Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/09/2023

L’IA non è un Paese per pochi

Pubblichiamo qui l’introduzione di Carola Frediani al primo e-book di Guerre di rete, dedicato all’intelligenza artificiale, dal titolo Generazione AI. Per ricevere l’e-book basta seguire le indicazioni sul sito (che aveva avviato un crowfunding anche a questo scopo).

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Per anni, agli occhi del grande pubblico e dei media, il termine intelligenza artificiale (IA o all’inglese AI, Artificial Intelligence) ha avuto lo stesso fascino e la medesima concretezza dell’espressione Big Data. Un guscio utile per convegni e paper, con pochi effetti visibili sul quotidiano o la società.

Poi nell’autunno 2022 sono arrivati ChatGPT, la corsa al lancio di prodotti basati su IA generativa, la possibilità di giocare o sperimentare con una miriade di strumenti – spuntati come funghi giorno dopo giorno – e la competizione fra le grandi aziende tech per rilanciare i propri servizi all’insegna di questa tecnologia.

È così iniziato un ciclo industriale e mediatico, fatto di annunci, investimenti, hype e dichiarazioni di ricercatori, che ha alzato una cortina fumogena su quel che è nuovo e quel che esiste da tempo; su quel che è rivoluzionario e quello che invece è reazionario; sui rischi effettivi e quelli presunti; su chi fa progredire il settore e chi è pronto a speculare; su chi trarrà vantaggio e chi verrà sfruttato.

Siccome le cortine fumogene non fanno mai bene all’informazione occorre ripartire dunque da alcuni elementi fondamentali. Quali sono le aziende in gioco e quale il ruolo di multinazionali consolidate come Microsoft, Google, Facebook? Quali elementi sono di novità e quali rischiano di essere gonfiati dalla grancassa che si è sviluppata attorno al settore? Che ruolo hanno la società civile, la politica, gli Stati di fronte a un panorama fatto di aziende private, concentrazione geografica, nonché di ricercatori in netto contrasto fra di loro sulla capacità, l’impatto e i rischi conseguenti a questa rivoluzione, sempre che si possa definire in tal modo?

Procediamo con ordine e partiamo dall’aspetto materiale. Facendo prima una premessa: studiosi di diversa natura riconoscono come il termine IA sia vago e ambiguo fin dalla sua nascita.

Alcuni di questi, come Yarden Katz, professore al Department of American Culture and Digital Studies Institute della University of Michigan, ritengono addirittura questa vaghezza e ambiguità funzionali a un uso ideologico di tale tecnologia. Ovvero, la nebulosità del concetto permette di reinterpretarlo continuamente sulla base di determinati interessi (che si tratti di aziende che promettano nuovi mercati agli investitori, di Stati che vogliano rafforzare la sorveglianza o di apparati militari che cerchino di legittimare armi “intelligenti”).

Ciò premesso, le basi di questa tecnologia (estremamente materiale, radicata nello sfruttamento di risorse, energia, dati e forza lavoro umana come sviscerato più volte da Kate Crawford, professoressa, ricercatrice e autrice del libro Atlas of AI) sono al momento concentrate in un manipolo di grandi aziende, Stati e aree geografiche.

Fino al 2014, la maggior parte dei più importanti modelli di machine learning (apprendimento automatico) sono stati rilasciati dal mondo accademico. Ma da allora, secondo il report AI Index della Stanford University, l’industria ha preso il sopravvento.

Perché “la costruzione di sistemi di IA all’avanguardia richiede sempre più spesso grandi quantità di dati, calcoli e soldi, risorse che gli operatori del settore possiedono intrinsecamente in quantità maggiore rispetto alle organizzazioni non profit e al mondo accademico”.

Per l’Institute for Human-Centered Artificial Intelligence dell’università americana l’IA è “sempre più definita dalle azioni di un piccolo gruppo di soggetti del settore privato, invece che da una più ampia gamma di rappresentanti della società“.

Negli stessi Stati Uniti, la maggior parte degli investimenti sono concentrati attorno ad alcuni hub e centri specifici.

Nel 2021, secondo un report dell’istituto Brookings, le città di San Francisco e San Jose, in California, esprimevano da sole circa un quarto degli articoli di conferenze, dei brevetti e delle aziende di IA a livello nazionale.

Certo, molte speranze sono riposte nei modelli aperti, open source, di IA. Fondamentali anche per garantire processi trasparenti, un fattore che a cascata ha ricadute in molti ambiti diversi.

Ma, come evidenzia il rapporto di Stanford, se è vero che l’open source e la concessione di licenze diffuse di modelli linguistici di grandi dimensioni possono decentralizzare l’industria, nello stesso tempo bisogna ricordare che l’ampia distribuzione di una tecnologia digitale non implica automaticamente un’equa distribuzione dell’innovazione, della creazione di posti di lavoro e della leadership esecutiva.

Insomma, nulla per ora può darsi per scontato, se non che partiamo da una polarizzazione di potere in alcune aziende e accademie.

Ma non si tratta solo di ricerca e di industria, questo accentramento riguarda anche il dibattito ideologico e politico sull’IA. Nel corso degli ultimi mesi, i media hanno dato grande spazio ai sostenitori dell’esistenza di un rischio esistenziale per l’umanità derivante da una IA superintelligente che possa superarci e addirittura sfuggire al nostro controllo (va detto che questo scenario è sempre presentato in modo estremamente vago e non è affatto chiaro come ciò possa davvero avvenire).

Il Center for AI Safety parla addirittura di un rischio estinzione derivante dalla IA, per cui il rafforzamento della governance di questa tecnologia dovrebbe essere una priorità globale al pari della prevenzione delle pandemie e delle guerre nucleari.

Uno scenario rafforzato dalle dichiarazioni di ricercatori che hanno fatto la storia del deep learning, come Geoffrey Hinton e Yoshua Bengio, oltre che del CEO di OpenAI Sam Altman (ne avevo scritto in vari numeri della newsletter Guerre di Rete).

Ma come scrivono una serie di accademici e studiosi del settore, “concentrarsi sulla possibilità che una superintelligenza fuori controllo uccida la specie umana può essere dannoso di per sé. Potrebbe distrarre le autorità di regolamentazione, l’opinione pubblica e gli altri ricercatori di IA dal lavoro per mitigare rischi più urgenti, come la sorveglianza di massa, la disinformazione e la manipolazione, l’uso improprio dell’IA in campo militare e l’inadeguatezza del nostro attuale paradigma economico in un mondo in cui l’IA svolga un ruolo sempre più importante”.

Inoltre, la discussione esistenziale rischia di oscurare una serie di questioni spinose e attuali che riguardano lo sfruttamento, senza consenso o retribuzioni, di dati, contenuti e opere prodotte da umani per addestrare i modelli di IA (che poi producono contenuti e opere che rischiano di togliere ossigeno e lavoro a quegli stessi umani, come dimostrato dalle preoccupazioni, le cause legali e le proteste di artisti e autori).

O ancora, la perpetuazione e la legittimazione scientifica di bias, pregiudizi e ingiustizie strutturali sicuramente precedenti alla IA ma che la sua applicazione miope rischia di cristallizzare (pregiudizi e sperequazioni di potere che si abbattono addirittura sulle stesse ricercatrici di IA che per prime ne hanno scritto, anche quando si parla di normazione ed etica del settore).

O l’impatto sul mondo del lavoro, dove per alcuni lo scenario, più che di robot ultraintelligenti che sostituiscano in tutto gli umani, è quello di un’amplificazione del lavoro precario e parcellizzato.

Così come di una turbo-burocrazia che potrebbe rendere ancora più iniqua l’attuale distribuzione di risorse e potere (pensiamo agli scandali che hanno riguardato sistemi algoritmici per regolare la gestione di welfare e benefit dentro la stessa Europa).

Si parla anche di come l’IA ambisca, fin dai suoi esordi e ancor più nell’attuale dibattito sulla superintelligenza, a una ridefinizione non tanto delle macchine, ma dell’umano.

Ne hanno scritto e parlato in tanti, più o meno direttamente, da Erik J. Larson (in The Myth of Artificial Intelligence: Why Computers Can’t Think the Way We Do), alla professoressa di linguistica e direttrice del laboratorio di linguistica computazionale dell’università di Washington Emily Bender (in più luoghi, come qui) ma anche il professore del MIT Joseph Weizenbaum, l’inventore negli anni ‘60 del primo chatbot ELIZA, di cui parliamo anche in questo speciale.

Eppure, ammoniva quest’ultimo nel suo libro Computer Power and Human Reason: From Judgement to Calculation, “c’è una differenza tra l’essere umano e la macchina e ci sono certi compiti che non si dovrebbe far fare ai computer, indipendentemente dal fatto che possano essere eseguiti dai computer”. Questione densa, che meriterebbe uno speciale a parte, e lascio qui solo come spunto di riflessione.

“Qualunque cosa sia l’IA, non è neutrale, e nemmeno noi possiamo esserlo”, scrive Dan McQuillan nel libro Resisting AI, forse il più critico e radicale di tutti, ma non c’è bisogno di sposarne interamente la visione per cogliere una buona parte della sua brillante analisi.

“L’IA è politica perché agisce nel mondo attraverso dinamiche che influenzano la distribuzione del potere, e le sue tendenze politiche si rivelano nel modo in cui stabilisce confini e separazioni”.

Negli ultimi mesi il parallelismo tra la ricerca sull’IA e quella sul nucleare è stato fatto più volte da molteplici soggetti. Non importa, in questa sede, che si tratti di un paragone corretto o meno (personalmente ritengo che ci siano più diversità che somiglianze e il solo fatto di avanzare questo parallelismo tende a legittimare la visione dei rischio-esistenzialisti), perché una riflessione in questo senso può comunque avere una sua utilità.

Tra tutti i libri o i film citati, quello che a mio avviso andrebbe riletto è quel saggio storico fenomenale di Robert Jungk, tradotto in italiano con il titolo Gli apprendisti stregoni. Storia degli scienziati atomici (Einaudi 1958), dove vengono esplorati i rapporti fra i fisici nucleari, la società e la politica.

“Quasi in ogni epoca c’è un campo del pensiero e dell’attività umana che attira con forza particolare gli spiriti dotati”, scrive Jungk, “così in certe epoche gli spiriti inquieti, tutti protesi al nuovo, sono portati particolarmente all’architettura; in altre alla pittura o alla musica, alla teologia o alla filosofia.

Improvvisamente – e nessuno potrebbe dire come – i più aperti avvertono in che punto esattamente si è dischiusa una breccia, e si spingono là dove possono sperare di non restare semplici discepoli, ma di divenire anch’essi fondatori e maestri. Proprio una siffatta forza di attrazione ebbe la fisica atomica negli anni che seguirono alla Prima Guerra Mondiale”
.

Vale oggi lo stesso per l’IA? Ci troviamo davvero di fronte a una breccia intellettuale? E se è così, davvero “viviamo su un’isola di fulmicotone... per accendere il quale, grazie a Dio, non abbiamo ancora trovato il fiammifero“, come scriveva nel 1921 il fisico tedesco Walter Nerst?

