Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/09/2023

[Contributo al dibattito] - Ripensare la città secondo Murray Bookchin

di Gioacchino Toni

Murray Bookchin, Dall’urbanizzazione alle città, traduzione di Elena Cantoni, elèuthera, Milano, 2023, pp. 392, € 24,00

Uscito originariamente nel 1987 con il titolo The Rise of Urbanization and the Decline of Citizenship, divenuto nell’edizione del 1992 Urbanization Without Cities per poi, nel 1995, ampliato, assumere il titolo attuale, From Urbanization to Cities. The Politics of Democratic Municipalism, lungi dall’essere una riflessione sulla pianificazione urbanistica o una critica della vita urbana, il volume di Murray Bookchin intende piuttosto formulare una politica municipalista confederale volta a estendere l’autodeterminazione del cittadino attraverso confederazioni di villaggi, borghi e città in contrapposizione allo Stato-nazione.

A differenza di chi, nel denunciare lo svilimento del ruolo del cittadino nella società contemporanea, ha finito col limitarsi a proporre “soluzioni adattative”, la proposta dell’anarchico Bookchin non si rifà all’idea di conquista del potere statuale da parte di un’élite illuminata agente in nome della collettività, bensì mira a un’estensione delle forme di democrazia partecipativa.

Il volume ricostruisce la storia della città intendendola non come ambito di scambio capitalista e di gratificazione individuale, ma come luogo di una politica democratica partecipata. Così come gli ecosistemi si basano sulla partecipazione e sul mutualismo, altrettanto le città, e chi le abita, devono, secondo l’autore, riscoprire tali qualità, stabilendo relazioni sociali armoniose ed etiche.

Il municipalismo democratico rappresenta dunque una filosofia emancipatrice fondata su principi di autodeterminazione, in cui la politica diventa agire quotidiano in cui le comunità locali assumono nelle proprie mani il potere decisionale. Dalla Comune di Parigi alla rivoluzione curda nel nord-est siriano, il municipalismo democratico si configura come strumento utile a sottrarre potere allo Stato-nazione proponendosi di sostituire alla logica dell’urbanizzazione capitalista quella di una società fondata su principi solidaristici, ecologici ed egualitari.

Al fine di recuperare la politica, la cittadinanza e la democrazia, secondo l’autore, occorre guardare alla città come a un’arena pubblica in cui confrontarsi e discutere di affari pubblici, delle modalità con cui migliorare la vita degli individui in quanto esseri civici.

Nelle sue forme iniziali, la città fu l’arena par excellence per riconfigurare i rapporti umani, passando dalle aggregazioni basate su caratteri biologici, come la parentela, ad altre basate su dati prettamente sociali, come la prossimità abitativa; per l’emersione di forme istituzionali progressivamente più secolari; per il rapido proliferare di relazioni culturali spesso innovative; e per l’universalizzazione di attività economiche precedentemente legate all’età, al genere e alle distinzioni etniche. In breve, la città è stata l’arena storica in cui non casualmente le affinità biologiche si sono trasformate in affinità sociali, rendendola il singolo fattore più rilevante per trasformare un popolo etnicamente determinato in un corpo secolare di cittadini, una tribù campanilista in una civitas universale in cui, con il tempo, lo «straniero» e l’«outsider» potevano diventare membri della comunità senza dover comprovare alcun legame di sangue, reale o mitico, con un antenato comune. Così, non solo i rapporti politici hanno rimpiazzato le parentele, ma il concetto di humanitas condivisa ha rimpiazzato l’esclusività del clan e della tribù, le cui pretese biosociali di essere «il popolo» avevano spesso escluso l’«outsider» configurandolo come «Altro» disorganico, esogeno e spesso minaccioso. La città è stata dunque, storicamente, il luogo in cui sono emersi concetti universalistici come quello di «umanità», e tuttora ha il potenziale di diventare il luogo in cui riaffermare i concetti di autogestione politica e cittadinanza, in cui rielaborare nuovi rapporti sociali e una nuova cultura civica. I passi che hanno condotto dal clan di consanguinei, dalla tribù e dal villaggio alla polis, o città politica; dai fratelli e dalle sorelle di sangue, che acquisivano le proprie prerogative per nascita, a cittadini almeno idealmente liberi di decidere quali responsabilità civiche attribuirsi e quali affinità privilegiare sulla base della propria ragione e dei propri interessi secolari – ebbene, tutti questi passi costituiscono una valida definizione di città (pp. 17-18).

Bookchin analizza l’evoluzione delle città intesa come manifestazione di vita comunitaria, umana, etica ed ecologica che ha saputo valorizzare e potenziare l’individualità dando vita a forme istituite di libertà, individuandone quegli elementi di comunalismo autentico che possono essere recuperati e riformulati.

Lasciare che i grandi attributi civici languiscano nel passato, mentre i «futuristi» cibernetici e postmoderni proiettano l’irrazionalità del presente sul secolo a venire, equivarrebbe a permettere che l’ideale di una società razionale – quella che i grandi rivoluzionari di fine XIX e di inizio XX secolo chiamavano la «Comune delle Comuni» – sparisca dalla memoria delle generazioni future (p. 19).

Non si tratta, sottolinea l’autore, di mitizzare un passato in realtà segnato da vizi, limiti e ingiustizie ma, piuttosto, di riprendere «il concetto ellenico e medievale di città come unione etica di cittadini», guardando alla cittadinanza come a «un processo che comporta la trasformazione sociale e individuale delle persone in partecipanti attivi nella gestione della comunità» (p. 21). Guardare agli esempi del passato non significa dunque individuare modelli ideali da cui attingere acriticamente e astoricamente ma, piuttosto, andare alla ricerca di ciò che di innovativo è stato prodotto in termini di partecipazione attiva e diretta degli individui e delle ragioni dei loro fallimenti o dei loro superamenti in direzione opposta.

È importante distinguere il sociale umano dal politico e, come passaggio successivo, il politico dallo statuale. Abbiamo fatto un tremendo pasticcio confondendo le tre cose, e dunque legittimandone una in virtù della mescolanza con l’altra. Questa confusione ha gravi implicazioni per il presente e per il futuro. Abbiamo perso il senso di cosa significhi essere soggetti politici, demandandone le funzioni e le prerogative ai «politici», di fatto un gruppo selezionato e spesso elitario di persone che esercitano una forma di manipolazione istituzionale detta arte di governo. […] In modo analogo abbiamo perso il senso di cosa significhi essere un cittadino, uno status sempre più ridotto a quello di un mero «elettore» e «contribuente» che riceve passivamente i beni e i servizi erogati da uno Stato onnipotente e dai nostri rappresentanti eletti (p. 309).

