L’emersione di nuove tecniche di ingegneria genetica, le cosiddette new genomictechniques, ha portato le istituzioni europee a proporre la deregolamentazione dei nuovi OGM che ne derivano. Con gravi pericoli per ambiente, salute e diritti.
Stefano Mori e Francesco Panié, del Centro Internazionale Crocevia, lo raccontano in un’analisi approfondita che mette in luce pericoli, retroscena e interessi. Il libro, intitolato: “Perché fermare i nuovi OGM”, esce in libreria per Terra Nuova Edizioni il 22 maggio.
Il libro arriva proprio nel corso di una mobilitazione che vede, in Italia e in Europa, movimenti contadini e associazioni del biologico impegnati nel contrastare la deregolamentazione europea, che cancellerebbe gli obblighi di tracciabilità, etichettatura e valutazione del rischio per i nuovi OGM.
Ribattezzate in Italia con il rassicurante nome di Tecniche di Evoluzione Assistita (TEA), le “nuove” biotecnologie per la modificazione genetica sono sperimentate per la prima volta in un campo prova in provincia di Pavia, dove un riso OGM potrebbe arrivare sulle tavole degli italiani senza etichetta e contaminare i campi degli agricoltori circostanti se andrà in porto il tentativo di deregulation.
La proposta europea in discussione tra gli Stati membri, vieterebbe infatti ai paesi di impedire la coltivazione di nuovi OGM sul loro territorio. Un divieto che oggi l’Italia ancora esercita dopo averlo ottenuto esplicitamente nel 2016.
L’operazione è rischiosa per molti motivi: uno di questi è la biocontaminazione dei campi non geneticamente modificati, che porterebbe nientemeno che alla fine dell’agricoltura biologica, impossibilitata a garantire filiere libere da OGM. Altro potenziale problema viene dagli effetti collaterali delle biotecnologie, che secondo l’Agenzia francese per la salute e la sicurezza alimentare potrebbero perfino portare le piante a produrre tossine e allergeni non previsti.
Intrecciando storia della biologia, inchiesta giornalistica e testimonianze dai movimenti sociali per la sovranità alimentare, il libro accende una luce sugli enormi interessi e le relazioni pericolose tra multinazionali, politica e scienziati che rischiano di compromettere la vera transizione agroecologica, i diritti dei contadini sui semi e quelli dei consumatori a una scelta informata.
Gli OGM di prima generazione, come raccontato con dovizia di particolari nel primo capitolo, non hanno rispettato le promesse di aumentare la produttività, ridurre la chimica, sfamare il mondo.Oggi si tenta di aggiornare la narrazione, promettendo nuovi OGM indistinguibili dai prodotti naturali, che si vorrebbe quindi far arrivare sulle nostre tavole senza più valutazione del rischio, né tracciabilità né etichettatura, obbligatorie per legge in Europa.
Lo scopo è dichiarare una supposta equivalenza per aggirare il principio di precauzione, «realizzando appieno il sogno di imprese multinazionali, governi conniventi e biotecnologi in cerca di gloria e finanziamenti» si legge nell’introduzione del volume.
Un capitolo è dedicato a raccontare «l’evoluzione che le scienze della vita stanno attraversando, in un tentativo di estendere il dominio sui sistemi alimentari dichiarando l’uguaglianza tra natura e tecnica, tra biotecnologia e agroecologia, secondo una filosofia dell’indistinzione scippata ai movimenti sociali e reinterpretata in chiave estrattiva. Una “santa alleanza”, quella tra scienza e capitale, che vediamo espressa plasticamente nel sistema dei brevetti, il pilastro attorno al quale ruota la possibile deregulation dei nuovi OGM».
La storia e la modalità con cui il brevetto consente l’appropriazione e la privatizzazione della biodiversità agricola e del cibo sono al cuore del volume. La strategia, secondo gli autori, mira a trascinare i contadini sotto l’influenza di un’industria sementiera che, per sostenere la propria continua espansione, non si fa scrupoli a scaricare sulla collettività «i rischi di tecnologie pericolose e imprevedibili».
Che fare, dunque? Nel sesto e ultimo capitolo vengono descritte «sul fronte delle pratiche e su quello della lotta politica, le strade che portano verso direzioni emancipative» e che vedono i due autori impegnati in una coalizione europea di cui fa parte il Centro Internazionale Crocevia, ONG da decenni schierata insieme ai contadini di tutto il mondo per il diritto alle sementi e contro la proprietà intellettuale sulle risorse genetiche.
«Abbiamo voluto scrivere questo libro per dare una voce sul tema dei nuovi OGM a chi subirà le conseguenze più pesanti di queste tecnologie – spiega Stefano Mori, coordinatore del Centro Internazionale Crocevia – La mancanza di informazione sui nuovi OGM rischia di impedire alle persone di conoscere il peso di una possibile deregolamentazione di organismi geneticamente modificati che finirebbero nei loro piatti e nei campi degli agricoltori. Non possiamo permetterlo. Da decenni difendiamo l’agroecologia contadina e la sovranità alimentare e attraverso le loro voci abbiamo raccontato quali sono i problemi dei nuovi OGM e quali sono le soluzioni alle conseguenze dei cambiamenti climatici dall’ottica dei movimenti di tutto il mondo».
«Il libro tiene insieme diversi elementi – dettaglia Francesco Panié, responsabile della comunicazione di Crocevia – Intrecciamo il racconto dell’evoluzione storica nel campo della modificazione genetica, con un piano di analisi delle politiche e di denuncia delle relazioni tossiche tra multinazionali, istituzioni e scienziati. Ma oltre a sviluppare la critica, proviamo anche a offrire degli spunti per cercare altre strade, che portino verso l’agroecologia e i diritti dei contadini alle sementi, fermando la brevettazione del vivente e la contaminazione dei campi e dei corpi».
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Brevetti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Brevetti. Mostra tutti i post
21/05/2024
11/09/2023
La proprietà intellettuale si sta trasformando in un monopolio della conoscenza?
Il XX secolo ha visto la nascita di università e istituti tecnici finanziati con fondi pubblici, mentre lo sviluppo tecnologico si concentrava nei laboratori di ricerca e sviluppo delle grandi aziende. L’era dell’inventore solitario – Edison, Siemens, Westinghouse, Graham Bell – era finita con il XIX secolo.
Il ventesimo secolo è stato caratterizzato da laboratori di R&S basati sull’industria, in cui le aziende riunivano scienziati e tecnologi di spicco per creare le tecnologie del futuro. In questa fase, il capitale stava ancora espandendo la produzione. Anche se il capitale finanziario era già dominante rispetto al capitale produttivo, i principali paesi capitalisti avevano ancora una forte base manifatturiera.
In questa fase di sviluppo, la scienza era considerata un bene pubblico e il suo sviluppo era in gran parte concentrato nel sistema universitario o negli istituti di ricerca finanziati con fondi pubblici.
Lo sviluppo della tecnologia era in gran parte considerato un’impresa privata. Si supponeva che la scienza producesse nuove conoscenze, che potevano poi essere estratte dalla tecnologia per produrre manufatti. Il ruolo dell’innovazione era quello di convertire le idee in manufatti.
Il sistema della proprietà intellettuale – brevetti e altri diritti – è nato per fornire protezione alle idee utili incarnate nei manufatti. Fin dall’inizio, i brevetti avevano anche uno scopo pubblico: il monopolio concesso dallo Stato per un certo periodo doveva garantire l’eventuale divulgazione pubblica dell’invenzione: la contropartita era la piena divulgazione pubblica in cambio di un monopolio di durata limitata.
La trasformazione di questo sistema, che era esistito per diversi secoli, è avvenuta in seguito a due importanti cambiamenti nella produzione della conoscenza.
Il primo riguarda il modo in cui, nell’ambito dell’ordine neoliberale, il sistema universitario di produzione della conoscenza è stato trasformato in un’impresa commerciale a scopo di lucro.
In secondo luogo, la distinzione tra scienza e tecnologia si è notevolmente attenuata e le due cose sono più strettamente integrate rispetto al passato. Ad esempio, un progresso nella genetica può portare quasi senza soluzione di continuità a un prodotto – un farmaco, uno strumento diagnostico o un seme – che è sia brevettabile che commercializzabile. Lo stesso vale per le innovazioni nel campo dell’elettronica e delle comunicazioni.
Molte discipline scientifiche e anche la produzione di ricerca nelle università sì sono, di conseguenza, avvicinate ai sistemi di produzione. La conversione del sistema universitario in un sistema che produce conoscenza direttamente per scopi commerciali è avvenuta di pari passo con la distruzione dei laboratori di ricerca e sviluppo che facevano parte del panorama industriale del XX secolo.
Il capitale finanziario controlla la scienza universitaria, non solo attraverso “investimenti” in R&S, ma anche attraverso l’acquisto di “conoscenza”. Il suo monopolio si esercita attraverso l’acquisto dei brevetti che la ricerca universitaria produce. Questo monopolio, a sua volta, permette al capitale finanziario di dominare sul capitale industriale.
La fine del XX secolo ha rivelato la rottura tra capitale finanziario e capitale produttivo. Oggi il capitale globale opera molto più come capitale finanziario disincarnato, controllando la produzione da un lato e controllando la tecnologia e i mercati dall’altro.
In questa fase, in cui il capitale vive sempre più di speculazione e di rendita, si assiste anche a una marcata separazione della conoscenza come capitale dal capitale produttivo o fisico (impianti e macchinari).
Foxconn/Hon Hai Precision Industries produce prodotti Apple, ma non può rivendicare una quota importante dei profitti derivanti dalla loro vendita, poiché Apple detiene la conoscenza intellettuale e i diritti di proprietà. Approssimativamente, Apple ottiene il 31% dei profitti derivanti dalla vendita di un iPhone, Foxconn meno del 2%.
La trasformazione del capitale in ricerca di rendita, utilizzando il monopolio sulla conoscenza (brevetti, diritti d’autore, disegni industriali, ecc.), caratterizza l’attuale fase del capitale. I Paesi a capitalismo avanzato sono diventati sempre più economie di rendita e di “servizio”.
In sostanza, dominano il mondo in virtù del controllo della struttura finanziaria globale, delle nuove conoscenze necessarie per la produzione e della distribuzione attraverso la vendita al dettaglio e i marchi globali.
Anche se le università sono state catturate dal capitale e trasformate nella cosiddetta University Inc, la nuova conoscenza che producono è ancora finanziata pubblicamente. Questo vale sia per i Paesi capitalisti avanzati che per quelli come l’India.
La direzione della ricerca scientifica è dettata dal capitale privato, che si appropria di ogni risultato positivo, eppure questa trasformazione della scienza non è avvenuta grazie al finanziamento privato. Il costo della ricerca fondamentale è elevato e solo alcuni dei suoi risultati possono avere benefici immediati in termini di avanzamento tecnologico.
È qui che lo Stato, sia nell’elettronica che nella genetica, si fa carico dei costi, mentre i brevetti vengono ceduti al capitale privato. Un tratto distintivo del sistema neoliberale è la socializzazione del rischio e la privatizzazione delle ricompense.
La consapevolezza che la scienza deve essere ripristinata come un esercizio aperto e collaborativo ha dato vita al movimento dei beni comuni. Per un curioso gioco di prestigio, il capitalismo considera infiniti i beni comuni finiti – l’atmosfera e i grandi corpi idrici come laghi, fiumi e oceani – e chiede il diritto di scaricare i rifiuti in questi beni.
Eppure considera la conoscenza, che può essere copiata un numero infinito di volte senza subire perdite, come finita e pretende diritti di monopolio su di essa!
Mai prima d’ora la società ha avuto la capacità che ha oggi di mettere insieme comunità e risorse diverse per produrre nuova conoscenza. È un lavoro sociale e universale, e la sua appropriazione privata come proprietà intellettuale sotto il capitalismo impedisce di liberare l’enorme potere della collettività di generare nuova conoscenza e di portare beneficio alle persone.
di Prabir Purkayastha, editore e fondatore di Newsclick.in, una piattaforma di media digitali. È un attivista per la scienza e il movimento del software libero. Il suo libro più recente è Knowledge as Commons: Towards Inclusive Science and Technology (LeftWord, 2023).
Fonte
Il ventesimo secolo è stato caratterizzato da laboratori di R&S basati sull’industria, in cui le aziende riunivano scienziati e tecnologi di spicco per creare le tecnologie del futuro. In questa fase, il capitale stava ancora espandendo la produzione. Anche se il capitale finanziario era già dominante rispetto al capitale produttivo, i principali paesi capitalisti avevano ancora una forte base manifatturiera.
In questa fase di sviluppo, la scienza era considerata un bene pubblico e il suo sviluppo era in gran parte concentrato nel sistema universitario o negli istituti di ricerca finanziati con fondi pubblici.
Lo sviluppo della tecnologia era in gran parte considerato un’impresa privata. Si supponeva che la scienza producesse nuove conoscenze, che potevano poi essere estratte dalla tecnologia per produrre manufatti. Il ruolo dell’innovazione era quello di convertire le idee in manufatti.
Il sistema della proprietà intellettuale – brevetti e altri diritti – è nato per fornire protezione alle idee utili incarnate nei manufatti. Fin dall’inizio, i brevetti avevano anche uno scopo pubblico: il monopolio concesso dallo Stato per un certo periodo doveva garantire l’eventuale divulgazione pubblica dell’invenzione: la contropartita era la piena divulgazione pubblica in cambio di un monopolio di durata limitata.
La trasformazione di questo sistema, che era esistito per diversi secoli, è avvenuta in seguito a due importanti cambiamenti nella produzione della conoscenza.
Il primo riguarda il modo in cui, nell’ambito dell’ordine neoliberale, il sistema universitario di produzione della conoscenza è stato trasformato in un’impresa commerciale a scopo di lucro.
In secondo luogo, la distinzione tra scienza e tecnologia si è notevolmente attenuata e le due cose sono più strettamente integrate rispetto al passato. Ad esempio, un progresso nella genetica può portare quasi senza soluzione di continuità a un prodotto – un farmaco, uno strumento diagnostico o un seme – che è sia brevettabile che commercializzabile. Lo stesso vale per le innovazioni nel campo dell’elettronica e delle comunicazioni.
Molte discipline scientifiche e anche la produzione di ricerca nelle università sì sono, di conseguenza, avvicinate ai sistemi di produzione. La conversione del sistema universitario in un sistema che produce conoscenza direttamente per scopi commerciali è avvenuta di pari passo con la distruzione dei laboratori di ricerca e sviluppo che facevano parte del panorama industriale del XX secolo.
Il capitale finanziario controlla la scienza universitaria, non solo attraverso “investimenti” in R&S, ma anche attraverso l’acquisto di “conoscenza”. Il suo monopolio si esercita attraverso l’acquisto dei brevetti che la ricerca universitaria produce. Questo monopolio, a sua volta, permette al capitale finanziario di dominare sul capitale industriale.
La fine del XX secolo ha rivelato la rottura tra capitale finanziario e capitale produttivo. Oggi il capitale globale opera molto più come capitale finanziario disincarnato, controllando la produzione da un lato e controllando la tecnologia e i mercati dall’altro.
In questa fase, in cui il capitale vive sempre più di speculazione e di rendita, si assiste anche a una marcata separazione della conoscenza come capitale dal capitale produttivo o fisico (impianti e macchinari).
Foxconn/Hon Hai Precision Industries produce prodotti Apple, ma non può rivendicare una quota importante dei profitti derivanti dalla loro vendita, poiché Apple detiene la conoscenza intellettuale e i diritti di proprietà. Approssimativamente, Apple ottiene il 31% dei profitti derivanti dalla vendita di un iPhone, Foxconn meno del 2%.
La trasformazione del capitale in ricerca di rendita, utilizzando il monopolio sulla conoscenza (brevetti, diritti d’autore, disegni industriali, ecc.), caratterizza l’attuale fase del capitale. I Paesi a capitalismo avanzato sono diventati sempre più economie di rendita e di “servizio”.
In sostanza, dominano il mondo in virtù del controllo della struttura finanziaria globale, delle nuove conoscenze necessarie per la produzione e della distribuzione attraverso la vendita al dettaglio e i marchi globali.
Anche se le università sono state catturate dal capitale e trasformate nella cosiddetta University Inc, la nuova conoscenza che producono è ancora finanziata pubblicamente. Questo vale sia per i Paesi capitalisti avanzati che per quelli come l’India.
La direzione della ricerca scientifica è dettata dal capitale privato, che si appropria di ogni risultato positivo, eppure questa trasformazione della scienza non è avvenuta grazie al finanziamento privato. Il costo della ricerca fondamentale è elevato e solo alcuni dei suoi risultati possono avere benefici immediati in termini di avanzamento tecnologico.
È qui che lo Stato, sia nell’elettronica che nella genetica, si fa carico dei costi, mentre i brevetti vengono ceduti al capitale privato. Un tratto distintivo del sistema neoliberale è la socializzazione del rischio e la privatizzazione delle ricompense.
La consapevolezza che la scienza deve essere ripristinata come un esercizio aperto e collaborativo ha dato vita al movimento dei beni comuni. Per un curioso gioco di prestigio, il capitalismo considera infiniti i beni comuni finiti – l’atmosfera e i grandi corpi idrici come laghi, fiumi e oceani – e chiede il diritto di scaricare i rifiuti in questi beni.
Eppure considera la conoscenza, che può essere copiata un numero infinito di volte senza subire perdite, come finita e pretende diritti di monopolio su di essa!