Se anche così mai fosse, dalla storia, come quella splendidamente raccontata da Jungk, un insegnamento possiamo trarlo: di fronte a una tecnologia davvero dirompente, non possiamo lasciare le decisioni né ai generali né ai soli scienziati. Politica, società civile, esperti di altre discipline e cittadini devono influenzare le scelte su come questa breccia trasformerà le loro vite.

“Ogni persona deve agire come se l’intero futuro del mondo dipendesse da lei”, scriveva ancora Weizenbaum, “qualsiasi cosa di meno è un restringimento della responsabilità e forza disumanizzante, perché qualsiasi cosa di meno incoraggia gli individui a vedersi come un mero attore in un dramma scritto da agenti anonimi, come meno di una persona, e ciò è l’inizio della passività e dell’assenza di scopo”.

Fonte

31/08/2023

Politica che comanda l’economia. Il segreto della Cina

Ragionare in termini ideologici (non “teorici”, che è all’opposto attività molto seria) porta sempre in un buco nero del pensiero da cui non si sa più come uscire.

È quel che avviene quasi sempre quando si prova a dare un giudizio sulle società “di transizione” dal capitalismo come lo conosciamo qui in Occidente (il neoliberismo praticamente senza freni) ad altre forme più o meno “progettate”.

In genere ci si ferma quasi subito di fronte alla domanda “è socialismo oppure no?”. Siccome la domanda è posta quasi sempre in termini, appunto “ideologici” – come se una società reale potesse corrispondere a criteri astratti, per altro molto variabili da “pensatore” a “pensatore” – la risposta non può che essere sempre negativa. Sia che si parli dei Soviet negli anni Venti o successivi; sia che di parli di Cina (nei vari periodi post-rivoluzione); sia che si discuta di paesi latino-americani (da Cuba “in giù”).

In effetti si deve dire che nessuna di queste società è “perfettamente socialista”. E neanche i gruppi dirigenti di quei paesi sono così ingenui da sostenerlo.

Stanno guidando società complesse – certo molto di più dei ristretti circoli di “pensatori” che le giudicano – con risultati assai diversi tra loro. Del resto sono ognuna il risultato di evoluzioni, tradizioni, culture, risorse differenti. E nessuno mai, salvo che nei sogni solitari notturni, può pensare che basti uno schiocco di “decreti rivoluzionari” per avere il mondo perfetto.

La premessa serve ad introdurre un piano di riflessione molto più concreto e “laico”, non ideologico, appunto.

E l’occasioni giusta ci sembra questo articolo – come sempre acuto – di Guido Salerno Aletta apparso su MilanoFinanza, che certo è non il tempio del comunismo...

Al contrario delle narrazioni catastrofiste che appaiono sul Corriere o su Repubblica, secondo cui difficoltà e fallimenti nel settore immobiliare, oppure il sostanziale controllo pubblico imposto su Alibaba, “proverebbero” – a giorni alterni – che “il modello cinese sta crollando” oppure che “la dittatura reprime le ‘isole di libertà’ imprenditoriale”, Salerno Aletta apre in modo lapidario: “La politica cinese sta virando decisamente a sinistra”.

Per dirlo usa i criteri normali nel ‘libero mercato’. Ossia: come viene redistribuita la ricchezza prodotta? Aumentando a dismisura i profitti aziendali oppure aumentando salari, consumi, servizi per l’insieme della popolazione?

Qui da noi, in particolare in Italia, sappiamo come va. I salari continuano a calare da trenta anni, e l’inflazione degli ultimi due anni sta dando loro la mazzata finale. Un quarto dei lavoratori guadagna meno di 9 euro l’ora (1.100 nette al mese, grosso modo), e molti di loro meno di quanto costa un affitto in città.

Tutti i guadagni di produzione o di Pil finiscono alle imprese, agli evasori fiscali, alle migliaia di “intermediatori” posizionati tra lavoro e salario, tra bisogni e loro soddisfazione. Per esempio, la sanità privata...

Al contrario, spiega Salerno Aletta con categorie e dati che sarebbero riconosciuti anche alla Bocconi, a Pechino il “processo di crescita […] viene sempre più ricondotto verso obiettivi di sviluppo in cui il benessere economico deve essere sostenibile dal punto di vista ambientale, demografico e finanziario”. Non fatelo sapere a Rampini, potrebbe venirgli un infarto...

Segue una lunga lista di politiche messe in atto in questi ultimi anni, sotto la direzione di Xi Jinping, che vanno razionalmente in questa direzione. Comprese le “politiche a favore della natalità” – su cui sparano castronerie inascoltabili quasi tutti i parlamentari nostrani – che, guarda un po’ vertono su salari crescenti, servizi sociali, diritto alla casa, tendenziale eliminazione della scuola privata (ridotta a “funzione no profit”!), ecc.

Ci vuole proprio tanto a capire che – qualsiasi scelta di vita individualmente si faccia – si faranno più figli se si ha un reddito sufficiente a mantenerli, curarli, istruirli, farli socializzare in modo razionale e senza abbandonarli per strada?

Le politiche italiane, tutte coerenti con il dogma neoliberista, hanno prodotto il risultato che conosciamo: dall’oltre un milione di nuovi nati l’anno (anni ‘60) a meno di 400.000. Politiche, insomma, non solo “depressive” sul piano economico, ma decisamente mortifere su quello sociale.

Viene da pensare alla definizione marxiana di proletariato: “coloro che possiedono come ricchezza unicamente i loro figli”. Ora più neanche quelli...

Il punto vero è dunque concettualmente semplice: se in una formazione sociale sono gli interessi privati a determinare le scelte della politica (collettive, forzatamente), abbiamo un sistema fondamentalmente neoliberista.

Se invece abbiamo una formazione sociale in cui sono gli obiettivi politici ad orientare, secondo un piano sempre aggiornabile nel tempo, le forze economiche ed anche gli interessi privati, allora abbiamo un sistema di economia mista (pubblico e privato).

Poi, naturalmente, non tutte le politiche sono uguali. Alcune possono andare nel senso della costruzione del socialismo, altre certamente no. Ma che si discuta concretamente, nel merito, non per schemi idealistici.

Da notare, infine, come la Storia si ancora una volta molto ironica. Mettendo al centro l’aumento dei consumi popolari Pechino sta (paradossalmente?) scalzando gli Stati Uniti dal ruolo di “compratore globale di ultima istanza“. Ergo, di potenza tendenzialmente egemone...

Non vi tedieremo oltre e vi lasciamo alla lettura dell’articolo di MilanoFinanza.

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La Cina è il nuovo compratore globale di ultima istanza

Guido Salerno Aletta – MilanoFinanza

La politica cinese sta virando decisamente a sinistra. Il liberismo guidato politicamente, il ‘socialismo con caratteristiche cinesi’ che l’ha caratterizzata per oltre un trentennio, da quando Deng Xiaoping aveva accettato un processo di crescita in cui qualcuno potesse arricchirsi prima degli altri, viene sempre più ricondotto verso obiettivi di sviluppo in cui il benessere economico deve essere sostenibile dal punto di vista ambientale, demografico e finanziario.

La crisi americana del 2008, con il crollo del commercio internazionale che aveva prodotto, aveva già indotto la prima grande mutazione, spostando il vettore della crescita cinese dalle esportazioni al mercato interno e individuando una serie di obiettivi strategici a lungo termine, di indipendenza tecnologica, che spostavano verso l’alto la posizione della Cina nella divisione internazionale del lavoro.

Il duplice mutamento di allora, verso l’interno e verso l’alto, non aveva intaccato ma anzi enfatizzato la dinamica in termini quantitativi, con la crescita del ceto di persone molto ricche da una parte e di una fascia di milioni di famiglie benestanti, tutte assai attente dal punto di vista dei valori e dei consumi a ripetere i paradigmi occidentali.

Parallelamente si erano andati sviluppando modelli di investimento di tipo speculativo, sia nel settore immobiliare che in quello degli asset di borsa, mentre l’economia reale continuava ad ampliare le dimensioni dell’industria di base e pesante, con un aumento del fabbisogno energetico, senza ridurne l’intensità rispetto al pil e quindi con consumi crescenti di carbone e delle emissioni di CO2.

Ancora oggi, nonostante ne sia stato traguardato al 2060 l’obiettivo della parità, la Cina non ha ancora raggiunto il picco di crescita delle emissioni.

Sempre in termini prospettici, per quanto riguarda il fattore demografico, sono state assunte decisioni importanti a favore della natalità per evitare che si concretizzasse la triste profezia secondo cui la Cina sarebbe diventata un Paese vecchio prima di essere riuscito a diventare ricco.

Gli interventi politici di questi ultimi mesi, addirittura eclatanti nel caso del blocco dell’ipo della Ant di Jack Ma, indicano la volontà di evitare che le istituzioni finanziarie tradizionali debbano subire l’ingresso di nuovi concorrenti spregiudicati, in aggiunta al già radicato fenomeno dello shadow banking.

Il settore finanziario è stato messo sotto attenta osservazione, non solo per evitare il ripetersi delle speculazioni di borsa già determinate dal delisting di imprese cinesi quotate negli Usa per beneficiare di un mercato interno assai liquido, ma anche per cercare di anticipare quello sgonfiamento della bolla dei valori azionari con cui prima o poi dovrà confrontarsi anche la Federal Reserve.

Ancora, il lancio ufficiale dello yuan digitale è stato un altro segnale preciso, che ha avuto il duplice scopo di avviare la sperimentazione di una valuta capace di aggiungersi in prospettiva alle transazioni commerciali internazionali ora monopolizzate dal dollaro e di tagliare l’erba alla crescita incontrollata delle criptovalute.

In questi ultimi mesi si è visto un rallentamento anche del credito e delle aste di terreni edificabili, che ha avuto come conseguenza un andamento riflessivo della dinamica del settore delle costruzioni e delle attività produttive connesse, in particolare del ferro, e dei valori immobiliari: «Le case si costruiscono solo per abitarle», è lo slogan del momento, che indica la volontà di stroncare sul nascere ogni fenomeno speculativo. Il colpo di freno va dato assai prima che il settore inizi a sbandare.

La «prosperità condivisa» è divenuto il nuovo obiettivo unificante delle misure di indirizzo e controllo dell’economia cinese per evitare che i modelli di mercato e di competizione economica che ne derivano siano confliggenti con gli obiettivi di coesione sociale.

C’è stato ad esempio un intervento deciso per ridimensionare il settore dell’istruzione privata, che si è sviluppato per la preparazione dei giovani che si accingono a sostenere l’esame di Stato per accedere alle università e, in relazione al punteggio acquisito, ai migliori atenei.

Mentre questo settore dovrà trasformarsi in organizzazioni no-profit, il settore pubblico ha deciso di finanziare in modo assai ampio il sostegno scolare: si cerca di ridurre così l’elevato e crescente costo di mantenimento dei figli cui vanno incontro le famiglie, che disincentiva la politica a favore della natalità che pure è stata intrapresa.

