Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/02/2025

Dal Covid all’Ucraina, ancora scandali nella sanità lombarda

Un nuovo scandalo nella sanità lombarda è emerso dalla pubblicazione di alcune fotografie di centinaia di letti, nuovi ma non utilizzati e ancora imballati, stivati nei locali del vecchio ospedale Sant’Anna di Como, in parte dismesso.

È rapidamente emerso che tali letti erano stati acquistati durante la pandemia per il nuovo ospedale ideato da Guido Bertolaso, allora consigliere speciale del presidente Fontana e ora assessore al welfare della Regione Lombardia. Forse i lettori ricorderanno la vicenda dell’Ospedale della Fiera di Milano, che doveva aiutare a fronteggiare l’epidemia Covid, aggravata in Lombardia dall’insipienza della giunta e dalla disorganizzazione della sanità regionale.

Tale ospedale fu inventato da Guido Bertolaso e da Fontana e non funzionò quasi mai per le infelici scelte logistiche e per la mancanza di personale. Restò aperto poche settimane e ospitò un numero di pazienti irrisorio. In compenso, costò tantissimo, anche se non si sa esattamente quanto poiché la giunta regionale ha sempre evitato di presentare in consiglio dei conti esatti e chiari.

In questo ultimo scandalo si scopre che i letti acquistati per l’ospedale alla Fiera giacciono inutilizzati perché non possono essere impiegati in alcun altro nosocomio in quanto, semplicemente, non sono a norma per l’utilizzo nelle strutture sanitarie italiane. Un acquisto fatto con una leggerezza e un’incompetenza colossali per il quale si potrebbe configurare il reato di danno erariale.

L’assessore Bertolaso, rispondendo ad alcune interrogazioni dell’opposizione, ha ipotizzato che quei letti, inutilizzabili in Italia, possano essere donati all’Ucraina. Tanto, per dirla con una punta di cinismo, là c’è la guerra e non possono stare a sottilizzare più di tanto.

Si tratta dell’ennesimo spreco di denaro nel campo della sanità lombarda, una regione dove, al di là delle chiacchiere sull’eccellenza, una visita specialistica a volte si rivela impossibile da ottenere e 170.000 cittadini e cittadine sono prive del medico di base. Tutti sappiamo che per come è organizzata la sanità in Italia non avere il medico di base significa essere esclusi dalle prestazioni sanitarie pubbliche.

A fronte di questa situazione la Lega si occupa di altro. Colta dalla pulsione salviniana di adeguarsi a Trump ha proposto in Regione una mozione che chiedeva il sostegno al governo per un “eventuale disimpegno dall’OMS dell’Italia qualora gli Usa persistano nella volontà di recedere, come da ordine esecutivo del 21 gennaio 2025 del presidente Donald Trump”. Più servi di così...

Alla fine, a causa dei mugugni di Forza Italia, la mozione è stata approvata in una versione leggermente modificata in cui ci s’impegna a “sostenere il Governo nella valutazione, in piena autonomia, del ruolo dell’Italia nell’OMS qualora non vi siano più le condizioni di sostenibilità economica per rimanervi”. Zuppa o pan bagnato.

In pratica, la giunta lombarda si preoccupa della “sostenibilità economica” della partecipazione dell’Italia alla OMS mentre sperpera una quantità di soldi in iniziative demenziali e regala miliardi ai privati.

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25/01/2025

La Lega contro la scienza

La Lega, con la firma di Claudio Borghi, ha depositato in Senato un ddl per l’uscita dell’Italia dall’Oms, l’Organizzazione mondiale della Sanità.

Sì, avete capito bene.

Un Paese come il nostro, che ha pagato uno dei prezzi più alti alla pandemia, che ha visto ospedali al collasso e medici in prima linea fino allo sfinimento, vuole uscire dall’unico organismo internazionale che coordina la lotta alle pandemie, promuove la salute pubblica e combatte le emergenze sanitarie globali.

Perché? Perché la scienza dà fastidio. Perché i dati, i vaccini, la prevenzione, il metodo scientifico sono troppo complessi da spiegare a un elettorato che si nutre di bufale, di complotti e di scemenze lette su Facebook.

Del resto, stiamo parlando dello stesso partito che ha dato spazio e voce ai negazionisti, a chi gridava contro le “dittature sanitarie” mentre gli ospedali scoppiavano.

Stiamo parlando dello stesso partito che ha diffuso disinformazione sulla pandemia, mettendo in discussione ogni misura di sicurezza giocando con la vita delle persone;

E ora? Ora si va oltre. Addio ai protocolli internazionali, addio al coordinamento nelle emergenze sanitarie, addio ai fondi per la ricerca, addio alle linee guida condivise.

E poi cosa? Niente più vaccini, niente più farmaci condivisi, niente più risposte rapide in caso di una nuova pandemia? Meglio le teorie complottiste dei loro amici di talk show? Meglio affidarsi a qualche guru del web?

La Lega ci vuole fuori dall’OMS. Noi vorremmo loro, una volta per tutte, fuori da qualsiasi governo.

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28/12/2024

USA - Trump vuole il ritiro degli USA dall’OMS, di nuovo: cosa significa?

Il Financial Times, appena prima di Natale, ha pubblicato un articolo nel quale vengono rese note le indiscrezioni che sarebbero arrivate a vari esperti dal gruppo di transizione per la seconda presidenza Trump. Nella cerchia del tycoon si starebbe affermando l’idea di tentare di nuovo l’uscita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Nel luglio del 2020 il magnate statunitense aveva già tentato questa mossa, dovendo però rispettare i tempi tecnici che prescrivono il preavviso di un anno, durante il quale Washington avrebbe dovuto continuare a pagare i suoi contributi. La decisione sarebbe dunque divenuta effettiva solo nell’estate 2021 (quando ormai The Donald poteva essere fuori dalla Casa Bianca).

Trump aveva fatto questa scelta in netta polemica con la direzione dell’Oms, accusata di aver malgestito la pandemia di Covid-19 e di essere compromessa con la Cina. Ma sapeva anche che la decisione finale sarebbe stata in capo al vincitore delle allora imminenti elezioni.

Il primo atto di Biden nello Studio Ovale fu proprio quello di inviare una lettera al segretario ONU Guterres, fermando tutto e scrivendo: “gli Stati Uniti continueranno a essere un partecipante a pieno titolo [dell’OMS] e un leader globale nell’affrontare tali minacce [pandemiche] e nel promuovere la salute e la sicurezza sanitaria globali”.

L’iniziativa presa da Trump nel 2020 rimandava il passo finale a un futuro in cui era ancora incerto chi sarebbe stato al governo, ma era un passo che avrebbe certamente rappresentato un terremoto dal punto di vista delle relazioni diplomatiche, se fosse stato portato a compimento.

Già di per sé la semplice notifica significava minare un’istituzione sanitaria internazionale nel pieno di una pandemia.

Questa volta ci sarebbe però tutto il tempo di andare fino in fondo, tanto più se la notifica venisse davvero inviata nei primi giorni del mandato presidenziale, in una sorta di azione speculare a quella che fece Biden a inizio 2021.

Sempre il Financial Times fa presente che altri esponenti vicini a Trump vorrebbero una radicale “riforma” dell’istituzione, ma ci sono segnali sul fatto che questa volta il tycoon possa fare sul serio.

Innanzitutto, la nomina di Robert Kennedy ai vertici della sanità statunitense: il politico è famoso per le sue posizioni ‘no vax’, seppur mitigate in alcuni discorsi riferendosi esclusivamente a trial brevi e malattie associate.

Ma anche l’aver scelto Jay Bhattacharya per guidare il National Institutes of Health: nel 2020 si era scontrato proprio col Direttore Generale dell’OMS sulle misure di contenimento del Covid-19.