Mai prima d’ora la società ha avuto la capacità che ha oggi di mettere insieme comunità e risorse diverse per produrre nuova conoscenza. È un lavoro sociale e universale, e la sua appropriazione privata come proprietà intellettuale sotto il capitalismo impedisce di liberare l’enorme potere della collettività di generare nuova conoscenza e di portare beneficio alle persone.
di Prabir Purkayastha, editore e fondatore di Newsclick.in, una piattaforma di media digitali. È un attivista per la scienza e il movimento del software libero. Il suo libro più recente è Knowledge as Commons: Towards Inclusive Science and Technology (LeftWord, 2023).
Fonte
04/01/2022
La liberalizzazione dei brevetti sui vaccini non può più essere rinviata
Come è ormai noto, senza che il vaccino arrivi in tutti i paesi del mondo non usciremo da questa pandemia. Molti paesi a sud dell’equatore, però, non possono permettersi i vaccini e contano percentuali bassissime di dosi somministrate. È in questo contesto che è possibile la nascita continua di varianti e la possibilità che una di queste riesca anche a rendere inefficaci i vaccini.
Per rispondere a questa necessità, già dallo scorso inverno, come tantissime e tantissimi in tutto il mondo, sosteniamo sia necessario liberalizzare i brevetti dei vaccini affinché possano essere prodotti anche in quei paesi in cui ad oggi non arrivano.
In questi giorni arriva l’ennesima conferma, questa volta da parte di un rapporto pubblicato da Medici Senza Frontiere in collaborazione con l’Imperial College di Londra che riporta una lista di 120 aziende tra America Latina e Africa in grado di produrre rapidamente miliardi di dosi, circa 8 miliardi l’anno, se solo brevetti e tecnologie fossero liberalizzate, come proposto tra l’altro da India e Sudafrica, nell’ambito dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, con l’appoggio di circa un centinaio di paesi, ma reso impossibile dalla contrarietà di altri, tra cui quelli dell’Unione Europea.
Bisogna continuare a mobilitarsi su questo tema affinché il vaccino non sia un privilegio di chi ha la fortuna di vivere nei paesi più ricchi e affinché la pandemia possa davvero essere sconfitta.
Basta mettere al primo posto i profitti dei soliti!
Fonte
Per rispondere a questa necessità, già dallo scorso inverno, come tantissime e tantissimi in tutto il mondo, sosteniamo sia necessario liberalizzare i brevetti dei vaccini affinché possano essere prodotti anche in quei paesi in cui ad oggi non arrivano.
In questi giorni arriva l’ennesima conferma, questa volta da parte di un rapporto pubblicato da Medici Senza Frontiere in collaborazione con l’Imperial College di Londra che riporta una lista di 120 aziende tra America Latina e Africa in grado di produrre rapidamente miliardi di dosi, circa 8 miliardi l’anno, se solo brevetti e tecnologie fossero liberalizzate, come proposto tra l’altro da India e Sudafrica, nell’ambito dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, con l’appoggio di circa un centinaio di paesi, ma reso impossibile dalla contrarietà di altri, tra cui quelli dell’Unione Europea.
Bisogna continuare a mobilitarsi su questo tema affinché il vaccino non sia un privilegio di chi ha la fortuna di vivere nei paesi più ricchi e affinché la pandemia possa davvero essere sconfitta.
Basta mettere al primo posto i profitti dei soliti!
Fonte
01/12/2021
I brevetti sui vaccini vanno sottratti a Big Pharma
Ieri pomeriggio, in coincidenza con l’inizio dei lavori della riunione della Wto in Svizzera, si sono svolte diverse manifestazioni nelle città italiane per richiedere per l’ennesima volta – dopo la manifestazione nazionale del 22 maggio – che i brevetti sui vaccini ancora di proprietà delle multinazionali farmaceutiche vengano liberalizzati consentendo la vaccinazione di massa anche nei paesi in via di sviluppo. A Roma si è manifestato sotto al Ministero della Salute, a Milano e in altre città sotto le Regioni.
L’arrivo in Europa della variante Omicron dal Sudafrica è la conferma della miopia dei governi e dell’ingordigia delle società del Big Pharma. Se non si vaccina anche il resto del mondo, ritenere che i paesi capitalisti più avanzati possano sentirsi riparati dal virus del Covid è una dolorosa e sanguinosa illusione.
Il vaccino deve essere un bene comune come l’acqua e non l’ennesima occasione per fare profitti. Con il sistema dei brevetti, che l’Unione Europea insiste a voler difendere, resta tagliata fuori dalla vaccinazione la gran parte della popolazione mondiale e questo comporta l’impossibilità di una battaglia efficace contro il virus. In questo modo non basteranno né la 3° né la 4° o la 5° dose per fermare i contagi e debellare il Coronavirus e tutte le sue possibili varianti.
I guadagni delle grandi aziende farmaceutiche finora hanno raggiunto cifre clamorose. Per Pfizer, Biontech e Moderna si parla di 34 miliardi di dollari entro il 2021. Pfizer e Moderna da sole guadagnano 93 milioni di dollari al giorno, mentre soltanto l’1% delle dosi di ciascuna azienda viene inviata ai Paesi più poveri.
Questi dati sono stati diffusi dall’associazione People’s Vaccine Alliance che ha spiegato però di averli tratti dai risultati pubblicati dalle aziende stesse. Le stesse Pfizer e Moderna, che stanno realizzando profitti giganteschi, hanno però ricevuto ben 8 miliardi di dollari di finanziamenti pubblici per realizzare il vaccino ma si rifiutano di trasferire tecnologie e conoscenze ad altri possibili produttori situati in Paesi più poveri, per mantenere il monopolio e garantirsi gli altissimi profitti.
In questi giorni, dal 30 novembre al 3 dicembre, l’Organizzazione Mondiale del commercio – WTO che ha sempre respinto ogni ipotesi di liberalizzazione dei brevetti sui vaccini, torna a riunirsi in Svizzera. Mentre più di 100 Paesi hanno chiesto una moratoria sui brevetti per salvare l’umanità dalla diffusione del virus, l’Unione Europea e lo stesso governo Draghi si rifiutano di sostenere questa richiesta di civiltà.
Basta profitti sulla salute. Per combattere il virus c’è bisogno di più sanità pubblica e meno profitti alle aziende private.
Fonte
L’arrivo in Europa della variante Omicron dal Sudafrica è la conferma della miopia dei governi e dell’ingordigia delle società del Big Pharma. Se non si vaccina anche il resto del mondo, ritenere che i paesi capitalisti più avanzati possano sentirsi riparati dal virus del Covid è una dolorosa e sanguinosa illusione.
Il vaccino deve essere un bene comune come l’acqua e non l’ennesima occasione per fare profitti. Con il sistema dei brevetti, che l’Unione Europea insiste a voler difendere, resta tagliata fuori dalla vaccinazione la gran parte della popolazione mondiale e questo comporta l’impossibilità di una battaglia efficace contro il virus. In questo modo non basteranno né la 3° né la 4° o la 5° dose per fermare i contagi e debellare il Coronavirus e tutte le sue possibili varianti.
I guadagni delle grandi aziende farmaceutiche finora hanno raggiunto cifre clamorose. Per Pfizer, Biontech e Moderna si parla di 34 miliardi di dollari entro il 2021. Pfizer e Moderna da sole guadagnano 93 milioni di dollari al giorno, mentre soltanto l’1% delle dosi di ciascuna azienda viene inviata ai Paesi più poveri.
Questi dati sono stati diffusi dall’associazione People’s Vaccine Alliance che ha spiegato però di averli tratti dai risultati pubblicati dalle aziende stesse. Le stesse Pfizer e Moderna, che stanno realizzando profitti giganteschi, hanno però ricevuto ben 8 miliardi di dollari di finanziamenti pubblici per realizzare il vaccino ma si rifiutano di trasferire tecnologie e conoscenze ad altri possibili produttori situati in Paesi più poveri, per mantenere il monopolio e garantirsi gli altissimi profitti.
In questi giorni, dal 30 novembre al 3 dicembre, l’Organizzazione Mondiale del commercio – WTO che ha sempre respinto ogni ipotesi di liberalizzazione dei brevetti sui vaccini, torna a riunirsi in Svizzera. Mentre più di 100 Paesi hanno chiesto una moratoria sui brevetti per salvare l’umanità dalla diffusione del virus, l’Unione Europea e lo stesso governo Draghi si rifiutano di sostenere questa richiesta di civiltà.
Basta profitti sulla salute. Per combattere il virus c’è bisogno di più sanità pubblica e meno profitti alle aziende private.
Fonte
15/11/2021
Pandemia e profitti
L’esplosione della pandemia ha risvegliato gli interessi delle multinazionali del farmaco. La sola Pfizer-Biontec, nel 2021, ha immesso sul mercato 9,5 milioni di dosi vaccinali vendute a 15,50 euro a dose. Profitti che sono stati sostenuti anche dagli interventi pubblici, elargiti alle case farmaceutiche per 8 miliardi e 300 milioni di euro.
Oltre all’aiuto pubblico, la comunità europea ha acquistato dalle case farmaceutiche 14 miliardi di vaccini prima della loro immissione sul mercato.
Nonostante i forti introiti le case farmaceutiche non hanno preso in considerazione il benessere della popolazione mondiale, ma hanno orientato la loro produzione soltanto per accrescere, ulteriormente, i loro profitti.
Come ultimo risultato, in nazioni come l’India si verificano migliaia di morti per Covid al giorno, nonostante abbiano, sul loro territorio, stabilimenti delle maggiori case farmaceutiche produttrici di vaccini.
Il maggior scempio umano si sta verificando proprio in quelle nazioni dove la produzione farmaceutica ha saputo approfittare di leggi che non tutelano il territorio e lasciano alle multinazionali il privilegio di sfruttare a bassissimo costo la manodopera più o meno specializzata.
Mentre nei paesi poveri e in via di sviluppo la pandemia si sta drammaticamente sviluppando lasciando dietro di se migliaia di morti, nei paesi europei, la distribuzione del vaccino non avviene come stabilito dai contratti firmati da Bruxelles: la situazione è ben evidente in Italia dove AstraZeneca ha prodotto 37 milioni di dosi destinandone la minima parte alla nazione ospitante.
Gli accordi commerciali tra nazioni e case farmaceutiche hanno fatto si che alcuni paesi hanno ricevuto le dosi necessarie e altri, come la Comunità europea, hanno subito dei forti ritardi nella consegna e molte altre non hanno ricevuto le dosi necessarie per arginare la pandemia.
È inutile evidenziare che la ripresa economica, dei singoli paesi, sarà determinata dalla velocità con cui verrà effettuata la vaccinazione nei prossimi mesi.
Mentre l’Occidente industrializzato potrà marginalizzare la crisi economica derivante dalla pandemia, pagando i vaccini necessari, i paesi più poveri e quelli in via di sviluppo, non riuscendo a pagare le case farmaceutiche, subiranno le conseguenze negative sia in termini di sviluppo economico, sia in termini di vite umane.
La produzione dei vaccini non è alla portata di tutti i paesi. Solo le nazioni maggiormente industrializzate e quelle che hanno nel loro territorio le fabbriche delle multinazionali del farmaco possono realizzare vaccini che richiedono una alta capacità produttiva.
Bisogna avere la tecnologia adatta per produrre nano-particelle lipide che hanno la proprietà, tramite inoculazione, di trasportare l’antivirus nelle cellule umane e specifici laboratori bisogna avere anche per produrre vaccini basati sul vettore virale.
Il problema fondamentale rimane l’eliminazione della proprietà intellettuale dei brevetti dando la possibilità alle nazioni che possono produrlo di distribuirlo a basso costo anche ai paesi poveri.
Auspichiamo una reazione della popolazione mondiale, che sappia attuare una pressione politica per chiedere la rinuncia ai brevetti dei vaccini. Dovrebbe essere una richiesta eticamente necessaria per scuotere il mercato dei profitti capace di generare morte invece di distribuire benessere e salute.
Tutti i movimenti libertari dovrebbero aderire e stimolare la protesta contro coloro che si arricchiscono alle spalle della disperazione, grazie alle logiche di mercato dell’economia capitalista e non appoggiare una protesta fittizia e indotta come quella organizzata dai no green pass o peggio ancora dai no vax.
Si dovrebbe aderire all’avanzamento delle scoperte mediche-scientifiche atte a migliorare la salute e il benessere di tutta l’umanità e non alla loro incondizionata e insensata condanna.
Fonte
Oltre all’aiuto pubblico, la comunità europea ha acquistato dalle case farmaceutiche 14 miliardi di vaccini prima della loro immissione sul mercato.
Nonostante i forti introiti le case farmaceutiche non hanno preso in considerazione il benessere della popolazione mondiale, ma hanno orientato la loro produzione soltanto per accrescere, ulteriormente, i loro profitti.
Come ultimo risultato, in nazioni come l’India si verificano migliaia di morti per Covid al giorno, nonostante abbiano, sul loro territorio, stabilimenti delle maggiori case farmaceutiche produttrici di vaccini.
Il maggior scempio umano si sta verificando proprio in quelle nazioni dove la produzione farmaceutica ha saputo approfittare di leggi che non tutelano il territorio e lasciano alle multinazionali il privilegio di sfruttare a bassissimo costo la manodopera più o meno specializzata.
Mentre nei paesi poveri e in via di sviluppo la pandemia si sta drammaticamente sviluppando lasciando dietro di se migliaia di morti, nei paesi europei, la distribuzione del vaccino non avviene come stabilito dai contratti firmati da Bruxelles: la situazione è ben evidente in Italia dove AstraZeneca ha prodotto 37 milioni di dosi destinandone la minima parte alla nazione ospitante.
Gli accordi commerciali tra nazioni e case farmaceutiche hanno fatto si che alcuni paesi hanno ricevuto le dosi necessarie e altri, come la Comunità europea, hanno subito dei forti ritardi nella consegna e molte altre non hanno ricevuto le dosi necessarie per arginare la pandemia.
È inutile evidenziare che la ripresa economica, dei singoli paesi, sarà determinata dalla velocità con cui verrà effettuata la vaccinazione nei prossimi mesi.
Mentre l’Occidente industrializzato potrà marginalizzare la crisi economica derivante dalla pandemia, pagando i vaccini necessari, i paesi più poveri e quelli in via di sviluppo, non riuscendo a pagare le case farmaceutiche, subiranno le conseguenze negative sia in termini di sviluppo economico, sia in termini di vite umane.
La produzione dei vaccini non è alla portata di tutti i paesi. Solo le nazioni maggiormente industrializzate e quelle che hanno nel loro territorio le fabbriche delle multinazionali del farmaco possono realizzare vaccini che richiedono una alta capacità produttiva.
Bisogna avere la tecnologia adatta per produrre nano-particelle lipide che hanno la proprietà, tramite inoculazione, di trasportare l’antivirus nelle cellule umane e specifici laboratori bisogna avere anche per produrre vaccini basati sul vettore virale.
Il problema fondamentale rimane l’eliminazione della proprietà intellettuale dei brevetti dando la possibilità alle nazioni che possono produrlo di distribuirlo a basso costo anche ai paesi poveri.
Auspichiamo una reazione della popolazione mondiale, che sappia attuare una pressione politica per chiedere la rinuncia ai brevetti dei vaccini. Dovrebbe essere una richiesta eticamente necessaria per scuotere il mercato dei profitti capace di generare morte invece di distribuire benessere e salute.
Tutti i movimenti libertari dovrebbero aderire e stimolare la protesta contro coloro che si arricchiscono alle spalle della disperazione, grazie alle logiche di mercato dell’economia capitalista e non appoggiare una protesta fittizia e indotta come quella organizzata dai no green pass o peggio ancora dai no vax.
Si dovrebbe aderire all’avanzamento delle scoperte mediche-scientifiche atte a migliorare la salute e il benessere di tutta l’umanità e non alla loro incondizionata e insensata condanna.
Fonte
04/10/2021
Lo spettro del vaccino italiano e l’uso dei fondi del PNRR per regalare profitti
C’è uno spettro che si aggira in Italia sui fondi PNRR ricerca. Ed è uno spettro negativo. Per spiegarci meglio possiamo analizzare la vicenda del vaccino italiano, quello della società Reithera, fino a fine 2020 partecipata dalla GlaxoSmithKlein, una delle Big Pharma, ovviamente svizzera.
Il vaccino italiano era stato strombazzato da Zingaretti e, congiuntamente, dallo Spallanzani, dal Ministro Manfredi e in genere dal codazzo giornalistico. Una vicenda che ha visto una conclusione triste, per i proprietari della Reithera di cui, però, si è saputo poco. Questa vicenda, il partenariato tanto pubblicizzato tra pubblico (che paga) e privato (che spende) è amaramente fallito.
Ora non possiamo che preoccuparci per i circa 8 miliardi di euro che il ministero dell’università gestirà nei prossimi mesi. Perché a grande richiesta non saranno investiti nella ricerca di base, quella che torna certamente ai popoli, ma a quella partenariata, quella trasferita, quella che crea profitto al privato.
Riassumiamo brevemente la vicenda Reithera, pressoché ignorata dalla stampa.
Nell’ambito della lotta contro la privatizzazione la proprietà intellettuale ad inizio 2020, USB PI Ricerca chiedeva al ministro Manfredi di verificare la proprietà del brevetto basato sui vettori adenovirali.
Il sospetto era che IRBM e Reithera avessero sviluppato i rispettivi brevetti (tutti originati dalla ricerca della vecchia IRBM, una compartecipazione ‘andreottiana’ con la Merck) utilizzando fondi pubblici. In realtà, eravamo solo all’inizio. Infatti, a maggio del 2020 la nostra organizzazione veniva a conoscenza di un accordo scientifico tra la società Reithera e lo Spallanzani.
