I risultati della Conferenza Nazionale Curda Siriana, tenutasi a Qamishli, nel nord-est della Siria, hanno suscitato rapidi sviluppi politici. Mentre le fazioni curde hanno annunciato una visione unitaria per affrontare le loro richieste all’interno di un quadro siriano riformato, il governo siriano ha rapidamente respinto i risultati della conferenza.
La nuova amministrazione siriana ha ribadito che i diritti curdi devono essere affrontati nel quadro dell’unità siriana, mettendo in guardia contro qualsiasi tendenza al federalismo o al separatismo, secondo l’accordo del 10 marzo firmato tra il presidente di transizione Ahmad Al-Sharaa e il comandante delle Forze Democratiche Siriane (SDF) Mazloum Abdi.
Secondo il Documento Curdo Congiunto, non pubblicato ufficialmente ma ottenuto da Al-Akhbar, le ambizioni della conferenza erano divise in due sezioni principali: una rivolta agli affari nazionali siriani e l’altra che delineava specifiche richieste curde rivolte alla nuova amministrazione siriana.
A livello nazionale, il documento ha confermato che “la Siria dovrebbe essere uno Stato multireligioso, multiculturale e multisettoriale, con una Costituzione che garantisca i diritti di tutte le componenti siriane attraverso un sistema parlamentare bicamerale basato sul pluralismo politico, sulle transizioni pacifiche di potere e sulla separazione dei poteri, con consigli regionali operanti all’interno di un sistema centralizzato”.
Il documento ha assicurato che “il decentramento garantisce l’equa distribuzione dell’autorità e della ricchezza tra il centro e le periferie”, chiedendo che “il nome e l’inno nazionale del Paese riflettano la diversità etnica e culturale della società siriana, l’uguaglianza costituzionale tra uomini e donne e la riconsiderazione delle attuali divisioni amministrative basate sulla densità di popolazione e sulla geografia”.
Il documento chiedeva inoltre di “annullare e invertire gli effetti dei cambiamenti demografici nelle aree curde e in altre aree siriane, garantendo il ritorno degli sfollati da Afrin, Ras Al-Ain e Tel Abyad”, nonché la “formazione di un’assemblea costituente patrocinata dalle Nazioni Unite per redigere una nuova Costituzione democratica e l’istituzione di un governo di unità nazionale che rappresenti tutti i segmenti della società siriana”.
Per quanto riguarda le richieste specifiche dei curdi, il documento chiedeva:
• Il riconoscimento costituzionale della lingua curda come lingua ufficiale accanto all’arabo.
• La garanzia della rappresentanza curda nelle istituzioni legislative, giudiziarie, esecutive e di sicurezza.
• Il riconoscimento dei sacrifici dei combattenti delle SDF classificando i loro caduti come martiri e sostenendo le loro famiglie.
• La creazione di centri e amministrazioni dedicati alla lingua, al patrimonio, alla storia e alla cultura curda.
• Il lancio di organi di informazione in lingua curda.
• L’adozione del Nowruz come festività ufficiale.
• Abolizione delle misure eccezionali imposte ai curdi, come il Progetto della Cintura Araba.
• Restituzione della cittadinanza siriana ai curdi, privati della cittadinanza con il censimento del 1962.
• Sviluppo delle infrastrutture nelle aree curde.
• Assegnazione di una quota dei ricavi derivanti dalle risorse naturali allo sviluppo e alla ricostruzione nelle regioni storicamente emarginate.
In risposta, la presidenza siriana ha rilasciato una dichiarazione in cui affermava che le azioni e le dichiarazioni delle SDF, che invocano “federalismo e separatismo, sono in aperta contraddizione con i contenuti dell’accordo del 10 marzo e che tali azioni minacciano l’unità e l’integrità del Paese”.
Ha sottolineato che “l’accordo del 10 marzo rappresenta un passo costruttivo se attuato in uno spirito di unità nazionale, lontano da progetti specialistici o esclusivi”, respingendo al contempo qualsiasi tentativo di imporre una “realtà divisiva o di creare entità separate sotto le insegne del federalismo o dell’amministrazione autonoma senza un consenso nazionale completo”.
La dichiarazione esprimeva profonda preoccupazione per le pratiche che indicavano “tendenze pericolose verso il cambiamento demografico in alcune aree”, mettendo in guardia contro “l’interruzione del lavoro delle istituzioni statali nelle aree controllate dalle SDF, la limitazione dell’accesso dei cittadini ai servizi e il monopolio delle risorse nazionali al di fuori del quadro statale, che contribuiscono ad approfondire la divisione e a minacciare la sovranità nazionale”.
