Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/01/2021

La pandemia e la libertà “senza limiti”

La parola più ripetuta ad ogni angolo del mondo, sotto qualsiasi regime politico, è libertà. Del resto, chi vorrebbe esser schiavo o al servizio di un altro essere umano, magari pure spaccapalle e sfruttatore?

Beh, sembra proprio che la stragrande maggioranza delle persone – proprio qui, nell’Occidente “libero” – sia fatta di servi. Contenti e non, ben pagati e non, incazzati o remissivi. Ma servi.

Così il concetto di libertà ha finito per essere uno straccio da sventolare nelle occasioni più improbabili, o addirittura quando la prudenza consiglierebbe due attimi di riflessione prima di aprire bocca.

Sappiamo che proprio con la pandemia questa parola è stata usata soprattutto a sproposito. Contro le inevitabili restrizioni – mal pensate, mal organizzate, non rispettate, con troppe “eccezioni” per lenire le sofferenza padronali – ed ora, come già prima, contro i vaccini.

Abbiamo ricevuto questo breve saggio che giustamente bastona senza pietà lo pseudo-pensiero che sta dietro questa idea bislacca di “libertà”. Evidenti anche i suoi limiti: coglie esattamente il problema dal lato concettuale, nell’opposizione individuo/società, ma non si addentra nella radice di classe di quel concetto di libertà.

Che è poi l’unica “libertà” che conti da queste parti: quelle delle imprese private che devono comunque far profitti, anche a costo di milioni di morti (quasi due milioni nel mondo, oltre 80.000 – per ora – in Italia).

Nonostante questo limite, però, l’argomentazione logico-scientifica risulta utile. Anche ai tanti compagni, magari di fresca adesione all’antagonismo politico e sociale, che si trovano quotidianamente a sacramentare con soggetti che ripetono a pappagallo frasi sentite in tv, o peggio ancora sui social, che risultano tanto più persuasive quanto semplici e, in definitiva, prive di senso.

Come è capitato di battibeccare a noi, nei botta-e-risposta ai commenti ai nostri pezzi, l’argomento più convincente è però risultato una minaccia: “se vuoi la libertà di circolare anche da contagiato o di rifiutare la vaccinazione, fregandotene dei possibili effetti su chi incontri, allora devi riconoscere anche la mia libertà di spararti a vista per non essere contagiato“.

“Severo ma giusto”, ci hanno detto in tanti. Del resto, là dove il pensiero non riesce ad entrare, un po’ di spavento aiuta a capire...

Buona lettura.

*****

Lorenzo Battisti - Academia.edu

Negli ultimi giorni si è sviluppato sui social un vivo dibattito sul vaccino contro il Covid. Un dibattito che vede da una parte chi con varie ragioni rifiuta di sottoporsi alla vaccinazione e dall’altra chi lo ritiene essenziale.

Quelli che per diffidenza, per tesi complottiste o per semplice disinformazione rifiutano il vaccino trovano risposte tratte dalla letteratura scientifica da parte di chi vede nel vaccino la fine di questo lungo anno di pandemia globale.

Ma la discussione appare più un dibattito tra sordi: nonostante un secolo di storia vaccinale e il parere quasi unanime degli scienziati, i contrari non cambiano le proprie ragioni e anzi aumentano di numero all’avvicinarsi della vaccinazione.

Continuare a risponde a chi in varia misura si oppone alla vaccinazione con argomentazioni sulla bontà e l’utilità dei vaccini significa non aver compreso la radice della “malattia”.

Si sta in sostanza cercando di curare un tumore con un’aspirina che al più ne maschera i sintomi più evidenti, mentre purtroppo il cancro si divora silenziosamente il corpo.

Infatti l’opposizione ai vaccini sostenuta da argomentazioni chiaramente deboli, se non totalmente fantasiose, è solo l’ultimo episodio di una serie di resistenze che sono cominciate prima della pandemia ma che sono diventate evidenti e socialmente pericolose dopo la diffusione del virus. Il percorso logico va invertito se si vuole fare una diagnosi corretta e cercare una terapia adatta.

L’opposizione al vaccino, così come alla mascherine prima, e prima ancora al distanziamento sociale, alla chiusura di bar, ristoranti, palestre, cinema e teatri, a quella delle discoteche, o ai tanti divieti sorti negli ultimi mesi infatti è un’opposizione alle limitazioni in quanto tali.