Il sostegno pubblico a favore delle famiglie con prole rischiava infatti di essere più che compensato dall’aumento dei costi per l’istruzione privata.

La stretta sulla privacy, che parimenti viene condotta, ha l’obiettivo di contrastare l’acquisizione e l’uso incontrollato della straordinaria mole di dati acquisibili attraverso le piattaforme digitali e che l’intelligenza artificiale consente di elaborare: la limitazione che viene imposta, subordinando l’acquisizione dei dati biometrici, finanziari e di localizzazione all’espresso consenso dell’utente, e il divieto di vendita nell’ambito di sessioni in streaming di una serie di prodotti, quali medicine, dispositivi-spia o congegni che consentono di barare ai test, serve a evitare le distorsioni sociali e politiche che derivano dallo straordinario successo di cui è protagonista l’industria cinese operante in questi settori.

Infine, c’è una particolare attenzione al tema della concentrazione della ricchezza e delle disuguaglianze: «chi ha di più» è stato esortato a «dare di più a chi ha di meno». Non sono state necessarie altre parole per assistere anche in Europa a una brusca caduta del valore dei titoli legati all’industria del lusso.

Se fino al 2008 era la Cina che guardava con apprensione all’andamento dei mercati esteri, sbocco principale delle sue produzioni, ormai è il mercato interno cinese a fare da driver alle esportazioni mondiali, dai prodotti agricoli alle materie prime ai prodotti di alta gamma. Si accinge a diventare il vero compratore globale di ultima istanza, surclassando definitivamente gli Usa.

Fonte

14/07/2021

Panico pandemico di ritorno, caos nell’establishment occidentale

Abbiamo perso il conto delle “ondate” di contagio da Covid-19, ma la cosa – come sapete – non ci sorprende.

Partiamo, com’è giusto, dalle notizie. Il numero dei contagi è in risalita ovunque, in Europa e non solo. E, nonostante le vaccinazioni procedano a ritmo sostenuto (sempre appesi ai soli quattro vaccini occidentali approvati dall’Ema), anche il numero dei ricoverati. Per quello dei morti, come sempre, bisognerà aspettare qualche settimana in più.

Persino l’aperturista Emanuel Macron è costretto a decidere che si potrà muovere liberamente – su mezzi e per spazi pubblici – soltanto chi può esibire il “Green Pass”, ossia la certificazione elettronica di esser stato vaccinato con due dosi (una sola nel caso di Johnson&Johnson).

In Gran Bretagna, il suo collega Boris Johnson prende la decisione opposta – tutto aperto, come se non ci fosse alcun problema – nonostante il numero quotidiano dei contagi veleggi da giorni sopra i 30.000.

L’Italia è come sempre il paese delle strategia fai-da-te, dove ogni pirla si improvvisa epidemiologo e detta la propria ricetta, ben sapendo che tanto non serve a niente. Il più ridicolo è ancora una volta il cosiddetto presidente della Regione Lombardia – il territorio con la più alta percentuale di morti rispetto alla popolazione, sull’intero pianeta, pare – per dirsi prima d’accordo con Macron e poi contrario. Nel frattempo Salvini aveva dettato la linea e quindi il Fontana si adegua...

Il “governo dei migliori” rinvia ogni decisione, non sapendo che pesci prendere. L’onnisapiente Draghi aveva detto che le riaperture sarebbe state “definitive” soltanto qualche settimana fa, e cambiare così rapidamente impostazione fa perdere punti e credibilità. Per altro è l’unico cui venga riconosciuta, dentro e fuori il paese...

I dati oggettivi sono però impietosi, se si tengono presenti gli “assi” fondamentali della strategia messa in campo fin qui.

L’aumento dei contagiati e il diffondersi della “variante delta” ha tolto molte sicurezze. I vaccini dovevano essere la soluzione definitiva, ma se non riesci a vaccinare quasi tutta la popolazione non puoi raggiungere il risultato dell’”immunità di gregge”.

I governi occidentali – tutti – hanno cercato una via di mezzo tra il “consigliare” la vaccinazione, incentivarla con “ricchi premi e cotillon” e il lasciare libertà di scelta ai singoli cittadini.

La “comunicazione” sui vaccini è stata delirante, spesso per colpa delle stesse multinazionali che li producono, tra errori goffi (AstraZeneca) e sospetti di concorrenza sleale. Ma soprattutto per i continui cambiamenti di messaggio relativamente a fasce di età, professioni da privilegiare, efficacia e durata della copertura.

Proprio quest’ultimo fattore è quello che dovrebbe preoccupare tutti, specie chi governa. Qualsiasi sia il vaccino e la sua efficacia, infatti, non si va al di là di un anno. Il che significa prepararsi a “ondate” di vaccinazione di massa molto più grandi dimensionalmente e soprattutto ricorrenti (da 8 a 12 mesi, a seconda del prodotto).

Ma di questo, per ora, non c’è traccia. Ci si muove come se i vaccinati o gli ex contagiati sopravvissuti fossero immunizzati per sempre. Mentre sono tutti “a scadenza”, a cominciare dagli ex contagiati di oltre un anno fa.

Davanti a questa situazione abbastanza fuori controllo, e a un virus che cambia, la mossa stile-Macron ha una sua logica, benché tardiva: invece di bloccare le attività, permettere la libera circolazione totale soltanto agli immunizzati certificati.

Dal punto di vista della sicurezza, è una misura tampone che sconta le folli decisioni precedenti (lasciare aperte le attività produttive e la circolazione dei mezzi pubblici, chiudendo solo le attività commerciali e a volte le scuole; ma senza mai avviare una strategia di tracciamento e isolamento dei cluster pericolosi).

Ma ha anche conseguenze sull’ideologia di massa creata dal neoliberismo negli ultimi 30 anni, caratterizzata da un’idea assolutamente individualista e irresponsabile di “libertà”, secondo cui ogni limitazione è sostanzialmente immotivata e “autoritaria”. Un punto di vista da impresa multinazionale, ma fatto proprio da tutti (anche dalla “sinistra” sedicente “alternativa”).

Una pandemia, invece, così come una guerra, costringe chi governa – in qualsiasi regime politico-economico – a pensare un paese come “un insieme” in cui si può ottenere il risultato necessario (eliminare il virus, in questo caso) solo se tutti concorrono ad ottenerlo comportandosi come serve, non come si preferisce.

Sul piano culturale, in effetti, è uno shock di massa, che potrebbe avere anche conseguenze sul “consenso politico” a favore dei vari establishment.

Possiamo vederlo tra le nostre conoscenze o nelle mini-interviste televisive “tra la gente”, con coglioni sussiegosi – spesso esplicitamente di destra, come i filo-Salvini e Meloni – che spiegano di essere contrari a qualsiasi regolazione o obbligo vaccinale perché “incostituzionale”, in quanto “viola i diritti individuali”.

Gente che bisognerebbe probabilmente riportare alle condizioni dell’Ottocento – quando non c’erano i vaccini – e all’arrivo di una nave in qualsiasi porto, se c’era un’epidemia a bordo, di qualsiasi tipo, scattava la quarantena di 40 giorni e chi provava a buttarsi in mare veniva fucilato in acqua...

Perché, banalmente, la “libertà individuale” non può andare contro la vita di tutti.

L’Occidente neoliberista, insomma, se vuole uscire da questa emergenza pandemica deve mettere in discussione – davanti a ognuno dei cittadini – i princìpi che ha propagandato per alcuni decenni. E deve farlo in una condizione di insuccesso, davanti al fallimento delle strategie fin qui messe in atto.

Deve mettere l’interesse collettivo davanti a quello individuale.

Eresia, certamente. Ma se non lo fa non trova la soluzione e si trascina di crisi in crisi, di “ondata” in ondata. Se lo fa, ammette che ha raccontato cazzate per decenni, solo per favorire le imprese e la speculazione finanziaria. Da lontano i cinesi ridono, e ne hanno tutte le ragioni.

E stiamo parlando “soltanto” di una pandemia, ossia di un evento eccezionale ma non frequente; di un fattore insomma relativamente “esterno” ai meccanismi sistemici.

Pensate voi se questo establishment può affrontare con qualche prospettiva di successo un problema che dipende proprio dal “modo di produzione capitalistico”, come il cambiamento climatico e la devastazione ambientale...

Fonte

16/10/2020

Sconfiggere il virus? Una testimonianza dalla Cina


L’ideologia non c’entra molto, è bene dirlo subito. C’entra una logica di governo complessiva, che conferisce anche all’impresa privata un ruolo, ma dentro un quadro di priorità, regole, interessi, che non coincide con “l’interesse privato”.

Dunque è inutile baloccarsi con le discussioni molto stupide che piacciono tanto “a sinistra”, tutte tese a stabilire la “percentuale di comunismo” (o socialismo) in ogni paese di cui si parla. Ovviamente, quasi sempre senza conoscerlo affatto.

Qui si deve affrontare una pandemia che non è una peste, ma è abbastanza pericolosa, che si è già portata via oltre un milione di persone e molte altre se ne porterà via prima che un vaccino efficace sia disponibile in miliardi di dosi.

Dunque, si tratta di vedere quale tipo di risposta sia più efficace per ridurre al minimo morti e invalidi (i problemi respiratori, in chi ha attraversato una fase acuta, restano a lungo o addirittura per sempre). I modelli al momento sono soltanto due: quello neoliberista (con qualche eccezione in Asia) e quello cinese (cubano, venezuelano, vietnamita, ecc.).

Il primo pretende di “convivere con il virus” per non compromettere la produzione e la crescita del Pil, a costo di far pagare a centinaia di migliaia di persone questa scelta con la vita. Il secondo ha messo al centro l’annientamento del virus, anche a costo di pagare nell’immediato un certo prezzo sul piano della crescita economica.

Non paradossalmente (la dialettica è in agguato) il modello neoliberista ha prodotto un tracollo mai visto della crescita, e la stagione invernale sta preparando un double dip tendenzialmente terribile. Il modello “cinese” (cubano, venezuelano, ecc.) sta producendo l’unica crescita registrata in un pianeta in drammatica recessione.

Sorvolando sul fatto, sicuramente interessante per qualsiasi essere umano del pianeta, che lì le perdite umane sono state ridotte al minimo, mentre nell’Occidente non sembra esserci limite. Nei soli Stati Uniti, con poco più del 20% della popolazione cinese, ci sono stati fin qui quasi 8 milioni di contagiati e oltre 217.000 morti (contro i 91.000 contagiati e i 4.740 morti della Cina).

Magari avranno ragione i tanti Gabanelli che girano nel mondo (“lì non c’è libertà di parola”), ma vien da pensare che per poter parlare bisogna pur sempre prima restare in vita...

Per essere ancora più didascalici e non ideologici, vi proponiamo questa testimonianza di un italiano che lavora in Cina, girataci da un nostro validissimo collaboratore. La mail descrive il caso avvenuto nella città di QingDao, dove – a fronte di 6 contagiati – hanno testato con tampone tutti e nove (9) milioni di abitanti. Trovandone alla fine 17.