Nella dichiarazione finale della conferenza, le fazioni curde hanno concordato la formazione di una delegazione in rappresentanza dei curdi di Siria, che presto “attuerà le proprie visioni politiche e le discuterà con Damasco”.
La presidenza ha inoltre affermato che “la leadership delle SDF non può monopolizzare il processo decisionale nel nord-est della Siria, dove le componenti originarie – tra cui arabi, curdi, cristiani e altri – coesistono”, e ha assicurato che “i diritti dei curdi, come i diritti di tutte le componenti siriane, sono tutelati nel quadro dello Stato siriano unificato”.
La presidenza ha invitato i partner dell’accordo, in particolare le SDF, a “impegnarsi sinceramente per l’accordo firmato il 10 marzo e a dare priorità al superiore interesse nazionale rispetto a calcoli ristretti o agende esterne”.
Parlando ad Al-Akhbar, Faisal Yusuf, portavoce del Consiglio Nazionale Curdo, ha dichiarato che “sono in corso i lavori per attuare la fase successiva alla conferenza per l’unità curda”, spiegando che “il primo passo è analizzare le osservazioni positive sollevate dai partecipanti durante la conferenza e incorporarle nella visione comune”.
Ha aggiunto che “sono in corso gli sforzi per formare una delegazione curda congiunta per negoziare con il governo di Damasco e tutte le altre parti siriane”, osservando che “esiste una tempistica, sebbene non ancora definita, che verrà presto definita in assenza di ostacoli o disaccordi significativi”, e chiarendo che “ciò che resta da fare è semplicemente tenere riunioni per definire la struttura e il numero dei membri della delegazione”.
Riguardo alle reazioni alla conferenza, Yusuf ha affermato che “la conferenza non ha ancora ricevuto messaggi di congratulazioni da Damasco o da altre parti siriane”, ma ha espresso la speranza “che tali messaggi arrivino, poiché la conferenza rappresenta un passo distintamente siriano e costituisce una pietra miliare per la costruzione di una Siria nuova, democratica e decentralizzata”.
Nel frattempo, una fonte curda, parlando con Al-Akhbar, ha confermato che “la risposta del governo siriano era attesa, data la tendenza della nuova amministrazione a una rigida centralizzazione, come si evince dalla formazione del governo e dalla dichiarazione costituzionale”.
La fonte ha osservato che “la conferenza nazionale curda è arrivata con il sostegno occidentale e statunitense ed è stata un passo necessario per far progredire il dialogo con Damasco”. La fonte ha previsto che “i curdi continueranno a insistere sulla decentralizzazione come unica soluzione sostenibile per garantire l’unità e la stabilità della Siria”.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/05/2025
22/11/2019
La Bolivia vista da lontano, tra realtà e delirio
La scorsa estate ho partecipato ad un incontro a Villacidro con Raul Zibechi sul tema dell’autodeterminazione.
Ho apprezzato l’originalità di un pensiero modellato su esperienze importanti come quelle delle comunità chiapateche e dei Sem terra. Ho anche intervistato Zibechi e comprato un suo libro, oltre che condividere con lui e altri cari amici di Villacidro il mare e la buona compagnia.
Discutendo con lui e leggendo le sue cose ho notato diversi punti di discontinuità con il mio pensiero, come per esempio il rifiuto anarchico del potere. Portare ad esempio l’esperienza dei Sem terra brasiliani e dell’auto gestione delle terre come unica modalità vincente e bastante a sé stessa cozza con l’amara realtà che il potere ora sia nelle mani di un terrorista di ultra destra come Bolsonaro.
Se non ti poni il problema del potere, il potere va nelle mani del nemico e non basta gestire terre, fabbriche o rifugiarsi in un dorato sistema di collettivi e gruppi di acquisto, perché lo stato, l’esercito, i media, l’economia, la burocrazia sono poi controllati da chi va in direzione contraria.
Sto rintracciando le medesime contraddizioni nel pensiero di Ocalan, ma questo è un discorso che merita una riflessione a parte.
Ora ho letto un articolo agghiacciante pubblicato su Infoaut proprio di Zibechi a proposito del golpe fascista a guida USA in Bolivia.
