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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/11/2025

Sudan - L’oro, il sangue e la maledizione del colonialismo

In questo lungo saggio che pubblichiamo volentieri, Chiara Pannullo documenta la situazione del Sudan al centro di un sanguinoso conflitto. Il titolo è una scelta redazionale e non dell’autrice.

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Nel cuore dell’Africa, dove la cartografia coloniale ha inciso confini come ferite e li ha poi elevati a sistema di governo del mondo, il Sudan non appare più soltanto come un Paese precipitato nella guerra, ma come un laboratorio avanzato del capitalismo tardo-coloniale: l’area di prova in cui si sperimenta ciò che accade quando la sovranità viene sussunta nella logistica e la politica retrocessa a funzione subordinata dell’estrazione.

Dall’amministrazione anglo-egiziana che istituì l’economia di piantagione e la gerarchia razziale fra “arabi” e “africani”, ai cicli di aggiustamento strutturale imposti negli anni Ottanta e Novanta che, smantellando proprietà collettive, sussidi e filiere agricole, resero “naturale” la desertificazione sociale, fino al presente, in cui l’intero territorio è ridotto a una sequenza di corridoi, terminali e rendite – la misura della vita non è più politica ma commerciale, e ciò che un tempo si organizzava in società oggi si dispone in logistica.

Se ogni crisi africana viene ridotta nel linguaggio mediatico a “caos”, occorre affermare, con precisione materialista, che quel caos è l’ordine del capitale nella sua forma primitiva e ricorrente: l’uso della forza come tecnologia di pianificazione.

Dal 15 aprile 2023, quando le Forze Armate Sudanesi (SAF) di Abdel Fattah al-Burhan e le Rapid Support Forces (RSF) di Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti, hanno aperto un conflitto che la stampa ha chiamato “civile” per non pronunciare la parola “coloniale”, la maschera è caduta.

Ciò che si è visto non è la contrapposizione di due visioni del mondo, ma la competizione interna di due frazioni dello stesso blocco di potere che si dividono miniere, dogane, rotte del contrabbando d’oro e di esseri umani: il proiettile, lungi dall’interrompere il mercato, ne diviene l’atto esecutivo, e il valore, non più estratto dal lavoro sotto forma di plusvalore, viene oggi ricavato dalla catastrofe sotto forma di rendita.

Dentro questa economia della distruzione, la filiera è perfettamente trasparente e tuttavia negata: l’oro del Darfur, mescolato alle rovine dei villaggi e alla fuga dei sopravvissuti, viaggia verso il Ciad, viene raffinato a Dubai e reimmesso nei circuiti finanziari che alimentano il ciclo di accumulazione del Golfo; la Russia, attraverso la rete Wagner e le sue reincarnazioni societarie, scambia addestramento, armamenti e copertura logistica per concessioni minerarie e basi sul Mar Rosso; gli Stati Uniti, che denunciano la violenza a parole, proteggono nei fatti l’architettura dei propri alleati regionali; l’Europa, che firma accordi di contenimento migratorio e chiude i porti, rafforza con quei medesimi accordi la riproduzione delle cause della fuga. Il risultato, che si finge “inevitabile”, è il dispositivo perfetto: la devastazione produce rendita e la rendita finanzia nuova devastazione, in un circuito che il linguaggio umanitario addolcisce ma non altera.

Per comprendere la particolarità sudanese non serve indulgere a spiegazioni antropologiche: basta seguire la genealogia militare ed economica delle RSF, discendenti dirette delle janjaweed armate dal regime di Omar al-Bashir durante la guerra del Darfur dei primi anni Duemila.

L’ordine coloniale interno – la distinzione burocratica, importata e poi naturalizzata, fra “arabi” islamizzati e popolazioni “africane” stanziali – divenne la griglia di reclutamento per un esercito di riserva capace di bruciare villaggi masalit, fur e zaghawa, svuotare terre e separare i sopravvissuti dai mezzi di sussistenza.

Nella fase successiva, questa matrice si privatizza e si aziendalizza: Hemedti, pastore divenuto imprenditore della guerra, costruisce un apparato che è al tempo stesso milizia, conglomerato minerario e holding della logistica – una polizia etnica del capitale che ridisegna i confini non per difenderli ma per monetizzarli, che impiega la violenza come atto di pianificazione territoriale, che retribuisce i combattenti con percentuali sulle esportazioni e che trasforma il massacro in bonifica, l’esodo in infrastruttura, l’umiliazione in segnaletica proprietaria.

A El-Fashir e El-Geneina, dove tra il 2024 e il 2025 interi quartieri sono stati cancellati e le comunità masalit, già colpite negli anni precedenti, hanno subito omicidi, impiccagioni, stupri e saccheggi sistematici, l’orrore non è l’eccesso ma la norma.

Lo scopo è rendere impossibile il ritorno, consolidare i corridoi dell’oro, normalizzare la presenza delle RSF come unico soggetto capace di “garantire sicurezza” – una sicurezza che coincide con la stabilità dei flussi. Quando la stampa parla di “tribù”, di “signori della guerra”, di “faide ancestrali”, bisogna ricordare che la “tribù”, in questo contesto, è il nome coloniale dei rapporti economici invisibili: dietro ogni etichetta etnica si muovono bilanci, contratti, margini di profitto e compratori d’oro, mentre l’umanitarismo, con le sue sigle e le sue tende, chiude il circuito trasformando lo sradicamento in “presa in carico” e la politica dell’espulsione in gestione del bisogno.

Allargando lo sguardo oltre il Sudan, la coerenza di questo ordine – insieme imperiale e mercantile – si manifesta con chiarezza. Il Sahel è nominato “fronte contro il terrorismo” per giustificare l’esternalizzazione delle frontiere europee; la Repubblica Democratica del Congo ripete, dagli anni Novanta, la scena del coltan e del cobalto estratti da minatori ridotti a braccia della “transizione verde”; lo Yemen sopravvive come guerra per procura, banco di prova di droni e catastrofi umanitarie; l’Ucraina, volto europeo della stessa logica, diventa il teatro in cui la narrazione occidentale della “difesa dell’egemonia travestita da civiltà” copre la medesima economia della fornitura bellica, della riconversione industriale e della ricostruzione come mercato.

Dal Maghreb al Donbass, passando per il Mar Rosso, si rivela come il capitalismo, non potendo più legittimarsi con la promessa di progresso, cerchi ora di legittimarsi con la promessa di ordine – e come tale ordine non sia che l’amministrazione della crisi resa permanente.

