Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/12/2021

Contagi in aumento in tutta Italia: cosa sta succedendo e cosa fare?

Natale è arrivato e così le previste riunioni familiari che da tradizione tengono insieme neonati e ultracentenari per cenoni e pranzi. Insieme alle feste è arrivata anche una – prevedibile – corsa privata al tampone.

L’elemento positivo è che in tante e tanti, anche con le tre dosi di vaccino, anziché sentirsi supereroi, come talvolta suggerito dalle comunicazioni ufficiali – Draghi che a luglio parlava di “garanzia” per i vaccinati di non contagiarsi più – hanno capito più e meglio di chi ci governa che il vaccino è un’arma fondamentale, ma non basta.

Di qui l’importanza dei tamponi.

Peccato che il sistema sia crashato dopo poche ore: in intere Regioni non si trovavano e non si trovano più tamponi, né antigenici né molecolari. Intanto qualcuno ha fatto un bel po’ di soldi: farmacie e laboratori privati in primis.

L’aumento dei tamponi ha fatto emergere un numero di positivi ben maggiore di quello fino a quel momento riportato dai bollettini ufficiali. Era la tesi di numerosi virologi, che da tempo sostenevano che l’assenza di tracciamento sottostimasse il numero di contagiati in giro.

Occorrerebbe pertanto imparare dalle lezioni che la realtà ci mette sotto gli occhi e mantenere/implementare un sistema di tracciamento massivo. Vuol dire evitare che il sistema vada di nuovo in crash, pur mantenendo alti numeri di test, che ci permetterebbero di intercettare presto il virus e impedire/diminuire la sua propagazione.

Non si può fare? Beh, gli USA (addirittura loro!) ci dicono il contrario: stanno per inviare 500 milioni di tamponi gratuiti alla popolazione. Significa che si può fare, se c’è la volontà politica.

È una misura di salute pubblica e il costo non può essere scaricato sui singoli cittadini. Servono tamponi gratuiti e pubblici, perché non si capisce per quale motivo a due anni dallo scoppio della pandemia i laboratori pubblici non siano stati ancora attrezzati, mentre quelli privati continuano a incassare soldi come mai prima d’ora.

Accanto al testing, occorre rafforzare le misure preventive. In primo luogo l’uso di mascherine. Se il Governo pensa di introdurre l’obbligo di FFP2 in alcuni ambiti, non è pensabile scaricarne il peso sui singoli lavoratori. Sono DPI necessari alla tutela della salute individuale e collettiva e salute e sicurezza devono essere in carico in primo luogo agli imprenditori. Paghino loro i DPI, come avviene per le scarpe antinfortunistica, i caschetti, ecc..

E, visto che in realtà in molti casi queste misure non si rispettano, che la forza dei controlli sia concentrata sui luoghi di lavoro, veri e propri buchi neri: qualcuno ad esempio ha i dati dei vaccini effettuati in azienda? No, perché lo stesso ministro Orlando ha detto di non saperne nulla, quando per mesi Confindustria si era fatta vanto di essersi messa a disposizione della campagna vaccinale.

Infine, accelerare sui vaccini significa finalmente abolire i brevetti, sottrarre il monopolio dei vaccini alle multinazionali del farmaco e ai loro profitti, così da rendere accessibile la vaccinazione anche nei paesi più poveri.

Significa anche riconoscere, magari per uso d’emergenza, anche quelli non ancora autorizzati da EMA, che in altri paesi si sono dimostrati efficaci per le fasce d’età attualmente più esposte al contagio.

A Cuba, per per esempio, hanno sviluppato Soberana02, unico vaccino a oggi utilizzabile per la popolazione pediatrica 2-5 anni, pensando in primo luogo alla tutela dei più piccoli. Si tratta di un vaccino pubblico e senza margini di profitto nella produzione: perché l’Aifa non lo prende in considerazione?

Vaccini per tutti!

Tamponi gratuiti!

Mascherine gratuite!

Fonte

Come sempre, in Lombardia è caos sanitario

Ciò che è successo in Lombardia e in particolare a Milano, nei giorni attorno al Natale, qualifica ancora una volta la giunta regionale come pericolosa per l’incolumità e la salute dei cittadini.

Nei giorni precedenti Natale, nella città di Milano si è registrato un incredibile caos dovuto alla disperata ricerca di tamponi e test da parte dei cittadini. In coda (qualche volta per un chilometro) davanti alle farmacie e ai centri diagnostici erano in migliaia, con le motivazioni più varie, per richiedere un tampone.

C’era chi aveva avuto contatti con positivi e doveva verificare il proprio stato (tra questi molti genitori con bambini in seguito a contatti scolastici), chi partiva per un viaggio che richiede tale test, infine chi, semplicemente angosciato dal rialzo dei contagi, voleva essere certo di poter andare in visita a genitori anziani e nonni senza crear loro danno.

Oltre a queste persone, i soliti, incalliti no-vax che devono fare il tampone per andare a lavorare.

Facilmente intuibili le speculazioni sui prezzi dei tamponi che sono avvenute. il caos tamponi si è presto esteso, peraltro, alle città di Bergamo, Como e Pavia.

Tuttavia, la situazione più incredibile è quella degli ammalati di Covid ormai guariti, che devono rivolgersi al proprio medico di base per ottenere il tampone molecolare che permette loro di uscire, riprendere il lavoro e la vita sociale.

Infatti, i medici di base non riescono a prenotare nulla in una piattaforma bloccata da giorni e giorni. Alcuni ammalati sono quindi costretti a pagarsi i costosi tamponi molecolari presso strutture private, mentre altri – ed è il caso più pericoloso dal punto di vista sanitario e sociale – non denunciano di avere dei sintomi nel timore di dovere attendere per settimane il liberatorio tampone.

In questa situazione di caos, Letizia Moratti, assessore al welfare e vicepresidente della Regione, ha annunciato l’istituzione di un gruppo di lavoro per i tamponi che sarebbe entrato in azione il 27 dicembre, cioè circa un mese dopo l’esplosione della nuova ondata pandemica dovuta alla variante Omicron.

Tale gruppo si è effettivamente riunito e ha annunciato il potenziamento degli impianti di Trenno e della Fiera, ma senza dare scadenze su quando ciò avverrà. Si sa solo che il punto Gallarate-Malpensa sarà potenziato da mercoledì 29.

In pratica, di fronte alla legittima apprensione dei cittadini, ma anche al loro senso di responsabilità, per cui molti si pongono in quarantena “volontaria” o evitano situazioni ritenute a rischio, la Regione come sempre abbandona i lombardi a se stessi.

Il 25 dicembre, mentre il TG Regionale annunciava demagogicamente che agli Spedali Civili di Brescia (noti peraltro per le proteste del personale contro i turni insostenibili e la mancanza di attrezzature e supporti) si vaccinava anche il giorno di Natale, a Milano tutti i centri risultavano chiusi, a partire dal principale, il “Palazzo delle Scintille”.

È evidente la contraddizione tra i continui inviti ai cittadini a vaccinarsi e tale chiusura, causata evidentemente dalla ormai cronica mancanza di personale, dovuta alla malagestione della Regione.

Si arriva così alla data del 27 dicembre, in cui le farmacie annunciano che anche i test domestici, notoriamente poco attendibili e non validi per la certificazione pubblica ma ultimo rifugio per molti cittadini disperati, sono completamente esauriti.

È il risultato evidente della mancanza, nei giorni precedenti, della possibilità di fare test più attendibili, per cui molti si sono riversati sulle prove domestiche.

A Milano è peraltro ormai impossibile trovare anche le mascherine FF2P, tranne che in alcuni esercizi che propongono la versione “a colori” proposta a 2,50-3 euro al pezzo. Il risultato è che il decreto governativo che impone l’uso delle mascherine FF2P sui mezzi pubblici ricorda le storiche grida di manzoniana memoria.

Mentre tutto ciò accade nel capoluogo e nella città metropolitana di Milano, Letizia Moratti passa il suo tempo a pranzare, a Roma, con Giorgia Meloni per discutere della sua possibile candidatura a presidente della Repubblica.

Che tutta Italia sia avvertita del personaggio con cui abbiamo a che fare.

Fonte

13/09/2021

Le mascherine prodotte da Fiat-Fca non servono a niente

L’abitudine alla truffa commerciale e/o ai profitti facili grazie ai soldi pubblici non si perde neanche davati a una pandemia.

Una nota dello scorso 6 settembre inviata dal ministro della Salute al dicastero dell’Istruzione avverte che almeno due lotti di mascherine anti-Covid prodotte da Fca (dalla Fiat, insomma…) debbono essere ritirate perché non conformi agli standard richiesti. In pratica, non proteggono affatto dal contagio.

Nella nota del ministero della Salute si svela che è stata la stessa Fca Italy S.p.a. a segnalare i problemi dei lotti 00914086180 e 00914086190, prodotti nello stabilimento di Mirafiori tra la fine di agosto e la metà di dicembre 2020.

La nota arriva mentre già le scuole stanno riaprendo, e naturalmente incide sulle procedure organizzative degli istituti. Ma non è neanche questo il problema principale, visto che di fatto quelle mascherine sono dei semplici stracci completamente inutili.

Il problema è che neanche si sa in quali scuole siano arrivate le mascherine dei lotti incriminati, «in ragione delle modalità operative con cui la società S.D.A. ha curato la distribuzione».

Perciò l’incombenza di rintracciare quegli stracci spetta «a tutti gli istituti scolastici interessati» affinché «provvedano a individuare, non utilizzare e quarantenare le eventuali giacenze».

Bisogna dire che anche al ministero della salute non stanno benissimo, almeno nel rapporto con la logica: una mascherina fallata diventa “buona” dopo una “quarantenata”?

Bontà loro, le spese e il lavoro necessario a ritirare quella roba e smaltirla spetta al «fabbricante».

Nelle previsioni contrattuali firmate dal governo Conte, la Fiat avrebbe dovuto produrre 27 milioni di mascherine al giorno, oltre la metà del fabbisogno nazionale. Di cui 11 milioni per i bambini più piccoli.

E proprio questi stock avevano sollevato dubbi immediati. Difficili da indossare, puzzolenti, manifestamente inadatte a filtrare alcunché, figuriamoci il virus.

Il sindacato Usb e la onlus Rete Iside portarono le mascherine Fca in un laboratorio di analisi regolarmente accreditato dal governo. Il risultato fu impietoso. Le mascherine prodotte a Pratola Serra rispettavano gli standard richiesti, mentre quelle fabbricate a Mirafiori non filtravano quasi nulla.

L’azienda naturalmente “smentì”, ma senza produrre controanalisi. Supportata – non stranamente – dell’allora commissario all’Emergenza Domenico Arcuri: «non c’è alcun problema di tossicità».

Usb depositò allora una denuncia alla Procura di Roma e alla Corte dei Conti a carico di Fca Italy con l’accusa di «frode in pubbliche forniture». Era il gennaio di quest’anno.

Ora pare che la Fca-Fiat abbia cambiato atteggiamento, cominciando ad ammettere che i due lotti incriminati in effetti non erano conformi a quanto richiesto (stiamo parlando di contagio riguardante minori!).

Vedremo se la magistratura produrrà un risultato, ossia una sentenza negativa per la famiglia Agnelli. Sarebbe già un fatto clamoroso, per le abitudini di questo paese.

*****

Mascherine FCA, USB: no alle mezze misure, vanno ritirate tutte

Con una circolare su segnalazione del Ministero della Sanità, il Ministero dell’Istruzione ha disposto il ritiro da tutte le scuole delle mascherine FCA, risultate non conformi alle verifiche di un Ente certificatore su iniziativa della Onlus Rete Iside, che si occupa di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, dell’organizzazione studentesca Osa e del sindacato USB Scuola.