La libertà viene intesa al contempo come libertà assoluta (cioè come assenza di limiti) e come conseguenza della concezione dell’individuo come monade che si autodetermina attraverso la propria volontà attuata grazie alla massima capacità di agire.

Nulla può limitare la libertà assoluta: sarebbe inaccettabile e l’effetto sarebbe che l’individuo si troverebbe ad essere determinato da scelte prese da altri (o anche solo insieme ad altri).

È interessante vedere come su Facebook la concezione quasi unica di libertà è quella che vede in qualsiasi limitazione alla stessa un segno di una dittatura.

Questa tendenza non è nuova, era presente già prima della pandemia. Ma con questa pandemia questa idea di libertà si è dovuta scontrare con fatti oggettivi che ne hanno richiesto un drastico ridimensionamento per la tutela di un interesse collettivo, la salute pubblica, la salute “di tutti”.

Davanti a questo la libertà assoluta ha generato mostri. L’esplosione di complottismi (l’epidemia è un complotto per restringere la libertà, quindi è giusto ribellarsi e difendere la libertà assoluta), e di negazionismi (il fatto che si neghi l’esistenza del virus o la sua virulenza, o l’efficacia delle misure prese per limitarlo) ne è la diretta conseguenza.

Decenni di ideologia libertaria hanno portato all’incapacità di elaborare la realtà; tutto dipende esclusivamente da me, da quello che faccio, da quello che io decido “per me stesso”, non c’è quindi bisogno di sapere da dove vengo, o dove vanno gli altri.

L’unica reazione, a fronte di questa incapacità, è la negazione stessa della realtà e la generazione conseguente di fantasiose teorie, di interpretazioni estemporanee di dati scientifici, di analisi farlocche: ci si inventa virologi, esperti di epidemie, farmacologi, pur di non riconoscere una realtà che obbliga a limitare la libertà di ciascuno per il bene di tutti.

In sostanza non si riconosce la società, non si riconoscono “gli altri”. Come diceva la Thatcher: “la società non esiste, esistono gli individui”. Da qui nasce il rifiuto del lockdown. Poi il rifiuto delle mascherine; e in seguito quello delle chiusure; e poi contro le limitazioni; e poi contro il vaccino. E ne risulta un’incoerenza logica che però non intacca il sostegno a queste negazioni della realtà: chi era contro il lockdown e sosteneva l’”immunità di gregge” a Marzo, oggi nega che l’immunità di gregge esista per opporsi alla vaccinazione di massa.

Ma mostrare questa incoerenza significa curare un tumore con un’aspirina: il problema non è se esiste o meno l’immunità di gregge, il problema è il rifiuto a qualsiasi limitazione della libertà, anche quando socialmente necessario, e in definitiva il rifiuto del riconoscimento dell’Altro.

Questo tipo di pensiero è il frutto dei passati decenni ed è ormai in evidente declino. La pandemia gli darà un colpo di grazia. Va riconosciuto che alla sua diffusione “a sinistra” ha contribuito non poco il pensiero di Toni Negri (ma anche tutta la nuova sinistra nietszchiana degli anni ’70), tutto orientato alla liberazione del desiderio: un libertarismo anti-oppressivo e anti-autoritario che ha portato una parte di sinistra a vedere nelle limitazioni legate alla pandemia una nuova dittatura contro la quale ribellarsi e organizzare una “nuova resistenza”.

Tutto questo porta a non capire la Cina. E in generale l’oriente. Abbiamo visto in questi giorni le immagini del Capodanno a Wuhan e in Cina, e li abbiamo visti senza mascherine, festanti e felici.

Questo è stato possibile perché in Cina hanno operato due soggetti:

– lo Stato, che ha messo in moto strutture, spesa pubblica, che ha pianificato la risposta dotandosi degli strumenti per farlo;

– la società cinese che responsabilmente ha agito in maniera coordinata e cooperativa per affrontare le conseguenze e limitare i danni.

Tutti e due questi elementi sono il risultato di una concezione diversa della società rispetto a quella occidentale. Anzi, sono la conseguenza del fatto che si riconosce l’esistenza di aggregati sovra-individuali a cui si aderisce anche senza volerlo e che determinano l’esistenza dei singoli in maniera estremamente maggiore rispetto alle scelte individuali.

È la società tutta che può determinare la vita o la morte di una persona, a seconda che abbia o meno i mezzi per rispondere alla pandemia e se ciascuno agisce facendo ciò che è necessario.

