Alla Scuola di specializzazione di Roma3, il Professor Manni, nei suoi sermoni liturgici sull’economia aziendale, era solito richiamarsi a uno dei fondatori di questa disciplina, vale a dire Gino Zappa, allievo di Fabio Besta, evidenziandone il metodo scientifico, nell’analizzare i fatti di gestione.
Tale disciplina ha avuto la sua espansione a macchia d’olio, nei primi anni ’90 del secolo scorso, quando gli ospedali vennero trasformati in “aziende”, le USL in ASL, quando il modello aziendalista incorporò tutti gli Enti del Terzo settore e inglobò le stesse famiglie nel modello di aziende di consumo.
A completare il quadro, ci pensò la scuola pubblica, che rimodulò la docimologia sui crediti e sui debiti.
Il far di conto è un’attività che affonda le sue radici nel mondo antico e prende corpo là dove si presenta la necessità di misurare le transazioni commerciali.
Nella divisione del lavoro assunsero importanza e prestigio sociale lo scriba in Egitto, il logista in Grecia e il rationale a Roma; ma le tecniche contabili fecero un notevole passo in avanti, quando nel Medioevo Leonardo Fibonacci sostituì i numeri romani con quelli arabi e in pieno Rinascimento, quando Fra’ Luca Pacioi formulò per la prima volta il metodo della partita doppia.
Ogni transazione, ogni fatto di gestione, viene analizzato sia sotto l’aspetto economico che quello finanziario. I conti finanziari e quelli economici s’intrecciano tra di lor in modo sistematico e l’aspetto finanziario non è separato da quello economico.
Qualsiasi acquisto genera un sacrificio, una variazione economica negativa che è misurata da una variazione finanziaria passiva, al contrario, qualsiasi vendita è un beneficio, una variazione economica positiva che è misurata da una variazione finanziaria attiva. Il ciclo economico è sfasato rispetto a quello monetario, pertanto sorgono debiti e crediti di regolamento.
Conti economici e finanziari confluiscono nel Bilancio, in prospetti diversi: nel “Conto economico”, la differenza tra le componenti positive del reddito d’esercizio e quelle negative corrisponde a un utile, un pareggio o una perdita.
Fin qui il discorso segue il filo logico dell’algebra, la Ragioneria tende a misurare in modo preciso e neutro, non si vede il fine dell’azienda di produzione orientata al mercato, né tanto meno si percepiscono i rapporti di forza che caratterizzano le forme limitate e circoscritte degli scambi commerciali, nelle epoche storiche che precedono il modo di produzione capitalistico.
Ma qual è il fine istituzionale dell’azienda di produzione?
Il fine consiste nel conseguire il massimo profitto, mediante la produzione di beni e servizi destinati al mercato; la soddisfazione dei bisogni dei consumatori è secondaria, essa si verifica se e soltanto se si verifica la prima condizione, altrimenti la produzione non viene alla luce.
La molla che stimola la produzione è l’incremento del capitale proprio o di rischio, vale a dire la percentuale di utile non prelevata dagli azionisti e destinata all’autofinanziamento; la perdita invece è sinonimo del dissesto del capitale proprio.
Il fine suddetto, in Italia, divenne esplicito in un discorso di Gino Zappa del 1926 all’Università “Ca’ Foscari” di Venezia e pubblicato nel 1927. In quel Manifesto vengono delineati i nuovi principi dell’economia aziendale, intesa dal Maestro come la scienza che studia le condizioni di esistenza e le manifestazioni di vita delle aziende.
Il merito di Gino Zappa è stato quello di fondere la Ragioneria, la Gestione e l’Organizzazione, nella sua visione le tre discipline s’integrano a vicenda e interagiscono tra di loro; non sono altro che sottoinsiemi di quell’unico sistema che è l’azienda.
Il fine istituzionale coincide con quello aziendale: il valore degli esiti della produzione deve avere una funzione rigeneratrice, rispetto alle risorse impiegate. Gli innumerevoli discepoli del Maestro, all’ombra dello Stato sociale, contribuirono a diffondere l’idea che il perseguimento del massimo vantaggio di ciascuna azienda avrebbe avuto come conseguenza, non solo il miglioramento delle condizioni di esistenza di tutte le altre, ma anche dell’“intera società”.
In che modo si rileva il massimo vantaggio?
In base ai principi dell’economia aziendale, la differenza tra ricavi conseguiti e costi sostenuti è congrua, quando viene relazionata al capitale investito o agli investimenti alternativi.
Il rapporto tra capitale proprio e capitale di terzi o di debito esprime l’indice di solidità aziendale e fa entrare in gioco, a sua volta, un altro indicatore sintetico: il leverage o leva finanziaria. Archimede affermò: «Datemi una leva e solleverò il mondo!».
Dalle aziende private a quelle pubbliche, sembra che l’indebitamento crescente abbia trovato terreno fertile, ma le relazioni tra gli indici di Bilancio richiamano il vincolo: ci si può indebitare fino a quando il ROI è maggiore del ROD, cioè fino a quando il ritorno del capitale investito è maggiore del costo medio del capitale preso a prestito.
Man mano che aumentano gli oneri finanziari, si riduce il risultato operativo e di conseguenza il reddito d’esercizio.
In base ai calcoli di convenienza economica, il rendimento del capitale proprio dev’essere equiparato con quello di altre aziende dello stesso settore o di settori alternativi e qualora non si prevedano sbocchi produttivi nell’economia reale, o i rendimenti del capitale di rischio siano più bassi di quelli derivanti dagli investimenti finanziari, le scelte degli azionisti o dei singoli imprenditori ricadono sulla rendita finanziaria.
La remunerazione del capitale di rischio (profitto) e del capitale di terzi (oneri finanziari passivi), così come gli ammortamenti, gli oneri figurativi, concorrono a determinare il costo complessivo e quindi fissare il prezzo di vendita, per i consumatori finali.
E chi paga per i costi di ricerca e sviluppo e per quelli di Marketing?
La risposta è la stessa: i consumatori finali.
Per non parlare dei brevetti delle case farmaceutiche che fanno lievitare i prezzi a livelli esorbitanti, perdendo completamente il riferimento con i costi di produzione.
Dunque, per l’economia aziendale, la vendita di beni e servizi rappresenta la funzione rigeneratrice del valore, ossia la riproduzione delle condizioni di esistenza dell’azienda, ma tale certezza rimane ancorata al vantaggio monetario degli azionisti, all’incremento del capitale proprio.
Ma cos’è il “capitale proprio” e da dove deriva?
Il capitale proprio è vincolato all’azienda, richiama la proprietà del singolo o di più persone, la presenza di più soci rimanda alla formazione del capitale sociale.
Agli scolaretti viene insegnato che 4 soci s’incontrano e decidono di costituire un’impresa, apportando denaro o beni in natura, tuttavia la trasformazione del denaro e dei mezzi di produzione in capitale è un processo storico, che non può essere banalizzato con un esercizio da manuale, campato in aria.
Infatti, se chiedete ai teorici dell’economia aziendale notizie sul come appare il gruzzolo iniziale, inizieranno a balbettare e sulla scia degli economisti classici, richiameranno il tempo mitico. Per spiegare questo passaggio, Marx, riprende il concetto di «previous accumulation» di A. Smith e lo collega con la parte che esprime il peccato originale nella teologia. Egli scrive, però, che «la leggenda del peccato originale teologico ci racconta come l’uomo sia stato condannato a mangiare il suo pane nel sudore della fronte; invece la storia del peccato originale economico ci rivela come mai vi sia della gente che non ha affatto bisogno di faticare». (1)
Succede poi che quei 4 giovani intelligenti, promettenti e risparmiatori diano vita a una start up e incontrino 4 sventurati, che hanno dilapidato i propri risparmi e quindi non gli rimane che vendere la propria forza lavoro, chiudendo il cerchio, per avviare il processo produttivo.
Il denaro o i mezzi di produzione iniziali, destinati (gettati) nel processo produttivo, diventano capitale, solo se si verifica una particolare condizione, precisa Marx, cioè la valorizzazione della proprietà apportata, conferita, mediante l’acquisto della forza lavoro altrui.
Nella mente dei sostenitori dell’economia aziendale, la separazione tra i lavoratori, da una parte, e dall’altra «la proprietà delle condizioni di realizzazione del lavoro» (2) è data per scontata, è stata, in qualche modo, “naturalizzata”, nonostante le crepe e le crisi dei rapporti capitalistici, a cui essi assistono nel corso del tempo.
Il mito riappare, quando il proprietario di una catena di alberghi racconta che prima di diventare ricco, ha dormito per un periodo di tempo sotto un ponte di una città metropolitana; quando Berlusconi narrava che si è fatto da sé ed ha iniziato come intrattenitore sulle navi da crociera, oppure quando si legge che i fondatori di Apple Computer hanno iniziato in un garage e per finanziarsi, Jobs ha venduto il suo pulmino e Wosniak la sua calcolatrice, eccetera.
I nostri eroi carichi di adrenalina, una volta che sono investiti dal successo, che il capitale di “rischio” gli moltiplica i frutti, si scordano che comprano il lavoro dei salariati, di chi sgobba, per far funzionare le loro aziende, negano che dall’acquisto di forza lavoro traggono i loro profitti e negano soprattutto che nel processo di valorizzazione del capitale, a rischiare la pelle siano i lavoratori e le lavoratrici.
Non appena un’impresa chiude i battenti, sbaracca e investe in un altro luogo, i dipendenti finiscono sul lastrico, perdono temporaneamente le “catene del lavoro salariato”, confluiscono nelle maglie delle reti di protezione sociale, per poi ripresentarsi sul mercato del lavoro, in cerca di nuovi acquirenti.
E se gli acquirenti stentano ad impiegare la forza lavoro ridondante, significa che il lavoro necessario, per ottenere una determinata quantità di prodotti, è diminuito o meglio che è aumentata la produttività del lavoro ed esso viene espletato in un altro contesto.
Se osserviamo che molti dei prodotti che utilizziamo quotidianamente in Italia provengono dalle fabbriche cinesi o da altri paesi asiatici, allora bisogna accettare l’idea che tante lavoratrici e tanti lavoratori non trovino un’occupazione, ma anche che ci siano altre braccia a produrre, per soddisfare i bisogni dei consumatori.
Il lavoro è solamente sparito dalle scene del teatrino politico e sociale della Penisola italica e della vecchia Europa, un’operetta infestante a cui hanno contribuito in modo determinante i cultori dell’economia aziendale.
A rigor di logica, infine, se i 4 “eccellenti galletti” decidono di non assumere qualche scellerato, in quanto si presentano nelle vesti di imprenditori di se stessi, ben presto, scopriranno che se passano tutto il tempo a guardare il sole dove tramonta, senza effettuare nessuna attività lavorativa, la loro azienda andrà in malora e cadrà a pezzi.
3) K. Marx, Il Capitale, libro I, Sezione VII, Editori Riuniti, Roma 1980, p.777.
2) K. Marx, Ivi, p. 778.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/03/2020
I brevetti contro la salute pubblica
All’ospedale di Chiari, tra le province di Brescia e Bergamo, alcune delle zone più colpite dalla diffusione del coronavirus, un gruppo di ingegneri ha costruito attraverso una stampante 3D delle valvole per i respiratori da utilizzare nei reparti di rianimazione.
Tutto ciò è stato fatto senza possedere i brevetti per i respiratori, ma per garantire un’immediata soluzione alla condizione disperata che i reparti di terapia sub-intensiva e intensiva stanno attraversando – all’ospedale di Bergamo ad oggi si intubano 7-8 persone al giorno! – dovuta anche all’incapacità della fabbrica produttrice di soddisfare la domanda.
Il brevetto, meccanismo istituzionale volta alla conservazione della proprietà intellettuale per il mantenimento del dominio all’interno di quel mercato, è stato giustamente aggirato per soddisfare un bisogno sociale, quello sanitario, che in questo momento è predominante, abbattendo quindi la barriera istituzionale che fino ad oggi era la regola.
È questa una delle contraddizioni principali del sistema capitalistico: ad un certo punto, infatti, il livello di sviluppo delle forze produttive, ovvero il livello tecnologico che queste hanno raggiunto e di conseguenza i bisogni che potrebbero soddisfare, entra in contraddizione con i rapporti di produzione, quelli che gli uomini costruiscono fra loro nel momento in cui iniziano un’attività economica.