Nel dibattito occidentale, parlare del Sudan significa in realtà parlare di sé: del bisogno di rimuovere la propria complicità storica e presente. Così, quando le piazze – dalla fine del 2023 – hanno riportato al centro la questione palestinese come questione coloniale, sono riemerse voci, dalla destra filo-israeliana ai network liberal-atlantisti fino al senso comune giornalistico, che hanno “scoperto” la tragedia sudanese per brandirla come clava contro quelle stesse piazze, sospirando: “Se anche in Sudan, tra popolazioni di lingua e cultura araba, si consumano simili atrocità, con quale coerenza, allora, difendete gli arabi in Palestina?”

Questa formula, che pretende neutralità, è in realtà un sillogismo corrotto: sposta il fuoco dalla struttura ai soggetti, sostituisce le classi con le appartenenze, traduce il colonialismo – che è rapporto di potere e di proprietà – in una psicologia dei popoli. Così cancella la filiera dell’oro e delle armi per inscenare la favola del vizio orientale, e soprattutto contrappone dolori che appartengono alla stessa architettura imperiale.

Chi guarda con coscienza di classe sa che le “tribù” sono il nome coloniale delle classi. Dietro ogni clan, un contratto; dietro ogni odio, un giacimento. Le Rapid Support Forces non sono un’anomalia africana, ma la forma armata del neoliberismo: una società per azioni del massacro. La loro esistenza segna il compimento della privatizzazione del dominio, dove la guerra diventa un’appendice della produzione e la violenza una funzione della rendita. Il silenzio che le circonda non è indifferenza, ma complicità.

Il parallelo tra Gaza e il Sudan è la menzogna più vile. Non perché i due dolori non possano convivere, ma perché questo accostamento nasce per negare, non per comprendere: è un parallelismo colpevole, costruito per screditare l’internazionalismo, per frantumare la catena della solidarietà, per restaurare la morale dell’Impero. Chi lo diffonde non difende il Sudan: difende Israele. E difendendo Israele, difende l’Impero.

Le Rapid Support Forces non sono la continuazione di un conflitto interno o di una fede, ma il risultato di una precisa ingegneria geopolitica, in cui il capitale del Golfo e le potenze occidentali si redistribuiscono il controllo del Sahel: non più mediante il protettorato, ma attraverso l’appalto della violenza.

Le RSF discendono dalle Janjaweed, le milizie del Darfur create e armate dal potere centrale di Khartoum durante le campagne di sterminio etnico, poi integrate nel nuovo modello di economia bellica: privatizzazione del sangue in cambio di stabilità. Con la caduta di Bashir, i loro comandanti – in primis Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemetti – hanno stretto alleanze organiche con gli Emirati Arabi Uniti e con l’Arabia Saudita, fornendo mercenari per la guerra in Yemen in cambio di denaro, armi e legittimità politica.

Gli Emirati garantiscono il finanziamento e la raffinazione dell’oro sudanese, l’Arabia Saudita assicura la catena logistica e l’accesso ai mercati del Golfo, mentre gli Stati Uniti, pur mantenendo una posizione di finta equidistanza, forniscono copertura strategica ai loro alleati regionali. Non sostengono direttamente le RSF, ma sostengono chi le sostiene. È la forma moderna del colonialismo indiretto: l’imperialismo per intermediazione.

La verità è che la solidarietà con la Palestina non esclude quella con il Sudan: la contiene. Chi lotta per Gaza lotta già per il Darfur. Perché entrambe le terre vivono sotto la stessa legge non scritta: quella dell’accumulazione per espropriazione. Il muro di Gaza e il deserto del Darfur sono la stessa frontiera del capitale. E chi oppone l’uno all’altro, mente. O peggio: sa la verità e la cancella.

Ma va detto con chiarezza per i mistificatori liberali: tra le RSF del Sudan e la resistenza palestinese – araba e anticoloniale – c’è un abisso politico e storico. Le Rapid Support Forces non sono una “resistenza”, bensì una milizia mercenaria, figlia diretta della controrivoluzione e della privatizzazione della guerra. Sono la forma armata della rendita: eserciti di espropriatori al servizio delle potenze regionali e del capitale globale, non del popolo. La resistenza palestinese, invece, nasce dalla spoliazione: non occupa, ma tenta di sopravvivere. È la risposta dei diseredati alla macchina coloniale che li ha ridotti a nuda vita.

Confondere le due realtà, o usarne una contro l’altra, significa assolvere il sistema che le ha generate entrambe: quello in cui l’imperialismo produce i suoi carnefici e poi finge di piangere le sue vittime. Quando dunque si insinua che chi manifesta per Gaza resti cieco davanti a Khartoum, si ripete l’antico disprezzo coloniale secondo cui il mondo arabo e africano sarebbe condannato alla violenza e alla barbarie. L’obiettivo non è il Sudan, Gaza o la giustizia, ma la restaurazione della superiorità morale dell’Occidente.

Chi lotta per la Palestina non chiude gli occhi sul Sudan: li apre sul mondo. Perché Gaza e Khartoum sono due ferite dello stesso corpo: quello dell’umanità sfruttata, attraversata dal medesimo progetto coloniale che chiama “ordine” ciò che è dominio, e “pace” ciò che è controllo coloniale.

E non solo: dietro questa retorica si muove una strategia precisa: dissolvere la coscienza internazionale delle lotte, separare le resistenze, ripristinare la centralità morale dell’Impero. Il Sudan viene evocato solo per cancellarlo, come controcampo utile a ridurre la questione palestinese a un sentimentalismo selettivo. In realtà, il silenzio sul Sudan è il silenzio sull’intero sistema che lo produce – lo stesso che bombarda Gaza, che arma le RSF, che finanzia gli Emirati e che organizza la guerra come funzione dell’economia.

Quel mondo bianco e del privilegio che finge di chiedere “dov’è la sinistra per il Sudan?” è lo stesso che tace sui fondi sovrani di Abu Dhabi, sui contratti della Wagner, sugli accordi di sicurezza europei che trasformano le vittime in statistiche migratorie. La loro domanda è una maschera morale che serve a proteggere il potere, non a interrogarlo.

