Il 2024 si è chiuso con il 23esimo mese consecutivo di contrazione della produzione industriale. Un dato critico che parla della profonda crisi in cui si dibatte il nostro paese, soprattutto da quando il modello mercantilista europeo si è scontrato con la crescente frammentazione del mercato mondiale.
Le stime dell’Istat parlano di un indice destagionalizzato della produzione industriale che segna un -3,1% rispetto a novembre. Su base congiunturale, solo l’energia cresce (+0,9%), mentre calano i beni strumentali e i beni di consumo (-3,3% per entrambi i settori), così come i beni intermedi (-3,6%).
Anche dal punto di vista trimestrale, nell’ultimo trimestre del 2024 si attesta un calo dell’indice dell’1,2% rispetto a quello precedente, e se guardiamo all’intero anno appena passato l’Istat conferma che ci sono stati “cali congiunturali in tutti i trimestri”. Ma è a fare il paragone con il 2023 che appare tutta la misura della crisi che stiamo vivendo.
Tra dicembre 2024 e dicembre 2023 l’indice complessivo è diminuito in termini tendenziali del 7,1%. Anche in questo caso, solo l’energia ha registrato un risultato positivo (+5,5%), mentre i beni strumentali segnano un -10,7%, quelli intermedi un -9,5% e i beni di consumo un -7,3%.
Gli unici settori di attività che segnano incrementi tendenziali sono l’attività estrattiva (+17,4%) e la fornitura di energia elettrica, gas, vapore ed aria (+5,0%). Mentre un vero e proprio tracollo si è avuto nella fabbricazione di mezzi di trasporto (-23,6%), l’industria tessile, dell’abbigliamento, pelli e accessori (-18,3%) e la metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (-14,6%).
“Nell’ambito della manifattura, solo le industrie alimentari, bevande e tabacco sono in crescita rispetto all’anno precedente, mentre le flessioni più marcate si rilevano per industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori e fabbricazione di mezzi di trasporto”, ribadisce sul suo sito l’Istat.
Parliamo, insomma, di un crollo che riguarda innanzitutto un settore simbolo del made in Italy, quello della moda, e l’antica spina dorsale dell’industria europea, ovvero l’automotive. Le stime diffuse da Intesa Sanpaolo e Prometeia evidenziano ricavi della manifattura in calo di 42 miliardi nel 2024, proprio a partire dai due settori citati.
Sempre stando ai dati Istat, l’utilizzo della capacità produttiva italiana è sceso al di sotto del 75%: l’ultima volta che era capitato era nel terzo trimestre del 2020, cioè quando navigavamo nel pieno della crisi pandemica. Un segnale di chiaro del buco nero in cui è stata portata la produzione del nostro paese.
Tra i motivi viene individuata una domanda interna insufficiente (ma visto il “successo” della strategia dei bassi salari, da 40 anni a questa parte, non ci si poteva aspettare altro), ma anche da un rallentamento delle importazioni della Germania, di cui siamo importanti fornitori. Insomma, una crisi di tutto il modello europeo, a cui o si propone in fretta un’alternativa, oppure è destinata a cancellare l’industria italiana.
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13/02/2025
14/11/2024
L’Istat smentisce il governo Meloni: giù i posti di lavoro e la produzione industriale
Di pochi giorni fa, i dati dell’ISTAT certificano una diminuzione degli occupati e della produzione, per il ventesimo calo consecutivo registrato. Tessile ed in particolare l’automotive vanno a picco, a certificare che per l’industria di questo Paese, il Governo non trova soluzioni credibili e viene smentita la narrazione della Meloni e dei suoi Ministri in merito ad un paese che cresce, che si rilancia in Europa.
L’Istat certifica anche il peggioramento del clima di fiducia delle famiglie, con un deterioramento pesante a causa della percezione sulla situazione economica generale e futura. L’Italia fa peggio di tutti i principali paesi europei e pure l’indice IPCA, a cui CGIL CISL e UIL hanno infaustamente agganciato la contrattazione sui salari, cresce meno degli altri paesi e non a caso la trattativa sul CCNL dei metalmeccanici subisce una frenata, con la provocazione di Federmeccanica, che spiega che nell’eventuale rinnovo contrattuale non potranno essere previsti aumenti.
Questo quadro pesantissimo rende plateale che il Governo Meloni mente a sé stesso ma soprattutto mente ai cittadini, ai lavoratori, ai pensionati. Le misure che portano questo paese dentro l’economia di guerra stanno soltanto mettendo a rischio la nostra economia ed in particolare l’industria italiana, che rischia di subire da qui a breve un tracollo in un processo di ristrutturazione con impatti spaventosi.
Il Governo invece di risolvere i problemi concreti di questo Paese continua con misure propagandistiche che non danno soluzioni reali e a lungo termine: basti pensare al contributo per chi fa più figli e alla resa strutturale del taglio al cuneo fiscale, che come sappiamo i lavoratori pagheranno attraverso la riduzione di servizi: nella sanità si grida addirittura allo scandalo, con una previsione di risorse “mai così basse e insufficienti”. Anche qui sappiamo bene che l’Istat offre dati drammatici e impietosi, con il 7,6% degli italiani che rinunciano strutturalmente a curarsi.
La nostra organizzazione sindacale continua a veder rafforzate le ragioni della proclamazione dello SCIOPERO GENERALE e generalizzato del 13 dicembre. Proprio ieri il coordinamento nazionale confederale di USB ha deliberato l’avvio del percorso di coordinamenti, attivi dei delegati e campagna di assemblee, necessario a garantire la massima partecipazione alle due manifestazioni nazionali previste a Roma e Milano durante la giornata di sciopero.
Uno sciopero lontano dalle contraddizioni di chi fin qui ha svenduto i nostri salari ed i nostri diritti.
Fonte
L’Istat certifica anche il peggioramento del clima di fiducia delle famiglie, con un deterioramento pesante a causa della percezione sulla situazione economica generale e futura. L’Italia fa peggio di tutti i principali paesi europei e pure l’indice IPCA, a cui CGIL CISL e UIL hanno infaustamente agganciato la contrattazione sui salari, cresce meno degli altri paesi e non a caso la trattativa sul CCNL dei metalmeccanici subisce una frenata, con la provocazione di Federmeccanica, che spiega che nell’eventuale rinnovo contrattuale non potranno essere previsti aumenti.
Questo quadro pesantissimo rende plateale che il Governo Meloni mente a sé stesso ma soprattutto mente ai cittadini, ai lavoratori, ai pensionati. Le misure che portano questo paese dentro l’economia di guerra stanno soltanto mettendo a rischio la nostra economia ed in particolare l’industria italiana, che rischia di subire da qui a breve un tracollo in un processo di ristrutturazione con impatti spaventosi.
Il Governo invece di risolvere i problemi concreti di questo Paese continua con misure propagandistiche che non danno soluzioni reali e a lungo termine: basti pensare al contributo per chi fa più figli e alla resa strutturale del taglio al cuneo fiscale, che come sappiamo i lavoratori pagheranno attraverso la riduzione di servizi: nella sanità si grida addirittura allo scandalo, con una previsione di risorse “mai così basse e insufficienti”. Anche qui sappiamo bene che l’Istat offre dati drammatici e impietosi, con il 7,6% degli italiani che rinunciano strutturalmente a curarsi.
La nostra organizzazione sindacale continua a veder rafforzate le ragioni della proclamazione dello SCIOPERO GENERALE e generalizzato del 13 dicembre. Proprio ieri il coordinamento nazionale confederale di USB ha deliberato l’avvio del percorso di coordinamenti, attivi dei delegati e campagna di assemblee, necessario a garantire la massima partecipazione alle due manifestazioni nazionali previste a Roma e Milano durante la giornata di sciopero.
Uno sciopero lontano dalle contraddizioni di chi fin qui ha svenduto i nostri salari ed i nostri diritti.
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11/11/2024
L’economia tedesca si è messa decisamente male
Sull'economia tedesca pesa come un macigno la peggiore carenza di ordini dalla crisi finanziaria del 2008. Secondo l’istituto IFO, a ottobre, il 41,5% delle aziende ha lamentato mancanza di ordinativi, un segnale in salito dopo il 39,4% registrato nel luglio scorso.
“La mancanza di ordini continua a inibire lo sviluppo economico in Germania”, ha dichiarato Klaus Wohlrabe, responsabile delle indagini IFO. “Quasi nessun settore viene risparmiato”.
Nell’industria, quasi un’azienda su due (47,7%) ha segnalato una mancanza di nuovi affari. Secondo l’indagine, sono proprio i settori chiave come l’ingegneria meccanica o l’industria metallurgica ed elettrica a preoccuparsi delle nuove attività. “L’aumento degli ordini arretrati a settembre può essere un segno di speranza”, ha detto Wohlrabe. “Ma c’è ancora molta strada da fare prima che i libri siano di nuovo pieni”.
Tra i fornitori di servizi, la percentuale di aziende che lamentano la mancanza di ordini è leggermente aumentata, passando dal 31,2 al 32,1%. Mentre è il settore dei trasporti a risultare particolarmente colpito.
Non solo. A causa della debole domanda di manodopera, anche i due terzi delle agenzie di collocamento al lavoro segnalano una mancanza di ordini. “I lavoratori temporanei sono meno richiesti nella situazione attuale”, ha detto Wohlrabe.
Ma la crisi di domanda si va abbattendo anche su settori meno strategici. Ad esempio poco più di un terzo degli esercizi di ristorazione ritiene di avere pochi clienti ai tavoli, mentre nel settore degli eventi, la percentuale di aziende che segnalano un numero insufficiente di ordini è salita al 48,5%, dopo il 38,5% di luglio.
Su tutto questo pesano poi fattori strategici come i costi dell’energia e delle materie prime. Aver perso le forniture di gas a buon mercato dalla Russia a causa delle sanzioni adottate (e del sabotaggio del North Stream 2), ha fatto schizzare in alto i prezzi dell’energia che fino ad oggi avevano garantito all’economia tedesca un vantaggio competitivo.
Inoltre, il quotidiano economico tedesco Handesblatt segnala uno studio della società di consulenza Roland Berger per la Federazione delle industrie tedesche (BDI), il quale rivela come l’industria tedesca stia diventando sempre più dipendente dalle importazioni di materie prime, in particolare dalla Cina.
Questo fattore vede aggiungersi maggiori criticità a causa del risultato delle elezioni statunitensi. Perché con Trump alla Casa Bianca, è prevedibile che i conflitti politici ed economici tra Stati Uniti e Cina si intensificheranno di nuovo, e in modo imprevedibile, e la Germania potrebbe incorrere in strozzature nelle catene di fornitura delle materie prime.
Insomma la forte subalternità della Germania verso gli Stati Uniti – prima nella guerra contro la Russia ed ora con la Cina – ha portato la locomotiva economica europea al deragliamento. Con scelte spesso consapevolmente suicide, sia sul piano economico che politico.
Fonte
“La mancanza di ordini continua a inibire lo sviluppo economico in Germania”, ha dichiarato Klaus Wohlrabe, responsabile delle indagini IFO. “Quasi nessun settore viene risparmiato”.
Nell’industria, quasi un’azienda su due (47,7%) ha segnalato una mancanza di nuovi affari. Secondo l’indagine, sono proprio i settori chiave come l’ingegneria meccanica o l’industria metallurgica ed elettrica a preoccuparsi delle nuove attività. “L’aumento degli ordini arretrati a settembre può essere un segno di speranza”, ha detto Wohlrabe. “Ma c’è ancora molta strada da fare prima che i libri siano di nuovo pieni”.
Tra i fornitori di servizi, la percentuale di aziende che lamentano la mancanza di ordini è leggermente aumentata, passando dal 31,2 al 32,1%. Mentre è il settore dei trasporti a risultare particolarmente colpito.
Non solo. A causa della debole domanda di manodopera, anche i due terzi delle agenzie di collocamento al lavoro segnalano una mancanza di ordini. “I lavoratori temporanei sono meno richiesti nella situazione attuale”, ha detto Wohlrabe.
Ma la crisi di domanda si va abbattendo anche su settori meno strategici. Ad esempio poco più di un terzo degli esercizi di ristorazione ritiene di avere pochi clienti ai tavoli, mentre nel settore degli eventi, la percentuale di aziende che segnalano un numero insufficiente di ordini è salita al 48,5%, dopo il 38,5% di luglio.
Su tutto questo pesano poi fattori strategici come i costi dell’energia e delle materie prime. Aver perso le forniture di gas a buon mercato dalla Russia a causa delle sanzioni adottate (e del sabotaggio del North Stream 2), ha fatto schizzare in alto i prezzi dell’energia che fino ad oggi avevano garantito all’economia tedesca un vantaggio competitivo.
Inoltre, il quotidiano economico tedesco Handesblatt segnala uno studio della società di consulenza Roland Berger per la Federazione delle industrie tedesche (BDI), il quale rivela come l’industria tedesca stia diventando sempre più dipendente dalle importazioni di materie prime, in particolare dalla Cina.
Questo fattore vede aggiungersi maggiori criticità a causa del risultato delle elezioni statunitensi. Perché con Trump alla Casa Bianca, è prevedibile che i conflitti politici ed economici tra Stati Uniti e Cina si intensificheranno di nuovo, e in modo imprevedibile, e la Germania potrebbe incorrere in strozzature nelle catene di fornitura delle materie prime.
Insomma la forte subalternità della Germania verso gli Stati Uniti – prima nella guerra contro la Russia ed ora con la Cina – ha portato la locomotiva economica europea al deragliamento. Con scelte spesso consapevolmente suicide, sia sul piano economico che politico.
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11/09/2024
Il luglio nero dell’industria italiana
L’Istat ha diffuso i dati registrati per la produzione industriale nel mese di luglio, e sono disastrosi. Dall’istituto viene infatti stimato che l’indice destagionalizzato segni un -0,9% su giugno, con il calo su base annua che continua da ben 18 mesi consecutivi. Ma, tenuto conto che quest’anno a luglio ci sono stati ben due giorni lavorativi in più, il calo effettivo risulta del 3,3% rispetto al mese precedente.
L’indice sull’anno, ovvero tra il luglio 2023 e quello 2024, diminuisce anch’esso in termini tendenziali del 3,3%. Tra gennaio e luglio di quest’anno si segnala una diminuzione della produzione rispetto allo stesso periodo dello scorso anno pari al 10,8%.
Se andiamo ancora più indietro, la produzione industriale è calata del 6,7% tra maggio 2022 e luglio di quest’anno, con il settore tessile, abbigliamento e pelli che registra un vero e proprio crollo: -25%. Anche l’industria del legno segna un -20,7%, su cui sembra aver pesato soprattutto l’inflazione.
Per ora a salvarsi sono solo gli andamenti tendenziali sull’anno della chimica (+3,9%), di alimentari, bevande e tabacco (+2,5%), della fornitura di energia elettrica, gas, vapore ed aria (+1,9%), dell’elettronica (+1,2%).
Troppo poco per nascondere il buco nero in cui si è cacciata l’industria del Belpaese. E pensare che il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, un paio di mesi fa aveva parlato di segnali incoraggianti, con la crescita congiunturale degli ultimi due mesi che è stata subito rimangiata dai fatti.
La meccanica è il principale comparto manifatturiero italiano, e sul luglio 2023 segna un -4,3%. Ma a far suonare l’allarme è soprattutto il settore strategico dei mezzi di trasporto, che sull’anno registra un -11,4% su cui sono proprio i risultati della produzione di auto a pesare di più.
È il caso di riportare le parole di Gianmarco Giorda, direttore generale dell’Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica (ANFIA), che sono autoesplicative: “a luglio l’indice della produzione automotive italiana registra una flessione a doppia cifra per il quinto mese consecutivo (-24,8%). Anche l’indice della fabbricazione di autoveicoli resta in pesante contrazione a luglio (-35,1 per cento), complice il forte ribasso, -54,7% […], alla produzione di autovetture, così come l’indice della produzione di parti e accessori per autoveicoli e loro motori, che chiude a -20,1 per cento”.
Ha poi aggiunto: “auspichiamo che l’attuazione delle misure proposte nell’ambito dei lavori del Tavolo Sviluppo Automotive al Mimit possa dare concretezza, tra gli altri obiettivi, ad un progressivo incremento dei volumi produttivi nazionali, garantendo anche un fattivo coinvolgimento della componentistica italiana e del suo potenziale di innovazione in questo processo di rilancio”.
Il braccio di ferro che Urso porta avanti da mesi con Stellantis per i siti produttivi su territorio italiano riguardava questo collasso del settore. Per salvarlo, il governo è pronto a mettere una pietra sopra la transizione verde, ma anche se ciò risolvesse questa crisi, amplificherebbe quella ambientale.
A dimostrazione, come se ce ne fosse ancora bisogno, dell’insanabile contraddizione insita in questo sistema economico-sociale tra profitto privato e interesse collettivo. Su cui non è certamente questa fallimentare classe dirigente che può fare un passo indietro.
Fonte
L’indice sull’anno, ovvero tra il luglio 2023 e quello 2024, diminuisce anch’esso in termini tendenziali del 3,3%. Tra gennaio e luglio di quest’anno si segnala una diminuzione della produzione rispetto allo stesso periodo dello scorso anno pari al 10,8%.
Se andiamo ancora più indietro, la produzione industriale è calata del 6,7% tra maggio 2022 e luglio di quest’anno, con il settore tessile, abbigliamento e pelli che registra un vero e proprio crollo: -25%. Anche l’industria del legno segna un -20,7%, su cui sembra aver pesato soprattutto l’inflazione.
Per ora a salvarsi sono solo gli andamenti tendenziali sull’anno della chimica (+3,9%), di alimentari, bevande e tabacco (+2,5%), della fornitura di energia elettrica, gas, vapore ed aria (+1,9%), dell’elettronica (+1,2%).
Troppo poco per nascondere il buco nero in cui si è cacciata l’industria del Belpaese. E pensare che il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, un paio di mesi fa aveva parlato di segnali incoraggianti, con la crescita congiunturale degli ultimi due mesi che è stata subito rimangiata dai fatti.
La meccanica è il principale comparto manifatturiero italiano, e sul luglio 2023 segna un -4,3%. Ma a far suonare l’allarme è soprattutto il settore strategico dei mezzi di trasporto, che sull’anno registra un -11,4% su cui sono proprio i risultati della produzione di auto a pesare di più.
È il caso di riportare le parole di Gianmarco Giorda, direttore generale dell’Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica (ANFIA), che sono autoesplicative: “a luglio l’indice della produzione automotive italiana registra una flessione a doppia cifra per il quinto mese consecutivo (-24,8%). Anche l’indice della fabbricazione di autoveicoli resta in pesante contrazione a luglio (-35,1 per cento), complice il forte ribasso, -54,7% […], alla produzione di autovetture, così come l’indice della produzione di parti e accessori per autoveicoli e loro motori, che chiude a -20,1 per cento”.
Ha poi aggiunto: “auspichiamo che l’attuazione delle misure proposte nell’ambito dei lavori del Tavolo Sviluppo Automotive al Mimit possa dare concretezza, tra gli altri obiettivi, ad un progressivo incremento dei volumi produttivi nazionali, garantendo anche un fattivo coinvolgimento della componentistica italiana e del suo potenziale di innovazione in questo processo di rilancio”.
Il braccio di ferro che Urso porta avanti da mesi con Stellantis per i siti produttivi su territorio italiano riguardava questo collasso del settore. Per salvarlo, il governo è pronto a mettere una pietra sopra la transizione verde, ma anche se ciò risolvesse questa crisi, amplificherebbe quella ambientale.
A dimostrazione, come se ce ne fosse ancora bisogno, dell’insanabile contraddizione insita in questo sistema economico-sociale tra profitto privato e interesse collettivo. Su cui non è certamente questa fallimentare classe dirigente che può fare un passo indietro.
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10/07/2024
Germania - La competitività è destinata a ridursi ancora
Riportiamo un estratto dal rapporto pubblicato per la Banca del Fucino da Michele Tonoletti e Vladimiro Giacché, già largamente conosciuto per i suoi contributi sui meccanismi economici della UE e per il libro “Anschluss”, riguardo la riunificazione delle due Germanie dopo la caduta del muro di Berlino.
Il titolo dello studio è già di per sé significativo: “Locomotiva d’Europa o Sick Man of Europe?” Esso è molto interessante perché mette in fila alcuni punti deboli dell’economia tedesca, e ben due di essi sono in un qualche modo legati alle scelte strategiche imposte da Berlino sui ritmi e le forme dell’integrazione europea.