Questi rapporti producono meccanismi istituzionali, quali i brevetti, che agiscono in due sensi. In primis come fattore che garantisce il monopolio nel mercato di una certa merce, assoggettando ai fini della valorizzazione del capitale investito l’intelligenza sociale dietro a quella invenzione.
In secundis, agiscono in maniera regressiva rispetto alla soddisfazione dei bisogni dell’umanità intera. Se quindi, in una situazione di emergenza, abbiamo bisogno di una certa quantità di respiratori, si rischia che questi non vengano prodotti in quantità sufficiente perché ostacolati dei rapporti produttivi vigenti.
Questa situazione rende evidente come il brevetto rappresenti l’istituzione che sancisce la proprietà privata della produzione intellettuale collettiva, garantendo così il dominio della conoscenza (come merce). Questo dominio è fondamentale per primeggiare nei maggiori settori strategici che gli imperialismi, all’interno della loro competizione, intendono sviluppare per scavalcare gli altri, come quello tecnologico e militare.
In questo senso la conoscenza è diventato uno dei maggiori campi di investimento, pesiamo ad esempio al programma Horizon2020 dell’Unione Europea. Lo stimolo nel settore dell’istruzione avviene sempre attraverso la competizione, che è il meccanismo ideologico di cui il capitale si serve per rafforzarsi.
Il brevetto garantisce il dominio nella produzione della merce e nel suo mercato, ostacolando lo sviluppo tecnologico stesso, cristallizzando il processo di innovazione finché questo non viene messo in discussione da eventuali competitori che costringeranno allo sviluppo di nuove tecnologie più avanzate.
Questo modello di progresso, che discende dalla competizione interimperialistica, si mostra per quello che autenticamente è: il primeggiare dell’interesse privato di fronte a quello collettivo. Un modello di sviluppo, quindi, che non sarà mai in grado di soddisfare i bisogni della società, specie in momenti difficili come l’emergenza che stiamo vivendo, ma che funzionerà sempre e soltanto per garantire la valorizzazione del capitale.
In queste precise situazioni emergenziali, vediamo invece quali sono i paesi che portano avanti un modello di sviluppo diverso che cerchi di realizzare il potenziale delle sue forze produttive per garantire i bisogni sociali della collettività: Cuba ne è un perfetto esempio.
Cuba infatti, sviluppando fortemente il suo sistema sanitario, grazie al coraggio e all’appoggio del popolo cubano che è riuscito a resistere a decenni di blocco economico statunitense, si trova sempre in prima linea nella solidarietà internazionale e nell’aiuto ai paesi in difficoltà – come l’esempio dei medici che sarebbe ben disposta ad inviare in Italia per sopperire alla nostra mancanza di personale.
Al contrario di Cuba, vediamo come noi non ci prefiggiamo come obiettivo la soddisfazione dei bisogni sociali, ma solo la soddisfazione degli interessi privati, attraverso i profitti. Così facendo, torneranno sempre ad affacciarsi nuove e diverse contraddizioni, tra cui quella tra forze produttive e rapporti di produzione.
Oggi più che mai dobbiamo rendere tutte le conoscenze che abbiamo al servizio della collettività e non del profitto.
Fonte
Tutto ciò è stato fatto senza possedere i brevetti per i respiratori, ma per garantire un’immediata soluzione alla condizione disperata che i reparti di terapia sub-intensiva e intensiva stanno attraversando – all’ospedale di Bergamo ad oggi si intubano 7-8 persone al giorno! – dovuta anche all’incapacità della fabbrica produttrice di soddisfare la domanda.
Il brevetto, meccanismo istituzionale volta alla conservazione della proprietà intellettuale per il mantenimento del dominio all’interno di quel mercato, è stato giustamente aggirato per soddisfare un bisogno sociale, quello sanitario, che in questo momento è predominante, abbattendo quindi la barriera istituzionale che fino ad oggi era la regola.
È questa una delle contraddizioni principali del sistema capitalistico: ad un certo punto, infatti, il livello di sviluppo delle forze produttive, ovvero il livello tecnologico che queste hanno raggiunto e di conseguenza i bisogni che potrebbero soddisfare, entra in contraddizione con i rapporti di produzione, quelli che gli uomini costruiscono fra loro nel momento in cui iniziano un’attività economica.
Questi rapporti producono meccanismi istituzionali, quali i brevetti, che agiscono in due sensi. In primis come fattore che garantisce il monopolio nel mercato di una certa merce, assoggettando ai fini della valorizzazione del capitale investito l’intelligenza sociale dietro a quella invenzione.
In secundis, agiscono in maniera regressiva rispetto alla soddisfazione dei bisogni dell’umanità intera. Se quindi, in una situazione di emergenza, abbiamo bisogno di una certa quantità di respiratori, si rischia che questi non vengano prodotti in quantità sufficiente perché ostacolati dei rapporti produttivi vigenti.
Questa situazione rende evidente come il brevetto rappresenti l’istituzione che sancisce la proprietà privata della produzione intellettuale collettiva, garantendo così il dominio della conoscenza (come merce). Questo dominio è fondamentale per primeggiare nei maggiori settori strategici che gli imperialismi, all’interno della loro competizione, intendono sviluppare per scavalcare gli altri, come quello tecnologico e militare.
In questo senso la conoscenza è diventato uno dei maggiori campi di investimento, pesiamo ad esempio al programma Horizon2020 dell’Unione Europea. Lo stimolo nel settore dell’istruzione avviene sempre attraverso la competizione, che è il meccanismo ideologico di cui il capitale si serve per rafforzarsi.
Il brevetto garantisce il dominio nella produzione della merce e nel suo mercato, ostacolando lo sviluppo tecnologico stesso, cristallizzando il processo di innovazione finché questo non viene messo in discussione da eventuali competitori che costringeranno allo sviluppo di nuove tecnologie più avanzate.
Questo modello di progresso, che discende dalla competizione interimperialistica, si mostra per quello che autenticamente è: il primeggiare dell’interesse privato di fronte a quello collettivo. Un modello di sviluppo, quindi, che non sarà mai in grado di soddisfare i bisogni della società, specie in momenti difficili come l’emergenza che stiamo vivendo, ma che funzionerà sempre e soltanto per garantire la valorizzazione del capitale.
In queste precise situazioni emergenziali, vediamo invece quali sono i paesi che portano avanti un modello di sviluppo diverso che cerchi di realizzare il potenziale delle sue forze produttive per garantire i bisogni sociali della collettività: Cuba ne è un perfetto esempio.
Cuba infatti, sviluppando fortemente il suo sistema sanitario, grazie al coraggio e all’appoggio del popolo cubano che è riuscito a resistere a decenni di blocco economico statunitense, si trova sempre in prima linea nella solidarietà internazionale e nell’aiuto ai paesi in difficoltà – come l’esempio dei medici che sarebbe ben disposta ad inviare in Italia per sopperire alla nostra mancanza di personale.
Al contrario di Cuba, vediamo come noi non ci prefiggiamo come obiettivo la soddisfazione dei bisogni sociali, ma solo la soddisfazione degli interessi privati, attraverso i profitti. Così facendo, torneranno sempre ad affacciarsi nuove e diverse contraddizioni, tra cui quella tra forze produttive e rapporti di produzione.
Oggi più che mai dobbiamo rendere tutte le conoscenze che abbiamo al servizio della collettività e non del profitto.
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24/09/2019
Nazionalizzare. Cui Prodest?
Il capitale multinazionale si muove come vuole, si sposta cercando di ridurre i costi di produzione (uniche variabili, ormai, sono i salari e le politiche fiscali nazionali), delocalizza, sfrutta territori e persone e se ne va.
Ma oltre a questa dinamica, ormai consaputa, rispetto alla quale gli Stati nazionali si comportano da servi (per debolezza o per convinzione ideologico-corruttiva), c’è anche la saturazione di mercato per alcune merci, mentre sorgono (a ritmo sempre più lento) nuovi bisogni indotti e merci in grado di soddisfarli.
La fuga del capitale multinazionale ha come unica risposta possibile la nazionalizzazione degli stabilimenti che vengono abbandonati, con terribili conseguenze sull’occupazione, specie in territori che non presentano particolare densità industriale.
Ma – è questo il merito della riflessione di Andrea Genovese e Mario Pansera – non tutti i settori produttivi sono uguali. Nazionalizzare uno stabilimento che produce merci “mature”, per cui esiste solo un mercato di sostituzione (peraltro rallentata dai bassi salari medi, che limitano i consumi) può avere un senso per tutelare l’occupazione, ma essere un fallimento nelle normali dinamiche “di mercato”.
Dunque si pone una domanda importante per chiunque non sia asservito ai desiderata del capitale: quali nazionalizzazioni sono strategiche e quali no? Una volta espropriata la fabbrica – senza indennizzo – bisogna sapere se quella produzione è ancora significativa (e in che misura) e cominciare a pensare a riconvertire su altri prodotti. Per cui in genere servono altri tipologie di stabilimento, ossia con nuovi investimenti
Insomma, salvaguardia dell’occupazione e utilità sociale della produzione debbono essere pensate come un tutto. Una volta era quasi normale chiedersi: cosa produrre e come, per soddisfare quali bisogni?
Non sarebbe del resto utile ridurre un punto di programma strategico come le nazionalizzazioni a “pillola” per curare qualsiasi malattia. Una visione alternativa della formazione sociale non può del resto limitarsi alla sola difesa del patrimonio industriale esistente (primo passo ovviamente necessario, altrimenti si affonda nel passato remoto), ma deve misurarsi con le modalità concrete della trasformazione produttiva possibile.
Buona lettura.
La grave vicenda della Whirlpool di Napoli Est ci offre l’opportunità di sviluppare alcuni attuali spunti di riflessione sulla questione della produzione industriale, con particolare riferimento al settore degli elettrodomestici.
L’industria degli Elettrodomestici
A livello mondiale, il mercato del Grande Elettrodomestico continua a riportare trend positivi. Nel 2018, l’industria globale ha riportato un fatturato complessivo di 178 miliardi di euro (+2% circa rispetto al 2017). Una crescita, tuttavia, attribuibile prevalentemente alle dinamiche fortemente positive delle economie emergenti, come Cina, Vietnam (+21%; la regione Asia-Pacifico, nel suo complesso, contribuisce al 66% della crescita totale), Russia (+11%), America Latina (+9%). Molto positivo anche il trend dell’APAC, che contribuisce al 66% della crescita totale.
In Europa, i dati sono però negativi. Ad esempio, dopo anni di crescita sostenuta, il mercato tedesco sta vivendo una fase di stallo, pur rimanendo il terzo al mondo. Nel 2018, l’Italia ha registrato un trend negativo (-4%), accompagnato da un decremento dei prezzi medi. Neppure i processi di obsolescenza programmata, dunque, riescono a mantenere il mercato europeo in linea di galleggiamento.
A fronte di questi dati, alcuni segmenti continuano a riportare prestazioni positive: le lavatrici con capacità di carico elevate (superiori ai 9 kg, che registrano una crescita di ben il 61%) e quelle smart (+24%), che sono arrivate a rappresentare il 27% del mercato (in termini di valore) nel 2018.
Non sorprende, dunque, il fatto che la produzione di grandi elettrodomestici in Italia sia scesa ai minimi storici. Ad affermarlo è Ceced Italia, l’associazione che raggruppa i produttori di apparecchi domestici e professionali. I dati parlano chiaro: la produzione si è ridotta di un terzo negli ultimi 15 anni. Nello specifico, nel 2017, le lavatrici sono calate del -14% mentre sono aumentate le lavastoviglie (+6,5%) e i frigoriferi sono rimasti stabili. Il segmento cottura è diminuito con un -12% per i forni e un -13,7% per i piani di cottura.
Anche l’export è diminuito del -19% nel secondo semestre 2017, a conferma che l’Italia non è più produttore di grandi volumi, ma si è riposizionato verso l’alto di gamma, provando a rispondere ad una domanda che è certamente rilevante nel resto d’Europa.