Per arginare il rischio di una concentrazione di potere nelle mani di strutture che pretendono di operare in nome della collettività, vanificando nei fatti qualsiasi prospettiva di democrazia diretta, è indispensabile, sostiene Bookchin, incentivare forme di educazione municipale fondate sul faccia-a-faccia, sull’interazione personale, sul confronto concreto, così da promuove lo svilupparsi di una reale democrazia diretta. Dunque la necessità di partire dai piccoli gruppi, dalle associazioni di isolato, dai quartieri per dare vita a pratiche consapevoli che non possono essere facilmente bypassate da qualche istanza avanguardista incline ad arrogarsi il diritto di decidere in nome della collettività.

La cellula vitale che costituisce l’unità di base della vita politica non può che essere la municipalità, da cui tutto discende: dalla cittadinanza all’interdipendenza, dal confederalismo alla libertà. L’unico modo per dare concretezza alla politica è partire dalle sue forme più elementari: i villaggi, le cittadine, i quartieri e le città in cui le persone sperimentano, al di là della sfera privata, il livello più intimo di interdipendenza politica. È a questo livello che possono cominciare a familiarizzarsi con il processo politico, che comporta ben più del semplice gesto di informarsi e andare a votare. Ed è a questo livello che possono uscire dall’insularità della vita familiare – al momento celebrata proprio per la sua introiezione e il suo isolamento – e predisporre quelle istituzioni pubbliche che rendono possibile una vasta partecipazione e consociazione della comunità (p. 366).

Non si tratta, sottolinea più volte Bookchin, di far sparire la città, tanto meno di accettarla per quello che è, ma di «dotarla di un nuovo senso, di una nuova politica, di una nuova direzione, e offrire nuovi ideali di cittadinanza, molti dei quali in larga parte già realizzati nel passato», così che, dal basso, si possa costruire, insieme, «una nuova politica, capace di combinare gli alti ideali della cittadinanza partecipativa al riconoscimento di ciò che la città può diventare nel contesto di una società razionale, libera ed ecologica» (p. 25).

L’auspicio di tale prospettiva non è di certo bastevole al suo realizzarsi, le cose, ricorda l’autore, possono andare diversamente; può essere che

in futuro l’urbanizzazione abbia così completamente divorato la città e la campagna che la comunità sia ormai diventata un arcaismo; che la società di mercato si sia infiltrata in modo così pervasivo nei recessi più profondi delle nostre vite private da cancellare ogni senso di personalità, figurarsi di individualità; che lo Stato abbia ridotto non solo la politica e la cittadinanza a parodie di sé stesse ma che le sue fauci abbiano inghiottito persino l’idea di libertà (p. 372).

Alla luce della destrutturazione del mondo naturale che si aggiunge a quella del mondo sociale, «il recupero del concetto classico di politica e cittadinanza non è soltanto la precondizione di una società libera: è la precondizione della nostra sopravvivenza come specie» (p. 372).

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22/11/2019

La Bolivia vista da lontano, tra realtà e delirio

La scorsa estate ho partecipato ad un incontro a Villacidro con Raul Zibechi sul tema dell’autodeterminazione.

Ho apprezzato l’originalità di un pensiero modellato su esperienze importanti come quelle delle comunità chiapateche e dei Sem terra. Ho anche intervistato Zibechi e comprato un suo libro, oltre che condividere con lui e altri cari amici di Villacidro il mare e la buona compagnia.

Discutendo con lui e leggendo le sue cose ho notato diversi punti di discontinuità con il mio pensiero, come per esempio il rifiuto anarchico del potere. Portare ad esempio l’esperienza dei Sem terra brasiliani e dell’auto gestione delle terre come unica modalità vincente e bastante a sé stessa cozza con l’amara realtà che il potere ora sia nelle mani di un terrorista di ultra destra come Bolsonaro.

Se non ti poni il problema del potere, il potere va nelle mani del nemico e non basta gestire terre, fabbriche o rifugiarsi in un dorato sistema di collettivi e gruppi di acquisto, perché lo stato, l’esercito, i media, l’economia, la burocrazia sono poi controllati da chi va in direzione contraria.

Sto rintracciando le medesime contraddizioni nel pensiero di Ocalan, ma questo è un discorso che merita una riflessione a parte.

Ora ho letto un articolo agghiacciante pubblicato su Infoaut proprio di Zibechi a proposito del golpe fascista a guida USA in Bolivia.

Fondamentalmente il taglio è questo: “siccome il potere è sempre cattivo, siccome lo stato è sempre gerarchico, siccome Morales ha fatto molti sbagli, allora il popolo non deve prendere parte allo scontro tra legittimo governo bolivariano e fascisti e militari golpisti, bensì rifugiarsi nel fantastico mondo autogestionario, femminista e libertario”.

Cito Zibechi: “L’immensa maggioranza delle persone che abitano la Bolivia non è entrata nel gioco della guerra che hanno voluto imporre Morales e García Linera quando hanno rinunciato e lanciato i propri sostenitori alla distruzione e al saccheggio (in particolare a La Paz e a El Alto), probabilmente per forzare l’intervento militare e giustificare così la loro denuncia di un golpe che non è mai esistito. Quella maggioranza di Boliviani non è neppure entrata nel gioco dell’ultradestra, che agisce in forma violenta e razzista contro i settori popolari”.

Vi consiglio di leggere l’articolo integralmente per capire come un certo utopismo autogestionario, femminista e libertario, per molti versi interessante e condivisibile nelle buone pratiche dell’autorganizzazione popolare, poi metta capo ad una ideologia ponziopilatesca, superpartes e di rifiuto della realtà proprio nei momenti decisivi dello scontro di classe e di popolo.

L’autogestione e l’autorganizzazione vanno bene come esperienze di crescita e di potere popolare, ma non fini a se stesse. Questo è un errore che porta dritti dritti ai deliri contenuti in questo articolo.

