Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
07/07/2025
Calabria, sanità al collasso
Chiuse le Postazioni di Emergenza Territoriale di Catanzaro Lido e Maida, precedute da quella di Girifalco. Oramai rimane solamente la drammatica conta delle postazioni inattive, perché provviste solamente dell’autista. Qualche giorno fa anche Isca sullo Ionio ha subito la chiusura. Ma è chiaro che la situazione continuerà a peggiorare, proprio in coincidenza con i due mesi culmine estivi, luglio e agosto, perché la popolazione aumenterà nelle località turistiche e il servizio si sta riducendo drasticamente.
A ciò si aggiunge il mancato pagamento degli straordinari al personale che presta servizio, sottoposto a turni massacranti per non far fermare le ambulanze (non pagato da dicembre). All’ASP di Catanzaro, nonostante il sacrificio, capita che gli operatori del 118 vengano valutati al minimo per il pagamento della produttività 2023.
Infine, vi è anche il blocco delle prestazioni aggiuntive, nonostante la carenza di medici sia nota a tutti. Viene da chiedersi se non si stia attuando una scientifica operazione di sabotaggio del servizio d’emergenza, forse perché c’è qualche privato interessato?
Un quadro drammatico con ambulanze ferme, con la conseguenza di avere interi territori privati di un fondamentale e primario presidio di assistenza. Siamo passati dalle postazioni demedicalizzate, prive di medico per intenderci, chiuse a giorni alterni perché anche la figura dell’infermiere è venuta meno.
Il modello lombardo, importato nella nostra regione, secondo il quale il servizio d’emergenza può benissimo funzionare anche con l’assenza del medico, mostra tutta la sua debolezza quando gli infermieri scarseggiano, con la drammatica conseguenza che le ambulanze rimangono ferme e l’intero sistema sanitario è oramai al collasso.
Ma nonostante questo fallimento la Regione Calabria di Occhiuto si affida ancora alla Lombardia e approvando lo schema di Accordo di collaborazione ai sensi dell’art. 15 della L. 241/1990 tra la Regione Calabria e la Regione Lombardia per la realizzazione del Progetto di collaborazione interregionale per la riorganizzazione della rete di Pronto Soccorso.
Come se non bastasse tutto ciò, la continuità assistenziale (le guardie mediche) che è il servizio che garantisce l’assistenza medica di base a domicilio e ambulatoriale per situazioni che rivestono carattere d’urgenza e che si verificano durante le ore notturne o nei giorni festivi e prefestivi, sta funzionando a scartamento ridotto con chiusure mensili dai 6 agli 8 giorni, come sta avvenendo a S.Andrea Jonio e Satriano.
Non possiamo dimenticare cosa è avvenuto a Serafino Congi, 48 anni, deceduto su un’ambulanza lo scorso 4 gennaio dopo aver passato ore nel Pronto soccorso di San Giovanni in Fiore.
In Calabria si muore, rammentiamo, perché la sanità pubblica è stata smantellata. Ma c’è chi con la conseguente privatizzazione della sanità continua ad arricchirsi. La Dulbecco di questi giorni insegna, pur rimanendo garantisti fino in fondo. Questi sono i risultati dell’Attività Libero Professionale Intramuraria (ALPI).
Di quel regime di prestazioni sanitarie erogate da medici dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale, all’interno delle strutture ospedaliere, ma al di fuori del normale orario di lavoro e a pagamento. Vicenda sulla quale la politica catanzarese e calabrese non ha speso una parola.
Noi riteniamo che la sanità non sia un bene di mercato, ma un diritto fondamentale e dobbiamo rilanciarla!
Fonte
05/04/2024
Guerra in Ucraina - Kiev richia il collasso
«Più a lungo va avanti la guerra, più territorio guadagnerà la Russia... anche Odessa cadrà» ha vaticinato nei giorni scorsi il Tycoon statunitense Elon Musk.
Dopo aver preso atto del fallimento della controffensiva delle forze armate ucraine, che tante aspettative aveva generato, l’inverno scorso il presidente Zelensky aveva ordinato la fortificazione della linea del fronte per impedire l’avanzata russa, ma a distanza di alcuni mesi le operazioni procedono speditamente soltanto a nord, mentre a est e a sud sono in forte ritardo. Nei primi tre mesi del 2024 le truppe di Mosca hanno così conquistato circa 400 kmq di territori ucraini, soprattutto nel Donbass. Mentre scriviamo sono in corso furiosi combattimenti a Chasiv Yar, dove le truppe russe sono sul punto di conquistare la cittadina del Donetsk.
La Russia avanza
La pressione delle forze armate russe sulle linee e sulle città ucraine è continua e a Kiev neanche il forzato ottimismo di Zelensky – sempre più alternato a cupe profezie di sventura – riesce più a contrastare il fatalismo non solo della popolazione ma anche di politici e militari.
I due paesi continuano a lanciare droni e missili contro obiettivi avversari, causando danni ingenti e vittime. Il 22 e 29 marzo due massicci attacchi russi hanno gravemente danneggiato cinque centrali termoelettriche, riducendo la produzione di elettricità dell’80%. Nei giorni scorsi, ondate di bombardamenti sono state lanciate contro diverse infrastrutture – e obiettivi civili – da Kharkiv a Sumy fino ad Odessa.
L’Ucraina continua a voler coinvolgere i territori russi nei combattimenti, ed ha colpito nei giorni scorsi alcuni impianti industriali, tra i quali una fabbrica di droni e una grande raffineria di petrolio, nella lontana repubblica del Tatarstan, a quasi 1200 km di distanza dal confine. Ma difficilmente la crescente capacità ucraina di colpire ripetutamente obiettivi nemici così in profondità invertirà l’andamento del conflitto se i paesi occidentali non riusciranno a riprendere presto e in maniera massiccia i rifornimenti di armi e munizioni.
La Nato vuole un fondo da 100 miliardi
Mentre su iniziativa della Repubblica Ceca i paesi europei si stanno impegnando nell’acquisto collettivo di 1,5 milioni di munizioni, il vertice dei Ministri degli Esteri della Nato a Bruxelles si è concentrato sulla proposta avanzata dal segretario generale Jens Stoltenberg di dar vita ad un fondo pluriennale da 100 miliardi di dollari a favore dell’Ucraina.
L’intento dell’iniziativa, neanche troppo celato, è vincolare gli Stati Uniti a finanziare lo sforzo bellico nei prossimi cinque anni anche nel caso in cui le prossime elezioni presidenziali dovessero essere vinte da Donald Trump, che non ha mai fatto mistero di considerare prioritario lo scontro con la Cina piuttosto che con la Russia. Occorrerà attendere il vertice dell’Alleanza Atlantica previsto a Washington dal 9 all’11 luglio per capire se la proposta sarà approvata e se diventerà operativa in tempi celeri. Ma, ammesso che nelle prossime settimane si trovi un accordo, potrebbe essere troppo tardi.
«Non c’è nulla che possa aiutare l’Ucraina»
Tra gli alti ufficiali di Kiev, in particolare tra quelli che hanno servito il comandante delle forze armate Valery Zaluznhy prima che a febbraio Zelensky lo rimuovesse, si diffonde il timore che il fronte possa cedere da un momento all’altro, quando i comandi di Mosca decidessero di concentrare l’offensiva su un singolo settore delle attuali linee ucraine. «Non c’è nulla che possa aiutare l’Ucraina adesso perché non esistono tecnologie in grado di compensare Kiev per la grande massa di truppe che la Russia scaglierà contro di noi. Noi non disponiamo di queste tecnologie e neanche l’Occidente le possiede in numero sufficiente» hanno affermato le fonti militari interpellate dal giornalista di “Politico” Jamie Dettmer.
Se anche il Congresso di Washington riuscisse finalmente ad approvare, bypassando il blocco eretto dai repubblicani, il pacchetto da 60 miliardi di finanziamenti per Kiev, i massicci aiuti non consentirebbero comunque all’Ucraina di invertire la tendenza sul campo, favorevole ormai da mesi a Mosca grazie alla netta superiorità russa in fatto di truppe e mezzi. Le truppe russe continuano da mesi, seppur lentamente, a rosicchiare terreno agli avversari che difficilmente Kiev potrà recuperare, ma la lenta avanzata di Mosca potrebbe rappresentare solo il prologo, la rincorsa di un disastroso sfondamento.