Rete Iside, USB e Osa già a gennaio 2021 avevano interessato la magistratura con un esposto-denuncia, dopo essersi sobbarcate l’onere di far verificare a proprie spese le mascherine FCA, oggetto di numerose segnalazioni da parte di studenti e personale scolastico.

Finalmente a nove mesi di distanza dalla denuncia, il Ministero della Salute e quello dell’Istruzione si sono attivati, ma solo parzialmente, delegando alle scuole il compito di verificare se, tra la propria dotazione, ci fossero mascherine riconducibili a due codici di prodotto FCA, che includono molti lotti di produzione.

Il tutto senza preoccuparsi di verificare se anche altre mascherine, distribuite successivamente dalla stessa FCA nelle scuole di tutta Italia, fossero conformi alla norma. Nessuno può oggi affermare che gli altri lotti di mascherine FCA, che circolano a milioni nelle nostre scuole all’apertura del nuovo anno scolastico, siano adatte e garantiscano la salute dei ragazzi e del personale scolastico.

Alla riapertura in presenza delle scuole in tutto il Paese è assolutamente necessario che i ministeri si attivino per ritirare TUTTE le mascherine FCA, sostituendole con mascherine a norma.

Le mezze misure dei ministri Bianchi e Speranza sono inaccettabili e certificano un totale disinteresse per la salute e per l’attuazione corretta delle normative in vigore. Salute e sicurezza nei luoghi di lavoro e di studio non si barattano con gli interessi delle imprese.

Rete Iside Onlus

USB Scuola

OSA

Fonte

30/01/2021

2020: l’anno in cui gli USA sono falliti

Due dati messi a confronto spiegano perché gli Stati Uniti siano uno stato fallito.

Il primo dato è quello dei decessi totali statunitensi durante il Secondo Conflitto Mondiale, pari a 416.837, come riporta il volume Infografica della Seconda Guerra Mondiale.

Il secondo è il numero di morti per Covid in poco più di anno, pari a 433.195 il 28 gennaio, secondo il tracker del New York Times.

Gli Stati Uniti hanno avuto quindi più morti per Covid-19 in un anno che nel periodo compreso tra l’attacco all’isola di Pearl Harbour, nel Pacifico, nel dicembre del 1941, quando entrarono nella Seconda Guerra Mondiale e le due settimane successive dalla resa del Giappone nell’agosto del 1945, cioè poco meno di quattro anni di combattimenti.

La soglia psicologica dei morti totali nord-americani nella quasi ventennale guerra del Vietnam, terminata nel 1975 – poco sotto i 60 mila – era stata superata a fine aprile. Ed ancora prima quella del conflitto “dimenticato” in Corea (1950-1953), che costò la vita a più di 36 mila statunitensi.

Mentre il “sacrificio” dei militari statunitensi, insieme agli Alleati – soprattutto sovietici e cinesi – e alle singole Resistenze nazionali, permise agli USA di iniziare il lungo periodo di egemonia che ha caratterizzato la storia mondiale fino ad oggi, l’ecatombe di morti civili attuali probabilmente ne segna inesorabilmente la fine, così come la presidenza Biden sarà l’inizio dell’era post-americana.

Siamo di fronte alla tappa finale di un piano inclinato in cui la globalizzazione neo-liberista a guida statunitense era entrata strutturalmente in crisi, dalla seconda metà del primo decennio di questo secolo, facendo via via affiorare i nodi della crisi sistemica del modo di produzione capitalistico a cominciare dal 2007/2008.

Sia detto per inciso, le morti giornaliere negli USA continuano ad essere ben più di 4.000; rispetto a 2 settimane fa sono in calo solo i contagiati, comunque ben più di 150mila al giorno, ed i ricoverati che sfiorano i 110mila.

Questo vuol dire, continuando l'esercizio macabro di contabilità comparata, che tra meno di un mese il numero totale delle vittime per la pandemia potrebbe essere la somma dei tre maggiori conflitti che hanno impegnato gli Stati Uniti da settanta anni a questa parte (Iraq e Afghanistan esclusi).

La situazione è ancora abbondantemente “fuori controllo”, e per quanto Biden voglia segnare un cambio di passo rispetto alla disastrosa gestione Trump, i fatti hanno la testa dura. E disastri di questa dimensione non si risolvono firmando un “ordine esecutivo”.

“L’America ora costituisce il 4 per cento della popolazione mondiale, ma rappresenta circa il 20 per cento delle morti globali”, riporta la lunga inchiesta del New York Times che abbiamo tradotto e che mette in luce alcuni aspetti centrali del fallimento statunitense nella gestione della pandemia che abbiamo più volte segnalato fin dai primi mesi dello scorso anno.

Se ci aggiungiamo il previsto fallimento di questa fase di vaccinazione, caratterizzata tra l’altro dalla sempre più aspra competizione per assicurarsi la fornitura vaccinale, tipica del “furto tra ladri” che regola i rapporti tra competitor internazionali, nonché la diffusione di varianti più contagiose, il quadro è completo.

È l’attuale modo di produzione, gli interessi in esso dominanti, la forma istituzionale che ha modellato, la rappresentanza politica che ha forgiato e, non da ultimo, la cultura che ha sfornato, a garantire al virus una vita lunga ed un prospero avvenire.

Ed è proprio il centro di questo sistema, gli USA, ad aver suggerito un modus operandi grazie al quale una parte dell’umanità sembra sia destinata a sviluppare una “immunità di gregge senza vaccini”, attraverso una sorta di selezione eugenetica da far impallidire il più fanatico medico nazista. Si ha un poco più di possibilità di cavarsela con la vaccinazione – al netto di tutti i limiti di efficacia – a seconda da ruolo rivestito dal proprio Stato nella gerarchia internazionale.

Sembrano fare eccezione, in questo schema, tutti quegli Stati appartenenti al variegato mondo socialista, che hanno deciso di adoperare per la vaccinazione i prodotti sviluppati fin qui dalla Repubblica Popolare e dalla Federazione Russa.

Ultima arrivata alle nostre latitudini, la Serbia.

Tornando agli USA, per non cadere nella falsa dicotomia repubblicani/democratici rispetto alla gestione del virus, occorre ricordare la corresponsabilità dei due partiti a livello locale.

Affermano giustamente gli autori dell’inchiesta del NYT: “i governatori e i funzionari locali che sono stati lasciati a governare la crisi hanno sprecato le poche possibilità che il Paese ha avuto quando hanno messo da parte gli esperti sanitari, ignorato gli avvertimenti dei propri consulenti e, in alcuni casi, fornito ai loro comitati consultivi più rappresentanti delle imprese che medici".

Il grassetto è nostro, e sorge spontanea la domanda: forse tale scelta è stata presa per far lievitare i profitti delle corporation?

La scienza è stata messa da parte a tutti i livelli di governo, inaugurando una era dove manager incapaci di gestire la crisi del modello di produzione si sono sostituiti alla scienza. Lì dove sarebbe stata necessaria la sofocrazia – o “la dittatura sanitaria”, come dicono i più cretini in alcune piazze – si è inaugurato il governo della post-razionalità, dove le uniche ragioni a dettar legge erano e sono gli interessi economici delle aziende, supportati dall’ignoranza armata della galassia negazionista alt-right, che ha sempre minacciato le uniche voci sensate provenienti dal mondo medico-scientifico.

Dall’altra parte è emersa la fragilità istituzionale di un sistema politico frutto di due guerre civili – la “guerra d’indipendenza” dalla Gran Bretagna è stata innanzitutto una guerra infra-americana – e che ha retto a due conflitti mondiali, oltre alla crisi del 1929, ma che esce con le ossa rotte dalla prova pandemica e da una transizione politica tutt’altro che indolore, dentro una catastrofe sociale peggiore di quella di 90 anni fa.

Di fronte a questo fatto epocale, gli organi d’informazione nostrani rimangono silenti. Per la quasi totalità del corpo politico la “fede atlantica” è quasi più indiscutibile della verginità della Madonna.

E se qualcuno pensa che le schegge appuntite dell’estesa galassia delle milizie pro-Trump siano “acqua passata”, dopo l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio, dovrebbe guardare con attenzione il meticoloso lavoro di ricognizione che sta compiendo l’intelligence statunitense su “gli estremisti violenti ideologicamente motivati”, come vengono chiamati.

Non sono solo una minaccia all’establishment ma, come hanno già dimostrato, sono un pericolo alla possibilità di adottare anche minime misure di profilassi sanitaria come portare una mascherina, o mantenere il distanziamento sociale, per non parlare di misure più restrittive o avviare una vera campagna di vaccinazione di massa. Come ben illustra l’articolo qui tradotto.

Buona lettura

*****

Un anno, 400.000 morti: come gli Usa hanno ottenuto il proprio fallimento

La via per sconfiggere il coronavirus era chiara, ma Kelley Vollmar non si era mai sentita così abbattuta.

Come direttore sanitario della contea di Jefferson, in Missouri, Vollmar sapeva che l’obbligo di indossare le mascherine avrebbe aiutato a salvare delle vite. Fece pressioni nei confronti dell’ufficio del governatore perché emettesse un’ordinanza per tutto lo stato e i dirigenti degli ospedali spingevano nella stessa direzione. Persino la Casa Bianca, nello stesso momento in cui Trump scherniva le persone con la mascherina, ufficiosamente sollecitava i governatori repubblicani ad emettere l’ordinanza.

Nonostante tutto, il governatore Mike Parson ha resistito e nei quartieri di St. Louis Vollmar si è trovata sotto attacco. Un membro della commissione salute della contea l’ha chiamata “bugiarda”. Lo sceriffo annunciò che non avrebbe fatto rispettare un obbligo imposto a livello locale. Dopo che attivisti contro le mascherine diffusero online il suo indirizzo, Vollmar dovette installare un sistema di sicurezza in casa propria.

“Durante l’anno appena trascorso qualunque cosa noi facessimo veniva problematizzata”, dice Vollmar, la cui madre di 77 anni è morta per complicazioni dovute al coronavirus a dicembre. “Sembrava di essere Lorax della vecchia storia del dott. Seuss: io sto qui a salvare gli alberi e nessuno ascolta”.

Per quasi tutto il tempo della pandemia, la polarizzazione politica e il rigetto per la scienza hanno minato la capacità degli USA di controllare il covid. Questo è stato chiaro e più dannoso a livello federale, dove Trump sosteneva che il virus sarebbe scomparso, scontrandosi con i suoi scienziati e con un fallimento enorme, ha abdicato alla responsabilità di una pandemia che necessitava dello sforzo nazionale per sconfiggerla, imponendo decisioni chiave agli stati secondo l’assunto che avrebbero preso il volo e fatto andare avanti la nazione.

Ma i governatori e i funzionari locali che sono stati lasciati a governare la crisi hanno sprecato le poche possibilità che il Paese ha avuto quando hanno messo da parte gli esperti sanitari, ignorato gli avvertimenti dei propri consulenti e, in alcuni casi, fornito ai loro comitati consultivi più rappresentanti delle imprese che medici.

A quasi un anno da quando il primo caso noto di coronavirus negli Stati Uniti è stato annunciato a nord di Seattle il 21 gennaio 2020, la portata del fallimento della nazione è diventata chiara: il paese sta precipitando verso 400.000 morti totali e i casi, i ricoveri e i morti hanno raggiunto livelli record, mentre la nazione sta affrontando il suo capitolo più oscuro della pandemia.

La situazione è diventata disastrosa proprio quando l’amministrazione Trump, nei suoi ultimi giorni, ha iniziato a vedere i frutti del suo forse più grande successo sul coronavirus, il programma di vaccinazione Operation Warp Speed. Ma la mancanza di coordinamento federale nella distribuzione delle dosi è già emersa come un ostacolo preoccupante.

