò l’Italia.

Naturalmente la maggior parte delle lavoratrici e lavoratori italiani sindacalizzati mantiene ancora una tessera confederale in tasca – e questo per una somma di ragioni molteplici e intricate, diverse per categorie, territori, classi anagrafiche. E anche questo è un dato politico su cui ragionare, a meno che non lo si voglia sorvolare con nonchalance, sperando nei “tempi lunghi della storia”, refugium peccatorum per tutte le sconfitte della sinistra di classe. Il “che fare” per le avanguardie di classe sui luoghi di lavoro, non è affatto scontato e bisognerebbe parlarne con franchezza, senza settarismi e con un minimo di rispettoso distacco rispetto alle tifoserie organizzate.

L’evocazione della “responsabilità nazionale” è stato per un quarto di secolo una specie di malsano richiamo della foresta a cui i segretari CGIL hanno aderito supinamente. Fin dal 1992, è sempre mancato l’alto profilo (e la trasparente assunzione dell’interesse di classe, fosse anche solo in chiave socialdemocratica e riformista), che avrebbe consentito, mediante una elaborazione autonoma, di resistere ai ricatti, alle minacce, al terrorismo catastrofista che è sempre stato al centro del programma liberale. Il fantasma mefitico della “responsabilità nazionale”, conserva radici antiche nel DNA della sinistra italiana. Se ne trovano chiare tracce nella lettura togliattiana di Gramsci, che pone la classe operaia italiana in un ruolo insostenibilmente pesante: farsi carico della “modernizzazione” che la borghesia non è in grado di portare a compimento; perché c’è sempre un Risorgimento da rinnovare, una ricostruzione democratica da definire, una Unita’ nazionale da completare, fino alla triste apologia dalemiana – proprio negli anni '90 – del “paese normale”, cioè della normalità tardo liberale che toccherebbe alla sinistra e ai ceti che rappresenta finalmente di realizzare.

Davanti al Moloch della “responsabilità” che abbiamo portato in processione sulle nostre spalle per decenni, non resta che dichiararci coscientemente e felicemente irresponsabili; almeno nella misura in cui lo sono oggi il sindacato francese, o quello belga, o quello inglese che – pur senza alcuna velleità rivoluzionaria – con un pedigree meno politico e prestigioso del confederalismo nostrano, provano qua e là a fare il loro mestiere di rappresentanti della prestazione lavorativa, senza tanti fronzoli e drammi esistenziali – e senza sentirsi sempre chiamati a salvare la Nazione cedendo pezzi importanti della vita dei loro iscritti. Siamo liberi. Siamo stati disintermediati. La Patria non ha più bisogno di noi.

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10/04/2023

La lotta di classe e i cani di guardia del capitale

Ho telefonato a Guido Salerno Aletta e ho chiesto alcune delucidazioni sul suo pezzo “L’inflazione morde, ma famiglie e imprese investono“, che potrebbe essere considerato come troppo magnanimo nei confronti delle imprese.

Lui specifica: “Pasquale, ho detto tutto, l’importante è che i profitti vadano ad investimenti e non se li imboschino. Ognuno fa il suo mestiere. Le imprese fanno bene a fare profitti ed investimenti. Gli altri stanno zitti. I sindacati non fanno niente, tanti anni fa si illusero di essere ‘nuova classe dirigente’ con i fondi previdenziali. Campano di pratiche ai Caf, come dice Stalin si sono ‘burocratizzati’. Sono i sindacati, i lavoratori, mediante una sana lotta di classe, che devono recuperare il salario reale”.

Ognuno faccia il proprio mestiere.

Come ho scritto nel libro Piano contro mercato, il nemico è il neocorporativismo, inaugurato da Ciampi, Amato, Draghi e Prodi nei primi anni Novanta, e da allora in vigore.

Esso prevedeva la “concertazione“, tavoli a triade Governo-Sindacati confederali-Associazioni di Categoria che escludevano i sindacati di base. I confederali in 30 anni non hanno mai avuto come controparte il fronte datoriale, bensì lo Stato. In questo hanno seguito la moda di interi partiti di attaccare le strutture statuali, la funzione pubblica, i settori pubblici, in nome della “concertazione”.

In cambio ebbero fondi previdenziali, porte aperte nei canali dell’amministrazione pubblica e nel privato o in quel che rimaneva delle partecipazioni statali.

