Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/08/2026

“Ecco come è nata Vita spericolata, la canzone più fraintesa di sempre”

Un temporale in Sardegna, un concerto bloccato dalla pioggia e l’abitacolo di un’automobile trasformato nel luogo di un’intuizione destinata a entrare nella storia della musica italiana. Vasco Rossi ha ricordato sui social la genesi di “Vita spericolata”, nata nell’estate del 1982 a Cagliari, mentre il maltempo impediva alla band persino di effettuare le prove.

“Dovevo fare un concerto. Eravamo bloccati dalla pioggia davanti a un campo sportivo, non si potevano nemmeno fare le prove e io ero chiuso in macchina”, ha raccontato Vasco. Da mesi cercava le parole adatte per una melodia composta da Tullio Ferro, suo collaboratore anche in altre canzoni. Poi, durante quell’attesa forzata, arrivò improvvisamente l’illuminazione: “Voglio una vita...”.

Da quel primo frammento scaturirono rapidamente le parole successive: “maleducata”, “spericolata”, “di quelle che non dormi mai”. Il testo, che in una prima stesura avrebbe dovuto essere dedicato a una ragazza di nome Licia, finì però per assumere un significato molto più ampio. Vasco riuscì a dare forma a un sentimento che, secondo lui, accomunava molti giovani dell’epoca: “La paura di una vita piatta, tranquilla, priva di emozioni”.

Il brano nasceva infatti nel passaggio tra le disillusioni degli anni Settanta e l’euforia del nuovo decennio. “Era una canzone nata dalla sbornia di ottimismo probabilmente ingenuo degli anni Ottanta”, ha spiegato il rocker, ricordando come quella stagione arrivasse dopo “la grande illusione del sogno di poter cambiare il mondo o almeno il sistema che metteva al centro la merce, il profitto, il consumismo, la pubblicità, invece che l’uomo”. Alle spalle restavano la sconfitta dei movimenti degli anni Settanta e la tragedia del terrorismo, mentre avanzava il desiderio di ricominciare e riappropriarsi della propria esistenza. “Chi non vuole una vita spericolata a 30 anni? Una vita piena di avventura...”, ha aggiunto Vasco.

Dopo l’esordio sanremese del 1982 con “Vado al massimo”, Vasco Rossi tornò al Festival nel 1983 proprio con “Vita spericolata”. La canzone si classificò al penultimo posto, ma il risultato della gara si sarebbe rivelato irrilevante. Pubblicata su 45 giri insieme a “Mi piaci perché” e inserita nello stesso anno nell’album “Bollicine”, diventò progressivamente uno dei grandi classici della canzone italiana.

Anche il celebre riferimento al Roxy Bar contribuì alla mitologia del pezzo. Il nome richiamava “Che notte” di Fred Buscaglione e sarebbe stato poi ripreso negli anni Novanta da Red Ronnie per il suo programma televisivo. Nel tempo “Vita spericolata” è stata reinterpretata da numerosi artisti, fra i quali Francesco De Gregori, che la incluse nell’album “Il bandito e il campione”, e Massimo Ranieri. Gino Paoli citò invece il suo inciso nel finale di “Quattro amici”, affidandolo alla voce dello stesso Vasco. Ne esiste anche una versione in inglese cantata da Tullio Ferro.

Il successo, tuttavia, ha finito spesso per deformarne il senso. Secondo Vasco, “Vita spericolata” non è un elogio dell’incoscienza o dell’autodistruzione, ma l’espressione del desiderio di vivere pienamente. “È una delle canzoni più fraintese della storia dell’umanità”, ha osservato, definendola “un inno alla vita vissuta spericolatamente, nel senso di intensamente, con entusiasmo, con forza”.

A 44 anni da quel pomeriggio piovoso a Cagliari, Vasco rivendica così il significato più profondo della sua canzone: il rifiuto di un’esistenza senza passioni, emozioni e libertà.

