di Mariano Rampini
«Uno spettro si aggira per l’Europa...»: questo il famoso incipit (più lungo e dettagliato) con cui Marx apriva il suo Manifesto del partito comunista. Oggi parafrasandolo – con la dovuta umiltà – potremmo affermare che «Un virus si aggira per il mondo» aggiungendovi una postilla: «quello spettro è la paura». Perché a ben vedere l’impatto che il Covid (Coronavirus Sars-Cov-2) ha avuto sull’intero mondo è stato davvero terrificante. Non intendo disquisire sul come e sul perché il virus si sia diffuso, né tantomeno pretendo di poter confutare o sostenere l’universo mondo di esperti che si sono susseguiti in questi due ultimi anni. Non ne ho né la preparazione, né la capacità.
Vorrei però parlare con gli amici della Bottega (che mi ha sollecitato a portare un po’ della mia esperienza nel settore della politica sanitaria e farmaceutica) delle paure, anzi della paura, che ha circondato e circonda non solo il virus ma anche e soprattutto i rimedi che sono stati messi in campo per contrastarne l’avanzata così come gli effetti più gravi e quelli mortali.
Non è possibile dimenticare le voci che si sono susseguite all’indomani dell’esplosione della pandemia: «non è cosa grave», «è cosa gravissima», «nasce nei laboratori cinesi». «non nasce dai laboratori cinesi ma arriva dagli animali per l’eccessiva antropizzazione», «si risolverà in poco tempo», «durerà a lungo». Non c’è che dire: se ripensiamo a quanto ascoltammo nei primi momenti di stretto rapporto con una delle malattie più insidiose con cui l’umanità intera ha avuto a che fare, la confusione regnava sovrana. Di quella confusione non pochi hanno approfittato per tentare di conquistare consensi nella pubblica opinione: Boris Johnson, il leader inglese, già all’indomani delle prime cifre sulla capacità mortale del virus, spingeva (insieme a scienziati britannici) a farsi infettare per sviluppare rapidamente la cosiddetta immunità di gregge. Parole che devono essergli rimaste in gola quando lui stesso è caduto vittima di una forma non gravissima del virus. Con lui Trump, l’uomo che avrebbe dovuto riportare gli Usa ai fasti di un tempo. Quante volte abbiamo assistito ai suoi siparietti con Anthony Fauci (immunologo di fama mondiale grazie ai suoi studi sull’Hiv e l’Aids e consulente per la salute della Casa Bianca). Una posizione simile assunse anche Bolsonaro, il presidente brasiliano che affermò di poter sconfiggere il Covid a forza di muscoli prima di essere anche lui colpito dal virus. In questo quadro anche i famosi CDC – i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie spesso assurti a difensori della salute del mondo in più di una pellicola holliwoodiana – fecero cilecca. Poco alla volta si giunse all’adozione di quella che appariva come l’unica, vera possibile barricata contro l’avanzare del Covid: il famigerato lockdown.
Questa sorta di «serrata globale» che ha tenuto bloccati in casa milioni di persone qualche risultato l’ha ottenuto, almeno nell’abbassare i numeri sempre più spaventosi di coloro che morivano per Covid. Insieme al «distanziamento sociale» e alle mascherine (diventate di uso comune quasi quanto le cinture di sicurezza sulle automobili) il lockdown bloccò la maggior parte delle attività produttive nei Paesi più industrializzati. Ma impedì anche al virus di proseguire nella sua avanzata trionfale (lungi da me attribuire a un microscopico essere vivente una logica guerrafondaia e imperialistica: il virus come qualsiasi altro appartenente al regno animale si muove sotto la spinta dell’insopprimibile istinto di sopravvivenza).
Questo brevissimo e assolutamente incompleto resoconto cronologico della pandemia era necessario per tornare al tema centrale di questo scritto: un ragionamento sulla paura. Perché tutte le voci (meglio le grida) levatesi contro il virus ma anche contro i mezzi (qualunque mezzo) adottati per fronteggiarlo, sembrano avere un comun denominatore. Il timore che attraverso il virus sia in atto una qualche forma di complotto mondiale che ha come obiettivo l’annientamento della coscienza individuale e il dominio non solo sui corpi ma soprattutto sulle menti delle popolazioni. Un complotto che in ogni Paese assume connotati diversi ma tutti ugualmente riconducibili al timore – meglio, alla paura – di subire forme di condizionamento del pensiero. Tutto attraverso uno strumento di uso comune come pochi: il medicinale.