Già qualche settimana fa Trump aveva confermato al Time che avrebbe eliminato alcuni vaccini infantili, se uno studio avesse mostrato correlazioni con l’autismo. Ma un conto è rivedere alcune obblighi nazionali, un conto è porre una pietra sopra un’agenzia ONU. Gli Stati Uniti possono davvero permettersi una mossa del genere?

Il magnate che sta per tornare alla Casa Bianca è già diventato famoso per dichiarazioni sopra le righe, usate poi come strumento per aprire una mediazione. È successo persino con lo stesso OMS, quando nel maggio 2020 accusò Ginevra di essere un burattino di Pechino, e alla fine ottenne un’inchiesta sulla gestione pandemica.

Non era riuscito però ad ottenere un cambio ai vertici dell’organizzazione, e alla fine decise di notificare l’uscita. Anche stavolta la strada intrapresa potrebbe essere sostanzialmente la stessa, ovvero quella di minacciare per ottenere qualcosa in cambio.

E la leva su cui fa affidamento Trump è certamente importante: Washington ha garantito circa il 16% dei fondi dell’OMS nel periodo 2022-23.

In un certo senso, è però ancora più interessante che il secondo finanziatore dell’organismo sanitario, dal 2020 a oggi, è stata la Bill & Melinda Gates Foundation, ovvero una fondazione privata. Come sta avvenendo da alcuni anni ormai, e come avveniva all’epoca degli imperi coloniali, la filantropia è tornata ad essere un vettore centrale di diplomazia e di indirizzo per le politiche in campo sanitario.

Proprio sulla sanità i due magnati statunitensi aveva avuto alcuni screzi in passato, ma ora il tycoon sta tornando alla Casa Bianca e bisogna trovare un modo di andare d’accordo, perché gli affari sono affari. È notizia di ieri che sembrerebbe esserci in programma un incontro tra i coniugi Gates e Trump, che di certo avrà al centro Microsoft, ma che potrebbe far entrare nell’equazione anche l’OMS.

Cosa ci guadagna il nuovo presidente degli Stati Uniti a mettere le mani su Ginevra (guidandone un terzo dei fondi)? Sostanzialmente, quasi nulla sul piano concreto, se non qualche centinaio di milioni di dollari (nulla rispetto al faraonico bilancio federale statunitense). Il guadagno è tutto sul piano della ridefinizione dei meccanismi di funzionamento del quadro istituzionale internazionale nato dalla Seconda guerra mondiale.

Lawrence Gostin, docente alla Georgetown Law, ha sottolineato come il ritiro di Washington “lascerà un vuoto enorme nel finanziamento e nella leadership della salute globale. Non vedo nessuno che possa colmarlo”.

Ashish Jha, preside della facoltà di sanità pubblica della Brown University, prevede che l’OMS farebbe fatica “a rispondere alle emergenze sanitarie e dovrà ridurre notevolmente il suo personale scientifico”.

Ora, non c’è dubbio che le attività coordinate da Ginevra siano utili e importanti nel garantire la salute globale. Ma anche per la sorveglianza all’estero di possibili focolai gli Stati Uniti possono contare su programmi come l’Epidemic Intelligence Service, nato all’inizio degli anni Cinquanta proprio dalla volontà politica di proiettare gli interessi statunitensi anche attraverso la sanità internazionale.

Come ha evidenziato Gostin, gli USA sono ancora il punto più avanzato delle discipline mediche e biotecnologiche a livello mondiale: risentirebbero dunque in qualche misura dell’uscita dall’OMS, ma è certo che il danno maggiore sarebbe per il resto del mondo, che non può al momento contare sulle stesse ricchezze e conoscenze.

Trump potrebbe voler scommettere sulla capacità degli Stati Uniti di fare fronte da soli alle esigenze sanitarie fondamentali, e fare leva su questa forza per imporre a Ginevra di divenire uno strumento del braccio di ferro con il mondo multipolare, e in particolare con la Cina, già bersagliata nel 2020.

Ciò corrisponderebbe alla visione di scontro da sempre promossa dal tycoon, decisamente più congeniale a tempi in cui ogni alternativa alla guerra è stata abbandonata in maniera evidente. A farne le spese sarebbero, perciò, i paesi più poveri, che perderebbero in parte l’assistenza tecnica e sanitaria che ricevono, e ovviamente il sistema delle Nazioni Unite.

Da tempo ormai è chiaro come quel sistema vada perdendo credibilità, e gli eventi mediorientali degli ultimi mesi non fanno che confermarlo. Trump non si è mai mostrato incline a considerare questi spazi del multilateralismo come utili al perseguimento di mediazioni.

E allora, o il multilateralismo diventa utile al cuore dell’Impero, oppure è da considerarsi non più in linea con lo spirito dei tempi, e la nuova amministrazione statunitense potrebbe decidere di abbandonarlo definitivamente. L’OMS potrebbe esserne la prima vittima, se nelle prossime settimane le conclusioni del gruppo di transizione penderanno verso un approccio “duro”.

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26/10/2024

Le bombe di Israele fermano le vaccinazioni contro la polio

L’Organizzazione Mondiale della Sanità denuncia l’impossibilità di portare a termine la campagna di vaccinazione contro la poliomielite nella zona Nord della Striscia di Gaza. Gli intensi bombardamenti impediscono la somministrazione della seconda dose a decine di migliaia di bambini.

Il pericolo di questa malattia era stato confermato la scorsa estate e, sotto la pressione internazionale per la tutela della salute di tutto il Medio Oriente, alla fine Tel Aviv aveva acconsentito alla distribuzione delle dosi. In piccole aree protette, le squadre mediche hanno cominciato l’intervento all’inizio di settembre.

Ricordiamo che la malattia era scomparsa da un quarto di secolo dai territori palestinesi. Il virus ha però trovato il luogo adatto in cui tornare a proliferare tra le macerie di Gaza, dopo che Israele ha distrutto tutti gli impianti di trattamento delle acque reflue e anche il 70% delle pompe di scarico, come sottolineato da Oxfam un paio di mesi fa.

A inizio ottobre erano cominciate le trattative con le autorità israeliane per partire con la seconda tornata di somministrazioni, per raggiungere la completa copertura per circa 590 mila bambini sotto i 10 anni. I sanitari, distribuiti capillarmente soprattutto nella zona umanitaria fra Deir al-Balah, Khan Yunis e al-Mawasi, hanno completato le inoculazioni previste nel Sud e nel Centro di Gaza.

Ma da inizio ottobre il Nord, dove si stima siano rimaste 300 mila persone, vive sotto un vero e proprio assedio, una pioggia costante di bombe sioniste. Nella zona non arrivano aiuti umanitari dal primo ottobre, ed era evidente che sarebbe stato quasi impossibile portare avanti la campagna vaccinale per i 120 mila bambini lì presenti.

Il 23 ottobre l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha infine annunciato la sospensione delle vaccinazioni. L’istituzione con sede a Ginevra ha elencato “intensi bombardamenti, evacuazioni di massa e mancanza di accesso alla zona Nord” come motivazioni che “hanno costretto a rimandare la campagna”.

Ma è bene sottolineare che questo significa mettere a repentaglio la salute pubblica dell’intera area. Oltre che, ovviamente, quella dei palestinesi più giovani, che sono già morti a migliaia e per le sofferenze dei quali continua a registrarsi un’insopportabile silenzio da parte dei governi occidentali.

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19/08/2024

Gaza - Primo caso di poliomielite, ma dopo la vaccinazione serve la ricostruzione

L’allarme era stato lanciato già da qualche settimana, anche sulle pagine di Contropiano: la poliomielite poteva tornare a essere un pericolo sanitario nella Gaza sotto assedio da parte delle forze armate israeliane. Alla fine, il primo caso è arrivato.

Un bambino di appena 10 mesi è il primo malato di polio nel territorio della Striscia dal 1988. La ferocia dell’occupazione sionista e il bombardamento di ogni centimetro di quella terra alla fine hanno riesumato anche questo pericolo sanitario.

