Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/09/2021

Le mascherine prodotte da Fiat-Fca non servono a niente

L’abitudine alla truffa commerciale e/o ai profitti facili grazie ai soldi pubblici non si perde neanche davati a una pandemia.

Una nota dello scorso 6 settembre inviata dal ministro della Salute al dicastero dell’Istruzione avverte che almeno due lotti di mascherine anti-Covid prodotte da Fca (dalla Fiat, insomma…) debbono essere ritirate perché non conformi agli standard richiesti. In pratica, non proteggono affatto dal contagio.

Nella nota del ministero della Salute si svela che è stata la stessa Fca Italy S.p.a. a segnalare i problemi dei lotti 00914086180 e 00914086190, prodotti nello stabilimento di Mirafiori tra la fine di agosto e la metà di dicembre 2020.

La nota arriva mentre già le scuole stanno riaprendo, e naturalmente incide sulle procedure organizzative degli istituti. Ma non è neanche questo il problema principale, visto che di fatto quelle mascherine sono dei semplici stracci completamente inutili.

Il problema è che neanche si sa in quali scuole siano arrivate le mascherine dei lotti incriminati, «in ragione delle modalità operative con cui la società S.D.A. ha curato la distribuzione».

Perciò l’incombenza di rintracciare quegli stracci spetta «a tutti gli istituti scolastici interessati» affinché «provvedano a individuare, non utilizzare e quarantenare le eventuali giacenze».

Bisogna dire che anche al ministero della salute non stanno benissimo, almeno nel rapporto con la logica: una mascherina fallata diventa “buona” dopo una “quarantenata”?

Bontà loro, le spese e il lavoro necessario a ritirare quella roba e smaltirla spetta al «fabbricante».

Nelle previsioni contrattuali firmate dal governo Conte, la Fiat avrebbe dovuto produrre 27 milioni di mascherine al giorno, oltre la metà del fabbisogno nazionale. Di cui 11 milioni per i bambini più piccoli.

E proprio questi stock avevano sollevato dubbi immediati. Difficili da indossare, puzzolenti, manifestamente inadatte a filtrare alcunché, figuriamoci il virus.

Il sindacato Usb e la onlus Rete Iside portarono le mascherine Fca in un laboratorio di analisi regolarmente accreditato dal governo. Il risultato fu impietoso. Le mascherine prodotte a Pratola Serra rispettavano gli standard richiesti, mentre quelle fabbricate a Mirafiori non filtravano quasi nulla.

L’azienda naturalmente “smentì”, ma senza produrre controanalisi. Supportata – non stranamente – dell’allora commissario all’Emergenza Domenico Arcuri: «non c’è alcun problema di tossicità».

Usb depositò allora una denuncia alla Procura di Roma e alla Corte dei Conti a carico di Fca Italy con l’accusa di «frode in pubbliche forniture». Era il gennaio di quest’anno.

Ora pare che la Fca-Fiat abbia cambiato atteggiamento, cominciando ad ammettere che i due lotti incriminati in effetti non erano conformi a quanto richiesto (stiamo parlando di contagio riguardante minori!).

Vedremo se la magistratura produrrà un risultato, ossia una sentenza negativa per la famiglia Agnelli. Sarebbe già un fatto clamoroso, per le abitudini di questo paese.

*****

Mascherine FCA, USB: no alle mezze misure, vanno ritirate tutte

Con una circolare su segnalazione del Ministero della Sanità, il Ministero dell’Istruzione ha disposto il ritiro da tutte le scuole delle mascherine FCA, risultate non conformi alle verifiche di un Ente certificatore su iniziativa della Onlus Rete Iside, che si occupa di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, dell’organizzazione studentesca Osa e del sindacato USB Scuola.

Rete Iside, USB e Osa già a gennaio 2021 avevano interessato la magistratura con un esposto-denuncia, dopo essersi sobbarcate l’onere di far verificare a proprie spese le mascherine FCA, oggetto di numerose segnalazioni da parte di studenti e personale scolastico.

Finalmente a nove mesi di distanza dalla denuncia, il Ministero della Salute e quello dell’Istruzione si sono attivati, ma solo parzialmente, delegando alle scuole il compito di verificare se, tra la propria dotazione, ci fossero mascherine riconducibili a due codici di prodotto FCA, che includono molti lotti di produzione.

