Metti insieme e più volte 15 euro, 12 euro, in alcune farmacie 8 euro per gli alunni. E poi 60 euro a Roma, ma fino a 140 a Milano. I costi per le famiglie dei tamponi rapidi e/o molecolari alla fine si sono fatti sentire.
Secondo una indagine condotta da mUp Research e Norstat su commissione di Facile.it, le famiglie italiane hanno speso di tasca propria oltre 2 miliardi di euro per sottoporsi ai tamponi. La ricerca è stata realizzata su un campione rappresentativo della popolazione nazionale adulta, da cui è emerso che da marzo 2020 ad oggi sono circa 26,8 milioni i maggiorenni che hanno fatto uno o più tamponi a pagamento, con una spesa media pro capite di circa 76 euro.
Ma per quasi 1 abitante italiano su 5 l’importo pagato è stato superiore alla media; 3,4 milioni di individui hanno speso tra i 100 e i 200 euro, mentre quasi 2 milioni hanno dovuto mettere a budget più di 200 euro; le fasce anagrafiche che in media hanno pagato di più sono i 25-34enni (93 euro) e i 45-54enni (81 euro).
Dal punto di vista territoriale, quelli che hanno speso di più in tamponi sono gli abitanti nel Centro Italia (81 euro). Il costo ha gravato, seppur in modo differente, sia sui lavoratori (80 euro) sia sui disoccupati (60 euro).
L’indagine rivela che il 51% ha dichiarato di aver fatto un test rapido in farmacia o presso altra struttura sanitaria, il 36% un tampone molecolare mentre il 32% un rapido in autosomministrazione, per una media di oltre 6 tamponi a testa.
Da notare che di questi 6 tamponi ben 4 sono stati fatti negli ultimi tre mesi cioè mano a mano che le restrizioni sul Green Pass si sono fatte più cattive e invasive. Conseguentemente, gran parte dei costi si sono concentrati in questo lasso di tempo: se come rilevato, gli italiani hanno speso 76 euro per verificare il proprio stato di salute rispetto al Covid, ben 52 euro sono stati spesi solo negli ultimi tre mesi.
Nella maggior parte dei casi ci si è sottoposti a tampone a seguito di un contatto con un soggetto positivo (35,1%), perché non ci si sentiva bene (30,6%) o, anche senza averne obbligo, perché un parente/conoscente aveva avuto un contatto con un positivo (19,6%); 3,6 milioni quelli che lo hanno fatto per poter lavorare. In ultimo, ben 2 milioni di persone hanno fatto il test solo per semplice paura.
C’è poi da dire che dalla riapertura delle scuole abbiamo assistito ad un boom dei tamponi perché i protocolli delle Asl (spesso cambiati in corsa su indicazione del ministero e del Cst) prevedono ormai un ventaglio di To, T5, T10 a seconda del numero e dei contesti degli alunni positivi o a rischio contagio. Occorre dire che i tamponi per gli alunni sono gratuiti ai drive in e che alcune farmacie hanno abbassato il prezzo per i bambini a 8 euro. Ma solo alcune farmacie. Le autorità si sono ben guardate dal trasformare questa scelta da discrezionale a obbligatoria. Come si dice: il privato non si tocca e il mercato è una divinità.
Resta da capire – o forse è anche fin troppo comprensibile – perché in Spagna i tamponi antigenici da gennaio costano un massimo di 2,94 euro invece degli 8-12-15 nelle farmacie italiane. Tra l’altro il prezzo è stato stabilito il 13 gennaio dalla Commissione interministeriale sui prezzi dei medicinali (CIPM) ed è entrato in vigore il 15 gennaio scorso. Anche se il costo reale, per la farmacia, è di un solo euro (analisi compresa).
È il quotidiano spagnolo El Pais a rammentare che la Spagna era nella gamma dei paesi europei con i prezzi dei test più costosi, sulla stessa linea di Italia, Belgio e Irlanda, dove sono in una gamma tra 5 e 10 euro. Durante il periodo natalizio, tuttavia, i prezzi in Spagna avevano superato i 12 euro in alcuni luoghi, in un momento in cui molte farmacie avevano esaurito i kit per i tamponi.
Nonostante il prezzo imposto dallo Stato, in Spagna, i tamponi antigenici continueranno ad essere venduti esclusivamente nelle farmacie.
Il prezzo è ora più vicino a quello di altri paesi che permettono la loro vendita nei supermercati, come la Germania, dove è difficile trovarli a meno di 2,9; il prezzo scende a 2,1 in Portogallo e 1,95 in Francia (se si acquista una scatola di cinque, per 9,75 euro).
Volendo fare un raffronto tra quanto hanno speso finora le famiglie di tasca propria per i tamponi e le spese statali per i vaccini, in Italia secondo alcune stime dal 31 gennaio 2020 al 14 settembre 2021 sono stati 2,8 miliardi messi in palio per bandi dedicati alla campagna vaccinale, mentre nell’ultimo decreto legge licenziato dal CdM, per il 2022 sono stati stanziati 1,85 miliardi per l’acquisto di vaccini e farmaci anti-Covid
La totale liberalizzazione anche delle farmacie, trasformate ormai in supermercati, ha fatto sì che il governo non ha potuto né voluto fare nulla per far abbassare i prezzi dei tamponi che, come abbiamo visto, sono diventati un serio costo per milioni di famiglie.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/02/2022
05/01/2022
Prezzi alle stelle nel “libero mercato” dei tamponi molecolari
Aver investito tutto sui vaccini e poco o niente sul tracciamento, ha visto il governo e le strutture pubbliche abdicare a quelle private nella redditizia attività sui tamponi molecolari. Il risultato è la conferma che con il boom dei tamponi i privati si stanno arricchendo in modo sfacciato, esattamente come avviene per le visite mediche e gli interventi intra moenia rispetto ai tempi biblici messi a disposizione dalle strutture della sanità pubblica.
Se hai necessità o urgenza di un tampone molecolare oggi devi metterti nelle mani dei laboratori privati e, secondo le leggi del mercato, se cresce la domanda i prezzi salgono. Le strutture pubbliche infatti sono già in tilt per il sovraccarico di lavoro e le persone si rivolgono ai laboratori privati accreditati. Se non si è disposti ad aspettare settimane per avere un tampone molecolare la soluzione diventa quella di aprire il portafogli e pagare, ma in molti casi il prezzo raddoppia.
Un servizio dell’Agi rileva come il boom dei contagi dovuti alla variante Omicron stia spingendo la caccia al tampone con i prezzi per un test molecolare, nei laboratori privati accreditati, che stanno lievitando in tutta Italia anche se in modo differenziato da città a città.
Nelle città del nord, infatti, il costo si impenna fino ad arrivare a 140 euro, mentre al sud l’aumento sarebbe più contenuto raggiungendo comunque i 60 euro. Prezzi due o tre volte superiori rispetto ad alcuni mesi fa quando la curva epidemica era molto meno ‘aggressiva’.
Il virus, dunque, non fa sconti nemmeno alle tasche degli italiani. Per oltre un milione di persone ancora in isolamento domiciliare o per i cittadini ‘liberi’ pronti ad abbracciare i propri cari per le feste, il tampone diventa, gioco forza, l’oggetto del desiderio.
Milano è una delle città italiane con il record dei tamponi più cari. Nella capitale lombarda, dove si può arrivare a pagare di più è al Gruppo San Donato: il costo varia tra gli 80 e i 145 euro in base alla struttura che si sceglie e al giorno in cui si esegue il tampone (è possibile farlo anche nei giorni festivi). Insomma un sistema di offerte e di prezzi variabili che sembra quello dei posti sui treni ad altla velocità Freccia Rossa o Italo. Sopra la media anche laboratori come Dna Milano (98 euro con esito in 48 ore) e Centro Polisalute (95 euro in 72 ore). Il Centro Medico Sant’Agostino offre una doppia possibilità sul tampone molecolare: 75 euro con risultato in 3 giorni; 90 euro con esito entro il giorno successivo. Tra i centri più convenienti Amu Ambulatori (70 euro ed esito in 24 ore) e Synlab (50 euro e referto tra 24 e 36 ore).
Secondo l’inchiesta dell’Agi a Bologna i prezzi si aggirano tra gli 85 e i 110 euro circa. A Firenze il prezzo medio si aggira sui 65 euro, con una forchetta che oscilla da 50 euro fino a toccare anche il doppio. A Roma città il costo medio per un tampone molecolare si aggira intorno ai 60 euro. Se ci si sposta sul litorale di Ostia si arriva a 55 euro per un test con il risultato pronto in 24-36 ore. A Napoli nel centro tamponi dedicato ai passeggeri dell’aeroporto internazionale di Capodichino il prezzo è di 60 euro. Stesso costo in un’altra struttura della zona ‘ricca’ della città partenopea.
A Palermo la corsa al test non fa schizzare i prezzi in alto in questa fase. Contattando alcuni tra i principali laboratori privati della città si va dai 45 ai 50 euro. Con l’avvertenza che bisognerà attendere un po’ perché numerose sono le richieste.
Ma i disagi per chi necessita di un tampone molecolare non si limitano, tuttavia, solo ai costi. Tra gli ostacoli ci sono anche le lunghe file, già di prima mattina davanti alle strutture, oppure i centralini in tilt e i siti web dedicati alle prenotazioni ‘paralizzati’.
Insomma la quarta ondata della pandemia caratterizzata dalla variante Omicron si sta rivelando una Caporetto per il governo che – nella fregola di salvare il Pil e dichiarare la normalità – ha puntato tutto su una vaccinazione di massa, che però sta mostrando i suoi limiti ma niente su quel tracciamento di massa che avrebbe dovuto essere la stella polare sin dall’inizio della pandemia nel 2020. Ma le strutture sanitarie pubbliche erano state mandate al collasso già prima della pandemia e così sono state lasciate, mentre la sanità privata – approfittando della prateria lasciata vuota dal pubblico – sta facendo profitti stellari anche in questa occasione.
Fonte
Se hai necessità o urgenza di un tampone molecolare oggi devi metterti nelle mani dei laboratori privati e, secondo le leggi del mercato, se cresce la domanda i prezzi salgono. Le strutture pubbliche infatti sono già in tilt per il sovraccarico di lavoro e le persone si rivolgono ai laboratori privati accreditati. Se non si è disposti ad aspettare settimane per avere un tampone molecolare la soluzione diventa quella di aprire il portafogli e pagare, ma in molti casi il prezzo raddoppia.
Un servizio dell’Agi rileva come il boom dei contagi dovuti alla variante Omicron stia spingendo la caccia al tampone con i prezzi per un test molecolare, nei laboratori privati accreditati, che stanno lievitando in tutta Italia anche se in modo differenziato da città a città.
Nelle città del nord, infatti, il costo si impenna fino ad arrivare a 140 euro, mentre al sud l’aumento sarebbe più contenuto raggiungendo comunque i 60 euro. Prezzi due o tre volte superiori rispetto ad alcuni mesi fa quando la curva epidemica era molto meno ‘aggressiva’.
Il virus, dunque, non fa sconti nemmeno alle tasche degli italiani. Per oltre un milione di persone ancora in isolamento domiciliare o per i cittadini ‘liberi’ pronti ad abbracciare i propri cari per le feste, il tampone diventa, gioco forza, l’oggetto del desiderio.
Milano è una delle città italiane con il record dei tamponi più cari. Nella capitale lombarda, dove si può arrivare a pagare di più è al Gruppo San Donato: il costo varia tra gli 80 e i 145 euro in base alla struttura che si sceglie e al giorno in cui si esegue il tampone (è possibile farlo anche nei giorni festivi). Insomma un sistema di offerte e di prezzi variabili che sembra quello dei posti sui treni ad altla velocità Freccia Rossa o Italo. Sopra la media anche laboratori come Dna Milano (98 euro con esito in 48 ore) e Centro Polisalute (95 euro in 72 ore). Il Centro Medico Sant’Agostino offre una doppia possibilità sul tampone molecolare: 75 euro con risultato in 3 giorni; 90 euro con esito entro il giorno successivo. Tra i centri più convenienti Amu Ambulatori (70 euro ed esito in 24 ore) e Synlab (50 euro e referto tra 24 e 36 ore).
Secondo l’inchiesta dell’Agi a Bologna i prezzi si aggirano tra gli 85 e i 110 euro circa. A Firenze il prezzo medio si aggira sui 65 euro, con una forchetta che oscilla da 50 euro fino a toccare anche il doppio. A Roma città il costo medio per un tampone molecolare si aggira intorno ai 60 euro. Se ci si sposta sul litorale di Ostia si arriva a 55 euro per un test con il risultato pronto in 24-36 ore. A Napoli nel centro tamponi dedicato ai passeggeri dell’aeroporto internazionale di Capodichino il prezzo è di 60 euro. Stesso costo in un’altra struttura della zona ‘ricca’ della città partenopea.
A Palermo la corsa al test non fa schizzare i prezzi in alto in questa fase. Contattando alcuni tra i principali laboratori privati della città si va dai 45 ai 50 euro. Con l’avvertenza che bisognerà attendere un po’ perché numerose sono le richieste.
Ma i disagi per chi necessita di un tampone molecolare non si limitano, tuttavia, solo ai costi. Tra gli ostacoli ci sono anche le lunghe file, già di prima mattina davanti alle strutture, oppure i centralini in tilt e i siti web dedicati alle prenotazioni ‘paralizzati’.
Insomma la quarta ondata della pandemia caratterizzata dalla variante Omicron si sta rivelando una Caporetto per il governo che – nella fregola di salvare il Pil e dichiarare la normalità – ha puntato tutto su una vaccinazione di massa, che però sta mostrando i suoi limiti ma niente su quel tracciamento di massa che avrebbe dovuto essere la stella polare sin dall’inizio della pandemia nel 2020. Ma le strutture sanitarie pubbliche erano state mandate al collasso già prima della pandemia e così sono state lasciate, mentre la sanità privata – approfittando della prateria lasciata vuota dal pubblico – sta facendo profitti stellari anche in questa occasione.
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30/12/2021
Il governo nel pallone: abolisce di fatto la quarantena
Diciamola in modo semplice: i governi occidentali, compreso quello italiano, di fronte al moltiplicarsi incontrollabile dei contagi scelgono di diminuire i periodi di quarantena in caso di contatto con portatori accertati del Covid, in qualsiasi variante si presenti.
Lo fanno – e lo dicono apertamente – per impedire che il contagio generalizzato della popolazione porti al sostanziale blocco dell’economia. Visto che, come sta accadendo in molti settori, la necessità di mettersi in isolamento impedisce a un numero crescente di persone di andare a lavorare.
Per di più, un incapace cronico messo a guidare la pubblica amministrazione pretende che i dipendenti pubblici in smart working – quindi a minore rischio di esposizione e di contagio attivo – tornino immediatamente al lavoro “in presenza”. Evidentemente il virus gli piace...
Il ministro dell’istruzione, appoggiato dal super presidente del consiglio, esclude che alla scadenza delle vacanze natalizie gli studenti possano evitare di ammassarsi nuovamente dentro edifici scolastici che dopo due anni non hanno ricevuto alcuna manutenzione adattativa al Covid.
Questo nonostante i dati riferiscano che ormai il contagio passa soprattutto attraverso le fasce giovanili semi-risparmiate dalla prima variante originale (“Wuhan”).
Qualsiasi virologo o epidemiologo, da due anni a questa parte, ci spiega che per impedire i contagi – e lo sviluppo delle “varianti” – bisogna fare l’esatto opposto. Ma il Pil è sacro e molti scienziati fanno poi come il prof. Mindy in Don’t look up: si adeguano, ammorbidiscono, “conciliano”, trovano compromessi.
Quel che è venuto fuori da un Consiglio dei ministri particolarmente complicato, dopo uno scontro altrettanto duro con e dentro il Cts, è un elenco di misure che più cervellotiche non si può. Vediamole:
Ma non è neanche questo l’aspetto più eclatante. La gestione delle quarantene, infatti, sfida contemporaneamente le leggi della logica, quelle della comunicazione e – ovviamente – quelle della salute pubblica.
Tanto più che vengono considerati “buoni” per uscire dalla quarantena i test antigenici rapidi – diventati nel frattempo quasi introvabili, come anche quelli molecolari – che sono valutati “inaffidabili” per la verifica certa, o no, del contagio.
Di fatto, e come sempre, si cerca di andare avanti addebitando gli insuccessi inevitabili di una strategia demenziale ad una minoranza altrettanto demenziale che rifiuta il vaccino in nome delle teorie più strane, oltre che per paura.
I “no vax” sono da questo punto di vista utilissimi, e nessuno si cura di far notare che con l’obbligatorietà vaccinale verrebbe a crollare anche questo diversivo del governo.
Si è tentati di descrivere questo esecutivo come un branco di sciamannati qualsiasi, ma sappiamo bene che questa sciatteria e confusione sono il risultato di scelte sciagurate fatte nel corso degli ultimi due anni. E che ora vengono non solo confermate, ma addirittura aggravate.
Frutto maturo, insomma, di una strategia suicida: “convivere con il virus”.
Abbiamo spesso contrapposto a questa emerita cazzata la strategia molto diversa adottata dalla Cina, ma anche da altri paesi, non necessariamente socialisti (o diversamente socialisti): isolare i focolai al primo manifestarsi, testare tutta la popolazione in quella determinata area, individuazione e tracciamento dei contagiati, isolamento reale – non “fiduciario” – fino a guarigione. Poi, una volta prodotti i vaccini, anche vaccinazione di massa.
All’inizio si poteva fare anche qui, e con i primi focolai era anche stato fatto (Codogno, Vò Euganeo, ecc). Ma immediatamente si alzarono i vampiri di Confindustria, preoccupati di perdere qualche briciola di profitto per qualche mese; impedirono perciò la dichiarazione di “zona rossa” per Bergamo e la Val Seriana, condannando a morte un numero ancora imprecisato di persone in quella zona e permettendo così al virus di dilagare in tutta Italia.
Non che gli altri paesi occidentali abbiano fatto qualcosa di diverso. Ognuno ha proseguito con il suo personale “io speriamo che me la cavo”, rassegnandosi ad adottare misure di contenimento solo quando gli ospedali arrivavano al limite dell’esplosione.
Oggi le strategie iniziali non sono più possibili. Il virus è ovunque, e muta continuamente. Anche il fatto che la “variante omicron” sia dipinta come “più contagiosa, ma meno letale” – pur in assenza, per il momento, di studi che lo confermino con qualche precisione – viene utilizzato per “allentare” ancora di più le misure di sicurezza.
A conti fatti, per quanto spannometrici (in assenza, ripetiamo, di studi definitivi), se il numero dei contagi si moltiplica per cinque – come detto da autorevoli virologi, per quanto “morbidi” con i rispettivi governi – anche quei “pochi morti in percentuale” che questa variante provoca sono da moltiplicare per cinque.
Insomma, alla fine, in numeri assoluti – che sono quelli che contano – ospedalizzati e morti saranno più o meno gli stessi: una marea.