Fondamentalmente il taglio è questo: “siccome il potere è sempre cattivo, siccome lo stato è sempre gerarchico, siccome Morales ha fatto molti sbagli, allora il popolo non deve prendere parte allo scontro tra legittimo governo bolivariano e fascisti e militari golpisti, bensì rifugiarsi nel fantastico mondo autogestionario, femminista e libertario”.
Cito Zibechi: “L’immensa maggioranza delle persone che abitano la Bolivia non è entrata nel gioco della guerra che hanno voluto imporre Morales e García Linera quando hanno rinunciato e lanciato i propri sostenitori alla distruzione e al saccheggio (in particolare a La Paz e a El Alto), probabilmente per forzare l’intervento militare e giustificare così la loro denuncia di un golpe che non è mai esistito. Quella maggioranza di Boliviani non è neppure entrata nel gioco dell’ultradestra, che agisce in forma violenta e razzista contro i settori popolari”.
Vi consiglio di leggere l’articolo integralmente per capire come un certo utopismo autogestionario, femminista e libertario, per molti versi interessante e condivisibile nelle buone pratiche dell’autorganizzazione popolare, poi metta capo ad una ideologia ponziopilatesca, superpartes e di rifiuto della realtà proprio nei momenti decisivi dello scontro di classe e di popolo.
L’autogestione e l’autorganizzazione vanno bene come esperienze di crescita e di potere popolare, ma non fini a se stesse. Questo è un errore che porta dritti dritti ai deliri contenuti in questo articolo.
* Per chi vuole informazione, anziché deliri, sulla Bolivia, la redazione di Contropiano consiglia, tra i molti articoli sull’argomento:
http://contropiano.org/news/internazionale-news/2019/11/18/bolivia-un-golpe-per-cristo-o-per-gas-litio-cobalto-uranio-oro-ecc-0120915
http://contropiano.org/news/internazionale-news/2019/11/20/bolivia-il-golpe-postumo-0120971
http://contropiano.org/news/internazionale-news/2019/11/17/bolivia-il-documento-dellosa-sulle-frodi-elettorali-non-e-attendibile-0120878
Fonte
Ho apprezzato l’originalità di un pensiero modellato su esperienze importanti come quelle delle comunità chiapateche e dei Sem terra. Ho anche intervistato Zibechi e comprato un suo libro, oltre che condividere con lui e altri cari amici di Villacidro il mare e la buona compagnia.
Discutendo con lui e leggendo le sue cose ho notato diversi punti di discontinuità con il mio pensiero, come per esempio il rifiuto anarchico del potere. Portare ad esempio l’esperienza dei Sem terra brasiliani e dell’auto gestione delle terre come unica modalità vincente e bastante a sé stessa cozza con l’amara realtà che il potere ora sia nelle mani di un terrorista di ultra destra come Bolsonaro.
Se non ti poni il problema del potere, il potere va nelle mani del nemico e non basta gestire terre, fabbriche o rifugiarsi in un dorato sistema di collettivi e gruppi di acquisto, perché lo stato, l’esercito, i media, l’economia, la burocrazia sono poi controllati da chi va in direzione contraria.
Sto rintracciando le medesime contraddizioni nel pensiero di Ocalan, ma questo è un discorso che merita una riflessione a parte.
Ora ho letto un articolo agghiacciante pubblicato su Infoaut proprio di Zibechi a proposito del golpe fascista a guida USA in Bolivia.
Fondamentalmente il taglio è questo: “siccome il potere è sempre cattivo, siccome lo stato è sempre gerarchico, siccome Morales ha fatto molti sbagli, allora il popolo non deve prendere parte allo scontro tra legittimo governo bolivariano e fascisti e militari golpisti, bensì rifugiarsi nel fantastico mondo autogestionario, femminista e libertario”.
Cito Zibechi: “L’immensa maggioranza delle persone che abitano la Bolivia non è entrata nel gioco della guerra che hanno voluto imporre Morales e García Linera quando hanno rinunciato e lanciato i propri sostenitori alla distruzione e al saccheggio (in particolare a La Paz e a El Alto), probabilmente per forzare l’intervento militare e giustificare così la loro denuncia di un golpe che non è mai esistito. Quella maggioranza di Boliviani non è neppure entrata nel gioco dell’ultradestra, che agisce in forma violenta e razzista contro i settori popolari”.