Oggi la Germania ne paga il conto, così come paga l’incapacità della classe dirigente continentale di immaginare un modello differente da quello export oriented, che fatica a fare i conti con la frammentazione del mercato mondiale e il declino della globalizzazione.
C’è poi la grande ferita dell’austerità, che presa a elemento virtuoso – come se si parlasse dei risparmi di una famiglia per andare in vacanza, e non di uno stato che deve investire – ha in realtà creato gravi problemi al paese, in particolare per l’obsolescenza e arretratezza della rete infrastrutturale.
A maggio, la produzione industriale tedesca ha segnato un -2,5% rispetto al mese precedente, col comparto auto a -5% su aprile. Rispetto a maggio 2023 è stato segnato un record negativo dell’industria a -6,67%.
L’agonia del modello tedesco si riverbera anche da noi (essendovi fortemente legati), sarebbe bene correre ai ripari al più presto.
Oggi la Germania ne paga il conto, così come paga l’incapacità della classe dirigente continentale di immaginare un modello differente da quello export oriented, che fatica a fare i conti con la frammentazione del mercato mondiale e il declino della globalizzazione.
C’è poi la grande ferita dell’austerità, che presa a elemento virtuoso – come se si parlasse dei risparmi di una famiglia per andare in vacanza, e non di uno stato che deve investire – ha in realtà creato gravi problemi al paese, in particolare per l’obsolescenza e arretratezza della rete infrastrutturale.
A maggio, la produzione industriale tedesca ha segnato un -2,5% rispetto al mese precedente, col comparto auto a -5% su aprile. Rispetto a maggio 2023 è stato segnato un record negativo dell’industria a -6,67%.
L’agonia del modello tedesco si riverbera anche da noi (essendovi fortemente legati), sarebbe bene correre ai ripari al più presto.
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Diversi sono gli elementi che inducono a prevedere un indebolimento della competitività tedesca sui mercati internazionali negli anni a venire.
Tra questi, il primo ha a che fare con l’andamento demografico della Germania: secondo le proiezioni di Eurostat, la popolazione in età lavorativa tra 2025 e 2040 subirà una riduzione di circa il 7%; inoltre, sin dal prossimo quinquennio, [...] la Germania registrerà il calo più marcato tra i paesi del G7 nel tasso di crescita della popolazione tra i 15 e i 64 anni.
Tale andamento demografico avrà molto probabilmente un impatto significativo su diversi aspetti dell’economia tedesca, tra cui in primis il costo del lavoro: già nel 2023, per far fronte all’inflazione, i salari nominali sono cresciuti del 6,3% su base annua, una tendenza che facilmente andrà rafforzandosi negli anni a venire e che comporterà un calo della competitività delle merci tedesche sui mercati internazionali.
Sempre per quanto riguarda il costo del lavoro, è da tenere in considerazione il processo di ribilanciamento che, a partire dalla crisi del debito sovrano, ha portato i paesi “periferici” dell’area euro a recuperare terreno in termini di competitività di costo rispetto ai paesi del Nord Europa.
Tale processo, come segnalato da un articolo di ING di marzo 2024, è ben visibile nella variazione del tasso di cambio effettivo calcolato in base al costo per unità di lavoro; la moderazione salariale degli anni della crisi, ma anche di quelli post-pandemia, ha condotto i paesi periferici, Italia tra questi, ad ottenere una maggior competitività rispetto alle economie nordeuropee (sebbene in merito si possa legittimamente parlare, come sottolinea l’articolo citato, di una “corsa al ribasso in termini di performance strutturale”: sarebbe per molti versi stato maggiormente auspicabile un aggiustamento degli squilibri interni all’Eurozona tramite una robusta crescita della produttività delle economie periferiche).
Il terzo elemento che è opportuno menzionare in quanto fattore di indebolimento della competitività nazionale tedesca è costituito dall’andamento degli investimenti pubblici tra l’inizio degli anni 2000 e oggi.
Secondo uno studio del 2019, la Germania avrebbe bisogno di un totale di 450 miliardi di investimenti pubblici per permettere alla propria economia di crescere in maniera sostenuta negli anni a venire, specie per quanto riguarda la componente della produttività.
Le politiche di austerità fiscale a lungo portate avanti dalla Germania, con una breve interruzione dovuta alla pandemia, hanno portato allo sviluppo di carenze profonde a diversi riguardi: ingenti investimenti sarebbero necessari in particolare nell’ambito delle infrastrutture di trasporto (ferrovie e autostrade), la cui costruzione risale agli anni ’70 per i territori della ex-Germania Ovest e agli anni ’90 per l’ex-Germania Est; ulteriori spese sono poi richieste per quanto riguarda abitazioni, telecomunicazioni, università, welfare per le famiglie, per non parlare della transizione ecologica.
Gli investimenti pubblici netti sono infatti rimasti attorno a una media dello 0% del pil dai primi anni 2000, cioè su livelli evidentemente insufficienti tanto rispetto ai tassi di crescita dell’economia nazionale sotto altri riguardi quanto rispetto al deprezzamento degli asset già presenti nell’economia.
Tale carenza di investimenti pubblici si traduce in una debole crescita della produttività nazionale, e dunque della competitività sui mercati, anche e soprattutto alla luce dell’aumento dei costi del lavoro.
Fino a pochi anni fa la Germania avrebbe potuto far fronte a queste carenze a un costo relativamente basso, approfittando della politica monetaria fortemente espansiva della BCE, condizione che oggi non sussiste più. Si può quindi parlare di una vera e propria occasione persa per l’economia tedesca.
Inoltre, vista la conferma del freno del debito (Schuldenbremse) dopo l’interruzione momentanea in concomitanza con l’impatto della pandemia, e alla luce delle differenti impostazioni di politica economica che si confrontano all’interno del governo tedesco, non sembrano oggi sussistere condizioni politiche adeguate per effettuare gli investimenti necessari a un significativo rilancio dell’economia tedesca nel medio termine.
Fonte
17/06/2024
I conti non tornano. Aumenta l’occupazione ma l’economia ristagna e cala la produzione
Con sistematica puntualità l’ISTAT continua a sfornare dati sull’andamento positivo dell’occupazione, registrando un aumento di 75mila occupati nel primo trimestre di quest’anno e di 394mila rispetto al primo trimestre dell’anno scorso. Dati che ovviamente vengono colti dalla Ministra Calderone come una dimostrazione di buon governo.
Abbiamo già avuto modo di commentare come questi dati siano il frutto di una modalità di calcolo assai discutibile, con la quale si ricomprendono nella categoria di occupate persone che hanno svolto una qualsivoglia attività nella settimana precedente alla rilevazione, con o senza contratto, anche per una sola ora.
Una prima contraddizione sta nel fatto che l’ISTAT registri contemporaneamente un aumento del tasso di inattività per le persone tra i 15 e i 64 anni, che sarebbe salito al 33,1% nel primo trimestre del 2024. Per Eurostat il tasso degli inattivi in Italia è in realtà più alto e già nel 2023 superava il 34,5%, collocando il nostro Paese al primo posto nella UE per tasso di inattività.
Chi sono gli inattivi per l’ISTAT? Sono quelli che non hanno un impiego né lo stanno cercando e pertanto vengono collocati fuori dal calcolo della forza lavoro (occupati + disoccupati). Tra questi sicuramente c’è una larga fetta impiegata stabilmente in attività sommerse, lavoro nero, e che pertanto non risulta dalle rilevazioni.
Ma la contraddizione più evidente, rispetto ai dati apparentemente positivi sull’occupazione, è la situazione della nostra economia. È sempre l’ISTAT a stimare una crescita dell’1% nel 2024 (la Commissione europea si attesta più in basso a 0,9%) e dell’1,1% per il 2025. La produzione industriale è invece addirittura in calo del 2,9%, sempre su base annua (ultimo dato ISTAT del 10 giugno).
Questi dati certificano una stagnazione sostanziale del nostro sistema economico. Difficile dare credito, in queste condizioni, alla notizia che in Italia gli occupati siano in aumento: con una economia in stato depressivo, l’unico lavoro che rimane è quello sottopagato e decontrattualizzato. Questo sì in vertiginoso aumento, il resto è solo fumo negli occhi.
Fonte
Abbiamo già avuto modo di commentare come questi dati siano il frutto di una modalità di calcolo assai discutibile, con la quale si ricomprendono nella categoria di occupate persone che hanno svolto una qualsivoglia attività nella settimana precedente alla rilevazione, con o senza contratto, anche per una sola ora.
Una prima contraddizione sta nel fatto che l’ISTAT registri contemporaneamente un aumento del tasso di inattività per le persone tra i 15 e i 64 anni, che sarebbe salito al 33,1% nel primo trimestre del 2024. Per Eurostat il tasso degli inattivi in Italia è in realtà più alto e già nel 2023 superava il 34,5%, collocando il nostro Paese al primo posto nella UE per tasso di inattività.
Chi sono gli inattivi per l’ISTAT? Sono quelli che non hanno un impiego né lo stanno cercando e pertanto vengono collocati fuori dal calcolo della forza lavoro (occupati + disoccupati). Tra questi sicuramente c’è una larga fetta impiegata stabilmente in attività sommerse, lavoro nero, e che pertanto non risulta dalle rilevazioni.
Ma la contraddizione più evidente, rispetto ai dati apparentemente positivi sull’occupazione, è la situazione della nostra economia. È sempre l’ISTAT a stimare una crescita dell’1% nel 2024 (la Commissione europea si attesta più in basso a 0,9%) e dell’1,1% per il 2025. La produzione industriale è invece addirittura in calo del 2,9%, sempre su base annua (ultimo dato ISTAT del 10 giugno).
Questi dati certificano una stagnazione sostanziale del nostro sistema economico. Difficile dare credito, in queste condizioni, alla notizia che in Italia gli occupati siano in aumento: con una economia in stato depressivo, l’unico lavoro che rimane è quello sottopagato e decontrattualizzato. Questo sì in vertiginoso aumento, il resto è solo fumo negli occhi.
Fonte
09/10/2020
La produzione italiana vola, grazie agli operai...
Qualcosa si andava dicendo da alcune settimane, ma dopo il dato della produzione industriale tedesca di agosto, uscito qualche giorno fa, in calo mensile dello 0,2%, gli animi si erano raffreddati. Dopotutto, l’industria italiana è subfornitrice di quella tedesca, quindi ne avrebbe dovuto risentire.
Poi, stamane, erano usciti i dati della produzione industriale britannica e francese, al di sotto degli obiettivi, rispettivamente dello 0,3% mese su mese e dell’1,3%.
Alle 10, invece, esce sugli schermi dei siti finanziari il dato della produzione industriale italiana di agosto: un autentico boom, +7,7% rispetto a luglio e appena 0,3% rispetto all’agosto del 2019. Quando i virus erano fuori di ogni orizzonte...
Nella media del trimestre giugno-agosto il livello della produzione cresce del 34,6% rispetto ai tre mesi precedenti. Dati sorprendenti, frutto della maestria delle operaie e degli operai italiani a cui Federmeccanica, nonostante la produttività manifatturiera sia aumentata di molto in questi anni, non riconosce alcun aumento salariale.
Siamo di fronte a performance economiche – dopo il dato delle esportazioni, delle costruzioni e delle vendite al dettaglio – cui abbiamo fatto cenno negli scorsi giorni, che sorprendono per la capacità di risalita di una parte dell’economia italiana. Mentre quella dei servizi, causa Pandemia, è affossata dal crollo del turismo estero.
Tutto questo valore aggiunto nel manifatturiero, unito a una produttività maggiore della stessa Germania, se lo accaparrano gli industriali che, non sazi, vogliono sussidi, comandare sui fondi europei e avere mano libera sui sindacati, anche sugli stessi confederali che nel 2018 hanno fatto un accordo vergognoso.
Parliamo di questo dato, e di altri, per far capire che i lamenti degli industriali sono falsi, chiagn e fotte, e che è veramente insopportabile la loro condotta fatta di tircheria al limite dello schiavismo.
L’assenza di lotta di classe in tutti questi decenni li ha portati a volere la moglie ubriaca e la botte piena, e a non saziarsi mai. È un problema anche di coscienza di classe, che nelle generazioni cresciute dopo i decenni di lotta è mancata e ne pagano le conseguenze non solo loro, ma l’intero Paese.
Ormai la situazione è talmente evidente, e compromessa, che forse qualche momento di rivendicazione verrà fuori. I successi dell’USB nel settore manifatturiero in questi anni stanno a dimostrare che la misura è colma e che la vecchia logica di CgilCislUil ha fatto il suo tempo.
La storia lo insegna: la classe lavoratrice ha sempre ragione. Deve recuperare la forza...
Fonte
Poi, stamane, erano usciti i dati della produzione industriale britannica e francese, al di sotto degli obiettivi, rispettivamente dello 0,3% mese su mese e dell’1,3%.
Alle 10, invece, esce sugli schermi dei siti finanziari il dato della produzione industriale italiana di agosto: un autentico boom, +7,7% rispetto a luglio e appena 0,3% rispetto all’agosto del 2019. Quando i virus erano fuori di ogni orizzonte...
Nella media del trimestre giugno-agosto il livello della produzione cresce del 34,6% rispetto ai tre mesi precedenti. Dati sorprendenti, frutto della maestria delle operaie e degli operai italiani a cui Federmeccanica, nonostante la produttività manifatturiera sia aumentata di molto in questi anni, non riconosce alcun aumento salariale.
Siamo di fronte a performance economiche – dopo il dato delle esportazioni, delle costruzioni e delle vendite al dettaglio – cui abbiamo fatto cenno negli scorsi giorni, che sorprendono per la capacità di risalita di una parte dell’economia italiana. Mentre quella dei servizi, causa Pandemia, è affossata dal crollo del turismo estero.
Tutto questo valore aggiunto nel manifatturiero, unito a una produttività maggiore della stessa Germania, se lo accaparrano gli industriali che, non sazi, vogliono sussidi, comandare sui fondi europei e avere mano libera sui sindacati, anche sugli stessi confederali che nel 2018 hanno fatto un accordo vergognoso.
Parliamo di questo dato, e di altri, per far capire che i lamenti degli industriali sono falsi, chiagn e fotte, e che è veramente insopportabile la loro condotta fatta di tircheria al limite dello schiavismo.
L’assenza di lotta di classe in tutti questi decenni li ha portati a volere la moglie ubriaca e la botte piena, e a non saziarsi mai. È un problema anche di coscienza di classe, che nelle generazioni cresciute dopo i decenni di lotta è mancata e ne pagano le conseguenze non solo loro, ma l’intero Paese.
Ormai la situazione è talmente evidente, e compromessa, che forse qualche momento di rivendicazione verrà fuori. I successi dell’USB nel settore manifatturiero in questi anni stanno a dimostrare che la misura è colma e che la vecchia logica di CgilCislUil ha fatto il suo tempo.
La storia lo insegna: la classe lavoratrice ha sempre ragione. Deve recuperare la forza...
Fonte
21/04/2020
Ricostruzione. Qualche idea, tante resistenze...
Come si esce da questo disastro? Ce lo stiamo chiedendo tutti, di qua e di là delle consolidate differenze di classe, prospettiva sociale, aspirazioni di cambiamento. Ma le risposte – pure numerose – sollevano più interrogativi di quanto non diano risposte.
Lasciamo perdere tranquillamente il mantra confindustriale, ripetuto fino alla noia dai servi dei servi, che sogna di poter semplicemente tornare “come prima”. Un sogno che non ha fatto i conti – nemmeno quelli economici – con quello che sta accadendo, settimana dopo settimana (ognuna vale circa il 2% del Pil), figuriamoci con la situazione che avremo di fronte quando la frana si sarà stabilizzata.
A costoro dovrebbe essere sufficiente vedere le file che si formano negli Stati Uniti, ogni giorno, per ricevere un pacco viveri. Lavoratori ora disoccupati (22 milioni in sole quattro settimane), che ancora possiedono un’auto cui avevano fatto il pieno di benzina (circa 50 centesimi al litro, laggiù), ma che la usano ormai soltanto per questo.
Non gliene frega nulla, naturalmente. In quella foto vedrebbero soltanto una massa sterminata di manodopera pronta ad essere impiegata a qualsiasi prezzo. Pardon, salario...
Non mancano rare riflessioni molto più ragionate, anche in termini di “sistema”, come quella prodotta da Guido Salerno Aletta su Milano Finanza. Che stabilisce un confronto secco con la necessità di ricostruzione che fu affrontata anche alla fine della Seconda Guerra mondiale.
Lì lo Stato – una Repubblica fragilissima (il fascismo e la monarchia erano stati battuti, ma sopravvivevano in tante teste) – si fece carico di delineare una strategia economica complessa, con capitali Usa (il “piano Marshall”) e mobilitando il risparmio dei cittadini (di quelli che ne avevano...) verso l’impiego nell’economia reale.
È la stessa esigenza che ci si trova davanti oggi. Ma con significative differenze che, per l’appunto, sollevano più domande che risposte.
In entrambi i casi – allora ed oggi – si pone la necessità di cambiare modello di sviluppo. Allora da un’economia di guerra con poche fabbriche funzionanti e infrastrutture devastate dalla guerra. Oggi da un modello a centralità della finanza in direzione di un sistema produttivo ricostruito, appunto privilegiando l’economia reale.
Ma...
Allora il livello della distruzione era pressoché completo, e questo – non paradossalmente – facilitava il “ridisegno” del sistema, perché non ci potevano essere resistenze significative contro la necessità di ricostruire. Anche il movimento operaio riconosceva questa necessità, restando ben presto incastrato negli ingranaggi della macchina che ripartiva, la “tutela minacciosa” degli Usa e la spartizione stabilita a Yalta.
Oggi il livello della distruzione che ci troveremo davanti è ancora ignoto. E, in quel che sopravviverà, ci saranno resistenze fortissime. Chi privilegia il “ritorno agli assetti precedenti” non è affatto sconfitto, per il momento. Anzi, è rabbioso per le perdite, ma mantiene saldamente il potere di determinare le decisioni politiche (basta ricordare il disastro combinato l’8 marzo, quando hanno convinto il governo a rinunciare a chiudere alcune parti della Lombardia) e preme in modo irresistibile per “ripartire” come se il virus non ci fosse più.
Anche l’elezione del nuovo presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, è un segno chiaro di questo potere “continuista” e suicida. Un bocconiano, uno specialista in private equity, in combinazioni finanziarie; uno che non ha costruito né guidato alcuna azienda produttiva – fino a pochissimi anni fa – e che non concepisce altre soluzioni tranne quelle che già conosce.
Le stesse che hanno portato al fallimento attuale. Peraltro non ammesso come tale (“andava tutto bene, se non c’era questo virus sopravvalutato...”).
La sterzata drastica che Salerno Aletta disegna, come minimo, presuppone sia uno Stato “forte” (nel senso di economicamente autorevole, non poliziescamente menacciuto), sia una disponibilità del “sistema” ad essere ridisegnato per un efficace passaggio dalla centralità della finanza a quella dell’economia reale. Entrambe le condizioni, diciamo così, sembrano al momento scarse.
Può essere che, proseguendo la pandemia, e dunque un’alternanza di stop-and-go (“chiudere tutto”, “riaprire tutto”), la seconda condizione si possa manifestare. La prima – la qualità di direzione complessiva della macchina statale sull’economia – invece appare certamente poco modificabile in tempi brevi. Quarant’anni di demolizione e demonizzazione dell’intervento statale nell’economia (il vero centro teorico del neoliberismo trionfante) non si superano con un atto di volontà.
Domande, per l’appunto.
Buona lettura.
Guido Salerno Aletta – Milano Finanza
Per guidare la ripresa del Paese, occorre una strategia chiara: ad un medesimo tempo, come si fece già in Italia nel Dopoguerra, si deve abbattere il debito pubblico esistente, stavolta immettendo liquidità nel sistema bancario, e riportare il risparmio delle famiglie verso l’economia reale.
QE per le Imprese – Abbattere il debito pubblico immettendo liquidità nel sistema bancario.
Solo tenendo fermo il timone del Carro, questo tirerà dritto e le ruote dell’economia torneranno a girare veloci.
Non è il maggior debito pubblico il volano principale da attivare per la ripresa economica. Non convincono, quindi, le mozioni degli affetti, gli appelli alla sottoscrizione patriottica di emissioni straordinarie.