Persino l‘Organizzazione Mondiale della Sanità, che certo non brilla per rigore scientifico, ha dichiarato che la riduzione del periodo di quarantena decisa in alcuni Paesi, tra cui l’Italia, è “un compromesso” tra il controllo dei contagi e la necessità di far andare avanti le economie.
Se il virus fosse un nemico “ragionevole”, sarebbe anche una scelta logica. Purtroppo non ragiona; si replica all’infinito, finché può. Bisogna combatterlo, non “conviverci”. Altrimenti non ne usciremo mai.
Questo è quel che accade dove “la politica” – con o senza “i migliori” – è un cameriere al servizio delle imprese private, in cui dunque sono le loro esigenze immediate a determinare scelte altrettanto di breve respiro, che producono catene di problemi che si aggrovigliano nel tempo e diventano irrisolvibili con criteri “normali”.
Inutile far notare che dove è invece la politica – e la ricerca scientifica – a dettare l’agenda e le strategia, non stranamente l’economia va molto meglio, nonostante la pandemia, i lockdown e le eccezionali misure di prevenzione adottate anche in casi numericamente minimi.
Un esempio di questi giorni. A Xi’an, a dicembre, sono stati registrati 330 casi di contagio. Per questo i 13 milioni di abitanti della città sono stati messi in lockdown, chiusi in casa, con un esercito di volontari che porta loro da mangiare e un esercito di medici-infermieri che fa il tampone a tutti.
Con questo metodo, adottato ormai da due anni, si isolano rapidamente i pochi casi, si curano a seconda della gravità in ospedale o a casa, e in meno di un mese quella città torna in genere alla piena – e vera – normalità.
Un metodo che funziona dal punto di vista della salute pubblica (solo 5.000 morti in due anni, in una popolazione di 1,4 miliardi di persone).
Ma che funziona anche dal punto di vista dell’economia: la crescita cinese ha rallentato nel 2020, anno peggiore per Pechino, ma non è in nessun momento diventata recessione (due trimestri consecutivi negativi). E la ripresa è stata molto forte, molto più anche di quella “miracolosa” fatta segnare – ma solo per quest’anno – dall’Italia (+6,8%).
Ma che strano... se la popolazione è in salute si produce di più e meglio...
Qualcuno lo spieghi a Confindustria e Draghi. E a tutti i neoliberisti che appestano questo mondo.
Fonte
Lo fanno – e lo dicono apertamente – per impedire che il contagio generalizzato della popolazione porti al sostanziale blocco dell’economia. Visto che, come sta accadendo in molti settori, la necessità di mettersi in isolamento impedisce a un numero crescente di persone di andare a lavorare.
Per di più, un incapace cronico messo a guidare la pubblica amministrazione pretende che i dipendenti pubblici in smart working – quindi a minore rischio di esposizione e di contagio attivo – tornino immediatamente al lavoro “in presenza”. Evidentemente il virus gli piace...
Il ministro dell’istruzione, appoggiato dal super presidente del consiglio, esclude che alla scadenza delle vacanze natalizie gli studenti possano evitare di ammassarsi nuovamente dentro edifici scolastici che dopo due anni non hanno ricevuto alcuna manutenzione adattativa al Covid.
Questo nonostante i dati riferiscano che ormai il contagio passa soprattutto attraverso le fasce giovanili semi-risparmiate dalla prima variante originale (“Wuhan”).
Qualsiasi virologo o epidemiologo, da due anni a questa parte, ci spiega che per impedire i contagi – e lo sviluppo delle “varianti” – bisogna fare l’esatto opposto. Ma il Pil è sacro e molti scienziati fanno poi come il prof. Mindy in Don’t look up: si adeguano, ammorbidiscono, “conciliano”, trovano compromessi.
Quel che è venuto fuori da un Consiglio dei ministri particolarmente complicato, dopo uno scontro altrettanto duro con e dentro il Cts, è un elenco di misure che più cervellotiche non si può. Vediamole:
“Nuove misure in merito all’estensione del Green Pass Rafforzato (che si può ottenere con il completamento del ciclo vaccinale e la guarigione) e le quarantene per i vaccinati.Ognuno di voi può agevolmente trovare altre decine di occasioni altrettanto favorevoli per la circolazione del virus – a cominciare dai luoghi di lavoro – che non sono menzionate.
Dal 10 gennaio 2022 fino alla cessazione dello stato di emergenza, si amplia l’uso del Green Pass Rafforzato alle seguenti attività:
- alberghi e strutture ricettive;
- feste conseguenti alle cerimonie civili o religiose;
- sagre e fiere;
- centri congressi;
- servizi di ristorazione all’aperto;
- impianti di risalita con finalità turistico-commerciale anche se ubicati in comprensori sciistici;
- piscine, centri natatori, sport di squadra e centri benessere anche all’aperto;
- centri culturali, centri sociali e ricreativi per le attività all’aperto.
Inoltre il Green Pass Rafforzato è necessario per l’accesso e l’utilizzo dei mezzi di trasporto compreso il trasporto pubblico locale o regionale.”
Ma non è neanche questo l’aspetto più eclatante. La gestione delle quarantene, infatti, sfida contemporaneamente le leggi della logica, quelle della comunicazione e – ovviamente – quelle della salute pubblica.
“Il decreto prevede che la quarantena precauzionale non si applica a coloro che hanno avuto contatti stretti con soggetti confermati positivi al COVID-19 nei 120 giorni dal completamento del ciclo vaccinale primario o dalla guarigione nonché dopo la somministrazione della dose di richiamo.Vedete un po’ voi se è possibile lasciare una materia del genere al caso (alla freddezza e responsabilità dei singoli, magari pressati da datori di lavoro che non vogliono perdere neanche una frazione di prodotto, necessità o menefreghismo vari, ecc.).
Fino al decimo giorno successivo all’ultima esposizione al caso, ai suddetti soggetti è fatto obbligo di indossare i dispositivi di protezione delle vie respiratorie di tipo FFP2 e di effettuare – solo qualora sintomatici – un test antigenico rapido o molecolare al quinto giorno successivo all’ultima esposizione al caso.
Infine, si prevede che la cessazione della quarantena o dell’auto-sorveglianza sopradescritta consegua all’esito negativo di un test antigenico rapido o molecolare, effettuato anche presso centri privati; in tale ultimo caso la trasmissione all’Asl del referto a esito negativo, con modalità anche elettroniche, determina la cessazione di quarantena o del periodo di auto-sorveglianza.”
Tanto più che vengono considerati “buoni” per uscire dalla quarantena i test antigenici rapidi – diventati nel frattempo quasi introvabili, come anche quelli molecolari – che sono valutati “inaffidabili” per la verifica certa, o no, del contagio.
Di fatto, e come sempre, si cerca di andare avanti addebitando gli insuccessi inevitabili di una strategia demenziale ad una minoranza altrettanto demenziale che rifiuta il vaccino in nome delle teorie più strane, oltre che per paura.
I “no vax” sono da questo punto di vista utilissimi, e nessuno si cura di far notare che con l’obbligatorietà vaccinale verrebbe a crollare anche questo diversivo del governo.
Si è tentati di descrivere questo esecutivo come un branco di sciamannati qualsiasi, ma sappiamo bene che questa sciatteria e confusione sono il risultato di scelte sciagurate fatte nel corso degli ultimi due anni. E che ora vengono non solo confermate, ma addirittura aggravate.
Frutto maturo, insomma, di una strategia suicida: “convivere con il virus”.
Abbiamo spesso contrapposto a questa emerita cazzata la strategia molto diversa adottata dalla Cina, ma anche da altri paesi, non necessariamente socialisti (o diversamente socialisti): isolare i focolai al primo manifestarsi, testare tutta la popolazione in quella determinata area, individuazione e tracciamento dei contagiati, isolamento reale – non “fiduciario” – fino a guarigione. Poi, una volta prodotti i vaccini, anche vaccinazione di massa.
All’inizio si poteva fare anche qui, e con i primi focolai era anche stato fatto (Codogno, Vò Euganeo, ecc). Ma immediatamente si alzarono i vampiri di Confindustria, preoccupati di perdere qualche briciola di profitto per qualche mese; impedirono perciò la dichiarazione di “zona rossa” per Bergamo e la Val Seriana, condannando a morte un numero ancora imprecisato di persone in quella zona e permettendo così al virus di dilagare in tutta Italia.
Non che gli altri paesi occidentali abbiano fatto qualcosa di diverso. Ognuno ha proseguito con il suo personale “io speriamo che me la cavo”, rassegnandosi ad adottare misure di contenimento solo quando gli ospedali arrivavano al limite dell’esplosione.
Oggi le strategie iniziali non sono più possibili. Il virus è ovunque, e muta continuamente. Anche il fatto che la “variante omicron” sia dipinta come “più contagiosa, ma meno letale” – pur in assenza, per il momento, di studi che lo confermino con qualche precisione – viene utilizzato per “allentare” ancora di più le misure di sicurezza.
A conti fatti, per quanto spannometrici (in assenza, ripetiamo, di studi definitivi), se il numero dei contagi si moltiplica per cinque – come detto da autorevoli virologi, per quanto “morbidi” con i rispettivi governi – anche quei “pochi morti in percentuale” che questa variante provoca sono da moltiplicare per cinque.
Insomma, alla fine, in numeri assoluti – che sono quelli che contano – ospedalizzati e morti saranno più o meno gli stessi: una marea.
Persino l‘Organizzazione Mondiale della Sanità, che certo non brilla per rigore scientifico, ha dichiarato che la riduzione del periodo di quarantena decisa in alcuni Paesi, tra cui l’Italia, è “un compromesso” tra il controllo dei contagi e la necessità di far andare avanti le economie.
Se il virus fosse un nemico “ragionevole”, sarebbe anche una scelta logica. Purtroppo non ragiona; si replica all’infinito, finché può. Bisogna combatterlo, non “conviverci”. Altrimenti non ne usciremo mai.
Questo è quel che accade dove “la politica” – con o senza “i migliori” – è un cameriere al servizio delle imprese private, in cui dunque sono le loro esigenze immediate a determinare scelte altrettanto di breve respiro, che producono catene di problemi che si aggrovigliano nel tempo e diventano irrisolvibili con criteri “normali”.
Inutile far notare che dove è invece la politica – e la ricerca scientifica – a dettare l’agenda e le strategia, non stranamente l’economia va molto meglio, nonostante la pandemia, i lockdown e le eccezionali misure di prevenzione adottate anche in casi numericamente minimi.
Un esempio di questi giorni. A Xi’an, a dicembre, sono stati registrati 330 casi di contagio. Per questo i 13 milioni di abitanti della città sono stati messi in lockdown, chiusi in casa, con un esercito di volontari che porta loro da mangiare e un esercito di medici-infermieri che fa il tampone a tutti.
Con questo metodo, adottato ormai da due anni, si isolano rapidamente i pochi casi, si curano a seconda della gravità in ospedale o a casa, e in meno di un mese quella città torna in genere alla piena – e vera – normalità.
Un metodo che funziona dal punto di vista della salute pubblica (solo 5.000 morti in due anni, in una popolazione di 1,4 miliardi di persone).
Ma che funziona anche dal punto di vista dell’economia: la crescita cinese ha rallentato nel 2020, anno peggiore per Pechino, ma non è in nessun momento diventata recessione (due trimestri consecutivi negativi). E la ripresa è stata molto forte, molto più anche di quella “miracolosa” fatta segnare – ma solo per quest’anno – dall’Italia (+6,8%).
Ma che strano... se la popolazione è in salute si produce di più e meglio...
Qualcuno lo spieghi a Confindustria e Draghi. E a tutti i neoliberisti che appestano questo mondo.
Fonte
Dalla pandemia non avete imparato niente. Il governo degli impostori
Ormai è evidente che il governo, che non ha potenziato affatto il sistema sanitario esistente, non riesce a fare fronte alla prevedibile quarta ondata di Covid.
La vergognosa logica di dover “convivere con il virus”, come se nulla fosse accaduto in questi ventidue mesi, e quindi dichiarare periodicamente che “siamo tornati alla normalità”, sta rivelando come le classi dirigenti e la classe dominante nulla hanno appreso dalla dolorosa lezione della pandemia.
Si trastullano con i dati sul Pil e una ripresa economica che però – guidata dai consueti criteri liberisti – rischia di accentuare ancora di più le disuguaglianze sociali appena gratti un po’ sotto la superficie dei provvedimenti adottati e di quelli in programma.
Il vulnus più doloroso resta quello della sanità. Nonostante le falle messe in evidenza in questi mesi, il governo ha preferito investire solo sulla campagna vaccinale e nulla sul ripristino della sanità territoriale.
Di fronte alla diffusione dei contagi siamo tornati alla situazione dello scorso anno, in cui l’assistenza sanitaria domiciliare è inesistente e gli ospedali fanno barriera per evitare di implodere a causa dei migliaia di ricoveri, sia per Covid sia per le patologie di sempre. Il problema era ed è rimasto quello.
Lo smantellamento della sanità territoriale e di ogni strutture intermedia tra il domicilio e il pronto soccorso già riversava su ospedali al collasso la “normalità”. Inevitabile che un’emergenza pandemica fiaccasse a colpi di maglio strutture già in serissime difficoltà.
Il governo Draghi – perché occorre riconoscere che persino Conte, in qualche modo, aveva provato a fare qualcosa di diverso – si è mosso in totale continuità con la visione neoliberista dei servizi pubblici, rimuovendo ogni serio e congruo investimento sulla sanità per dotarla di risorse che andassero anche oltre l’emergenza pandemica.
Al contrario ha investito solo sulla campagna vaccinale smantellando invece quella già debole sul tracciamento (i tamponi).
I risultati sono adesso sotto gli occhi di tutti. Da molte regioni – e con la ricca Lombardia di nuovo a fare “malacronaca” – arrivano notizie sul collasso del sistema dei tamponi.
La super ondata di casi Covid sta infatti mettendo in ginocchio il sistema di tracciamento. In molte ASL, per i test prescritti dal proprio medico curante, c’è l’attesa (minimo di un’ora) davanti al computer per cercare di afferrare una prenotazione e poi altrettanto in coda al drive in o ai centri.
La corsa al test molecolare, da parte di chi presenta dei sintomi riconducibili al virus, di chi ha avuto un contatto stretto con un positivo nei giorni precedenti, o anche solo da chi sta cercando di passare queste feste prendendo tutte le precauzioni per evitare di infettare amici e parenti, non accenna a fermarsi e proseguirà fino a quando i contagi giornalieri non inizieranno a scendere.
Inoltre le restrizioni per i non vaccinati hanno aumentato da settimane la domanda di tamponi per potersi recare al lavoro.
“La situazione dei tamponi è ingestibile, davanti alle farmacie ci sono lunghe code“ denuncia il presidente dell’Ordine dei medici Roberto Carlo Rossi. “Questo malfunzionamento non solo crea grandi difficoltà ai medici, di tempo e di risorse, ma li rende anche colpevoli di fronte ai pazienti, aumentando il contenzioso con loro“. Se n’è avuta prova all’ospedale San Carlo di Milano in questi giorni.
A chi fa i tamponi perché non vaccinato in questi giorni si sono aggiunti coloro che devono prendere treni o aerei, chi ha voluto essere prudente in vista delle feste in famiglia anche se vaccinato e poi chi è venuto a contatto con un positivo.
Poi il governo pretende il super greenpass con tampone molecolare, mentre i medici dello Spallanzani mandano a dire che il “molecolare va fatto solo se si devono prendere decisioni cliniche per persone ad alto rischio“.
Non solo. L’aumento dei contagi costringe decine di migliaia di persone alla quarantena in casa, ma siamo di nuovo a “tachipirina e vigile attesa”, nonostante i vaccini stiano contenendo i numeri dei decessi e dei ricoveri in terapia intensiva.
Le ambulanze – poche – arrivano solo se i parametri del malato sono oltre il limite dell’ossigenazione. Visite o terapie a domicilio non sono previste (do you remember le famose “Usca”? ndr) e l’accettazione negli ospedali diventa caotica, soprattutto in quelli dove non sono previsti i “percorsi Covid”.
I soli centri che si sono riempiti di medici e infermieri sono quelli vaccinali, ma sulle ambulanze, nei pronto soccorso e nelle corsie si sta ancora come prima del Covid, spesso con contratti a tempo che vengono revocati appena il governo e il Cts dichiarano che siamo “tornati alla normalità”, ben sapendo o ignorando che stiamo facendo i conti con un virus di cui le cose che non si conoscono sono ancora più di quelle che si conoscono.
Si è andati a tentoni per più un anno ed era forse in parte inevitabile, ma non aver voluto apprendere nulla dall’esperienza pandemica ormai sta diventando criminale.
Affrontare una pandemia avendo in mente solo il PIL non è più accettabile. Questo non è il “governo dei migliori”, ma un governo di impostori.
Fonte
La vergognosa logica di dover “convivere con il virus”, come se nulla fosse accaduto in questi ventidue mesi, e quindi dichiarare periodicamente che “siamo tornati alla normalità”, sta rivelando come le classi dirigenti e la classe dominante nulla hanno appreso dalla dolorosa lezione della pandemia.
Si trastullano con i dati sul Pil e una ripresa economica che però – guidata dai consueti criteri liberisti – rischia di accentuare ancora di più le disuguaglianze sociali appena gratti un po’ sotto la superficie dei provvedimenti adottati e di quelli in programma.
Il vulnus più doloroso resta quello della sanità. Nonostante le falle messe in evidenza in questi mesi, il governo ha preferito investire solo sulla campagna vaccinale e nulla sul ripristino della sanità territoriale.
Di fronte alla diffusione dei contagi siamo tornati alla situazione dello scorso anno, in cui l’assistenza sanitaria domiciliare è inesistente e gli ospedali fanno barriera per evitare di implodere a causa dei migliaia di ricoveri, sia per Covid sia per le patologie di sempre. Il problema era ed è rimasto quello.
Lo smantellamento della sanità territoriale e di ogni strutture intermedia tra il domicilio e il pronto soccorso già riversava su ospedali al collasso la “normalità”. Inevitabile che un’emergenza pandemica fiaccasse a colpi di maglio strutture già in serissime difficoltà.
Il governo Draghi – perché occorre riconoscere che persino Conte, in qualche modo, aveva provato a fare qualcosa di diverso – si è mosso in totale continuità con la visione neoliberista dei servizi pubblici, rimuovendo ogni serio e congruo investimento sulla sanità per dotarla di risorse che andassero anche oltre l’emergenza pandemica.
Al contrario ha investito solo sulla campagna vaccinale smantellando invece quella già debole sul tracciamento (i tamponi).
I risultati sono adesso sotto gli occhi di tutti. Da molte regioni – e con la ricca Lombardia di nuovo a fare “malacronaca” – arrivano notizie sul collasso del sistema dei tamponi.
