Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/03/2021

Per un servizio sanitario nazionale e per non speculare sulla pandemia

Ad un anno dall’ingresso del Coronavirus nelle nostre vite, ci troviamo sempre nel mezzo della pandemia: contagi ancora in crescita, decessi giornalieri nell’ordine delle centinaia, e ricoveri che ancora non mostrano una significativa inversione di tendenza. Cicli e ondate a cui assistiamo da mesi, fatti di aumento dei morti, chiusure, riaperture, euforia, esaltazione ed incoscienza: scene degne degli Ultimi giorni di Pompei. Le necessarie misure di contenimento, che in molti casi hanno previsto la chiusura di interi comparti, hanno fisiologicamente portato ad un calo del reddito e dell’occupazione, con conseguenze nefaste sulle condizioni di vita di milioni di persone, ed in particolare per le componenti più precarie della classe lavoratrice.

In questo quadro drammatico, una speranza di tornare ad avere una vita normale, che in molti casi significa tornare a percepire un reddito, si è accesa da qualche mese: la vaccinazione. Un processo che, per portare ai risultati desiderati, deve essere messo in campo in maniera rapida ed efficace e che pertanto abbisogna di ingenti risorse: l’esatto contrario di quanto invece fatto negli anni passati al sistema sanitario pubblico, falcidiato dai tagli.

Superare il regionalismo in campo sanitario

La campagna di vaccinazione in Italia, ad oggi, è ostacolata da forniture drammaticamente inferiori rispetto sia alle esigenze di mettere in sicurezza la popolazione nel minor tempo possibile, sia anche a quanto previsto dai contratti di fornitura stipulati dalle istituzioni europee con le grandi multinazionali del settore farmaceutico. In questo contesto ad oggi, 8 marzo 2021, in Italia è stato somministrato l’82,8% delle dosi consegnate. Esistono, tuttavia, delle evidenti disparità tra regioni: Sardegna e Calabria, ad esempio, si attestano ben al di sotto della media nazionale (65 e 69%), in compagnia di regioni settentrionali come Liguria, Veneto e Lombardia. Differenziali che ricalcano, oltre alle diverse capacità di gestione dei servizi sanitari tra Regioni, anche altri elementi, come per esempio il grado di privatizzazione della sanità (emblematico il caso della Lombardia, dove il banchetto sul sistema sanitario pubblico è stato ancor più succulento), oppure la disomogeneità nei criteri per rientrare nelle categorie di vaccinazione (si pensi al caso dei precari della scuola e dell’università nel Lazio o alle polemiche sul personale universitario non strutturato). In tempi emergenziali, le ordinarie criticità di un sistema socioeconomico si esasperano e aggravano: le eclatanti sproporzioni, causate dal decentramento sanitario avviato negli anni Novanta e completato nella sua forma attuale già nel 2001, hanno causato negli ultimi due decenni un crescendo di disparità di trattamento tra i cittadini, in termini di qualità delle prestazioni, costo (ticket differenziati) e tempi di attesa. Queste asimmetrie si sono tragicamente riproposte durante la pandemia e si ripresentano in questi giorni per la somministrazione dei vaccini.

Un altro dato allarmante nei differenziali regionali di ‘gestione’ della pandemia riguarda il fatto che tra le varie terapie intensive italiane ci sono significative differenze di mortalità: non sarebbero quindi solo i macchinari a salvare le vite, ma la disponibilità di medici e infermieri qualificati. Detto in altri termini, dove il personale medico è scarso rispetto al numero di pazienti, la mortalità è più alta. Per fronteggiare la pandemia, l’Italia nell’ultimo anno ha incrementato la sua dotazione di attrezzature per i posti di terapia intensiva, ma non ha aumentato a sufficienza il personale necessario a garantirne l’effettiva operatività. Una scelta esemplificata dalle esigue risorse che sono state destinate, nel pieno dell’emergenza, alle scuole di specializzazione mediche, con il risultato che nel 2020 circa 9000 medici non hanno potuto avere accesso ad una specializzazione per via dell’assenza di fondi.

L’austerità uccide la sanità pubblica, insomma, aiutata in questo dalla sua ‘regionalizzazione’. La sanità va gestita e organizzata, invece, su base nazionale: ciò permetterebbe di assicurare parametri e liste d’attesa realmente uguali per tutti, al contrario dell’enorme differenziale esistente nei livelli delle prestazioni fotografato dal Nuovo Sistema di Garanzia (NSG) dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). Non si tratta solamente di un sacrosanto principio di equità territoriale: l’autonomia regionale in tema sanitario è un altro tassello della lotta di classe. Nel contesto dei vincoli di spesa imposti dai trattati europei, regionalizzare vuol dire inasprire quei vincoli di spesa, limitando le capacità di offerta sanitaria delle regioni con un reddito più basso. Imporre un tetto alla spesa significa, inevitabilmente, ridurre le prestazioni. A sua volta, una sanità pubblica che non funziona a causa dei tagli fornisce a privatizzatori e sciacalli il pretesto per denunciare presunte inefficienze del settore pubblico e chiedere ulteriori tagli, che aprono la strada alle privatizzazioni e ai profitti sulle spalle dei pazienti e dei loro familiari. Un meccanismo a cui si aggiunge, seguendo il divide et impera, un progetto di frammentazione dei lavoratori e dei cittadini del nord e del sud attraverso la costruzione di una sanità a più velocità, nell’ambito di un processo di privatizzazione che è stato preceduto e accompagnato da una politica di tagli massicci che ha peggiorato il servizio ovunque. Una vera alternativa in campo sanitario, specialmente in tempi di pandemia, dovrebbe dunque basarsi sul ripristino della centralità del servizio pubblico gratuito e universale.

Nessun profitto sui vaccini

Esiste, tuttavia, una seconda questione da affrontare, che riguarda la produzione e l’approvvigionamento dei vaccini. Assistiamo infatti a continue diminuzioni di dosi consegnate rispetto agli accordi presi con le case farmaceutiche: Pfizer e Moderna hanno tagliato le dosi di vaccino previste nel primo trimestre del 2021 della metà, mentre AstraZeneca pare stia consegnando meno del 10% delle dosi pattuite (parola della Presidentessa della Commissione Europea von der Leyen).

Si tratta di una faccenda che ha ricadute pesantissime sull’andamento della pandemia, sia sul fronte dell’emergenza sanitaria che sul fronte della crisi economica e sociale: senza una vaccinazione diffusa non si potranno riaprire in sicurezza i settori economici attualmente sottoposti a restrizioni, né si potranno riprendere le attività ordinarie della nostra collettività, come ad esempio la didattica in presenza. L’unica soluzione reale e auspicabile è portare avanti una vaccinazione di massa. Come noto, la Cina, il Paese dal quale è partita l’emergenza, è riuscita a bloccare la pandemia con una severissima chiusura e un attento controllo delle successive aperture, unito a una capacità di tracciamento capillare. Mentre in molti Paesi extra-europei, quali Israele, Stati Uniti, Regno Unito (alla faccia delle retoriche dichiarazioni anti-Brexit, stando alle quali senza Europa ci si ritroverebbe senza vaccini...) e Serbia la campagna di immunizzazione prosegue in maniera rapida, in Europa la situazione è disastrosa.

La vendita, da parte delle case farmaceutiche europee, di circa un terzo dei vaccini prodotti in Europa a Paesi fuori dall’Unione è solamente l’aspetto più visibile, e in fondo trascurabile, di un processo molto più profondo. In Europa, in ossequio ad anni di politiche di austerità, tagli all’impresa pubblica e privatizzazioni, si è deliberatamente scelto di distruggere ogni capacità pubblica di produrre vaccini, legandosi mani e piedi ai pochi colossi multinazionali del settore. Questa precisa scelta ha portato i Paesi europei, nel bel mezzo della pandemia, a ritrovarsi alla mercé delle case farmaceutiche, impelagandosi in lunghissime trattative e procedure burocratiche per tentare di accaparrarsi i vaccini prima degli altri Paesi. E ovviamente i contratti stipulati con le multinazionali farmaceutiche sono segreti, tanto quanto lo sono i brevetti che permettono a queste grandi imprese di fare profitti sulla pandemia. Lo svuotamento delle prerogative dello Stato ha portato a una situazione di totale subordinazione dell’interesse pubblico rispetto a quello privato: in tal modo, le grandi aziende prosperano, e gli Stati restano a guardare mentre le persone muoiono a migliaia (l’intervento dell’Eurodeputata Manon Aubry di France Insoumise, che chiede di istituire una commissione d’inchiesta sulle responsabilità della Commissione Europea e lancia accuse gravissime alla Presidente von der Leyen, merita di essere ascoltato).

Di fronte a tutto ciò, che fare? La lista è lunga, e comincia dal ricostituire la possibilità, per gli Stati, di produrre vaccini pubblici, per contrastare eventuali nuove varianti del virus e ogni altra possibile epidemia che si dovesse presentare in futuro. Occorre eliminare qualsiasi forma di brevetto sui vaccini, in modo tale da poterli produrre in ogni Paese del mondo ad un prezzo esiguo, aumentando in tal modo le dosi disponibili. Il modo più rapido per farlo è nazionalizzare le industrie farmaceutiche attualmente operanti sul territorio e affidare loro il compito di produrre vaccini anti-Covid. Si tratta di misure impensabili nel contesto dell’Unione Europea, in cui la tutela del profitto, i brevetti e i vincoli di spesa sono più importanti del benessere e della salute delle classi meno agiate. Si tratta, qualora fosse ancora necessario ribadirlo, di abbandonare la strada tracciata dall’Unione Europa, fatta di austerità e deregolamentazione: occorre, in ultima istanza, vaccinarsi anche contro il capitalismo.

Per queste ragioni aderiamo alla mobilitazione NESSUN PROFITTO SULLA PANDEMIA indetta per la giornata di giovedì 11 marzo.

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24/06/2020

Di fronte a una pandemia tutti hanno diritto a una cura. Campagna internazionale


Tutti dovrebbero avere accesso ad un vaccino o ad una cura contro il Covid-19.

I vaccini e le cure contro il Covid-19 che si stanno sviluppando in questi mesi sono il prodotto di ingenti somme di denaro pubblico.

Dovrebbero diventare un bene pubblico globale, non la proprietà privata di aziende farmaceutiche.

Le aziende private non dovrebbero decidere chi ha accesso a farmaci salvavita.

La pandemia ha colpito troppe vite in tutto il mondo. Troppe persone hanno perso i loro cari. Le cose potevano andare diversamente.

Ora è il momento di mobilitarsi per la campagna #Right2Cure e garantire il libero accesso ai vaccini e alle cure salvavita, contro il palese tentativo speculativo delle grandi aziende dell’industria farmaceutica.

Facciamo in modo che accada. Firmiamo la petizione.

La petizione è promossa dal GUE/NGL – La sinistra nel Parlamento europeo, e sostenuta dalle seguenti forze politiche: PTB-PVDA (Belgio), Podemos (Stato spagnolo), Izquierda Unida (Stato spagnolo), EH Bildu (Paesi Baschi), France Insoumise (Francia), PCF (Francia), AKEL (Cipro), Die Linke (Germania), KSČM (Repubblica Ceca), Rifondazione Comunista (Italia), Sinn Féin (Irlanda), SP (Paesi Bassi), Potere al Popolo (Italia).