Verificando le condizioni con cui quest’accordo era stato stipulato USB rintracciava gli atti di una riunione svoltasi il 17 Marzo 2020 (figura 1) in cui l’attuale candidato sindaco per il PD a Napoli, allora ministro dell’università, e il presidente della Regione Lazio identificavano nel vaccino adeno-virale contro il COVID-19, allora in fase di sperimentazione estremamente embrionale, il candidato di vaccino nazionale ideale.
Il vaccino italiano era stato strombazzato da Zingaretti e, congiuntamente, dallo Spallanzani, dal Ministro Manfredi e in genere dal codazzo giornalistico. Una vicenda che ha visto una conclusione triste, per i proprietari della Reithera di cui, però, si è saputo poco. Questa vicenda, il partenariato tanto pubblicizzato tra pubblico (che paga) e privato (che spende) è amaramente fallito.
Ora non possiamo che preoccuparci per i circa 8 miliardi di euro che il ministero dell’università gestirà nei prossimi mesi. Perché a grande richiesta non saranno investiti nella ricerca di base, quella che torna certamente ai popoli, ma a quella partenariata, quella trasferita, quella che crea profitto al privato.
Riassumiamo brevemente la vicenda Reithera, pressoché ignorata dalla stampa.
Nell’ambito della lotta contro la privatizzazione la proprietà intellettuale ad inizio 2020, USB PI Ricerca chiedeva al ministro Manfredi di verificare la proprietà del brevetto basato sui vettori adenovirali.
Il sospetto era che IRBM e Reithera avessero sviluppato i rispettivi brevetti (tutti originati dalla ricerca della vecchia IRBM, una compartecipazione ‘andreottiana’ con la Merck) utilizzando fondi pubblici. In realtà, eravamo solo all’inizio. Infatti, a maggio del 2020 la nostra organizzazione veniva a conoscenza di un accordo scientifico tra la società Reithera e lo Spallanzani.
Verificando le condizioni con cui quest’accordo era stato stipulato USB rintracciava gli atti di una riunione svoltasi il 17 Marzo 2020 (figura 1) in cui l’attuale candidato sindaco per il PD a Napoli, allora ministro dell’università, e il presidente della Regione Lazio identificavano nel vaccino adeno-virale contro il COVID-19, allora in fase di sperimentazione estremamente embrionale, il candidato di vaccino nazionale ideale.
Figura 1: Verbale di Riunione del 17 marzo 2020
Il principale dato politico che correla quella riunione all’attuale identificazione dei progetti che riceveranno finanziamenti PNRR può essere riscontrato nel coinvolgimento del privato attraverso l’intermediazione di un autorevole ente pubblico, lo Spallanzani (per altro successivamente coinvolto anche con il vaccino Sputnik).
Infatti, ben 2 decisori politici, MUR e Regione Lazio, assegnarono senza alcun bando pubblico i finanziamenti che erano necessari a Reithera, società allora sicuramente Svizzera, per sviluppare completamente il vaccino commerciale (figura 2).
Figura 2: Frontespizio e contenuto parziale dell’accordo tra Reithera e Spallanzani che determina i fondi e investitori (Regione Lazio e MUR per tramite del CNR, vedi figura 1).
Il ministro Manfredi usò per tramite economico il CNR. Il principale ente di ricerca italiano fungeva semplicemente da ente pagatore per 3 milioni di euro, assegnati dal ministero all’ente per essere ‘donati’ al privato.
La Regione Lazio usava 5 milioni per contribuire ai bisogni del privato per circa la stessa cifra del CNR. Quindi con questi 8 milioni, Reithera poteva, a totale spesa dei contribuenti italiani, sviluppare il vaccino che rimaneva di totale proprietà della società privata.
Ma a Reithera non potevano essere sufficienti e cosi presentava il conto allo stato italiano e otteneva un accordo con INVITALIA di ARCURI per ricevere ulteriori 80 milioni e più della metà del profitto (figura 3).
Figura 3: tratto dalla delibera 10/2021 della Corte dei Conti
Ma la Corte dei Conti contestava vari punti dell’accordo (ad esempio il pressoché nullo impatto occupazionale: 40 posti entro il 2024), l’acquisto della sede già occupata da Reithera sulla base di valutazioni immobiliari incomplete, la ricaduta economica della produzione vaccinale anche rispetto agli accordi commerciali già operativi al momento, ossia maggio 2021, che vedevano gli altri vaccini in piena produzione mentre quello Reithera era solo all’inizio della sperimentazione. E l’accordo veniva bocciato.
Nel frattempo, dopo le tante copertine in cui ministro e/o presidente della Regione Lazio si mostravano orgogliosi del vaccino italiano, come veniva definito, sono sparite. La stampa ha dimenticato e non ha più verificato a che punto sia il vaccino italiano.
La vicenda pone due aspetti che caratterizzano fortemente il finanziamento alla ricerca con soldi pubblici: innanzitutto, lo scippo che l’attuale sistema di brevettazione permette rispetto a migliaia di pubblicazioni scientifiche prodotte da fondi pubblici a totale favore del profitto.
Uno scippo che potrebbe essere evitato solo abolendo la stessa brevettualità su tutti gli aspetti della vita (genoma, proteine, in genere sostanze biologiche). Secondariamente l’intervento della politica che si appropria della fase di valutazione scientifica, anche competitiva, per destinare i finanziamenti a progetti applicati che gli vengono proposti e che possono essere strumentalmente utilizzati in maniera propagandistica.
Come cittadini, come ricercatori dobbiamo aver ben presente che i finanziamenti alla ricerca nel regime attuale determinano sempre un profitto e pretenderne il ritorno alla collettività. I fondi del PNRR condizioneranno la nostra vita non solo per gli eventuali sviluppi che determineranno con gli investimenti ma anche perché ci verranno richiesti.
Farli accaparrare ai soliti noti significa dirigere la ricerca su argomenti che non sono di interesse collettivo. Come per i fondi donati a fondazioni private, i fondi pubblici debbono essere controllati e vigilati.
La vicenda che vi abbiamo descritto, invece, dimostra come i decisori entrino a gamba tesa sulle decisioni scientifiche, favorendo giocatori che non rischiano ma pretendono i fondi pubblici a fondo perduto.
Lo spettro della vicenda Reithera pesantemente ci pone questo problema. Ovviamente le richieste e le diffide USB PI Ricerca contro questa vicenda non hanno ricevuto risposta dal CNR. Eppure, quello che appare chiaro è che qualcosa deve essere trapelato, forse attraverso i magistrati della corte dei conti presenti al CNR.
Non possiamo esserne certi, ma rimane il fatto che solo il sindacato di base ha tenuto l’attenzione sulla vicenda. E solo USB PI Ricerca sta denunciando la possibilità che il PNRR sia volano di sprechi e di profitto privati. Dobbiamo, invece, essere tutti coscienti che proprio da queste vicende discende l’arricchimento futuro dei pochi. Per questo denunciamo e ci opponiamo negli Enti di Ricerca pubblica alla privatizzazione del Settore.
Fonte
16/09/2021
Brancaccio - Socialismo sanitario? Dibattito con Monti
16 settembre 2021 – Istituita dall’OMS e presieduta da Mario Monti, la “Commissione paneuropea per la salute” pubblica un rapporto per più di un verso sorprendente. In esso si legge che “l’attuale modello di innovazione, che assegna i rischi al settore pubblico e i profitti al settore privato, è palesemente errato” e aggiunge che “la prevenzione e la gestione della pandemia non possono essere lasciate ai mercati privati”. Prodromi di socialismo sanitario, verrebbe da dire, se non fosse che sul tema cruciale dei brevetti la Commissione risulta meno audace di quanto ci si attenderebbe dalle giuste premesse da cui parte. A Sky TG24 ne discutono Mario Monti (Università Bocconi) ed Emiliano Brancaccio (Università del Sannio).
Fonte
Fonte
07/09/2021
Vaccini, G20 della salute: le regalìe non salveranno il sud del mondo
“Vergognosa e indecente la scelta del G20 di ignorare la proposta di moratoria per i brevetti sui vaccini, come da più parti a livello mondiale ed europeo richiesto! Il nostro governo, che presiede il G20, ci ha sommerso in questi giorni di una valanga di parole sui ‘vaccini per tutti’, con larga risonanza sui mass media, ma senza spiegare come concretamente tale obiettivo possa essere raggiunto“, ha dichiarato Vittorio Agnoletto portavoce italiano della campagna europea Diritto alla Cura – Right2cure – No profit on pandemic.
I dati in aggiornamento costante da parte dell'OMS sono tragici: in solo tre giorni sono stati inghiottiti dal COVID-19 44.446 persone nel mondo e la cifra globale è balzata da 4.517.000 a 4.561.446 superiore agli abitanti di Piemonte e Valle d’Aosta messi insieme!
“Di fronte alla tragedia in atto – ha aggiunto Vittorio Agnoletto – che colpisce soprattutto i paesi più poveri, non bastano proclami suggestivi e parole magiche come ‘One health’, ‘Una sola salute’, il nuovo mantra lanciato oggi [ieri, ndr] dal ministro Roberto Speranza. Occorrono scelte conseguenti e coraggiose, ma abbiamo la netta impressione che dietro questi proclami si nasconda la totale sudditanza a Big Pharma“.
Nel Patto di Roma si afferma di condividere l’obiettivo dell’OMS di vaccinare il 40% della popolazione mondiale entro il 2021, ma poi ci si limita a riproporre gli stessi strumenti che sono stati utilizzati fino ad oggi: un ennesimo piano di donazioni, quando è già fallito il progetto Covax, perché le donazioni promesse sono arrivate con il contagocce e in tempi lunghissimi; e un appello alle aziende per aumentare i trasferimenti volontari di tecnologia.
La bufala delle intenzioni filantropiche sulle donazioni è smentita da quanto dichiarato oggi dall’OMS: 10 paesi, tra i quali l’Italia, hanno acquistato il 75% delle dosi di vaccino prodotte a livello mondiale mentre in Africa i vaccinati non superano il 2% della popolazione.
Intanto in Israele si comincia a parlare di quarta dose, in una perenne rincorsa contro le nuove varianti. Nel sud del mondo milioni di persone vengono condannate a morte senza vaccini e senza cure, mentre i Paesi ricchi si dissangueranno economicamente per comprare a prezzi sempre più alti i vaccini prodotti dalle multinazionali in una spirale in cui l’unica certezza è che continueremo ad essere tutti a rischio, se non si sospenderanno i brevetti mettendo, in tempi rapidi, i vaccini a disposizione di tutti.
Fonte
I dati in aggiornamento costante da parte dell'OMS sono tragici: in solo tre giorni sono stati inghiottiti dal COVID-19 44.446 persone nel mondo e la cifra globale è balzata da 4.517.000 a 4.561.446 superiore agli abitanti di Piemonte e Valle d’Aosta messi insieme!
“Di fronte alla tragedia in atto – ha aggiunto Vittorio Agnoletto – che colpisce soprattutto i paesi più poveri, non bastano proclami suggestivi e parole magiche come ‘One health’, ‘Una sola salute’, il nuovo mantra lanciato oggi [ieri, ndr] dal ministro Roberto Speranza. Occorrono scelte conseguenti e coraggiose, ma abbiamo la netta impressione che dietro questi proclami si nasconda la totale sudditanza a Big Pharma“.
Nel Patto di Roma si afferma di condividere l’obiettivo dell’OMS di vaccinare il 40% della popolazione mondiale entro il 2021, ma poi ci si limita a riproporre gli stessi strumenti che sono stati utilizzati fino ad oggi: un ennesimo piano di donazioni, quando è già fallito il progetto Covax, perché le donazioni promesse sono arrivate con il contagocce e in tempi lunghissimi; e un appello alle aziende per aumentare i trasferimenti volontari di tecnologia.
La bufala delle intenzioni filantropiche sulle donazioni è smentita da quanto dichiarato oggi dall’OMS: 10 paesi, tra i quali l’Italia, hanno acquistato il 75% delle dosi di vaccino prodotte a livello mondiale mentre in Africa i vaccinati non superano il 2% della popolazione.
Intanto in Israele si comincia a parlare di quarta dose, in una perenne rincorsa contro le nuove varianti. Nel sud del mondo milioni di persone vengono condannate a morte senza vaccini e senza cure, mentre i Paesi ricchi si dissangueranno economicamente per comprare a prezzi sempre più alti i vaccini prodotti dalle multinazionali in una spirale in cui l’unica certezza è che continueremo ad essere tutti a rischio, se non si sospenderanno i brevetti mettendo, in tempi rapidi, i vaccini a disposizione di tutti.
Fonte
09/08/2021
[Contributo al dibattito] - A che punto è la notte del Covid
Vorremo provare a condividere con i lettori di questo giornale comunista alcune considerazioni sulla pandemia, naturalmente non limitandoci alla nostra Italietta, ma con un taglio un po’ più internazionalista.
Ragionando da compagni, accidenti, la scienza sarà pure oggettività, ma l’uso sociale che se ne fa, compagni, necessita di uno schieramento ben chiaro verso l’anticapitalismo.
Ebbene, partiamo dai crudi dato: non va bene per niente.
I 55.000 morti a settimana di luglio sono diventati 66.000, sempre a settimana, nel mondo. La pandemia sta dilagando in paesi che prima erano quasi indenni, come il Myanmar, il Vietnam [1] e tutti gli altri che vedete evidenziati in figura 1.
Come si fa a pensare di “esserne quasi fuori” quando ogni settimana in Indonesia muoiono più di 10.000 persone? Il grande crimine mondiale di aver vaccinato finora solo il 1,1% dei paesi poveri (confermo, UN PER CENTO, vedi figura 2) sta iniziando a travolgere l’Asia. Brutti segnali anche in Nordafrica.
La buona notizia è che per ora il grosso dell’Africa pare ancora tutto sommato indenne. Anche se sinceramente non si sa perché, né se e quanto durerà. La Nigeria ha 211 milioni di abitanti, l’Etiopia 118 milioni, l’Egitto 104, il Congo 92, la Tanzania 61: in totale, in Africa, 1,2 miliardi di persone: non si può non essere in apprensione per questi popoli, già falcidiati da decine di flagelli e con strutture sanitarie, purtroppo, estremamente impreparate, casomai arrivasse la pandemia.
Frequentando il blog di un medico che stimiamo, Vittorio Agnoletto, si resta colpiti da un lato dal suo rigore, e dalle sue proposte che sottoscriviamo e sulle quali torneremo. Dai commenti di alcuni suoi lettori, invece, grandi brividi di ribrezzo.
Non commentiamo neppure le jacquerie strumentali dei fascisti nostrani che comicamente reclamano la “libertà “di fare quello che pare a loro, invocando per assurdo addirittura – e a vanvera – la Costituzione. O le tragicomiche comparazioni fra GreenPass e stelle gialle naziste: oltre che una bestemmia storica, come ha subito puntualizzato l’Associazione Nazionale Deportati e l’ANPI, fa specie che esse vengano evocate dai peggiori razzisti e negazionisti dell’Olocausto.
L’orrore dei libertari in salsa rosa pseudo terzomondisti tocca ivi invece abissi di ipocrisia. Beati i paesi poveri, beati i loro abitanti che non si vaccinano, perché loro sarà il Regno dei Cieli. Aiutiamoli a casa loro, continuando a negar loro la possibilità di vaccinarsi, “per il loro bene”.
Spieghiamo ai thailandesi che oggi riempiono le piazze per reclamare la possibilità di vaccinarsi con un vaccino “occidentale” e non con quello cinese (pare efficace solo al 50%) [2] che sono dei “compagni che sbagliano”, meglio crepare a decine di migliaia di polmonite bilaterale che “contaminarsi” con i vaccini.
Torniamo all’analisi dei dati. Fra i paesi ricchi, preoccupante l’epidemia in USA fra i non vaccinati, che colpisce soprattutto gli Stati del Sud, dove lo zoccolo duro dei renitenti al vaccino è più ampio. Affari loro, potremmo pensare. Ma l’imperialismo economico occidentale ha fenomeni di controreazione assai perversi.
Questa revanche di contagi in USA – così come in UK e magari in futuro in altri paesi ricchi – ha anche un contraccolpo mortale, ma ancora una volta e sempre per i paesi poveri.
Molti occidentali spaventati fanno o vogliono la terza dose, del tutto inutile ora perché la protezione vaccinale permane nel tempo e non è con una terza dose dello stesso vaccino che aumenta. Aumenta non abbandonando le solite precauzioni, ovvio (igiene, distanziamento, mascherina al chiuso).
Fatto sta che i paesi ricchi fanno scorta di vaccini, e l’invito a cederli ai paesi poveri viene inascoltato. I prezzi aumentano, l’un per cento di vaccinati nei paesi poveri non migliorerà. L’invito di OMS a rimandare la terza dose e lasciare i vaccini a chi ne ha più bisogno rimane lettera morta.
Questo non dipende dall’efficacia dei vaccini, non c’entra con l’essere provax o novax. Questo si chiama capitalismo occidentale, che DA SEMPRE si basa sulla morte dei poveri per far vivere bene “noi”, i ricchi (in senso lato, ovviamente).
Ma stavolta la pagheremo, forse, più cara di quanto si creda. Innanzitutto un crollo delle economie nel terzo mondo comporterà un, magari limitato, contraccolpo anche per noi, grandi esportatori di prodotti in molti di quei paesi.
Ma rifugiarsi sulla prua del Titanic mentre la poppa affonda è una scelta miope, degna per capirci di quelle fatte in primavera 2020 dai confindustriali bergamaschi e milanesi, ma stavolta, purtroppo, a livello mondiale.
Una buona notizia è che la variante delta “buca” pochissimo gli attuali vaccini, per fortuna. Chi è vaccinato è praticamente certo di non avere grossi guai, anche infettandosi.
