La diffusione della variante Delta sta facendo suonare l’allarme Covid in Israele e Germania. I dati pubblicati dai rispettivi istituti di sanità pubblica, infatti, fotografano una rapida diffusione del contagio.
Per il secondo giorno consecutivo Israele ha dovuto registrare quasi 10mila nuovi casi di Covid (9.891), con un tasso del 6,69%, il più alto dell’ultima ondata dovuta alla variante Delta.
In Israele, sta proseguendo a ritmo serrato la somministrazione della terza dose di vaccino anti coronavirus a chiunque abbia più di 30 anni. Gli esperti ritengono che per arrestare la corsa della variante Delta si debbano vaccinare con la terza dose 5 milioni di persone.
Anche in Germania sta nuovamente salendo l’incidenza settimanale media del Covid, arrivato a 60,3 nuovi contagi per 100.000 abitanti. Lo rende noto il Robert Koch Institut, che sottolinea come nelle ultime 24 ore il numero delle nuove infezioni sia di 11.561 (scorsa settimana erano 8.324), e si registra la morte di 39 persone.
Il Nord Reno-Vestfalia – per i tassi di contagio tra i non vaccinati – è la regione più colpita dalla nuova ondata di coronavirus e fa registrare un’incidenza sopra i 114.
Il Giappone, ha deciso di estendere ad altre otto prefetture lo “stato d’emergenza” già in vigore in 13 regioni del Paese, Tokyo e Osaka comprese, per contenere i contagi da coronavirus. Le misure saranno effettive da venerdì prossimo fino al 12 settembre anche nelle aree di Hokkaido, Miyagi, Gifu, Aichi, Mie, Shiga, Okayama e Hiroshima.
Lo “stato d’emergenza” implica tra l’altro chiusure anticipate per ristoranti e limiti di capienza per i centri commerciali e il premier ha sollecitato lo smart working per ridurre gli spostamenti dei lavoratori. La situazione dell’assistenza nelle aree interessate dalle misure è “molto grave”, ha detto il ministro responsabile della risposta all’emergenza, Yasutoshi Nishimura.
Secondo l’agenzia Kyodo, da venerdì saranno 33 le prefetture del Giappone, su 47 totali, interessate da misure restrittive – con livelli diversificati – per ridurre i contagi.
In Giappone si registrano più di 20.000 nuovi casi di Covid-19 ogni 24 ore. Ieri, la sola Tokyo ha segnalato 4.228 contagi.
E in Italia?
Sono in crescita anche il numero di nuovi casi di coronavirus in Italia. Ieri sono stati 7.548, contro i 6.076 di martedì, con un +1.472. I tamponi effettuati ieri sono stati 244.420 (meno dei 266.246 quelli effettuati martedì) e l’indice di positività registra un rialzo di 0,8, passando dal 2,3 di martedì al 3,1% di ieri.
I decessi registrati nella giornata di ieri sono stati 59, uno in meno su martedì, portando a 128.914 il totale di vittime in Italia dall’inizio della pandemia. Restano praticamente stabili le persone attualmente positive (135.724 ieri rispetto ai 135.325 di martedì) e le persone in isolamento domiciliare 131.202 (erano 130.724 martedì).
In calo i ricoveri ospedalieri. Ne risultano 4.023, contro i 4.036 di martedì, e in flessione – sia pur di poche unità – anche le terapie intensive, scese da 504 a 499, con 34 ingressi giornalieri (-12 su martedì).
E negli Usa?
Terapie intensive al collasso negli Stati con tasso di vaccinazione più basso.
La nuova ondata di contagi negli Stati Uniti dovuta alla variante Delta sta mettendo in seria difficoltà il sistema sanitario americano. Secondo i dati resi del Dipartimento della Salute analizzati da Axios, infatti, più del 77% dei posti letto in terapia intensiva disponibili in tutti gli Stati Uniti sono ora occupati.
La stragrande maggioranza dei ricoverati in terapia intensiva a causa del COVID-19 è costituita da persone non vaccinate, e la situazione è ancora più critica a causa di mancanza dello staff medico in buona parte di questi ospedali e della stanchezza da parte di medici ed infermieri per qualcosa che avrebbe potuto in buona parte essere evitato se la vaccinazione fosse procedura a ritmi più sostenuti.
A livello di singoli Stati la situazione è la seguente.
- In Arkansas ed Alabama la situazione è la più critica in assoluto visto che non ci sono più posti letto disponibili in terapia intensiva. In Arkansas la percentuale di persone che hanno completato il ciclo vaccinale tra la popolazione adulta è del 49,6%, mentre in Alabama è del 45,6%.
- In Kentucky, dove la percentuale di persone che hanno completato il ciclo vaccinale tra la popolazione adulta è del 58,6%, il governatore democratico Andy Beshear ha fatto sapere che l’afflusso di persone da ricoverare ha già obbligato alcuni ospedali a convertire spazio per aumentare il numero di posti letto disponibili in terapia intensiva.
- In Florida, dove la percentuale di persone che hanno completato il ciclo vaccinale tra la popolazione adulta è del 61,6%, la percentuale di utilizzo dei posti letto in terapia intensiva è ora del 94%. La situazione è ancora più critica se si considera che circa 50 ospedali riportano una seria mancanza di personale adatto a curare le persone gravemente malate, ed altri 60 affermano di rischiare di trovarsi nella stessa situazione entro la fine di questa settimana.
- In Texas, dove la percentuale di persone che hanno completato il ciclo vaccinale tra la popolazione adulta è del 57,6%, alcuni ospedali del nord dello Stato hanno iniziato a dare priorità alla cura dei pazienti vaccinati rispetto a quelli non vaccinati, a causa della mancanza di posti letto a disposizione.
- Anche in Idaho (51,6% popolazione adulta vaccinata), Nevada (57,6% popolazione adulta vaccinata) ed Illinois (60,8% popolazione adulta vaccinata), i posti letto in terapia intensiva si stanno avvicinando al limite massimo di utilizzo.
Tutti questi Stati hanno una cosa in comune tra loro, vale a dire la percentuale persone che hanno completato il ciclo vaccinale tra la popolazione adulta più bassa della media nazionale (attorno al 63%) – e nei casi più gravi anche significativamente più bassa.