Gli esami sono stati effettuati ad Amman, la capitale della Giordania, sui campioni prelevati dal neonato. Ma non è l’unico soggetto a presentare i possibili sintomi, e ci si attende dunque che il numero dei casi aumenti nei prossimi giorni.

Subito, le istituzioni internazionali si sono messe in moto per far fronte al virus. Nell’arco di poche ore il ministero della Salute dell’Autorità Nazionale Palestinese, con il sostegno dell’OMS, dell’UNICEF e dell’UNRWA, ha programmato una campagna vaccinale tempestiva.

“La situazione umanitaria a Gaza è in caduta libera. Nelle ultime settimane, il virus della poliomielite è stato rilevato in campioni di acque reflue a Khan Younis e Deir al-Balah, ciò significa che il virus è ora in circolazione, con centinaia di migliaia di bambini a rischio”, ha detto Guterres, Segretario Generale dell’ONU.

“Prevenire e contenere la diffusione della polio richiederà uno sforzo massiccio, coordinato e urgente e l’ONU è pronta a lanciare una campagna di vaccinazione a Gaza per oltre 640mila bambini di età inferiore ai 10 anni”. Un milione e 200 mila dosi sono già pronte, altre 400 mila sono in via di acquisto.

La logistica prevedrà l’impiego di circa 2.700 operatori sanitari, divisi tra 708 squadre che opereranno presso ospedali, ospedali da campo e centri di assistenza sanitaria primaria. Verrà effettuato un ciclo di due dosi, a una settimana di distanza l’una dall’altra.

Per questo, l’ONU ha anche richiesto a tutte le parti in campo di garantire una tregua dai combattimenti durante la campagna di vaccinazione, a cavallo tra agosto e settembre. Sotto le bombe sarebbe ovviamente complesso procedere alle somministrazioni.

Per ora, non sono arrivate risposte, ma Israele ha continuato a uccidere civili palestinesi, e le trattative per il cessate il fuoco sembra difficile approdino a risultati concreti. Inoltre, Tel Aviv aveva già programmato la possibilità di immunizzazione per i suoi militari e si era disinteressata della popolazione di Gaza.

Se anche contro la volontà dei suoi vertici, alla fine il governo e le forze armate potrebbero garantire lo svolgimento di questa campagna vaccinale, anche solo per la sicurezza dell’intero quadrante mediorientale. La quale, bisogna renderlo chiaro, è già compromessa.

La poliomielite si presenta per lo più in maniera asintomatica, ma può essere trasmessa anche in questi casi, per esempio, attraverso le feci. Essendo una malattia che si trasmette per via oro-fecale, è necessario che il sistema di smaltimento delle acquee reflue funzioni in maniera efficiente.

Secondo Oxfam, Israele ha distrutto tutti gli impianti di trattamento delle acque reflue di Gaza e il 70% delle pompe di scarico. In pratica, milioni di persone vivono ammassate in aree dove vi sono le migliori condizioni per far prosperare il virus.

Per questo, per quanto la vaccinazione approntata sia una risposta fondamentale e imprescindibile, l’unico modo per affrontare il pericolo poliomielite da qui ai prossimi mesi è attraverso il cessate il fuoco e la ricostruzione delle strutture della Striscia.

Questa è l’intenzione che i vertici sionisti sembrano non avere, e perciò si stanno rendendo colpevoli di un altro crimine contro l’umanità. Hanno raso al suolo ospedali e ucciso medici, e se continueranno col loro genocidio renderanno anche probabile la diffusione di una malattia che per decenni ha paralizzato i bambini di mezzo mondo.

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27/12/2023

Bombe anche sulla Cisgiordania. A Gaza nuove stragi ma si combatte. Si incendia il Mar Rosso

Cronache di un massacro. A Gaza e in Cisgiordania

Sei palestinesi sono stati uccisi in un attacco di droni israeliani sul campo profughi di Nur Shams a est della città di Tulkarem, in Cisgiordania. Sono quasi 290 i palestinesi uccisi in Cisgiordania dal 7 ottobre a oggi.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha riportato testimonianze “strazianti” raccolte dalle sue equipe all’ospedale al-Aqsa di Deir al-Balah (al centro), dove si trovano le vittime del bombardamento israeliano del campo profughi di al-Maghazi che, secondo il Ministero della Sanità di Hamas, ha provocato almeno 70 morti domenica sera. Ha lasciato molti sconcertati il bombardamento della sede della Mezzaluna Rossa a Gaza, affollata di profughi e dove molti palestinesi sono stati feriti nei bombardamenti contro la sede della Mezzaluna Rossa Palestinese nella città di Khan Yunis, nel Sud della Striscia di Gaza. Lo ha annunciato la stessa organizzazione umanitaria sul suo account ufficiale, sul social network X.

Gaza. Uccisi tre soldati israeliani. Nove feriti al confine con il Libano

Scontri hanno avuto luogo questa mattina tra l’esercito di occupazione israeliano e la resistenza palestinese a Juhr al-Dik, a sud di Gaza City, mentre l’aviazione israeliana ha bombardato il quartiere di Sejlaiya a Gaza City che era stato dichiarato sotto controllo dai militari israeliani.

Il portavoce dell’IDF martedì sera ha annunciato la morte di altri ufficiali e un sottufficiale uccisi nelle battaglie nella Striscia di Gaza. Il sergente maggiore Maor Lavi, ucciso in battaglia nel centro di Gaza. Il maggiore Shay Shamriz, 26 anni e il capitano Shaul Greenglick uccisi invece nel nord della Striscia di Gaza. Altri cinque soldati e ufficiali sono stati gravemente feriti nei combattimenti e sono stati evacuati negli ospedali israeliani.

Anche sul fronte in Libano l’esercito israeliano ha annunciato martedì sera che un soldato è stato gravemente ferito e altri otto feriti in un attacco missilistico di Hezbollah nella Galilea occidentale.

Il capo di stato maggiore, il maggiore generale Herzi Halevi, ha rilasciato una dichiarazione presso la base di Julis, sull’attuale operazione militare nella Striscia di Gaza martedì pomeriggio, durante la quale ha detto che la guerra a Gaza durerà ancora per diversi mesi. “Questa guerra ha obiettivi che sono necessari e non facili da raggiungere. Si svolge in un territorio complesso, quindi la guerra continuerà ancora per molti mesi” ha affermato Halevi.

Il fronte del Mar Rosso. Attacco ad una nave e droni contro Israele

Un caccia dell’aeronautica israeliana ha abbattuto un “bersaglio aereo ostile” – che si ritiene sia un drone lanciato dallo Yemen – sopra il Mar Rosso all’inizio di oggi, dice l’esercito. In una breve dichiarazione, l’IDF afferma che l’obiettivo si stava dirigendo verso Israele. Gli Houthi sdel movimento Ansarallah dello Yemen hanno affermato di aver sparato diversi droni contro la città più meridionale di Israele, Eilat. I militanti di Ansarallah rivendicano anche un attacco missilistico contro una nave nel Mar Rosso e un attacco di droni verso Israele in solidarietà con Gaza.

In una dichiarazione, i miliziani yemeniti affermano di aver “effettuato un’operazione di targeting contro una nave commerciale” che identificano come MSC UNITED, e di aver lanciato una serie di “droni contro obiettivi militari” nel sud di Israele.

I combattenti Houthi di Ansarallah affermano di prendere di mira solo Israele e le navi legate ad Israele per chiedere l’interruzione dell’offensiva nella Striscia di Gaza, dove le operazioni militari contro i palestinesi hanno causato la morte di più di 20mila persone.

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20/11/2023

Civili israeliani colpiti anche dai militari. Le perdite a Gaza più alte di quanto dichiarato

Un’indagine della polizia israeliana ha riconosciuto che un numero imprecisato dei 364 civili uccisi il 7 ottobre, nel sito del rave Supernova, vicino al Kibbutz Re’im, sono stati colpiti da un elicottero da combattimento israeliano.

A scriverlo è il reporter Ziv KorenPolaris sul giornale israeliano Haaretz.