Ma come non pensare che in Indonesia o in Birmania non stia per uscire la variante epsilon o theta? Nel frattempo, notizia di ieri, è uscita fuori una variane lambda (che, stando all’ordine alfabetico greco, viene assai dopo).
Ora nel mondo stiamo a quasi quattro milioni e mezzo di contagiati a settimana. Bisognerebbe combattere la pandemia laggiù, nei paesi poveri, per evitare guai quassù, per noialtri ricchi. Lo abbiamo detto e ripetuto molte volte, ma, al di là delle vuote dichiarazioni d’intenti, cosa si sta facendo di concreto? Quali sono state le importantissime questioni delle quali si è discusso nei recenti G20, da meritare la precedenza su queste? Cosa possiamo fare, noi italiani, noi comunisti?
Fa specie che anche su questo argomento non ci sia una presa di posizione univoca dei compagni, tanto è vero che risultano assai più chiari alcuni concetti che mi permetto di parafrasare da un documento della FAT (Federazione Anarchica Torinese) reperibile in rete.
a) Dalla parte del popolo, occorre rifiutare ogni negazionismo esattamente come ogni facile via d’uscita offerta dal governo liberista e dal capitalismo occidentale, basato sul “si salvi chi può, cioè noi”. Il Covid 19 ha mietuto molte vittime in Italia e tuttora continua a mieterne. Ma sempre più è strage nel sud povero del mondo, dove mancano gli ospedali, i vaccini e le altre medicine.
b) Occorre agire contro Big Pharma, con ogni mezzo basato sulla pressione economica, legale, internazionale, perché siano cancellati i brevetti sui vaccini, rendendo più facile produrli a prezzi contenuti.
c) Bisogna che sia chiaro che i produttori di vaccini, continuando così, non stanno “salvando il mondo”, ma stanno allargando un divario fra ricchi e poveri che stavolta, però, potrebbe ritorcersi contro gli stessi ricchi: qui non è più un crimine sicuro e impunito, come la fame, il mancato accesso all’istruzione, la sanità negata, lo strangolamento economico, l’eccidio dei migranti, il militarismo e il commercio di armi, la predazione di risorse naturali, le “guerre umanitarie” pro domo vostra.
Attenti: un virus come questo non obbedisce alle vostre regolette autoprodotte, abbiamo visto come sia facile ritrovarselo nel giardino della nostra villetta brianzola con i nanetti.
Si dirà che la liberalizzazione non è la rivoluzione, e può anche essere vero. Ma, finché non si sarà in grado di espropriare direttamente i saperi necessari, è importante sviluppare un movimento che sappia imporne la liberalizzazione. Anche se è chiaro che il fine ultimo della rivoluzione dei popoli è l’eradicamento totale del capitalismo, delle lobbies industriali ed economiche che stanno rendendo il mondo un luogo sempre più inabitabile, basato sull’ingiustizia e la legge della giungla.
Ma non commettiamo l’errore di volere la Luna e non guardare al quotidiano. Ad esempio, anche in Italia c’è chi vorrebbe vaccinarsi ma non ha documenti né tessera sanitaria, e solo in poche regioni riesce a farlo. Le porte di ambulatori e hub vaccinali sono chiuse per i clandestini, i senza casa, i rom e sinti. Il dispositivo escludente della frontiera è attivo anche nel cuore delle nostre città e paesi.
C’è molto da fare, a tutti i livelli. Ed occorre agire subito, noi comunisti, prima che sia tardi o che altri lo facciano al nostro posto.
Se non ora, quando, compagne e compagni?
Fonte
Il testo sopra è posto sotto l'etichetta di contributo perchè alcune cose tornano troppo poco per elevarlo al rango di articolo di informazione.
In particolare:
[1] fino a ieri il Vietnam risultava nel novero dei paesi che meglio aveva affrontato la Pandemia, per come leggiamo qui sopra, invece, pare sia stato solamente baciato dalla fortuna per un certo tempo. COsa è cambiato o cosa si è sbagliato nella valutazione iniziale, l'autore del testo non lo dice.
[2] questo passaggio riproduce in maniera abbastanza esplicita la vulgata per cui i prodotti di alto valore aggiunto sono appannaggio esclusivo degli occidentali, mentre gli asiatici restano i soliti venditori di paccottiglia, anche nel settore farmaceutico.Ance qui, non siamo parlando del paese, la Cina, che fino a ieri, veniva indicato come esempi massimo della buona gestione pandemia sottolineando il fatto che avessero in cantiere più di 5 possibili vaccini anti Covid-19?
Spiace doverlo constatare sempre più spesso, ma una gestione dell'informazione contraddittoria e priva di riscontri non aiuta a districarsi nella complessità del presente, anzi.
05/08/2021
Il monopolio di Big Pharma sui vaccini: costa e discrimina
Un nuovo rapporto, rivela come i vaccini Pfizer/BioNTech e Moderna sarebbero stati venduti a prezzi esorbitanti agli stati, che potrebbero pagare 41 miliardi di dollari in più nel 2021, rispetto al costo di produzione stimato da 1,18 a 2,85 dollari a dose e nonostante 8,2 miliardi di finanziamenti pubblici ricevuti dalle due aziende.
L’Italia avrebbe potuto risparmiare 4,1 miliardi di euro per l’acquisto dei vaccini, sufficienti a garantire oltre 40 mila nuovi posti di terapia intensiva o l’assunzione di 49 mila nuovi medici. La UE nel suo complesso ha speso 31 miliardi di euro in più. I paesi africani li avrebbero pagati quasi 6 volte il costo, il COVAX 5 volte di più: cifra sufficiente a vaccinare già oggi ogni persona nei Paesi a basso-medio reddito.
Appello urgente per un’immediata sospensione dei brevetti, in occasione della riunione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio di questa settimana.
L’Italia avrebbe potuto risparmiare 4,1 miliardi di euro per l’acquisto dei vaccini, sufficienti a garantire oltre 40 mila nuovi posti di terapia intensiva o l’assunzione di 49 mila nuovi medici. La UE nel suo complesso ha speso 31 miliardi di euro in più. I paesi africani li avrebbero pagati quasi 6 volte il costo, il COVAX 5 volte di più: cifra sufficiente a vaccinare già oggi ogni persona nei Paesi a basso-medio reddito.
Appello urgente per un’immediata sospensione dei brevetti, in occasione della riunione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio di questa settimana.
*****
Il costo della vaccinazione globale con gli innovativi vaccini a mRNA – sostenuto dall’iniziativa COVAX dell’Organizzazione Mondiale della Sanità – potrebbe essere almeno 5 volte più basso, se i colossi farmaceutici non godessero dei monopoli sui brevetti dei vaccini Covid. Condizione che ha fatto pagare ai Paesi ricchi fino a 24 volte il costo stimato di produzione.
È la denuncia lanciata oggi da Oxfam ed EMERGENCY, membri della People’s Vaccine Alliance (PVA) con UNAIDS e quasi altre 70 organizzazioni, attraverso un nuovo rapporto. Dossier che rivela come solo Pfizer/BioNTech e Moderna nel 2021 potrebbero far pagare agli stati 41 miliardi di dollari in più, rispetto al costo di produzione stimato dei vaccini a tecnologia mRNA (1).
Nonostante che per il loro sviluppo le stesse aziende abbiano ricevuto oltre 8,25 miliardi di finanziamenti pubblici (2). Nuove analisi delle tecniche di produzione dei vaccini di tipo mRNA, messi in commercio da Pfizer/BioNTech e Moderna – realizzate da Public Citizen con ingegneri dell’Imperial College e pubblicate nel rapporto – rivelano infatti che questi vaccini potrebbero essere realizzati in media con un costo che varia da appena 1,18 a 2,85 dollari a dose (3).
Solo l’Italia fino ad oggi per questi due vaccini avrebbe speso 4,1 miliardi di euro in più di denaro dei contribuenti. Risorse che potrebbero essere investite per rafforzare il sistema sanitario nazionale, consentendo, ad esempio:
- di allestire oltre 40 mila nuovi posti di terapia intensiva(ad oggi sono poco più di 8.500);
- oppure di assumere oltre 49 mila nuovi medici (ad oggi sono poco più di 100 mila quelli dipendenti del Sistema Sanitario Nazionale) (4). Anche il Regno Unito avrebbe pagato 1,8 miliardi di sterline in più, sufficienti a garantire un bonus di oltre 1000 sterline a ciascun operatore del Sistema Sanitario Nazionale. La Germania avrebbe potuto risparmiare 5,7 miliardi di euro, che avrebbe consentito di assumere 100.000 nuovi operatori sanitari.
Nel frattempo, mentre meno dell’1% delle persone nei Paesi a basso-medio reddito è stata vaccinata e le varianti corrono, i CEO di Moderna e BioNTech con i profitti realizzati sono diventati miliardari. E le due aziende – nonostante il rapido aumento dei decessi nei Paesi in via di sviluppo – hanno venduto oltre il 90% dei loro vaccini ai paesi ricchi, facendo pagare a tutti i Governi del mondo da 4 fino a 24 volte il potenziale costo di produzione per dose.
“La scarsità mondiale di vaccini è una diretta conseguenza del sostegno dei Paesi ricchi ai monopoli delle aziende farmaceutiche, che ad oggi non hanno fatto nessun reale passo avanti per la condivisione di tecnologie, know-how e brevetti con i tanti produttori che nei Paesi in via di sviluppo potrebbero garantirne l’abbassamento dei prezzi e l’incremento nella produzione mondiale – hanno detto Sara Albiani, policy advisor per la salute globale di Oxfam Italia e Rossella Miccio, Presidente di EMERGENCY –.
L’unico primo, timido ma insufficiente, passo in avanti è stato fatto da Pfizer/BioNTech pochi giorni fa, per consentire la produzione di 100 milioni di dosi in Sud Africa. La prima dose però sarà disponibile solo nel 2022, mentre in Africa si continua a morire”.
“In tanti Paesi gli operatori sanitari in prima linea continuano a perdere la vita. – ha aggiunto Winnie Byanyima, Direttore Esecutivo di UNAIDS – Solo in Uganda ne sono morti più di 50 in appena due settimane. Mi ricorda quando morivano milioni di persone di HIV, perché i prezzi dei farmaci erano troppo alti.
Nei Paesi dove sono state fatte più vaccinazioni, però vengono salvate tantissime vite, anche se la variante Delta si diffonde, e così deve essere ovunque. È criminale che la maggior parte dell’umanità stia ancora affrontando questa crudele malattia senza protezione, perché i monopoli farmaceutici e il profitto vengono messi al primo posto”.
“Questo è forse il caso di speculazione più grave della storia – aggiungono Albiani e Miccio – Le ingenti risorse che gli stati sono costretti a pagare arricchendo CEO e azionisti potrebbero essere utilizzate per costruire nuove strutture sanitarie nei Paesi poveri, tagliare le liste di attesa per le prestazioni mediche, garantire servizi essenziali dignitosi”.
Il fallimento dell’iniziativa Covax: nel 2021 sarà vaccinata appena il 23% della popolazione dei Paesi in via sviluppo
Anche il COVAX, l’iniziativa che dovrebbe consentire ai Paesi in via di sviluppo l’accesso ai vaccini, ha pagato le dosi di Pfizer/BioNTech in media 5 volte di più del loro potenziale costo di produzione, faticando per avere le forniture necessarie in tempi brevi perché i Paesi più ricchi, disposti a pagare prezzi molto più alti, hanno avuto di fatto la precedenza nell’acquisto e nella contrattazione con le case farmaceutiche produttrici (5).
Un meccanismo perverso che ha portato a un enorme fallimento: secondo le stime della PVA infatti i soldi spesi fino ad oggi dal COVAX sarebbero stati sufficienti a garantire un ciclo di vaccinazione completa ad ogni persona nei Paesi a basso e medio reddito, se i prezzi garantiti fossero stati equi e a fronte di un’offerta sufficiente di dosi. Al contrario, nella migliore delle ipotesi, con il COVAX sarà vaccinato appena il 23% della popolazione dei Paesi in via di sviluppo entro la fine del 2021 (6).
La corsa al rialzo dei prezzi: i richiami per le varianti potrebbero costare fino a 175 dollari a dose, 148 volte il costo stimato di produzione
La corsa al rialzo continuo dei prezzi purtroppo non sembra arrestarsi nemmeno ora, nonostante l’acquisto di un numero senza precedenti di dosi a livello globale, che avrebbe dovuto produrre una progressiva riduzione del costo dei vaccini. L’Unione Europea ha ad esempio pagato ancora di più per gli ultimi ordini da Pfizer/BioNTech.
Un trend che continuerà in assenza di un’azione dei governi, spinto dalla possibilità che siano necessarie dosi di richiamo per gli anni a venire a causa dello sviluppo di nuove varianti. Il CEO di Pfizer ha suggerito che si potrà arrivare fino a 175 dollari per dose, ossia 148 volte il potenziale costo di produzione.
Il report di PVA riporta anche altri esempi dei prezzi eccessivi pagati fino ad ora:
- l’Unione Africana per il vaccino Pfizer/BioNTech sta pagando 6,75 dollari a dose che – per quanto risulti essere il prezzo più basso dichiarato dalle aziende produttrici – è ancora quasi 6 volte il potenziale costo di produzione. In altre parole, una dose costa più di quanto l’Uganda spenda per la salute di ogni cittadino in un anno intero;
- il prezzo più alto per i vaccini Pfizer/BioNTech è stato pagato da Israele con 28 dollari a dose, quasi 24 volte il potenziale costo di produzione;
-l’Unione Europea potrebbe aver pagato, per 1,96 miliardi di dosi, ben 31 miliardi di euro in più rispetto ai potenziali costi di produzione;
- Moderna ha praticato prezzi da 4 a 13 volte superiori rispetto ai costi di produzione stimati, facendo pagare al Sud Africa un prezzo tra 30 e 42 dollari a dose;
- la Colombia, che è stata gravemente colpita dal Covid, ha pagato il doppio del prezzo pagato dagli USA per i vaccini Moderna. Per l’acquisto dei vaccini Pfizer/BioNtech e Moderna si stima abbia pagato 375 milioni di dollari in eccesso.
L’appello ai Governi per un’azione urgente
“Se tutti i governi non spingeranno per la condivisione dei brevetti e il trasferimento delle tecnologie necessarie a consentire di aumentare la produzione mondiale di vaccini, ancora innumerevoli vite andranno perse. – concludono Albiani e Miccio – Consentire ai Paesi in via di sviluppo di produrre i propri vaccini è il modo più rapido e sicuro per aumentare l’offerta e ridurre drasticamente i prezzi. Quando questo è stato fatto per il trattamento dell’HIV, i prezzi sono diminuiti del 99%(7). Una proposta per arrivarci esiste ed è sostenuta da oltre 100 Paesi tra cui Stati Uniti, Francia, India e Sud Africa; mentre Germania, Regno Unito e Unione Europea si sono più volte opposti, con l’Italia che continua a non assumere una posizione chiara e si accoda alle decisioni dell’UE.
Per questo rilanciamo ancora una volta con forza un appello urgente perché si arrivi il prima possibile ad una sua approvazione in seno all’Organizzazione Mondiale del Commercio, che si sta riunendo proprio questa settimana per discuterne”.
Note:
1) Pfizer prevede un fatturato di 26 miliardi di dollari dalla vendita di 1,6 miliardi di dosi di vaccino, con un costo medio per dose di 16,25 dollari (contro un costo stimato di produzione di 1,18 dollari per dose). Moderna prevede vendite comprese tra 800 milioni e 1 miliardo di dosi, quindi a un costo medio compreso tra 19,20 e 24 dollari per dose (a fronte di un costo di produzione stimato di 2,85 dollari per dose). Il totale combinato delle entrate previste dalle vendite delle due aziende è quindi di 41 miliardi di dollari al di sopra del costo di produzione stimato.
2) Pfizer/BioNTech e Moderna hanno ricevuto 8,25 miliardi di dollari di finanziamenti pubblici per sviluppare i loro vaccini: 5,75 miliardi di dollari per Moderna e 2,5 miliardi di dollari per Pfizer/BioNTech. Ciò include finanziamenti pubblici e preordini governativi garantiti.
3) A causa di mancanza di trasparenza, i costi esatti di sviluppo, ricerca e produzione dei vaccini non sono noti. Le stime utilizzate nel rapporto pubblicato oggi si basano su studi sulle tecniche di produzione di vaccini a mRNA, condotti da Public Citizen con ingegneri dell’Imperial College. Un’analisi che stima che produrre 8 miliardi di dosi del vaccino Pfizer/BioNTech potrebbe costare 9,4 miliardi di dollari – 1,18 dollari a dose. Nel caso del vaccino prodotto da Moderna costerebbe 22,8 miliardi di dollari produrre 8 miliardi di dosi – 2,85 dollari a dose.
4) I dati per l’Italia sono consultabili qui (salute.gov.it) (tabella pag.5) e qui. Le stime sono realizzate considerando il costo di 100.000 euro per allestire un posto letto in terapia intensiva, escluso il costo del personale dedicato. Per il calcolo dello stipendio annuale di un dirigente medico dipendente del Sistema Sanitario Nazionale, si considera a titolo esemplificativo la Retribuzione lorda annuale secondo l’Istat, pari a 88.995 euro. Quanti sono e quanto guadagnano i medici e il personale sanitario – Info Data (ilsole24ore.com).
5) COVAX ha riferito che per le prime 1,3 miliardi di vaccini ha pagato un prezzo medio di 5,20 dollari a dose. Dati i prezzi riportati disponibili nel portafoglio di COVAX, è ragionevole presumere che abbia pagato meno di 5,20 dollari per il vaccino Oxford/AstraZeneca (riducendo il prezzo medio della dose) e probabilmente abbia pagato di più per Pfizer/BioNTech (aumentando il prezzo medio della dose). La mancanza di trasparenza dei regimi impedisce un controllo adeguato.
