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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/09/2023

La proprietà intellettuale si sta trasformando in un monopolio della conoscenza?

Il XX secolo ha visto la nascita di università e istituti tecnici finanziati con fondi pubblici, mentre lo sviluppo tecnologico si concentrava nei laboratori di ricerca e sviluppo delle grandi aziende. L’era dell’inventore solitario – Edison, Siemens, Westinghouse, Graham Bell – era finita con il XIX secolo.

Il ventesimo secolo è stato caratterizzato da laboratori di R&S basati sull’industria, in cui le aziende riunivano scienziati e tecnologi di spicco per creare le tecnologie del futuro. In questa fase, il capitale stava ancora espandendo la produzione. Anche se il capitale finanziario era già dominante rispetto al capitale produttivo, i principali paesi capitalisti avevano ancora una forte base manifatturiera.

In questa fase di sviluppo, la scienza era considerata un bene pubblico e il suo sviluppo era in gran parte concentrato nel sistema universitario o negli istituti di ricerca finanziati con fondi pubblici.

Lo sviluppo della tecnologia era in gran parte considerato un’impresa privata. Si supponeva che la scienza producesse nuove conoscenze, che potevano poi essere estratte dalla tecnologia per produrre manufatti. Il ruolo dell’innovazione era quello di convertire le idee in manufatti.

Il sistema della proprietà intellettuale – brevetti e altri diritti – è nato per fornire protezione alle idee utili incarnate nei manufatti. Fin dall’inizio, i brevetti avevano anche uno scopo pubblico: il monopolio concesso dallo Stato per un certo periodo doveva garantire l’eventuale divulgazione pubblica dell’invenzione: la contropartita era la piena divulgazione pubblica in cambio di un monopolio di durata limitata.

La trasformazione di questo sistema, che era esistito per diversi secoli, è avvenuta in seguito a due importanti cambiamenti nella produzione della conoscenza.

Il primo riguarda il modo in cui, nell’ambito dell’ordine neoliberale, il sistema universitario di produzione della conoscenza è stato trasformato in un’impresa commerciale a scopo di lucro.

In secondo luogo, la distinzione tra scienza e tecnologia si è notevolmente attenuata e le due cose sono più strettamente integrate rispetto al passato. Ad esempio, un progresso nella genetica può portare quasi senza soluzione di continuità a un prodotto – un farmaco, uno strumento diagnostico o un seme – che è sia brevettabile che commercializzabile. Lo stesso vale per le innovazioni nel campo dell’elettronica e delle comunicazioni.

Molte discipline scientifiche e anche la produzione di ricerca nelle università sì sono, di conseguenza, avvicinate ai sistemi di produzione. La conversione del sistema universitario in un sistema che produce conoscenza direttamente per scopi commerciali è avvenuta di pari passo con la distruzione dei laboratori di ricerca e sviluppo che facevano parte del panorama industriale del XX secolo.

Il capitale finanziario controlla la scienza universitaria, non solo attraverso “investimenti” in R&S, ma anche attraverso l’acquisto di “conoscenza”. Il suo monopolio si esercita attraverso l’acquisto dei brevetti che la ricerca universitaria produce. Questo monopolio, a sua volta, permette al capitale finanziario di dominare sul capitale industriale.

La fine del XX secolo ha rivelato la rottura tra capitale finanziario e capitale produttivo. Oggi il capitale globale opera molto più come capitale finanziario disincarnato, controllando la produzione da un lato e controllando la tecnologia e i mercati dall’altro.

In questa fase, in cui il capitale vive sempre più di speculazione e di rendita, si assiste anche a una marcata separazione della conoscenza come capitale dal capitale produttivo o fisico (impianti e macchinari).

Foxconn/Hon Hai Precision Industries produce prodotti Apple, ma non può rivendicare una quota importante dei profitti derivanti dalla loro vendita, poiché Apple detiene la conoscenza intellettuale e i diritti di proprietà. Approssimativamente, Apple ottiene il 31% dei profitti derivanti dalla vendita di un iPhone, Foxconn meno del 2%.