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10/04/2023

Vasco Rossi - 1983 - Bollicine

Coca Cola
E sei protagonista

Ci sono periodi in cui gioia e malessere "scopano" ogni giorno. È un rapporto sfrenato, che brucia anche senza preavviso. Una droga, in certi casi.

Ebbene, il 1983 è per Vasco Rossi l'anno in cui questo momento speciale raggiunge il K2 con la resistenza di uno sherpa. La transizione tra il culmine dell'estro artistico e il declino umano. Ma soprattutto l'anno in cui viene pubblicato l'album più iconico di tutta la carriera del cantautore rock emiliano.

"Bollicine" è il disco con cui il futuro conquistatore di masse e classifiche gioca meglio le sue carte. L'album più a nudo, al netto dei chiaroscuri. A cominciare dai doppi sensi di cui la title track è piena. E a finire con la canzone generazionale per eccellenza: "Vita spericolata". Uno di quei miracoli dalla rendita pressoché infinita. Non a caso, De Gregori ne eseguirà una cover dieci anni dopo e Vasco ricambierà con una sua versione live a San Siro di "Generale" durante il concerto "Rock sotto l'assedio".

È un instant classic, come direbbero gli anglofoni. Nello specifico la liberazione che si fa corpo. Un manifesto genuino, verace, disarmante.

"Vita spericolata" è la derapata con sorpasso di un trentunenne fino a quel momento poco inteso. Vasco è l'uomo che, inneggiando Steve McQueen, brama in largo anticipo la morte, abbracciando la follia, la pura gioia, al punto da mandare, con poche semplici parole, letteralmente in tilt la borghesia bigotta seduta sulle poltrone dell'Ariston con tutti i suoi lacchè. L'abbandono improvviso a Sanremo, con il playback che continua a girare, è noto anche ai muri e restituisce l'eternità di un addio mai più così spassionato.

Ma il Vasco di "Bollicine" non è solo quello blasonato. Nelle altre sei canzoni, il saliscendi di umori, invettive, sfottò, presagi e alienazioni non dà tregua. "Bollicine" è unico nel suo genere anche per questo. È un album stravagante, tanto geniale quanto schietto. Inoltre estremamente ondulato, imprevedibile. Si va da una canzone in bocca a tutto il paese a una chicca ancora oggi sconosciuta a tanti.

Da "Bollicine", con cui Vasco vincerà il Festivalbar, a "Ultimo domicilio conosciuto" il passo è meravigliosamente breve. L'animale da palcoscenico convive con l'ex-disc jockey smarrito. Il sarcasmo tutto emiliano è il collante perfetto. Ci si ritrova quindi con due anime che albergano tra le stanze di un racconto che ha per giunta il dono della sintesi, eccezion fatta per il parlato volutamente incomprensibile inserito come special in "Bollicine". Perché inseguire continuamente uno schema sintetico è l'inclinazione perpetua. Lo è in quanto Vasco adora Enzo Jannacci. Basti considerare la canzone che, sia detto di passata, per chi scrive è la cima assoluta del Blasco nazionale: "Ogni volta".

Pubblicata soltanto l'anno prima nell'altrettanto miliare "Vado al massimo", "Ogni volta" è l'omaggio malinconico a Jannacci, alla sua scrittura, alla essenza poetica. Ed è anche l'apripista delle immediate intenzioni. "Giocala", ad esempio, che ne insegue appunto la melodia con una linea di basso scoppiettante. Senza troppe moine, è yacht rock (!) all'italiana.

Cogliere un'opportunità a letto per non farsi fottere dall'orgoglio: Vasco maneggia fratture e sottrae. Atterra infine l'uomo medio. La vita qualunque degli altri. Di quelli che ostentano normalità, vergognandosi del resto. Il suo è un rock sanguigno che riprende, "involontariamente", il Vangelo secondo Giovanni: "Chi è senza peccato scagli la prima pietra".