Il tutto senza preoccuparsi di verificare se anche altre mascherine, distribuite successivamente dalla stessa FCA nelle scuole di tutta Italia, fossero conformi alla norma. Nessuno può oggi affermare che gli altri lotti di mascherine FCA, che circolano a milioni nelle nostre scuole all’apertura del nuovo anno scolastico, siano adatte e garantiscano la salute dei ragazzi e del personale scolastico.

Alla riapertura in presenza delle scuole in tutto il Paese è assolutamente necessario che i ministeri si attivino per ritirare TUTTE le mascherine FCA, sostituendole con mascherine a norma.

Le mezze misure dei ministri Bianchi e Speranza sono inaccettabili e certificano un totale disinteresse per la salute e per l’attuazione corretta delle normative in vigore. Salute e sicurezza nei luoghi di lavoro e di studio non si barattano con gli interessi delle imprese.

Rete Iside Onlus

USB Scuola

OSA

Fonte

19/11/2020

Finalmente una voce squarcia il velo di ipocrisia governativa sull’ondata pandemica

L’infettivologo pisano Menichetti prende parola contro il Commissario Arcuri. Dall’inizio della pandemia abbiamo denunciato le cause dell’impreparazione del paese al virus.

Oltre dieci anni di tagli a tutto il sistema sanitario pubblico, con la Toscana di Enrico Rossi avanguardia in questa opera di ridimensionamento di posti letto, presidi sanitari, personale medico e infermieristico sono alla base della tragica situazione di questi giorni.

Le statistiche parlano chiaro: in Toscana sono stati tagliati più posti letto che in tutta Italia, manca la sanità di base, mancano ambulanze e personale tecnico, i piccoli ospedali di periferia sono stati ridimensionati, accentrando su quelli grandi una richiesta esorbitante che ora crea l’intasamento su Cisanello, determinando il conseguente taglio di letti per i malati di altre gravi patologie. In questi giorni non si muore solo di Covid-19!

Il neo presidente Eugenio Giani ora si straccia le vesti per il passaggio della Regione in zona rossa, solo per smarcarsi dalla rabbia di chi è costretto a chiudere e perderà il lavoro a causa del mancato sostegno economico governativo.

Un tragico rimpallo di responsabilità, giocato sulla pelle di chi si ammala e muore per un virus facilmente controllabile, come stanno dimostrando altri Stati del mondo, governati da principi di solidarietà ed umanesimo sconosciuti alle nostre classi dominanti.

Di fronte a questa tragedia in corso, sono sempre di più le voci dissonanti dalla retorica governativa, come l’infettivologo pisano Francesco Menichetti che sulle pagine del Tirreno ha preso la parola contro il commissario nazionale per l’emergenza Domenico Arcuri, il quale ogni giorno a reti unificate rappresenta una realtà sanitaria inesistente, smentita dal silenzioso fronte ospedaliero, dove medici, infermieri e volontari sono costretti a turni massacranti, a causa della cronica assenza di personale in pianta organica. Sull’altare dei tagli imposti dall’Unione Europea, dal pareggio di bilancio in Costituzione e dai ligi governatori regionali alla Rossi oggi contiamo i nostri morti.

Dice Menichetti “Arcuri ci prende per fessi. Temo che la parola d’ordine del governo sia ridimensionare. Ma i 200 ricoverati a Pisa sono malati di terrorismo mediatico o di Covid? Le file al pronto soccorso sono frutto dello spavento? Ed i morti? Ah, quelli sono lo 0,0005% del totale. Ma mi faccia il piacere!”.

Siamo contenti di questa netta presa di posizione, che ci auspichiamo si trasformi in una determinazione ad affrontare alla radice i problemi della sanità pubblica.

Occorre un grande piano sanitario nazionale che veda tutto il personale ospedaliero protagonista di un rilancio complessivo del sistema pubblico di prevenzione e difesa della salute. I miliardi regalati alla sanità privata e ad un sistema industriale nazionale parassitario vanno stornati in un welfare oramai distrutto, senza il quale le società non possono reggere alle sfide del presente e del futuro: pandemie, catastrofi naturali indotte dal cambiamento climatico, inquinamento, terremoti.

Se vogliamo salvarci dalle catastrofi del presente e del futuro è ora di cambiare radicalmente passo, verso quello che noi chiamiamo “Socialismo del XXI Secolo”.

Fonte

09/07/2020

Scuola: avvicinare o distanziare?

Il governo Conte ci ha ormai abituati alla proliferazione di Comitati tecnici, scientifici, di esperti, di “saggi” che si dimostrano variamente inefficienti, ma che sono accomunati, in genere, solo dal proporre soluzioni ispirate al più rigoroso liberismo.