Dalla fine del secolo XIX fino agli anni ’50, cioè pochi anni dopo il termine del secondo conflitto globale, l’umanità ebbe a che fare con svariate epidemie (rabbia, colera, vaiolo solo per citarne alcune e cito Pasteur, di Kock come coloro che diedero il via alle prime campagne vaccinali) ma anche con vere e proprie pandemie. Quella che produsse più vittime fu un’epidemia di influenza, la cosiddetta Spagnola causa di svariate decine di milioni di morti nel mondo. Fu, forse, il primo vero contatto con il ceppo influenzale H1N1 con il quale abbiamo continuato a convivere poiché il ceppo a cui appartiene è quello della comune influenza che ogni anno, puntualmente, torna a farsi viva.
Torniamo alla Spagnola. Fu proprio in quegli anni che l’industria farmaceutica come oggi la conosciamo cominciò a muovere i primi passi. Già erano in circolazione alcuni medicinali come la morfina, ben conosciuta sui teatri di più di una guerra ma anche unico rimedio come il dolore. Mentre dalla fine del secolo XIX aveva fatto la sua comparsa un farmaco di sintesi notissimo a tutti: l’Aspirina. Non c’era molto altro negli armamentari medici e contro la devastante epidemia influenzale di Spagnola l’unico rimedio che ebbe qualche effetto fu una sorta di lockdown ante litteram. Forse anche la difficoltà negli spostamenti fra un continente e l’altro che, poco alla volta, condussero a una completa attenuazione degli effetti del virus. Ci sono foto d’epoca che mostrano cittadini indossare sul volto qualcosa di simile alle attuali mascherine...
La manifestazione di queste malattie diede un impulso notevole alla ricerca di farmaci. I primi antibatterici a entrare in scena furono i sulfamidici. Ma la vera svolta ci fu nel 1928 quando per uno «scherzo» del destino (poi codificato sotto il curioso nome di serendipity) Alexander Fleming individuò la penicillina. Iniziava l’era degli antibiotici del tutto assenti sul fronte europeo e giunti dalle nostre parti insieme alle truppe statunitensi alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Con la loro diffusione gran parte delle malattie infettive, almeno quelle di origine batterica, furono affrontate e sconfitte mentre l’aspettativa di vita delle popolazioni aumentò considerevolmente. I miei anziani – è un esempio del tutto personale – mi raccontavano di quando, nelle campagne abruzzesi di inizio secolo si assisteva ai tanti funerali di bambini o di anziani uccisi dalle gastroenteriti infettive (acqua non pulita, frutti non lavati, in generale condizioni igieniche precarie).
Potrei proseguire a lungo con l’elenco dei benefici che i farmaci hanno apportato alla nostra salute. Ma ho fatto questi esempi perché la ricerca e la sperimentazione dei medicinali almeno fino agli anni ’50 avveniva secondo metodologie non propriamente definite. Ci volle un episodio – gravissimo – quello del Talidomide (un barbiturico dai molti usi ma soprattutto indicato contro le nausee in gravidanza) per richiamare l’attenzione sui rischi di sperimentazioni affrettate. Migliaia di bambini in tutto il mondo nacquero con gravissime malformazioni e solo il ritiro del farmaco dal mercato portò alla progressiva scomparsa di quegli effetti collaterali non considerati durante il periodo della sperimentazione (non vennero mai effettuati test su animali gravidi).
Nacquero così i primi dubbi, i primi timori. Il farmaco iniziò a rivelare il suo aspetto più oscuro: quello capace di provocare danni anche irreparabili all’uomo. In greco antico, infatti, la parola farmacon aveva il doppio significato di «cura» e di «veleno».
Ho saltato interi capitoli della storia della farmacologia per amor di brevità e perché quanto finora riportato mi pare sufficiente a mostrare come progressivamente la fiducia assoluta nelle «magnifiche sorti e progressive» della scienza – in particolare della ricerca farmacologica – sia venuta scemando, sostituita da sospetti e timori verso qualcosa difficile da comprendere.
Di tutti coloro che oggi avversano il farmaco in quanto tale, quanti sanno quali siano i livelli di controllo che un medicinale deve superare dalla sua scoperta fino alla sua commercializzazione? E quanti sanno che questi livelli di controllo si spingono anche oltre la disponibilità del medicinale nelle farmacie? Esiste infatti una fase, cosiddetta post-marketing, che tiene sotto controllo gli eventi avversi registrati successivamente alla commercializzazione, cioè quelle reazioni che non sono state evidenziate nelle fasi di sperimentazione precedenti. Cioè quella preclinica effettuata in vitro e poi sugli animali e quella clinica divisa in altre quattro fasi, successive una all’altra. In proposito è possibile consultare il sito dell’Agenzia italiana del farmaco (https://www.aifa.gov.it/sperimentazione-clinica-dei-farmaci).