Già nel Dopoguerra, il debito pubblico ereditato da quella infausta ventura venne abbattuto in termini reali con una fiammata inflazionistica, allora ritenuta assai preferibile rispetto ad un prelievo patrimoniale.
Le iniziative in corso da parte della Bce devono essere colte al volo, modificandole adeguatamente, per monetizzarne una ben cospicua quota di debito pubblico, immettendo nuova liquidità nell’economia reale, non sui mercati finanziari. Nessun valore sarà sostenibile per gli asset quotati, nonostante le manovre di sostegno da parte delle Banche centrali, se l’economia reale non tornerà ad essere vigorosa.
Stavolta si tratta di immettere nuova liquidità nel sistema bancario a fronte del ritiro definitivo dei titoli di Stato da questo detenute. La Bce deve rinunciare al signoraggio sulla liquidità corrispondente, da destinare al finanziamento dell’economia reale.
Deve essere direttamente la Banca d’Italia, stavolta, a gestire questa componente del Pepp (Pandemic Emergency Purchase Program) già deciso dalla Bce, ed in via di ulteriore ampliamento. Il debito pubblico in circolazione va dunque abbattuto, in ragione del 20% del pil, in ciascun Paese dell’Eurozona.
Dobbiamo uscire dalla crisi con un rapporto debito/pil invariato: questa è l’unica solidarietà europea possibile, realistica e praticabile. Non serve modificare i Trattati, non serve ricorrere al Mes, non serve una emissione comune di Recovery Bond da parte della Unione europea. Occorre solo coordinare la politica monetaria con quella fiscale.
Riducendo le detenzioni bancarie di debito pubblico, soprattutto in Italia, con il Qe per le Imprese si migliora anche il rating degli istituti e si avvia quel processo di riduzione del rischio da debito sovrano che su di esse incombe, e che da tempo è auspicato.
Vanno però cambiate le modalità di immissione della liquidità: le aste devono essere effettuate a livello nazionale, da parte di ciascuna Banca centrale, ritirando unicamente i titoli di Stato detenuti dalle banche sottoposte alla loro rispettiva giurisdizione.
Si eviterà così il paradosso cui abbiamo assistito in questi anni per la modalità di gestione accentrata delle aste del Qe sulla Piazza di Francoforte, con la Banca d’Italia che iscriveva in continuazione i titoli di Stato che venivano acquistati all’attivo del proprio bilancio, mentre la liquidità del suo passivo fluiva direttamente all’estero peggiorando il saldo dell’Italia nel sistema di pagamenti Target 2.
Per quanto riguarda gli acquisti di titoli di Stato operati finora dalla Bce, nel complesso, alla data del 13 aprile scorso, le detenzioni di titoli di Stato della Banca d’Italia derivate dalla attivazione dei Qe (principalmente attraverso il PSPP – Public Sector Purchase Program) ammontavano a 382,5 miliardi di euro. L’ammontare complessivo di acquisti di titoli del debito pubblico, nell’eurozona, è stato invece pari a 2.262 miliardi di euro.
Le Banche italiane, alla fine del terzo trimestre del 2018, detenevano titoli di Stato italiani a medio e lungo termine per 317 miliardi di euro: è una cifra che si avvicina al 18% del pil di quell’anno. Ed è questa, grosso modo, la cifra cui si dovrà avvicinare per l’Italia l’ammontare degli acquisti da gestire sulla base del Qe per le Imprese, rimodellando ed ampliando il Pepp già in corso, e su cui c’è l’intenzione da parte della Bce di insistere rispetto ai 750 miliardi già previsti fino alla fine dell’anno in corso.
In pratica, considerando per l’Italia un importo complessivo di nuova liquidità per 300 miliardi di euro, da destinare unicamente al settore bancario, ci si avvicinerebbe al 20% del pil. Questo importo sarebbe destinato per due terzi al finanziamento delle imprese e solo per un terzo alla copertura delle maggiori emissioni nette derivanti dall’incremento del deficit pubblico per l’anno in corso. In pratica, nel portafogli delle banche italiane, le detenzioni di titoli pubblici dovrebbero ridursi ad una ottantina di miliardi di euro.
La liquidità aggiuntiva incassata dalle banche italiane, verrebbe obbligatoriamente destinata, per 250 miliardi di euro, al finanziamento delle imprese e per le sole operazioni relative alle attività produttive localizzate in Italia. Si riprenderebbero i vincoli di destinazione produttiva già più volte introdotti dalla Bce con le Ltro (Long Term refinancing operation), ma con una differenza fondamentale: in questo caso, non si tratterebbe dei finanziamenti a termine, a tre anni, a fronte di collaterali offerti dalle banche: una duplice condizione che ha sempre fortemente pregiudicato sia la efficacia per le imprese delle operazioni di Ltro sia la capacità delle banche di offrire a tal fine validi collaterali.
Non casualmente, l’art 7 del decreto legge Salva Italia, il primo provvedimento d’urgenza varato dal governo Monti, compì una autentica acrobazia finanziaria: le banche italiane erano autorizzate ad emettere titoli obbligazionari, su cui lo Stato forniva la propria garanzia sovrana, che sarebbero serviti alle banche stesse come collaterali necessari per ottenere la liquidità da parte della Bce. Con questa liquidità, ottenuta dalla Bce pagandola un niente, le banche si comprarono i titoli di Stato italiani che fruttavano loro ricchi interessi. Anche se lo Stato italiano incassava regolarmente il prezzo fissato per fornire alle banche la sua garanzia, queste si sistemavano alla meglio i bilanci mentre le aziende fallivano. Non è questo il meccanismo, paradossale, che ora va riprodotto.
Un ulteriore vantaggio del Qe per le Imprese risiede nel fatto che la nuova liquidità per le banche non deriva dalla necessità di smobilizzare altri asset che, in questo momento, potrebbe determinare minusvalenze rilevanti.
Sui finanziamenti bancari alle imprese, agevolati dalla nuova liquidità, ben si potrebbe appoggiare la garanzia pubblica di cui si discute, ma senza apporre scadenze di sorta. Il finanziamento dovrebbe essere commisurato in percentuale all’ultimo fatturato, ed essere concesso a tempo indeterminato, fino alla chiusura della attività, senza prevederne la restituzione a termine.
Detassare gli apporti di risparmio al capitale produttivo.
Il tanto invidiato patrimonio delle famiglie italiane, le cui attività finanziarie ammontavano nel 2018 a 4.190 miliardi di euro a fronte di passività per appena 941 miliardi, deve tornare al centro del sistema produttivo. Ma deve ritrovare la convenienza legale e fiscale per rimetterlo in moto.
È il momento di ribaltare le convenienze: occorre riportare la ricchezza delle famiglie verso gli impieghi nell’economia reale. Da troppo tempo si privilegia l’impiego finanziario, soprattutto all’estero, anziché l’investimento direttamente produttivo.
È la nostra stessa Storia che ci insegna come fare, perché è già stato fatto, assai bene e con risultati duraturi. L’Italia del Dopoguerra non fu ricostruita aumentando la spesa pubblica, né finanziandola con nuove tasse né ricorrendo al deficit, ma mobilitando il risparmio privato, silente ed inoperoso. La ricostruzione del patrimonio immobiliare, la realizzazione delle case di “civile abitazione” che ancora oggi rappresentano un fattore di enorme stabilità del nostro sistema sociale, fu agevolata fiscalmente, garantendo in cambio di quell’impiego finanziario una esenzione venticinquennale dalle imposte. Lo stesso bisogna fare oggi.
Occorre rendere fiscalmente conveniente, e soprattutto stabile nel tempo, il vantaggio derivante da ogni nuovo apporto finanziario che venga effettuato dall’imprenditore che abbia una partita Iva e dai soci dell’impresa: va disposta la completa defiscalizzazione dalle imposte sul reddito personale e di impresa, per la durata di dieci anni e per un importo pari a dieci volte gli utili, a condizione che questi siano reinvestiti e non vengano distribuiti.
Serve un meccanismo fortemente premiale, che lasci ampia libertà di scelta, ma che incentivi la destinazione delle risorse personali allo sviluppo della impresa.
Bisogna tornare a produrre. Occorre risolvere la contraddizione dell’Italia, che un po’ tutti ormai ci rimproverano: quella di essere diventata un Convento povero, abitato da Frati ricchi e tirchi. Il tempo dei rentier è finito.
Fonte
Lasciamo perdere tranquillamente il mantra confindustriale, ripetuto fino alla noia dai servi dei servi, che sogna di poter semplicemente tornare “come prima”. Un sogno che non ha fatto i conti – nemmeno quelli economici – con quello che sta accadendo, settimana dopo settimana (ognuna vale circa il 2% del Pil), figuriamoci con la situazione che avremo di fronte quando la frana si sarà stabilizzata.
A costoro dovrebbe essere sufficiente vedere le file che si formano negli Stati Uniti, ogni giorno, per ricevere un pacco viveri. Lavoratori ora disoccupati (22 milioni in sole quattro settimane), che ancora possiedono un’auto cui avevano fatto il pieno di benzina (circa 50 centesimi al litro, laggiù), ma che la usano ormai soltanto per questo.
Non gliene frega nulla, naturalmente. In quella foto vedrebbero soltanto una massa sterminata di manodopera pronta ad essere impiegata a qualsiasi prezzo. Pardon, salario...
Non mancano rare riflessioni molto più ragionate, anche in termini di “sistema”, come quella prodotta da Guido Salerno Aletta su Milano Finanza. Che stabilisce un confronto secco con la necessità di ricostruzione che fu affrontata anche alla fine della Seconda Guerra mondiale.
Lì lo Stato – una Repubblica fragilissima (il fascismo e la monarchia erano stati battuti, ma sopravvivevano in tante teste) – si fece carico di delineare una strategia economica complessa, con capitali Usa (il “piano Marshall”) e mobilitando il risparmio dei cittadini (di quelli che ne avevano...) verso l’impiego nell’economia reale.
È la stessa esigenza che ci si trova davanti oggi. Ma con significative differenze che, per l’appunto, sollevano più domande che risposte.
In entrambi i casi – allora ed oggi – si pone la necessità di cambiare modello di sviluppo. Allora da un’economia di guerra con poche fabbriche funzionanti e infrastrutture devastate dalla guerra. Oggi da un modello a centralità della finanza in direzione di un sistema produttivo ricostruito, appunto privilegiando l’economia reale.
Ma...
Allora il livello della distruzione era pressoché completo, e questo – non paradossalmente – facilitava il “ridisegno” del sistema, perché non ci potevano essere resistenze significative contro la necessità di ricostruire. Anche il movimento operaio riconosceva questa necessità, restando ben presto incastrato negli ingranaggi della macchina che ripartiva, la “tutela minacciosa” degli Usa e la spartizione stabilita a Yalta.
Oggi il livello della distruzione che ci troveremo davanti è ancora ignoto. E, in quel che sopravviverà, ci saranno resistenze fortissime. Chi privilegia il “ritorno agli assetti precedenti” non è affatto sconfitto, per il momento. Anzi, è rabbioso per le perdite, ma mantiene saldamente il potere di determinare le decisioni politiche (basta ricordare il disastro combinato l’8 marzo, quando hanno convinto il governo a rinunciare a chiudere alcune parti della Lombardia) e preme in modo irresistibile per “ripartire” come se il virus non ci fosse più.
Anche l’elezione del nuovo presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, è un segno chiaro di questo potere “continuista” e suicida. Un bocconiano, uno specialista in private equity, in combinazioni finanziarie; uno che non ha costruito né guidato alcuna azienda produttiva – fino a pochissimi anni fa – e che non concepisce altre soluzioni tranne quelle che già conosce.
Le stesse che hanno portato al fallimento attuale. Peraltro non ammesso come tale (“andava tutto bene, se non c’era questo virus sopravvalutato...”).
La sterzata drastica che Salerno Aletta disegna, come minimo, presuppone sia uno Stato “forte” (nel senso di economicamente autorevole, non poliziescamente menacciuto), sia una disponibilità del “sistema” ad essere ridisegnato per un efficace passaggio dalla centralità della finanza a quella dell’economia reale. Entrambe le condizioni, diciamo così, sembrano al momento scarse.
Può essere che, proseguendo la pandemia, e dunque un’alternanza di stop-and-go (“chiudere tutto”, “riaprire tutto”), la seconda condizione si possa manifestare. La prima – la qualità di direzione complessiva della macchina statale sull’economia – invece appare certamente poco modificabile in tempi brevi. Quarant’anni di demolizione e demonizzazione dell’intervento statale nell’economia (il vero centro teorico del neoliberismo trionfante) non si superano con un atto di volontà.
Domande, per l’appunto.
Buona lettura.
*****
Serve una Stella polare
Guido Salerno Aletta – Milano Finanza
Per guidare la ripresa del Paese, occorre una strategia chiara: ad un medesimo tempo, come si fece già in Italia nel Dopoguerra, si deve abbattere il debito pubblico esistente, stavolta immettendo liquidità nel sistema bancario, e riportare il risparmio delle famiglie verso l’economia reale.
QE per le Imprese – Abbattere il debito pubblico immettendo liquidità nel sistema bancario.
Solo tenendo fermo il timone del Carro, questo tirerà dritto e le ruote dell’economia torneranno a girare veloci.
Non è il maggior debito pubblico il volano principale da attivare per la ripresa economica. Non convincono, quindi, le mozioni degli affetti, gli appelli alla sottoscrizione patriottica di emissioni straordinarie.
Già nel Dopoguerra, il debito pubblico ereditato da quella infausta ventura venne abbattuto in termini reali con una fiammata inflazionistica, allora ritenuta assai preferibile rispetto ad un prelievo patrimoniale.
Le iniziative in corso da parte della Bce devono essere colte al volo, modificandole adeguatamente, per monetizzarne una ben cospicua quota di debito pubblico, immettendo nuova liquidità nell’economia reale, non sui mercati finanziari. Nessun valore sarà sostenibile per gli asset quotati, nonostante le manovre di sostegno da parte delle Banche centrali, se l’economia reale non tornerà ad essere vigorosa.
Stavolta si tratta di immettere nuova liquidità nel sistema bancario a fronte del ritiro definitivo dei titoli di Stato da questo detenute. La Bce deve rinunciare al signoraggio sulla liquidità corrispondente, da destinare al finanziamento dell’economia reale.
Deve essere direttamente la Banca d’Italia, stavolta, a gestire questa componente del Pepp (Pandemic Emergency Purchase Program) già deciso dalla Bce, ed in via di ulteriore ampliamento. Il debito pubblico in circolazione va dunque abbattuto, in ragione del 20% del pil, in ciascun Paese dell’Eurozona.
Dobbiamo uscire dalla crisi con un rapporto debito/pil invariato: questa è l’unica solidarietà europea possibile, realistica e praticabile. Non serve modificare i Trattati, non serve ricorrere al Mes, non serve una emissione comune di Recovery Bond da parte della Unione europea. Occorre solo coordinare la politica monetaria con quella fiscale.
Riducendo le detenzioni bancarie di debito pubblico, soprattutto in Italia, con il Qe per le Imprese si migliora anche il rating degli istituti e si avvia quel processo di riduzione del rischio da debito sovrano che su di esse incombe, e che da tempo è auspicato.
Vanno però cambiate le modalità di immissione della liquidità: le aste devono essere effettuate a livello nazionale, da parte di ciascuna Banca centrale, ritirando unicamente i titoli di Stato detenuti dalle banche sottoposte alla loro rispettiva giurisdizione.
Si eviterà così il paradosso cui abbiamo assistito in questi anni per la modalità di gestione accentrata delle aste del Qe sulla Piazza di Francoforte, con la Banca d’Italia che iscriveva in continuazione i titoli di Stato che venivano acquistati all’attivo del proprio bilancio, mentre la liquidità del suo passivo fluiva direttamente all’estero peggiorando il saldo dell’Italia nel sistema di pagamenti Target 2.
Per quanto riguarda gli acquisti di titoli di Stato operati finora dalla Bce, nel complesso, alla data del 13 aprile scorso, le detenzioni di titoli di Stato della Banca d’Italia derivate dalla attivazione dei Qe (principalmente attraverso il PSPP – Public Sector Purchase Program) ammontavano a 382,5 miliardi di euro. L’ammontare complessivo di acquisti di titoli del debito pubblico, nell’eurozona, è stato invece pari a 2.262 miliardi di euro.
Le Banche italiane, alla fine del terzo trimestre del 2018, detenevano titoli di Stato italiani a medio e lungo termine per 317 miliardi di euro: è una cifra che si avvicina al 18% del pil di quell’anno. Ed è questa, grosso modo, la cifra cui si dovrà avvicinare per l’Italia l’ammontare degli acquisti da gestire sulla base del Qe per le Imprese, rimodellando ed ampliando il Pepp già in corso, e su cui c’è l’intenzione da parte della Bce di insistere rispetto ai 750 miliardi già previsti fino alla fine dell’anno in corso.
In pratica, considerando per l’Italia un importo complessivo di nuova liquidità per 300 miliardi di euro, da destinare unicamente al settore bancario, ci si avvicinerebbe al 20% del pil. Questo importo sarebbe destinato per due terzi al finanziamento delle imprese e solo per un terzo alla copertura delle maggiori emissioni nette derivanti dall’incremento del deficit pubblico per l’anno in corso. In pratica, nel portafogli delle banche italiane, le detenzioni di titoli pubblici dovrebbero ridursi ad una ottantina di miliardi di euro.
La liquidità aggiuntiva incassata dalle banche italiane, verrebbe obbligatoriamente destinata, per 250 miliardi di euro, al finanziamento delle imprese e per le sole operazioni relative alle attività produttive localizzate in Italia. Si riprenderebbero i vincoli di destinazione produttiva già più volte introdotti dalla Bce con le Ltro (Long Term refinancing operation), ma con una differenza fondamentale: in questo caso, non si tratterebbe dei finanziamenti a termine, a tre anni, a fronte di collaterali offerti dalle banche: una duplice condizione che ha sempre fortemente pregiudicato sia la efficacia per le imprese delle operazioni di Ltro sia la capacità delle banche di offrire a tal fine validi collaterali.
Non casualmente, l’art 7 del decreto legge Salva Italia, il primo provvedimento d’urgenza varato dal governo Monti, compì una autentica acrobazia finanziaria: le banche italiane erano autorizzate ad emettere titoli obbligazionari, su cui lo Stato forniva la propria garanzia sovrana, che sarebbero serviti alle banche stesse come collaterali necessari per ottenere la liquidità da parte della Bce. Con questa liquidità, ottenuta dalla Bce pagandola un niente, le banche si comprarono i titoli di Stato italiani che fruttavano loro ricchi interessi. Anche se lo Stato italiano incassava regolarmente il prezzo fissato per fornire alle banche la sua garanzia, queste si sistemavano alla meglio i bilanci mentre le aziende fallivano. Non è questo il meccanismo, paradossale, che ora va riprodotto.
Un ulteriore vantaggio del Qe per le Imprese risiede nel fatto che la nuova liquidità per le banche non deriva dalla necessità di smobilizzare altri asset che, in questo momento, potrebbe determinare minusvalenze rilevanti.
Sui finanziamenti bancari alle imprese, agevolati dalla nuova liquidità, ben si potrebbe appoggiare la garanzia pubblica di cui si discute, ma senza apporre scadenze di sorta. Il finanziamento dovrebbe essere commisurato in percentuale all’ultimo fatturato, ed essere concesso a tempo indeterminato, fino alla chiusura della attività, senza prevederne la restituzione a termine.
Detassare gli apporti di risparmio al capitale produttivo.
Il tanto invidiato patrimonio delle famiglie italiane, le cui attività finanziarie ammontavano nel 2018 a 4.190 miliardi di euro a fronte di passività per appena 941 miliardi, deve tornare al centro del sistema produttivo. Ma deve ritrovare la convenienza legale e fiscale per rimetterlo in moto.
È il momento di ribaltare le convenienze: occorre riportare la ricchezza delle famiglie verso gli impieghi nell’economia reale. Da troppo tempo si privilegia l’impiego finanziario, soprattutto all’estero, anziché l’investimento direttamente produttivo.
