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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/09/2026

Congo, l’Ebola corre più veloce dei soccorsi: oltre tremila morti

Quando l’epidemia è stata ufficialmente dichiarata, il 15 maggio, il virus aveva probabilmente già accumulato mesi di vantaggio. Oggi, meno di quattro mesi dopo, la Repubblica Democratica del Congo conta 6.186 casi confermati di Ebola e 3.007 morti. È la più grande e la più letale epidemia mai registrata nel Paese e la seconda più mortale nella storia, superata soltanto da quella che tra il 2014 e il 2016 uccise oltre 11 mila persone in Guinea, Liberia e Sierra Leone.

Ma il numero che spiega forse meglio la gravità di ciò che sta accadendo non è quello dei contagi. È un altro: circa il 60% delle persone che muoiono non arriva mai in un centro di cura. Muoiono nelle case, nei villaggi, lontano dai sanitari e spesso senza essere state inserite nelle liste dei contatti di un caso già conosciuto. Per l’Organizzazione mondiale della sanità ogni morte di questo tipo significa che esiste una catena di trasmissione che le autorità non hanno ancora individuato. “L’epidemia è lontana dall’essere sotto controllo”, aveva avvertito ad agosto il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus.

Il focolaio è partito dall’Ituri, nel nord-est del Congo, una delle regioni più instabili del Paese. Inizialmente era concentrato nella zona sanitaria di Mongbwalu, ma in tre mesi si è allargato a sessanta zone sanitarie distribuite in sei province: Ituri, Nord Kivu, Sud Kivu, Haut-Uélé, Tshopo e Bas-Uélé. Al 26 agosto, l’ultimo aggiornamento dettagliato dell’Oms, l’Ituri da solo contava 4.802 casi confermati. Da allora i numeri hanno continuato a salire.

È proprio qui che un’epidemia già difficile da contenere incontra una crisi che dura da decenni. Nell’est della Repubblica Democratica del Congo operano gruppi armati, milizie comunitarie e formazioni ribelli; intere aree sfuggono al controllo dello Stato, le strade sono insicure e migliaia di persone vengono periodicamente costrette a lasciare le proprie case. A luglio, soltanto nell’Ituri, fonti locali citate dalle Nazioni Unite riferivano di decine di civili uccisi o rapiti e di diverse migliaia di nuovi sfollati. L’accesso umanitario resta intermittente proprio nelle zone in cui fermare il virus richiederebbe invece la capacità di raggiungere rapidamente ogni villaggio, individuare ogni malato e ricostruire tutti i suoi contatti.

Ebola non si trasmette con la facilità di un virus respiratorio. Serve il contatto diretto con il sangue o altri fluidi corporei di una persona infetta, viva o morta. Per spezzare la trasmissione servono quindi strumenti che in teoria sono ben conosciuti: individuazione rapida dei casi, isolamento, tracciamento dei contatti, protezione dei sanitari e sepolture sicure. Ma sono esattamente queste procedure a diventare fragili quando le persone si spostano per fuggire dai combattimenti, gli operatori non possono raggiungere alcune aree e i malati arrivano troppo tardi negli ospedali.

La risposta è complicata ulteriormente dal virus responsabile di questa epidemia. Non si tratta della specie Zaire, contro la quale negli ultimi anni sono stati sviluppati vaccini e terapie efficaci, ma del più raro Bundibugyo. Per questa forma della malattia non esistono al momento né un vaccino né un trattamento specifico approvati.

Alla fine di agosto il Congo ha cominciato a vaccinare gli operatori sanitari con Ervebo, il vaccino già utilizzato contro l’Ebola provocata dalla specie Zaire. Ma è una misura sperimentale: l’Oms afferma che non esistono ancora prove sufficienti per stabilire se protegga realmente gli esseri umani dal Bundibugyo. Sono state messe a disposizione inizialmente 70 mila dosi, 20 mila delle quali destinate a uno studio clinico e 50 mila agli operatori in prima linea. Il 1 settembre l’Oms ha ribadito che l’eventuale protezione incrociata resta da dimostrare e che il vaccino dovrebbe essere utilizzato nell’ambito di protocolli di ricerca.

Sono in corso anche sperimentazioni sui trattamenti. L’Oms sta studiando diversi anticorpi monoclonali e antivirali, mentre per la prima volta due vaccini progettati specificamente contro il Bundibugyo sono entrati nella fase di sperimentazione sull’uomo. Ma il tempo della ricerca non coincide con quello dell’epidemia. Alla fine di luglio i casi confermati erano poco più di 3.600 e i morti 1.587. Il 26 agosto erano diventati 5.794 e 2.786. Una settimana dopo le vittime hanno superato quota tremila.

Anche il sistema sanitario sta mostrando tutte le proprie fragilità. In alcune delle aree colpite gli operatori hanno scioperato per il mancato pagamento degli stipendi, mentre mancano posti letto e strutture adeguate. Medici Senza Frontiere ha aperto alla fine di agosto un nuovo centro di trattamento nell’est del Paese proprio per aumentare una capacità di ricovero ormai insufficiente.

Il problema non riguarda soltanto il Congo. Il virus ha già attraversato i confini. L’Uganda ha registrato venti casi e due morti prima di riuscire a interrompere la trasmissione; casi importati sono stati individuati anche in Europa. Alla fine di agosto l’Oms continuava a considerare l’epidemia un’emergenza sanitaria di interesse internazionale e avvertiva che il rischio di nuove esportazioni del virus rimane concreto, soprattutto lungo le frontiere terrestri attraversate quotidianamente attraverso decine di passaggi informali.

Nell’Ituri, intanto, la vita continua in una condizione che riassume bene il paradosso dell’intera emergenza. A Bunia, epicentro dell’epidemia, le scuole hanno riaperto tra le proteste di genitori e insegnanti. In molte strutture manca persino l’acqua corrente necessaria per applicare le più elementari misure di prevenzione. Per i bambini sotto i cinque anni la mortalità registrata è particolarmente alta.

Il Congo conosce Ebola meglio di quasi ogni altro Paese al mondo: questa è la diciassettesima epidemia registrata sul suo territorio. Proprio l’esperienza accumulata negli ultimi decenni aveva permesso di contenere altri focolai molto più rapidamente. Questa volta però il virus è arrivato con mesi di anticipo sulla risposta, è di una specie contro la quale gli strumenti disponibili sono ancora sperimentali ed è entrato in alcune delle regioni più fragili e violente del Paese.

Il risultato è che mentre la scienza cerca il vaccino giusto e le squadre sanitarie inseguono le catene di contagio, l’epidemia continua a trovare persone che muoiono prima ancora che qualcuno sappia che erano malate.

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16/07/2025

Gaza sotto assedio israeliano muore di sete

Tre secchi d’acqua grigia e una bacinella rotta. È tutto ciò che resta a una famiglia di dieci persone rifugiata in una tenda nel campo profughi di Nuseirat per lavarsi, lavare le stoviglie e – quando è possibile – i panni. «Sono tre mesi che non laviamo le coperte. Fa caldo, si dorme male e ci si ammala», racconta una donna piegata dalla fatica, mentre versa a mani nude qualche cucchiaiata d’acqua sulla testa del figlio. Quell’acqua, raccolta da un punto di distribuzione vicino, verrà poi riutilizzata per piatti e indumenti.

Dopo 21 mesi di offensiva militare e quattro di blocco imposto da Israele, la Striscia di Gaza è entrata in una fase estrema di emergenza idrica e sanitaria. Il territorio palestinese, martoriato dai bombardamenti e assediato dall’esercito israeliano, soffre da mesi la carenza acuta di acqua potabile, aggravata dalla mancanza cronica di carburante per alimentare pozzi, impianti di desalinizzazione e servizi igienico-sanitari.

Secondo un rapporto diffuso questo mese dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), la scarsità d’acqua ha già effetti “devastanti sulla salute pubblica” della popolazione. Epidemie di dissenteria e ittero si stanno diffondendo nei rifugi sovraffollati, dove migliaia di famiglie vivono accalcate, stremate dalla fame e senza accesso a condizioni igieniche minime. I rifiuti si accumulano e i servizi fognari, senza elettricità, non funzionano più: un disastro ambientale e sanitario che minaccia milioni di persone.

Il portavoce dell’UNICEF, James Elder, ha dichiarato che «se fosse consentito l’accesso all’elettricità per gli impianti di desalinizzazione, la crisi idrica a Gaza potrebbe essere risolta nel giro di 24 ore». Ma il carburante – necessario per far funzionare i generatori – entra con il contagocce, bloccato dalle autorità israeliane o intrappolato in meccanismi di distribuzione all’interno della Striscia.

L’accesso alle fonti d’acqua resta fortemente limitato nelle aree sotto controllo diretto dell’esercito israeliano. In alcune zone del sud e del centro, come Khan Younis e Deir al Balah, l’acqua è disponibile solo per pochi minuti al giorno – quando arriva. A Nuseirat, uno dei campi storici dei rifugiati palestinesi, domenica scorsa una fila di civili in attesa davanti a un punto di distribuzione è stata colpita da un missile. L’esercito israeliano ha dichiarato che l’attacco mirava a un gruppo di miliziani, ma che il razzo avrebbe deviato dalla traiettoria. Le vittime erano uomini e donne disarmati, tra loro anche bambini. Cercavano solo acqua.

L’OCHA denuncia che la mancanza di carburante colpisce duramente anche i servizi di raccolta dei rifiuti e di gestione delle acque reflue. In un territorio piccolo e densamente popolato come Gaza – dove oltre due milioni di persone sono ammassate su appena 365 chilometri quadrati – ogni ritardo, ogni carenza, può trasformarsi in una minaccia di morte. La contaminazione dell’acqua residua è già un fatto: l’unica falda acquifera costiera da cui si estrae acqua è infiltrata da liquami e acqua di mare, rendendo il liquido che scorre dai rubinetti inadatto persino all’irrigazione.

Nei rifugi improvvisati, all’interno di tende squarciate dal sole, i genitori cercano di mantenere pulito il poco spazio disponibile spazzando il suolo sabbioso. Ma senza acqua, nemmeno la più semplice delle operazioni quotidiane – lavarsi le mani, lavare un piatto, sciacquare un vestito – può essere compiuta. «È come vivere nella polvere, nella sporcizia. La notte i bambini tossiscono e si grattano per le infezioni alla pelle. I dottori ci dicono di lavare tutto, ma con cosa?», racconta una madre nel campo di Deir al Balah.

Le agenzie delle Nazioni Unite, compresa l’UNRWA, denunciano da settimane una situazione «vicina al collasso totale». In molti rifugi, solo una latrina è disponibile ogni 200 persone. Le scorte di sapone sono terminate e l’acqua, quando disponibile, viene razionata a meno di tre litri a persona al giorno – ben al di sotto della soglia minima stabilita dall’OMS per la sopravvivenza (che è di 15 litri al giorno). La disidratazione è ormai una minaccia concreta, soprattutto per i bambini e gli anziani.

Il blocco israeliano impedisce anche l’ingresso di materiali e attrezzature per riparare le infrastrutture danneggiate. La rete idrica è stata colpita più volte dai bombardamenti, e in molte zone le tubature sono scoppiate o si sono ostruite, rendendo impossibile anche il trasporto dell’acqua potabile fornita dagli aiuti. I convogli umanitari, peraltro, non riescono a entrare in quantità sufficiente per rispondere al fabbisogno della popolazione.

Nel frattempo, l’estate è arrivata con temperature oltre i 35 gradi. L’acqua, oltre che bisogno primario, diventa arma di sopravvivenza e oggetto di lotta. I bambini corrono dietro ai camion cisterna con bottiglie vuote, mentre si moltiplicano le tensioni e i piccoli furti d’acqua nei campi sovraffollati.

L’assedio idrico è diventato uno strumento letale al pari dei bombardamenti. Un modo silenzioso, ma altrettanto efficace, per logorare un’intera popolazione. James Elder lo definisce «un crimine contro l’infanzia». Ma la comunità internazionale, ancora una volta, resta a guardare.

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26/05/2025

I sanitari facciano sentire la loro indignazione per Gaza

Il testo della lettera destinata ai medici e al personale sanitario iscritto agli ordini professionali:
“Noi operatori sanitari (medici, infermieri, farmacisti, psicologi, tecnici delle professioni sanitarie, medici veterinari, ostetrici, biologi, fisioterapisti, chimici e fisici) scriviamo con preoccupazione questa lettera per descrivere il livello di distruzione causato da Israele al sistema sanitario di Gaza e per denunciare l’utilizzo della fame come un’arma a Gaza, in ennesima palese violazione del diritto internazionale.

Dal 2 marzo 2025 a Gaza è stato imposto un totale blocco in termini di entrata degli aiuti umanitari. Questo, seguito dalla ripresa dei bombardamenti e degli attacchi israeliani, ha causato e causerà un numero inimmaginabile di vittime, distruzione di infrastrutture civili ed evacuazioni forzate di massa.

