Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/01/2021

La crisi di civiltà si palesa nei brevetti-merce

“Io penso che non sia assolutamente possibile identificare un settore produttivo della conoscenza separato dal resto di tutte le altre attività produttive e di erogazione dei servizi”.

Parte da questa affermazione Luciano Vasapollo nella sua analisi in materia dei brevetti, la cui caratteristica di intangibilità “permette di arrivare a tutte le sfere della vita dell’oggi dell’essere umano, in particolare le sfere della comunicazione e della conoscenza”.

I brevetti affondano le loro radici in “tutti i fattori, perfino quelli organizzativi ed istituzionali”, continua l’economista, che mette in risalto come il Capitalismo in questo frangente risulta sempre il vincitore.

Ciò avviene in quanto, “attraverso la brevettabilità, il Capitalismo internazionale determina la competizione internazionale fra settori, fra aziende, tra multinazionali e fra Paesi” creando in tal guisa una vera e propria “economia della conoscenza”.

Appare lampante questo processo “nei nuovi settori quali quelli della logistica, della nuova catena del valore, della distribuzione, delle piattaforme nelle quali si usa la telematica della conoscenza”.

Infatti il lavoro mentale è un nuovo strumento del controllo del capitale.

Vasapollo ci tiene a sottolineare che la dicitura “lavoro mentale” non è usata in alcun modo per discriminare in quanto “il cervello applicato al lavoro l’aveva anche mio padre, contadino e conciatore di pelli”. Non esiste “attività dell’uomo senza l’applicazione della conoscenza e dell’attività del cervello”.

Per “lavoro mentale” egli intende che “in questa nuova società la conoscenza diventa fattore produttivo e diventa quindi elemento decisivo anche per l’occupazione”.

“Quelle che una volta erano attività intellettuali super pagate, o meglio pagate, vengono ora messe nella catena del valore e della crescita economica a lungo termine”.

Il lavoratore può anche possedere tre lauree, ma “diventa, di fatto, un nuovo operaio, una nuova classe operaia”.

Questa tipologia di lavoratore “necessita ovviamente di conoscenza, di una forma di apprendimento e di formazione, che sia continua”. Una conoscenza però che “si trasforma in elemento centrale per il miglioramento della produttività del lavoro e della competitività” e non al servizio del sociale come dovrebbe.

“In una società basata sul modo di produzione capitalistico – ribadisce lo studioso – in cui prevale il cosiddetto capitale intangibile e immateriale quindi il capitale della comunicazione, dell’informazione, della conoscenza, la produttività totale dei fattori non viene più estratta soltanto dai fattori tradizionali, bensì dal cervello messo a produzione”.

Un fattore importante della nostra società, osserva l’economista, “consiste nel fatto che accelera la velocità della diffusione della conoscenza, attraverso la comunicazione, attraverso l’informazione, attraverso l’uso produttivo bestiale a fini solo di profitto dei brevetti. Diviene mera cultura d’impresa”.

La reazione a catena è inevitabile: “Questo contamina classi, contamina geografia produttiva, geografia del territorio, giungendo a un dominio globale che non si era mai avuto prima, in quanto non più limitato alla sola sfera della produzione”.

“Per questo quando io parlo di crisi sistemica del capitale dico che è anche una crisi di civiltà, perché i valori etici e morali sono imperniati e contaminati dalla teoria del valore”.

Questa è una trasformazione profonda che “avviene con il passaggio dalla Seconda alla Terza Rivoluzione industriale per la quale la conoscenza si applica non solo al processo produttivo, ma essa stessa diventa valore”.

A titolo di esempio Vasapollo porta il cellulare: “l’uso spropositato che facciamo del telefonino, se da una parte aumenta la velocità nell’applicazione dei progressi scientifici, dall’altra ci dà anche un senso forte di dipendenza dalla conoscenza altrui, una conoscenza che non è popolare, ma del capitale. Diventa così uno strumento di controllo incredibile sulla nostra vita”.