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08/06/2020

Covid-19, vaccini e difesa dei diritti di proprietà

Ranieri Guerra, Assistente del Direttore Generale dell’OMS per le Iniziative Strategiche, non ha detto poco in una recente intervista dove si discuteva dell’importanza del vaccino contro il Covid 19: “Per darlo a tutti  si percorrerà la strada della licenza su brevetto, come avviene per tutti i farmaci risolutivi”.

Antonio Guterres che come Guerra è inserito nel sistema delle agenzie multilaterali internazionali spinge per una equa possibilità di accesso al vaccino, nel caso venga reso utilizzabile su larga scala.

Questo virus, in effetti, ha messo l’umanità allo specchio e le sta dando tutto il tempo per guardarsi bene e anche riflettere.
Il tema dei diritti di proprietà ormai metabolizzato nel mondo torna a mostrare i suoi limiti quando la crisi va oltre la fisiologia capitalistica che necessita certo di crisi ma non proprio così dirompenti. Il compromesso pubblico-privato è bestiale e perverso per molti politici che professano stabilità in ambito capitalistico. Il pubblico deve esistere ma con riserva, solo in forma funzionale rispetto alle esigenze della parte privata che senza di esso non potrebbe procedere se non accollandosi i costi dell’organizzazione sociale che il pubblico gestisce in qualche modo.

Quindi ogni volta che questo compromesso viene portato in evidenza nei ragionamenti chi effettivamente ha un potere di determinazione del corso della storia un po’ si preoccupa e allora deve concedere qualcosa alla gente.

Per affrontare questo fatto dei vaccini anti Covid è davvero automatico andare a valutare le scelte politiche sia del passato che per il futuro. Scelte a tutela della proprietà privata in un mondo che per sua natura chiede condivisione.

In Italia per esempio nel 1939 viene pubblicata la norma che istituisce la proprietà intellettuale e industriale, con r.d. (regio decreto), che poi verrà inserita in appositi articoli del successivo Codice Civile. Vedete: in pieno periodo fascista si sancisce questo diritto, questo è interessante per spiegare a chi continua a parificare destra con sinistra, le due forma di dittatura che coincidono! immaginiamoci!

Ecco da cose come queste, tremendamente importanti, si capisce il peso delle scelte politiche. Se ci fosse stato scritto che nel caso l’oggetto o il processo fosse stato di interesse pubblico la proprietà sarebbe stata sospesa, allora si sarebbe trattato di un’altra impostazione politica molto differente. E se invece la norma avesse contemplato una partecipazione percentuale dello Stato al brevetto, avremmo avuto ancora un altro effetto. Quindi il fascismo sosteneva con precisione il primato della proprietà privata in campo industriale, questo magari su altre questioni faceva operazioni rivendicando una potestà tipica dello Stato quale l’autorità in netta controtendenza su quanto invece faceva appunto sulle proprietà intellettuali.

Tornare indietro nella storia è molto importante per capire anche il perché si arrivavano a scrivere certe norme in un determinato momento. I fatti precedono le norme, i fatti si accumulano nel tempo e ad un certo punto la politica tenta di regolarli in base alle sue convinzioni creando effetti. Il riconoscimento della proprietà intellettuale risale all’antichità per poi ritornare ad emergere nella forma positiva nella fase rinascimentale e chiaramente in modo dirompente nella fase industriale. Oggi la tutela del diritto intellettuale e industriale è regolata da leggi nazionali che si conformano ai relativi trattati internazionali. La Cina nella sua trasformazione verso l’economia di mercato ha legiferato durante gli anni ’80 su vari fronti, come ad esempio nel caso della Patent Law of the People’s Republic of China emanata il 12 marzo 1984, successivamente modificata il 4 settembre 1992, il 25 agosto 2000 e il 27 dicembre 2008.

Si capisce bene quanto peso politico abbia la regolazione di questi diritti che sono alla base della rivendicazione della proprietà. Questo fantastico concetto che ci unisce e ci divide! Sembra incredibile come anche con un mondo allo specchio si rimandi questa discussione e non solo per avidità ma anche per paura di non essere all’altezza. Perché cambiare? “Ritorneremo come prima”, si sente dire un po’ dappertutto. “Quando si ritornerà alla normalità”. “Si, quando troveranno il vaccino riprenderemo, danno il PIL in rapido recupero”. “Il Recovery Fund...“, etc. etc.

Attualmente ci sono decine di laboratori privati impegnati sull’RNA del virus e sono partite le prime campagne di test su animali e persone. Appena saranno concluse le fasi e ci saranno i riconoscimenti da parte dei vari istituti sanitari nazionali ci sarà la fornitura per l’inoculazione di massa. A pagamento come generalmente si fa, ci ricorda con semplicità Ranieri Guerra. Guterres invece si mostra più insofferente anche se non arriva a condannare in questo caso il funzionamento e la tutela attuale dei diritti di proprietà. Si capisce bene che non possa farlo altrimenti non sarebbe potuto essere li dov’è.

Noi però siamo liberi da ruoli, per cui si può dire che sarà l’antitesi dell’equità e della precauzione dal rischio visto che il primo che arriva farà banco regio. Per questi motivi la speranza va verso rimedi farmacologici o di impiego degli anticorpi dei guariti a vantaggio dei malati.

Comunque nel caso si arrivi ad un vaccino “sicuro”, almeno con un ragionevole margine di certezza ampiamente riconosciuto, rimane il fatto della monetizzazione del diritto di proprietà.

Volendo indisporre coloro che nel mercato ripongono una fede vediamo di capire come si arriva alla formazione di una proprietà intellettuale e industriale. Il privato bravo combina bene i suoi fattori produttivi cogliendo degli obiettivi. I suoi fattori sono capitale e lavoro. I capitale è patrimonio e il lavoro è quello relativo all’azione umana. Il lavoro ha diverse fasi delle quali la fase iniziale è curata generalmente dallo Stato. Il bambino impara a leggere e scrivere progressivamente si specializza. Poi esce dal percorso formativo ed entra nel mondo del lavoro accedendo in base a capacità o altro. Nell’ambito lavorativo si fa esperienza e si migliora specializzandosi fino ad arrivare a inventare qualcosa che può assumere un forte valore di scambio. E’ il caso dei brevetto o opere dell’ingegno, sono comunque proprietà intellettuali e industriali.

Nella storia recente da alcuni decenni la proprietà intellettuale riguarda anche le attività delle università sia pubbliche che private.

Tutti intenti ad inventare qualcosa di utile da vendere.

Arrivati al brevetto si vende l’uso del contenuto della proprietà e si remunerano i fattori più il margine di guadagno. Tra i fattori l’imposizione fiscale dovrebbe remunerare la formazione delle persone al lavoro formate dallo Stato.

In questa ultima crisi però la posta è davvero alta e di fronte allo specchio non possiamo rimandare la riflessione sul tema della proprietà intellettuale e industriale. Dove e come si possa sospendere. Come si possa un giorno superare, agendo sui vari piani sui quali la proprietà si articola.

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01/06/2020

Contro la mercificazione del genoma SARS Cov-2: l’appello dei ricercatori

È partito circa un mese fa l’appello contro la mercificazione e privatizzazione del genoma del SARS Cov-2, per fare in modo che le proprietà intellettuali e la ricerca sul virus che ha paralizzato il mondo siano pubbliche. Ricerca che, affermano gli scienziati da cui è partito l’appello, deve essere libera dagli interessi delle industrie farmaceutiche, che già stanno scatenando una guerra nascosta (vedi lo scontro tra USA e Germania) per accaparrarsi studi e brevetti sul vaccino.

UNAids e Oxfam hanno calcolato che “per vaccinare contro il coronavirus la metà più povera della popolazione mondiale, 3,7 miliardi di persone, servirebbe meno di quanto le 10 maggiori multinazionali del farmaco guadagnano in 4 mesi”, circa 25 miliardi di dollari.

Lo studio della genetica, della biologia e degli effetti dell’infezione del coronavirus sono e non possono che essere a carico dello Stato, così come è stato e sarà il costo sociale che questa pandemia sta producendo in tutta la collettività. È da questo concetto, semplice e inevitabile, che parte l’appello dei ricercatori di tutto il mondo, che in Italia è stato rilanciato anche da USB.

“Siamo necessariamente coinvolti in decisioni politiche che dipendono dai risultati della ricerca e siamo perciò convinti che la principale via d’uscita dalla dilagante pandemia è rappresentata dal vaccino che non può, quindi, essere lasciato al mercato libero, alla competizione economica, perché la vita e la salute non debbono subire le logiche del brevetto.

La “proprietà intellettuale” delle ricerche che salvano vite, e quindi in qualche modo la proprietà della vita stessa deve restare nella disponibilità dell’intera comunità scientifica e della collettività.
Non deve, perciò, essere concesso il brevetto sul virus e non ci devono essere costi aggiuntivi a quelli di produzione su diagnostici, vaccini e farmaci per l’epidemia da SARS Cov-2.” (leggi l’appello completo e firma la petizione qui).

In Italia, come nella maggior parte dei Paesi a capitalismo avanzato le università pubbliche per sopravvivere e per competere nel mondo, si sono legate sempre di più al settore privato. Il sistema di finanziamenti alla ricerca europei e a cascata nazionali e regionali, mirano sempre di più a rafforzare la partnership pubblico-privato, in altre parole a trasformare gli enti di alta formazione (e quasi unici enti di ricerca pubblica), in un hub di laureati e cervelli al servizio dei privati, industrie e aziende che trovano più economico appaltare le proprie attività di ricerca al pubblico, perché a questi enti, non avendo bisogno di speculare (in teoria), bastano briciole per produrre conoscenza preziosa.

Questa condizione, in presenza di un virus letale come il SARS Cov-2, rischia di trasformarsi in un macabro business fatto sulla salute e sicurezza dei cittadini e sul lavoro precario di ricercatori, dottorandi e borsisti.

Si tratta di riportare la “proprietà intellettuale” di ricerche che salvano vite, nella disponibilità della intera comunità scientifica e degli Stati, perché la vita e la salute non si brevettano, o per dirla alla Albert Sabin, il virologo che scoprì il vaccino contro la poliomelite e si rifiutò di brevettarlo “non si brevetta il sole”.

L’appello, chiede quindi una legislazione speciale contro la mercificazione del genoma del coronavirus che impedisca ogni forma di privatizzazione della conoscenza, ovvero:

– libera circolazione delle informazioni, dei dati scientifici e delle scoperte correlate al coronavirus;

– divieto di brevetto su parti del genoma virale e sui derivati scientifici (vaccino, farmaci, diagnostici);

– equo compenso dell’utilizzo di precedenti brevetti di natura tecnico-scientifica che consentano il miglioramento della prevenzione e la cura dell’infezione;

– distribuzione e diffusione mondiale delle cure e dei vaccini anche attraverso la produzione direttamente a carico dei sistemi collettivi nazionali.

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21/04/2020

Mascherine, tamponi, esami sierologici. Perché mancano

Niente dovrà essere come prima... Almeno nella sanità. Mi riferisco in particolare al complesso industriale farmaceutico, alla ricerca e agli appalti medicali.