I fatti di oggi però dimostrano come non sia sufficiente questo livello di controllo. Il mondo dell’industria farmaceutica, infatti, negli ultimi quarant’anni è profondamente cambiato. Moltissimi elementi hanno contribuito a rendere questo settore estremamente remunerativo per le aziende. Si è assistito nel tempo a un processo di acquisizioni delle aziende più piccole – magari specializzate nella produzione di una determinata categoria di medicinali – da parte di quelle di maggiori dimensioni che così si sono assicurate fette sempre più larghe di mercato. Mercato nel quale gli Stati, in particolare quelli come il nostro nei quali è stato istituito un Sistema sanitario universalistico, hanno assunto la funzione di «terzo pagatore» sostituendosi ai cittadini. Da qui un aumento spropositato della pressione di Big Pharma (ecco uno dei motivi che giustificano questo appellativo) per ottenere l’approvazione e la commercializzazione di farmaci non sempre realmente innovativi. Tanto che, dagli anni ’90 in poi si è aperto un forte dibattito sul reale concetto di «innovatività». I metodi per ottenere questo risultato (l’inserimento del farmaco nel Prontuario Nazionale) sono stati a volte quanto meno poco chiari. A volte venivano presentati studi «accomodati», cioè non falsi ma che mostravano solo alcuni aspetti registrati nelle sperimentazioni, nascondendone altri. Altre volte sono venuti alla luce scandali che hanno scosso l’opinione pubblica. Fra questi il «caso Poggiolini». Che effetto potevano avere queste situazioni di «malasanità» (termine ormai comune che ricomprende tutto ciò che di negativo avviene nella sanità pubblica) sulla fiducia che gli italiani – le mie considerazioni sono rivolte in particolare a quanto avvenne e avviene nel nostro Paese – avevano maturato nei confronti del farmaco? Da salvavita (qualità che pure mantiene in moltissimi casi) divenne poco alla volta un prodotto a cui guardare con sospetto. E si aprì la strada a una considerazione dell’industria farmaceutica soltanto come un insieme di immateriali Consigli di amministrazione affamati di profitto. Da qui a immaginare un complotto internazionale (praticamente nessuna azienda italiana fa parte delle multinazionali farmaceutiche) la strada è assai breve.
Veniamo ai vaccini, farmaci a tutti gli effetti, prodotti anch’essi da case farmaceutiche. Anche qui occorre fare un passo indietro tornando agli anni ’50 quando il nemico pubblico numero uno aveva il nome di poliomielite: malattia devastante causata da un virus che colpisce il sistema nervoso centrale. Ne ho un ricordo personale (condiviso da moltissimi coetanei): bambini colpiti dal virus costretti a muoversi con apparecchi che al giorno d’oggi apparirebbero medievali. La lotta alla poliomielite ebbe il momento di svolta con l’adozione del primo vaccino ideato negli Stati Uniti. Non fu un toccasana: in molti casi le impurezze del medicinale (gli attuali progressi scientifici in campo produttivo e di ricerca apparivano come fantascientifici) causarono effetti anche assai gravi su parte dei vaccinati. Eppure, alla fine, la battaglia contro quel perniciosissimo virus fu vinta anche grazie al lavoro di un ricercatore che meriterebbe riconoscimenti assai più grandi di quelli che gli furono riconosciuti all’epoca e dopo. Albert Sabin, infatti, realizzò un vaccino (lo testò inizialmente su se stesso e poi su parte della popolazione carceraria statunitense) che, una volta messo a punto, non venne brevettato: Sabin scelse di «regalarlo al mondo» rinunciando a introiti miliardari e guadagnandosi la gratitudine di tutti coloro che superarono indenni la terribile malattia (le conseguenze più gravi costringevano i malati a vivere all’interno dei cosiddetti «polmoni d’acciaio» gli antenati dei moderni strumenti per la ventilazione assistita). Tutto bene? In parte sì perché ebbe inizio una vera e propria caccia al vaccino per moltissime malattie che affliggevano in particolare i più piccoli: rosolia, parotite e infine morbillo, tutte attribuibili a virus specifici.