Per quanto riguarda la rete produttiva italiana, gli ultimi anni si sono caratterizzati per chiusure e concentrazioni. In generale, sul territorio operano oggi le due multinazionali Whirlpool ed Electrolux. Whirlpool ha il quartier generale delle attività per l’Europa e il Medio-Oriente a Pero (in provincia di Milano); al momento, mantiene sei siti produttivi in Italia: Fabriano (piani cottura), Comunanza (lavatrici), Cassinetta di Biandronno (elettrodomestici da incasso), Siena (congelatori), Carinaro (ricambi e accessori), Napoli (lavatrici). Electrolux è attiva in 4 poli: a Porcia e Susegana (lavatrici e frigoriferi), Forlì (cottura) e Solaro (lavastoviglie). L’italiana Candy ha Brugherio (lavatrici), mentre sul mercato è entrata anche la cinese Haier, che produce frigoriferi a Campodoro.
Il rapporto del Ceced ha evidenziato inoltre che l’Italia, nonostante la grave contrazione, resta al secondo posto dopo la Germania come polo manifatturiero dell’elettrodomestico, prima di Francia, Spagna, UK e Polonia, considerata il più forte produttore emergente (grazie alle recenti delocalizzazioni produttive avvenute a seguito dell’ingresso di questo paese nell’Unione Europea).
Una crisi di sistema
Lo scenario è il solito. Uno stabilimento di una multinazionale, che ha beneficiato, in passato, di grossi e grassi contributi pubblici, viene inserito nella lista delle possibili dismissioni. Un fatto al quale abbiamo, tristemente, fatto l’abitudine. Una consuetudine logica, nell’era delle catene del valore globali che, secondo un moderno divide et impera, scompongono la produzione gerarchicamente, estremizzando, anche a livello territoriale, i concetti di divisione del lavoro e di specializzazione per acquisire forme di controllo totalizzante.
Forme, queste ultime, necessarie al grande capitale per perseguire repentine ristrutturazioni, in un contesto caratterizzato da un surplus di capacità produttiva; da una forte crisi della domanda aggregata in occidente (a seguito di anni di austerità e politiche deflazionistiche); da realtà produttive asiatiche che, ormai affrancate dal modello competitivo a basso costo si caratterizzano per alto valore aggiunto e contenuto innovativo (si pensi agli elettrodomestici iperconnessi basati sul paradigma dell’internet delle cose, e alla leadership cinese nel settore).
Quali Soluzioni?
In questo contesto, la soluzione proposta dal sindacalismo di classe e dalla sinistra radicale risponde alla parola d’ordine della nazionalizzazione.
La domanda che, umilmente, ci poniamo è: cui prodest? Siamo sicuri che un’ipotetica gestione pubblica (operata da manager formati sugli stessi manuali e nelle stesse business school) si comporterebbe diversamente da una privata, date le attuali condizioni ed il contesto economico in cui si troverebbe ad operare? Siamo sicuri che questa soluzione dispiacerebbe al management privato?
Nei fatti, una nazionalizzazione isolata potrebbe creare una sorta di bad company pubblica su cui scaricare segmenti produttivi non redditizi; una bad company che avrebbe grosse difficoltà nel competere sul mercato, nel quale comunque i suoi prodotti dovrebbero trovare sbocchi, alle stesse condizioni, tutt’altro che facili, sperimentate dalla Whirlpool attuale.
Il risultato, molto probabilmente, sarebbe quello di creare una nuova azienda che dovrebbe trovarsi a compensare la ridotta competitività dello stabilimento italiano con sussidi e commesse pubbliche. La storia recente ci insegna che processi di nazionalizzazione isolati, quando avvengono all’interno di un paradigma economico dominante di tutt’altro segno, sono destinati a fallire. Portando, dunque, paradossalmente, ancor più acqua al mulino di chi predica la privatizzazione forzata di qualunque asset di pubblica utilità.
È forte la necessità di andare oltre; di ricercare nuove soluzioni. Di non fermarsi a contemplare quel che Claudio Lolli chiamerebbe un “orizzonte che si ferma al tetto”. Perché non sperimentare pratiche produttive che siano di reale sganciamento, ricollocando l’attività produttiva fuori dell’economia di mercato?
Nel caso specifico in questione, partendo dalla necessità ineludibile dell’esproprio della fabbrica (senza indennizzo), si potrebbe pensare ad un suo affidamento alle maestranze, unitamente allo stretto coinvolgimento di centri di ricerca ed università cittadine e della comunità locale che, per decenni, ha dovuto fare i conti con le esternalità negative relative all’attività dello stabilimento, in un contesto di grave emergenza ambientale, come quello di Napoli Est.
Ai lavoratori dello stabilimento andrebbe corrisposto un reddito di cittadinanza a tempo indeterminato. Una soluzione che, oltre a tamponare l’emergenza occupazionale, avrebbe il pregio di sottrarre le maestranze al ricatto capitalista, disaccoppiando reddito e lavoro. Ciò darebbe il tempo, alla comunità locale, di valutare opzioni alternative, come la riconversione dello stabilimento per fini di utilità sociale.
Sarebbe possibile, in questo modo, avviare una grande discussione sul futuro dello stabilimento. Produrre, sì: ma come? E che cosa? E per chi? E con quali risorse? Nazionalizzare lo stabilimento (e non l’intera compagnia che lo possiede), in questa fase, consentirebbe di produrre risposte avanzate a queste domande, sempre più urgenti? O garantirebbe, esclusivamente, una riproposizione, in salsa diversa, delle stesse ricette produttiviste capitaliste, votate alla massimizzazione dell’estrazione di plusvalore e dello sfruttamento di risorse naturali (seppure con l’intento di preservare i livelli occupazionali correnti)?
Potrebbe essere possibile utilizzare le crisi industriali non per riproporre vuoti schemi precostituiti, ma per promuovere e sviluppare nuove proposte che, coinvolgendo i lavoratori e le comunità popolari, possano costruire, pratiche produttive improntate a paradigmi alternativi, quale quello dell’Economia Circolare. In questa impresa, si potrebbe trarre vantaggio dalla grande esperienza recente di fabbriche autogestite e recuperate (Argentina in primis; ma anche casi italiani – pensiamo alla Rimaflow).
Il caso della Whirlpool di Napoli Est, dunque, potrebbe essere visto come un’opportunità per sperimentare un modello concreto che metta insieme l’idea di fabbrica come bene comune con l’imperativo di scardinare la logica consumista che produce disastri ambientali e deserti sociali. Si potrebbe, per esempio, utilizzare le competenze dei lavoratori per produrre nuovi modelli di lavatrici che durino nel tempo, facili da smontare e riparare.
La fabbrica occupata potrebbe diventare ad esempio un grande spazio di aggregazione dove riparare, fare manutenzione, e – perché no? – modificare la propria lavatrice a piacimento o per adattarla agli usi più vari. Il tutto potrebbe essere innestato in una logica di catena di valore ‘circolare’ nella quale altre esperienze simili (fabbriche occupate, piccole imprese familiari o cooperative) possano trovare sbocco per le loro attività.
A coloro ai quali tutto ciò apparire una vana utopia, invitiamo ad ri-analizzare criticamente i dati sconfortanti sul mercato degli elettrodomestici, che citavamo nella sezione iniziale di questo breve contributo; dati che si mantengono appena a galla grazie ai meccanismi di obsolescenza programmata.
La contrazione del consumo nel mondo occidentale appare evidente. Sebbene sia in parte dovuta alle irresponsabili politiche austeritarie e deflazioniste, essa, a nostro avviso non va riattivata attraverso i meccanismi altrettanto irresponsabili del consumismo capitalista. La vera utopia irrealizzabile, a nostro avviso è l’idea che le vendite di elettrodomestici debbano aumentare esponenzialmente ogni anno; un fatto che sottintende l’assurdità che le risorse del pianeta siano infinite, cosi come illimitata la voglia di possedere il maggior numero lavatrici da parte dei consumatori.
Un dibattito necessario
La teoria economica (e dobbiamo qui riferirci anche ad alcune interpretazioni degeneri, purtroppo egemoni nella cosiddetta sinistra radicale) ha in larga parte ignorato che il sistema capitalista non si regge esclusivamente sulla dinamica pubblico/privato, ma anche su due meccanismi fondamentali: il lavoro riproduttivo (già Marx, in realtà, parlava di household economics) o quello che Illich chiamava il lavoro ombra, svolto prevalentemente dalle donne; e i beni comuni, ossia l’insieme delle risorse comuni e i meccanismi che sottintendono alla loro gestione.
Perché dunque non andare oltre il dilemma pubblico/privato, nazionalizzare/privatizzare e teorizzare spazi produttivi che seguano la logica dell’autogestione e del protagonismo della classe operaia? Perché non riappropriarsi degli attuali spazi produttivi in crisi da sovrapproduzione o minacciati dalla caduta tendenziale del saggio di profitto e ridirigere la produzione verso qualcosa di utile e sostenibile nel tempo?
A tal proposito, ci proponiamo di attivare una dibattito su tre assi centrali: la necessità di andare oltre la dialettica pubblico/privato attraverso la rivalutazione di spazi produttivi come beni comuni e quindi ripensare la democrazia interna della fabbrica; la necessità di ripensare la tecnologia come mezzo di liberazione (autonomia, autocontrollo, possibilità di modificare e migliorare artefatti e processi) in contrapposizione al suo utilizzo come strumento di oppressione (efficienza e produttività fine a se stesse); e infine la necessità di creare meccanismi circolari che garantiscano la sostenibilità ambientale.
Fonte
Ma oltre a questa dinamica, ormai consaputa, rispetto alla quale gli Stati nazionali si comportano da servi (per debolezza o per convinzione ideologico-corruttiva), c’è anche la saturazione di mercato per alcune merci, mentre sorgono (a ritmo sempre più lento) nuovi bisogni indotti e merci in grado di soddisfarli.
La fuga del capitale multinazionale ha come unica risposta possibile la nazionalizzazione degli stabilimenti che vengono abbandonati, con terribili conseguenze sull’occupazione, specie in territori che non presentano particolare densità industriale.
Ma – è questo il merito della riflessione di Andrea Genovese e Mario Pansera – non tutti i settori produttivi sono uguali. Nazionalizzare uno stabilimento che produce merci “mature”, per cui esiste solo un mercato di sostituzione (peraltro rallentata dai bassi salari medi, che limitano i consumi) può avere un senso per tutelare l’occupazione, ma essere un fallimento nelle normali dinamiche “di mercato”.
Dunque si pone una domanda importante per chiunque non sia asservito ai desiderata del capitale: quali nazionalizzazioni sono strategiche e quali no? Una volta espropriata la fabbrica – senza indennizzo – bisogna sapere se quella produzione è ancora significativa (e in che misura) e cominciare a pensare a riconvertire su altri prodotti. Per cui in genere servono altri tipologie di stabilimento, ossia con nuovi investimenti
Insomma, salvaguardia dell’occupazione e utilità sociale della produzione debbono essere pensate come un tutto. Una volta era quasi normale chiedersi: cosa produrre e come, per soddisfare quali bisogni?
Non sarebbe del resto utile ridurre un punto di programma strategico come le nazionalizzazioni a “pillola” per curare qualsiasi malattia. Una visione alternativa della formazione sociale non può del resto limitarsi alla sola difesa del patrimonio industriale esistente (primo passo ovviamente necessario, altrimenti si affonda nel passato remoto), ma deve misurarsi con le modalità concrete della trasformazione produttiva possibile.
Buona lettura.
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Nazionalizzare. Cui Prodest?
La grave vicenda della Whirlpool di Napoli Est ci offre l’opportunità di sviluppare alcuni attuali spunti di riflessione sulla questione della produzione industriale, con particolare riferimento al settore degli elettrodomestici.
L’industria degli Elettrodomestici
A livello mondiale, il mercato del Grande Elettrodomestico continua a riportare trend positivi. Nel 2018, l’industria globale ha riportato un fatturato complessivo di 178 miliardi di euro (+2% circa rispetto al 2017). Una crescita, tuttavia, attribuibile prevalentemente alle dinamiche fortemente positive delle economie emergenti, come Cina, Vietnam (+21%; la regione Asia-Pacifico, nel suo complesso, contribuisce al 66% della crescita totale), Russia (+11%), America Latina (+9%). Molto positivo anche il trend dell’APAC, che contribuisce al 66% della crescita totale.