La loro funzione da allora è essere cani da guardia del capitale, come tutti i partiti della Seconda Repubblica, anche quelli, una volta entrati al Parlamento, che si acquietarono.

La lotta di classe scomparve, era rimasta solo nel sindacalismo di base, boicottato, oggetto di attenzione da parte della giustizia borghese; i lavoratori divennero individualisti, poco propensi ad essere solidali, homo homini lupus, sentirono come nemici prima i meridionali poi i migranti, facendo la fortuna del capitale.

I media, la tv, rincoglionirono la classe lavoratrice, che si affidò a “pifferai magici”.

I cani da guardia del capitale contribuirono a che i salari, che negli anni Settanta costituivano il 62% del pil, scendessero al 48% del pil. La guerra di classe condotta in nome dell’Ue, del fronte occidentale, dell’asset inflation, del mercantilismo e della deflazione salariale, resa possibile dalla caduta del Muro di Berlino, che ci trasformò in una sorta di DDR mediterranea, contribuì alla ripresa dei profitti industriali, commerciali e della rendita finanziaria erosi dal conflitto di classe negli anni Settanta.

Siamo fantasmi. Ieri leggevo che i confederali se la prendono con lo Stato. Ma quello Stato non c’è più, quel che rimane è un condominio di Confindustria, che loro servono sempre. Fino a quando tutte le strutture pubbliche rimaste scompariranno, e vedremo gli zombie nelle città come in Usa.

Ricevo poi all’alba di oggi, dall’Asia, una critica al mio post di ieri. Non si tratterebbe di “neocorporativismo” – per colpa di un errore concettuale della rivista dove, entrambi, io e lui, scrivevamo – ma di “meccanismi di cooptazione di un ceto sindacale e politico“.

Il corporativismo, soprattutto degli anni del dopoguerra, anche grazie alla lotta di classe, prima dei braccianti, poi del ceto operaio, portò riforme sociali che innescarono meccanismi di benessere.

Quanto al corporativismo attuale, presente in Asia, esso porta alla reflazione salariale, contrariamente che da noi.

Ieri sera ho letto su Lantidiplomatico un pezzo di un componente del direttivo di Cumpanis e di un delegato milanese della Fiom di Milano in merito alle risultanze del Congresso della Cgil. Particolarmente, mi ha colpito il loro indirizzare l’attacco sulle posizioni di Landini in merito ai fondi previdenziali e soprattutto alla “sanità integrativa”.

Ebbene, tutto si tiene. I confederali si dimostrano sempre più “soggetti finanziari”, autori di raccolta di parte di salario, diretto, indiretto e differito, sull’altare del capitale finanziario.

La critica allo Stato è come se fosse un modo per dire che – nel futuro assetto del welfare privatizzato – loro, al pari di quanto successo con la concertazione inaugurata nel 1992, debbano avere un ruolo, in cambio di “pace sociale” essendo sempre più cani da guardia del capitale.

L’attacco concentrico, statuale, privatistico (da parte delle categorie economiche e dei confederali) alle strutture pubbliche porterà al loro dissolvimento.

Giustamente, tre settimane fa, Guido Salerno Aletta, nel delineare il futuro assetto del welfare privatizzato mediante fondi e sanità integrativa, rimarcava che, in un contesto trentennale di deflazione salariale, ben pochi denari della busta paga rimarrebbero per il finanziamento di tali fondi.

In questo sovviene la contrattazione aziendale che, da un po’ di anni, ha inaugurato il welfare aziendale, nelle grandi imprese e nelle reti di imprese.

Rimane il fatto che, anche in assenza di costruzione di alloggi pubblici, di deflazione salariale, di welfare privatizzato, il tasso di natalità crollerà sempre più.

Da questo punto di vista, il principio di politica economica che Meloni dice di voler seguire, basato tutto su crescita di natalità e pil, è smentito dalle sue azioni e da quelle dei soggetti economici e sindacali (confederali).

Musk ieri ha scritto: “l’Italia sta scomparendo“. Perciò, chi vive di salari e stipendi, si guardi intorno e possibilmente scelga sindacati di base, gli unici contro il welfare privatizzato.

Fonte

21/03/2023

CGIL ultimo atto

Un Presidente del Consiglio non aveva mai partecipato ad un congresso della CGIL. Al massimo, che io mi ricordi, qualche ministro del lavoro. E invece la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a capo del governo più reazionario e ferocemente anticlassista e razzista dalla fine del dopoguerra, non si è fatta pregare ed ha accettato l’invito di Landini, il quale le ha fatto così, un insperato regalo, proprio dopo la tragedia di Cutro e la infinita serie di gaffes dei suoi gregari di governo, concedendole una splendida passerella oltre che una sostanziale legittimazione.