Perché chi comprende la Palestina come frontiera del capitale non può non comprendere anche il Sudan. E chi oggi oppone le due cause, non difende nessuna delle due: difende l’ordine che le opprime entrambe. A Gaza, la violenza è coloniale: un esercito che assedia, bombarda, affama. In Sudan, la violenza è economica: milizie che privatizzano la guerra, stati che comprano la distruzione come materia prima. Due forme della stessa logica. La prima reprime la resistenza; la seconda gestisce la miseria. In entrambe, il corpo del subalterno, della forza-lavoro, è il campo di battaglia. E in entrambe, l’Occidente sceglie dove guardare per continuare a non vedersi.

Perché infondo il colonialismo non è più un progetto geopolitico ma un dispositivo collaudato e quotidiano che attraversa la finanza, la tecnologia, l’informazione. Il Sudan e la Palestina ne sono due nodi nella stessa rete globale, e smascherarla è il primo atto di una rivoluzione ancora da venire. Chi considera il Sudan un’eccezione non ha compreso la nuova geografia del dominio. È un modello: le sue frontiere traducono in linguaggio territoriale la logica universale di un potere che organizza la vita attraverso la sua distruzione. Il mondo contemporaneo vive in uno spazio in cui pace e guerra sono divenute forme equivalenti di gestione della violenza.

Dal Sahel al Congo, dallo Yemen all’Ucraina, il principio è identico: la guerra non è più la sospensione dell’economia, è la sua forma più redditizia. La NATO e la Wagner, gli Emirati e gli Stati Uniti, i contractors privati e le ONG operano dentro la stessa infrastruttura globale. Ciò che muta è solo la narrazione. Nel Sahel si chiama “lotta al terrorismo”, in Congo “conflitto minerario”, in Yemen “guerra per procura”, in Ucraina “difesa dell’egemonia occidentale elevata a civiltà”. Ma dietro ogni linguaggio si nasconde la stessa verità: l’accumulazione. Il capitalismo ha bisogno di distruggere per continuare a produrre.

Nel Sahel, il deserto è diventato il confine materiale dell’Europa. Là dove l’Unione Europea paga i governi locali per bloccare i migranti, la guerra è funzionale alla logistica: campi, recinzioni, pattugliamenti, deportazioni. Ogni vita fermata entra nel computo dell’efficienza, segnalando la logica di un potere che fa del deserto una forma di governo e della sopravvivenza una variabile da dover gestire. Così l’Africa occidentale non è più colonia, ma periferia integrata nel comando globale, un magazzino umano che regola per conto del capitale i flussi della forza-lavoro mondiale.

Nel Congo, la violenza è ancora più esplicita. Le miniere di coltan e cobalto, indispensabili per l’industria tecnologica mondiale, sono sorvegliate da milizie locali e compagnie straniere. Ogni smartphone, ogni automobile elettrica, ogni batteria che alimenta la transizione verde contiene un frammento di guerra. Il colonialismo non si è ritirato: si è digitalizzato. Ora parla il linguaggio della sostenibilità, ma il sangue è lo stesso.

Nello Yemen, la guerra è divenuta laboratorio di droni e di catastrofi umanitarie, un Paese cancellato dalle mappe e bombardato per anni da una coalizione guidata dall’Arabia Saudita e dagli Emirati, con armi fornite dall’Occidente. Ogni bomba che cade su Sana’a rinnova un contratto di fornitura, prolunga la catena di comando tra il capitale e la distruzione. La guerra funziona come nuovo welfare dell’industria bellica: un meccanismo che riorganizza la produzione e l’occupazione su scala globale, generando miseria nelle periferie e accumulazione nei centri del potere economico.

E poi c’è l’Ucraina, il volto europeo dello stesso processo. Non un caso opposto, ma speculare. La guerra in Ucraina è la versione bianca del colonialismo: il fronte dove l’Occidente si reinventa come vittima per poter continuare a essere impero. La sua estetica è diversa, ma la sua logica identica. Dietro la retorica della libertà si muovono i capitali delle stesse multinazionali che finanziano le guerre in Africa e Medio Oriente. Il complesso militare-industriale che arma Kiev è lo stesso che rifornisce Tel Aviv e Riyad. La democrazia serve da copertura all’estrazione: ogni bomba che cade sul Donbass vale un punto in borsa.

L’ordine del capitale ha completato il proprio ciclo storico trasformando la conquista in pianificazione del dominio. Non espande più confini, li interiorizza: colonizza la crisi, organizza i flussi di materie prime, di migranti, di dati e di consenso. Il suo spazio non è unicamente geografico ma logistico, una rete che non sempre ha bisogno di occupare terre, ma tempi – quelli della produzione, della connessione, dell’informazione – esercitando il proprio potere attraverso il controllo del tempo sociale. Ogni guerra è ormai una variazione di tempo, una sincronizzazione forzata dell’ordine mondiale.

Il Sudan, in questa geografia, rappresenta il punto zero del capitale: il luogo in cui la logica del dominio si manifesta nella sua forma più nuda, priva di ogni sovrastruttura ideologica. Dalla spartizione coloniale di fine Ottocento alla costruzione anglo-egiziana dello Stato, dal lavoro forzato nelle piantagioni di cotone alla privatizzazione delle terre comunitarie imposta dal Fondo Monetario negli anni Ottanta, ogni fase della sua storia ha rappresentato un laboratorio del capitale mondiale.

Là dove non servono più pretesti, resta soltanto la rendita come forma ultima dell’accumulazione. Eppure questo Paese non è stato sempre e solo vittima, ma anche teatro di una delle più potenti esperienze anticolonialiste del continente.

Nel dopoguerra, il Partito Comunista Sudanese – tra i più forti e radicati dell’Africa – costruì sindacati, scuole, cooperative e organizzò le prime rivolte popolari contro il dominio britannico. L’indipendenza del 1956 fu il frutto di quella mobilitazione, non di una concessione imperiale. Negli anni Sessanta, Gaafar Nimeiry, salito al potere con il colpo di Stato del 1969, si presentò come alleato dei movimenti socialisti arabi: nazionalizzò banche e industrie, avviò riforme agrarie, provò a spezzare la dipendenza dal capitale occidentale.

Ma Nimeiry si trovò dentro la stessa contraddizione storica che attraversò gran parte dei progetti socialisti del Sud globale: l’illusione di poter costruire una sovranità economica autonoma dentro un mercato mondiale già egemonizzato dal capitale finanziario. Le sue nazionalizzazioni suscitarono l’ostilità delle vecchie classi agrarie e dei grandi commercianti urbani, mentre l’Occidente reagiva con la chiusura dei crediti e l’isolamento diplomatico.