* Per chi vuole informazione, anziché deliri, sulla Bolivia, la redazione di Contropiano consiglia, tra i molti articoli sull’argomento:

http://contropiano.org/news/internazionale-news/2019/11/18/bolivia-un-golpe-per-cristo-o-per-gas-litio-cobalto-uranio-oro-ecc-0120915

http://contropiano.org/news/internazionale-news/2019/11/20/bolivia-il-golpe-postumo-0120971

http://contropiano.org/news/internazionale-news/2019/11/17/bolivia-il-documento-dellosa-sulle-frodi-elettorali-non-e-attendibile-0120878

Fonte

25/08/2017

Breve storia di come il fascismo si è infiltrato nel punk e nel metal

E’ il caso di alzare lo sguardo dal proprio esangue orticello, in cui sono ormai rinchiuse in questo paese gran parte delle soggettività che si autodefiniscono “radicali” o “antagoniste”. Nulla di quel che accade a livello micro, infatti, aiuta più a spiegare quel che avviene nel macro. Detto in altre parole, “dal basso” possono partire innumerevoli istanze di conflitto sociale e politico, ma nessuna visione in grado di comprendere il globale.

Per fare questo bisogna appunto alzarsi, usando i cervelli come droni interconnessi, con da un lato la conoscenza scientifica dei processi (che si manifestano “in basso” quando ne stanno iniziando già altri) e dall’altro il radicamento sociale reale, tra le persone fisiche, dentro il nostro “blocco sociale”.
Guardare il mondo dall’alto significa provare a riconoscere i “tratti caratteristici” dei processi, come i punti su un foglio di carta che – uniti – restituiscono un’immagine altrimenti inesistente. E non si tratta “solo” di leggere l’economia o le modificazioni istituzionali. I ruscelli carsici delle culture e subculture restituiscono spesso immagini o notizie magari più “impressionistiche”, forse meno “strutturali”. Ma proprio per questo a volte più illuminanti e di facile lettura.

Questa ricostruzione puntuale dell’“infiltrazione neofascista” nelle culture giovanili “antagoniste” negli Stati Uniti ci sembra proprio uno di quei “segni” che permettono di sapere, conoscere, scoprire l’imprevisto: il tumore che cresce là dove sembrava ci fosse il tessuto innovativo.

Non è una sorpresa, per chi ha vissuto i tempi dell’“operazione Blue Moon” e l’invasione incentivata dell’eroina tra i giovani impegnati nella “contestazione” degli anni ‘70. Ma è sicuramente utile per chi è giovane oggi.

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Alexander Reid Ross è lettore all'Università Statale di Portland, editor di 'Grabbing Back: Essays Against the Global Land Grab' e autore del nuovo libro 'Against the Fascist Creep' (AK Press). Il libro traccia una storia dell'estremismo di destra e delle sue varie maschere e forme nel mondo nel corso dei decenni, per dimostrare che l'infiltrazione è cosciente, un programma clandestino dei gruppi neofascisti che tentano di appropriarsi e di minare tanto la società istituzionale quanto i nuovi movimenti sociali di sinistra.

Le conseguenze della manifestazione Unite the Right a Charlottesville, organizzata da gruppi apertamente fascisti, ha portato un rinnovato senso di urgenza nel movimento antirazzista e antifascista mondiale. Dopo una manifestazione infruttuosa, un neonazista di nome James Alex Fields si è lanciato con la propria auto contro un contingente di antifascisti, assassinando una donna e ferendo 19 persone. Fields è stato fotografato alla manifestazione insieme al gruppo Vanguard America, in uniforme di ordinanza polo bianca e pantaloni khaki, con in mano uno scudo con due fasci incrociati. L'immagine sembra darci un ritratto preciso del fascismo. Tuttavia, l'organizzazione fascista è raramente condotta così alla luce del sole. Lo sforzo fascista per il reclutamento e l'influenza culturale si verifica perlopiù nell'ombra o protetto da strati di ambiguità all'interno di spazi sottoculturali, come concerti, feste, riviste e su internet. C'è una buona probabilità che molti lasceranno l'alt-right o si ritireranno in spazi di questo tipo per raccogliere le forze.

Per chi vive sulla costa opposta a Charlottesville, a Portland, Oregon, i fatti del 12 agosto hanno riportato alla mente tristi ricordi del 26 maggio, quando, in un'aggressione a sfondo razziale, Jeremy Joseph Christian lasciò due morti e un ferito su un mezzo pubblico. Emersero rapidamente collegamenti tra Christian e proteste alt-right, ma non si trattava del tipico suprematista bianco—gli piacevano l'heavy metal, l'anarchia e il nichilismo.

Mentre Fields ci dà l'immagine del fascista pulito del Midwest, sempre disposto a bullizzare chi gli sembra più debole e capace di atti estremi di violenza, è importante ricordare che l'alt-right è emersa da una lunga storia di sforzi fascisti per manipolare culture diverse e i loro valori, dall'anti-intervenzionismo dei conservatori all'anti-imperialismo della sinistra e addirittura sottoculture rock. Se vogliamo impedire ai fascisti di organizzarsi, le sottoculture devono prendere posizione non soltanto contro chi indossa polo bianca e pantaloni khaki, ma anche contro chi si nasconde dietro l'ambiguità giustificata dalle dinamiche isolazioniste e della solidarietà interna tipiche delle sottoculture.

Dopo gli omicidi di Portland e di Charlottesville, l'alt-right non deve avere più alcuno spazio sicuro, nessun nascondiglio e nessuna possibilità di organizzarsi.

Metapolitica, skinheads e neofolk

Uno sguardo alle fotografie e ai video della macabra dimostrazione di sabato e della marcia con le torce avvenuta la sera prima all'Università della Virginia rivela non solo un'estetica da country club virato fuorilegge, ma un assortimento di stili, da baffi e capigliature hipster a t-shirt di gruppi hate rock o skinhead in divisa da Blood & Honour. L'alt-right non ha cercato di rimpiazzare queste scene controculturali, ma piuttosto di attaccarvici nuove fette di popolazione. Anzi, l'attitudine punk e le sottoculture metal restano fondamentali per il moderno movimento fascista.

Quando le scene punk e metal emersero negli anni Settanta, erano il megafono di una working class tradita da circostanze fuori dal proprio controllo. Sfruttando una crisi economica nel Regno Unito sotto un governo laburista, i fascisti cominciarono a organizzare un partito politico chiamato National Front ma si trovarono a fronteggiare una violenta opposizione da parte della sinistra. Un gruppo di membri del National Front stabilì un approccio "metapolitico", intervenendo in ambienti sottoculturali come il punk e il metal per trasformarli in terreni fertili per la diffusione dell'ideologia fascista. Questo approccio, ispirato a quello di un gruppo di ideologi fascisti conosciuti come Nuova Destra Europea, sarebbe poi diventato il fondamento dell'ideologia alt-right.