Il presidente entrante, Joseph R. Biden Jr., ha detto che lancerà una strategia federale per tenere sotto controllo il virus, incluso un invito a tutti a indossare mascherine nei prossimi 100 giorni e un piano coordinato per ampliare la consegna dei vaccini. “Riusciremo a gestire questa operazione”, ha detto venerdì Biden. “La nostra amministrazione collaborerà con la scienza e gli scienziati“.

La strategia segnala un cambiamento rispetto all’anno scorso, durante il quale l’amministrazione Trump ha ampiamente delegato la responsabilità del controllo del virus e della riapertura dell’economia a 50 governatori, parcellizzando la risposta della nazione. Le interviste con oltre 100 dirigenti sanitari, politici e della comunità in tutto il paese e una revisione delle e-mail e di altri documenti del governo federale offrono un quadro più completo di tutto ciò che è andato storto.

La gravità dell’attuale epidemia può essere fatta risalire alla fretta di riaprire la scorsa primavera. Molti governatori si sono mossi rapidamente, a volte bypassando le obiezioni dei loro consiglieri. Le riaperture a livello nazionale hanno portato a un’ondata di nuove infezioni che è cresciuta nel tempo: mai più la media del Paese sarebbe scesa sotto i 20.000 nuovi casi al giorno.

La scienza è stata messa da parte a tutti i livelli di governo. Più di 100 funzionari sanitari statali e locali sono stati licenziati o si sono dimessi dall’inizio della pandemia. In Florida, gli scienziati hanno offerto la loro esperienza all’ufficio del governatore ma sono stati emarginati, mentre il governatore Ron DeSantis si è rivolto al dottor Scott W. Atlas, un consigliere di Trump, e ad altri le cui opinioni sono state accolte in circoli conservatori ma rifiutate da decine di scienziati.

Mentre il presidente ha pubblicamente minimizzato la necessità di mascherine, i funzionari della Casa Bianca raccomandavano ufficiosamente che alcuni stati con dati in peggioramento imponessero l’uso di dispositivi di protezione negli spazi pubblici. Ma i dati mostrano che almeno 26 stati hanno ignorato le raccomandazioni della Casa Bianca su mascherine e altri problemi di salute. Nel South Dakota, il governatore Kristi Noem si è vantato con gli alleati politici di non richiedere mascherine anche se il suo stato era nel mezzo di un’epidemia che è diventata una delle peggiori della nazione.

Il governatore Jared Polis del Colorado ha affermato che gli stati hanno dovuto affrontare scelte difficili per bilanciare il virus – spesso ascoltando voci in contrasto su come farlo al meglio – e ha detto che Trump li aveva lasciati senza il sostegno politico di cui avevano bisogno mentre esortavano il pubblico ad accettare le mascherine e il distanziamento sociale. “La cosa che avrebbe fatto la differenza sarebbe stata la chiarezza del messaggio dalla persona in alto“, ha detto Polis in un’intervista.

La pandemia, infatti, ha portato con sé sfide significative, tra cui una disoccupazione record e una malattia dinamica che ha continuato a fare il giro del mondo. Senza una strategia nazionale della Casa Bianca è improbabile che qualsiasi Stato avrebbe potuto fermare completamente la diffusione della pandemia.

Ma la maggior parte dei decessi negli Stati Uniti è avvenuta da quando le strategie necessarie per contenere il virus erano chiare ai leader statali, che avevano una gamma di opzioni, dall’obbligo delle mascherine a chiusure mirate e test. Sono emerse disparità tra gli stati che hanno preso sul serio le restrizioni e quelli che non lo hanno fatto.

L’America oggi costituisce il 4 per cento della popolazione mondiale, ma rappresenta circa il 20 per cento delle morti globali. Mentre l’Australia, il Giappone e la Corea del Sud hanno dimostrato che era possibile mantenere bassi i decessi, gli Stati Uniti – armati di ricchezza, abilità scientifiche e potere globale – sono diventati il leader mondiale: ora hanno una delle più alte concentrazioni di morti, con quasi il doppio delle vittime di ogni altro paese.

Primavera

La fretta di riaprire è stata “il momento opportuno che si è perso“.

Il paese una volta ha avuto la possibilità di mettersi sulla buona strada per sconfiggere il virus.

C’erano stati molti passi falsi. Gli Stati Uniti non sono riusciti a creare una vasta rete di test e di tracciamento dei contatti a gennaio e febbraio, che avrebbe potuto identificare i primi casi e forse frenare la crisi. Poi, i casi sono esplosi silenziosamente a New York, mentre il governatore Andrew M. Cuomo e il sindaco Bill de Blasio aspettavano giorni cruciali per chiudere scuole e imprese.

Migliaia di vite avrebbero potuto essere salvate, nella sola area metropolitana di New York, se le misure fossero state messe in atto anche una settimana prima, hanno scoperto i ricercatori. Spinti dall’impennata primaverile, New York e il New Jersey hanno ancora oggi i peggiori tassi di mortalità della nazione.

Altrove, però, la maggior parte del paese ha avuto l’opportunità di andare avanti.

A metà aprile, la maggior parte degli stati aveva fatto ricorso a obblighi storici di restare a casa per evitare l’orrore visto nel nord-est. All’epoca erano morte circa 30.000 persone e la parte peggiore dell’epidemia era ancora concentrata nel nord-est.

È stato durante questo periodo che gli esperti affermarono che il paese aveva avuto l’opportunità di gestire la crisi: ha investito in test e tracciamento dei contatti e ha subito un arresto prolungato, anche se doloroso, fino a quando i casi non sono stati identificati e posti sotto controllo. In questo periodo, gli Stati Uniti eseguivano solo circa un terzo dei test che i ricercatori ritenevano necessari.

Ma la Casa Bianca si è rifiutata di applicare le proprie linee guida e Trump ha apertamente incoraggiato gli stati a riaprire. Ha ceduto il controllo ai governatori il 16 aprile. “Avete la possibilità di prendere le vostre decisioni”, ha detto loro.

Guardando indietro, gli esperti della sanità rintracciano l’inizio della maggior parte dei casi del paese, che ora si riflettono in un numero record di vittime, in questo punto di svolta alla fine di aprile.

“Quello era il momento critico“, ha detto Jeffrey Shaman, esperto di malattie infettive presso la Columbia University. “Quello era il momento opportuno che si è perso“.

Nella fretta di tornare al lavoro, molti governatori si sono mossi rapidamente per riaprire e si sono rifiutati di ordinare nuove chiusure, a volte ignorando le richieste dei consigli sanitari e dei sindaci, secondo quello che emerge dalle interviste con i funzionari sanitari e una revisione di migliaia di rapporti ottenuti da registri pubblici consultati del New York Times e da altri gruppi, come Accountable.US e il progetto di documentazione pubblica Covid-19 Documenting.

In Colorado, un funzionario sanitario locale ha avvertito che il piano di riapertura del suo stato rischiava di ribaltare i risultati positivi ottenuti durante dolorose chiusure. Nella Carolina del Sud, i funzionari sanitari non sono riusciti a convincere il governatore a ritardare l’apertura dei ristoranti e l’epidemiologa statale, la dottoressa Linda Bell, ha suggerito, nelle e-mail riportate per la prima volta dal quotidiano The State, che i funzionari sanitari dovevano farsi avanti e fornire messaggi diversi al pubblico.

“Non ‘starò accanto al governatore’ senza riportare ciò che la scienza ci dice che è la cosa giusta da fare“, ha digitato una domenica mattina dal suo iPhone.

In Iowa, la direttrice sanitaria della contea di Black Hawk, la dottoressa Nafissa Cisse Egbuonye, ​​è rimasta sbalordita quando ad aprile ha trovato dipendenti che lavoravano gomito a gomito in uno stabilimento di confezionamento di carne di Tyson, e solo alcuni di loro indossavano una mascherina.

Per settimane, ha detto, le sue chiamate all’ufficio del governatore per la chiusura dell’impianto non hanno avuto riscontro, poiché le infezioni sono aumentate così rapidamente che l’ospedale locale è stato invaso. “Non sapevamo dove si stesse verificando la resistenza, se fosse Tyson o a livello di governo statale“, ha detto il dottor Egbuonye “le richieste cadevano nel vuoto“.

Il governatore Kim Reynolds ha detto all’epoca che era essenziale mantenere attiva e funzionante la catena di approvvigionamento alimentare della nazione. L’impianto è stato chiuso solo dopo che il virus aveva messo KO gran parte della sua forza lavoro: più di mille dipendenti sono stati infettati, molti dei quali immigrati, e almeno cinque lavoratori sono morti.

Forse da nessuna parte le conseguenze della riapertura furono più chiare che in Texas.

Con 29 milioni di residenti e un’identità conservatrice costruita sull’essere ben disposti verso gli affari, il Texas è stato tra gli stati che in seguito hanno emanato ordini di rimanere a casa. Entro due settimane, i manifestanti hanno gridato a gran voce davanti alla villa del governatore, sventolando bandiere decorate con il motto “Non calpestarmi” (la bandiera di Gadsden, NDT) e chiedendo di poter tornare al lavoro.

Il governatore Greg Abbott si stava rapidamente orientando verso la riapertura. Un giorno dopo la chiamata di Trump che ha conferito l’autorità ai governatori, Abbott ha annunciato una “squadra speciale per aprire il Texas“. Più della metà dei suoi membri aveva effettuato domazioni alle campagna elettorale di Abbott, tra cui l’imprenditore immobiliare Ross Perot Jr. e Drayton McLane Jr., un ex proprietario degli Houston Astros.

In una serie di telefonate e riunioni nel corso di diverse settimane, la squadra speciale ha espresso le proprie idee. La Texas Restaurant Association ha presentato un piano per riaprire i ristoranti. In ogni fase del percorso, le idee venivano convogliate attraverso un gruppo di quattro esperti medici, ai quali era stato conferito il potere di porre il veto alle idee.

Ma il compito principale era chiaro: come rimettere in piedi l’economia del Texas da 1800 miliardi di dollari.

Alla fine di aprile, Abbott stava valutando la possibilità di riaprire l’economia in più fasi.

“Il mio consiglio era di andare un po’ più piano”, ha detto un membro della squadra del governatore, il dottor Mark McClellan, ex commissario della Food and Drug Administration degli Stati Uniti. Temeva che lo stato non considerasse il tempo tra le fasi per misurare eventuali aumenti di infezione prima di progredire attraverso ulteriori riaperture, e temeva un’ondata di nuove infezioni.

Ma il 1° maggio il Texas ha riaperto, iniziando con i ristoranti, i negozi e i cinema. Al Memorial Day, il Texas era effettivamente attivo e funzionante.

Un portavoce di Abbott ha indicato stati come la California e New York, che hanno mantenuto le restrizioni in vigore più a lungo, ma hanno recentemente assistito a recrudescenza del virus, come prova del fatto che i “blocchi per mesi dopo mesi” non funzionano. Ha detto che Abbott aveva equilibrato il “salvare vite, preservando i mezzi di sussistenza“.

Da fine maggio a fine luglio, le nuove infezioni in Texas sono decuplicate, da circa 1.000 nuovi casi al giorno a 10.000.

“È stato come un incendio nella boscaglia“, ha detto il dottor Jose Vazquez, che ha servito come autorità sanitaria nella contea di Starr, in Texas, e che ha contratto il virus qiuando la regione nel confine meridionale dello stato è stata duramente colpita durante l’estate.

Entro la fine di giugno, Abbott convocò un’altra riunione dei suoi consulenti medici. Invertendo la rotta, chiuse tutto. Giorni dopo ha emesso un’ordinanza che obbligava all’uso della mascherina e che si è dimostrato aver salvato vite nei mesi a venire.

I decessi hanno continuato a salire fino ad agosto e per settimane questa estate il dottor Vazquez ha assistito agli elicotteri che piombavano nella contea di Starr per raccogliere i pazienti, portandoli in ospedali fino all’Oklahoma e al New Mexico.