La super ondata di casi Covid sta infatti mettendo in ginocchio il sistema di tracciamento. In molte ASL, per i test prescritti dal proprio medico curante, c’è l’attesa (minimo di un’ora) davanti al computer per cercare di afferrare una prenotazione e poi altrettanto in coda al drive in o ai centri.
La corsa al test molecolare, da parte di chi presenta dei sintomi riconducibili al virus, di chi ha avuto un contatto stretto con un positivo nei giorni precedenti, o anche solo da chi sta cercando di passare queste feste prendendo tutte le precauzioni per evitare di infettare amici e parenti, non accenna a fermarsi e proseguirà fino a quando i contagi giornalieri non inizieranno a scendere.
Inoltre le restrizioni per i non vaccinati hanno aumentato da settimane la domanda di tamponi per potersi recare al lavoro.
“La situazione dei tamponi è ingestibile, davanti alle farmacie ci sono lunghe code“ denuncia il presidente dell’Ordine dei medici Roberto Carlo Rossi. “Questo malfunzionamento non solo crea grandi difficoltà ai medici, di tempo e di risorse, ma li rende anche colpevoli di fronte ai pazienti, aumentando il contenzioso con loro“. Se n’è avuta prova all’ospedale San Carlo di Milano in questi giorni.
A chi fa i tamponi perché non vaccinato in questi giorni si sono aggiunti coloro che devono prendere treni o aerei, chi ha voluto essere prudente in vista delle feste in famiglia anche se vaccinato e poi chi è venuto a contatto con un positivo.
Poi il governo pretende il super greenpass con tampone molecolare, mentre i medici dello Spallanzani mandano a dire che il “molecolare va fatto solo se si devono prendere decisioni cliniche per persone ad alto rischio“.
Non solo. L’aumento dei contagi costringe decine di migliaia di persone alla quarantena in casa, ma siamo di nuovo a “tachipirina e vigile attesa”, nonostante i vaccini stiano contenendo i numeri dei decessi e dei ricoveri in terapia intensiva.
Le ambulanze – poche – arrivano solo se i parametri del malato sono oltre il limite dell’ossigenazione. Visite o terapie a domicilio non sono previste (do you remember le famose “Usca”? ndr) e l’accettazione negli ospedali diventa caotica, soprattutto in quelli dove non sono previsti i “percorsi Covid”.
I soli centri che si sono riempiti di medici e infermieri sono quelli vaccinali, ma sulle ambulanze, nei pronto soccorso e nelle corsie si sta ancora come prima del Covid, spesso con contratti a tempo che vengono revocati appena il governo e il Cts dichiarano che siamo “tornati alla normalità”, ben sapendo o ignorando che stiamo facendo i conti con un virus di cui le cose che non si conoscono sono ancora più di quelle che si conoscono.
Si è andati a tentoni per più un anno ed era forse in parte inevitabile, ma non aver voluto apprendere nulla dall’esperienza pandemica ormai sta diventando criminale.
Affrontare una pandemia avendo in mente solo il PIL non è più accettabile. Questo non è il “governo dei migliori”, ma un governo di impostori.
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28/12/2021
Contagi in aumento in tutta Italia: cosa sta succedendo e cosa fare?
Natale è arrivato e così le previste riunioni familiari che da tradizione tengono insieme neonati e ultracentenari per cenoni e pranzi. Insieme alle feste è arrivata anche una – prevedibile – corsa privata al tampone.
L’elemento positivo è che in tante e tanti, anche con le tre dosi di vaccino, anziché sentirsi supereroi, come talvolta suggerito dalle comunicazioni ufficiali – Draghi che a luglio parlava di “garanzia” per i vaccinati di non contagiarsi più – hanno capito più e meglio di chi ci governa che il vaccino è un’arma fondamentale, ma non basta.
Di qui l’importanza dei tamponi.
Peccato che il sistema sia crashato dopo poche ore: in intere Regioni non si trovavano e non si trovano più tamponi, né antigenici né molecolari. Intanto qualcuno ha fatto un bel po’ di soldi: farmacie e laboratori privati in primis.
L’aumento dei tamponi ha fatto emergere un numero di positivi ben maggiore di quello fino a quel momento riportato dai bollettini ufficiali. Era la tesi di numerosi virologi, che da tempo sostenevano che l’assenza di tracciamento sottostimasse il numero di contagiati in giro.
Occorrerebbe pertanto imparare dalle lezioni che la realtà ci mette sotto gli occhi e mantenere/implementare un sistema di tracciamento massivo. Vuol dire evitare che il sistema vada di nuovo in crash, pur mantenendo alti numeri di test, che ci permetterebbero di intercettare presto il virus e impedire/diminuire la sua propagazione.
Non si può fare? Beh, gli USA (addirittura loro!) ci dicono il contrario: stanno per inviare 500 milioni di tamponi gratuiti alla popolazione. Significa che si può fare, se c’è la volontà politica.
È una misura di salute pubblica e il costo non può essere scaricato sui singoli cittadini. Servono tamponi gratuiti e pubblici, perché non si capisce per quale motivo a due anni dallo scoppio della pandemia i laboratori pubblici non siano stati ancora attrezzati, mentre quelli privati continuano a incassare soldi come mai prima d’ora.
Accanto al testing, occorre rafforzare le misure preventive. In primo luogo l’uso di mascherine. Se il Governo pensa di introdurre l’obbligo di FFP2 in alcuni ambiti, non è pensabile scaricarne il peso sui singoli lavoratori. Sono DPI necessari alla tutela della salute individuale e collettiva e salute e sicurezza devono essere in carico in primo luogo agli imprenditori. Paghino loro i DPI, come avviene per le scarpe antinfortunistica, i caschetti, ecc..
E, visto che in realtà in molti casi queste misure non si rispettano, che la forza dei controlli sia concentrata sui luoghi di lavoro, veri e propri buchi neri: qualcuno ad esempio ha i dati dei vaccini effettuati in azienda? No, perché lo stesso ministro Orlando ha detto di non saperne nulla, quando per mesi Confindustria si era fatta vanto di essersi messa a disposizione della campagna vaccinale.
Infine, accelerare sui vaccini significa finalmente abolire i brevetti, sottrarre il monopolio dei vaccini alle multinazionali del farmaco e ai loro profitti, così da rendere accessibile la vaccinazione anche nei paesi più poveri.
Significa anche riconoscere, magari per uso d’emergenza, anche quelli non ancora autorizzati da EMA, che in altri paesi si sono dimostrati efficaci per le fasce d’età attualmente più esposte al contagio.
A Cuba, per per esempio, hanno sviluppato Soberana02, unico vaccino a oggi utilizzabile per la popolazione pediatrica 2-5 anni, pensando in primo luogo alla tutela dei più piccoli. Si tratta di un vaccino pubblico e senza margini di profitto nella produzione: perché l’Aifa non lo prende in considerazione?
Vaccini per tutti!
Tamponi gratuiti!
Mascherine gratuite!
Fonte
L’elemento positivo è che in tante e tanti, anche con le tre dosi di vaccino, anziché sentirsi supereroi, come talvolta suggerito dalle comunicazioni ufficiali – Draghi che a luglio parlava di “garanzia” per i vaccinati di non contagiarsi più – hanno capito più e meglio di chi ci governa che il vaccino è un’arma fondamentale, ma non basta.
Di qui l’importanza dei tamponi.
Peccato che il sistema sia crashato dopo poche ore: in intere Regioni non si trovavano e non si trovano più tamponi, né antigenici né molecolari. Intanto qualcuno ha fatto un bel po’ di soldi: farmacie e laboratori privati in primis.
L’aumento dei tamponi ha fatto emergere un numero di positivi ben maggiore di quello fino a quel momento riportato dai bollettini ufficiali. Era la tesi di numerosi virologi, che da tempo sostenevano che l’assenza di tracciamento sottostimasse il numero di contagiati in giro.
Occorrerebbe pertanto imparare dalle lezioni che la realtà ci mette sotto gli occhi e mantenere/implementare un sistema di tracciamento massivo. Vuol dire evitare che il sistema vada di nuovo in crash, pur mantenendo alti numeri di test, che ci permetterebbero di intercettare presto il virus e impedire/diminuire la sua propagazione.
Non si può fare? Beh, gli USA (addirittura loro!) ci dicono il contrario: stanno per inviare 500 milioni di tamponi gratuiti alla popolazione. Significa che si può fare, se c’è la volontà politica.
È una misura di salute pubblica e il costo non può essere scaricato sui singoli cittadini. Servono tamponi gratuiti e pubblici, perché non si capisce per quale motivo a due anni dallo scoppio della pandemia i laboratori pubblici non siano stati ancora attrezzati, mentre quelli privati continuano a incassare soldi come mai prima d’ora.
Accanto al testing, occorre rafforzare le misure preventive. In primo luogo l’uso di mascherine. Se il Governo pensa di introdurre l’obbligo di FFP2 in alcuni ambiti, non è pensabile scaricarne il peso sui singoli lavoratori. Sono DPI necessari alla tutela della salute individuale e collettiva e salute e sicurezza devono essere in carico in primo luogo agli imprenditori. Paghino loro i DPI, come avviene per le scarpe antinfortunistica, i caschetti, ecc..
E, visto che in realtà in molti casi queste misure non si rispettano, che la forza dei controlli sia concentrata sui luoghi di lavoro, veri e propri buchi neri: qualcuno ad esempio ha i dati dei vaccini effettuati in azienda? No, perché lo stesso ministro Orlando ha detto di non saperne nulla, quando per mesi Confindustria si era fatta vanto di essersi messa a disposizione della campagna vaccinale.
Infine, accelerare sui vaccini significa finalmente abolire i brevetti, sottrarre il monopolio dei vaccini alle multinazionali del farmaco e ai loro profitti, così da rendere accessibile la vaccinazione anche nei paesi più poveri.
Significa anche riconoscere, magari per uso d’emergenza, anche quelli non ancora autorizzati da EMA, che in altri paesi si sono dimostrati efficaci per le fasce d’età attualmente più esposte al contagio.
A Cuba, per per esempio, hanno sviluppato Soberana02, unico vaccino a oggi utilizzabile per la popolazione pediatrica 2-5 anni, pensando in primo luogo alla tutela dei più piccoli. Si tratta di un vaccino pubblico e senza margini di profitto nella produzione: perché l’Aifa non lo prende in considerazione?
Vaccini per tutti!
Tamponi gratuiti!
Mascherine gratuite!
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Come sempre, in Lombardia è caos sanitario
Ciò che è successo in Lombardia e in particolare a Milano, nei giorni attorno al Natale, qualifica ancora una volta la giunta regionale come pericolosa per l’incolumità e la salute dei cittadini.
Nei giorni precedenti Natale, nella città di Milano si è registrato un incredibile caos dovuto alla disperata ricerca di tamponi e test da parte dei cittadini. In coda (qualche volta per un chilometro) davanti alle farmacie e ai centri diagnostici erano in migliaia, con le motivazioni più varie, per richiedere un tampone.
C’era chi aveva avuto contatti con positivi e doveva verificare il proprio stato (tra questi molti genitori con bambini in seguito a contatti scolastici), chi partiva per un viaggio che richiede tale test, infine chi, semplicemente angosciato dal rialzo dei contagi, voleva essere certo di poter andare in visita a genitori anziani e nonni senza crear loro danno.
Oltre a queste persone, i soliti, incalliti no-vax che devono fare il tampone per andare a lavorare.
Facilmente intuibili le speculazioni sui prezzi dei tamponi che sono avvenute. il caos tamponi si è presto esteso, peraltro, alle città di Bergamo, Como e Pavia.
Tuttavia, la situazione più incredibile è quella degli ammalati di Covid ormai guariti, che devono rivolgersi al proprio medico di base per ottenere il tampone molecolare che permette loro di uscire, riprendere il lavoro e la vita sociale.
Infatti, i medici di base non riescono a prenotare nulla in una piattaforma bloccata da giorni e giorni. Alcuni ammalati sono quindi costretti a pagarsi i costosi tamponi molecolari presso strutture private, mentre altri – ed è il caso più pericoloso dal punto di vista sanitario e sociale – non denunciano di avere dei sintomi nel timore di dovere attendere per settimane il liberatorio tampone.
In questa situazione di caos, Letizia Moratti, assessore al welfare e vicepresidente della Regione, ha annunciato l’istituzione di un gruppo di lavoro per i tamponi che sarebbe entrato in azione il 27 dicembre, cioè circa un mese dopo l’esplosione della nuova ondata pandemica dovuta alla variante Omicron.
Tale gruppo si è effettivamente riunito e ha annunciato il potenziamento degli impianti di Trenno e della Fiera, ma senza dare scadenze su quando ciò avverrà. Si sa solo che il punto Gallarate-Malpensa sarà potenziato da mercoledì 29.
In pratica, di fronte alla legittima apprensione dei cittadini, ma anche al loro senso di responsabilità, per cui molti si pongono in quarantena “volontaria” o evitano situazioni ritenute a rischio, la Regione come sempre abbandona i lombardi a se stessi.
Il 25 dicembre, mentre il TG Regionale annunciava demagogicamente che agli Spedali Civili di Brescia (noti peraltro per le proteste del personale contro i turni insostenibili e la mancanza di attrezzature e supporti) si vaccinava anche il giorno di Natale, a Milano tutti i centri risultavano chiusi, a partire dal principale, il “Palazzo delle Scintille”.
È evidente la contraddizione tra i continui inviti ai cittadini a vaccinarsi e tale chiusura, causata evidentemente dalla ormai cronica mancanza di personale, dovuta alla malagestione della Regione.
Si arriva così alla data del 27 dicembre, in cui le farmacie annunciano che anche i test domestici, notoriamente poco attendibili e non validi per la certificazione pubblica ma ultimo rifugio per molti cittadini disperati, sono completamente esauriti.
È il risultato evidente della mancanza, nei giorni precedenti, della possibilità di fare test più attendibili, per cui molti si sono riversati sulle prove domestiche.
A Milano è peraltro ormai impossibile trovare anche le mascherine FF2P, tranne che in alcuni esercizi che propongono la versione “a colori” proposta a 2,50-3 euro al pezzo. Il risultato è che il decreto governativo che impone l’uso delle mascherine FF2P sui mezzi pubblici ricorda le storiche grida di manzoniana memoria.
Mentre tutto ciò accade nel capoluogo e nella città metropolitana di Milano, Letizia Moratti passa il suo tempo a pranzare, a Roma, con Giorgia Meloni per discutere della sua possibile candidatura a presidente della Repubblica.
Che tutta Italia sia avvertita del personaggio con cui abbiamo a che fare.
Fonte
Nei giorni precedenti Natale, nella città di Milano si è registrato un incredibile caos dovuto alla disperata ricerca di tamponi e test da parte dei cittadini. In coda (qualche volta per un chilometro) davanti alle farmacie e ai centri diagnostici erano in migliaia, con le motivazioni più varie, per richiedere un tampone.
C’era chi aveva avuto contatti con positivi e doveva verificare il proprio stato (tra questi molti genitori con bambini in seguito a contatti scolastici), chi partiva per un viaggio che richiede tale test, infine chi, semplicemente angosciato dal rialzo dei contagi, voleva essere certo di poter andare in visita a genitori anziani e nonni senza crear loro danno.
Oltre a queste persone, i soliti, incalliti no-vax che devono fare il tampone per andare a lavorare.
Facilmente intuibili le speculazioni sui prezzi dei tamponi che sono avvenute. il caos tamponi si è presto esteso, peraltro, alle città di Bergamo, Como e Pavia.
Tuttavia, la situazione più incredibile è quella degli ammalati di Covid ormai guariti, che devono rivolgersi al proprio medico di base per ottenere il tampone molecolare che permette loro di uscire, riprendere il lavoro e la vita sociale.
Infatti, i medici di base non riescono a prenotare nulla in una piattaforma bloccata da giorni e giorni. Alcuni ammalati sono quindi costretti a pagarsi i costosi tamponi molecolari presso strutture private, mentre altri – ed è il caso più pericoloso dal punto di vista sanitario e sociale – non denunciano di avere dei sintomi nel timore di dovere attendere per settimane il liberatorio tampone.
In questa situazione di caos, Letizia Moratti, assessore al welfare e vicepresidente della Regione, ha annunciato l’istituzione di un gruppo di lavoro per i tamponi che sarebbe entrato in azione il 27 dicembre, cioè circa un mese dopo l’esplosione della nuova ondata pandemica dovuta alla variante Omicron.
Tale gruppo si è effettivamente riunito e ha annunciato il potenziamento degli impianti di Trenno e della Fiera, ma senza dare scadenze su quando ciò avverrà. Si sa solo che il punto Gallarate-Malpensa sarà potenziato da mercoledì 29.
In pratica, di fronte alla legittima apprensione dei cittadini, ma anche al loro senso di responsabilità, per cui molti si pongono in quarantena “volontaria” o evitano situazioni ritenute a rischio, la Regione come sempre abbandona i lombardi a se stessi.
Il 25 dicembre, mentre il TG Regionale annunciava demagogicamente che agli Spedali Civili di Brescia (noti peraltro per le proteste del personale contro i turni insostenibili e la mancanza di attrezzature e supporti) si vaccinava anche il giorno di Natale, a Milano tutti i centri risultavano chiusi, a partire dal principale, il “Palazzo delle Scintille”.
È evidente la contraddizione tra i continui inviti ai cittadini a vaccinarsi e tale chiusura, causata evidentemente dalla ormai cronica mancanza di personale, dovuta alla malagestione della Regione.
Si arriva così alla data del 27 dicembre, in cui le farmacie annunciano che anche i test domestici, notoriamente poco attendibili e non validi per la certificazione pubblica ma ultimo rifugio per molti cittadini disperati, sono completamente esauriti.
È il risultato evidente della mancanza, nei giorni precedenti, della possibilità di fare test più attendibili, per cui molti si sono riversati sulle prove domestiche.
A Milano è peraltro ormai impossibile trovare anche le mascherine FF2P, tranne che in alcuni esercizi che propongono la versione “a colori” proposta a 2,50-3 euro al pezzo. Il risultato è che il decreto governativo che impone l’uso delle mascherine FF2P sui mezzi pubblici ricorda le storiche grida di manzoniana memoria.
Mentre tutto ciò accade nel capoluogo e nella città metropolitana di Milano, Letizia Moratti passa il suo tempo a pranzare, a Roma, con Giorgia Meloni per discutere della sua possibile candidatura a presidente della Repubblica.
Che tutta Italia sia avvertita del personaggio con cui abbiamo a che fare.