Non si contano più i report che descrivono attacchi alle case, alle tende, alle scuole, e – ancora una volta – agli ospedali.

Nell’elenco – ormai interminabile – degli attacchi agli ospedali, spicca la data del 13 maggio, quando l’esercito israeliano ha attaccato sia il Nasser Hospital che lo European Gaza Hospital, i due principali ospedali di Khan Younis. Per aggiungere orrore, tra le mura del Nasser Hospital è stato ucciso un giornalista, Hassan Eslaih, che si trovava nella struttura come paziente, in cura per le ustioni derivanti da un pregresso attacco contro una tenda della stampa.

Tra il 7 ottobre 2023 e il 7 maggio 2025, l’OMS ha documentato 686 attacchi contro strutture sanitarie: molti di questi attacchi sono stati scagliati dopo che Israele ha violato il cessate il fuoco, il 18 marzo 2025. È stato distrutto il Turkish-Palestinian Friendship Hospital, il dipartimento chirurgico del Nasser Hospital è stato danneggiano, come la Terapia Intensiva e i pannelli solari dell’Al-Durrah Hospital, o come il dipartimento di emergenza dell’Al-Ahli Hospital.

Oltre alla distruzione delle strutture e dei dipartimenti, a Gaza i colleghi devono affrontare una sempre crescente carenza di farmaci e dispositivi medici di base. Il 43% dei farmaci fondamentali sono fuori produzione, e il 64% dei consumabili sono stati utilizzati. Questo ovviamente ha un peso su tutti i reparti, ma in particolare sui dipartimenti di emergenza, chirurgici e di terapia intensiva – già messi a dura prova dal sempre maggior numero di pazienti da trattare.

I dati di Medici Senza Frontiere citano un numero di ustionati trattati negli ospedali superiore a 100 al giorno: il 70% delle vittime di ustioni sono bambini, e la gran parte muore per la mancanza di trattamento adeguato.

Anche i pazienti con patologie croniche e gravi (insufficienza renale, neoplasie, patologie ematologiche, cardiopatie) sono drammaticamente a rischio in questa situazione.

Negli ospedali mancano anche macchinari, come sistemi di acquisizione per RX, materiale per anestesia e strumentazione chirurgica – ma anche letti dove accogliere i pazienti, lenzuola, telini sterili... Naturalmente, le misure di controllo delle infezioni sono ridotte al minimo, anche per la mancanza di disinfettanti.

Anche il personale sanitario continua ad essere oggetto di attacchi, spesso con l’uccisione o il ferimento anche dei membri delle famiglie. Dal 7 ottobre 2023, almeno 1400 operatori sanitari sono stati uccisi da Israele: è un numero che dovrebbe portarci a reagire.

Va sottolineata anche l’instancabilità dei colleghi, che lavorano senza veri e propri turni di lavoro, pur essendo anche loro soggetti a malnutrizione, trauma fisico e psicologico, e condizioni di lavoro inimmaginabili per noi.

Una nuova emergenza riguarda la fame. Secondo la scala IPC, che classifica la gravità dell’insicurezza alimentare e della malnutrizione, il 12 maggio i 2,1 milioni di persone a Gaza affronteranno livelli gravi di insicurezza alimentare tra l’11 maggio e il settembre 2025, con circa mezzo milione di persone (una su cinque!) a rischio di morire di fame. Circa 71.000 bambini tra i 6 e i 59 mesi e quasi 17.000 donne in gravidanza o in allattamento avranno bisogno (secondo le proiezioni) di trattamenti urgenti per malnutrizione acuta tra aprile 2025 e marzo 2026.

La situazione nutrizionale dei bambini a Gaza è particolarmente grave e in rapido peggioramento. L’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (OCHA) sottolinea come l’80% dei bambini a Gaza soffra di malnutrizione, con un 92% nella fascia di età tra i 6 mesi e i due anni senza apporto nutrizionale minimo. Inoltre, il 65% della popolazione di Gaza non ha accesso a acqua pulita da bere.

La ripresa delle operazioni militari, le evacuazioni forzate, il collasso del sistema alimentare (e il blocco) e del sistema sanitario hanno portato a questa drammatica situazione, che richiede una presa di posizione immediata. La IPC Global Initiative, a conclusione del report, richiede una immediata e permanente cessazione degli attacchi, l’entrata senza ostacoli di aiuti umanitari, la protezione incondizionata di civili, operatori umanitari e infrastrutture, e l’espletamento di interventi multisettoriali nel campo della nutrizione, della salute, della sicurezza delle acque e dei sistemi di produzione del cibo.

Anche la FAO ha sollecitato l’accesso immediato alla striscia per salvare la produzione di cibo e di mezzi di sostentamento: in un comunicato, ha richiesto immediato accesso di aiuti umanitari e commerciali. Non solo: nel loro comunicato si sottolinea la ridotta sicurezza alimentare in termini di salute pubblica, per l’assenza di mangimi e di cure veterinarie – che non solo ridurrebbe ulteriormente le fonti di cibo, ma potrebbe porre le basi per la diffusione di zoonosi.

Nuovamente, di fronte a questa situazione, ci troviamo a esprimere una ferma condanna contro la condotta genocida israeliana.

Non possiamo restare a guardare mentre degli esseri umani vengono ammazzati, con proiettili, bombe o con armi più subdole – la fame, la devastazione delle strutture sanitarie.

Abbiamo giurato di proteggere la vita umana, e non lo stiamo facendo.

Chiediamo a tutte le Istituzioni di schierarsi, fare pressione per richiedere un immediato cessate il fuoco e l’ingresso urgente di aiuti umanitari e di cibo a Gaza.

Come già in passato, auspichiamo che i primi a farsi carico di questa richiesta siano proprio gli Ordini Professionali che rappresentano le categorie di noi operatori sanitari. Siamo certi che, leggendo questo breve riassunto della situazione, sarete fermi con noi nella condanna di quanto sta succedendo a Gaza, e sarete quindi al nostro fianco nel richiedere alle Istituzioni politiche di prendere una posizione netta.”

22 maggio 2025
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01/03/2025

Sudan - La guerra civile è ad una svolta?

Lo schianto di un aereo da trasporto militare su alcune abitazioni a Omdurman, la “città gemella” della capitale Khartoum, ha causato la morte di una cinquantina di persone tra civili e militari, tra cui un generale. Non è chiaro cosa abbia fatto precipitare il velivolo, anche se nella zona infuriano da tempo i combattimenti tra le forze regolari fedeli al regime (SAF) e i ribelli (ex alleati del governo) delle Forze di Supporto Rapido, guidate dal generale Mohamed Hamdam Dagalo detto Hemeti

L’offensiva governativa funziona 

Nonostante le perdite, l’esercito e le milizie alleate riunite nelle Sudan Shield Forces hanno conquistato recentemente molto terreno, riprendendo il controllo di varie località a ridosso della capitale e di Omdurman oltre che zone consistenti della regione del Nilo Orientale, a lungo controllate dalle Forze di Supporto Rapido (RSF).

Secondo testimoni ed osservatori, dopo aver conquistato lo stato di Gezira, le avanguardie delle Forze Armate Sudanesi sarebbero già riuscite a penetrare nel centro della città.

Anche nel Kordofan del nord, grazie al supporto dei droni turchi, l’esercito avrebbe conquistato terreno anche se le milizie hanno risposto bombardando ripetutamente le centrali elettriche con i droni forniti da Abu Dhabi.

Le mosse di al-Burhan

Sembra quindi che “l’offensiva generale” lanciata lo scorso anno dal capo del regime sudanese ora insediato a Port Sudan, il generale Abdel Fattah al-Burhan, stia funzionando, anche grazie ad alcuni mosse azzeccate dal punto di vista politico e tattico.

Tra queste, l’alleanza tra le forze armate fedeli ad al-Burhan e alcuni movimenti armati presenti nel paese, in particolare una delle fazioni in cui è diviso il Movimento di Liberazione del Popolo del Sudan – Nord (SPLM-N), guidata da Malik Agar, promosso alla vicepresidenza del governo lealista denominato “Consiglio Sovrano”.

Inoltre al-Burhan è riuscito a convincere alcuni comandanti delle Forze di Supporto Rapido a passare dalla sua parte; un importante ruolo, nella conquista di Gezira, è stato giocato dalla scelta di Abuagla Keikel di mollare le RSF e passare dalla parte delle SAF.

Il sostegno di Russia e Iran 

Sul fronte internazionale, al-Burhan ha deciso di affidarsi alla Russia e all’Iran ottenendo sostegno politico ed economico ma soprattutto militare, fondamentale per la riuscita dell’offensiva contro le milizie ribelli. Da Mosca sono infatti arrivati tank, caccia e tecnologie d’avanguardia mentre Teheran ha fornito i droni Mohajer-6, aiutando al contempo le SAF ad avviare la produzione di una versione locale dei velivoli senza pilota iraniani. Anche l’Eritrea si è schierata con al-Burhan, impegnandosi ad addestrare un certo numero di militari sudanesi.

In cambio del supporto iraniano, al-Burhan sembra aver rinunciato alla normalizzazione delle relazioni con Israele e alla paventata adesione agli Accordi di Abramo. Inoltre Port Sudan ha chiesto a Teheran di assumere un ruolo chiave nella futura ricostruzione del paese.

Da parte sua la Russia sembra aver ottenuto l’assenso definitivo del regime sudanese alla realizzazione di una propria base navale sul Mar Rosso. Il 13 febbraio, infatti, il ministro degli Esteri di al-Burhan, Ali Youssef, ha incontrato a Mosca l’omologo Sergei Lavrov per discutere della richiesta russa. Dopo sei anni di difficili e altalenanti trattative (all’inizio della guerra civile Mosca ha appoggiato le Forze di Supporto Rapido in cambio dello sfruttamento delle miniere d’oro del Darfur) la Russia ha finalmente ottenuto l’assenso, spera definitivo, a stabilire una base militare nell’area di Port Sudan.

Le due parti hanno concordato il riavvio dell’accordo preliminare firmato nel novembre 2020 che prevedeva una concessione di 25 anni per la realizzazione di un polo navale russo sulle coste del Mar Rosso in grado di ospitare alcune centinaia di militari e quattro navi da guerra.

Dagalo divide le opposizioni e forma un “governo parallelo” 

Tentando di bilanciare i rovesci militari, il generale Dagalo ha realizzato una serie di incontri con alcuni dei leader dei partiti della coalizione “Taqaddum” prefigurando, in caso di vittoria, un processo di transizione che allo stato sembra assai improbabile.

Il leader delle Forze di Supporto Rapido ha potuto contare sul processo di frammentazione che ha investito la coalizione di movimenti civili finora guidati da Abdullah Hamdok, primo ministro del governo di transizione destituito nell’ottobre del 2021 da un colpo di stato realizzato congiuntamente dalle forze di al-Burhan e di Dagalo (che poi però nel 2023 hanno iniziato la sanguinosa guerra civile tuttora in corso).

La divisione di Taqaddum ha portato alla creazione di due coalizioni politiche. La prima, denominata “Sumoud” (Alleanza civile democratica delle forze della rivoluzione) e guidata da Hamdok, si dichiara contraria ad ogni tipo di collaborazione con i due schieramenti protagonisti del conflitto civile; la seconda, invece, guidata dall’ex portavoce di Taqaddum Idris al-Hadi, si è prestata a firmare una dichiarazione di intenti propedeutica alla formazione di un governo parallelo in esilio guidato dalle Forze di Supporto Rapido.

La firma, dopo vari rinvii, è avvenuta a Nairobi lo scorso 22 febbraio ed ha provocato una forte crisi diplomatica tra il paese ospitante, il Kenya, e il governo di al-Burhan. Port Sudan ha ritirato il proprio ambasciatore ed ha accusato il presidente keniota William Ruto di sostenere quella che ha definito “una milizia genocida (…) vendendosi ai finanziatori delle RSF”, in riferimento all’Etiopia ma soprattutto agli Emirati Arabi Uniti.

Le Forze di Supporto Rapido si asserragliano nel Darfur 

Da parte loro, pressati da più direzioni dall’offensiva delle forze regolari, i miliziani di Dagalo hanno ripiegato nel Darfur, regione dove le Forze di Supporto Rapido si sono formate a partire dalle milizie Janjawid, costituite per volontà del dittatore Omar al Bashir. In Darfur i paramilitari di Hemeti sono tornati a praticare la pulizia etnica a danno delle popolazioni africane non islamiche.

Il leader dei ribelli sembrerebbe intenzionato almeno a consolidare il suo potere e il suo controllo della regione dove le sue milizie sono più numerose e radicate, e allo scopo si è dedicato alla formazione del “governo parallelo” alternativo al Consiglio Sovrano e che aspira ad ottenere un certo riconoscimento internazionale in virtù dell’inclusione di una parte dei partiti che avevano dato vita al processo di transizione interrotto violentemente.