Che il problema sia questo lo conferma anche Nick VinZant, senior analyst della compagnia di assicuazioni QuoteWizard, che ha rilasciato ieri un nuovo rapporto per parlare del tasso di preparazione degli Stati a questa nuova ondata di contagi:
“Questa situazione si sta verificando in particolar modo in quegli Stati dove è il COVID a colpire più pesantemente. Abbiamo un sistema sanitario che sta venendo tirato al limite e staff sanitari che stanno davvero avendo difficoltà a gestire una situazione che peggiora di giorno in giorno”.
Anche per questo motivo il Presidente Joe Biden, la cui difficoltà a gestire la pandemia si è trasformata in un collasso degli indici di popolarità (ulteriormente peggiorati anche a causa della debacle in Afghanistan), ha ribadito ad inizio settimana la necessità di vaccinarsi.
Dopo che la Food and Drug Administration (FDA) ha dato lunedì la sua approvazione definitiva all’uso del vaccino Pfizer-BioNTech per i maggiori di 16 anni, Biden si è espresso così dalla Casa Bianca:
“Se siete uno di quei milioni di americani che affermavano di non volersi sottoporre ai vaccini prima di una piena e definitiva approvazione della FDA, ora questo è avvenuto. Il momento che stavate attendendo è arrivato, ed è tempo che vi vacciniate. Fatelo oggi, non perdete altro tempo”.
Per rafforzare la campagna di vaccinazione in corso, Biden ha anche chiesto alle aziende del settore pubblico e privato di imporre obblighi vaccinali nei confronti dei propri dipendenti, nel tentativo di convincere altri milioni di americani a vaccinarsi.
“Se siete un imprenditore, un leader di una no profit, o leader statali o locali che attendevate la piena approvazione della FDA per imporre l’obbligo vaccinale, vi chiedo di farlo ora”, ha detto Biden dalla Casa Bianca.
Nel frattempo proprio oggi il Pentagono ha annunciato l’obbligo vaccinale per tutti i soldati in servizio attivo, mentre la Delta Airlines ha annunciato che dal 1 novembre applicherà una trattenuta allo stipendio di 200$ mensili ai suoi dipendenti non vaccinati per maggiori spese legate all’assicurazione sanitaria.
Questo sforzo da più parti sembra finalmente aver portato ad un lieve aumento del tasso di vaccinazione che dal primo agosto ad oggi (nella media mobile a 7 giorni) è migliorato di quasi il 30% passando da 662 mila somministrazioni al giorno a 860 mila attuali.
Ma si tratta purtroppo di una ripresa ancora troppo debole ed avvenuta troppo in ritardo per avere un impatto significativo sulla situazione catastrofica ormai in essere nei reparti di terapia intensiva di molti Stati americani.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/08/2021
14/07/2021
Panico pandemico di ritorno, caos nell’establishment occidentale
Abbiamo perso il conto delle “ondate” di contagio da Covid-19, ma la cosa – come sapete – non ci sorprende.
Partiamo, com’è giusto, dalle notizie. Il numero dei contagi è in risalita ovunque, in Europa e non solo. E, nonostante le vaccinazioni procedano a ritmo sostenuto (sempre appesi ai soli quattro vaccini occidentali approvati dall’Ema), anche il numero dei ricoverati. Per quello dei morti, come sempre, bisognerà aspettare qualche settimana in più.
Persino l’aperturista Emanuel Macron è costretto a decidere che si potrà muovere liberamente – su mezzi e per spazi pubblici – soltanto chi può esibire il “Green Pass”, ossia la certificazione elettronica di esser stato vaccinato con due dosi (una sola nel caso di Johnson&Johnson).
In Gran Bretagna, il suo collega Boris Johnson prende la decisione opposta – tutto aperto, come se non ci fosse alcun problema – nonostante il numero quotidiano dei contagi veleggi da giorni sopra i 30.000.
L’Italia è come sempre il paese delle strategia fai-da-te, dove ogni pirla si improvvisa epidemiologo e detta la propria ricetta, ben sapendo che tanto non serve a niente. Il più ridicolo è ancora una volta il cosiddetto presidente della Regione Lombardia – il territorio con la più alta percentuale di morti rispetto alla popolazione, sull’intero pianeta, pare – per dirsi prima d’accordo con Macron e poi contrario. Nel frattempo Salvini aveva dettato la linea e quindi il Fontana si adegua...
Il “governo dei migliori” rinvia ogni decisione, non sapendo che pesci prendere. L’onnisapiente Draghi aveva detto che le riaperture sarebbe state “definitive” soltanto qualche settimana fa, e cambiare così rapidamente impostazione fa perdere punti e credibilità. Per altro è l’unico cui venga riconosciuta, dentro e fuori il paese...
I dati oggettivi sono però impietosi, se si tengono presenti gli “assi” fondamentali della strategia messa in campo fin qui.
L’aumento dei contagiati e il diffondersi della “variante delta” ha tolto molte sicurezze. I vaccini dovevano essere la soluzione definitiva, ma se non riesci a vaccinare quasi tutta la popolazione non puoi raggiungere il risultato dell’”immunità di gregge”.
I governi occidentali – tutti – hanno cercato una via di mezzo tra il “consigliare” la vaccinazione, incentivarla con “ricchi premi e cotillon” e il lasciare libertà di scelta ai singoli cittadini.
La “comunicazione” sui vaccini è stata delirante, spesso per colpa delle stesse multinazionali che li producono, tra errori goffi (AstraZeneca) e sospetti di concorrenza sleale. Ma soprattutto per i continui cambiamenti di messaggio relativamente a fasce di età, professioni da privilegiare, efficacia e durata della copertura.
Proprio quest’ultimo fattore è quello che dovrebbe preoccupare tutti, specie chi governa. Qualsiasi sia il vaccino e la sua efficacia, infatti, non si va al di là di un anno. Il che significa prepararsi a “ondate” di vaccinazione di massa molto più grandi dimensionalmente e soprattutto ricorrenti (da 8 a 12 mesi, a seconda del prodotto).
Ma di questo, per ora, non c’è traccia. Ci si muove come se i vaccinati o gli ex contagiati sopravvissuti fossero immunizzati per sempre. Mentre sono tutti “a scadenza”, a cominciare dagli ex contagiati di oltre un anno fa.