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26/10/2021
Tamponi gratuiti al Porto di Genova. Il primo passo è positivo
Sta per concludersi, al termine di questa giornata, lo sciopero di 48 ore che USB Porto ha proclamato con la richiesta di tamponi gratuiti per i lavoratori. Dopo un primo passaggio e presidio davanti all’Autorità Portuale il 14 ottobre, dove è stata lanciata la vertenza la settimana scorsa, i due giorni di sciopero con presidi davanti ai varchi e a Caricamento hanno permesso di segnare molti passi in avanti. La lotta comunque non si conclude, nei prossimi giorni USB vigilerà sugli accordi raggiunti per capire l’effettiva fruibilità della possibilità di effettuare gratis i tamponi. Segnaliamo comunque che, in virtù della determinazione dei lavoratori, ponendo il problema in termini reali e non immaginari, si sono ottenuti grandi risultati. Il green pass continua ad essere una norma truffaldina e pericolosa per chi lavora, ci sarà da lavorare per ottenere gli stessi risultati su tutti i luoghi di lavoro. Per il momento la lotta di USB a Genova ha indicato la strada. Di seguito il comunicato di USB Porto di Genova.
*****
Sciopero Porto di Genova, esito incontro con l'Autorità Portuale
A seguito del presidio indetto per questa mattina di fronte alla sede della AdSP e da quanto stabilito ieri in sede prefettizia, USB ha incontrato l’Autorità Portuale.
Nell’incontro l’Autorità Portuale ci ha riferito quanto comunicato al prefetto in merito ai problemi oggetto della piattaforma di sciopero ed in particolare:
- tutti i lavoratori dipendenti dei terminal hanno la possibilità di accedere, con l’intero costo a carico delle aziende e dunque gratuitamente, al tampone rapido negli HUB e nelle strutture convenzionate;
- gli Hub gestiti dall’associazione dell’autotrasporto hanno dato la disponibilità a estendere il servizio di somministrazione dei tamponi alle aziende che ne facciano richiesta e che risultino a vario titolo in ambito portuale;
- in merito alle criticità evidenziate ai terminal PSA sui tempi degli esiti del tampone viene riferito l’impegno dell’azienda a intervenire sul fornitore per ridurre tempi;
- inoltre il servizio offerto è esteso ad altri due punti convenzionati uno dei quali nei pressi del varco di San Benigno di Sampierdarena.
Resta invece aperta la questione dell’accesso gratuito dei lavoratori della CULMV oggi fruibile solo a costi calmierati. Sul punto anche in considerazione del fatto che la CULMV ospita un centro vaccinale abbiamo chiesto un coinvolgimento delle istituzioni, al fine di garantire ai lavoratori della CULMV le medesime condizioni dei dipendenti dei terminal.
L’Autoriotà Portuale si è impegnata ad una risposta dopo ulteriori verifiche.
A fronte della situzione in essere al 14 ottobre quando le aziende che concedevano ai propri dipendenti il test rapido erano tre, riteniamo comunque si sia raggiunto un primo risultato utile a garantire reddito e lavoro a dimostrazione che la lotta può condurre a risultati positivi.
È necessario ora verificare la concreta applicazione di quanto comunicato dall’Autorità Portuale e la garazia che queste misure siano mantenute fino alla scadenza del decreto legge 127/21, temi che porteremo all’incontro che verrà convocato in Prefettura la prossima settimana.
Rimane indispensabile verificare altresì l’applicazione di tutte le altre misure di sicurezza finalizzate alla prevenzione del contagio Covid-19 e invitiamo pertanto tutti i lavoratori a segnalare tempestivamente ai delegati USB, agli RLS aziendali e di sito ogni violazione.
Siamo consapevoli che sotto il profilo della sicurezza resta comunque ancora molto da fare, considerato che il green pass è uno strumento assolutamente inadeguato per il mondo del lavoro e ribadiamo l’impegno a combattere ogni forma di discriminazione e divisione del mondo del lavoro.
USB Porto
Fonte
29/01/2021
Italia - Troppi morti da Covid rispetto ai contagi rilevati. I dati non tornano
In Italia i contagi da Covid 19 sarebbero stati sottostimati del 50%, per questo l’alto numero dei morti rispetto ai contagiati non torna.
Questa volta a lanciare l’allarme non sono gli avventori del bar sotto casa (quando è aperto, ndr), ma addirittura i servizi di intelligence che hanno inviato un apposito rapporto alla Presidenza del Consiglio.
A riferirlo è Repubblica, secondo cui un dossier dell’intelligence sarebbe stato recapitato al presidente del Consiglio dimissionario, Giuseppe Conte. Secondo il dossier i nuovi positivi giornalieri sarebbero in realtà il 40-50 per cento in più di quelli rilevati ufficialmente. “Il totale dei contagiati è sottostimato a causa del calo del numero dei tamponi avvenuto a metà novembre 2020”, si legge nel documento.
Due sono gli allarmi rilevati degli analisti dell’intelligence. Il primo è che la curva epidemiologica non sta piegando verso il basso o almeno non tanto quanto attestano i bollettini diramati dal ministero della Salute. Il secondo è che i dati al momento sono inattendibili e quindi difficili da analizzare e da usare per prendere misure adeguate di contenimento del virus.
In questo momento, quindi, è impossibile fare un’analisi realistica sulla base dei dati pubblicati – segnalano i servizi di intelligence, invitando il governo alla massima prudenza sulle riaperture. Secondo i servizi abbassare la guardia in questi giorni, “in cui stanno terminando gli effetti benefici delle misure “rosse” imposte sotto Natale”, e soprattutto mentre hanno preso a circolare in maniera importante le variante inglese e brasiliana del Covid-19, “potrebbe portare a una nuova ripresa incontrollata dell’epidemia, difficilmente sostenibile dal sistema ospedaliero, vicino alla soglia di saturazione”.
È difficile sottrarsi alla sensazione che la diffusione di dati attendibili sui contagi sia stata in qualche modo influenzata dalle pressioni di organizzazioni come Confindustria o delle autorità di alcune regioni, affinché si potesse giostrare sui colori (giallo, arancione, rosso) e quindi ridurre chiusure e limitazioni “dannose” per le attività imprenditoriali. Magari si è scelto di accanirsi su settori deboli, piccoli e frammentati come quelle commerciali e della ristorazione piuttosto che sui grossi conglomerati. Una cosa è certa: se non c’è stata una deliberata subalternità ai diktat di Confindustria & Co., c’è stata una approssimazione dettata da superficialità e da pressioni fortissime.
Quanto descritto nel dossier dell’intelligence, tra l’altro, non è una sorpresa. Da tempo ci si interrogava sull’altissima percentuale di decessi da Covid-19 rispetto al numero di contagiati individuati nei dati trasmessi ufficialmente. Una percentuale alta che non trovava paragoni con altri paesi con un indice di vecchiaia della popolazione simile all’Italia come Giappone e Germania.
Ad esempio, già il 7 gennaio il monitoraggio indipendente della Fondazione GIMBE rilevava nella settimana 29 dicembre 2020 – 5 gennaio 2021, rispetto alla precedente, un incremento dei nuovi casi (114.132 vs 90.117) e del rapporto positivi/casi testati (30,4% vs 26,2%). Stabili i casi attualmente positivi (569.161 vs 568.728) e, sul fronte ospedaliero, lievi oscillazioni dei ricoveri con sintomi (23.395 vs 23.662) e delle terapie intensive (2.569 vs 2.549); tornano a crescere i decessi (3.300 vs 3.187).
“A cavallo del nuovo anno – affermava Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – i dati documentano l’inversione della curva dei nuovi casi, in calo da 6 settimane consecutive, e l’incremento percentuale dei casi totali (5,5% vs 4,6%). Numeri sottostimati dalla decisa frenata dell’attività di testing nelle ultime due settimane accompagnata dal netto aumento del rapporto positivi/casi testati che schizza al 30,4% (figura 1). Infatti, dal 23 dicembre al 5 gennaio, rispetto ai quattordici giorni precedenti, il numero dei tamponi totali si è ridotto del 20,9% (-464.284); quello dei casi testati del 22,5% (-208.361), con una media giornaliera simile a quella di fine agosto”.
Il pasticcio statistico ruoterebbe infatti proprio intorno ai tamponi. Secondo quanto scrive Repubblica: nella settimana tra l’11 e il 17 novembre ne sono stati processati un milione e mezzo, il numero più elevato registrato fino ad allora. Da quel momento, però, i test hanno preso a diminuire arrivando agli 868 mila della settimana tra il 23 e il 29 dicembre, salvo poi schizzare a 1,4 milioni dal 13 gennaio in poi per effetto dell’inclusione, nel conteggio, dei tamponi antigenici rapidi. Prima ai fini del computo valevano solo quelli molecolari, poi il ministero della Salute ha ammesso anche gli altri.
“L’introduzione dei test rapidi ha reso impossibile un confronto con le serie storiche passate. Alcune Regioni, inoltre, non fanno distinzione tra il molecolare e il rapido, è ciò ha evidenti ripercussioni sul calcolo di tutti i valori, tra cui il rapporto positivi/tamponi” è scritto nel dossier dell’intelligence, nel quale si sostiene che a questo punto il rapporto va rivisto, scorporando i rapidi e, soprattutto, togliendo quelli fatti per confermare l’avvenuta guarigione. “Sono solo i tamponi di prima diagnosi a fotografare la reale situazione epidemiologica, e a partire da metà novembre abbiamo visto un brusco calo di questa tipologia”. Ad oggi i test di conferma sarebbero il 65 per cento del totale: troppi per non alterare sensibilmente la rappresentazione della curva del contagio.
Proprio questo passaggio, secondo il dossier dei servizi di sicurezza, ha favorito il caos. E questa ipotesi non viene esclusa dallo stesso Istituto Superiore di Sanità. “Questo è possibile. Nei sistemi di sorveglianza spesso c’è una quota che può essere sottostimata dei casi che vengono normalmente diagnosticati e notificati”, ha spiegato questa mattina a Radio Anch’io Paola Stefanelli, direttrice del Reparto Malattie Prevenibili da vaccino dell’Istituto Superiore di Sanità.
La lettera della campagna Datibenecomune, già da novembre chiedeva alle autorità di essere più trasparenti sui dati in base alle quali vengono prese le decisioni e adottate le misure restrittivi anti Covid. “Vediamo di continuo decisioni prese per limitare il contagio sulla base di dati che non sono pubblici: la trasparenza è alla base di ogni democrazia! I cittadini hanno il diritto di conoscere su quali dati e quali analisi si basano le decisioni prese dal governo per le restrizioni dei prossimi DPCM. Da questi dati dipende la nostra vita quotidiana, il nostro lavoro, la nostra salute mentale: vogliamo che siano pubblici! E vogliamo che siano in formato aperto, perché dobbiamo permettere agli scienziati e ai giornalisti di lavorare per bene”.
Un appello rimasto inascoltato. Ed ora a indicarne le conseguenze sono addirittura i servizi di intelligence.
Fonte
Questa volta a lanciare l’allarme non sono gli avventori del bar sotto casa (quando è aperto, ndr), ma addirittura i servizi di intelligence che hanno inviato un apposito rapporto alla Presidenza del Consiglio.
A riferirlo è Repubblica, secondo cui un dossier dell’intelligence sarebbe stato recapitato al presidente del Consiglio dimissionario, Giuseppe Conte. Secondo il dossier i nuovi positivi giornalieri sarebbero in realtà il 40-50 per cento in più di quelli rilevati ufficialmente. “Il totale dei contagiati è sottostimato a causa del calo del numero dei tamponi avvenuto a metà novembre 2020”, si legge nel documento.
Due sono gli allarmi rilevati degli analisti dell’intelligence. Il primo è che la curva epidemiologica non sta piegando verso il basso o almeno non tanto quanto attestano i bollettini diramati dal ministero della Salute. Il secondo è che i dati al momento sono inattendibili e quindi difficili da analizzare e da usare per prendere misure adeguate di contenimento del virus.
In questo momento, quindi, è impossibile fare un’analisi realistica sulla base dei dati pubblicati – segnalano i servizi di intelligence, invitando il governo alla massima prudenza sulle riaperture. Secondo i servizi abbassare la guardia in questi giorni, “in cui stanno terminando gli effetti benefici delle misure “rosse” imposte sotto Natale”, e soprattutto mentre hanno preso a circolare in maniera importante le variante inglese e brasiliana del Covid-19, “potrebbe portare a una nuova ripresa incontrollata dell’epidemia, difficilmente sostenibile dal sistema ospedaliero, vicino alla soglia di saturazione”.
È difficile sottrarsi alla sensazione che la diffusione di dati attendibili sui contagi sia stata in qualche modo influenzata dalle pressioni di organizzazioni come Confindustria o delle autorità di alcune regioni, affinché si potesse giostrare sui colori (giallo, arancione, rosso) e quindi ridurre chiusure e limitazioni “dannose” per le attività imprenditoriali. Magari si è scelto di accanirsi su settori deboli, piccoli e frammentati come quelle commerciali e della ristorazione piuttosto che sui grossi conglomerati. Una cosa è certa: se non c’è stata una deliberata subalternità ai diktat di Confindustria & Co., c’è stata una approssimazione dettata da superficialità e da pressioni fortissime.
Quanto descritto nel dossier dell’intelligence, tra l’altro, non è una sorpresa. Da tempo ci si interrogava sull’altissima percentuale di decessi da Covid-19 rispetto al numero di contagiati individuati nei dati trasmessi ufficialmente. Una percentuale alta che non trovava paragoni con altri paesi con un indice di vecchiaia della popolazione simile all’Italia come Giappone e Germania.
Ad esempio, già il 7 gennaio il monitoraggio indipendente della Fondazione GIMBE rilevava nella settimana 29 dicembre 2020 – 5 gennaio 2021, rispetto alla precedente, un incremento dei nuovi casi (114.132 vs 90.117) e del rapporto positivi/casi testati (30,4% vs 26,2%). Stabili i casi attualmente positivi (569.161 vs 568.728) e, sul fronte ospedaliero, lievi oscillazioni dei ricoveri con sintomi (23.395 vs 23.662) e delle terapie intensive (2.569 vs 2.549); tornano a crescere i decessi (3.300 vs 3.187).
“A cavallo del nuovo anno – affermava Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – i dati documentano l’inversione della curva dei nuovi casi, in calo da 6 settimane consecutive, e l’incremento percentuale dei casi totali (5,5% vs 4,6%). Numeri sottostimati dalla decisa frenata dell’attività di testing nelle ultime due settimane accompagnata dal netto aumento del rapporto positivi/casi testati che schizza al 30,4% (figura 1). Infatti, dal 23 dicembre al 5 gennaio, rispetto ai quattordici giorni precedenti, il numero dei tamponi totali si è ridotto del 20,9% (-464.284); quello dei casi testati del 22,5% (-208.361), con una media giornaliera simile a quella di fine agosto”.
Il pasticcio statistico ruoterebbe infatti proprio intorno ai tamponi. Secondo quanto scrive Repubblica: nella settimana tra l’11 e il 17 novembre ne sono stati processati un milione e mezzo, il numero più elevato registrato fino ad allora. Da quel momento, però, i test hanno preso a diminuire arrivando agli 868 mila della settimana tra il 23 e il 29 dicembre, salvo poi schizzare a 1,4 milioni dal 13 gennaio in poi per effetto dell’inclusione, nel conteggio, dei tamponi antigenici rapidi. Prima ai fini del computo valevano solo quelli molecolari, poi il ministero della Salute ha ammesso anche gli altri.
“L’introduzione dei test rapidi ha reso impossibile un confronto con le serie storiche passate. Alcune Regioni, inoltre, non fanno distinzione tra il molecolare e il rapido, è ciò ha evidenti ripercussioni sul calcolo di tutti i valori, tra cui il rapporto positivi/tamponi” è scritto nel dossier dell’intelligence, nel quale si sostiene che a questo punto il rapporto va rivisto, scorporando i rapidi e, soprattutto, togliendo quelli fatti per confermare l’avvenuta guarigione. “Sono solo i tamponi di prima diagnosi a fotografare la reale situazione epidemiologica, e a partire da metà novembre abbiamo visto un brusco calo di questa tipologia”. Ad oggi i test di conferma sarebbero il 65 per cento del totale: troppi per non alterare sensibilmente la rappresentazione della curva del contagio.
Proprio questo passaggio, secondo il dossier dei servizi di sicurezza, ha favorito il caos. E questa ipotesi non viene esclusa dallo stesso Istituto Superiore di Sanità. “Questo è possibile. Nei sistemi di sorveglianza spesso c’è una quota che può essere sottostimata dei casi che vengono normalmente diagnosticati e notificati”, ha spiegato questa mattina a Radio Anch’io Paola Stefanelli, direttrice del Reparto Malattie Prevenibili da vaccino dell’Istituto Superiore di Sanità.
La lettera della campagna Datibenecomune, già da novembre chiedeva alle autorità di essere più trasparenti sui dati in base alle quali vengono prese le decisioni e adottate le misure restrittivi anti Covid. “Vediamo di continuo decisioni prese per limitare il contagio sulla base di dati che non sono pubblici: la trasparenza è alla base di ogni democrazia! I cittadini hanno il diritto di conoscere su quali dati e quali analisi si basano le decisioni prese dal governo per le restrizioni dei prossimi DPCM. Da questi dati dipende la nostra vita quotidiana, il nostro lavoro, la nostra salute mentale: vogliamo che siano pubblici! E vogliamo che siano in formato aperto, perché dobbiamo permettere agli scienziati e ai giornalisti di lavorare per bene”.
Un appello rimasto inascoltato. Ed ora a indicarne le conseguenze sono addirittura i servizi di intelligence.
Fonte
17/10/2020
Covid fase 3: il delirio
Tutto si può dire, meno che sia inattesa. La corsa dei contagi – ma soprattutto dei ricoverati e dei morti – è ripresa a ritmi infernali in tutta Europa.
L’Italia sta rapidamente allineandosi alla velocità di crociera della Francia o della Spagna. E persino i “virtuosi” da strapazzo del Nord – Germania, Olanda, ecc. – hanno perso quel sorrisetto di sufficienza, da ufficiale delle SS, che gli viene spontaneo quando guardano ai “mediterranei”.
Anche la risposta immediata è la solita idiozia. Divieti mirati sul tempo libero e sulla scuola, nessuna parola sulla produzione. DPCM a tambur battente per inventare nuove multe sempre più salate, ma nessun intervento pratico per incrementare mezzi di trasporto pubblico e soprattutto le strutture sanitarie pubbliche. Coprifuoco, come in Francia (e forse anche qui), ma solo dalle 21 alle 6 di mattina, poi tutti a prendersi il virus al lavoro o in metrò...
Un gran vociare di servi sciocchi contro ogni ipotesi, limitata o generale, di lockdown e altrettanti servi appena meno sciocchi, che studiano il modo di farne il minimo possibile.
Se tutto ciò sia efficace, oppure no, per fermare il contagio non sembra interessare a nessuno. Basta che il campo di gara sia ridotto a due soli “partiti”: quello del “nessun blocco” (Confindustriale puro) e quello dei “pochissimi blocchi” (Confindustriale cum juicio).
Il primo problema, da cui partono tutti, a cominciare dal presidente del consiglio, è infatti “non fermare l’economia”. Che purtroppo per loro è cosa pervasiva, sfaccettata, articolata. Se blocchi una attività, a cascata se ne fermano altre. E partono le proteste dei “fermati” che indicano immediatamente altri comparti “che sono peggio di noi”.