Vi consiglio di leggere l’articolo integralmente per capire come un certo utopismo autogestionario, femminista e libertario, per molti versi interessante e condivisibile nelle buone pratiche dell’autorganizzazione popolare, poi metta capo ad una ideologia ponziopilatesca, superpartes e di rifiuto della realtà proprio nei momenti decisivi dello scontro di classe e di popolo.
L’autogestione e l’autorganizzazione vanno bene come esperienze di crescita e di potere popolare, ma non fini a se stesse. Questo è un errore che porta dritti dritti ai deliri contenuti in questo articolo.
* Per chi vuole informazione, anziché deliri, sulla Bolivia, la redazione di Contropiano consiglia, tra i molti articoli sull’argomento:
http://contropiano.org/news/internazionale-news/2019/11/18/bolivia-un-golpe-per-cristo-o-per-gas-litio-cobalto-uranio-oro-ecc-0120915
http://contropiano.org/news/internazionale-news/2019/11/20/bolivia-il-golpe-postumo-0120971
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28/08/2019
Hanno ingoiato il rospo... allucinogeno
A sinistra, persino in alcune compagini che si definiscono radicali ed antagoniste, si legge un eventuale governo PD-5stelle con sollievo, a volte addirittura si affaccia un malcelato sostegno a questa opzione.
Si pensa che un governo di questo genere potrà fare da argine all'avanzare della barbarie e aprire nuovi spazi per una classica dinamica progressista e riformista. E certo che fa piacere vedere il Capitone finalmente in difficoltà e la Lega in caduta libera nei sondaggi, ma è miope e superficiale pensare che un eventuale governo di legislatura giallo-salmone potrà infliggere un colpo mortale al sovranismo e alla sua declinazione italiana del "salvinismo".
Lo diciamo da anni, le contraddizioni che hanno portato a questa fase non sono né congiunturali, né localizzate e sono qui per restare ancora per diverso tempo.
Innanzitutto va analizzata la perdita di consenso di Salvini in un quadro in cui non c'è una corrispondenza reale tra la caduta nei sondaggi della Lega e il crescere del sostegno ad altri partiti (e nell'assenza di significativi movimenti di massa che non si riducano alla dimensione mediale): ad aumentare sono soprattutto gli indecisi. Salvini paga il suo "tradimento" al governo giallo-verde, il tempismo completamente sbagliato e una retorica, quella del partito del Sì, che non comunica immediatamente con la pancia del paese, ma solo con una parte storica del suo elettorato, e che alla maggior parte risulta almeno esagerata se utilizzata per provocare la rottura del governo, vista anche la resa quasi totale dei grillini sulle battaglie storiche. Paga soprattutto l'immagine per cui, per un tornaconto personale e partitico, il Capitone ha provocato la crisi del primo governo che, nella percezione degli italiani, nonostante tutti i suoi difetti e le sue incoerenze è stato un'increspatura nel solito procedere del gattopardismo parlamentare nostrano. Poco importa quanto questa alterità sia reale o solamente immaginaria, a Salvini viene rimproverata l'occasione persa e che difficilmente si ripresenterà.
Ma mesi, anni di opposizione come unica alternativa a un 5stelle normalizzato e garante degli assetti europei, anche se blandamente ricontrattati, (si veda gli apprezzamenti mossi da Tusk per Conte) e un PD ancorato alla cadrega e senza identità, probabilmente cancelleranno questo scotto e ripresenteranno una Lega o chi per lei ancora più radicata nel senso comune. Perché, c'è da scommetterci, nonostante la momentanea quiete, il turbinio della crisi permanente e internazionale del capitalismo avrà nuove ricadute sociali e massificate specie nella periferia UE.