Anche qui, si potrebbe dire che “prima la salute” sta nei comandamenti dell’ideologia socialista. Ma magari non tutti i cinesi (1,4 miliardi), la condividono o l’hanno capita. Se invece come motivazione per far prendere decisioni drastiche ed efficaci c’è, più terra terra, “il rischio della carriera”, allora si può capire come un “comandamento” astratto può diventare spontanea pratica amministrativa.

Sorvoliamo sui paragoni con l’Italia, perché un Fontana o un Gallera – laggiù – avrebbero rischiato qualcosa più della carriera; mentre qui trovano persino degli avvocati difensori...

Simpatica, volendo, la genesi del grande focolaio di Wuhan, favorito da qualche Briatore locale che ha ritenuto piacevole consentire una festa inventata per battere un record da Guinness, nonostante “dall’alto” avessero messo in guardia, vista la circolazione di quella strana polmonite virale...

Interessante pure il meccanismo sociale che viene messo in moto quando un solitario zuzzurellone – guarda caso italiano, ma non è decisivo... – fa tardi rispetto all’orario fissato per il test.

A cercarlo non è “l’occhiuto Partito che tutto controlla” o “la Polizia”, ma... il condominio. E la minaccia non è la tortura, ma un più logico “se non hai il certificato del test, stasera non rientri nel palazzo”.

Poi, col certificato in mano, puoi pure partecipare alla festa di tutti per lo scampato pericolo. In un sistema sociale dove il collettivo e il pubblico contano qualcosa non c’è bisogno di chiamare la polizia per ogni stronzata...

Se volete discutere di qualcosa, assumere prima alcune informazioni sembra decisivo. No?

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Sabato o domenica, a Qingdao, hanno trovato un focolaio in un ospedale, 6 casi. Hanno disposto il controllo a tappeto con controlli a tutti gli abitanti (9 milioni) in 72 ore. Nei condomini e nelle zone industriali hanno organizzato banchetti con personale sanitario che fa i tamponi.

Nell’occasione le autorità consigliano un maggiore uso della mascherina nei luoghi affollati in attesa dei risultati. Sottolineo “consigliano”.

Per darti una spiegazione anche logica, considera che il sindaco e il capo del Partito Comunista di Qingdao, si giocano una parte di carriera. Ora, se nella città di Qingdao il focolaio si fosse allargato senza che le autorità avessero preso provvedimenti, la carriera dei due funzionari avrebbe sicuramente subito dei contraccolpi. Come è successo a quelli di Wuhan.

Mi sembra di avertelo scritto ai tempi. Intorno al 10 gennaio, da Pechino avevano mandato una nota a Wuhan che chiedeva di evitare assembramenti a causa di questa strana polmonite che c’era in giro.

Nonostante ciò, le autorità locali non hanno vietato quel famoso banchetto di 40.000 persone (o 40.000 famiglie, non mi è chiaro) fatto per battere un record sul Guinness dei primati. Il Guinness dell’imbecillità. Ovviamente sono stati tutti destituiti e, a cascata, sono stati licenziati diverse centinaia (o migliaia) di funzionari governativi.

Riporto i racconti del mio amico che lavora lì. Oggi toccava alla sua fabbrica e gli hanno detto che il suo turno era verso mezzogiorno perché poi avrebbero finito i 6 milioni di abitanti della città. Rimangono i 3 milioni dell’hinterland.

Il mio amico era in giro e, all’italiana, faceva con comodo. A un certo punto l’ha chiamato il condominio in cui vive e gli hanno detto che nel pomeriggio, senza il documento che certificava l’avvenuto tampone, non lo avrebbero fatto entrare.

Dopo un po’ l’hanno chiamato dalla fabbrica, dicendogli che lì nella zona avevano finito di fare i tamponi e aspettavano solo lui. Perché il termine schedulato era per oggi a mezzogiorno. Al che si è precipitato al banchetto dove stavano aspettando solo lui.

Mi diceva che ieri sera, all’entrata del suo condominio, c’erano i banchetti fino a mezzanotte.

Se noi andiamo a chiedere ai ragazzi che stavano lì fino a mezzanotte a fare i tamponi, non troverai una reazione “seccata”, ma sicuramente ti risponderebbero di essere orgogliosi di aiutare il proprio paese e la comunità. Non è che il partito li tiene lì con il terrore come qualcuno potrebbe pensare.

Quindi da lunedì a mercoledì a mezzogiorno hanno fatto 6 milioni di tamponi e adesso hanno altri tre giorni per farne 5 milioni nell’hinterland.

Al momento si hanno i risultati dei primi 6 milioni: 17 casi, tutti legati all’ospedale, sembra per inosservanza protocollo: direttore dell’ospedale e il responsabile sanità di Qingdao sono stati destituiti.

Certamente un’emergenza che può causare danni incalcolabili ad un’intera nazione richiede un certo rigore.

Non sono in grado di dirti se è una decisione giusta o meno.

Fonte

21/08/2020

Convivere con il virus. Come?

Gli scenari della pandemia di Covid-19 nei prossimi mesi presentano molte incognite, ma anche qualche certezza che sarà bene non sottovalutare.

In primo luogo le misure di sicurezza elementari vanno adottate e rispettate, sia singolarmente sia collettivamente e qui, chi ha più responsabilità, deve assumersele fino in fondo.

Se è doveroso chiedere ad ogni individuo di indossare la mascherina e usare prudenza nei contatti sociali, è altrettanto doveroso che i meccanismi che regolano flussi e assembramenti siano pensati in modo serio, non occasionale e poi anche disciplinati severamente.

Per esempio. È stato giusto svuotare discoteche e altri eventi estivi in cui non venivano rispettate, o non si poteva farlo, le misure di sicurezza minime. Ma quando vedremo autobus, metropolitane, treni pendolari strapieni di gente che va a lavorare o a scuola, l’ipocrisia del doppio standard diventerà visibile e insopportabile a molti.

È già accaduto nelle prime settimane della pandemia, quando la pressione della Confindustria, per evitare le chiusure nei primi focolai pandemici nella sola Lombardia, ha fatto sì che si accumulassero ritardi criminali fino a decretare la “zona rossa” e la quarantena in tutto il paese. Lasciando però aperte gran parte delle fabbriche a forza di “deroghe” e furbate sui “codici Ateco”.

Isolare davvero e soltanto i primi focolai, come fatto in Cina sarebbe stato forse sgradito a Confindustria, ma sicuramente più efficace. Anche sul piano economico, con perdite più limitate.

In secondo luogo, tutti i dati e soprattutto le loro tendenze, ci dicono che il Covid-19 sarà ancora tra noi a lungo e in modo diffuso. I virus hanno questa caratteristica e non cessano la loro azione per decreto, ma solo quando si trovano finalmente vaccini efficaci e a disposizione di tutta la popolazione.

Dovremo quindi attrezzarci davvero per “convivere con il virus”. Ma in questo caso delle due l’una:

– o si accetta la logica suicida/omicida dell’effetto gregge “per via naturale”, teorizzato dai Johnson, Trump, Bolsonaro (si ammalano o periscono i più deboli perché i costi della salute collettiva sono considerati “uno spreco”);

– o si rimette in primo piano la salute pubblica, subordinando a questa l’economia e la vita sociale. Ossia riorganizzando tutto con quest’altra logica.

Chi minimizza o ridicolizza il virus Covid-19 fa seri danni a tutta la collettività, dunque a ciascuno di noi, oltre che a se stesso. Non ci sono infatti solo i casi letali, ci sono anche le conseguenze sugli organismi umani che sopravvivono e, da quanto risulta, sono spesso piuttosto pesanti.

In tal senso diventa inaccettabile e insopportabile la concezione del tutto individualista che pensa solo se stesso.

C’è chi minimizza enfatizzando il fatto che, fortunatamente, molti contagiati sono asintomatici, traendone la conclusione che “allora non sono malati”. In medicina si dice invece che sono portatori sani.

Essere un portatore sano e dunque individualmente immune è comunque un problema collettivo. Ovvero di tutti noi.

È bene ricordare che viene definito portatore sano un individuo contaminato da un agente patogeno o portatore di una malattia genetica recessiva, ma di cui lui non manifesta i sintomi e magari ne è totalmente inconsapevole. Benché dunque lui non sia “malato”, il portatore sano può trasmetterla ad altri, se infettiva, o ai discendenti, se genetica.

È evidente che l’infezione da virus può essere trasmessa in qualsiasi luogo dove ci “si ammassa”; in discoteca come su un autobus o sul posto di lavoro. Ritenere che sia un problema solo la prima è una ipocrisia inaccettabile. Ma soprattutto un falso dettato da precisi interessi economici.

Dunque ci sono responsabilità individuali e collettive nell’affrontare questa seconda fase della pandemia.

Se nei prossimi mesi si presenteranno emergenze e focolai sarà doveroso intervenire per isolarli rapidamente, sia che si manifestino in una scuola o una fabbrica o un magazzino della logistica.

Il chiagne e fotti di imprenditori e furbetti del fatturato non è più accettabile. Perché ha conseguenze su tutti noi.

Fino a quando non ci sarà un vaccino in quantità sufficienti per tutti, dovremo convivere con il Covid-19 e dovremo farlo al meglio delle possibilità di una società consapevole della propria dimensione collettiva e individuale, rovesciandone dunque la priorità. Che non può più essere il profitto di pochi.

Un sistema economico/sociale fondato sull’individualismo, come quello occidentale e capitalista, si è dimostrato quello meno capace di affrontare questa sfida.

Sistemi diversi da questo, non solo hanno dimostrato la loro dimensione “disciplinare”, ma anche un maggiore senso della collettività e, se volete, della razionalità necessaria per fare fronte alle emergenze dell’umanità.

Le scene dalla discoteca-piscina di Wuhan – di Wuhan! – non sono perciò una “manifestazione di irresponsabilità” come quelle del Billionaire o del Twinga.

Sono la meritata festa dopo una faticosa vittoria collettiva.

Fonte

30/07/2020

Coronashock e Socialismo /4. Il Kerala

Pubblichiamo la traduzione della quarta – ed ultima – parte dello studio compiuto da diversi autori pubblicato sulla rivista “Tricontonental” riguardo alla gestione del Covid-19 a Cuba, in Vietnam, in Venezuela e Kerala.

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Il 18 gennaio, KK Shilaja, il ministro della salute del Kerala nel governo del fronte democratico della sinistra (LDF) in questo stato indiano di 35 milioni di abitanti, ha tenuto un incontro per discutere cosa stava succedendo a Wuhan, in Cina. Wuhan non era ancora sotto lockdown, ma Shailaja sapeva che c’erano studenti provenienti dal Kerala a Wuhan, e che quando fossero tornati ci sarebbe stata la possibilità di importare il virus nello stato.