Pochi sono tornati vivi.

Estate

“È stato semplicemente orribile“: gli esperti sanitari erano esausti, minacciati e messi da parte.

L’estate avrebbe dovuto portare una tregua dall’orrore.

In tutto il nord-est, le morti stavano diminuendo. Il clima si stava facendo caldo, un’occasione per trascorrere più tempo all’aperto, dove il virus si diffonde meno facilmente. I funzionari sanitari speravano che la stagione sarebbe stata il ponte di cui avevano bisogno per prepararsi all’autunno, quando si prevedeva che le infezioni sarebbero peggiorate.

Invece, mentre i funzionari in Nuova Zelanda registravano 100 giorni consecutivi senza una sola nuova infezione e paesi come la Germania registravano solo pochi nuovi decessi al giorno, gli Stati Uniti hanno quasi battuto il record di ospedalizzazione primaverile per coronavirus.

In tutto il paese, i rappresentanti della sanità, alla guida delle loro comunità attraverso la crisi, hanno affrontato un tormento sempre più grande, l’esaurimento delle risorse e dibattiti politici da cui sono usciti esausti. La reazione è nata come un riflesso alla linea imposta da Trump, che ha chiesto il supporto degli alleati Repubblicani, la cui retorica riguardo alle mascherine e all’economia è diventata un’invitante appello in molte comunità. Nonostante il caos che ha caratterizzato quest’anno, dozzine di sanitari sono stati licenziati o riassegnati.

Amber Elliott, ex direttrice sanitaria del St. Francois Country, in Missouri, ha dichiarato di aver ricevuto delle telefonate da persone che imprecavano, dicendo: “Devi fare attenzione”, ed una fotografia della sua famiglia ad un incontro di basket di suo figlio, fatta senza che lei ne fosse a conoscenza, postata anche online. Ha iniziato a controllare le telecamere di sicurezza prima di lasciare, la sera, il suo ufficio, ed ha chiesto un trasferimento. “Non vale la loro sicurezza”, dice, riferendosi al rischio che corrono i suoi due figli. “Non si può aspettare finché diventa troppo tardi”.

Nel Wisconsin, la dottoressa Jeanette Kowalik, commissaria della sanità a Milwaukee, è stata demolita dall’assenza di risorse. I suoi colleghi hanno lavorato venti ore al giorno, cercando di resistere all’incremento del numero dei casi e dovendo usare delle apparecchiature inadeguate, riflesso di un sistema sanitario pubblico sotto-finanziato per anni.

“È stato orribile”, dice la Kowalik. “Resistere è stato difficile”.

Ad un certo punto, la Kowalik ha lanciato una richiesta di aiuto ai Centri per il Controllo e la Prevenzione delle malattie. I centri hanno impiegato 6 settimane a rispondere.

Nel Kansas, il dottor Gianfranco Pezzino, funzionario sanitario per lo Shawnee County è stato messo ancor più sotto pressione a seguito della decisione dei commissari di rilassare le restrizioni sulle mascherine per i mercati degli agricoltori; sono stati in seguito allungati gli orari di apertura dei bar e sono state permesse le pratiche sportive, contrariamente al suo consiglio.

Scocciato e frustrato, il Dr. Pezzino si è seduto alla sua scrivania ed ha scritto la sua lettera di dimissioni.

“Non si può mettere il personale sanitario nella condizione di compiere queste difficili scelte, per poi ribaltare le loro decisioni, senza alcuna base scientifica”, ha concluso Pezzino, che in un momento particolare della pandemia, ha letto ad alta voce la lettera, durante una videoconferenza lo scorso mese, ed ha spento la videocamera come ulteriore rappresentazione delle sue dimissioni.

All’inizio della pandemia, il Dipartimento della Salute della Florida ha riunito i maggiori esperti per un’urgente videoconferenza del sabato mattina, con il chirurgo Scott A. Rivkees.

“Abbiamo avuto questa scoppiettante riunione”, ha dichiarato il Dr. Aileen M. Marty, professore di malattie infettive alla Florida International University, credendo che quella riunione sarebbe stata la prima di molte.

Si è tenuta, invece, una sola riunione.

Il Dr. Rivkee è stato successivamente “messo da parte”, per essere poco in vista dopo aver suggerito, correttamente, ad un a conferenza che il distanziamento sociale, come anche altre misure, dovevano essere imposte per almeno un anno. Un altro gruppo di scienziati, che si erano incontrati all’interno del Dipartimento della Salute, è stato ugualmente eclissato.

Il governatore DeSantis, vincitore delle elezioni del 2018, in gran parte grazie all’appoggio di Trump, si è attenuto alla linea della Casa Bianca, circondandosi di imprenditori e consiglieri di sua scelta.

Delle 22 persone della commissione esecutiva nella task force del governatore per la riapertura della Florida, solo una, il presidente del Tampa General Hospital, poteva vantare un background medico-sanitario.

L’unica persona a cui DeSantis si è rivolto era il Dr. Atlas, in quel periodo un alto consigliere di Donald Trump, le cui idee sono state ritenute pericolose dai membri della comunità medica. Radiologo, la cui apparizione su Fox News ha catturato l’attenzione di Trump, il dr. Atlas si è scontrato di frequente con gli esperti, dicendo ad esempio che l’efficacia delle mascherine non era confermata e che i bambini non potevano trasmettere il virus.

DeSantis ed il Dr. Atlas si sono mostrati insieme a diversi eventi ad agosto, promettendo didattica in presenza per scuole e università, oltre al ritorno degli sport autunnali.

Una portavoce di DeSantis si riferiva a lui come ad un innovatore, in grado di comprendere che il lockdown sarebbe stato “inefficace”, che ha avuto un approccio basato sui dati e si è concentrato unicamente sulla protezione dei residenti più anziani e delle altre persone più a rischio.

A settembre, l’ufficio di DeSantis ha mandato una richiesta al Dr. Bhattachary, professore di Stanford, che ha classificato i lockdown per il coronavirus come dannosi. In un’intervista il Dr. Bhattacharya ha detto che la richiesta è arrivata in modo inaspettato, e di essere compiaciuto dal fatto che il governatore avesse letto le sue pubblicazioni.

Il governatore ha chiesto a Bhattacharya di presentarsi ad un comitato insieme al dr. Martin Kulldorf di Havard, che ha aiutato nella stesura della Great Barrington Declaration, studio mirato a proteggere al meglio i più vulnerabili, mentre le persone “conducono una vita normale”, approccio fortemente criticato dalla comunità scientifica.

Il giorno seguente DeSantis ha proseguito con il piano per tenere la Florida aperta. Ha autorizzato i bar ed i ristoranti a proseguire l’attività al massimo delle capacità dei locali, proibendo alle autorità locali di rinforzare le misure sulle mascherine, sul coprifuoco e su altre restrizioni.

Il paese aveva appena superato i 200.000 morti, di cui più di 14.000 in Florida.

I dati sulle mascherine erano ben documentati, ma i governatori hanno resistito

In autunno la notizia del contagio di Trump era su tutte le prime pagine e, nonostante ciò, il presidente continuava a sostenere che il paese stesse per “svoltare l’angolo” e che il coronavirus sarebbe presto sparito.

All’interno della Casa Bianca però i funzionari sapevano che la crisi aveva bisogno di maggiore controllo.

In una serie di poco pubblicizzate note settimanali, create su misura per ogni stato, la task force della Casa Bianca ha segretamente fatto pressione sugli stati affinché prendessero misure più restrittive. I comunicati incoraggiavano stati come Alaska, Georgia e Wyoming ad imporre l’utilizzo delle mascherine. Ad altri stati come Alabama, Louisiana e Mississippi è stato consigliato di porre dei limiti più stringenti sugli incontri al chiuso.

Tuttavia, questi stati, come altri – almeno 26 in tutto – hanno ignorato le esortazioni della Casa Bianca, nonostante si contassero nuovi casi ogni giorno.

Secondo la governatrice del South Dakota, Kristi Noem, il laissez-faire era un motivo di orgoglio. Probabilmente, più di ogni stato, il South Dakota ha tenuto le sue porte aperte, ospitando Trump per un evento al Monte Rushmore e spendendo 5 milioni di dollari del fondo federale di sostegno per il coronavirus per attirare turisti.

In autunno, Noem ha viaggiato in tutto il paese con l’aiuto di un ex manager della campagna di Trump, Corey Lewandowski, impaziente di dimostrare che il suo modello di governo liberale era quello giusto.

Nel New Hampshire, ha detto ad un gruppo di Repubblicani che una delle sue strategie era quella di “non parlare mai del numero di casi di infezioni da Covid-19 che abbiamo”.

Nel Maine, invece, la Noem ha criticato le restrizioni imposte dallo stato, sostenendo che nel suo stato il numero dei contagi era uno dei più bassi. “La leadership ha delle conseguenza, e voi vivete con una leadership che è fuori dall’ufficio del vostro governatore”, ha detto, riferendosi alla folla.

Di fatto, i nuovi casi e il numero di morti stavano crescendo nel South Dakota. Probabilmente ha contribuito molto un raduno dopo l’estate, che ha richiamato centinaia di migliaia di motociclisti a Sturgis, South Dakota, in aggiunta alla stagione più fredda che ha spinto molti in posti al chiuso. La Noem ha inoltre continuato a rifiutare il consiglio della Casa Bianca ad imporre l’uso della mascherina.

Il South Dakota ha concluso l’anno con uno dei più alti numeri di contagio del paese – quattro volte quello del Maine – sebbene abbia anche preparato uno delle più imponenti campagne di vaccinazione del paese.

Anche il governatore dell’Idaho, Brad Little, si è opposto all’invito sulle mascherine, ma era consapevole della necessità di misure più stringenti. Bryan Elliott, a capo del comitato per la salute di una regione fortemente colpita nel sud del Idaho, ha riferito di un consigliere di Little che ha preso parte ad una conferenza con due addetti del comitato per chiedere l’impiego di ulteriori misure, compreso l’uso delle mascherine.

La richiesta, ha detto Elliot, includeva una minaccia. Ogni tipo di misura era volta a scatenare una resistenza della popolazione, e l’intenzione sembrava essere quella di farla assorbire dal comitato di Elliot. Se non ci fosse stata un’ordinanza per imporre l’utilizzo della mascherina, il governatore avrebbe pubblicamente umiliato Elliot, indicandolo come unico responsabile del numero crescente di casi, almeno così avrebbe riferito un consigliere di stato ad Elliot, che ha concluso “non era corretto”.

La decisione di dare un’ulteriore responsabilità alle autorità locali ha aperto la porta, come accaduto in molti stati, a politica e disinformazione.

La dottoressa Vicki Wooll, invitata a testimoniare ad un incontro del comitato, ha suggerito che fosse la tecnologia 5G a mettere in pericolo la salute delle persone.

Il Dr. Ed Zimmerman, il responsabile sanitario nella contea di Washakie, Wyoming, ha visto la sua comunità infiammata da altre teorie cospirative sui social media, tra cui suggerimenti che le preoccupazioni legate al virus fossero state esagerate nel tentativo di danneggiare la campagna per la rielezione di Trump.

“È una completa retrocessione della scienza nel dimenticatoio“, ha detto il Dr. Zimmerman, che si è schierato come conservatore.

Una settimana dopo aver emesso un mandato per l’uso delle mascherine, è stato licenziato.

Inverno

Un buio inverno porta con sé un numero di morti record.

Contro ogni previsione, alcuni stati sono riusciti a tenere il virus sotto controllo.

Lo Stato di Washington, che ha registrato 37 dei primi 50 decessi per coronavirus della nazione, ha mantenuto in atto una serie di misure di mitigazione in costante adattamento e ora si colloca al quarantaquattresimo posto per i decessi pro capite. Se la nazione avesse raggiunto un tasso paragonabile a quello di Washington, sarebbero morte circa 220.000 persone in meno. Anche il Vermont è stato tra gli Stati con il minor numero di morti, grazie in parte a una cauta riapertura, test significativi e un’ordinanza sulle mascherine.