Idem quando provi a bloccare un territorio, per quanto piccolo.
Sappiamo che qui – in tutto l’Occidente neoliberista – si è scelto fin dall’inizio di “convivere con il virus”, arrivando perfino a ipotizzare una darwiniana “immunità di gregge senza vaccini”; ossia decine di milioni di morti.
Ma, se ci convivi, il virus si espande. Più nella stagione fredda che in quella calda, ma qui sta e resta.
Come abbiamo detto fin dall’inizio, si trattava di scegliere tra il Pil e la vita. I governi occidentali hanno scelto di difendere il Pil e sono riusciti nello straordinario risultato di ottenere l’opposto: il più grande tracollo economico in tempi di pace che la Storia ricordi.
Ma le soluzioni per circoscrivere il contagio possibili a febbraio marzo – lockdown limitati alle zone focolaio, dalla Val Seriana in giù – non sono più possibili oggi. Il virus è andato dappertutto, grazie all’estate, alle vacanze, alle discoteche e alla massima ripresa di tutte le attività produttive.
Come se ne esce?
L’unica soluzione all’altezza dell’obbiettivo – fermare il contagio – sarebbe quella di effettuare tamponi su tutta la popolazione, mettendo poi in immediato isolamento i positivi, a cominciare dalle “zone focolaio”. Che però, già ieri, venivano contate in 4.913...
Chiaro dunque che si tratta di intervenire su grandi numeri, con milioni di strumenti a basso costo (i tamponi, poco più che dei cotton fioc), migliaia di macchinari a medio costo (per processare i tamponi), migliaia di medici e ancor più infermieri.
Non è impossibile, in linea teorica. Pochi giorni fa, a Qingdao, in Cina, sono stati testati tutti gli abitanti – 9 milioni! – in appena tre giorni. Avevano scoperto un focolaio di soli sei (6) contagiati, e con questo screeening di massa ne hanno trovati altri undici (11). Poi tutti tranquilli, sereni, al lavoro o al ristorante, e pure in discoteca...
Serve insomma una sanità pubblica con mezzi e personale adeguati alla necessità. Che è straordinaria, ma non inaffrontabile. Altrimenti l’alternativa sta solo nei lockdown...
E qui vengono al pettine tutti i problemi dello sviluppo distorto degli ultimi 30 anni. Quando, in omaggio ai diktat neoliberisti (sul piano ideologico) e agli interessi degli “imprenditori” (sul piano degli interessi concretissimi), si è cominciato a demolire sistematicamente tutto ciò che era “pubblico”. Con tagli finanziari, blocco del turn over, intra moenia, trasformazione degli ospedali in “aziende sanitarie” amministrate da manager incompetenti in materia e dotati solo di forbici da bilancio...
Chiaro anche che in sei mesi, quelli passati dalla prima fase critica alla prevista “seconda ondata”, non era possibile e pensabile riparare i danni fatti in 30 anni (solo negli ultimi dieci si sono avuti tagli per 36 miliardi, la stessa cifra teoricamente disponibile con la trappola del Mes).
Ma nella realtà non è stato fatto esattamente nulla per poter affrontare meglio la nuova emergenza. Anzi, si è continuato a regalare miliardi alla sanità privata, che per contrastare una pandemia è come un killer aggiuntivo.
Due soli esempi. Nel Lazio, la giunta regionale di Zingaretti (Pd) ha regalato altre decine di milioni al “privato”, in piena emergenza. In Lombardia, sotto il duo comico Fontana-Gallera, effettuare un tampone presso una struttura privata costa 92 euro. In entrambe le regioni, teoricamente in campi politici opposti, fare un tampone semigratuito in una struttura pubblica costa almeno mezza giornata di attesa al drive in.
Delle USCA (le unità speciali per la continuità assistenziale) nonostante fossero indicate come indispensabili, non c’è traccia. Il numero di medici territoriali non è stato aumentato come necessario. Le indicazioni delle ASL che arrivano alle scuole sulle quarantene sono spesso contraddittorie lasciando nell’incertezza e nel panico genitori, insegnanti e alunni.
Abbiamo la classe dirigente – imprenditori e politici – più indecente del pianeta. Incapace di pensare a qualcosa di più grande del proprio portafoglio, abituata da anni a delegare ogni decisione strategica all’Unione Europea per quanto riguarda le politiche di bilancio e alla Nato per quanto riguarda esteri e difesa.
Giusto un esempio per capire bene. Il “grande fustigatore” Carlo Bonomi, neopresidente di Confindustria, dunque leader pro tempore degli imprenditori privati, è contemporaneamente un funzionario pubblico (presidente dell’ente Fiera di Milano) con un stipendio – pagato da tutti noi – di 107.000 euro l’anno.
Ma la Fiera di Milano è anche la location del famoso “ospedale inutile” di Bertolaso, che ora si pensa di riaprire per ricoverare i nuovi malati di Covid. A quel punto Bonomi potrebbe benissimo – da “funzionario pubblico” – far acquistare all’ente Fiera di Milano un po’ di macchinari elettromedicali “assolutamente necessari”. Magari forniti dalla Synopo, casualmente di sua proprietà come “imprenditore privato”...
In questo balbettìo ed in questo vivacchiare dentro l’emergenza pandemica, l’unica indicazione data come decisiva è la limitazione – ed eventualmente la sanzione – dei comportamenti individuali, ma solo quelli sottratti al tempo e alle condizioni di lavoro. Quella brutale sintesi del “produci, consuma, crepa” sembra essere l’unica dottrina a fare scuola.
Questi sono i protagonisti della classe dirigente. Questi sono il problema, certo non la soluzione.
Fonte
L’Italia sta rapidamente allineandosi alla velocità di crociera della Francia o della Spagna. E persino i “virtuosi” da strapazzo del Nord – Germania, Olanda, ecc. – hanno perso quel sorrisetto di sufficienza, da ufficiale delle SS, che gli viene spontaneo quando guardano ai “mediterranei”.
Anche la risposta immediata è la solita idiozia. Divieti mirati sul tempo libero e sulla scuola, nessuna parola sulla produzione. DPCM a tambur battente per inventare nuove multe sempre più salate, ma nessun intervento pratico per incrementare mezzi di trasporto pubblico e soprattutto le strutture sanitarie pubbliche. Coprifuoco, come in Francia (e forse anche qui), ma solo dalle 21 alle 6 di mattina, poi tutti a prendersi il virus al lavoro o in metrò...
Un gran vociare di servi sciocchi contro ogni ipotesi, limitata o generale, di lockdown e altrettanti servi appena meno sciocchi, che studiano il modo di farne il minimo possibile.
Se tutto ciò sia efficace, oppure no, per fermare il contagio non sembra interessare a nessuno. Basta che il campo di gara sia ridotto a due soli “partiti”: quello del “nessun blocco” (Confindustriale puro) e quello dei “pochissimi blocchi” (Confindustriale cum juicio).
Il primo problema, da cui partono tutti, a cominciare dal presidente del consiglio, è infatti “non fermare l’economia”. Che purtroppo per loro è cosa pervasiva, sfaccettata, articolata. Se blocchi una attività, a cascata se ne fermano altre. E partono le proteste dei “fermati” che indicano immediatamente altri comparti “che sono peggio di noi”.
Idem quando provi a bloccare un territorio, per quanto piccolo.
Sappiamo che qui – in tutto l’Occidente neoliberista – si è scelto fin dall’inizio di “convivere con il virus”, arrivando perfino a ipotizzare una darwiniana “immunità di gregge senza vaccini”; ossia decine di milioni di morti.
Ma, se ci convivi, il virus si espande. Più nella stagione fredda che in quella calda, ma qui sta e resta.
Come abbiamo detto fin dall’inizio, si trattava di scegliere tra il Pil e la vita. I governi occidentali hanno scelto di difendere il Pil e sono riusciti nello straordinario risultato di ottenere l’opposto: il più grande tracollo economico in tempi di pace che la Storia ricordi.
Ma le soluzioni per circoscrivere il contagio possibili a febbraio marzo – lockdown limitati alle zone focolaio, dalla Val Seriana in giù – non sono più possibili oggi. Il virus è andato dappertutto, grazie all’estate, alle vacanze, alle discoteche e alla massima ripresa di tutte le attività produttive.
Come se ne esce?
L’unica soluzione all’altezza dell’obbiettivo – fermare il contagio – sarebbe quella di effettuare tamponi su tutta la popolazione, mettendo poi in immediato isolamento i positivi, a cominciare dalle “zone focolaio”. Che però, già ieri, venivano contate in 4.913...
Chiaro dunque che si tratta di intervenire su grandi numeri, con milioni di strumenti a basso costo (i tamponi, poco più che dei cotton fioc), migliaia di macchinari a medio costo (per processare i tamponi), migliaia di medici e ancor più infermieri.
Non è impossibile, in linea teorica. Pochi giorni fa, a Qingdao, in Cina, sono stati testati tutti gli abitanti – 9 milioni! – in appena tre giorni. Avevano scoperto un focolaio di soli sei (6) contagiati, e con questo screeening di massa ne hanno trovati altri undici (11). Poi tutti tranquilli, sereni, al lavoro o al ristorante, e pure in discoteca...
Serve insomma una sanità pubblica con mezzi e personale adeguati alla necessità. Che è straordinaria, ma non inaffrontabile. Altrimenti l’alternativa sta solo nei lockdown...
E qui vengono al pettine tutti i problemi dello sviluppo distorto degli ultimi 30 anni. Quando, in omaggio ai diktat neoliberisti (sul piano ideologico) e agli interessi degli “imprenditori” (sul piano degli interessi concretissimi), si è cominciato a demolire sistematicamente tutto ciò che era “pubblico”. Con tagli finanziari, blocco del turn over, intra moenia, trasformazione degli ospedali in “aziende sanitarie” amministrate da manager incompetenti in materia e dotati solo di forbici da bilancio...
Chiaro anche che in sei mesi, quelli passati dalla prima fase critica alla prevista “seconda ondata”, non era possibile e pensabile riparare i danni fatti in 30 anni (solo negli ultimi dieci si sono avuti tagli per 36 miliardi, la stessa cifra teoricamente disponibile con la trappola del Mes).
Ma nella realtà non è stato fatto esattamente nulla per poter affrontare meglio la nuova emergenza. Anzi, si è continuato a regalare miliardi alla sanità privata, che per contrastare una pandemia è come un killer aggiuntivo.
Due soli esempi. Nel Lazio, la giunta regionale di Zingaretti (Pd) ha regalato altre decine di milioni al “privato”, in piena emergenza. In Lombardia, sotto il duo comico Fontana-Gallera, effettuare un tampone presso una struttura privata costa 92 euro. In entrambe le regioni, teoricamente in campi politici opposti, fare un tampone semigratuito in una struttura pubblica costa almeno mezza giornata di attesa al drive in.
Delle USCA (le unità speciali per la continuità assistenziale) nonostante fossero indicate come indispensabili, non c’è traccia. Il numero di medici territoriali non è stato aumentato come necessario. Le indicazioni delle ASL che arrivano alle scuole sulle quarantene sono spesso contraddittorie lasciando nell’incertezza e nel panico genitori, insegnanti e alunni.
Abbiamo la classe dirigente – imprenditori e politici – più indecente del pianeta. Incapace di pensare a qualcosa di più grande del proprio portafoglio, abituata da anni a delegare ogni decisione strategica all’Unione Europea per quanto riguarda le politiche di bilancio e alla Nato per quanto riguarda esteri e difesa.
Giusto un esempio per capire bene. Il “grande fustigatore” Carlo Bonomi, neopresidente di Confindustria, dunque leader pro tempore degli imprenditori privati, è contemporaneamente un funzionario pubblico (presidente dell’ente Fiera di Milano) con un stipendio – pagato da tutti noi – di 107.000 euro l’anno.
Ma la Fiera di Milano è anche la location del famoso “ospedale inutile” di Bertolaso, che ora si pensa di riaprire per ricoverare i nuovi malati di Covid. A quel punto Bonomi potrebbe benissimo – da “funzionario pubblico” – far acquistare all’ente Fiera di Milano un po’ di macchinari elettromedicali “assolutamente necessari”. Magari forniti dalla Synopo, casualmente di sua proprietà come “imprenditore privato”...
In questo balbettìo ed in questo vivacchiare dentro l’emergenza pandemica, l’unica indicazione data come decisiva è la limitazione – ed eventualmente la sanzione – dei comportamenti individuali, ma solo quelli sottratti al tempo e alle condizioni di lavoro. Quella brutale sintesi del “produci, consuma, crepa” sembra essere l’unica dottrina a fare scuola.
Questi sono i protagonisti della classe dirigente. Questi sono il problema, certo non la soluzione.
Fonte
16/10/2020
Sconfiggere il virus? Una testimonianza dalla Cina
L’ideologia non c’entra molto, è bene dirlo subito. C’entra una logica di governo complessiva, che conferisce anche all’impresa privata un ruolo, ma dentro un quadro di priorità, regole, interessi, che non coincide con “l’interesse privato”.
Dunque è inutile baloccarsi con le discussioni molto stupide che piacciono tanto “a sinistra”, tutte tese a stabilire la “percentuale di comunismo” (o socialismo) in ogni paese di cui si parla. Ovviamente, quasi sempre senza conoscerlo affatto.
Qui si deve affrontare una pandemia che non è una peste, ma è abbastanza pericolosa, che si è già portata via oltre un milione di persone e molte altre se ne porterà via prima che un vaccino efficace sia disponibile in miliardi di dosi.
Dunque, si tratta di vedere quale tipo di risposta sia più efficace per ridurre al minimo morti e invalidi (i problemi respiratori, in chi ha attraversato una fase acuta, restano a lungo o addirittura per sempre). I modelli al momento sono soltanto due: quello neoliberista (con qualche eccezione in Asia) e quello cinese (cubano, venezuelano, vietnamita, ecc.).
Il primo pretende di “convivere con il virus” per non compromettere la produzione e la crescita del Pil, a costo di far pagare a centinaia di migliaia di persone questa scelta con la vita. Il secondo ha messo al centro l’annientamento del virus, anche a costo di pagare nell’immediato un certo prezzo sul piano della crescita economica.
Non paradossalmente (la dialettica è in agguato) il modello neoliberista ha prodotto un tracollo mai visto della crescita, e la stagione invernale sta preparando un double dip tendenzialmente terribile. Il modello “cinese” (cubano, venezuelano, ecc.) sta producendo l’unica crescita registrata in un pianeta in drammatica recessione.
Sorvolando sul fatto, sicuramente interessante per qualsiasi essere umano del pianeta, che lì le perdite umane sono state ridotte al minimo, mentre nell’Occidente non sembra esserci limite. Nei soli Stati Uniti, con poco più del 20% della popolazione cinese, ci sono stati fin qui quasi 8 milioni di contagiati e oltre 217.000 morti (contro i 91.000 contagiati e i 4.740 morti della Cina).
Magari avranno ragione i tanti Gabanelli che girano nel mondo (“lì non c’è libertà di parola”), ma vien da pensare che per poter parlare bisogna pur sempre prima restare in vita...
Per essere ancora più didascalici e non ideologici, vi proponiamo questa testimonianza di un italiano che lavora in Cina, girataci da un nostro validissimo collaboratore. La mail descrive il caso avvenuto nella città di QingDao, dove – a fronte di 6 contagiati – hanno testato con tampone tutti e nove (9) milioni di abitanti. Trovandone alla fine 17.
Anche qui, si potrebbe dire che “prima la salute” sta nei comandamenti dell’ideologia socialista. Ma magari non tutti i cinesi (1,4 miliardi), la condividono o l’hanno capita. Se invece come motivazione per far prendere decisioni drastiche ed efficaci c’è, più terra terra, “il rischio della carriera”, allora si può capire come un “comandamento” astratto può diventare spontanea pratica amministrativa.
Sorvoliamo sui paragoni con l’Italia, perché un Fontana o un Gallera – laggiù – avrebbero rischiato qualcosa più della carriera; mentre qui trovano persino degli avvocati difensori...
Simpatica, volendo, la genesi del grande focolaio di Wuhan, favorito da qualche Briatore locale che ha ritenuto piacevole consentire una festa inventata per battere un record da Guinness, nonostante “dall’alto” avessero messo in guardia, vista la circolazione di quella strana polmonite virale...
Interessante pure il meccanismo sociale che viene messo in moto quando un solitario zuzzurellone – guarda caso italiano, ma non è decisivo... – fa tardi rispetto all’orario fissato per il test.
A cercarlo non è “l’occhiuto Partito che tutto controlla” o “la Polizia”, ma... il condominio. E la minaccia non è la tortura, ma un più logico “se non hai il certificato del test, stasera non rientri nel palazzo”.
Poi, col certificato in mano, puoi pure partecipare alla festa di tutti per lo scampato pericolo. In un sistema sociale dove il collettivo e il pubblico contano qualcosa non c’è bisogno di chiamare la polizia per ogni stronzata...
Se volete discutere di qualcosa, assumere prima alcune informazioni sembra decisivo. No?
*****
Sabato o domenica, a Qingdao, hanno trovato un focolaio in un ospedale, 6 casi. Hanno disposto il controllo a tappeto con controlli a tutti gli abitanti (9 milioni) in 72 ore. Nei condomini e nelle zone industriali hanno organizzato banchetti con personale sanitario che fa i tamponi.
Nell’occasione le autorità consigliano un maggiore uso della mascherina nei luoghi affollati in attesa dei risultati. Sottolineo “consigliano”.
Per darti una spiegazione anche logica, considera che il sindaco e il capo del Partito Comunista di Qingdao, si giocano una parte di carriera. Ora, se nella città di Qingdao il focolaio si fosse allargato senza che le autorità avessero preso provvedimenti, la carriera dei due funzionari avrebbe sicuramente subito dei contraccolpi. Come è successo a quelli di Wuhan.
Mi sembra di avertelo scritto ai tempi. Intorno al 10 gennaio, da Pechino avevano mandato una nota a Wuhan che chiedeva di evitare assembramenti a causa di questa strana polmonite che c’era in giro.
Nonostante ciò, le autorità locali non hanno vietato quel famoso banchetto di 40.000 persone (o 40.000 famiglie, non mi è chiaro) fatto per battere un record sul Guinness dei primati. Il Guinness dell’imbecillità. Ovviamente sono stati tutti destituiti e, a cascata, sono stati licenziati diverse centinaia (o migliaia) di funzionari governativi.
Riporto i racconti del mio amico che lavora lì. Oggi toccava alla sua fabbrica e gli hanno detto che il suo turno era verso mezzogiorno perché poi avrebbero finito i 6 milioni di abitanti della città. Rimangono i 3 milioni dell’hinterland.
Il mio amico era in giro e, all’italiana, faceva con comodo. A un certo punto l’ha chiamato il condominio in cui vive e gli hanno detto che nel pomeriggio, senza il documento che certificava l’avvenuto tampone, non lo avrebbero fatto entrare.