La trasformazione del capitale in ricerca di rendita, utilizzando il monopolio sulla conoscenza (brevetti, diritti d’autore, disegni industriali, ecc.), caratterizza l’attuale fase del capitale. I Paesi a capitalismo avanzato sono diventati sempre più economie di rendita e di “servizio”.

In sostanza, dominano il mondo in virtù del controllo della struttura finanziaria globale, delle nuove conoscenze necessarie per la produzione e della distribuzione attraverso la vendita al dettaglio e i marchi globali.

Anche se le università sono state catturate dal capitale e trasformate nella cosiddetta University Inc, la nuova conoscenza che producono è ancora finanziata pubblicamente. Questo vale sia per i Paesi capitalisti avanzati che per quelli come l’India.

La direzione della ricerca scientifica è dettata dal capitale privato, che si appropria di ogni risultato positivo, eppure questa trasformazione della scienza non è avvenuta grazie al finanziamento privato. Il costo della ricerca fondamentale è elevato e solo alcuni dei suoi risultati possono avere benefici immediati in termini di avanzamento tecnologico.

È qui che lo Stato, sia nell’elettronica che nella genetica, si fa carico dei costi, mentre i brevetti vengono ceduti al capitale privato. Un tratto distintivo del sistema neoliberale è la socializzazione del rischio e la privatizzazione delle ricompense.

La consapevolezza che la scienza deve essere ripristinata come un esercizio aperto e collaborativo ha dato vita al movimento dei beni comuni. Per un curioso gioco di prestigio, il capitalismo considera infiniti i beni comuni finiti – l’atmosfera e i grandi corpi idrici come laghi, fiumi e oceani – e chiede il diritto di scaricare i rifiuti in questi beni.

Eppure considera la conoscenza, che può essere copiata un numero infinito di volte senza subire perdite, come finita e pretende diritti di monopolio su di essa!

Mai prima d’ora la società ha avuto la capacità che ha oggi di mettere insieme comunità e risorse diverse per produrre nuova conoscenza. È un lavoro sociale e universale, e la sua appropriazione privata come proprietà intellettuale sotto il capitalismo impedisce di liberare l’enorme potere della collettività di generare nuova conoscenza e di portare beneficio alle persone.

di Prabir Purkayastha, editore e fondatore di Newsclick.in, una piattaforma di media digitali. È un attivista per la scienza e il movimento del software libero. Il suo libro più recente è Knowledge as Commons: Towards Inclusive Science and Technology (LeftWord, 2023).

Fonte

08/06/2020

Covid-19, vaccini e difesa dei diritti di proprietà

Ranieri Guerra, Assistente del Direttore Generale dell’OMS per le Iniziative Strategiche, non ha detto poco in una recente intervista dove si discuteva dell’importanza del vaccino contro il Covid 19: “Per darlo a tutti  si percorrerà la strada della licenza su brevetto, come avviene per tutti i farmaci risolutivi”.

Antonio Guterres che come Guerra è inserito nel sistema delle agenzie multilaterali internazionali spinge per una equa possibilità di accesso al vaccino, nel caso venga reso utilizzabile su larga scala.

Questo virus, in effetti, ha messo l’umanità allo specchio e le sta dando tutto il tempo per guardarsi bene e anche riflettere.
Il tema dei diritti di proprietà ormai metabolizzato nel mondo torna a mostrare i suoi limiti quando la crisi va oltre la fisiologia capitalistica che necessita certo di crisi ma non proprio così dirompenti. Il compromesso pubblico-privato è bestiale e perverso per molti politici che professano stabilità in ambito capitalistico. Il pubblico deve esistere ma con riserva, solo in forma funzionale rispetto alle esigenze della parte privata che senza di esso non potrebbe procedere se non accollandosi i costi dell’organizzazione sociale che il pubblico gestisce in qualche modo.

Quindi ogni volta che questo compromesso viene portato in evidenza nei ragionamenti chi effettivamente ha un potere di determinazione del corso della storia un po’ si preoccupa e allora deve concedere qualcosa alla gente.

Per affrontare questo fatto dei vaccini anti Covid è davvero automatico andare a valutare le scelte politiche sia del passato che per il futuro. Scelte a tutela della proprietà privata in un mondo che per sua natura chiede condivisione.