L’impatto delle tecnologie dell’informazione, della comunicazione, della telematica è enorme: “rivoluzionano tutto il concetto di informazione, di diritti, di diritti d’autore, di diritti di cittadinanza, all’interno di un Paese e di una comunità”.

Un altro esempio è la fibra ottica, la quale “ha elevato enormemente la velocità di trasmissione dei dati, rendendo possibile le cosiddette ‘autostrade dell’informazione’ attraverso Paesi continenti e oceani”. Bisogna però chiedersi: “questi cambiamenti quale informazione veicolano? Quale comunicazione trasportano? Quali interessi di brevettabilità individuano?”

Si pensi al caso dei Coronavirus, con la battaglia sui brevetti e la corsa per i vaccini.

“Dicono che Cuba è più lenta – critica l’economista – ma Cuba non persegue il profitto bensì l’interesse collettivo e il benessere delle persone”.

Nella società capitalistica invece governano “i titoli speculativi in Borsa”.

E quindi bisogna sempre porsi la questione: “Quanti hanno già scommesso da mesi su quale sarà il vaccino più efficiente e quindi, che incremento di valore fittizio si daranno ai titoli di una determinata multinazionale? Si creerà alla fine una bolla speculativa che poi, ovviamente, scoppierà”.

Il Capitalismo misura da sempre il contenuto della sua ricchezza “a partire dal tempo di lavoro, e quindi tenta in ogni modo di conservarlo, per raggiungere l’accumulazione, l’auto-accrescimento”.

Lo studioso si sente chiamato in causa perché, come tutti i critici dell’economia, ha “la responsabilità di sviscerare le condizioni di come si diffondono la logica della brevettabilità e del diritto d’autore”.

Eppure, assicura, “noi non siamo contro i diritti d’autore, quando riconosce il giusto merito alla scientificità di una scoperta e all’autore. Noi – sottolinea – siamo contro l’uso commerciale del diritto d’autore e dei brevetti”.

Questo perché “se la conoscenza è frutto di un investimento sociale nella cultura, in apprendimento, in formazione, in ricerca, allora significa che la conoscenza e, quindi anche i brevetti, sono patrimonio intangibile dell’umanità”.

Il brevetto è dunque “un patrimonio collettivo e ha carattere sociale”.

Questo è il motivo per il quale “la conoscenza non può essere mercificata, non può essere una nuova forma di sfruttamento”.

Mentre così avviene: “un intellettuale, quindi un lavoro fortemente intellettuale, è nuova classe operaia. Questo perché è sottoposta a un nuovo modo di estorsione di plusvalore, al pari della catena di montaggio degli anni Cinquanta o degli anni Settanta. Quando si negozia, infatti si trattano sul mercato anche i brevetti, e dunque la conoscenza si vende come merce, diventa merce”.

Parlando in termini produttivi, “la conoscenza appare come un prodotto finale che si chiama brevetto. Sorge a questo punto però una contraddizione – continua Vasapollo – tra la trasformazione della conoscenza in valore e il valore della conoscenza come merce. C’è un ritardo nella teoria del valore lavoro marxista perché si deve trovare un modo per spiegare con più convinzione il significato della conoscenza nella creazione del valore nelle condizioni attuali”.

Infatti si deve illustrare in modo chiaro come, “dietro lo scambio di nuove tecnologie e di nuovi prodotti, di nuove conoscenze, ci sono uomini, ci sono relazioni economiche, ci sono relazioni sociali. E queste generano un insieme di diseguaglianze per via del dominio monopolistico, oligopolistico, etico, dei grandi centri di potere tra cui anche – e soprattutto – le multinazionali”.