Davanti a questa situazione abbastanza fuori controllo, e a un virus che cambia, la mossa stile-Macron ha una sua logica, benché tardiva: invece di bloccare le attività, permettere la libera circolazione totale soltanto agli immunizzati certificati.
Dal punto di vista della sicurezza, è una misura tampone che sconta le folli decisioni precedenti (lasciare aperte le attività produttive e la circolazione dei mezzi pubblici, chiudendo solo le attività commerciali e a volte le scuole; ma senza mai avviare una strategia di tracciamento e isolamento dei cluster pericolosi).
Ma ha anche conseguenze sull’ideologia di massa creata dal neoliberismo negli ultimi 30 anni, caratterizzata da un’idea assolutamente individualista e irresponsabile di “libertà”, secondo cui ogni limitazione è sostanzialmente immotivata e “autoritaria”. Un punto di vista da impresa multinazionale, ma fatto proprio da tutti (anche dalla “sinistra” sedicente “alternativa”).
Una pandemia, invece, così come una guerra, costringe chi governa – in qualsiasi regime politico-economico – a pensare un paese come “un insieme” in cui si può ottenere il risultato necessario (eliminare il virus, in questo caso) solo se tutti concorrono ad ottenerlo comportandosi come serve, non come si preferisce.
Sul piano culturale, in effetti, è uno shock di massa, che potrebbe avere anche conseguenze sul “consenso politico” a favore dei vari establishment.
Possiamo vederlo tra le nostre conoscenze o nelle mini-interviste televisive “tra la gente”, con coglioni sussiegosi – spesso esplicitamente di destra, come i filo-Salvini e Meloni – che spiegano di essere contrari a qualsiasi regolazione o obbligo vaccinale perché “incostituzionale”, in quanto “viola i diritti individuali”.
Gente che bisognerebbe probabilmente riportare alle condizioni dell’Ottocento – quando non c’erano i vaccini – e all’arrivo di una nave in qualsiasi porto, se c’era un’epidemia a bordo, di qualsiasi tipo, scattava la quarantena di 40 giorni e chi provava a buttarsi in mare veniva fucilato in acqua...
Perché, banalmente, la “libertà individuale” non può andare contro la vita di tutti.
L’Occidente neoliberista, insomma, se vuole uscire da questa emergenza pandemica deve mettere in discussione – davanti a ognuno dei cittadini – i princìpi che ha propagandato per alcuni decenni. E deve farlo in una condizione di insuccesso, davanti al fallimento delle strategie fin qui messe in atto.
Deve mettere l’interesse collettivo davanti a quello individuale.
Eresia, certamente. Ma se non lo fa non trova la soluzione e si trascina di crisi in crisi, di “ondata” in ondata. Se lo fa, ammette che ha raccontato cazzate per decenni, solo per favorire le imprese e la speculazione finanziaria. Da lontano i cinesi ridono, e ne hanno tutte le ragioni.
E stiamo parlando “soltanto” di una pandemia, ossia di un evento eccezionale ma non frequente; di un fattore insomma relativamente “esterno” ai meccanismi sistemici.
Pensate voi se questo establishment può affrontare con qualche prospettiva di successo un problema che dipende proprio dal “modo di produzione capitalistico”, come il cambiamento climatico e la devastazione ambientale...
Fonte
Partiamo, com’è giusto, dalle notizie. Il numero dei contagi è in risalita ovunque, in Europa e non solo. E, nonostante le vaccinazioni procedano a ritmo sostenuto (sempre appesi ai soli quattro vaccini occidentali approvati dall’Ema), anche il numero dei ricoverati. Per quello dei morti, come sempre, bisognerà aspettare qualche settimana in più.
Persino l’aperturista Emanuel Macron è costretto a decidere che si potrà muovere liberamente – su mezzi e per spazi pubblici – soltanto chi può esibire il “Green Pass”, ossia la certificazione elettronica di esser stato vaccinato con due dosi (una sola nel caso di Johnson&Johnson).
In Gran Bretagna, il suo collega Boris Johnson prende la decisione opposta – tutto aperto, come se non ci fosse alcun problema – nonostante il numero quotidiano dei contagi veleggi da giorni sopra i 30.000.
L’Italia è come sempre il paese delle strategia fai-da-te, dove ogni pirla si improvvisa epidemiologo e detta la propria ricetta, ben sapendo che tanto non serve a niente. Il più ridicolo è ancora una volta il cosiddetto presidente della Regione Lombardia – il territorio con la più alta percentuale di morti rispetto alla popolazione, sull’intero pianeta, pare – per dirsi prima d’accordo con Macron e poi contrario. Nel frattempo Salvini aveva dettato la linea e quindi il Fontana si adegua...
Il “governo dei migliori” rinvia ogni decisione, non sapendo che pesci prendere. L’onnisapiente Draghi aveva detto che le riaperture sarebbe state “definitive” soltanto qualche settimana fa, e cambiare così rapidamente impostazione fa perdere punti e credibilità. Per altro è l’unico cui venga riconosciuta, dentro e fuori il paese...
I dati oggettivi sono però impietosi, se si tengono presenti gli “assi” fondamentali della strategia messa in campo fin qui.
L’aumento dei contagiati e il diffondersi della “variante delta” ha tolto molte sicurezze. I vaccini dovevano essere la soluzione definitiva, ma se non riesci a vaccinare quasi tutta la popolazione non puoi raggiungere il risultato dell’”immunità di gregge”.
I governi occidentali – tutti – hanno cercato una via di mezzo tra il “consigliare” la vaccinazione, incentivarla con “ricchi premi e cotillon” e il lasciare libertà di scelta ai singoli cittadini.
La “comunicazione” sui vaccini è stata delirante, spesso per colpa delle stesse multinazionali che li producono, tra errori goffi (AstraZeneca) e sospetti di concorrenza sleale. Ma soprattutto per i continui cambiamenti di messaggio relativamente a fasce di età, professioni da privilegiare, efficacia e durata della copertura.
Proprio quest’ultimo fattore è quello che dovrebbe preoccupare tutti, specie chi governa. Qualsiasi sia il vaccino e la sua efficacia, infatti, non si va al di là di un anno. Il che significa prepararsi a “ondate” di vaccinazione di massa molto più grandi dimensionalmente e soprattutto ricorrenti (da 8 a 12 mesi, a seconda del prodotto).