Tuttavia, in un anno di divisione politica e mancato controllo, la diffusione del coronavirus ha raggiunto la maggior parte del paese.

Negli ultimi giorni, il virus ha accelerato in quasi tutti gli stati, e le morti stavano salendo dall’Arizona al Connecticut. Persino a New York, diventata un modello nazionale per le restrizioni e i test, dopo la crisi primaverile si sta assistendo ad una recrudescenza del contagio.

L’inverno è sempre stata la stagione in cui il virus ha rappresentato la minaccia più grande, ma in molti stati, i residenti sono anche diventati vittime di stanchezza pandemica, rendendo meno efficaci i controlli esistenti.

È stato così in California, che ora sta vivendo uno dei peggiori focolai della nazione.

Lo stato più popoloso della nazione è stato il primo a emettere l’ordine “restate a casa” la scorsa primavera, ed è riuscito a tenere sotto controllo il virus per la maggior parte dell’anno. Ma mentre l’inverno si avvicinava, l’irrequietezza si diffondeva velocemente.

I giornalisti locali hanno riportato che i leader democratici, il governatore Gavin Newsom e il sindaco di San Francisco London Breed – schietti sostenitori delle precauzioni contro il virus – hanno partecipato a feste di compleanno al ristorante French Laundry nella Napa Valley, ignorando le loro migliori indicazioni. Il disprezzo per le mascherine e le chiusure di varie attività risuonavano nelle parti più conservatrici della California meridionale, e i funzionari sanitari hanno indicato come determinante il comportamento di coloro che non hanno vigilato durante la festa del Ringraziamento.

Ora i funzionari sanitari federali stanno avvertendo che una variante molto più contagiosa del virus potrebbe diventare la fonte principale di infezione entro marzo, minacciando di accelerare l’epidemia del paese.

L’arrivo dei vaccini potrebbe rallentare la crescita, ma la mancanza di una strategia nazionale unificata è riemersa come un difetto fondamentale. Il governo federale ha scaricato la responsabilità della somministrazione dei vaccini ai governi statali e locali, che sono a corto di finanziamenti e si occupano ancora della scoraggiante crescita di casi di infezione. Alcuni stati hanno avuto difficoltà nella rapida consegna del vaccino e le regole variano ampiamente da stato a stato.

Biden, che si è insediato questa settimana, ha detto che chiederà alla Federal Emergency Management Agency di istituire 100 centri di vaccinazione sostenuti a livello federale in tutto il paese e spingerà anche per migliaia di siti di vaccinazione comunitaria e mobile.

Ma aiuti limitati rallenteranno il processo con cui tali piani possano essere implementati, e già ci sono divisioni politiche sul fidarsi del vaccino e su quali gruppi sociali dovrebbero ottenerlo per primi.

La dott.ssa Marissa J. Levine, direttrice del Center for Leadership in Public Health Practice dell’Università della Florida meridionale, ha detto che un fallimento della leadership – prima dalla Casa Bianca e poi dagli stati – ha polarizzato l’intera risposta alla pandemia e dato al virus una vita prolungata. “La situazione indica un colossale fallimento a tutti i livelli di governo”, ha detto.

I primi cinque giorni peggiori per i nuovi morti negli Stati Uniti sono arrivati a gennaio. Mentre la pagina del calendario si girava per un nuovo anno, il virus era peggiore di quanto non fosse mai stato.

Fonte

21/01/2021

FCA fa le mascherine, ma sono un disastro


Le mascherine FCA “non soddisfano i requisiti di norma”, dicono i test di laboratorio. Studenti e lavoratori non sono protetti dal Covid, USB si rivolge all’autorità giudiziaria.

Su iniziativa di Rete Iside Onlus, di USB e dell’organizzazione studentesca OSA, l’azienda Archa, autorizzata dall’Ente Italiano di accreditamento Accredia, ha sottoposto ad analisi le mascherine facciali a uso medico (c.d. mascherine chirurgiche) prodotte dall’azienda FCA (già FIAT) e ha rilevato come queste non siano rispondenti ai requisiti di norma in tema di efficienza di filtrazione batterica (BFE).

Sottoposte a test di laboratorio, le mascherine hanno mostrato valori di filtrazione oscillanti tra l’83,53 e l’86,39%, quando la norma UNI EN 14683:2019 stabilisce un limite di accettabilità maggiore del 95% per le mascherine tipo I (due strati) e del 98% per il tipo II e IIR (tre e quattro strati). I test sono stati effettuati venerdì 15 gennaio 2021 esponendo ad aerosol batterico la faccia interna del campione con un flusso di aspirazione di 28,3 litri/minuto.

Insomma le mascherine acquistate a milioni dalla Protezione Civile e fornite ogni giorno alle scuole per garantire agli studenti e al personale insegnante, tecnico e amministrativo la possibilità di stare a scuola in sicurezza non garantiscono il filtraggio necessario a proteggerli. Lo stesso vale per gli operai di FCA e delle aziende collegate, ai quali vengono fornite identiche mascherine, che da tempo avevano denunciato insieme a USB l’inidoneità dei dispositivi di protezione.

Rete Iside, USB e OSA hanno dato mandato ai propri legali di rivolgersi con urgenza alle autorità giudiziarie competenti al fine di verificare se nei fatti descritti siano ravvisabili gli estremi del reato di frode in pubbliche forniture e ogni altra ipotesi delittuosa in relazione al pericolo cagionato alla incolumità pubblica, anche con riguardo agli omessi controlli dei dispositivi in questione, nonché di verificare se dai fatti descritti sia derivato un danno per l’erario.

Si chiederà inoltre all’autorità giudiziarie di adottare ogni provvedimento cautelare opportuno al fine di tutelare la salute dei lavoratori e dei cittadini.

Fonte

22/10/2020

Francia - Distribuite agli insegnanti mascherine ‘potenzialmente tossiche’

Sin dall’inizio dell’epidemia di Covid-19 in Francia, in diversi articoli abbiamo sottolineato le responsabilità del governo francese e del Presidente Macron per una gestione che, dove e quando c’è stata, è stata inefficace nel fronteggiare l’emergenza sanitaria in tutta la sua portata ed irresponsabile sul piano della salute pubblica collettiva.

Ebbene, oggi possiamo aggiungere tra gli aggettivi qualificanti anche “pericolosa”. Infatti, da inizio settembre, il governo ha distribuito agli insegnanti e ad un gran numero di funzionari pubblici mascherine in tessuto realizzate dalla società Dim, la quale dichiara sull’imballaggio stesso che le sue mascherine sono trattate con zeolite di argento e rame, un biocida potenzialmente tossico per gli essere umano in caso di prolungato e ripetuto contatto con la pelle.

Inoltre, Dim scrive che le sue mascherine non sono “né un dispositivo medico ai sensi del regolamento (UE) 2017/745 (maschere chirurgiche), né un equipaggiamento di protezione personale ai sensi del regolamento (UE) 2016/425 (maschere filtranti tipo FFP2)”, ma che rimangono comunque utili in caso di distanziamento fisico.

La Dim, insieme alla Corèle, si è aggiudicata la gara d’appalto governativa; ma allora, perché il governo ha deciso di acquistare ugualmente questa tipologia di mascherine? Si trattava semplicemente di leggere le caratteristiche del prodotto riportate sulla confezione...

Lungi da noi – ci teniamo a precisarlo a scanso di equivoci – dare adito a teorie cospirazioniste e complottiste, né fare da sponda ai cosiddetti negazionisti o sostenitori della ‘dittatura sanitaria’ i quali vorrebbero bruciare le mascherine senza però riuscirci (sono ignifughe... anche in questo caso basta leggere le specifiche del prodotto).

Quello che vogliamo evidenziare è come, trovandosi sprovvisto di stock di Stato di mascherine ad inizio epidemia soprattutto per il personale sanitario in prima linea, la mancanza di anticipazione, organizzazione e capacità di azione abbia portato il governo francese ad emettere ordini di acquisto di milioni di mascherine, senza prestare la dovuta attenzione ai problemi di salute posti dai prodotti consegnati dai suoi fornitori, in questo caso la società Dim. Non c’è bisogno di scomodare Erodoto per poter affermare che “la fretta genera l’errore in ogni cosa”.

Ovviamente, anche la logica di mercato e la ricerca dei profitti – persino in un contesto di pandemia – hanno contribuito a creare questa situazione. Infatti, nonostante la decisione dell’Unione Europea di non approvare l’uso della zeolite di argento e rame “come principio attivo esistente ai fini del suo uso nei biocidi dei tipi di prodotto TP2 e TP7”, la società Dim, giocando su un’interpretazione giuridica e potendo stabilire da sé la classificazione dei propri prodotti, sostiene che questo uso è ancora possibile e che non vi sia alcuna pericolosità delle mascherine.

Grazie all’inchiesta elaborata dal quotidiano online Reporterre (tradotta e riportata di seguito) e dopo le pressioni dei sindacati degli insegnanti, in particolare il SNES-FSU, il Ministero dell’Educazione Nazionale francese ha deciso martedì 20 ottobre di sospendere la distribuzione delle mascherine incriminate del marchio Dim, applicando il principio di precauzione.

Inoltre, il Ministero della Transizione Ecologica ha interpellato l’ANSES (Agenzia nazionale per la sicurezza alimentare, ambientale e della salute sul lavoro) per una valutazione dei potenziali rischi per la salute legati all’uso di queste mascherine.

Ora, ancora una volta, bisognerà valutare concretamente la capacità da parte del governo di rimediare quanto prima a questo suo ennesimo errore, fornendo mascherine appropriate, a norma e senza contro-indicazioni o potenziali rischi per la salute degli insegnanti e dei funzionari pubblici. Nel frattempo, viene sempre più da domandarsi se questi soggetti ce so’ o ce fanno...

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Il Ministero dell’Educazione Nazionale ha distribuito mascherine tossiche agli insegnanti?



Lo scorso 8 settembre, Emmanuel Macron ha preso il microfono davanti agli studenti di un liceo professionale di Clermont-Ferrand (Puy-de-Dôme) nell’ambito di un’iniziativa sulle pari opportunità. Da dietro la sua mascherina, stava sciorinando il suo discorso quando, all’improvviso, è iniziato il dramma: “Scusate, sto soffocando”, ha detto tossendo.

Ha cercato di riprendere il discorso, ma la sua voce si è aggrovigliata e gli è tornata la tosse: “Datemi una mascherina, magari più leggera. Metterò una mascherina più leggera perché devo aver assorbito qualcosa dall’altra mascherina”.

La maschera che ha quasi soffocato il Presidente Macron era una di quelle distribuite agli insegnanti dal Ministero dell’Educazione Nazionale francese per il nuovo anno scolastico. Una manna dal cielo per il marchio Dim che le produce. La società Dim, nata in Francia nel 1953, è stata una filiale del fondo di investimento americano Sun Capital Partners – che possiede Playtex e Wonderbra – tra il 2005 e il 2014.

In seguito è diventata una filiale della società americana HanesBrands. Il fondo pensione BlackRock possiede il 2,66% di HanesBrands. Le mascherine sono anche prodotte in Romania, secondo l’etichetta di quelle che Reporterre si è procurata.

La Dim non nasconde – è scritto sulla confezione, come riportato dalla foto – che le sue mascherine non sono “né un dispositivo medico ai sensi del regolamento (UE) 2017/745 (maschere chirurgiche), né un equipaggiamento di protezione personale ai sensi del regolamento (UE) 2016/425 (maschere filtranti tipo FFP2)”.