Al di là delle sue parole su una riforma del fisco che premia ricchi ed evasori, quelle al veleno sul reddito di cittadinanza e sul salario minimo (da sempre avversato anche dalla CGIL), il suo intervento dal palco del congresso nazionale di ciò che, un tempo, fu il più grande sindacato di classe italiano, assume si un valore simbolico di quelli che segnano la fine definitiva di un’epoca ma arriva alla fine di un lungo percorso che ha portato ad una vera e propria mutazione genetica della CGIL.

Ma qual è la storia di questa progressiva metamorfosi?

Già nel 1977 dirigenti del Partito Comunista Italiano presero a seguire la strada della collaborazione con la Democrazia Cristiana. Il ministro degli Interni, Cossiga riteneva che condizione per far entrare il Partito Comunista nella maggioranza fosse data “dalla capacità o meno di far accettare alla classe operaia i sacrifici necessari per uscire dalla crisi economica”. (da la Repubblica).

E guarda caso, il 24 gennaio 1978, sempre sul quotidiano la Repubblica, comparve un’intervista all’allora segretario generale della CGIL, Luciano Lama, divenuta celebre, intitolata “Lavoratori stringete la cinghia”.

Lama prese spunto dall’annoso problema della disoccupazione, argomentando “Ebbene, se vogliamo esser coerenti con l’obiettivo di far diminuire la disoccupazione, è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli operai occupati deve passare in seconda linea”.

Poche settimane dopo, a metà febbraio ci fu la famosa “svolta dell’Eur”. Si tenne una conferenza sindacale al palazzo dei congressi dell’Eur di Roma. La linea che ne scaturì s’imperniava su due elementi: 1) la moderazione salariale 2) un programma di investimenti per garantire la fatidica “occupazione” come contropartita. La tesi di Luciano Lama era che i maggiori sacrifici dei lavoratori avrebbero permesso ai padroni di accumulare il capitale necessario per gli investimenti e ciò avrebbe avuto senz’altro una ricaduta positiva sull’occupazione.

In un sol colpo la CGIL aveva messo in soffitta le argomentazioni di Karl Marx riguardo al fenomeno della disoccupazione in quanto prodotto necessario dell’accumulazione capitalistica, ovvero, della tendenza del sistema capitalistico a generare, in virtù delle sue proprie dinamiche, una quota di popolazione eccedente rispetto alle esigenze di valorizzazione del capitale.[1]

Risultato? Nel 1977 il tasso disoccupazione era al 3,7% mentre oggi è al 7,9%.

Poi, a partire dagli anni Ottanta i diritti dei lavoratori sono stati aggrediti da una serie di leggi che hanno smontato pezzo per pezzo tutto ciò che era stato faticosamente conquistato nei decenni precedenti. Dal taglio della scala mobile del 14 febbraio del 1984 fino alla sua abolizione nel 1992.

Ma la vera svolta fu il protocollo del 23 luglio 1993 che introdusse la cosiddetta “politica dei redditi” (aumenti dei salari legati alla produttività ed al tasso previsto di “inflazione programmata” e non più all’inflazione “effettiva”, ovvero quella rilevata dall’Istat al termine dell’anno di riferimento) e la “concertazione” (collaborazione con i governi a priori e fine del conflitto).

Il lavoro ritornava ad essere una variabile dipendente del capitale e tutti i risultati dei decenni di gloriose e sanguinose lotte operaie venivano di colpo azzerati. Protagonisti di quell’accordo furono Carlo Azeglio Ciampi, presidente del Consiglio, e Gino Giugni, ministro del Lavoro. I sindacati erano rappresentati da Bruno Trentin, Sergio D’Antoni e Piero Larizza. Luigi Abete per la Confindustria.

Soltanto un anno prima c’era stata l’abolizione della scala mobile con la scusa delle crisi valutaria e finanziaria che avevano colpito la lira e che minacciavano di precludere l’ingresso dell’Italia nella futura Unione Europea per mancato raggiungimento degli obiettivi economici. La necessità di contenere tassi di interesse ed inflazione divenne quindi prioritaria e la tesi dominante fu che la rivalutazione automatica delle retribuzioni provocava un’inflazione eccessiva.