Prendendo ispirazione da una rete di cellule terroriste "nazional-rivoluzionarie" strutturate come nuclei di sinistra e ispirati al fascista e occultista Julius Evola, questo gruppo fondò il National Front Ufficiale e cominciò a lavorare attivamente per reclutare skinhead fascisti come "soldati politici". La loro guida in questo senso, Ian Stuart Donaldson, era il cantante di una band chiamata Skrewdriver, nata nella prima ondata Oi! punk del 1976. Quando i gruppi di sinistra organizzarono un concerto annuale chiamato Rock Against Racism per costruire un movimento dal basso contro il National Front e gli skinhead fascisti, Donaldson fondò un contro-evento chiamato Rock Against Communism e una rete di distribuzione chiamata Blood & Honour, entrambi ancora attivi al giorno d'oggi.



La presunta "avanguardia" nazionalbolscevica

Nei primi anni Ottanta, due membri di una band dall'esplicita ideologia di sinistra, che aveva suonato al Rock Against Racism, si trasferirono in Germania e abbracciarono la "terza posizione", una variante dell'ideologia fascista (né capitalismo né comunismo, ma nazionalsocialismo). Quello che crearono fu una specie di estetica fascista di avanguardia in grado di attirare l'attenzione di chi mal sopportava l'attitudine arrogante da ubriaconi degli skinhead.

Prendendo idee da destra e sinistra e adottando l'estetica occulta di Evola "oltre" l'ideologia, la loro nuova band, Death In June, produceva un suono minaccioso, monotono, con liriche spesso lugubri che evocavano la rovina della civiltà e il desiderio di rinascita come un'araba fenice dalle ceneri. In poco tempo, i Death In June insieme ad altri esponenti di questo approccio svilupparono una rete di band sotto l'ombrello di un nuovo genere, il "neofolk", collegato in maniera informale al National Front e a think tank fascisti come Islands of the North Atlantic (IONA) e Transeuropa.

Mentre la rete di distribuzione di Donaldson, Blood & Honor, diffondeva l'ideologia nazista e del National Front tramite concerti e feste per skinhead in tutto il mondo, le band neofolk e progetti correlati tra noise e musica sperimentale, come Boyd Rice e Michael Moynihan, esploravano sempre di più il fascino controculturale della metapolitica, facendosi coinvolgere in satanismo, paganismo e fascismo. Alcuni musicisti volenterosi hanno fatto sì che nessuna nicchia, a eccezione dell'hate rock, possa essere reclamata esclusivamente dai fascisti, ma la lotta è stata difficile e spesso violenta.

A San Francisco, gli skinhead fascisti e le scene avanguardiste conversero con l'American Front, che sviluppò ulteriori legami con assembramenti politici sempre più grandi dall'Australia al Belgio, dal Canada alla Spagna, Francia e Inghilterra in una nuova rete che avrebbe preso il nome di "European Liberation Front". Molti di questi gruppi seguivano idee nazionalbolsceviche, secondo cui il mondo si sarebbe dovuto organizzare in etno-stati in una versione federale e ultranazionalista dell'Unione Sovietica. Fu la prima manifestazione di un'unione fascista internazionale che sarebbe stata poi influenzata dal fascista russo Alexandr Dugin e la sua filosofia "eurasianista", tutte cose che oggi sono associate all'alt-right.

Organizzatori dell'European Liberation Front come Troy Southgate, già parte del National Front Ufficiale, cercavano di sfruttare l'ideologia anarchica associata con le sottoculture punk e metal, oltre a gruppi radicali autonomi. Chiamando la loro fusione ideologica sincretica "nazional-anarchismo", questi fascisti requisirono una strategia trotzkista conosciuta come "entrismo", infiltrandosi in gruppi (in particolare di area Verde) e cercando di deviarli verso la loro ideologia o di distruggerli dall'interno. Con un metodo poi utilizzato anche dall'alt-right, i fascisti utilizzavano idee di sinistra contro la sinistra stessa per nascondersi mentre erodevano le tendenze anarchiche ed egualitarie dall'interno di sottoculture che rimanevano soltanto superficialmente anarchiche. Negare ai fascisti punti d'ingresso come questi significa privarli di un'importante base per la loro organizzazione.

National Socialist Black Metal

Tramite etichette discografiche come Resistance Records, Elegy Records e Unholy Records, imprese di distribuzione come Rouge et Noir e riviste come Requiem Gothique e Napalm Rock, i fascisti fusero insieme hate rock e neofolk con il pensiero anarchista e nichilista, per infiltrare in maniera convincente i propri temi e idee all'interno di controculture sovversive, per quanto politicamente ambigue. Tra i temi importanti troviamo l'occultismo spirituale e il nichilismo (declinato nel senso che ogni cosa va distrutta perché una vera vita nazionalista nasca dalle ceneri), oltre a collegare l'ecologia localizzata con l'essenza e lo spirito della nazione, spesso identificata con tratti folkloristici o tribali.



I fascisti inoltre hanno idealizzato il mito ariano e il ritorno al paganismo come cose naturalmente più vicine al popolo europeo una tendenza che si fece particolarmente chiara con la loro appropriazione del black metal scandinavo. Sviluppatosi come reazione ai lustrini dell'hair metal e al disordine del death metal negli anni Ottanta, il primo black metal scandinavo puntava alla brutalità in musica, enfatizzando un'austera estetica fatta di sangue, violenza e rituali sacrificali.

Mentre il black metal iniziava a diffondersi negli USA e vari gruppi si allineavano con Blood & Honour, un certo numero di band divennero sempre più esplicite riguardo il nazionalismo bianco. Dopo il famoso omicidio di Euronymous, chitarrista dei Mayhem e figura di spicco della scena norvegese, perpetrato dal suo ex compagno di band Varg Vikernes (Burzum), Michael Moynihan si mise a lavorare sul suo libro Lords of Chaos, in cui si ripercorre la storia del black metal e del suo legame con il satanismo, diventato la fonte d'informazioni principale per chi volesse capire qualcosa della scena black metal. Di conseguenza, tanti giovani intrigati dalla sanguinaria e brutale scena black metal hanno imparato tutto quello che sanno da un "pagano anarco-fascista", secondo l'eminente studioso Mattias Gardell, con l'esplicito proposito di alimentare una rete crescente di band e fan del National Socialist Black Metal (NSBM).