Conclude lo studioso: “In questo scenario internazionale quindi l’economia della conoscenza genera un nuovo paradigma, un paradigma tecnico-economico e finanche di civiltà. Non è più possibile pensare alla conoscenza distaccata dal settore produttivo: le nuove conoscenze sono un fattore determinante per il vantaggio competitivo tra nazioni”.

Noi che aspiriamo a una pianificazione socialista sosteniamo la possibilità dei “vantaggi complementari” (in alternativa ai “vantaggi competitivi”) che trova le basi nella “cooperazione, nella solidarietà di complementarietà”.

L’appello mosso è risoluto e spera risolutivo: “I diritti della conoscenza sono patrimonio dell’umanità e per questo bisogna nazionalizzare immediatamente, specialmente in questa fase di pandemia, la conoscenza e far sì che i brevetti siano patrimonio collettivo gratuito. La nazionalizzazione significa – esplicita – che tutti i processi immateriali della conoscenza siano disponibili per la risoluzione dei bisogni delle persone e siano patrimonio di interesse sociale. Così come fanno a Cuba, in Venezuela, in Cina”.

Solo così “si potrà combattere meglio questa battaglia contro il Coronavirus”.

Fonte

31/03/2019

La risoluzione europea sul copryright rafforza i giganti del web

Il Parlamento europeo ha approvato la direttiva sul copyright con 348 voti a favore, 274 contrari e 36 astenuti. Si è concluso così un lungo processo di discussione che ha visto impegnati migliaia di attivisti in tutto in mondo in un’opera di sensibilizzazione nei confronti di un provvedimento storico (non ultimo l’appello di #SaveYourInternet), mirato a porre grossi freni alla libertà di informazione e di espressione attraverso una strutturazione verticale e tesa alla tutela degli interessi privati dei grandi editori e produttori.

Al centro della discussione sono l’articolo 11 e l’articolo 13 della direttiva.

Il primo prevede l’obbligo da parte delle aziende che operano su internet di stipulare degli accordi preventivi con gli editori per poter pubblicare anche solo brevi estratti degli articoli e delle notizie. Nello specifico, l’articolo tende a regolamentare l’utilizzo dei cosiddetti snippet, ovvero di quelle porzioni di codice nel quale vengono rese di pubblico dominio parole chiave e brevi descrizioni che rimandano all’articolo originario. Nonostante sia esente da tale regolamentazione “l’utilizzo di singole parole e di brevi estratti”, la vaghezza della formulazione non definisce in modo chiaro quali saranno i vincoli imposti effettivamente attraverso i filtri.

L’articolo 13 prevede invece che tutti i siti e le app siano considerati responsabili per la condivisione di materiali coperti da diritto d’autore. In sostanza, l’articolo obbliga le piattaforme a stipulare accordi preventivi con i detentori dei diritti e a evitare che tali contenuti vengano nuovamente condivisi.

L’articolo 13 esclude solamente una piccola categoria di aziende: quelle che hanno meno di tre anni di attività in Europa, un fatturato minore di 10 milioni di euro e meno di 5 milioni di visitatori unici al mese. Il problema sorge secondo molti esperti nella necessità di sviluppare filtri per poter garantire l’applicazione della censura a tutti i materiali. Conseguenza di ciò sarebbe la cosiddetta “censura involontaria”, ovvero un meccanismo di censura applicato indistintamente a tutti i materiali, siano essi sviluppati con fini satirici, politici e in generale come espressione di libertà.

Quella che in tanti vedono come una vittoria sulle grandi potenze come Google e Facebook in favore dei diritti d’autore non avrà altra conseguenza che il rafforzarsi dello strapotere dei colossi privati.

Il voto del Parlamento europeo non comporta la liberazione dell’informazione dai padroni, ma soltanto una spostamento di padronanza.