Ma di questo, per ora, non c’è traccia. Ci si muove come se i vaccinati o gli ex contagiati sopravvissuti fossero immunizzati per sempre. Mentre sono tutti “a scadenza”, a cominciare dagli ex contagiati di oltre un anno fa.
Davanti a questa situazione abbastanza fuori controllo, e a un virus che cambia, la mossa stile-Macron ha una sua logica, benché tardiva: invece di bloccare le attività, permettere la libera circolazione totale soltanto agli immunizzati certificati.
Dal punto di vista della sicurezza, è una misura tampone che sconta le folli decisioni precedenti (lasciare aperte le attività produttive e la circolazione dei mezzi pubblici, chiudendo solo le attività commerciali e a volte le scuole; ma senza mai avviare una strategia di tracciamento e isolamento dei cluster pericolosi).
Ma ha anche conseguenze sull’ideologia di massa creata dal neoliberismo negli ultimi 30 anni, caratterizzata da un’idea assolutamente individualista e irresponsabile di “libertà”, secondo cui ogni limitazione è sostanzialmente immotivata e “autoritaria”. Un punto di vista da impresa multinazionale, ma fatto proprio da tutti (anche dalla “sinistra” sedicente “alternativa”).
Una pandemia, invece, così come una guerra, costringe chi governa – in qualsiasi regime politico-economico – a pensare un paese come “un insieme” in cui si può ottenere il risultato necessario (eliminare il virus, in questo caso) solo se tutti concorrono ad ottenerlo comportandosi come serve, non come si preferisce.
Sul piano culturale, in effetti, è uno shock di massa, che potrebbe avere anche conseguenze sul “consenso politico” a favore dei vari establishment.
Possiamo vederlo tra le nostre conoscenze o nelle mini-interviste televisive “tra la gente”, con coglioni sussiegosi – spesso esplicitamente di destra, come i filo-Salvini e Meloni – che spiegano di essere contrari a qualsiasi regolazione o obbligo vaccinale perché “incostituzionale”, in quanto “viola i diritti individuali”.
Gente che bisognerebbe probabilmente riportare alle condizioni dell’Ottocento – quando non c’erano i vaccini – e all’arrivo di una nave in qualsiasi porto, se c’era un’epidemia a bordo, di qualsiasi tipo, scattava la quarantena di 40 giorni e chi provava a buttarsi in mare veniva fucilato in acqua...
Perché, banalmente, la “libertà individuale” non può andare contro la vita di tutti.
L’Occidente neoliberista, insomma, se vuole uscire da questa emergenza pandemica deve mettere in discussione – davanti a ognuno dei cittadini – i princìpi che ha propagandato per alcuni decenni. E deve farlo in una condizione di insuccesso, davanti al fallimento delle strategie fin qui messe in atto.
Deve mettere l’interesse collettivo davanti a quello individuale.
Eresia, certamente. Ma se non lo fa non trova la soluzione e si trascina di crisi in crisi, di “ondata” in ondata. Se lo fa, ammette che ha raccontato cazzate per decenni, solo per favorire le imprese e la speculazione finanziaria. Da lontano i cinesi ridono, e ne hanno tutte le ragioni.
E stiamo parlando “soltanto” di una pandemia, ossia di un evento eccezionale ma non frequente; di un fattore insomma relativamente “esterno” ai meccanismi sistemici.
Pensate voi se questo establishment può affrontare con qualche prospettiva di successo un problema che dipende proprio dal “modo di produzione capitalistico”, come il cambiamento climatico e la devastazione ambientale...
Fonte
06/07/2021
“Aumentano i contagi? E chissenefrega”, dice Johnson
Partiamo con la notizia, come fanno i bravi cronisti. E la prendiamo dall’Agi, agenzia di stampa di proprietà dell’Eni.
L’epidemia di Covid ha ripreso a correre nel Regno Unito a causa della variante Delta ma il premier britannico, Boris Johnson, ha annunciato per il 19 luglio la riapertura dell’Inghilterra. Via l’obbligo di mascherina e i limiti alle interazioni sociali; non sarà più richiesto lo smart working.
Inoltre, riapriranno tutti i pub, locali notturni e discoteche, senza limiti al numero di persone ammesse.
Esercizi commerciali e imprese potranno decidere autonomamente di richiedere prova di immunizzazione agli avventori, ma non ci sarà alcun tipo di pass vaccinale in vigore. In caso di contatto con un positivo, resta valido l’auto-isolamento ma coloro che hanno già ricevuto due dosi potranno evitarlo.
Altri dettagli su vacanze e quarantena verranno comunicati più avanti nella settimana mentre la conferma o eventuale revoca di queste decisioni verrà data il 12 luglio.
Di fronte ai timori, suscitati dal numero crescente di contagi giornalieri, il capo di Downing Street ha riconosciuto che l’epidemia “non sarà certamente finita per il 19 luglio“.
Tuttavia, “dobbiamo essere onesti con noi stessi: se non possiamo riaprire la società nelle prossime settimane, quando saremo in grado di tornare alla normalità?“.
“L’alternativa è aprire in inverno quando il virus avrà un vantaggio“, ha aggiunto.
Il numero di casi di Covid sta crescendo rapidamente: nel Regno Unito nelle ultime 24 ore sono stati registrati 27.334 nuovi contagi, nella settimana del 29 giugno-5 luglio il numero è cresciuto del 53,2% rispetto ai sette giorni precedenti.
E le stime indicano che per il 19 luglio ci saranno circa 50 mila contagi al giorno, ha affermato Johnson, sottolineando che la campagna vaccinale precede come previsto – 45,35 milioni i britannici che hanno ricevuto almeno una dose di vaccino e 33,73 quelli completamente immunizzati – e l’immunizzazione resta efficace contro il coronavirus.
A questo proposito, il governo ha deciso di ridurre l’intervallo tra una dose e l’altra da 12 settimane a 8 per chi ha meno di 40 anni.
Nonostante l’incremento dei casi, i ricoveri in ospedale e i decessi non conoscono la stessa crescita esponenziale cui si è assistito nella seconda ondata (1.953 nuovi pazienti nel lasso di tempo 23-29 giugno, +24,2%; i decessi nell’ultima settimana sono stati 128, un incremento del 4,9%), anche se negli ultimi giorni le ospedalizzazioni hanno cominciato a registrare un aumento più rapido.