In Europa, i dati sono però negativi. Ad esempio, dopo anni di crescita sostenuta, il mercato tedesco sta vivendo una fase di stallo, pur rimanendo il terzo al mondo. Nel 2018, l’Italia ha registrato un trend negativo (-4%), accompagnato da un decremento dei prezzi medi. Neppure i processi di obsolescenza programmata, dunque, riescono a mantenere il mercato europeo in linea di galleggiamento.
A fronte di questi dati, alcuni segmenti continuano a riportare prestazioni positive: le lavatrici con capacità di carico elevate (superiori ai 9 kg, che registrano una crescita di ben il 61%) e quelle smart (+24%), che sono arrivate a rappresentare il 27% del mercato (in termini di valore) nel 2018.
Non sorprende, dunque, il fatto che la produzione di grandi elettrodomestici in Italia sia scesa ai minimi storici. Ad affermarlo è Ceced Italia, l’associazione che raggruppa i produttori di apparecchi domestici e professionali. I dati parlano chiaro: la produzione si è ridotta di un terzo negli ultimi 15 anni. Nello specifico, nel 2017, le lavatrici sono calate del -14% mentre sono aumentate le lavastoviglie (+6,5%) e i frigoriferi sono rimasti stabili. Il segmento cottura è diminuito con un -12% per i forni e un -13,7% per i piani di cottura.
Anche l’export è diminuito del -19% nel secondo semestre 2017, a conferma che l’Italia non è più produttore di grandi volumi, ma si è riposizionato verso l’alto di gamma, provando a rispondere ad una domanda che è certamente rilevante nel resto d’Europa.
Per quanto riguarda la rete produttiva italiana, gli ultimi anni si sono caratterizzati per chiusure e concentrazioni. In generale, sul territorio operano oggi le due multinazionali Whirlpool ed Electrolux. Whirlpool ha il quartier generale delle attività per l’Europa e il Medio-Oriente a Pero (in provincia di Milano); al momento, mantiene sei siti produttivi in Italia: Fabriano (piani cottura), Comunanza (lavatrici), Cassinetta di Biandronno (elettrodomestici da incasso), Siena (congelatori), Carinaro (ricambi e accessori), Napoli (lavatrici). Electrolux è attiva in 4 poli: a Porcia e Susegana (lavatrici e frigoriferi), Forlì (cottura) e Solaro (lavastoviglie). L’italiana Candy ha Brugherio (lavatrici), mentre sul mercato è entrata anche la cinese Haier, che produce frigoriferi a Campodoro.
Il rapporto del Ceced ha evidenziato inoltre che l’Italia, nonostante la grave contrazione, resta al secondo posto dopo la Germania come polo manifatturiero dell’elettrodomestico, prima di Francia, Spagna, UK e Polonia, considerata il più forte produttore emergente (grazie alle recenti delocalizzazioni produttive avvenute a seguito dell’ingresso di questo paese nell’Unione Europea).
Una crisi di sistema
Lo scenario è il solito. Uno stabilimento di una multinazionale, che ha beneficiato, in passato, di grossi e grassi contributi pubblici, viene inserito nella lista delle possibili dismissioni. Un fatto al quale abbiamo, tristemente, fatto l’abitudine. Una consuetudine logica, nell’era delle catene del valore globali che, secondo un moderno divide et impera, scompongono la produzione gerarchicamente, estremizzando, anche a livello territoriale, i concetti di divisione del lavoro e di specializzazione per acquisire forme di controllo totalizzante.
Forme, queste ultime, necessarie al grande capitale per perseguire repentine ristrutturazioni, in un contesto caratterizzato da un surplus di capacità produttiva; da una forte crisi della domanda aggregata in occidente (a seguito di anni di austerità e politiche deflazionistiche); da realtà produttive asiatiche che, ormai affrancate dal modello competitivo a basso costo si caratterizzano per alto valore aggiunto e contenuto innovativo (si pensi agli elettrodomestici iperconnessi basati sul paradigma dell’internet delle cose, e alla leadership cinese nel settore).
Quali Soluzioni?
In questo contesto, la soluzione proposta dal sindacalismo di classe e dalla sinistra radicale risponde alla parola d’ordine della nazionalizzazione.
La domanda che, umilmente, ci poniamo è: cui prodest? Siamo sicuri che un’ipotetica gestione pubblica (operata da manager formati sugli stessi manuali e nelle stesse business school) si comporterebbe diversamente da una privata, date le attuali condizioni ed il contesto economico in cui si troverebbe ad operare? Siamo sicuri che questa soluzione dispiacerebbe al management privato?
Nei fatti, una nazionalizzazione isolata potrebbe creare una sorta di bad company pubblica su cui scaricare segmenti produttivi non redditizi; una bad company che avrebbe grosse difficoltà nel competere sul mercato, nel quale comunque i suoi prodotti dovrebbero trovare sbocchi, alle stesse condizioni, tutt’altro che facili, sperimentate dalla Whirlpool attuale.
Il risultato, molto probabilmente, sarebbe quello di creare una nuova azienda che dovrebbe trovarsi a compensare la ridotta competitività dello stabilimento italiano con sussidi e commesse pubbliche. La storia recente ci insegna che processi di nazionalizzazione isolati, quando avvengono all’interno di un paradigma economico dominante di tutt’altro segno, sono destinati a fallire. Portando, dunque, paradossalmente, ancor più acqua al mulino di chi predica la privatizzazione forzata di qualunque asset di pubblica utilità.
È forte la necessità di andare oltre; di ricercare nuove soluzioni. Di non fermarsi a contemplare quel che Claudio Lolli chiamerebbe un “orizzonte che si ferma al tetto”. Perché non sperimentare pratiche produttive che siano di reale sganciamento, ricollocando l’attività produttiva fuori dell’economia di mercato?
Nel caso specifico in questione, partendo dalla necessità ineludibile dell’esproprio della fabbrica (senza indennizzo), si potrebbe pensare ad un suo affidamento alle maestranze, unitamente allo stretto coinvolgimento di centri di ricerca ed università cittadine e della comunità locale che, per decenni, ha dovuto fare i conti con le esternalità negative relative all’attività dello stabilimento, in un contesto di grave emergenza ambientale, come quello di Napoli Est.
Ai lavoratori dello stabilimento andrebbe corrisposto un reddito di cittadinanza a tempo indeterminato. Una soluzione che, oltre a tamponare l’emergenza occupazionale, avrebbe il pregio di sottrarre le maestranze al ricatto capitalista, disaccoppiando reddito e lavoro. Ciò darebbe il tempo, alla comunità locale, di valutare opzioni alternative, come la riconversione dello stabilimento per fini di utilità sociale.
Sarebbe possibile, in questo modo, avviare una grande discussione sul futuro dello stabilimento. Produrre, sì: ma come? E che cosa? E per chi? E con quali risorse? Nazionalizzare lo stabilimento (e non l’intera compagnia che lo possiede), in questa fase, consentirebbe di produrre risposte avanzate a queste domande, sempre più urgenti? O garantirebbe, esclusivamente, una riproposizione, in salsa diversa, delle stesse ricette produttiviste capitaliste, votate alla massimizzazione dell’estrazione di plusvalore e dello sfruttamento di risorse naturali (seppure con l’intento di preservare i livelli occupazionali correnti)?
Potrebbe essere possibile utilizzare le crisi industriali non per riproporre vuoti schemi precostituiti, ma per promuovere e sviluppare nuove proposte che, coinvolgendo i lavoratori e le comunità popolari, possano costruire, pratiche produttive improntate a paradigmi alternativi, quale quello dell’Economia Circolare. In questa impresa, si potrebbe trarre vantaggio dalla grande esperienza recente di fabbriche autogestite e recuperate (Argentina in primis; ma anche casi italiani – pensiamo alla Rimaflow).
Il caso della Whirlpool di Napoli Est, dunque, potrebbe essere visto come un’opportunità per sperimentare un modello concreto che metta insieme l’idea di fabbrica come bene comune con l’imperativo di scardinare la logica consumista che produce disastri ambientali e deserti sociali. Si potrebbe, per esempio, utilizzare le competenze dei lavoratori per produrre nuovi modelli di lavatrici che durino nel tempo, facili da smontare e riparare.
La fabbrica occupata potrebbe diventare ad esempio un grande spazio di aggregazione dove riparare, fare manutenzione, e – perché no? – modificare la propria lavatrice a piacimento o per adattarla agli usi più vari. Il tutto potrebbe essere innestato in una logica di catena di valore ‘circolare’ nella quale altre esperienze simili (fabbriche occupate, piccole imprese familiari o cooperative) possano trovare sbocco per le loro attività.
A coloro ai quali tutto ciò apparire una vana utopia, invitiamo ad ri-analizzare criticamente i dati sconfortanti sul mercato degli elettrodomestici, che citavamo nella sezione iniziale di questo breve contributo; dati che si mantengono appena a galla grazie ai meccanismi di obsolescenza programmata.
La contrazione del consumo nel mondo occidentale appare evidente. Sebbene sia in parte dovuta alle irresponsabili politiche austeritarie e deflazioniste, essa, a nostro avviso non va riattivata attraverso i meccanismi altrettanto irresponsabili del consumismo capitalista. La vera utopia irrealizzabile, a nostro avviso è l’idea che le vendite di elettrodomestici debbano aumentare esponenzialmente ogni anno; un fatto che sottintende l’assurdità che le risorse del pianeta siano infinite, cosi come illimitata la voglia di possedere il maggior numero lavatrici da parte dei consumatori.
Un dibattito necessario
La teoria economica (e dobbiamo qui riferirci anche ad alcune interpretazioni degeneri, purtroppo egemoni nella cosiddetta sinistra radicale) ha in larga parte ignorato che il sistema capitalista non si regge esclusivamente sulla dinamica pubblico/privato, ma anche su due meccanismi fondamentali: il lavoro riproduttivo (già Marx, in realtà, parlava di household economics) o quello che Illich chiamava il lavoro ombra, svolto prevalentemente dalle donne; e i beni comuni, ossia l’insieme delle risorse comuni e i meccanismi che sottintendono alla loro gestione.
Perché dunque non andare oltre il dilemma pubblico/privato, nazionalizzare/privatizzare e teorizzare spazi produttivi che seguano la logica dell’autogestione e del protagonismo della classe operaia? Perché non riappropriarsi degli attuali spazi produttivi in crisi da sovrapproduzione o minacciati dalla caduta tendenziale del saggio di profitto e ridirigere la produzione verso qualcosa di utile e sostenibile nel tempo?
A tal proposito, ci proponiamo di attivare una dibattito su tre assi centrali: la necessità di andare oltre la dialettica pubblico/privato attraverso la rivalutazione di spazi produttivi come beni comuni e quindi ripensare la democrazia interna della fabbrica; la necessità di ripensare la tecnologia come mezzo di liberazione (autonomia, autocontrollo, possibilità di modificare e migliorare artefatti e processi) in contrapposizione al suo utilizzo come strumento di oppressione (efficienza e produttività fine a se stesse); e infine la necessità di creare meccanismi circolari che garantiscano la sostenibilità ambientale.
Fonte
22/11/2016
L’uomo nuovo del capitalismo ordoliberale
In cosa consiste la sostanza che sta alla base del capitalismo della
crisi? Frotte di scienziati sociali – economisti, storici, sociologi,
filosofi – provano da anni a rispondere a questa domanda, senza per
questo riuscire a convincere nelle risposte. Certo, la caduta
tendenziale del saggio di profitto è ancora, almeno ci sembra, la
spiegazione che trova le maggiori verifiche empiriche, sul piano
economico. Ma non basta. Non è mai stata pensata come spiegazione
onnicomprensiva delle trasformazioni del capitale, e per tale ragione
non può essere utilizzata come atto di fede nelle riflessioni sul
capitalismo della crisi del XXI secolo.
Pietro Ichino, sul Corriere del 17 novembre, ci sembra far luce (involontariamente) su di un dato centrale del modello produttivo liberista, in grado di aggiungere un pezzo alla risposta sul perché il capitalismo è in crisi irreversibile. Leggiamo:
Oggi questo modello è stato definitivamente(?) disarticolato. Oggi l’operaio o l’impiegato inseriti nei loro particolari momenti della produzione (materiale o immateriale), conoscono solo il proprio specifico aspetto, ignorando non solo ciò che succede sotto e sopra di loro, ma soprattutto ignorando il modello produttivo complessivo nel quale sono inseriti. Se fino a trent’anni fa un operaio della Fiat avrebbe saputo, a grandi linee, partecipare a tutti i momenti della costruzione di un automobile, riuscendo potenzialmente a costruirsela da solo, oggi l’operaio è super-specializzato nella sua particolare mansione, ma difficilmente padroneggia il processo produttivo nel suo insieme. E non stiamo parlando dell’operaio professionale degli anni Trenta o Cinquanta, ma anche dall’operaio massa degli anni Sessanta, ignorante dei processi produttivi nei quali era immerso ma rapidamente ammaestrato del suo ruolo nella produzione (e nel mondo).