Fonte

31/01/2012

L’Italia aderisce all’Acta: a rischio libertà della rete

“Immagina il tuo internet provider che controlla tutto ciò che fai online. Immagina farmaci generici, che potrebbero salvare delle vite, messi al bando. Immagina semi che potrebbero nutrire migliaia di persone tenuti bloccati nel nome dei brevetti? Tutto questo diventerà realtà con Acta: l’accordo commerciale anti-contraffazione negoziato in segreto da 39 Paesi”.
Dal 26 gennaio questa inquietante prospettiva, descritta in un video di denuncia che circola in rete*, da giovedì ha iniziato a tradursi in realtà. Giovedì scorso a Tokyo i rappresentanti di 22 Paesi europei, tra cui l’Italia, hanno firmato l’adesione all’Acta, che dovrà essere ratificata l’11 giugno dal Parlamento europeo. Usa, Cana, Giappone, Australia e altri hanno già aderito lo scorso ottobre. Per l’Italia, a nome del ministro degli Esteri ‘tecnico’ Giulio Terzi, la firma è stata apposta dall’ambasciatore Vincenzo Petrone.
Di questo ‘monstrum’ legislativo internazionale si è parlato molto poco (il testo dell’accordo è rimasto segreto per un anno e mezzo, inaccessibile perfino al Parlamento europeo) nonostante le pesanti limitazioni che, una volta in vigore, esso avrà sulla privacy e la libertà degli utenti di internet e sul diritto alla salute e al cibo: diritti fondamentali che verranno sacrificati in nome della tutela dei diritti d’autore e dei brevetti gestiti dalle multinazionali dell’industria musicale, cinematogarfica, farmaceutica e agroalimentare. In una parola, in nome del profitto.
Non è un caso che, in coincidenza con la firma di Tokyo, il relatore dell’Acta per il Parlamento europeo, l’europarlamentare socialista francese Kader Arif, si sia clamorosamente dissociato e dimesso dal suo incarico, “allertando l’opinione pubblica” e denunciando “nel modo più vivo” la “mancanza di trasparenza nei negoziati” che hanno portato a un accordo che “può avere grosse conseguenze sulla vita dei nostri concittadini” e che “pone problemi per l’impatto sulle libertà civili, per le responsabilità che si fanno gravare sui provider, per le conseguenze che avrà sulla fabbricazione di medicinali generici”.
Grandi Ong internazionali, come Oxfam e Action Aid, hanno pubblicamente denunciato il devastante impatto che l’Acta avrebbe sulla produzione e commercializzazione di farmaci e vaccini generici a basso costo, massicciamente utilizzati nei Paesi poveri. Stesso discorso per la libertà di utilizzo di sementi e prodotti agricoli brevettate dalle multinazionali del settore.
Ma l’effetto dell’Acta che tocca più da vicino i cittadini italiani ed europei riguarda la privacy e la libertà degli utenti di internet. L’accordo, infatti, rende le aziende che offrono accesso alla rete (in Italia, ad esempio, Telecom, Vodafone, Infostrada, Tiscali, Tele2, Fastweb, ecc.) legalmente responsabili per ciò che fanno i loro utenti online non di fronte alla magistratura nazionale, ma di fronte alle multinazionali titolari di diritti d’autore.
A questi soggetti privati l’Acta riconosce il potere di agire direttamente, senza autorizzazione di un giudice, a tutela dei propri interessi commerciali, facendosi consegnare dai provider informazioni per l’identificazione dei loro utenti sospettati di violazione del copyright. In quanto legalmente corresponsabili della condotta dei loro utenti, i provider saranno spinti a monitorare preventivamente e costantemente l’attività di tutti i loro utenti.
Ricorrendo a sistemi di filtraggio degni delle peggiori dittature, le aziende che offrono accesso alla rete si trasformeranno così in poliziotti del web al sevizio delle multinazionali titolari dei diritti, censurando le proprie reti per evitare guai legali, con evidenti conseguenze sulla riservatezza e la libertà di espressione degli utenti.
L’accordo Acta è, in sostanza, la versione globale delle proposte di legge statunitensi Sopa e Pipa (contro cui lo scorso 18 gennaio è stato indetto il primo sciopero del web della storia), con l’aggravante di riguardare anche i brevetti farmaceutici e agroalimentari e di essere stato negoziato senza alcuna trasparenza, il che non è mai un buon segnale.
L’adesione all’Acta dei Paesi europei ha scatenato proteste in rete (in Italia Agorà Digitale ha lanciato una petizione online). Solo in Polonia la mobilitazione è uscita dal mondo virtuale con grandi manifestazioni di piazza e un’originale iniziativa dei parlamentari dell’opposizione di sinistra, che hanno indossato in aula maschere di V per Vendetta.