È la nostra stessa Storia che ci insegna come fare, perché è già stato fatto, assai bene e con risultati duraturi. L’Italia del Dopoguerra non fu ricostruita aumentando la spesa pubblica, né finanziandola con nuove tasse né ricorrendo al deficit, ma mobilitando il risparmio privato, silente ed inoperoso. La ricostruzione del patrimonio immobiliare, la realizzazione delle case di “civile abitazione” che ancora oggi rappresentano un fattore di enorme stabilità del nostro sistema sociale, fu agevolata fiscalmente, garantendo in cambio di quell’impiego finanziario una esenzione venticinquennale dalle imposte. Lo stesso bisogna fare oggi.
Occorre rendere fiscalmente conveniente, e soprattutto stabile nel tempo, il vantaggio derivante da ogni nuovo apporto finanziario che venga effettuato dall’imprenditore che abbia una partita Iva e dai soci dell’impresa: va disposta la completa defiscalizzazione dalle imposte sul reddito personale e di impresa, per la durata di dieci anni e per un importo pari a dieci volte gli utili, a condizione che questi siano reinvestiti e non vengano distribuiti.
Serve un meccanismo fortemente premiale, che lasci ampia libertà di scelta, ma che incentivi la destinazione delle risorse personali allo sviluppo della impresa.
Bisogna tornare a produrre. Occorre risolvere la contraddizione dell’Italia, che un po’ tutti ormai ci rimproverano: quella di essere diventata un Convento povero, abitato da Frati ricchi e tirchi. Il tempo dei rentier è finito.
Fonte
11/03/2020
Il Pil o la vita
Piccolo esercizio matematico: i casi positivi di Covid-19, alla sera di lunedì 10 marzo (10.149), a parità di popolazione tra Italia e Cina, sarebbero stati circa 236.500. Come dovrebbe esser noto, i dati ufficiali di Pechino riferiscono 80.735 casi. Da noi sono dunque il triplo, per ora.
Basterebbe questo per qualificare l’efficacia con cui il governo italiano ha affrontato l’epidemia fin dal suo primo manifestarsi. E naturalmente, al contrario della sua esplosione in Cina, qui il fenomeno era ormai atteso, non ignoto.
Ora si sta discutendo di misure ancora più ferree su tutto il territorio nazionale, ma alcune cose vanno dette subito.
Dal punto di vista sanitario la scelta del governo Conte è completamente inutile, o almeno ampiamente insufficiente, così come tutte quelle precedenti. Per due ordini di motivi.
Il primo, e principale, sta nell’assurda decisione di autorizzare spostamenti e permanenza in spazi chiusi, anche pieni di persone, “per motivi di lavoro”. In questo modo sicuramente il contagio continuerà ad espandersi, con oltre 20 milioni di lavoratori (e dirigenti) che in varia percentuale si infetteranno sul posto di lavoro e poi contageranno la famiglia, in teoria “messa al sicuro” a forza di messaggi “io resto a casa”.
Il secondo, altrettanto importante, era già inserito invece nel decreto di sabato notte, quello che dichiarava “zona rossa” tutta la Lombardia e altre 14 province del centro-nord. Lì, annullando il confinamento delle prime zone ritenute “focolaio” per il numero eccezionale di casi positivi al Covid-19, veniva “liberato” il virus su un’area eccezionalmente vasta.
La logica sanitaria del confinamento è stringente: da, o in, un focolaio nessuno deve uscire o entrare. Se si alza la sbarra prima che “l’influenza” si sia esaurita, si facilita la diffusione del contagio. In un Paese di queste dimensioni, esistono certamente molte zone da “blindare” per un periodo di quarantena e altre di media rischiosità, in cui le misure di profilassi sono meno drastiche. Rendere tutto “uguale” sembra una cosa radicale, ma in realtà rende impossibile dei controlli seri. Ci si affida insomma alla “responsabilità” degli individui, piuttosto che alla gestione generale della situazione secondo un approccio scientifico.
Non è una nostra illazione da profani, ma la critica feroce mossa dal prof. Massimo Galli, primario dell’Ospedale Sacco di Milano, giustamente considerato uno delle massime autorità tra gli infettivologi italiani. “È una sciocchezza che si apra la zona rossa iniziale. Sono 16 giorni [domenica 8, ndr] dal primo caso in quella zona, ma c’è stato almeno un mese di diffusione dell’infezione, è evidente che ci sono ancora dei problemi e non è finito il tracciare necessario dei contatti. Rimescolare le carte è una mezza follia, non ha senso”.
Con il decreto di lunedì sera, questo errore tragico è stato esteso a tutta l’Italia.
Se si vuole davvero fermare il contagio, imitando la Cina, bisogna prendere misure politiche di ben altro impatto.
La Cina, a Wuhan e in altre zone, ha chiuso l’attività economica e convinto la gente a restare chiusa in casa, limitando ad un minimo vitale le uscite per gli approvvigionamenti alimentari e medicinali. Laggiù, insomma, “a lavorare” è andato soltanto il personale sanitario, la quota di forze dell’ordine ritenuta necessaria, i lavoratori di alcuni supermercati (riforniti dall’esercito), farmacie e pochi altri servizi indispensabili (rete elettrica, acqua, ecc).
La Cina ha insomma rinunciato volontariamente alla quota di Pil prodotta in quelle zone in alcuni mesi – Wuhan è la “Detroit cinese”, per la concentrazione di fabbriche automobilistiche – pur di battere in tempi rapidi il virus.
La popolazione e le imprese private hanno “capito” l’impostazione governativa senza troppi sforzi, perché a tutti i soggetti economici è stata garantita la copertura statale delle perdite, salariali o di profitto che siano. Nessun licenziamento, niente “ferie forzate”, tasse bloccate, banche che non chiedono “il rientro” dai prestiti concessi, ecc.
Qui si è invece cercato, stolidamente e fin dall’inizio, di “contemperare” le esigenze sanitarie (chiusura drastica di alcune zone) con la priorità considerata assoluta: continuare a produrre, a qualsiasi costo. Qui il governo ha promesso “aiuti”, con cifre risibili (adesso si comincia a parlare di 10 miliardi, ma si è partiti con 3,6) rispetto alla dimensione del problema. Ma nessuna garanzia per chi stava perdendo il salario o addirittura il posto di lavoro. Senza garantire alle imprese niente altro che i soliti “incentivi”, già dimostratisi inefficaci in situazioni di crisi assai meno drammatiche. La sintesi infelice è in un titolo del Corriere della Sera (“Battere la paura: soldi a imprese, fiducia a famiglie”), dove la differenza di trattamento è esplicita.
Il risultato è facilmente prevedibile: il virus arriverà ovunque, magari un po’ più lentamente grazie allo stop alle manifestazioni pubbliche, della movida (ma chi potrà mai limitare quelle private?), e anche il Pil subirà egualmente colpi durissimi.
Chi ha voluto la botte piena e la moglie ubriaca resterà quindi dolorosamente deluso dal calo del Pil. Ma il prezzo del dolore, in massima parte, sarà sulle spalle della popolazione che lavora, tra periodi di malattia, quarantene, ricoveri, morti, perdite di salario o anche del posto.
Nell’analisi di questa crisi, ripetiamo, occorre separare nettamente – sul piano degli obbiettivi e della logica – l’aspetto sanitario e quello economico, stabilendo una decisa priorità per la salute della popolazione. Se si continua a privilegiare invece la produzione, sarà un disastro. Anche per la produzione.
Possibile che nessuno, tra gli attuali decisori, sia in grado di capirlo?
Viste da fuori le decisioni del governo sembrano la risultante di almeno tre ordini di mediazioni differenti, in alcuni casi tra interessi apertamente “antagonisti”.
Quella tra scienziati e politici è palese già nella citazione del prof. Galli. Si comprende che gli scienziati stanno prospettando “misure eccezionali”, ma che i politici provvedono a stemperarle, per “salvaguardare la produzione” sotto la pressione di Confindustria e non solo. Invece di aumentare il numero delle zone rosse vere e proprie, per esempio, incrementando anche i controlli per impedire “fughe”, si è preferito allargarle, fino a farle coincidere con tutto il territorio nazionale, rendendole così sanitariamente inutili.
Il secondo ordine riguarda invece i rapporti tra le diverse cordate pomposamente chiamate “partiti”. Qui ormai è stata selezionata una “classetta dirigente” capace di tener d’occhio i sondaggi e gli umori popolari, sparando slogan acchiappeschi a ogni occasione; ma senza più un briciolo di visione autonoma, tantomeno di grande respiro. In questa “classetta” ognuno tiene d’occhio i gruppi di interesse che lo hanno sollevato a un ruolo visibile, e se ne fotte degli interessi generali, perché non è in grado nemmeno di comprenderli.
In questo lugubre gioco si distinguono nettamente i leghisti, vero formicaio impazzito di grida ogni giorno diverse, anzi opposte, col passare delle ore. Si ricorda giustamente il Salvini che passa in due giorni dal “chiudiamo tutto” (intendendo le frontiere, all’inizio della crisi) al “riapriamo tutto” (le attività economiche, anche nelle “zone rosse”).
E si potrebbero citare quei sindaci di paesini che “non trovavano motivo” di veder finire il proprio Comune nella lista delle “zone rosse” neanche quando i suoi compaesani finivano uno dietro l’altro in ospedale oppure al cimitero.
O si potrebbero citare Fontana e Zaia, tra sceneggiate con la mascherina e proteste per tre province (venete) messe in lista “rossa”; salvo poi accettare senza fiatare l’estensione a tutto il territorio nazionale.
Ma non è sembrato più brillante, diciamo, quel sindaco piddino di Bologna che domenica “rifletteva” sull’opportunità di chiudere anche la sua città per “solidarietà” con le altre province dell’Emilia Romagna (come se le misure di profilassi sanitaria si potessero valutare col metro della “piacioneria”).
Ora molti di questi personaggetti, sotto la spinta delle notizie tragiche provenienti dagli ospedali, sotto la pressione di imprese locali che scelgono di chiudere temporaneamente i battenti per abbassare i costi vivi, comincia a chiedere la sospensione anche delle attività produttive. Cosa che fino a qualche ora fa consideravano “una follia”. Ognuno può dunque valutarne la serietà...
A un secolo di distanza, insomma, ci ritroviamo ancora una volta in una “guerra” guidati da generali che ordinano “offensive” ad capocchiam, ognuna più catastrofica della precedente, ma prontissimi a fucilare i propri soldati se non obbediscono a ordini sconclusionati.
Ma il terzo ordine di mediazioni, altamente presente all’interno della compagine governativa, riguarda la “tenuta dei conti pubblici” alla luce dei trattati di Maastricht. Si capisce, insomma, che il freno tirato sulla chiusura di tutte le attività produttive – il gigantesco “buco” in tutti i vari decreti in materia – dipende in ogni fase dalla discussione con la Commissione Europea sul quanto si possa sforare il deficit rispetto alle prescrizioni/previsioni per l’anno in corso.
È stato fin dall’inizio questo il vero faro nella notte di un governo senza statisti, incapace di decisioni autonome e impossibilitato – per una scelta quasi trentennale che ha prodotto solo disastri – finanche a pensare di rompere alcuni vincoli scritti sulla sabbia.
Fin quando quella scelta – l’adesione all’Unione Europea e al sistema di trattati che ne è derivato – ha inciso molto negativamente sulla capacità di crescita economica del Paese, sulle condizioni di vita e di lavoro della sua popolazione, compresi la perdita di diritti pagati col sangue e salari al di sotto del livello di sopravvivenza, qualcuno poteva forse dire che questo era il prezzo da pagare per diventare liberale come gli altri. Tutti sulla stessa via dell’austerità.
Ora però un’epidemia si sta incaricando di dimostrare che quella scelta è suicida non solo sul piano economico-industriale, ma in senso stretto. Stronca la salute di una popolazione di 60 milioni di persone, determinerà la morte di un numero per ora imprecisabile di persone, riporterà la sua economia indietro di decenni.
Se vogliamo che questo paese abbia un futuro occorre separare nettamente il momento della lotta al coronavirus da quello del rilancio economico.
Il confinamento del contagio, sull’esempio cinese, impone il fermo di tutte le attività pericolose perché facilitano la diffusione del contagio. Dunque anche le attività economiche.
Per rassicurare tutti – lavoratori ed imprese – che il “fermo” non diventerà l’impossibilità di sopravvivere, lo Stato deve garantire l’erogazione dei salari e il ripiano delle perdite d’impresa per il periodo strettamente necessario a combattere l’epidemia.
Ciò comporta ovviamente una spesa in deficit di dimensioni al momento non precisabili, al livello di un Piano Marshall, ma assolutamente necessaria per restare in vita come Paese, popolo e singoli individui. Si deve fare quel che serve, non quello che ci viene consentito da regole scritte per altre epoche e altri interessi.
Un sistema di alleanze diseguali, di trattati pensati per aumentare la competizione interna anziché la “solidarietà continentale”, non consente questa decisione vitale?
Allora quel sistema va rotto, prima che rompa tutti noi.
Tra i “meriti” dell’epidemia c’è infatti anche quello di dimostrare che o un sistema economico serve per far star meglio le popolazioni che ci vivono dentro, oppure è bene che venga definitivamente rotto.
È nelle emergenze vere che il vecchio muore e il nuovo prende vita. Il sistema neoliberista sta tirando le cuoia, dall’Europa agli Stati Uniti. È ora di aiutarlo nel trapasso, altrimenti ci trascina tutti a fondo.
Fonte
Basterebbe questo per qualificare l’efficacia con cui il governo italiano ha affrontato l’epidemia fin dal suo primo manifestarsi. E naturalmente, al contrario della sua esplosione in Cina, qui il fenomeno era ormai atteso, non ignoto.
Ora si sta discutendo di misure ancora più ferree su tutto il territorio nazionale, ma alcune cose vanno dette subito.
Se tutto il territorio è “zona rossa”, allora non c’è nessuna “zona rossa”
Dal punto di vista sanitario la scelta del governo Conte è completamente inutile, o almeno ampiamente insufficiente, così come tutte quelle precedenti. Per due ordini di motivi.
Il primo, e principale, sta nell’assurda decisione di autorizzare spostamenti e permanenza in spazi chiusi, anche pieni di persone, “per motivi di lavoro”. In questo modo sicuramente il contagio continuerà ad espandersi, con oltre 20 milioni di lavoratori (e dirigenti) che in varia percentuale si infetteranno sul posto di lavoro e poi contageranno la famiglia, in teoria “messa al sicuro” a forza di messaggi “io resto a casa”.
Il secondo, altrettanto importante, era già inserito invece nel decreto di sabato notte, quello che dichiarava “zona rossa” tutta la Lombardia e altre 14 province del centro-nord. Lì, annullando il confinamento delle prime zone ritenute “focolaio” per il numero eccezionale di casi positivi al Covid-19, veniva “liberato” il virus su un’area eccezionalmente vasta.
La logica sanitaria del confinamento è stringente: da, o in, un focolaio nessuno deve uscire o entrare. Se si alza la sbarra prima che “l’influenza” si sia esaurita, si facilita la diffusione del contagio. In un Paese di queste dimensioni, esistono certamente molte zone da “blindare” per un periodo di quarantena e altre di media rischiosità, in cui le misure di profilassi sono meno drastiche. Rendere tutto “uguale” sembra una cosa radicale, ma in realtà rende impossibile dei controlli seri. Ci si affida insomma alla “responsabilità” degli individui, piuttosto che alla gestione generale della situazione secondo un approccio scientifico.
Non è una nostra illazione da profani, ma la critica feroce mossa dal prof. Massimo Galli, primario dell’Ospedale Sacco di Milano, giustamente considerato uno delle massime autorità tra gli infettivologi italiani. “È una sciocchezza che si apra la zona rossa iniziale. Sono 16 giorni [domenica 8, ndr] dal primo caso in quella zona, ma c’è stato almeno un mese di diffusione dell’infezione, è evidente che ci sono ancora dei problemi e non è finito il tracciare necessario dei contatti. Rimescolare le carte è una mezza follia, non ha senso”.
Con il decreto di lunedì sera, questo errore tragico è stato esteso a tutta l’Italia.
Il Pil o la vita
Se si vuole davvero fermare il contagio, imitando la Cina, bisogna prendere misure politiche di ben altro impatto.
La Cina, a Wuhan e in altre zone, ha chiuso l’attività economica e convinto la gente a restare chiusa in casa, limitando ad un minimo vitale le uscite per gli approvvigionamenti alimentari e medicinali. Laggiù, insomma, “a lavorare” è andato soltanto il personale sanitario, la quota di forze dell’ordine ritenuta necessaria, i lavoratori di alcuni supermercati (riforniti dall’esercito), farmacie e pochi altri servizi indispensabili (rete elettrica, acqua, ecc).
La Cina ha insomma rinunciato volontariamente alla quota di Pil prodotta in quelle zone in alcuni mesi – Wuhan è la “Detroit cinese”, per la concentrazione di fabbriche automobilistiche – pur di battere in tempi rapidi il virus.
La popolazione e le imprese private hanno “capito” l’impostazione governativa senza troppi sforzi, perché a tutti i soggetti economici è stata garantita la copertura statale delle perdite, salariali o di profitto che siano. Nessun licenziamento, niente “ferie forzate”, tasse bloccate, banche che non chiedono “il rientro” dai prestiti concessi, ecc.
Qui si è invece cercato, stolidamente e fin dall’inizio, di “contemperare” le esigenze sanitarie (chiusura drastica di alcune zone) con la priorità considerata assoluta: continuare a produrre, a qualsiasi costo. Qui il governo ha promesso “aiuti”, con cifre risibili (adesso si comincia a parlare di 10 miliardi, ma si è partiti con 3,6) rispetto alla dimensione del problema. Ma nessuna garanzia per chi stava perdendo il salario o addirittura il posto di lavoro. Senza garantire alle imprese niente altro che i soliti “incentivi”, già dimostratisi inefficaci in situazioni di crisi assai meno drammatiche. La sintesi infelice è in un titolo del Corriere della Sera (“Battere la paura: soldi a imprese, fiducia a famiglie”), dove la differenza di trattamento è esplicita.
Il risultato è facilmente prevedibile: il virus arriverà ovunque, magari un po’ più lentamente grazie allo stop alle manifestazioni pubbliche, della movida (ma chi potrà mai limitare quelle private?), e anche il Pil subirà egualmente colpi durissimi.
Chi ha voluto la botte piena e la moglie ubriaca resterà quindi dolorosamente deluso dal calo del Pil. Ma il prezzo del dolore, in massima parte, sarà sulle spalle della popolazione che lavora, tra periodi di malattia, quarantene, ricoveri, morti, perdite di salario o anche del posto.
Una classe politica indecente
Nell’analisi di questa crisi, ripetiamo, occorre separare nettamente – sul piano degli obbiettivi e della logica – l’aspetto sanitario e quello economico, stabilendo una decisa priorità per la salute della popolazione. Se si continua a privilegiare invece la produzione, sarà un disastro. Anche per la produzione.
Possibile che nessuno, tra gli attuali decisori, sia in grado di capirlo?
Viste da fuori le decisioni del governo sembrano la risultante di almeno tre ordini di mediazioni differenti, in alcuni casi tra interessi apertamente “antagonisti”.
Quella tra scienziati e politici è palese già nella citazione del prof. Galli. Si comprende che gli scienziati stanno prospettando “misure eccezionali”, ma che i politici provvedono a stemperarle, per “salvaguardare la produzione” sotto la pressione di Confindustria e non solo. Invece di aumentare il numero delle zone rosse vere e proprie, per esempio, incrementando anche i controlli per impedire “fughe”, si è preferito allargarle, fino a farle coincidere con tutto il territorio nazionale, rendendole così sanitariamente inutili.
Il secondo ordine riguarda invece i rapporti tra le diverse cordate pomposamente chiamate “partiti”. Qui ormai è stata selezionata una “classetta dirigente” capace di tener d’occhio i sondaggi e gli umori popolari, sparando slogan acchiappeschi a ogni occasione; ma senza più un briciolo di visione autonoma, tantomeno di grande respiro. In questa “classetta” ognuno tiene d’occhio i gruppi di interesse che lo hanno sollevato a un ruolo visibile, e se ne fotte degli interessi generali, perché non è in grado nemmeno di comprenderli.
In questo lugubre gioco si distinguono nettamente i leghisti, vero formicaio impazzito di grida ogni giorno diverse, anzi opposte, col passare delle ore. Si ricorda giustamente il Salvini che passa in due giorni dal “chiudiamo tutto” (intendendo le frontiere, all’inizio della crisi) al “riapriamo tutto” (le attività economiche, anche nelle “zone rosse”).