L’epidemia virale ha messo in evidenza la fragilità o meglio l’inconsistenza di tale settore. Le politiche di deindustrializzazione realizzate dai governi di centrosinistra prima e quelle di austerità dei governi da Monti fino ai giorni nostri ci hanno portato a un risultato sotto gli occhi di tutti: non esiste più una industria nazionale del settore che possa essere eventualmente convertita e piegata alle necessità di momenti di gravità eccezionale, rappresentati in questo caso dall’epidemia virale.

Il “buco” più evidente è la questione delle mascherine. Non se ne trovano e quando si trovano costano troppo – dovrebbero essere gratuite, se sono obbligatorie – in gran parte non sono a norma, (le NK95 sono un sogno) e soprattutto non vengono riforniti gli operatori a diretto contatto con pazienti virus positivi.

Ma la questione centrale è rappresentata dai tamponi. L’esperienza cinese ci ha insegnato che è stata l’arma vincente per contenere la diffusione del virus, almeno dal punto di vista medico-epidemiologico. Più se ne fanno maggiore è la mappatura della diffusione del virus che si ottiene e maggiore è la possibilità di contenimento dell’infezione.

Senza guardare alla Cina, l‘evidenza più eclatante in Europa è la Germania, dove sono stati eseguiti ben 4.000.000 di tamponi. Il risultato è stato un minor numero di contagi e di deceduti e una maggiore possibilità di intervento nelle regioni a rischio.

Sorge spontanea allora una domanda: perché in Italia non è stato possibile?

La risposta è che la Germania detiene il monopolio degli apparati medicali in Europa e ha una delle più grandi industrie farmaceutiche nel mondo.

Come è riuscita a ottenere questo primato? Ha imposto politiche di austerità nella UE a suo favore, rendendo di fatto dipendenti tutti gli stati in particolare quelli mediterranei, ovviamente Italia compresa.

Il problema dei tamponi non è tanto nel prelievo in sé, già usato ampiamente nella medicina forense (siamo invasi da serial televisivi in merito) quanto dall’apparato attraverso cui giungere per avere risultati in merito: diffusione e numero di laboratori dedicati, personale specializzato, finanziamenti importanti.

In Italia tutto questo esiste, quando esiste, si trova nelle “eccellenze”soprattutto al nord.

Qualche parola, infine, sugli esami sierologici per individuare chi ha espresso “immunità” al virus.

Al momento attuale quello sierologico è un test inattendibile (OMS dixit): come affermano gli esperti non ha sensibilità e specificità attendibili.

Questo per varie ragioni: metodica non ancora debitamente affinata, possibilità di falsi negativi... in pratica tale test non è in grado di dare risposte esatte sull’andamento anticorpale del virus.

Gli studi proseguono andando a ricercare comunità che inconsapevolmente hanno sviluppato una reazione anticorpale adeguata.

Per concludere, non siamo neanche certi che chi ha gli anticorpi possa non reinfettarsi, poiché in Cina esistono già casi di reinfezione.

Questo fatto è probabilmente legato alle varie mutazioni a cui è soggetto il virus. In merito alla corsa dei vari laboratori privati a proporre kit di individuazione anticorpale cioè è puramente speculativo sul piano ecomico-politico visto il costo privato della prestazione.

Sul piano scientifico l’unica possibilità di sconfiggere il virus è la vaccinazione che però è di là da venire.

Rispettando naturalmente le priorità – intesi come i brevetti – delle industrie farmaceutiche mondiali.

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20/04/2020

Big Pharma si prepara a trarre profitto dal coronavirus

L’articolo che qui abbiamo tradotto è stato pubblicato il 13 marzo sul giornale indipendente nord-americano d’inchiesta “The Intercept”, e ripreso dal sito in lingua francese “Investig’action” il 9 aprile.

Abbiamo recentemente pubblicato su Contropiano la prima parte di una inchiesta di “Bastamag” sulla possibilità di speculazioni delle grandi imprese farmaceutiche riguardo alla pandemia.

Precedentemente avevamo cercato di fornire un primo quadro di come la battaglia per trovare un vaccino per il Covid-19 fosse un aspetto rilevante dello scontro geo-politico in corso tra diversi attori globali.

Su questo aspetto la celebre rivista di politica estera statunitense Foreign Affairs era stata piuttosto eloquente a riguardo mettendo in risalto il profilo strategico all’interno della possibile riconfigurazione delle relazioni internazionali:

«Mentre gli Stati Uniti non sono attualmente in grado di soddisfare le urgenti richieste materiali della pandemia, il loro perdurante vantaggio globale nelle scienze naturali e nelle biotecnologie può essere determinante per trovare una vera soluzione alla crisi: un vaccino. Il governo degli Stati Uniti può sostenere la ricerca fornendo incentivi ai laboratori e alle aziende statunitensi, per intraprendere un “Progetto Manhattan” per ideare, testare rapidamente in clinica e produrre in massa un vaccino».

Uno scontro in cui l’UE – in particolare la Germania – si è posta come uno dei principali competitor, comprendendo il valore strategico che avrebbe il successo in questo campo per risollevare le sorti della propria economia, passata dalla stagnazione alla recessione profonda, e porre le basi per forgiare quel “campione europeo” in grado di rivaleggiare sul mercato internazionale.

Le due aziende tedesche in pole-position da una parte battono cassa all’Unione Europea – che di fatto con i suoi finanziamenti rende possibile “l’eccellenza tedesca” in questo campo – e dall’altra parte vogliono “riscrivere” il quadro delle regole legislative riguardo al vaccino.

«Nei giorni scorsi», cioè ad inizio del mese d’aprile «BioNTech e CureVac, ovvero i gruppi tedeschi di biotecnologia che guidano la corsa alla sviluppo contro il coronavirus, hanno affermato che flessibilità e finanziamenti sono necessari per immettere sul mercato quest’anno le vaccinazioni, avvertendo che i governi dovranno allentare le normative sulla sperimentazione clinica per poter avere le centinaia di milioni di dosi disponibili che servono quanto prima, almeno (si spera) entro la fine dell’anno.»

Ma tornando agli Stati Uniti, alcuni recenti sviluppi sembrano confermare le preoccupazione espresse nell’articolo di The Intercept.

«Il 30 marzo il Financial Times riporta i successi dell’industria medico-farmaceutica statunitense. La Abbott Laboratories ha dichiarato che sta lanciando un test per il virus in grado di dare una risposta in alcuni minuti ed effettuabile con una apparecchiatura portatile delle dimensioni di un tostapane, che verrà distribuito in questa settimana ai vari operatori medici. La Johnson & Johnson è stata la prima azienda farmaceutica di grandi dimensioni a lanciarsi nella corsa per la ricerca del vaccino a gennaio, a cui si sono affiancate altre esponenti di Big Pharma come Sanofi, GSK e Pfizer, senza che nessuna sia riuscita ancora a sperimentare il vaccino sugli esseri umani. L’azienda ha annunciato che potrebbe essere pronto all’inizio del 2021, e si aspetta di poterlo testare sugli esseri umani da settembre. Si appresta ad investite insieme al governo un milione di dollari nello sviluppo della ricerca. L’azienda è comunque indietro rispetto a Moderna che è stata la prima – dopo appena 42 giorni dalla mappatura genetica messa a disposizione dalla Cina a fine gennaio – ad avere iniziato a sperimentarne ad inizio marzo i possibili effetti collaterali sugli umani. La J&J rimane il primo gruppo farmaceutico al mondo ed ha la capacità di produrlo su grande scala in partnership con Barda. Il valore dei titoli delle due aziende – grazie all’“effetto annuncio” – sono schizzati in borsa: J&J del 7,9%, Abbott del 7,2%.»

Così mentre in piena pandemia l’attuale amministrazione nord-americana sospende il proprio finanziamento all’Organizzazione Mondiale della Sanità, continua a foraggiare la propria industria farmaceutica senza avere né pretendere alcun controllo su quello che sarà il prezzo del vaccino.

La lobby farmaceutica è forse il più potente tra i gruppi di pressione negli USA, e permette di avere finanziamenti pubblici per progetti che generano profitti privati. La spesa per i farmaci costituisce più della metà – il 63% per l’esattezza – del costo della saluta complessivo negli USA.

In questo campo “repubblicani” e “democratici” sono sulla stessa lunghezza d’onda, tranne l’ex candidato alle primarie democratiche Bernie Sanders ed una sparuta minoranza a lui legata.

Come scrive Lerner: «Il settore spende somme considerevoli anche per i contributi alle campagne elettorali dei legislatori democratici e repubblicani. Durante le primarie democratiche, Joe Biden è stato il principale beneficiario dei contributi dell’industria sanitaria e farmaceutica».

Buona Lettura

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Mentre il nuovo coronavirus diffonde malattia, morte e disastri in tutto il mondo, praticamente nessun settore economico è stato risparmiato. Eppure, nel bel mezzo del disastro causato dalla pandemia globale, un’industria non solo sopravvive, ma ne trae grande beneficio.

“Le aziende farmaceutiche considerano il Covid-19 un’opportunità commerciale unica“, ha dichiarato Gerald Posner, autore di “Pharma: l’avidità, la menzogna e l’avvelenamento dell’America“.

Il mondo ha bisogno di farmaci, naturalmente. Per la nuova epidemia di coronavirus, in particolare, abbiamo bisogno di trattamenti e vaccini e, negli Stati Uniti, di test. Decine di aziende sono ora in competizione per produrli. “Sono tutti in questa gara“, ha detto Posner, descrivendo come enormi i potenziali benefici della vittoria.

La crisi globale “sarà potenzialmente un blockbuster per il settore in termini di vendite e profitti”, ha detto, aggiungendo che “più la pandemia peggiora, più alti saranno i loro potenziali profitti“.

La capacità di fare soldi con i prodotti farmaceutici è già eccezionalmente alta negli Stati Uniti, che non hanno controlli di base sui prezzi come negli altri paesi, dando alle aziende farmaceutiche più libertà di fissare i prezzi dei loro prodotti rispetto a qualsiasi altra parte del mondo.

Durante la crisi attuale, le aziende farmaceutiche potrebbero avere ancora più margine di manovra del solito, “grazie” ai lobbisti che investono in un piano di spesa di 8,3 miliardi di dollari per il coronavirus, approvato la scorsa settimana, per massimizzare i loro profitti derivanti dalla pandemia.

Inizialmente, alcuni legislatori avevano cercato di convincere il governo federale a limitare i profitti che le aziende farmaceutiche potevano ricavare dai vaccini e dalle cure per il nuovo coronavirus, che avevano sviluppato con fondi pubblici.

A febbraio, il deputato Jan Schakowsky e altri membri della Camera hanno scritto a Trump, chiedendogli di “garantire che qualsiasi vaccino o trattamento sviluppato con i soldi dei contribuenti americani sia accessibile, disponibile e conveniente“, un obiettivo che, secondo loro, non potrebbe essere raggiunto “se alle aziende farmaceutiche fosse permesso di fissare i prezzi e determinare la distribuzione, mettendo i profitti al di sopra delle priorità sanitarie“.