Stupiscono le letture semplificate per cui tenere lontano Salvini dal Viminale, produrre un patto politico alchemico con una base sociale minima se pure colorato di verde e salmone potrebbe portare a ri-contendere l'egemonia culturale del sovranismo sui settori popolari. Una fuga sull'autonomia del politico che non concepisce minimamente le dinamiche di classe e le contraddizioni sovrastanti e sottostanti al fatto del governo. Basterebbe considerare il personale politico su cui si dovrebbe articolare questa opzione per farsi due risate, un minimo di memoria della storia recente e un briciolo di visione di lungo respiro. Ma se non fosse sufficiente toccherebbe sottolineare come l'esperienza di governo PD-5stelle, unta da Grillo con la considerazione della necessità dei pentastellati di diventare progressisti (che misera parabola infine quella dei "portavoce" dei cittadini), non sarebbe altro che il primo parodico esperimento della risposta liberal capitalista al sovranismo sotto l'ombrello del Green New Deal. Nessuna messa in discussione del paradigma della crescita, dell'accumulazione e dell'estrattivismo. Preoccupa pensare ai seminari, agli articoli, ai percorsi di lotta in cui si sostiene che non può esistere nessun capitalismo green, e poi sentire affermare che è necessario "ingoiare il rospo". Una visione tutta tattica e miope di chi ritiene che l'abolizione dei due decreti sicurezza non avrà come contropartita altre misure, magari più raffinate, di disciplinamento, repressione e controllo biopolitico. Sì, perché nessuna nuova verginità si può concedere a partiti come il PD che a pancia piena si permettono di dare lezioni di civiltà ai barbari, contenti dei porti chiusi, quando poi la loro solidarietà è puro paternalismo ipocrita, sfruttamento di persone all'interno del sistema di produzione capitalistica travestito da tolleranza per il diverso.
Sono indubbi la spoliticizzazione, la frammentazione e l'individualismo, l'egoismo sociale che si sono diffusi nel nostro paese e che la compagine giallo-verde ha sostanzialmente implementato, ma pensare che un governo PD-5S possa dall'alto aprire spazi per una ri-educazione alla solidarietà, alla tolleranza e al civismo in un fronte contro la barbarie è illusorio, quando non immediatamente classista (nelle sue varianti che sfumano da una pedagogia per i barbari fino al mito del buon selvaggio metropolitano) e riporta indietro a concezioni sconfitte dalla storia. Una cura culturale e via, come se il sovranismo fosse un raffreddore. Senza considerare che, se ancora una volta i settori di classe scelgono di collocarsi sui fronti che, più efficacemente, possono inserire confusione sul piano sistemico capitalistico, pur nella completa assenza di una esperienza collettiva della contrapposizione, un motivo ci sarà e tocca a noi indagarlo.
Dunque che la crisi di governo e il suo teatrino si risolvano in una direzione o in un'altra non bisogna nutrire aspettative, illusioni, frontismi, ma piuttosto tocca andare a capire come si riposizioneranno in questa dinamica i diversi settori di classe e quali pulsioni possono aprire possibilità per una rottura reale della compatibilità capitalista che metta in difficoltà tanto l'opzione sovranista, quanto quella del green capitalism, come in parte stiamo vedendo succedere in Francia.
Fonte
Si pensa che un governo di questo genere potrà fare da argine all'avanzare della barbarie e aprire nuovi spazi per una classica dinamica progressista e riformista. E certo che fa piacere vedere il Capitone finalmente in difficoltà e la Lega in caduta libera nei sondaggi, ma è miope e superficiale pensare che un eventuale governo di legislatura giallo-salmone potrà infliggere un colpo mortale al sovranismo e alla sua declinazione italiana del "salvinismo".
Lo diciamo da anni, le contraddizioni che hanno portato a questa fase non sono né congiunturali, né localizzate e sono qui per restare ancora per diverso tempo.
Innanzitutto va analizzata la perdita di consenso di Salvini in un quadro in cui non c'è una corrispondenza reale tra la caduta nei sondaggi della Lega e il crescere del sostegno ad altri partiti (e nell'assenza di significativi movimenti di massa che non si riducano alla dimensione mediale): ad aumentare sono soprattutto gli indecisi. Salvini paga il suo "tradimento" al governo giallo-verde, il tempismo completamente sbagliato e una retorica, quella del partito del Sì, che non comunica immediatamente con la pancia del paese, ma solo con una parte storica del suo elettorato, e che alla maggior parte risulta almeno esagerata se utilizzata per provocare la rottura del governo, vista anche la resa quasi totale dei grillini sulle battaglie storiche. Paga soprattutto l'immagine per cui, per un tornaconto personale e partitico, il Capitone ha provocato la crisi del primo governo che, nella percezione degli italiani, nonostante tutti i suoi difetti e le sue incoerenze è stato un'increspatura nel solito procedere del gattopardismo parlamentare nostrano. Poco importa quanto questa alterità sia reale o solamente immaginaria, a Salvini viene rimproverata l'occasione persa e che difficilmente si ripresenterà.