Non mi vorrai fare credere che
Una deviazione neanche
Sì potrebbe essere tua figlia
Quante volte, quante, dai
C'hai pensato, a me lo puoi dire dai
Non sei un diavolo, sai
Mica ti voglio fare del male sai
Quante deviazioni hai

La squadra di musicisti che accompagna Vasco in studio è perlopiù eccelsa. Ai fidati Guido Elmi, Maurizio Solieri, Massimo Riva, Claudio Golinelli si aggiungono, tra gli altri, Dodi Battaglia, Lele Melotti ed Ernesto Vitolo. Insomma, una bella combriccola.

Non mancano poi le stranezze. Tipo "Ultimo domicilio conosciuto", che riprende il titolo del film del 1970 di José Giovanni, per un brano new wave alla David Bowie – fase "Low", per intenderci – e inneggiante alle radio libere: "A seguito della ingiunzione del pretore Grassi di Bologna, che, attraverso la Escoport, ha ordinato la disattivazione di tutti i punti radio delle emittenti private". New wave a secchiate in faccia anche nella conclusiva "Mi piaci perché", con il basso ancora irresistibile del "Gallo" Golinelli, che sguscia in escandescenza prima che il synth sbilenco entri a gamba tesa sul finale, ad anticipare una chiosa, "Lei è tua mamma?", pronunciata alla velocità della luce da Vasco, giusto per chiudere al meglio la faccenda.

Mi piaci perché sei sporca, perché sei sporca
Mi piaci perché sei porca, perché sei porca
Mi piaci perché sei falsa, perché sei falsa
Mi piaci perché sei bastarda, perché sei bastarda
Tra una provocazione e una cruda confessione ("Portatemi Dio"), Vasco Rossi tira fuori anche l'altro miracolo senza tempo dell'album, "Una canzone per te", per una dichiarazione d'amore verso la canzone stessa, che diventa donna e dunque fonte di vita. Vasco canta come nascono le sue canzoni. La spontaneità è alla base di tutto. La semplicità e l'essenzialità di cui sopra formano un orizzonte raggiunto. "Una canzone per te" è a pieno titolo l'ennesimo capolavoro di un cantautore all'apice.
Seguirà di lì a poco l'arresto per cocaina. Ventidue giorni di prigione, dei quali cinque in isolamento. Fabrizio De André e Dori Ghezzi saranno i soli, tra i nomi in vista, a fargli visita. "L'unico rocker credibile in Italia", dirà il primo. E come dargli torto.

Il successivo "Cosa succede in città" sarà inevitabilmente l'album più disturbato e controverso. Per certi aspetti anche il più "odiato" da Vasco. Che si sentirà incompreso, prima di rinascere come star intoccabile, idolatrata a vita da quello che sarà il suo "popolo", tra tournée da record e dischi che lo consegneranno definitivamente alla storia come "C'è chi dice no" e "Liberi Liberi".

Tra le due incisioni, spunterà addirittura anche una pellicola di Giandomenico Curi, "Ciao ma'...", che ne celebra l'onnipotenza, il culto per una generazione intera, tra aspiranti paninari, bravi ragazzi "perduti", giovani amanti e coatti di quartiere.

È la Vasco-mania della prima ora. Quella più sincera. Da non confondere con una seconda valanga di fan, quella che inneggia il cosiddetto "komandante", ovvero il Vasco stanco degli ultimi anni.

Dal 1995 in poi, infatti, il rocker di Zocca perderà inesorabilmente e inequivocabilmente la propria miccia, spegnendosi tra una fetecchia e l'altra come un petardo mal costruito. Riascoltare oggi un album gigante come "Bollicine" implica, dunque, anche dividere la densità di due storie dal peso specifico infinitamente diverso.