In Italia per esempio nel 1939 viene pubblicata la norma che istituisce la proprietà intellettuale e industriale, con r.d. (regio decreto), che poi verrà inserita in appositi articoli del successivo Codice Civile. Vedete: in pieno periodo fascista si sancisce questo diritto, questo è interessante per spiegare a chi continua a parificare destra con sinistra, le due forma di dittatura che coincidono! immaginiamoci!

Ecco da cose come queste, tremendamente importanti, si capisce il peso delle scelte politiche. Se ci fosse stato scritto che nel caso l’oggetto o il processo fosse stato di interesse pubblico la proprietà sarebbe stata sospesa, allora si sarebbe trattato di un’altra impostazione politica molto differente. E se invece la norma avesse contemplato una partecipazione percentuale dello Stato al brevetto, avremmo avuto ancora un altro effetto. Quindi il fascismo sosteneva con precisione il primato della proprietà privata in campo industriale, questo magari su altre questioni faceva operazioni rivendicando una potestà tipica dello Stato quale l’autorità in netta controtendenza su quanto invece faceva appunto sulle proprietà intellettuali.

Tornare indietro nella storia è molto importante per capire anche il perché si arrivavano a scrivere certe norme in un determinato momento. I fatti precedono le norme, i fatti si accumulano nel tempo e ad un certo punto la politica tenta di regolarli in base alle sue convinzioni creando effetti. Il riconoscimento della proprietà intellettuale risale all’antichità per poi ritornare ad emergere nella forma positiva nella fase rinascimentale e chiaramente in modo dirompente nella fase industriale. Oggi la tutela del diritto intellettuale e industriale è regolata da leggi nazionali che si conformano ai relativi trattati internazionali. La Cina nella sua trasformazione verso l’economia di mercato ha legiferato durante gli anni ’80 su vari fronti, come ad esempio nel caso della Patent Law of the People’s Republic of China emanata il 12 marzo 1984, successivamente modificata il 4 settembre 1992, il 25 agosto 2000 e il 27 dicembre 2008.

Si capisce bene quanto peso politico abbia la regolazione di questi diritti che sono alla base della rivendicazione della proprietà. Questo fantastico concetto che ci unisce e ci divide! Sembra incredibile come anche con un mondo allo specchio si rimandi questa discussione e non solo per avidità ma anche per paura di non essere all’altezza. Perché cambiare? “Ritorneremo come prima”, si sente dire un po’ dappertutto. “Quando si ritornerà alla normalità”. “Si, quando troveranno il vaccino riprenderemo, danno il PIL in rapido recupero”. “Il Recovery Fund...“, etc. etc.

Attualmente ci sono decine di laboratori privati impegnati sull’RNA del virus e sono partite le prime campagne di test su animali e persone. Appena saranno concluse le fasi e ci saranno i riconoscimenti da parte dei vari istituti sanitari nazionali ci sarà la fornitura per l’inoculazione di massa. A pagamento come generalmente si fa, ci ricorda con semplicità Ranieri Guerra. Guterres invece si mostra più insofferente anche se non arriva a condannare in questo caso il funzionamento e la tutela attuale dei diritti di proprietà. Si capisce bene che non possa farlo altrimenti non sarebbe potuto essere li dov’è.

Noi però siamo liberi da ruoli, per cui si può dire che sarà l’antitesi dell’equità e della precauzione dal rischio visto che il primo che arriva farà banco regio. Per questi motivi la speranza va verso rimedi farmacologici o di impiego degli anticorpi dei guariti a vantaggio dei malati.

Comunque nel caso si arrivi ad un vaccino “sicuro”, almeno con un ragionevole margine di certezza ampiamente riconosciuto, rimane il fatto della monetizzazione del diritto di proprietà.

Volendo indisporre coloro che nel mercato ripongono una fede vediamo di capire come si arriva alla formazione di una proprietà intellettuale e industriale. Il privato bravo combina bene i suoi fattori produttivi cogliendo degli obiettivi. I suoi fattori sono capitale e lavoro. I capitale è patrimonio e il lavoro è quello relativo all’azione umana. Il lavoro ha diverse fasi delle quali la fase iniziale è curata generalmente dallo Stato. Il bambino impara a leggere e scrivere progressivamente si specializza. Poi esce dal percorso formativo ed entra nel mondo del lavoro accedendo in base a capacità o altro. Nell’ambito lavorativo si fa esperienza e si migliora specializzandosi fino ad arrivare a inventare qualcosa che può assumere un forte valore di scambio. E’ il caso dei brevetto o opere dell’ingegno, sono comunque proprietà intellettuali e industriali.