Durante le trattative per il finanziamento del coronavirus, Schakowsky ha ribadito, scrivendo al segretario alla sanità e ai servizi sociali Alex Azar, il 2 marzo, che sarebbe “inaccettabile che i diritti di produrre e commercializzare questo vaccino vengano poi ceduti ad un produttore farmaceutico attraverso una licenza esclusiva senza prezzo né condizioni di accesso, permettendo all’azienda di far pagare quello che vuole ed essenzialmente di rivendere il vaccino al pubblico che ha pagato per il suo sviluppo“.

Molti repubblicani si sono opposti all’aggiunta di un testo che limiterebbe la capacità dell’industria di trarre profitto, sostenendo che soffocherebbe la ricerca e l’innovazione.

E mentre M. Azar, che è stato il principale lobbista e direttore operativo del gigante farmaceutico statunitense Eli Lilly prima di entrare nell’amministrazione Trump, assicurava a Schakowsky di condividere le sue preoccupazioni, il disegno di legge continuava a sancire la capacità delle aziende farmaceutiche di fissare prezzi potenzialmente esorbitanti per i vaccini e i farmaci che sviluppano con i dollari dei contribuenti.

Il pacchetto di aiuti finale non solo ha omesso di enunciare alcuni termini che avrebbero limitato i diritti di proprietà intellettuale dei produttori di farmaci, ma ha anche omesso i termini che figuravano in una bozza precedente, e che avrebbero permesso al governo federale di prendere delle misure se avesse temuto che i trattamenti o i vaccini, sviluppati con fondi pubblici, sarebbero stati troppo costosi.

“Questi lobbisti meritano una medaglia da parte dei loro clienti del settore farmaceutico per aver ucciso questa disposizione relativa alla proprietà intellettuale“, ha detto M. Posner, che ha aggiunto che l’omissione di un passaggio che avrebbe permesso al governo di rispondere ai prezzi predatori era ancora peggiore. “Permettere loro di avere questo potere durante una pandemia è oltraggioso.”

La verità è che fare leva sugli investimenti pubblici è un’attività comune anche per l’industria farmaceutica. Dagli anni ’30, secondo i calcoli di Posner, i National Institutes of Health hanno investito circa 900 miliardi di dollari nella ricerca, che le aziende farmaceutiche hanno poi utilizzato per brevettare marchi di farmaci.

Ogni farmaco approvato dalla Food and Drug Administration tra il 2010 e il 2016 è stato oggetto di ricerche scientifiche finanziate con il denaro dei contribuenti attraverso il NIH, secondo il gruppo di difesa Patients for Affordable Medicines Advocacy Group. I contribuenti hanno versato più di 100 miliardi di dollari per questa ricerca.

Tra i farmaci che sono stati sviluppati con alcuni finanziamenti pubblici e sono diventati enormi fonti di profitto per le aziende private ci sono la zidovudina (AZT, ZDV), farmaci contro l’HIV, e il trattamento Kymriah contro il cancro, che Novartis ora vende per 475.000 dollari.

Nel suo libro Pharma, M. Posner indica un altro esempio di imprese private che realizzano profitti esorbitanti con farmaci prodotti con fondi pubblici. Il farmaco antivirale sofosbuvir, utilizzato per il trattamento dell’epatite C, è il risultato di una ricerca di base finanziata dagli Istituti Nazionali di Sanità.

Il farmaco è ora di proprietà di Gilead Sciences, che fa pagare 1.000 dollari a pillola – più di quanto possano permettersi molte persone affette da epatite C. Gilead ha guadagnato 44 miliardi di dollari dal farmaco nei suoi primi tre anni di commercializzazione.”Non sarebbe fantastico se una parte dei profitti di questi farmaci venisse donata alla ricerca pubblica del NIH?“, domanda M. Posner.

Invece, i profitti hanno finanziato enormi bonus per i dirigenti delle imprese farmaceutiche e una commercializzazione aggressiva dei farmaci vicino ai consumatori. Sono stati utilizzati anche per aumentare la redditività dell’industria farmaceutica.

Secondo i calcoli di Axios, le aziende farmaceutiche realizzano il 63% dei profitti totali dell’assistenza sanitaria negli Stati Uniti, in parte grazie ai loro sforzi di lobbying. Nel 2019, l’industria farmaceutica ha speso 295 milioni di dollari in attività di lobbying, molto più di qualsiasi altro settore negli Stati Uniti.

Si tratta di quasi il doppio del secondo settore di spesa – elettronica, industria e attrezzature – e di oltre il doppio rispetto alle società petrolifere e del gas. Il settore investe somme considerevoli anche per i contributi alle campagne elettorali dei legislatori democratici e repubblicani.

Durante le primarie democratiche, Joe Biden è stato il principale beneficiario dei contributi dell’industria sanitaria e farmaceutica.

Le spese delle grandi aziende farmaceutiche hanno posizionato bene l’industria per l’attuale pandemia. Mentre i mercati azionari sono crollati in risposta alla crisi causata dall’amministrazione Trump, più di 20 aziende che lavoravano su un vaccino e su altri prodotti legati al nuovo virus SARS-CoV-2 sono state in gran parte risparmiate.

I prezzi delle azioni dell’azienda biotecnologica Moderna, che due settimane fa ha iniziato a reclutare partecipanti per la sperimentazione del nuovo vaccino contro il coronavirus, sono saliti alle stelle in questo periodo.

Giovedì, giorno di carneficina generale nei mercati azionari, le azioni di Eli Lilly hanno invece ricevuto un impulso positivo dopo che la società ha annunciato che si stava unendo allo sforzo di sviluppare una terapia per il nuovo coronavirus.

E anche Gilead Sciences, che sta lavorando a un potenziale trattamento, sta prosperando. Il prezzo delle azioni di Gilead era già salito dopo la notizia che il suo farmaco antivirale, il remdesivir, creato per il trattamento del virus Ebola, veniva somministrato ai pazienti affetti da Covid-19.

Oggi, dopo che il Wall Street Journal ha riferito che il farmaco stava avendo un effetto positivo su un piccolo numero di passeggeri di navi da crociera infetti, il prezzo è salito di nuovo.

Diverse aziende, tra cui Johnson & Johnson, DiaSorin Molecular e QIAGEN hanno chiarito che stanno ricevendo finanziamenti dal ministero della salute e dei servizi sociali per i loro sforzi legati alla pandemia, ma non è chiaro se Eli Lilly e Gilead Sciences stiano usando il denaro del governo per il loro lavoro sul virus.

Ad oggi, il ministero della salute e dei servizi sociali non ha ancora pubblicato l’elenco dei beneficiari delle sovvenzioni. E secondo Reuters, l’amministrazione Trump ha detto agli alti funzionari sanitari di trattare le loro discussioni sul coronavirus come segrete e di escludere il personale senza autorizzazioni di sicurezza dalle discussioni sul virus.

Vecchi lobbisti di primo piano al servizio Lilly e Gilead fanno ora parte del gruppo di lavoro della Casa Bianca sul coronavirus. M. Azar è stato il direttore delle operazioni americane di Eli Lilly e ha fatto pressione per la società, mentre Joe Grogan, che ora è direttore del Consiglio di politica interna, è stato il principale lobbista di Gilead Sciences.

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19/04/2020

I governi impediscano privatizzazione brevetti del vaccino contro il Covid 19

Dopo la scoperta del vaccino contro la poliomielite che salvó milioni di persone dalla morte e dall’invalidità, lo scienziato Albert Sabin affermò che non aveva brevettato il suo vaccino perché “non si brevetta il sole”, non si brevetta la vita, ma soprattutto perché mantenere bassi i costi ha aumentato la diffusione del vaccino.

L’esperienza sulle passate epidemie di massa come HIV e HCV ci ha insegnato, proprio da un osservatorio privilegiato come la ricerca, che le scoperte pubbliche, finanziate dalla fiscalità generale, produrranno profitti per pochi. La drammaticità dell’epidemia e i suoi costi sociali richiedono, oggi ancora di più, che la ricerca di base debba essere patrimonio di tutti.

Ora in una realtà come quella attuale, che dimostra quanto la ricerca sia determinante per salvare vite dal coronavirus, la USB della Ricerca lancia un appello contro la mercificazione del genoma e delle componenti del coronavirus per produrre vaccini o terapie antivirali specifiche. Si assiste già alla corsa all’annuncio e, come dichiarato da operatori economici, questo sottende anche al tentativo delle industrie farmaceutiche di sfruttare l’epidemia per trarne profitto.

I governi, che hanno chiesto e imposto alle popolazioni sacrifici assecondando parallelamente la spinta alla produzione e al profitto delle lobby industriali, che di fatto sta vanificando le misure di contenimento, ora si impongano sulla questione della proprietà intellettuale del coronavirus impedendo ulteriori profitti: producano norme che evitino la brevettazione e riducano i costi per la collettività alle sole spese di produzione.

Ci hanno chiesto l’unità, ci hanno sommerso di retorica nazionale, ora agiscano coerentemente e impediscano che le multinazionali si arricchiscano sull’epidemia a danno dei popoli.

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15/04/2020

Le grandi imprese farmaceutiche pronte a speculare sul Coronavirus

Diversi gruppi farmaceutici e multinazionali di “Big Pharma” hanno recentemente promesso di offrire milioni di dosi di clorochina, uno dei trattamenti attualmente studiati contro il Covid-19. Ma bisognerebbe fortemente dubitare dei gesti filantropici – al momento soltanto ipotizzati e non concretizzati – di queste imprese, date le loro scelte degli ultimi anni nell’ambito della ricerca e sviluppo su medicinali e trattamenti.

Si sono infatti concentrate sui prodotti farmaceutici potenzialmente più redditizi e profittevoli, anteponendo un’analisi “costi-benefici” e il prospetto dei profitti a quello che dovrebbe essere un interesse primario collettivo, come la cura e la prevenzione della popolazione.

La ricerca per un vaccino contro il Covid-19 sta sempre più assumendo i caratteri di uno scontro globale dai forti contorni geopolitici, una competizione internazionale dove i soggetti interessati – quelli che investono miliardi in biotecnologie e farmaceutica – mirano ad accaparrarsi un primato strategico decisamente rilevante. Una logica spesso basata sul partenariato pubblico-privato dove a beneficiarne alla fine è soltanto il secondo.

In questo senso, diverse aziende farmaceutiche puntano a trovare rapidamente un trattamento o un vaccino da mettere in maniera relativamente facile sul mercato, sconfiggendo la concorrenza e stabilendo un prezzo di monopolio.

Ma chi fa analisi e ricerca biostatistica e sperimentale, soprattutto nell’ambito di malattie infettive, sa bene che i tempi per i test non possono sottostare interamente alle dinamiche di mercato; questo almeno se si vuole avere una certa affidabilità e sicurezza sull’efficacia dei farmaci testati in laboratorio.

In una lettera inviata al direttore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il Presidente del Costarica, Carlos Alvarado Quesada, chiede di mettere in campo a livello internazionale l’impegno a “condividere i diritti sulle tecnologie utili per l’individuazione, la prevenzione, il controllo e il trattamento della pandemia di Covid-19”.