In sostanza la libertà delle persone è limitata non solo dalla libertà degli altri, ma dall’autocoscienza di essere parte della società e di essere responsabili pro quota della risposta collettiva.

Proprio il fatto che si riconosce che la società esiste, che “l’altro” esiste, e si è coscienti dell’influenza che questa ha sulla vita collettiva, la sanzione sociale per i comportamenti scorretti è fortissima: la società sanziona chi non la riconosce, sanziona chi mette la propria libertà sopra quella altrui e sopra la libertà generale della società stessa.

Una concezione che in Occidente appare oppressiva e autoritaria. Ma soprattutto che è sconosciuta in Occidente e che quindi non viene riconosciuta: come se mancasse un programma nel nostro elaboratore, non si capiscono i comportamenti cinesi.

Il risultato è che questa mancanza, unita alla difesa totale della libertà assoluta, porta, anche nel caso cinese, a negare la realtà: la reazione al capodanno in Cina è stato il rilancio della teoria del complotto.

La Cina vive normalmente non perché ha dato una risposta collettiva alla pandemia, una risposta che grazie a una limitazione della libertà individuale ha garantito il diritto collettivo alla vita, ma “perché ha inventato il virus e ha quindi l’antidoto”.

Inutile rispondere razionalmente che questi stessi negavano fino al 31 dicembre l’esistenza del virus; o che fin da Marzo la Cina ha annunciato che avrebbe offerto il proprio vaccino al mondo intero gratuitamente mentre da noi, da mesi, ci sono porzioni consistenti di società che si ribellano alla vaccinazione.

La Cina, e più in generale l’Oriente, hanno reagito meglio alla pandemia perché esiste una società oltre gli individui.

Ci vorrà ancora tempo perché la crisi della visione libertaria arrivi al suo termine e si torni a una visione più equilibrata.

Dovremo riconoscere che la libertà senza limiti si trasforma nel suo contrario.

Dovremo ri-conoscere gli altri e ri-conoscerci in quanto collettività.

Dovremo ri-scoprire che solo una piccola parte della nostra esistenza è determinata dalle nostre scelte, mentre la maggior parte ci sfugge o è sovradeterminata dalle scelte collettive: il fatto di essere nato in Italia e non in un paese africano ha determinato la mia esistenza più di qualsiasi mia scelta individuale; le risposte collettive alla pandemia, i ritardi o la scarsa applicazione causate da renitenze individuali o da interessi economici confliggenti con i provvedimenti necessari, hanno deciso della vita e della morte delle persone che conosco o che non conosco e che non conoscerò mai, ma che ri-conosco in quanto parte della società e della comunità umana.

L’edonismo esasperato, il riconoscere i propri desideri e il loro godimento come unico scopo e obiettivo unico e irrinunciabile, attuabile attraverso l’insopprimibile libertà assoluta hanno causato morte e povertà, senza neanche la capacità da parte nostra di riconoscerlo o di vederlo.

La pandemia ha esasperato questi comportamenti decretandone quindi il loro declino. La pandemia rappresenterà il limite a una realtà senza limiti. Riscopriremo che la società, che “gli altri”, non sono limite alla mia libertà (come nella concezione liberale), un limite da cancellare o da ignorare, ma condizione essenziale per la sua realizzazione.

Fonte

21/05/2020

Agamben e l’anti-scienza

Il prestigioso settimanale tedesco Der Spiegel (spiegel.de) in prima pagina piazza un articolo su (cito) uno dei più importanti filosofi europei, Giorgio Agamben.

La menzione è stata guadagnata perché in questi giorni, in Germania, il filosofo nostrano ha avuto un picco considerevole di notorietà popolare, dovuta a un altro giornale, il Demokratischer Widerstand, distribuito in circa 300 mila copie, dal Centro di comunicazione per la resistenza democratica.

Sul numero del 17 aprile di Demokratischer Widerstand, in una striscia appena sotto la testata, si dice che il giornale è diretto da Lenznselm Lenz, Batseba N‘diaye e Hendrik Sodenkamp, con il Prof. Giorgio Agamben. A pagina 6 dello stesso numero c’è un articolo di Agamben, «L’invenzione di un’epidemia».