Il 22 gennaio, il dipartimento della salute ha emanato un’informativa a tutti gli ospedali e le autorità distrettuali sulla necessità di prepararsi per al virus. Il 24 gennaio il Kerala ha istituito un centro di controllo a livello statale; per il 28 gennaio dei centri di controllo sono stati istituiti in tutti i distretti. Anche le strutture per l’isolamento sono state individuate e diciotto comitati sono stati istituiti; le misure preventive iniziarono ad essere applicate.

Il primo caso di coronavirus in Kerala, uno studente che era stato a Wuhan, è stato individuato il 30 gennaio; ben presto altri due sono stati trovati positivi ed entro il 3 febbraio più di 2.200 persone di ritorno in Kerala dalle regioni colpite dal coronavirus sono state messe in quarantena.

Il controllo fatto dallo Stato è stato effettivo: tutti e tre i pazienti sono guariti in pochi giorni e non c’erano casi di contagio. Il numero delle persone in quarantena è diminuito presto.

Ma verso la fine di febbraio, poiché il coronavirus si diffondeva in più paesi, anche il flusso di persone da regioni colpite dal coronavirus si è intensificato. Molte persone – all’ inizio provenienti dall’Italia e più tardi quelle che arrivavano dalla regione del Golfo Persico – sono state trovate positive al Covid-19. Altri entrati in contatto con loro si sono infettati. Questa è stata la seconda ondata di contagi da Covid-19.

Nelle settimane successive, il Kerala ha continuato a controllare i passeggeri che arrivavano nello Stato, non solo per via aerea ma anche sulle frontiere terrestri, con checkpoint h24 sulle strade e sui treni – un compito difficile visto l’immenso numero di passeggeri.

Il Kerala ha usato largamente il tracciamento dei contatti, usando mappe che contenevano nel dettaglio i luoghi visitati dalle persone infette. Ai presenti nel periodo in cui le persone contagiate erano in quei posti è stato chiesto di contattare il dipartimento della salute. Le mappe sono ampiamente circolate attraverso i social network e attraverso GoK Direct, l’app del governo del Kerala.

Rappresentati delle istituzioni dell’autonomia locale e i lavoratori della sanità di comunità hanno aiutato a tenere traccia dei contatti. La formula era chiara: “tracciamento, quarantena, test, isolamento, cura” come ha dichiarato il capo del governo Pinarayi Vijayan – che è anche un membro dell’ufficio politico del Partito comunista indiano (marxista).

Chi viene dall’estero o da un altro stato è messo in quarantena, in centri di quarantena o a casa. Coloro i quali vengono in contatto primario o secondario con persone infette vanno in quarantena a casa. I pubblici ufficiali del dipartimento della salute fanno visita e chiamano regolarmente per sapere se a casa i protocolli di isolamento sono seguiti.

Chi non può stare a casa per un’efficace quarantena viene sistemato in centri per la quarantena istituiti dal governo, e chiunque sviluppi sintomi associati al Covid19 viene ricoverato. I test e le cure sono gratis e disponibili per chiunque.

Quando si è iniziato ad avere casi di Covid-19, il ministro della salute KK Shailaja ha tenuto conferenze stampa giornaliere per informare il pubblico sulle novità, le misure prese per combattere il virus e le misure che dovevano essere osservate dalle persone.

Dal 10 marzo in avanti, il capo dei ministri Pinarayi Vijayan ha iniziato a tenere conferenze stampa giornaliere, in quanto gli sforzi per contenere la pandemia ora riguardavano più ministeri. In tutti i distretti sono stati costruiti più centri per i test e per la cura del Covid-19, sono stati assunti 267 dottori e 321 nuovi ispettori della salute.

Il governo ha portato avanti la produzione di mascherine e igienizzanti alla luce dell’incremento della domanda, invece che lasciare che il problema fosse gestito dal libero mercato. Il settore pubblico ha condotto la produzione di più medicine, igienizzanti per le mani e guanti.

Kudumbashree, un enorme collettivo di gruppi di vicinato sostenuto dal governo che conta più di 4,5 milioni di donne (circa un quarto della popolazione femminile dello stato) ha iniziato a produrre mascherine. Gli attivisti della federazione della gioventù democratica indiana (DYFI) e il Kerala Sastra Sahitya Parishad (il forum del Kerala per la letteratura scientifica detto anche KKSP, il più grande movimento di scienza popolare del Kerala) hanno iniziato a produrre igienizzanti per le mani.

Il governo ha lanciato la campagna “rompi la catena” per incoraggiare le persone ad adottare le pratiche necessarie a prevenire il contagio da Covid-19. Le organizzazioni dei lavoratori statali hanno creato dei chioschi per l’igenizzazione di fronte agli uffici del governo. DYFI ha costruito dei punti per lavarsi le mani in 25.000 luoghi in tutto lo stato, e ha chiamato i centri per le persone che avevano bisogno di aiuto.

La preparazione, la vigilanza attenta, la stretta adesione ai protocolli e la trasparenza sono stati cruciali nella battaglia del Kerala contro il Covid-19.

Entro la fine di marzo, mentre il resto dell’India si svegliava nella realtà di una pandemia, il Kerala si era già portato avanti con un piano dettagliato per alleggerire le difficoltà economiche delle persone. Entro il 12 marzo, è stata annunciata la chiusura di tutti gli istituti scolastici e ben presto si è iniziato a distribuire cibo a domicilio per i bambini che altrimenti sarebbero finiti in case famiglia.

Invece di imporre un lockdown diffuso senza pensare a come le famiglie avrebbero mangiato, sarebbero rimaste in casa a seguito tutte le istruzioni che venivano date – come ha fatto il governo centrale dell’India – lo stato del Kerala ha gradualmente inserito le restrizioni, avendo cura di dare alle persone gli strumenti e le condizioni per seguirle.

Il 19 marzo, il capo dei ministri ha annunciato un pacchetto economico di 200 miliardi RS. Il pacchetto includeva pagamenti in anticipo delle pensioni sociali, cereali gratis per un mese per tutti, un aggiunta di fondi di 5 miliardi per la sanità pubblica e la flessibilità del pagamento delle bollette e delle tasse.

Lo Stato ha dichiarato un lockdown dal 24 marzo in avanti. Il governo centrale indiano ha imposto un lockdown su tutta la nazione dal giorno dopo. Nelle settimane successive, lo stato del Kerala ha distribuito cibo e cereali a tutte le famiglie dello stato gratuitamente. Cibo cucinato è stato distribuito agli anziani che vivono da soli, ai disabili, a coloro che non potevano provvedere a loro stessi per la malattia o per la estrema povertà.

Comitati delle istituzioni di autogoverno a livello distrettuale (LSGI) – i panchayat nei villaggi, i municipi nelle città e le corporazioni di municipi nelle grandi città – stanno facendo questo lavoro con l’aiuto dei volontari. Le cucine popolari sono state istituite dal LSGI, e i volontari distribuiscono cibo pronto nelle case di chi ha bisogno.

I membri del sindacato di sinistra dei lavoratori del LSGI, come per esempio il Kerala municipal and corporation staff Union (Kmcsu) costituiscono la maggior parte di coloro che stanno facendo volontariato alle cucine popolari. Il governo ha anche distribuito dei pacchi di alimenti contenenti 17 elementi essenziali a tutte le famiglie gratis.

Anticipando la possibilità del caos nelle catene di distribuzione a causa del lockdown, il governo dello stato ha fatto sì che il riso, la principale coltura della regione, fosse comunque raccolto nelle risaie. Sono state prese anche misure per garantire l’approvvigionamento di riso, verdure e altri prodotti.

Esattamente all’inizio, il governo del Kerala ha capito che le strutture per i lavoratori migranti degli altri stati indiani erano inadeguate per il distanziamento fisico. Per questo alcuni campi di riposo sono stati preparati per i lavoratori e sono stati organizzati delle visite mediche. Cibo, mascherine, sapone e igienizzanti per le mani sono stati resi disponibili per i lavoratori.

Il 20 aprile, 19.902 campi sono stati aperti per i lavoratori migranti del Kerala, con 353mila lavoratori che vivevano in quei campi – il numero più alto di campi di questo tipo di tutto il Paese.

Il Kerala ha dei fondi del welfare per i lavoratori di vari settori, che provvedono benefit per la sicurezza sociale accumulando i contributi dei laboratori e dei loro datori di lavoro nei fondi per il welfare. A tutti i lavoratori dei settori è stata garantita assistenza finanziaria con questi fondi. Ai lavoratori che non sono parte di nessun fondo di welfare è stato dato un bonus di 1000Rs ciascuno.

La massa di lavoro volontario dietro a tutto ciò è enorme. Oltre al lavoro volontario dei lavoratori statali, dei membri del sindacato, dei giovani attivisti e degli studenti, il lavoro della Social Volunteer Force of youth organizzata dal governo ha giocato un ruolo cruciale nello sforzo di migliorare le cose.

Al 23 di giugno 346.306 giovani si sono registrati come volontari e lavorano per identificare coloro i quali hanno necessità di assistenza, distribuiscono cibo e prodotti essenziali, aiutano con l’assistenza d’emergenza nelle case, aiutano con le operazioni di call center e nei centri di controllo, distribuiscono materiale ai campi di riposo, comunicano le notizie e fanno assistenza agli ospedali.

Gli sforzi del Kerala nel contenere la seconda ondata di Covid-19 è stata un successo; entro l’8 maggio, il numero di casi nello stato è diminuito a soli sedici. Ma una terza ondata è iniziata poco dopo. Perché, come conseguenza dell’allentamento del lockdown in India, le restrizioni dei viaggi all’interno dello stato e l’arrivo dei voli internazionali sono state meno severe a partire dalla prima settimana di Maggio.

Centinaia di migliaia di abitanti del Kerala che vivevano all’estero e in altri stati indiani, con l’aumento dei casi e delle morti per covid, con condizioni non sicure e per mancanza di attenzione sanitaria, o addirittura a causa della perdita del lavoro, in alcuni casi hanno provato a tornare nel proprio stato d'origine.

Il governo del Kerala ha adottato l’idea di impegnarsi a riportare a casa tutti i cittadini che volevano tornare. Più di 315.000 persone sono tornate in Kerala da altri stati indiani e dall’estero fra il 4 maggio e il 23 giugno. Poiché la maggior parte di coloro che tornavano venivano da regioni con altissimi numeri di contagi, questo ha portato a un aumento dei casi di contagio in Kerala.

Il 23 di giugno il numero di casi attivi di Covid-19 in Kerala era di 1.620, e il numero delle morti 22. Fra tutti i casi confermati nello stato dal 4 maggio al 23 giugno il 90.7% sono stati riscontrati fra coloro che venivano dall’estero o da altri stati. Un totale di 150.196 persone erano sotto osservazione a questo punto – 147.990 a casa o in centri per la quarantena e 2.206 negli ospedali.

Le restrizioni sono state allentate in maniera calibrata, ma non c’è spazio per il compiacimento. Le campagne di sensibilizzazione stanno continuando, le norme sul distanziamento fisico sono ancora presenti, grandi assembramenti non sono permessi e l’uso della mascherina nei luoghi pubblici è obbligatorio. Il governo dello stato continua a tenere regolari conferenze stampato e condivide aggiornamenti giornalieri con il pubblico.