Un intento oltremodo ambizioso, con la speranza che i potenziali trattamenti per il Covid-19, i prodotti necessari per i test di screening e il possibile futuro vaccino siano accessibili in tutti i Paesi e non detenuti esclusivamente per interessi privati.

La proposta avanzata dal Costarica sembra voler ambire ad una “socializzazione globale” della produzione di trattamenti contro il Covid-19, o almeno di garantire una produzione sufficiente a un prezzo accessibile, attraverso un meccanismo di mutualizzazione in cui l’OMS si impegni a ridistribuire i diritti di licenza o i segreti commerciali ad altri produttori dove vi è bisogno.

Il rischio è che l’accesso a farmaci e vaccini dipenda in misura significativa dalla capacità finanziaria dei singoli pazienti o degli Stati.

Quanto proposto dal Costarica non ha precedenti storici. Tuttavia, i singoli Stati potrebbero optare per licenze “d’ufficio” o “obbligatorie”. In tal caso, qualora un laboratorio si rifiutasse di distribuire volontariamente le licenze per consentire ad altri produttori di fornire trattamenti generici, lo Stato potrebbe rimuovere il monopolio legato all’esclusività del brevetto e permettere ad altri di produrre il farmaco, stabilendo che l’accesso a questi farmaci sia nell’interesse pubblico.

Una possibilità che ha già avuto luogo, ad esempio, nel Brasile del 2007, quando l’allora Presidente Lula decise di annullare il brevetto di Merck sull’antiretrovirale Efavirenz.

Pubblichiamo la traduzione della prima parte dell’inchiesta avviata da BastaMag, la quale fornisce degli elementi interessanti circa il quadro della ricerca intrapresa dalle aziende farmaceutiche negli ultimi anni e recentemente di fronte all’epidemia da Covid-19.

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Ad oggi è uno dei trattamenti studiati contro il coronavirus, insieme alla clorochina o alcuni farmaci antiretrovirali. Il Remdesivir è un antivirale prodotto dalla società farmaceutica Gilead, basata in California. Non è mai stato commercializzato prima d’ora. Il 20 marzo scorso, la Food and Drug Administration, l’organismo di regolamentazione dei farmaci negli Stati Uniti, gli ha concesso lo status di “trattamento per malattia rara”.

Per essere classificato come “farmaco orfano” (orphan drug in inglese), la malattia in questione non deve colpire più di 200.000 persone negli Stati Uniti al momento della presentazione della domanda. Questo era ancora il caso al 20 marzo per il Covid-19, con alcune decine di migliaia di casi confermati negli Stati Uniti.

Eppure, una settimana prima, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) aveva dichiarato il Covid-19 una pandemia globale. Di conseguenza, Gilead ha richiesto e ottenuto lo status di “trattamento per malattia rara” nell’ottica di curare una malattia epidemica che oggi colpisce 200 paesi e costringe una gran parte della popolazione mondiale al confinamento.

Sette anni di esclusività sulle vendite e crediti d’imposta per gli studi clinici

“Il Remdesivir è stato inizialmente sviluppato contro il virus Ebola, alcuni anni fa, con finanziamenti pubblici. Non è mai stato approvato o autorizzato, nemmeno contro l’Ebola. È rimasto allo stadio di molecola di ricerca”, spiega Patrick Durisch, responsabile delle questioni sanitarie per l’ONG svizzera Public Eye. “L’hanno testato contro l’Ebola, hanno visto che non era del tutto perfezionato, così l’hanno messo da parte. Ecco, Gilead lo ritira fuori in occasione del Covid”.

A metà marzo, sembrava evidente che il Covid si stesse diffondendo ben più largamente. Perché i laboratori Gilead hanno richiesto lo status di “farmaco orfano”? Per motivi finanziari! “Questo status speciale conferisce al produttore sette anni di esclusività sulle vendite del trattamento, crediti d’imposta per la conduzione di studi clinici e approvazioni potenzialmente più rapide”, dice Juliana Veras, specialista di farmaci per la ONG Médecins du Monde.

Uno status che permette ai produttori di richiedere prezzi elevati

L’appellativo “farmaco orfano” conferisce una posizione di monopolio su un trattamento e la possibilità di venderlo ad un prezzo più alto. Per un’azienda farmaceutica, questo è soprattutto un vantaggio commerciale.

“I trattamenti per le malattie rare sono generalmente più costosi di altri farmaci. Questo status controverso consente ai produttori di praticare prezzi elevati, con l’argomentazione che devono recuperare i costi di sviluppo e realizzare un profitto servendo popolazioni di pazienti relativamente piccole”, spiega Juliana Veras.

“Soltanto che, da un lato, non c’è trasparenza nei prezzi e, dall’altro, sappiamo che nei costi di ricerca e sviluppo ci sono notevoli investimenti pubblici, in particolare nella ricerca di base”. Anche il Remdesivir è stato sviluppato con denaro pubblico.

Le pratiche del laboratorio di Gilead sono già state denunciate per i suoi farmaci contro l’epatite C, venduti a diverse decine di migliaia di euro a trattamento – una singola pillola, ad esempio, costa più di 600 euro per unità (si vedano gli articoli qui e qui). Di conseguenza, sono inaccessibili a molti pazienti e pesano sui conti dell’assicurazione sanitaria nei paesi in cui esiste un tale sistema.

L’impresa alimenta una rete di influenza nei circoli del potere negli Stati Uniti. Gilead “mantiene stretti legami con la task force istituita da Donald Trump per affrontare la crisi del coronavirus”, ricorda il sito di notizie The Intercept in un articolo pubblicato il 23 marzo.

Joe Grogan, membro di questa task force, è stato in precedenza lobbista per Gilead dal 2011 al 2017, in particolare per quanto riguarda le questioni legate al prezzo del farmaco [The Intercept, a fine febbraio, ha pubblicato un articolo sui potenziali conflitti di interesse all’interno della task force istituita da Donald Trump].

La crisi di Covid-19 come mezzo per massimizzare i profitti

“Vi rendete conto che una società ha richiesto lo status di ‘farmaco per malattia rara’ nonostante si tratti di una pandemia!”, si indigna, quasi incredulo, Patrick Durisch di Public Eye.

La concessione di questo status ha portato rapidamente a proteste. Una coalizione di organizzazioni ha inviato una lettera all’amministratore delegato di Gilead, Daniel O’Day, il 25 marzo: “Siamo scioccati nell’apprendere che la vostra azienda ha fatto domanda alla Food and Drug Administration per ottenere lo status di “farmaco orfano” per il Remdesivir, uno dei pochi trattamenti attualmente in fase di studio per Covid-19. Si tratta di un completo abuso di un programma progettato per incoraggiare la ricerca e lo sviluppo di trattamenti per le malattie rare. Il Covid-19 è tutt’altro che una malattia rara. Alcune stime suggeriscono che metà della popolazione statunitense o anche più potrebbe contrarre la malattia”, scrivono.

Alla luce dell’incombente scandalo, Gilead ha alla fine rinunciato allo status di farmaco orfano per il Remdesivir. Ma l’episodio rimane rivelatore. “Dimostra che anche un laboratorio come Gilead vede questa crisi come un modo per massimizzare i suoi profitti”, dice Patrick Durisch.

E Gilead non è la sola.

L’azienda farmaceutica svizzera Roche è una delle fornitrici di attrezzature per i test di screening per il Covid. È anche una delle aziende che sta testando alcuni trattamenti esistenti contro il Covid-19. Per Roche, si tratta dell’Actemra, un farmaco usato contro l’artrite reumatoide.

Sono allo studio anche gli antiretrovirali – molecole utilizzate per combattere l’HIV – tra cui il Kaletra della società statunitense AbbVie. E, naturalmente, la clorochina, un farmaco antimalarico prodotto da diverse aziende, tra cui la francese Sanofi e la divisione dei medicinali generici dell’impresa svizzera Novartis.

Sanofi, Novartis, Bayer hanno da tempo abbandonato la ricerca sui virus respiratori

“Nessuna nuova molecola è in fase di sviluppo. La stragrande maggioranza dei trattamenti studiati oggi contro il Covid-19 sono trattamenti esistenti che vengono riposizionati, cioè sono già sviluppati per altre indicazioni e vengono testati per vedere se sono efficaci anche contro Covid”, spiega Patrick Durisch. “Il vantaggio è anche quello di poterli immettere sul mercato più rapidamente”.

Sanofi si è dichiarata pronta ad offrire alle autorità francesi milioni di dosi di Plaquenil, la marca della sua molecola. Anche Novartis ha annunciato l’intenzione di donare clorochina. Anche l’azienda farmaceutica e chimica tedesca Bayer ha annunciato la ripresa della produzione di clorochina, che è stata interrotta l’anno scorso.

L’immagine del gigante chimico dall’altra parte del Reno si era deteriorata dopo l’acquisizione della Monsanto, che produce in particolare glifosato. La Bayer ha ora messo a disposizione delle autorità sanitarie decine di macchine automatiche e personale per effettuare altri test di depistaggio del Covid a Berlino. Tutto ciò per rafforzare la sua reputazione.

Ciò che queste grandi aziende farmaceutiche si guardano bene dallo spiegare è perché abbiano abbandonato la ricerca sui trattamenti o sui vaccini contro i virus respiratori per diversi anni. Il mondo ha infatti nel frattempo sperimentato altre due epidemie di questo tipo dall’inizio degli anni 2000: con la SARS (sindrome respiratoria acuta severa) nel 2002-2003 e con il MERS (sindrome respiratoria mediorientale da Coronavirus) che è comparso nel 2012. Entrambi erano già dei coronavirus.

I grandi gruppi farmaceutici non sono interessati alle malattie infettive o ai vaccini

“Va bene che la Bayer fornisca attrezzature per lo screening. Sarebbe stato ancora meglio se l’azienda avesse fatto più ricerca di base a monte. Al contrario, ha rinunciato a sviluppare trattamenti e vaccini contro le malattie infettive e respiratorie”, afferma Marius Stelzmann, portavoce del Coordinamento contro i pericoli della Bayer, un’associazione che da oltre 30 anni esamina le attività della multinazionale tedesca.

Nel 2004, la Bayer ha venduto il suo dipartimento di ricerca sulle malattie respiratorie. “La Bayer si è concentrata su prodotti più lucrativi. Questa è una tendenza generale tra i gruppi farmaceutici. Cercano di ottimizzare la loro produzione per aumentare la redditività. Non si possono pianificare le epidemie, e poi queste passano. Una volta finite, le aziende farmaceutiche smettono di fare ricerca”.

All’epoca della SARS, erano state avviate ricerche su trattamenti e vaccini. Poi sono state abbandonate. Vediamo l’ultima edizione dell’Access to Medicines Index, che esamina i progetti di ricerca e sviluppo delle venti maggiori aziende farmaceutiche del mondo. Le aziende stanno lavorando a numerosi progetti nel campo del cancro e del diabete, i cui trattamenti, una volta commercializzati, sono estremamente redditizi.

L’indice elenca anche più di 20 progetti di ricerca sulla tubercolosi e l’HIV, alcuni contro la febbre dengue, una manciata di progetti sui vaccini contro la Zika, l’HIV, l’Ebola, la malaria...