Anche nel decreto “semplificazioni” sono indicate ben 36 grandi opere che saranno gestite da un commissario. Sarebbe stato quindi strano che di fronte al problema della riapertura degli istituti a settembre, con una Ministra in stato confusionale e i dirigenti scolastici sull’orlo di una crisi di nervi, non si nominasse un commissario straordinario per la scuola. Forse perché era a cena nella pizzeria vicino a Palazzo Chigi, forse perché aveva già il suo numero in memoria nel cellulare, Conte ha scelto Domenico Arcuri, che cumula quindi questa carica con quella di commissario all’emergenza Covid-19.

Tutti hanno sotto gli occhi la scarsa efficacia del lavoro svolto da Arcuri come commissario all’emergenza Covid, che non depone certo bene per il suo nuovo incarico, ma soprattutto ci sembra che tale nomina sia un’operazione demagogica per far credere a un’efficienza che non c’è e per nascondere, ancora una volta, che la sola linea d’azione che sarebbe utile, quella di un reale piano di assunzioni di personale e di investimenti strutturali nell’edilizia scolastica, non la si vuole seguire.

L’emergenza ha fatto esplodere problemi vecchi che i lavoratori della scuola denunciavano da anni: un organico insufficiente e anziano, un patrimonio edilizio malandato, classi troppo numerose. Problemi rispetto ai quali il Ministero si è sempre comportato nascondendo la polvere sotto il tappeto. Oggi è difficile continuare a celare i problemi irrisolti da anni, cui si aggiunge l’evidenza sempre più chiara delle differenze nel diritto allo studio, sino alle vere e proprie discriminazioni e negazioni di tale diritto avvenute nel periodo della cosiddetta didattica a distanza.

Sarebbe assolutamente necessaria una profonda riflessione pedagogica e politica che ribaltasse le linee di condotta seguite dai governi degli ultimi trent’anni e che assumesse la drammatica situazione di oggi per rimediare agli errori del passato. Invece, la Ministra Azzolina si entusiasma per i “banchi singoli di nuova generazione” arrivando persino a dire che potrebbero rappresentare un’“innovazione didattica”.

Un compito di Arcuri sarebbe proprio quello di dotare le scuole primarie e secondarie di primo grado di tali banchi, per una spesa di circa un miliardo. Come un mobile, e in particolare quella sorta di trespolo-gabbietta su ruote che viene definito “banco di nuova generazione” possa costituire un’innovazione didattica non è dato sapere. È evidente che una scuola che si basa sulla molteplicità delle attività e delle forme di relazione educativa ha bisogno di arredi facilmente adattabili alle varie esigenze, ma è sempre il progetto educativo che decide quale arredo serve, non certo il contrario. E comunque quei trespoli non sembrano una gran trovata.

Soprattutto, sembra che al Ministero sfugga una contraddizione di fondo, certamente di non facile risoluzione, ma che dovrebbe essere assunta come centrale e che è molto più importante delle mascherine, dei disinfettanti e dei banchi. Si parla di distanziamento sociale, ma la funzione della scuola è quella di avvicinare, unire, cooperare, quindi il contrario del distanziare. È evidente che siamo in un momento molto particolare, ma probabilmente proprio sulla risoluzione di tale contraddizione si dovrebbero concentrare gli sforzi del Ministero, chiamando al confronto pedagogisti, psicologici e magari, finalmente, anche qualche docente.

Intendo dire che, visto che si tratta di scuola, si dovrebbe assumere la priorità della questione pedagogica e su questa base trovare delle soluzioni organizzative. Forse anche costose, ma per una volta si darebbe veramente quella priorità alla scuola per la quale pochi giorni fa si sono riempite le piazze italiane.

Altrimenti si tornerà alle pericolose soluzioni fai-da-te che già si sentono circolare.

Proprio oggi ho potuto ascoltare l’intervista alla dirigente scolastica di una scuola milanese in cui sono presenti un istituto tecnico e un liceo. Questa dirigente già immaginava una ripresa in presenza per il primo ordine di studi e una modalità mista – non si sa organizzata come – di “presenza” e “a distanza” per il liceo.

Ciò conferma, evidentemente, che le differenze di classe, che si esprimono nella scelta della scuola, contano sulla possibilità di seguire la didattica a distanza, ma soprattutto che in alcune situazioni quest’ultima forma didattica rischia di diventare endemica peggio di un virus.

Ed è un rischio da scongiurare.

Fonte