L’impresa, sia pubblica che privata, non investe più nella formazione delle competenze della sua forza lavoro anzi, al contrario, si appropria di competenze auto-prodotte privatamente e individualmente per poi fagocitarle nei processi produttivi. Il fenomeno degli youtubers, dei talent, dei freelancers, delle finte partite iva, non sono altro che pezzi di questo discorso per cui la professionalità non è più il risultato di un investimento economico sul lavoratore, ma la qualità che si deve possedere per farsi assumere e sussumere dal capitale, sia pubblico che privato. Dal capitalismo della crisi è scomparso il concetto del rischio.
Tutto questo crea un mercato del lavoro iper-segmentato, atomizzato, parcellizzato, che disattiva ogni possibile solidarietà tra lavoratori dentro uno stesso processo produttivo, sostituito dalla competizione tra lavoratori che si auto-percepiscono come “imprese individuali” in lotta per “segmenti di mercato” che poi altro non sarebbero che il riconoscimento di queste professionalità da parte dell’impresa che dovrebbe procedere all’assunzione. Oltretutto, questa dinamica contribuisce alla strutturazione di una società individualizzata iper-conflittuale orizzontalmente (tra lavoratori investiti del ruolo di competitors) ma pacificata verticalmente (nel rapporto tra lavoratori e datori di lavoro), dove non è possibile alcuna istanza comune date le caratteristiche della società-mercato che impone vincoli di ostilità e competizione tra lavoratori stessi.
Ma questo vasto processo di ri-organizzazione dei rapporti produttivi influisce anche sulla tendenza del profitto a diminuire. Infatti per Marx, sintetizziamo volgarmente, l’aumento del capitale costante (le macchine) accresce la produttività ma diminuisce il profitto, perché l’unico strumento di profitto nelle mani del capitale è costituito dal lavoro umano. Ma qual è la differenza sostanziale tra la macchina e l’uomo nel processo produttivo? Che la macchina sa fare solo ciò per cui è programmata: l’impresa può aumentarne il ritmo di produzione, ma non la varietà di mansioni differenti o alternative programmate. L’uomo, nella sua infinita adattabilità, può predisporsi a ritmi, mansioni e specializzazioni differenti, molteplici, alternative. Se riduco le infinite potenzialità della natura umana al ruolo di robot umanizzato che dis-conosce ogni parte del processo produttivo e la stessa produzione nel suo insieme, equiparo l’uomo alla macchina, aumentandone a dismisura la produttività (come è avvenuto in questi anni), ma riducendo costantemente le possibilità di profitto per le imprese pubbliche e private.
Su di un piano più filosofico e culturale di lungo periodo, oltretutto, questa tendenza aliena ulteriormente la specie umana da se stessa. L’”uomo di ieri” – per usare un eufemismo – sapeva fare un po’ di tutto. Possedeva cioè competenze variegate ma utili alla difesa della sua autonomia e alla sua libertà da vincoli esterni. L’”uomo di oggi” non sa fare tendenzialmente niente. E’ stato progressivamente espropriato della capacità di fare fronte alla vita se non delegando al mercato la soluzione delle sue mille problematicità. Questa delega è una spoliazione della propria natura, che non viene semplicemente dispersa ma rimane intrappolata nelle logiche del mercato, al quale necessariamente affidarsi se si vuole cucinare un piatto di pasta, sostituire il sifone del lavandino, riparare le libreria, cambiare l’olio alla macchina, e altri infiniti eccetera. L’iper-specializzazione post-moderna fondata sul mito della tecnica opposta alla coscienza critica del sapere umanistico altro non è che la particolare concretizzazione universitaria di questo processo.
Ecco perché Ichino, nella sua ingenuità ma al tempo stesso nella sua consapevolezza accumulata in anni di studio del mondo del lavoro, individua nell’estrema frammentazione delle capacità produttive della forza lavoro un problema da affrontare. Riducendo i diritti dei lavoratori, dal suo punto di vista. Ma certo non stiamo qui a chiedere a Ichino risposte ai problemi che gente come lui ha contribuito a creare.
Fonte
Pietro Ichino, sul Corriere del 17 novembre, ci sembra far luce (involontariamente) su di un dato centrale del modello produttivo liberista, in grado di aggiungere un pezzo alla risposta sul perché il capitalismo è in crisi irreversibile. Leggiamo:
“nel ’69… fatta 100 la produttività standard di un operaio-tipo, quello che in concreto aveva una produttività inferiore si attestava intorno a quota 90, raramente si arrivava al limite minimo di 80, mentre quello più produttivo poteva arrivare a 130, 140, raramente a 150. In altre parole, il rapporto tra il più e il meno produttivo non arrivava neppure a 2[…] Oggi la situazione è totalmente cambiata. Un’azienda che intenda assumere un addetto a mansioni anche di livello basso… può trovarsi di fronte a risultati che indicano differenze di produttività da 100 a 10.000 […] Se poi dai livelli esecutivi più bassi si passa a quelli di concetto, o addirittura a quelli del lavoro creativo, la gamma delle produttività individuali, risultanti in parte dalle capacità individuali di avvalersi dei nuovi strumenti, si allarga a dismisura […] In altre parole, per semplificare al massimo: tra chi sa soltanto confezionare o recapitare una pizza e chi sa individuare i suoi potenziali consumatori e gli ingredienti della stessa pizza a loro più graditi, come raccoglierne in modo più efficiente le ordinazioni e i pagamenti e come organizzare le consegne, si è determinata una distanza molto maggiore nel mercato del lavoro rispetto a quella che separava cinquant’anni fa, o anche solo venticinque, il pizzaiolo o il fattorino più produttivo da quello più imbranato”.Non sembra, ma questa dinamica spiega (almeno in parte) la crisi del capitalismo attuale. Qualche decennio fa, per una serie di fattori oggettivi (il modo in cui era organizzata la produzione; lo sviluppo storico delle forze produttive) e soggettivi (la resistenza operaia ai processi di segmentazione e annichilimento; la forza delle organizzazioni e dei partiti operai), all’interno dello stesso processo produttivo – ad esempio: dentro una fabbrica, ma anche dentro un ufficio – la socializzazione delle informazioni e delle competenze era vertiginosamente più elevata, livellando le condizioni di produzione e i rapporti di lavoro. L’operaio, o l’impiegato, erano in grado di possedere (a grandi linee) tutti gli strumenti e le informazioni di cui si componeva l’organizzazione della produzione. Possedevano cioè una scienza, composta da un misto di esperienze pregresse, esperienze dirette nei luoghi di lavoro, cultura tecnica e politica, emancipazione data dai livelli di conflittualità, eccetera. Inoltre l’impresa, sia pubblica che privata, investiva (perché obbligata dai rapporti politici, non per bontà) nella formazione delle professionalità, riducendo drasticamente le differenze tra l’operaio o l’impiegato più produttivo e quello meno.
Oggi questo modello è stato definitivamente(?) disarticolato. Oggi l’operaio o l’impiegato inseriti nei loro particolari momenti della produzione (materiale o immateriale), conoscono solo il proprio specifico aspetto, ignorando non solo ciò che succede sotto e sopra di loro, ma soprattutto ignorando il modello produttivo complessivo nel quale sono inseriti. Se fino a trent’anni fa un operaio della Fiat avrebbe saputo, a grandi linee, partecipare a tutti i momenti della costruzione di un automobile, riuscendo potenzialmente a costruirsela da solo, oggi l’operaio è super-specializzato nella sua particolare mansione, ma difficilmente padroneggia il processo produttivo nel suo insieme. E non stiamo parlando dell’operaio professionale degli anni Trenta o Cinquanta, ma anche dall’operaio massa degli anni Sessanta, ignorante dei processi produttivi nei quali era immerso ma rapidamente ammaestrato del suo ruolo nella produzione (e nel mondo).
L’impresa, sia pubblica che privata, non investe più nella formazione delle competenze della sua forza lavoro anzi, al contrario, si appropria di competenze auto-prodotte privatamente e individualmente per poi fagocitarle nei processi produttivi. Il fenomeno degli youtubers, dei talent, dei freelancers, delle finte partite iva, non sono altro che pezzi di questo discorso per cui la professionalità non è più il risultato di un investimento economico sul lavoratore, ma la qualità che si deve possedere per farsi assumere e sussumere dal capitale, sia pubblico che privato. Dal capitalismo della crisi è scomparso il concetto del rischio.
Tutto questo crea un mercato del lavoro iper-segmentato, atomizzato, parcellizzato, che disattiva ogni possibile solidarietà tra lavoratori dentro uno stesso processo produttivo, sostituito dalla competizione tra lavoratori che si auto-percepiscono come “imprese individuali” in lotta per “segmenti di mercato” che poi altro non sarebbero che il riconoscimento di queste professionalità da parte dell’impresa che dovrebbe procedere all’assunzione. Oltretutto, questa dinamica contribuisce alla strutturazione di una società individualizzata iper-conflittuale orizzontalmente (tra lavoratori investiti del ruolo di competitors) ma pacificata verticalmente (nel rapporto tra lavoratori e datori di lavoro), dove non è possibile alcuna istanza comune date le caratteristiche della società-mercato che impone vincoli di ostilità e competizione tra lavoratori stessi.
Ma questo vasto processo di ri-organizzazione dei rapporti produttivi influisce anche sulla tendenza del profitto a diminuire. Infatti per Marx, sintetizziamo volgarmente, l’aumento del capitale costante (le macchine) accresce la produttività ma diminuisce il profitto, perché l’unico strumento di profitto nelle mani del capitale è costituito dal lavoro umano. Ma qual è la differenza sostanziale tra la macchina e l’uomo nel processo produttivo? Che la macchina sa fare solo ciò per cui è programmata: l’impresa può aumentarne il ritmo di produzione, ma non la varietà di mansioni differenti o alternative programmate. L’uomo, nella sua infinita adattabilità, può predisporsi a ritmi, mansioni e specializzazioni differenti, molteplici, alternative. Se riduco le infinite potenzialità della natura umana al ruolo di robot umanizzato che dis-conosce ogni parte del processo produttivo e la stessa produzione nel suo insieme, equiparo l’uomo alla macchina, aumentandone a dismisura la produttività (come è avvenuto in questi anni), ma riducendo costantemente le possibilità di profitto per le imprese pubbliche e private.
Su di un piano più filosofico e culturale di lungo periodo, oltretutto, questa tendenza aliena ulteriormente la specie umana da se stessa. L’”uomo di ieri” – per usare un eufemismo – sapeva fare un po’ di tutto. Possedeva cioè competenze variegate ma utili alla difesa della sua autonomia e alla sua libertà da vincoli esterni. L’”uomo di oggi” non sa fare tendenzialmente niente. E’ stato progressivamente espropriato della capacità di fare fronte alla vita se non delegando al mercato la soluzione delle sue mille problematicità. Questa delega è una spoliazione della propria natura, che non viene semplicemente dispersa ma rimane intrappolata nelle logiche del mercato, al quale necessariamente affidarsi se si vuole cucinare un piatto di pasta, sostituire il sifone del lavandino, riparare le libreria, cambiare l’olio alla macchina, e altri infiniti eccetera. L’iper-specializzazione post-moderna fondata sul mito della tecnica opposta alla coscienza critica del sapere umanistico altro non è che la particolare concretizzazione universitaria di questo processo.
Ecco perché Ichino, nella sua ingenuità ma al tempo stesso nella sua consapevolezza accumulata in anni di studio del mondo del lavoro, individua nell’estrema frammentazione delle capacità produttive della forza lavoro un problema da affrontare. Riducendo i diritti dei lavoratori, dal suo punto di vista. Ma certo non stiamo qui a chiedere a Ichino risposte ai problemi che gente come lui ha contribuito a creare.