6) Gavi.
7) La concorrenza ha ridotto i prezzi dei farmaci per l’HIV del 99% in 10 anni: da 10.000 dollari ad a 67 dollari all’anno per paziente.
Fonte
09/05/2021
Brancaccio - Due articoli premonitori su brevetti e recovery plan
RAI News 24 – 7 maggio 2021 – Grandi aspettative sulla sospensione dei brevetti alla quale gli USA sembrano finalmente aderire e sul Recovery Plan dell’Unione europea. Ma a ben guardare restano insufficienze gravissime su entrambi i fronti. La RAI ricorda un articolo di Brancaccio e Pagano su “The Scientist”, che già nel marzo 2020 poneva l’esigenza di revocare i brevetti e mettere in comune la conoscenza scientifica contro il covid [1]; e un articolo di Brancaccio e Realfonzo sul “Financial Times” di febbraio, che segnala l’inadeguatezza delle risorse europee rispetto all’enormità della crisi [2].
[1] Emiliano Brancaccio and Ugo Pagano, “Stop Private Speculation in COVID-19 Research. An economic plan for a collective sharing of scientific knowledge on the pandemic.”, The Scientist, 23 March 2020.
[2] Emiliano Brancaccio and Riccardo Realfonzo, “Draghi’s policy will be Schumpeterian laissez-faire rather than Keynesian expansion”, Financial Times, 12 February 2021.
Fonte
[1] Emiliano Brancaccio and Ugo Pagano, “Stop Private Speculation in COVID-19 Research. An economic plan for a collective sharing of scientific knowledge on the pandemic.”, The Scientist, 23 March 2020.
[2] Emiliano Brancaccio and Riccardo Realfonzo, “Draghi’s policy will be Schumpeterian laissez-faire rather than Keynesian expansion”, Financial Times, 12 February 2021.
Fonte
07/05/2021
Brancaccio - Brevetti: il sistema dei parassiti
RAI radio uno – Eresie – 7 maggio 2021 – Le grandi rivoluzioni industriali e l’enorme diffusione della conoscenza che ne conseguì avvennero solo perché il sistema dei brevetti era ancora blando e debole. Oggi che invece la protezione dei brevetti è potente e pervasiva, siamo in una fase che è stata definita di “capitalismo del monopolio intellettuale” [1]: un sistema che pur di favorire la rendita di poche grandi aziende, ostacola l’avvento di nuove rivoluzioni tecnico-scientifiche. Non solo nel campo dell’emergenza anti-covid ma in tutti i settori, chi difende il sistema dei brevetti, di fatto difende un sistema di parassiti. Come ogni venerdì su RAI radio uno, il commento dell’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio.
[1] Ugo Pagano, The Crisis of Intellectual Monopoly Capitalism, Cambridge Journal of Economics, 2014, november, 38, pp. 1409-1431.
Fonte
[1] Ugo Pagano, The Crisis of Intellectual Monopoly Capitalism, Cambridge Journal of Economics, 2014, november, 38, pp. 1409-1431.
Fonte
Il “no” ai brevetti sui vaccini non è utopia, ma necessità
Tra lo stupore dei commentatori di palazzo nostrani – come sempre più realisti del re nel difendere ricchi e padroni – Biden ha annunciato di voler togliere i brevetti dai vaccini.
Il disastro sanitario dell’India, che preannuncia catastrofi analoghe in tutta la maggioranza povera del mondo, ha indotto l’amministrazione USA a venir meno ai suoi sacri principi di tutela del profitto.
Come al solito la UE ha seguito a ruota il governo americano e Ursula Von Der Leyen, dopo essere stata pasdaran del “no” alla limitazione dei brevetti, ora dichiara la disponibilità europea a condividere i vaccini con il mondo povero. Draghi come sempre tace, ma si adeguerà.
La verità è che la lotta alla pandemia richiede misure contro il capitalismo e solo i liberisti più stupidi e reazionari, in particolare in Europa, non si sono accorti della realtà.
Non è per bontà che Biden ora vuol togliere i brevetti, ma perché non ha alternative, se non una catastrofe mondiale o un mondo povero ancora più vicino alla Cina; e la seconda possibilità lo preoccupa più della prima.
Tutto questo dimostra che la mobilitazione europea e mondiale per togliere i brevetti ai vaccini non era un sogno nelle nuvole, ma una lotta realistica con possibilità di successo.
Ora bisogna continuare ed accrescere la mobilitazione affinché il WTO decida in fretta, superando le barricate che le multinazionali del farmaco hanno già predisposto, dato che ogni ritardo significa migliaia e migliaia di morti in più e una sempre più rischiosa diffusione del contagio nel mondo.
Ci vogliono vaccini e sanità pubblica per tutte e tutti in tutto il mondo, non è utopia ma necessità.
Ci vediamo in manifestazione e a Roma il 22 maggio.
Continuiamo a sostenere e a diffondere la petizione e europea.
Fonte
Il disastro sanitario dell’India, che preannuncia catastrofi analoghe in tutta la maggioranza povera del mondo, ha indotto l’amministrazione USA a venir meno ai suoi sacri principi di tutela del profitto.
Come al solito la UE ha seguito a ruota il governo americano e Ursula Von Der Leyen, dopo essere stata pasdaran del “no” alla limitazione dei brevetti, ora dichiara la disponibilità europea a condividere i vaccini con il mondo povero. Draghi come sempre tace, ma si adeguerà.
La verità è che la lotta alla pandemia richiede misure contro il capitalismo e solo i liberisti più stupidi e reazionari, in particolare in Europa, non si sono accorti della realtà.
Non è per bontà che Biden ora vuol togliere i brevetti, ma perché non ha alternative, se non una catastrofe mondiale o un mondo povero ancora più vicino alla Cina; e la seconda possibilità lo preoccupa più della prima.
Tutto questo dimostra che la mobilitazione europea e mondiale per togliere i brevetti ai vaccini non era un sogno nelle nuvole, ma una lotta realistica con possibilità di successo.
Ora bisogna continuare ed accrescere la mobilitazione affinché il WTO decida in fretta, superando le barricate che le multinazionali del farmaco hanno già predisposto, dato che ogni ritardo significa migliaia e migliaia di morti in più e una sempre più rischiosa diffusione del contagio nel mondo.
Ci vogliono vaccini e sanità pubblica per tutte e tutti in tutto il mondo, non è utopia ma necessità.
Ci vediamo in manifestazione e a Roma il 22 maggio.
Continuiamo a sostenere e a diffondere la petizione e europea.
Fonte
06/05/2021
USA - Big Pharma insorge contro la “modesta proposta” di Biden sui brevetti
Un po’ come avvenuto nel 1961 con il discorso di commiato del generale-presidente Eisenhower contro gli eccessivi interessi del complesso militare-industriale negli Usa, sessanta anni dopo il neo-presidente statunitense Biden ha messo in fibrillazione gli interessi di un altro gigantesco complesso finanziario/industriale: quello del Big Pharma.
La Rappresentante statunitense per il Commercio, Katherine Tai, ha preso posizione a favore di una “sospensione straordinaria della proprietà intellettuale” quando in gioco sono i vaccini contro il Covid-19, aprendo così la strada a negoziati nell’ambito della World Trade Organization, dove una prima proposta in questo senso era già stata presentata lo scorso anno da India e Sudafrica ma respinta proprio dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea.
Gli interessi in gioco hanno visto scattare immediatamente la protesta dell’associazione americana dei produttori del settore farmaceutico, più nota come Big Pharma (anche se di essa fanno parte anche multinazionali europee del settore, ndr).
A nome della Pharmaceutical Research and Manufacturers of America, Stephen Ubl (il ceo della Phrma) ha tuonato contro quello che definisce “un passo senza precedenti che minerà la nostra risposta globale alla pandemia e comprometterà la sicurezza. Questa decisione genererà confusione tra partner pubblici e privati, indebolirà le già fragili catene di forniture e alimenterà la proliferazione di vaccini contraffatti”.
La preoccupazione di perdere il monopolio sui brevetti dei vaccini, si è tinta anche di toni da “American First”. Secondo Ubl infatti la scelta di socializzare i brevetti sui vaccini avrà l’effetto di “consegnare innovazione americana a paesi che cercano di erodere la nostra leadership nelle scoperte biomedicali”. A Wall Street i titoli di società come Moderna, NioNTech e Novavax hanno perso terreno sull’onda dei timori di ripercussioni dalla decisione di Biden. Anche se Moderna si era in realtà già detta disposta a non imporre il rispetto dei suoi brevetti a coloro che producono vaccini contro la pandemia.
Positive invece le reazioni dei movimenti che sostengono proprio la socializzazione dei brevetti sui vaccini. La loro richiesta è di spingersi oltre la sospensione delle protezioni sulla proprietà intellettuale, verso quello che definiscono un concreto e attivo trasferimento di tecnologia, di know how e di personale, da parte dei detentori dei brevetti per consentire la produzione necessaria, coinvolgendo realtà aziendali che vanno al di là dei gruppi oggi detentori dei segreti industriali sui vaccini.
È iniziato così il fuoco di sbarramento delle obiezioni “tecniche” delle società del Big Pharma su questa possibile svolta nel monopolio dei brevetti sui vaccini. Pfizer ad esempio ha ricordato che il suo vaccino richiede personale e attrezzature specializzate, le quali utilizzano 280 componenti provenienti da 86 fornitori situati in 19 paesi, ed ha criticato l’apertura dell’amministrazione Biden come inefficace ai fini di miglioramenti nella diffusione dei vaccini. Quest’ultima però ha sottolineato come ci siano produttori di farmaci ovunque nel mondo, anche in paesi in via di sviluppo (l’India è il maggior produttore di prodotti farmaceutici mondiale, ndr) e che hanno dimostrato in questi anni di essere in grado di offrire prodotti di alta qualità in condizioni corrette e che queste possono quindi essere create per il vaccino.
Adesso si tratta di andare a verificare se quello dell’amministrazione Biden è un cambio di mentalità e se produrrà effetti concreti nel monopolio dei brevetti sui vaccini da parte di Big Pharma.
La denuncia di Eisenhower contro il complesso militare-industriale nel 1961 non ci sembra che abbia poi prodotto effetti concreti, anzi. Certo una differenza notevole c’è. Eisenhower era a fine mandato e poteva togliersi qualche sassolino dalla scarpe. Biden invece è all’inizio del suo mandato ed ha come minimo quattro anni di tempo (se la salute di Sleeping Joe non lo tradirà, ndr) per introdurre cambiamenti.
Ma questo sulla socializzazione totale o parziale dei brevetti sui vaccini antiCovid diventa comunque un test interessante, su almeno due versanti.
Il primo è che la obsoleta Wto potrebbe tornare ad essere la camera di compensazione tra interessi capitalisti diversi che aveva cessato di essere da una ventina d’anni. Il secondo è che gli Usa soffrono una crisi di egemonia globale e credibilità ormai pesantissima e che in qualche modo intendono cercare di recuperarla, e non possono farlo solo mostrando i denti e gli armamenti contro Russia e Cina.
Fonte
La Rappresentante statunitense per il Commercio, Katherine Tai, ha preso posizione a favore di una “sospensione straordinaria della proprietà intellettuale” quando in gioco sono i vaccini contro il Covid-19, aprendo così la strada a negoziati nell’ambito della World Trade Organization, dove una prima proposta in questo senso era già stata presentata lo scorso anno da India e Sudafrica ma respinta proprio dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea.
Gli interessi in gioco hanno visto scattare immediatamente la protesta dell’associazione americana dei produttori del settore farmaceutico, più nota come Big Pharma (anche se di essa fanno parte anche multinazionali europee del settore, ndr).
A nome della Pharmaceutical Research and Manufacturers of America, Stephen Ubl (il ceo della Phrma) ha tuonato contro quello che definisce “un passo senza precedenti che minerà la nostra risposta globale alla pandemia e comprometterà la sicurezza. Questa decisione genererà confusione tra partner pubblici e privati, indebolirà le già fragili catene di forniture e alimenterà la proliferazione di vaccini contraffatti”.
La preoccupazione di perdere il monopolio sui brevetti dei vaccini, si è tinta anche di toni da “American First”. Secondo Ubl infatti la scelta di socializzare i brevetti sui vaccini avrà l’effetto di “consegnare innovazione americana a paesi che cercano di erodere la nostra leadership nelle scoperte biomedicali”. A Wall Street i titoli di società come Moderna, NioNTech e Novavax hanno perso terreno sull’onda dei timori di ripercussioni dalla decisione di Biden. Anche se Moderna si era in realtà già detta disposta a non imporre il rispetto dei suoi brevetti a coloro che producono vaccini contro la pandemia.
Positive invece le reazioni dei movimenti che sostengono proprio la socializzazione dei brevetti sui vaccini. La loro richiesta è di spingersi oltre la sospensione delle protezioni sulla proprietà intellettuale, verso quello che definiscono un concreto e attivo trasferimento di tecnologia, di know how e di personale, da parte dei detentori dei brevetti per consentire la produzione necessaria, coinvolgendo realtà aziendali che vanno al di là dei gruppi oggi detentori dei segreti industriali sui vaccini.
È iniziato così il fuoco di sbarramento delle obiezioni “tecniche” delle società del Big Pharma su questa possibile svolta nel monopolio dei brevetti sui vaccini. Pfizer ad esempio ha ricordato che il suo vaccino richiede personale e attrezzature specializzate, le quali utilizzano 280 componenti provenienti da 86 fornitori situati in 19 paesi, ed ha criticato l’apertura dell’amministrazione Biden come inefficace ai fini di miglioramenti nella diffusione dei vaccini. Quest’ultima però ha sottolineato come ci siano produttori di farmaci ovunque nel mondo, anche in paesi in via di sviluppo (l’India è il maggior produttore di prodotti farmaceutici mondiale, ndr) e che hanno dimostrato in questi anni di essere in grado di offrire prodotti di alta qualità in condizioni corrette e che queste possono quindi essere create per il vaccino.
Adesso si tratta di andare a verificare se quello dell’amministrazione Biden è un cambio di mentalità e se produrrà effetti concreti nel monopolio dei brevetti sui vaccini da parte di Big Pharma.
La denuncia di Eisenhower contro il complesso militare-industriale nel 1961 non ci sembra che abbia poi prodotto effetti concreti, anzi. Certo una differenza notevole c’è. Eisenhower era a fine mandato e poteva togliersi qualche sassolino dalla scarpe. Biden invece è all’inizio del suo mandato ed ha come minimo quattro anni di tempo (se la salute di Sleeping Joe non lo tradirà, ndr) per introdurre cambiamenti.
Ma questo sulla socializzazione totale o parziale dei brevetti sui vaccini antiCovid diventa comunque un test interessante, su almeno due versanti.
Il primo è che la obsoleta Wto potrebbe tornare ad essere la camera di compensazione tra interessi capitalisti diversi che aveva cessato di essere da una ventina d’anni. Il secondo è che gli Usa soffrono una crisi di egemonia globale e credibilità ormai pesantissima e che in qualche modo intendono cercare di recuperarla, e non possono farlo solo mostrando i denti e gli armamenti contro Russia e Cina.
Fonte
14/03/2021
Una importante giornata di mobilitazione contro i brevetti sui vaccini
L’11 marzo è scoccato un anno da quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dichiarava ufficialmente lo scoppio della pandemia da Covid-19.
In questo primo anniversario di un evento che sta sconvolgendo le vite di miliardi di esseri umani, che ha stravolto alcuni dei principi cardine intorno ai quali si era strutturata la stessa organizzazione sociale ed economica sul pianeta, in più di venticinque città italiane come Potere al Popolo abbiamo promosso mobilitazioni nella cornice della campagna dei cittadini europei “No Profit on Pandemic – Nessun profitto sulla pandemia”.
Potere al Popolo, insieme a tutte le forze che hanno abbracciato questa battaglia, rivendica che i Governi e la Commissione Europea la smettano di stare in ginocchio dinanzi alle aziende di Big Pharma e che comincino, al contrario, a mettere in campo ogni possibile sforzo per tutelare le vite di milioni e milioni di persone e non i bilanci di Pfizer, Moderna, AstraZeneca, Johnson & Johnson.
Per evitare che altri milioni di vite vengano sacrificate sull’altare dei principi della libera iniziativa privata – pagata però con fondi della ricerca pubblica – del rispetto dogmatico della proprietà intellettuale, occorre sospendere i brevetti sui vaccini.
Il principio è di semplice buon senso: per uscire dal tunnel della pandemia occorre vaccinare il maggior numero di persone nel minor tempo possibile. Per raggiungere l’obiettivo bisogna eliminare ogni possibile restrizione. I brevetti agiscono oggi come cappio al collo dei popoli. È per questo che vanno sospesi il prima possibile, come richiesto da India, Sudafrica e altri 117 Stati all’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). Come recitava uno striscione a Johannesburg, Sudafrica: “Nessuno sarà al sicuro fino a quando non saremo tutti al sicuro!”.
La notizia che nella due giorni di incontri dell’OMC del 10 e 11 marzo, i Paesi del Nord del mondo, USA e UE in primis, abbiano continuato a opporsi a tale richiesta, non lascia campo a nessuna possibile illusione. Ci sono Governi e multinazionali per cui i principi del commercio internazionale valgono più della vita stessa. Noi, però, non possiamo morire di Covid-19 impiccati al libero scambio, alle regole su brevetti e proprietà intellettuale. Qui non è in gioco una disputa da tribunale, ma la vita di milioni e milioni di uomini e donne.
La battaglia per far sì che la tutela delle nostre vite si imponga su quella dei bilanci e dei profitti di poche multinazionali del farmaco proseguirà nelle prossime settimane in tutto il nostro continente.