Ma mesi, anni di opposizione come unica alternativa a un 5stelle normalizzato e garante degli assetti europei, anche se blandamente ricontrattati, (si veda gli apprezzamenti mossi da Tusk per Conte) e un PD ancorato alla cadrega e senza identità, probabilmente cancelleranno questo scotto e ripresenteranno una Lega o chi per lei ancora più radicata nel senso comune. Perché, c'è da scommetterci, nonostante la momentanea quiete, il turbinio della crisi permanente e internazionale del capitalismo avrà nuove ricadute sociali e massificate specie nella periferia UE.
Stupiscono le letture semplificate per cui tenere lontano Salvini dal Viminale, produrre un patto politico alchemico con una base sociale minima se pure colorato di verde e salmone potrebbe portare a ri-contendere l'egemonia culturale del sovranismo sui settori popolari. Una fuga sull'autonomia del politico che non concepisce minimamente le dinamiche di classe e le contraddizioni sovrastanti e sottostanti al fatto del governo. Basterebbe considerare il personale politico su cui si dovrebbe articolare questa opzione per farsi due risate, un minimo di memoria della storia recente e un briciolo di visione di lungo respiro. Ma se non fosse sufficiente toccherebbe sottolineare come l'esperienza di governo PD-5stelle, unta da Grillo con la considerazione della necessità dei pentastellati di diventare progressisti (che misera parabola infine quella dei "portavoce" dei cittadini), non sarebbe altro che il primo parodico esperimento della risposta liberal capitalista al sovranismo sotto l'ombrello del Green New Deal. Nessuna messa in discussione del paradigma della crescita, dell'accumulazione e dell'estrattivismo. Preoccupa pensare ai seminari, agli articoli, ai percorsi di lotta in cui si sostiene che non può esistere nessun capitalismo green, e poi sentire affermare che è necessario "ingoiare il rospo". Una visione tutta tattica e miope di chi ritiene che l'abolizione dei due decreti sicurezza non avrà come contropartita altre misure, magari più raffinate, di disciplinamento, repressione e controllo biopolitico. Sì, perché nessuna nuova verginità si può concedere a partiti come il PD che a pancia piena si permettono di dare lezioni di civiltà ai barbari, contenti dei porti chiusi, quando poi la loro solidarietà è puro paternalismo ipocrita, sfruttamento di persone all'interno del sistema di produzione capitalistica travestito da tolleranza per il diverso.
Sono indubbi la spoliticizzazione, la frammentazione e l'individualismo, l'egoismo sociale che si sono diffusi nel nostro paese e che la compagine giallo-verde ha sostanzialmente implementato, ma pensare che un governo PD-5S possa dall'alto aprire spazi per una ri-educazione alla solidarietà, alla tolleranza e al civismo in un fronte contro la barbarie è illusorio, quando non immediatamente classista (nelle sue varianti che sfumano da una pedagogia per i barbari fino al mito del buon selvaggio metropolitano) e riporta indietro a concezioni sconfitte dalla storia. Una cura culturale e via, come se il sovranismo fosse un raffreddore. Senza considerare che, se ancora una volta i settori di classe scelgono di collocarsi sui fronti che, più efficacemente, possono inserire confusione sul piano sistemico capitalistico, pur nella completa assenza di una esperienza collettiva della contrapposizione, un motivo ci sarà e tocca a noi indagarlo.
Dunque che la crisi di governo e il suo teatrino si risolvano in una direzione o in un'altra non bisogna nutrire aspettative, illusioni, frontismi, ma piuttosto tocca andare a capire come si riposizioneranno in questa dinamica i diversi settori di classe e quali pulsioni possono aprire possibilità per una rottura reale della compatibilità capitalista che metta in difficoltà tanto l'opzione sovranista, quanto quella del green capitalism, come in parte stiamo vedendo succedere in Francia.
Fonte
22/01/2018
Autonomie regionali e campagne elettorali. Bonaccini e Maroni ci riprovano.