Fonte.

24/01/2012

Battono in ritirata le lobby del copyright. Netwar ultimo atto?

«SOPA e PIPA minerebbero l'architettura fondamentale di Internet» ha detto il professor James Boyle della Duke University. Ed ha certamente ragione. Non a caso ieri Massimo Gaggi sul Corriere della Sera segnalava l'ironia dei quotidiani cinesi sulla realizzazione delle barriere censorie che l'approvazione di queste leggi comporterebbe. C'è poco da stare allegri a dirla tutta. Se per qualche (improbabile) motivo lo Stop Piracy Online Act ed il Protect IP Act andassero in porto, pur nelle loro versioni edulcorate rispetto a quelle inizialmente proposte alla Camera ed al Senato statunitensi, assisteremmo ad un progressivo stravolgimento di Internet per come fino ad oggi l'abbiamo conosciuta in Occidente.

L'identità di Internet – ormai dovremmo saperlo – è qualcosa di contingente e la trasformazione dei suoi connotati principali (come appunto l'architettura) è in grado di alterare le pratiche di comunicazione sociale che la attraversano.
E allora? Allora le battaglie contro SOPA e PIPA sono battaglie giustissime, sacrosante, da vincere assolutamente. Almeno in una prospettiva tattica. Ma per favore non raccontiamoci che si tratta di battaglie per la libertà di parola e tanto meno per mantenere quelle condizioni di apertura che hanno reso Internet la più grande agorà nella storia dell'umanità. Il rischio è di passare dalla padella alla brace senza nemmeno rendersene conto.
Jimmy Wales l'aveva detto: «Dobbiamo mandare un grande messaggio a Washington». E così è stato. 24 ore di shutdown, l'adesione di migliaia di siti (alcuni dei quali popolarissimi) ed il sostegno di molti firmatari delle leggi si è vaporizzato. Ma chi ha davvero gettato benzina sul fuoco del primo “sciopero del Web” non sono stati né Wikipedia, né le migliaia di blogger che pure hanno genuinamente aderito all'iniziativa, ma le grandi internet companies come Google, Facebook, Yahoo, Twitter ed Ebay. Senza la pressione esercitata delle grandi aziende dell'ICT c'è da dubitare che la riuscita del blackout avrebbe provocato ricadute altrettanto nette. Difficile però associare tali aziende a concetti come libertà di espressione o Open Internet. Non che i loro dirimpettai, le major della discografia e della cinematografia di Hollywood, presentino credenziali migliori – non si contano ormai più i tentativi, vuoi legislativi, vuoi repressivi, vuoi di carattere tecnologico, di imporre una qualche forma di controllo alla rete per perpetuare la loro rendita di posizione parassitaria – ma i giganti del web 2.0 che oggi affermano di essere per la rete aperta e per la libertà di parola sono i medesimi che già da tempo amministrano intere porzioni di Internet come autorità assolute in mondi chiusi.