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18/06/2021

«‘Siamo solo noi’ è una sassata che fece imbestialire tutti»

Nell’aprile di quarant’anni fa usciva Siamo solo noi, uno di quegli album capaci di cambiare le regole del gioco, per lo meno quelle di un Paese che poteva annoverare tra le proprie fila un gran numero di cantautori di livello assoluto, ma che sul piano del rock viveva ancora sostanzialmente delle imitazioni di Elvis fatte da Little Tony e Bobby Solo. Al di là di un personaggio come Adriano Celentano e dei gruppi che avevano sposato in modo sublime la causa del progressive, in Italia prima di Siamo solo noi un album costruito su basso, batteria e chitarra, suonato praticamente in presa diretta e con testi di quel tipo non si era mai sentito. Merito dell’audacia di Vasco Rossi, ma anche di un gruppo di musicisti e addetti ai lavori nel posto giusto al momento giusto.

Tra questi c’era il giovane Maurizio Biancani, già al lavoro da anni con Vasco e Lucio Dalla, che da lì a breve sarebbe diventato uno degli ingegneri del suono più richiesti del nostro Paese. «Non era la prima volta che lavoravo con Vasco. Anzi, a dirla tutta, la mia carriera e quella di Vasco hanno avuto percorsi completamente paralleli e complementari. Avevamo iniziato insieme con …Ma cosa vuoi che sia una canzone… e siamo andati avanti per quarant’anni. L’unico album che mi sono perso è stato Colpa d’Alfredo, perché stavo lavorando con Dalla e le tempistiche non lo permisero. Però tornai al momento giusto».

Siamo solo noi, ristampato in una edizione speciale della serie R>PLAY per il qurantennale, rappresentò la rottura quasi completa con il background musicale di Vasco Rossi: «Mi commuovo ancora quando penso a quelle session, perché fu la prima volta in cui in sala di registrazione respiravo un’aria completamente nuova, per noi decisamente rivoluzionaria. Se è vero che la svolta di pubblico sarebbe giunta solo con Bollicine, un disco che ci avrebbe portato a trovarci di fronte a 30 mila persone rispetto alle 2000 che avevamo visto fino ad allora, fu con Siamo solo noi che Vasco ruppe con tutto il passato musicale italiano, compreso il suo».

Dell’insegnamento dei cantautori restava forse solo la struttura dei testi, ancora dominati dall’abbondante uso della parola, della voglia di raccontare storie, ma se prima il tutto era inserito in un contesto musicale che poteva rimandare tanto a Jannacci che a Rino Gaetano, passando per De André, De Gregori o Mogol, ora a farla da padrone era una tensione musicale assente in precedenza. «Non è un caso che lo stesso Vasco continui a sottolineare il suo passaggio da cantautore classico a cantautore rock. Essendo cresciuto in un contesto socio-culturale ben preciso, era inevitabile che venisse influenzato da un certo tipo di autori. Al di là dei soliti, ricordo la sua passione per Lucio Battisti e per le sue innovazioni dal punto di vista musicale. Per esempio adorava l’utilizzo che Lucio aveva fatto delle seconde voci e lo portò all’interno della propria musica. Ma se parliamo di linguaggio, i suoi testi ormai non avevano più metri di paragone. Fino a Non siamo mica gli americani i nostri dischi si basavano ancora su canoni conosciuti, con l’aggiunta di invenzioni sonore atipiche, quasi da cabaret per certi versi, ma comunque ancora sostanzialmente in linea col passato. Da Siamo solo noi in avanti, invece, abbiamo in qualche modo dato vita a un classic rock italiano. È un album senza tastiere, rabbioso, in cui gli unici momenti di ammorbidimento erano caratterizzati da Incredibile romantica e Che ironia, che fungeva un po’ da trait d’union con certe cose del passato. Il resto era una sassata, da tutti i punti di vista».