L’emergenza umanitaria si aggrava 

Nel frattempo il blocco dei finanziamenti statunitensi ha paralizzato ciò che rimane del sistema sanitario sudanese, causando un impatto gravissimo sulla popolazione stremata dalla lunga crisi e poi dalla guerra civile che ha causato molte decine di migliaia di vittime.

La situazione è stata denunciata da un rapporto stilato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e dall’Health Cluster, che racchiude 66 partner tra cui organizzazioni internazionali, agenzie Onu, Ong e istituti accademici. Secondo il documento il taglio dei finanziamenti deciso da Trump ha colpito le principali agenzie delle Nazioni Unite e altre organizzazioni, ostacolando gravemente la loro capacità di far fronte ad una crescente crisi umanitaria. Oltre alla malnutrizione e alle conseguenti patologie, nel paese stanno dilagando anche epidemie di colera e malaria, con una situazione particolarmente grave in Darfur.

Dall’inizio del conflitto si stima che almeno 12 milioni di persone siano state costrette ad abbandonare le proprie case e a cercare rifugio in altre aree del paese se non addirittura nei paesi confinanti.

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25/05/2020

Due diversi mondi


“Quando una grande rivoluzione sociale si sarà impadronita delle conquiste dell’epoca borghese (il mercato mondiale e le forze di produzione moderne) e le avrà assoggettate al controllo comune dei popoli più civili, allora il progresso umano cesserà di somigliare a quell’orrido idolo pagano che voleva bere il nettare solo dai teschi degli uccisi.”

Karl Marx, New York Daily Tribune, 8 agosto 1853

La mattina del 23 maggio, nella piazza centrale di Crema, le autorità locali e un folto gruppo di cittadini hanno tenuto una cerimonia per ringraziare i 53 medici e infermieri cubani che, dopo essere giunti in città nel pieno della pandemia, ritornavano in patria.

La Brigata Henry Reeve è giunta a Crema su richiesta della Regione Lombardia per coadiuvare i medici e il personale italiano in un momento in cui la situazione sembrava disperata. Il personale cubano era presente anche in altre città italiane e in altri stati non solo europei, rinnovando una tradizione decennale di aiuti che da Cuba partono per il resto del pianeta laddove vi sia una emergenza.

Nel periodo più difficile per l’Italia la Cina ha inviato tonnellate di aiuti al Paese mentre, a più di due mesi dall’inizio del contagio, continuano a mancare presidi medici a prezzi ragionevoli nonostante tutti gli annunci in diretta televisiva dei nostri governanti. La Russia ha inviato nel Nord Italia un gruppo di medici militari esperti in sanificazione e decontaminazione, questa storia all’inizio è stata raccontata con immagini che riprendevano i mezzi militari mentre sui media nazionali imperversavano opinionisti che paventavano per l’Italia il rischio di finire sotto il giogo di qualche presunta dittatura. Nei discorsi ufficiali, se non a mezza voce e con enfasi minima, il Governo Italiano si è dimenticato di ringraziare questi paesi gonfiando, invece, ogni dichiarazione di Trump su presunti aiuti al nostro paese, parlando diffusamente della benevolenza tedesca che ha reso disponibili alcuni posti letto per nostri concittadini in Germania, riportando ogni mezza frase, poi smentita nei fatti concreti, in cui i governanti europei parlavano di solidarietà internazionale e tra paesi.

Nelle stesse ore in cui i volontari cubani lasciavano l’Italia, il presidente francese Macron tuonava contro l’azienda medica Sanofi il cui dirigente responsabile spiegava che un eventuale vaccino sarebbe stato fornito in via prioritaria gli Stati Uniti visto che l’amministrazione Trump aveva finanziato la ricerca. L’azienda medica ha in parte ritrattato ma sui giornali di questi giorni escono notizie riguardanti un fermento nelle borse valori mondiali relativo alla possibilità di accaparrarsi l’esclusiva sulla commercializzazione futura di questo presidio medico, una volta terminata la formulazione. Il vaccino sarebbe infatti una soluzione a molti problemi ma, soprattutto, una possibilità per nuovi immensi profitti a vantaggio di chi ne detenesse il brevetto.

Un tipo di commercializzazione in effetti molto diversa da quella che da anni effettua lo Stato di Cuba, la cui ricerca biomedicale è all’avanguardia sullo studio e sulla commercializzazione dei vaccini che vengono diffusi in modo gratuito verso altri paesi in modo solidale, nonostante l’embargo che da decenni strangola l’economia cubana.

All’interno della crisi generata dalla pandemia globale, la risposta complessiva che i governi di tutto il mondo provano ad articolare è legata indissolubilmente al modo di produzione capitalista che la fa da padrone in tutto il pianeta. Anche in quegli stati in cui il sistema di governo nasce su basi differenti che devono comunque fare i conti con la complessità di un sistema ostile in cui è comunque necessario collaborare.

All’interno di questa cornice brutale gli Stati non si comportano tutti allo stesso modo: esistono differenti approcci. Per alcuni, ferocemente capitalisti sui morti e sulle cure mediche, si gioca una partita in cui la vita umana è subordinata ai profitti. Per altri è il contrario.

Tutto questo può essere considerato un complotto globale ma non nei termini in cui normalmente si discute di queste cose tirando in ballo massoneria, club più o meno segreti o illuminati venuti dallo spazio. L’unico complotto reale è il modo di produzione capitalista, la pretesa di voler monetizzare tutto imponendo una visione generale in cui ogni diritto è tale se comporta profitto e guadagno.

Alla fine è questo il motivo per il quale ai cassintegrati italiani non arrivano i soldi mentre alle imprese vengono garantiti generosi prestiti nonostante i disastri e la sottrazione di denaro e profitti nascosti in paradisi fiscali. È questo il motivo per cui “ripartire” in Italia e in altri paesi non significa ricominciare a incontrarsi e socializzare ma andare a lavorare per un padrone con il rischio di contrarre il virus. È questo il motivo per cui, nell’immediato ci si può ammassare nelle officine e nei grandi centri commerciali ma a scuola non ci si portà andare chissà per quanto tempo ancora.

È questo il motivo per cui sui giornali e sui media, invece di ringraziare i governi solidali si imbastiscono campagne denigratorie, si straparla di diritti civili presuntamente negati mentre non si fa cenno ai diritti sociali come quello alla salute, platealmente disatteso nel corso di questa epidemia.

In questi mesi abbiamo avuto la possibilità di pensare a molte cose. Tra le altre, a come siamo arrivati in Italia al disastro causato dalla diffusione del Covid-19, a come abbiamo reagito noi e altri paesi. Le scelte che il nostro Governo ha compiuto e quelle che andrà a compiere non ci sono indifferenti. Ma rimane un fatto, non saranno certo le scelte sul MES o sul Recovery found a cambiare un sistema basato sui profitti e sullo strapotere dei padroni, che rimarrà un sistema profondamente ingiusto, in cui gli uomini e le donne saranno trattati in base a criteri che nulla hanno a che vedere con l’umanità ma la contabilità aziendale, in cui salute e diritti saranno, al massimo, effetti secondari di scelte al cui centro staranno altri interessi: quelli dei padroni e dei potenti e non certo i nostri.

Un vaccino per il virus lo si potrà trovare e speriamo che accada presto, ma per il vaccino contro la barbarie capitalista non arriverà nessun aiuto dall’esterno, starà a noi trovarlo, con le nostre lotte, organizzandoci sempre meglio. Il nostro vaccino definitivo infatti sarà un sistema completamente ribaltato, un sistema che alla logica del profitto sostituirà la cooperazione e la fratellanza tra gli oppressi in ogni parte del mondo. Il nostro vaccino sarà il socialismo e sarà per tutti i popoli del mondo.

Collettivo Comunista Genova City Strike

Fonte

11/05/2020

Gran Bretagna - Rischio 100mila morti per il Covid-19. Allarme degli scienziati

La Gran Bretagna corre il rischio di arrivare a 100.000 morti di Covid-19 nel 2020 se le misure anti-coronavirus verranno allentate troppo velocemente. L’allarme è stato lanciato dal Sunday Times nella giornata in cui sono attese le comunicazioni del premier Boris Johnson.

L’inquietante stima emerge da uno studio congiunto della London School of Tropical Hygiene, dell’Imperial College London e di altri istituti inviato ai consulenti scientifici del gruppo consultivo del governo Sage (Scientific Advisory Group for Emergencies).

Secondo il Sunday Times, il rapporto è stato consegnato anche al premier Boris Johnson. Il quadro, è completato dalle indicazioni fornite dagli esperti al governo.

Secondo gli scienziati c’è “un margine minimo di manovra” e un allentamento eccessivo delle misure potrebbe favorire una seconda ondata dell’epidemia in Gran Bretagna, con il rischio di arrivare a 100.000 morti alla fine dell’anno. Secondo gli ultimo dati ufficiali, i decessi per coronavirus sono oltre 31.000, ormai il numero più alto in Europa.

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08/05/2020

Covid-19. Fare più tamponi possibili per evitare i contagi. L’esperienza del Veneto

Perché in Veneto le conseguenze della pandemia non è andata e non sta andando come in Lombardia? Eppure i presupposti c’erano tutti. Ma le cose sono andate e stanno andando diversamente. Una delle risposte è che si è scelto di fare più tamponi e che questa sia la strada anche per affrontare la fase 2.

A spiegarlo è il prof. Andrea Crisanti, direttore del laboratorio di microbiologia e virologia dell’università-azienda ospedaliera di Padova, che ha sperimentato la strategia dei tamponi a tappeto a Vò Euganeo, uno dei primi focolai di coronavirus in Italia e poi ha lavorato per aumentare la capacità di testare in tutto il Veneto, costringendo il governatore Zaia a seguire una strada diversa dai suoi colleghi in Lombardia e Piemonte (e i risultati si sono visti).

Il prof. Crisanti ha lanciato l’appello per i “tamponi di massa”, firmato anche da altri docenti e specialisti italiani aderenti a Lettera 150. Il Veneto con 18.479 casi totali di contagiati ha fatto ad oggi 399.806 tamponi (231.469 casi testati), la Lombardia con 79.369 casi totali ha fatto 439.806 tamponi (262.964 casi testati), il Piemonte con 27.939 casi ha fatto 188.057 tamponi (131.269 casi testati), l’Emilia con 26.379 ha fatto 211.652 tamponi (138.871 casi testati).

Adesso tutti dicono che stanno facendo più tamponi, ma alla fine ancora d tamponi non se ne fanno abbastanza, anzi si perde ancora moltissimo tempo.

Crisanti segnala questa contraddizione spiegando che in Veneto hanno scelto questa strategia già da due mesi attrezzandosi per tempo: “La nostra capacità è il risultato di decisioni prese tempo fa: non è che oggi dici ‘faccio i tamponi’ e domani inizi. Bisogna ordinare i reagenti, bisogna reclutare il personale, sistemare il flusso di informazioni. Non si fa dall’oggi al domani”.

In Veneto hanno deciso di organizzarsi in proprio. Spiega ancora il prof. Crisanti che “Noi fin dall’inizio abbiamo fatto la scelta di non affidarci a dei fornitori ma di fare noi la maggior parte dei reagenti, acquistando le sonde molecolari separate. Tutta una serie di decisioni che poi si sono rivelate vincenti. Perché se io volessi iniziare adesso a fare i tamponi sicuramente avrei difficoltà: dovrei aspettare un paio di mesi che arrivano gli strumenti e dovrei poi fare affidamento sui fornitori per avere i reagenti. E con i fornitori in questo momento è una specie di far west: danno un po’ ad uno e un po’ all’altro, c’è una rincorsa. Quindi chi dipende da fornitori e da sistemi che non sono flessibili in questo momento soffre”.

Il Veneto, dunque, può fare tutti i tamponi che vuole e non dipende da nessuno. “I reagenti – ricorda Crisanti – noi li abbiamo ordinati in grosse quantità tanto tempo fa e sono tutti reagenti che poi abbiamo assembrato noi, noi non compriamo kit, non compriamo sistemi già pronti da fornitori che poi possono essere usati solo con uno strumento”.

E chiarisce che i test si possono realizzare in due modi. Il primo, con sistemi chiusi: compri la macchina da una ditta, metti il campione del paziente in una scatola, premi il bottone, e non devi fare niente perché il fornitore dà tutto il sistema di processamento e dei reagenti. È tutto pronto in una scatola. Non si deve fare niente, solo premere un bottone. C’è un sistema molto più flessibile (seconda modalità) che è quello che usiamo noi, ma richiede anche un po’ di conoscenze e di capacità e soprattutto parte da un presupposto: noi questo tipo di macchina ‘chiusa’ non la utilizziamo perché non ci dà alcun tipo di flessibilità; invece usiamo un cosiddetto sistema aperto: i reagenti li prepariamo noi e così fondamentalmente non dipendiamo da nessuno. Usiamo altri sistemi, diverse macchine che processano diverse fasi della reazione in maniera indipendente, non legate a fornitori particolari. E se un fornitore ci dice domani ‘il kit, il reagente non ce l’ho’, a noi non ce ne importa nulla. Siamo autosufficienti”.