Il cattivo auspicio di Portland

Le conseguenze della mescolanza tra idee fasciste e anarchiche all'interno delle sottoculture possono essere gravi. Nel maggio 2010, tra gli antifascisti impegnati in una campagna contro la violenta rete di skinhead fascisti Volksfront si trovava un attivista di nome Luke V. Querner, rimasto paralizzato dopo che un fascista gli sparò un colpo di pistola. In seguito alla sparatoria, gli antifa di Rose City pubblicarono un exposé su due band NSBM, Immortal Pride e Fanisk, che metteva in guardia: "contesti sottoculturali vengono contestate ideologicamente, una realtà che ignoriamo a nostro rischio".

Secondo alcuni commenti sulla pagina di Indymedia, il gruppo degli Immortal Pride, collegato al Volksfront, ammetteva orgogliosamente il proprio fascismo, mentre i Fanisk sostenevano che la loro arte "trascendentale" era stata fraintesa da volgari antifascisti alla ricerca di streghe da bruciare. Il tentativo dei Fanisk di schivare queste accuse assomiglia terribilmente a quello dei fascisti di mascherare le loro idee con termini meno controversi come "il diritto alla differenza", che significa etno-stati in stile apartheid, o "essere allo stesso tempo in favore del White Power, Yellow Power, [Black Power,] e Red Power".

Nel mezzo delle controversie e delle polemiche dopo la sparatoria e il seguente exposé, un fan degli Immortal Pride di nome Tom Christensen annunciò tranquillamente su Stormfront il suo sfruttamento della scena punk e black metal per raccogliere informazioni sugli antifascisti:

"Ero un grande punk rocker nella scena musicale e c'erano alcuni anti nella stessa scena. Ero amico di alcuni di loro... tenevo le mie credenze per me anche se smontavo ogni loro opinione quando avevano dei buchi. È stato abbastanza utile conoscere alcune di queste persone. Ora so chi sono tutti i maggiori nomi nelle scene anti e SHARP [Skinheads Against Racial Prejudice]."



Poi ha chiesto a Stormfront se era il caso o meno di divulgare i nomi dei suoi conoscenti antifascisti. Christensen fu scoperto dagli antifa di Rose City e denunciato pubblicamente in un comunicato del maggio 2013, soltanto dopo una serie di processi del gran giurì ai danni di anarchici, durante i quali, secondo alcuni, sarebbero state usate informazioni passate alla polizia proprio da lui. Era anche conosciuto come "Trigger" Tom, cosa che fa pensare che forse era stato proprio lui a sparare a Querner nel 2010. Che queste ipotesi siano vere o meno, la posizione di Christensen all'interno di sottoculture radicali rese gli antifascisti estremamente vulnerabili. Soltanto l'8 agosto di quest'anno, Christensen è stato arrestato per aver accoltellato una persona a un concerto Rancid/Dropkick Murphys a Chicago.

La fine dell'entrismo?

A oggi, gruppi fascisti trovano ancora riparo nel muoversi tra sottoculture politicamente ambigue. Paul Waggener, leader del violento gruppo bioregionalista e fascista the Wolves of Vinland, che ha capitoli in tutti gli Stati Uniti, cerca di spargere la sua visione etno-separatista tramite progetti neofolk e black metal. Nonostante il fatto che il leader di WoV a Portland Jack Donovan si autodefinisca "anarco-fascista" e abbia parlato a conferenze alt-right, gli sforzi degli antifa di Rose City per esporre questo gruppo per quello che è hanno incontrato resistenza da parte degli apologeti del nichilismo.

È significativo per molti che Jeremy Christian identifichi la sua idea di una patria bioregionalista e strettamente bianca nel Pacific Northwest come "Vinland", termine usato non solo da WoV ma anche dall'ormai defunto capitolo americano di un gruppo fascista legato al NSBM, Heathen Front, guidato dal famoso nazista James Mason, i cui lavori sono pubblicati dall'anarco-fascista Michael Moynihan.

L'incontro tra bioregionalismo, razzismo e metal perpetrato da Christian ha conquistato anche il leader del gruppo nazista Northwest Front, Harold Covington, il cui curriculum include il gruppo che pianificò il massacro di Greensboro nel 1979 e la fondazione del gruppo skinhead legato a Blood & Honour Combat 18. Covington, al momento impegnato a infiltrare il movimento bioregionale cascadiano e a deviarlo verso il fascismo, ha dichiarato: "pare che [Jeremy Christian] sia uno dei 'nostri' maggiori personaggi di frontiera". Simili gruppi nazionalisti bianchi esistono nel movimento neo-confederato del Sud.

La scena metal, punk, il bioregionalismo e altri milieu sottoculturali tra loro collegati forniscono un senso di appartenenza a chi ne ha bisogno, ma spesso diventano ambienti isolati e difensivi quando vengono criticati dall'esterno. Questa tendenza all'isolamento rappresenta un punto di vulnerabilità per gli entristi fascisti. Ciononostante, l'opposizione continua a crescere dall'interno man mano che le persone si rendono sempre più conto dei pericoli rappresentati dal fascismo strisciante.



Negli ultimi anni sono sempre di più le proteste fuori dai locali che ospitano gruppi metal e neofolk che si sa, o si sospetta, siano associate al fascismo. Proteste contro i Death In June si sono verificate da Portland al Sud della Florida; un ampio gruppo di manifestanti si è opposto al Graveland a Montreal, mentre i Satanic Warmaster sono stati costretti a suonare un secret show a Glasgow, concerti dei Blood and Sun sono stati annullati nel Midwest e i Marduk sono stati annullati a Oakland e contestati a Austin. Nel frattempo, band black metal antifasciste come Ancst e Dawn Ray'd stanno conquistando notorietà per il loro rifiuto del sessismo e del razzismo.

Nonostante alcuni fan e giornalisti si lamentino per la libertà di espressione dei musicisti, a giudicare dalle sempre più numerose manifestazioni, la scena metal sta diventando sempre più consapevole non solo della sicurezza dei propri membri, ma della sua importanza per alimentare il fuoco di un ritorno del fascismo o aiutare a spegnerlo.