Gli indubbi benefici delle campagne vaccinali avrebbero dovuto mettere in disparte paure e incertezze. Ma non fu così: le primissime posizioni contrarie alle vaccinazioni generalizzate presero vita già intorno al 1850. Da oltre un secolo e mezzo, insomma, c’è chi grida «al lupo!» contro le campagne vaccinali senza tenere in nessun conto quello che la scienza ha creato di buono contro le malattie. I primi movimenti antivaccinali si svilupparono in Inghilterra per i motivi più disparati: da quelli religiosi ad altri motivati da interessi economici di gruppi particolari, fino a quelli che consideravano la vaccinazione di massa come una minaccia alla libertà individuale. Voci che non si sono mai sopite e che, di volta in volta, hanno trovato sponda nella stessa scienza «ufficiale» (raccomando la lettura dell’articolo pubblicato in proposito di recente da Micromega). Uno dei casi più eclatanti a cui ancora si dà credito è recentissimo ed è legato al nome del medico inglese Andrew Wakefield autore nel 1998 di uno studio nel quale si correlava l’insorgenza dell’autismo (oltre a particolari patologie intestinali) al vaccino trivalente contro morbillo, rosolia e parotite. Lo studio in questione, pubblicato su una rivista peraltro prestigiosa come The Lancet e co-firmato da un nutrito gruppo di altri medici, fu inizialmente accolto con estrema preoccupazione dal mondo scientifico che non approfondì subito i suoi contenuti. Grazie all’intervento di un giornalista (Brian Deer) vennero però alla luce i rapporti tra Wakefield e un avvocato che lo aveva pagato per «truccare» i risultati dello studio al fine di intentare cause miliardarie alle case produttrici dei vaccini. Non basta: lo stesso Wakefield aveva brevettato alcuni vaccini che avrebbero dovuto sostituire quelli da lui accusati. Conclusione? Il medico venne radiato dall’albo dei medici inglesi mentre la quasi totalità dei co-firmatari dell’articolo ritirarono la firma. Wakefield non cessò di lucrare sulla vicenda facendosi paladino dei movimenti antivaccinisti e realizzando anche due documentari nei quali «difendeva» il suo operato contestando un provvedimento voluto dal governo Reagan che finiva col creare una barriera contro qualsiasi richiesta di risarcimento rivolta all’industria dei vaccini.
La vicenda è uno degli ultimi atti di un movimento che parte da lontano e fa delle posizioni antiscientifiche (la scienza è male e minaccia la libertà dell’uomo) la sua bandiera.
Come ho sopra sottolineato alcune di queste motivazioni hanno una loro giustificazione e vanno comprese. Sono però assai meno favorevole a spezzare una lancia in favore di chi sostiene la presenza di complotti rettiliani miranti ad assicurare a una fantomatica popolazione aliena il controllo dell’umanità attraverso i vaccini.
Resta da dire qualcosa sulla comunicazione scientifica al pubblico Ma temo di tediare il lettore con argomentazioni che sono state sviluppate in maniera più che ampia nell’articolo qui.
Il mio è un tentativo di realizzare un excursus (estremamente sommario) sull’attuale contrasto fra chi difende le posizioni assunte dai vari Governi contro gli effetti del Covid 19 (diverso ma comunque geneticamente correlato al coronavirus SARS-CoV-1, responsabile dell’epidemia di Sars – Sindrome respiratoria acuta grave – registrata nel 2002 e responsabile comunque di circa 800 morti). Misure che hanno prestato il fianco a molte critiche anche sul piano strettamente politico considerando quanto alcune decisioni (in particolare il Green Pass) possano incidere su forme di controllo; però il mio discorso non intende allargarsi anche a questi temi che vanno comunque affrontati e discussi. Ho soltanto voluto sottolineare come l’avanzare della tecnologia, l’utilizzo di strumenti sempre più evoluti, finiscano col creare un crescente grado di separazione fra la pubblica opinione e il mondo scientifico che alla lunga genera timori. Giustifico questa situazione? Certamente no. Metodi per diffondere una più ampia cultura scientifica esistono e a loro occorre ricorrere per superare le barriere che si sono create nel tempo. Sarà possibile? Forse cercando di esaminare i fatti nella loro completezza e non concentrandosi solo su singole situazioni. È quanto ho cercato di fare. Rinnovo l’invito a collegare fra loro gli elementi che abbiamo tutti a nostra disposizione senza lasciarci affascinare dalle sirene di chi – per lucro o fame di potere – cerca di conquistare la nostra fiducia.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/09/2021
11/10/2020
Capitalismo, guerre ed epidemie
di Sandro Moiso
Calusca City Lights (a cura di), Lo spillover del profitto. Capitalismo, guerre ed epidemie, Edizioni Colibrì, Milano 2020, pp. 142, 14,00 euro
Fortunatamente, nel corso di una “strana“ estate sospesa in attesa di un autunno che già si annunciava gravido di conseguenze socio-sanitarie ed economico-politiche oltre che giudiziarie e repressive, mentre una parte della Sinistra ex-antagonista si arrovellava sulla valenza ‘democratica’ del votar No al referendum, altri compagni si ponevano problemi ben più importanti per lo sviluppo delle lotte a venire e il conseguente smantellamento dell’immaginario capitalista che ancora regge buona parte della narrazione della pandemia e dell’interclassismo collaborativo.
Tra coloro che non si sono fatti abbindolare dalle fanfaluche democratiche vanno annoverati i curatori della raccolta di saggi edita da Colibrì, che si sono posti seriamente il problema, nella scelta degli autori e dei testi, dello stretto rapporto che intercorre tra il modo di produzione attuale, le guerre e le epidemie di cui lo stesso sistema è portatore. Cinque saggi, ed una scheda su Hart Island (quella in prossimità di New York City dove sono state seppellite in grandi fosse comuni numerose vittime del Coronavirus), che riportano al centro il dibattito sul capitalismo produttore di guerre, disuguaglianze economiche e sociali (che delle prime sono una componente tutt’altro che secondaria) e sulle epidemie che delle seconde costituiscono allo stesso tempo un’aggravante e una conseguenze.