Si decise, pertanto, di abolire la scala mobile “per contenere l’inflazione”. In pratica, con questa azione si agì contenendo il costo del lavoro per consentire alle imprese di poter continuare a fare profitti nella congiuntura sfavorevole sfruttando il minor costo del lavoro ed allo Stato di ridurre la spesa tramite il contenimento del costo dei dipendenti pubblici.

E così i lavoratori, grazie a CGIL-CISL-UIL, si fecero carico della crisi valutaria attraverso la compressione delle retribuzioni senza avere in cambio alcun beneficio dal raggiungimento dell’obiettivo finale: l’introduzione dell’euro.

Il nuovo meccanismo si dimostrò presto totalmente inadeguato poiché tutti i governi che si succedettero dal 1993 in poi indicarono sistematicamente una percentuale di inflazione programmata inferiore a quella reale mentre le trattative per il rinnovo dei contratti venivano chiuse sempre in ritardo con la conseguenza che l’aumento delle retribuzioni avveniva solo dopo che il costo della vita era già aumentato.

Come non ricordare poi il sostanziale appoggio di CGIL, CISL e UIL alla riforma Dini del 1995[2] che decretò la svendita delle pensioni di anzianità e la fine del sistema previdenziale basato sul principio di solidarietà mediante l’introduzione del calcolo contributivo e l’innalzamento progressivo dei requisiti anagrafici e contributivi in cambio della ben remunerata partecipazione dei funzionari sindacali ai consigli di amministrazione dei fondi pensione?

Fu l’inizio dell'abbuffata delle grandi compagnie assicurative sulla pelle dei lavoratori in combutta con le principali centrali sindacali del paese. E pensare che, appena un anno prima, La CGIL di Cofferati aveva portato in piazza, a Roma, circa un milione e mezzo di persone per manifestare contro il primo Governo Berlusconi e la sua riforma delle pensioni che, poi, venne per l’appunto ritirata sebbene non avesse un contenuto sostanzialmente diverso dalla successiva riforma Dini, eccezion fatta per un punto niente affatto secondario: ovvero, i consigli di amministrazione “chiusi”, meglio noti come “enti bilaterali” con dentro, guarda un po’, CGIL, CISL e UIL.

E non fu affatto un caso che l’allora ministro del lavoro Tiziano Treu fece approvare, appena un anno dopo, la Legge 564/1996[3], che permette ancora oggi ai dirigenti sindacali apicali di ottenere una pensione d’oro anche dopo soltanto un mese trascorso nella carica.

Lo stesso ministro che nel 1997 non trovò nessuna resistenza sindacale al suo pacchetto legislativo in tema di diritto del lavoro – noto proprio come “pacchetto Treu” – dietro il solito pretesto della “lotta alla disoccupazione” che introdusse la così detta “flessibilità”, e l’odioso “lavoro interinale” (leggi: legalizzazione del caporalato di massa), il job sharing ed altre innumerevoli forme contrattuali di lavoro atipico, sino ad allora estranee al diritto del lavoro in Italia.

Poi fu il turno della “legge Biagi“[4] del 2003 che peggiorò ulteriormente il quadro introdotto dalla legge Treu allargando a dismisura il lavoro precario mediante una drastica riduzione di diritti e tutele e facendo venire meno le possibilità di intervento della magistratura nelle questioni di lavoro oltre a dar luogo alla proliferazione delle più svariate forme di lavoro atipiche come risposta alle pressioni dei padroni che potevano così essere più competitivi nel mercato del lavoro globalizzato.

E poi il decreto Sacconi del 2011[5] che consentiva accordi sindacali al ribasso rispetto ai Contratti Collettivi Nazionali del Lavoro e, nel 2012, la cd. “Legge Fornero” con cui si è giunti ad una “liberalizzazione” del sistema dei voucher ampiamente usati anche da CGIL e CISL[7]

E ancora il decreto Poletti del 2014[6] che ha ulteriormente favorito la precarizzazione facendo aumentare i contratti a tempo determinato e quelli di apprendistato.

Ed infine, il D.l. 23/2015[8], meglio conosciuto come il famigerato “Jobs Act” che ha abrogato l’articolo 18 della legge 300/1970, ovvero una delle colonne portanti dello Statuto dei Lavoratori cancellando l’obbligo di reintegro del lavoratore licenziato ingiustamente per le aziende con più di 15 dipendenti, sostituendolo con un’indennità monetaria che andava da un minimo di 4 a un massimo di 24 mensilità da stabilire in base all’anzianità di servizio.