E si potrebbero citare quei sindaci di paesini che “non trovavano motivo” di veder finire il proprio Comune nella lista delle “zone rosse” neanche quando i suoi compaesani finivano uno dietro l’altro in ospedale oppure al cimitero.
O si potrebbero citare Fontana e Zaia, tra sceneggiate con la mascherina e proteste per tre province (venete) messe in lista “rossa”; salvo poi accettare senza fiatare l’estensione a tutto il territorio nazionale.
Ma non è sembrato più brillante, diciamo, quel sindaco piddino di Bologna che domenica “rifletteva” sull’opportunità di chiudere anche la sua città per “solidarietà” con le altre province dell’Emilia Romagna (come se le misure di profilassi sanitaria si potessero valutare col metro della “piacioneria”).
Ora molti di questi personaggetti, sotto la spinta delle notizie tragiche provenienti dagli ospedali, sotto la pressione di imprese locali che scelgono di chiudere temporaneamente i battenti per abbassare i costi vivi, comincia a chiedere la sospensione anche delle attività produttive. Cosa che fino a qualche ora fa consideravano “una follia”. Ognuno può dunque valutarne la serietà...
A un secolo di distanza, insomma, ci ritroviamo ancora una volta in una “guerra” guidati da generali che ordinano “offensive” ad capocchiam, ognuna più catastrofica della precedente, ma prontissimi a fucilare i propri soldati se non obbediscono a ordini sconclusionati.
La preoccupazione per i conti pubblici
Ma il terzo ordine di mediazioni, altamente presente all’interno della compagine governativa, riguarda la “tenuta dei conti pubblici” alla luce dei trattati di Maastricht. Si capisce, insomma, che il freno tirato sulla chiusura di tutte le attività produttive – il gigantesco “buco” in tutti i vari decreti in materia – dipende in ogni fase dalla discussione con la Commissione Europea sul quanto si possa sforare il deficit rispetto alle prescrizioni/previsioni per l’anno in corso.
È stato fin dall’inizio questo il vero faro nella notte di un governo senza statisti, incapace di decisioni autonome e impossibilitato – per una scelta quasi trentennale che ha prodotto solo disastri – finanche a pensare di rompere alcuni vincoli scritti sulla sabbia.
Fin quando quella scelta – l’adesione all’Unione Europea e al sistema di trattati che ne è derivato – ha inciso molto negativamente sulla capacità di crescita economica del Paese, sulle condizioni di vita e di lavoro della sua popolazione, compresi la perdita di diritti pagati col sangue e salari al di sotto del livello di sopravvivenza, qualcuno poteva forse dire che questo era il prezzo da pagare per diventare liberale come gli altri. Tutti sulla stessa via dell’austerità.
Ora però un’epidemia si sta incaricando di dimostrare che quella scelta è suicida non solo sul piano economico-industriale, ma in senso stretto. Stronca la salute di una popolazione di 60 milioni di persone, determinerà la morte di un numero per ora imprecisabile di persone, riporterà la sua economia indietro di decenni.
Rompere la gabbia, restare vivi
Se vogliamo che questo paese abbia un futuro occorre separare nettamente il momento della lotta al coronavirus da quello del rilancio economico.
Il confinamento del contagio, sull’esempio cinese, impone il fermo di tutte le attività pericolose perché facilitano la diffusione del contagio. Dunque anche le attività economiche.
Per rassicurare tutti – lavoratori ed imprese – che il “fermo” non diventerà l’impossibilità di sopravvivere, lo Stato deve garantire l’erogazione dei salari e il ripiano delle perdite d’impresa per il periodo strettamente necessario a combattere l’epidemia.
Ciò comporta ovviamente una spesa in deficit di dimensioni al momento non precisabili, al livello di un Piano Marshall, ma assolutamente necessaria per restare in vita come Paese, popolo e singoli individui. Si deve fare quel che serve, non quello che ci viene consentito da regole scritte per altre epoche e altri interessi.
Un sistema di alleanze diseguali, di trattati pensati per aumentare la competizione interna anziché la “solidarietà continentale”, non consente questa decisione vitale?
Allora quel sistema va rotto, prima che rompa tutti noi.
Tra i “meriti” dell’epidemia c’è infatti anche quello di dimostrare che o un sistema economico serve per far star meglio le popolazioni che ci vivono dentro, oppure è bene che venga definitivamente rotto.
È nelle emergenze vere che il vecchio muore e il nuovo prende vita. Il sistema neoliberista sta tirando le cuoia, dall’Europa agli Stati Uniti. È ora di aiutarlo nel trapasso, altrimenti ci trascina tutti a fondo.
Fonte
10/03/2020
Coronavirus. Il governo blinda l’Italia ma non la produzione. L’Oms: “c’è il rischio pandemia”
Con una conferenza stampa diffusa ieri sera con edizione straordinaria sui canali televisivi, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, dopo la riunione con i capi delegazione della maggioranza ha annunciato di aver varato un nuovo Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri secondo il quale “non ci sarà più zona rossa, zona 1 o zona 2, ma l’Italia, zona protetta”. Ciò significa che le misure adottate in Lombardia e le zone limitrofe individuate come le aree di maggiore contagio del coronavirus, vengono estese a tutto il territorio nazionale.
Tra le misure previste c’è quella di limitare gli spostamenti “salvo che per lavoro, necessità o salute” e “il divieto di assembramento in locali aperti al pubblico”. Le nuove misure che trasformano l’intero Paese in “zona rossa” entreranno in vigore questa mattina. È un “provvedimento che possiamo sintetizzare come ‘io resto a casa’” ha detto Conte, ma proprio su questo aspetto si palesano contraddizioni evidenti. Al momento infatti non è stata prevista una limitazione dei trasporti pubblici né delle merci: “Non è prevista e non è all’ordine del giorno una limitazione dei trasporti pubblici. Vogliamo garantire la continuità del sistema produttivo, dobbiamo consentire alle persone di andare a lavorare”.
Nessuno ormai sottovaluta i pericoli del contagio del coronavirus, però è indubbio che ci stanno dicendo che qui si esce di casa solo per andare a lavorare e poi ci si rinchiude in casa. Ma in quelle dieci/undici/dodici ore tra lavoro insieme ad altri (molti uffici e store sono ancora aperti al pubblico) e i mezzi pubblici usati per andare al lavoro, forse il coronavirus sospenderà miracolosamente la sua aggressività e le sue possibilità di contagio? Questo maldestro e tardivo tentativo di fermare il contagio ma di salvaguardare gli interessi privati delle imprese, rischia di fare danni, danni seri.
Sul fronte dell’epidemia in una nota diffusa dall’Istituto Superiore di Sanità si afferma che il 22% dei pazienti positivi al tampone per Sars-CoV-2 ha tra 19 e 50 anni. Dall’analisi emerge che sui 8342 casi positivi alle ore 10 del 9 marzo l’1,4% ha meno di 19 anni, il 22,0% è nella fascia 19-50, il 37,4% tra 51 e 70 e il 39,2% ha più di 70 anni, per un’età mediana di 65 anni. Il 62,1% è rappresentato da uomini. Sono 583 gli operatori sanitari positivi.
Il tempo mediano trascorso tra la data di insorgenza dei sintomi e la diagnosi è di 3-4 giorni. Il 10% dei casi è asintomatico, il 5% con pochi sintomi, il 30% con sintomi lievi, il 31% è sintomatico, il 6% ha sintomi severi e il 19% critici. Il 24% dei casi esaminati risulta ospedalizzato. L’analisi conferma che il 56,6% delle persone decedute ha più di 80 anni, e due terzi di queste ha 3 o più patologie croniche preesistenti.
Con oltre “100.000 casi di Covid-19 in 100 Paesi... il rischio di una pandemia è diventato molto reale” ha affermato ieri in conferenza stampa il direttore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), Tedros Adhanom Ghebreyesus.
Fonte
Tra le misure previste c’è quella di limitare gli spostamenti “salvo che per lavoro, necessità o salute” e “il divieto di assembramento in locali aperti al pubblico”. Le nuove misure che trasformano l’intero Paese in “zona rossa” entreranno in vigore questa mattina. È un “provvedimento che possiamo sintetizzare come ‘io resto a casa’” ha detto Conte, ma proprio su questo aspetto si palesano contraddizioni evidenti. Al momento infatti non è stata prevista una limitazione dei trasporti pubblici né delle merci: “Non è prevista e non è all’ordine del giorno una limitazione dei trasporti pubblici. Vogliamo garantire la continuità del sistema produttivo, dobbiamo consentire alle persone di andare a lavorare”.
Nessuno ormai sottovaluta i pericoli del contagio del coronavirus, però è indubbio che ci stanno dicendo che qui si esce di casa solo per andare a lavorare e poi ci si rinchiude in casa. Ma in quelle dieci/undici/dodici ore tra lavoro insieme ad altri (molti uffici e store sono ancora aperti al pubblico) e i mezzi pubblici usati per andare al lavoro, forse il coronavirus sospenderà miracolosamente la sua aggressività e le sue possibilità di contagio? Questo maldestro e tardivo tentativo di fermare il contagio ma di salvaguardare gli interessi privati delle imprese, rischia di fare danni, danni seri.
Sul fronte dell’epidemia in una nota diffusa dall’Istituto Superiore di Sanità si afferma che il 22% dei pazienti positivi al tampone per Sars-CoV-2 ha tra 19 e 50 anni. Dall’analisi emerge che sui 8342 casi positivi alle ore 10 del 9 marzo l’1,4% ha meno di 19 anni, il 22,0% è nella fascia 19-50, il 37,4% tra 51 e 70 e il 39,2% ha più di 70 anni, per un’età mediana di 65 anni. Il 62,1% è rappresentato da uomini. Sono 583 gli operatori sanitari positivi.
Il tempo mediano trascorso tra la data di insorgenza dei sintomi e la diagnosi è di 3-4 giorni. Il 10% dei casi è asintomatico, il 5% con pochi sintomi, il 30% con sintomi lievi, il 31% è sintomatico, il 6% ha sintomi severi e il 19% critici. Il 24% dei casi esaminati risulta ospedalizzato. L’analisi conferma che il 56,6% delle persone decedute ha più di 80 anni, e due terzi di queste ha 3 o più patologie croniche preesistenti.
Con oltre “100.000 casi di Covid-19 in 100 Paesi... il rischio di una pandemia è diventato molto reale” ha affermato ieri in conferenza stampa il direttore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), Tedros Adhanom Ghebreyesus.
Fonte
24/02/2020
Coronavirus, il peso sul PIL
Nel medio periodo, è praticamente certo che il coronavirus farà molte
meno vittime delle altre infezioni virali, che colpiscono platee
decisamente più vaste. Tuttavia, le ricadute economiche del Covid-19
saranno senza dubbio più drammatiche. Al momento, com’è ovvio, non
esistono ancora previsioni ufficiali o stime precise sull’impatto che
l'epidemia potrebbe avere sul Pil italiano. Tuttavia, per avere un’idea
della posta in gioco, vale la pena dare un’occhiata ad alcuni numeri.
I casi di coronavirus riscontrati in Italia si concentrano in Lombardia e Veneto, per distacco le due regioni più produttive del Paese: da sole, valgono quasi un terzo del prodotto interno lordo nazionale (il 31%), ovvero 550 miliardi di euro l’anno. Quanto alle esportazioni, addirittura il 40% di quelle made in Italy parte dalle città lombarde e venete.
Per un esempio ancora più concreto basti pensare che Codogno e Casalpusterlengo, due comuni della Lombardia finiti in quarantena, producono insieme 1,5 miliardi l’anno. Nel loro caso, il rischio è che ogni giorno d’interruzione delle attività produca un ammanco pari a circa 4 milioni di euro. E stiamo parlando solo di Codogno e Casalpusterlengo, perché se allarghiamo il perimetro fino a comprendere tutta la provincia di Lodi, i milioni a rischio ogni giorno salgono a quota 18.
Per evitare il peggio, il governo attiverà una serie di misure a vantaggio delle imprese finite in quarantena: da quelle più semplici, come la malattia garantita ai lavoratori che risiedono nelle aree del contagio e che quindi non possono andare a lavorare, fino a quelle finanziariamente più impegnative, come la cassa integrazione per le aziende obbligate a sospendere l’attività in via temporanea.
Basteranno questi interventi a limitare il contraccolpo su un’economia già ristagnante come quella italiana? È ancora presto per dirlo. Di sicuro, il tempo sarà un fattore decisivo: è fondamentale “tenere chiuse le aziende il meno possibile - sottolinea Assolombarda, l'associazione delle imprese che operano nelle province di Milano, Lodi, Monza e Brianza - visto che i clienti, se non ricevono le forniture per troppi giorni, fanno veloci a rivolgersi altrove”.
Peraltro, fin qui abbiamo parlato solo degli effetti sulle dinamiche interne del nostro Pil, senza considerare i danni che il coronavirus sta già producendo sull’economia globalizzata. Ne è un esempio quanto accaduto alla settimana della moda di Milano, dove i compratori cinesi sono crollati dell’80% rispetto all’anno scorso. Il settore della moda produce da solo il 12% del Pil milanese e proprio in questo comparto i compratori cinesi (che spendono in media oltre duemila euro a testa) sono responsabili di oltre un quarto del fatturato.
In Veneto, invece, secondo Confturismo il Carnevale di Venezia ha generato 22 milioni di entrate in meno rispetto al 2019. E la ragione è sempre quella: il terrore creato dal coronavirus.
In ogni caso, finora le conseguenze dell'epidemia sul nostro Paese sono limitate. Tutta un’altra storia rispetto a quello che sta accadendo in Cina, dove nelle prime settimane di febbraio le vendite di auto sono cadute a picco addirittura del 92%. Poco meglio le transazioni immobiliari: -90%. E i problemi con le importazioni hanno già fatto schizzare al rialzo del 20% i prezzi del cibo.
Fonte
I casi di coronavirus riscontrati in Italia si concentrano in Lombardia e Veneto, per distacco le due regioni più produttive del Paese: da sole, valgono quasi un terzo del prodotto interno lordo nazionale (il 31%), ovvero 550 miliardi di euro l’anno. Quanto alle esportazioni, addirittura il 40% di quelle made in Italy parte dalle città lombarde e venete.
Per un esempio ancora più concreto basti pensare che Codogno e Casalpusterlengo, due comuni della Lombardia finiti in quarantena, producono insieme 1,5 miliardi l’anno. Nel loro caso, il rischio è che ogni giorno d’interruzione delle attività produca un ammanco pari a circa 4 milioni di euro. E stiamo parlando solo di Codogno e Casalpusterlengo, perché se allarghiamo il perimetro fino a comprendere tutta la provincia di Lodi, i milioni a rischio ogni giorno salgono a quota 18.
Per evitare il peggio, il governo attiverà una serie di misure a vantaggio delle imprese finite in quarantena: da quelle più semplici, come la malattia garantita ai lavoratori che risiedono nelle aree del contagio e che quindi non possono andare a lavorare, fino a quelle finanziariamente più impegnative, come la cassa integrazione per le aziende obbligate a sospendere l’attività in via temporanea.
Basteranno questi interventi a limitare il contraccolpo su un’economia già ristagnante come quella italiana? È ancora presto per dirlo. Di sicuro, il tempo sarà un fattore decisivo: è fondamentale “tenere chiuse le aziende il meno possibile - sottolinea Assolombarda, l'associazione delle imprese che operano nelle province di Milano, Lodi, Monza e Brianza - visto che i clienti, se non ricevono le forniture per troppi giorni, fanno veloci a rivolgersi altrove”.
Peraltro, fin qui abbiamo parlato solo degli effetti sulle dinamiche interne del nostro Pil, senza considerare i danni che il coronavirus sta già producendo sull’economia globalizzata. Ne è un esempio quanto accaduto alla settimana della moda di Milano, dove i compratori cinesi sono crollati dell’80% rispetto all’anno scorso. Il settore della moda produce da solo il 12% del Pil milanese e proprio in questo comparto i compratori cinesi (che spendono in media oltre duemila euro a testa) sono responsabili di oltre un quarto del fatturato.
In Veneto, invece, secondo Confturismo il Carnevale di Venezia ha generato 22 milioni di entrate in meno rispetto al 2019. E la ragione è sempre quella: il terrore creato dal coronavirus.
In ogni caso, finora le conseguenze dell'epidemia sul nostro Paese sono limitate. Tutta un’altra storia rispetto a quello che sta accadendo in Cina, dove nelle prime settimane di febbraio le vendite di auto sono cadute a picco addirittura del 92%. Poco meglio le transazioni immobiliari: -90%. E i problemi con le importazioni hanno già fatto schizzare al rialzo del 20% i prezzi del cibo.
Fonte
10/01/2020
Novembre, adagio l’occupazione, peggio la produzione industriale
A novembre, torna a salire leggermente l’occupazione nel paese, +41 mila nuove unità rispetto al mese precedente, merito soprattutto degli over50 e della classe tra i 25 e i 34 anni di età, aumenti peraltro quasi tutti appannaggio della componente femminile (+35 mila) rispetto a quella maschile, pressoché stabile.
A destare preoccupazione però sono soprattutto:
i) il calo tendenziale (anno su anno) del tasso di occupazione della fascia mediana della popolazione, 35-49 anni, quella più difficilmente ricollocabile per questioni di età (e dunque di formazione su nuovi ambiti) e di specializzazione acquisita (che rende più difficile accettare anche un eventuale contratto “al ribasso”, di per sé deprecabile);
ii) l’assenza di turnover tra giovani e anziani nel mercato del lavoro, fotografata dall’aumento del numero di occupati tra gli over50 (perché si va sempre più tardi in pensione, purtroppo anche con gravi conseguenze) e il tasso di disoccupazione dei giovanissimi, quelli con meno 25 anni eligibili per una posizione lavorativa, stabile al 28,6%, cifra che colloca l’Italia all’ultimo posto nei paesi dell’Eurozona.
Nota positiva è invece l’aumento sia congiunturale che tendenziale dei dipendenti permanenti rispetto a quelli a termine (a cui va aggiunto il calo degli autonomi). Tuttavia, qui giocano un ruolo fondamentale, da una parte, la precarizzazione generale del campo del Lavoro innescata dal Jobs Act e dal contratto a tutele crescenti (che di fatto mette in soffitta il concetto di “stabilità” come asse portante del rapporto lavorativo), e, dall’altra, i massicci bonus messi a disposizione dei “datori di lavoro” per stimolare l’occupazione, spesso sotto forma di sgravi o esoneri dei contributi da versare al lavoratore, o alla lavoratrice.
Se l’occupazione non ride (siamo sempre nelle retrovie nel confronto con tutta l’Ue, con i più alti tassi di “scoraggiati” e “inattivi”, ossia coloro che per un motivo o per l’altro hanno perso le speranze di trovare un lavoro e hanno perciò smesso perfino di cercalo, con gravissime conseguenze per questi soggetti sulle possibilità di integrazione e sviluppo sociale tout court), la produzione industriale piange, facendo registrare, a dispetto di un leggerissimo rimbalzo positivo dello 0,1% sul mese precedente, una flessione dello 0,7% nel trimestre settembre-novembre e di 0,6 punti percentuali su novembre dello scorso anno (calo tendenziale), confermando dunque il trend della deindustrializzazione che da tempo caratterizza il nostro paese (male manifattura per il nono mese consecutivo, tessile e, in maniera minore, beni intermedi e strumentali) con conseguenze pesanti in termini di diseguaglianze e destino del sistema-Italia, soprattutto per le fasce più in difficoltà della popolazione.
Fonte
A destare preoccupazione però sono soprattutto:
i) il calo tendenziale (anno su anno) del tasso di occupazione della fascia mediana della popolazione, 35-49 anni, quella più difficilmente ricollocabile per questioni di età (e dunque di formazione su nuovi ambiti) e di specializzazione acquisita (che rende più difficile accettare anche un eventuale contratto “al ribasso”, di per sé deprecabile);
ii) l’assenza di turnover tra giovani e anziani nel mercato del lavoro, fotografata dall’aumento del numero di occupati tra gli over50 (perché si va sempre più tardi in pensione, purtroppo anche con gravi conseguenze) e il tasso di disoccupazione dei giovanissimi, quelli con meno 25 anni eligibili per una posizione lavorativa, stabile al 28,6%, cifra che colloca l’Italia all’ultimo posto nei paesi dell’Eurozona.