Fonte

12/10/2015

Appropriarsi della scienza – Farla finita con il primitivismo

Riprendiamo molto volentieri questo articolo, apparso oggi in http://www.inventati.org/cortocircuito/, perché coglie con estrema precisione uno dei più gravi limiti del "senso comune" che si dice antagonista in questo avvio di terzo millennio. Più che un limite, lo consideriamo semplicemente un orrore (non è un refuso...) per chiunque ritenga che questo mondo non sia propriamente il migliore tra quelli possibili; e, indirettamente, un aiuto al capitale nel mantenere il suo dominio sull'umanità intera.

Si può cambiare solo quello che si conosce scientificamente. Il resto è casualità, prove ed errori, fortuna del principiante o disastro dell'esperienza. Non esiste nessuna "propensione naturale" che possa sostituire la scienza. Tantomeno sul terreno della pratica. E solo i diffusori dell'ignoranza possono ancora spacciare quest'ultima come antagonista rispetto alla teoria. Perché non sono "teoria" le elucubrazioni incomprensibili di qualche intellettuale fallito che si atteggia a maitre, ma le individuazioni puntuali - nel fluire incessante delle cose e dei fatti - di ricorrenze stabili, costanti, misurabili. Ricorrenze che contengono sempre anche le variazioni possibili in base ad altre condizioni a contorno.

La capacità di cogliere queste ricorrenze è esattamente la capacità di elaborare teoria, formulare concetti e leggi scientifiche.

Troviamo inoltre estremamente significativo che questa particolare necessità di impadronirsi della scienza e rifiutare il primitivismo sia sorta in un pensatore che si professa anarchico. Non perché, come giustamente ricorda, il pensiero anarchico sia incompatibile con il metodo scientifico, ma per quel che comunemente viene inteso come "propriamente anarchico" secondo il senso comune del tempo presente. Persino tra chi si professa anarchico (almeno per qualche stagione della vita). E' avvenuto lo stesso, e ne possiamo misurare tutta la catastrofe, tra chi si professava comunista e ha cominciato a cercare nella "naturalità" o nella "spontaneità" il rimedio agli errori novecenteschi.

Buona lettura.

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Nonostante la nostra poca simpatia per le etichette, non potendoci definire anarchici, marxisti o altro, pensiamo che il contenuto di questo articolo sia veramente importante, visto il semi oscurantismo verso la scienza presente nel paese in cui viviamo e l’assoluta mancanza di una “cultura tecnologica”, che spesso determinano posizioni politiche al limite del delirante. Lo proponiamo qui: cercheremo di tornare sulla questione non appena avremo tempo.

di lorcon, tratto da https://photostream.noblogs.org/


Questo articolo nasce come risposta all’articolo di Philippe Godard apparso su A – Rivista Anarchica n. 398. È nato come riflessione collettiva tra il sottoscritto e altri tre compagni. Un estratto è stato pubblicato nella rubrica della corrispondenza su A – Rivista Anarchica numero 401. Qua appare la versione integrale, come apparsa anche su Umanità Nova numero 30 anno 95. Si ringraziano G, G e C per gli spunti e le correzioni.

Ben volentieri recepiamo l’invito al dibattito apparso su A Rivista numero 397 in merito all’articolo di Philippe Godard sulla ricerca scientifica. Da tempo pensiamo che sia necessario avviare una riflessione in campo anarchico in merito alla questione della scienza e della tecnica, sia nei risvolti applicativi della metodologia scientifica, le tecnologie, che nel merito della metodologia scientifica in sé e per sé.

È oramai fatto accertato che l’ultimo secolo e mezzo di storia umana abbiano visto una profonda accelerazione sia delle scoperte scientifiche “di base” che dell’invenzione di tecnologie basate sulle scoperte stesse. Questa accelerazione, riscontrabile in più campi, si è sviluppata insieme all’attuale sistema sociale, basato su determinati rapporti di produzione, ma al contempo mostra i limiti dell’ambiente stesso in cui si è sviluppata.

Al contrario del Godard noi non crediamo che la “scienza” sia legata in modo inestricabile con un sistema di dominio. Intanto bisogna capire di che cosa stiamo parlando: la scienza non è un oggetto, o meglio una collezione di oggetti-nozioni, ma bensì è un metodo. La metodologia scientifica è, a nostro modo di vedere, una metodologia intrinsecamente libertaria: l’onere della prova, la falsificabilità, la verificabilità, la riproducibilità, ovvero i capisaldi dei modelli di spiegazione scientifici, hanno sostanzialmente permesso di strappare dalle mani dei sacerdoti la spiegazione del mondo eliminando l’autoritaria dimostrazione per ipso-dixit e facendo stracci dei modelli finalisti e teologici cari alla tradizione cristiana e in generale alle tradizioni trascendentali.

Se pensiamo alla storia del pensiero umano come ad una storia di successioni di diversi modelli di spiegazione del mondo non possiamo non notare quella gigantesca linea di frattura, frastagliata certo, che separa l’epoca medioevale in cui tutto veniva ricondotto all’azione divina, dall’epoca moderna in cui i modelli di spiegazione del mondo devono essere continuamente rimessi in discussione e non peccano di una visione finalistica e antropocentrica. È caratteristica intrinseca della scienza stessa il mettersi continuamente in discussione da un punto di vista dialettico. Basti pensare all’evoluzione delle teorie in campo fisico: dal modello meccanicista-classico newtoniano alle formalizzazione dell’elettromagnetismo di Maxwell alla formulazione della teoria della relatività alla fisica quantistica. O ancora ai diversi modelli di spiegazione dei fenomeni biologici che si sono susseguiti dall’inizio dell’età moderna ad ora, dalla teoria degli umori alle più recenti scoperte nel campo della genetica e al legame tra genetica e stimoli ambientali.

Ogni teoria scientifica, invero, contiene il germe del suo stesso superamento dialettico. Nei fatti anche i modelli più formalizzati da un punto di vista logico-matematico sono per loro stessa natura incompleti o incoerenti (semplificando fino alla brutalizzazione il teorema dell’incompletezza di Goedel) e quindi destinati ad essere superati.

Quindi la scienza è neutrale? No, affatto, anzi: la scienza è di parte in quanto per sua natura mistifica e supera modelli di spiegazione non più atti allo scopo. E in questo contiene anche le possibilità di superare un modello di organizzazione sociale basata sul dominio.

Ma la ricerca scientifica avviene ovviamente all’interno di una società che, al momento attuale, ha trai suoi principi cardine quello del dominio dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sull’ambiente. Chi si occupa di ricerca vive all’interno di un certo zeitgeist ed è attraversato da certe strutture sociali e tenderà a riprodurle.