Lo sforzo del governo LFD è radicato in un approccio onnicomprensivo per assicurare il welfare di ogni cittadino. Questo è un approccio che riconosce l’importanza di un sistema sanitario pubblico, e anche l’importanza economica e sociale della salute e del benessere. Riconosce che la fame e l’essere senza casa sono seri impedimenti alla salute. Le misure politiche del governo del LDF contro il coronavirus hanno l’obbiettivo di prendersi cura di questi problemi per dare sollievo alle persone.

L’obbiettivo è di raggiungere ogni persona che ha bisogno. Al 9 di giugno 116.328 volontari sono stati utilizzati per identificare coloro che avevano bisogno di assistenza in modo che nessuno fosse dimenticato.

La strategia del governo è stata quella di mobilitare l’intera macchina statale, incluso il settore pubblico e i LSGI, insieme con le energie delle potenti masse e classi organizzate, i collettivi e le cooperative dello stato e lo zelo dei cittadini del Kerala per il lavoro volontario.

Questa è una strategia di totale mobilitazione che integra il lavoro della macchina statale con il lavoro del pubblico, con coloro che sono mobilitati con le masse e le organizzazioni di classe che giocano un ruolo chiave.

Tutto questo è stato reso possibile come risultato dell’azione pubblica nello stato. Dalla prima volta che un ministro comunista è stato eletto, nel 1957, il Kerala ha investito in istruzione e sanità pubbliche. I governi a guida comunista che hanno preso la guida della regione hanno implementato riforme agricole che hanno rotto il latifondo feudale, migliorato grandemente gli standard di vita dei contadini e dei lavoratori agricoli, aumentato il potere dei lavoratori.

Il movimento operaio ha giocato un ruolo cruciale nel fatto che i salari del Kerala sono fra i più alti del paese intero, ed è servito da importante fattore, avendo le più complete misure di sicurezza sociale per i lavoratori, attraverso i fondi di welfare.

La sinistra ha sempre chiesto una decentralizzazione democratica. Il più grande sforzo in questa direzione fu “la campagna del piano del popolo” iniziata dal Governo LDF, nel 1996. I LGSI sono stati rafforzati dalla campagna del piano del Popolo che ha portato a una maggiore devoluzione di fondi e poteri alle amministrazioni locali.

Questo ha significativamente ampliato la capacità degli LSGI di intervenire effettivamente al momento del bisogno, e ora loro sono l’avanguardia degli sforzi di solidarietà nello stato. Anche il Kudumbashree è stato fondato da un governo dell’LDF, nel 1998, e rafforzato nelle legislature successive dell’LDF.

La sanità pubblica in Kerala ha ricevuto la sua più grande spinta grazie al governo del LDF di questi anni, che è stato eletto nel 2016. Questo è in larga parte merito dell’Aardram mission, un ambizioso programma lanciato nel 2017 per migliorare le strutture sanitarie pubbliche.

Il Kerala ha avuto per lungo tempo il miglior sistema di cura primaria nella nazione indiana, centrato sui centri di salute primaria (PHC). L’attuale governo LDF ha portato avanti e ampliato questa eredità.

Ora, stando ai ranking ufficiali, i 12 migliori PHC dell’India sono in Kerala. Come parte dell’Aardram mission, tutti i PHC sono stati fatti diventare family health centres (FHC) con orari prolungati (i FHC fanno servizio dalla mattina alla sera, mentre nei PHC il servizio viene effettuato dal mattino a mezzogiorno) e più dottori. Le strutture in tutti gli ospedali governativi sono migliorate.

Questo è ciò che ha permesso al sistema sanitario di far fronte alle sfide poste dal Covid-19. Allo stesso tempo, gli sforzi da parte del governo centrale guidato dall’estrema destra del Bharatiya Janata Party (BJP), che spingono per la privatizzazione del settore sanitario, sono stati rimandati al mittente dal governo del Kerala.

A febbraio di quest’anno, il governo centrale ha proposto che gli ospedali distrettuali negli Stati indiani dovevano essere privatizzati, e il Kerala si è rifiutato.

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Questo è il terzo in una serie di studi in più parti sullo shock da coronavirus. Si basa sulle ricerche di Ana Maldonado (Frente Francisco de Miranda, Venezuela), Manolo de los Santos (ricercatore di Tricontinental: Institute for Social Research), Subin Dennis (ricercatore di Tricontinental: Institute for Social Research) e Vijay Prashad (direttore di Tricontinental: Institute for Social Research).

La versione originale si trova: https://www.thetricontinental.org/studies-3-coronashock-and-socialism/

Fonte

22/07/2020

CoronaShock e Socialismo /2: Vietnam

Il 16 gennaio, prima che fosse chiaro che il nuovo virus si poteva trasmettere da uomo a uomo, il ministro della salute vietnamita informò le altre agenzie governative e il pubblico del pericolo e chiese un’azione immediata.

Cinque giorni dopo, il 21 gennaio, il ministero della salute diede istruzioni dettagliate agli ospedali e alle cliniche su come trattare il virus. Il 24 gennaio il vice ministro della salute Đỗ Xuân Tuyên riferì che delle ispezioni avrebbero avuto luogo presso tutte le frontiere.

Questa è stata una decisione importante, in quanto il Vietnam condivide un confine di 1400 km con la Cina, e il suo confine è solo a 10 ore di bus da Wuhan. Il 30 gennaio, il governo vietnamita – guidato dal primo ministro Nguyễn Xuân Phúc – ha dato vita al comitato nazionale per la prevenzione dell’epidemia.

Due giorni dopo, il primo febbraio il primo ministro Nguyễn ha dichiarato che si trattava effettivamente di un’emergenza nazionale.

Il partito comunista vietnamita ben presto ha creato un motto: “combattere l’epidemia è come combattere contro un nemico“. Ma questa battaglia è stata condotta con una attitudine scientifica. I test sono iniziati alle frontiere, e i gruppi di controllo dell’epidemia hanno iniziato a testare la popolazione, procedendo al tracciamento dei contatti se una persona infetta veniva identificata.

L’istituto nazionale di igiene ed epidemiologia è stato in grado di creare un test velocemente, che è stato usato estensivamente nel paese, più di 100 laboratori in tutta la nazione eseguivano in tempo reale il test della reazione a catena della polimerasi (PCR) che ha consentito di avere dei risultati molto più veloci nell’ordine dei 27.000 campioni al giorno.

Il 10 marzo, il governo ha rilasciato l’app NCOVI per facilitare il tracciamento. Invece di mettere sotto lockdown l’intera popolazione, i team creati per l’epidemia hanno studiato la popolazione e isolato e curato coloro che presentavano i sintomi, coloro che erano stati testati positivi per il covid19 e chiunque fosse venuto in contatto con loro; ogni regione con numeri particolarmente alti veniva sottoposta a quarantena.

Basandosi sulla conoscenza scientifica disponibile, le autorità vietnamite hanno seguito un approccio a 4 livelli di isolamento.

1) Primo livello: chiunque ha una diagnosi confermata è isolato in una struttura sanitaria (la quarantena volontaria in questo caso non era permessa);

2) secondo livello: chiunque abbia avuto contatti con i casi confermati deve essere testato e condotto in un centro di quarantena del governo;

3) terzo livello: ogni persona che ha avuto un contatto con persone nel “livello 2” deve isolarsi in casa;

4) quarto livello: se c’è qualche particolare contagio in un villaggio o un ospedale, quel villaggio o ospedale vengono messi in lockdown.

Questo sistema di isolamento multilivello ha aiutato le autorità a rompere la catena del contagio. Ma il governo è rimasto vigile. Il 30 marzo, poco dopo che l’ospedale Bach Mai di Hanoi – che era stato essenziale nel combattere il virus – ha visto crescere il numero di casi, il governo ha annunciato la pandemia nazionale.

Il ministro della salute ha postato un video musicale per spiegare il concetto di distanziamento fisico e il lavaggio delle mani, il video è diventato virale su tik tok, dove i giovani hanno creato un balletto da abbinarci. Il messaggio era diffuso tutti i giorni.

Le aziende di telecomunicazioni – anche quelle private – hanno mandato 3 miliardi di messaggi sul covid19 a coloro che hanno telefoni cellulari. Le mascherine erano obbligatorie e i disinfettanti per mani a base alcolica erano distribuiti e resi disponibili per la vendita dovunque. Le scuole e i luoghi di culto sono stati immediatamente chiusi.

Il governo ha diretto le unità del settore pubblico per produrre il necessario equipaggiamento, inclusi i dispositivi di protezione individuale (DPI) e i ventilatori, oltre che disinfettanti per le mani e medicine. C’è stata abbastanza capacità produttiva che questi beni potevano essere prodotti senza preoccuparsi che i prezzi subissero delle storture perché si trattava di aziende del settore pubblico.

L’8 aprile, il governo del Vietnam ha invitato 450.000 unità di DPI negli Stati Uniti come atto di solidarietà. Questo è lo stesso Paese che è stato bombardato oltre ogni immaginazione dal governo degli Stati Uniti, che ha usato armi chimiche così potenti che alle persone rimasero le cicatrici. L’agricoltura in Vietnam non si riprenderà per generazioni.

Il settore privato ha seguito il governo, i filantropi hanno creato dei bancomat del riso per distribuire cibo a chi aveva perso il salario. Il governo ha creato delle cucine popolari per nutrire chiunque avesse bisogno.

Il Vietnam con una popolazione di 100 milioni di abitanti, fino all’inizio di luglio non ha registrato nessun morto per Covid-19.

* La prima puntata è consultabile qui.

Fonte

02/06/2020

Il capitalismo dopo il coronavirus: beni pubblici, sostenibilità e ruolo dello Stato

Come già verificatosi in passato, torniamo a proporre un contributo di analisi economica frutto della deflagrazione della crisi sistemica derivante dalla diffusione su scala planetaria del Covid-19.

Come altri interventi ospitati su queste pagine, anche il seguente è del tutto interno al pensiero riformista. Ciò che lo rende interessante, tuttavia non è solo il ritorno in auge - tratto con una certa ingenuità etica bisogna sottolinearlo - della subalternità delle "ragioni economiche" rispetto all'interesse sociale generale, ma il fatto che l'autrice faccia parte della Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento per la Programmazione e il Coordinamento della Politica Economica.

Di contro anche questo testo crediamo indichi come gli ambienti dell'accademia perseverino a nutrire un sentimento sino scettico particolarmente marcato.

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La pandemia da Coronavirus rappresenta l’occasione di mettere in atto il tanto discusso cambiamento dell’attuale sistema capitalistico, attraverso la riaffermazione: i) di principi etici e morali, come quello solidaristico e di uguaglianza, che sono stati di ispirazione proprio per la costituzione delle moderne società e ii) del ruolo dello Stato e delle Organizzazioni sovranazionali nella fornitura di beni pubblici anche globali.