Si tratta, come si legge in una nota redazionale, di un articolo di Agamben pubblicato il 21 marzo da un altro giornale tedesco (rubikon.news) e che Agamben, co-direttore di Demokratischer Widerstand (ecco la notizia), ha scritto (in italiano) il 26 febbraio, e pubblicato su quodlibet.it e sul Manifesto.

In queste ultime settimane, in Germania, l’editore del Demokratischer Widerstand (DW) è stato al centro di molte polemiche. Secondo Silvia Stöber, di tagesschau.de, DW diffonde panzane sul 5G kills, sul vaccin terrorism, su Bill Gates, eccetera. In Germania c’è un Regime Horror che tiene i cittadini sotto una morsa di spavento e terrore, e questo regime, dice Silvia Stöber, è documentato proprio da DW.

Sono temi, questi, da noi ormai esausti, tanto che i giornalisti seri hanno ricominciato a parlare di proporzionale col doppio turno – senza sbarramento.

Secondo br.de, la Bayerischer Rundfunk, TV pubblica locale bavarese affiliata ad ARD, i teorici della cospirazione, di destra e di sinistra, i quali manifestano contro le restrizioni dei diritti fondamentali e della libertà personale imposte dal Governo a causa del Virus, si rifanno ad Agamben.

I loro precetti (le loro panzane) si basano sulle idee e le dichiarazioni del filosofo italiano Giorgio Agamben, quarto membro del comitato editoriale di DW.

Il Virus sarebbe un’invenzione, orchestrato da politica, stampa e grande Capitale, per salvare e riorganizzare il capitalismo dopo il collasso del 2007.

In effetti, il pensiero di Agamben, affilato quando si tratta di lanciare la sfida al Potere e al Capitale, si presta assai bene a descrivere ciò che sta succedendo. Quando Agamben scrive (quodlibet.it 2 maggio) che la scienza è la religione del nostro tempo, alla quale gli uomini credono di credere; che nell’Occidente moderno convivono tre grandi sistemi di credenze, il cristianesimo, il capitalismo e la scienza, come dargli torto...

Come dargli torto quando dice che la scienza non è fatta per comprendere, ma per prendere posizione, come in guerra, e che questa guerra è combattuta in nome e per conto della borghesia che spaccia falsi miti di progresso.

In prima linea non c’è la scienza, che tutto sommato è teologia innocua, ma c’è la medicina, ovvero un sapere pratico, capace di manipolare i corpi. La medicina segmenta il trattamento, come in una fabbrica di spilli, dove la mano destra non sa cosa fa la mano sinistra, e, a sua volta, essa si frammenta in innumerevoli discipline e siti logistici, pubblici e privati, e, in una divisione del lavoro fordista, tratta come semilavorati porzioni di corpi nudi, e attacca arti e organi, con un’ignoranza costruita della totalità organica.

Adopera tecnologia e dispositivi, farmaci e bisturi, primari e infermieri, OS e compagnia cantante, e sperimenta la propria arte sulla pelle della gente, ammantandosi, per sovrammercato, di una cogenza universale garantita dal diritto.

Ebbene, questa medicina, trasforma l’intera esistenza in un obbligo sanitario. Come dargli torto, visto che abbiamo ancora negli occhi le immagini di illustri scienziati e medici sparare cifre a casaccio, manco fossimo alle estrazioni del Lotto.

E tuttavia, come non vedere nel Pensiero di Agamben l’assonanza, se non la summa, di anni e anni di new age, di medicina alternativa, di oroscopo e tisane, di echinacee ed erba cipollina, di astrologia e cerchi nel grano, di scie chimiche e onde elettromagnetiche, di sacralità del feto e della madre.

Come non leggere in questa poetica libertaria la frenesia del liberismo, quel tana liberi tutti, seguito alla grande eccitazione libertaria degli anni Sessanta, frenesia che ci ha liberati da un presunto totalitarsimo e dallo Stato sociale e ci ha consegnati mani e piedi al neo-liberismo.

Come non vedere che la cura libertaria ha finito per uccidere il cavallo; come non vedere che quando si riduce tutto a volontà e decisione, a presa di posizione e guerra; quando ci si convince, spassionatamente e con un certo disincanto, che la ragione del più forte è sempre la migliore; quando si perde ogni punto di resistenza, il risultato è scivolare, piano piano, senza accorgersene, verso ciò contro cui si è convinti di credere di combattere.