Tuttavia, rimangono utili se le misure di distanziamento vengono scrupolosamente rispettate. Ma, in un asilo, il distanziamento è impossibile da mantenere. “Il protocollo sanitario cambia continuamente, diventa sempre più leggero. La mescolanza degli alunni è di nuovo consentita, ad esempio, da giovedì 8 ottobre”, dice Chloé, insegnante di scuola a Parigi. Pertanto, le scuole sono tra i primi focolai del paese. Secondo i dati della Santé publique France, il 35,9% dei 1.001 focolai oggetto di indagine si trovava nelle scuole a partire da lunedì 28 settembre.



Inoltre, le mascherine di stoffa non sono state distribuite in numero sufficiente alle scuole. “Abbiamo solo cinque maschere a persona per l’intero anno scolastico”, dice Chloe, “Dal momento che è indicato di indossarle per un massimo di quattro ore, ciò significherebbe avere un minimo di nove maschere per settimana”. Inoltre, le mascherine possono essere lavate al massimo 30 volte. In due mesi, quindi, non sono più ufficialmente utilizzabili.

Al di là della loro rarità e della loro relativa efficacia, è una molecola che risveglia le menti dei più recalcitranti. Claire, insegnante nelle scuole della regione dell’Île-de-France, spiega non senza sarcasmo: “Siccome mi piacciono le mascherine, ho notato che sono fatte di tessuti trattati con zeolite di argento e rame. Incuriosita per questa novità, ho chiesto in giro e mi sono reso conto che queste molecole non sono molto salutari per l’ambiente”.

Sulla confezione c’è scritto “trattato con zeolite di argento-rame e zeolite di argento”. Pierre Bauduin, ricercatore in fisica chimica dell’Università di Montpellier, ci dà una definizione delle zeoliti: “Le zeoliti sono strutture minerali di origine naturale o artificiale, sintetizzate dall’uomo, che permettono di catturare e intrappolare le molecole nella loro struttura. Uno degli esempi più noti è quello della lettiera per gatti. In questo caso le zeoliti vengono trattate con un sale d’argento per conferire loro una proprietà biocida e quindi aumentare la durata di utilizzo”.

Ma la presenza di questo argento intriga. Abbiamo contattato la società Dim via e-mail, che per prima cosa ha spiegato che non c’era niente di scritto sul loro sito web e ha concluso con “Noi possiamo quindi concludere che non c’è [zeolite d’argento] sulle nostre mascherine”.

Dopo aver inviato una foto dell’imballaggio al servizio clienti, il servizio clienti ha invertito la precedente dichiarazione e ha ipotizzato che le maschere siano effettivamente trattate con zeolite di argento e rame, affermando che “non si tratta di nanoparticelle ma di un trattamento antimicrobico applicato al tessuto”, cioè sotto forma di argento ionico.

Quali sono gli effetti sulla salute, allora? “Il rischio di indossare queste mascherine non è del tutto inesistente”, dice a Reporterre un ricercatore di nanotecnologie dell’Università di Aveiro, Portogallo. “Gli ioni d’argento sono generalmente più tossici delle nanoparticelle equivalenti di argento metallico. Inoltre, qui c’è un alto livello di esposizione, molto ‘intimo’ con un lungo tempo di contatto e di inalazione (8 ore al giorno) e cronico (quasi tutti i giorni della settimana)”.

Uno studio dell’Università di Rouen condotto nel 2012 indica che “quando l’argento ionico viene applicato su una lesione del corpo sotto forma di crema o medicazione, si lega al sudore, al sebo e alle proteine presenti. Può poi passare nel flusso sanguigno, con conseguente aumento della concentrazione di argento nel siero. Secondo alcuni autori, viene poi escreto nelle urine in due-cinque giorni, mentre altri ricercatori hanno dimostrato un bio-accumulo di granuli metallici in diversi organi: il fegato, i reni, l’intestino, le ghiandole surrenali e, in rari casi, il midollo spinale”.

Il Comitato sui prodotti biocidi dell’Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA) ha pubblicato a tal proposito un’analisi nel 2018, in cui stimava che la zeolite d’argento è “suscettibile di nuocere alla riproduzione” ed è anche “altamente tossica per gli organismi acquatici, causando effetti negativi a lungo termine”.

Questo perché, al di là dei potenziali pericoli per il corpo umano, le particelle d’argento sono anche dannose per l’ambiente. Si stima che il 60% delle particelle d’argento vengano rilasciate dopo dieci lavaggi della mascherina.

Quest’estate, tre organizzazioni tessili belghe hanno lanciato l’allarme sulla presenza di ioni d’argento nei 15 milioni di mascherine distribuite in Belgio dal marchio Avrox. Hanno denunciato il fatto che “dei superbatteri (resistenti alla maggior parte degli antibiotici) potrebbero essere creati in caso di uso improprio eccessivo” e che “gli impianti di trattamento delle acque reflue potrebbero non funzionare più” perché i biocidi non distinguono tra batteri buoni e cattivi.

Il Ministero della Difesa belga ha risposto che “la tecnica utilizzata, meglio conosciuta come trattamento antimicrobico Silvadur 930 o trattamento al nitrato d’argento, è una tecnologia riconosciuta, ben documentata, perfettamente sicura per la salute e ampiamente utilizzata”.

Ma il problema rimane: il nitrato d’argento è pericoloso se a contatto con la pelle per lunghi periodi di tempo ed è dannoso per l’ambiente. In Francia, un’azienda ha appena brevettato una tecnica basata sugli ioni d’argento che elimina il virus in un’ora. Ma, anche in questo caso, nulla nell’opuscolo informa gli utenti di un eventuale pericolo per le particelle d’argento.

Nel frattempo, nelle nostre scuole, diversi insegnanti si sono già rifiutati di indossare la mascherina a marchio Dim. “La nostra ispettrice sanitaria ci ha detto che non era comunque efficace e che dovevamo prendere delle mascherine chirurgiche”, dice una di loro.

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Mascherine tossiche? Il principio di precauzione impone il ritiro

Maxime Carsel, Laury-Anne Cholez, Hervé Kempf, Moran Kerinec

Le milioni di mascherine distribuite dallo Stato ai suoi funzionari pubblici sono tossiche, perché contengono un biocida, la zeolite di argento e rame? Questa è la domanda che Reporterre ha posto lo scorso 13 ottobre, trasmettendo la preoccupazione di diversi specialisti di chimica e nanoparticelle.

Infatti, il 27 novembre 2019, l’Unione Europea ha deciso di vietare l’uso della zeolite di argento e rame per l’incorporazione in tessuti o mascherine: “La zeolite di argento e rame non è approvata come principio attivo esistente ai fini del suo uso nei biocidi dei tipi di prodotto 2 e 7” (Decisione di esecuzione 2019/1973 della Commissione).

I tipi di prodotto (TP) TP2 si riferiscono a “disinfettanti e prodotti algicidi non destinati all’applicazione diretta sull’uomo o sugli animali. [Sono] utilizzati [tra gli altri usi] per l’incorporazione in prodotti tessili, tessuti, mascherine, vernici e altri articoli o materiali per produrre articoli trattati con proprietà disinfettanti”.

Questa decisione segue un lungo processo di valutazione all’interno del Comitato sui biocidi (BPC) dell’Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA). La questione dei prodotti che incorporano ioni d’argento è sufficientemente preoccupante per gli esperti che una European Silver Task Force è stata istituita da molto tempo e nel 2007 è stata lanciata una procedura di valutazione per la zeolite di argento e rame.

Lo studio è stato assegnato alla Svezia e riesaminato dal BPC nel 2017 e nel 2018. Al termine di questo lungo studio, il gruppo di esperti europei ha concluso che la molecola “non dovrebbe essere approvata” perché “la zeolite di argento e rame solleva preoccupazioni per la salute umana e l’ambiente”.

In particolare, la zeolite d’argento è “suscettibile di nuocere alla riproduzione” e, essendo “altamente tossica per gli organismi acquatici”, “causa effetti negativi a lungo termine”.

Conclusione provvisoria: lo Stato francese, senza dubbio nella fretta creata dalla sua imperizia nella gestione delle mascherine, ha lanciato gli ordini in primavera senza prestare sufficiente attenzione ai problemi di salute posti dai prodotti consegnati da alcuni dei suoi fornitori, in questo caso le mascherine del marchio Dim.

Interrogato da Reporterre, la Dim assicura che “l’utilizzo del trattamento di zeolite di argento e rame, che garantisce la conservazione della maschera, viene effettuato nell’ambito della categoria TP09”, della tabella sopra riportata. Non sarebbe quindi interessata dal divieto europeo del TP2. Questa categoria TP9 riguarda i “biocidi che impediscono l’accumulo di microrganismi sulla superficie dei materiali e che impediscono o inibiscono la formazione di odori e/o hanno altri tipi di benefici”.

Il problema è che questa classificazione nella categoria TP2, TP9 o qualsiasi altra è effettuata dal produttore stesso e non da un’autorità esterna, come ci è stato confermato dall’ANSES (Agenzia nazionale per la salute, l’alimentazione, l’ambiente e la sicurezza sul lavoro). Tuttavia, le mascherine sono classificate dalle normative europee come TP2, per le quali è vietata la zeolite di argento e rame.

La Francia deve attuare le decisioni europee. E poiché l’UE lascia ai produttori la facoltà di decidere da soli come classificare i loro prodotti, questi ultimi dovrebbero giustificare questa classificazione. Tuttavia, la portavoce dell’azienda ci dice che “nessun altro prodotto a marchio Dim ha un trattamento a base di zeolite di argento e rame”.

Perché dunque questa molecola sarebbe necessaria per la conservazione di maschere che non sono destinate ad un uso prolungato (trenta lavaggi)? Se questa molecola aveva un’utilità di conservazione, perché non viene utilizzata sugli altri prodotti tessili di questo marchio?

Alain Crespy, professore emerito dell’Università di Tolone, ex membro del Laboratorio di chimica fisica dei materiali e dell’ambiente marino (LPCM3), solleva altre questioni, basate sul fatto che “gli ioni d’argento possono attraversare tutte le membrane umane che ci proteggono, perché queste particelle sono estremamente piccole. In base alla durata dell’uso quotidiano [delle mascherine] sembra esserci un contatto prolungato con queste particelle d’argento. Dobbiamo sapere come sono fatte queste mascherine: quali sono i materiali di supporto? Come viene incorporato l’argento in questo supporto? In quale forma? C’è un controllo sulle dimensioni delle nanoparticelle? Abbiamo un’idea del rilascio di particelle d’argento?”.

Finché la Dim non risponderà a queste domande e le autorità sanitarie non decideranno se la classificazione nel TP9 è giustificata, il principio di precauzione impone il ritiro, secondo Alain Crespy.

Il ricercatore di neuroscienze Yves Burnod dell’INSERM (Istituto Nazionale Francese per la Salute e la Ricerca Medica) è d’accordo. È uno di quelli che ha lanciato l’allarme già nella primavera scorsa, avvertendo il municipio del suo comune di L’Haÿ-les-Roses (Val-de-Marne).

Per lo scienziato, che ha inviato a Reporterre una dozzina di articoli scientifici che sottolineano la tossicità del prodotto, “i materiali in argento sono un potenziale pericolo per la salute. Pertanto, l’aumento della loro produzione e del loro utilizzo nei prodotti di consumo deve essere accompagnato da adeguati processi di valutazione del rischio e dalla progettazione di quadri normativi che tutelino la salute pubblica”.

Il ricercatore di neuroscienze continua: “Perché dare mascherine con ioni d’argento quando ci sono mascherine sicure? È il principio di precauzione: non usare un prodotto potenzialmente tossico anche se si tratta di una dose minuscola”.

Alice Desbiolles, medico della sanità pubblica specializzata in salute ambientale, è d’accordo: “C’è una plausibilità meccanicistica e fisiopatologica per quanto riguarda i potenziali effetti sulla salute di alcune sostanze presenti nelle mascherine”, dice a Reporterre.