La pandemia da Coronavirus ha portato alla luce una profonda debolezza delle moderne società, dov’è l’economia a dettare le regole del gioco. Tale debolezza, già “diagnosticata” da tempo, riguarda le teorie economiche tradizionali, applicate ad un contesto di riferimento complesso, nel quale un ruolo cruciale è assunto dalle dinamiche di interazione (Bertalanffy, 1969). Secondo una prospettiva sociologica, il funzionamento delle moderne società potrebbe essere meglio spiegato seguendo una nuova e rivisitata teoria dell’azione individuale e collettiva, maggiormente incentrata sul tema della soggettività e dei sentimenti che alimentano le decisioni (Bonolis et al, 2014). Inoltre, i contributi di Kahneman e Tversky (1982 e 2000) relativi alla psicologia cognitiva hanno favorito la nascita dell’economia cognitiva che cerca di spiegare la complessità dei sistemi. Questa branca dell’economia riconosce come vi sia un’importante parte della cognizione umana, responsabile delle decisioni, che non può essere rappresentata dall’accumulo di informazione esplicita, dalla ricerca della completezza conoscitiva e dall’applicazione consapevole di regole decisionali selezionate intenzionalmente dall’attore. Questi recenti sviluppi teorici non sono stati “ancora” recepiti dal mainstream economico ed i sistemi attuali continuano ad essere spiegati sulla base di principi economici tradizionali, come: la massimizzazione del profitto, il libero mercato e il conseguente ridimensionamento dell’intervento dello Stato nell’economia, la razionalità degli individui, la mano invisibile, le aspettative razionali e l’informazione simmetrica e perfetta (Pierleoni, 2017).

In particolare, l’attuale situazione dimostra che il principio del libero mercato e della mano invisibile, da cui deriva che il buon operato di un sistema economico dipende solo dai singoli individui, non ha funzionato correttamente perché il loro comportamento ottimizzante, rivolto al perseguimento di interessi privati, è stato confliggente con quello collettivo. Si deve prendere atto che la crescente privatizzazione nella fornitura di alcuni beni ha contribuito ad aggravare una situazione senza precedenti. Mi riferisco al bene salute e alle connesse attività (sanità pubblica e welfare) per la sua tutela, che risultano fondamentali per la vita umana. In seguito alle crisi del 2008 e del 2012, le politiche di contenimento della spesa pubblica adottate nella maggior parte dei Paesi europei hanno condotto ad una riduzione della spesa sanitaria, in prevalenza pubblica. Inoltre, per quanto riguarda l’Italia, la gestione della sanità pubblica ha subito un processo di privatizzazione crescente negli anni ed è stata ridimensionata nell’offerta dei servizi sanitari. Entrambi i fattori si sono rivelati “fatali” nel momento in cui la vita di migliaia di persone, con e senza un’adeguata disponibilità a pagare, è stata messa in pericolo. Come argomentato da Bruni (2011) esistono dei beni economici e sociali decisivi per la qualità della vita sulla Terra e forse per la sua stessa sopravvivenza; questi beni sono e saranno utilizzati contemporaneamente da tanti individui, tutti in alcuni casi, e pertanto la loro fornitura non deve sottostare a leggi che regolano la produzione e il consumo dei beni privati.

Un altro assunto chiaramente “saltato” è quello della condizione di conoscenza simmetrica e perfetta. Le moderne società sono caratterizzate da una condizione di sostanziale incertezza. L’incertezza rimanda al concetto di conoscenza imperfetta che origina da lacune o asimmetrie informative (Knight, 1971), o in altre parole dalla mancanza o perdita di informazione. Il sostanziale ritardo nella diffusione delle informazioni da parte delle Autorità cinesi è stata una “colossale” asimmetria informativa. Inoltre, una volta resa nota la notizia, la successiva diffusione delle informazioni è avvenuta a volte in ritardo ed è stata poco chiara. Il meccanismo di coordinamento delle comunicazioni tra le Autorità locali e centrali non ha funzionato ed alcune decisioni sono state prese in ritardo, come l’acquisto di dispositivi medici. La comunicazione degli esperti al grande pubblico è stata ed è a volte fuorviante e/o contraddittoria, anche perché non si conosce ancora pienamente il virus. Infine, continuiamo ad essere afflitti da notizie false, come per esempio le affermazioni sull’efficacia della clorochina nel trattamento del COVID-19 (Anderson et al 2020). Ciò dimostra anche che gli individui non usano le informazioni in modo efficiente, senza compiere errori sistematici e non hanno la stessa capacità e gli stessi mezzi per elaborarle.

Un’altra conseguenza negativa è stata la mancata gestione in termini previsionali della Pandemia. Probabilmente con l’adozione di misure preventive e la definizione di adeguati protocolli di sicurezza, da attuare in caso di necessità, l’impatto del virus non sarebbe stato così devastante per la vita umana. Entrambe le azioni richiedono chiaramente l’impiego di risorse per scopi diversi da quello del profitto. Al riguardo, però, l’OMS aveva sia raccomandato agli Stati periodiche verifiche sullo stato dei virus in circolazione, sia allertato la comunità internazionale del pericolo di nuove epidemie capaci di scatenare un’emergenza sanitaria globale.

La crisi conclamata dell’attuale sistema capitalistico e la rinascita del ruolo dello Stato e delle Organizzazioni internazionali

L’evoluzione dei sistemi socio-economici ha condotto ad una forma di capitalismo deludente. I principi e la scala di priorità che ne sono alla base, hanno determinato una distorta attribuzione del valore ai beni economici e sociali, e alla remunerazione dei fattori produttivi, come la tutela del bene salute e quindi della vita umana, e del profitto. La tutela della vita umana è un bene pubblico che deve ritenersi globale e pertanto va garantito e salvaguardato dai moderni sistemi, a prescindere dalla logica di mercato della massimizzazione dei profitti, da regole di efficienza e di contenimento della spesa pubblica. Questi principi hanno determinato un ridimensionamento del ruolo dello Stato, principale fornitore, insieme alle Organizzazioni sovranazionali, di beni pubblici, con caratteristiche di non rivalità e non escludibilità. La Pandemia ha reso straordinariamente evidenti le conseguenze derivanti da questo ridimensionamento, da cui è conseguita una subordinazione dell’interesse pubblico a quello privato.

La crisi sanitaria e la perdita di molte vite umane stanno spingendo a ripensare con maggiore convincimento il ruolo centrale svolto dallo Stato e dalle Organizzazioni internazionali nella fornitura di beni pubblici, anche globali. È necessario guardare a nuove forme di organizzazione istituzionale e, quindi, di governance che siano capaci di affrontare sfide transnazionali, come: la tutela della salute, la povertà, le disuguaglianze e più in generale la sostenibilità nella sua accezione più ampia[1].

Già in seguito alle crisi del 2008 e del 2012, il dibattito economico internazionale si era focalizzato su un nuovo ruolo dello Stato e della politica fiscale al fine di stimolare la crescita economica che risultava stagnante. Una parte della letteratura ha dimostrato come gli stimoli fiscali anche in Paesi con debito pubblico elevato possono produrre effetti benefici sullo sviluppo economico. In termini più generali, sono state messe fortemente in discussione le teorie economiche tradizionali e il sistema capitalistico da esse derivante. Per esempio, Stiglitz nel suo ultimo libro, uscito poco prima della pandemia, propone un “capitalismo progressista”, dove contempla un ruolo rinnovato e fondamentale dello Stato. La sua visione del capitalismo si basa sulla ricostituzione da parte dei riformatori politici di un bilanciamento tra i mercati, lo Stato e la società civile, perché l’eccessivo potere dei primi ha determinato una bassa crescita dell’economia, un aumento delle diseguaglianze, l’instabilità finanziaria e un degrado dell’ambiente. I Governi devono limitare e dar forma ai mercati attraverso una regolamentazione per l’ambiente, per la salute, per l’occupazione e per ridurre l’inuguaglianza delle classi sociali. Infine, lo Stato deve occuparsi della fornitura di beni pubblici per l’interesse della comunità. Piketty nel suo ultimo libro (2019) sostiene, in modo più radicale, che l’organizzazione capitalistica e della proprietà privata possano essere superate in vista di una società più giusta, attraverso il socialismo partecipativo e il socialfederalismo. Il primo punta ad una migliore ripartizione dei poteri nelle imprese e soprattutto all’implementazione del principio della “proprietà temporanea” del capitale; il secondo alla lotta alle disuguaglianze.

Anche i portatori di interesse più influenti e importanti dell’attuale sistema capitalistico, come il gruppo finanziario australiano Macquaire Wealth, il maggiore al mondo nel settore delle infrastrutture, e Black Rock, la più grande società di investimento, ne hanno messo in dubbio la validità. Questa linea di pensiero è sostenuta anche dai rappresentanti della Business Roundtable, l’organizzazione composta dagli amministratori delegati di duecento tra le più importanti imprese americane, da Amazon ad Apple, da Ford a JP Morgan. Queste imprese hanno sottoscritto un documento con cui si impegnano ad orientare le loro attività verso una nuova “mission”, focalizzata non solo sui profitti, ma anche sull’adozione di comportamenti responsabili verso l’ambiente, le future generazioni e tutti gli stakeholder. La necessità della revisione dell’attuale sistema capitalistico non è quindi solo teorica, ma si hanno anche dei riscontri concreti.

Il cambiamento deve andare nella direzione di un perseguimento di principi più di origine etica e morale che strettamente economica. In altri termini, è importante rimettere al centro della governance del sistema i principi solidaristici e più in generale la tutela degli interessi pubblici e collettivi. Come sostiene la Mazzacuto in un’intervista rilasciata al The Guardian del 18 marzo scorso, “questo è il momento per portare al centro del capitalismo gli interessi pubblici”. Ciò chiaramente è strettamente connesso ad un maggior coinvolgimento dello Stato. Si tratta di una sfida ardua, che implica la definizione di un nuovo paradigma di sviluppo sociale ed economico, in uno scenario che resta comunque molto incerto. Tuttavia è proprio adesso il momento di cogliere l’opportunità del cambiamento.

La strada è stata tracciata già 5 anni fa, quando sono state sottoscritte le due principali linee di azione su scala mondiale: l’Agenda 2030, firmata da 193 Paesi, nella quale sono ricompresi i 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile (SDGs), declinati in 169 target e la Conferenza sul clima di Parigi (COP21). Questi accordi fissano obiettivi da raggiungere ed impegni da rispettare per creare società sostenibili. Sono l’espressione di una consapevolezza diffusa, che questioni come lo sviluppo sostenibile e il cambiamento climatico, devono essere trattati su scala globale, secondo il presupposto di una responsabilità comune. In questi Accordi è stato applicato un approccio integrato e sistemico che si basa sulla partecipazione di tutti gli Stati. Chiaramente il successo o il fallimento di queste linee di azione dipenderà da una fattiva collaborazione tra tutti i portatori di interesse delle società. Ciò implica: la concreta realizzazione di politiche attuative da parte dei Governi, il supporto delle istituzioni internazionali, la partecipazione attiva del settore privato, della società civile e della comunità scientifica (Seth, 2016).