Se tutto è credenza e tiramento di culo, se non ci sono fatti, ma solo interpretazioni, cosa distingue ciò che dice Agamben da ciò che dicono i terrapiattisti? – se non la mera forza persuasiva del discorso, la retorica, la narrazione, in uno strologare in cui tutto sembra scivolare in una guerra civile mondiale retorica, combattuta all’ultimo sangue davanti alla macchinetta a gettoni del caffè.

Se non c’è alcun principio, alcun fondamento e alcun centro di ancoraggio assoluti, cosa distingue la scienza dalla magia, l’oroscopo dalla statistica, il malocchio o lo scongiuro dalla medicina, il vaccino dalla tisana, la preveggenza dall’epidemiologia, il surplus dal plusvalore, lo sfruttamento dalla mera costrizione?

Questa non è solo la babele del Capitale e del Potere, è la babele del pensiero debole, del post-modernismo, della fine dei grandi racconti, di cui Agamben è erede e prigioniero politico – il mondo che vede e descrive è quell’angolo di cielo intravisto da dentro la sua torre d’avorio.

È molto più consolatorio pensare che dietro tutto ci sia il Potere, o un Risolutore, perfino un Dittatore. È molto più rassicurante immaginare che dietro le quinte ci sia il Potere, che immaginare che dietro tutto ci sia il Caso.

Il Potere si sa come combatterlo. Il Caso, invece, destabilizza, pone fine all’illusione del controllo, o, e questo per qualcuno è ancora più grave, pone fine a quel potere che si esercita dalla cattedra e fuori dalla cattedra, sul piccolo o grande esercito di fedeli e di followers.

Agamben nega di essere mai stato direttore o condirettore, o uno della banda dei 4 che ha scritto, diretto e organizzato la diffusione del giornale tedesco. E Der Spiegel lo riporta a chiare lettere.

Il suo Pensiero va valutato per ciò che in esso vi è di veramente filosofico, e non per le strumentalizzazioni a cui è sottoposto. Ma io non sono capace di questa impresa, e poi è arrivata l’ora di timbrare, e fare cose non con le parole, ma con le mani. Dunque, lascio spazio a Derrida, che di parole e di cose ne sapeva tanto quanto Agamben.

Il fatto è, dice Derrida (seminario all’EHESS, dal 2001 al 2003), che Giorgio Agamben è un gran trombone. Non solo pretende, ogni tre per due, di essere stato il primo ad aver notato o scoperto che questo o quell’autore classico, per la prima volta, e fino in fondo, avrebbe detto o scoperto questa o quella differenza specifica.

Ma lui stesso – Giorgio Agamen – sarebbe stato il primo ad aver scoperto o notato questa o quella differenza, in Hegel, per esempio, o in Heidegger, in Lévinas, eccetera. Sarebbe stato il primo ad avere integrato e corretto, dunque sarebbe stato il primo in tutti i sensi – nonostante i libri di Heidegger, noti a tutti, per esempio Introduzione alla metafisica – sarebbe stato il primo, integrando e correggendo Foucault e la sua Volontà di sapere, a parlare del bio-potere e di bio-politica.

E che lo avrebbe fatto in modo più originale e convinto se Aristotele non avesse parlato di Politicòn zôon.

Cito i testi di Agamben, dice Derrida, perché sottolineano perlomeno l’attualità dei problemi e delle preoccupazioni che sono qui le nostre che perché li comprenda (confesso di dovervi spesso rinunciare).

Cito Agamben e Foucault senza aver prima notato che né l’uno né l’altro si riferiscono, come credo sarebbe stato onesto e indispensabile fare, all’Heidegger di Introduzione alla metafisica.

Quanti patemi ci saremmo risparmiate se Heidegger non avesse spedito ad Agamben quella cartolina!

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22/11/2019

La Bolivia vista da lontano, tra realtà e delirio

La scorsa estate ho partecipato ad un incontro a Villacidro con Raul Zibechi sul tema dell’autodeterminazione.

Ho apprezzato l’originalità di un pensiero modellato su esperienze importanti come quelle delle comunità chiapateche e dei Sem terra. Ho anche intervistato Zibechi e comprato un suo libro, oltre che condividere con lui e altri cari amici di Villacidro il mare e la buona compagnia.

Discutendo con lui e leggendo le sue cose ho notato diversi punti di discontinuità con il mio pensiero, come per esempio il rifiuto anarchico del potere. Portare ad esempio l’esperienza dei Sem terra brasiliani e dell’auto gestione delle terre come unica modalità vincente e bastante a sé stessa cozza con l’amara realtà che il potere ora sia nelle mani di un terrorista di ultra destra come Bolsonaro.