Dopo un po’ l’hanno chiamato dalla fabbrica, dicendogli che lì nella zona avevano finito di fare i tamponi e aspettavano solo lui. Perché il termine schedulato era per oggi a mezzogiorno. Al che si è precipitato al banchetto dove stavano aspettando solo lui.
Mi diceva che ieri sera, all’entrata del suo condominio, c’erano i banchetti fino a mezzanotte.
Se noi andiamo a chiedere ai ragazzi che stavano lì fino a mezzanotte a fare i tamponi, non troverai una reazione “seccata”, ma sicuramente ti risponderebbero di essere orgogliosi di aiutare il proprio paese e la comunità. Non è che il partito li tiene lì con il terrore come qualcuno potrebbe pensare.
Quindi da lunedì a mercoledì a mezzogiorno hanno fatto 6 milioni di tamponi e adesso hanno altri tre giorni per farne 5 milioni nell’hinterland.
Al momento si hanno i risultati dei primi 6 milioni: 17 casi, tutti legati all’ospedale, sembra per inosservanza protocollo: direttore dell’ospedale e il responsabile sanità di Qingdao sono stati destituiti.
Certamente un’emergenza che può causare danni incalcolabili ad un’intera nazione richiede un certo rigore.
Non sono in grado di dirti se è una decisione giusta o meno.
Fonte
31/08/2020
Covid-19 - L'analisi di Crisanti sui numeri del contagio e la proposta per i tamponi
Non è abitudine di queste pagine ospitare dei contributi del megafono per eccellenza del salotto buono di ciò che rimane della borghesia italiana. In questa occasione facciamo un'eccezione perché, di questi tempi chi scrive è persona meritevole di ascolto.
In Italia durante le ultime due settimane il numero di persone positive al test per il coronavirus è aumentato di giorno in giorno fino a sfiorare questa settimana la soglia di 1.500 casi (clicca qui per tutti i dati e le mappe). Questa ripresa della trasmissione virale che interessa tutto il territorio nazionale sembra sia alimentata da comportamenti di socializzazione diffusi prevalentemente tra i giovani (ma non solo) e da casi di importazione. Il virus si diffonde sfruttando il comportamento sociale dei singoli: più persone si incontrano e più aumenta la probabilità di infettarsi. È successo a chi ha frequentato assiduamente luoghi affollati e discoteche senza adottare precauzioni. Ora abbiamo raggiunto lo stesso numero di casi che leggevamo con apprensione nel bollettino della Protezione civile quando sotto l’onda d’urto di centinaia di morti al giorno è stato decretato il lockdown su scala nazionale. Questa ripresa della trasmissione presenta tuttavia delle differenze rispetto a quanto abbiamo osservato durante i terribili mesi di febbraio, marzo e aprile (è sotto gli occhi di tutti): la maggior parte delle persone infette sono giovani in grande maggioranza asintomatici o con sintomatologia molto lieve. E, cosa confortante, il numero delle persone ricoverate nei reparti Covid e rianimazione aumenta di poche unità al giorno senza mettere sotto pressione il sistema sanitario. La comunità scientifica, i media e tutti gli italiani si chiedono cosa stia succedendo. Autorevoli scienziati argomentano che il virus sia mutato, si sia indebolito e che dunque l’emergenza sia finita. Altri raccomandano prudenza e incoraggiano a non abbassare la guardia e giustificano invece lo stato di emergenza. I numeri dei pazienti ricoverati in rianimazione e le persone che purtroppo ancora muoiono di Covid-19 sono diventati vessilli di opposte fazioni scientifiche e politiche.
L’analisi
Analizzando i dati e le conoscenze che abbiamo acquisito fino a ora ritengo sia possibile fornire una spiegazione equilibrata e coerente della situazione che promuova un dibattito costruttivo sulle misure da adottare tutti insieme per convivere con il virus in attesa di un possibile vaccino. Ripartiamo dal numero dei casi accertati (1.492) nel giorno in cui l’Italia è entrata in lockdown e facciamo uno sforzo di memoria: i reagenti per i tamponi scarseggiavano, i test venivano eseguiti solo su persone ricoverate in ospedale che versavano in gravi condizioni e molti malati rimanevano a casa senza cure e diagnosi. Nessuna traccia allora degli asintomatici la cui presenza e contributo alla trasmissione era negata con vigore da tutte le autorità sanitarie. Tutti ora concordano che quei numeri erano una drammatica sottostima della realtà.
Prima di trarre conclusioni, basate sul confronto tra i numeri dei casi in questi giorni con quelli registrati durante i giorni più bui della pandemia, e affermare che il virus sia mutato o diventato «più buono» (anzi i dati che giungono dal resto del mondo suggeriscono che Covid-19 mantenga tutta la sua pericolosità) dobbiamo quindi cercare di ricostruire quanti erano effettivamente i casi in Italia durante le prime settimane della pandemia. Ci aiuta in questo esercizio l’indagine sierologica condotta recentemente dall’Istat su tutto il territorio nazionale che non ha avuto a mio avviso la risonanza mediatica e scientifica che meritava. Apprendiamo da questa analisi che i casi di Covid-19 in Italia sono stati complessivamente 1 milione e 482 mila, cifra ben superiore al numero di casi accertati (265 mila). Poiché circa il 70% dei casi accertati con tampone è stato registrato nel periodo che va dal 22 febbraio al 3 aprile si può, utilizzando i dati dell’Istat, calcolare che durante quei 40 giorni in Italia ci siano stati circa 1 milione e 40 mila casi di infezione (il 70% di un milione e 482 mila) che corrisponde a 26 mila casi al giorno. Nella fase attuale, consapevoli del fatto che le persone infette possano essere asintomatiche o presentare una sintomatologia lieve, si eseguono test a persone che prima sarebbero state trascurate e quindi i dati sono molto più rappresentativi della reale trasmissione del virus. A questo punto i conti tornano. I casi di questi giorni sono circa dalle 15 alle 20 volte inferiori a quelli delle prime settimane della pandemia, calcolati tenendo conto del contributo degli asintomatici e dei casi lievi. Se moltiplichiamo i numeri di ricoverati in terapia intensiva e i morti giornalieri di questi giorni per 15 ci avviciniamo ai valori di febbraio-marzo. Altro elemento da considerare è che gli anziani hanno adottato comportamenti molto prudenti per evitare la trasmissione e allo stesso tempo le case di riposo sono oggetto di misure molto più rigorose. Anche l’osservazione che l’età media si sia abbassata è un fenomeno apparente non riconducibile alle caratteristiche genetiche e biologiche del virus. I risultati dell’indagine sierologica dell’Istat hanno messo infatti in evidenza come durante la fase acuta dell’epidemia circa il 70% dei casi interessasse persone sotto i 59 anni.
La soglia di rottura
Il ritardo della trasmissione osservata nel nostro Paese rispetto alle nazioni limitrofe è invece con tutta probabilità da attribuire alla rimozione graduale delle misure di distanziamento adottate dall’Italia. Questo ci pone in una situazione di privilegio poiché ci consente di vedere in anticipo cosa potrebbe accadere da noi nelle prossime settimane. Se i casi dovessero aumentare al ritmo osservato potremmo raggiungere nel giro di poche settimane i numeri di Spagna e Francia. La ripresa delle attività lavorative, l’inizio delle scuole, l’importante appuntamento elettorale, nonché l’inizio della stagione autunnale inevitabilmente creeranno interazioni tra persone che il virus utilizzerà per diffondersi. È fondamentale perciò tenere l’attuale equilibrio dei numeri il più basso possibile, perché se si raggiunge la soglia di rottura, con il numero dei casi che eccede la capacità di risposta del sistema sanitario, l’unica opzione disponibile rimane il lockdown che, vista la situazione economica, rimane una scelta estrema. Il punto di rottura dell’equilibrio si può evitare spiegando alle persone con onestà quello che stiamo vivendo e incentivando comportamenti virtuosi. Tuttavia questo non basta.
La proposta
Il grande problema nel contrastare la diffusione del virus è la elevata frequenza di soggetti asintomatici che possono inconsapevolmente trasmettere l’infezione. L’identificazione degli asintomatici è proprio la sfida che abbiamo davanti per evitare che i casi aumentino vertiginosamente fino al punto di rottura. Mi preme qui ricordare che sempre a Vo’ il virus il 27 febbraio aveva già infettato il 5% della popolazione prima di creare casi clinici sintomatici. L’identificazione sistematica degli asintomatici attraverso l’uso massiccio ma mirato di tamponi è stata la chiave del successo del Veneto. In questo momento le regioni tutte assieme possono al massimo raggiungere la capacità di effettuare circa 90 mila tamponi, picco che viene raggiunto occasionalmente e che non è sufficiente a far fronte alla domanda di test che ci sarà. È dunque questa urgenza che mi ha indotto a presentare, su invito di alcuni membri del governo, un piano che conduca a incrementare, fino a quadruplicare su scala nazionale, la capacità di fare tamponi superando le barriere e divisioni regionali che hanno generato una insensata panoplia di iniziative e adozioni tecnologiche che sicuramente generano confusione e in alcuni casi sono controproducenti.
Fonte
*****
di Andrea CrisantiIn Italia durante le ultime due settimane il numero di persone positive al test per il coronavirus è aumentato di giorno in giorno fino a sfiorare questa settimana la soglia di 1.500 casi (clicca qui per tutti i dati e le mappe). Questa ripresa della trasmissione virale che interessa tutto il territorio nazionale sembra sia alimentata da comportamenti di socializzazione diffusi prevalentemente tra i giovani (ma non solo) e da casi di importazione. Il virus si diffonde sfruttando il comportamento sociale dei singoli: più persone si incontrano e più aumenta la probabilità di infettarsi. È successo a chi ha frequentato assiduamente luoghi affollati e discoteche senza adottare precauzioni. Ora abbiamo raggiunto lo stesso numero di casi che leggevamo con apprensione nel bollettino della Protezione civile quando sotto l’onda d’urto di centinaia di morti al giorno è stato decretato il lockdown su scala nazionale. Questa ripresa della trasmissione presenta tuttavia delle differenze rispetto a quanto abbiamo osservato durante i terribili mesi di febbraio, marzo e aprile (è sotto gli occhi di tutti): la maggior parte delle persone infette sono giovani in grande maggioranza asintomatici o con sintomatologia molto lieve. E, cosa confortante, il numero delle persone ricoverate nei reparti Covid e rianimazione aumenta di poche unità al giorno senza mettere sotto pressione il sistema sanitario. La comunità scientifica, i media e tutti gli italiani si chiedono cosa stia succedendo. Autorevoli scienziati argomentano che il virus sia mutato, si sia indebolito e che dunque l’emergenza sia finita. Altri raccomandano prudenza e incoraggiano a non abbassare la guardia e giustificano invece lo stato di emergenza. I numeri dei pazienti ricoverati in rianimazione e le persone che purtroppo ancora muoiono di Covid-19 sono diventati vessilli di opposte fazioni scientifiche e politiche.
L’analisi
Analizzando i dati e le conoscenze che abbiamo acquisito fino a ora ritengo sia possibile fornire una spiegazione equilibrata e coerente della situazione che promuova un dibattito costruttivo sulle misure da adottare tutti insieme per convivere con il virus in attesa di un possibile vaccino. Ripartiamo dal numero dei casi accertati (1.492) nel giorno in cui l’Italia è entrata in lockdown e facciamo uno sforzo di memoria: i reagenti per i tamponi scarseggiavano, i test venivano eseguiti solo su persone ricoverate in ospedale che versavano in gravi condizioni e molti malati rimanevano a casa senza cure e diagnosi. Nessuna traccia allora degli asintomatici la cui presenza e contributo alla trasmissione era negata con vigore da tutte le autorità sanitarie. Tutti ora concordano che quei numeri erano una drammatica sottostima della realtà.
Prima di trarre conclusioni, basate sul confronto tra i numeri dei casi in questi giorni con quelli registrati durante i giorni più bui della pandemia, e affermare che il virus sia mutato o diventato «più buono» (anzi i dati che giungono dal resto del mondo suggeriscono che Covid-19 mantenga tutta la sua pericolosità) dobbiamo quindi cercare di ricostruire quanti erano effettivamente i casi in Italia durante le prime settimane della pandemia. Ci aiuta in questo esercizio l’indagine sierologica condotta recentemente dall’Istat su tutto il territorio nazionale che non ha avuto a mio avviso la risonanza mediatica e scientifica che meritava. Apprendiamo da questa analisi che i casi di Covid-19 in Italia sono stati complessivamente 1 milione e 482 mila, cifra ben superiore al numero di casi accertati (265 mila). Poiché circa il 70% dei casi accertati con tampone è stato registrato nel periodo che va dal 22 febbraio al 3 aprile si può, utilizzando i dati dell’Istat, calcolare che durante quei 40 giorni in Italia ci siano stati circa 1 milione e 40 mila casi di infezione (il 70% di un milione e 482 mila) che corrisponde a 26 mila casi al giorno. Nella fase attuale, consapevoli del fatto che le persone infette possano essere asintomatiche o presentare una sintomatologia lieve, si eseguono test a persone che prima sarebbero state trascurate e quindi i dati sono molto più rappresentativi della reale trasmissione del virus. A questo punto i conti tornano. I casi di questi giorni sono circa dalle 15 alle 20 volte inferiori a quelli delle prime settimane della pandemia, calcolati tenendo conto del contributo degli asintomatici e dei casi lievi. Se moltiplichiamo i numeri di ricoverati in terapia intensiva e i morti giornalieri di questi giorni per 15 ci avviciniamo ai valori di febbraio-marzo. Altro elemento da considerare è che gli anziani hanno adottato comportamenti molto prudenti per evitare la trasmissione e allo stesso tempo le case di riposo sono oggetto di misure molto più rigorose. Anche l’osservazione che l’età media si sia abbassata è un fenomeno apparente non riconducibile alle caratteristiche genetiche e biologiche del virus. I risultati dell’indagine sierologica dell’Istat hanno messo infatti in evidenza come durante la fase acuta dell’epidemia circa il 70% dei casi interessasse persone sotto i 59 anni.
La soglia di rottura
Il ritardo della trasmissione osservata nel nostro Paese rispetto alle nazioni limitrofe è invece con tutta probabilità da attribuire alla rimozione graduale delle misure di distanziamento adottate dall’Italia. Questo ci pone in una situazione di privilegio poiché ci consente di vedere in anticipo cosa potrebbe accadere da noi nelle prossime settimane. Se i casi dovessero aumentare al ritmo osservato potremmo raggiungere nel giro di poche settimane i numeri di Spagna e Francia. La ripresa delle attività lavorative, l’inizio delle scuole, l’importante appuntamento elettorale, nonché l’inizio della stagione autunnale inevitabilmente creeranno interazioni tra persone che il virus utilizzerà per diffondersi. È fondamentale perciò tenere l’attuale equilibrio dei numeri il più basso possibile, perché se si raggiunge la soglia di rottura, con il numero dei casi che eccede la capacità di risposta del sistema sanitario, l’unica opzione disponibile rimane il lockdown che, vista la situazione economica, rimane una scelta estrema. Il punto di rottura dell’equilibrio si può evitare spiegando alle persone con onestà quello che stiamo vivendo e incentivando comportamenti virtuosi. Tuttavia questo non basta.
La proposta
Il grande problema nel contrastare la diffusione del virus è la elevata frequenza di soggetti asintomatici che possono inconsapevolmente trasmettere l’infezione. L’identificazione degli asintomatici è proprio la sfida che abbiamo davanti per evitare che i casi aumentino vertiginosamente fino al punto di rottura. Mi preme qui ricordare che sempre a Vo’ il virus il 27 febbraio aveva già infettato il 5% della popolazione prima di creare casi clinici sintomatici. L’identificazione sistematica degli asintomatici attraverso l’uso massiccio ma mirato di tamponi è stata la chiave del successo del Veneto. In questo momento le regioni tutte assieme possono al massimo raggiungere la capacità di effettuare circa 90 mila tamponi, picco che viene raggiunto occasionalmente e che non è sufficiente a far fronte alla domanda di test che ci sarà. È dunque questa urgenza che mi ha indotto a presentare, su invito di alcuni membri del governo, un piano che conduca a incrementare, fino a quadruplicare su scala nazionale, la capacità di fare tamponi superando le barriere e divisioni regionali che hanno generato una insensata panoplia di iniziative e adozioni tecnologiche che sicuramente generano confusione e in alcuni casi sono controproducenti.
Fonte
23/08/2020
Covid-19 - Superata la soglia psicologica dei 1000 contagiati in un giorno
In Italia siamo tornati alla situazione di metà maggio. Ieri è stata infatti superata la soglia dei mille nuovi casi – 1.071 per la precisione – di contagiati da Covid-19.
Insomma, dati alla mano, non pare arrestarsi la ripresa della curva epidemica e il totale dei casi di Covid-19 in Italia è salito a 258.136. Il totale delle vittime, invece, sale a 35.430.
Nonostante i numeri siano tornati a quattro cifre, le notizie per ora sono buone sul fronte dei ricoveri ospedalieri (924 in tutto), mentre quelli in terapia intensiva dopo giorni di crescita sono nuovamente scesi a 64 in totale. I pazienti in isolamento domiciliare sono 16.515. Infine i tamponi eseguiti ieri sono stati 77.674.
È evidente che all’aumento dei numeri dei tamponi effettuati corrisponda un aumento dei casi di Covid-19 individuati, molti dei quali asintomatici. “La sfida è creare un sistema di sorveglianza attiva capillare e omogenea su tutto il territorio, che ci permetta di tornare a lavorare, a votare, ad andare a scuola. Per questo dobbiamo portare la nostra capacità giornaliera di effettuare tamponi dai 70 mila attuali a circa 250-300 mila tamponi al giorno” ribadisce il direttore di Microbiologia e virologia dell’Azienda ospedaliera dell’Università di Padova, Andrea Crisanti.
La giornata peggiore è stata per il Lazio dove le persone ricoverate sono 265. Stabili invece le terapie intensive, ferme a 6 da diversi giorni. Le persone in isolamento domiciliare sono 1.599, e gli attuali casi positivi sono 1.870. Invariato il numero dei decessi, 873, mentre sale a 7.020 quelli dei guariti. Il totale dei casi è pari a 9.763.
Nelle ultime due settimane è scesa significativamente a 32 anni l’età media dei casi di Covid . “La circolazione” si legge nel report settimanale pubblicato dall’Iss “avviene oggi con maggiore frequenza nelle fasce di età più giovani, in un contesto di avanzata riapertura delle attività commerciali (inclusi luoghi di aggregazione) e di aumentata mobilità. Si riscontra un cambiamento nelle dinamiche di trasmissione (con emergenza di casi e focolai associati ad attività ricreative sia sul territorio nazionale sia all’estero) ed una minore gravità clinica dei casi diagnosticati”.