Oggi come allora, brani come Ieri ho sgozzato mio figlio o Valium rendono bene l’idea di quanto Vasco si stesse spingendo oltre i cliché che avevano caratterizzato fino a quel momento la musica che entrava in classifica. «Sai, magari oggi un brano come Valium può far sorridere, se consideri il salto culturale avvenuto negli ultimi decenni, ma all’epoca era qualcosa di sconvolgente. Ci voleva coraggio. Vasco non aveva paura di dirti quello che era, quello che faceva. Per i benpensanti eravamo gli sbandati, i drogati, la feccia della società. Siamo stati costretti a censurare il titolo di Ieri ho sgozzato mio figlio perché i discografici la consideravano una bestemmia. E nemmeno si rendevano conto che parlava degli anni di piombo. E dal vivo eravamo la stessa cosa. Era sempre una lotta. Bologna all’epoca era forse la città più viva in Italia, uscivi dagli studi alle 4 di mattina e trovavi i ristoranti e i locali aperti, ma aveva vissuto la fine dei ’70 in modo molto intenso. Avevamo avuto i carri armati in piazza, poi sarebbe arrivata la strage. Sui palchi delle feste dell’Unità spesso salivano i fasci per menarci. Vasco si infilò in quel contesto facendo imbestialire tutti, dai giornalisti ai benpensanti, aprendo di fatto un mondo diverso. La sua forza stava nel fatto che tutto quello che diceva, che urlava, rappresentava esattamente il suo modo di vivere. Non era una cosa tipo: “Lo dico ma non lo faccio”. Era l’incarnazione di quello che cantava. Le sue erano accuse al sistema da uno che viveva fuori dal sistema».

Eppure, il merito di quella svolta non fu esclusivamente di Vasco. «Logicamente, quando Vasco arrivava in studio era evidente che fosse l’esempio da seguire istante per istante. Arrivava con delle parti di chitarra o canzoni abbozzate che aveva registrato per farci capire la direzione da seguire. A volte anche con i soli di chitarra cantati per far capire a Solieri come e dove partire, ma poi tutto avveniva in presa diretta in studio. Siamo solo noi fu fondamentale anche per creare quel clima quasi cameratesco che avrebbe caratterizzato la band negli anni successivi. Io, Solieri e Guido Elmi avevamo sostanzialmente lo stesso background musicale, che andava dai Deep Purple ai Led Zeppelin, passando per Jimi Hendrix. Ero un grande fan di Page e Blackmore, quindi mi trovavo circondato da gente che parlava il mio stesso linguaggio. Poi c’era Massimino Riva, che portava la sua ventata di AC/DC e punk, che per noi era qualcosa di poco conosciuto. Ieri ho sgozzato mio figlio era farina del suo sacco, per esempio, ma la sua importanza dal punto di vista musicale era enorme. Per molti era solo il ragazzo che Vasco si era portato via di casa, ma Massimo aveva una sensibilità musicale pazzesca: suonava già la ritmica in modo eccezionale e sapeva comporre. Non a caso Vasco gli lasciò sempre moltissimo spazio in fase di registrazione».

«Oggi può sembrare una follia, ma ai tempi ogni disco che facevi lo vivevi come se da quello dipendesse tutta la tua vita. Il resto non esisteva più. Era una cosa davvero estrema: si viveva lì e il resto non esisteva più, non contava più nulla. Però in quel modo veniva a crearsi una magia per cui ognuno dava tutto quello che poteva dal punto di vista creativo. Ce lo potevamo permettere perché eravamo liberi. Tutto cambiava nel corso delle registrazioni, si partiva da quei provini su cassetta e alla fine i pezzi erano completamente stravolti. Io montavo tutti gli strumenti in sala, microfonavo tutte le postazioni e poi si andava a braccio, arrangiando i pezzi direttamente in studio. Lo stesso riff di basso di Siamo solo noi di Golinelli nacque così: “Dai Claudio, facciamo una cosa che caratterizzi l’inizio del brano”. E lui se ne uscì con quella roba pazzesca. Ecco, l’arrivo del Gallo fu la ciliegina sulla torta. Vasco e Massimo andarono apposta a vedere la Nannini per rubarglielo. Lui aveva voglia di fare cose diverse e, quando capì in che razza di posto era finito, non se ne andò più. Diciamo che eravamo il gruppo migliore per uno come lui. Da ogni punto di vista».