Come affermano gli stessi curatori nella sintetica premessa:
Ciò non capita certo tra le pagine del bel testo curato da Calusca City Lights, fin dal saggio più lungo, che occupa le prime ottantatré pagine del libro, redatto da Philippe Bourrinet.
Bourrinet – per chi non lo conoscesse – è un militante rivoluzionario e ricercatore indipendente, che ha al suo attivo numerose monografie, traduzioni e articoli sulle sinistre comuniste in Germania, Italia, Jugoslavia e Russia, oltreché su vari aspetti e figure dei movimenti socio-politici dell’età contemporanea, fra cui il ’56 ungherese. Fra i suoi principali lavori vanno ricordati: La sinistra comunista italiana. 1927-1952 (1984); Alle origini del comunismo dei consigli. Storia della sinistra marxista olandese (1995); Ante Ciliga, 1898-1992. Nazionalismo e comunismo in Jugoslavia (1996); mentre attualmente anima il blog di teoria politica pantopolis.over-blog.com .
Il suo saggio, di fatto, è quello che riassume il senso della ricerca e dei testi successivi, dovuti rispettivamente a Visconte Grisi (L’economia di guerra al tempo del coronavirus e La guerra è permanente?), al Centro di documentazione contro la guerra (Coronavirus) e ai militanti che hanno dato vita al blog e alle edizioni «rompere le righe» (Il tallone di silicio. Sul rapporto tra tecnologia, guerra e razzismo).
Tutti temi che rendono il testo, così come è stato affermato dagli stessi curatori, complanare rispetto ad un altro, L’epidemia delle emergenze, recentemente pubblicato da Il Galeone Editore [2], in un panorama nazionale che da poche settimane ha visto riaprirsi un dibattito pubblico più ampio sulla pandemia e sul suo uso politico.
Tornando al saggio di Bourrinet va sottolineato come in questo sia sviluppato un’efficace excursus tra le epidemie che hanno segnato la Storia dall’Antichità fino al mondo attuale, in cui l’attenzione dell’autore si sofferma maggiormente sulla Peste nera della metà del XIV secolo e successivamente sulle nuove pandemie che approfittano di un sistema sanitario capitalista alla deriva (come titola lo stesso autore una delle parti del testo).
Se la prima rivela la stretta interconnessione tra sviluppo dell’economia mercantile, spostamento delle merci e rapido diffondersi della peste, le altre e più recenti vengono fatte derivare da un sistema di sfruttamento globale sempre più simile ad una vera e propria guerra condotta nei confronti della Natura. Un sistema basato sulla guerra continua che promuove, direttamente e indirettamente, lo sviluppo e la diffusione delle epidemie. Come viene dimostrato in una delle schede inserite nel saggio dai curatori a proposito della cosiddetta influenza “Spagnola”, che si diffuse su scala planetaria proprio a partire da un campo di addestramento militare molto affollato, per l’urgenza della preparazione militare per l’intervento statunitense nel conflitto europeo, che si trovava nella contea di Haskell in Kansas.
Il saggio di Bourrinet coglie a fondo la necessità e l’inevitabilità del conflitto nella costituzione del modo di produzione attualmente dominante e sviscera letteralmente tutti i collegamenti tra warfare e governance che ne derivano. Non dimenticando di ripercorrere tutte le interconnessioni tra produzione industriale, guerra chimica (compresa quella contro l’ambiente) e guerra tecnologicamente “evoluta” che hanno segnato il destino di milioni di uomini e di donne. Spesso proprio nel cuore dell’Impero.
Gli altri saggi arricchiscono e approfondiscono alcuni degli argomenti trattati da Bourrinet, contribuendo così a dare vita ad una riflessione collettiva di cui oggi c’è assoluto bisogno, in vista del futuro ed inevitabile affossamento di un modo di produzione che, come dimostrano le alluvioni e il ritorno in grande stile della pandemia nel corso degli ultimi giorni, non è più assolutamente in grado, ammesso che lo sia mai stato, di risolvere i giganteschi problemi che esso stesso produce ed aggrava.