Fonte
04/11/2016
Visioni Militant(i): Lo and Behold, di Werner Herzog
Internet e la (post)modernità, il futuro della rete, l’uomo e le macchine, la rivoluzione tecnologica. Temi centrali e ineludibili della contemporaneità e del futuro prossimo, che Herzog decide di affrontare di petto attraverso un documentario con l’ambizione nientemeno che di tratteggiare l’origine della rete, la sua apoteosi, il suo lato oscuro. Non potevamo allora mancare la visione di un’opera nelle premesse così intrigante. Il film è, come detto, un documentario, che attraverso l’apocalittica progressione in dieci capitoli ripercorre la “storia” di internet dalle origini degli anni Sessanta alle mille domande traverse che apre un mondo che ormai sembrerebbe (e qui il condizionale è necessario) sfumare nella virtualità e in una rete di flussi comunicativi anarchici e imprevedibili. Eppure il film si presenta quasi subito come grande occasione mancata. Non è tanto la forma documentaria il problema – sebbene rifletta un approccio equivoco all’arte, è bene ribadirlo – ma sono le domande mancate e il punto di vista che esce fuori da questa “inchiesta” a deludere. C’è un solo modo, oggi, per parlare delle rete internet: quello di sottoporla ad una critica politica, economica e filosofica che ne smascheri l’ideologia di fondo attraverso cui si legittima. La rete viene definita come “flusso”, come luogo “aperto” e “orizzontale”, “virtuale”, “immateriale”, “anarchico”, “democratico”, “reticolare” e via dicendo. Qualsiasi lavoro artistico serio dovrebbe partire dal tentativo di smontare questa auto narrazione. La rete internet è il più grande fenomeno storico di controllo sociale di massa e totalizzante. Un controllo possibile solo grazie al fatto che la rete è l’esatto opposto del luogo descritto come “orizzontale” e “aperto”. E’, al contrario, un sistema di potere ideato, prodotto e gestito da un oligopolio ristrettissimo di immense aziende multinazionali che determinano i flussi, dall’alto verso il basso e non viceversa. E’ il luogo meno “orizzontale” possibile. Oltretutto, andrebbe anche smontata certa retorica “software” che aleggia intorno alla rete: non esiste rete senza processi produttivi materiali che la creano. Non esiste rete senza milioni di operai che ne producono gli “hardware”, le componenti fisiche, la strumentazione tecnica. Ogni analisi della rete che nasconde questa realtà dei fatti è di per sé – qualsiasi cosa dica successivamente – un’analisi reazionaria e funzionale al sistema di potere.
Il film delude soprattutto nella sua indagine sul “lato oscuro”, come si intitola uno dei dieci capitoli. Il lato oscuro viene identificato col voyeurismo perverso di chi naviga; con le manie pornografiche in cui cadono numerosi giovani incapaci di staccare dalla vita virtuale; con il veleno vomitato nella rete da intere schiere di haters professionali. E’ il modo più equivoco possibile di indagare il vero lato oscuro della rete, che non sono le sue escrescenze fisiologiche – ancorché criticabili ovviamente – che fanno parte dei numerosi sintomi di questo lato malvagio, ma non ne costituiscono le cause. Il lato oscuro è il controllo sociale generato dalla totalizzante presenza di internet nella vita dell’uomo. Un controllo sociale che si manifesta su diversi livelli: c’è il controllo dei flussi informativi; c’è la disattivazione della partecipazione materiale, sostituita da un protagonismo virtuale anch’esso totalizzante ma innocuo per il potere; e c’è anche una forma più subliminale ma decisiva di controllo, quello che sottrae autonomia all’uomo. L’uomo di oggi – e sempre più quello di domani – sarà incapace di fare alcunché di materiale o di autonomo senza l’ausilio tecnico della rete. Un uomo che non sarà più in grado di prodursi o auto-prodursi nulla senza passare per il controllo biopolitico (per utilizzare Foucault) di una rete diretta da immense imprese private che si confondono con i servizi di controllo e repressione governativi. La rete dilegua ogni margine di autonomia, aliena l’uomo da se stesso. Ovviamente non siamo ancora ad un livello così pervasivo di controllo eterodiretto, ma la direzione sembra essere questa e già oggi se ne vedono o percepiscono ampi tratti.
Perdendo l’appuntamento con una seria riflessione sulla natura critica della rete, il documentario si smarrisce toccando i più svariati campi connessi con internet, dalla robotica alla medicina, dal fenomeno hacker all’internet “delle cose” (sic), per finire alla vita su Marte e alle altre forme di vita nell’universo. Senza una tesi di fondo, però, i vari spunti del documentario rimangono scollegati e trattati inevitabilmente in maniera superficiale, vista l’ampiezza smisurata dei vari temi. Senza una tesi critica, oltretutto, la visione di Herzog sembrerebbe essere quella di un discreto ottimismo sul ruolo della rete, sulla sua natura progressiva, nonostante alcune falle che però potrebbero essere sanate. Rimangono molte domande aperte, su cui Herzog evita conclusioni oggi difficili se non impossibili da tracciare, ma appunto, mancando una tesi critica, l’idea che si forma è quello di una sostanziale autoriformabilità progressiva dei vizi, decisamente inferiori alle virtù. Inoltre, si lascia intendere l’idea di una rete autonomizzata dai rapporti sociali. Ad un certo punto Herzog domanda ai vari esperti se “internet può pensare se stesso”, come se avesse vita indipendente e slegata dai processi produttivi che la ri-creano quotidianamente. Eppure internet altro non è che uno degli strumenti che ha assunto oggi l’economia politica dominante, e l’economia politica altro non è che lo studio dei rapporti tra gli uomini inseriti in un particolare contesto produttivo.
Non si tratta, per concludere, di avversare “luddisticamente” un’importante evoluzione tecnologica (per quanto certo positivismo tecnologico dovrebbe essere revisionato all’interno della sinistra), quanto di operare dei discorsi di senso in grado di produrre forme di controllo reali, che non rimangano imprigionate nelle narrazioni interessate del potere. Non esiste “controllo della rete” che non passi per il controllo materiale di chi la rete la produce ogni giorno: non i milioni di prosumers alienati su facebook, ma quelle cinque “aziende-mondo” che plasmano la realtà in cui viviamo, e che esistono unicamente grazie ai processi di sfruttamento capitalistico che ne garantiscono l’accumulazione economica. Herzog, torniamo a parlare dei rapporti di produzione!
Fonte
Il film delude soprattutto nella sua indagine sul “lato oscuro”, come si intitola uno dei dieci capitoli. Il lato oscuro viene identificato col voyeurismo perverso di chi naviga; con le manie pornografiche in cui cadono numerosi giovani incapaci di staccare dalla vita virtuale; con il veleno vomitato nella rete da intere schiere di haters professionali. E’ il modo più equivoco possibile di indagare il vero lato oscuro della rete, che non sono le sue escrescenze fisiologiche – ancorché criticabili ovviamente – che fanno parte dei numerosi sintomi di questo lato malvagio, ma non ne costituiscono le cause. Il lato oscuro è il controllo sociale generato dalla totalizzante presenza di internet nella vita dell’uomo. Un controllo sociale che si manifesta su diversi livelli: c’è il controllo dei flussi informativi; c’è la disattivazione della partecipazione materiale, sostituita da un protagonismo virtuale anch’esso totalizzante ma innocuo per il potere; e c’è anche una forma più subliminale ma decisiva di controllo, quello che sottrae autonomia all’uomo. L’uomo di oggi – e sempre più quello di domani – sarà incapace di fare alcunché di materiale o di autonomo senza l’ausilio tecnico della rete. Un uomo che non sarà più in grado di prodursi o auto-prodursi nulla senza passare per il controllo biopolitico (per utilizzare Foucault) di una rete diretta da immense imprese private che si confondono con i servizi di controllo e repressione governativi. La rete dilegua ogni margine di autonomia, aliena l’uomo da se stesso. Ovviamente non siamo ancora ad un livello così pervasivo di controllo eterodiretto, ma la direzione sembra essere questa e già oggi se ne vedono o percepiscono ampi tratti.
Perdendo l’appuntamento con una seria riflessione sulla natura critica della rete, il documentario si smarrisce toccando i più svariati campi connessi con internet, dalla robotica alla medicina, dal fenomeno hacker all’internet “delle cose” (sic), per finire alla vita su Marte e alle altre forme di vita nell’universo. Senza una tesi di fondo, però, i vari spunti del documentario rimangono scollegati e trattati inevitabilmente in maniera superficiale, vista l’ampiezza smisurata dei vari temi. Senza una tesi critica, oltretutto, la visione di Herzog sembrerebbe essere quella di un discreto ottimismo sul ruolo della rete, sulla sua natura progressiva, nonostante alcune falle che però potrebbero essere sanate. Rimangono molte domande aperte, su cui Herzog evita conclusioni oggi difficili se non impossibili da tracciare, ma appunto, mancando una tesi critica, l’idea che si forma è quello di una sostanziale autoriformabilità progressiva dei vizi, decisamente inferiori alle virtù. Inoltre, si lascia intendere l’idea di una rete autonomizzata dai rapporti sociali. Ad un certo punto Herzog domanda ai vari esperti se “internet può pensare se stesso”, come se avesse vita indipendente e slegata dai processi produttivi che la ri-creano quotidianamente. Eppure internet altro non è che uno degli strumenti che ha assunto oggi l’economia politica dominante, e l’economia politica altro non è che lo studio dei rapporti tra gli uomini inseriti in un particolare contesto produttivo.
Non si tratta, per concludere, di avversare “luddisticamente” un’importante evoluzione tecnologica (per quanto certo positivismo tecnologico dovrebbe essere revisionato all’interno della sinistra), quanto di operare dei discorsi di senso in grado di produrre forme di controllo reali, che non rimangano imprigionate nelle narrazioni interessate del potere. Non esiste “controllo della rete” che non passi per il controllo materiale di chi la rete la produce ogni giorno: non i milioni di prosumers alienati su facebook, ma quelle cinque “aziende-mondo” che plasmano la realtà in cui viviamo, e che esistono unicamente grazie ai processi di sfruttamento capitalistico che ne garantiscono l’accumulazione economica. Herzog, torniamo a parlare dei rapporti di produzione!
Fonte
12/10/2015
Appropriarsi della scienza – Farla finita con il primitivismo
Riprendiamo molto volentieri questo articolo, apparso oggi in http://www.inventati.org/cortocircuito/, perché coglie con estrema precisione uno dei più gravi limiti del "senso comune" che si dice antagonista in questo avvio di terzo millennio. Più che un limite, lo consideriamo semplicemente un orrore (non è un refuso...) per chiunque ritenga che questo mondo non sia propriamente il migliore tra quelli possibili; e, indirettamente, un aiuto al capitale nel mantenere il suo dominio sull'umanità intera.
Si può cambiare solo quello che si conosce scientificamente. Il resto è casualità, prove ed errori, fortuna del principiante o disastro dell'esperienza. Non esiste nessuna "propensione naturale" che possa sostituire la scienza. Tantomeno sul terreno della pratica. E solo i diffusori dell'ignoranza possono ancora spacciare quest'ultima come antagonista rispetto alla teoria. Perché non sono "teoria" le elucubrazioni incomprensibili di qualche intellettuale fallito che si atteggia a maitre, ma le individuazioni puntuali - nel fluire incessante delle cose e dei fatti - di ricorrenze stabili, costanti, misurabili. Ricorrenze che contengono sempre anche le variazioni possibili in base ad altre condizioni a contorno.
La capacità di cogliere queste ricorrenze è esattamente la capacità di elaborare teoria, formulare concetti e leggi scientifiche.
Troviamo inoltre estremamente significativo che questa particolare necessità di impadronirsi della scienza e rifiutare il primitivismo sia sorta in un pensatore che si professa anarchico. Non perché, come giustamente ricorda, il pensiero anarchico sia incompatibile con il metodo scientifico, ma per quel che comunemente viene inteso come "propriamente anarchico" secondo il senso comune del tempo presente. Persino tra chi si professa anarchico (almeno per qualche stagione della vita). E' avvenuto lo stesso, e ne possiamo misurare tutta la catastrofe, tra chi si professava comunista e ha cominciato a cercare nella "naturalità" o nella "spontaneità" il rimedio agli errori novecenteschi.
Buona lettura.