Nota positiva è invece l’aumento sia congiunturale che tendenziale dei dipendenti permanenti rispetto a quelli a termine (a cui va aggiunto il calo degli autonomi). Tuttavia, qui giocano un ruolo fondamentale, da una parte, la precarizzazione generale del campo del Lavoro innescata dal Jobs Act e dal contratto a tutele crescenti (che di fatto mette in soffitta il concetto di “stabilità” come asse portante del rapporto lavorativo), e, dall’altra, i massicci bonus messi a disposizione dei “datori di lavoro” per stimolare l’occupazione, spesso sotto forma di sgravi o esoneri dei contributi da versare al lavoratore, o alla lavoratrice.
Se l’occupazione non ride (siamo sempre nelle retrovie nel confronto con tutta l’Ue, con i più alti tassi di “scoraggiati” e “inattivi”, ossia coloro che per un motivo o per l’altro hanno perso le speranze di trovare un lavoro e hanno perciò smesso perfino di cercalo, con gravissime conseguenze per questi soggetti sulle possibilità di integrazione e sviluppo sociale tout court), la produzione industriale piange, facendo registrare, a dispetto di un leggerissimo rimbalzo positivo dello 0,1% sul mese precedente, una flessione dello 0,7% nel trimestre settembre-novembre e di 0,6 punti percentuali su novembre dello scorso anno (calo tendenziale), confermando dunque il trend della deindustrializzazione che da tempo caratterizza il nostro paese (male manifattura per il nono mese consecutivo, tessile e, in maniera minore, beni intermedi e strumentali) con conseguenze pesanti in termini di diseguaglianze e destino del sistema-Italia, soprattutto per le fasce più in difficoltà della popolazione.
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26/10/2019
Verso un decennio di reflazione mondiale?
C’è uno strategist molto noto negli ambienti finanziari italiani, è Alessandro Fugnoli di Kairos Partners. Cura una rubrica settimanale sul sito di Kairos, ogni venerdì.
Questa settimana ipotizza che si vada verso un decennio di “reflazione mondiale”, con evento topico le elezioni americane. A far da miccia gli eventi sudamericani, che hanno allertato le élite mondiali.
Ma è tutto un concatenarsi di eventi. Innanzitutto Fugnoli ritiene che a fine novembre, al vertice Apec in Cile, verrà siglata l’intesa sulla fine della guerra commerciale Usa - Cina tra Trump e Xi Jinping.
La stessa campagna elettorale americana ancora non ha definito chi sarà il candidato democratico, ma ci sono istanze socialdemocratiche nella sua base, con maggiori tasse ai contribuenti abbienti, sanità e istruzione gratuita, più la fine dei monopoli tecnologici.
Un’eventuale intesa tra Cina e Usa farebbe rimbalzare il settore manifatturiero e agricolo americano, con conseguente aumento occupazionale e reflazione salariale, che in alcuni settori in Usa già si nota. L’intesa siglerebbe il ricambio del favore cinese agli americani che più di 40 anni fa decisero di industrializzare quel paese.
Ora la produzione ritorna in Usa sotto forma di massicci acquisti da parte di Pechino. L’inflazione in Cina è al 3%, mentre continua la reflazione salariale in quel paese e in tutto il sud est asiatico.
Dopo decenni di shock di offerta potremmo assistere in quelle aree a shock di domanda, e il primo paese beneficiario sarebbero gli Usa. È questa la strategia di Trump da tre anni e al vertice Apec potremmo capire con quali risultati.
C’è da dire che, in ogni caso, Fugnoli parla al momento di reflazione da asset finanziari, con l’indice di Wall street arrivato a quota 3000 dopo l’inizio a dicembre da parte della Fed della politica monetaria accomodante.
L’intesa Cina - Usa rafforzerebbe il ruolo mondiale del dollaro, e non potrebbe essere altrimenti, perché è la nazione che assorbe maggiormente l’offerta mondiale portando sempre il rosso nelle partite correnti.
Anche la Cina ha azzerato il surplus delle partite correnti, grazie alle spese dei turisti, ma rimane un forte surplus commerciale. La Cina non se la sente ancora di internazionalizzare maggiormente la sua valuta, va piano e nel frattempo acquista oro.
Quel che le interessa è il piano interno. Con un tasso di investimento del 41% sul pil ha accelerato in questi decenni sulla produttività totale dei fattori produttivi, declinando la reflazione da asset finanziari e puntando con la Legge del Lavoro del 2008, vero spartiacque dell’economia mondiale, alla reflazione salariale. Che ora, con l’intesa degli americani, si sposterà in Usa.
Cocciuta, l’Unione Europea persegue il fine del surplus crescenti delle partite correnti con deflazione salariale e politica fiscale restrittiva, impedendo, come ha sottolineato giovedì al Forum Italo Russo Igor Sechin di Rosneft, di essere valuta mondiale; anzi perdendo in questo decennio l’8% delle riserve mondiali delle banche centrali in euro.
La danza verrà condotta da Usa e Cina. Si capirà che Trump è meno folle di quel che sembra ed è vicino al risultato. Hub mondiale del risparmio, hub mondiale energetico e agricolo, nel prossimo decennio, dopo 50 anni, hub mondiale manifatturiero. Usa is back, la Cina restituisce il favore dopo 50 anni.
Europa inesistente, e i fatti siriani lo dimostrano. Così come la Brexit non è altro che una fuga dalla deflazione europea verso la reflazione mondiale del prossimo decennio.
Fonte
Questa settimana ipotizza che si vada verso un decennio di “reflazione mondiale”, con evento topico le elezioni americane. A far da miccia gli eventi sudamericani, che hanno allertato le élite mondiali.
Ma è tutto un concatenarsi di eventi. Innanzitutto Fugnoli ritiene che a fine novembre, al vertice Apec in Cile, verrà siglata l’intesa sulla fine della guerra commerciale Usa - Cina tra Trump e Xi Jinping.
La stessa campagna elettorale americana ancora non ha definito chi sarà il candidato democratico, ma ci sono istanze socialdemocratiche nella sua base, con maggiori tasse ai contribuenti abbienti, sanità e istruzione gratuita, più la fine dei monopoli tecnologici.
Un’eventuale intesa tra Cina e Usa farebbe rimbalzare il settore manifatturiero e agricolo americano, con conseguente aumento occupazionale e reflazione salariale, che in alcuni settori in Usa già si nota. L’intesa siglerebbe il ricambio del favore cinese agli americani che più di 40 anni fa decisero di industrializzare quel paese.
Ora la produzione ritorna in Usa sotto forma di massicci acquisti da parte di Pechino. L’inflazione in Cina è al 3%, mentre continua la reflazione salariale in quel paese e in tutto il sud est asiatico.
Dopo decenni di shock di offerta potremmo assistere in quelle aree a shock di domanda, e il primo paese beneficiario sarebbero gli Usa. È questa la strategia di Trump da tre anni e al vertice Apec potremmo capire con quali risultati.
C’è da dire che, in ogni caso, Fugnoli parla al momento di reflazione da asset finanziari, con l’indice di Wall street arrivato a quota 3000 dopo l’inizio a dicembre da parte della Fed della politica monetaria accomodante.
L’intesa Cina - Usa rafforzerebbe il ruolo mondiale del dollaro, e non potrebbe essere altrimenti, perché è la nazione che assorbe maggiormente l’offerta mondiale portando sempre il rosso nelle partite correnti.
Anche la Cina ha azzerato il surplus delle partite correnti, grazie alle spese dei turisti, ma rimane un forte surplus commerciale. La Cina non se la sente ancora di internazionalizzare maggiormente la sua valuta, va piano e nel frattempo acquista oro.
Quel che le interessa è il piano interno. Con un tasso di investimento del 41% sul pil ha accelerato in questi decenni sulla produttività totale dei fattori produttivi, declinando la reflazione da asset finanziari e puntando con la Legge del Lavoro del 2008, vero spartiacque dell’economia mondiale, alla reflazione salariale. Che ora, con l’intesa degli americani, si sposterà in Usa.
Cocciuta, l’Unione Europea persegue il fine del surplus crescenti delle partite correnti con deflazione salariale e politica fiscale restrittiva, impedendo, come ha sottolineato giovedì al Forum Italo Russo Igor Sechin di Rosneft, di essere valuta mondiale; anzi perdendo in questo decennio l’8% delle riserve mondiali delle banche centrali in euro.
La danza verrà condotta da Usa e Cina. Si capirà che Trump è meno folle di quel che sembra ed è vicino al risultato. Hub mondiale del risparmio, hub mondiale energetico e agricolo, nel prossimo decennio, dopo 50 anni, hub mondiale manifatturiero. Usa is back, la Cina restituisce il favore dopo 50 anni.
Europa inesistente, e i fatti siriani lo dimostrano. Così come la Brexit non è altro che una fuga dalla deflazione europea verso la reflazione mondiale del prossimo decennio.
Fonte
22/09/2018
La crisi economica è un problema politico, e si risolve con la lotta
Nell’ultimo anno abbiamo sentito ripetere
spesso il mantra della ripresa: la crisi che ha allargato la
disoccupazione e impoverito ampi strati della società sarebbe finita,
chiusa, finalmente alle spalle. Qualche buontempone, in occasione delle
elezioni di marzo, sbandierava ai quattro venti
i presunti meriti dei governi Renzi e Gentiloni – che avrebbero
riportato il Paese sulla retta via della crescita grazie alle fatidiche
riforme e alla flessibilità sui conti pubblici, conquistata sui tavoli
europei. Dai toni trionfalistici si è poi passati a parlare, più
mestamente, di “ripresina” e di “timidi segnali”, fino allo scorso
luglio, quando alcuni studi dell’Istat facevano notare
come una rondine non potesse far primavera: produzione e occupazione
stentano, altro che ripresa. Del resto, con un tasso di disoccupazione
sopra al 10% dal 2012, con la produzione ferma ai livelli del 2001 e
marcatamente inferiore al 2007 (l’ultimo anno di vacche non così magre),
nonché con una contrazione di circa 3 punti percentuali dei salari
reali dal 2009 al 2015, parlare di ripresa suonava già allora quantomeno
sfacciato, senza bisogno di sofisticate analisi economiche.
A sgombrare definitivamente il campo da equivoci (o, per meglio dire, da una propaganda fatta sulle spalle di chi la crisi la vive ogni giorno) ci hanno pensato in questi giorni i dati dell’Istat. Questi ultimi mostrano, infatti, una “brusca” battuta d’arresto e ci fanno notare come l’indice della produzione industriale, il termometro della crescita vista la forte vocazione manifatturiera del nostro Paese, sia tornato a scendere. Su base mensile l’indice mostra diminuzioni in tutti i comparti: beni strumentali -2.2%, beni di consumo -1.7%, beni intermedi -1.2%, energia -0.8%. In aggregato, si tratta del calo maggiore da gennaio 2015 (-1.8%). Insomma, di ripresa nemmeno a parlarne.
Al di là del dato congiunturale, tuttavia, ancora più preoccupante è il confronto dei dati odierni con quelli del 2007, in quanto la produzione industriale è inferiore di quasi 20 punti percentuali, con una caduta del 35% se si osservano solo i beni di consumo, ovvero quelli acquistati dalle famiglie che, tanto per cambiare, sono le più colpite dalla crisi.
In realtà non si può neanche parlare di una mancanza di ripresa, ma del prolungamento di una tendenza ormai consolidata da 10-15 anni. Possiamo infatti osservare come anche nel periodo pre-crisi la produzione industriale non abbia mostrato un chiaro trend di crescita: fatta eccezione per i picchi del 2001 e del 2007, a cui hanno fatto seguito un rimbalzo negativo ed una drammatica crisi, la produzione industriale italiana presenta un andamento piuttosto piatto e stagnante. Anche le performance del PIL, che oltre alla produzione industriale comprendono quella agricola e quella dei servizi, non hanno di certo brillato nei primi anni duemila, mostrando una crescita media annua di poco superiore all’1%.
Ma ci sono davvero ragioni per stupirsi di questa anemica – se non nulla – crescita che da ormai un ventennio caratterizza l’economia italiana, e che la costringe ad una disoccupazione a due cifre e alla conseguente crescita delle disuguaglianze sociali? O invece la spiegazione è sempre stata davanti ai nostri occhi?
Indice della produzione industriale dell’Italia, base 2015=100, dati destagionalizzati; fonte: Istat.
In un sistema Paese, la produzione di beni e servizi è, come abbiamo ribadito in più occasioni, determinata dall’ammontare di beni e servizi complessivamente domandati da famiglie, imprese, Stato e il settore estero.
Le famiglie domandano generalmente beni di consumo, che altrettanto generalmente pagano ricorrendo ai propri redditi da lavoro; le imprese domandano principalmente beni di investimento, ovvero attrezzature e macchinari da utilizzare per la produzione di beni destinati alla vendita; il settore pubblico domanda beni e servizi da destinare in varie forme alla collettività (spesa pubblica), che finanzia in parte attraverso la tassazione ed in parte emettendo debito pubblico; per quanto riguarda le relazioni con il resto del mondo, i soggetti esteri domandano beni italiani e stimolano la produzione italiana, mentre i soggetti residenti in Italia possono acquistare, con il loro reddito, beni prodotti all’estero e così facendo contribuiscono negativamente alla produzione nostrana (se acquistassero del pecorino di Norcia al posto del cheddar prodotto nel Somerset stimolerebbero la produzione umbra).
In maniera piuttosto stilizzata, possiamo quindi dire che il PIL è dato da consumi + investimenti + (spesa pubblica – tasse) + (esportazioni – importazioni). È chiaro ora che il PIL può crescere solamente se crescono le varie componenti della domanda aggregata che abbiamo appena elencato. In modo altrettanto semplificato proviamo ora a capire le determinanti di ognuna di queste voci, con particolare riferimento all’attuale contesto economico ed istituzionale in cui si trova ad oggi il nostro Paese.
I consumi delle famiglie dipendono essenzialmente dal loro reddito, ovvero dai salari: se i salari non crescono, i consumi non possono di certo contribuire alla crescita della domanda e quindi della produzione. Gli investimenti delle imprese sono principalmente dettati dalla loro necessità di produrre beni e servizi; tuttavia, le imprese non producono merci per depositarle in magazzino (che tra l’altro costa), e pertanto in periodi di bassa domanda non sono incentivate ad investire nemmeno a costi vantaggiosi – ovvero, prendendo a prestito denaro a tassi di interesse bassi. Il settore pubblico, come sappiamo, è attualmente assoggettato ai vincoli europei, che impongono un sostanziale pareggio di bilancio: in altri termini, la spesa pubblica non può eccedere la tassazione, e pertanto l’effetto complessivo dello Stato sulla domanda aggregata è tendenzialmente nullo o addirittura negativo, se consideriamo gli avanzi primari registrati negli ultimi anni. In sostanza, grazie all’austerità imposta dai vincoli europei, lo Stato ha consistentemente sottratto all’economia italiana più risorse di quelle che immetteva, così contribuendo all’aggravarsi della crisi.
Discorso a parte merita il settore estero, il quale è stato negli ultimi anni l’unico motore di crescita del PIL: le esportazioni italiane hanno infatti avuto un andamento generalmente positivo, che tuttavia nasconde ed implica un lato oscuro della storia. Le esportazioni, infatti, a parità di qualità e di domanda estera, dipendono dalla competitività delle merci italiane, ovvero da quanto è più conveniente in termini di prezzo acquistare un bene italiano rispetto ad uno estero. Un vantaggio in termini di prezzo si può tuttavia ottenere in due modi: o indebolendo la propria valuta, o riducendo i costi di produzione del bene prodotto. In parole povere, o svalutando la moneta, o svalutando il lavoro. Ovviamente, la prima strada ci risulta non praticabile nel contesto dell’Eurozona, mentre siamo ormai drammaticamente consapevoli di quanto si sia optato per la svalutazione salariale: detto altrimenti, il prezzo da pagare per avere un settore esportatore fiorente è stata la compressione salariale ed il peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori di questo settore. A tutto questo si è abbinato anche un forte calo delle importazioni, principalmente quelle di beni di consumo delle famiglie alla luce della loro perdita di potere d’acquisto, e quelle di beni intermedi vista l’anemia della produzione industriale.
Il fatto che di ripresa non ci sia traccia non deve ora sorprenderci: la produzione, e quindi il reddito dell’Italia, non crescono perché non crescono le varie voci della domanda aggregata.
Come se ne esce? Non possiamo rispondere a questa domanda senza richiamare le cause dell’attuale stallo economico, da ricercare nella moderazione salariale e nelle politiche di austerità. Finché non ci sarà una politica economica che miri ad una distribuzione del reddito più equa e che possa favorire la ripresa dei salari e quindi dei consumi, nonché delle misure di politica fiscale di carattere espansivo, che possano restituire al settore pubblico la possibilità di contribuire positivamente alla crescita attraverso la spesa pubblica, non potranno esserci le condizioni per una sana e robusta ripresa.
Non ci deve stupire che tali indirizzi risultino impraticabili nell’attuale contesto europeo, che prevede ferree regole di bilancio ed una logica di crescita basata solo sulla contrazione dei salari per guadagnare competitività sui mercati esteri. Non si tratta, infatti, di un incidente di percorso o di errori di calcolo. È un preciso disegno politico di gestione della crisi, implementato attraverso le istituzioni, i dogmi ed i vincoli europei, che si nutre dello sfruttamento e della disoccupazione dei tanti, a vantaggio del profitto dei pochi.
Fonte
A sgombrare definitivamente il campo da equivoci (o, per meglio dire, da una propaganda fatta sulle spalle di chi la crisi la vive ogni giorno) ci hanno pensato in questi giorni i dati dell’Istat. Questi ultimi mostrano, infatti, una “brusca” battuta d’arresto e ci fanno notare come l’indice della produzione industriale, il termometro della crescita vista la forte vocazione manifatturiera del nostro Paese, sia tornato a scendere. Su base mensile l’indice mostra diminuzioni in tutti i comparti: beni strumentali -2.2%, beni di consumo -1.7%, beni intermedi -1.2%, energia -0.8%. In aggregato, si tratta del calo maggiore da gennaio 2015 (-1.8%). Insomma, di ripresa nemmeno a parlarne.
Al di là del dato congiunturale, tuttavia, ancora più preoccupante è il confronto dei dati odierni con quelli del 2007, in quanto la produzione industriale è inferiore di quasi 20 punti percentuali, con una caduta del 35% se si osservano solo i beni di consumo, ovvero quelli acquistati dalle famiglie che, tanto per cambiare, sono le più colpite dalla crisi.
In realtà non si può neanche parlare di una mancanza di ripresa, ma del prolungamento di una tendenza ormai consolidata da 10-15 anni. Possiamo infatti osservare come anche nel periodo pre-crisi la produzione industriale non abbia mostrato un chiaro trend di crescita: fatta eccezione per i picchi del 2001 e del 2007, a cui hanno fatto seguito un rimbalzo negativo ed una drammatica crisi, la produzione industriale italiana presenta un andamento piuttosto piatto e stagnante. Anche le performance del PIL, che oltre alla produzione industriale comprendono quella agricola e quella dei servizi, non hanno di certo brillato nei primi anni duemila, mostrando una crescita media annua di poco superiore all’1%.
Ma ci sono davvero ragioni per stupirsi di questa anemica – se non nulla – crescita che da ormai un ventennio caratterizza l’economia italiana, e che la costringe ad una disoccupazione a due cifre e alla conseguente crescita delle disuguaglianze sociali? O invece la spiegazione è sempre stata davanti ai nostri occhi?
Indice della produzione industriale dell’Italia, base 2015=100, dati destagionalizzati; fonte: Istat.In un sistema Paese, la produzione di beni e servizi è, come abbiamo ribadito in più occasioni, determinata dall’ammontare di beni e servizi complessivamente domandati da famiglie, imprese, Stato e il settore estero.
Le famiglie domandano generalmente beni di consumo, che altrettanto generalmente pagano ricorrendo ai propri redditi da lavoro; le imprese domandano principalmente beni di investimento, ovvero attrezzature e macchinari da utilizzare per la produzione di beni destinati alla vendita; il settore pubblico domanda beni e servizi da destinare in varie forme alla collettività (spesa pubblica), che finanzia in parte attraverso la tassazione ed in parte emettendo debito pubblico; per quanto riguarda le relazioni con il resto del mondo, i soggetti esteri domandano beni italiani e stimolano la produzione italiana, mentre i soggetti residenti in Italia possono acquistare, con il loro reddito, beni prodotti all’estero e così facendo contribuiscono negativamente alla produzione nostrana (se acquistassero del pecorino di Norcia al posto del cheddar prodotto nel Somerset stimolerebbero la produzione umbra).