Nella storia recente da alcuni decenni la proprietà intellettuale riguarda anche le attività delle università sia pubbliche che private.

Tutti intenti ad inventare qualcosa di utile da vendere.

Arrivati al brevetto si vende l’uso del contenuto della proprietà e si remunerano i fattori più il margine di guadagno. Tra i fattori l’imposizione fiscale dovrebbe remunerare la formazione delle persone al lavoro formate dallo Stato.

In questa ultima crisi però la posta è davvero alta e di fronte allo specchio non possiamo rimandare la riflessione sul tema della proprietà intellettuale e industriale. Dove e come si possa sospendere. Come si possa un giorno superare, agendo sui vari piani sui quali la proprietà si articola.

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01/06/2020

Contro la mercificazione del genoma SARS Cov-2: l’appello dei ricercatori

È partito circa un mese fa l’appello contro la mercificazione e privatizzazione del genoma del SARS Cov-2, per fare in modo che le proprietà intellettuali e la ricerca sul virus che ha paralizzato il mondo siano pubbliche. Ricerca che, affermano gli scienziati da cui è partito l’appello, deve essere libera dagli interessi delle industrie farmaceutiche, che già stanno scatenando una guerra nascosta (vedi lo scontro tra USA e Germania) per accaparrarsi studi e brevetti sul vaccino.

UNAids e Oxfam hanno calcolato che “per vaccinare contro il coronavirus la metà più povera della popolazione mondiale, 3,7 miliardi di persone, servirebbe meno di quanto le 10 maggiori multinazionali del farmaco guadagnano in 4 mesi”, circa 25 miliardi di dollari.

Lo studio della genetica, della biologia e degli effetti dell’infezione del coronavirus sono e non possono che essere a carico dello Stato, così come è stato e sarà il costo sociale che questa pandemia sta producendo in tutta la collettività. È da questo concetto, semplice e inevitabile, che parte l’appello dei ricercatori di tutto il mondo, che in Italia è stato rilanciato anche da USB.

“Siamo necessariamente coinvolti in decisioni politiche che dipendono dai risultati della ricerca e siamo perciò convinti che la principale via d’uscita dalla dilagante pandemia è rappresentata dal vaccino che non può, quindi, essere lasciato al mercato libero, alla competizione economica, perché la vita e la salute non debbono subire le logiche del brevetto.

La “proprietà intellettuale” delle ricerche che salvano vite, e quindi in qualche modo la proprietà della vita stessa deve restare nella disponibilità dell’intera comunità scientifica e della collettività.
Non deve, perciò, essere concesso il brevetto sul virus e non ci devono essere costi aggiuntivi a quelli di produzione su diagnostici, vaccini e farmaci per l’epidemia da SARS Cov-2.” (leggi l’appello completo e firma la petizione qui).

In Italia, come nella maggior parte dei Paesi a capitalismo avanzato le università pubbliche per sopravvivere e per competere nel mondo, si sono legate sempre di più al settore privato. Il sistema di finanziamenti alla ricerca europei e a cascata nazionali e regionali, mirano sempre di più a rafforzare la partnership pubblico-privato, in altre parole a trasformare gli enti di alta formazione (e quasi unici enti di ricerca pubblica), in un hub di laureati e cervelli al servizio dei privati, industrie e aziende che trovano più economico appaltare le proprie attività di ricerca al pubblico, perché a questi enti, non avendo bisogno di speculare (in teoria), bastano briciole per produrre conoscenza preziosa.

Questa condizione, in presenza di un virus letale come il SARS Cov-2, rischia di trasformarsi in un macabro business fatto sulla salute e sicurezza dei cittadini e sul lavoro precario di ricercatori, dottorandi e borsisti.