Promuovendo la campagna No Profit on Pandemic per raggiungere 1 milione di firme da sottoporre alla Commissione Europea, così da costringere l’organo esecutivo dell’UE a prendere finalmente in considerazione la volontà dei nostri popoli.
Ma anche con la mobilitazione di piazza dei cittadini e delle cittadine. Potere al Popolo dà fin da ora due appuntamenti:
- Il 7 aprile, partecipando alla Giornata Internazionale della Salute.
- Il 21 maggio proponendo una manifestazione nazionale quando a Roma si terrà il G20 sulla salute.
Si tratta di due momenti importanti, dal punto di vista simbolico e concreto. Il nostro impegno è costruire un’alleanza popolare che con la forza dei numeri e delle ragioni dei nostri popoli possa prevalere sulla forza dei profitti delle aziende di Big Pharma.
Da una parte l’ideologia liberista e la tutela dei profitti di pochi; dall’altra la logica della vita e la tutela della salute di miliardi di esseri umani.
Fonte
In questo primo anniversario di un evento che sta sconvolgendo le vite di miliardi di esseri umani, che ha stravolto alcuni dei principi cardine intorno ai quali si era strutturata la stessa organizzazione sociale ed economica sul pianeta, in più di venticinque città italiane come Potere al Popolo abbiamo promosso mobilitazioni nella cornice della campagna dei cittadini europei “No Profit on Pandemic – Nessun profitto sulla pandemia”.
Potere al Popolo, insieme a tutte le forze che hanno abbracciato questa battaglia, rivendica che i Governi e la Commissione Europea la smettano di stare in ginocchio dinanzi alle aziende di Big Pharma e che comincino, al contrario, a mettere in campo ogni possibile sforzo per tutelare le vite di milioni e milioni di persone e non i bilanci di Pfizer, Moderna, AstraZeneca, Johnson & Johnson.
Per evitare che altri milioni di vite vengano sacrificate sull’altare dei principi della libera iniziativa privata – pagata però con fondi della ricerca pubblica – del rispetto dogmatico della proprietà intellettuale, occorre sospendere i brevetti sui vaccini.
Il principio è di semplice buon senso: per uscire dal tunnel della pandemia occorre vaccinare il maggior numero di persone nel minor tempo possibile. Per raggiungere l’obiettivo bisogna eliminare ogni possibile restrizione. I brevetti agiscono oggi come cappio al collo dei popoli. È per questo che vanno sospesi il prima possibile, come richiesto da India, Sudafrica e altri 117 Stati all’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). Come recitava uno striscione a Johannesburg, Sudafrica: “Nessuno sarà al sicuro fino a quando non saremo tutti al sicuro!”.
La notizia che nella due giorni di incontri dell’OMC del 10 e 11 marzo, i Paesi del Nord del mondo, USA e UE in primis, abbiano continuato a opporsi a tale richiesta, non lascia campo a nessuna possibile illusione. Ci sono Governi e multinazionali per cui i principi del commercio internazionale valgono più della vita stessa. Noi, però, non possiamo morire di Covid-19 impiccati al libero scambio, alle regole su brevetti e proprietà intellettuale. Qui non è in gioco una disputa da tribunale, ma la vita di milioni e milioni di uomini e donne.
La battaglia per far sì che la tutela delle nostre vite si imponga su quella dei bilanci e dei profitti di poche multinazionali del farmaco proseguirà nelle prossime settimane in tutto il nostro continente.
Promuovendo la campagna No Profit on Pandemic per raggiungere 1 milione di firme da sottoporre alla Commissione Europea, così da costringere l’organo esecutivo dell’UE a prendere finalmente in considerazione la volontà dei nostri popoli.
Ma anche con la mobilitazione di piazza dei cittadini e delle cittadine. Potere al Popolo dà fin da ora due appuntamenti:
- Il 7 aprile, partecipando alla Giornata Internazionale della Salute.
- Il 21 maggio proponendo una manifestazione nazionale quando a Roma si terrà il G20 sulla salute.
Si tratta di due momenti importanti, dal punto di vista simbolico e concreto. Il nostro impegno è costruire un’alleanza popolare che con la forza dei numeri e delle ragioni dei nostri popoli possa prevalere sulla forza dei profitti delle aziende di Big Pharma.
Da una parte l’ideologia liberista e la tutela dei profitti di pochi; dall’altra la logica della vita e la tutela della salute di miliardi di esseri umani.
Fonte
La notte dei generali senza vaccini
Gli Stati dell’Occidente neoliberista sono cani da guardia delle multinazionali. Ma sono anche suicidi, oltre i limiti di ogni possibili idiozia.
Vi sembra un’affermazione eccessiva?
Vediamo i fatti. Venerdi il Wto – Organizzazione mondiale del commercio – ha di fatto respinto la richiesta per una deroga sui brevetti per la produzione di vaccini contro il Covid-19, avanzata da India e Sudafrica, oltre che da un numero sconfinato di associazioni, medici ed anche dall’Oms (organizzazione mondiale della sanità, un braccio dell’Onu). La deroga avrebbe permesso di produrre in loco su vasta scala le dosi che servono per fermare la pandemia, senza attendere pazientemente che le stesse multinazionali di Big Pharma (al momento solo Pfizer, Moderna, AstraZeneca e Johnson & Johnson) arrivino a soddisfare quella domanda, dopo aver rifornito per primi i paesi più ricchi.
L’opposizione è arrivata da Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Europea (tutti e 27 i paesi membri di quest’ultima sostenuto la stessa posizione, Italia compresa), che hanno ricevuto anche il sostegno di Svizzera e Brasile. I primi due sono le “patrie” di quelle multinazionali, e “casualmente” sono anche i due paesi occidentali che hanno potuto cominciare a vaccinare su vasta scala le proprie popolazioni. Mentre tutti gli altri stanno in lista d’attesa e vedono ogni giorno arrivare meno dosi di quanto previsto nei contratti.
Dunque l’opposizione anglo-americana appare una logica – ma feroce – difesa dei propri interessi economici (delle società private basate nei propri sistemi-paese) e al tempo stesso, anche se molto in ritardo, della propria popolazione, inizialmente martoriata dall’atteggiamento negazionista di Trump e Boris Johnson (rispettivamente 530mila e 126mila morti). Nazionalismo vaccinale, insomma, niente di nuovo sotto il sole...
Il “niet” di tutti gli altri Paesi risulta invece incomprensibile, se non all’interno di un paradigma suicida in cui la predominanza del “privato” sul “pubblico” è un tabù che non deve mai essere messo in discussione. Neanche davanti alla morte.
Ma è proprio quello che avviene ogni giorno nelle “nostre” società. Da domani, in Italia, scatta per esempio un regime di restrizioni particolarmente chiaro nella sua impostazione: quasi tutto il Paese diventa una “zona rossa” molto particolare, in cui dal lunedì al venerdì quasi 20 milioni di persone potranno muoversi per andare al lavoro (i mezzi di trasporto collettivi, sia pubblici che privati, sono nelle stesse condizioni e nello stesso numero di un anno fa; dunque affollati e pericolosi quanto i luoghi di lavoro). Ma a sera e nel weekend si dovrà stare più o meno chiusi in casa (tranne chi lavora anche in quegli spazi orari).
È ovvio, ci dicono tutti gli scienziati del settore, che il virus se ne fotte del “perché” le persone si affollano in certi ambienti, ma circola con la circolazione umana. Però la produzione va fatta comunque (e infatti quella industriale è rimasta stabile o è addirittura cresciuta anche durante i lockdown), mentre tutto il resto può andare al macero (la vita delle persone in primo luogo).
Quale prova più evidente della predominanza del economico-privato sulla salute pubblica?
Dopo un anno dovrebbe essere evidente anche ad un idiota che quel modo di gestire la pandemia, “convivendo con il virus”, è stata una follia suicida. Non solo ha prodotto una strage senza fine (se 100.000 morti vi sembran pochi, siete da allontanare dal genere umano), ma anche una crisi economica di enormi dimensioni (quasi il 10% di Pil, tutto nei settori non industriali).
Tanto più che in diversi paesi (Cina, Venezuela e Cuba in testa, ma anche Corea del Sud, Taiwan e Nuova Zelanda, per chi ha problemi con qualche forma di socialismo) sono state messe in atto strategie diverse e molto più efficaci: lockdown totali ma circoscritti ai focolai di contagio non appena emergevano, screening con tampone di tutta la popolazione in quelle aree, identificazione e isolamento dei contagiati.
Qui si è preferito “attendere i vaccini”. Che però non ci sono, perché le multinazionali di Big Pharma li distribuiscono prima a chi paga un prezzo più alto (Israele, per esempio), oppure ai propri paesi-base (Usa e GB) per ovvi motivi. O addirittura li fanno girare di contrabbando sul “mercato parallelo”.
Logica (“di guerra”) vorrebbe che si producessero dovunque possibile (servono fabbriche dotate di bioreattori, ma questi ultimi si possono anche comprare o requisire temporaneamente), in barba ai brevetti o persino riconoscendo un minimo di “diritti di licenza”. E invece no. Se ne comincia a parlare, ma sempre nella chiave molto limitativa del “se le aziende si mettono d’accordo tra di loro” (è possibile infatti che sul territorio italiano o europeo ci siano stabilimenti adatti, ma di una multinazionale diversa da quelle titolari dei brevetti). Mai disturbare il profitto di un privato, nemmeno in punto di morte...
Ultimi arrivarono i militari. Quando un sistema sociale barcolla, prima di alzare bandiera bianca, si chiamano i generali e si chiede loro di dimostrare la propria efficienza mantenendo l’ordine.
Con scarsa fantasia, ma fedele agli interessi del grande capitale, anche Mario Draghi è ricorso a quest’ultima risorsa, nominando il generale Francesco Paolo Figliuolo a commissario governativo per la campagna di vaccinazione.
Con piglio e decisionismo militare il suddetto generale ha prodotto il suo bravo “piano”, di cui parlano oggi tutti i giornali, con obbiettivo dichiarato “mezzo milione di vaccinazioni al giorno".
Immaginiamo l’immenso lavoro per preparare la catena logistica (i vaccini arrivano a Pratica di Mare, vicino Roma, vengono stoccati in frigoriferi appositi, trasportati poi là dove servono con camion frigoriferi, distribuiti a decine di migliaia di medici e/o infermieri dotati di siringa, ecc.).
E un grazie sentito, senza alcuna ironia, va detto a tutta questa gente.
Il problema è che la materia da distribuire non c’è. Di sicuro non nelle dimensioni che servirebbero per vaccinare mezzo milione di persone al giorno. E non ci sarà nei tempi necessari, perché anche l’Italia è tra quei paesi che si sono opposti e si oppongono alla deroga sui brevetti che consentirebbe di produrre dove servono le quantità di dosi necessarie.
Potremmo ironizzare a lungo sui generali italiani, da sempre avvezzi a ordinare “offensive” a soldati con le scarpe di cartone, senza munizioni ma con “otto milioni di baionette”. Ma non ci viene...
Anche stavolta siamo senza munizioni, ossia vaccini. E anche stavolta non c’è niente da ridere.
Fonte
02/03/2021
“In guerra”, con in testa i generali, ma senza munizioni…
Mentre il Wto (organizzazione mondiale del commercio) discute la richiesta di Sudafrica e India – liberalizzare i vaccini Covid, in modo da poterli produrre autonomamente secondo il bisogno e a costo inferiore – in Italia “schieriamo l’esercito” per una “guerra” in cui non abbiamo le munizioni. Ossia le dosi per immunizzare la popolazione.
Restando alla disgraziata Italia in mano ai generali di Draghi, verrebbe da dire che le “esigenze della comunicazione” di Palazzo Chigi stanno prendendo la mano agli apprendisti stregoni.
Il “gran capo” non profferisce parola, ma come un monarca o un giudice parla “attraverso gli atti”. Pardòn, le nomine… Si circonda di prefetti e generali, quasi dovesse andare davvero in guerra. Ma non accenna minimamente all’unica misura di guerra che sarebbe logico prendere in condizioni di pandemia fuori controllo: trasformare alcuni degli stabilimenti farmaceutici sul territorio italiano in fabbriche di vaccini anti-Covid, considerando carta straccia i brevetti.
I cretini dicono che sarebbe “inutile”, perché per fare una cosa del genere occorrono dai quattro ai sei mesi. E per allora le multinazionali occidentali di Big Pharma (Pfizer, Moderna, Johnson & Johnson, AstraZeneca) promettono centinaia di milioni di dosi.
Prima questione: quelle stesse multinazionali avevano già firmato contratti – che sarebbero vincolanti, ma a quanto pare soltanto per i paesi che devono pagare – per consegnare milioni di dosi già ora. Ma in media hanno tagliato unilateralmente le forniture del 50%.
Nel frattempo misteriosi “intermediari” si presentano o vengono contattati dai personaggi più vari (presidenti di Regione, ecc.) per offrire vaccini a prezzo maggiorato. Sta già indagando la magistratura ma, qui sì, sapremo qualcosa a pandemia finita...
Non si può dunque affatto escludere che “i vaccini promessi” possano essere molti meno del pattuito.
In ogni caso, il coronavirus Covid-19 sta mutando, dando luogo a numerose varianti che, al di là dell’essere più o meno contagiose e/o pericolose, annunciano una cronicizzazione mondiale di questo virus. Detto altrimenti, ha molte probabilità di diventare ciclico come la normale influenza.
Per farvi fronte, in questo caso, avremo certamente bisogno di poter ogni anno produrre la quantità necessaria di vaccini per impedire che si produca la mattanza 2020-2021 (centomila morti, fin qui). E anche – è l’unico discorso che probabilmente quelli come Draghi capiscono – per evitare di lasciare sul terreno 9 punti di Pil ogni anno...
Quindi ristrutturare qualche stabilimento farmaceutico per la produzione delle dosi (oltre a sviluppare ricerca pubblica per implementare il contrasto alle nuove varianti) dovrebbe essere la normale reazione di qualunque governo. Anche neoliberista, purché non composto di servi sciocchi del capitale multinazionale.
In subordine, o in contemporanea, si dovrebbe cercare di firmare contratti con altri produttori, visto che al mondo ci sono, già pronti, un vaccino russo (Sputnik), 17 vaccini cinesi e almeno quattro cubani in via di conclusione dei test. Più quello detto “italiano”, perché frutto della ricerca dell’ospedale Spallanzani, ma di proprietà della svizzera Reithera.
Un piccolo sguardo su quanto accade ai bordi e dentro l’Unione Europea dovrebbe scollare le palpebre e far vedere.
Il paese europeo che è più avanti nella campagna vaccinale (dopo la Gran Bretagna, che ha esercitato il suo “potere sovrano” su Pfizer e AstraZeneca, trattenendo per sé le dosi che contrattualmente sarebbero dovute andare altrove) è nientepopodimeno che la Serbia.
Non lo ha prodotto in casa, ma si è affidata alla cinese Sinopharm e al russo Sputnik, oltre che a piccoli quantitativi del prodotto Pfizer. Tanto da potersi permettere il beau geste di regalare a Montenegro e Macedonia (due repubbliche ex jugoslave, prima del “democratico” bombardamento Nato) 5.000 dosi del prodotto AstraZeneca, di cui evidentemente non sanno che farsene.
Si potrebbe dire che la Serbia non appartiene ancora all’Unione Europea (e le auguriamo di restarne fuori!), dunque non avrebbe potuto contare su una piccola percentuale delle dosi contrattate per conto dei “27” membri direttamente da Ursula von der Leyen.
E si direbbe una cazzata. Infatti, diversi paesi membri hanno deciso di fare come se la Ue non ci fosse. A parte la solita Ungheria del parafascista Orbàn (comunque membro del Partito Popolare Europeo, come la Merkel, Berluska e Tabacci...), anche l’Austria del giovane ultraconservatore Sebastian Kurz, prima del suo viaggio in Israele, ha annunciato ieri un drastico cambio di rotta. Austria, Danimarca e altri “in futuro non faranno più affidamento sull’Ue e, insieme a Israele, nei prossimi anni produrranno dosi di vaccino di seconda generazione per ulteriori mutazioni del coronavirus e lavoreranno insieme alla ricerca di opzioni di trattamento”.
Nei giorni precedenti aveva incontrato direttamente Vladimir Putin per saggiare la possibilità di forniture di Sputnik.
Insomma. In fatto di lotta alla pandemia l’Unione Europea è un furgone destinato allo sfasciacarrozze. L’unico tema su cui non intende mollare la presa sono le “politiche di bilancio”, basate sullo scambio prestiti contro “riforme” improntate all’austerità. Ma non si va lontano, nella Storia, a forza di ricatti miopi.
Di fatto, questa organizzazione criminale con le proprie popolazioni è totalmente asservita ai bisogni e le ansie di guadagno dei gruppi multinazionali (il settore farmaceutico è solo uno dei tanti...). E neanche dopo un anno di pandemia e relativa contrazione economica riesce a cambiare ottica, strategia, atteggiamento.
I più attenti ricordano che questa “indifferenza” ai bisogni della popolazione, e di sudditanza nei confronti di Big Pharma, non è affatto una novità. Cinque anni orsono, al tempo dell’uscita del nuovo, efficace farmaco contro l’epatite C (protetto da brevetto), il governo italiano e l’AIFA contrattarono con l’azienda produttrice un prezzo così elevato da comportare un drammatico razionamento della terapia.
Di fatto, solo i pazienti all’ultimo stadio potevano accedervi e di conseguenza i pazienti meno gravi dovevano aggravarsi prima di poter accedere alle cure. Dal punto di vista sanitario era ed è una autentica follia, praticamente un crimine (spesso i malati morivano appena arrivati “al punto giusto” per poter ricevere il farmaco).