Se non ti poni il problema del potere, il potere va nelle mani del nemico e non basta gestire terre, fabbriche o rifugiarsi in un dorato sistema di collettivi e gruppi di acquisto, perché lo stato, l’esercito, i media, l’economia, la burocrazia sono poi controllati da chi va in direzione contraria.

Sto rintracciando le medesime contraddizioni nel pensiero di Ocalan, ma questo è un discorso che merita una riflessione a parte.

Ora ho letto un articolo agghiacciante pubblicato su Infoaut proprio di Zibechi a proposito del golpe fascista a guida USA in Bolivia.

Fondamentalmente il taglio è questo: “siccome il potere è sempre cattivo, siccome lo stato è sempre gerarchico, siccome Morales ha fatto molti sbagli, allora il popolo non deve prendere parte allo scontro tra legittimo governo bolivariano e fascisti e militari golpisti, bensì rifugiarsi nel fantastico mondo autogestionario, femminista e libertario”.

Cito Zibechi: “L’immensa maggioranza delle persone che abitano la Bolivia non è entrata nel gioco della guerra che hanno voluto imporre Morales e García Linera quando hanno rinunciato e lanciato i propri sostenitori alla distruzione e al saccheggio (in particolare a La Paz e a El Alto), probabilmente per forzare l’intervento militare e giustificare così la loro denuncia di un golpe che non è mai esistito. Quella maggioranza di Boliviani non è neppure entrata nel gioco dell’ultradestra, che agisce in forma violenta e razzista contro i settori popolari”.

Vi consiglio di leggere l’articolo integralmente per capire come un certo utopismo autogestionario, femminista e libertario, per molti versi interessante e condivisibile nelle buone pratiche dell’autorganizzazione popolare, poi metta capo ad una ideologia ponziopilatesca, superpartes e di rifiuto della realtà proprio nei momenti decisivi dello scontro di classe e di popolo.

L’autogestione e l’autorganizzazione vanno bene come esperienze di crescita e di potere popolare, ma non fini a se stesse. Questo è un errore che porta dritti dritti ai deliri contenuti in questo articolo.

* Per chi vuole informazione, anziché deliri, sulla Bolivia, la redazione di Contropiano consiglia, tra i molti articoli sull’argomento:

http://contropiano.org/news/internazionale-news/2019/11/18/bolivia-un-golpe-per-cristo-o-per-gas-litio-cobalto-uranio-oro-ecc-0120915

http://contropiano.org/news/internazionale-news/2019/11/20/bolivia-il-golpe-postumo-0120971

http://contropiano.org/news/internazionale-news/2019/11/17/bolivia-il-documento-dellosa-sulle-frodi-elettorali-non-e-attendibile-0120878

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05/09/2019

La bolscevizzazione e la fine della rivoluzione russa

di Sandro Moiso

Antonio Senta (a cura di), Gli anarchici e la Rivoluzione russa (1917-1922), Mimesis edizioni, Milano-Udine 2019, pp. 166, 16,00 euro

I dieci saggi che compongono il testo curato da Antonio Senta sul rapporto intercorso tra anarchici e Rivoluzione russa esplorano un tema già più volte affrontato dalla storiografia, non solo anarchica.
In tale opera, però, i contributi scritti da Alexander Shubin, Marcello Flores, Giuseppe Aiello, Mikhail Tsovma, Selva Varengo, Pietro Adamo, Roberto Carocci, Lorenzo Pezzica, Davide Bernardini, Massimo Ortalli e dallo stesso curatore, rivisitano la questione da tutte le angolazioni possibili offrendo così una ricca panoramica del punto di vista anarchico sui vari aspetti della Rivoluzione dal 1917 agli anni immediatamente successivi.