Anche la consegna a Kiev, prevista in estate, di una dozzina di caccia F-16, sicuramente non sarà risolutiva; «ogni arma ha il suo momento giusto. Gli F-16 erano necessari nel 2023; non saranno adatti per il 2024» secondo un alto ufficiale ucraino citato sempre da Politico.
A Kiev mancano truppe fresche
Anche se, dopo un anno di scontri e polemiche, Zelensky ha finalmente firmato la legge che abbassa l’età della coscrizione obbligatoria da 27 a 25 anni, difficilmente il presidente e il suo governo premeranno l’acceleratore sulla mobilitazione delle truppe, anche se secondo Zaluznhy a Kiev servirebbero almeno 500 mila nuovi combattenti. Si tratta infatti di una misura fortemente impopolare e gli attuali vertici dello stato ucraino non vogliono perdere troppi consensi sbattendo al fronte un consistente numero di giovani.
Non a caso il provvedimento firmato da Zelensky prevede che si possa essere arruolati già a 25 anni ma che fino ai 27 non si possa essere inviati a combattere, mentre un’altra legge, che riduce i casi in cui i richiamati hanno diritto all’esenzione, rimane impantanata alla Rada sotto una valanga di 4 mila emendamenti.
La scorsa settimana il generale Oleksandr Syrsky – che ha sostituito Zaluznhy al vertice degli apparati militari – ha addirittura affermato che l’Ucraina non ha bisogno di un numero consistente di truppe fresche e che può “arrangiarsi” spostando al fronte qualche migliaio di militari e di volontari finora impiegati in ruoli amministrativi o non combattenti, seppur dopo un addestramento intensivo che non può durare meno di quattro mesi.
I comandi militari ucraini temono il collasso
La sortita del nuovo pupillo di Zelensky ha suscitato lo sconcerto e la rabbia di una parte dei comandi militari di Kiev, convinti che il fronte rischi di collassare già nelle prossime settimane non solo a causa della scarsità dei rifornimenti – soprattutto di munizioni per l’artiglieria e di sistemi di difesa antiaerea – ma anche della mancanza di rimpiazzi per i soldati impegnati nei combattimenti, in certi casi anche da due anni, falcidiati da varie decine di migliaia di caduti e da un numero ancora maggiore di feriti.
Se alla fine di marzo il segretario alla Difesa statunitense Lloyd Austin aveva affermato che la Russia era in difficoltà a causa dell’alto numero di perdite tra le proprie truppe, nei giorni scorsi il vicesegretario di Stato Kurt Campbell ha invece assicurato che Mosca ha «quasi completamente ricostituito» le proprie forze armate.
25/12/2023
Stanno sfasciando la sanità pubblica
Turni massacranti e straordinari non riescono più a coprire l’incessante domanda di cure che è aumentata anche a causa del pesante ridimensionamento della medicina territoriale che ha continuato a dissanguarsi persino durante e dopo la tragica esperienza della pandemia da covid.
Chi può prenota a pagamento perché le liste d’attesa per esami e visite alle Asl sono talmente allungate da indurre tantissimi pazienti a rivolgersi, sempre più massicciamente, agli istituti privati, sia per la diagnostica che per le cure.
Malgrado le solite promesse, il Servizio Sanitario Nazionale continua ad essere deprivato di finanziamenti e di piani di rilancio. Il recente Documento Programmatico di Bilancio prevede, come parte delle “manovra” per la sanità pubblica prevede un aumento di soli 3 miliardi con il finanziamento del SSN che passa da 131,1 miliardi a 134,7 miliardi.
Ma se si tiene conto dell’inflazione media, il finanziamento scende del 2,8% nel 2023 e scenderà, secondo tutte le previsioni, del’1,4% il prossimo anno, per un taglio complessivo del 4,2% nel biennio, ovvero, quasi la metà di quello realizzato tra il 2008 e il 2014. Il rapporto tra spesa e PIL tornerà nel 2024 al 6,4% il livello minimo raggiunto solo nel 2007 e nel 2014.
In questa situazione, per moltissimi cittadini – soprattutto per quelli piu in difficoltà – curarsi sta diventando sempre più oneroso. Le cifre di questa inesorabile tendenza a pagare di tasca propria e per intero diagnosi e cure: +46% in 6 anni, +8% nel 2023. E’ ciò che hanno speso i cittadini per motivi sanitari, nonostante ogni italiano paghi, in media,1,8 mila euro di tasse l’anno finalizzate al servizio sanitario.
Si tratta di ben 40 miliardi che sono finiti in mano ai pescecani privati del settore i quali stanno vedendo aumentare enormemente i propri profitti speculando su quello che dovrebbe essere un diritto inalienabile di tutti: quello alla salute ed alla cure.
Questo vuol dire che si sta andando rapidamente verso uno spostamento dell’offerta sanitaria dal settore pubblico a quello privato con la conseguenza che si curerà soltanto chi ha la disponibilità economica di farlo, ovvero, l’affossamento del diritto alla salute.
Nell’anno che sta volgendo a conclusione, più di 3 milioni di cittadini hanno rinunciato a curarsi per mancanza di risorse. Il 21% degli italiani, poi, risparmia denaro per poter effettuare prestazioni sanitarie mentre un italiano su quattro (23%) “drammaticamente non riesce a risparmiare denaro per far fronte alle spese sanitarie”.
E sono tornate ad affacciarsi, con campagne pubblicitarie aggressive, le grandi compagnie di assicurazioni, anche grazie al lavoro di sponda offerto dai sindacati complici: il 17% della popolazione ne ha sottoscritta una.
E pensare che, secondo molte analisi, investire nel Servizio Sanitario, sarebbe anche un fattore di crescita economica. L’esatto contrario di quanto si è fatto in Italia a partire dal famigerato governo Monti con la sua scure che, a partire dal 2012, ha inferto la prima vera ferita grave al nostro SSN. Ogni euro di risorse pubbliche impiegato in sanità ne genererebbe due di produzione in valore.
Non solo: se l’investimento pro-capite di risorse fosse pari a quello della Germania, si creerebbero 2,5 milioni di nuovi posti di lavoro. Di più, è ampiamente dimostrato che i costi di una medicina completamente sbilanciata sulla ospedalizzazione sono molto piu alti di quella orientata alla prevenzione mediante un sistema di assistenza medica territoriale efficiente, guarda caso, proprio come quello tedesco.
Ma, evidentemente, anche questi solidi argomenti sono completamente – e volutamente – ignorati da una classe politica e sindacale ormai completamente al guinzaglio dei grandi gruppi finanziari che stanno marciando trionfalmente verso la totale conquista di un settore che procede speditamente verso un modello sanitario alla statunitense: paghi o muori.
Fonte
30/12/2021
Dalla pandemia non avete imparato niente. Il governo degli impostori
La vergognosa logica di dover “convivere con il virus”, come se nulla fosse accaduto in questi ventidue mesi, e quindi dichiarare periodicamente che “siamo tornati alla normalità”, sta rivelando come le classi dirigenti e la classe dominante nulla hanno appreso dalla dolorosa lezione della pandemia.
Si trastullano con i dati sul Pil e una ripresa economica che però – guidata dai consueti criteri liberisti – rischia di accentuare ancora di più le disuguaglianze sociali appena gratti un po’ sotto la superficie dei provvedimenti adottati e di quelli in programma.
Il vulnus più doloroso resta quello della sanità. Nonostante le falle messe in evidenza in questi mesi, il governo ha preferito investire solo sulla campagna vaccinale e nulla sul ripristino della sanità territoriale.
Di fronte alla diffusione dei contagi siamo tornati alla situazione dello scorso anno, in cui l’assistenza sanitaria domiciliare è inesistente e gli ospedali fanno barriera per evitare di implodere a causa dei migliaia di ricoveri, sia per Covid sia per le patologie di sempre. Il problema era ed è rimasto quello.
Lo smantellamento della sanità territoriale e di ogni strutture intermedia tra il domicilio e il pronto soccorso già riversava su ospedali al collasso la “normalità”. Inevitabile che un’emergenza pandemica fiaccasse a colpi di maglio strutture già in serissime difficoltà.
Il governo Draghi – perché occorre riconoscere che persino Conte, in qualche modo, aveva provato a fare qualcosa di diverso – si è mosso in totale continuità con la visione neoliberista dei servizi pubblici, rimuovendo ogni serio e congruo investimento sulla sanità per dotarla di risorse che andassero anche oltre l’emergenza pandemica.