1) Calusca City Lights (a cura di), Lo spillover del profitto, p. 7
2) J.Orlando e S.Moiso (a cura di), L’epidemia delle emergenze. Contagio, immaginario, conflitto, Roma 2020
3) Lo spillover del profitto, op. cit. pp. 24 – 25
4) Sullo stesso tema si veda anche: S.Moiso, La guerra che viene. Crisi, nazionalismi, guerra e mutazioni dell’immaginario politico, Mimesis, Milano 2018
5) P. Bourrinet, Capitalismo, guerre ed epidemie in op. cit. pp. 82-83
Fonte
Calusca City Lights (a cura di), Lo spillover del profitto. Capitalismo, guerre ed epidemie, Edizioni Colibrì, Milano 2020, pp. 142, 14,00 euro
Fortunatamente, nel corso di una “strana“ estate sospesa in attesa di un autunno che già si annunciava gravido di conseguenze socio-sanitarie ed economico-politiche oltre che giudiziarie e repressive, mentre una parte della Sinistra ex-antagonista si arrovellava sulla valenza ‘democratica’ del votar No al referendum, altri compagni si ponevano problemi ben più importanti per lo sviluppo delle lotte a venire e il conseguente smantellamento dell’immaginario capitalista che ancora regge buona parte della narrazione della pandemia e dell’interclassismo collaborativo.
Tra coloro che non si sono fatti abbindolare dalle fanfaluche democratiche vanno annoverati i curatori della raccolta di saggi edita da Colibrì, che si sono posti seriamente il problema, nella scelta degli autori e dei testi, dello stretto rapporto che intercorre tra il modo di produzione attuale, le guerre e le epidemie di cui lo stesso sistema è portatore. Cinque saggi, ed una scheda su Hart Island (quella in prossimità di New York City dove sono state seppellite in grandi fosse comuni numerose vittime del Coronavirus), che riportano al centro il dibattito sul capitalismo produttore di guerre, disuguaglianze economiche e sociali (che delle prime sono una componente tutt’altro che secondaria) e sulle epidemie che delle seconde costituiscono allo stesso tempo un’aggravante e una conseguenze.
Come affermano gli stessi curatori nella sintetica premessa:
Con questo libro, al quale ne seguirà presto un altro curato dal gruppo di lavoro di LOST (Lunghe Ombre della Scienza e della Tecnica), vogliamo incominciare a tenere fede all’impegno preso: essere all’altezza dei tempi.Un compito che i redattori si sono imposti anche in omaggio a Primo Moroni e alla sua intelligenza, a ventidue anni dalla sua morte. Un’intelligenza politica contraddistinta da una Critica radicale del modo di produzione vigente, che si rende particolarmente necessaria non soltanto per il prevedibile sviluppo della crisi economica e pandemica destinata a precipitare in guerre sempre più ravvicinate e diffuse, ma anche per contrastare la voce di chi, essendone privo, da buon pompiere travestito da attivista, continua a rincorrere le emergenze prodotte ormai a iosa dal capitalismo, senza mostrare alcuna capacità di anticiparne le svolte future e le susseguenti prospettive politiche. Finendo così col rinviare ad un futuro sempre più lontano e destinato a sfumare nel mai qualsiasi urgenza di salto di paradigma e di superamento dell’ordine politico-economico ed immaginifico attualmente vigente.
Il volume che avete in mano raccoglie i più significativi contributi espressi nelle settimane scorse da alcuni individui e collettivi che da diversi anni stanno con la Calusca in un rapporto di prossimità nel pensiero e nella lotta. Li mettiamo in circolo, senza por altro tempo in mezzo. Per la Critica [1].
Ciò non capita certo tra le pagine del bel testo curato da Calusca City Lights, fin dal saggio più lungo, che occupa le prime ottantatré pagine del libro, redatto da Philippe Bourrinet.
Bourrinet – per chi non lo conoscesse – è un militante rivoluzionario e ricercatore indipendente, che ha al suo attivo numerose monografie, traduzioni e articoli sulle sinistre comuniste in Germania, Italia, Jugoslavia e Russia, oltreché su vari aspetti e figure dei movimenti socio-politici dell’età contemporanea, fra cui il ’56 ungherese. Fra i suoi principali lavori vanno ricordati: La sinistra comunista italiana. 1927-1952 (1984); Alle origini del comunismo dei consigli. Storia della sinistra marxista olandese (1995); Ante Ciliga, 1898-1992. Nazionalismo e comunismo in Jugoslavia (1996); mentre attualmente anima il blog di teoria politica pantopolis.over-blog.com .
Il suo saggio, di fatto, è quello che riassume il senso della ricerca e dei testi successivi, dovuti rispettivamente a Visconte Grisi (L’economia di guerra al tempo del coronavirus e La guerra è permanente?), al Centro di documentazione contro la guerra (Coronavirus) e ai militanti che hanno dato vita al blog e alle edizioni «rompere le righe» (Il tallone di silicio. Sul rapporto tra tecnologia, guerra e razzismo).
Tutti temi che rendono il testo, così come è stato affermato dagli stessi curatori, complanare rispetto ad un altro, L’epidemia delle emergenze, recentemente pubblicato da Il Galeone Editore [2], in un panorama nazionale che da poche settimane ha visto riaprirsi un dibattito pubblico più ampio sulla pandemia e sul suo uso politico.