Per Biancani, partecipare alla realizzazione di un album significava anche dare sfogo a tutta la sua fantasia e creatività e non solamente occuparsi dell’aspetto tecnico di ciò che veniva registrato. Non a caso, nelle crediti di copertina, non si parlava anche di effetti speciali. «Facevo anche il programmatore, quello che oggi chiamano sound designer. Non facevo il tastierista, facevo i suoni analogici delle tastiere. Mi ero appassionato al mondo della sperimentazione e della creazione sonora e mi occupavo di tutte quelle che possiamo definire sorprese acustiche nei dischi di Vasco. Per farti un esempio, quando registrammo Bollicine trovai una scatola di Alka-Seltzer e ne buttai una pastiglia dentro a un bicchiere per creare l’effetto della Coca-Cola appena stappata. Oppure tutte le volte che facevamo passare la voce attraverso una radio per dare l’effetto di un altoparlante. Eri costretto a spremere le meningi. I campionatori non esistevano e dovevi inventare tutto al momento. Poi, se l’esperimento faceva schifo, tagliavi il nastro e ci riprovavi. Ma la soddisfazione di aver creato ex novo un suono che prima non esisteva era incredibile. Una cosa è cercare in libreria un suono che qualcuno ha già fatto, un altro è sapere che sei il primo a utilizzarlo. Dovevi rischiare».

A detta di tutti i protagonisti di quella storia, per la prima volta, ognuno di loro si rese conto davvero di avere tra le mani qualcosa di unico, che avrebbe potuto rappresentare un nuovo canone per gli anni a venire. «Sembra un cliché, ma quando stai realizzando qualcosa di così intenso e innovativo, dentro di te c’è una vocina che te lo conferma. Si capiva che il percorso iniziato con Colpa d’Alfredo aveva raggiunto un nuovo picco. Se penso a Dimentichiamoci questa città, forse il pezzo che anche dal vivo mi ha sempre esaltato di più, mi vengono ancora i brividi. Se esistesse una sorta di varco spazio-temporale non ho dubbi su quale sarebbe il primo posto in cui vorrei essere catapultato. Credo che Siamo solo noi sia diventato un inno generazionale proprio perché parlava di come ci sentivamo tutti in quel momento. Era composto da strofe non buttate lì per caso o per il semplice gusto di provocare. Quella era la vita che facevamo. Il mal di testa, il toast e tutte quelle immagini evocavano il nostro stile di vita. Vasco è sempre andato avanti con la propria testa. Negli anni il suo modo di scrivere è cambiato, ha lasciato via via sempre più spazio alla malinconia e all’amarezza. Si è guardato indietro e ha capito di aver sbagliato molto, di aver fatto anche male a molte persone, ma di essere comunque sempre stato fedele a se stesso. Lui è sempre stato uno vero. Chi fa finta di dire una cosa, ma poi pensa e vive in modo diverso, ha vita breve. Perché il pubblico non è stupido».

Fonte

 

 

14/07/2017

Alba Chiara


Ha ragione chi scrive che Vasco è da considerarsi tra i migliori cantautori italiani. La capacità che ha manifestato nei suoi anni migliori di mettere in musica il regresso della società italiana negli anni '80 è portentosa.

26/06/2015

Delusa


In memoria delle sciacquette di Non è la Rai.
Quanto ci rincoglioniva la testa quella merda...

25/06/2015

Siamo solo noi


Uno spaccato pazzesco del vuoto creato dalla società post ideologica e a 34 anni di distanza ci siano ancora dentro fino al collo, ma molto, molto più soli.