Al contrario ha investito solo sulla campagna vaccinale smantellando invece quella già debole sul tracciamento (i tamponi).
I risultati sono adesso sotto gli occhi di tutti. Da molte regioni – e con la ricca Lombardia di nuovo a fare “malacronaca” – arrivano notizie sul collasso del sistema dei tamponi.
La super ondata di casi Covid sta infatti mettendo in ginocchio il sistema di tracciamento. In molte ASL, per i test prescritti dal proprio medico curante, c’è l’attesa (minimo di un’ora) davanti al computer per cercare di afferrare una prenotazione e poi altrettanto in coda al drive in o ai centri.
La corsa al test molecolare, da parte di chi presenta dei sintomi riconducibili al virus, di chi ha avuto un contatto stretto con un positivo nei giorni precedenti, o anche solo da chi sta cercando di passare queste feste prendendo tutte le precauzioni per evitare di infettare amici e parenti, non accenna a fermarsi e proseguirà fino a quando i contagi giornalieri non inizieranno a scendere.
Inoltre le restrizioni per i non vaccinati hanno aumentato da settimane la domanda di tamponi per potersi recare al lavoro.
“La situazione dei tamponi è ingestibile, davanti alle farmacie ci sono lunghe code“ denuncia il presidente dell’Ordine dei medici Roberto Carlo Rossi. “Questo malfunzionamento non solo crea grandi difficoltà ai medici, di tempo e di risorse, ma li rende anche colpevoli di fronte ai pazienti, aumentando il contenzioso con loro“. Se n’è avuta prova all’ospedale San Carlo di Milano in questi giorni.
A chi fa i tamponi perché non vaccinato in questi giorni si sono aggiunti coloro che devono prendere treni o aerei, chi ha voluto essere prudente in vista delle feste in famiglia anche se vaccinato e poi chi è venuto a contatto con un positivo.
Poi il governo pretende il super greenpass con tampone molecolare, mentre i medici dello Spallanzani mandano a dire che il “molecolare va fatto solo se si devono prendere decisioni cliniche per persone ad alto rischio“.
Non solo. L’aumento dei contagi costringe decine di migliaia di persone alla quarantena in casa, ma siamo di nuovo a “tachipirina e vigile attesa”, nonostante i vaccini stiano contenendo i numeri dei decessi e dei ricoveri in terapia intensiva.
Le ambulanze – poche – arrivano solo se i parametri del malato sono oltre il limite dell’ossigenazione. Visite o terapie a domicilio non sono previste (do you remember le famose “Usca”? ndr) e l’accettazione negli ospedali diventa caotica, soprattutto in quelli dove non sono previsti i “percorsi Covid”.
I soli centri che si sono riempiti di medici e infermieri sono quelli vaccinali, ma sulle ambulanze, nei pronto soccorso e nelle corsie si sta ancora come prima del Covid, spesso con contratti a tempo che vengono revocati appena il governo e il Cts dichiarano che siamo “tornati alla normalità”, ben sapendo o ignorando che stiamo facendo i conti con un virus di cui le cose che non si conoscono sono ancora più di quelle che si conoscono.
Si è andati a tentoni per più un anno ed era forse in parte inevitabile, ma non aver voluto apprendere nulla dall’esperienza pandemica ormai sta diventando criminale.
Affrontare una pandemia avendo in mente solo il PIL non è più accettabile. Questo non è il “governo dei migliori”, ma un governo di impostori.
Fonte
31/07/2020
Bolivia - Mobilitazione di massa e sciopero a oltranza per esigere le elezioni
La mobilitazione è stata convocata per le prime ore del mattino nel simbolico luogo di Senkata, La Paz dove il 19 novembre del 2019 c’è stato un massacro, da lì verso la regione della Ceja, dove si è tenuta un’assemblea oceanica.
Questa massiccia mobilitazione è l’inizio di una nuova tappa di lotta nel paese, hanno partecipato tutte le organizzazioni sociali della Bolivia con a capo la Central Obrera Boliviana (C.O.B.) e il Patto di Unità delle organizzazioni indigene e cittadine, a loro si sono unite migliaia di persone a piedi, non facenti parte di un’organizzazione sociale o partito politico che dimostrano il malcontento della società in generale di fronte alle politiche e all’agire antidemocratico del governo di fatto. Inoltre, la mobilitazione è stata replicata in differenti punti del paese.
Nell’assemblea la Centrale operaia boliviana (C.O.B.) condotta da Juan Carlos Huarachi, ha dato un termine di 72 ore al Tribunale Supremo Elettorale (T.S.E.) per ritirare il posticipo delle elezioni e affinché si tengano il 6 di settembre. Qualora questa richiesta non fosse accolta, a partire da lunedì 3 agosto si inizierà uno sciopero generale a tempo indeterminato con blocco nazionale di strade nei 9 dipartimenti della Bolivia.
Il suo discorso di fronte alla folla è consistito nell’esprimere il sentire del popolo: “Il problema nel paese non è il Covid-19, il problema è questo governo incapace che non ha dato attenzione al momento opportuno (...) politicizzano la pandemia e giocano con la salute e la vita delle persone”. D’altra parte, Huarachi ha respinto le accuse del governo che le manifestazioni implicano contagio di Covid-19. Ha precisato che “i responsabili dei contagi che ci sono nel paese sono i governanti che non aver fatto scorte di materiali di bio-sicurezza e respiratori per gli ospedali”.
D’altro canto, Orlando Gutiérrez, segretario esecutivo della Federazione Sindacale dei lavoratori delle miniere, ha sostenuto in un’intervista: “Oggi stanno cominciando a suonare i tamburi di lotta e comincerà a suonar il clarino della vittoria dei movimenti sociali del paese (…) Siamo contro questo governo tiranno (…) questa marcia è un piccolo esempio del fatto che noi lavoratori siamo più uniti che mai contro questi governanti, che sono il peggior errore politico della storia della Bolivia. Il popolo reclamerà i suoi diritti e pertanto il popolo unito non sarà mai vinto”.
In relazione al posticipo delle elezioni da parte del T.S.E., Gutiérrez ha preteso il rispetto delle vie legali: “Esigiamo che rispettino la costituzione politica dello stato, il cammino legale di passare per l’assemblea legislativa che è quella che deve promulgare una legge per modificare un’altra legge, (rispetto alla decisione unilaterale del T.S.E. di posticipare le elezioni) noi siamo per la difesa del sistema democratico del paese”.
La Bolivia è il paese che ha avuto più dittature nella regione, è anche un paese d’avanguardia di resistenza con un’esperienza di lotta di oltre 500 anni con un trionfo storico travolgente nel 2005, che ha inaugurato un processo rivoluzionario inedito a livello mondiale partorito dalle viscere del continente di Abya Yala.
Il popolo boliviano deve riscattare la memoria di lunga data di lotta ancestrale e la memoria di corta data delle lotte per il gas e per l’acqua che hanno consacrato Morales come presidente e che tracceranno il cammino del Paese. Gutiérrez a questo proposito ha ricordato la storia della Bolivia: “Non esiste alcuna dittatura che sia stata contro il popolo che ce l’abbia fatta contro il popolo, la storia ci canterà il movimento di lotta”.
Le richieste del popolo: democrazia, salute, istruzione e lavoro
In difesa della democrazia: La principale richiesta durante l’assemblea è stata l’esigenza che si tengano le elezioni il 6 settembre per eleggere un governo democratico e legittimo al fine di poter affrontare la crisi politica, sociale, economica e sanitaria che attraversa il paese.
Questi successivi posticipi della data elettorale permettono al governo di fatto di perpetrarsi al potere al fine di prendere tempo e dispiegare diverse strategie che gli garantiscano di restare indefinitamente al governo. Tra queste, far passare la proscrizione del M.A.S. o pianificare la grande frode tipo Honduras, fare un auto-golpe militare e se non possono chiudere l’assemblea legislativa come hanno provato in varie opportunità, quello che vogliono è governare solo mediante decreti e utilizzare questa come facciata “democratica” per una dittatura.
Altra alternativa è cercare difficoltà legali per ottenere una nuova convocazione per il processo elettorale, cosa che implicherebbe un tempo indefinito e darebbe tempo alla destra di presentare un’alleanza che unisca tutto il suo arco politico e ottenere migliori condizioni.