Nonostante la nostra poca simpatia per le etichette, non potendoci definire anarchici, marxisti o altro, pensiamo che il contenuto di questo articolo sia veramente importante, visto il semi oscurantismo verso la scienza presente nel paese in cui viviamo e l’assoluta mancanza di una “cultura tecnologica”, che spesso determinano posizioni politiche al limite del delirante. Lo proponiamo qui: cercheremo di tornare sulla questione non appena avremo tempo.
di lorcon, tratto da https://photostream.noblogs.org/
Questo articolo nasce come risposta all’articolo di Philippe Godard apparso su A – Rivista Anarchica n. 398. È nato come riflessione collettiva tra il sottoscritto e altri tre compagni. Un estratto è stato pubblicato nella rubrica della corrispondenza su A – Rivista Anarchica numero 401. Qua appare la versione integrale, come apparsa anche su Umanità Nova numero 30 anno 95. Si ringraziano G, G e C per gli spunti e le correzioni.
Ben volentieri recepiamo l’invito al dibattito apparso su A Rivista numero 397 in merito all’articolo di Philippe Godard sulla ricerca scientifica. Da tempo pensiamo che sia necessario avviare una riflessione in campo anarchico in merito alla questione della scienza e della tecnica, sia nei risvolti applicativi della metodologia scientifica, le tecnologie, che nel merito della metodologia scientifica in sé e per sé.
È oramai fatto accertato che l’ultimo secolo e mezzo di storia umana abbiano visto una profonda accelerazione sia delle scoperte scientifiche “di base” che dell’invenzione di tecnologie basate sulle scoperte stesse. Questa accelerazione, riscontrabile in più campi, si è sviluppata insieme all’attuale sistema sociale, basato su determinati rapporti di produzione, ma al contempo mostra i limiti dell’ambiente stesso in cui si è sviluppata.
Al contrario del Godard noi non crediamo che la “scienza” sia legata in modo inestricabile con un sistema di dominio. Intanto bisogna capire di che cosa stiamo parlando: la scienza non è un oggetto, o meglio una collezione di oggetti-nozioni, ma bensì è un metodo. La metodologia scientifica è, a nostro modo di vedere, una metodologia intrinsecamente libertaria: l’onere della prova, la falsificabilità, la verificabilità, la riproducibilità, ovvero i capisaldi dei modelli di spiegazione scientifici, hanno sostanzialmente permesso di strappare dalle mani dei sacerdoti la spiegazione del mondo eliminando l’autoritaria dimostrazione per ipso-dixit e facendo stracci dei modelli finalisti e teologici cari alla tradizione cristiana e in generale alle tradizioni trascendentali.
Se pensiamo alla storia del pensiero umano come ad una storia di successioni di diversi modelli di spiegazione del mondo non possiamo non notare quella gigantesca linea di frattura, frastagliata certo, che separa l’epoca medioevale in cui tutto veniva ricondotto all’azione divina, dall’epoca moderna in cui i modelli di spiegazione del mondo devono essere continuamente rimessi in discussione e non peccano di una visione finalistica e antropocentrica. È caratteristica intrinseca della scienza stessa il mettersi continuamente in discussione da un punto di vista dialettico. Basti pensare all’evoluzione delle teorie in campo fisico: dal modello meccanicista-classico newtoniano alle formalizzazione dell’elettromagnetismo di Maxwell alla formulazione della teoria della relatività alla fisica quantistica. O ancora ai diversi modelli di spiegazione dei fenomeni biologici che si sono susseguiti dall’inizio dell’età moderna ad ora, dalla teoria degli umori alle più recenti scoperte nel campo della genetica e al legame tra genetica e stimoli ambientali.
Ogni teoria scientifica, invero, contiene il germe del suo stesso superamento dialettico. Nei fatti anche i modelli più formalizzati da un punto di vista logico-matematico sono per loro stessa natura incompleti o incoerenti (semplificando fino alla brutalizzazione il teorema dell’incompletezza di Goedel) e quindi destinati ad essere superati.
Quindi la scienza è neutrale? No, affatto, anzi: la scienza è di parte in quanto per sua natura mistifica e supera modelli di spiegazione non più atti allo scopo. E in questo contiene anche le possibilità di superare un modello di organizzazione sociale basata sul dominio.
Ma la ricerca scientifica avviene ovviamente all’interno di una società che, al momento attuale, ha trai suoi principi cardine quello del dominio dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sull’ambiente. Chi si occupa di ricerca vive all’interno di un certo zeitgeist ed è attraversato da certe strutture sociali e tenderà a riprodurle.
Ma questo non elimina un fatto fondamentale: la tecnologia e la scienza hanno un immenso potenziale di emancipazione che è al momento posto sotto sequestro dal capitalismo. Sulla scorta di svariati pensatori possiamo tranquillamente affermare che le storture sociali che viviamo sono dovute al permanere di una condizione di scarsità, per quanto sempre più artificiosa rispetto al passato, dovuta a dei particolari rapporti di produzione. Liberare le forze emancipatrici della tecnologia e indirizzarle verso un uso liberatorio significa liberare l’uomo dalla schiavitù del lavoro salariato e dalla schiavitù derivata dal mancato soddisfacimento dei propri bisogni primari.
Nei fatti la questione non è bloccare o meno la ricerca scientifica, ma strappare la ricerca scientifica dalle mani dei detentori dei mezzi di produzione.
Una società anarchica che voglia essere includente e universabilizzabile non potrà basarsi su paradigmi primitivisti: tornare ad un presupposto stato di natura per liberarsi dalle catene del capitale significa solamente incatenarsi ad un modello di vita meschino, abbruttito e, in ultima analisi, non desiderabile.
Il primitivismo è, a nostro parere, un paradigma estremamente autoritario in quanto è vivibile solamente da quegli individui che hanno la ventura di nascere sani. E non raccontiamoci che un principio di solidarietà farebbe in modo che questi individui vivrebbero protetti dalle proprie comunità: con certe malattie senza un adeguato supporto medico semplicemente muori. Soffrendo. Dovrebbe essere quindi una forma passivizzata e artificiosamente naturale di eugenetica la nostra proposta?
Dinamica dei sistemi
Colpisce particolarmente il passaggio nel pezzo del Godard che afferma, citiamo testualmente:
Non è un caso che il paradigma adottato negli ultimi anni nell’ambito dei settori più avanzati della ricerca biologica (e non solo) è quello dei sistemi complessi, non lineari, non riconducibili ad una semplice somma delle parti, ma bensì alla relazione tra le stesse parti e alle funzioni emergenti di un sistema. I modelli di spiegazione meccanicista-classici, quelli newtoniani, sono già stati ampiamente superati nell’ambito della fisica teorica, figuriamoci in ambito della ricerca biologica! Basti pensare, ad esempio, al filone di ricerca sui fattori epigenetici nell’emergere di patologie o alle ricerche sulle reti neurali.
Quello che Godard individua come limite della ricerca scientifica è in realtà il grande punto di forza di una metodologia che ristruttura continuamente se stessa.
Il vero limite, come già ricordato, risiede nelle strutture sociali all’interno delle quali si ritrova ingabbiata la ricerca scientifica e non in un problema epistemologico.
Tra le spire del capitale e fuori
L’attuale modo di produzione e i rapporti di produzione hanno relegato le applicazioni della scienza alla progettazione e alla realizzazione di beni di consumo di massa o di beni di distruzione, intrappolando la tecnologia all’interno di cicli di distruzione-produzione tipici del modo di produzione capitalista.
In più passaggi dell’articolo di Godard e della sua risposta alla lettera sul numero 399 di A viene citata la questione nucleare, arrivando ad affermare che lo sviluppo degli armamenti atomici è stata la logica conseguenza delle scoperte della Curie. Certamente gli armamenti atomici non ci potrebbero essere stati senza la scoperta della radioattività (ma neanche sistemi diagnostici come le radiografie o sistemi di cura come le radioterapie ci sarebbero stati), ma pretendere di bloccare la ricerca scientifica, ovvero la comprensione del mondo, perché forse le scoperte potrebbero essere usate, forse, per fini non etici è completamente insensato. Così come è completamente insensato abbandonarsi a suggestioni fintamente olistiche e primitiviste che rigettano le più basilari evidenze. Mi riferisco qua a quella strizzatina d’occhio fatta dall’articolo in questione in merito alle presunte cure “naturali” che sono niente altro che truffe in mano ad individui ed organizzazioni che nulla hanno da invidiare alle multinazionali farmaceutiche in quanto a scorrettezza. Ma torniamo al punto.
Appropriarsi dei saperi tecnici e della metodologia scientifica significa dotarsi di un potentissimo strumento e privare il nemico dei vantaggi derivanti dalla detenzione di certe tecnologie strappandole al monopolio delle strutture sociali autoritarie.
Ora, intendiamoci, uno dei maggiori volani delle scoperte scientifiche dalla fine del XIX secolo è stato il complesso militare-industriale in quanto è quello che detiene le risorse necessarie a finanziare la ricerca scientifica. Ma, attenzione, le strutture autoritarie hanno dovuto inventarsi una serie di escamotage per ingabbiare un metodo che non è loro. Si pensi ai vari metodi per bloccare la libera diffusione di informazione e applicazioni tecnologiche, anche fondamentali per la sopravvivenza delle persone come i farmaci, tramite l’apparato di brevetti, copyright, imposizioni di segretazioni sulle ricerche.
Il metodo scientifico è anche quello che ha permesso l’aumento della qualità della vita per miliardi di persone, debellato epidemie, ridotto le carestie, creato infrastrutture resilienti alle calamità; il metodo scientifico è ciò che permette di individuare in modo preciso l’orrore della società capitalista: si pensi al ruolo delle scienze sociali nel denunciare l’orrore di una società basata sull’accumulazione di denaro o al ruolo delle scienze naturali nel denunciare la distruzione dell’ecosistema. A meno che non si preferisca credere alle panzane delle scie chimiche e dimenticarsi dell’effetto serra e del global warming è evidente che la prospettiva politica dell’anarchismo deve necessariamente legarsi all’uso di metodologie scientifiche. E non affermiamo di certo una novità in campo anarchico e libertario: si pensi a figure come i Reclus o alla formazione scientifica di un Kropotkin o a pensatori come Boockin.
La vera questione è: perché in un secolo e mezzo di movimenti sociali organizzati non siamo stati in grado di strappare la ricerca scientifica dalle mani del nemico? Per quale motivo al posto di usare la tecnologia per meccanizzare i lavori ripetitivi e pesanti e liberare il tempo per individui e comunità permettiamo che questa tecnologia venga usata per asservire e disciplinare la forza lavoro o per estromettere milioni di individui nei vari momenti di ristrutturazione del capitale?
Per quale motivo, al pari della volpe di fedriana memoria davanti all’uva troppo alta, abbiamo preferito raccontarci la storiella autoconsolatoria, vero vessillo di impotenza, della scienza costitutivamente cattiva al posto di riflettere seriamente sulle modalità di azione da adottare davanti alla barbarie dello stato e del capitale?
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Si può cambiare solo quello che si conosce scientificamente. Il resto è casualità, prove ed errori, fortuna del principiante o disastro dell'esperienza. Non esiste nessuna "propensione naturale" che possa sostituire la scienza. Tantomeno sul terreno della pratica. E solo i diffusori dell'ignoranza possono ancora spacciare quest'ultima come antagonista rispetto alla teoria. Perché non sono "teoria" le elucubrazioni incomprensibili di qualche intellettuale fallito che si atteggia a maitre, ma le individuazioni puntuali - nel fluire incessante delle cose e dei fatti - di ricorrenze stabili, costanti, misurabili. Ricorrenze che contengono sempre anche le variazioni possibili in base ad altre condizioni a contorno.
La capacità di cogliere queste ricorrenze è esattamente la capacità di elaborare teoria, formulare concetti e leggi scientifiche.
Troviamo inoltre estremamente significativo che questa particolare necessità di impadronirsi della scienza e rifiutare il primitivismo sia sorta in un pensatore che si professa anarchico. Non perché, come giustamente ricorda, il pensiero anarchico sia incompatibile con il metodo scientifico, ma per quel che comunemente viene inteso come "propriamente anarchico" secondo il senso comune del tempo presente. Persino tra chi si professa anarchico (almeno per qualche stagione della vita). E' avvenuto lo stesso, e ne possiamo misurare tutta la catastrofe, tra chi si professava comunista e ha cominciato a cercare nella "naturalità" o nella "spontaneità" il rimedio agli errori novecenteschi.