“C’è ancora incertezza sulla biopersistenza di queste sostanze nell’organismo in un contesto di regolare indossamento della maschera e di incertezza sugli effetti. In questa situazione di incertezza, è importante soppesare il rapporto rischio/beneficio dell’uso di queste maschere con la zeolite di argento e rame. E, naturalmente, devono essere rispettate le misure di distanziamento e le norme vigenti in merito all’uso della mascherina”.

Le domande sollevate da Reporterre hanno suscitato grande preoccupazione in molti sindacati del servizio pubblico, anche se diversi insegnanti o funzionari pubblici avevano già dato l’allarme su queste maschere senza essere ascoltati. Già il 1° settembre scorso, Claire Roblet-Barreau, insegnante di scuola nel 19° arrondissement di Parigi, ha inviato un avviso di allerta all’Accademia di Parigi: “Alla luce di queste varie osservazioni, ho ragionevoli motivi per ritenere che i sistemi di protezione in vigore (maschere a marchio Dim) siano difettosi in quanto non conformi alla legislazione europea in materia di trattamento virucida con zeolite di argento e rame, che costituisce un grave e imminente pericolo per la mia salute. Ai sensi dell’articolo 5-6 del decreto n. 82-453 relativo all’igiene e alla sicurezza sul lavoro, nonché alla prevenzione medica nella pubblica amministrazione, vi allerto sulle mascherine a marchio DIM”. Non ha ancora ricevuto risposta.

Non è solo nell’educazione che le mascherine sono state distribuite, ma in gran parte della funzione pubblica. Interrogato da Reporterre, il Ministero dell’Educazione Nazionale ci ha detto che l’ordine non è stato fatto su sua iniziativa, ma “in maniera inter-ministerale. Non sono stati solo gli insegnanti a ricevere queste mascherine. Sono interessati tutti gli agenti pubblici, dalle prefetture ai rettorati”.

Il Ministero ha sottoposto la questione ai servizi statali competenti per ottenere la conferma dell’innocuità di queste mascherine a marchio Dim e, per qualsiasi altra domanda, ci ha indirizzato al Ministero della Salute, che è responsabile di questo ordine raggruppato. Quando è stato interrogato, il Ministero della Salute ci ha detto che “non avremo una risposta fino alla prossima settimana”. Nel 2018, c’erano 5,48 milioni di funzionari pubblici e tutti hanno potenzialmente ricevuto mascherine a marchio Dim.

Anche se non è ancora ufficiale, il governo sta facendo marcia indietro sulla distribuzione di queste mascherine trattate con zeolite di argento e rame. Già il 14 ottobre, a seguito dell’inchiesta di Reporterre, la Prefettura della regione Rhône-Alpes Auvergne ha inviato a questi agenti una lettera in cui si legge: “In attesa di ulteriori informazioni e anche se in questo momento la DGPR conferma la conformità di queste maschere, in nome del principio di precauzione, vi invito a smettere di utilizzare queste mascherine in attesa di chiarimenti sulla realtà del rischio. Non saranno più distribuiti dai servizi governativi”.

Inoltre, secondo le nostre informazioni, è stata inviata una e-mail agli agenti del Ministero della Transizione Ecologica raccomandando di non utilizzare le mascherine sospette in attesa dei risultati dei test e di nuove informazioni: “Stiamo organizzando la prossima settimana una distribuzione di altre mascherine ai diversi siti della direzione regionale e inter-dipartimentale dell’Ambiente e dell’Energia (Driee). Abbiamo una scorta di mascherine che è stata rifornita la scorsa settimana dalla prefettura regionale. La quantità a nostra disposizione è sufficiente a coprire il vostro fabbisogno”.

E secondo una e-mail del 19 ottobre, di cui Reporterre ha copia, il direttore delle risorse umane del Ministero del Lavoro scrive: “Per quanto riguarda le mascherine della DIM, potenzialmente distribuite ai servizi dalle prefetture nell’ambito del sistema inter-ministeriale di acquisto e fornitura, i capi dipartimento sono stati incaricati di sospenderne la distribuzione e l’utilizzo, tenendo conto delle segnalazioni e di un principio di precauzione”.

Inoltre, i sindacati in molte professioni, seguendo l’esempio degli insegnanti, hanno iniziato a preoccuparsi. La CGT Public Finance ha inviato una e-mail chiedendo di far rimuovere le mascherine “a titolo precauzionale” e di avere “un riscontro dalla medicina preventiva / SSL per quanto riguarda la potenziale nocività delle tracce di nitrati d’argento”.

Il sindacato FO Préfectures ha trasmesso l’inchiesta Reporterre, esprimendo preoccupazione per “tutto il personale del Ministero dell’Interno, che è stato anche il beneficiario di questo modello di mascherine in tutto il Paese”. Anche la CGT dell’INSEE (Istituto Nazionale di Statistica e Studi Economici) ha chiesto che queste mascherine fossero rimosse a titolo precauzionale, così come la CGT Douanes.

Piuttosto che permettere che la preoccupazione si scateni e lasciare in circolazione milioni di mascherine contenenti una sostanza proibita in questo uso dalle normative europee, la responsabilità dello Stato dovrebbe essere quella di rimuovere queste mascherine a marca Dim come misura precauzionale e di mettere in discussione proprio l’azienda, da un’autorità indipendente, per dettagliare i suoi processi di produzione e la sua conoscenza del comportamento degli ioni d’argento nei suoi prodotti. 
 

18/07/2020

Scuola: ancora la didattica a distanza?

Mancano ormai solo una quarantina di giorni alla ripresa dell’attività scolastica, ma mancano soprattutto certezze su come essa avverrà.

Si moltiplicano voci e polemiche sulla distanza che i ragazzi dovranno mantenere, vale a dire il metro “statico” o “dinamico”, senza tenere conto che soprattutto i più piccoli non sapranno rispettare tale indicazione, e sulla precisazione che la “zona cattedra”, cosa da anni trenta, dovrà essere invece di due metri, mentre sembra invece ormai acquisito che la distanza si dovrà calcolare tra le “rime buccali”.

L’Alto Adige pensa, per aiutare il distanziamento fisico, di collocare delle piante nelle aule, mentre si discute della possibilità di utilizzare gli studenti dei corsi di laurea di educazione primaria come insegnanti a gettone, usa e getta, in caso di bisogno.

Il commissario Arcuri dichiara che provvederà a che tutti gli alunni siano dotati dalle scuole di mascherina sanitaria, e dice che ne ordinerà dieci milioni per ogni giorno di scuola, ma soprattutto si appresta a bandire un concorso per tre milioni di banchi-gabbietta di “nuova generazione”, che costano circa 300 euro l’uno, circa sei-sette volte un banco tradizionale, ma che non sembra siano particolarmente richiesti dalle scuole. Rimarranno nei magazzini?

Ancora più inquietante la questione dei test sierologici al personale della scuola; la Ministra dice che si devono fare ma, essendo la medicina preventiva scolastica ormai un lontano ricordo, non si sa chi dovrà praticare il prelievo a docenti e ATA, operazione non irrilevante, dato che si parla di oltre un milione di persone. E tutto si dovrebbe organizzare, ormai, in un mese.

Infine, nessuno sembra dare risposta ai docenti over 55 (quasi i due terzi nella secondaria superiore) che, essendo categoria a rischio, temono che il rientro in classe possa essere pericoloso per la loro salute e la loro vita.

Una situazione molto confusa, a cui si aggiunge la difficoltà dei dirigenti scolastici nel reperire o creare spazi adatti per l’attività didattica con pochi fondi e poche collaborazioni, in una situazione in cui per anni si è proceduto ad accorpamenti di istituti e dismissione di scuole, riempiendo come uova anche l’ultimo sgabuzzino.

In tale situazione di difficoltà ha tentato d’inserirsi la CISM, (Conferenza Italiana Superiori Maggiori), l’associazione delle scuole private, che ha un importante patrimonio edilizio utilizzato solo in parte, offrendo spazi alle scuole pubbliche. Un’offerta che il governo, per fortuna, sembra intenzionato, almeno per il momento, a lasciar cadere.

Sulla questione spazi si è mobilitata anche la Fondazione Agnelli che mette a disposizione delle scuole una piattaforma per calcolare quanti alunni possono entrare in un’aula, forse pensando che i dirigenti siano così grulli da non sapere che una classe di 28 ragazzi non può esistere con le attuali norme sulla sicurezza Covid.

Invece, tra le tante incertezze, rimane evidente che l’organico docente e ATA non sarà sufficiente per realizzare una riduzione del numero degli allievi per classe, fatto testimoniato anche dai già citati penosi tentativi di soffiare fumo sulle distanze statiche o dinamiche, sulle rime buccali o sui banchi di nuova generazione, per nascondere che alla fine le classi avranno lo stesso numero di alunni degli anni scorsi.

Purtroppo, in un tale contesto desolante, s’inseguono le voci sull’ipotesi, che sta avanzando nella testa di numerosi dirigenti, di ricorrere ancora, almeno in parte, alla didattica a distanza. Si tratta di un’eventualità che trova l’opposizione di tutte le componenti scolastiche e del movimento “Priorità alla scuola”, che lunedì 13 ha esposto ai presidenti regionali, e segnatamente all’emiliano Bonaccini, presidente della Conferenza delle regioni, il suo dissenso rispetto all’accettazione, da parte dei presidenti stessi, delle Linee guida del Ministero per la ripresa e di finanziamenti troppo esigui da parte del Ministero.

Ma, francamente, dai presidenti delle Regioni non c’era da aspettarsi granché.

Sul tema della didattica a distanza, che potrebbe dunque, in forme più o meno estese, ritornare a essere impiegata, è uscito nei giorni scorsi un rapporto della Fondazione Openpolis che pone in relazione disuguaglianze digitali e povertà educativa. Tale rapporto si pone in continuità con molte delle osservazioni che sono state sviluppate da più parti sulla didattica a distanza, confermando che il divario digitale che esiste tra gli alunni accresce le disuguaglianze nella fruizione del diritto allo studio ed è un’ulteriore dimensione della povertà educativa.

In realtà, partendo dal divario digitale, il rapporto di Openpolis traccia un quadro che deve far vergognare i tanti tronfi predicatori dell’Italia come “grande potenza economica”. Infatti, le cause del divario digitale si connettono immediatamente alla condizione di vita dei giovani, in particolare con la constatazione che la povertà – non solo educativa, ma economica – aumenta con il diminuire dell’età; in pratica la fascia dei minori 0-17 anni è quella dove, in percentuale, ci sono più poveri.

Un fattore legato alle condizioni familiari che incide negativamente sulla possibilità di fruire di corsi a distanza è quello del sovraffollamento dell’abitazione, che riguarda ben il 41,9% dei minori, mentre il 7% tra questi vive un disagio abitativo, vale a dire case buie, malsane o in condizioni precarie. In tali condizioni è evidentemente difficile trovare la tranquillità e la concentrazione necessarie per la didattica a distanza.

Venendo a dati più strettamente connessi con il possesso di dispositivi digitali, il rapporto Openpolis evidenzia che il 12,3% dei minori non ha alcun dispositivo in casa e il 5,3% delle famiglie dichiara di non potersi permettere l’acquisto di un PC. Il 57% dei minori non possiede un dispositivo personale, vale a dire che deve condividerlo con fratelli, sorelle e genitori; solo il 6,1% delle famiglie dispone di un pc per ciascun componente.

A questi dati va aggiunto il grande divario nella possibilità di connessione tra poli e aree interne; in vaste aree del paese non è possibile disporre di connessioni rapide, problema a cui nessun governo ha saputo dare soluzione. In una situazione come quella descritta un ritorno, anche per il prossimo anno, alla didattica a distanza potrebbe causare ulteriori disparità tra gli alunni e aumentare la povertà educativa. Il rischio è che il distanziamento fisico diventi distanziamento sociale di classe.