È un’appassionante saga a puntate quella della “via emiliana per l’autonomia” che vede l’Emilia Romagna in trattativa per il riconoscimento di forme e condizioni particolari di autonomia, ai sensi dell’art. 116 della Costituzione. (Per approfondire clicca QUI)
In un intervento nell’Assemblea Legislativa regionale lo scorso 15 gennaio il presidente della regione, Stefano Bonaccini, ha fatto il punto sul percorso intrapreso negli ultimi mesi. “Il confronto è aperto e procede in stato avanzato soprattutto su istruzione, lavoro, ambiente e sanità - dichiara il presidente - e fra due settimane, nella seduta del 30-31 gennaio, l’assemblea legislativa potrebbe già approvare il mandato a siglare l’accordo”. I presidenti delle regioni ER e Lombardia, Bonaccini e Maroni, fedeli protagonisti d’avventure di questa novella, puntano a stipulare una pre-intesa prima delle elezioni politiche del 4 marzo, in modo da piantare una bandierina in vista del percorso contrattuale che sarà da avviare con la prossima legislatura. Ricordiamo che il procedimento prevede: 1) una iniziativa della Regione; 2) una consultazione con gli enti locali; 3) il rispetto dei principi dell’art. 119 Cost.; 4) l’intesa tra la Regione interessata e lo Stato; 5) l’approvazione della legge da parte delle Camere a maggioranza assoluta.
L’iniziativa regionale dell’Emilia Romagna è a cura della Giunta ed è rivolta al Governo con il quale il 18 ottobre scorso si è formalizzata sulla carta l’approvazione del percorso di autonomia. Dopo la firma della dichiarazione d’intenti e l’inizio formale del negoziato lo scorso 9 novembre, oggi il presidente Bonaccini ha la premura di informarci che il percorso con l’esecutivo nazionale condiviso con la Lombardia sta felicemente proseguendo in un clima oltretutto sereno visto che anche gli iniziali rigurgiti della Lega, che tentavano di differenziarsi e opporsi al progetto marchiato PD rivendicando istanze secessioniste della Romagna dall’Emilia, sono caduti nel nulla. Anche i 5 stelle hanno dato l’ok all’autonomia mettendo sul tavolo alcuni elementi (come la rimodulazione del bollo auto in base alla capacità di inquinamento), non prima di aver accusato Bonaccini di gestire questa trattativa da padrone e non da Presidente, come uomo solo al comando.
La mossa di Bonaccini, che ora apre all’autonomia con una relativa fredda, sembra aver dato il via alla campagna elettorale, facendo entrare il tema dell’autonomia nel calderone delle promesse elettorali e delle soluzioni miracolose che il PD emiliano romagnolo vuole propinare agli elettori, nella speranza di attrarre quella parte di elettorato che negli anni si è mosso dal PD ad altre sponde.
Che questo non fosse un accordo di portata storica come lo ha definito più volte Bonaccini è facile intuirlo. Del resto chiunque vada al governo (anche locale) non avrà vita facile dovendo rispettare il “patto di stabilità” dei trattati europei e l’obbligo al pareggio di bilancio inserito nella costituzione. Gli appetiti dei poteri forti, della finanza, di quella speculazione che fa affari sulle forti disparità sociali, su opere inutili e su progetti faraonici, le basi per ulteriori privatizzazioni possibili, avranno ancora più spazio se la ricchezza sarà trattenuta “in casa”. Ma anche con questa mossa, l’impoverimento che ha investito tutti i lavoratori non si arresterà e i problemi sociali resteranno ancora tutti senza risposte e senza soluzioni.
Il ruolo che la regione si gioca in quanto area politico economica “virtuosa” (LEGGI QUI ) determina il tipo di interessi a cui risponde questo tentativo di riconoscimento delle autonomie che può diventare l’assetto istituzionale idoneo, per consentire all’establishment di perseguire gli “interessi nazionali” in un contesto di competizione interna che si sviluppa tra gli stati dell’Unione Europea. D’altro canto, in un contesto produttivo dove i margini di profitto sono comunque tutto sommato ristretti, metter mani su una quota delle tasse diventa il modo più semplice di ridurre i costi e conformare il territorio intorno ai bisogni dell’impresa. Motivo per cui tutto l’arco delle forze politiche avvalla il progetto senza guardare alla popolazione fatta di lavoratori dipendenti, precari, pensionati, disoccupati, ai quali si promette la solita favola che se le cose andranno meglio per le imprese allora andranno meglio per tutti. Il Pd senza avere troppi argomenti con cui “sedurre” gli elettori fa della Lega e delle destre nazionali un finto nemico di comodo quando invece, come due facce della stessa medaglia, i due partiti si trovano perfettamente allineati su una linea profondamente reazionaria.