Secondo un sondaggio YouGov, il 71% dei britannici vuole che le mascherine rimangano obbligatorie sui trasporti pubblici, mentre per il 66% dovrebbero rimanere nei negozi e negli spazi pubblici chiusi. Inoltre, il 70% sostiene che si sentirebbe meno al sicuro se si trovasse in un luogo affollato o non ventilato e le persone non indossassero mascherine sul viso.
L’epidemia di Covid ha ripreso a correre nel Regno Unito a causa della variante Delta ma il premier britannico, Boris Johnson, ha annunciato per il 19 luglio la riapertura dell’Inghilterra. Via l’obbligo di mascherina e i limiti alle interazioni sociali; non sarà più richiesto lo smart working.
Inoltre, riapriranno tutti i pub, locali notturni e discoteche, senza limiti al numero di persone ammesse.
Esercizi commerciali e imprese potranno decidere autonomamente di richiedere prova di immunizzazione agli avventori, ma non ci sarà alcun tipo di pass vaccinale in vigore. In caso di contatto con un positivo, resta valido l’auto-isolamento ma coloro che hanno già ricevuto due dosi potranno evitarlo.
Altri dettagli su vacanze e quarantena verranno comunicati più avanti nella settimana mentre la conferma o eventuale revoca di queste decisioni verrà data il 12 luglio.
Di fronte ai timori, suscitati dal numero crescente di contagi giornalieri, il capo di Downing Street ha riconosciuto che l’epidemia “non sarà certamente finita per il 19 luglio“.
Tuttavia, “dobbiamo essere onesti con noi stessi: se non possiamo riaprire la società nelle prossime settimane, quando saremo in grado di tornare alla normalità?“.
“L’alternativa è aprire in inverno quando il virus avrà un vantaggio“, ha aggiunto.
Il numero di casi di Covid sta crescendo rapidamente: nel Regno Unito nelle ultime 24 ore sono stati registrati 27.334 nuovi contagi, nella settimana del 29 giugno-5 luglio il numero è cresciuto del 53,2% rispetto ai sette giorni precedenti.
E le stime indicano che per il 19 luglio ci saranno circa 50 mila contagi al giorno, ha affermato Johnson, sottolineando che la campagna vaccinale precede come previsto – 45,35 milioni i britannici che hanno ricevuto almeno una dose di vaccino e 33,73 quelli completamente immunizzati – e l’immunizzazione resta efficace contro il coronavirus.
A questo proposito, il governo ha deciso di ridurre l’intervallo tra una dose e l’altra da 12 settimane a 8 per chi ha meno di 40 anni.
Nonostante l’incremento dei casi, i ricoveri in ospedale e i decessi non conoscono la stessa crescita esponenziale cui si è assistito nella seconda ondata (1.953 nuovi pazienti nel lasso di tempo 23-29 giugno, +24,2%; i decessi nell’ultima settimana sono stati 128, un incremento del 4,9%), anche se negli ultimi giorni le ospedalizzazioni hanno cominciato a registrare un aumento più rapido.
Secondo un sondaggio YouGov, il 71% dei britannici vuole che le mascherine rimangano obbligatorie sui trasporti pubblici, mentre per il 66% dovrebbero rimanere nei negozi e negli spazi pubblici chiusi. Inoltre, il 70% sostiene che si sentirebbe meno al sicuro se si trovasse in un luogo affollato o non ventilato e le persone non indossassero mascherine sul viso.
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La decisione di Johnson somiglia moltissimo a quella da lui stesso presa all’inizio della pandemia, poi corretta dopo il suo ricovero e intubazione. La differenza con i primi mesi del 2020 sta certamente nell’alto numero dei vaccinati (allora non era stato ancora scoperto e brevettato alcun vaccino), che ha ridotto al minimo il numero dei morti e dei ricoverati negli ospedali.
Ma nonostante l’alta copertura vaccinale, la “variante delta” sta provocando un aumento esponenziale dei contagi, e dunque una risalita anche dei ricoveri. In prospettiva di qualche settimana, è lecito attendersi anche un più alto numero di morti.
E questo Johnson – i conservatori britannici, braccio armato del grande capitale finanziario – lo sa benissimo: “bisogna purtroppo riconciliarsi con l’idea di altri morti di covid“. Immaginiamo con quanto piacere avverrà quella “riconciliazione” nelle prossime vittime e nelle loro famiglie...
Si tratta di una scelta criminale che non avrà le stesse conseguenze catastrofiche di quella precedente (la Gran Bretagna ha pagato fin qui un prezzo spaventoso: oltre 128.000 morti), ma comunque vengono messi in conto altri decessi, in numero non quantificabile.
Un “crimine minore”, si potrebbe dire, ma che comunque sarà fatale per molta gente.
La ragione è sempre la stessa: “l’economia deve ripartire pienamente”, senza ostacoli che possa rallentarne il corso.
E qui si vede chiaramente all’opera la follia di un sistema che vede economia e vita umana come due mondi in contrasto, e che dunque per “salvare la prima” è disposto a sacrificare un certo numero di vite. Come se potesse esistere un’economia senza esseri umani.
Non rifaremo ragionamenti già fatti all’inizio della pandemia, quando le “ragioni del Pil”, anche in Italia, decretarono che era preferibile far diffondere il virus in tutto il paese piuttosto che chiudere la Val Seriana e qualche altra zona del “nord produttivo”.
Vogliamo soltanto invitare i nostri lettori a ragionare per analogia. Se non si può fermare almeno temporaneamente la produzione neanche per contrastare una pandemia globale, come si può credere che lo stesso “sistema” abbia la minima intenzione di perdere qualche frazione di profitto per bloccare la corsa catastrofica del cambiamento climatico?
Le “interruzioni” e i cambiamenti in corso d’opera che sarebbero necessari per raggiungere questo obbiettivo sono su scala clamorosamente più grande del “semplice” contrasto di una pandemia.
Tutto sommato, infatti, un virus è in un certo senso paragonabile a un “nemico esterno”, che richiede sì qualche sacrificio temporaneo (il tempo necessario a mettere in sicurezza la popolazioni, tramite tracciamento e vaccini), ma tutto sommato con costi accettabili.