Si tratta di riportare la “proprietà intellettuale” di ricerche che salvano vite, nella disponibilità della intera comunità scientifica e degli Stati, perché la vita e la salute non si brevettano, o per dirla alla Albert Sabin, il virologo che scoprì il vaccino contro la poliomelite e si rifiutò di brevettarlo “non si brevetta il sole”.

L’appello, chiede quindi una legislazione speciale contro la mercificazione del genoma del coronavirus che impedisca ogni forma di privatizzazione della conoscenza, ovvero:

– libera circolazione delle informazioni, dei dati scientifici e delle scoperte correlate al coronavirus;

– divieto di brevetto su parti del genoma virale e sui derivati scientifici (vaccino, farmaci, diagnostici);

– equo compenso dell’utilizzo di precedenti brevetti di natura tecnico-scientifica che consentano il miglioramento della prevenzione e la cura dell’infezione;

– distribuzione e diffusione mondiale delle cure e dei vaccini anche attraverso la produzione direttamente a carico dei sistemi collettivi nazionali.

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08/05/2020

Brancaccio - Dal Medioevo al "comunismo scientifico"

RAI Radio Uno – ERESIE – 8 maggio 2020 – Dalla disputa medievale tra il partito del “restiamo a casa” e il partito del “riapriamo tutto” rischiamo di uscire tutti sconfitti. Piuttosto bisognerebbe capire che i brevetti, i diritti di proprietà intellettuale, i meccanismi di privatizzazione della conoscenza stanno rallentando le sperimentazioni contro il virus. Un “comunismo scientifico” che metta le attuali conoscenze a disposizione di tutti gli scienziati in trincea è l’unica soluzione per velocizzare la ricerca di terapie efficaci contro il covid-19, e andrebbe perseguita anche sanzionando chi ancora difende il sistema dei brevetti. Il commento dell’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio.


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19/04/2020

I governi impediscano privatizzazione brevetti del vaccino contro il Covid 19

Dopo la scoperta del vaccino contro la poliomielite che salvó milioni di persone dalla morte e dall’invalidità, lo scienziato Albert Sabin affermò che non aveva brevettato il suo vaccino perché “non si brevetta il sole”, non si brevetta la vita, ma soprattutto perché mantenere bassi i costi ha aumentato la diffusione del vaccino.

L’esperienza sulle passate epidemie di massa come HIV e HCV ci ha insegnato, proprio da un osservatorio privilegiato come la ricerca, che le scoperte pubbliche, finanziate dalla fiscalità generale, produrranno profitti per pochi. La drammaticità dell’epidemia e i suoi costi sociali richiedono, oggi ancora di più, che la ricerca di base debba essere patrimonio di tutti.

Ora in una realtà come quella attuale, che dimostra quanto la ricerca sia determinante per salvare vite dal coronavirus, la USB della Ricerca lancia un appello contro la mercificazione del genoma e delle componenti del coronavirus per produrre vaccini o terapie antivirali specifiche. Si assiste già alla corsa all’annuncio e, come dichiarato da operatori economici, questo sottende anche al tentativo delle industrie farmaceutiche di sfruttare l’epidemia per trarne profitto.

I governi, che hanno chiesto e imposto alle popolazioni sacrifici assecondando parallelamente la spinta alla produzione e al profitto delle lobby industriali, che di fatto sta vanificando le misure di contenimento, ora si impongano sulla questione della proprietà intellettuale del coronavirus impedendo ulteriori profitti: producano norme che evitino la brevettazione e riducano i costi per la collettività alle sole spese di produzione.

Ci hanno chiesto l’unità, ci hanno sommerso di retorica nazionale, ora agiscano coerentemente e impediscano che le multinazionali si arricchiscano sull’epidemia a danno dei popoli.

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17/03/2020

I brevetti contro la salute pubblica

All’ospedale di Chiari, tra le province di Brescia e Bergamo, alcune delle zone più colpite dalla diffusione del coronavirus, un gruppo di ingegneri ha costruito attraverso una stampante 3D delle valvole per i respiratori da utilizzare nei reparti di rianimazione.