L’obiettivo è consolidare un progetto politico neoliberista e uno stato terrorista, poliziesco e militare armi in pugno con repressione, persecuzione politica e giudiziaria (Lawfare), tortura, sequestri, detenzioni illegali di dirigenti, militanti e di chiunque reclami i propri diritti o pensi differentemente. Promette anche alti livelli di violenza stile colombiano con auto attentati, gruppi paramilitari, creazione di gruppi terroristi, falsi positivi, detenzioni selettive di dirigenti, omicidi inclusi, etc., per creare caos nel paese e sospendere le elezioni.
Questo è il panorama che si intravede dagli ultimi fatti nella diga di Misicuni, Kara Kara e il tropico di Cochabamba.
Salute
Una richiesta è che si stabilisca un piano di contingenza contro il Covid-19, che ad oggi non esiste nell’agenda del ministero della salute, quello che c’è è una mera amministrazione dei contagi e dei morti. La situazione è di estrema gravità con corpi per strada, ospedali collassati, mancanza di medicine, di medici, equipe di bio-sicurezza, materiali per la salute, etc.
È sempre più evidente che il governo di fatto ha pianificato un genocidio indigeno lasciando il popolo senza assistenza medica di fronte al Covid-19 per utilizzare la crisi sanitaria al fine di evitare le elezioni. I pazienti supplicano assistenza medica negli ospedali senza riceverla perché sono collassati. La Bolivia a più di quattro mesi dall’inizio della quarentena, il 22 marzo scorso, ancora aspetta i 500 respiratori promessi dai vari ministri della salute che sono passati per il governo di fatto. Non ci sono medicine, la popolazione ha fatto ricorso all’uso di erbe medicinali come il wira wira, l’eucalipto, etc., e la medicina ancestrale.
In questo contesto il livello di sadismo e ignoranza de parte dei golpisti è fenomenale. Murillo, ministro di fatto deride quelli che utilizzano queste alternative: “Questa gente che crede alle favole e crede che il Covid-19 si cura con erbe medicinali, il wira wira e altro, questa gente è stupida”. D’altro canto, la direzione della medicina ancestrale è stata chiusa.
Istruzione
Il settore docente ha preteso le dimissioni di Víctor Cárdenas, ministro dell’istruzione, e l’abrogazione del decreto 4.260 sull’educazione virtuale che favorisce un piano di privatizzazione e esclusione dall’educazione delle comunità indigene rurali, la distruzione della scuola fiscale e rurale. Non c’è una norma che regoli i privati in tutti i livelli educativi dove i costi sono saliti alle stelle.
Economia
Dall’implementazione della quarantena si conoscono tre casi di suicidio per fame. I buoni d’aiuto che sono stati consegnati grazie al la pressione del popolo sono una miseria e non bastano. Sono stati annunciati crediti bancari per imprese con requisiti irraggiungibili. La recessione nel paese ha cominciato a farsi sentire persino nelle famiglie di classe medio alta che hanno appoggiato il golpe, i licenziamenti di massa e i tagli ai salari sono all’ordine del giorno e niente indica che si riattiverà l’economia, anzi che peggiorerà ancora di più.
Il 24 giugno è stato annunciato il decreto 4.272 di riattivazione dell’economia, che non destina alcun ammontare alle imprese statali con lo scopo di farle fallire e successivamente privatizzarle, ponendo a rischio il fondo che garantisce il bonus Juancito Pinto d’incentivo scolastico. D’altra parte, il decreto destinerebbe solo una minima somma alla creazione di impieghi temporanei e non permanenti. Il fantasma della svalutazione e dell’iperinflazione è in agguato, il 22 luglio si è saputo che l’esecutivo vuole flessibilizzare il tipo di cambio con il dollaro che si mantiene inamovibile da novembre del 2011 nel paese, facendo sì che il 92% dei depositi e crediti bancari siano in bolivianos, rafforzando la moneta nazionale.
La dollarizzazione dell’economia boliviana porterebbe al limite la situazione. E intanto il paese s’indebita con prestiti dal F.M.I. a un ritmo senza precedenti e questi soldi spariscono senza arrivare al popolo con politiche sociali o investimenti pubblici, che sono paralizzati. Medesimo destino hanno le numerose donazioni che sono arrivate da parte di differenti paesi e organismi internazionali per la lotta contro il Covid-19.
Bolivia, l’unico paese che attraversa la pandemia con una dittatura
Le immagini dell’oceanica mobilitazione sono incredibili, dato che è difficile da accettare per altri popoli di altri paesi, che in piena pandemia un paese si convochi nella sua totalità e si mobiliti in maniera tanto organizzata, rispettando le norme di bio-sicurezza, mascherine, distanziamento sociale, utilizzo di alcool gel, etc., c’era pure la presenza di personale specifico per far sì che si rispettino queste misure di bio-sicurezza. Qui i contesti e le motivazioni della lotta sono opposti e differenti da quelli delle marce anti quarantena dirette da settori della destra in USA, Argentina, Brasile, etc.
La spiegazione risiede nel fatto che la Bolivia, a differenza degli altri paesi, è l’unico paese che attraversa la pandemia con un colpo di stato che è arrivato al potere con la violenza e un saldo di tre massacri. Questo comporta che il governo, invece di aiutare e proteggere la popolazione, la abbandona alla deriva; lo Stato è assente e/o semplicemente non si interessa alla vita degli propri cittadini, e meno ancora di quelli che considera oppositori, del MAS o indigeni.
E, come se non bastasse, la cosa macabra è che il governo stesso, mediante un piano sistematico, fomenta e manipola i contagi al fine di peggiorare il collasso sanitario per poter continuare a rimandare le elezioni. La prima data delle elezioni era programmata per il 3 maggio, poi è stata spostata al 6 settembre perché Eidy Roca, la ministra della salute sosteneva che si attendeva un picco di 130 mila contagi per quella data.
Appena si è saputa la nuova data elettorale del 18 ottobre, la stessa ministra ha informato che a La Paz, Cochabamba e Chuquisaca il picco arriverà in ottobre. Ogni volta che si stabilisce una data elettorale, simultaneamente si rende pubblica una proiezione di contagi da Covid-19 con picchi che casualmente coincidono con la data elettorale. D’altro canto, l’agenzia boliviana (A.B.I.) e il periodico Bolivia, amministrato dal governo boliviano, ha pubblicato in una nota che la “Bolivia arriverà ai picchi massimi in Settembre, Ottobre e Novembre”.
Fonte
25/05/2020
Due diversi mondi
“Quando una grande rivoluzione sociale si sarà impadronita delle conquiste dell’epoca borghese (il mercato mondiale e le forze di produzione moderne) e le avrà assoggettate al controllo comune dei popoli più civili, allora il progresso umano cesserà di somigliare a quell’orrido idolo pagano che voleva bere il nettare solo dai teschi degli uccisi.”
La mattina del 23 maggio, nella piazza centrale di Crema, le autorità locali e un folto gruppo di cittadini hanno tenuto una cerimonia per ringraziare i 53 medici e infermieri cubani che, dopo essere giunti in città nel pieno della pandemia, ritornavano in patria.
La Brigata Henry Reeve è giunta a Crema su richiesta della Regione Lombardia per coadiuvare i medici e il personale italiano in un momento in cui la situazione sembrava disperata. Il personale cubano era presente anche in altre città italiane e in altri stati non solo europei, rinnovando una tradizione decennale di aiuti che da Cuba partono per il resto del pianeta laddove vi sia una emergenza.
Nel periodo più difficile per l’Italia la Cina ha inviato tonnellate di aiuti al Paese mentre, a più di due mesi dall’inizio del contagio, continuano a mancare presidi medici a prezzi ragionevoli nonostante tutti gli annunci in diretta televisiva dei nostri governanti. La Russia ha inviato nel Nord Italia un gruppo di medici militari esperti in sanificazione e decontaminazione, questa storia all’inizio è stata raccontata con immagini che riprendevano i mezzi militari mentre sui media nazionali imperversavano opinionisti che paventavano per l’Italia il rischio di finire sotto il giogo di qualche presunta dittatura. Nei discorsi ufficiali, se non a mezza voce e con enfasi minima, il Governo Italiano si è dimenticato di ringraziare questi paesi gonfiando, invece, ogni dichiarazione di Trump su presunti aiuti al nostro paese, parlando diffusamente della benevolenza tedesca che ha reso disponibili alcuni posti letto per nostri concittadini in Germania, riportando ogni mezza frase, poi smentita nei fatti concreti, in cui i governanti europei parlavano di solidarietà internazionale e tra paesi.