Lo smantellamento dei diritti e delle tutele dei lavoratori ed il massiccio processo di precarizzazione dei rapporti di lavoro ha avuto come conseguenza anche l’aumento dei fattori di rischio di morte ed infortunio nelle aziende che, galvanizzate da un quadro legislativo così sbilanciato a loro favore e dal clima “concertativo”, hanno risparmiato i costi della sicurezza scaricandoli sulla salute e sulla vita dei lavoratori.

Se fino al 2000 in Italia si era assistito ad un forte decremento sia degli infortuni, sia dei morti sul lavoro, dopo siamo di fronte a numeri da strage di massa. Nel decenio 2009 -2019, saranno 17 mila morti e nel 2022 secondo i dati raccolti da Unione Sindacale di Base e Rete Iside Onlus sono stati almeno 1089 i morti di lavoro.

L’ultima trincea del welfare state è quella del diritto alla salute previsto dall’art. 32 da anni sotto il fuoco incrociato del progressivo taglio di risorse dal fondo sanitario nazionale, dell’inserimento della sanità integrativa nei contratti nazionali di lavoro (dietro la spinta dei grandi gruppi assicurativi) e del disegno di legge per l’attuazione dell’autonomia differenziata. Ciò proprio mentre tutti i dati dicono che la fine del Sistema sanitario nazionale pubblico e universalistico è sempre più vicina[9].

La domanda finale è: cosa ha fatto la CGIL per impedire questa deriva che in circa 30 anni ha progressivamente fatto a pezzi tutte le precedenti conquiste del movimento dei lavoratori? La risposta la si trova nella totale subalternità politica e strutturale di CGIL, CISL e UIL a tutti i governi – tecnici e politici – cui la maggior parte dei suoi dirigenti ha fatto sempre da docile sponda a tutti i provvedimenti peggiorativi per le condizioni di vita di milioni di persone per poi essere ripagati con un posto da deputato o senatore della Repubblica.

La CGIL (come gli altri sindacati concertativi, ormai completamente statalizzati e sovvenzionati a suon di miliardi dallo Stato) nell’arco di un trentennio, si è trasformata in un mastodontico apparato autoreferenziale in mano a grigi funzionari, bene inseriti nei sistemi di potere locali e regionali, che ha come unica finalità la propria autoriproduzione e che si occupa soltanto di “servizi” (mediante l’uso di manodopera precaria a basso costo) e di polizze assicurative, sia previdenziali che sanitarie.

La debacle, ovvero, la mutazione genetica della CGIL che – analogamente a quanto avvenuto nel passaggio dal PCI all’attuale PD – affonda, dunque, le sue radici in un tempo ormai lontano in cui recise ogni relazione con la propria storia e con le propri ragioni fondanti.

Ecco perché chi vede la capitolazione della CGIL soltanto nell’intervento della Meloni al suo ultimo congresso nazionale appare più legato sentimentalmente ai simboli che alla sostanza (andata via da un pezzo), oltre che essere in evidente deficit di memoria storica.

Note

[1] Karl Marx, “Il capitale” libro I , sezione VII, il processo di accumulazione del capitale , capitolo 23

la legge generale dell’accumulazione capitalistica

[2] LEGGE 8 agosto 1995, n. 335 “ Riforma del sistema pensionistico obbligatorio e complementare”

[3] Con l’art.3, comma 9 del decreto legislativo 564/96 il diritto alla contribuzione figurativa per i periodi non retribuiti di aspettativa per cariche sindacali è previsto anche per i lavoratori iscritti ai fondi esclusivi dell’assicurazione generale obbligatoria

[4] Riforma del mercato del lavoro avviata con la legge 30/2003 di delega poi perfezionata con il d.l. 276/2003

[5] Decreto Legge 13 agosto 2011, n. 138 recante ”Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo”

[6] D.L. 20 marzo 2014 n. 34, c.d. decreto Poletti noto come “prima parte del Jobs Act”

[7] https://contropiano.org/news/politica-news/2017/02/24/campioni-del-lavoro-nero-legalizzato-voucher-mani-basse-scheletri-nellarmadio-089251

[8] DECRETO LEGISLATIVO 4 marzo 2015, n. 23 “ Disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183”

[9] https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2023/03/09/il-sistema-di-cure-per-tutti-e-gia-finito-e-un-disastro-sociale-ed-economico/7090282/

Fonte