Gli investigatori israeliani hanno concluso che i combattenti di Hamas che hanno attraversato il confine da Gaza quel giorno non erano a conoscenza del festival musicale tenutosi vicino al Kibbutz Re’im, un insediamento coloniale israeliano a pochi chilometri a est di Gaza, lo ha riferito sabato il quotidiano di Tel Aviv Haaretz. I combattenti di Hamas erano in realtà diretti verso un kibbutz lì vicino.

“Secondo una fonte della polizia, l’indagine mostra anche che un elicottero da combattimento dell’IDF che è arrivato sulla scena e ha sparato ai terroristi apparentemente ha colpito anche alcuni partecipanti al festival“, afferma Haaretz.

L'articolo non indica quanti dei partecipanti al festival siano stati uccisi o feriti dall’elicottero.

L’indagine della polizia riportata da Haaretz sembra essere il primo riconoscimento ufficiale israeliano diretto che le IDF hanno ucciso alcuni dei loro civili il 7 ottobre e dopo.

Ma nelle ultime settimane si sono accumulate prove e testimonianze che quel giorno era accaduto anche questo. I tanti morti civili israeliani non sarebbero tutti responsabilità dei palestinesi, ma vittime del cinismo della cosiddetta ‘Direttiva Hannibal‘ a cui devono attenersi le forze armate israeliane.

L’aviazione israeliana ha ammesso di aver inviato più di due dozzine di elicotteri d’attacco che hanno sparato enormi quantità di proiettili di cannone e missili Hellfire di fabbricazione americana il 7 ottobre, anche se in molti casi i piloti non sono stati in grado di distinguere i palestinesi dai civili israeliani.

“La frequenza del fuoco contro le migliaia di terroristi era enorme all’inizio, e solo a un certo punto i piloti hanno iniziato a rallentare i loro attacchi e a scegliere con cura gli obiettivi“, ha riferito il mese scorso l’emittente israeliana Ynet, citando un’indagine dell’aviazione israeliana.

“Sparate a tutto“, avrebbe detto un capo squadriglia ai suoi uomini.

Il video diffuso dall’esercito israeliano mostra elicotteri che prendono di mira quelle che sembrano essere auto civili a casaccio, anche se al momento della pubblicazione del video l’esercito ha affermato che mostrava i suoi velivoli che sparavano ai “terroristi”.

E giovedì, il portavoce del governo israeliano Mark Regev ha ammesso – forse involontariamente – in un’intervista alla MSNBC, che il 7 ottobre le forze israeliane hanno colpito a morte centinaia di persone in un fuoco indiscriminato che non distingueva i combattenti palestinesi dai civili israeliani.

Israele non ha mai spiegato come i combattenti palestinesi equipaggiati solo di armi leggere possano aver causato la massiccia devastazione vista in alcuni insediamenti, dove le case sono state ridotte in macerie, o bruciato centinaia di persone a morte in modo irriconoscibile.

Le perdite israeliane a Gaza sono più alte di quanto dichiarato

Sabato scorso, Israele ha ammesso l’uccisione di altri sei ufficiali e soldati, oltre al grave ferimento di altri otto. Si è arrivati così a 65 morti nella battaglia di Gaza.

A Beit Hanoun, la Jihad islamica palestinese ha dichiarato di aver combattuto feroci battaglie contro i soldati israeliani, causando molte perdite tra le truppe israeliane

Il portavoce delle Brigate Al Qassam, Abu Obeida, nei giorni scorsi aveva fornito alcuni dati sulle perdite israeliane nei combattimenti in corso a Gaza, ma non i dati sulle perdite tra i combattenti palestinesi.

Comprensibilmente, durante un conflitto, tutti tendono a minimizzare le proprie perdite ed esaltare quelle inflitte al nemico. Ma quello israeliano è un apparato ufficiale, di uno Stato e non di una organizzazione guerrigliera.

La certificazione delle perdite, in questo caso, è un dato ufficiale, ha effetti pesanti sull’opinione pubblica e sul morale delle truppe sul campo, ragione per cui le informazioni vengono lesinate, omesse e riconosciute solo in alcuni casi non rigettabili. I dati forniti dai bollettini militari israeliani fanno riferimento alle vittime ma non ai danni subìti dai propri mezzi impiegati nelle operazioni.

Secondo le immagini satellitari analizzate da Al-Jazeera, 383 veicoli militari israeliane sono entrati a Gaza all’inizio dell’operazione di terra il 27 ottobre.

Secondo l’unità di analisi di Al-Jazeera, 88 di questi veicoli militari erano “scomparsi” tra il 1° e il 10 novembre.

L’8 novembre, Abu Obeida aveva annunciato che 136 veicoli militari erano stati distrutti completamente o parzialmente. Ma il portavoce della Resistenza si riferiva all’intera Striscia di Gaza, non solo alla zona settentrionale. E da allora, altri veicoli corazzati sono stati danneggiati o distrutti.

Israele ha diverse vie di rifornimento che gli consentono di evacuare alcuni dei suoi veicoli distrutti o danneggiati e sostituirli con altri funzionanti, ma non c’è dubbio che il tasso di distruzione delle macchine militari israeliane a Gaza sembra essere superiore nella storia di tutte le guerre contro gli eserciti arabi.

Almeno 31 palestinesi sono stati uccisi quando Israele ha preso di mira le case palestinesi nella Striscia di Gaza centrale durante la notte. Altri due sono stati uccisi a Khan Yunis. Undici palestinesi sono stati uccisi e altri feriti in un bombardamento israeliano che ha preso di mira una casa nella città di Jabaliya. Cinque palestinesi sono stati uccisi e altri feriti in un bombardamento israeliano che ha preso di mira una casa nel campo di Nuseirat, nella Striscia di Gaza centrale.

Drammatica la situazione dei civili a Gaza

Quattro bambini prematuri sono stati dichiarati morti nell’ospedale Al-Shifa. 31 bambini prematuri nell’ospedale Al-Shifa sono arrivati all’ospedale degli Emirati a Rafah, a sud della Striscia di Gaza.

Le Suore di Maria Teresa di Calcutta, hanno fatto sapere che la sede di un loro istituto per ragazzi disabili e portatori di handicap a Gaza è assediata dai militari israeliani.

I militari hanno detto che se vogliono le suore possono evacuare, ma gli assistiti no, devono restare.

Tra di loro ci sono persone che non possono muoversi da sole e molti non possono nemmeno nutrirsi da soli, hanno bisogno di assistenza completa.

Le suore hanno perciò deciso all’unanimità di restare, ben sapendo come andrà a finire visto quello che succede intorno a loro.

Gli attacchi alle scuole che ospitano sfollati e un ospedale trasformato in una “death zone”. Il livello di violenza che ha devastato Gaza negli ultimi giorni è incomprensibile: lo ha denunciato, in una dichiarazione, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti umani.

“Gli orrendi eventi delle ultime 48 ore a Gaza sono oltre ogni comprensione“, ha detto Volker Turk, avvertendo che “l’uccisione di così tante persone nelle scuole trasformate in rifugi, centinaia in fuga per salvarsi la vita dall’ospedale al-Shifa, in mezzo ai continui sfollamenti di centinaia di migliaia nel Sud di Gaza, sono azioni che vanno contro le protezioni fondamentali che i civili devono ricevere secondo il diritto internazionale“.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha annunciato di aver effettuato una missione all’ospedale al-Shifa di Gaza, bersaglio di incursioni da parte dell’esercito israeliano, e di stare lavorando a un piano di evacuazione della struttura, che ha descritto come una “zona di morte“.

“L’OMS e i suoi partner stanno elaborando con urgenza piani per l’immediata evacuazione dei pazienti rimanenti, del personale e delle loro famiglie“, ha dichiarato l’organizzazione in un comunicato, aggiungendo che sabato erano rimasti nell’ospedale 291 pazienti e 25 membri del personale medico.