Quanti progetti sono stati realizzati nel 2018 da queste aziende sui coronavirus, tra cui SARS e MERS? Assolutamente nessuno. Né sui vaccini, né sui trattamenti.

Nei suoi rapporti annuali, Sanofi spiega il suo contributo alla lotta contro le malattie infettive come la tubercolosi e la malaria (uno degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU). Tuttavia, non si parla di ricerche sui coronavirus.

Se il nuovo virus è stato menzionato nell’ultimo rapporto presentato all’Autorité des marchés financiers il 5 marzo, lo è stato per spiegare ai suoi azionisti che questo espone Sanofi “al rischio di un rallentamento o di una sospensione temporanea della produzione dei suoi principi attivi, delle materie prime e di alcuni prodotti” e che l’epidemia “avrebbe l’effetto di ridurre le sue vendite a causa di una riduzione della spesa sanitaria per la cura di altre malattie”.

“Possiamo chiederci come sia possibile che 17 anni dopo l’epidemia di SARS non abbiamo né un trattamento né un vaccino contro i coronavirus, e nemmeno un buon candidato o un prototipo pronto al momento della crisi”, si domanda Patrick Durisch. “Ciò dimostra che le grandi aziende farmaceutiche non sono interessate alle malattie infettive o ai vaccini. Perché sono molto meno redditizie delle malattie non trasmissibili come il cancro e il diabete, che sono anche trattamenti che i pazienti devono prendere per tutta la vita”.

L’azienda svizzera Novartis ha venduto il suo reparto vaccini nel 2014 alla società britannica GSK. L’anno scorso, la GSK ha abbandonato la ricerca su un possibile vaccino contro l’Ebola quando una nuova epidemia di febbre emorragica ha colpito la Repubblica Democratica del Congo.

Se non si cambia nulla, saremo nuovamente molto impreparati per la prossima epidemia

I vaccini non sono così redditizi come la commercializzazione, ad esempio, della terapia genica Zolgensma, un trattamento destinato ai bambini con atrofia muscolare spinale, che Novartis vende per 2 milioni di euro a iniezione. Zolgensma, che è stata lanciata l’anno scorso, “è stata inizialmente sviluppata dall’Inserm [l’istituto nazionale francese per la salute e la ricerca medica, un’istituzione pubblica], e poi sviluppata con il finanziamento del Telethon, cioè attraverso donazioni esentasse, cioè indirettamente con il denaro delle tasse”, ricorda Jérôme Martin, ex presidente di Act Up-Paris e co-fondatore l’anno scorso dell’Osservatorio per la trasparenza nelle politiche farmaceutiche.

“Alla fine, ci ritroviamo con un composto acquistato da Novartis, che lo vende per due milioni di euro senza mai giustificarne il prezzo, anche se in origine si trattava di denaro pubblico”.

Lo stesso amministratore delegato di Novartis Vasant Narasimhan lo ha detto alla fine di gennaio, quando il Covid-19 ha iniziato ad espandersi al di fuori della Cina: “Quando scoppia un’epidemia, tutti vogliono fare qualcosa, ma quando è finita, quasi nessuno se ne preoccupa più. La questione è come mantenere l’investimento durante questo periodo”, ha detto al canale d’informazione finanziaria CNBC.

La domanda potrebbe anche essere formulata come segue: come possiamo far sì che le aziende farmaceutiche sviluppino trattamenti che giovano alla salute di tutte le persone, e non esclusivamente al portafoglio dei loro azionisti?

“Oggi si spende molto denaro pubblico per la ricerca sul Covid. Ma anche questa epidemia finirà. Se non cambiamo le cose, saremo di nuovo molto impreparati quando arriverà la prossima”, avverte Marius Stelzmann del Coordinamento contro i pericoli della Bayer.

Come si possono cambiare le cose per rispondere meglio alle future crisi sanitarie? Di fronte al Covid-19, come possiamo garantire che i trattamenti e i vaccini futuri siano accessibili a tutti, in tutto il mondo?

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06/04/2020

La Germania e il virus: cittadini depistati, ponti d’oro a Big Pharma

Non ci giriamo intorno e andiamo diretti al sodo. Nella diffusione dei dati reali rispetto alla pandemia in corso, la Germania si prepara a un depistaggio ancora più grande e massivo di quel che fin’ora ha messo in campo.

Non che da altre parti si stia assistendo a spettacoli migliori, in Francia non basta il ricovero in terapia intensiva per “aver diritto” a un tampone, mentre in Italia i morti sembrerebbero essere il doppio di quelli dichiarati, ma certamente il caso tedesco lascia basiti. Non solo si scontra con la realtà mondiale, ma pretende di prenderla a testate.

Moltissimi test, ma pochissimi morti: questo è il profilo ufficiale della Germania di fronte alla pandemia che sta sconvolgendo il mondo e che mette in crisi ogni sistema (sanitario, economico, fiscale...) a conduzione liberal-liberista. A fronte di un tasso di mortalità che si presenta ovunque tra il 5 e il 12%, i numeri dell’Istituto epistemologico Robert Koch indicano alla data del 5 aprile quasi 92.000 contagiati e 1.300 morti. L’1 e qualcosa% di mortalità.

Per fare un esempio e cercare di avere il senso della misura: nelle ultime 24 ore nel Regno Unito sono morte persone pari alla metà dei morti della Germania dall’inizio dell’epidemia. Se consideriamo poi che lo Stato insulare ha 20 milioni di abitanti in meno, il dato appare davvero molto sproporzionato...

Il governo tedesco non ha dubbi: la rapida e determinata reazione del corpo ospedaliero, degli industriali e delle stesse istituzioni ha potuto compiere il miracolo. Che di miracolo si tratti o che le spiegazioni in campo siano altre (dai pochi test post mortem alla diversa classificazione... i giornali di tutto il mondo fanno a gara per prendere parola sull’argomento), bisogna segnalare che la Germania inizia ormai ad avere un tasso di contagio abbastanza alto ed è dunque da escludere il fatto che il virus sia stato “fermato alle frontiere”.

Il coronavirus c’è anche in Germania e purtroppo in discreta quantità. Ormai la geografia della pandemia è completamente cambiata rispetto all’inizio e, se vogliamo considerare gli Stati che presentano un numero di contagi decisamente alto, un podio a tre posti non basta più. Il virus è un problema globale e la sua gestione diventa parte della competizione tra modelli di sviluppo e singoli Stati.

Dunque, quando si parla dell’evoluzione dell’emergenza in un determinato Stato, non possiamo limitarci ad osservare il crudo dato: anche come si danno i dati è una scelta politica. Il peso specifico che si ha o si vorrebbe avere nello scacchiere globale compartecipa e talvolta determina lo stile di gestione della pandemia.

Perché fare tanta pubblicità agli anziani morti quando si può sfruttare l’emergenza per cercare di rientrare in un club da cui ti stanno buttando fuori (quello di chi conta qualcosa nel mondo, per chi fosse duro di comprendonio)? È una domanda che pare legittima.

Ed allora veniamo a quel che concretamente si sta facendo, la “giocata in attacco”, piuttosto che seguire a indagare come e quando governo e istituti tedeschi confondono le idee ai cittadini. Cerchiamo di osservare piuttosto cosa stanno preparando per il post-emergenza.

È probabilmente necessario qualche passo indietro per inquadrare bene la faccenda.

Vi ricordate quel momento, qualche settimana fa, in cui la tensione tra USA e EU/Germania era salita alle stelle per via dell’interessamento statunitense a un’azienda europea in pole position per la cura del COVID-19? Il gruppo si chiamava CureVac e per “non lasciare fuggire un’eccellenza strategica” le più alte stanze decisionali dell’Unione Europea non avevano esitato a regalare un bel po’ di milioni all’azienda. Era bastata un’indiscrezione su un interessamento statunitense e i soldi erano arrivati. Fosse sempre così facile...

In questo giornale ne avevamo parlato, cercando di approfondire l’accaduto sul piano della competizione geopolitica. Ebbene, a qualche settimana di distanza da quei fatti, appare in tutta la sua evidenza una controindicazione che ci deve mettere i brividi: i produttori di vaccini tedeschi sollecitano i Regolatori a facilitare le regole per combatter i virus – fate attenzione a quella “i”, è importante.

Nei giorni scorsi, BoiNTech e CureVac, ovvero i gruppi tedeschi di biotecnologia che guidano la corsa alla sviluppo contro il coronavirus, hanno affermato che flessibilità e finanziamenti sono necessari per immettere sul mercato quest’anno le vaccinazioni, avvertendo che i governi dovranno allentare le normative sulla sperimentazione clinica per poter avere le centinaia di milioni di dosi disponibili che servono quanto prima, almeno (si spera) entro la fine dell’anno.

Le aziende stanno conducendo esperimenti sui topi e inizieranno a sperimentare sull’uomo (per ora si parla di 150 persone) entro poche settimane. Ma i loro progressi dipenderanno da regolatori come l’Agenzia europea per i medicinali e la Food and Drug Administration statunitense, che fino ad oggi concordano sul certificare un vaccino solo quando è stato studiato attentamente, attraverso le tre fasi canoniche di ogni sperimentazione clinica: ricerca in laboratorio, test su animali e analisi dei risultati, test sull’uomo e attentissima analisi dei risultati.

Ugur Sahin, fondatore di BioNTech, ha dichiarato che “le organizzazioni governative, gli esperti e i regolatori devono lavorare insieme per identificare i potenziali modi per accelerare l’approvazione e la disponibilità del vaccino”. Detto altrimenti: cambiate le regole del gioco, abbassate i controlli per tutto e anche il vaccino contro il coronavirus sarà disponibile prima del tempo.

Cosa vuol dire cambiare le regole del gioco? Cosa fanno questi Regolatori di cui probabilmente è la prima volta che sentiamo parlare? Tra i vari compiti di queste agenzie, uno è quello di raccogliere i dati sugli effetti collaterali dei test vaccinali (attraverso le visite in loco chiaramente) e degli strumenti di controllo appropriati.

Ma quanto tempo sprecato! Che inutile pignoleria! Gridano alcuni esperti (quelli pagati da BioNTech e CureVac....), certamente l’Agenzia europea per i medicinali potrà dirsi soddisfatta delle interviste telefoniche con i pazienti, senza fare tante storie. Affinché un vaccino sia pronto entro la fine dell’anno infatti, i regolatori dovrebbero rinunciare al consueto studio finale su larga scala su un vaccino, che normalmente richiede molti mesi per essere completato.

Un portavoce di CureVac ha affermato che, se la società fosse costretta a passare per tutte e tre le fasi cliniche, “ci vorrebbe troppo tempo per mettere sul mercato un vaccino per l’attuale pandemia: le autorità dovrebbero permetterci di abbreviare il processo di approvazione”.

Insomma, a voler pensare male potrebbe quasi sembrare che sottotraccia si agisca per eliminare una scocciatura ancestrale per questi gruppi (liberarsi da molte fastidiose regole di controllo, siano esse sanitarie, ambientali o lavorative poco importa, è il sogno di ogni azienda), facendo leva su una necessità contingente. Vuoi questo vaccino? Allora lasciami campo libero per sempre.