In maniera piuttosto stilizzata, possiamo quindi dire che il PIL è dato da consumi + investimenti + (spesa pubblica – tasse) + (esportazioni – importazioni). È chiaro ora che il PIL può crescere solamente se crescono le varie componenti della domanda aggregata che abbiamo appena elencato. In modo altrettanto semplificato proviamo ora a capire le determinanti di ognuna di queste voci, con particolare riferimento all’attuale contesto economico ed istituzionale in cui si trova ad oggi il nostro Paese.
I consumi delle famiglie dipendono essenzialmente dal loro reddito, ovvero dai salari: se i salari non crescono, i consumi non possono di certo contribuire alla crescita della domanda e quindi della produzione. Gli investimenti delle imprese sono principalmente dettati dalla loro necessità di produrre beni e servizi; tuttavia, le imprese non producono merci per depositarle in magazzino (che tra l’altro costa), e pertanto in periodi di bassa domanda non sono incentivate ad investire nemmeno a costi vantaggiosi – ovvero, prendendo a prestito denaro a tassi di interesse bassi. Il settore pubblico, come sappiamo, è attualmente assoggettato ai vincoli europei, che impongono un sostanziale pareggio di bilancio: in altri termini, la spesa pubblica non può eccedere la tassazione, e pertanto l’effetto complessivo dello Stato sulla domanda aggregata è tendenzialmente nullo o addirittura negativo, se consideriamo gli avanzi primari registrati negli ultimi anni. In sostanza, grazie all’austerità imposta dai vincoli europei, lo Stato ha consistentemente sottratto all’economia italiana più risorse di quelle che immetteva, così contribuendo all’aggravarsi della crisi.
Discorso a parte merita il settore estero, il quale è stato negli ultimi anni l’unico motore di crescita del PIL: le esportazioni italiane hanno infatti avuto un andamento generalmente positivo, che tuttavia nasconde ed implica un lato oscuro della storia. Le esportazioni, infatti, a parità di qualità e di domanda estera, dipendono dalla competitività delle merci italiane, ovvero da quanto è più conveniente in termini di prezzo acquistare un bene italiano rispetto ad uno estero. Un vantaggio in termini di prezzo si può tuttavia ottenere in due modi: o indebolendo la propria valuta, o riducendo i costi di produzione del bene prodotto. In parole povere, o svalutando la moneta, o svalutando il lavoro. Ovviamente, la prima strada ci risulta non praticabile nel contesto dell’Eurozona, mentre siamo ormai drammaticamente consapevoli di quanto si sia optato per la svalutazione salariale: detto altrimenti, il prezzo da pagare per avere un settore esportatore fiorente è stata la compressione salariale ed il peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori di questo settore. A tutto questo si è abbinato anche un forte calo delle importazioni, principalmente quelle di beni di consumo delle famiglie alla luce della loro perdita di potere d’acquisto, e quelle di beni intermedi vista l’anemia della produzione industriale.
Il fatto che di ripresa non ci sia traccia non deve ora sorprenderci: la produzione, e quindi il reddito dell’Italia, non crescono perché non crescono le varie voci della domanda aggregata.
Come se ne esce? Non possiamo rispondere a questa domanda senza richiamare le cause dell’attuale stallo economico, da ricercare nella moderazione salariale e nelle politiche di austerità. Finché non ci sarà una politica economica che miri ad una distribuzione del reddito più equa e che possa favorire la ripresa dei salari e quindi dei consumi, nonché delle misure di politica fiscale di carattere espansivo, che possano restituire al settore pubblico la possibilità di contribuire positivamente alla crescita attraverso la spesa pubblica, non potranno esserci le condizioni per una sana e robusta ripresa.
Non ci deve stupire che tali indirizzi risultino impraticabili nell’attuale contesto europeo, che prevede ferree regole di bilancio ed una logica di crescita basata solo sulla contrazione dei salari per guadagnare competitività sui mercati esteri. Non si tratta, infatti, di un incidente di percorso o di errori di calcolo. È un preciso disegno politico di gestione della crisi, implementato attraverso le istituzioni, i dogmi ed i vincoli europei, che si nutre dello sfruttamento e della disoccupazione dei tanti, a vantaggio del profitto dei pochi.
Fonte
24/08/2017
Il turismo come modello produttivo
Tutti siamo stati, siamo e saremo sempre più turisti, anche se ci
piace raccontarci come viaggiatori, escursionisti, scopritori, eccetera.
Inutili e sottilmente reazionarie le intemerate contro “i turisti” o,
peggio ancora, contro il turismo “low cost”, protagonista
dell’imbarbarimento progressivo delle nostre città d’arte. Posto il
freno dunque a certo facile moralismo, va però rilevata la funzione a
dir poco epocale che sta assumendo il turismo come modello economico,
produttivo, geopolitico e relazionale. Da decenni si sente dire che il
turismo sarebbe “il nostro petrolio”, la risorsa inesauribile che
dovrebbe arricchire le nostre tasche e il nostro Pil. Non solo non è
così, ma le due cose sono in diretta contrapposizione. Un conto è avere
il petrolio, un altro intercettare i flussi turistici globali. Un conto è
avere industrie, altro conto è specializzarsi nella ricettività
alberghiera. Un conto è produrre automobili, altro è sfornare pizze. In
altre parole: un conto è l’autosufficienza economica, altro la
dipendenza dai suddetti flussi turistici.
Anche a parità di Pil, la prima garantisce una certa quota di
indipendenza politica, mentre la dipendenza economica si traduce
inevitabilmente in subalternità sistemica.
Per dirla con un esempio: in Italia si producono 1,1 milioni di automobili, mentre se ne immatricolano circa 1,8 milioni l’anno. E’ un dato, quello della produzione, in costante discesa: secondo uno studio della Unioncamere, «in Italia, le attività industriali dell’Automotive contribuivano per il 3% del valore aggiunto nazionale nel 1990, per il 2,4% nel 2007 e per il 2% nel 2012, ultimo anno rilevabile. La distribuzione, nello stesso periodo, è scesa dal 3,7 al 2,7%. In Germania, invece, l’Automotive ha aumentato il suo contributo all’economia con le attività industriali che salgono al 9% e la distribuzione stabile sul 2%». Quelle 700mila automobili in più – quasi il 50% del mercato! – che servono a soddisfare la domanda nazionale devono essere acquistate dall’estero. In Germania si immatricolano ogni anni circa tre milioni di automobili (3.2 milioni nel 2015), ma se ne producono più di 5,5 milioni (5,7 milioni sempre nel 2015). Nel settore capitalisticamente più rilevante di ogni produzione economica “matura”, l’Italia è costretta a dipendere per quasi la metà del proprio fabbisogno dall’estero, la Germania ha invece la forza non solo di “controllare” il proprio mercato, ma anche di influenzare con la propria forza produttiva i mercati (dell’automotive, in questo caso) internazionali. E stiamo parlando del confronto tra la prima e la seconda industria manifatturiera d’Europa, non fra un gigante produttivo e un paese della periferia capitalista!
E’ in corso una progressiva suddivisione specialistica tra paesi all’interno dell’Unione europea. Alcuni rafforzano il proprio ruolo produttivo, altri stanno tragicamente incentivando la propria propensione turistico-ricettiva. Il confronto tra Italia e Germania è in questo senso sempre più calzante. Nonostante a livello turistico i due paesi si assomiglino molto più di quello che possa credersi (per flussi, numero di turisti, siti Unesco e via dicendo), in Germania non è in corso alcuna sostituzione produttiva, cosa che invece è in atto in Italia. I motivi sono molti, a partire dalla gabbia economica europeista che desertifica industrialmente i territori a scarsa produttività relativa per concentrare la produzione in quelli economicamente competitivi. Il problema è che invece di ragionare sulle contromisure, le classi dirigenti nazionali stanno incoraggiando questa selezione competitiva che lascia alla Germania le industrie e all’Italia la carbonara. Il gioco non è a somma zero, come cercano di presentarlo: un Pil in crescita per il turismo non ha la stessa equivalenza di un Pil in crescita grazie alla produzione industriale, sia in termini occupazionali che in termini politici.
Le differenze non finiscono qua. Anche rispetto al mercato del lavoro, un conto è avere operai impiegati nei settori della trasformazione manifatturiera, un altro è avere operai (opportunamente ridefiniti dalla più stravagante terminologia post-moderna) impiegati nel settore turistico. Non serve scomodare il marxismo per capirlo, basta leggere Michele Boldrin, liberista di primo pelo, che non avendo incarichi amministrativi si lascia sfuggire pezzi di verità altrove bollati come anti-sistema: «Chi se ne frega se il turismo è da record! Il turismo è un settore marginale ed a basso valore aggiunto nel sistema economico italiano: hai presente cosa siano i salari medi nel settore turistico? Perché continuare a diffondere questa bufala del turismo che dovrebbe portare ricchezza? Il turismo porta ricchezza per pochi, lavori miserabili per alcuni e scempio delle città storiche e degli ambienti naturali».
E’ un’evidenza empiricamente riconosciuta da milioni di precari iper-sfruttati nel settore turistico. Salari da fame (soprattutto se paragonati alle competenze richieste, a cominciare dalla conoscenza delle lingue), contratti inesistenti, caporalato mascherato, autosfruttamento, cottimo, eccetera. La ragione del basso valore aggiunto e dell’inutile valore aggregato che produce il settore turistico ha però una ragione strutturale, non deriva cioè dalla tracotanza padronale. Il turismo, in questo senso speculare al settore dell’export, non ha la necessità di confrontarsi con la domanda nazionale di beni e servizi. E’ totalmente orientato alla soddisfazione di una fascia di mercato sostanzialmente internazionale. Non produce beni che devono essere rivenduti nel paese, interpolandosi così con una dinamica salariale che tiene in conto della necessità sistemica di assorbire la produzione nazionale. “Produce” beni e servizi rivolti al mercato internazionale. Che i lavoratori del paese non possano assorbire – comprando – ciò che producono non interessa più, perché quei beni non sono destinati a loro. Questo il motivo per cui non si instaura nessun circuito virtuoso tra aumento della produzione e aumento degli stipendi. Al contrario, la produzione (turistica, o export oriented) aumenta proprio al calare degli stipendi. Una dinamica improbabile nel capitalismo novecentesco, ma che diviene centrale nel capitalismo liberista globalizzato attuale.
Ci sarebbe infine la questione – pure determinante – della completa rovina paesaggistica, culturale, ambientale, urbanistica, ecologica, umana, dei centri ricettivi del turismo globale. Ogni città d’arte, ma più in generale ogni ambiente “unico”, viene piegato, deformato e standardizzato dalle e sulle esigenze della ricettività turistica. Non è tanto il patrimonio fisico a incorrere nel progressivo disfacimento, quanto il patrimonio umano di chi vive nei suddetti centri. Le città vengono ridefinite sugli interessi di chi ne dispone turisticamente, producendo lo svuotamento dei centri e della periferia consolidata, l’esclusivizzazione dei servizi e degli spazi, il ricollocamento della popolazione residente e dei suoi interessi al di fuori dei percorsi turistici ma che, essendo al tempo stesso fuori dalla catena del valore da questi generata, viene di fatto esclusa da qualsivoglia processo di arricchimento e di inclusione. A tutto questo è impossibile e a dir poco reazionario rispondere con il “numero chiuso”, mantra agitato dall’intellettualità liberista di fronte a qualsiasi processo di “massificazione” sociale. Il numero chiuso si tradurrebbe immediatamente in numero chiuso per i poveri, lasciando i centri storici alle scorribande dell’upper class internazionale che è la prima responsabile del decadimento delle città d’arte. E’ impossibile allora risolvere il problema dentro l’attuale logica capitalista neoliberista, perché non è un problema di “gestione” o “contenimento” ordinato dei flussi, quanto spezzare l’economia del turismo, che si presenta sempre più come paradigma economico attraverso cui regolare le relazioni produttive tra le classi.
Fonte
Per dirla con un esempio: in Italia si producono 1,1 milioni di automobili, mentre se ne immatricolano circa 1,8 milioni l’anno. E’ un dato, quello della produzione, in costante discesa: secondo uno studio della Unioncamere, «in Italia, le attività industriali dell’Automotive contribuivano per il 3% del valore aggiunto nazionale nel 1990, per il 2,4% nel 2007 e per il 2% nel 2012, ultimo anno rilevabile. La distribuzione, nello stesso periodo, è scesa dal 3,7 al 2,7%. In Germania, invece, l’Automotive ha aumentato il suo contributo all’economia con le attività industriali che salgono al 9% e la distribuzione stabile sul 2%». Quelle 700mila automobili in più – quasi il 50% del mercato! – che servono a soddisfare la domanda nazionale devono essere acquistate dall’estero. In Germania si immatricolano ogni anni circa tre milioni di automobili (3.2 milioni nel 2015), ma se ne producono più di 5,5 milioni (5,7 milioni sempre nel 2015). Nel settore capitalisticamente più rilevante di ogni produzione economica “matura”, l’Italia è costretta a dipendere per quasi la metà del proprio fabbisogno dall’estero, la Germania ha invece la forza non solo di “controllare” il proprio mercato, ma anche di influenzare con la propria forza produttiva i mercati (dell’automotive, in questo caso) internazionali. E stiamo parlando del confronto tra la prima e la seconda industria manifatturiera d’Europa, non fra un gigante produttivo e un paese della periferia capitalista!
E’ in corso una progressiva suddivisione specialistica tra paesi all’interno dell’Unione europea. Alcuni rafforzano il proprio ruolo produttivo, altri stanno tragicamente incentivando la propria propensione turistico-ricettiva. Il confronto tra Italia e Germania è in questo senso sempre più calzante. Nonostante a livello turistico i due paesi si assomiglino molto più di quello che possa credersi (per flussi, numero di turisti, siti Unesco e via dicendo), in Germania non è in corso alcuna sostituzione produttiva, cosa che invece è in atto in Italia. I motivi sono molti, a partire dalla gabbia economica europeista che desertifica industrialmente i territori a scarsa produttività relativa per concentrare la produzione in quelli economicamente competitivi. Il problema è che invece di ragionare sulle contromisure, le classi dirigenti nazionali stanno incoraggiando questa selezione competitiva che lascia alla Germania le industrie e all’Italia la carbonara. Il gioco non è a somma zero, come cercano di presentarlo: un Pil in crescita per il turismo non ha la stessa equivalenza di un Pil in crescita grazie alla produzione industriale, sia in termini occupazionali che in termini politici.
Le differenze non finiscono qua. Anche rispetto al mercato del lavoro, un conto è avere operai impiegati nei settori della trasformazione manifatturiera, un altro è avere operai (opportunamente ridefiniti dalla più stravagante terminologia post-moderna) impiegati nel settore turistico. Non serve scomodare il marxismo per capirlo, basta leggere Michele Boldrin, liberista di primo pelo, che non avendo incarichi amministrativi si lascia sfuggire pezzi di verità altrove bollati come anti-sistema: «Chi se ne frega se il turismo è da record! Il turismo è un settore marginale ed a basso valore aggiunto nel sistema economico italiano: hai presente cosa siano i salari medi nel settore turistico? Perché continuare a diffondere questa bufala del turismo che dovrebbe portare ricchezza? Il turismo porta ricchezza per pochi, lavori miserabili per alcuni e scempio delle città storiche e degli ambienti naturali».
E’ un’evidenza empiricamente riconosciuta da milioni di precari iper-sfruttati nel settore turistico. Salari da fame (soprattutto se paragonati alle competenze richieste, a cominciare dalla conoscenza delle lingue), contratti inesistenti, caporalato mascherato, autosfruttamento, cottimo, eccetera. La ragione del basso valore aggiunto e dell’inutile valore aggregato che produce il settore turistico ha però una ragione strutturale, non deriva cioè dalla tracotanza padronale. Il turismo, in questo senso speculare al settore dell’export, non ha la necessità di confrontarsi con la domanda nazionale di beni e servizi. E’ totalmente orientato alla soddisfazione di una fascia di mercato sostanzialmente internazionale. Non produce beni che devono essere rivenduti nel paese, interpolandosi così con una dinamica salariale che tiene in conto della necessità sistemica di assorbire la produzione nazionale. “Produce” beni e servizi rivolti al mercato internazionale. Che i lavoratori del paese non possano assorbire – comprando – ciò che producono non interessa più, perché quei beni non sono destinati a loro. Questo il motivo per cui non si instaura nessun circuito virtuoso tra aumento della produzione e aumento degli stipendi. Al contrario, la produzione (turistica, o export oriented) aumenta proprio al calare degli stipendi. Una dinamica improbabile nel capitalismo novecentesco, ma che diviene centrale nel capitalismo liberista globalizzato attuale.
Ci sarebbe infine la questione – pure determinante – della completa rovina paesaggistica, culturale, ambientale, urbanistica, ecologica, umana, dei centri ricettivi del turismo globale. Ogni città d’arte, ma più in generale ogni ambiente “unico”, viene piegato, deformato e standardizzato dalle e sulle esigenze della ricettività turistica. Non è tanto il patrimonio fisico a incorrere nel progressivo disfacimento, quanto il patrimonio umano di chi vive nei suddetti centri. Le città vengono ridefinite sugli interessi di chi ne dispone turisticamente, producendo lo svuotamento dei centri e della periferia consolidata, l’esclusivizzazione dei servizi e degli spazi, il ricollocamento della popolazione residente e dei suoi interessi al di fuori dei percorsi turistici ma che, essendo al tempo stesso fuori dalla catena del valore da questi generata, viene di fatto esclusa da qualsivoglia processo di arricchimento e di inclusione. A tutto questo è impossibile e a dir poco reazionario rispondere con il “numero chiuso”, mantra agitato dall’intellettualità liberista di fronte a qualsiasi processo di “massificazione” sociale. Il numero chiuso si tradurrebbe immediatamente in numero chiuso per i poveri, lasciando i centri storici alle scorribande dell’upper class internazionale che è la prima responsabile del decadimento delle città d’arte. E’ impossibile allora risolvere il problema dentro l’attuale logica capitalista neoliberista, perché non è un problema di “gestione” o “contenimento” ordinato dei flussi, quanto spezzare l’economia del turismo, che si presenta sempre più come paradigma economico attraverso cui regolare le relazioni produttive tra le classi.
Fonte
21/04/2017
“Macché paese post-industriale, qui ci sono tanti operai quanto in Germania”
Intervista realizzata da Radio Città Aperta.
Un saluto a Sergio Bellavita, dell'Usb Lavoro Privato. Buongiorno Sergio...
Ciao, buongiorno a tutte e tutti...
Partirei dalla presentazione di un’inchiesta che avverrà questo fine settimana, qui a Roma (Centro Congressi Cavour, domenica 23, ore 10), un’inchiesta sul lavoro in fabbrica in Italia, “La grande fabbrica”, e soprattutto concentrarci su alcuni dati che ci hanno un po’ colpito. Da questa inchiesta emerge ad esempio che l’Italia è il secondo paese per produzione manifatturiera d’Europa, con un numero di addetti, di lavoratori, di operai, di poco inferiore alla Germania. E già questi due dati fotografano una realtà – condizione dei lavoratori, salari, livelli occupazionali – in cui forse c’è qualcosa che non funziona...
Questa inchiesta è molto importante... Erano anni che non si affrontava il tema della nuova composizione di classe nei luoghi di lavoro e, soprattutto, anche del ruolo che viene assegnato all’Italia nell’ambito della divisione internazionale del lavoro. Da questo punto di vista, come ricordavi, emerge con nettezza il fatto che l’Italia non è un paese post-industriale, è un paese manifatturiero; che esiste un’occupazione significativa e c’è una produzione altrettanto significativa. Il problema in realtà è che siamo nel pieno di un processo di valorizzazione, nel senso che pur mantenendo questo ruolo di assoluto primo piano, però c’è una fase di parcellizzazione del ciclo produttivo; quindi la catena del valore ha condotto con sé anche il processo di esternalizzazione e frammentazione dei processi produttivi, con un’aggressione formidabile ai diritti dei lavoratori che è, in parte, anche conseguenza di questo processo. E’ un processo un po’ sinergico, purtroppo. Il lavoro operaio oggi non è solo il lavoro operaio classico, perché ci sono anche processi di proletarizzazione di alcune figure che tradizionalmente potevano essere considerata non operaie, e quindi che si ritrovano invece spinti verso il basso, diciamo. Quindi è un’inchiesta molto importante, perché la mappatura, il quadro, un’analisi precisa di quella che è la situazione del tessuto produttivo di questo paese diventa uno strumento decisivo, se si vuole mettere in piedi un’iniziativa sindacale adeguata, che abbia come obiettivo la riunificazione del mondo del lavoro a prescindere dal colore del camice o dalla tuta che si indossa, perché mette al centro la ricostruzione dei diritti dei lavoratori e la valorizzazione dei salari. L’inchiesta è dunque molto importante e ci serve davvero, soprattutto nella fase congressuale e in quella post-congressuale, che sarà anche più impegnativa, vista la crescita di Usb nel lavoro privato.