Ma questo non elimina un fatto fondamentale: la tecnologia e la scienza hanno un immenso potenziale di emancipazione che è al momento posto sotto sequestro dal capitalismo. Sulla scorta di svariati pensatori possiamo tranquillamente affermare che le storture sociali che viviamo sono dovute al permanere di una condizione di scarsità, per quanto sempre più artificiosa rispetto al passato, dovuta a dei particolari rapporti di produzione. Liberare le forze emancipatrici della tecnologia e indirizzarle verso un uso liberatorio significa liberare l’uomo dalla schiavitù del lavoro salariato e dalla schiavitù derivata dal mancato soddisfacimento dei propri bisogni primari.

Nei fatti la questione non è bloccare o meno la ricerca scientifica, ma strappare la ricerca scientifica dalle mani dei detentori dei mezzi di produzione.

Una società anarchica che voglia essere includente e universabilizzabile non potrà basarsi su paradigmi primitivisti: tornare ad un presupposto stato di natura per liberarsi dalle catene del capitale significa solamente incatenarsi ad un modello di vita meschino, abbruttito e, in ultima analisi, non desiderabile.

Il primitivismo è, a nostro parere, un paradigma estremamente autoritario in quanto è vivibile solamente da quegli individui che hanno la ventura di nascere sani. E non raccontiamoci che un principio di solidarietà farebbe in modo che questi individui vivrebbero protetti dalle proprie comunità: con certe malattie senza un adeguato supporto medico semplicemente muori. Soffrendo. Dovrebbe essere quindi una forma passivizzata e artificiosamente naturale di eugenetica la nostra proposta?

Dinamica dei sistemi

Colpisce particolarmente il passaggio nel pezzo del Godard che afferma, citiamo testualmente:
“[…]Essa [la scienza, nda] spiega soltanto un’infinitesima parte del tutto, per almeno due ragioni fondamentali. In primo luogo, più fa passi avanti e più mette in luce la complessità dell’universo, specialmente in campo biologico; infatti, più gli scienziati progrediscono, più regrediscono mettendo in luce la complessità delle relazioni tra gli atomi, e in particolare tra quelli che compongono gli esseri viventi. La scienza fa arretrare i limiti del suo campo di ricerca, senza riuscire mai a scoprire la particella ultima o il legame ultimo tra un fatto e le sue conseguenze. […]
Soprattutto, non è soltanto la complessità a essere insondabile: i sistemi viventi non sono semplicemente analizzabili come relazioni statiche. Nessuno mai potrà renderne conto in qualunque rapporto o tesi. L’aspetto profondamente dinamico della vita è irriducibile a qualunque teoria. […]”
In questo passaggio l’autore dimostra, a nostro parere, di non aver compreso quale è il punto di forza di un modello di spiegazione scientifica: l’essere incompleto e il dover continuamente aggiornarsi. La ricerca scientifica è costitutivamente aperta e in divenire.

Non è un caso che il paradigma adottato negli ultimi anni nell’ambito dei settori più avanzati della ricerca biologica (e non solo) è quello dei sistemi complessi, non lineari, non riconducibili ad una semplice somma delle parti, ma bensì alla relazione tra le stesse parti e alle funzioni emergenti di un sistema. I modelli di spiegazione meccanicista-classici, quelli newtoniani, sono già stati ampiamente superati nell’ambito della fisica teorica, figuriamoci in ambito della ricerca biologica! Basti pensare, ad esempio, al filone di ricerca sui fattori epigenetici nell’emergere di patologie o alle ricerche sulle reti neurali.

Quello che Godard individua come limite della ricerca scientifica è in realtà il grande punto di forza di una metodologia che ristruttura continuamente se stessa.

Il vero limite, come già ricordato, risiede nelle strutture sociali all’interno delle quali si ritrova ingabbiata la ricerca scientifica e non in un problema epistemologico.

Tra le spire del capitale e fuori

L’attuale modo di produzione e i rapporti di produzione hanno relegato le applicazioni della scienza alla progettazione e alla realizzazione di beni di consumo di massa o di beni di distruzione, intrappolando la tecnologia all’interno di cicli di distruzione-produzione tipici del modo di produzione capitalista.

In più passaggi dell’articolo di Godard e della sua risposta alla lettera sul numero 399 di A viene citata la questione nucleare, arrivando ad affermare che lo sviluppo degli armamenti atomici è stata la logica conseguenza delle scoperte della Curie. Certamente gli armamenti atomici non ci potrebbero essere stati senza la scoperta della radioattività (ma neanche sistemi diagnostici come le radiografie o sistemi di cura come le radioterapie ci sarebbero stati), ma pretendere di bloccare la ricerca scientifica, ovvero la comprensione del mondo, perché forse le scoperte potrebbero essere usate, forse, per fini non etici è completamente insensato. Così come è completamente insensato abbandonarsi a suggestioni fintamente olistiche e primitiviste che rigettano le più basilari evidenze. Mi riferisco qua a quella strizzatina d’occhio fatta dall’articolo in questione in merito alle presunte cure “naturali” che sono niente altro che truffe in mano ad individui ed organizzazioni che nulla hanno da invidiare alle multinazionali farmaceutiche in quanto a scorrettezza. Ma torniamo al punto.

Appropriarsi dei saperi tecnici e della metodologia scientifica significa dotarsi di un potentissimo strumento e privare il nemico dei vantaggi derivanti dalla detenzione di certe tecnologie strappandole al monopolio delle strutture sociali autoritarie.

Ora, intendiamoci, uno dei maggiori volani delle scoperte scientifiche dalla fine del XIX secolo è stato il complesso militare-industriale in quanto è quello che detiene le risorse necessarie a finanziare la ricerca scientifica. Ma, attenzione, le strutture autoritarie hanno dovuto inventarsi una serie di escamotage per ingabbiare un metodo che non è loro. Si pensi ai vari metodi per bloccare la libera diffusione di informazione e applicazioni tecnologiche, anche fondamentali per la sopravvivenza delle persone come i farmaci, tramite l’apparato di brevetti, copyright, imposizioni di segretazioni sulle ricerche.