Quando la crisi petrolifera mutò gli equilibri internazionali e il ciclo dei non allineati si spense, il Sudan – come altri Stati postcoloniali – fu costretto a scegliere tra la bancarotta e la subordinazione. Il suo “dietrofront” più che una conversione ideologica improvvisa, fu il sintomo di una sconfitta strutturale: quella del socialismo nazionale travolto dalla riorganizzazione globale del capitale tra la fine degli anni Settanta e Ottanta

Ed andò esattamente in questo modo: proprio in quegli anni, piegato dal debito e dall’isolamento, Nimeiry abbandonò la redistribuzione, adottò i programmi del Fondo Monetario – privatizzazioni, tagli salariali, smantellamento delle terre collettive – e lasciò spazio all’islam politico sostenuto dalle monarchie del Golfo. Con il golpe di Omar al-Bashir nel 1989, il Paese si trasformò definitivamente in uno Stato-impresa, fondato sull’alleanza tra islam politico e oligarchia militare.

Quando nel 2011 il Sud Sudan ottenne la secessione, le risorse petrolifere si spostarono verso sud e la rendita si concentrò nel Darfur e nel traffico dell’oro: fu lì che nacquero le milizie janjaweed, da cui discendono oggi le RSF. La loro violenza non è una deviazione, ma la prosecuzione diretta delle politiche coloniali britanniche e della logica neoliberale imposta dai centri imperiali.

E così il Sudan finisce per offrirci l’immagine finale della civiltà occidentale: un Paese in fiamme sorretto da banche e da contratti, un popolo espulso dal racconto pubblico perché la sua morte è già stata contabilizzata. L’Africa non è un altrove, ma un dentro invisibile: lo spazio su cui l’Occidente scarica la propria colpa e da cui estrae la propria pace.

Fonte

16/04/2025

Sudan - L’Arabia Saudita si schiera tra le fazioni in guerra

Negli ultimi giorni del Ramadan, davanti alla Grande Moschea della Mecca, il presidente de facto e capo dell’esercito del Sudan, il generale Abdel Fattah al-Burhan, si è inginocchiato in preghiera accanto al principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman. Al-Burhan era arrivato nel regno appena due giorni dopo che le sue truppe avevano inferto un colpo significativo alle forze Paramilitari di Supporto Rapido (Rapid Support Forces, RSF), riconquistando la capitale Khartoum dopo due anni di guerra civile. Nell’inquadratura mancavano gli Emirati Arabi Uniti (EAU), la potenza del Golfo che ha sostenuto i rivali di al-Burhan nella guerra civile sudanese con armi, mercenari e copertura politica.

La scena ha catturato l’essenza di una spaccatura sempre più profonda tra l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti – un tempo alleati nel rimodellare il mondo arabo, ora artefici di visioni concorrenti per il Sudan e la regione.

Da due anni il Sudan è avvolto nel caos. Il conflitto scoppiato nell’aprile 2023 tra le Forze Armate Sudanesi (Sudanese Armed Forces, SAF) e le RSF, guidato dal generale Mohamed Hamdan Dagalo “Hemedti”, ha inflitto immense sofferenze: si stima che ci siano stati 150.000 morti, accuse di atrocità di massa che hanno macchiato entrambe le parti, ma in particolare le RSF nel Darfur, 12 milioni di sfollati e più della metà della popolazione che si trova ad affrontare una grave insicurezza alimentare.

Khartoum, un tempo simbolo di confluenza, porta profonde cicatrici: distruzione diffusa, case saccheggiate e strade infestate da morti non sepolti. È in questo contesto di devastazione e di conquiste militari che al-Burhan ha compiuto il suo viaggio attraverso il Mar Rosso.

All’inizio del conflitto, l’Arabia Saudita ha svolto un ruolo di primo piano facilitando l’evacuazione di migliaia di stranieri attraverso Port Sudan, uno sforzo che ha raccolto una notevole benevolenza. Su questa base, e insieme agli Stati Uniti, il Regno ha assunto il ruolo di mediatore ospitando i colloqui per il cessate il fuoco di Gedda nel maggio 2023.

Questa mediazione si è allineata con il più ampio orientamento strategico di Riyadh verso la de-escalation, evidente nel suo riavvicinamento all’Iran e nella sua trasformazione da aggressore a pacificatore nello Yemen. L’instabilità sul Mar Rosso rappresenta una minaccia diretta per l’ambiziosa revisione economica del Regno – Vision 2030 – in particolare per i progetti di punta come NEOM e i megaprogetti turistici sul Mar Rosso lungo la costa occidentale, nonché per l’espansione del terminale di Yanbu, che mira a diversificare le rotte di esportazione del petrolio dallo Stretto di Hormuz. Queste turbolenze rischiano anche di compromettere i fondamentali investimenti dell’Arabia Saudita per la sicurezza alimentare in Sudan, dove vaste imprese agricole sono diventate un pilastro dei legami bilaterali.

Tuttavia, il processo di Gedda si è affievolito e gli impegni firmati sulla carta si sono dissolti davanti alla realtà caratterizzata dai continui combattimenti. Un successivo sforzo guidato dagli Stati Uniti a Ginevra, incentrato sull’accesso umanitario dopo il fallimento dei colloqui di Gedda, ha vacillato quando il SAF ha boicottato completamente i colloqui. Nel 2025, il ritorno della dottrina “America First” del Presidente Donald Trump ha smantellato ciò che restava del capitale diplomatico americano. I tagli ai finanziamenti di USAID – che hanno fatto chiudere il 77% delle cucine alimentari d’emergenza del Sudan – non solo hanno aggravato la carestia, ma hanno privato Washington di una leva fondamentale da utilizzare per ottenere concessioni. Con gli Stati Uniti in ritirata, il vuoto si è rivelato irresistibile per l’Arabia Saudita. 

Il punto di svolta è arrivato nel febbraio 2025. Mentre le RSF e i suoi alleati formalizzavano la loro carta per un’amministrazione parallela a Nairobi, l’Arabia Saudita, insieme a Qatar e Kuwait, ha espresso un fermo rifiuto pubblico. Il Ministero degli Esteri saudita ha dichiarato inequivocabilmente la sua opposizione a “qualsiasi passo illegittimo compiuto al di fuori delle istituzioni ufficiali del Sudan che ne minacci l’unità”.