Esiste infine un problema su cui pochi si sono sinora soffermati, riguardante più il versante pedagogico che non quello didattico. L’educazione dei bambini, nella nostra società, non è affidata esclusivamente alla famiglia e proprio per questo esiste l’istituzione dell’educazione obbligatoria che si estrinseca attraverso la scuola, come è anche previsto dalla Costituzione italiana.

Inoltre, per la loro crescita psicologica e per la conquista dell’autonomia, i bambini/e e i ragazzi/e hanno bisogno di spazi e ambiti in cui confrontarsi con la realtà a prescindere dalla loro famiglia e in autonomia rispetto ai genitori. Potremmo dire, con un termine oggi molto usato, che la scuola agisce in funzione di “distanziamento” necessario dai genitori, affinché il bambino possa costruire la propria autonomia e identità in un mondo ampio e che non preveda un controllo familiare.

Anche per questo, è importante che le scuole riaprano e che i bambini possano riprendere a navigare nel sociale, costruendovi relazioni più vaste e autonome rispetto all’ambito familiare. La didattica a distanza, di cui si fruisce in casa e, in diverse occasioni, come si è verificato, con la partecipazione e l’aiuto dei genitori, tende invece a rinchiudere il bambino all’interno della relazione parentale e non favorisce, di conseguenza, il suo sviluppo autonomo e indipendente negando tra l’altro la relazione e l’apprendimento tra pari.

Credo che anche questo aspetto debba essere tenuto in conto, poiché è uno degli elementi che sostanzia l’affermazione, più volte proposta, per cui il bambino ha bisogno della scuola come contatto sociale modulandola sull’acquisizione di autonomia e sviluppo dell’identità.

Per tutte queste ragioni, è importante continuare a lavorare, nelle prossime settimane, affinché il rientro a scuola avvenga davvero in presenza, e non sia dimezzato o sostituito in parte dalla didattica a distanza.

Fonte

03/06/2020

Le manifestazioni ‘No Mask’ durante l’Influenza Spagnola


Se pensate che le manifestazioni no mask dei “gilet arancioni” a Milano, contro l’uso delle mascherine, la quarantena e i più disparati complotti globali, sia un’esclusiva della nostra epoca vi sbagliate di grosso. 100 anni fa succedeva lo stesso con l’Influenza Spagnola, a San Francisco.

L’Influenza Spagnola a San Francisco

Quando l’Influenza Spagnola colpì gli USA nel 1918, il Governo dovette attuare misure simili a quelle che abbiamo visto oggi: obbligo delle mascherine e quarantena. Ma una serie di elementi culturali crearono grossi problemi con la popolazione anche allora. Nella città di San Francisco, in particolare, una situazione sanitaria gestibile fu trasformata in catastrofe dalle pressioni delle proteste Anti-Mask.

Gli americani accusavano il Governo di violare i propri diritti e le loro libertà. Gli uomini erano i più difficili da convincere: consideravano la mascherina femminile e non volevano rinunciare a certi comportamenti segno di virilità come sputare, tossire e trascurare l’igiene. Una vastissima campagna pubblicitaria cercò di cambiare la mentalità dell’epoca, vero ostacolo alla prevenzione dell’epidemia.

Le manifestazioni ‘no mask’ del 1918-19

Ma fu più facile contare le vittime che cambiare atteggiamento. La poca fiducia nella scienza, nelle istituzioni e nel governo portarono a manifestazioni contro l’uso delle mascherine. A fine autunno del 1918 la prima ondata della malattia si fece meno intensa e i commercianti chiesero a gran voce, e ottennero, di togliere ogni restrizione. L’Anti-Mask League scese in piazza dichiarando la mascherina poco sana e la disoccupazione, dovuta al ritorno dei soldati dalla Grande Guerra, un problema più urgente dell’epidemia.

E l’Influenza Spagnola tornò a colpire. Il Dr. William Hassler, consigliere medico, e il sindaco (la cui moglie si era ammalata), chiesero di reintrodurre le mascherine, ma era ormai tardi. L’epidemia travolse San Francisco, colpì 45.000 cittadini e ne uccise circa 3.200, almeno ufficialmente. La città raggiunse uno dei più alti tassi di mortalità degli USA, dove la malattia uccise 600.000 persone e 50 milioni nel resto del mondo.

«I nemici delle vaccinazioni hanno detto che a Vienna non è scoppiato il vaiolo, ma un’epidemia da vaccino. Ora, anche loro sanno valutare il valore della profilassi, ma la loro prudenza è un po’ esagerata: si prendono il vaiolo per proteggersi dal vaccino»

Karl Krauss

Fonte

09/05/2020

Il sacrosanto sciopero delle mascherine

Le mascherine FFP2 e 3 sono le sole che garantiscano una buona protezione dal contagio COVID e sono i soli veri DPI, dispositivi di protezione individuale, da adottare nei luoghi di lavoro dove ci sia affollamento.

C’è però un ma. Provate a indossare una di queste mascherine e poi fate un’ora di corsa o di esercizi fisici faticosi, magari al caldo... La grande maggioranza di voi non ce la farà, ben prima della fine dell’ora sentirà soffocamento, irritazioni, fatica supplementare e verrà colta dal bisogno irresistibile di strapparsi la mascherina dal volto e respirare liberamente.

Alla Electrolux di Susegana, Treviso, come in tanti lavori ripetitivi, faticosi e stressanti, questo peso che a noi pare insopportabile in un’ora ne dura sei. Durante le quali le operaie e gli operai della catena di montaggio producono a ritmo frenetico, con operazioni che durano meno di un minuto e poi devono essere ripetute eguali.

La direzione aziendale ha adottato tutte le misure di sicurezza previste per impedire il contagio, ma ha rifiutato di discutere con i delegati sindacali tutto ciò che riguarda la maggiore fatica degli operai.

Non si respira in capannoni sempre più caldi, ore e ore al ritmo della catena. La soluzione sarebbe semplicissima: abbassare il ritmo del lavoro, aumentare le pause, produrre di meno e poi magari assumere più persone per dividere meglio il peso della fatica.

Guai! Mai! La direzione Electrolux, dal chiuso delle stanze ben climatizzate, dove comunica con i dipendenti tramite video, ha respinto ogni discussione in merito.

E allora giustamente i delegati di fabbrica hanno proclamato lo sciopero, cui gli operai hanno aderito in massa. La stampa lo ha chiamato lo sciopero delle mascherine, facendo intendere che si tratta di uno sciopero irresponsabile verso un’azienda che in fondo sarebbe in regola con le protezioni dal contagio.

Anche il segretario locale della FIOM si è dissociato dalla lotta, lamentando che essa sarebbe in spregio verso chi più soffre per la pandemia.

La cosa non stupisce, da anni nei sindacati e nella sinistra prevalgono coloro che dicono ai lavoratori di guardare a chi sta peggio e non a chi sta meglio. Esattamente come da sempre indica la destra.

Invece lo sciopero “delle mascherine” è sacrosanto e dovrebbe essere considerato un esempio per tutto il mondo del lavoro.

Gli operai non sono robot da esaltare come eroi solo quando si fanno schiavizzare. Lavorare con le protezioni necessarie a fermare il contagio è giusto, ma è anche una fatica ed un impegno in più che si chiedono a chi lo deve fare. E dunque l’organizzazione del lavoro deve cambiare, e gli industriali devono capirlo, con le buone o con le cattive se necessario.

Certo, se gli operai alzano la testa Confindustria ed i suoi tanti complici avranno un bel po’ di problemi e magari alzeranno il tono dei loro deliri in nome del profitto.

Ma ci provino, Bonomi e chi è d’accordo con lui, a resistere sei ore alla catena di montaggio con guanti tuta e FFP2.

Basta con un sistema ove si organizzano il lavoro senza sentire gli operai, la sanità ignorando medici ed infermieri, la scuola lasciando all’oscuro insegnanti studenti, famiglie, l’economia contro le persone e l’ambiente.

Grazie agli operai Electrolux che scioperano per il respiro, cioè per la vita, anche a nome dei tanti che sentono la rabbia e l’urgenza di fare come loro, ma che ancora non ne hanno la forza.

Arriveranno.

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21/04/2020

Mascherine, tamponi, esami sierologici. Perché mancano

Niente dovrà essere come prima... Almeno nella sanità. Mi riferisco in particolare al complesso industriale farmaceutico, alla ricerca e agli appalti medicali.

L’epidemia virale ha messo in evidenza la fragilità o meglio l’inconsistenza di tale settore. Le politiche di deindustrializzazione realizzate dai governi di centrosinistra prima e quelle di austerità dei governi da Monti fino ai giorni nostri ci hanno portato a un risultato sotto gli occhi di tutti: non esiste più una industria nazionale del settore che possa essere eventualmente convertita e piegata alle necessità di momenti di gravità eccezionale, rappresentati in questo caso dall’epidemia virale.

Il “buco” più evidente è la questione delle mascherine. Non se ne trovano e quando si trovano costano troppo – dovrebbero essere gratuite, se sono obbligatorie – in gran parte non sono a norma, (le NK95 sono un sogno) e soprattutto non vengono riforniti gli operatori a diretto contatto con pazienti virus positivi.

Ma la questione centrale è rappresentata dai tamponi. L’esperienza cinese ci ha insegnato che è stata l’arma vincente per contenere la diffusione del virus, almeno dal punto di vista medico-epidemiologico. Più se ne fanno maggiore è la mappatura della diffusione del virus che si ottiene e maggiore è la possibilità di contenimento dell’infezione.

Senza guardare alla Cina, l‘evidenza più eclatante in Europa è la Germania, dove sono stati eseguiti ben 4.000.000 di tamponi. Il risultato è stato un minor numero di contagi e di deceduti e una maggiore possibilità di intervento nelle regioni a rischio.

Sorge spontanea allora una domanda: perché in Italia non è stato possibile?

La risposta è che la Germania detiene il monopolio degli apparati medicali in Europa e ha una delle più grandi industrie farmaceutiche nel mondo.

Come è riuscita a ottenere questo primato? Ha imposto politiche di austerità nella UE a suo favore, rendendo di fatto dipendenti tutti gli stati in particolare quelli mediterranei, ovviamente Italia compresa.

Il problema dei tamponi non è tanto nel prelievo in sé, già usato ampiamente nella medicina forense (siamo invasi da serial televisivi in merito) quanto dall’apparato attraverso cui giungere per avere risultati in merito: diffusione e numero di laboratori dedicati, personale specializzato, finanziamenti importanti.

In Italia tutto questo esiste, quando esiste, si trova nelle “eccellenze”soprattutto al nord.

Qualche parola, infine, sugli esami sierologici per individuare chi ha espresso “immunità” al virus.

Al momento attuale quello sierologico è un test inattendibile (OMS dixit): come affermano gli esperti non ha sensibilità e specificità attendibili.

Questo per varie ragioni: metodica non ancora debitamente affinata, possibilità di falsi negativi... in pratica tale test non è in grado di dare risposte esatte sull’andamento anticorpale del virus.

Gli studi proseguono andando a ricercare comunità che inconsapevolmente hanno sviluppato una reazione anticorpale adeguata.

Per concludere, non siamo neanche certi che chi ha gli anticorpi possa non reinfettarsi, poiché in Cina esistono già casi di reinfezione.

Questo fatto è probabilmente legato alle varie mutazioni a cui è soggetto il virus. In merito alla corsa dei vari laboratori privati a proporre kit di individuazione anticorpale cioè è puramente speculativo sul piano ecomico-politico visto il costo privato della prestazione.

Sul piano scientifico l’unica possibilità di sconfiggere il virus è la vaccinazione che però è di là da venire.

Rispettando naturalmente le priorità – intesi come i brevetti – delle industrie farmaceutiche mondiali.

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