Buona lettura.
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Nonostante la nostra poca simpatia per le etichette, non potendoci definire anarchici, marxisti o altro, pensiamo che il contenuto di questo articolo sia veramente importante, visto il semi oscurantismo verso la scienza presente nel paese in cui viviamo e l’assoluta mancanza di una “cultura tecnologica”, che spesso determinano posizioni politiche al limite del delirante. Lo proponiamo qui: cercheremo di tornare sulla questione non appena avremo tempo.
di lorcon, tratto da https://photostream.noblogs.org/
Questo articolo nasce come risposta all’articolo di Philippe Godard apparso su A – Rivista Anarchica n. 398. È nato come riflessione collettiva tra il sottoscritto e altri tre compagni. Un estratto è stato pubblicato nella rubrica della corrispondenza su A – Rivista Anarchica numero 401. Qua appare la versione integrale, come apparsa anche su Umanità Nova numero 30 anno 95. Si ringraziano G, G e C per gli spunti e le correzioni.
Ben volentieri recepiamo l’invito al dibattito apparso su A Rivista numero 397 in merito all’articolo di Philippe Godard sulla ricerca scientifica. Da tempo pensiamo che sia necessario avviare una riflessione in campo anarchico in merito alla questione della scienza e della tecnica, sia nei risvolti applicativi della metodologia scientifica, le tecnologie, che nel merito della metodologia scientifica in sé e per sé.
È oramai fatto accertato che l’ultimo secolo e mezzo di storia umana abbiano visto una profonda accelerazione sia delle scoperte scientifiche “di base” che dell’invenzione di tecnologie basate sulle scoperte stesse. Questa accelerazione, riscontrabile in più campi, si è sviluppata insieme all’attuale sistema sociale, basato su determinati rapporti di produzione, ma al contempo mostra i limiti dell’ambiente stesso in cui si è sviluppata.
Al contrario del Godard noi non crediamo che la “scienza” sia legata in modo inestricabile con un sistema di dominio. Intanto bisogna capire di che cosa stiamo parlando: la scienza non è un oggetto, o meglio una collezione di oggetti-nozioni, ma bensì è un metodo. La metodologia scientifica è, a nostro modo di vedere, una metodologia intrinsecamente libertaria: l’onere della prova, la falsificabilità, la verificabilità, la riproducibilità, ovvero i capisaldi dei modelli di spiegazione scientifici, hanno sostanzialmente permesso di strappare dalle mani dei sacerdoti la spiegazione del mondo eliminando l’autoritaria dimostrazione per ipso-dixit e facendo stracci dei modelli finalisti e teologici cari alla tradizione cristiana e in generale alle tradizioni trascendentali.
Se pensiamo alla storia del pensiero umano come ad una storia di successioni di diversi modelli di spiegazione del mondo non possiamo non notare quella gigantesca linea di frattura, frastagliata certo, che separa l’epoca medioevale in cui tutto veniva ricondotto all’azione divina, dall’epoca moderna in cui i modelli di spiegazione del mondo devono essere continuamente rimessi in discussione e non peccano di una visione finalistica e antropocentrica. È caratteristica intrinseca della scienza stessa il mettersi continuamente in discussione da un punto di vista dialettico. Basti pensare all’evoluzione delle teorie in campo fisico: dal modello meccanicista-classico newtoniano alle formalizzazione dell’elettromagnetismo di Maxwell alla formulazione della teoria della relatività alla fisica quantistica. O ancora ai diversi modelli di spiegazione dei fenomeni biologici che si sono susseguiti dall’inizio dell’età moderna ad ora, dalla teoria degli umori alle più recenti scoperte nel campo della genetica e al legame tra genetica e stimoli ambientali.
Ogni teoria scientifica, invero, contiene il germe del suo stesso superamento dialettico. Nei fatti anche i modelli più formalizzati da un punto di vista logico-matematico sono per loro stessa natura incompleti o incoerenti (semplificando fino alla brutalizzazione il teorema dell’incompletezza di Goedel) e quindi destinati ad essere superati.
Quindi la scienza è neutrale? No, affatto, anzi: la scienza è di parte in quanto per sua natura mistifica e supera modelli di spiegazione non più atti allo scopo. E in questo contiene anche le possibilità di superare un modello di organizzazione sociale basata sul dominio.
Ma la ricerca scientifica avviene ovviamente all’interno di una società che, al momento attuale, ha trai suoi principi cardine quello del dominio dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sull’ambiente. Chi si occupa di ricerca vive all’interno di un certo zeitgeist ed è attraversato da certe strutture sociali e tenderà a riprodurle.
Ma questo non elimina un fatto fondamentale: la tecnologia e la scienza hanno un immenso potenziale di emancipazione che è al momento posto sotto sequestro dal capitalismo. Sulla scorta di svariati pensatori possiamo tranquillamente affermare che le storture sociali che viviamo sono dovute al permanere di una condizione di scarsità, per quanto sempre più artificiosa rispetto al passato, dovuta a dei particolari rapporti di produzione. Liberare le forze emancipatrici della tecnologia e indirizzarle verso un uso liberatorio significa liberare l’uomo dalla schiavitù del lavoro salariato e dalla schiavitù derivata dal mancato soddisfacimento dei propri bisogni primari.
Nei fatti la questione non è bloccare o meno la ricerca scientifica, ma strappare la ricerca scientifica dalle mani dei detentori dei mezzi di produzione.
Una società anarchica che voglia essere includente e universabilizzabile non potrà basarsi su paradigmi primitivisti: tornare ad un presupposto stato di natura per liberarsi dalle catene del capitale significa solamente incatenarsi ad un modello di vita meschino, abbruttito e, in ultima analisi, non desiderabile.
Il primitivismo è, a nostro parere, un paradigma estremamente autoritario in quanto è vivibile solamente da quegli individui che hanno la ventura di nascere sani. E non raccontiamoci che un principio di solidarietà farebbe in modo che questi individui vivrebbero protetti dalle proprie comunità: con certe malattie senza un adeguato supporto medico semplicemente muori. Soffrendo. Dovrebbe essere quindi una forma passivizzata e artificiosamente naturale di eugenetica la nostra proposta?
Dinamica dei sistemi
Colpisce particolarmente il passaggio nel pezzo del Godard che afferma, citiamo testualmente:
“[…]Essa [la scienza, nda] spiega soltanto un’infinitesima parte del tutto, per almeno due ragioni fondamentali. In primo luogo, più fa passi avanti e più mette in luce la complessità dell’universo, specialmente in campo biologico; infatti, più gli scienziati progrediscono, più regrediscono mettendo in luce la complessità delle relazioni tra gli atomi, e in particolare tra quelli che compongono gli esseri viventi. La scienza fa arretrare i limiti del suo campo di ricerca, senza riuscire mai a scoprire la particella ultima o il legame ultimo tra un fatto e le sue conseguenze. […]
Soprattutto, non è soltanto la complessità a essere insondabile: i sistemi viventi non sono semplicemente analizzabili come relazioni statiche. Nessuno mai potrà renderne conto in qualunque rapporto o tesi. L’aspetto profondamente dinamico della vita è irriducibile a qualunque teoria. […]”In questo passaggio l’autore dimostra, a nostro parere, di non aver compreso quale è il punto di forza di un modello di spiegazione scientifica: l’essere incompleto e il dover continuamente aggiornarsi. La ricerca scientifica è costitutivamente aperta e in divenire.
Non è un caso che il paradigma adottato negli ultimi anni nell’ambito dei settori più avanzati della ricerca biologica (e non solo) è quello dei sistemi complessi, non lineari, non riconducibili ad una semplice somma delle parti, ma bensì alla relazione tra le stesse parti e alle funzioni emergenti di un sistema. I modelli di spiegazione meccanicista-classici, quelli newtoniani, sono già stati ampiamente superati nell’ambito della fisica teorica, figuriamoci in ambito della ricerca biologica! Basti pensare, ad esempio, al filone di ricerca sui fattori epigenetici nell’emergere di patologie o alle ricerche sulle reti neurali.
Quello che Godard individua come limite della ricerca scientifica è in realtà il grande punto di forza di una metodologia che ristruttura continuamente se stessa.
Il vero limite, come già ricordato, risiede nelle strutture sociali all’interno delle quali si ritrova ingabbiata la ricerca scientifica e non in un problema epistemologico.
Tra le spire del capitale e fuori
L’attuale modo di produzione e i rapporti di produzione hanno relegato le applicazioni della scienza alla progettazione e alla realizzazione di beni di consumo di massa o di beni di distruzione, intrappolando la tecnologia all’interno di cicli di distruzione-produzione tipici del modo di produzione capitalista.
In più passaggi dell’articolo di Godard e della sua risposta alla lettera sul numero 399 di A viene citata la questione nucleare, arrivando ad affermare che lo sviluppo degli armamenti atomici è stata la logica conseguenza delle scoperte della Curie. Certamente gli armamenti atomici non ci potrebbero essere stati senza la scoperta della radioattività (ma neanche sistemi diagnostici come le radiografie o sistemi di cura come le radioterapie ci sarebbero stati), ma pretendere di bloccare la ricerca scientifica, ovvero la comprensione del mondo, perché forse le scoperte potrebbero essere usate, forse, per fini non etici è completamente insensato. Così come è completamente insensato abbandonarsi a suggestioni fintamente olistiche e primitiviste che rigettano le più basilari evidenze. Mi riferisco qua a quella strizzatina d’occhio fatta dall’articolo in questione in merito alle presunte cure “naturali” che sono niente altro che truffe in mano ad individui ed organizzazioni che nulla hanno da invidiare alle multinazionali farmaceutiche in quanto a scorrettezza. Ma torniamo al punto.
Appropriarsi dei saperi tecnici e della metodologia scientifica significa dotarsi di un potentissimo strumento e privare il nemico dei vantaggi derivanti dalla detenzione di certe tecnologie strappandole al monopolio delle strutture sociali autoritarie.
Ora, intendiamoci, uno dei maggiori volani delle scoperte scientifiche dalla fine del XIX secolo è stato il complesso militare-industriale in quanto è quello che detiene le risorse necessarie a finanziare la ricerca scientifica. Ma, attenzione, le strutture autoritarie hanno dovuto inventarsi una serie di escamotage per ingabbiare un metodo che non è loro. Si pensi ai vari metodi per bloccare la libera diffusione di informazione e applicazioni tecnologiche, anche fondamentali per la sopravvivenza delle persone come i farmaci, tramite l’apparato di brevetti, copyright, imposizioni di segretazioni sulle ricerche.
Il metodo scientifico è anche quello che ha permesso l’aumento della qualità della vita per miliardi di persone, debellato epidemie, ridotto le carestie, creato infrastrutture resilienti alle calamità; il metodo scientifico è ciò che permette di individuare in modo preciso l’orrore della società capitalista: si pensi al ruolo delle scienze sociali nel denunciare l’orrore di una società basata sull’accumulazione di denaro o al ruolo delle scienze naturali nel denunciare la distruzione dell’ecosistema. A meno che non si preferisca credere alle panzane delle scie chimiche e dimenticarsi dell’effetto serra e del global warming è evidente che la prospettiva politica dell’anarchismo deve necessariamente legarsi all’uso di metodologie scientifiche. E non affermiamo di certo una novità in campo anarchico e libertario: si pensi a figure come i Reclus o alla formazione scientifica di un Kropotkin o a pensatori come Boockin.
La vera questione è: perché in un secolo e mezzo di movimenti sociali organizzati non siamo stati in grado di strappare la ricerca scientifica dalle mani del nemico? Per quale motivo al posto di usare la tecnologia per meccanizzare i lavori ripetitivi e pesanti e liberare il tempo per individui e comunità permettiamo che questa tecnologia venga usata per asservire e disciplinare la forza lavoro o per estromettere milioni di individui nei vari momenti di ristrutturazione del capitale?
Per quale motivo, al pari della volpe di fedriana memoria davanti all’uva troppo alta, abbiamo preferito raccontarci la storiella autoconsolatoria, vero vessillo di impotenza, della scienza costitutivamente cattiva al posto di riflettere seriamente sulle modalità di azione da adottare davanti alla barbarie dello stato e del capitale?
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