Aggiunge poi che con questa strutturazione “Ci siamo messi a fare i tamponi: siamo passati da poche centinaia a 4000-5000 tamponi a Padova e poi nelle altre province e aziende ospedaliere del Veneto”. Così ora ne fanno ogni giorno migliaia: ieri 8.854, l’altro ieri 7292.

La scelta di fare i tamponi non è ideologica ma pratica e parte dal territorio: “Tutto è partito dallo studio di Vò Euganeo, da quando abbiamo visto quanti asintomatici c’erano a Vò”. Quando si è presentato il primo caso ha ordinato che venissero fatti i tamponi a tutta la popolazione di Vò. “Dopo di che io mi sono reso conto che serviva di più: ho parlato con il presidente della Regione Luca Zaia e gli ho detto che bisognava testare una seconda volta (il secondo giro dopo i primi 14 giorni di quarantena) perché dovevamo capire cosa stava succedendo e una volta sola non bastava. E da lì è nato tutto quanto: la scoperta del 42% degli asintomatici degli infetti, la necessità di fare i tamponi per individuarli e bloccare i contagi. L’evidenza sul campo ha indotto a pianificare una strategia adeguata di risposta: se ci sono gli asintomatici si pone un problema grossissimo perché queste persone come si identificano? L’unico modo che avevamo era quello di fare i tamponi a più gente possibile”.

Per Crisanti quindi è “gigantesco” l’errore di aver sottovalutato all’inizio dell’epidemia il contagio degli asintomatici, perché anche se “è normale non sapere di fronte ad un nuovo virus, ma i dati di Vò erano disponibili a tutti dal 27 febbraio. Sono passati oltre due mesi dalla scoperta fatta a Vò che gli asintomatici vanno scovati lo sappiamo da oltre due mesi”.

Ora siamo entrati nella fase 2, dove il lockdown ha ceduto il passo alle riaperture delle attività e della mobilità e lo stare chiusi in casa non fa più da barriera contro i contagi. Le incognite sono numerose e inquietanti. L’appello in 11 punti lanciato dal prof. Crisanti e da altri specialisti è piuttosto semplice: più si testa prima si blocca la trasmissione del virus. Più tamponi, meno morti. Più tamponi, più possibilità di riaprire e riacquistare libertà, seppure con tutte le adeguate protezioni come le mascherine. Quindi: “Fare tamponi a più gente possibile”.

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23/04/2020

Voler riaprire le scuole “per aiutare le mamme” non è femminista

Sono una docente di scuola superiore.

E la prima cosa che mi viene da urlare in questi giorni è “non sono la tua tata”.

Lo so, è una reazione di pancia, ma credetemi è sfiancante leggere i tanti commenti e i tanti articoli che chiedono la riapertura immediata delle scuole dopo la chiusura a causa dell’emergenza coronavirus, perché altrimenti “le mamme dovranno lasciare il lavoro”, “le famiglie non sapranno come fare”.

La funzione principale della scuola, però, non è quella di badare ai figli degli altri mentre i genitori sono a lavoro, ma è quella di educare e formare le cittadine e i cittadini del futuro, nella conoscenza e nel rispetto della nostra Costituzione.

Siamo professioniste e professionisti che devono garantire il diritto all’istruzione e alla formazione delle persone, non siamo una forma di welfare per le famiglie (anche se spesso, impropriamente, svolgiamo anche questa funzione).

Io amo il mio lavoro.

Dal giorno uno della chiusura, io e migliaia di altre/i docenti ci siamo arrangiati in tutti i modi e coi nostri mezzi per continuare il percorso educativo delle e degli studenti, spesso lavorando ben oltre le 36 ore settimanali, rimanendo reperibili in qualsiasi orario, cercando strategie nuove, preoccupandoci di raggiungere anche gli studenti in maggior difficoltà. Ci hanno gettato addosso la didattica a distanza e la maggior parte (la grande maggioranza) di noi ha fatto e continua a fare del suo meglio.

E credo che tutte e tutti non vediamo l’ora, allo stesso tempo, di tornare in classe, di ricominciare un rapporto in presenza, perché sappiamo bene che la didattica a distanza non può essere un nuovo modo di fare scuola (può al massimo affiancarla), sappiamo che aumenta le differenze di classe e che va a detrimento delle e degli studenti più in difficoltà. Sappiamo che attraverso uno schermo parte del nostro lavoro, quello che consiste nel creare una comunità di apprendimento, non è realizzabile.

Proprio per tutto questo, vedere ridotta la nostra funzione a quella di mero babysitteraggio di Stato è svilente.

Intendiamoci, capisco la preoccupazione, la disperazione e la rabbia di molte famiglie. Anche se figli non ne ho, questo non mi impedisce (come invece qualcuno sembrerebbe pensare) di essere empatica. Capisco che, non solo la mancanza di una prospettiva da parte dello Stato per maggio e giugno sia spaventosa, ma il fatto che non vi siano certezze, che non vi sia un piano d’azione concreto per settembre, sia drammatico.

Lo è per studenti e famiglie, ma lo è anche per noi che a scuola lavoriamo (lo è ancora di più per chi è precario).

Per questo dico ai genitori e a chi ne fa le veci che state sbagliando obiettivo.

Riaprire la scuola come se nulla fosse può essere il boomerang che riaccende l’epidemia. Si scrive che le persone giovani sono quasi immuni (ne siamo sicuri? Non è che in Italia si sono salvati perché diligentemente, e questo fa loro molto onore, sono state le prime persone a starsene in casa?), ma non significa che non possano contribuire a diffondere il virus, a riportarlo nelle case, ad attaccarlo alle persone adulte che nelle scuole ci lavorano. Significa costringere molte e molti studenti a prendere i mezzi pubblici, a stare in aule dove le distanze di sicurezza minime sono pura fantascienza.

Si fa un gran parlare di quello che fanno all’estero, dove, però, (penso alla Danimarca) la situazione della scuola è radicalmente diversa. Siamo uno dei paesi che investe meno nella scuola. Il che significa meno personale, edifici spesso fatiscenti e inadeguati, una cronica mancanza di spazio (le famigerate classi pollaio), strutture senza neppure un cortile o una palestra adeguata, dotazioni tecnologiche non sufficienti se non inesistenti.

Quello che dobbiamo chiedere, tutte e tutti, è un piano serio per tornare in tutta sicurezza a settembre, anche se il virus non fosse sparito. È la certezza che si faccia di tutto per garantire il diritto allo studio. Che si investa nell’edilizia scolastica, nell’assunzione di personale, nella dotazione didattica e tecnologia delle scuole (di tutte le scuole, in tutti i territori dello Stato).

Che ci dotino di spazi adeguati per rispettare il distanziamento sociale (anche con la turnazione), magari ci permetta di utilizzare spazi all’aperto almeno per alcune ore al giorno. Che si assuma il personale che manca, per garantire lo studio in gruppi più piccoli e più funzionali a un reale coinvolgimento di tutte e tutti nell’apprendimento, che possa aiutare anche le e gli studenti con bisogni educativi speciali. Che possa permettere alla scuola di diminuire, se non azzerare, le differenze tra le figlie e i figlie di chi ha tanto e di chi ha poco o niente.

E che nel frattempo sia lo Stato a prendersi carico dei disagi delle famiglie, che a parole dice di porre sempre al centro della propria politica. Non bastano 600 euro una tantum e un congedo parentale di quindici giorni con stipendio ridotto. Si permetta ai genitori di lavorare da casa, si permetta a quelli che non possono di usufruire di un congedo parentale con retribuzione al 100% equamente diviso tra i genitori, un congedo che non sia un modo per tenere fuori dal lavoro le donne.

Dicono che la chiusura delle scuole è una misura “antifemminista”.

Io penso che si indichi la Luna e si guardi il dito: se il peso del lavoro di cura ricade sulle donne, non è certo colpa della scuola (composta anche questa, in maggioranza, da donne, a riprova del fatto che è considerata più un’appendice del lavoro materno che un’istituzione volta a garantire un diritto), ma di una società patriarcale che non ha mai veramente cambiato mentalità.

Smettiamola con la logica della guerra tra poveri, tra genitori e personale scolastico, e cominciamo a pretendere che sia chi governa a dare risposte adeguate alle cittadine e ai cittadini.

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22/04/2020

I ricatti di Confindustria

In questo periodo la nostra attenzione è rivolta principalmente a notizie dai toni drammatici per l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo, e così potrebbero sfuggirci quelle apparentemente insignificanti ma che nascondono, tuttavia, messaggi davvero miserabili. Rientra in questa seconda categoria una recente intervista a un oscuro rappresentante del padronato, tale Luciano Vescovi (presidente di Confindustria Vicenza), che strepita per richiedere l’apertura delle fabbriche il prima possibile. Dietro quella maschera di ingannevole buonsenso, le dichiarazioni di Vescovi dimostrano in maniera plastica come funziona il ricatto del debito e come questa arma venga usata dai padroni.

Sbandierando inizialmente promesse di totale sicurezza, quando gli si fa notare che al Nord vi è la stragrande maggioranza dei contagi, la risposta di Vescovi prende completamente un altro binario: “Le imprese concentrate nel Nord sono quelle che tengono in piedi l’Italia”. A fargli da eco, Marcella Panucci, direttore generale di Confindustria (toh, che coincidenza!), dichiara sul sito di Fondazione Leonardo – Civiltà delle Macchine: “Una cosa è la salute, un altro fatto importante è però il benessere. Il diritto alla salute va chiaramente tutelato, ma c’è anche il lavoro che è a fondamento della Repubblica. Il lavoro senza salute non è possibile, ma non c’è salute senza lavoro“.

Quindi, in realtà, la salute e la sicurezza dei lavoratori non sono poi così importanti. Di cosa vogliamo stupirci? Anche in condizioni “normali”, registriamo più di 3 morti sul lavoro al giorno in Italia, senza che ciò disturbi minimamente il sonno dei padroni.

Il motivo dunque della riapertura ha esclusivamente carattere economico. Ma qui c’è tutta la capacità degli omini grigi, al soldo della classe dominante, di presentare tale richiesta come un qualcosa di necessario per il Paese, un qualcosa di cui tutti in realtà avremmo bisogno. Perché, dice Vescovi, “le casse dello Stato sono vuote: siamo indebitati al 140%, tra un po’ potrebbero non esserci persino i soldi per pagare i dipendenti pubblici e le pensioni“. La coperta è corta. Se tu, Stato, vuoi pagare la cassa integrazione ai lavoratori – che altrimenti si ritroverebbero senza uno stipendio perché le imprese li avrebbero già licenziati – finirai presto i soldi e non potrai pagare le pensioni o gli stipendi degli stessi dipendenti pubblici. E non puoi pensare di poterti indebitare ulteriormente, il debito è già “troppo alto”, non ci provare. Ammettilo, Stato, che non puoi pensare di tutelare gli interessi di tutti i lavoratori. Lascia che ci pensi qualcun altro.

E qui arrivano in soccorso i padroni, veri eroi della patria, con un accorato appello: visto che lo Stato non può pagare la cassa integrazione, almeno lasci che le imprese ricomincino a produrre, e di conseguenza che i lavoratori tornino a lavorare così che possano percepire un regolare stipendio senza gravare sui conti pubblici. Ci vorrebbero far credere che, in fondo, ci stanno aiutando, facendo la carità ai lavoratori e togliendo un peso allo Stato. Quindi, i padroni vorrebbero riaprire le imprese non per i loro interessi privati, bensì per un obiettivo più elevato. Ecco qui che i padroni diventano i datori di lavoro, i lupi diventano agnelli. Subdoli.

Tutto ciò, altro non è che il solito vergognoso tentativo di nascondere il semplice desiderio di arricchirsi, laddove arricchirsi all’interno del capitalismo significa sfruttare, non solo i lavoratori, vergognandosi di presentarlo come tale. d i padroni lo fanno reiterando la solita menzogna del “siamo tutti sulla stessa barca e ci salviamo tutti insieme”, la stessa falsa dialettica con cui, da secoli, ingannano le classi subalterne.

Dietro dunque le apparenti preoccupazioni di Vescovi per le sorti delle casse pubbliche, c’è una minaccia bella e buona per disciplinare lo Stato e gli stessi lavoratori. Rileggendole con le lenti della lotta di classe, quelle stesse parole ora assumono un significato diverso: per la classe padronale, lo Stato non deve più di tanto intromettersi nell’economia, e qualora volesse provarci finirebbe molto male.