Tutto ciò è stato fatto senza possedere i brevetti per i respiratori, ma per garantire un’immediata soluzione alla condizione disperata che i reparti di terapia sub-intensiva e intensiva stanno attraversando – all’ospedale di Bergamo ad oggi si intubano 7-8 persone al giorno! – dovuta anche all’incapacità della fabbrica produttrice di soddisfare la domanda.

Il brevetto, meccanismo istituzionale volta alla conservazione della proprietà intellettuale per il mantenimento del dominio all’interno di quel mercato, è stato giustamente aggirato per soddisfare un bisogno sociale, quello sanitario, che in questo momento è predominante, abbattendo quindi la barriera istituzionale che fino ad oggi era la regola.

È questa una delle contraddizioni principali del sistema capitalistico: ad un certo punto, infatti, il livello di sviluppo delle forze produttive, ovvero il livello tecnologico che queste hanno raggiunto e di conseguenza i bisogni che potrebbero soddisfare, entra in contraddizione con i rapporti di produzione, quelli che gli uomini costruiscono fra loro nel momento in cui iniziano un’attività economica.

Questi rapporti producono meccanismi istituzionali, quali i brevetti, che agiscono in due sensi. In primis come fattore che garantisce il monopolio nel mercato di una certa merce, assoggettando ai fini della valorizzazione del capitale investito l’intelligenza sociale dietro a quella invenzione.

In secundis, agiscono in maniera regressiva rispetto alla soddisfazione dei bisogni dell’umanità intera. Se quindi, in una situazione di emergenza, abbiamo bisogno di una certa quantità di respiratori, si rischia che questi non vengano prodotti in quantità sufficiente perché ostacolati dei rapporti produttivi vigenti.

Questa situazione rende evidente come il brevetto rappresenti l’istituzione che sancisce la proprietà privata della produzione intellettuale collettiva, garantendo così il dominio della conoscenza (come merce). Questo dominio è fondamentale per primeggiare nei maggiori settori strategici che gli imperialismi, all’interno della loro competizione, intendono sviluppare per scavalcare gli altri, come quello tecnologico e militare.

In questo senso la conoscenza è diventato uno dei maggiori campi di investimento, pesiamo ad esempio al programma Horizon2020 dell’Unione Europea. Lo stimolo nel settore dell’istruzione avviene sempre attraverso la competizione, che è il meccanismo ideologico di cui il capitale si serve per rafforzarsi.

Il brevetto garantisce il dominio nella produzione della merce e nel suo mercato, ostacolando lo sviluppo tecnologico stesso, cristallizzando il processo di innovazione finché questo non viene messo in discussione da eventuali competitori che costringeranno allo sviluppo di nuove tecnologie più avanzate.

Questo modello di progresso, che discende dalla competizione interimperialistica, si mostra per quello che autenticamente è: il primeggiare dell’interesse privato di fronte a quello collettivo. Un modello di sviluppo, quindi, che non sarà mai in grado di soddisfare i bisogni della società, specie in momenti difficili come l’emergenza che stiamo vivendo, ma che funzionerà sempre e soltanto per garantire la valorizzazione del capitale.

In queste precise situazioni emergenziali, vediamo invece quali sono i paesi che portano avanti un modello di sviluppo diverso che cerchi di realizzare il potenziale delle sue forze produttive per garantire i bisogni sociali della collettività: Cuba ne è un perfetto esempio.

Cuba infatti, sviluppando fortemente il suo sistema sanitario, grazie al coraggio e all’appoggio del popolo cubano che è riuscito a resistere a decenni di blocco economico statunitense, si trova sempre in prima linea nella solidarietà internazionale e nell’aiuto ai paesi in difficoltà – come l’esempio dei medici che sarebbe ben disposta ad inviare in Italia per sopperire alla nostra mancanza di personale.

Al contrario di Cuba, vediamo come noi non ci prefiggiamo come obiettivo la soddisfazione dei bisogni sociali, ma solo la soddisfazione degli interessi privati, attraverso i profitti. Così facendo, torneranno sempre ad affacciarsi nuove e diverse contraddizioni, tra cui quella tra forze produttive e rapporti di produzione.

Oggi più che mai dobbiamo rendere tutte le conoscenze che abbiamo al servizio della collettività e non del profitto.

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