Nelle stesse ore in cui i volontari cubani lasciavano l’Italia, il presidente francese Macron tuonava contro l’azienda medica Sanofi il cui dirigente responsabile spiegava che un eventuale vaccino sarebbe stato fornito in via prioritaria gli Stati Uniti visto che l’amministrazione Trump aveva finanziato la ricerca. L’azienda medica ha in parte ritrattato ma sui giornali di questi giorni escono notizie riguardanti un fermento nelle borse valori mondiali relativo alla possibilità di accaparrarsi l’esclusiva sulla commercializzazione futura di questo presidio medico, una volta terminata la formulazione. Il vaccino sarebbe infatti una soluzione a molti problemi ma, soprattutto, una possibilità per nuovi immensi profitti a vantaggio di chi ne detenesse il brevetto.
Un tipo di commercializzazione in effetti molto diversa da quella che da anni effettua lo Stato di Cuba, la cui ricerca biomedicale è all’avanguardia sullo studio e sulla commercializzazione dei vaccini che vengono diffusi in modo gratuito verso altri paesi in modo solidale, nonostante l’embargo che da decenni strangola l’economia cubana.
All’interno della crisi generata dalla pandemia globale, la risposta complessiva che i governi di tutto il mondo provano ad articolare è legata indissolubilmente al modo di produzione capitalista che la fa da padrone in tutto il pianeta. Anche in quegli stati in cui il sistema di governo nasce su basi differenti che devono comunque fare i conti con la complessità di un sistema ostile in cui è comunque necessario collaborare.
All’interno di questa cornice brutale gli Stati non si comportano tutti allo stesso modo: esistono differenti approcci. Per alcuni, ferocemente capitalisti sui morti e sulle cure mediche, si gioca una partita in cui la vita umana è subordinata ai profitti. Per altri è il contrario.
Tutto questo può essere considerato un complotto globale ma non nei termini in cui normalmente si discute di queste cose tirando in ballo massoneria, club più o meno segreti o illuminati venuti dallo spazio. L’unico complotto reale è il modo di produzione capitalista, la pretesa di voler monetizzare tutto imponendo una visione generale in cui ogni diritto è tale se comporta profitto e guadagno.
Alla fine è questo il motivo per il quale ai cassintegrati italiani non arrivano i soldi mentre alle imprese vengono garantiti generosi prestiti nonostante i disastri e la sottrazione di denaro e profitti nascosti in paradisi fiscali. È questo il motivo per cui “ripartire” in Italia e in altri paesi non significa ricominciare a incontrarsi e socializzare ma andare a lavorare per un padrone con il rischio di contrarre il virus. È questo il motivo per cui, nell’immediato ci si può ammassare nelle officine e nei grandi centri commerciali ma a scuola non ci si portà andare chissà per quanto tempo ancora.
È questo il motivo per cui sui giornali e sui media, invece di ringraziare i governi solidali si imbastiscono campagne denigratorie, si straparla di diritti civili presuntamente negati mentre non si fa cenno ai diritti sociali come quello alla salute, platealmente disatteso nel corso di questa epidemia.
In questi mesi abbiamo avuto la possibilità di pensare a molte cose. Tra le altre, a come siamo arrivati in Italia al disastro causato dalla diffusione del Covid-19, a come abbiamo reagito noi e altri paesi. Le scelte che il nostro Governo ha compiuto e quelle che andrà a compiere non ci sono indifferenti. Ma rimane un fatto, non saranno certo le scelte sul MES o sul Recovery found a cambiare un sistema basato sui profitti e sullo strapotere dei padroni, che rimarrà un sistema profondamente ingiusto, in cui gli uomini e le donne saranno trattati in base a criteri che nulla hanno a che vedere con l’umanità ma la contabilità aziendale, in cui salute e diritti saranno, al massimo, effetti secondari di scelte al cui centro staranno altri interessi: quelli dei padroni e dei potenti e non certo i nostri.
Un vaccino per il virus lo si potrà trovare e speriamo che accada presto, ma per il vaccino contro la barbarie capitalista non arriverà nessun aiuto dall’esterno, starà a noi trovarlo, con le nostre lotte, organizzandoci sempre meglio. Il nostro vaccino definitivo infatti sarà un sistema completamente ribaltato, un sistema che alla logica del profitto sostituirà la cooperazione e la fratellanza tra gli oppressi in ogni parte del mondo. Il nostro vaccino sarà il socialismo e sarà per tutti i popoli del mondo.
Collettivo Comunista Genova City Strike
Fonte
27/03/2020
Spagna - Lettera aperta di un’infermiera: “siamo al collasso”
Il Regno spagnolo è nel pieno dell’emergenza, il servizio sanitario gestito in maniera mista tra pubblico e privato non è in grado di reggere l’impatto dei contagi nelle comunità della penisola. Il primo infatti sta subendo le conseguenze dei tagli e delle privatizzazioni a favore del secondo, i quali si traducono nella minor capacità del pubblico di dare le risposte necessarie alle esigenze dei propri abitanti, sia che siano pazienti, lavoratori, pensionati in una casa di riposo, ecc.
Non è un caso che i problemi maggiori si stiano registrano nella Comunità autonoma di Madrid, laboratorio del modello di smantellamento pubblico aguirrista, a cui va aggiunta l’inadeguatezza politica della classe dirigente (o forse dovremmo dire, gramscianamente, dominante) nel prevenire l’esplosione degli infetti, di cui la concessione per la manifestazione in piazza dello scorso 8 marzo, proprio a Madrid, è sotto l’indice accusatorio che viene mosso contro il governo capitanato dal duo Sanchez-Iglesias.
Tutto questo mentre molte comunità autonome continuano a chiedere all’esecutivo il confinamento dei loro territori per meglio gestire la diffusione dei contagi, tanto che nell’ultima plenaria del Congresso dei deputati, le rappresentanze indipendentiste catalane si sono simbolicamente astenute dall’approvazione sul prolungamento sullo stato di emergenza, alla luce del rifiuto del governo di paralizzare l’attività produttiva e di isolare le comunità.
Proprio pochi minuti fa, il Ministero della Salute ha rilasciato gli ultimi dati sulla situazione nel Regno (dove avviene di mattina, contrariamente all’Italia): 769 decessi nelle ultime 24 ore, che porta a 4.858 il totale dei fallecidos, con il numero dei contagiati che arriva a 64.059 e quello dei guariti a 9.357.
Numeri da “guerra civile in corso”, il cui nemico tuttavia non si trova fisicamente aldilà di una barricata facilmente riconoscibile, ma si è insinuato nella (almeno) trentennale organizzazione criminosa di una società basata sull’individualismo, sulla competizione sfrenata e sul profitto dei pochi a danno di tutti.
Di seguito, dunque, una testimonianza sugli effetti che tutto questo sta provocando “nel fronte”.
Cari lettori, benvenuti nel mio stato di allarme. Sono infermiera in un ospedale locale, ma penso di poter parlare a nome di tutti i miei colleghi, quelli che, come me, lavorano turno dopo turno per cercare di migliorare questa situazione, dando quello che abbiamo e che conosciamo.
Questa lettera è una richiesta di aiuto, un aiuto che deve essere ascoltato da tutte le amministrazioni di tutti i comuni, da coloro che li gestiscono e che cercano di venderci in tutte le elezioni la loro preoccupazione per il loro popolo, per la loro gente. È il momento di dimostrarlo.
Il confinamento è stato fatto per evitare il crollo degli ospedali. Signori, siamo già crollati e traboccanti. Siamo a questo punto da giorni. Gli ospedali non hanno la capacità per questo tipo di situazioni e non sono più in grado di affrontare la portata di questa tragedia.
Arrivi al tuo turno con la paura di quello che troverai, di avere i corridoi e i piani di emergenza pieni di persone alle quali non potrai dare il minimo delle cure, il minimo dell’assistenza, la morte più dignitosa... e partiamo con l’impotenza, con la tristezza e con la desolazione che questa sensazione per cui sei diventato infermiere, medico, inserviente... e un numero infinito di altri professionisti che lavorano fianco a fianco, ora non è più utile per mancanza di mezzi, di spazio e di risorse.
Abbiamo bisogno di aiuto e ne abbiamo bisogno ora. Abbiamo bisogno che aprano spazi sociali, alberghi, padiglioni... per poter realizzare ospedali da campo; abbiamo bisogno di proteggerci per non ammalarci e per poter continuare a prenderci cura della nostra gente e della vostra; abbiamo bisogno di avere il materiale necessario per poter curare intere popolazioni.