Anche tralasciando pietosamente la presenza di Microsoft nella “coalizione dei volenterosi” schieratisi contro l'asse del male che minaccia la libertà di Internet, altri vistosi dettagli non possono non saltare all'occhio. Che dire per esempio dell'appoggio di Amazon alla lotta contro SOPA – giustamente considerata una legge in grado di mettere in pericolo le attività di whistleblowing – vista la posizione tenuta dalla compagnia di Jeff Bezos poco più di un anno fa in occasione dell'affondamento del network di Wikileaks in pieno Cablegate? Come è possibile considerare garanti dei diritti digitali Google o Facebook, compagnie che stanno costruendo veri e propri “walled garden”, ambienti a tenuta stagna separati dal resto della rete? Aziende i cui amministratori oltretutto praticano quotidianamente uno stillicidio di profili politicamente scomodi, o anche solo non attinenti alle loro volubili e capricciose policy.
«Metterti le penne nel culo» diceva Tyler Durdeen in Fight Club «non fa di te una gallina». E per quanto i giganti dell'ICT si sforzino di farsi passare per i difensori della novella biblioteca di Alessandria, la verità è un'altra. E cioè che Google e Facebook oggi non chiamano alle armi in difesa della libertà di parola ma di un preciso modello di business. Il loro. L'alternativa in gioco non è genericamente tra libertà e censura, ma tra modi, antitetici di intendere il mercato dell'informazione. Lo scontro è tra chi vorrebbe proteggere i prodotti intellettuali, secondo una logica obsoleta ed a caro prezzo, e chi li vorrebbe veder circolare liberamente per alimentare la redditizia cooptazione della creatività delle reti sociali. Uno scontro politico oltre che economico perché in un mondo di user-generated-content, dove il linguaggio è fatto dal remix di oggetti culturali preesistenti, decidere della legittimità di un contenuto significa avere il potere di intervenire sulle reti di comunicazione. Ma è un potere questo che Google e soci esercitano già a briglie sciolte nei loro ecosistemi informativi privati e di cui vogliono mantenere l'esclusività, senza doverlo spartire con nessuno, forti come sono della centralità dei loro servizi web. Non solo nella geografia di Internet. Ma anche dell'odierna comunicazione sociale, di cui essi sono a pieno titolo elementi costitutivi.
La battaglia contro le leggi firmate da Lamar S. Smith è stato l'ennesimo scontro di potere in una Netwar cominciata con la guerra contro Pirate Bay e declinata in diversi scenari locali (come la vicenda Google vs Vividown in Italia). La posta in palio è il mercato dell'informazione e le sue regole, oggi scritte da nuovi attori che hanno definitivamente spodestato quelli di un tempo. Non c'è più spazio per le vecchie cariatidi come Rupert Murdoch, il massimo campione e supporter d'eccezione di SOPA e PIPA. Quello che ha portato Myspace al fallimento quando era sulla cresta dell'onda ed incamerava miliardi. Quello scagliatosi contro la gratuità dei quotidiani on-line. Quello della scandalo “News of the world”. Quello che, nonostante le operazioni cosmetiche confezionate a botte di 140 caratteri, rimane l'incarnazione vivente della linea dura delle major dell'entartainement fatta di 10 anni di terrorismo mediatico, difesa di posizioni parassitarie e processi kafkiani a centinaia di utenti dei network P2P. Quello che, di fronte al fuggi fuggi di quanti hanno ritirato frettolosamente il loro appoggio alle famigerate leggi – pena una perdita di consenso in vista delle presidenziali di novembre – non ha potuto far altro che commentare con un laconico «Politicians all the same».