Così, se lo Stato non può intervenire nell’economia, il capitale scorrazza libero e felice nel “mercato del lavoro”. Senza le adeguate tutele, i lavoratori sono vulnerabili e devono arrendersi ai desideri dei loro padroni. E se anche ci fosse il rischio di morire, non importa. Che se poi gli operai muoiono, vanno in Paradiso: “un pezzo, un culo” ripeteva come un mantra Lulù, mentre lavorava a ritmi incessanti. Chiosa, infatti, Vescovi sulla riapertura delle librerie: “non è il momento di pensare ancora alla vita sociale”, sottintendendo così una visione aberrante della vita del lavoratore fatta di casa-lavoro-casa con la totale privazione della dimensione sociale, come se andare a lavorare non fosse un rischio mentre uscire per altri motivi, magari con le dovute precauzioni, lo dovesse essere per forza.

Dall’intervista di Vescovi si capisce bene come la visione liberale di uno Stato minimo o “guardiano notturno” sia funzionale alla tutela degli interessi dei capitalisti. Nel contesto europeo lo Stato minimo a tutela del profitto si struttura in modo automatico dentro i vincoli tracciati dai trattati che bandiscono di fatto la possibilità degli Stati membri di adottare politiche fiscali espansive dotate della sufficiente intensità per la tutela di obiettivi occupazionali e di fornitura di servizi pubblici ai cittadini. Del resto, lo stiamo vedendo con chiarezza nelle condizioni di estrema emergenza di questi mesi: la linea perseguita dell’UE è sempre la stessa, quella di limitare drasticamente l’intervento dello Stato nell’economia con piccole concessioni ben dosate ed in seguito pagate ad un elevatissimo prezzo in termini di prosecuzione e intensificazione dell’austerità negli anni futuri.

Dunque, i lavoratori sono stretti nella morsa di una vera e propria tenaglia. Da un lato i padroni che si preoccupano solo di arricchirsi sempre più, dall’altro l’architettura istituzionale dell’Unione Europea, che arma la mano del Vescovi di turno fornendo sostanza e peso alla sua farneticazione, perché altro non è che una farneticazione. La minaccia di un debito pubblico troppo elevato rimarrebbe un semplice esercizio di retorica liberista se non fosse per le conseguenze reali che un Paese membro dell’UE è costretto a subire. Un meccanismo perfettamente oliato che mette alle corde un Paese. Perché quando un Paese si trova al di fuori dei parametri di Maastricht, la BCE ha la facoltà di lasciarlo in balia dei mercati finanziari, sotto la minaccia dello spread, permettendo speculazioni enormi che portano i tassi d’interesse dei titoli pubblici a livelli insostenibili che di fatto mette in crisi l’intero sistema Paese (come nel caso esemplare della Grecia). Questo è il ricatto del debito esercitato dall’Unione Europea, un’arma potentissima nelle mani dei padroni come ci dimostra l’intervista di Vescovi.

Se vogliamo uscire da queste logiche, dobbiamo ribaltare la prospettiva attraverso cui vedere il debito pubblico, andare oltre il mito per cui le risorse sono finite e che non ci sono i soldi. Questi argomenti, come abbiamo visto, rappresentano la retorica della classe dominante perché trasforma questioni politiche in presunti stati di necessità. Invece, lo Stato può e deve intervenire nell’economia, non solo per fermare le crisi economiche, ma per perseguire obiettivi di piena e buona occupazione, per garantire adeguati ammortizzatori sociali e tutele sulla salute e sicurezza dei lavoratori.

Né la voce di Confindustria né quella della Commissione Europea riflettono gli interessi della collettività. Proteggiamo i lavoratori e i cittadini tutti adottando strategie che non siano condizionate né dai vincoli del profitto degli industriali e delle banche, né dai vincoli di finanza pubblica della Commissione Europea che si sposano con i primi in un matrimonio perfetto che soffoca la vita materiale della stragrande maggioranza delle persone.

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19/04/2020

I malati oncologici ai tempi del coronavirus

Una bomba esplosa all’improvviso, senza che quasi nessuno abbia avuto un’idea rapida ed efficace per gestire la situazione. Questo è stata l’epidemia di coronavirus in Italia: una sorpresa colpevolmente inattesa, perché quello che stava succedendo in Cina era evidente, e chi amministra la cosa pubblica, sopratutto la sanità, deve sopratutto essere in grado di prevedere.

Il governo e le amministrazioni regionali hanno commesso una serie di errori gravi, che all’inizio sono stati annacquati con la retorica dell’“andrà tutto bene” e la narrazione degli “eroi”. Ma è vero, un popolo che ha bisogno di eroi è un popolo sfortunato, e la dimostrazione l’abbiamo tutti sotto gli occhi.

Quello che emerge è che l’impatto del coronavirus in Italia è stato gestito male, tardi e senza prospettiva. Ci sono migliaia di morti che probabilmente potevano essere evitati: ma non solo.

Le ricadute di quello che non è stato fatto, o di quello che è stato fatto (vedi aziende lasciate criminalmente aperte) impattano su tutti, a partire dai più fragili. Un esempio pratico è quello del destino dei malati oncologici che si sono trovati di fronte ospedali ed ambulatori spesso nel caos più totale. E per un malato oncologico, un ambulatorio chiuso può rappresentare la differenza tra la vita e la morte.

L’Associazione Codice Viola, che si occupa di tumori al pancreas, preso atto della situazione ha deciso di proporre un sondaggio, aperto anche ai malati di altre patologie oncologiche. Il risultato – rilanciato anche da importanti testate di stampa estera – è sconfortante: il 36% del campione che ha risposto al sondaggio si è visto cancellare la prima visita, un complessivo 19% si è visto cancellare le terapie.

Parliamo di chemioterapie e radioterapie: alcune rimandate di qualche giorno, altre rinviate a data da destinarsi, altre ancora addirittura cancellate. Il 50% delle visite di controllo, poi, ha subito ritardi: i più fortunati se la sono vista rinviare di pochi giorni, tanti “a data da destinarsi”, i più sfortunati hanno visto il controllo cancellato per “impossibilità di avere in tempo esami diagnostici”. E a proposito di diagnostica, il 36% complessivo degli appuntamenti è saltato: o rinviato o annullato.

Il dato peggiore riguarda gli interventi chirurgici: il 62% è stato rinviato a data da destinarsi. Stiamo parlando, è utile ripeterlo, di pazienti oncologici: persone per cui il tempo è un elemento centrale. Avere una diagnosi prima o dopo, subire un intervento prima o dopo può fare la differenza tra la vita e la morte.

Abbiamo raccolto alcune testimonianze, che riassumiamo in poche battute: “Sento dire sempre ‘faremo, ora faremo, ora faremo’. Ma la situazione è di una urgenza indifferibile, bisogna risolvere questo problema subito”, ci ha raccontato Alessandra Capone, una paziente che ha deciso di metterci la faccia e raccontare il problema: “Raccolgo testimonianze allucinanti, storie drammatiche. I pazienti oncologici stanno diventando veramente l’ultima ruota del carro”.

Dura anche Francesca Pesce, dell’associazione Codice Viola: “A regime, il sistema delle cure oncologiche già opera sotto stress. Spesso prossimo al limite della sua capacità. Non è in grado di far fronte facilmente alle emergenze”, spiega.

“I problemi emersi durante questo periodo di dura crisi richiedono subito soluzioni percorribili ed efficaci, non vuote parole di comodo, perché il prossimo autunno i problemi si ripresenteranno e in forma più acuta”.

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Pedagogia della distanza. L’emergenza educativa

Sono tre i volti con cui si è palesato, in Italia, il processo di adozione sistematica della didattica a distanza nel contesto scolastico:

1) obbligo morale e pedagogico, resosi evidente al primo manifestarsi dell’emergenza sanitaria;

2) questione metodologica e organizzativa, nella fase attuale, quando è ormai chiaro che le scuole non torneranno ad accogliere gli studenti prima dell’autunno prossimo;

3) complesso tema politico, da sviluppare adeguatamente quando il sequestro emozionale, che ha travolto i principali protagonisti dell’attuale dibattito pseudo-pedagogico, avrà restituito la lucidità necessaria per ponderare situazioni nuove e di difficile lettura.

1. L’emergenza educativa

Il fenomeno Covid-19 è globale, colpisce tutti. Ma in qualche luogo sta picchiando più duramente che altrove. Ad esempio in Italia. Le nostre consolidate strutture sociali sono state e sono tuttora travolte da eventi drammatici, tali da decimare interi gruppi familiari, da lasciar precipitare molti esseri umani nell’angoscia della morte o della solitudine, alimentando sentimenti di disperazione per fallimenti economici o frustrazioni legate a progetti appena avviati e già dissolti.

Una cultura popolare surrettiziamente illusa dall’infinita possibilità di perpetuare condizioni di benessere, narcisismo, salute e giovinezza (nonostante il costante richiamo al risveglio da parte delle condizioni reali), si crogiolava nella convinzione della facile sconfitta del negativo.

Occultato e respinto, nella forma di pericolo da allontanare dai nostri confini, o di incidenti agevolmente arginabili dalla tecno-scienza, quel negativo ha sorpreso tutti, esibendo la propria presenza attraverso l’erosione dei nostri corpi.

In una sola volta, il flusso informativo si è piegato al virus. Programmi di informazione e intrattenimento hanno istintivamente messo in campo una strategia collaudata dal sistema: inglobare per neutralizzare.

Ma in questo caso la tattica funziona solo a metà: la ridefinizione immediata della comunicazione pubblicitaria e informativa non può nulla contro il Covid-19, sebbene possa ben gestire e monitorare quel che forse più conta, cioè la lettura sociale ed emozionale del fatto biologico, entro il dato sociologico.

E allora teniamo sempre presente, in questo quadro, che l’intero immaginario collettivo è stato mobilitato per una reazione comune al virus, per generare una risposta comportamentale adeguata. Si è generato un clima, ed è un clima forse necessario. Ma che pure va compreso, perché è diventato il nuovo mondo, l’orizzonte attuale in cui ci stiamo muovendo e – ci piaccia o meno – ci costringe a prenderne atto.

Medici e infermieri, volontari della protezione civile e tante altre figure professionali obbligate dalle circostanze a svolgere il proprio servizio in situazioni di rischio, hanno pagato e stanno pagando un prezzo molto alto. Ma gran parte di essi non si è tirata indietro. In tutto il mondo ricevono per questo un dovuto plauso e riconoscimento.

Al resto della popolazione è stato chiesto invece di rimanere in isolamento, per scongiurare il contagio. Chi può, lavora da casa, grazie a quanto concesso dalle tecnologie digitali.

Ma in quel “resto”, si badi bene, ci sono anche bambini e adolescenti, del cui tempo vissuto in isolamento, mi pare si sia parlato ancora troppo poco. Nelle prime due settimane di marzo nessuno era in grado di prevedere con adeguata certezza la durata delle misure di contenimento. Ma una cosa è stata subito chiara: non sarebbe stata una breve parentesi. Purtroppo.

Se c’è una cosa che gli insegnanti colgono intuitivamente, e che forse sfugge agli intellettuali estranei alla quotidiana prossimità con i minori, è il grave rischio emotivo, cognitivo e sociale, a cui sono stati improvvisamente esposti tutti i bambini e i ragazzi, con l’interruzione della frequenza scolastica. Tutti, non soltanto i cosiddetti “marginali”, ma anche i più motivati e i più abbienti.

Perché l’isolamento in famiglia, non preparato, in congiunture critiche, e per giunta in concomitanza con una fase di crescita e maturazione personale, è sempre traumatico, e lo è per chiunque, a prescindere dall’estrazione sociale.

Naturalmente, però, nei casi di svantaggio sociale medio o acuto, l’improvvisa interruzione della frequenza scolastica può scatenare effetti molto gravi sul percorso formativo dello studente. E tale consapevolezza è stata amplificata dal fondato sospetto, coltivato da numerosi osservatori fin dai primi giorni, che la sospensione della frequenza non sarebbe stata breve (oggi possiamo calcolare un arco temporale minimo di almeno sei mesi senza scuola in presenza – da marzo a settembre – ed è una stima ottimistica).

Cominciarono a imporsi le prime domande: che fare? Rischiare che migliaia di bambini e adolescenti trascorressero intere giornate a soffrire le frustrazioni degli adulti? Che si adeguassero a un nocivo alternarsi di sonno, TikTok e Playstation?

Certamente non sarebbe stato questo il precipitato empirico del loro tempo liberato, non in tutte le case, almeno. In qualche appartamento i genitori avrebbero compreso subito che i propri figli, privati dell’impegno scolastico, avrebbero rischiato un analfabetismo di ritorno, con tutte le implicazioni motivazionali che ne derivano.

Questi genitori avrebbero certamente fatto uno sforzo personale – nonostante gli impegni legati allo smart-working o alle preoccupazioni per i propri anziani – per accompagnare i figli nella lettura, in laboratori creativi in cucina o in garage; avrebbero insegnato loro una lingua straniera o l’uso di un’applicazione digitale.