Il metodo scientifico è anche quello che ha permesso l’aumento della qualità della vita per miliardi di persone, debellato epidemie, ridotto le carestie, creato infrastrutture resilienti alle calamità; il metodo scientifico è ciò che permette di individuare in modo preciso l’orrore della società capitalista: si pensi al ruolo delle scienze sociali nel denunciare l’orrore di una società basata sull’accumulazione di denaro o al ruolo delle scienze naturali nel denunciare la distruzione dell’ecosistema. A meno che non si preferisca credere alle panzane delle scie chimiche e dimenticarsi dell’effetto serra e del global warming è evidente che la prospettiva politica dell’anarchismo deve necessariamente legarsi all’uso di metodologie scientifiche. E non affermiamo di certo una novità in campo anarchico e libertario: si pensi a figure come i Reclus o alla formazione scientifica di un Kropotkin o a pensatori come Boockin.

La vera questione è: perché in un secolo e mezzo di movimenti sociali organizzati non siamo stati in grado di strappare la ricerca scientifica dalle mani del nemico? Per quale motivo al posto di usare la tecnologia per meccanizzare i lavori ripetitivi e pesanti e liberare il tempo per individui e comunità permettiamo che questa tecnologia venga usata per asservire e disciplinare la forza lavoro o per estromettere milioni di individui nei vari momenti di ristrutturazione del capitale?

Per quale motivo, al pari della volpe di fedriana memoria davanti all’uva troppo alta, abbiamo preferito raccontarci la storiella autoconsolatoria, vero vessillo di impotenza, della scienza costitutivamente cattiva al posto di riflettere seriamente sulle modalità di azione da adottare davanti alla barbarie dello stato e del capitale?

Fonte

06/11/2013

V per Vendetta è bello e tutto quanto, ma alla lunga rompe i coglioni.

C’era una volta un signore di nome Guy Fawkes, il 5 novembre del 1605 provò a far saltare in aria il Parlamento Inglese insieme al Re d’Inghilterra perché gli stava sulle balle che il Re non fosse cattolico e che dividesse il potere con della marmaglia che non aveva ricevuto nessuna investitura da Iddio Onnipotente o quantomeno dal Papa.

In pratica, il peggiore reazionario che fosse possibile trovare in giro nel 1600. Poi la sua figura è passata attraverso la penna di vari scrittori di romanzi popolari che ne hanno fatta una specie di Robin Hood che invece di rubare i ricchi li faceva saltare in aria.

Da questa tradizione di Fawkes in veste rivoluzionaria, Alan Moore ha tratto V per Vendetta. Nel fumetto V è un anarchico che indossa la maschera di Fawkes ed esegue una serie di attacchi per destabilizzare il governo fascista che guida la Gran Bretagna.

Ma il graphic novel (che fa molto più figo di “romanzo a fumetti”) di Moore è uscito tra l’82 e l’85, per far diventare la maschera di Guy Fawkes un simbolo globale di protesta e ribellione s’è dovuto attendere l’adattamento cinematografico dei fratelli Wachowsky, anno 2005.

La maschera oggi è un simbolo per ogni occasione, è sfoggiata alle manifestazioni degli operai, a quelle degli studenti e a quelle degli ambientalisti. Ce la si ritrova sia nelle placide manifestazioni indette dai costituzionalisti che in quelle che animosamente si propongono di infrangere zone rosse fino agli assalti diretti alle forze di polizie in assetti antisommossa. È usata sia dagli ambienti di sinistra sia dal qualunquismo grillino.

La domanda è: come fa questa maschera a essere così trasversale?

La risposta ottimista dice che nell’epoca in cui cadono le vecchie identità novecentesche, la moltitudine in rivolta confluisce tutta sotto la maschera in un’unica richiesta globale.

Una risposta più realista è che il film, a differenza del fumetto, offre un simbolo a buon mercato e sparge una notevole dose d’illusioni su come far trionfare la protesta sociale.

La maschera del film è un simbolo indossabile da chiunque, non serve farsi carico di una tradizione ideologica per usarla, non bisogna fare i conti con i gulag o con le bombe piazzate per l’ideale, non ci sono noiosi volumoni da studiare, non ci sono grandi dilemmi morali da risolvere. Nel fumetto, invece, V non è un anarchico all’acqua di rose, è perfettamente disposto a usare la violenza terroristica come insegnato da Bakunin. Il grande conflitto tra V ed Evey nel fumetto è proprio sull’accettazione che non basta volere ribellarsi, ma bisogna anche essere disposti a usare la violenza. Nel film invece gli attacchi di V sembrano essere senza vittime e anche quando ci sono, la violenza è mostrata in maniera anestetizzata. Inoltre, nel fumetto l’azione di V è contro un governo esplicitamente fascista (neanche troppo velatamente metafora del governo Thatcher) in nome della libertà anarchica, mentre nel film agisce contro un generico “potere totalitario” (che assume sia caratteristiche fasciste sia socialiste) in nome di una generica “libertà”.

L’altra grande differenza tra il film e il fumetto è il risultato della rivolta. Nell’opera originale di Moore l’insurrezione è un salto nel vuoto, dalle macerie potrà sorgere tanto l’anarchia consapevole sognata da V quanto il caos dove chi vince schiaccia i più deboli. Un salto nel vuoto che per Moore vale la pena di provare, ma solo essendo pienamente consapevoli del prezzo da pagare.

Il finale del film non potrebbe essere più diverso. Quando Evey completa il piano di V per far saltare in aria Downing Street, tutta Londra insorge pacificamente indossando la maschera di Guy Fawkes. Di fronte alle masse pacificamente determinate l’esercito non spara un colpo e si unisce alla protesta. L’obiettivo è raggiunto senza dover fare praticamente nulla se non un paio di atti dimostrativi, senza dover mettere in conto l’uso della violenza, senza dover affrontare la repressione.

A questo punto non è difficile capire la popolarità di cui gode oggi la maschera di Guy Fawkes, sono gli stessi motivi per cui oggi si scende in piazza illudendosi di poter ignorare qualsiasi questione storica e teorica, di poter creare proteste in cui tutti agiscono insieme contro un potere talmente distante da avere solo simboli e non rapporti materiali con la realtà. E, soprattutto, l’illusione di poter ignorare qualsiasi questione organizzativa, di poter risolvere tutto quanto attraverso azioni dimostrative che, quando risveglieranno abbastanza persone, porteranno la gente a vincere automaticamente la rivoluzione.

Certo, meglio scendere in piazza così che non farlo per niente, ma, alla lunga, rompe i coglioni.

Fonte

11/04/2013

Maggie


Bury the bitch in a coal mine!

La redazione ringrazia Osso per la preziosissima segnalazione al fine di preservare la memoria di un personaggio indegno. Personalmente farò altrettanta festa solo quando moriranno Andreotti e Napolitano.