Certo, i malati di epatite C sono parecchi, ma non coincidono con l’intera popolazione (come invece avviene con il Covid-19). E neanche si ferma l’economia del paese, o quella europea, se ne muoiono tanti e tanti restano contagiati nei rapporti con i malati.
Allora come oggi, insomma, viene considerato “normale” garantire quel prezzo mostruoso alle multinazionali e lasciare nell’incertezza una platea numerosa ma comunque limitata. Anche in quel caso, comunque, si sarebbe potuto sospendere il brevetto, come consente il trattato TRIPs, e produrre il farmaco generico a favore di tutti quelli che ne hanno bisogno.
Ma non farlo neppure davanti a una pandemia planetaria è peggio che criminale.
E di questa natura sono i governi che abbiamo davanti, in quest’angolo di mondo.
Si capisce perché ora nominino soprattutto generali e spioni. Per proteggersi.
Fonte
Restando alla disgraziata Italia in mano ai generali di Draghi, verrebbe da dire che le “esigenze della comunicazione” di Palazzo Chigi stanno prendendo la mano agli apprendisti stregoni.
Il “gran capo” non profferisce parola, ma come un monarca o un giudice parla “attraverso gli atti”. Pardòn, le nomine… Si circonda di prefetti e generali, quasi dovesse andare davvero in guerra. Ma non accenna minimamente all’unica misura di guerra che sarebbe logico prendere in condizioni di pandemia fuori controllo: trasformare alcuni degli stabilimenti farmaceutici sul territorio italiano in fabbriche di vaccini anti-Covid, considerando carta straccia i brevetti.
I cretini dicono che sarebbe “inutile”, perché per fare una cosa del genere occorrono dai quattro ai sei mesi. E per allora le multinazionali occidentali di Big Pharma (Pfizer, Moderna, Johnson & Johnson, AstraZeneca) promettono centinaia di milioni di dosi.
Prima questione: quelle stesse multinazionali avevano già firmato contratti – che sarebbero vincolanti, ma a quanto pare soltanto per i paesi che devono pagare – per consegnare milioni di dosi già ora. Ma in media hanno tagliato unilateralmente le forniture del 50%.
Nel frattempo misteriosi “intermediari” si presentano o vengono contattati dai personaggi più vari (presidenti di Regione, ecc.) per offrire vaccini a prezzo maggiorato. Sta già indagando la magistratura ma, qui sì, sapremo qualcosa a pandemia finita...
Non si può dunque affatto escludere che “i vaccini promessi” possano essere molti meno del pattuito.
In ogni caso, il coronavirus Covid-19 sta mutando, dando luogo a numerose varianti che, al di là dell’essere più o meno contagiose e/o pericolose, annunciano una cronicizzazione mondiale di questo virus. Detto altrimenti, ha molte probabilità di diventare ciclico come la normale influenza.
Per farvi fronte, in questo caso, avremo certamente bisogno di poter ogni anno produrre la quantità necessaria di vaccini per impedire che si produca la mattanza 2020-2021 (centomila morti, fin qui). E anche – è l’unico discorso che probabilmente quelli come Draghi capiscono – per evitare di lasciare sul terreno 9 punti di Pil ogni anno...
Quindi ristrutturare qualche stabilimento farmaceutico per la produzione delle dosi (oltre a sviluppare ricerca pubblica per implementare il contrasto alle nuove varianti) dovrebbe essere la normale reazione di qualunque governo. Anche neoliberista, purché non composto di servi sciocchi del capitale multinazionale.
In subordine, o in contemporanea, si dovrebbe cercare di firmare contratti con altri produttori, visto che al mondo ci sono, già pronti, un vaccino russo (Sputnik), 17 vaccini cinesi e almeno quattro cubani in via di conclusione dei test. Più quello detto “italiano”, perché frutto della ricerca dell’ospedale Spallanzani, ma di proprietà della svizzera Reithera.
Un piccolo sguardo su quanto accade ai bordi e dentro l’Unione Europea dovrebbe scollare le palpebre e far vedere.
Il paese europeo che è più avanti nella campagna vaccinale (dopo la Gran Bretagna, che ha esercitato il suo “potere sovrano” su Pfizer e AstraZeneca, trattenendo per sé le dosi che contrattualmente sarebbero dovute andare altrove) è nientepopodimeno che la Serbia.
Non lo ha prodotto in casa, ma si è affidata alla cinese Sinopharm e al russo Sputnik, oltre che a piccoli quantitativi del prodotto Pfizer. Tanto da potersi permettere il beau geste di regalare a Montenegro e Macedonia (due repubbliche ex jugoslave, prima del “democratico” bombardamento Nato) 5.000 dosi del prodotto AstraZeneca, di cui evidentemente non sanno che farsene.
Si potrebbe dire che la Serbia non appartiene ancora all’Unione Europea (e le auguriamo di restarne fuori!), dunque non avrebbe potuto contare su una piccola percentuale delle dosi contrattate per conto dei “27” membri direttamente da Ursula von der Leyen.
E si direbbe una cazzata. Infatti, diversi paesi membri hanno deciso di fare come se la Ue non ci fosse. A parte la solita Ungheria del parafascista Orbàn (comunque membro del Partito Popolare Europeo, come la Merkel, Berluska e Tabacci...), anche l’Austria del giovane ultraconservatore Sebastian Kurz, prima del suo viaggio in Israele, ha annunciato ieri un drastico cambio di rotta. Austria, Danimarca e altri “in futuro non faranno più affidamento sull’Ue e, insieme a Israele, nei prossimi anni produrranno dosi di vaccino di seconda generazione per ulteriori mutazioni del coronavirus e lavoreranno insieme alla ricerca di opzioni di trattamento”.
Nei giorni precedenti aveva incontrato direttamente Vladimir Putin per saggiare la possibilità di forniture di Sputnik.
Insomma. In fatto di lotta alla pandemia l’Unione Europea è un furgone destinato allo sfasciacarrozze. L’unico tema su cui non intende mollare la presa sono le “politiche di bilancio”, basate sullo scambio prestiti contro “riforme” improntate all’austerità. Ma non si va lontano, nella Storia, a forza di ricatti miopi.
Di fatto, questa organizzazione criminale con le proprie popolazioni è totalmente asservita ai bisogni e le ansie di guadagno dei gruppi multinazionali (il settore farmaceutico è solo uno dei tanti...). E neanche dopo un anno di pandemia e relativa contrazione economica riesce a cambiare ottica, strategia, atteggiamento.
I più attenti ricordano che questa “indifferenza” ai bisogni della popolazione, e di sudditanza nei confronti di Big Pharma, non è affatto una novità. Cinque anni orsono, al tempo dell’uscita del nuovo, efficace farmaco contro l’epatite C (protetto da brevetto), il governo italiano e l’AIFA contrattarono con l’azienda produttrice un prezzo così elevato da comportare un drammatico razionamento della terapia.
Di fatto, solo i pazienti all’ultimo stadio potevano accedervi e di conseguenza i pazienti meno gravi dovevano aggravarsi prima di poter accedere alle cure. Dal punto di vista sanitario era ed è una autentica follia, praticamente un crimine (spesso i malati morivano appena arrivati “al punto giusto” per poter ricevere il farmaco).
Certo, i malati di epatite C sono parecchi, ma non coincidono con l’intera popolazione (come invece avviene con il Covid-19). E neanche si ferma l’economia del paese, o quella europea, se ne muoiono tanti e tanti restano contagiati nei rapporti con i malati.
Allora come oggi, insomma, viene considerato “normale” garantire quel prezzo mostruoso alle multinazionali e lasciare nell’incertezza una platea numerosa ma comunque limitata. Anche in quel caso, comunque, si sarebbe potuto sospendere il brevetto, come consente il trattato TRIPs, e produrre il farmaco generico a favore di tutti quelli che ne hanno bisogno.
Ma non farlo neppure davanti a una pandemia planetaria è peggio che criminale.
E di questa natura sono i governi che abbiamo davanti, in quest’angolo di mondo.
Si capisce perché ora nominino soprattutto generali e spioni. Per proteggersi.
Fonte
01/03/2021
Draghi e la Ue saranno subito giudicati dal mondo
Il 1 marzo si riunisce il WTO, l’organizzazione mondiale del commercio. All’ordine del giorno lo svincolo dal brevetto sui vaccini, chiesto dall’India, dal Sudafrica e da altri paesi che hanno urgenza e bisogno di avere subito il vaccino Covid.
Un bene decisivo per tutta l’umanità non può essere vincolato ai profitti da monopolio di alcune multinazionali, o alla politica di potenza degli stati più ricchi.
Lo stesso regolamento del WTO prevede che in casi di emergenza possa essere sospesa la proprietà dei brevetti, quindi farlo sarebbe perfettamente legale anche per le regole del mercato capitalista.
D’altra parte se non sarà vaccinata in fretta la grande maggioranza dell’umanità, il virus continuerà a colpire la salute e anche l’economia non solo dei paesi più poveri, ma anche di quelli più ricchi.
La pandemia da coronavirus ci impone volenti o nolenti di sentirci cittadini del mondo e rende non solo particolarmente immorale, ma particolarmente stupido e controproducente l’accaparramento del vaccino da parte dei paesi più ricchi e la difesa dei super guadagni delle multinazionali del farmaco.
Oxfam Italia ed Emergency hanno scritto a Draghi per chiedere che il governo italiano si schieri senza se e senza ma per la sospensione del brevetto dei vaccini e per la sua produzione da aziende pubbliche.
Finora la UE, di cui Draghi è da anni una delle massime figure, ha vergognosamente rifiutato questa proposta di buon senso e si è affidata alle multinazionali, con i risultati negativi che subiamo ogni giorno.
Ora attendiamo il governo italiano alla prova della decisione concreta. Se Draghi nel WTO dirà basta al brevetto sui vaccini, anche la UE sarà costretta a cambiare posizione, se invece egli continuerà a schierarsi con Big Pharma, verrà un danno sanitario, economico e morale per il nostro paese e per tutta l’Europa.
Il 1 marzo Draghi sarà giudicato dal mondo e se continuerà a dire prima gli europei, nessun coro osannante dei mass media potrà coprire la condanna politica e morale nei suoi confronti.
L’11 marzo partecipa alla giornata internazionale di mobilitazione contro i brevetti sui vaccini
Fonte
Un bene decisivo per tutta l’umanità non può essere vincolato ai profitti da monopolio di alcune multinazionali, o alla politica di potenza degli stati più ricchi.
Lo stesso regolamento del WTO prevede che in casi di emergenza possa essere sospesa la proprietà dei brevetti, quindi farlo sarebbe perfettamente legale anche per le regole del mercato capitalista.
D’altra parte se non sarà vaccinata in fretta la grande maggioranza dell’umanità, il virus continuerà a colpire la salute e anche l’economia non solo dei paesi più poveri, ma anche di quelli più ricchi.
La pandemia da coronavirus ci impone volenti o nolenti di sentirci cittadini del mondo e rende non solo particolarmente immorale, ma particolarmente stupido e controproducente l’accaparramento del vaccino da parte dei paesi più ricchi e la difesa dei super guadagni delle multinazionali del farmaco.
Oxfam Italia ed Emergency hanno scritto a Draghi per chiedere che il governo italiano si schieri senza se e senza ma per la sospensione del brevetto dei vaccini e per la sua produzione da aziende pubbliche.
Finora la UE, di cui Draghi è da anni una delle massime figure, ha vergognosamente rifiutato questa proposta di buon senso e si è affidata alle multinazionali, con i risultati negativi che subiamo ogni giorno.
Ora attendiamo il governo italiano alla prova della decisione concreta. Se Draghi nel WTO dirà basta al brevetto sui vaccini, anche la UE sarà costretta a cambiare posizione, se invece egli continuerà a schierarsi con Big Pharma, verrà un danno sanitario, economico e morale per il nostro paese e per tutta l’Europa.
Il 1 marzo Draghi sarà giudicato dal mondo e se continuerà a dire prima gli europei, nessun coro osannante dei mass media potrà coprire la condanna politica e morale nei suoi confronti.
L’11 marzo partecipa alla giornata internazionale di mobilitazione contro i brevetti sui vaccini
Fonte
21/02/2021
Togliere i brevetti sui vaccini Covid!
Nell’ultimo anno, l’umanità ha dovuto affrontare l’epidemia di coronavirus. Più di 2 milioni di persone sono già morte per questa malattia in tutto il mondo. L’esistenza di miliardi di esseri umani è stata sconvolta dal confinamento e da tutte le misure restrittive utilizzate nella lotta contro la malattia.
Le prime vittime sono i poveri. Vivono in alloggi sovraffollati dove la diffusione del virus è maggiore e lavorano nelle occupazioni più esposte, ma il loro accesso a cure di qualità è spesso limitato. Colpiti dal temporaneo arresto dell’economia, molti di loro cadono in povertà.
Entro la fine del 2020, i vaccini hanno cominciato ad essere autorizzati in diverse regioni del mondo. Sono stati sviluppati in tempo record e ne esistono già diversi, utilizzando diverse tecniche scientifiche.
Questo risultato è il frutto della mobilitazione eccezionale di migliaia di ricercatori in tutto il mondo, in particolare nelle istituzioni pubbliche come le università.
È anche il risultato dei finanziamenti degli Stati, cioè dei popoli del mondo, che hanno contribuito con più di 10 miliardi di dollari (8,2 miliardi di euro) solo per la ricerca diretta sui vaccini.
Tuttavia, oggi, sono alcune multinazionali di Big Pharma a prendere il premio. Il laboratorio americano Pfizer ha previsto che la vendita del suo vaccino gli farà guadagnare 15 miliardi di dollari nel 2021. I vaccini, così vitali per l’umanità, sono trattati come merci.
Le aziende private decidono a chi consegnare e a quale prezzo. Questa privatizzazione del vaccino, anche se un “bene comune” secondo l’OMS, sta rallentando la sua diffusione.
Una minoranza di paesi ricchi si è appropriata della maggior parte delle dosi disponibili. Nel resto del mondo, alcuni paesi devono pagare 2,5 volte di più per gli stessi vaccini. La ONG Oxfam stima che un vaccino non dovrebbe costare più di 3,40 dollari per un accesso veramente universale. Per il momento, siamo lontani da questo risultato.
Anche in Europa, i laboratori privati non sono in grado di produrre e consegnare i vaccini così rapidamente come promesso.
Ecco perché proponiamo di togliere i brevetti sui vaccini e sui futuri trattamenti contro il Covid. Il denaro non deve essere un freno alla salute globale. In molti paesi, ci sono schemi di licenze libere, d’ufficio o obbligatorie. Permettono di produrre e distribuire liberamente i vaccini.
Chiediamo ai leader di questi paesi di usarli al più presto. Questa azione abbasserà il prezzo dei vaccini e accelererà la loro produzione. Può salvare milioni di vite.
All’inizio di gennaio, la piattaforma intergovernativa scienza-politica sulla biodiversità e i servizi ecosistemici (IPBES) ha avvertito che potremmo entrare in una “era di pandemie” a causa dei danni ambientali.
Non lo affronteremo privilegiando gli interessi privati e i patrimoni di Big Pharma. Al contrario, dobbiamo costruire una società globale di aiuto reciproco.
Possiamo iniziare subito affermando che i vaccini e le cure Covid sono beni pubblici.
Appello internazionale firmato da numerose personalità della politica e della cultura, a partire da Jean-Luc Mélenchon, Lula, Rafael Correa, Marc Botenga, Paco Ignacio Taibo II, ecc.
Fonte
Le prime vittime sono i poveri. Vivono in alloggi sovraffollati dove la diffusione del virus è maggiore e lavorano nelle occupazioni più esposte, ma il loro accesso a cure di qualità è spesso limitato. Colpiti dal temporaneo arresto dell’economia, molti di loro cadono in povertà.
Entro la fine del 2020, i vaccini hanno cominciato ad essere autorizzati in diverse regioni del mondo. Sono stati sviluppati in tempo record e ne esistono già diversi, utilizzando diverse tecniche scientifiche.
Questo risultato è il frutto della mobilitazione eccezionale di migliaia di ricercatori in tutto il mondo, in particolare nelle istituzioni pubbliche come le università.
È anche il risultato dei finanziamenti degli Stati, cioè dei popoli del mondo, che hanno contribuito con più di 10 miliardi di dollari (8,2 miliardi di euro) solo per la ricerca diretta sui vaccini.
Tuttavia, oggi, sono alcune multinazionali di Big Pharma a prendere il premio. Il laboratorio americano Pfizer ha previsto che la vendita del suo vaccino gli farà guadagnare 15 miliardi di dollari nel 2021. I vaccini, così vitali per l’umanità, sono trattati come merci.
Le aziende private decidono a chi consegnare e a quale prezzo. Questa privatizzazione del vaccino, anche se un “bene comune” secondo l’OMS, sta rallentando la sua diffusione.
Una minoranza di paesi ricchi si è appropriata della maggior parte delle dosi disponibili. Nel resto del mondo, alcuni paesi devono pagare 2,5 volte di più per gli stessi vaccini. La ONG Oxfam stima che un vaccino non dovrebbe costare più di 3,40 dollari per un accesso veramente universale. Per il momento, siamo lontani da questo risultato.
Anche in Europa, i laboratori privati non sono in grado di produrre e consegnare i vaccini così rapidamente come promesso.
Ecco perché proponiamo di togliere i brevetti sui vaccini e sui futuri trattamenti contro il Covid. Il denaro non deve essere un freno alla salute globale. In molti paesi, ci sono schemi di licenze libere, d’ufficio o obbligatorie. Permettono di produrre e distribuire liberamente i vaccini.