Tornando al saggio di Bourrinet va sottolineato come in questo sia sviluppato un’efficace excursus tra le epidemie che hanno segnato la Storia dall’Antichità fino al mondo attuale, in cui l’attenzione dell’autore si sofferma maggiormente sulla Peste nera della metà del XIV secolo e successivamente sulle nuove pandemie che approfittano di un sistema sanitario capitalista alla deriva (come titola lo stesso autore una delle parti del testo).
Se la prima rivela la stretta interconnessione tra sviluppo dell’economia mercantile, spostamento delle merci e rapido diffondersi della peste, le altre e più recenti vengono fatte derivare da un sistema di sfruttamento globale sempre più simile ad una vera e propria guerra condotta nei confronti della Natura. Un sistema basato sulla guerra continua che promuove, direttamente e indirettamente, lo sviluppo e la diffusione delle epidemie. Come viene dimostrato in una delle schede inserite nel saggio dai curatori a proposito della cosiddetta influenza “Spagnola”, che si diffuse su scala planetaria proprio a partire da un campo di addestramento militare molto affollato, per l’urgenza della preparazione militare per l’intervento statunitense nel conflitto europeo, che si trovava nella contea di Haskell in Kansas.
Lo scopritore del virus dell’influenza poi ribattezzata “Spagnola” era un medico del Kansas, che si chiamava Loring Miner. Per primo aveva notato questa influenza con strani sintomi e aveva anche avvisato le Autorità, ma in quel momento l’Amministrazione Wilson aveva altre priorità, la guerra appunto, e nessuno badava a quella che sembrava una modesta epidemia locale. I soldati quartierati nel campo di addestramento di Funston, tuttavia, cominciarono immediatamente a infettarsi, ma i sintomi non erano ancora sufficientemente gravi per capire l’entità dell’epidemia e quindi [questi soldati] vennero spediti in Europa.Mi scuso con i lettori e con i curatori per una citazione forse un po’ troppo lunga, ma credo che essa possa essere di grande aiuto per cogliere, sinteticamente, tutte le similitudini tra alcuni aspetti di quella pandemia e l’attuale, ma anche, e soprattutto, per riflettere su un modo di produzione di cui la guerra è una costante assoluta e non soltanto frutto di momentanei errori e sul modo in cui le conseguenze di questa si prolunghino ben al di là delle trincee e dei campi di battaglia. Sia dal punto di vista politico-economico che socio-sanitario, come si è già affermato più sopra [4].
L’arrivo di truppe americane in Europa permise al virus immediatamente di diffondersi; per esempio, due terzi dei soldati americani diretti in Francia – stiamo sempre parlando dell’ultimo anno di guerra, il 1918 – arrivavano a Brest, e [in questo porto] ci furono subito vari casi di influenza. Con la sua diffusione – ricordiamoci che il virus, man mano che si diffonde muta e diventa più virulento – tra i due milioni di soldati americani all’epoca al fronte, immediatamente anche le altre truppe alleate, quelle francesi e quelle inglesi, vennero contagiate. Il meccanismo [del contagio] proseguì durante l’estate e poi scoppiò drammaticamente nel l’autunno 1918.
In quell’autunno cominciarono i casi più gravi e si svilupparono principalmente negli Stati Uniti, a partire dalle basi dell’esercito e a partire dai porti dove transitavano le truppe per andare in Europa o per tornare dall’Europa, quindi Boston, Philadelphia, New Orleans. Le stesse navi che andavano o venivano dall’Europa registravano decine, a volte centinaia, di casi durante la traversata. A quel punto le autorità sanitarie militari compresero la gravità del problema e cercarono di isolare i soldati contagiati, ma ormai era troppo tardi. [...]
Nell’arco di poche settimane l’epidemia si scatenò in tutta la sua virulenza in Europa e negli Stati Uniti. Gli ospedali, semplicemente, collassarono, i feriti o i contagiati morivano rapidamente di questa polmonite apparentemente inarrestabile e non sappiamo esattamente quanti furono i casi poi registrati, per esempio in Asia, su cui non ci sono statistiche sanitarie attendibili.
Con ogni probabilità si trattava di un tipo di influenza aviaria, partita nel rurale Kansas e poi mutata una volta raggiunte le truppe da una parte e le città dall’altra. Anche nel 1918 il mondo era globalizzato, legato fortemente da trasporti navali oltre che dall’incredibile concentrazione di persone e animali nei teatri delle operazioni belliche. Nelle trincee l’epidemia si sviluppò in maniera estremamente rapida, nei quartieri più poveri e sovraffollati, ancora di più [3].
Il saggio di Bourrinet coglie a fondo la necessità e l’inevitabilità del conflitto nella costituzione del modo di produzione attualmente dominante e sviscera letteralmente tutti i collegamenti tra warfare e governance che ne derivano. Non dimenticando di ripercorrere tutte le interconnessioni tra produzione industriale, guerra chimica (compresa quella contro l’ambiente) e guerra tecnologicamente “evoluta” che hanno segnato il destino di milioni di uomini e di donne. Spesso proprio nel cuore dell’Impero.