Fonte
In un intervento nell’Assemblea Legislativa regionale lo scorso 15 gennaio il presidente della regione, Stefano Bonaccini, ha fatto il punto sul percorso intrapreso negli ultimi mesi. “Il confronto è aperto e procede in stato avanzato soprattutto su istruzione, lavoro, ambiente e sanità - dichiara il presidente - e fra due settimane, nella seduta del 30-31 gennaio, l’assemblea legislativa potrebbe già approvare il mandato a siglare l’accordo”. I presidenti delle regioni ER e Lombardia, Bonaccini e Maroni, fedeli protagonisti d’avventure di questa novella, puntano a stipulare una pre-intesa prima delle elezioni politiche del 4 marzo, in modo da piantare una bandierina in vista del percorso contrattuale che sarà da avviare con la prossima legislatura. Ricordiamo che il procedimento prevede: 1) una iniziativa della Regione; 2) una consultazione con gli enti locali; 3) il rispetto dei principi dell’art. 119 Cost.; 4) l’intesa tra la Regione interessata e lo Stato; 5) l’approvazione della legge da parte delle Camere a maggioranza assoluta.
L’iniziativa regionale dell’Emilia Romagna è a cura della Giunta ed è rivolta al Governo con il quale il 18 ottobre scorso si è formalizzata sulla carta l’approvazione del percorso di autonomia. Dopo la firma della dichiarazione d’intenti e l’inizio formale del negoziato lo scorso 9 novembre, oggi il presidente Bonaccini ha la premura di informarci che il percorso con l’esecutivo nazionale condiviso con la Lombardia sta felicemente proseguendo in un clima oltretutto sereno visto che anche gli iniziali rigurgiti della Lega, che tentavano di differenziarsi e opporsi al progetto marchiato PD rivendicando istanze secessioniste della Romagna dall’Emilia, sono caduti nel nulla. Anche i 5 stelle hanno dato l’ok all’autonomia mettendo sul tavolo alcuni elementi (come la rimodulazione del bollo auto in base alla capacità di inquinamento), non prima di aver accusato Bonaccini di gestire questa trattativa da padrone e non da Presidente, come uomo solo al comando.
La mossa di Bonaccini, che ora apre all’autonomia con una relativa fredda, sembra aver dato il via alla campagna elettorale, facendo entrare il tema dell’autonomia nel calderone delle promesse elettorali e delle soluzioni miracolose che il PD emiliano romagnolo vuole propinare agli elettori, nella speranza di attrarre quella parte di elettorato che negli anni si è mosso dal PD ad altre sponde.
Che questo non fosse un accordo di portata storica come lo ha definito più volte Bonaccini è facile intuirlo. Del resto chiunque vada al governo (anche locale) non avrà vita facile dovendo rispettare il “patto di stabilità” dei trattati europei e l’obbligo al pareggio di bilancio inserito nella costituzione. Gli appetiti dei poteri forti, della finanza, di quella speculazione che fa affari sulle forti disparità sociali, su opere inutili e su progetti faraonici, le basi per ulteriori privatizzazioni possibili, avranno ancora più spazio se la ricchezza sarà trattenuta “in casa”. Ma anche con questa mossa, l’impoverimento che ha investito tutti i lavoratori non si arresterà e i problemi sociali resteranno ancora tutti senza risposte e senza soluzioni.
Il ruolo che la regione si gioca in quanto area politico economica “virtuosa” (LEGGI QUI ) determina il tipo di interessi a cui risponde questo tentativo di riconoscimento delle autonomie che può diventare l’assetto istituzionale idoneo, per consentire all’establishment di perseguire gli “interessi nazionali” in un contesto di competizione interna che si sviluppa tra gli stati dell’Unione Europea. D’altro canto, in un contesto produttivo dove i margini di profitto sono comunque tutto sommato ristretti, metter mani su una quota delle tasse diventa il modo più semplice di ridurre i costi e conformare il territorio intorno ai bisogni dell’impresa. Motivo per cui tutto l’arco delle forze politiche avvalla il progetto senza guardare alla popolazione fatta di lavoratori dipendenti, precari, pensionati, disoccupati, ai quali si promette la solita favola che se le cose andranno meglio per le imprese allora andranno meglio per tutti. Il Pd senza avere troppi argomenti con cui “sedurre” gli elettori fa della Lega e delle destre nazionali un finto nemico di comodo quando invece, come due facce della stessa medaglia, i due partiti si trovano perfettamente allineati su una linea profondamente reazionaria.
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