Il cambiamento climatico e l’esaurimento di alcune risorse naturali strategiche, invece, sono prodotti dal funzionamento stesso della produzione capitalistica. Andrebbe insomma cambiato tutto, in poco tempo, in modo radicale, cancellando alcune produzioni e chi se ne avvantaggia.
Meglio fare green washing, insomma. Raccontare cazzate e andare avanti come zombie verso il baratro... con Johnson e Draghi a suonare il piffero.
Fonte
27/06/2021
Più variante delta per tutti. Il virus favorito da padroni e governi
Mentre si apre tutto, praticamente senza alcun controllo e limite (tutto è demandato alla “responsabilità individuale” di cittadini e imprenditori), mentre i gestori delle discoteche – esattamente come un anno fa – lamentano il ritardo con cui viene sdoganata anche la loro attività ad alto grado di sudorazione, respirazione affannosa e contatto fisico in luoghi perlopiù chiusi, mezzo mondo va ripristinando misure di contenimento della pandemia per la rapida diffusione della “variante Delta” del Covid-19.
L‘Istituto Superiore di Sanità italiano ha avviato una nuova indagine sulla diffusione delle varianti del virus Sasr-Cov-2 in Italia, che dovrebbero confermare un aumento dei casi da variante Delta. Ma per il momento la stretta sui controlli ed il tracciamento proprio di questa mutazione, più temibile poiché ad alta trasmissibilità, avviene sottotraccia. Per non disturbare qualsiasi business.
A livello europeo, per esempio, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha annunciato la richiesta di un “approccio coordinato” soprattutto sugli ingressi di viaggiatori provenienti dai Paesi dove le varianti sono più diffuse.
Ad accrescere le preoccupazioni vi è poi anche il ‘caso Finlandia’. Il Ministero della Salute ha infatti trasmesso alle Regioni una nota di allerta, raccomandando di potenziare il sequenziamento e il tracciamento dei contatti, dopo il rilevamento di focolai da variante Delta in ospedali finlandesi.
Le autorità della Finlandia, ha comunicato il ministero, riferiscono di un esteso focolaio di casi con variante Delta che ha colpito 4 strutture ospedaliere del Paese nel mese di maggio per un totale di 98 casi. Il tasso di letalità è stato del 17,3%. Dei 98 casi, 18 operatori sanitari e 42 pazienti avevano ricevuto almeno una dose di vaccino. Analogamente, dei pazienti deceduti, il 70,6% aveva ricevuto almeno una dose (un paziente ne aveva ricevute 2).
In Australia, che tra i primi paesi occidentali aveva dichiarato vittoria sulla pandemia, è stato imposto il confinamento a Sidney. La metropoli più grande del Paese, che ha oltre cinque milioni di abitanti, ha imposto dunque l’uscita di casa ai suoi cittadini solo per motivi essenziali (assistenza, lavoro, istruzione e acquisto di beni alimentari o medicinali), oltre a limitazioni a matrimoni e attività sportive.
In Gran Bretagna, dove oramai la variante Delta del Sars-Cov-2 è predominante, nelle ultime 24 ore sono stati registrati 18.270 contagi, il numero più alto dallo scorso 5 febbraio, e 23 decessi. Anche se l’83% degli adulti ha ricevuto una dose di vaccino e il 61,2% due.
In Spagna si registra un focolaio Covid “di ritorno” con oltre 600 studenti positivi tornati nelle rispettive città dopo una vacanza. I ragazzi proverrebbero da ben sette diverse comunità autonome. L’elemento che li accomuna tutti è quello di essere stati in vacanza alle Baleari, per la precisione nell’isola di Maiorca, nei giorni fra il 12 ed il 20 giugno.
In Russia i nuovi contagi sono stati 21.665, il numero più alto dallo scorso 21 gennaio e i decessi 619. Il vice direttore dell’Istituto Centrale di Ricerca in Epidemiologia, l’accademico delle scienze, Aleksandr Gorelov, ha denunciato che la variante Delta del Sars-Cov-2 sta diventando prevalente. Molti pazienti ora sono giovani e giovanissimi.
In Italia, per ora, a chiedere di mettere in campo azioni in modo deciso è la Fondazione Gimbe alla luce dei risultati del nuovo monitoraggio relativo alla settimana dal 16 al 22 giugno: “Non è accettabile una gestione ‘attendista’ della variante Delta, contro la quale occorre attuare tempestivamente le misure raccomandate dall’Ecdc: potenziare sequenziamento e contact tracing, attuare strategie di screening per chi arriva dall’estero e accelerare la somministrazione della seconda dose negli over 60 e nei fragili“.
Secondo il report del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) pubblicato ieri, questa variante è del 40-60% più contagiosa di quella alfa (inglese) e determinerà il 70% delle nuove infezioni entro l’inizio di agosto ed il 90% entro la fine.
Da qui la raccomandazione alle Regioni di applicare con rigore le misure di contenimento e di sequenziare prioritariamente, tra gli altri, i campioni di individui in arrivo da Paesi con alta incidenza di varianti e di soggetti vaccinati che si infettano nonostante lo sviluppo dell’immunità.
In Italia, stando al database internazionale Gisaid, sulla base dei campioni prelevati dal 9 al 23 giugno, su 218 sequenze depositate 71 (32,6%) sono da variante Delta, ma non tutte le Regioni condividono i sequenziamenti in questo database. Un dato più accurato sulla prevalenza della variante Delta in Italia, al 18 maggio la attestava all’1%.
“In assenza di dati affidabili sulla presenza della variante Delta in Italia – puntualizza il presidente Gimbe Nino Cartabellotta – tre sono le ragionevoli certezze: innanzitutto il numero di sequenziamenti effettuati è modesto e eterogeneo a livello regionale; in secondo luogo, il contact tracing non è stato ripreso, nonostante i numeri del contagio lo permettano.
Infine, preoccupa il confronto con quanto sta accadendo nel Regno Unito, dove la variante si diffonde velocemente: in Italia infatti poco più 1 persona su 4 ha completato il ciclo vaccinale (rispetto al 46% nel Regno Unito), mentre il 26,5% della popolazione ha ricevuto solo una dose (rispetto al 17%) e il 46% è totalmente privo di copertura (rispetto al 37%). Percentuali preoccupanti considerando la minore efficacia di una sola dose nei confronti di questa variante“.