E già che siamo in vena di richieste: ci servono anche dei soldi, più soldi. Come meglio ha articolato Sahin della BioNTech, “stiamo spendendo molto del nostro budget per questo programma e facciamo ciò confidando che avremo il sostegno finanziario necessario per questo progetto”.

La tecnologia che si sta mettendo a punto è effettivamente all’avanguardia, utilizzando l’RNA messaggero per inviare input genetici alle cellule che si trasformeranno in proteine e si scontrano direttamente con la malattia; un salto in avanti rispetto alla tradizionale immissione di un antigene nel corpo.

Ma questo non può bastare per farci accettare che un intero mercato di privati (tra i migliori amici di questi gruppi c’è la Bill & Amanda Gates Foundation, mica dei pischelli...) si sviluppi a spese dei sistemi sanitari pubblici.

Fin qui le richieste delle aziende. A che punto siamo con le risposte? Il Paul-Ehrlich-Institut, regolatore tedesco che sovrintende gli studi clinici del paese, pochi giorni fa ha fatto una dichiarazione spaventosa: a causa della “disponibilità limitata di primati non umani”, ha accettato di rinunciare ai requisiti per la sperimentazione sugli animali, da eseguire prima di una sperimentazione umana.

E quando la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen ha espresso la sua speranza che le imprese tedesche possano avere un prodotto pronto prima dell’autunno, l’istituto si è affrettato a dichiarare di “aver spianato la strada” al farmaco, concordando con la Coalizione Internazionale delle Autorità Regolatorie dei medicinali di accettare senza riserve e promuovere a definitivi i dati tossicologici emersi nelle prime fasi dei test.

Insomma, la strada è spianata... ai guadagni delle aziende tedesche.

Fonte

03/10/2018

Il business dei farmaci sotto inchiesta. Undici arresti tra medici e manager

La Procura di Parma ha indagato 36 persone – di cui per 11 è stata chiesta la custodia cautelare – rivelando un sistema corruttivo per la vendita di farmaci che coinvolgeva medici e aziende farmaceutiche. Tra gli indagati e gli arrestati figurano dirigenti, medici, universitari e rappresentanti del settore farmaceutico.

Le aziende coinvolte nelle attività illecite sono sette, al momento non sono stati resi noti i nomi. Nell’operazione sono stati sequestrati 335.000 euro ritenuti i proventi dei reato di corruzione e truffa. Nell’operazione, che i carabinieri hanno chiamato “Conquibus”, sono coinvolte persone residenti in Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte, Liguria, Friuli Venezia Giulia, Umbria e Lazio.

L’ordinanza di misure cautelari è stata richiesta dalla Procura della Repubblica di Parma ed emessa dal Gip, che ha disposto l’arresto di un dirigente medico e di un imprenditore e l’applicazione di misure interdittive a carico di altri 9 indagati tra medici universitari e rappresentanti del settore farmaceutico. Sono in corso oltre 40 perquisizioni presso le abitazioni dei professionisti coinvolti e presso le sedi di società e di note aziende farmaceutiche. I reati contestati agli indagati sono corruzione, induzione indebita a dare o promettere utilità, comparaggio farmaceutico, abuso d’ufficio, falso ideologico e truffa aggravata.

L’operazione di oggi sembra essere la prosecuzione di una analoga realizzata sempre a Parma, nel maggio dello scorso anno, dove c’era già stata una inchiesta sul medesimo settore – il connubio tra business, medici e aziende farmaceutiche – che aveva portato all’arresto di 19 persone tra cui luminari della sanità parmense e gli amministratori delegati di aziende come Spindial spa e della Appmed srl.

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07/08/2018

Perché smettere di essere adulti e vaccinati?

Sono stato vaccinato, come tutti quelli della mia età, contro il vaiolo, ne porto ancora il “bollo” sul braccio sinistro. Poi fui vaccinato contro la poliomelite, a scuola, con un liquido rossastro sullo zuccherino. Fu divertente.

Più tardi, sotto le armi, fui vaccinato contro un serie di patologie, tra cui il tetano: era obbligatorio, era un’iniezione nel muscolo pettorale, faceva un male cane, molti svenivano. Bisognava fare un paio di richiami.

Siccome fui trasferito a Napoli durante un’estate in cui esplose l’epidemia, mi feci vaccinare contro il colera, era un richiesta facoltativa. Ma perché rischiare? Ricordo che “il combinato disposto” tra il richiamo della trivalente e il vaccino contro il colera mi provocò un gonfiore tale che sembravo Quasimodo, il gobbo di Notre-Dame.

Quando sono diventato padre, aderendo alle norme sanitarie, accompagnai le mie figlie alle vaccinazioni obbligatorie. Di quelle facoltative, non ricordo bene se e quali somministrammo alle bimbe.

Ora, tutti sanno a che servono i vaccini. E alcuni anche a cosa non servono.

Ma quello che vorrei dire è cosa insegnano: essi ci dicono che stare insieme agli altri ha i suoi aspetti positivi, ma può avere anche quelli negativi, perché possiamo ricevere e trasmettere malattie gravi. Ma ci insegnano anche che proteggere noi stessi significa proteggere gli altri. E ci insegnano che non farlo può diventare un atto di egoismo tanto grave quanto suicida. Insegnano che vaccinarsi è un atto di rispetto umano nei confronti degli altri: di quelli che amiamo, di quelli che accudiamo, di quelli che conosciamo appena, di quelli, – che sono la maggioranza – che abbiamo incontrato per caso in un bar, in un treno, in un ufficio, di cui sappiamo niente e di cui neppure ricorderemo mai il volto.

Opporsi alle vaccinazioni è un atto di disprezzo della convivenza. È un atto di egoismo che equivale a segare il ramo su cui siamo seduti.

So bene che i vaccini non sono infallibili. Che attorno alla produzione dei vaccini c’è un’immensa macchina del profitto e del marketing. Che la scienza medica fa fare soldi a palate alle corporation dei farmaci.

Ma non è certo smettendo di mangiare che si combatte la sofisticazione alimentare. Né smettendo di respirare che si combatte l’inquinamento.

Le case farmaceutiche hanno un enorme potere economico, che va combattuto senza quartiere. Quel potere si chiama capitalismo finanziario. L’antidoto è la lotta contro il sistema economico, le sue lobby, lo sfruttamento dei brevetti, non contro i vaccini. Rendere accessibili a tutti i farmaci è la via. Questo va chiesto al governo: più sanità pubblica, meno ticket; più ricerca, meno speculazione.

Perché, come si diceva un tempo, dobbiamo comportarci da “adulti e vaccinati”.

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26/02/2016

Zika connections

Lo Zika virus viene, allo stato attuale, giudicato “nuovo virus incurabile”, ma già nel 2007 le compagnie farmaceutiche avevano presentato la documentazione per avere un brevetto per la cura per questo “nuovo virus”. Dopo aver presentato la documentazione il 5 ottobre del 2007, la Merck Sharp&Dome ha ottenuto l’approvazione del brevetto il 25 marzo del 2014.

La Novartis ha presentato la documentazione per richiedere il brevetto il 7 febbraio del 2008, e lo ha ottenuto il 2 ottobre del 2012.

L’OXITEC è una società “spin-off” dell’Università di Oxford, in Gran Bretagna, ed è filiale della Intrexon Corp; l’OXITEC produce zanzare modificate geneticamente che, secondo quanto affermano, possono fronteggiare malattie e difendere le colture da parassiti nocivi.

In particolare, hanno rivolto la propria attenzione verso le zanzare Aedes aegypti. Queste hanno una sorta di meccanismo autodistruttivo posto all’interno del loro DNA; la proteina di un gene, detta tetraciclina, o meglio tetracycline repressile activator variant (tTAV), provoca la morte della zanzara perché inibisce la vita di tutti gli altri geni.

Se invece gli insetti vengono “allevati” con una dieta particolare, che comprenda uno specifico antitodo, che inibisce la tTAV, il meccanismo di autodistruzione non si attiverà.

Le zanzare OGM però possono entrare in contatto con la Tetraciclina in altro modo; questo antibiotico infatti (e qui entrano in relazione due fattori: le zanzare e la denunciata pratica del doping degli animali) viene utilizzato nei grandi allevamenti di bovini e maiali. L’antibiotico presente nelle urine, e negli escrementi, degli animali finiscono nei laghi, nei fiumi, nei corsi d’acqua dove le zanzare proliferano.

La stessa Oxitec ha ammesso che “piccoli quantitativi di Tetraciclina inibiscono il gene delle zanzare e possono reprimere la mortalità di quelle modificate geneticamente”. Si annulla così l’azione, il “vantaggio” delle zanzare geneticamente modificate.

Lo scorso anno il Brasile è risultato il terzo paese al mondo nel consumo di prodotti e cibi antibiotici per animali, soprattutto quelli con Tetraciclina. Altra cosa che ci deve far riflettere è che la zanzara Aedes aegypti è vettore oltre che della Zika, della Dengue, della febbre Chikungunya.

Secondo un gruppo di medici argentini (Medicos de Pueblos Fumigados) lo Zika virus non è imputabile dei casi di microcefalia riscontrati in Brasile. In base all’ipotesi di questi medici, la microcefalia è imputabile a un larvicida tossico che viene introdotto nei rifornimenti di acqua.

Per bloccare lo sviluppo delle larve di zanzara nell’acqua potabile, quindi controllare lo sviluppo delle zanzare, viene introdotto il PCST o Piriproxifene; tale larvicida viene prodotto dalla Sumitomo Chemical, società che collabora con la Monsanto.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) è molto attenta a non collegare in maniera chiara il virus Zika ai casi di microcefalia; e il Washington Post (gennaio 2016) riferisce la dichiarazione degli esperti che, su 720 casi valutati, solo 270 sono stati confermati come collegati al virus Zika.

La dottoressa Margaret Chan – direttore generale dell’OMS – afferma che, nonostante il nesso di causalità tra lo Zika virus in gravidanza e la microcefalia, le prove indiziarie sono suggestive e molto preoccupanti. Il Piriproxifene inibisce la crescita delle larve delle zanzare, alterandone il processo di sviluppo e agisce in maniera simile a un ormone, è in grado perciò di inibire lo sviluppo di alcune caratteristiche degli insetti adulti, come le ali, ma anche lo sviluppo riproduttivo. E’ in pratica un distruttore endocrino ed è teratogeno (provoca difetti di nascita).

Nel frattempo, poiché non vi sono prove assolute della colpevolezza di questo larvicida, il governo di Grande do Sul, nel sud del Brasile, ha sospeso l’uso de Piriproxifene.

La questione medico-ambientale è del tutto aperta e, a quanto detto, si aggiunge un nuova ipotesi, quella della vaccinazione Tdpa [vaccino di difterite e pertosse, è stato approvato per gli adolescenti a partire dall’età di 11 anni e per gli adulti (19-64 anni)] raccomandata come “programma di immunizzazione” nelle donne in gravidanza dal 2014.