Il numero delle vittime palestinesi è salito a oltre 12.300 dall’inizio dell’operazione militare israeliana a Gaza il 7 ottobre.

Ammissioni e smentite sulle trattative sugli ostaggi

Da alcune fonti si apprende che starebbe andando avanti l’attività diplomatica per liberare almeno una parte dei 238 ostaggi israeliani, rapiti il 7 ottobre.

Il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman al Thani, durante la conferenza stampa congiunta con il capo della diplomazia europea, Josep Borrell, ha detto che un accordo per la liberazione degli ostaggi sequestrati dipende ora da questioni pratiche “minori”.

Finora il Qatar ha contribuito a mediare i colloqui volti a liberare alcuni dei circa 240 ostaggi in cambio di un cessate il fuoco temporaneo nella Striscia di Gaza. Nelle ultime ore si stanno susseguendo indiscrezioni sul raggiungimento di un accordo tra Israele e Hamas per il rilascio di parte degli ostaggi, ma Stati Uniti e le autorità di Tel Aviv hanno spiegato che al momento non è stato raggiunto alcun accordo.

In Israele cresce la pressione dei familiari degli ostaggi affinché si fermi l’offensiva militare per consentire la trattativa e la liberazione degli ostaggi.

Il Times of Israel riferisce che in un furioso alterco, i parlamentari del partito di estrema destra Otzma Yehudit hanno urlato contro i familiari degli ostaggi detenuti a Gaza dopo che questi ultimi si sono espressi contro la pena di morte proposta da Otzma Yehudit per i terroristi, nel timore che una tale legge possa avere gravi ripercussioni per i loro parenti prigionieri.

“Smettetela di parlare di uccidere gli arabi e cominciate a parlare di salvare gli ebrei”, ha gridato il parente di uno degli ostaggi la cui moglie e figlia sono tenute prigioniere, durante un’audizione del Comitato per la sicurezza nazionale della Knesset, che sta preparando la legislazione.

Libano/Fronte Nord

Il movimento di resistenza libanese Hezbollah ha dichiarato che i suoi combattenti hanno preso di mira 4 siti israeliani ad Al-Dahaira, Jal Al-Alam e Al-Jardah, Al-Marj. Le sirene hanno risuonato negli insediamenti di Shlomi e Kissufim.

Le forze armate israeliane hanno denunciato il sospetto di infiltrazione di due droni dal Libano mentre bombardamenti di artiglieria israeliana hanno preso di mira le città di Kafr Kila, Naqoura e Alma al-Shaab nel sud del Libano.

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26/04/2023

Sudan - Allarme per l’occupazione di un laboratorio biologico

Il rappresentante dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) in Sudan, Nima Saeed Abid, ha denunciato ieri un “alto pericolo di rischio biologico” dopo che una delle parti in lotta nel Paese africano ha occupato un laboratorio di materiali biologici.

Il dottor Nima Saeed Abid ha espresso preoccupazione per il fatto che “una delle parti in lotta” – ma non ha identificato quale – abbia preso il controllo del laboratorio centrale di sanità pubblica a Khartoum e “cacciato fuori tutti i tecnici”.

“Questo è estremamente, estremamente pericoloso perché abbiamo isolati di poliomielite, di morbillo e di colera in laboratorio”, ha detto a un briefing delle Nazioni Unite a Ginevra tramite videochiamata da Port Sudan. “Esiste un enorme rischio biologico associato all’occupazione del laboratorio sanitario pubblico centrale di Khartoum da parte di una delle parti in lotta”.

L’espulsione di tecnici e le interruzioni di corrente a Khartoum significano che “non è possibile gestire correttamente i materiali biologici che sono conservati nel laboratorio per scopi medici”, ha affermato l’OMS.

Il laboratorio si trova nel centro di Khartoum, vicino ai punti critici dei combattimenti che hanno contrapposto l’esercito sudanese alle Forze di Supporto Rapido, un gruppo paramilitare nato dalle Forze di difesa popolare sostenute dal governo. Il Sudan sta vivendo una grande epidemia di febbre dengue e malaria, ha osservato Nema Saeed Abid, il che rende l’occupazione militare del laboratorio sanitario ancora più pericolosa.

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12/03/2022

L’Onu investita dalla questione dei laboratori batteriologici Usa in Ucraina

La guerra in Ucraina sembra ormai convertirsi in una resa dei conti tra Russia e Stati Uniti su molti dossier rimasti fino ad oggi silenti.

Mentre infuriano i bombardamenti sulle città e le infrastrutture ucraine, è esplosa la questione dei laboratori batteriologici statunitensi che gli Usa avevano “esternalizzato” in Ucraina da più di dieci anni. Laboratori con agenti molto pericolosi che adesso pongono due seri problemi: quello di essere bombardati disseminando nell’aria agenti patogeni letali o quello di essere individuati e passare sotto il controllo della Russia.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha inviato alle autorità ucraine la richiesta di distruggere i laboratori, formalmente sulla base della prima delle due preoccupazioni. Ma potrebbe anche essere la seconda preoccupazione – individuazione e cattura dei laboratori Usa da parte russa – a far richiedere la distruzione dei laboratori.

Rispondendo alle domande della Reuters sul lavoro portato avanti con l’Ucraina prima e durante l’invasione russa, l’OMS ha affermato di aver collaborato per diversi anni con i laboratori ucraini per promuovere pratiche di sicurezza mirati a prevenire “il rilascio accidentale o deliberato di agenti patogeni”.

“L’organizzazione non ha specificato quando la raccomandazione sia stata formulata né ha fornito dettagli sui tipi di agenti patogeni o tossine presenti nei laboratori ucraini”, scrive ancora Reuters. Le dichiarazioni dell’OMS, precisa la Reuters, non fanno alcun riferimento alla guerra batteriologica. “L’agenzia ha affermato di incoraggiare tutte le parti a cooperare ‘per lo smaltimento sicuro e protetto di eventuali agenti patogeni e a richiedere assistenza tecnica secondo necessità’”.

Il Fatto Quotidiano, che a questo ha dedicato un ampio servizio, specifica che non esiste un censimento o una mappa ufficiale con tutti i laboratori del mondo – o anche solo dell’Europa – che lavorano con agenti patogeni che possono essere usati come armi biologiche.

“Gli agenti patogeni nei laboratori ucraini variano da struttura a struttura” afferma Robert Pope su The Bulletin of Atomic Scientists. Pope è il direttore del Cooperative Threat Reduction Program, un programma trentennale del Dipartimento della Difesa che ha aiutato a proteggere le armi di distruzione di massa dell’ex Unione Sovietica e a reindirizzare le ex strutture e gli scienziati delle armi biologiche verso sforzi pacifici.

Secondo Pope: “alcuni possono essere caratterizzati come fonte di preoccupazione nell’ambiente ucraino”. Come esempio, ha citato il virus della peste suina africana, che è altamente contagioso nei maiali e ha causato centinaia di focolai in Ucraina dal 2012. Alcuni laboratori, ha detto, possono contenere ceppi di agenti patogeni rimasti dal programma sovietico di armi biologiche, conservati in congelatori per scopi di ricerca”.

La Russia ha chiesto la convocazione del Consiglio di Sicurezza sulla questione dei laboratori batteriologici Usa in Ucraina. L’ambasciatrice Usa all’Onu, Olivia Dalton, ha replicato alle accuse della Russia, ma non ha smentito la notizia sulla presenza di laboratori batteriologici in Ucraina con la collaborazione Usa. Secondo Abc news, la Dalton ha affermato che “la Russia ha una storia ben documentata nell’uso di armi chimiche e ha mantenuto a lungo un programma di armi biologiche in violazione del diritto internazionale”, così come “ha un record di false accuse all’Occidente delle violazioni che la Russia stessa sta perpetrando”.