La recente visita di al-Burhan in Arabia Saudita e la sua tempistica hanno consolidato questo allineamento. L’accordo annunciato da entrambe le nazioni durante la visita di istituire un “Consiglio di Coordinamento per rafforzare le relazioni” indica un impegno a lungo termine, che va oltre il ruolo di arbitro neutrale. È significativo che questo incontro abbia seguito di poco la visita di una delegazione saudita di alto livello a Port Sudan, avvenuta qualche giorno prima e incentrata sulla ricostruzione.

Mentre Riyadh coltiva attivamente il ruolo di stabilizzatore regionale, Abu Dhabi si trova ad affrontare un crescente scrutinio riguardo al suo presunto ruolo nell’alimentare lo sforzo bellico delle RSF.

Nel marzo 2025, il Sudan ha presentato una causa alla Corte Internazionale di Giustizia, accusando gli Emirati Arabi Uniti di aver violato la Convenzione sul Genocidio attraverso il loro presunto sostegno militare, finanziario e politico alle RSF, facilitando così le atrocità, in particolare la pulizia etnica dei Masalit nel Darfur occidentale. Mentre il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti ha respinto il caso come “debole manovra mediatica”, le accuse fanno eco ai risultati di un rapporto del gruppo di esperti delle Nazioni Unite, che ha ritenuto “credibili” le prove di forniture di armi degli Emirati Arabi Uniti (compresi droni e difese aeree) alle RSF.

Questo presunto sostegno ha scatenato notevoli ripercussioni politiche a Washington. Il senatore Chris Van Hollen e la deputata Sara Jacobs hanno confermato pubblicamente a gennaio, citando i briefing dell’amministrazione, che gli Emirati Arabi Uniti stavano effettivamente armando le RSF, contraddicendo direttamente le precedenti assicurazioni fornite all’amministrazione Biden. Anche il deputato Gregory Meeks, membro della commissione Affari Rsteri della Camera, ha bloccato la vendita di armi agli EAU per il loro ruolo in Sudan.

Le azioni degli Emirati Arabi Uniti in Sudan sembrano coerenti con un modus operandi regionale più ampio. Il copione di Abu Dhabi prevede il potenziamento di attori non statali, spesso con tendenze secessioniste, per assicurarsi l’accesso alle risorse e a posizioni geografiche strategiche. Abbiamo visto questo schema in Libia, con l’appoggio a Khalifa Haftar, e in Yemen, con il suo sostegno duraturo al Southern Transitional Council (STC), la cui spinta all’indipendenza contrasta direttamente con gli sforzi sauditi per mantenere l’unità yemenita sotto il Presidential Leadership Council (PLC).

La Somalia offre un altro esempio lampante, dove gli Emirati Arabi Uniti hanno aggirato Mogadiscio per armare e finanziare direttamente entità regionali come il Puntland (che avrebbe usato la sua base di Bosaso per i rifornimenti delle RSF), il Somaliland e il Jubaland, frammentando così il Paese e assicurandosi al contempo punti di appoggio costieri. L’annuncio del governo parallelo delle RSF a Nairobi, il mese scorso, è sembrato un’applicazione diretta di queste tattiche. Gli Emirati Arabi Uniti hanno concluso un prestito di 1,5 miliardi di dollari al Kenya la stessa settimana, facendo ipotizzare che la loro influenza abbia giocato un ruolo nell’ospitare l’evento a Nairobi.

Il crescente divario sul Sudan, quindi, non è un disaccordo isolato, ma è sintomatico di una più profonda divergenza strategica tra Riyadh e Abu Dhabi. Se un tempo si coordinavano strettamente, in particolare per contrastare la minaccia percepita dei Fratelli Musulmani e per cercare di rimodellare il Consiglio di Cooperazione del Golfo durante il blocco del Qatar, ora le loro strade divergono nettamente.

Dal punto di vista economico, sono in forte competizione: l’Arabia Saudita ha sfidato lo status di hub commerciale di Dubai attraverso politiche che richiedono sedi regionali a Riyadh e il lancio di megaprogetti rivali. All’interno dell’OPEC+, le tensioni tra i due paesi si sono acuite sulle quote di produzione, riflettendo priorità diverse e proiezioni non allineate sulla prossimità del futuro decarbonizzato. Anche i confini marittimi vicino alle isole Yasat sono diventati un punto di contesa, con Riyadh che ha presentato denunce all’ONU contro la demarcazione unilaterale di Abu Dhabi dell’area potenzialmente ricca di petrolio.

Questa rivalità si riversa ora nel dominio pubblico attraverso i social media. Recenti scontri online hanno visto commentatori sauditi noti e molto seguiti bollare le controparti emiratine come “reietti”, descrivendole come “odiate dagli arabi e dai musulmani”. In ambienti mediatici strettamente controllati, questi scambi taglienti spesso riflettono il disappunto delle autorità.

In definitiva, il Sudan sta pagando il prezzo di questa relazione fratturata nel Golfo. L’Arabia Saudita, spinta dagli imperativi della Vision 2030 e dal desiderio di riaffermare la leadership regionale attraverso la stabilità e le istituzioni statali, ha puntato sul SAF. Gli Emirati Arabi Uniti, concentrati sull’accesso alle risorse e sul contrasto alle minacce ideologiche percepite, continuano a sostenere le RSF nonostante la crescente condanna.

Finché la rivalità persisterà, il Sudan rimarrà tragicamente sotto il fuoco incrociato, il suo futuro tenuto in ostaggio da una lotta geopolitica che sta ridisegnando i contorni del potere nella regione.

di Elfadil Ibrahim, scrittore e analista di politica sudanese. Il suo lavoro è stato pubblicato su The Guardian, Al Jazeera, The New Arab, Open Democracy e altre testate.

Fonte

01/03/2025

Sudan - La guerra civile è ad una svolta?

Lo schianto di un aereo da trasporto militare su alcune abitazioni a Omdurman, la “città gemella” della capitale Khartoum, ha causato la morte di una cinquantina di persone tra civili e militari, tra cui un generale. Non è chiaro cosa abbia fatto precipitare il velivolo, anche se nella zona infuriano da tempo i combattimenti tra le forze regolari fedeli al regime (SAF) e i ribelli (ex alleati del governo) delle Forze di Supporto Rapido, guidate dal generale Mohamed Hamdam Dagalo detto Hemeti

L’offensiva governativa funziona 

Nonostante le perdite, l’esercito e le milizie alleate riunite nelle Sudan Shield Forces hanno conquistato recentemente molto terreno, riprendendo il controllo di varie località a ridosso della capitale e di Omdurman oltre che zone consistenti della regione del Nilo Orientale, a lungo controllate dalle Forze di Supporto Rapido (RSF).