Signori, SOS
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11/03/2020
La peste ai tempi dell’austerity
Certo, un virus inatteso e tutto nuovo, per il quale non ci sono ancora cure adeguate, né un vaccino pronto. E tuttavia, proprio la crescita esponenziale degli ammalati da coronavirus, che vengono presi in carico dagli ospedali, in preda a crisi respiratorie, ha messo quasi subito alle corde un sistema che, anche nella "progredita" Lombardia, era già ridotto all’osso.
I macchinari per la terapia intensiva e sub-intensiva non sono sufficienti per contrastare le polmoniti interstiziali ed il personale medico e paramedico – sempre meno numeroso e sempre più carico di lavoro – si sta trovando, proprio in queste ore, nella più nella terribile delle circostanze: quella di dover scegliere di curare il paziente che “ha più chance di sopravvivere” e di lasciar morire gli altri.
Eppure, prima di questa catastrofe, erano tutti d’accordo – Unione Europea, Governi di centro destra e centro sinistra, sindacati maggiori e sistema mediatico – nel condurre la pluriennale opera di sistematica demolizione che ha ridotto drasticamente il peso e la capacità della sanità pubblica italiana per rendere sempre più appetibile e concorrenziale l’offerta dei gruppi privati e delle grandi assicurazioni.
Una sistematica e virulenta opera di demolizione che – complici i grandi sindacati – ha creato le condizioni più favorevoli per chi voleva mangiarsi la grande torta della polizze sanitarie private e favorire spietatamente l’affermazione e la diffusione della “sanità integrativa” (quella che ti curano se paghi) inserita coattivamente anche nei contratti di lavoro.
Un’operazione di strisciante privatizzazione che ha replicato, pari pari, quella avviata a metà degli anni novanta, dell’abrogazione delle pensioni di anzianità, con la contestuale istituzione dei fondi pensione “chiusi” gestiti congiuntamente da assicurazioni e sindacati e con l’introduzione del calcolo contributivo che – nel combinato disposto con le varie norme che hanno reso discontinuo e precario il lavoro – determina assegni pensionistici da fame.
10 anni di tagli lineari per un ammontare di 37 miliardi. Tagli ai servizi – mica agli sprechi ed ai privilegi – che hanno messo il nostro Servizio Sanitario Nazionale praticamente in ginocchio. Ed ora paghiamo il conto.
Secondo il report della Fondazione Gimbe pubblicato a settembre 2019, in termini assoluti il finanziamento pubblico in 10 anni è aumentato di 8,8 miliardi, crescendo però in media dello 0,9% annuo, tasso inferiore a quello dell’inflazione media annua. Un taglio che si è traduce in un calo nel livello di assistenza: stimata una perdita di oltre 70.000 posti letto negli ultimi 10 anni, con 359 reparti chiusi, oltre ai numerosi piccoli ospedali riconvertiti o abbandonati.
Era lo scenario che cercavo di rappresentare in questo articolo del maggio 2017 ed in quest’altro qui del 24/01/2018.
E pensare che, appena 13 anni fa, Michael Moore, nel suo film “Sicko”, aveva descritto il nostro servizio sanitario come uno dei migliori del mondo e come un esempio per il suo paese. Quel paese – gli Stati Uniti – in cui ti lasciano ancora morire sul marciapiede di un pronto soccorso, se non sei possiedi una polizza sanitaria in tasca. Quel paese al quale stiamo assomigliando, ahimè, sempre di più.
Ringrazio il compagno Giuliano Granato per la tabella comparativa seguente che riporta la situazione dei posti letto per ogni 1.000 abitanti (dati OCSE) da cui si evince come purtroppo il nostro paese sia già rovinosamente scivolato agli ultimissimi posti.
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Le “linee di faglia” del coronavirus
Per primo viene travolto il Servizio Sanitario Nazionale, o meglio viene travolta la favola della sanità di eccellenza e vengono messi a nudo i limiti del servizio sanitario in quelle regioni come la Lombardia, il Veneto e l’Emilia Romagna che guidavano tutte le classifiche di qualità.
Alleggerito con tagli su tagli, controriformato per poter essere meglio privatizzato, riorganizzato in funzione delle cosiddette eccellenze, questo Servizio Sanitario Nazionale ha ormai perso la capacità di essere strumento di difesa della salute pubblica.
Assieme alla sanità viene travolta la politica di cui viene messa a nudo la subalternità agli interessi di banchieri e grandi industriali. Una subalternità bipartisan che vede da una parte il segretario del PD finire contagiato per aver risposto all’appello confindustriale #milanononsiferma, e dall’altra il governatore del Veneto che un giorno si erge a impavido condottiero del suo popolo e quello successivo si trasforma in marionetta degli interessi padronali.
E alla fine la spinta dell’epidemia sconvolge la società intera a partire dal basso, dalle carceri, dove la stupidità del sistema con il pretesto di prevenire un contagio nega tout court i colloqui con i familiari invece che metterli in sicurezza come si sta facendo nelle più diverse situazioni.
Ma la stupidità del sistema colpisce anche nelle fabbriche, nelle industrie, nei magazzini, nei cantieri. Si chiudono le scuole, le università, le palestre, le chiese, ma non le fabbriche. Si propone il lavoro da casa ma nella maggior parte dei posti di lavoro questa possibilità non esiste proprio, oppure si consiglia ai lavoratori di prendere ferie o congedi, come se i lavoratori dipendenti avessero la possibilità di decidere quando prendersi le ferie o non dovessero lottare ogni volta per ottenere un congedo.
E come sempre nell’emergenza risuona forte l’appello a non fare polemiche, a non disturbare il manovratore.
Ma nel momento in cui il manovratore oltre ad essere al servizio del nemico di classe, si dimostra incerto, indeciso e incapace è necessario sviluppare le conoscenze necessarie per forzare la situazione con proposte risolutive.
La ricerca dei contagi
L’analisi dei tamponi faringei per rilevare la presenza del coronavirus non è un esame banale e può essere effettuata solo nei laboratori di virologia e microbiologia, che sono pochi, pochissimi.
In Veneto questi laboratori si contano sulle dita di una mano e i tecnici in grado di effettuare le analisi sono meno di una ventina. Lavorando senza interruzione e saltando i turni di riposo al momento si è arrivati ad analizzare 4.000 tamponi al giorno.
I test eseguiti in Veneto dall’inizio dell’epidemia fino al 9 marzo sono stati 15.956[i] su una popolazione di quasi 4.900.000 abitanti, pari a un test per ogni 307 abitanti. In Lombardia i test sono stati 20.135, che su una popolazione di 10 milioni di abitanti significa un test ogni 496 abitanti. In Emilia Romagna sono stati solo 4.906 su una popolazione di quasi 4.500.00 pari a un test ogni 917 abitanti.
Questo vuol dire che quando il ministero della sanità diffonde un numero di nuovi contagi inferiore a quello del giorno precedente, come ad esempio è successo il 28 febbraio e il 2 marzo non è chiaro il significato da attribuire a questa informazione cioè se la crescita dei contagi è rallentata, oppure molto più semplicemente è rallentata la velocità dei laboratori di analisi.
La cosa assurda è che in Cina e in Corea si stanno facendo tamponi a decine di migliaia, mentre invece in Italia il governo ha deciso di testare solo chi ha sintomi o ha avuto rapporti con malati.
Tant’è che il 4 febbraio prima ancora che l’epidemia si espandesse in Italia, l’Università di Padova aveva proposto di sperimentare un nuovo test in grado di individuare il coronavirus in meno di tre ore effettuando uno screening di massa alla comunità cinese, ma ricevendo il rifiuto secco da parte del direttore generale della ASL Veneto e presidente dell’Agenzia Italiana del farmaco), Domenico Mantoan[ii].
Il tasso di letalità
Fino ad oggi (9 marzo) a livello mondiale i contagi sono stati 109.343 e i decessi 3.809, con un tasso di letalità (cioè il rapporto tra decessi e contagi) del 3,48%.
In Cina i contagi sono stati 80.904 e i decessi 3.123 con un tasso di letalità del 3,86%
Per quanto riguarda l’Italia il tasso di letalità è stato inferiore o al massimo uguale al 3% fino al 3 marzo e poi ha cominciato a salire arrivando il 9 marzo a oltre il 5%. (grafico 1)
Ci sono alcune differenze tra le diverse regioni. In Lombardia con 333 decessi su 5.469 contagiati il tasso di letalità è del 6,09% . In Emilia Romagna con 70 decessi su 1.386 contagiati il tasso è pari al 5,05%. In Veneto i decessi sono stati 20 e i contagiati 744 con un tasso di letalità del 2,69%.