Eppure martedì scorso, il Sottosegretario di Stato americano per gli affari politici Victoria Nuland (ex ambasciatrice Usa in Ucraina durante “Euro Maidan”, ndr) testimoniando davanti al Comitato per le relazioni estere del Senato sull’Ucraina, ha ammesso che “l’Ucraina ha strutture di ricerca biologica” ed ha aggiunto che: “Stiamo lavorando con gli ucraini sul come possono impedire che uno qualsiasi di quei materiali di ricerca cada nelle mani delle forze russe se dovessero avvicinarsi”, ha detto la Nuland.

Usa Today riporta che i governi ucraino e statunitense hanno collaborato dall’agosto 2005 per “prevenire la proliferazione di agenti patogeni pericolosi e le relative competenze e per ridurre al minimo le potenziali minacce biologiche”.

L’agenzia ucraina Interfax-Ukraine ha riferito che nel maggio 2020 parte dell’accordo era volto a “modernizzare” i laboratori statali nelle regioni di Odessa, Kharkiv, Lviv, Kyiv, Vinnytsia, Kherson e Dnipropetrovsk. Questi sforzi includevano le riparazioni, l’aggiornamento delle attrezzature e l’acquisto di forniture.

Sempre secondo Interfax-Ukraine, il servizio di sicurezza dell’Ucraina ha detto che i laboratori, “finanziati dal bilancio statale, sono subordinati al Ministero della Salute e al servizio statale sulla sicurezza alimentare e la protezione dei consumatori“.

Alle bombe della guerra in Ucraina si va dunque ad aggiungere una bomba a orologeria tra Usa e Russia che da tempo aspettava di essere resa pubblica.

Qui di seguito un articolo sulla questione dei laboratori in Ucraina pubblicato sul sito specializzato Analisi Difesa.

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19/01/2022

Quando i borghesi devono ammettere le potenzialità del vaccino cubano

Prima Il Sole 24 Ore, poi addirittura il Corriere della Sera, negli ultimi giorni hanno scoperto che il vaccino – o meglio: i vaccini – prodotti da Cuba sono efficaci e potrebbero contribuire alla copertura vaccinale dei paesi in via di sviluppo che il monopolio privato dei brevetti da parte di Big Pharma sta impedendo ormai da un anno.

Tutti e cinque i vaccini sviluppati da Cuba (tra cui Abdala, Soberana 02 e Soberana Plus) sono vaccini a subunità proteica, cioè usano “composti proteici” del coronavirus. Un altro vaccino di questo tipo è lo statunitense Novavax già approvato dall’Agenzia Europea del Farmaco (EFA), mentre sui vaccini cubani sia l’Efa che l’Oms continuano a mettere barriere e ad impedirne l’utilizzo a livello internazionale. Inutile sottolineare come dietro questo ostracismo ci siano molti fattori più geopolitici che scientifici.

Secondo il network televisivo CNBC, “i vaccini cubani sono economici da produrre, possono essere fabbricati su vasta scala e non richiedono il congelamento profondo. Ciò ha spinto i funzionari della sanità internazionale a parlare di questi vaccini come di una potenziale fonte di speranza per il Sud globale, dove persistono bassi tassi di vaccinazione, mentre circa il 70% delle persone nell’Unione europea sono state completamente vaccinate, meno del 10% della popolazione africana è stata completamente vaccinata”.

Il Corriere della Sera scrive che i vaccini a subunità proteica richiedono più tempo per essere fabbricati rispetto a quelli a Rna messaggero. Inoltre sono stati testati in meno Paesi, visto l’isolamento politico (e l’embargo americano) di cui soffre Cuba. Anche per questo la sperimentazione medica ha richiesto più tempo. Sullo stesso Corriere della Sera qualche giorno prima era stato lo stesso ricercatore italiano a Cuba, Fabrizio Chiodo, a spiegarlo in modo chiarissimo.

Intanto però l’Istituto cubano Finlay ha dichiarato che entro aprile presenterà tutti i dati e i documenti necessari all’approvazione da parte dell’Organizzazione mondiale della sanità. Gli epidemiologi cubani, riporta Reuters, hanno accusato l’Oms, che a dicembre stava valutando gli impianti farmaceutici cubani, di ritardare il processo di approvazione richiedendo standard industriali “da primo mondo”, inarrivabili per un Paese a basso reddito

Cuba ha già iniziato a esportare il vaccino Abdala in Vietnam ed è stato per ora autorizzato dal Messico dove dovrebbe essere esportato già quest’anno.

È il quotidiano economico della Confindustria a scrivere qualche giorno fa che “quella di Cuba è una storia fatta di paradossi. Di vittorie incredibili e mancanze clamorose. E le cose non sono mai cambiate. Neanche oggi, che l’isola fa fatica a mantenere le luci accese, ma ha vaccinato più cittadini contro il Covid-19 di qualsiasi altra grande nazione al mondo” – sottolinea Il Sole 24 Ore“Più del 90% della popolazione cubana è stata vaccinata con almeno una dose di vaccini prodotti a L’Avana, mentre l’83% ha completato il ciclo con due dosi”.

Nella primavera del 2021 Cuba è diventato il Paese più piccolo al mondo a sviluppare e produrre con successo i propri vaccini anti-Covid, producendone addirittura due. Entrambi i vaccini hanno un’efficacia superiore al 90%, secondo gli studi clinici condotti dagli scienziati cubani. E grazie a questi vaccini i tassi di infezione sull’isola sono passati da quelli più alti dell’emisfero occidentale ai livelli bassissimi odierni. Lo scorso agosto, Cuba faceva registrare centinaia di decessi Covid a settimana; la settimana scorsa erano tre.

Il quotidiano economico lascia poi parlare alcuni esperti in materia. “Come nazione c’è la tendenza a diventare davvero bravi con le cose grandi e terribili nelle cose di tutti i giorni”, ha detto Hal Klepak, un docente di storia e strategia presso il Royal Military College of Canada. E coi vaccini sembra essere andata proprio così.

Adesso, con l’incognita Omicron (non ci sono veri studi sull’efficacia dei vaccini cubani contro questa variante), gli scienziati hanno iniziato a lavorare per aggiornare i loro vaccini, al pari dei colleghi americani ed europei. Nel frattempo, il Ministero della Salute Pubblica (a Cuba, opportunamente, si chiama così, ndr) sta accelerando con la campagna di richiamo, e punta a somministrare a quasi tutta la popolazione una dose extra di vaccino entro gennaio. “Sembra impossibile. Per questo Cuba può farcela” scrive Il Sole 24 Ore.

A livello politico e ideologico non lo ammetteranno mai, ma anche nel mondo capitalista qualcuno è costretto ad ammettere che il socialismo può produrre livelli superiori di scienza e di civiltà da socializzare al mondo, se non fosse costretto continuamente a guardarsi le spalle e fare i conti con il boicottaggio, le sanzioni e le poche risorse a disposizione. Un altro mondo deve diventare decisamente possibile, e necessario.

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14/10/2021

Covid-19 - In Italia una Commissione d’inchiesta, ma solo sulla Cina?

Sono arrivate quasi a 3mila le firme raccolte dai rappresentanti dei familiari delle vittime del Covid in Italia in cui si chiede una vera Commissione d’inchiesta parlamentare sulla gestione della pandemia in Italia.

Il motivo è che alcuni emendamenti approvati da quasi tutti i partiti intendono circoscrivere l’ambito d’indagine della Commissione solo alla Cina e al periodo prima della dichiarazione di emergenza sanitaria, diffusa dall’Oms il 30 gennaio 2020.

Il pool di legali impegnati nella causa davanti al Tribunale Civile di Roma contro Governo e Regione Lombardia, ritengono che ‘tagliare fuori’ il periodo post 30 gennaio e l’Italia dall’ambito dei lavori della Commissione “rappresenta uno schiaffo morale indecente agli italiani” e significherebbe “non approfondire il ruolo delle scelte dei politici italiani nella gestione della pandemia”.