Secondo testimoni ed osservatori, dopo aver conquistato lo stato di Gezira, le avanguardie delle Forze Armate Sudanesi sarebbero già riuscite a penetrare nel centro della città.

Anche nel Kordofan del nord, grazie al supporto dei droni turchi, l’esercito avrebbe conquistato terreno anche se le milizie hanno risposto bombardando ripetutamente le centrali elettriche con i droni forniti da Abu Dhabi.

Le mosse di al-Burhan

Sembra quindi che “l’offensiva generale” lanciata lo scorso anno dal capo del regime sudanese ora insediato a Port Sudan, il generale Abdel Fattah al-Burhan, stia funzionando, anche grazie ad alcuni mosse azzeccate dal punto di vista politico e tattico.

Tra queste, l’alleanza tra le forze armate fedeli ad al-Burhan e alcuni movimenti armati presenti nel paese, in particolare una delle fazioni in cui è diviso il Movimento di Liberazione del Popolo del Sudan – Nord (SPLM-N), guidata da Malik Agar, promosso alla vicepresidenza del governo lealista denominato “Consiglio Sovrano”.

Inoltre al-Burhan è riuscito a convincere alcuni comandanti delle Forze di Supporto Rapido a passare dalla sua parte; un importante ruolo, nella conquista di Gezira, è stato giocato dalla scelta di Abuagla Keikel di mollare le RSF e passare dalla parte delle SAF.

Il sostegno di Russia e Iran 

Sul fronte internazionale, al-Burhan ha deciso di affidarsi alla Russia e all’Iran ottenendo sostegno politico ed economico ma soprattutto militare, fondamentale per la riuscita dell’offensiva contro le milizie ribelli. Da Mosca sono infatti arrivati tank, caccia e tecnologie d’avanguardia mentre Teheran ha fornito i droni Mohajer-6, aiutando al contempo le SAF ad avviare la produzione di una versione locale dei velivoli senza pilota iraniani. Anche l’Eritrea si è schierata con al-Burhan, impegnandosi ad addestrare un certo numero di militari sudanesi.

In cambio del supporto iraniano, al-Burhan sembra aver rinunciato alla normalizzazione delle relazioni con Israele e alla paventata adesione agli Accordi di Abramo. Inoltre Port Sudan ha chiesto a Teheran di assumere un ruolo chiave nella futura ricostruzione del paese.

Da parte sua la Russia sembra aver ottenuto l’assenso definitivo del regime sudanese alla realizzazione di una propria base navale sul Mar Rosso. Il 13 febbraio, infatti, il ministro degli Esteri di al-Burhan, Ali Youssef, ha incontrato a Mosca l’omologo Sergei Lavrov per discutere della richiesta russa. Dopo sei anni di difficili e altalenanti trattative (all’inizio della guerra civile Mosca ha appoggiato le Forze di Supporto Rapido in cambio dello sfruttamento delle miniere d’oro del Darfur) la Russia ha finalmente ottenuto l’assenso, spera definitivo, a stabilire una base militare nell’area di Port Sudan.

Le due parti hanno concordato il riavvio dell’accordo preliminare firmato nel novembre 2020 che prevedeva una concessione di 25 anni per la realizzazione di un polo navale russo sulle coste del Mar Rosso in grado di ospitare alcune centinaia di militari e quattro navi da guerra.

Dagalo divide le opposizioni e forma un “governo parallelo” 

Tentando di bilanciare i rovesci militari, il generale Dagalo ha realizzato una serie di incontri con alcuni dei leader dei partiti della coalizione “Taqaddum” prefigurando, in caso di vittoria, un processo di transizione che allo stato sembra assai improbabile.

Il leader delle Forze di Supporto Rapido ha potuto contare sul processo di frammentazione che ha investito la coalizione di movimenti civili finora guidati da Abdullah Hamdok, primo ministro del governo di transizione destituito nell’ottobre del 2021 da un colpo di stato realizzato congiuntamente dalle forze di al-Burhan e di Dagalo (che poi però nel 2023 hanno iniziato la sanguinosa guerra civile tuttora in corso).

La divisione di Taqaddum ha portato alla creazione di due coalizioni politiche. La prima, denominata “Sumoud” (Alleanza civile democratica delle forze della rivoluzione) e guidata da Hamdok, si dichiara contraria ad ogni tipo di collaborazione con i due schieramenti protagonisti del conflitto civile; la seconda, invece, guidata dall’ex portavoce di Taqaddum Idris al-Hadi, si è prestata a firmare una dichiarazione di intenti propedeutica alla formazione di un governo parallelo in esilio guidato dalle Forze di Supporto Rapido.

La firma, dopo vari rinvii, è avvenuta a Nairobi lo scorso 22 febbraio ed ha provocato una forte crisi diplomatica tra il paese ospitante, il Kenya, e il governo di al-Burhan. Port Sudan ha ritirato il proprio ambasciatore ed ha accusato il presidente keniota William Ruto di sostenere quella che ha definito “una milizia genocida (…) vendendosi ai finanziatori delle RSF”, in riferimento all’Etiopia ma soprattutto agli Emirati Arabi Uniti.

Le Forze di Supporto Rapido si asserragliano nel Darfur 

Da parte loro, pressati da più direzioni dall’offensiva delle forze regolari, i miliziani di Dagalo hanno ripiegato nel Darfur, regione dove le Forze di Supporto Rapido si sono formate a partire dalle milizie Janjawid, costituite per volontà del dittatore Omar al Bashir. In Darfur i paramilitari di Hemeti sono tornati a praticare la pulizia etnica a danno delle popolazioni africane non islamiche.

Il leader dei ribelli sembrerebbe intenzionato almeno a consolidare il suo potere e il suo controllo della regione dove le sue milizie sono più numerose e radicate, e allo scopo si è dedicato alla formazione del “governo parallelo” alternativo al Consiglio Sovrano e che aspira ad ottenere un certo riconoscimento internazionale in virtù dell’inclusione di una parte dei partiti che avevano dato vita al processo di transizione interrotto violentemente.