Sono possibili diverse spiegazioni di queste differenze. La prima sta in quanto già scritto relativamente alla ricerca dei contagi. Semplicemente per le carenze di personale dei laboratori di analisi non si è riusciti ad analizzare tutti i tamponi e quindi il numero reale dei contagiati è in realtà più alto di quello pubblicato.
Se la spiegazione fosse questa, ipotizzando un tasso di mortalità allineato a quello cinese, cioè il 3,86% il numero reale dei contagiati in Italia il 9 marzo invece di essere 9.172 sarebbe di quasi 12.000, in Lombardia invece di 5.469 contagiati ce ne sarebbero stati oltre 8.600, in Emilia Romagna ce ne sarebbero stati 1813 invece che 1.386.
Un’altra spiegazione possibile riguarda invece l’età media della popolazione. In Cina solo l’11% ha più di 65 anni. In Italia invece il 35%. Se è vero che le vittime del coronavirus sono quasi tutte persone con un età maggiore di 65 anni si spiegherebbe perché in Italia muoiono più persone che in Cina.
C’è un’ultima spiegazione che è la più difficile da accettare e cioè che la sanità della Lombardia sia già andata in tilt e non riesca più a garantire le prestazioni salva vita.
Molto probabilmente la spiegazione corretta è un mix delle tre.
Le modalità di cura
All’oggi (dati di lunedì 9 marzo ore 18) in Lombardia su un totale di 4.490 pazienti in cura (cioè contagi meno decessi e guarigioni), il 10% è ricoverato in terapia intensiva, mentre la maggior parte, il 62%, è ospedalizzata in altro reparto e solo il 28% è in isolamento domiciliare.
In Emilia Romagna su un totale di 1.286 pazienti in cura solo il 7% è ricoverato in terapia intensiva, il 45% è ospedalizzato in altro reparto, mentre il 48% è in isolamento domiciliare.
In Veneto su un totale di 694 pazienti in cura la percentuale di quelli ricoverati in terapia intensiva è dell’7%, di quelli ospedalizzati in reparto è del 27%, e la percentuale di pazienti in isolamento domiciliare è la più alta, il 66%.
Bisogna chiedersi come mai in Lombardia ci sia una maggior percentuale di ricoveri in terapia intensiva e una minor percentuale invece di isolamenti domiciliari.
Anche qui ci sono più spiegazioni possibili. Una è quella già data relativamente al tasso di letalità del coronavirus. Se effettivamente in Lombardia il numero dei contagi fosse maggiore scenderebbero sia la percentuale di ricoverati in terapia intensiva che quella degli ospedalizzati, tornando in linea con i valori delle altre due regioni.
Un’altra spiegazione, più maliziosa, è che la sanità lombarda non solo è privatizzata ma finanzia le strutture pubbliche con gli stessi criteri adottati per pagare quelle private. E sicuramente ricoverare un paziente in terapia intensiva determina un rimborso più alto che gestirlo in reparto o in isolamento domiciliare.
Se davvero fosse così sarebbe un esempio chiarissimo di come la logica del profitto privato porti ad uno spreco irrazionale delle risorse.
I reparti di terapia intensiva
I reparti di terapia intensiva della Lombardia[iii] hanno un totale di 794 posti letto, quelli del Veneto[iv] 642 e quelli dell’Emilia Romagna[v] 465.
Chiaramente non tutti questi posti letto possono essere immediatamente disponibili per i pazienti da coronavirus, ma solo la metà, che è la percentuale che viene tenuta libera appunto per far fronte a eventuali emergenze, quindi circa 400 posti letto in Lombardia, circa 320 in Veneto e circa 240 in Emilia Romagna.
Confrontando questi dati con quelli del numero dei pazienti da coronavirus ricoverati in terapia intensiva appare evidente che in Lombardia il numero dei posti disponibili è già saturato.
La situazione è ulteriormente aggravata dal fatto che i pazienti affetti da coronavirus hanno la necessità di ricoveri lunghi di due, tre settimane, mentre i normali pazienti delle terapie intensive in genere hanno una degenza media di due o tre giorni.
Quello che è importante focalizzare è che il problema di aprire nuovi reparti di terapia intensiva non è semplicemente quello di trovare nuovi spazi fisici e di reperire le apparecchiature, ma soprattutto quello di formare personale medico e infermieristico.
Nelle terapie intensive serve un infermiere ogni due pazienti per ognuno dei tre turni. Quindi per fare un esempio per avere 100 nuovi posti letto in terapia intensiva, bisogna anche assumere 150 nuovi infermieri e formarli. Anche nel caso in cui questi infermieri fossero spostati in terapia intensiva da altri reparti per acuti (ad esempio da una chirurgia) la formazione minima necessaria è di tre, quattro settimane.
Ma anche senza epidemia di coronavirus dopo 10 anni di blocco del turn over per garantire il normale funzionamento del servizio sanitario sarebbe comunque necessario assumere almeno 35.000 nuovi infermieri[vi]. Inoltre sempre a causa dello stesso blocco l’età media del personale infermieristico è sopra i 50 anni, non esattamente l’ideale per affrontare una situazione come quella che si va delineando.
I reparti di malattie infettive e di pneumologia
Se ci sono problemi, soprattutto in Lombardia, per il ricovero dei pazienti in rischio di vita in terapia intensiva, ci sono anche problemi per il ricovero di tutti gli altri pazienti nei reparti di malattie infettive e di pneumologia che dovrebbero essere quelli più indicati per il ricovero dei pazienti affetti da coronavirus.
Il numero complessivo dei posti letto in questi reparti è di 1.080 in Lombardia, 385 in Veneto, 498 in Emilia Romagna.
Ma per queste tipologie di reparti i posti letto non occupati sono mediamente solo il 20%, quindi 216 in Lombardia a fronte di 2.802 ricoveri in reparto per coronavirus (dati 9 marzo ore 18), 77 in Veneto a fronte di 186 ricoveri, 99 in Emilia Romagna a fonte di 576 ricoveri.
È evidente che già oggi in nessuna delle tre regioni è possibile ricoverare tutti i contagiati da coronavirus nei reparti più indicati, o che si è dovuto procedere in qualche modo al trasferimento dei pazienti che erano presenti in questi reparti per far posto a quelli nuovi. Anche in questo caso la situazione più grave è quella della Lombardia in cui anche liberando completamente i reparti di pneumologia e malattie infettive si sarebbero avuti solo la meta dei posti letto necessari: 1080 su 2.217 ricoveri per coronavirus.
Il rischio collasso
Il totale dei posti letto nella sanità pubblica e privata accreditata sono 34.473 in Lombardia, 15.857 in Veneto, 16.304 in Emilia Romagna[vii].
Prendendo in considerazione anche qui la quota del 20% dei posti letto disponibili sul totale, si hanno in Lombardia circa 6.900 posti letto disponibili per nuovi ricoveri, in Veneto circa 3.200, in Emilia Romagna circa 3.300.
Sono numeri che sono più alti di quelli degli attuali ricoveri in reparto per coronavirus, ma non incredibilmente più alti. In Lombardia ad esempio i ricoverati per coronavirus sono 2.802 in reparto e 440 in terapia intensiva, quasi la metà dei posti disponibili in tutta la regione.
E con un numero giornaliero di nuovi contagiati superiore al migliaio nella sola Lombardia è evidente che in pochi giorni si arriverà alla saturazione completa delle strutture e del personale.
Tutto dipende però dalla velocità di aumento del contagio e dalla durata dell’epidemia.
L’Italia e la Cina
Qualche idea in merito ce la si può fare sulla base dell’andamento dell’epidemia in Cina[i] e più precisamente nella provincia dello Hubei che ha 58 milioni di abitanti, ed è quindi paragonabile all’Italia.
Confrontando le due scale temporali abbiamo una prima corrispondenza per quello che è il nostro giorno 7, cioè il 26 febbraio, giorno in cui il totale dei contagi registrati in Italia è stato di 400. Nello Hubei si è avuto un numero analogo di contagi, 375, il 22 gennaio, che per semplicità prenderemo in considerazione come giorno 7 dell’epidemia cinese.