Inoltre, non occuparsi dell’Oms “porterebbe a non svolgere indagini sulla rimozione del rapporto firmato dall’ex funzionario dell’Organizzazione Francesco Zambon in cui, stando a quanto accertato dalla Procura di Bergamo, venne postdatato il piano pandemico per farlo apparire aggiornato“.

Tra l’altro la denuncia dei familiari delle vittime ha trovato riscontro anche in un documentato articolo del quotidiano britannico The Guardian.

“L’8 luglio 2021 – si legge nella ricostruzione del ‘lancio’ della petizione – il giorno stesso della prima udienza del procedimento civile, parlamentari bergamaschi e bresciani riducevano l’attività della Commissione, limitando l’indagine sia temporalmente che geograficamente.

Nell’interesse di chi vengono proposti questi emendamenti? Certo non nell’interesse degli italiani che vogliono avere chiarezza. È un passo fondamentale per costruire una risposta migliore alle prossime pandemie”
.

La raccolta firme lanciata dai familiari delle vittime di Covid è quindi finalizzata a far sì che la “Commissione torni a essere e ad avere lo scopo originario perché solo così a tutti gli italiani verrà garantito il diritto di conoscere la verità su quanto è successo e perché la strage non si ripeta più”.

A supporto delle loro tesi, i rappresentanti delle vittime portano anche una serie di documenti del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) che mostrano come i primi casi di Covid-19 registrati in 16 paesi europei abbiano avuto origine dall’Italia.

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09/10/2021

Ottoemezzo, il giornalismo al servizio dei potenti di Lilli Gruber

Il 13 maggio 2020 a due mesi dall’inizio della pandemia, il numero due dell’OMS #RanieriGuerra aveva imposto la rimozione di un documento che giudicava l’Italia impreparata davanti alla pandemia da covid-19 che l’aveva travolta. Il report era stato redatto da un team di 11 scienziati europei dell’Oms tra i quali anche l’italiano Francesco Zambon, ricercatore poi dimessosi dal suo incarico all’OMS.

Il documento dei ricercatori di Venezia certificava l’impreparazione dell’Italia davanti alla pandemia e, a differenza di quanto sosteneva Guerra, era stato approvato dagli uffici centrali di Ginevra. Molti sapevano dell’insabbiamento del rapporto OMS sulla gestione italiana del Covid, a partire, come dicono i giornalisti di #Report, da Goffredo Zaccardi, Capo di gabinetto del ministro Speranza.

Da aprile il numero due dell’Oms Ranieri Guerra è indagato a Bergamo. I magistrati gli contestano di avere messo a verbale delle bugie quando venne sentito come testimone per 5 ore a novembre. Al centro dell’indagine il mancato aggiornamento del piano pandemico dal 2006 che ha portato a uno scontro tra Guerra e Francesco Zambon, il funzionario che si è dimesso dall’Oms proprio in seguito a questa vicenda.

Ieri sera Ranieri Guerra era ospite della trasmissione che va in onda su LA7, #Ottoemezzo. Per tutta la puntata Lilli Gruber ha fatto una serie di domande molto accomodanti sulla situazione pandemica del paese, ma nemmeno un minimo accenno alle vicende per cui Ranieri Guerra è attualmente indagato.

Tutt’altro trattamento ha ricevuto, invece, #MimmoLucano. Giovedì sera, durante la puntata .di Otto e mezzo, Mimmo Lucano ha provato a spiegare a Lilli Gruber che il famoso “modello Riace” era nato in realtà per caso: “Ho risposto a un impulso, un istinto, ho collaborato con un vescovo. Io in quel periodo ero molto impegnato“.

A quel punto la giornalista gli contestava il suo ruolo da sindaco e Mimmo Lucano le rispondeva che quando ha iniziato a collaborare col prelato non era ancora stato investito della carica pubblica. “Però le vengono contestati reati gravi anche perché lei aveva per le mani soldi pubblici, ma lei ha preso soldi per sé?“, ha continuato Lilli Gruber.

Ma, anche in questo caso, l’ex sindaco ha negato tutto: “Basta guardare gli atti dove c’è scritto che non ho preso soldi per me“.

In questo caso, però, la conduttrice di Otto e mezzo non ha mollato il colpo e ha replicato a Lucano mettendo in evidenza che in Italia esistono i “pubblici amministratori che fanno accoglienza senza violare le leggi. Lei invece ha dovuto fare fatture false, dichiarazioni false, appalti senza gara pubblica, perché?“.

Mimmo Lucano si è smarcato ulteriormente dalle parole della conduttrice, ribadendo che “c’è una descrizione sbagliata che stravolge la realtà” ma Lilli Gruber, fredda ed imperturbabile, ha ricordato all’ex sindaco di Riace che “questo è quello che dice la sentenza“.

La sentenza di condanna di primo grado, contestata da giuristi di primissimo piano, ma che, nella puntata di ieri sera, la Gruber ha usato contro Lucano come se fosse definitiva.

Due pesi e due misure. Se c’è in studio il potente indagato per fatti connessi alla più grande strage pandemica del dopoguerra i giornalisti alla Gruber si fanno zerbino. Se invece c’è in collegamento un povero disgraziato nullatenente condannato come se avesse diretto un clan mafioso mentre invece ha dedicato la vita al riscatto degli ultimi degli ultimi, la Gruber si trasforma in Pubblico Ministero. Anzi, peggio: nel tribunale di Locri che ha raddoppiato le richieste del PM.

Buio.

P.S. Naturalmente dev’essere soltanto una coincidenza che Lilli Gruber sia stata diverse volte tra gli invitati al Bilderberg Group...

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08/10/2021

Vaccino antimalarico: un successo con molti punti di domanda

Mentre nel nord del mondo ci si preoccupa esclusivamente dei vaccini contro il Covid-19, un’indicazione molto importante è stata emanata dall’OMS. Si tratta della raccomandazione all’uso diffuso del vaccino contro la malaria, dopo che un programma pilota che ha coinvolto 800.000 bambini tra Ghana, Kenya e Malawy ha dato dei risultati incoraggianti.

Si tratta evidentemente di un evento storico d’importanza epocale, se si pensa che le ricerche di un vaccino contro la malaria erano in corso da decenni, per combattere un’infezione che colpisce ogni anno 230 milioni di persone, provocandone la morte in 400.000 casi, di cui 260.000 di bambini.

Come è noto, il continente più colpito è l’Africa dove appunto l’OMS indica di avviare la vaccinazione di massa sui bambini.

A fronte del logico entusiasmo che questa notizia ha provocato, è anche il caso di porsi qualche domanda sull’efficacia e sul futuro di questa campagna vaccinale.

Il vaccino antimalarico, prodotto dalla multinazionale farmaceutica GlaxoSmithKline garantisce una protezione assai bassa, che raggiunge il 39% per i contagi (aumentabile al 70% se associato a farmaci antimalarici) e il 29% per la malattia grave.

È la prima volta che l’OMS approva un vaccino di efficacia così bassa, probabilmente perché la pandemia Covid-19 ha dirottato le risorse dei donatori verso la ricerca su quest’ultima malattia, diminuendo l’impegno sulla malaria. Come ha affermato Andrea Crisanti, noto studioso della malaria, molte risorse che sarebbero state destinate alla ricerca su tale malattia, sono mancate a causa del Covid.

Non è casuale che si sia arrivati a disporre di più vaccini contro il Covid in appena un anno circa, mentre le ricerche su quello antimalarico datano una ventina d’anni.

La mancanza di risorse, negli ultimi due anni, per il controllo della diffusione della malaria in Africa, attraverso la distruzione dell’habitat delle zanzare e l’uso di farmaci adeguati, ha provocato un aumento delle infezioni e da questo nasce una decisione dell’OMS che in altri tempi non sarebbe stata presa.

Inoltre, il vaccino antimalarico prevede ben quattro somministrazioni da effettuarsi nei primi 18 mesi di vita. Una cosa non facile nelle condizioni dell’Africa sub sahariana, in cui sarà senz’altro necessaria una forte sensibilizzazione all’importanza della vaccinazione per ottenere il rispetto di tali scadenze che in molti casi troveranno difficoltà per le difficoltà logistiche, lavorative e abitative delle famiglie.