Questo vaccino viene somministrato alle donne gravide tra la 27 e 36 settimana, ma potrebbe essere dato anche circa venti giorni prima del parto; contiene i seguenti componenti: tossoide della difterite, tetano, pertosse, antigene della Bordetella pertussis, emoagglutinina, pertactina tra gli eccipienti idrossido e fosfato di alluminio. (continua)

Prof. Roberto Michele Suozzi

Reference:

- The Washington post 9 febbraio 2016

- Medicos de Pueblos Fumigades

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08/10/2015

La farsa dell'accordo Tpp di "libero scambio"

Mentre i negoziatori e i ministri degli Stati Uniti e degli altri 11 paesi del Pacifico si incontrano ad Atlanta per definire i dettagli dell’accordo senza precedenti noto come Accordo Trans-Pacifico (TPP), un’analisi più seria si rende necessaria. L’accordo più importante della storia sul commercio e gli investimenti non è come sembra.

Si sentirà parlare molto dell’importanza del Tpp per il “libero scambio”. La realtà è che si tratta di un accordo che punta a gestire i rapporti commerciali e di investimento tra i suoi membri – e a farlo per conto e nell’interesse delle più potenti lobby di ciascun paese. Badate bene: è evidente, considerando le principali questioni sulle quali i negoziatori stanno ancora contrattando, che il Tpp non ha niente a che fare con il “libero” scambio.

La Nuova Zelanda ha minacciato di abbandonare l’accordo a causa del modo in cui il Canada e gli Stati Uniti gestiscono il commercio dei prodotti lattiero-caseari. L’Australia non è soddisfatta di come gli Usa e il Messico gestiscono il commercio dello zucchero. E gli Stati Uniti non sono contenti di come il Giappone gestisce il commercio del riso. Questi settori sono sostenuti da una significativa quota di elettori nei loro rispettivi paesi. Ed essi rappresentano solo la punta dell’iceberg del modo in cui il Tpp porta avanti il suo programma, che nella realtà contrasta il libero commercio.

Per cominciare, consideriamo quello che prevede l’accordo per estendere i diritti di proprietà intellettuale delle grandi compagnie farmaceutiche, come è emerso dalle notizie trapelate sul testo oggetto dei negoziati. La ricerca economica dimostra chiaramente che tali diritti di proprietà intellettuale promuovono una ricerca che nella migliore delle ipotesi risulta debole. In realtà è proprio vero il contrario: quando la Corte Suprema ha annullato il brevetto di Myriad sul gene Brca, questo ha portato a una grande innovazione che ha condotto a test migliori e a costi più bassi. In realtà, le disposizioni contenute nel Tpp limiterebbero la libera concorrenza e aumenterebbero i prezzi per i consumatori negli Stati Uniti e in tutto il mondo – un anatema per il libero commercio.

Il Tpp gestirà il commercio nel settore farmaceutico attraverso una varietà di modifiche di norme apparentemente arcane su questioni come “protezione dei brevetti” “esclusività dei dati” e “biologia”. Il risultato è che le società farmaceutiche avrebbero di fatto il permesso di prolungare – a volte quasi indefinitamente – il loro monopolio sui farmaci brevettati, di tenere i generici più economici fuori dal mercato e impedire ai concorrenti “bioequivalenti” di introdurre nuovi farmaci per anni. Questo è il modo in cui il Tpp gestirà il commercio del settore farmaceutico se gli Stati Uniti andranno avanti per la loro strada.

Allo stesso modo, consideriamo come gli Stati Uniti sperano di usare il Tpp per gestire il commercio nell’industria del tabacco. Per decenni, le società statunitensi del tabacco hanno utilizzato meccanismi di aggiudicazione degli investitori esteri creati da accordi simili al Tpp al fine di combattere le normative tese a contenere la piaga sociale del fumo. In base a questi sistemi di regolazione delle controversie tra investitore e Stato (ISDS), gli investitori stranieri acquisiscono nuovi diritti per citare in giudizio i governi nazionali, ricorrendo ad arbitrati privati vincolanti sui regolamenti che a loro avviso diminuiscono la redditività dei loro investimenti.

Gli interessi delle società internazionali promuovono l’IDSD come un sistema necessario per proteggere i diritti di proprietà laddove manca uno Stato di diritto e dei tribunali attendibili. Ma questo argomento non ha senso. Gli Stati Uniti stanno cercando di introdurre lo stesso meccanismo in un mega-accordo dello stesso tipo con l’Unione Europea, l’Accordo transatlantico per il commercio e gli investimenti, anche se non ci sono dubbi circa la qualità dei sistemi giuridici e giudiziari europei.

Certamente, gli investitori – a qualsiasi stato appartengano – meritano tutela contro l’espropriazione o le norme discriminatorie. Ma l’ISDS va ben oltre: l’obbligo di risarcire gli investitori per le perdite dei profitti attesi può ed è stato applicato anche laddove le regole non sono discriminatorie e i profitti sono realizzati causando un danno sociale.

La Philip Morris è attualmente in causa contro l’Australia e l’Uruguay (che non è membro del TPP) che richiedono che siano poste delle avvertenze sui pacchetti di sigarette. Il Canada, minacciato di una denuncia simile, ha fatto marcia indietro sull’introduzione di un’etichetta dello stesso tipo pochi anni fa.

Dato il velo di segretezza che circonda i negoziati TPP, non è chiaro se il tabacco verrà escluso da alcuni ambiti dell’ISDS. In entrambi i casi, rimane la questione principale: queste disposizioni rendono difficile ai governi di svolgere le loro funzioni basilari – proteggere la salute e la sicurezza dei propri cittadini, garantire la stabilità economica e salvaguardare l’ambiente.

Immaginate cosa sarebbe successo se tali disposizioni fossero state in vigore quando sono stati scoperti gli effetti letali dell’amianto. Invece di far cessare l’attività e costringere i produttori a risarcire coloro che erano stati danneggiati, sotto la regolamentazione dell’ISDS i governi avrebbero dovuto pagare i produttori per fare in modo che non causassero la morte dei propri cittadini. I contribuenti sarebbero stati colpiti due volte – prima pagando i danni alla salute causati dall’amianto, e poi risarcendo i produttori per la perdita di profitto una volta che il governo fosse intervenuto per regolamentare il prodotto pericoloso.

Non dovrebbe sorprendere nessuno il fatto che gli accordi internazionali dell’America creino un commercio gestito invece che un libero commercio. Questo è ciò che accade quando il processo decisionale è precluso alle parti portatrici di interessi non-commerciali, per non parlare dei rappresentanti eletti dal popolo al Congresso.

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06/10/2015

Firmato il Tpp. Mezzo Pacifico in mano agli Usa


Finita l'epoca del Wto e della globalizzazione, è l'ora dei trattati transoceanici che tentano di cementificare blocchi economico-commerciali. Inevitabilmente, da subito o in prospettiva, in “competizione” feroce con tutti gli altri.

La firma apposta ieri ad Atlanta, in Georgia, al trattato Trans Pacific Partnership (Tpp) è un atto di guerra. Commerciale, per ora. Così come lo sarà, se verrà concluso un negoziato ancora più difficile, il Tras-Atlantic Trade and Investment Partnership (Ttip) tra Stati Uniti ed Unione Europea.

Solo dodici i paesi aderenti: gli stessi Usa, Australia, Cile, Canada, Messico, Giappone, Nuova Zelanda, Malaysia, Vietnam, Brunei, Perù e Singapore. In pratica, Vietnam a parte, solo paesi anglofoni o “colonie” storiche degli Stati Uniti.

Inutile dire – lo scrivono tutti i giornali mainstream – che il “nemico” è esplicitamente la Cina.

Tra i grandi assenti si deve sottolineare l'assenza di un'altra storica “base” americana come la Corea del Sud, di cui stranamente non parla nessuno, pur vantando multinazionali di prima grandezza (Samsung. Hyundai, Lg, Ssanyong, Daewoo, ecc).

I contenuti dettagliati dell'accordo, circa 30 capitoli, saranno pubblicati solo tra qualche mese, dopo l'approvazione dei parlamenti dei paesi aderenti. E non sarà un processo scontato, a partire proprio dagli Stati Uniti, a causa non solo dell'opposizione repubblicana e di qualche parlamentare democratico (quelli più legati ai sindacati, timorosi della caduta dei salari derivante dalla libera circolazione di merci prodotte a costi inferiori), ma anche delle multinazionali statunitensi dell'automobile.

La prima a invitare esplicitamente il Congresso a respingere il trattato è stata la Ford. E non a caso proprio il settore auto (oltre al farmaceutico, e in generale la regolamentazione dei diritti sui brevetti) è stato tra i punti più ostici del negoziato, protrattosi al di là della scadenza prevista (domenica) a causa del braccio di ferro con il Giappone.

Le ragioni dell'ostilità di Ford (e più discretamente di General Motors e Fiat-Chrysler) riguardano ufficialmente la “manipolazione delle valute”, che non viene affrontata in nessun capitolo del Tpp. Fosse solo questo, non sarebbe in fondo un gran problema; le “svalutazioni competitive” possono agevolmente essere affrontate da un sistema produttivo che ha alle sue spalle la Federal Reserve.

Ma il punto vero del contendere, in questo solo comparto, riguarda la “percentuale minima di valore” contenuto in un prodotto creata nel paese esportatore. Sembra complicato e in effetti un po' lo è, perché è questione che investe la dimensione e l'estensione delle filiere produttive globali. In pratica, si trattava di stabilire la soglia al di sotto della quale un prodotto giapponese (o di qualunque altro paese aderente al Tpp) non può esser più considerato made in Japan (o altrove) perché contenente troppi componenti fabbricati in altri paesi, a più basso costo. E quindi da sottoporre a tariffe di importazione più o meno alte.

Nel trattato Nafta, cui aderiscono Usa, Canada e Messico, questa soglia minima è fissata al 62,5%, mentre nel Tpp il Giappone (unico tra gli aderenti a fare concorrenza alle auto Usa) ha strappato un molto più comodo 45%. Le auto nipponiche, che incorporano un alto numero di componenti fabbricati in Cina o in altri paesi asiatici, potranno perciò essere importate negli Usa, Canada e Australia (i principali mercati del Tpp per le quattro ruote) senza dover più esser caricate di tariffe doganali pesanti: solo il 2,5% per le auto propriamente dette, ma ben il 25% per i segmenti ad alto guadagno e alto gradimento su quei mercati, come suv, pickup e monovolume.

L'altro ostacolo rilevante è stato rappresentato dalla durata dei brevetti, soprattutto sui farmaci. Gli Usa avrebbero voluto ovviamente almeno dodici anni di “divieto” prima di consentire la fabbricazione di farmaci generici o equivalenti, mentre tutti gli altri paesi hanno premuto – con successo, a quanto pare – per ridurre questo periodo di monopolio a un intervallo variabile tra i 5 e gli 8 anni.

Discussioni che possono sembrare esoteriche, ma che definiscono una volta per tutte la possibilità di sfruttare commercialmente le scoperte scientifiche e le loro applicazioni tecnologiche. Ovvero, in questo caso, il periodo di tempo durante il quale si può conservare il “vantaggio competitivo” sui concorrenti.

Perché questo è il segreto vero di qualsiasi trattato commerciale o di qualsiasi unione monetaria tra paesi che presentano un livello di sviluppo differente: il vantaggio è sempre per il più forte. Per questo la propaganda – o, come si dice adesso, “la comunicazione” – gonfia fino all'inverosimile la storiella dei “vantaggi per tutti”. Chiedetelo ai messicani, se è vero...

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