Già. Le elezioni presidenziali. Perché la battaglia contro SOPA e PIPA ne è stata una tappa importante, come dimostrato dalla minaccia di veto sventolata da Barack Obama qualora queste andassero in porto. Una posizione che non è un semplice favore ai big della Silicon Valley. Vero, i pezzi grossi dell'ICT son ormai radicati in pianta stabile a Washington (ed in particolare al tavolo del Dipartimento di Stato). Ma è altrettanto vero che storicamente i democratici hanno sempre avuto legami fortissimi con i gruppi di interesse del mondo dell'industria audiovisiva. Inoltre tanto S.Francisco che Los Angeles sono pezzi fondamentali del soft power USA. Ma le parole dello sconfitto John P. Feehery, lobbista della MPAA, lasciano però spazio a pochi dubbi. L'industria dei contenuti non sa come parlare alla gente mentre le internet companies riescono a mobilitare le persone in modi che gli studios non saprebbero nemmeno immaginare. Lo “sciopero di Internet” del 18 gennaio l'ha dimostrato chiaramente. Mai Obama avrebbe avallato una legge che rischiava di mettere i bastoni tra le ruote ad aziende tanto potenti ed in grado di influenzare così profondamente l'opinione pubblica mondiale. Mai si sarebbe preso la responsabilità di causare una deriva negativa nella vita in rete, facendo infuriare milioni di persone, molte delle quali elettori statunitensi. Le possibili ripercussioni sulla sua campagna elettorale si possono solo immaginare. Obama non ha fatto nessun piacere a Google&Co. Semplicemente, in questo momento, li teme.

Piegata una delle lobby più ricche dell'industria statunitense, intimidito “l'uomo più potente del mondo”, alle internet companies non restano da vincere che un pugno di battaglie per poter sacrificare quella stessa libertà di espressione che oggi sostengono di difendere. Mancano alla lista la causa intentata alla UE contro Google per abuso di posizione dominante e sopratutto il dissolvimento della Net Neutrality, pronta a lasciare il passo ad un nuovo grand design della rete, ricalcato sulle ragioni imposte dal mercato. Al varco ci attende un' Internet a doppia velocità, una per ricchi ed una per i poveri. Come dicevamo in apertura, l'architettura conta.

Mentre scriviamo giunge notizia del sequestro operato dall'FBI contro Megaupload e Megavideo, due tra i più visitati siti in tutto il mondo. Un'operazione repressiva dalle ricadute di portata planetaria che, indipendentemente da qualsiasi impulso sia partita, rafforzerà l'opposizione ai tanto discussi disegni di legge. In pochi minuti Anonymous ha affondato i siti di tutte le lobby dell'industria dell'entertainement statunitense, #megaupload è in trending topic su Twitter mentre su Facebook fioccano i gruppi che si propongono di salvare Megavideo. Vedremo poi se nei prossimi giorni Kim Schmitz, il fondatore dei siti in questione, verrà proclamato beato martire sacrificatosi per la libertà di parola (e certo per i congrui profitti derivati dall'aver abbracciato la causa).
Quella contro SOPA è stata una vittoria? Potrebbe esserlo. Se e solo se il 99% avrà la capacità di trasformare una battaglia contro l'oscurantismo in una battaglia contro il capitalismo digitale, immaginando modi di far entrare in sciopero permanente (come decidiamo noi, non come vuole Google) la nostra comunicazione nei confronti della governance globale dell'informazione.

19/01/2012

Wiki blackout

Per tutta la giornata di oggi - mercoledì- saranno irraggiungibili tutte le pagine wikipedia in lingua inglese, lette quotidianamente da almeno 100 milioni di persone.
Quali sono le ragioni della protesta?


"È la prima volta che accade a livello internazionale, sebbene avessimo già avuto qualche assaggio in Italia. La ragione della protesta è nel Sopa, il Disegno di Legge che il Congresso degli Stati Uniti sta discutendo in questo momento, che di fatto imputa a tutti i fornitori di servizi on line, agli intermediari della comunicazione, a chi come Wikipedia ospita contenuti prodotti da terzi, una responsabilità per le ipotesi di violazione della propria identità intellettuale.
Wikipedia e molti altri fornitori di servizi hanno scelto di prendere posizione, di schierarsi e di abbassare le saracinesche virtuali, oggi, per protestare contro questa iniziativa che ritengono liberticida e non in linea con la filosofia del web."