La maggior parte dei nuovi casi, si legge ancora nel documento, è stata contratta sul territorio nazionale, tuttavia costituiscono il 27,2% i casi di infezione “importati” ovvero contratti in uno stato estero. In queste ultime due settimane si nota in particolare un aumento di casi diagnosticati in cittadini italiani al rientro da viaggi e sono stati documentati focolai in ambito familiare o lavorativo in cui il caso indice aveva contratto l’infezione all’estero.
L’Italia si trova così in una fase epidemiologica di transizione “con tendenza ad un progressivo peggioramento” con “focolai anche di dimensioni rilevanti” che aumentano “lo stress sui dipartimenti di prevenzione, incaricati di tracciare tutti i casi e i contatti”.
E questo mentre nel mondo si stanno per raggiungere 23 milioni di casi e si sono già superati gli 800 mila morti per Covid-19.
Fonte
Insomma, dati alla mano, non pare arrestarsi la ripresa della curva epidemica e il totale dei casi di Covid-19 in Italia è salito a 258.136. Il totale delle vittime, invece, sale a 35.430.
Nonostante i numeri siano tornati a quattro cifre, le notizie per ora sono buone sul fronte dei ricoveri ospedalieri (924 in tutto), mentre quelli in terapia intensiva dopo giorni di crescita sono nuovamente scesi a 64 in totale. I pazienti in isolamento domiciliare sono 16.515. Infine i tamponi eseguiti ieri sono stati 77.674.
È evidente che all’aumento dei numeri dei tamponi effettuati corrisponda un aumento dei casi di Covid-19 individuati, molti dei quali asintomatici. “La sfida è creare un sistema di sorveglianza attiva capillare e omogenea su tutto il territorio, che ci permetta di tornare a lavorare, a votare, ad andare a scuola. Per questo dobbiamo portare la nostra capacità giornaliera di effettuare tamponi dai 70 mila attuali a circa 250-300 mila tamponi al giorno” ribadisce il direttore di Microbiologia e virologia dell’Azienda ospedaliera dell’Università di Padova, Andrea Crisanti.
La giornata peggiore è stata per il Lazio dove le persone ricoverate sono 265. Stabili invece le terapie intensive, ferme a 6 da diversi giorni. Le persone in isolamento domiciliare sono 1.599, e gli attuali casi positivi sono 1.870. Invariato il numero dei decessi, 873, mentre sale a 7.020 quelli dei guariti. Il totale dei casi è pari a 9.763.
Nelle ultime due settimane è scesa significativamente a 32 anni l’età media dei casi di Covid . “La circolazione” si legge nel report settimanale pubblicato dall’Iss “avviene oggi con maggiore frequenza nelle fasce di età più giovani, in un contesto di avanzata riapertura delle attività commerciali (inclusi luoghi di aggregazione) e di aumentata mobilità. Si riscontra un cambiamento nelle dinamiche di trasmissione (con emergenza di casi e focolai associati ad attività ricreative sia sul territorio nazionale sia all’estero) ed una minore gravità clinica dei casi diagnosticati”.
La maggior parte dei nuovi casi, si legge ancora nel documento, è stata contratta sul territorio nazionale, tuttavia costituiscono il 27,2% i casi di infezione “importati” ovvero contratti in uno stato estero. In queste ultime due settimane si nota in particolare un aumento di casi diagnosticati in cittadini italiani al rientro da viaggi e sono stati documentati focolai in ambito familiare o lavorativo in cui il caso indice aveva contratto l’infezione all’estero.
L’Italia si trova così in una fase epidemiologica di transizione “con tendenza ad un progressivo peggioramento” con “focolai anche di dimensioni rilevanti” che aumentano “lo stress sui dipartimenti di prevenzione, incaricati di tracciare tutti i casi e i contatti”.
E questo mentre nel mondo si stanno per raggiungere 23 milioni di casi e si sono già superati gli 800 mila morti per Covid-19.
Fonte
21/08/2020
Il caos tamponi negli aeroporti lombardi
Finalmente, con colpevole ritardo, nella mattinata del 20 agosto l’ATS Insubria ha attivato, all’aeroporto di Malpensa, una zona dedicata ai tamponi nasali per chi arriva da Spagna, Grecia, Croazia e Malta, come richiesto dalle disposizioni ministeriali del 12 ultimo scorso.
Per l’aeroporto di Linate, si prevede un’attivazione nei prossimi due giorni, mentre nulla si sa per l’aeroporto di Orio al Serio, che, non va dimenticato, è il terzo scalo nazionale per numero di passeggeri (oltre che l’accesso alla martoriata zona bergamasca).
Nonostante l’attivazione, comunque tardiva, del servizio per i tamponi a Malpensa, il caos regna come sempre sovrano sulla Sanità Lombarda. Per ottenere il tampone all’arrivo a Malpensa, infatti, occorre prenotarsi via internet due giorni prima e molti cittadini denunciano comunque di non avere ricevuto alcuna conferma dall’ATS. Di contatti telefonici, nemmeno parlarne perché la linea istituita dalla Regione è esclusivamente un numero verde, quindi non raggiungibile dall’estero.
Chi non riesce a registrarsi, non viene accolto all’area tamponi di Malpensa (attiva comunque solo sino alle 17:30, anche se molti voli atterrano più tardi) ma deve contattare in seguito la propria ATS per ottenere un tampone nelle successive 48 ore.
Inoltre, il tampone può essere effettuato allo sbarco solo ai cittadini lombardi e agli stranieri che soggiorneranno in Italia più di 96 ore. Immaginiamo un viaggiatore che sbarchi a Malpensa ma che, dato che tale aeroporto serve gran parte dell’alta Italia, sia residente a Torino o a Genova. Costui prenderà un autobus per la stazione di Milano Centrale, poi un treno per la sua città, dove, in seguito, salirà su un mezzo pubblico per arrivare a casa.
Nel corso di questo viaggio, probabilmente, avrà necessità di sostare in un bar o in un ristorante. Tutto ciò con la possibilità di essere infettivo e avendo una quantità di contatti significativa e impossibile da tracciare in caso di test positivo.
Non meno grave la situazione per quanto riguarda gli stranieri. Oggi, esistono molte persone che, per ragioni di lavoro, si spostano anche per pochi giorni. Novantasei ore, cioè quattro giorni, sono tante e consentono al virus una comoda passeggiata tra aziende, partner commerciali, ristoranti e alberghi che in questi casi si frequenta.
Anche per quanto riguarda i lombardi, esiste comunque una situazione di grave disagio, poiché la Regione, in deroga a quanto previsto dalla Circolare ministeriale del 12 agosto, ha previsto che l’isolamento fiduciario domiciliare non sia necessario.
Questo grazie alle autonomie decisionali regionali che la Lega (ma anche il PD) vorrebbero persino allargare sino all’autonomia “differenziata”. In pratica, un cittadino lombardo può richiedere il tampone, ma nell’attesa che esso sia effettuato (ci risulta in molto di più che 48 ore), può circolare liberamente, soprattutto andare al lavoro, se con la mascherina. Ma la mascherina non è affatto sicura.
Attilio Fontana ha spiegato questa bizzarra deroga dicendo che la sua giunta non considera i lombardi come “sudditi” e che confida nel senso di responsabilità dei cittadini. Una dichiarazione ipocrita e falsa, che nasconde il fatto che oggi, in Lombardia, è impossibile ottenere un tampone gratuito in 48 ore e che molte aziende, sfruttando la deroga della Regione alle disposizioni governative, vogliono i dipendenti al lavoro non appena rientrati dalle ferie.
Un capitolo a parte dell’insipienza della giunta lombarda riguarda l’aeroporto di Orio al Serio. In assenza di qualunque attività diagnostica nello scalo, l’assessore Gallera ha dichiarato che i viaggiatori in arrivo potevano rivolgersi per il tampone, anche senza prenotazione, al vicino ospedale di Seriate.
Purtroppo tale ospedale, piuttosto piccolo, non solo non sarebbe mai stato in grado di reggere un tale compito (migliaia di tamponi al giorno) ma nemmeno era stato informato di doverlo adempiere, con il risultato che migliaia di turisti rientranti hanno invaso tale ospedale ma sono stati reindirizzati alle loro ATS di provenienza.
In pratica, Gallera si era inventato una bugia di facciata, dalle gambe corte come sempre, per nascondere le incapacità della sanità lombarda da lui diretta.
In questa situazione di assoluto caos, speriamo che sia accolta almeno la richiesta della CUB trasporti di effettuare il tampone anche ai dipendenti degli aeroporti, che in questi mesi sono stati sottoposti a molti rischi e che giustamente temono per la loro salute, dato anche che, in particolare a Linate, a causa di lavori di ristrutturazione in corso, è stato difficile per mesi rispettare le norme sul distanziamento fisico.
Fonte
Per l’aeroporto di Linate, si prevede un’attivazione nei prossimi due giorni, mentre nulla si sa per l’aeroporto di Orio al Serio, che, non va dimenticato, è il terzo scalo nazionale per numero di passeggeri (oltre che l’accesso alla martoriata zona bergamasca).
Nonostante l’attivazione, comunque tardiva, del servizio per i tamponi a Malpensa, il caos regna come sempre sovrano sulla Sanità Lombarda. Per ottenere il tampone all’arrivo a Malpensa, infatti, occorre prenotarsi via internet due giorni prima e molti cittadini denunciano comunque di non avere ricevuto alcuna conferma dall’ATS. Di contatti telefonici, nemmeno parlarne perché la linea istituita dalla Regione è esclusivamente un numero verde, quindi non raggiungibile dall’estero.
Chi non riesce a registrarsi, non viene accolto all’area tamponi di Malpensa (attiva comunque solo sino alle 17:30, anche se molti voli atterrano più tardi) ma deve contattare in seguito la propria ATS per ottenere un tampone nelle successive 48 ore.
Inoltre, il tampone può essere effettuato allo sbarco solo ai cittadini lombardi e agli stranieri che soggiorneranno in Italia più di 96 ore. Immaginiamo un viaggiatore che sbarchi a Malpensa ma che, dato che tale aeroporto serve gran parte dell’alta Italia, sia residente a Torino o a Genova. Costui prenderà un autobus per la stazione di Milano Centrale, poi un treno per la sua città, dove, in seguito, salirà su un mezzo pubblico per arrivare a casa.
Nel corso di questo viaggio, probabilmente, avrà necessità di sostare in un bar o in un ristorante. Tutto ciò con la possibilità di essere infettivo e avendo una quantità di contatti significativa e impossibile da tracciare in caso di test positivo.
Non meno grave la situazione per quanto riguarda gli stranieri. Oggi, esistono molte persone che, per ragioni di lavoro, si spostano anche per pochi giorni. Novantasei ore, cioè quattro giorni, sono tante e consentono al virus una comoda passeggiata tra aziende, partner commerciali, ristoranti e alberghi che in questi casi si frequenta.
Anche per quanto riguarda i lombardi, esiste comunque una situazione di grave disagio, poiché la Regione, in deroga a quanto previsto dalla Circolare ministeriale del 12 agosto, ha previsto che l’isolamento fiduciario domiciliare non sia necessario.
Questo grazie alle autonomie decisionali regionali che la Lega (ma anche il PD) vorrebbero persino allargare sino all’autonomia “differenziata”. In pratica, un cittadino lombardo può richiedere il tampone, ma nell’attesa che esso sia effettuato (ci risulta in molto di più che 48 ore), può circolare liberamente, soprattutto andare al lavoro, se con la mascherina. Ma la mascherina non è affatto sicura.
Attilio Fontana ha spiegato questa bizzarra deroga dicendo che la sua giunta non considera i lombardi come “sudditi” e che confida nel senso di responsabilità dei cittadini. Una dichiarazione ipocrita e falsa, che nasconde il fatto che oggi, in Lombardia, è impossibile ottenere un tampone gratuito in 48 ore e che molte aziende, sfruttando la deroga della Regione alle disposizioni governative, vogliono i dipendenti al lavoro non appena rientrati dalle ferie.
Un capitolo a parte dell’insipienza della giunta lombarda riguarda l’aeroporto di Orio al Serio. In assenza di qualunque attività diagnostica nello scalo, l’assessore Gallera ha dichiarato che i viaggiatori in arrivo potevano rivolgersi per il tampone, anche senza prenotazione, al vicino ospedale di Seriate.
Purtroppo tale ospedale, piuttosto piccolo, non solo non sarebbe mai stato in grado di reggere un tale compito (migliaia di tamponi al giorno) ma nemmeno era stato informato di doverlo adempiere, con il risultato che migliaia di turisti rientranti hanno invaso tale ospedale ma sono stati reindirizzati alle loro ATS di provenienza.
In pratica, Gallera si era inventato una bugia di facciata, dalle gambe corte come sempre, per nascondere le incapacità della sanità lombarda da lui diretta.
In questa situazione di assoluto caos, speriamo che sia accolta almeno la richiesta della CUB trasporti di effettuare il tampone anche ai dipendenti degli aeroporti, che in questi mesi sono stati sottoposti a molti rischi e che giustamente temono per la loro salute, dato anche che, in particolare a Linate, a causa di lavori di ristrutturazione in corso, è stato difficile per mesi rispettare le norme sul distanziamento fisico.
Fonte
07/08/2020
Dall’origine della pandemia a cosa ci aspetta: intervista al professor Crisanti
Come è iniziato tutto? Com’è stata gestita l’emergenza? Il vaccino
arriverà a breve? Come muoversi sul fronte apertura delle scuole? Il
professor Andrea Crisanti, Direttore del dipartimento di Medicina
Molecolare e professore di Epidemiologia e Virologia presso l'Azienda
Ospedaliera dell'Università di Padova, intervistato dai ricercatori
della pagina di divulgazione “Coronavirus – Dati e analisi scientifiche”,
fa il punto sullo stato attuale della pandemia, ripercorrendo quanto è
successo nei mesi passati, quando l’emergenza era al suo culmine, e
ipotizzando alcuni scenari futuri.
di Giorgio Sestili e Martina Patone
Link al video dell’intervista completa: https://bit.ly/intervista-crisanti
L’ORIGINE DELLA PANDEMIA
(G.S.) In numerose interviste, prof. Crisanti, lei ha giustamente posto importanti e seri dubbi sull’origine del virus e sui dati comunicati dalla Cina e conseguentemente su come l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) li ha assunti in maniera un po’ troppo acritica. Cosa sappiamo oggi dell’origine del virus? E quali sono le zone d’ombra che andrebbero esplorate?
Che questo sia un virus di origine animale non ci sono dubbi. Probabilmente è un virus che si origina dai pipistrelli, forse attraverso un ospite intermedio come un pangolino, e che è passato all’uomo attraverso una serie di mutazioni che gli hanno permesso di trasmettersi […]. All’inizio c’erano moltissime zone d’ombra. È probabile che questa epidemia sia iniziata in Cina verso inizio ottobre e soltanto a metà gennaio l’OMS ha confermato che si trasmetteva da uomo a uomo, laddove invece Taiwan aveva già fatto la stessa segnalazione più di un mese prima. Questa è il primo aspetto problematico. Il secondo è che è stato sottovalutato sin dall’inizio il contributo degli asintomatici alla trasmissione dell’infezione e questo, a mio avviso, è forse il problema più serio. Se si fossero date informazioni sul contributo degli asintomatici all’infezione, forse avremmo avuto modo di impedire che l’infezione arrivasse in altri Paesi. Faccio un esempio: noi abbiamo utilizzato in tutti gli aeroporti lo scanner per la temperatura; abbiamo bloccato i voli dalla Cina – e ora vogliamo fare la stessa cosa con i voli dagli Stati Uniti – ecco, queste sono misure che si sono rivelate completamente inadeguate, perché ci sono persone che si sono fatte 15-18 ore di viaggio, sono venute in Italia e hanno permesso la diffusione dell’infezione. Io non credo che una persona malata si faccia 15 ore di viaggio, partecipi a un meeting, vada a cena fuori e poi se ne ritorni in Cina. Queste persone sono portatori sani o portatori con una scarsissima sintomatologia. Se lo avessimo saputo, probabilmente avremmo implementato delle misure per intercettarli: non soltanto la misurazione della temperatura corporea, ma il tracciamento obbligatorio o, una volta arrivati in Italia, l’obbligatorietà della reperibilità e anche del test del tampone. Sicuramente, così facendo, avremmo capito l’impatto che queste persone avrebbero avuto sulla diffusione della malattia.
(G.S.) Attraverso le indagini epidemiologiche in corso abbiamo chiaro a quando risale il primo contagio umano e quando può essere iniziata veramente la trasmissione? Perché noi sappiamo che il primo caso a Wuhan è stato identificato a dicembre, ma ci sono ipotesi che sostengono che il virus possa essere iniziato molto prima.
Come ho detto, diversi modelli matematici hanno dimostrato come il
virus abbia iniziato a circolare in Cina agli inizi di ottobre, se non
addirittura prima. Se noi guardiamo la curva [dei contagi] che i cinesi
hanno condiviso con noi, si vede chiaramente che manca la parte
esponenziale. In tutti i Paesi questa curva inizia con questa forma di
ˈiˈ greco, che praticamente è la parte esponenziale e poi parte a
campana. I cinesi ci hanno fatto vedere solo la parte finale della
curva. Noi adesso sappiamo esattamente come si manifesta questo virus e
la dinamica di trasmissione. È chiaro che lì mancano perlomeno 3-4 mesi
di dati; i cinesi sono stati assolutamente non trasparenti e io penso
che anche l’OMS abbia delle responsabilità. Sono andati in Cina a
gennaio, passandoci una settimana e non possono sottrarsi a questa
responsabilità [di non aver comunicato al resto del mondo quello che
stava succedendo là].
LO STUDIO DI VÒ EUGANEO
Io la ritengo normale questa carenza di reagenti. Lei deve pensare
che, come è stato sotto gli occhi di tutti, l’epidemia è un evento
catastrofico che ha una dinamica velocissima e i tempi di reazione
purtroppo sono molto più lenti dei tempi di diffusione. Quindi
all’inizio si crea una vera e propria rincorsa verso l’epidemia,
specialmente se non si è preparati. Io penso che quello che è accaduto
sia normale. Casomai, il problema è cosa è successo dallo stato di
emergenza fino all’inizio di marzo, perché è in questa fase che si
sarebbe dovuta creare la capacità per rispondere. Questo non è stato
fatto e ci si è invece affidati al livello di preparazione delle singole
regioni o addirittura, all’interno delle regioni, dei singoli
laboratori. Nel nostro caso eravamo in una situazione privilegiata,
perché il nostro è uno dei laboratori di riferimento per le malattie
emergenti. Le malattie emergenti, per definizione, sono malattie di cui
si sa poco o nulla, di cui non si ha un vaccino, di cui non si ha una
terapia. E quindi, nel momento in cui è uscita la prima sequenza del
virus, noi ci siamo attrezzati per sviluppare un test diagnostico fatto
in casa e poi abbiamo continuato su quella strada. Così non abbiamo
dovuto far affidamento sulla capacità di produzione delle industrie
diagnostiche, che sono entrate nel mercato 3-4 settimane dopo, in
Italia. Il [nostro] sistema richiede una certa manualità e necessita di
una strumentazione dedicata, ma ha una grandissima flessibilità, perché
non dipende dal fornitore del reagente. E poi c’è un’altra
complicazione. Diversi laboratori hanno usato fornitori diversi per
macchinari diversi che non sono intercambiabili, e quindi di fatto, se
finiva un reagente, non potevano utilizzare quello di un’altra ditta,
erano ormai legati alla fornitura scelta. E questo ha creato gravi
scompensi, anche perché nel frattempo l’epidemia si era spostata in
altri paesi, e quindi c’è stata effettivamente una scarsità di reagenti.