I testi costituiscono gli atti elaborati in occasione di un seminario promosso dalla Biblioteca Panizzi e dall’Archivio Famiglia Berneri-Aurelio Chessa, tenutosi l’1 e il 2 dicembre del 2017 presso l’Università di Modena e Reggio Emilia e ci è sembrata particolarmente efficace la sintesi degli stessi elaborata dal curatore nella sua Introduzione, di cui riportiamo qui di seguito alcune parti.
Essenziale nell’intendimento di questo lavoro è la distinzione tra rivoluzione russa e rivoluzione bolscevica. Purtroppo è ancora assai diffusa l’opinione che la rivoluzione russa coincida con quella bolscevica, o d’ottobre. Tale identificazione porta con sé il giudizio secondo cui Lenin sarebbe stato il protagonista massimo di tutto il processo rivoluzionario culminato con l’insurrezione dell’autunno del 1917 e con l’instaurazione del governo sovietico.
La rivoluzione russa è in realtà qualcosa di ben più lungo e complesso: iniziata nel 1905 con la “domenica di sangue” divampa fino al 1907, per placarsi fino al febbraio 1917, quando scoppia di nuovo, tuonando fino alla metà del 1921. Il periodo preso in esame da questo testo è quello che va dall’inizio del 1917 al 1921-1922, con alcuni accenni ed excursus ad anni precedenti e successivi. All’interno di tale periodo si succedono più fasi: la rivoluzione, insieme sociale e politica, liberale e plebea, del 1905-1907, quella di fatto spontanea del febbraio 1917, cui segue lo sviluppo del movimento rivoluzionario sotto il governo provvisorio, l’insurrezione di ottobre – che segna il trionfo della politica quale atto di volontà di una minoranza che riesce a mutare il corso della storia –, la guerra civile del 1918-1920, i tentativi di dare vita a una terza rivoluzione, sociale e sovietista, schiacciati nel sangue dal Partito bolscevico fattosi Stato.

[…] Un contributo, quello del testo che avete tra le mani, che intende concorrere ad arricchire la riflessione storiografica sull’anarchismo, settore che negli ultimi decenni ha avuto uno sviluppo quantitativo e qualitativo di cui è stato tratto un provvisorio bilancio1.
Esso si affianca alle varie pubblicazioni speciali, ai convegni e alle iniziative che si sono tenute in occasione del centenario. I più acuti tra i fautori dell’ottobre russo si interrogano oggi per capire se – cito dal discorso commemorativo di Mario Tronti in Senato del 26 ottobre 2017 – “il vero punto di catastrofe dell’intero progetto” sia che i soviet si siano “fatti partito”. Riflessione tardiva, certo, ma che potrebbe essere importante [...]

Necessario, quindi, nel centenario mettere in evidenza la visione anarchica e la sua critica anticipatrice alle caratteristiche autoritarie della rivoluzione bolscevica e dei suoi esiti, in quanto caso concreto di una rivoluzione che si fa Stato. Tale critica si delinea già nel 1918-1919 e diventa patrimonio comune del movimento nel 1921, dopo la repressione violenta del movimento machnovista e della comune di Kronštadt. Alla morte di Lenin, nel 1924, Errico Malatesta scrive su “Pensiero e Volontà”: “egli, sia pure con le migliori intenzioni, fu un tiranno, fu lo strangolatore della Rivoluzione russa – e noi che non potemmo amarlo vivo, non possiamo piangerlo morto. Lenin è morto. Viva la libertà!”
A cento anni di distanza la visione libertaria degli eventi russi emerge nella sua ricchezza e perspicacia. Essa intende far sopravvivere la rivoluzione al bolscevismo, o meglio far vivere la rivoluzione facendo a meno dei due pilastri su cui poggia il bolscevismo: il partito e la polizia segreta. Nel fare ciò gli anarchici provano anche a mettere in moto processi, seppur frammentari di autogoverno popolare, appoggiando i soviet più radicali, come quello di Kronštadt, o l’autogestione delle campagne come nelle zone influenzate dal machnovismo.
Falliscono, schiacciati dal bolscevismo, dalle forze reazionarie e da un’insufficiente capacità di azione autonoma da parte delle masse, lasciando anch’essi insoluta la problematicità del rapporto tra la rivoluzione e la necessità della sua difesa militare, ovvero tra rivoluzione e guerra civile. Un rivolgimento radicale reca con sé un grado inevitabile di lotta militare, col suo portato di abbrutimento: bisognerebbe quindi rinunciare e accontentarsi di un gradualismo riformista incapace di intaccare alla radice i rapporti sociali? Immagino di no. Tuttavia queste e altre questioni scaturite dalla rivoluzione russa nel loro inestricabile intreccio tra tensione all’emancipazione e dolorosa perdita di libertà paiono ancora oggi irrisolvibili.
Note:
1) G. Berti, C. De Maria, L’anarchismo italiano. Storia e storiografia, Biblion Milano 2016

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