Dalla settimana 5-11 maggio a oggi “il numero di persone testate per il Sars-Cov-2 si è progressivamente ridotto del 52,7%, passando da 662.549 a 313.122” e con “rilevanti e ingiustificate differenze regionali“. Segno evidente di un allentamento mentale e organizzativo derivante dalla errata sensazione che “il peggio è passato”.
La Fondazione Gimbe intravede dunque il rischio di una “sottostima dei nuovi casi“.
I dati sono complessivamente ancora in calo. In particolare, nella settimana 16-22 giugno 2021 si registrano i seguenti dati: -36,5% casi di coronavirus (7.262 rispetto a 11.440), -46,2% decessi (221 rispetto a 411), -31,3% di ricoveri con sintomi (2.289 rispetto a 3.333) e -28,2% di terapie intensive Covid (362 rispetto a 504).
Dal picco del 6 aprile a oggi, inoltre, i posti letto occupati in area medica da pazienti Covid sono scesi da 29.337 a 2.289 (-92,2%) e quelli in terapia intensiva da 3.743 a 362 (-90,3%).
Inoltre, da 10 settimane sono in costante calo anche i decessi, che nell’ultima settimana si attestano in media a 32 al giorno rispetto ai 59 della settimana precedente.
“Da 14 settimane consecutive – dichiara Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe – si registra una discesa dei nuovi casi settimanali. Se la costante riduzione del rapporto positivi/casi testati conferma una ridotta circolazione del virus, la progressiva diminuzione dell’attività di testing sottostima il numero dei nuovi casi e documenta l’insufficiente tracciamento dei contatti, cruciale in questa fase della pandemia“.
Le forniture di vaccini vedono un semestre che chiude a circa -20 milioni di dosi e la campagna vaccinale rallenta nonostante gli oltre 3 milioni di dosi in frigo.
Nell’ultima settimana sono state somministrate 3.751.029 milioni dosi, per la prima volta in calo rispetto alla settimana precedente (-4,5%).
Al 23 giugno risultano consegnate circa 50 milioni di dosi, pari al 66% di quelle previste per il primo semestre 2021. “Rispetto alle forniture stimate rimarrebbero da consegnare entro la fine del secondo trimestre 25,9 milioni di dosi, il 34% di quelle originariamente previste. Anche non considerando quelle di vaccino di CureVac, che non ha superato con successo i test clinici, è certo che non arriveranno 18,6 milioni di dosi entro fine mese“.
Quanto alla copertura, al 23 giugno, il 54% della popolazione, ovvero oltre 32 milioni di cittadini, ha ricevuto almeno una dose di vaccino e il 27,6%, ovvero oltre 16 milioni, ha completato il ciclo vaccinale.
Nella popolazione più a rischio, l’86% degli over 60 ha ricevuto almeno la prima dose, ma il 14%, ovvero quasi 2,5 milioni di over 60, non ne ha ricevuta nessuna e sono forti le differenze regionali.
Ci sono poi oltre 5,4 milioni di over 60 devono ancora completare il ciclo vaccinale, anche se gli ultimi dati mostrano che una singola dose di vaccino (Pfizer o AstraZeneca) riduce la probabilità di malattia del 31% e di ricovero del 75% e tali percentuali salgono rispettivamente al 80% e al 94% con il ciclo completo.
Sommando calo dei test e diffusione della variante Delta, che sembra poter colpire anche una quota rilevante di persone già vaccinate, ce n’è abbastanza per dire che i governi che operano sotto la pressione dei gruppi imprenditoriali hanno molte più probabilità di far resuscitare la pandemia in autunno.
Ma risparmiateci le lacrime di coccodrillo. Vi mettiamo tutto a conto...
Fonte
L‘Istituto Superiore di Sanità italiano ha avviato una nuova indagine sulla diffusione delle varianti del virus Sasr-Cov-2 in Italia, che dovrebbero confermare un aumento dei casi da variante Delta. Ma per il momento la stretta sui controlli ed il tracciamento proprio di questa mutazione, più temibile poiché ad alta trasmissibilità, avviene sottotraccia. Per non disturbare qualsiasi business.
A livello europeo, per esempio, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha annunciato la richiesta di un “approccio coordinato” soprattutto sugli ingressi di viaggiatori provenienti dai Paesi dove le varianti sono più diffuse.
Ad accrescere le preoccupazioni vi è poi anche il ‘caso Finlandia’. Il Ministero della Salute ha infatti trasmesso alle Regioni una nota di allerta, raccomandando di potenziare il sequenziamento e il tracciamento dei contatti, dopo il rilevamento di focolai da variante Delta in ospedali finlandesi.
Le autorità della Finlandia, ha comunicato il ministero, riferiscono di un esteso focolaio di casi con variante Delta che ha colpito 4 strutture ospedaliere del Paese nel mese di maggio per un totale di 98 casi. Il tasso di letalità è stato del 17,3%. Dei 98 casi, 18 operatori sanitari e 42 pazienti avevano ricevuto almeno una dose di vaccino. Analogamente, dei pazienti deceduti, il 70,6% aveva ricevuto almeno una dose (un paziente ne aveva ricevute 2).
In Australia, che tra i primi paesi occidentali aveva dichiarato vittoria sulla pandemia, è stato imposto il confinamento a Sidney. La metropoli più grande del Paese, che ha oltre cinque milioni di abitanti, ha imposto dunque l’uscita di casa ai suoi cittadini solo per motivi essenziali (assistenza, lavoro, istruzione e acquisto di beni alimentari o medicinali), oltre a limitazioni a matrimoni e attività sportive.
In Gran Bretagna, dove oramai la variante Delta del Sars-Cov-2 è predominante, nelle ultime 24 ore sono stati registrati 18.270 contagi, il numero più alto dallo scorso 5 febbraio, e 23 decessi. Anche se l’83% degli adulti ha ricevuto una dose di vaccino e il 61,2% due.
In Spagna si registra un focolaio Covid “di ritorno” con oltre 600 studenti positivi tornati nelle rispettive città dopo una vacanza. I ragazzi proverrebbero da ben sette diverse comunità autonome. L’elemento che li accomuna tutti è quello di essere stati in vacanza alle Baleari, per la precisione nell’isola di Maiorca, nei giorni fra il 12 ed il 20 giugno.