Ma, onestamente, in quante famiglie ciò sarebbe stato realmente possibile? Certamente non in quelle nelle quali i genitori sono costretti a recarsi al lavoro, nonostante il lockdown, né in quelle con prole numerosa ed eterogeneità anagrafica, né in quei territori devastati dal lutto o dalla disoccupazione.

Probabilmente, nulla di tutto ciò sarebbe potuto accadere con genitori a loro volta privi dell’adeguato livello di istruzione, per condurre i propri figli in attività formative adeguate ai livelli raggiunti nei diversi percorsi scolastici.

La questione del digital divide, è pregnante, e ci torneremo prossimamente, anche perché i dati ISTAT agitati a destra e sinistra per denunciare le inadempienze del governo vanno interrogati con maggiore cautela. Non scopriamo ora le differenze di classe nel nostro Paese, che erano già sufficientemente evidenti nel diverso accompagnamento allo studio che caratterizzava le ore della giornata non trascorse tra i banchi.

Una sola cosa poteva risultare evidente a gran parte degli insegnanti, fin dal 5 marzo: in qualche modo bisognava partire. Anzi: continuare. E là dove la connessione era debole e i mezzi scarsi si è lavorato con i libri, con il telefono, con il registro elettronico. Certamente qualcosa si è mosso, nello sforzo di raggiungere tutti. Un collega di Trento mi ha raccontato la perizia con cui ha spontaneamente trascorso intere giornate al telefono per rincorrere ogni singolo allievo, con tutte le difficoltà incontrate in casi di nomadismo o di recente immigrazione.

Ed è stata proprio questa coscienza democratica, fondata su un forte sentimento del valore attribuito alla scuola dalla nostra Costituzione, che ha spinto centinaia di migliaia di insegnanti ad auto-organizzarsi, senza attendere il Ministero o i propri dirigenti scolastici (in certi casi propositivi, talvolta iper-ansiosi, talaltra evanescenti), hanno cercato di mantenere aperti dei canali di comunicazione e lavoro con i propri allievi.

Eh sì, comunicazione senz’altro, ma anche lavoro, perché la cultura e la formazione vanno avanti persino sotto i bombardamenti. Gli insegnanti coltivano relazioni comunicative forti con i propri studenti, ma possono e devono farlo solo attraverso la formula dell’insegnamento; ogni altro tipo di posizione comunicativa è fuori luogo, inappropriata, non legittima.

Dopo neanche dieci giorni dalla sospensione delle attività didattiche, in Rete e sulle chat ha cominciato a circolare un’esortazione di Daniela Lucangeli, autorevole docente di Psicologia dell’Educazione e dello Sviluppo dell’Università di Padova, con vibratissime raccomandazioni (non è chiaro chi fosse esattamente il destinatario di tali premure, se non un ormai desueto e insopportabile stereotipo di docente): “Gli insegnanti smettano di trattare gli alunni come contenitori vuoti da riempire con schede, compiti, messaggi e materiali fino tarda sera. Anziché affannarsi e consumarsi nella ricerca di piattaforme e slide dagli effetti strabilianti, tornino a concentrarsi sulla loro funzione primaria che è quella di aiutare, sostenere e accompagnare i bambini e i ragazzi nel loro percorso di sviluppo personale”.

Quel “tornino a concentrarsi” sembra presupporre, sulla base di solidi dati scientifici a me non noti, che attualmente gli insegnanti, per pigrizia o ignoranza, si siano allontanati dalla loro “funzione primaria”.

Poco oltre si ammorbidisce il tono, ricorrendo a un dolce richiamo: “in ogni istante della vostra azione educativa voi state lasciando un segno in una persona che sta costruendo non soltanto un bagaglio di nozioni e procedure, ma il proprio sé, la propria intelligenza, la struttura del suo pensiero, l’organizzazione del suo sentire e la percezione del proprio talento”.

Si potrebbe indugiare in una lunga ermeneutica di questa affermazione, ma è sempre bene ricordare – a scanso di equivoci – che gli insegnanti devono certamente avere competenze in psicologia, ma non sono e non devono pretendere di essere psicologi. E attenzione! Vale anche la reciproca.

Nell’immediato, comprensibilmente e prevedibilmente, alcune reazioni mi sono parse prive di compostezza. L’entusiasmo dimostrato dall’ANP (l’associazione nazionale dei dirigenti scolastici) nelle conclusioni di un suo comunicato, e da alcuni gruppi di docenti-formatori da anni impegnati nel progetto di colonizzazione digitale del processo educativo, con una discutibile scelta di stile, visto il quadro tragico in cui la didattica a distanza si è resa necessaria, hanno iniziato a sfregarsi le mani nell’auspicio di una scuola che “finalmente” avrebbe imboccato la strada del cambiamento.

Non meno incauta, tuttavia, è stata la reazione di quanti hanno insistito, con un tempismo probabilmente impreciso – vista la drammaticità del momento – sulla non-obbligatorietà (per gli studenti, come per gli insegnanti) della prosecuzione di attività scolastiche a distanza.

In tal caso sono state alimentate preoccupazioni in merito alla tutela della privacy, condite con echi di luddismo, nell’idea reiterata di un rischio di sostituzione del lavoro umano con la fredda mediazione della macchina, al servizio delle potenti multinazionali e dei grandi gruppi editoriali.

Per carità, sono rischi che esistono, e anche quelle sulla privacy sono preoccupazioni fondate. Se ne dovrà tenere conto e bisognerà farsi trovare pronti. Ma prima di reagire con veemenza, data la particolarità del momento, occorreva forse maggiore cautela nei toni e nell’approccio.

Quindi, la reazione congiunta e anticipatrice di gran parte degli insegnanti ha dimostrato l’esistenza di una sensibilità che molti supponevano scomparsa. Alcuni giornali ne hanno disegnato la caricatura, stigmatizzando la mediocre ansia da completamento del programma dei docenti italiani (senza sapere che l’istituto del “programma ministeriale” è stato superato da anni).

E invece no. Senso dello Stato e della comunità, bisogno interiore di contribuire allo sforzo collettivo in un momento di inciampo, sensibilità pedagogica e orgoglio professionale, hanno fatto sì che una massa imponente di dipendenti dello Stato, spesso ridicolizzati dalle cronache, senza attendere indicazioni precise (che poi, come tali, non sono mai arrivate) hanno iniziato a lavorare in modo nuovo, facendo squadra attraverso improvvisati team di lavoro su WhatsApp, formandosi reciprocamente sulle tecnologie digitali e certamente commettendo alcuni errori iniziali, talvolta sovraccaricando di oneri didattici le famiglie o gestendo in modo maldestro le piattaforme Web. Ma la reazione c’è stata.

Facile osservare che gli insegnanti sono pagati per insegnare, e hanno fatto solo il loro dovere. Vero e non vero. Nel comune risentimento di parte della società e anche di alcuni settori interni al mondo della scuola nei confronti dell’invidiabile posizione di libertà intellettuale di cui ancora godono i docenti, si è pensato di accomunare la funzione educativa a una qualsiasi forma di smart-working.

Tuttavia, come ha correttamente osservato Anna Angelucci, in un suo approfondimento pubblicato su Roars, in nessun modo è possibile ricondurre la funzione docente alla figura contrattuale del lavoro agile, né per ragioni semantiche, né giuridiche.

Si deve sottolineare che se la macchina educativa si è mossa, è stato fatto senza adeguati mezzi, senza una specifica formazione, senza alcun tipo di tutela o cornice giuridica sulla correttezza di ciò che ci si predisponeva a fare. E senza indicazioni chiare, questo è evidente anche a un cieco.

Un rischio che, con in mano un decreto di “sospensione delle attività didattiche”, non è così naturale assumersi, soprattutto quando si ha a che fare con dei minori. Ma la macchina è partita, e salvo qualche contraccolpo, sta procedendo discretamente.

La didattica a distanza in Italia è dunque diventata fenomeno di massa in circostanze avverse, e non è stata scelta per intrinseche qualità metodologiche. Non è stata affatto una scelta. La didattica a distanza è stata avviata sulla spinta di una forte consapevolezza pedagogica, sollecitata dall’emergenza sanitaria. Quella educativa possiamo definirla un’emergenza di secondo grado, sopravvenuta in conseguenza della prima.

Ma la “scuola senza la scuola”, è ancora tutta da strutturare. Finora abbiamo improvvisato; adesso è il momento di studiare (senza riciclare format pensati per altri contesti e altri momenti), di creare e soprattutto è il momento di normare.

Siamo entrati in una seconda fase, anche grazie a quell’impulso iniziale, e ci siamo entrati con una maggiore dose di consapevolezza, quanto mai necessaria per una corretta messa a punto dei diritti, delle regole e delle finalità di ciò che stiamo facendo, dal momento che il dato cruciale si è ormai quasi consolidato: per quest’anno la scuola – quella in presenza – è finita.

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16/04/2020

Altro che lockdown: più della metà degli italiani al lavoro

Il lockdown non ha fermato oltre la metà degli italiani. Secondo l’Istat il 55,7% dei lavoratori continua a recarsi in ufficio o in fabbrica. È quanto emerge dall’analisi effettuata dall’Istituto a fine marzo. Analizzando le attività economiche dell’industria e dei servizi privati “sospese” e “attive”, sulla base del calcolo di addetti per ciascun settore, l’Istat ha rilevato una forte divisione territoriale. Le restrizioni prese per contenere la diffusione del Coronavirus hanno, infatti, bloccato più i lavoratori al Nord che al Sud.

In molte Regioni del Mezzogiorno – come Basilicata, Sicilia e Calabria – oltre la metà dei comuni fanno registrare una quota di persone al lavoro superiore al valore medio nazionale.

Il numero dei lavoratori che sono andati a lavorare nonostante il lockdown aumenta nelle grandi città. Ad essere sopra la media nazionale sono Genova (69,6%), Bari (68,7%), Roma (68,5%), Ancona (68,4%), Trento (68,3%), Bologna (67,7%), Milano (67,1%) e Palermo (66,6%).

Colpiscono però, e soprattutto, i dati rilevati per alcune delle aree più colpite dal Coronavirus, come Lodi (73,1%) e Crema (69,2%).

E che la “chiusura” raccontata sia più rappresentata che reale, lo indica anche un altro dato: in una audizione in Parlamento, due dirigenti della Banca d’Italia hanno riferito che a causa dell’emergenza coronavirus nel mese di marzo la produzione industriale italiana è da ritenersi diminuita del 15%. Dieci giorni fa il Centro Studi Confindustria aveva previsto una riduzione del 16,6%.

Ma il dato confermato dalla Banca d’Italia può anche essere letto al contrario, ed il messaggio che lancia è chiaro. Per l’85% a marzo la produzione c’è stata eccome, nonostante i blocchi e le misure restrittive, che a questo punto sembrano essere validi e obbligatori solo per le famiglie, i bambini, gli anziani e chi ha perso o a visto sospendere la propria attività lavorativa.

Come si dice, la Confindustria ancora una volta è ricorsa al comodo sistema del “chiagni e fotti”.

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Alla luce di questi dati, il gioco di sponda di tutta la politica italiana nei confronti degli inutili provvedimenti anti-crisi presi in sede UE, acquista un suo senso, per quanto perverso.
La borghesia stracciona italiana, infatti, fa in "casa propria" quello che la borghesia tedesca fa da 20 anni su scala continentale: seleziona se stessa e prosegue nell'opera di purga infinita dei lavoratori.

13/04/2020

Altri 38 medici cubani contro la Covid-19, a Torino

Come è stato reso noto dal Ministero della Salute Pubblica della Repubblica di Cuba, all’Avana, è stata organizzata una seconda squadra medica per rinforzare il sostegno di Cuba agli sforzi per contenere la #COVID19 in Italia. La data di arrivo all’aeroporto di Torino-Caselle è stata fissata per la mattina di lunedì 13 aprile 2020.

Questa nuova azione di collaborazione cubana con l’Italia, sulla quale la Regione Piemonte ha diffuso un comunicato stampa lo scorso 11 aprile, risponde a una richiesta del presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, sulla base dell’esperienza positiva del gruppo di medici e infermieri cubani che dal 22 marzo si trova a lavorare insieme ai propri omologhi italiani presso l’ospedale temporaneo di Crema, Regione Lombardia.

La richiesta del presidente piemontese può contare sul sostegno del ministro italiano della Salute Roberto Speranza, della città di Torino e del suo sindaco Chiara Appendino, dell’Agenzia di Scambio Culturale ed Economico con Cuba (AICEC), nonché della fondazione Specchio dei Tempi, dell’impresa Lavazza e della Croce Rossa Italiana, tra le altre istituzioni, associazioni ed enti piemontesi.

Le autorità competenti del Piemonte hanno deciso di far lavorare la squadra medica cubana nell’area sanitaria dedicata alla #COVID19, allestita nel complesso delle OGR (ex Officine Grandi Riparazioni) di Torino, capoluogo regionale.