Comunque noi, già dagli inizi di febbraio, avevamo vagliato un test e
creato la capacità diagnostica per fare decine e decine di migliaia di
test. Quindi, quando praticamente la Regione ha dichiarato la zona rossa
per Vò ed ordinato il primo tamponamento, noi eravamo pronti. Poi, via
via, abbiamo aggiornato tutta la strumentazione. Lei deve pensare che io
sono arrivato in questa struttura 4-5 mesi fa e c’era una
strumentazione che non era assolutamente adeguata. In pochissimo tempo
abbiamo rinnovato tutto il corpo macchine, ancora in tempi non sospetti,
quindi quando era ancora possibile comprarle.
VENETO VS LOMBARDIA
Il dialogo tra politica e scienza è un dialogo molto difficile. Il politico, in qualche modo, deve intercettare le esigenze delle persone e, in alcuni casi, fargli prospettare nuove mete e nuovi orizzonti. In qualche modo è come se vendesse dei sogni, delle idee. Viceversa, la scienza guarda al presente, non guarda al futuro. La scienza analizza il presente. Quindi sono chiaramente due modi di pensare, di affrontare il problema completamente diversi. Lei deve pensare che, quando i dati di Vò erano disponibili, e quindi il 27 e il 28 febbraio, io personalmente ho evidenziato come la presenza del 3% di infetti fosse un’enormità. Nello stesso giorno, il governatore parlava di ˈpandemia mediaticaˈ. Questo dovrebbe darle un’idea di come eravamo distanti come impostazione. È chiaro che quando poi [il governatore] si è trovato alle prese con centinaia di morti, la dura realtà lo ha riportato giù dai sogni e ha cominciato a dialogare con chi di diritto. La politica ha fatto una grandissima resistenza, e guardi, dappertutto. Anche perché si è fatta interprete dell’esigenza di non bloccare le zone rosse, di permettere la mobilità delle persone, di tenere aperte le fabbriche: tutte cose che dal punto di vista economico avevano un senso, ma per le quali bisognava pagare un prezzo sociale intollerabile.
(M.P.) Notizia più recente è che invece le sia stato dato il ruolo di consulente nell’inchiesta che la procura ha aperto sulla mancata zona rossa ad Alzano Lombardo e Nembro. Riguardo l’inchiesta in atto, ci può spiegare meglio cosa le viene chiesto? Di quantificare il danno che la mancata chiusura ha portato?
La questura ha posto 4 quesiti che hanno come argomento la mancata chiusura della zona rossa di Nembro e i fatti dell’ospedale di Alzano Lombardo, che è stato chiuso e poi riaperto: aspetti che adesso non mi sento di commentare in questa sede.
(M.P.) E invece, da cittadino e da parte attiva durante l’emergenza, quali differenze ha individuato nella gestione da parte della Lombardia e del Veneto?
Sono differenze legate allo stato di preparazione del sistema sanitario delle due Regioni. La Lombardia ha un sistema sanitario in cui la componente privata ha un grosso ruolo. Il sistema sanitario negli ultimi anni ha eliminato tutti i centri di sanità pubblica – in Lombardia ce ne sono 3, in Veneto ce ne sono 15 – e ha eliminato tutti i centri di riferimento dei medici di base, i cosiddetti centri d’igiene, e così il medico di base non aveva nessuno a cui rivolgersi e chiedere informazioni e quindi il medico di base dietro andava a vuoto fondamentalmente. Questa è la vera differenza. In Veneto il medico di base dietro aveva i servizi epidemiologici territoriali, aveva tutta la struttura di continuità territoriale, fino ai grandi ospedali. Questa è la prima differenza. La seconda differenza è che il Veneto aveva una cultura epidemiologica molto più solida di quella della Lombardia, perché in Veneto, da circa 5-6 anni, ogni anno abbiamo questo problema del West Nile virus, che è una vera e propria malattia infettiva trasmessa dalle zanzare, e nel caso specifico, due anni fa, abbiamo avuto un migliaio di casi. Quindi eravamo, in qualche modo, anche preparati a fronteggiare, sia dal punto di visto psicologico che operativo, l’epidemia: avevamo le strutture in piedi. Se lei ci fa caso, quei paesi che hanno risposto meglio sono quelli che avevano più o meno lo stesso problema: la Cina, la Corea, il Giappone, l'Australia e la Nuova Zelanda. Sono tutti Paesi che hanno una fortissima struttura epidemiologica di base sul territorio, proprio perché hanno problemi di malattie epidemiche e quindi sono preparati, hanno le competenze. Lei consideri, in Italia non abbiamo avuto un’epidemia da tempo. Un’epidemia di malaria l’abbiamo avuta nel ‘46, e le persone che ci hanno portato fuori dal tifo, dal colera e dalla malaria sono tutte morte. [L’epidemiologia] è stato un campo della medicina che è stato sicuramente sottovalutato e non incoraggiato a crescere in Italia.
(M.P.) Secondo lei, in futuro, come dovremmo riformare la sanità italiana sulla base di questa esperienza?
Io penso che la sanità regionale abbia dei grossi meriti, perché
ci sono delle importanti differenze tra Regione e Regione, sia di
carattere sociale che demografico, sia di stratificazione di età che di
fatto hanno un impatto sulle esigenze sociali delle persone e dunque
bisogna dare delle risposte che per forza devono essere regionali. Su
questo non ho dubbi, penso che una sanità regionale abbia maggiore
flessibilità di una sanità centralizzata. Forse andrebbe ripensato il
ruolo del sistema pubblico, dei servizi territoriali d’igiene e sanità
pubblica. Ecco, questo, forse bisognerebbe centralizzare la sanità
pubblica, perché la sanità pubblica è un bene dello Stato e va
differenziata dalle prestazioni, che sono una cosa diversa. Io
differenzierei tra prestazioni e sanità pubblica. Mentre le prestazioni
devono avere la flessibilità necessaria ad affrontare esigenze che sono
diverse da Regione a Regione, la sanità pubblica deve essere un problema
nazionale.
ASINTOMATICI, TEST SIEROLOGICI E BAMBINI
Noi abbiamo fatto un terzo studio a Vo' prelevando il sangue a tutta la popolazione con l’obiettivo di studiare la risposta agli anticorpi. Ora, quello che abbiamo visto è che, delle 189 persone che erano positive al tampone il 22 febbraio, che quindi erano infette, solo il 75% ha sviluppato anticorpi e in genere sviluppano anticorpi solo le persone che sono state molto molto male. Se lei mi chiedesse quante persone infette a Vo' hanno sviluppato anticorpi sufficienti per essere selezionati alle donazioni del plasma, risponderei forse il 10%. Ovviamente ci possono essere differenze sulla base del test che si utilizzano, perché i test non sono tutti uguali. Noi abbiamo utilizzato un test abbastanza affidabile, che tra le altre cose viene usato per selezionare i donatori di plasma, lo abbiamo utilizzato su 3000 persone. Ma la cosa interessante è che, quando abbiamo fatto la sieroprevalenza, abbiamo trovato a Vo' 63 persone che sono state sempre negative al tampone e hanno gli anticorpi: dunque si sono infettate sicuramente prima di fine febbraio. Si sono infettate e sono guarite. Nessuna di queste persone è andata dal medico, nessuna è andata in ospedale: venitemi a dire che queste persone erano gravemente sintomatiche o sintomatiche. Quello che io penso è che, per arrivare a produrre casi gravi, probabilmente il virus ha bisogno di raggiungere una certa soglia di persone infette all’interno della popolazione per aumentare la carica virale. La mia idea è che in questo momento noi stiamo vivendo la coda dell’infezione, ma praticamente quella coda dell’infezione è molto simile all’inizio dell’infezione. All’inizio dell’infezione c’erano tantissimi asintomatici, altrimenti non sarebbe potuta esplodere con questa violenza. E abbiamo anche i dati. Adesso sappiamo che a Vo', c’erano 160 persone infette prima che il primo paziente entrasse in ospedale, la maggior parte delle quali stava bene.
(M.P.) Oggi è in corso l’indagine sierologica promossa da ISS e ISTAT. Due cose emergono: innanzitutto una bassa fiducia da parte della popolazione nelle istituzioni (per esempio il fatto, comprovato, della lunga attesa per un tampone), che porta alla mancanza di senso civico, e inoltre una carenza di informazione, soprattutto sul valore diagnostico delle diverse tipologie di test. Attraverso la sua esperienza a Vo', sebbene avvenuta in un periodo epidemiologico diverso, come pensa abbia reagito la popolazione? E come si sono presentate le diverse istituzioni e anche la comunità scientifica nel chiedere l’aiuto all’intera popolazione?
Noi abbiamo avuto un’esperienza completamente opposta. Faccio
presente che il terzo campionamento, quello che poi prevedeva anche il
prelievo del sangue, è stato fatto a metà maggio, no prima del 4 maggio,
quando praticamente l’epidemia stava scemando ed era prevista la
riduzione di tutte le restrizioni di distanziamento sociale. Nello
stesso tempo, a Vo', non c’erano stati casi per tantissimo tempo, quindi
non credo che l’epidemia abbia avuto un impatto sulla scelta della
persona di donare e di prestarsi o meno a questa indagine. Quello che
conta è la spiegazione chiara e trasparente di quelli che sono gli
obiettivi. Se vengono spiegate bene le cose, le persone rispondono bene e
mostrano senso civico. Guardi, noi abbiamo avuto un’adesione del 90%
della popolazione, con l’85% di bambini sotto i 10 anni. Io non so se si
rende conto... Se viene spiegato quali sono gli obiettivi, quali sono
le procedure, quali sono i tempi, quali sono i vantaggi per loro e per
la comunità è chiaro che le persone sono motivate. Poi c’è anche la
componente dell'indagine sierologica disgiunta dal tampone. Noi per
evitare questa cosa abbiamo detto «tu fai l’analisi sierologica, noi ti
facciamo il tampone». Giusto? Proprio per evitare questa problematica
che chi fosse positivo rimanesse in quarantena. Però, io non credo che
se lei chiedesse in Italia a qualsiasi persona "normale" a cosa serve
quest’analisi epidemiologica saprebbe rispondere. Non sanno rispondere.
Noi abbiamo aperto una linea di comunicazione con tutta la comunità di
Vo': ci hanno fatto domande, abbiamo risposto, abbiamo fatto dei video.
Abbiamo fatto un’azione capillare di convincimento e di spiegazione.
Anche perché, tenga presente, che il terzo campionamento comportava
anche l’analisi genetica: le persone hanno dato il consenso anche al
sequenziamento del DNA, che è una cosa che non viene data a cuor
leggero. Gli abbiamo spiegato le finalità, gli abbiamo spiegato che se
avessero voluto avrebbero potuto anche avere il proprio profilo genetico,
eventualmente con tutte le associazioni e le predisposizioni alle
malattie genetiche. Abbiamo fatto una cosa capillare. Si fa così. Non è
che a un certo punto uno emana un editto e dice «domani faccio 150mila
test». Non funziona così [ride]. Io non mi sorprendo di quello che è
successo, perché è stato un fallimento di comunicazione e anche
probabilmente logistico. Noi abbiamo avuto veramente una manifestazione
di fiducia nelle istituzioni e nella scienza che è esattamente l'opposto
di quello che si è visto su questo studio epidemiologico. Ora non credo
che gli italiani siano diversi a Vo' da quelli di Padova e di Roma: gli
italiani sono gli stessi. Quello che ha fatto la differenza è la
comunicazione, la logistica e il fatto che questo test era accompagnato
dal tampone.
LE SCUOLE
Premesso che i bambini occasionalmente si ammalano, e non sappiamo perché alcuni si ammalano e alcuni no, la maggior parte dei bambini non si ammala. A Vo', su 250 bambini, non abbiamo trovato un singolo caso positivo al tampone. Per quanto riguarda l’analisi sierologica, tra i bambini da 0 a 11 anni abbiamo trovato 2 che avevano gli anticorpi. Questo che significa? Significa che i bambini, se si infettano, si infettano in maniera transitoria, eliminano rapidamente il virus e pochissimi sviluppano gli anticorpi. Il messaggio è che non capiamo perché i bambini sono resistenti, però sono resistenti. Su questo non c’è dubbio. E se non c’è il virus direi che nemmeno lo trasmettono. Quindi, se permettiamo alla gente di andare in fabbrica, se permettiamo alla gente di andare allo stadio, se permettiamo alla gente di andare al cinema, non capisco perché non permettiamo ai ragazzi di andare a scuola. Tanto più che loro sono più resistenti degli altri. Questa per me è una cosa che faccio fatica a comprendere.
(G.S.) Questo è un punto importante: non c’è solo il fatto che i bambini essendo giovani sono soggetti meno a rischio e quindi meno vulnerabili, ma hanno proprio una carica virale inferiore e quindi non sono neanche vettori di trasmissione del virus?
Nei bambini non si identificano virus, cioè non hanno una carica virale identificabile, quindi se non c’è il virus non vedo come possano trasmetterlo.
LA SITUAZIONE EPIDEMICA NEL MONDO
Il tasso di crescita dei nuovi casi giornalieri nel mondo è spaventoso. Sicuramente le misure di distanziamento sociale e quarantena hanno un effetto importantissimo ed ora ne stiamo beneficiando. I coronavirus sono tutti sensibili alla temperatura e probabilmente questo nuovo coronavirus non fa eccezione: ci sono varie evidenze che indicano come questo sia il caso. Situazioni di alta temperatura e bassa umidità non ne favoriscono la diffusione e sembra che su questo la comunità scientifica sia d’accordo. Quindi noi in questo momento stiamo beneficiando di due situazioni favorevoli: gli effetti del lockdown e le condizioni climatiche favorevoli. Ma, come lei ha detto, siamo ancora in piena pandemia: l’Europa è stata colpita dal virus quando l’epidemia era localizzata in Cina e sulla base di dati che ci avevano detto, si parlava di 3-4mila casi al giorno, ora ne abbiamo 150-180mila al giorno, quindi non direi che il pericolo sia diminuito. Non è diminuito in termini di rischio di importare il virus in Italia, ma c'è anche un rischio latente: quello che è accaduto in Germania, con il focolaio del mattatoio, non va sottovalutato. Lì c’erano le condizioni favorevoli al virus: bassa temperatura, alta umidità e sovraffollamento. Sono questi gli ingredienti che favoriscono l’esplosione della trasmissione.
(G.S.) E questi ingredienti si riproporranno in Italia tra qualche mese.
Esatto. Io non mi preoccupo molto di quello che può accadere tra
uno o due mesi. Io personalmente vado al ristorante, esco con la
mascherina e penso che andrò in vacanza al mare: non credo ci sia un
pericolo gigantesco per l’Italia in questo momento. Ma esiste il
pericolo di importare dei casi, avere dei piccoli focolai, esiste un
importante pericolo per l’autunno se la pandemia non venisse tenuta
sotto controllo. Negli Stati Uniti il problema è gigantesco: ci sono 40
milioni di persone che non vanno dal medico perché non hanno i soldi e
sono esclusi dal sistema sanitario. Questo rappresenta un bacino di
diffusione pazzesco. Sono anche persone che vivono in case
sovraffollate, con scarsa igiene, quindi è un serbatoio di virus
difficilmente raggiungibile dal sistema sanitario.
LA LETALITÀ
L’indice di letalità dipende da due fattori: la nostra capacità di fare diagnosi e la carica virale. Vediamo il caso esemplificativo dell’Arabia Saudita: ci sono 200mila casi e 1000 morti. L’Arabia Saudita ha un sistema sanitario di prim’ordine, in grado di fare molte diagnosi e allo stesso tempo un clima che non favorisce la trasmissione di una carica virale elevata. Questo è un estremo della situazione. All’altro estremo c’è la Lombardia con un sistema sanitario dal punto di vista della diagnosi sopraffatto, in condizioni climatiche sfavorevoli – bassa temperatura e alta umidità – e sovraffollamento.
COSA CI ASPETTA IN FUTURO
Nessuno può dirlo. Il sistema sanitario italiano è sicuramente più
preparato di quanto non fosse tre mesi fa, sia dal punto di vista della
sorveglianza passiva che attiva, ossia nell’identificazione dei casi,
nel tracciamento e nel sottoporre a tampone i contatti. Però teniamo
presente che un Paese come la Germania che ha mostrato grande capacità
di controllare l’epidemia, si è trovato nella condizione ora di dover
mettere in quarantena 400mila persone. Lo scenario più probabile, se la
pandemia non viene controllata, sarà quello di avere dei focolai come in
Cina, Australia, Nuova Zelanda. Se l’Italia non fosse un’eccezione,
avremo dei focolai che metteranno sotto stress il sistema sanitario e la
risposta che saremo in grado di dare dipenderà sicuramente dalla
tempestività. Meno saremo tempestivi, più saremo costretti a effettuare
le misure di distanziamento sociale, con delle micro zone rosse. Pensare
di continuare a fare quello che facciamo finora mentre il virus si
diffonde è impensabile perché non abbiamo un sistema sanitario stile
coreano. Prendiamo l'esempio dell’app Immuni: non è decollata. Ci
vorrebbe un sistema di tracciamento informatico efficientissimo che non
abbiamo. In alternativa, c’è la sorveglianza attiva e passiva ed
eventuale chiusura di zone dove c’è trasmissione.
IL VACCINO
Le mascherine funzionano, contrariamente a quello che era stato detto all’inizio. Le mascherine chirurgiche funzionano. Non sarà uguale a prima, se pensiamo alla pandemia di Spagnola, questa è durata due anni perché, essendo anch’essa influenzata dal clima, è diminuita con l’estate ed è stata reimportata con la successiva stagione invernale. È scemata dopo due cicli perché si era stabilita l’immunità di gregge, con il 60-70% delle persone che si erano infettate. Ma per ora siamo lontani da questi dati.
(G.S.) Professore, si sente di fare una previsione sulle tempistiche di sviluppo e diffusione di un vaccino?
Credo che la ricerca del vaccino vada incoraggiata in tutti i
modi. Detto questo, è anche onesto dire alle persone che non sempre è
possibile sviluppare un vaccino, come nel caso dell’HIV, epatite C e
malaria. Nella tubercolosi abbiamo un vaccino sotto-ottimale. Non per
tutte le malattie è possibile sviluppare un vaccino. Mi auguro che in
questo caso sia possibile, perché il vaccino è il mezzo di controllo
migliore in termini di costo ed efficacia.
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