In Russia i nuovi contagi sono stati 21.665, il numero più alto dallo scorso 21 gennaio e i decessi 619. Il vice direttore dell’Istituto Centrale di Ricerca in Epidemiologia, l’accademico delle scienze, Aleksandr Gorelov, ha denunciato che la variante Delta del Sars-Cov-2 sta diventando prevalente. Molti pazienti ora sono giovani e giovanissimi.
In Italia, per ora, a chiedere di mettere in campo azioni in modo deciso è la Fondazione Gimbe alla luce dei risultati del nuovo monitoraggio relativo alla settimana dal 16 al 22 giugno: “Non è accettabile una gestione ‘attendista’ della variante Delta, contro la quale occorre attuare tempestivamente le misure raccomandate dall’Ecdc: potenziare sequenziamento e contact tracing, attuare strategie di screening per chi arriva dall’estero e accelerare la somministrazione della seconda dose negli over 60 e nei fragili“.
Secondo il report del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) pubblicato ieri, questa variante è del 40-60% più contagiosa di quella alfa (inglese) e determinerà il 70% delle nuove infezioni entro l’inizio di agosto ed il 90% entro la fine.
Da qui la raccomandazione alle Regioni di applicare con rigore le misure di contenimento e di sequenziare prioritariamente, tra gli altri, i campioni di individui in arrivo da Paesi con alta incidenza di varianti e di soggetti vaccinati che si infettano nonostante lo sviluppo dell’immunità.
In Italia, stando al database internazionale Gisaid, sulla base dei campioni prelevati dal 9 al 23 giugno, su 218 sequenze depositate 71 (32,6%) sono da variante Delta, ma non tutte le Regioni condividono i sequenziamenti in questo database. Un dato più accurato sulla prevalenza della variante Delta in Italia, al 18 maggio la attestava all’1%.
“In assenza di dati affidabili sulla presenza della variante Delta in Italia – puntualizza il presidente Gimbe Nino Cartabellotta – tre sono le ragionevoli certezze: innanzitutto il numero di sequenziamenti effettuati è modesto e eterogeneo a livello regionale; in secondo luogo, il contact tracing non è stato ripreso, nonostante i numeri del contagio lo permettano.
Infine, preoccupa il confronto con quanto sta accadendo nel Regno Unito, dove la variante si diffonde velocemente: in Italia infatti poco più 1 persona su 4 ha completato il ciclo vaccinale (rispetto al 46% nel Regno Unito), mentre il 26,5% della popolazione ha ricevuto solo una dose (rispetto al 17%) e il 46% è totalmente privo di copertura (rispetto al 37%). Percentuali preoccupanti considerando la minore efficacia di una sola dose nei confronti di questa variante“.
Dalla settimana 5-11 maggio a oggi “il numero di persone testate per il Sars-Cov-2 si è progressivamente ridotto del 52,7%, passando da 662.549 a 313.122” e con “rilevanti e ingiustificate differenze regionali“. Segno evidente di un allentamento mentale e organizzativo derivante dalla errata sensazione che “il peggio è passato”.
La Fondazione Gimbe intravede dunque il rischio di una “sottostima dei nuovi casi“.
I dati sono complessivamente ancora in calo. In particolare, nella settimana 16-22 giugno 2021 si registrano i seguenti dati: -36,5% casi di coronavirus (7.262 rispetto a 11.440), -46,2% decessi (221 rispetto a 411), -31,3% di ricoveri con sintomi (2.289 rispetto a 3.333) e -28,2% di terapie intensive Covid (362 rispetto a 504).
Dal picco del 6 aprile a oggi, inoltre, i posti letto occupati in area medica da pazienti Covid sono scesi da 29.337 a 2.289 (-92,2%) e quelli in terapia intensiva da 3.743 a 362 (-90,3%).
Inoltre, da 10 settimane sono in costante calo anche i decessi, che nell’ultima settimana si attestano in media a 32 al giorno rispetto ai 59 della settimana precedente.
“Da 14 settimane consecutive – dichiara Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe – si registra una discesa dei nuovi casi settimanali. Se la costante riduzione del rapporto positivi/casi testati conferma una ridotta circolazione del virus, la progressiva diminuzione dell’attività di testing sottostima il numero dei nuovi casi e documenta l’insufficiente tracciamento dei contatti, cruciale in questa fase della pandemia“.
Le forniture di vaccini vedono un semestre che chiude a circa -20 milioni di dosi e la campagna vaccinale rallenta nonostante gli oltre 3 milioni di dosi in frigo.
Nell’ultima settimana sono state somministrate 3.751.029 milioni dosi, per la prima volta in calo rispetto alla settimana precedente (-4,5%).
Al 23 giugno risultano consegnate circa 50 milioni di dosi, pari al 66% di quelle previste per il primo semestre 2021. “Rispetto alle forniture stimate rimarrebbero da consegnare entro la fine del secondo trimestre 25,9 milioni di dosi, il 34% di quelle originariamente previste. Anche non considerando quelle di vaccino di CureVac, che non ha superato con successo i test clinici, è certo che non arriveranno 18,6 milioni di dosi entro fine mese“.
Quanto alla copertura, al 23 giugno, il 54% della popolazione, ovvero oltre 32 milioni di cittadini, ha ricevuto almeno una dose di vaccino e il 27,6%, ovvero oltre 16 milioni, ha completato il ciclo vaccinale.
Nella popolazione più a rischio, l’86% degli over 60 ha ricevuto almeno la prima dose, ma il 14%, ovvero quasi 2,5 milioni di over 60, non ne ha ricevuta nessuna e sono forti le differenze regionali.
Ci sono poi oltre 5,4 milioni di over 60 devono ancora completare il ciclo vaccinale, anche se gli ultimi dati mostrano che una singola dose di vaccino (Pfizer o AstraZeneca) riduce la probabilità di malattia del 31% e di ricovero del 75% e tali percentuali salgono rispettivamente al 80% e al 94% con il ciclo completo.
Sommando calo dei test e diffusione della variante Delta, che sembra poter colpire anche una quota rilevante di persone già vaccinate, ce n’è abbastanza per dire che i governi che operano sotto la pressione dei gruppi imprenditoriali hanno molte più probabilità di far resuscitare la pandemia in autunno.
Ma risparmiateci le lacrime di coccodrillo. Vi mettiamo tutto a conto...
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