Il gruppo è composto da 38 professionisti (21 medici, 16 infermieri e un coordinatore logistico) che fanno parte della squadra medica di azione internazionale “Henry Reeve”, con un’alta formazione ed esperienza in aiuti solidali dinanzi a situazioni di emergenza per catastrofi ed epidemie. Si uniranno e appoggeranno il personale sanitario italiano, il quale sta dando in questo periodo dimostrazioni straordinarie di dedizione professionale. Il personale cubano opererà secondo i protocolli stabiliti dalle autorità sanitarie italiane per affrontare la #COVID19.

Nonostante stia affrontando la propria sfida nel contenimento della #COVID19 sul territorio nazionale, Cuba considera indispensabile contribuire al necessario incremento della solidarietà, della collaborazione internazionale e degli sforzi congiunti a livello globale per risolvere nel minor tempo possibile la sfida enorme che questa pandemia impone. La solidarietà salva vite.

Con questa convinzione e formati a Cuba con principi umanisti e di bene comune, i medici e gli infermieri che compongono questa seconda squadra medica cubana che arriva in Italia a sostegno dell’emergenza, sono disponibili a rimanere in Piemonte per tutto il tempo in cui le autorità che lo hanno richiesto, considerino utile il loro servizio nel mezzo dell’attuale contingenza sanitaria.

Lo scorso 12 marzo, in un’altra nota informativa, avevo espresso che, con i tempi che corrono, la comprensione e la sensibilità devono prevalere su qualsiasi altra ragione.

La sfida è dell’umanità tutta senza distinzioni. Si tratta di una battaglia per la salute umana che dobbiamo affrontare tutti insieme. Con modestia, Cuba offre il merito, il valore altruista e le capacità dimostrate del suo personale sanitario.

Offriamo quello che possiamo e abbiamo, non ciò che ci avanza. Questa è l’essenza della solidarietà internazionale. Fare è il miglior modo di dire, questo ci ha insegnato José Martí.

Solo la gratitudine può retribuire la solidarietà umana.

Domenica, 12 aprile 2020

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09/04/2020

Cosa fa Emergency? E’ in prima linea contro il virus

Nelle scorse settimane, in piena pandemia, nei social venivano postati contenuti molto provocatori, alimentati dalla propaganda mediatica vicina alla destra più becera, in cui si chiedeva cosa stesse facendo Emergency di fronte al dilagare dell’epidemia di coronavirus in Italia.

Lo scorso 29 marzo nello studio di “Che tempo che fa”, Fabio Fazio riportava tale domanda al fondatore della Ong, Gino Strada, che rispondeva in modo lapidario: “in questo momento c’è chi fa e c’è chi parla, chi fa cerca di aiutare, chi parla molto spesso parla a sproposito, specie se è un giornalista e se vuol sapere cosa fa Emergency, basta fare una telefonata, chiedere, o digitare e andare su internet. Mi sembra ci sia in atto una campagna di odio contro le Ong.“

Emergency è un’associazione italiana, indipendente e neutrale, nata nel 1994 per offrire cure mediche gratuite in territori di guerra o in stati afflitti da povertà cronica. Si finanzia attraverso donazioni volontarie.

Noi, comunque, abbiamo colto l’invito di Gino Strada e siamo andati sul sito della sua associazione per capire cosa realmente stia facendo Emergency per aiutare gli italiani contro il covid-19.

Innanzitutto, in Lombardia, epicentro dell’epidemia in Italia anche a causa dell’ingordigia di Assolombarda e del servilismo della giunta regionale, ha attivato diversi progetti: a Milano, Brescia e Bergamo.

Iniziamo da Bergamo, una delle province più duramente colpite: qui Emergency è attiva con un team medico e logistico al lavoro presso il presidio ospedaliero in Fiera dell’ospedale “Papa Giovanni XXIII”.

Il team in questione, composto a oggi da 10 medici, 14 infermieri, 4 fisioterapisti, 4 OSS, 1 tecnico di laboratorio e 1 tecnico di radiologia, gestisce un reparto di terapia intensiva da 12 posti letto: alcuni di loro hanno significative esperienze pregresse, maturate nel contrasto all’ebola durante il periodo trascorso in Sierra Leone.

L’equipe logistica e tecnica ha poi partecipato alla progettazione e all’allestimento del nuovo presidio in Fiera, lavorando fianco a fianco con altre centinaia di volontari bergamaschi.

A Brescia, invece, sta lavorando con la Direzione sanitaria dell’ospedale per proteggere meglio il personale sanitario e l’ospedale stesso dal contagio.

Nel capoluogo lombardo, in risposta all’appello mosso dal Comune nell’ambito della piattaforma “Milano Aiuta”, l’associazione di Gino Strada ha poi attivato un servizio per le richieste di trasporto di beni (alimentari, farmaci o altri beni di prima necessità) destinato agli over 65, a coloro ai quali è stata ordinata la quarantena e alle persone fragili a rischio movimento.

Inoltre in altre zone d'Italia, porta avanti diverse attività ambulatoriali sia in sede fissa, sia avvalendosi di ambulatori mobili e sportelli.

Insomma Emergency, a dispetto delle calunnie è presente attivamente sul territorio e in prima linea a fronteggiare l’emergenza, con i suoi medici, il suo personale e la sua esperienza.

La lezione alla fine dell’emergenza? “Capire che la sanità, la medicina e il curare persone come dovere preciso dello Stato può essere solo una sanità pubblica e gratuita. La sanità, come la scuola e come il lavoro, sono i pilastri di una società; dare queste cose in mano ai privati credo sia un gesto suicida".

Gino Strada

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Il Giappone dichiara lo stato di emergenza

Martedì 7 aprile il Primo Ministro giapponese ha proclamato lo “stato d’emergenza” in 7 prefetture del Paese.

I contagi erano quel giorno 3.906, il doppio della settimana precedente, meno di 100 i decessi.

Il provvedimento riguarderà la regione di Tokio, finora la più colpita, Kanagawa, Saitama, Chiba, Osaka, Hyogo e Fukuika.

Tale misura durerà un mese e potrebbe essere rinnovata, così come potrebbe essere estesa ad altre regioni.

Riguarda circa metà degli abitanti dell’arcipelago: poco più di 56 milioni di persone su una popolazione di 127 milioni.

I prefetti potranno imporre la chiusura delle attività non essenziali, ma il governo non lo può fare direttamente, così come non può predisporre provvedimenti punitivi per chi non resta a casa, visto che l’indicazione è su base volontaria.

Ha deciso, tra l’altro, di mantenere aperti i trasporti pubblici.

Nonostante la promulgazione dello “Stato d’Emergenza”, Abe ha reiterato il suo ottimismo affermando: «anche con la dichiarazione dello Stato d’Emergenza, l’opinione degli esperti è quella che non abbiamo bisogno di chiudere le nostre città come hanno fatto altrove».

Ma l’ottimismo di Abe, secondo cui «l’espansione delle infezioni può tramutarsi in un declino in due settimane», collide con il realismo di altre opinioni.

Il direttore dell’Institute for Population Health del King’s College di Londra, Kenji Shibuya, ha espressamente dichiarato che i numeri sui contagi ufficiali non sono che: «la punta di un iceberg».

L’epidemiologo dell’università di Hokkaido Hiroshi Mishiura ha affermato una settimana fa al quotidiano Nikkei: «è probabile che Tokio sia entrata in un periodo di crescita esplosiva ed esponenziale».

La stessa preoccupazione era già stata espressa due settimane fa dalla governatrice della più grande città del mondo, Yuriko Koike, minacciando il lockdown.

Oltre a questo sono state annunciate misure di sostegno all’economia, per una cifra pari al 7% del PIL giapponese. «Come governo il nostro compito è quello di minimizzare l’impatto sull’economia e la società».

Finora la strategia del contenimento del Covid-19 del Paese del Sol Levante è stata peculiare rispetto a quelle adottate dagli altri Paesi asiatici. Il Giappone ha deciso a fine febbraio di chiudere le scuole fino a fine Aprile; il premier aveva poi ipotizzato una loro riapertura, ma non sono state prese altre misure significative.

Si è limitato a “sconsigliare” l’assembramento in luoghi chiusi e sovraffollati – i cosiddetti “3 CS” – e a caldeggiare lo “smart working”, anche se una inchiesta ministeriale ha rivelato che solo 1 lavoratore su 8 è rimasto a lavorare da casa.

Come ha dichiarato Masahiro Kami – capo del Medical Governance Research Institute – «il Giappone non ha effettuato test», com’è stato invece caldamente consigliato dai vertici dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Abe vuole iniziare a fare 20 mila test al giorno, anche se finora non è nemmeno riuscito a fare la metà dei 7.500 giornalieri di cui sarebbe stato capace, come riporta un inchiesta del “New York Times”.

Il Giappone, come riporta il Financial Times”, ha effettuato solo 45 mila test, contro il mezzo milione della Corea del Sud.

Si ha l’impressione che il governo abbia voluto minimizzare il numero dei contagiati per due ordini di motivi.

Il primo è attribuibile al tentativo di far sì che le Olimpiadi 2020 – che avrebbero dovuto tenersi in Giappone a fine luglio – non fossero rinviate, come invece poi è accaduto.

Per una economia stagnante da trent’anni ed una recessione tecnica alle porte (se fosse negativo anche il valore del primo quadrimestre di quest’anno), le Olimpiadi sarebbero state una buona àncora di salvezza per la declinante leadership di Abe, che ha miseramente fallito il promesso rilancio dell’economia, dal suo insediamento nel 2013.

I giochi olimpici, per ora posticipati al prossimo anno, con una decisione assunta congiuntamente dal Giappone e dal Comitato Organizzatore, sarebbero stati l’avvenimento sportivo più sponsorizzato della storia (fino adesso più di tre miliardi di dollari raccolti dagli sponsor) ed un notevole volano per l’industria turistica nipponica – l’unica che ha conosciuto un vero boom negli ultimi 10 anni.

I turisti nel Paese sono cresciuti dai poco da più di 5 milioni nel 2011 ai più di 30 già nel 2018, aumentando anche l’anno scorso; era previsto che quest’anno ci sarebbe stato un ulteriore risultato positivo, con due milioni di arrivi in più rispetto al 2019.

Il solo Stadio Olimpico, da poco inaugurato, è costato 1 miliardo e 400 milioni dollari...

Le ottimistiche previsioni sull’aumento del giro economico, per la sola città di Tokio, si aggiravano intorno ai 300 miliardi di dollari, spalmati sul periodo dal 2013 al 2030.

Così come i giochi olimpici del 1964 erano stati concepiti per mostrare come il Giappone fosse uscito dal secondo conflitto mondiale e si fosse ripreso, questa competizione avrebbe dovuto lasciarsi alle spalle il terremoto del Tohoku del 2011 e le sue tragiche conseguenze proiettando una immagine vincente del Sol Levante nel Mondo.

L’altra ragione è la probabile inadeguatezza del sistema sanitario giapponese a fare fronte all’emergenza sanitaria.

Un quarto della popolazione ha più di 65 anni e vive prevalentemente nelle zone lontane dai centri urbani.

Secondo quanto riporta la Società Giapponese dei Medici delle Unità di Cura Intensive, il Giappone ha solo 5 letti in terapia intensiva per 100 mila abitanti, contro i 30 della Germania e i 12 dell’Italia.

A parte questo, non ha in generale un numero sufficiente di posti letto. Abe, con l’annuncio dello “Stato d’Emergenza”, ha dichiarato che saranno disponibili per i pazienti positivi con sintomi “non gravi” 10mila posti letto in hotel a Tokio, 3mila a Kansai e 800 nell’edificio olimpico.

Il Giappone – terza economia del mondo – affronta lo stress pandemico in maniera assolutamente inadeguata, mentre la sua economia ha dimostrato una estrema dipendenza dalla Cina. Il 21,1% dei suoi beni intermedi proviene dalla Repubblica Popolare, rendendolo il più esposto dei Paesi del G7.

Una dipendenza che è aumentata negli anni considerato che l’anno scorso il 37% delle parti auto che assemblava “in casa” proveniva dalla Cina, contro il 18% del 2005. Con la catena di approvvigionamento “interrotta” l’industria automobilistica giapponese ha sofferto non poco.

Le aspettative giapponesi di leadership all’interno del Trans-Pacific Partnership (TPP), di cui dovrebbe essere alla presidenza il prossimo anno, e la sua politica di riarmo rischiano di essere profondamente minate dalla pandemia. Ne uscirebbe molto sminuito il possibile ruolo di protagonista politico internazionale di peso, lasciandolo probabilmente il Paese nell’ombra in cui è confinato dalla “crisi asiatica” di fine anni '90.

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08/04/2020

Gli Stati Uniti sono il nuovo centro della pandemia di Covid-19

Con circa 378.000 contagiati e 11.004 morti registratati nel fine settimana – secondo i dati forniti dal Johns Hopkins medical centre – la precipitazione dell’emergenza sanitaria è evidente.