Chiediamo ai leader di questi paesi di usarli al più presto. Questa azione abbasserà il prezzo dei vaccini e accelererà la loro produzione. Può salvare milioni di vite.
All’inizio di gennaio, la piattaforma intergovernativa scienza-politica sulla biodiversità e i servizi ecosistemici (IPBES) ha avvertito che potremmo entrare in una “era di pandemie” a causa dei danni ambientali.
Non lo affronteremo privilegiando gli interessi privati e i patrimoni di Big Pharma. Al contrario, dobbiamo costruire una società globale di aiuto reciproco.
Possiamo iniziare subito affermando che i vaccini e le cure Covid sono beni pubblici.
Appello internazionale firmato da numerose personalità della politica e della cultura, a partire da Jean-Luc Mélenchon, Lula, Rafael Correa, Marc Botenga, Paco Ignacio Taibo II, ecc.
Fonte
26/01/2021
La crisi di civiltà si palesa nei brevetti-merce
“Io penso che non sia assolutamente possibile identificare un settore produttivo della conoscenza separato dal resto di tutte le altre attività produttive e di erogazione dei servizi”.
Parte da questa affermazione Luciano Vasapollo nella sua analisi in materia dei brevetti, la cui caratteristica di intangibilità “permette di arrivare a tutte le sfere della vita dell’oggi dell’essere umano, in particolare le sfere della comunicazione e della conoscenza”.
I brevetti affondano le loro radici in “tutti i fattori, perfino quelli organizzativi ed istituzionali”, continua l’economista, che mette in risalto come il Capitalismo in questo frangente risulta sempre il vincitore.
Ciò avviene in quanto, “attraverso la brevettabilità, il Capitalismo internazionale determina la competizione internazionale fra settori, fra aziende, tra multinazionali e fra Paesi” creando in tal guisa una vera e propria “economia della conoscenza”.
Appare lampante questo processo “nei nuovi settori quali quelli della logistica, della nuova catena del valore, della distribuzione, delle piattaforme nelle quali si usa la telematica della conoscenza”.
Infatti il lavoro mentale è un nuovo strumento del controllo del capitale.
Vasapollo ci tiene a sottolineare che la dicitura “lavoro mentale” non è usata in alcun modo per discriminare in quanto “il cervello applicato al lavoro l’aveva anche mio padre, contadino e conciatore di pelli”. Non esiste “attività dell’uomo senza l’applicazione della conoscenza e dell’attività del cervello”.
Per “lavoro mentale” egli intende che “in questa nuova società la conoscenza diventa fattore produttivo e diventa quindi elemento decisivo anche per l’occupazione”.
“Quelle che una volta erano attività intellettuali super pagate, o meglio pagate, vengono ora messe nella catena del valore e della crescita economica a lungo termine”.
Il lavoratore può anche possedere tre lauree, ma “diventa, di fatto, un nuovo operaio, una nuova classe operaia”.
Questa tipologia di lavoratore “necessita ovviamente di conoscenza, di una forma di apprendimento e di formazione, che sia continua”. Una conoscenza però che “si trasforma in elemento centrale per il miglioramento della produttività del lavoro e della competitività” e non al servizio del sociale come dovrebbe.
“In una società basata sul modo di produzione capitalistico – ribadisce lo studioso – in cui prevale il cosiddetto capitale intangibile e immateriale quindi il capitale della comunicazione, dell’informazione, della conoscenza, la produttività totale dei fattori non viene più estratta soltanto dai fattori tradizionali, bensì dal cervello messo a produzione”.
Un fattore importante della nostra società, osserva l’economista, “consiste nel fatto che accelera la velocità della diffusione della conoscenza, attraverso la comunicazione, attraverso l’informazione, attraverso l’uso produttivo bestiale a fini solo di profitto dei brevetti. Diviene mera cultura d’impresa”.
La reazione a catena è inevitabile: “Questo contamina classi, contamina geografia produttiva, geografia del territorio, giungendo a un dominio globale che non si era mai avuto prima, in quanto non più limitato alla sola sfera della produzione”.
“Per questo quando io parlo di crisi sistemica del capitale dico che è anche una crisi di civiltà, perché i valori etici e morali sono imperniati e contaminati dalla teoria del valore”.
Questa è una trasformazione profonda che “avviene con il passaggio dalla Seconda alla Terza Rivoluzione industriale per la quale la conoscenza si applica non solo al processo produttivo, ma essa stessa diventa valore”.
A titolo di esempio Vasapollo porta il cellulare: “l’uso spropositato che facciamo del telefonino, se da una parte aumenta la velocità nell’applicazione dei progressi scientifici, dall’altra ci dà anche un senso forte di dipendenza dalla conoscenza altrui, una conoscenza che non è popolare, ma del capitale. Diventa così uno strumento di controllo incredibile sulla nostra vita”.
L’impatto delle tecnologie dell’informazione, della comunicazione, della telematica è enorme: “rivoluzionano tutto il concetto di informazione, di diritti, di diritti d’autore, di diritti di cittadinanza, all’interno di un Paese e di una comunità”.
Un altro esempio è la fibra ottica, la quale “ha elevato enormemente la velocità di trasmissione dei dati, rendendo possibile le cosiddette ‘autostrade dell’informazione’ attraverso Paesi continenti e oceani”. Bisogna però chiedersi: “questi cambiamenti quale informazione veicolano? Quale comunicazione trasportano? Quali interessi di brevettabilità individuano?”
Si pensi al caso dei Coronavirus, con la battaglia sui brevetti e la corsa per i vaccini.
“Dicono che Cuba è più lenta – critica l’economista – ma Cuba non persegue il profitto bensì l’interesse collettivo e il benessere delle persone”.
Nella società capitalistica invece governano “i titoli speculativi in Borsa”.
E quindi bisogna sempre porsi la questione: “Quanti hanno già scommesso da mesi su quale sarà il vaccino più efficiente e quindi, che incremento di valore fittizio si daranno ai titoli di una determinata multinazionale? Si creerà alla fine una bolla speculativa che poi, ovviamente, scoppierà”.
Il Capitalismo misura da sempre il contenuto della sua ricchezza “a partire dal tempo di lavoro, e quindi tenta in ogni modo di conservarlo, per raggiungere l’accumulazione, l’auto-accrescimento”.
Lo studioso si sente chiamato in causa perché, come tutti i critici dell’economia, ha “la responsabilità di sviscerare le condizioni di come si diffondono la logica della brevettabilità e del diritto d’autore”.
Eppure, assicura, “noi non siamo contro i diritti d’autore, quando riconosce il giusto merito alla scientificità di una scoperta e all’autore. Noi – sottolinea – siamo contro l’uso commerciale del diritto d’autore e dei brevetti”.
Questo perché “se la conoscenza è frutto di un investimento sociale nella cultura, in apprendimento, in formazione, in ricerca, allora significa che la conoscenza e, quindi anche i brevetti, sono patrimonio intangibile dell’umanità”.
Il brevetto è dunque “un patrimonio collettivo e ha carattere sociale”.
Questo è il motivo per il quale “la conoscenza non può essere mercificata, non può essere una nuova forma di sfruttamento”.
Mentre così avviene: “un intellettuale, quindi un lavoro fortemente intellettuale, è nuova classe operaia. Questo perché è sottoposta a un nuovo modo di estorsione di plusvalore, al pari della catena di montaggio degli anni Cinquanta o degli anni Settanta. Quando si negozia, infatti si trattano sul mercato anche i brevetti, e dunque la conoscenza si vende come merce, diventa merce”.
Parlando in termini produttivi, “la conoscenza appare come un prodotto finale che si chiama brevetto. Sorge a questo punto però una contraddizione – continua Vasapollo – tra la trasformazione della conoscenza in valore e il valore della conoscenza come merce. C’è un ritardo nella teoria del valore lavoro marxista perché si deve trovare un modo per spiegare con più convinzione il significato della conoscenza nella creazione del valore nelle condizioni attuali”.
Infatti si deve illustrare in modo chiaro come, “dietro lo scambio di nuove tecnologie e di nuovi prodotti, di nuove conoscenze, ci sono uomini, ci sono relazioni economiche, ci sono relazioni sociali. E queste generano un insieme di diseguaglianze per via del dominio monopolistico, oligopolistico, etico, dei grandi centri di potere tra cui anche – e soprattutto – le multinazionali”.
Conclude lo studioso: “In questo scenario internazionale quindi l’economia della conoscenza genera un nuovo paradigma, un paradigma tecnico-economico e finanche di civiltà. Non è più possibile pensare alla conoscenza distaccata dal settore produttivo: le nuove conoscenze sono un fattore determinante per il vantaggio competitivo tra nazioni”.
Noi che aspiriamo a una pianificazione socialista sosteniamo la possibilità dei “vantaggi complementari” (in alternativa ai “vantaggi competitivi”) che trova le basi nella “cooperazione, nella solidarietà di complementarietà”.
L’appello mosso è risoluto e spera risolutivo: “I diritti della conoscenza sono patrimonio dell’umanità e per questo bisogna nazionalizzare immediatamente, specialmente in questa fase di pandemia, la conoscenza e far sì che i brevetti siano patrimonio collettivo gratuito. La nazionalizzazione significa – esplicita – che tutti i processi immateriali della conoscenza siano disponibili per la risoluzione dei bisogni delle persone e siano patrimonio di interesse sociale. Così come fanno a Cuba, in Venezuela, in Cina”.
Solo così “si potrà combattere meglio questa battaglia contro il Coronavirus”.
Fonte
Parte da questa affermazione Luciano Vasapollo nella sua analisi in materia dei brevetti, la cui caratteristica di intangibilità “permette di arrivare a tutte le sfere della vita dell’oggi dell’essere umano, in particolare le sfere della comunicazione e della conoscenza”.
I brevetti affondano le loro radici in “tutti i fattori, perfino quelli organizzativi ed istituzionali”, continua l’economista, che mette in risalto come il Capitalismo in questo frangente risulta sempre il vincitore.
Ciò avviene in quanto, “attraverso la brevettabilità, il Capitalismo internazionale determina la competizione internazionale fra settori, fra aziende, tra multinazionali e fra Paesi” creando in tal guisa una vera e propria “economia della conoscenza”.
Appare lampante questo processo “nei nuovi settori quali quelli della logistica, della nuova catena del valore, della distribuzione, delle piattaforme nelle quali si usa la telematica della conoscenza”.
Infatti il lavoro mentale è un nuovo strumento del controllo del capitale.
Vasapollo ci tiene a sottolineare che la dicitura “lavoro mentale” non è usata in alcun modo per discriminare in quanto “il cervello applicato al lavoro l’aveva anche mio padre, contadino e conciatore di pelli”. Non esiste “attività dell’uomo senza l’applicazione della conoscenza e dell’attività del cervello”.
Per “lavoro mentale” egli intende che “in questa nuova società la conoscenza diventa fattore produttivo e diventa quindi elemento decisivo anche per l’occupazione”.
“Quelle che una volta erano attività intellettuali super pagate, o meglio pagate, vengono ora messe nella catena del valore e della crescita economica a lungo termine”.
Il lavoratore può anche possedere tre lauree, ma “diventa, di fatto, un nuovo operaio, una nuova classe operaia”.
Questa tipologia di lavoratore “necessita ovviamente di conoscenza, di una forma di apprendimento e di formazione, che sia continua”. Una conoscenza però che “si trasforma in elemento centrale per il miglioramento della produttività del lavoro e della competitività” e non al servizio del sociale come dovrebbe.
“In una società basata sul modo di produzione capitalistico – ribadisce lo studioso – in cui prevale il cosiddetto capitale intangibile e immateriale quindi il capitale della comunicazione, dell’informazione, della conoscenza, la produttività totale dei fattori non viene più estratta soltanto dai fattori tradizionali, bensì dal cervello messo a produzione”.
Un fattore importante della nostra società, osserva l’economista, “consiste nel fatto che accelera la velocità della diffusione della conoscenza, attraverso la comunicazione, attraverso l’informazione, attraverso l’uso produttivo bestiale a fini solo di profitto dei brevetti. Diviene mera cultura d’impresa”.
La reazione a catena è inevitabile: “Questo contamina classi, contamina geografia produttiva, geografia del territorio, giungendo a un dominio globale che non si era mai avuto prima, in quanto non più limitato alla sola sfera della produzione”.
“Per questo quando io parlo di crisi sistemica del capitale dico che è anche una crisi di civiltà, perché i valori etici e morali sono imperniati e contaminati dalla teoria del valore”.
Questa è una trasformazione profonda che “avviene con il passaggio dalla Seconda alla Terza Rivoluzione industriale per la quale la conoscenza si applica non solo al processo produttivo, ma essa stessa diventa valore”.
A titolo di esempio Vasapollo porta il cellulare: “l’uso spropositato che facciamo del telefonino, se da una parte aumenta la velocità nell’applicazione dei progressi scientifici, dall’altra ci dà anche un senso forte di dipendenza dalla conoscenza altrui, una conoscenza che non è popolare, ma del capitale. Diventa così uno strumento di controllo incredibile sulla nostra vita”.
L’impatto delle tecnologie dell’informazione, della comunicazione, della telematica è enorme: “rivoluzionano tutto il concetto di informazione, di diritti, di diritti d’autore, di diritti di cittadinanza, all’interno di un Paese e di una comunità”.
Un altro esempio è la fibra ottica, la quale “ha elevato enormemente la velocità di trasmissione dei dati, rendendo possibile le cosiddette ‘autostrade dell’informazione’ attraverso Paesi continenti e oceani”. Bisogna però chiedersi: “questi cambiamenti quale informazione veicolano? Quale comunicazione trasportano? Quali interessi di brevettabilità individuano?”
Si pensi al caso dei Coronavirus, con la battaglia sui brevetti e la corsa per i vaccini.
“Dicono che Cuba è più lenta – critica l’economista – ma Cuba non persegue il profitto bensì l’interesse collettivo e il benessere delle persone”.
Nella società capitalistica invece governano “i titoli speculativi in Borsa”.
E quindi bisogna sempre porsi la questione: “Quanti hanno già scommesso da mesi su quale sarà il vaccino più efficiente e quindi, che incremento di valore fittizio si daranno ai titoli di una determinata multinazionale? Si creerà alla fine una bolla speculativa che poi, ovviamente, scoppierà”.
Il Capitalismo misura da sempre il contenuto della sua ricchezza “a partire dal tempo di lavoro, e quindi tenta in ogni modo di conservarlo, per raggiungere l’accumulazione, l’auto-accrescimento”.
Lo studioso si sente chiamato in causa perché, come tutti i critici dell’economia, ha “la responsabilità di sviscerare le condizioni di come si diffondono la logica della brevettabilità e del diritto d’autore”.
Eppure, assicura, “noi non siamo contro i diritti d’autore, quando riconosce il giusto merito alla scientificità di una scoperta e all’autore. Noi – sottolinea – siamo contro l’uso commerciale del diritto d’autore e dei brevetti”.
Questo perché “se la conoscenza è frutto di un investimento sociale nella cultura, in apprendimento, in formazione, in ricerca, allora significa che la conoscenza e, quindi anche i brevetti, sono patrimonio intangibile dell’umanità”.
Il brevetto è dunque “un patrimonio collettivo e ha carattere sociale”.
Questo è il motivo per il quale “la conoscenza non può essere mercificata, non può essere una nuova forma di sfruttamento”.
Mentre così avviene: “un intellettuale, quindi un lavoro fortemente intellettuale, è nuova classe operaia. Questo perché è sottoposta a un nuovo modo di estorsione di plusvalore, al pari della catena di montaggio degli anni Cinquanta o degli anni Settanta. Quando si negozia, infatti si trattano sul mercato anche i brevetti, e dunque la conoscenza si vende come merce, diventa merce”.
Parlando in termini produttivi, “la conoscenza appare come un prodotto finale che si chiama brevetto. Sorge a questo punto però una contraddizione – continua Vasapollo – tra la trasformazione della conoscenza in valore e il valore della conoscenza come merce. C’è un ritardo nella teoria del valore lavoro marxista perché si deve trovare un modo per spiegare con più convinzione il significato della conoscenza nella creazione del valore nelle condizioni attuali”.
Infatti si deve illustrare in modo chiaro come, “dietro lo scambio di nuove tecnologie e di nuovi prodotti, di nuove conoscenze, ci sono uomini, ci sono relazioni economiche, ci sono relazioni sociali. E queste generano un insieme di diseguaglianze per via del dominio monopolistico, oligopolistico, etico, dei grandi centri di potere tra cui anche – e soprattutto – le multinazionali”.
Conclude lo studioso: “In questo scenario internazionale quindi l’economia della conoscenza genera un nuovo paradigma, un paradigma tecnico-economico e finanche di civiltà. Non è più possibile pensare alla conoscenza distaccata dal settore produttivo: le nuove conoscenze sono un fattore determinante per il vantaggio competitivo tra nazioni”.
Noi che aspiriamo a una pianificazione socialista sosteniamo la possibilità dei “vantaggi complementari” (in alternativa ai “vantaggi competitivi”) che trova le basi nella “cooperazione, nella solidarietà di complementarietà”.
L’appello mosso è risoluto e spera risolutivo: “I diritti della conoscenza sono patrimonio dell’umanità e per questo bisogna nazionalizzare immediatamente, specialmente in questa fase di pandemia, la conoscenza e far sì che i brevetti siano patrimonio collettivo gratuito. La nazionalizzazione significa – esplicita – che tutti i processi immateriali della conoscenza siano disponibili per la risoluzione dei bisogni delle persone e siano patrimonio di interesse sociale. Così come fanno a Cuba, in Venezuela, in Cina”.
Solo così “si potrà combattere meglio questa battaglia contro il Coronavirus”.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)