Le disposizioni previste dal Sopa sono fondate su ragioni plausibili o costituiscono effettivamente un vincolo alla libertà della Rete? Quali sarebbero gli effetti se la legge fosse approvata?

"Le conseguenze dell'eventuale entrata in vigore del Sopa sarebbero devastanti. Un Disegno di Legge che, in nome della difesa del diritto d'autore, in risposta a una commessa economico - politica puntuale da parte delle major dell'audiovisivo dell'industria di Hollywood, sostanzialmente dice al gestore delle autostrade dell'informazione, a chi fa pubblicità on line, al gestore dei motori di ricerca e ai fornitori di servizi a pagamento, di sospendere i servizi erogati a favore di soggetti sospettati di violare la proprietà intellettuale americana. La cartina di tornasole di quanto assurda sia l'iniziativa legislativa della quale si sta discutendo al Congresso, la si ha ipotizzando di trasferire nel mondo reale queste regole in discussione per il mondo virtuale. Chiamare a rispondere il gestore dell'autostrada perché alcuni veicoli transitano sulla rete autostradale con Cd o Dvd contraffatti a bordo, o piuttosto chiedergli di bloccarli se diretti in destinazioni verso le quali c'è una tendenza a contrabbandare materiale protetto da diritto d'autore metterebbe in ginocchio qualsiasi Paese moderno nello spazio di qualche giorno.
Questo è il rischio anche per Internet: gli intermediari di servizi potrebbero di fatto trovarsi ad agire da sceriffi e a gestire il traffico dell'informazione on line, producendo una limitazione fortissima della libertà di manifestazione del pensiero nello spazio telematico."

Alcuni operatori, come Mozilla, Reddit, BoingBoing, TwitPic, Minecraft, KnowYourMeme, Destructoid hanno aderito alla protesta di Wikipedia, supportate da importanti associazioni per i diritti umani. Google aderirà alla protesta, ma non allo sciopero. Twitter, invece, ha annunciato di non voler aderire. Come leggi questa diversità di posizioni?

"L'intermediario di servizi, il fornitore di servizi on line è tradizionalmente un soggetto neutro. La maggior parte dei fornitori di servizi americani ha fin qui scelto di rimanere equidistante dalle cose della politica. C'è chi, come Wikipedia, dice: 'i nostri contenuti restano neutri, restano indipendenti, ma noi avvertiamo l'esigenza di schierarci', e viceversa chi, come Twitter, è più cauto e vuole realisticamente presentarsi come imprenditore fino in fondo, che non si pone contro il Congresso. E' da segnalare comunque che la posizione di Wikipedia è molto vicina a quella del Presidente Barack Obama, il quale proprio l'altro ieri ha scritto al Congresso e ha detto: 'Negli Stati Uniti d'America non lasceremo mai che entri in vigore una disciplina di legge che in nome di qualsiasi valore pur meritevole di tutela, limita la libertà di informazione on line'. Quindi c'è un'America divisa, a dirlo in una battuta, tra Hollywood e la Silicon Valley: questi sono i due antagonisti che si confrontano in queste ore."

In un articolo di qualche giorno fa, facevi riferimento all'articolo 19 della Dichiarazione Universale dei diritti dell'uomo per sostenere che 'L'accesso a Internet è un diritto umano'. Dunque, anche l'approvazione del Sopa potrebbe costituire una violazione dei diritti inalienabili di opinione ed espressione di milioni di persone...

"Personalmente non ho alcun dubbio. La circolazione di un contenuto protetto da proprietà intellettuale, in violazione della proprietà intellettuale, è un rischio che dobbiamo abituarci a correre se vogliamo davvero che Internet sia quello straordinario strumento di libertà di manifestazione del pensiero, che nel 2012 è esattamente quello al quale gli estensori della Carta dei Diritti fondamentali dell'uomo e del cittadino avrebbero pensato se fossero stati cittadini di questo secolo."

Fonte.

Obama resta una faccia marcia da competizione.