Lo stesso Trump, sabato in conferenza stampa, è stato costretto ad ammettere che questa che verrà sarà una delle settimane con maggiori decessi. Il presidente americano ha annunciato che l’esercito si prepara a dispiegare un migliaio di medici a New York, il maggiore focolaio statunitense. Questo Stato contava ieri sera oltre 138mila contagiati ed un numero di decessi pari a 4.758 (leggi qui). Più dell’intera Italia.

Trump ha avvertito che nuovi hot spot stanno emergendo in Pennsylvania, Colorado e Washington D.C. Il Dr. Birx – che coordina la risposta al Coronavirus per la Casa Bianca – ha avvertito che Detroit, New York e Lousiana – gli attuali focolai – stanno per raggiungere il loro picco nei prossimi sei o sette giorni, citando le previsioni dell’Institute for Health Metrics and Evaluation. Per questo l’amministrazione federale non invierà soldati, medici ed infermieri solo a New York. «Stanno andando in guerra. Stanno andando verso una battaglia per cui non sono mai stati addestrati», ha chiosato Trump.

Il governo sta cercando di coordinare come verranno allocate le risorse sul territorio nazionale a livello di equipaggiamenti medici, una “razionamento” dell’insufficiente disponibilità di apparecchiature che i singoli governatori locali stanno chiedendo a gran voce, scontrandosi con l’amministrazione centrale.

Sabato mattina Andrew Cuomo ha annunciato che il governo cinese ha donato migliaia di apparecchiature mediche per la respirazione assistita a New York (leggi qui). Lo Stato del Nord-Est potrebbe vederne nel giro di una settimana esaurita la disponibilità per far fronte alle nuove esigenze. Cuomo ha ringraziato pubblicamente l’azienda cinese Alibaba e il suo co-fondatore Joseph Tsai, per il suo aiuto.

New York ha contrattato per 17 mila respiratori dalla Cina ma ha ne ricevuti solo circa 2.500 a causa delle continue dispute tra altri Stati dell’Unione ed il governo federale. Si tratta di un confronto per la ridistribuzione delle risorse comunque insufficienti rispetto alle esigenze (leggi qui) a cominciare dalle maschere protettive, come denuncia da tempo con forza il personale sanitario.

La FEMA (Federal Emergency Management Agency) è l’agenzia federale che dovrebbe allocare le risorse – per la maggior parte acquistate dalla Cina – ma ci sono state polemiche nei confronti di Trump che sembra prediligere gli Stati in cui governano repubblicani rispetto a quelli in cui governano i democratici.

La Lousiana per esempio, che è uno dei focolai, ha fatto richiesta per 14 mila respiratori, di cui 5.000 da attingere dalle riserve strategiche e ne ha ricevuti solo 191 e nessuno dalle riserve, mentre la Florida ha visto soddisfatte il 100% delle proprie richieste e ricevuto il terzo carico di equipaggiamenti.

Chuck Schumer, il leader della minoranza al Senato di New York ha dichiarato alla CNN: «il sistema che il governo federale ha messo in campo non sta funzionando, punto e basta. Non è adeguato».

Anche la Russia ha fornito apparecchiature mediche agli USA. Ha fatto scalpore il fatto che l’azienda russa dalla quale sono state comprate – la Kret, una azienda del conglomerato dell’industria della difesa russa Rostet – sia sulla lista nera del Tesoro statunitense a causa delle sanzioni “comminate” alla Russia a seguito dell’annessione della Crimea dopo il colpo di Stato a Kiev.

Le forniture mediche sono arrivate con un cargo AN-124 all’aeroporto John F. Kennedy di New York. Mercoledì scorso la televisione russa ha mostrato le immagini dei lavoratori aeroportuali della “grande mela” che il giorno precedente scaricavano le casse con il logo Kret. Questa azienda era stata aggiunta nel 2014 alla Specially Designated National List nel 2014.

Alcuni dei beni nel carico arrivato negli USA sarebbero stati pagati dal fondo sovrano russo Russian Direct Investement Fund, anch’esso oggetto di alcune sanzioni restrittive da parte del Tesoro statunitense, sebbene non sia nella sua black list. Ma il Fondo ha negato la cosa e gli Stati Uniti hanno ribadito che hanno pagato completamente il costo del materiale.

Al di là dei ringraziamenti formali di Trump alla Russia, e alle spiegazioni rispetto all’accaduto, è palpabile l’imbarazzo dell’attuale amministrazione.

Trump ha dichiarato che sta “ammassando” grandi quantità di idroclorina nelle Riserve Strategiche Nazionali, sebbene la FDA non l’abbia approvata per i trattamenti del coronavirus, ed ha parlato di «milioni e milioni di dosi».

Il Dipartimento della Salute (DHHS) ha ricevuto 30 milioni di dosi del farmaco anti-malarico dalla Sandoz, una branca della Novartis, una azienda farmaceutica svizzera, per i trattamenti clinici e potenzialmente per quello riservato ai pazienti del Coronavirus. Un trattamento che sembra dare buoni risultati.

Il 30 marzo il “Financial Times” riportava i successi dell’industria medico-farmaceutica statunitense.

La Abbott Laboratories ha dichiarato che sta lanciando un test per il virus in grado di dare una risposta in alcuni minuti ed effettuabile con una apparecchiatura portatile delle dimensioni di un tostapane, che verrà distribuito in questa settimana ai vari operatori medici.

La Jonson & Jonson è stata la prima azienda farmaceutica di grandi dimensioni a lanciarsi nella corsa per la ricerca del vaccino a gennaio, a cui si sono affiancate altre esponenti di Big Pharma come Sanofi, GSK e Pfizer, senza che nessuna sia riuscita ancora a sperimentare il vaccino sugli esseri umani.

L’azienda ha annunciato che un vaccino potrebbe essere pronto all’inizio del 2021, e si aspetta di poterlo testare sugli esseri umani da settembre e si appresta ad investite insieme al governo un milione di dollari nello sviluppo della ricerca. L’azienda è comunque indietro rispetto a Moderna che è stata la prima – dopo appena 42 giorni dalla mappatura genetica del virus messa a disposizione dalla Cina a fine gennaio – ad avere iniziato a sperimentarne a inizio marzo i possibili effetti collaterali di un vaccino sugli umani. La J&J rimane il primo gruppo farmaceutico al mondo, ed ha la capacità di produrlo su grande scala in partnership con Barda.

Il valore dei titoli delle due aziende – grazie all’“effetto annuncio” – sono schizzati in borsa: J&J è salita del 7,9%, Abbott del 7,2%. La pandemia quindi può essere una fonte di guadagni anche futuri se il vaccino non verrà reso disponibile gratuitamente (leggi qui).

Se sul fronte della pandemia la situazione sta precipitando, le conseguenze sociali non sono meno devastanti ed una inedita ondata di scioperi ed azioni dirette hanno colpito alcuni settori economici “fondamentali” in questa fase dalla “gig economy” alla logistica.

Lunedì scorso i lavoratori di Amazon dei depositi di Chicago, New York City e Detroit hanno scioperato, così come quelli di Istacart, mentre gli addetti di Whole Foods hanno fatto un “sick out”.

Come in Italia, questi lavoratori, lottano per non essere la “carne da macello” dei profitti padronali, per condizioni di lavoro che li mettano in sicurezza e per risparmiare i propri cari e le proprie famiglie dal contagio, oltre che per paghe dignitose.

I lavoratori di uno stabilimento della General Electric hanno scioperato per far si che la produzione venisse convertita per fabbricare apparecchiature per l’assistenza respiratoria!

Scioperi dell’affitto si annunciano in differenti città, mentre sono stati “sospesi” i pagamenti dei mutui per un anno, senza che si debba produrre certificazione del danno retributivo dovuto alle conseguenze economiche della crisi.

Gli analisti segnalavano che il fenomeno del “ritardo” nei pagamenti – precedente a tale decisione di sospensione generalizzata – non stesse riguardando tanto i soggetti più vulnerabili che hanno contratto un mutuo ipotecario (com’è avvenuto nella crisi subprime più di dieci anni fa) ma coloro che avevano sempre pagato, segno della profondità della crisi sociale in atto.

Il mercato azionario legato all’assicurazione dei mutui ipotecari – gli MBS – è da tempo al centro delle preoccupazioni della FED che ha comprato “a man bassa” questi titoli che costituiscono il secondo mercato complessivamente più importante per “finanziarsi” negli Stati Uniti. Il governo sta pensando di adottare provvedimenti urgenti che tutelino gli operatori economici non-bancari che prestano i soldi per i mutui ipotecari negli Stati Uniti – e che gestiscono quasi la metà dei mutui totali – su cui poi si costruiscono i veicoli finanziari che li assicurano, gli MBS appunto, e si sorregge una parte dei castelli di carta della finanza USA (leggi qui).

Lo spettro della perdita dei posti di lavoro – 700 mila ai primi di marzo e 459 mila solo nel settore del leisure and hospitality – e della disoccupazione di massa è tornato ad incidere a livelli conosciuti durante la Grande Depressione degli anni Trenta del secolo scorso (leggi qui).

Il tasso di disoccupazione è circa del 4,4% per cento, un picco negativo che riporta i valori a quelli di 2 anni e mezzo a fa, invertendo la tendenza instauratasi dal 2009-2011 che aveva visto la percentuale dei disoccupati scendere progressivamente dal 9/10% di quegli anni successivi alla crisi dei “subprime”. Più di 10 milioni di persone – 6 milioni e seicento mila solo la scorsa settimana – hanno fatto domanda per i benefit della disoccupazione.

Ed il pacchetto recentemente approvato dal Congresso di 2 mila miliardi di dollari che dovrebbe tra l’altro “distribuire soldi con l’elicottero” ai contribuenti non è sufficiente a coprire le necessità della popolazione...

Due ricerche pubblicate dal “New York Times” ci mostrano come vi sia un evidente differenziazione a seconda degli strati sociali d’appartenenza e della loro collocazione urbanistica rispetto all’impatto dell’emergenza sanitaria. Le due ricerche sono una sul territorio nazionale, basata sul monitoraggio degli spostamenti fatto da una azienda che visiona circa 15 milioni dispositivi digitali e l’altra sui vari quartieri della Grande Mela.

I lavoratori a basso reddito sono costretti a “spostarsi” di più, di fatto aumentando le possibilità di contagio, mentre le fasce medio-alte possono utilizzare lo smart-working. Questi ultimi inoltre si sono potuti “fermare” prima, tutelando quindi meglio la propria condizione.

Su New York, le differenze sociali che si riflettono nella collocazione geografica in cui si vive, sono evidenti. Ci si ammala di più nel South Bronx e nella parte occidentale del Queens in genere, che nei quartieri “alti” secondo i dati forniti dal NYCD di Health and Mental Hygiene che monitora i vari centri – più di una cinquantina – che sono in prima linea in questa emergenza.

La media è questa: 616 su 100 mila abitanti nel Queens, 584 nel Bronx, mentre Manhattan 376 e Brooklyn 453. Diversi resoconti mostrano come il “Covid-19” sia una possibile bomba sociale in quei contesti profondamente impoveriti e ancora più mancanti di strutture sanitarie o di servizi essenziali rispetto a New York come per esempio Detroit o New Orleans.

Gli Stati Uniti, incapaci per ora di predisporre una pianificazione adeguata per l’emergenza, nonostante l’ampiezza di poteri che potrebbe essere conferita dall’applicazione integrale del “Defence Production Act” – cioè una legge di guerra – per una serie di aspetti fondamentali, sono stati costretti obtorto collo a chiedere aiuto a Cina e Russia.

Il Paese non ha fino ad ora provveduto a test di massa e le misure di “distanziamento sociale” sono state inefficaci, l’apparato sanitario si è dimostrato inadeguato e sul punto di collassare nei “focolai” specie a New York come testimoniano i racconti di medici ed infermieri costretti a fronteggiare l’emergenza senza nemmeno i dispositivi basilari di protezione individuale (leggi qui).

Il fatto che vi sia negli Stati Uniti, dove il sistema sanitario è privato, una porzione ampissima di persone senza assicurazione medica privata o con una copertura inadeguata, li espone maggiormente al rischio contagio perché materialmente non possono permettersi il trattamento e rischiano di pagarlo caro, come è già accaduto, o di morire per non averlo ricevuto (leggi qui).

Bernie Sanders, che ha ampliato e riarticolato le proposte di misure d’urgenza precedentemente avanzate, sembra essere l’unico politico in grado di avere una prospettiva chiara di come affrontare la catastrofe che si sta abbattendo sugli Stati Uniti.

Dal punto di vista sociale la situazione sembra proiettata verso uno scenario da Grande Depressione e l’inedita reattività dimostrata da alcuni settori sociali ci fanno ipotizzare che il fantasma di Tom Joad si stia di nuovo aggirando per gli USA.

«E negli occhi degli affamati, la collera cresce e spinge nell’anima del popolo il furore» scriveva profeticamente Steinbeck...

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