Si tratta di un cambiamento complesso perché prevede una trasformazione profonda sia sul piano intellettuale e teorico sia sul piano più operativo, ossia quello istituzionale, privato e della società civile. Le Istituzioni (sovranazionali, nazionali e locali) sono attori principali per quanto riguarda il governo e la guida di una effettiva transizione delle moderne società verso sistemi sostenibili. Il ruolo delle istituzioni – attraverso l’implementazione di adeguate politiche di intervento – è cruciale nella messa in pratica dei principi dettati dai nuovi paradigmi di sviluppo, come quello della scienza della sostenibilità (Pierleoni, 2019).

Al riguardo, sono stati proposti approcci di policy omni comprensivi su come i processi di transizione verso società sostenibili potrebbero essere modulati in un contesto di politica pubblica. In proposito Giovannini (2018) propone un modello teorico partendo dalla considerazione che il Pianeta è un “sistema chiuso” e vi inserisce gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile. Questi ultimi diventano le fondamenta per definire una strategia in grado di migliorare il funzionamento del sistema e aumentare il benessere della società. La visione integrata proposta con questo modello serve a valutare se, a fronte di una perturbazione, il sistema debba essere riportato alle condizioni antecedenti ad essa, dove coerenti con i principi dello sviluppo sostenibile, o se convenga cogliere l’opportunità originata dall’instabilità sopravvenuta, per accelerare la transizione verso un nuovo stato di equilibrio. La seconda alternativa trae ispirazione dal concetto di “resilienza trasformativa”, cioè dalla possibilità di sfruttare l’instabilità generata dalle perturbazioni per compiere “balzi in avanti”.

La Pandemia rappresenta la “perturbazione” che deve spingere la comunità globale a cogliere l’opportunità di compiere balzi in avanti verso il raggiungimento di un nuovo stato di equilibrio, al quale si arriva con l’adozione di un modello di sviluppo sostenibile, fondato su una nuova scala di priorità.

Conclusioni

La pandemia da Coronavirus rappresenta l’occasione di mettere in atto il tanto discusso cambiamento dell’attuale sistema capitalistico, attraverso la riaffermazione: i) di principi etici e morali, come quello solidaristico e di uguaglianza, che sono stati di ispirazione proprio per la costituzione delle moderne società e ii) del ruolo dello Stato e delle Organizzazioni sovranazionali nella fornitura di beni pubblici anche globali. In proposito Collier (2018) parla di un fallimento “morale” dell’attuale sistema capitalistico che però può riscattarsi attraverso l’introduzione di nuovi principi fondanti, quelli etici.

Ci troviamo di fronte a una crisi globale che va affrontata con una governance globale, in particolare al fine di garantire la fornitura di alcuni beni pubblici, come la tutela della salute e la salvaguardia dell’ambiente, che sono fortemente correlati tra loro. Le linee guida dell’Agenda ONU 2030, declinate in 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, delineano il percorso da seguire. La strada del cambiamento si conosce, ma la sfida è ardua perché riguarda l’accettazione di una trasformazione radicale, sul piano intellettuale, scientifico e operativo, ma non è impossibile. In proposito come sostiene Scheidel (2019) nel suo libro sulla disuguaglianza, le pandemie letali, insieme alle guerre con mobilitazione generale della popolazione, alle rivoluzioni trasformative interne alle singole società e alle cadute degli Stati, sono gli eventi con maggiore potenza di trasformazione della storia umana.

di Maria Rita Pierleoni - Le opinioni espresse hanno carattere personale e non impegnano in alcun modo la responsabilità Amministrazione di appartenenza

Bibliografia

Anderson M., Mckee M. e Mossialos E. (2020), Developing a sustainable exit strategy for COVID-19: health, economic and public policy implications, Journal of the Royal Society of Medicine, 113(5) 176–178

Bertalanffy L. (1969), General System Theory, Foundations, Develpoment, Applications, New York, George Braziler Inc..

Bonolis M., Laurano P. e Sonzogni B. (2014), Le “ragioni” del crimine – Devianza e razionalità soggettiva, Roma, Carocci Editore.

Bruni L. (2011), “Il significato del limite nell’economia dei beni comuni”, Sophia – Ricerche sui fondamenti e la correlazione dei saperi 2011-2, III, pp. 212-225.

Collier P. (2018) The Future of Capitalism: Facing the New Anxieties. Harper Collins Publishers

Giovannini E. (2018), L’utopia sostenibile. Editore Laterza

Kahneman D. e Tversky A.  (2000), Choices, Values, and Frames, New York: Russell Sage Foundation.

Kahneman D., Tversky A. e Slovic P. (1982), Judgment under Uncertainty. Heuristics and Biases, Cambridge, Cambridge University Press.

Kaul, I., Grunberg I. e Stern M.A. (1999), Global public goods: international cooperation in the 21st century. Oxford University Press

Knight F. (1971), Risk Uncertainty and Profit, Chicago, Chicago University Press (prima ed. 1921).

Mazzacuto M. (2020)La crisi Covid-19: ripensare il capitalismo. Intervista su The Guardian, 18 marzo 2020.

Pierleoni M.R. (2019), La sfida della sostenibilità: il ruolo delle Istituzioni e la spesa infrastrutturale sostenibile, in Rivista Verde Ambiente n. 4, 5 e 6.

Pierleoni M.R. (2017), L’analisi delle disuguaglianze: la rivisitazione dell’approccio economico e nuove politiche di intervento, in Sociologia e ricerca sociale (ISSN 1121-1148, ISSNe 1971-8446), 114, 2017.

Piketty T. (2019), Capital and Ideology. Harvard University Press

Scheidel W. (2019) La grande livellatrice. Violenza e disuguaglianza dalla preistoria a oggi. Il Mulino

Seth, N. (2016) Linking SDG Ambitions with COP21: Q&A with Nikhil Seth. The Independent Commission on Multilateralism. Disponibile online: https://www.icm2016.org/linking-sdg-ambitions-with-cop21-q-a-with-nikhil-seth

Stiglitz J. (2020), Popolo, potere e profitti. Un capitalismo progressista in un’epoca di malcontento. Einaudi.

Note:

[1]Il significato di “sostenibilità” implica un’analisi congiunta e interconnessa delle definizioni ad essa attribuita dalle scienze sociali e naturali. Si tratta di un concetto che ha una natura multidimensionale e ciascuna dimensione mira al perseguimento di obiettivi specifici: i) economici (di equità, crescita ed efficienza), ii) ecologici (di integrità ecosistemica, capacità di carico, biodiversità e resilienza) e iii) sociali (partecipazione, mobilità sociale, coesione sociale, identità culturale e sviluppo istituzionale). Il concetto è poi caratterizzato da un dinamismo perché muta di pari passo ai sistemi economici sociali e culturali ai quali esso si riferisce (Pierleoni, 2019).

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19/04/2020

Cina - L'occupazione, non il PIL, è la chiave dell'economia "bellica"

Editoriale del Global Times – Traduzione a cura de L'antidiplomatico

L'economia cinese ha subito una contrazione del 6,8 per cento nel primo trimestre dell'anno, fatto senza precedenti dalla riforma e dall'apertura. La cifra non ha sorpreso nessuno e riflette la lotta epidemica nazionale della Cina dalla fine di gennaio. Anche il mercato azionario cinese si è comportato normalmente e ha chiuso in rialzo dopo che il dato ufficiale è stato diffuso venerdì.

La nuova epidemia di coronavirus è un disastro che non si vedeva da un secolo. Scuoterà il mondo e ogni economia subirà più o meno uno shock di crescita. La traiettoria generale dell'economia cinese non sarà rimodellata dall'epidemia, questa è l’interpretazione comune e riflette la fiducia in Pechino.

Sarebbe fuorviante se focalizziamo la nostra attenzione su statistiche specifiche del PIL. La Cina dovrebbe concentrarsi sul fatto se la nostra società abbia esercitato gli sforzi più forti e ragionevoli per far fronte all'attuale tempesta, se le persone hanno sostenuto il funzionamento efficace ed efficiente del meccanismo antivirus, se la Cina ha mantenuto il sostentamento di base della sua popolazione e se i settori chiave sono rimasti operativi. L'economia cinese deve essere in grado di intraprendere queste missioni senza interruzioni.

Guardando indietro nel primo trimestre, possiamo vedere che l'economia cinese ha ben realizzato queste missioni. Dopo anni di sviluppo, ha resistito a questo test senza precedenti. In questi tempi chiave, ha salvaguardato gli interessi e i mezzi di sussistenza di 1,4 miliardi di cinesi e ha permesso loro di combattere il virus.

Il secondo trimestre è già iniziato. L'economia cinese sta affrontando compiti e obiettivi più complicati. L'attuale lotta ai virus porta ancora incertezze. Nel frattempo, la ripresa della produzione e del lavoro diventeranno nuovi temi, mentre è necessario esplorare come bilanciare la ripresa economica e la lotta al contagio. Inoltre, la lotta ai virus sulla scena mondiale influenzerà notevolmente l'economia cinese e non dipende interamente dalla Cina quando potrà ripristinare la sua economia.

In questo trimestre, il compito principale della Cina è l'occupazione. La Cina dovrebbe cercare di offrire opportunità di lavoro a tutte le persone, che amplieranno e adegueranno i precedenti principi di lavoro e vivificheranno il lavoro che non è stato svolto in tempi normali. Ad esempio, il miglioramento delle infrastrutture delle città porterà più posti di lavoro.

Quando l'economia non può funzionare normalmente come in tempi normali, incentivare l'occupazione come filo conduttore contribuirà al meglio a garantire che risorse e opportunità limitate vengano utilizzate per mantenere gli interessi delle persone e consolidare il modello economico orientato alle persone. Da questo punto, possiamo camminare verso la piena ripresa economica.

Sebbene i dati ufficiali mostrino che l'occupazione cinese nel primo trimestre è rimasta stabile, è un dato di fatto che il settore dei servizi non si è completamente ripreso. Non c'è dubbio che il settore dei servizi e le industrie associate dovranno affrontare la disoccupazione. Tutte le aree della Cina devono esplorare modi per rivitalizzare il settore dei servizi, che è la linfa vitale per garantire l'occupazione.

La Cina ha ottenuto i risultati migliori nella lotta contro il coronavirus. Da una prospettiva a lungo termine, dobbiamo trasformare questo risultato per dare impulso all'economia. Il fatto che la Cina possa ripristinare completamente la propria economia garantendo la sicurezza dipende non solo dalla situazione di pandemia globale ma anche dalle misure adottate dalle città cinesi. Questa è la vera sfida della politica.

Il bilancio delle vittime e la ripresa economica sono i due criteri più importanti per valutare l'effetto della lotta contro i virus in ciascun paese. La Cina ha lasciato i paesi occidentali molto indietro in termini di primo criterio e dovrebbe ottenere i risultati migliori in termini di secondo. In tal caso, la fiducia della società cinese sarà sostenuta.

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