Parto da una tua considerazione: l’Italia non è un paese post industriale. Quindi quali sono le differenze con i lavoratori in Germania, da dove nasce questa differenza, visto il livelli di importanza di quantità e il livello di produzione più o meno non siamo così distanti? Quindi la narrazione di un’Italia che avrebbe abbandonato la fase industriale è una narrazione tossica, ci viene dato da pensare. Le differenze dove sono? Solo nelle condizioni trattamento dei lavoratori o ci sono anche gli altri elementi?
Parte di questo processo riguarda direttamente le classi dimensionali di impresa, che non è un dato irrilevante per un’analisi corretta... La Germania è un paese che ha ancora una grande impresa industriale e questo, evidentemente, determina il fatto che ci siano per i lavoratori dei benefici di derivazione contrattuale superiori rispetto ai livelli dei lavoratori delle piccole imprese. L’Italia continua ad essere un paese che assolutamente non è postindustriale, ed è azzeccata la definizione di questa narrazione tossica che da tanti anni ci accompagna in tutta una serie di sconfitte e di arretramenti, molte volte anche utilizzando a pretesto questa narrazione per dire che “il mondo è cambiato”. Quindi, la differenza con la Germania innanzitutto riguarda la grande impresa e il ruolo che queste imprese hanno a livello globale. L’Italia, con la crisi, ha visto la frammentazione colpire soprattutto la grande impresa, per cui ci troviamo un tessuto industriale di dimensioni più piccole. Penso all’Emilia Romagna, dove pure siamo cresciuti molto, considerando grande già un’azienda che ha 500-600 dipendenti, mentre in passato la “grande impresa” ne occupava 10 mila, o comunque nell’ordine di migliaia di lavoratori. Un’altra differenza tra Italia e Germania? Anche qui, parte della narrazione tossica è sul fatto che in Germania comunque, a fronte di questa supremazia assoluta sul terreno industriale, ci sia una condizione dei diritti tendenzialmente superiore a quella dei lavoratori che sono in Italia. In parte è vero, ma in parte non è così; perché in Germania, a partire dal 2003, con l’introduzione dei mini jobs, questo strumento cosiddetto di “lavoro atipico” che ha consentito alle aziende di avere grandi quote di lavoratori con salari più bassi e condizioni lavorative peggiori, è alla base del cosiddetto miracolo economico della Germania, Quindi, in realtà, i processi di precarizzazione sono del tutto simili a quelli che stanno vivendo anche i lavoratori italiani. A differenza dei lavoratori tedeschi, buona parte dei lavoratori italiani ha goduto di una contrattazione di conquista, di crescita dagli anni ’60 fino agli anni ’80; ma negli ultimi 10-15 anni sono costantemente sotto attacco in un processo che abbiamo chiamato desindacalizzazione, cioè di restituzione di tutto quello che avevano guadagnato, portato a casa, strappato con le lotte importanti di un ventennio. Questo è un processo che in Germania è meno presente, perché è stato meno presente il sindacato conflittuale, e molto più presente il sindacato invece, tra virgolette, che “codeterminava” i processi insieme alle imprese; anni che quindi sono stati vissuti con un conflitto di tipo assolutamente diverso o proprio senza conflitto, in Germania. Tutto viene scaricato sulle nuove figure... Si parla molto del carrellista della Volkswagen che guadagna più di 2.000 euro al mese, ma poco si dice sui milioni di lavoratori mini jobs. Una parte non piccola di questi lavora anche per Volkswagen e tutta l’industria automobilistica; e questi lavoratori, evidentemente, non hanno gli stessi salari che hanno quelli portati a modello della Germania.
Chiarissimo. Volevo chiederti: ma quanto, secondo te, il lavoro migrante può incidere sulla nuova categoria operaia che si sta formando qui anche in Italia? Parlo non soltanto dell’agricoltura, o del bracciantato, ma anche di grande distribuzione e via dicendo...
Io penso che il lavoro migrante, così come l’avevamo connotato un po’ di anni fa, nella stagione dei movimenti in cui c’era la fase di costruzione del protagonismo del lavoro migrante, ancora oggi sia un fattore decisivo per la ripresa delle lotte. Faccio un paragone che per certi versi è un po’ azzardato, ma ci sta. Le grandi lotte delle fabbriche dei metalmeccanici, ma non solo, che ci sono state in Italia negli anni ’60 e ’70 – nel nord Italia soprattutto – hanno avuto come motore il lavoro migrante; in quel caso era il lavoro migrante dal sud Italia verso il nord. Sono state le condizioni soggettive di chi pagava un prezzo doppio, la condizione di fabbrica e la condizione di lavoratore strappato dal suo paese e costretto a vivere in condizioni ultra precarie di vita, a costituire la molla anche per cambiare in profondità un sindacato che invece parlava il dialetto del nord ed era ostico ad aprirsi alle nuove soggettività. Questa carica di ribellione, questa rabbia per quella condizione, è stata decisiva per le lotte di quegli anni. Io penso che possa essere decisiva anche oggi. In parte, nella logistica, lo vediamo già, almeno nel nord, perché buona parte della logistica al sud è fatta da lavoratori del sud e non da lavoratori migranti; ossia non italiani, non nativi.
In chiusura, parliamo un attimo della questione voucher. Il Senato ha approvato l’abrogazione dei voucher, disattivando così di fatto il referendum proposto dalla Cgil. Una tua valutazione su questa questione...
Intanto una valutazione su tutto il pacchetto che la Cgil aveva preparato per il referendum. All’epoca, quando si era discusso, io ero ancora componente del direttivo nazionale Cgil; mi ero contrapposto non tanto alla scelta dei referendum, quanto ad alcuni particolari quesiti che non volevano in realtà smontare l’impianto del diritto del lavoro per come era stato descritto, ma semplicemente accompagnare la proposta della Cgil alla “carta dei diritti”, che non è esattamente il ripristino dello Statuto dei lavoratori. Ad esempio, sull’art. 18; la Cgil, nella sua “carta dei diritti”, non propone tout court, così come erano, le stesse modalità tutelanti nell’art. 18 con la reintegra piena. Prende atto, invece, di un mondo ultra precario e decide di dare diritti anche ai lavoratori autonomi; quindi è la fine di una lunga battaglia, se mai l’avesse fatta davvero fino in fondo, rispetto al contrasto del lavoro atipico e il lavoro precario, per riportarlo nell’alveo del lavoro subordinato. Detto questo, si spiega anche perché non sia stato approvato il quesito sull’art. 18. Dal punto di vista formale – quanto meno sulla cancellazione dei voucher – la vittoria per la Cgil c’è, ed è innegabile. Ma è una vittoria di Pirro, perché la cancellazione dei voucher ha lasciato un vuoto che verrà colmato. E addirittura l’intenzione del governo è di riprendere vecchi tipologie contrattuali mai utilizzate fino in fondo, perché un po’ troppo “rigide”, come il lavoro a chiamata, e di introdurre anche in Italia i mini jobs di cui parlavo prima, che ormai in Germania riguardano 6-7 milioni di lavoratori dipendenti. Quindi non è una vittoria sul terreno sociale; è una vittoria semplicemente d’immagine, con la cancellazione dei voucher, ma il governo sta già studiando insieme alle parti – e qui Gentiloni fa una piccola discontinuità con Renzi, perché ha riaperto il dialogo con Cgil-Cisl-Uil, un dialogo che non è più neanche concertazione, ma è perfino peggio, a livello quasi di complicità – per poter dare risposte alle imprese, che hanno protestato per l’abolizione dei voucher. Confindustria chiede di consentire di utilizzare il lavoro precario con una riduzione di costi. Faccio presente che i mini jobs, così come in Germania, prevedono che tutta una serie di oneri indiretti – che però sono salario effettivo per il lavoratore – non vengano riconosciuti; e quindi è una sorta di paga globale, con tutto ciò che comporta questo per i salari dei lavoratori e la condizione lavorativa. In più c’è anche il lavoro a chiamata... Hanno intenzione di modificarlo rendendolo più flessibile, senza tenere il lavoratore a disposizione dell’impresa e garantendo un minimo di 400 giornate lavorative nel triennio. Quindi in realtà questa operazione del governo non reintroduce dei paletti a tutela del lavoro garantito e stabile, ma semplicemente è un maquillage per un nuovo attacco e un nuovo sfondamento – invece – rispetto a tutto il lavoro precario che ancora c’è e sempre di più intacca il lavoro cosiddetto stabile.
Bene Sergio, molto chiara la tua analisi. Grazie e buon lavoro, grazie della tua disponibilità.
Grazie a voi.
Fonte
Un saluto a Sergio Bellavita, dell'Usb Lavoro Privato. Buongiorno Sergio...
Ciao, buongiorno a tutte e tutti...
Partirei dalla presentazione di un’inchiesta che avverrà questo fine settimana, qui a Roma (Centro Congressi Cavour, domenica 23, ore 10), un’inchiesta sul lavoro in fabbrica in Italia, “La grande fabbrica”, e soprattutto concentrarci su alcuni dati che ci hanno un po’ colpito. Da questa inchiesta emerge ad esempio che l’Italia è il secondo paese per produzione manifatturiera d’Europa, con un numero di addetti, di lavoratori, di operai, di poco inferiore alla Germania. E già questi due dati fotografano una realtà – condizione dei lavoratori, salari, livelli occupazionali – in cui forse c’è qualcosa che non funziona...
Questa inchiesta è molto importante... Erano anni che non si affrontava il tema della nuova composizione di classe nei luoghi di lavoro e, soprattutto, anche del ruolo che viene assegnato all’Italia nell’ambito della divisione internazionale del lavoro. Da questo punto di vista, come ricordavi, emerge con nettezza il fatto che l’Italia non è un paese post-industriale, è un paese manifatturiero; che esiste un’occupazione significativa e c’è una produzione altrettanto significativa. Il problema in realtà è che siamo nel pieno di un processo di valorizzazione, nel senso che pur mantenendo questo ruolo di assoluto primo piano, però c’è una fase di parcellizzazione del ciclo produttivo; quindi la catena del valore ha condotto con sé anche il processo di esternalizzazione e frammentazione dei processi produttivi, con un’aggressione formidabile ai diritti dei lavoratori che è, in parte, anche conseguenza di questo processo. E’ un processo un po’ sinergico, purtroppo. Il lavoro operaio oggi non è solo il lavoro operaio classico, perché ci sono anche processi di proletarizzazione di alcune figure che tradizionalmente potevano essere considerata non operaie, e quindi che si ritrovano invece spinti verso il basso, diciamo. Quindi è un’inchiesta molto importante, perché la mappatura, il quadro, un’analisi precisa di quella che è la situazione del tessuto produttivo di questo paese diventa uno strumento decisivo, se si vuole mettere in piedi un’iniziativa sindacale adeguata, che abbia come obiettivo la riunificazione del mondo del lavoro a prescindere dal colore del camice o dalla tuta che si indossa, perché mette al centro la ricostruzione dei diritti dei lavoratori e la valorizzazione dei salari. L’inchiesta è dunque molto importante e ci serve davvero, soprattutto nella fase congressuale e in quella post-congressuale, che sarà anche più impegnativa, vista la crescita di Usb nel lavoro privato.
Parto da una tua considerazione: l’Italia non è un paese post industriale. Quindi quali sono le differenze con i lavoratori in Germania, da dove nasce questa differenza, visto il livelli di importanza di quantità e il livello di produzione più o meno non siamo così distanti? Quindi la narrazione di un’Italia che avrebbe abbandonato la fase industriale è una narrazione tossica, ci viene dato da pensare. Le differenze dove sono? Solo nelle condizioni trattamento dei lavoratori o ci sono anche gli altri elementi?
Parte di questo processo riguarda direttamente le classi dimensionali di impresa, che non è un dato irrilevante per un’analisi corretta... La Germania è un paese che ha ancora una grande impresa industriale e questo, evidentemente, determina il fatto che ci siano per i lavoratori dei benefici di derivazione contrattuale superiori rispetto ai livelli dei lavoratori delle piccole imprese. L’Italia continua ad essere un paese che assolutamente non è postindustriale, ed è azzeccata la definizione di questa narrazione tossica che da tanti anni ci accompagna in tutta una serie di sconfitte e di arretramenti, molte volte anche utilizzando a pretesto questa narrazione per dire che “il mondo è cambiato”. Quindi, la differenza con la Germania innanzitutto riguarda la grande impresa e il ruolo che queste imprese hanno a livello globale. L’Italia, con la crisi, ha visto la frammentazione colpire soprattutto la grande impresa, per cui ci troviamo un tessuto industriale di dimensioni più piccole. Penso all’Emilia Romagna, dove pure siamo cresciuti molto, considerando grande già un’azienda che ha 500-600 dipendenti, mentre in passato la “grande impresa” ne occupava 10 mila, o comunque nell’ordine di migliaia di lavoratori. Un’altra differenza tra Italia e Germania? Anche qui, parte della narrazione tossica è sul fatto che in Germania comunque, a fronte di questa supremazia assoluta sul terreno industriale, ci sia una condizione dei diritti tendenzialmente superiore a quella dei lavoratori che sono in Italia. In parte è vero, ma in parte non è così; perché in Germania, a partire dal 2003, con l’introduzione dei mini jobs, questo strumento cosiddetto di “lavoro atipico” che ha consentito alle aziende di avere grandi quote di lavoratori con salari più bassi e condizioni lavorative peggiori, è alla base del cosiddetto miracolo economico della Germania, Quindi, in realtà, i processi di precarizzazione sono del tutto simili a quelli che stanno vivendo anche i lavoratori italiani. A differenza dei lavoratori tedeschi, buona parte dei lavoratori italiani ha goduto di una contrattazione di conquista, di crescita dagli anni ’60 fino agli anni ’80; ma negli ultimi 10-15 anni sono costantemente sotto attacco in un processo che abbiamo chiamato desindacalizzazione, cioè di restituzione di tutto quello che avevano guadagnato, portato a casa, strappato con le lotte importanti di un ventennio. Questo è un processo che in Germania è meno presente, perché è stato meno presente il sindacato conflittuale, e molto più presente il sindacato invece, tra virgolette, che “codeterminava” i processi insieme alle imprese; anni che quindi sono stati vissuti con un conflitto di tipo assolutamente diverso o proprio senza conflitto, in Germania. Tutto viene scaricato sulle nuove figure... Si parla molto del carrellista della Volkswagen che guadagna più di 2.000 euro al mese, ma poco si dice sui milioni di lavoratori mini jobs. Una parte non piccola di questi lavora anche per Volkswagen e tutta l’industria automobilistica; e questi lavoratori, evidentemente, non hanno gli stessi salari che hanno quelli portati a modello della Germania.
Chiarissimo. Volevo chiederti: ma quanto, secondo te, il lavoro migrante può incidere sulla nuova categoria operaia che si sta formando qui anche in Italia? Parlo non soltanto dell’agricoltura, o del bracciantato, ma anche di grande distribuzione e via dicendo...
Io penso che il lavoro migrante, così come l’avevamo connotato un po’ di anni fa, nella stagione dei movimenti in cui c’era la fase di costruzione del protagonismo del lavoro migrante, ancora oggi sia un fattore decisivo per la ripresa delle lotte. Faccio un paragone che per certi versi è un po’ azzardato, ma ci sta. Le grandi lotte delle fabbriche dei metalmeccanici, ma non solo, che ci sono state in Italia negli anni ’60 e ’70 – nel nord Italia soprattutto – hanno avuto come motore il lavoro migrante; in quel caso era il lavoro migrante dal sud Italia verso il nord. Sono state le condizioni soggettive di chi pagava un prezzo doppio, la condizione di fabbrica e la condizione di lavoratore strappato dal suo paese e costretto a vivere in condizioni ultra precarie di vita, a costituire la molla anche per cambiare in profondità un sindacato che invece parlava il dialetto del nord ed era ostico ad aprirsi alle nuove soggettività. Questa carica di ribellione, questa rabbia per quella condizione, è stata decisiva per le lotte di quegli anni. Io penso che possa essere decisiva anche oggi. In parte, nella logistica, lo vediamo già, almeno nel nord, perché buona parte della logistica al sud è fatta da lavoratori del sud e non da lavoratori migranti; ossia non italiani, non nativi.
In chiusura, parliamo un attimo della questione voucher. Il Senato ha approvato l’abrogazione dei voucher, disattivando così di fatto il referendum proposto dalla Cgil. Una tua valutazione su questa questione...
Intanto una valutazione su tutto il pacchetto che la Cgil aveva preparato per il referendum. All’epoca, quando si era discusso, io ero ancora componente del direttivo nazionale Cgil; mi ero contrapposto non tanto alla scelta dei referendum, quanto ad alcuni particolari quesiti che non volevano in realtà smontare l’impianto del diritto del lavoro per come era stato descritto, ma semplicemente accompagnare la proposta della Cgil alla “carta dei diritti”, che non è esattamente il ripristino dello Statuto dei lavoratori. Ad esempio, sull’art. 18; la Cgil, nella sua “carta dei diritti”, non propone tout court, così come erano, le stesse modalità tutelanti nell’art. 18 con la reintegra piena. Prende atto, invece, di un mondo ultra precario e decide di dare diritti anche ai lavoratori autonomi; quindi è la fine di una lunga battaglia, se mai l’avesse fatta davvero fino in fondo, rispetto al contrasto del lavoro atipico e il lavoro precario, per riportarlo nell’alveo del lavoro subordinato. Detto questo, si spiega anche perché non sia stato approvato il quesito sull’art. 18. Dal punto di vista formale – quanto meno sulla cancellazione dei voucher – la vittoria per la Cgil c’è, ed è innegabile. Ma è una vittoria di Pirro, perché la cancellazione dei voucher ha lasciato un vuoto che verrà colmato. E addirittura l’intenzione del governo è di riprendere vecchi tipologie contrattuali mai utilizzate fino in fondo, perché un po’ troppo “rigide”, come il lavoro a chiamata, e di introdurre anche in Italia i mini jobs di cui parlavo prima, che ormai in Germania riguardano 6-7 milioni di lavoratori dipendenti. Quindi non è una vittoria sul terreno sociale; è una vittoria semplicemente d’immagine, con la cancellazione dei voucher, ma il governo sta già studiando insieme alle parti – e qui Gentiloni fa una piccola discontinuità con Renzi, perché ha riaperto il dialogo con Cgil-Cisl-Uil, un dialogo che non è più neanche concertazione, ma è perfino peggio, a livello quasi di complicità – per poter dare risposte alle imprese, che hanno protestato per l’abolizione dei voucher. Confindustria chiede di consentire di utilizzare il lavoro precario con una riduzione di costi. Faccio presente che i mini jobs, così come in Germania, prevedono che tutta una serie di oneri indiretti – che però sono salario effettivo per il lavoratore – non vengano riconosciuti; e quindi è una sorta di paga globale, con tutto ciò che comporta questo per i salari dei lavoratori e la condizione lavorativa. In più c’è anche il lavoro a chiamata... Hanno intenzione di modificarlo rendendolo più flessibile, senza tenere il lavoratore a disposizione dell’impresa e garantendo un minimo di 400 giornate lavorative nel triennio. Quindi in realtà questa operazione del governo non reintroduce dei paletti a tutela del lavoro garantito e stabile, ma semplicemente è un maquillage per un nuovo attacco e un nuovo sfondamento – invece – rispetto a tutto il lavoro precario che ancora c’è e sempre di più intacca il lavoro cosiddetto stabile.
Bene Sergio, molto chiara la tua analisi. Grazie e buon lavoro, grazie della tua disponibilità.
Grazie a voi.
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