L’emergenza umanitaria si aggrava 

Nel frattempo il blocco dei finanziamenti statunitensi ha paralizzato ciò che rimane del sistema sanitario sudanese, causando un impatto gravissimo sulla popolazione stremata dalla lunga crisi e poi dalla guerra civile che ha causato molte decine di migliaia di vittime.

La situazione è stata denunciata da un rapporto stilato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e dall’Health Cluster, che racchiude 66 partner tra cui organizzazioni internazionali, agenzie Onu, Ong e istituti accademici. Secondo il documento il taglio dei finanziamenti deciso da Trump ha colpito le principali agenzie delle Nazioni Unite e altre organizzazioni, ostacolando gravemente la loro capacità di far fronte ad una crescente crisi umanitaria. Oltre alla malnutrizione e alle conseguenti patologie, nel paese stanno dilagando anche epidemie di colera e malaria, con una situazione particolarmente grave in Darfur.

Dall’inizio del conflitto si stima che almeno 12 milioni di persone siano state costrette ad abbandonare le proprie case e a cercare rifugio in altre aree del paese se non addirittura nei paesi confinanti.

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27/04/2024

Sudan - La guerra civile si estende, situazione drammatica

Ad un anno dall’inizio della guerra civile, in Sudan la speranza di un accordo di pace tra le parti è ridotta al lumicino mentre il numero delle vittime e l’entità delle distruzioni aumentano.

Il conflitto che oppone l’esercito sotto il controllo del governo guidato da Abdel Fattah al Burhan e le Forze di Supporto Rapido (RSF), guidate dal suo ex alleato Mohamed Hamdan “Hemeti” Dagalo, scoppiata nell’aprile del 2023, sta vivendo in questi giorni una nuova fiammata.

La situazione più preoccupante rimane quella nella martoriata regione del Darfur del Nord dove, dopo aver mantenuto a lungo la propria neutralità, alcune milizie locali hanno gradualmente deciso di federarsi e di schierarsi contro le RSF dopo i ripetuti attacchi di queste ultime.

La guerra civile si allarga

Nei giorni scorsi è stata infranta la tregua che finora aveva protetto la città di al-Fashir, capitale del Darfur settentrionale abitata da un milione e seicentomila abitanti.

Nel corso del conflitto le RSF e altre milizie alleate si sono impossessate di quattro capoluoghi dello stato del Darfur compiendo una serie di omicidi a sfondo etnico ai danni della popolazione non araba. Finora al-Fashir era scampata alle razzie delle Forze di Supporto Rapido ma ora l’inizio dei combattimenti per il controllo della città rischiano di provocare un alto numero di vittime e un’ennesima emergenza umanitaria. In città sono infatti già ospitate circa mezzo milione di persone che avevano dovuto sfollare da altre zone del Darfur nel corso del conflitto precedente, quando l’esercito – allora assistito proprio dalle milizie arabe da cui sono poi nate le RSF – erano intervenute contro alcuni gruppi ribelli locali. Altre migliaia di profughi si erano poi rifugiati ad al-Fashir nell’aprile del 2023, quando esplosero i combattimenti nella capitale sudanese Khartoum e in altre città, approfittando della tregua concordata dalle autorità locali con le RSF, rimaste finora confinate in alcune aree orientali del capoluogo.

Ma nei giorni scorsi le Forze di Supporto Rapido hanno sferrato un attacco contro le milizie rivali conquistando la località di Melit, e il governo ha quindi aumentato i rifornimenti alle truppe, acquartierate in una base all’interno della città. Violenti combattimenti si sono già verificati il 16 aprile, con un bilancio di 18 morti, e 11 villaggi abitati dal gruppo etnico zaghawa (non arabo), che sorgevano alla periferia di al-Fashir, sono stati di fatto rasi al suolo dai bombardamenti delle Forze di Supporto Rapido.

Le milizie del Darfur si schierano col governo

La recrudescenza degli attacchi ha spinto nelle scorse settimane due milizie ribelli radicate nel Darfur del Nord, l’Esercito di Liberazione del Sudan (SLA) e il Movimento per la Giustizia e l’Uguaglianza (JEM), ad annunciare che combatteranno per difendersi dalle RSF.

Contro le Forze di Supporto Rapido del Sudan si è schierato poi nelle scorse ore anche Musa Hilal, un importante leader tribale del Darfur, che ha dichiarato il proprio sostegno al governo di Khartoum. Hilal guida il cosiddetto “Consiglio del Risveglio Rivoluzionario” (RAC) e una parte della tribù rizeigat, la stessa del comandante delle RSF Dagalo.

Al servizio dell’allora dittatore islamista del Sudan, Omar al-Bashir, Hilal guidò a partire dal 2003 le famigerate milizie janjaweed che devastarono il Darfur accanendosi in particolare contro la popolazione non araba. Le atrocità causarono, secondo le stime, circa 300 mila vittime.

Nel 2010 però l’alleanza tra il capo dei janjaweed e al-Bashir si ruppe, e il primo tornò in Darfur dopo aver ricoperto alcuni incarichi a Khartoum. A quel punto il dittatore decise di assegnare ad “Hemeti” Dagalo la guida di una nuova milizia, le Forze di Supporto Rapido, creata a partire dai janjaweed dopo l’arresto di Hilal nel 2017. Hilal fu liberato nel 2021, due anni dopo la deposizione di al-Bashir e, dopo lo scoppio della guerra civile tra i due protagonisti del golpe contro il dittatore e contro il suo successore, il premier Hamdok, cominciò a denunciare i crimini compiuti in Darfur dalle RSF e dalle milizie libiche e ciadiane alleate di Dagalo, pur senza impegnarsi nel conflitto.

La sua dichiarazione di belligeranza a favore del governo insieme alle SLA e al JEM (federatesi nelle “Forze congiunte dei movimenti di lotta armata”) potrebbe ora ribaltare le sorti del conflitto nell’area.

Nei giorni scorsi sono ripresi anche gli scontri tra l’esercito regolare e le RSF attorno alla raffineria di petrolio di Khartoum, che sorge nell’area di Al Jaili.
Inizialmente i combattimenti tra le due fazioni, che nel 2021 avevano deposto insieme il primo ministro civile Abdalla Hamdok, si erano sviluppati soprattutto a Khartoum e nella vicina Omdurman. Ma poi il conflitto si è allargato coinvolgendo, oltre al Darfur, anche gli stati di Kordofan e Gadaref.