Il giorno 17 che nello Hubei corrisponde corrisponde all’1 febbraio si avevano lì 9.074 contagi. In Italia la crescita del contagio è stata leggermente più lenta (oppure è stata misurata con più lentezza) e solo il giorno 19, cioè il 9 marzo si arriva ad una cifra analoga: 9172 contagi.
A questo punto per quanto riguarda lo Hubei è storia certa, mentre per quanto riguarda l’Italia è tentativo di previsione.
Sta di fatto che la svolta nello Hubei e in tutta la Cina è tra il giorno 23 e il giorno 24, cioè tra il 7 e l’8 febbraio, quando l’aumento giornaliero dei casi di contagio che nei giorni precedenti aveva un valore tra 2.500 e 3.000 comincia a rallentare e ogni giorno si hanno meno nuovi contagi di quelli che si erano verificati il giorno precedente.
Questo succede perché 14 giorni prima, il 23 gennaio, cioè il giorno 8 dell’epidemia in Cina, si era presa la decisione di sigillare Wuhan e l’Hubei. E dal momento che il periodo di incubazione del virus è appunto di 14 giorni, dopo due settimane si sono potuti vedere gli effetti di questa decisione.
Qui in Italia il primo decreto è del 23 febbraio e le sue disposizioni attuative sono del 25, il secondo è del 1 marzo, il terzo dell’8 marzo.
Gli effetti del primo decreto si dovrebbero vedere in questi giorni, (9-10 marzo), quelli del secondo tra il 16 e il 17 marzo, quelli del terzo tra il 23 e il 24 marzo.
Se i decreti del 1 marzo avranno lo stesso effetto che ha avuto in Cina la decisione di sigillare la provincia di Hubei, allora il decorso dell’epidemia in Italia potrebbe essere analogo a quello della Cina.
Nel grafico 5 i casi giornalieri di contagio dopo il 9 marzo (il giorno 19 dell’epidemia in Italia) sono quelli calcolati sulla base del tasso di incremento dello Hubei nei giorni successivi al 3 febbraio (il giorno 19 dell’epidemia in Cina).
In questa ipotesi, cioè che i decreti del 1° marzo in Italia abbiano lo stesso effetto della decisione presa in Cina il 23 febbraio, (e che il contagio non si estenda in maniera massiccia nelle altre regioni italiane) si arriverebbe alla fine del mese di marzo ad un totale cumulativo di circa 45.000 contagiati.
La percentuale dei decessi potrebbe essere tra il 3,5% e il 6%, in numeri tra i 1.700 e i 2.700. Per quanto riguarda invece i pazienti guariti possiamo supporre che tra 21 giorni, a fine mese, siano guariti tutti i pazienti in cura al 9 marzo, cioè circa 8.000. A questo punto sottraendo il numero dei decessi e il numero dei pazienti guariti, a fine marzo avremmo circa 35.0000 pazienti in cura.
Se i rapporti dei pazienti in cura tra le tre regioni rimanessero gli stessi di adesso potremmo ipotizzare che di questi il 70% gravitasse sulla sanità lombarda, il 20% su quelle emiliana e il 10% su quella veneta.
In numeri sarebbero 24.500 in Lombardia, 7.000 in Emilia Romagna, 3.500 in Veneto.
Ipotizzando una distribuzione delle modalità di cura che sia del 50% ricovero, del 10% in terapia intensiva e del 40% in isolamento domiciliare, il fabbisogno di posti letto in terapia intensiva sarebbe di 2.450 in Lombardia (contro gli attuali 794 posti letto), di 700 in Emilia (contro 465 i posti attuali), di 350 in Veneto (contro i 642 posti attuali).
E soprattutto se si volesse mantenere il rapporto attuale di 1 infermiere per ogni due pazienti in ognuno dei 3 turni si avrebbero bisogno nelle tre regioni di oltre 5000 nuovi infermieri per gestire i nuovi pazienti di terapia intensiva.
Per quanto riguarda invece le degenze in reparto sarebbero necessari tra 12.200 posti letto in Lombardia (su un totale attuale di 34.473), tra 3.500 posti letto in Emilia Romagna (su un totale attuale di 16.304 ) tra 1.750 posti letto in Veneto (su un totale attuale di 15.857).
La situazione più critica sarebbe quella della Lombardia dove anche supponendo di occupare tutti i posti liberi in tutti i reparti, cioè il 20% del totale, ci sarebbe comunque la necessità di allestire almeno altri 6.000 posti letto, seguita da quella dell’Emilia Romagna in cui, con una saturazione totale dei posti letto attuali si recupererebbero 3200 posti letto ma comunque se ne dovrebbero allestire altri 300.
E per ogni 3 nuovi posti letto si dovrebbe formare un nuovo infermiere, quindi oltre 2.000 nuovi infermieri che si sommerebbero ai 5000 necessari per la terapia intensiva.
Ma tutto questo se e solo se le misure prese il 1° marzo avranno davvero effetto e se e solo se il contagio non si diffonderà in altre regioni.
Lavoro zero, salario intero
La settimana tra il 10 e il 17 marzo a questo punto è cruciale. Se le misure di contenimento prese il 23 febbraio e il 1° marzo non avranno effetto la curva dei contagi continuerà ad aumentare esponenzialmente invece che rallentare, generando nella settimana fino al 23 marzo ulteriori 40.000 contagi (3.600 nuovi contagi il primo giorno, poi 4.300, fino ad arrivare 10.000 il 7 giorno).
All’oggi il numero dei nuovi contagi giornalieri è diminuito solo nelle due zone rosse, quella di Vo’ in Veneto e quella del Lodigiano in Lombardia[ii], a dimostrazione della necessità di fermare davvero tutto e anche i luoghi di lavoro se si vuole davvero sconfiggere l’epidemia.
È necessario fermare la produzione. È necessario fermarla subito a cominciare da quelle situazioni in cui i datori di lavoro non hanno fatto nulla per garantire la salute dei propri dipendenti, incuranti anche di quanto stabilito dai decreti.
È necessario fermarla anche a difesa di quanti subiscono il licenziamento a causa della riduzione delle commesse. Nessuno deve essere licenziato finché dura l’epidemia e tutti i licenziamenti di questi giorni devono essere dichiarati nulli.
E se nei prossimi giorni il numero dei nuovi contagi non comincerà a scendere sarà necessario imporre con forza la chiusura per almeno due settimane di tutti i posti di lavoro non connessi con il servizio sanitario, garantendo a tutti il 100% del salario, come unica misura in grado di contenere l’espansione del contagio, come ha ben dimostrato il caso cinese.
Note:
[i] Coronavirus disease (COVID-19) outbreak – Situation Report
https://www.who.int/emergencies/diseases/novel-coronavirus-2019/situation-reports/
[ii] Coronavirus, in Lombardia calo costante dei contagi a Codogno e nell’ex rossa del Lodigiano. Gallera: “Isolamento funziona”
https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/03/10/coronavirus-in-lombardia-calo-costante-dei-contagi-a-codogno-e-nellex-rossa-del-lodigiano-gallera-isolamento-funziona/5731523/
[i] Coronavirus in Italia, i dati e la mappa. https://lab24.ilsole24ore.com/coronavirus/
[ii] Coronavirus, il Veneto aveva la ricetta per scovare i contagiati asintomatici già 20 giorni fa. Ma ha temporeggiato
https://www.tpi.it/cronaca/coronavirus-veneto-test-tampone-20-giorni-fa-denuncia-20200226554382/
[iii] Annuario Statistico Regionale https://www.asr-lombardia.it/asrlomb/it/7582numero-di-posti-letto-e-indicatori-dellattivit%C3%A0-ospedaliera-tipo-di-reparto-lombardia
[iv] Schede ospedaliere allegate alla DGR 22 del 13 marzo 2019.
https://www.claudiosinigaglia.com/wp-content/uploads/2019/03/CR22_allegati.pdf
[v] ReportERHome – Scheda Posti Letto al 31/12
https://applicazioni.regione.emilia-romagna.it/ReportERHome/stats/flusso/13/macroambito/1/ambito/1/scheda/1
[vi] Carenza infermieri allarmante: i numeri Regione per Regione https://www.nurse24.it/infermiere/ordine/carenza-infermieri-numeri-regione-per-regione.html
[vii] Posti letto per struttura ospedaliera http://www.dati.salute.gov.it/dati/dettaglioDataset.jsp?menu=dati&idPag=18
Fonte