Gli altri saggi arricchiscono e approfondiscono alcuni degli argomenti trattati da Bourrinet, contribuendo così a dare vita ad una riflessione collettiva di cui oggi c’è assoluto bisogno, in vista del futuro ed inevitabile affossamento di un modo di produzione che, come dimostrano le alluvioni e il ritorno in grande stile della pandemia nel corso degli ultimi giorni, non è più assolutamente in grado, ammesso che lo sia mai stato, di risolvere i giganteschi problemi che esso stesso produce ed aggrava.
Quando il confinamento avrà termine e si uscirà dal bozzolo antivirus, tutti i lavoratori, quale che sia il loro sesso, si troveranno di fronte alla dura realtà. Il pericolo più grande non sarà costituito da questo o quel virus, ma dal capitale stesso. Dopo aver dimostrato la sua totale incapacità di anticipare e gestire la crisi, il sistema ne farà pagare il conto a coloro senza di cui non può raccogliere i suoi profitti: i proletari. Aumento della disoccupazione, riduzione del salario reale, penuria progressiva, militarizzazione della società. Dopo aver strombazzato a destra e a manca "siamo in marcia verso sempre nuovi progressi", la classe capitalista ora martella "siamo in guerra!" innanzitutto contro quanti si ribelleranno sfidando l’ordine socio-economico esistente. In primo luogo contro i proletari [5].Note:
1) Calusca City Lights (a cura di), Lo spillover del profitto, p. 7
2) J.Orlando e S.Moiso (a cura di), L’epidemia delle emergenze. Contagio, immaginario, conflitto, Roma 2020
3) Lo spillover del profitto, op. cit. pp. 24 – 25
4) Sullo stesso tema si veda anche: S.Moiso, La guerra che viene. Crisi, nazionalismi, guerra e mutazioni dell’immaginario politico, Mimesis, Milano 2018
5) P. Bourrinet, Capitalismo, guerre ed epidemie in op. cit. pp. 82-83
Fonte
03/06/2020
Le manifestazioni ‘No Mask’ durante l’Influenza Spagnola
Se pensate che le manifestazioni no mask dei “gilet arancioni” a Milano, contro l’uso delle mascherine, la quarantena e i più disparati complotti globali, sia un’esclusiva della nostra epoca vi sbagliate di grosso. 100 anni fa succedeva lo stesso con l’Influenza Spagnola, a San Francisco.
L’Influenza Spagnola a San Francisco
Quando l’Influenza Spagnola colpì gli USA nel 1918, il Governo dovette attuare misure simili a quelle che abbiamo visto oggi: obbligo delle mascherine e quarantena. Ma una serie di elementi culturali crearono grossi problemi con la popolazione anche allora. Nella città di San Francisco, in particolare, una situazione sanitaria gestibile fu trasformata in catastrofe dalle pressioni delle proteste Anti-Mask.
Gli americani accusavano il Governo di violare i propri diritti e le loro libertà. Gli uomini erano i più difficili da convincere: consideravano la mascherina femminile e non volevano rinunciare a certi comportamenti segno di virilità come sputare, tossire e trascurare l’igiene. Una vastissima campagna pubblicitaria cercò di cambiare la mentalità dell’epoca, vero ostacolo alla prevenzione dell’epidemia.
Le manifestazioni ‘no mask’ del 1918-19
Ma fu più facile contare le vittime che cambiare atteggiamento. La poca fiducia nella scienza, nelle istituzioni e nel governo portarono a manifestazioni contro l’uso delle mascherine. A fine autunno del 1918 la prima ondata della malattia si fece meno intensa e i commercianti chiesero a gran voce, e ottennero, di togliere ogni restrizione. L’Anti-Mask League scese in piazza dichiarando la mascherina poco sana e la disoccupazione, dovuta al ritorno dei soldati dalla Grande Guerra, un problema più urgente dell’epidemia.
E l’Influenza Spagnola tornò a colpire. Il Dr. William Hassler, consigliere medico, e il sindaco (la cui moglie si era ammalata), chiesero di reintrodurre le mascherine, ma era ormai tardi. L’epidemia travolse San Francisco, colpì 45.000 cittadini e ne uccise circa 3.200, almeno ufficialmente. La città raggiunse uno dei più alti tassi di mortalità degli USA, dove la malattia uccise 600.000 persone e 50 milioni nel resto del mondo.
«I nemici delle vaccinazioni hanno detto che a Vienna non è scoppiato il vaiolo, ma un’epidemia da vaccino. Ora, anche loro sanno valutare il valore della profilassi, ma la loro prudenza è un po’ esagerata: si prendono il vaiolo per proteggersi dal vaccino»
Karl Krauss
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