Il ruolo di Iran ed Emirati Arabi Uniti

Nel conflitto sono poi intervenuti, a sostegno dell’una o dell’altra fazione, attori esterni. Confermando indirettamente la notizia che l’Iran abbia fornito al governo sudanese un certo numero di droni da bombardamento, nei giorni scorsi il generale Muhammad Bashir Suleiman ha detto all’Agenzia Nova che «le Forze Armate sudanesi hanno il diritto di ricevere assistenza ed equipaggiamenti militari da qualsiasi paese straniero».

Sul fronte opposto non è un segreto che gli Emirati Arabi Uniti stiano armando e finanziando le Forze di Supporto Rapido anche se recentemente, in una lettera inviata al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la rappresentante di Abu Dhabi all’ONU Lana Nusseibeh ha definito le accuse “prive di fondamento”. A marzo Khartoum aveva accusato gli Emirati di aver trasferito forniture militari alle forze di Dagalo attraverso il Ciad, che secondo gli Emirati erano invece aiuti umanitari.

Catastrofe umanitaria

Secondo le stime, in dodici mesi di scontri il conflitto ha provocato finora almeno 16 mila morti, di cui 14 mila civili, quasi 9 milioni di sfollati ed una crisi umanitaria che coinvolge oggi più della metà degli abitanti del Paese. Secondo le Nazioni Unite, circa 25 milioni di persone necessitano attualmente di assistenza, e 18 milioni soffrono di grave insicurezza alimentare. L’emergenza si è riversata anche su altri Paesi della regione, con circa 1,8 milioni di persone fuggite in Egitto, Sud Sudan, Etiopia, Eritrea, Libia, Ciad e Repubblica Centrafricana, senza contare i 7 milioni di sfollati interni.

La riunione congiunta di Consiglio di sicurezza dell’Onu e Unione Africana tenutasi il 19 marzo a New York ha lanciato l’allarme: «La guerra in corso in Sudan da un anno è una crisi di proporzioni epiche e il mondo deve ripensare il modo in cui sostiene il popolo sudanese in un contesto di atrocità dilaganti contro i civili e senza fine in vista».

Nel tentativo di arginare la catastrofe umanitaria, lo scorso 15 aprile si è svolta a Parigi la “Conferenza umanitaria per il Sudan” che si è impegnata a fornire alla popolazione del paese africano aiuti per circa 2 miliardi di euro. Circa 900 milioni di euro dovrebbero essere messi a disposizione dai paesi dell’Unione Europea.

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03/05/2023

Sudan - Dopo anni di attacchi ai manifestanti, l’esercito e i paramilitari delle RSF l’uno contro l’altro

Più di 500 persone sono state uccise e 4.000 ferite da quando, il 15 aprile, sono scoppiati i combattimenti tra le Forze armate sudanesi (SAF) e le forze paramilitari di supporto rapido (RSF).

Gruppi come il Sindacato dei Medici del Sudan temono che i combattimenti possano intensificarsi dopo l’evacuazione dei cittadini stranieri. Migliaia di persone sono già fuggite dal Paese. Oltre il 69% degli ospedali nelle zone di conflitto e in quelle limitrofe sono inutilizzabili. C’è una grave carenza di medicine, cibo, acqua ed elettricità.

I combattimenti sono l’ultima di una serie di convulsioni politiche da quando le massicce proteste pro-democrazia hanno rovesciato il dittatore di lunga data Omar al-Bashir nell’aprile 2019. Il capo dell’esercito, generale Abdel-Fattah Burhan, che presiede la giunta militare al potere, e il suo vice e capo dell’RSF, generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemeti, erano membri chiave del regime di Bashir. La RSF è stata costituita dalle milizie janjaweed, responsabili di uccisioni di massa in Darfur durante il regno di Bashir.

Burhan e Hemeti hanno assunto il controllo de facto dopo la caduta di Bashir e sono stati responsabili del massacro di oltre 100 manifestanti che chiedevano un governo civile in un sit-in a Khartoum nel giugno 2019. In seguito, hanno negoziato con i partiti di destra della coalizione Forze per la libertà e il cambiamento (FFC) e hanno inaugurato un governo di transizione civile-militare ad agosto.

Mentre questo governo aveva un primo ministro civile, Abdalla Hamdok, la difesa, la polizia e la politica estera erano sotto il controllo dell’esercito, con Burhan a capo di un “Consiglio di sovranità”. L’esercito controlla una fetta consistente dell’economia, mentre l’RSF si è ingozzato delle ricchezze minerarie del Darfur.

L’accordo di transizione avrebbe dovuto aprire la strada a un governo civile. Invece, nell’ottobre 2021, Burhan e Hemeti hanno preso il controllo completo con un colpo di Stato.

Negli anni successivi al colpo di Stato, i manifestanti sono scesi in piazza, spesso a centinaia di migliaia, rifiutando qualsiasi compromesso con la giunta e chiedendo una vera democrazia e il controllo civile delle forze armate.

Le proteste sono state guidate dai Comitati di Resistenza (RC), una rete di oltre 5.000 organizzazioni di quartiere. Anche le forze di sinistra, tra cui il Partito Comunista Sudanese, sono state una forza fondamentale. Oltre 120 persone sono state uccise negli attacchi alle manifestazioni nei mesi successivi al colpo di Stato dell’ottobre 2021.

Incurante del sentimento popolare contrario a qualsiasi negoziato con la giunta, la comunità internazionale – ONU, Stati Uniti, Regno Unito, Unione Europea, Unione Africana e l’Autorità intergovernativa regionale per lo sviluppo – ha sostenuto la ripresa dei colloqui tra la giunta e la FFC.

Questi negoziati hanno portato all’Accordo quadro nel dicembre 2022, che doveva concludersi con un accordo politico finale che avrebbe portato alla formazione di un altro governo congiunto con i civili l’11 aprile 2023.

Questo piano non si è concretizzato perché il SAF e l’RSF si sono rivoltati l’uno contro l’altro dopo essersi trovati in disaccordo sui tempi di integrazione del secondo nel primo.

Il Partito Comunista Sudanese ha ribadito il suo rifiuto di qualsiasi compromesso con la giunta. Afferma che il sostegno internazionale a un altro compromesso per la condivisione del potere dopo il colpo di Stato di ottobre è servito a legittimare la giunta, che alla fine ha portato a questa lotta intestina.

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