Infine, non è ancora chiaro quali saranno i costi del vaccino. Sembra che la società produttrice sia disposta a garantire alcune forniture a prezzo “sociale”, ma non si sa di quante dosi né è noto quale compenso sarà richiesto.

La bella notizia della partenza di una campagna vaccinale di massa contro la malaria è quindi da sottoporre a una verifica di realtà che vada oltre l’esultanza che ha suscitato.

Soprattutto, pensiamo che la campagna vaccinale potrà avere successo solo se sarà accompagnata da un rafforzamento parallelo dei sistemi sanitari pubblici dei paesi africani, oggi troppo carenti. Ancora una volta, a fare la differenza, saranno i quattrini.

P.s. Sarà un caso, ma in questa occasione e in quel continente non si hanno notizie di “proteste no vax”...

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18/09/2021

Morti sul lavoro? Due milioni ogni anno nel mondo. Una guerra peggiore del Covid

In data Venerdì 17 settembre, con un comunicato congiunto, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) hanno reso noti i dati tragici delle morti sul lavoro a livello mondiale.

Sono quasi due milioni all’anno, infatti, i decessi a causa del lavoro nel mondo; parliamo in particolare di malattie cardiache ed ictus, causati dall’esposizione a lunghi turni di lavoro, ma anche di tanti, troppi, infortuni mortali dovuti a scarse misure di sicurezza e di altre patologie derivate dal lavoro.

Secondo le stime congiunte OMS/OIL, “la maggior parte dei decessi legati al lavoro erano dovuti a malattie respiratorie e cardiovascolari. Le malattie non trasmissibili hanno rappresentato l’81% dei decessi. Le maggiori cause di morte sono state la broncopneumopatia cronica ostruttiva (450.000 morti), l’ictus (400.000 morti) e la cardiopatia ischemica (350.000 morti). Gli infortuni sul lavoro hanno causato il 19 per cento dei decessi (360.000 morti).

Lo studio considera 19 fattori di rischio professionale, tra cui l’esposizione a lunghe ore di lavoro e l’esposizione sul posto di lavoro all’inquinamento atmosferico, agli agenti asmatici, agli agenti cancerogeni, ai fattori di rischio ergonomici e al rumore. Il rischio chiave era l’esposizione a lunghe ore di lavoro – collegato a circa 750.000 morti. L’esposizione del luogo di lavoro all’inquinamento atmosferico (particolato, gas e fumi) era responsabile di 450.000 morti”
.

Da tempo come Rete Iside Onlus denunciamo, anche nel nostro paese, una drastica diminuzione della salute e della sicurezza, generalizzata a tutti i posi di lavoro sia pubblici sia privati: questo accade, a nostro avviso, a causa della convinzione da parte dei datori di lavoro che la salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro non siano altro che costi da ridurre, anche aggirando le norme come accade in molti casi tristemente documentati, in favore di una maggiore accumulazione di profitto.

Oggi anche le organizzazioni mondiali competenti sembrano dare ragione alla nostra interpretazione, chiedendo ai policy maker di tutti gli Stati di prendere coscienza del problema ed intervenire, visti gli alti costi sociali che ha questa vera e propria strage a livello mondiale.

Siamo convinti che, a partire dal nostro paese, l’unico modo per costringere la parte datoriale a prendere le necessarie misure di sicurezza per evitare le morti sul lavoro sia istituire una legge che introduca il reato di Omicidio sul Lavoro. Questa situazione non è più tollerabile, fermiamo questa strage silenziosa, portata avanti solo in nome del profitto.

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16/09/2021

Brancaccio - Socialismo sanitario? Dibattito con Monti

16 settembre 2021 – Istituita dall’OMS e presieduta da Mario Monti, la “Commissione paneuropea per la salute” pubblica un rapporto per più di un verso sorprendente. In esso si legge che “l’attuale modello di innovazione, che assegna i rischi al settore pubblico e i profitti al settore privato, è palesemente errato” e aggiunge che “la prevenzione e la gestione della pandemia non possono essere lasciate ai mercati privati”. Prodromi di socialismo sanitario, verrebbe da dire, se non fosse che sul tema cruciale dei brevetti la Commissione risulta meno audace di quanto ci si attenderebbe dalle giuste premesse da cui parte. A Sky TG24 ne discutono Mario Monti (Università Bocconi) ed Emiliano Brancaccio (Università del Sannio).


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26/08/2021

COVID-19, le origini e la propaganda

Il rapporto condotto negli ultimi tre mesi dall’intelligence degli Stati Uniti sull’origine del COVID-19 non è stato prevedibilmente in grado di trovare una sola prova concreta che supporti la teoria complottista della fuga del virus dal laboratorio cinese di Wuhan. L’indagine era stata commissionata a sorpresa dal presidente Biden nel mese di maggio, con l’obiettivo di alimentare un clima internazionale ostile al governo di Pechino, nonostante l’origine naturale del virus fosse stata in larghissima misura appoggiata dalla comunità scientifica e da una ricerca della stessa Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

La Casa Bianca ha potuto leggere il rapporto segreto in questi giorni, ma alcuni giornali americani hanno avuto notizia in anticipo della natura “inconcludente” delle conclusioni. A breve, l’amministrazione democratica dovrebbe rendere pubblica una versione non classificata del rapporto. Fin dall’inizio era apparso chiarissimo il carattere politico dell’iniziativa, per la quale, oltretutto, non erano stati incaricati medici e scienziati ma agenzie di intelligence, impegnate a cercare l’origine del virus senza la collaborazione del paese da dove sarebbe partita la pandemia.

La teoria del laboratorio era stata inizialmente abbracciata dall’amministrazione Trump, così come dagli ambienti di estrema destra e da quelli degli espatriati cinesi che si dedicano regolarmente alla propaganda contro la Repubblica Popolare. Nella sua forma più estrema, questa tesi vuole che il virus sia stato rilasciato deliberatamente dall’Istituto di Virologia di Wuhan, mentre altri ritengono che sia sfuggito per errore. La teoria è stata in seguito riesumata da Joe Biden e dal Partito Democratico fondamentalmente perché utile agli obiettivi geo-strategici degli Stati Uniti nel quadro della rivalità sempre più accesa con Pechino.

Attribuire alla Cina la responsabilità della pandemia serve inoltre a distogliere l’attenzione del pubblico dalle colpe della classe dirigente americana, che ha presieduto a un’autentica catastrofe sanitaria negli ultimi due anni. Sul carro della propaganda sono saliti in fretta anche i media “liberal”, a cominciare da New York Times e Washington Post, i quali stanno già cercando di manipolare anche l’esito del rapporto commissionato da Biden per evitare che le pressioni sulla Cina su questo fronte possano venir meno.

I giornali stanno parlando così in questi giorni di dubbi ancora aperti sull’origine del COVID-19 e soprattutto riconducono alla mancata apertura e collaborazione cinese l’impossibilità di reperire prove definitive. In realtà la ragione risiede nel fatto che non esistono evidenze a sostegno della tesi della fuga dal laboratorio di Wuhan. Ciò è confermato anche da un altro elemento che i media americani hanno per lo più taciuto, ma che era stato riportato ad esempio dalla CNN.

A inizio agosto, il network aveva spiegato come l’intelligence USA avesse operato uno sforzo enorme esaminando una mole gigantesca di informazioni provenienti dal laboratorio di Wuhan, grazie anche al contributo di “supercomputer” e alla collaborazione di ben “17 istituti di ricerca governativi di élite”. La stessa CNN aveva inoltre suggerito che questi dati erano stati probabilmente ottenuti attraverso operazioni di hackeraggio. Malgrado l’impegno, i risultati sono apparsi però inconsistenti.

L’indagine americana non aggiunge dunque nulla alla comprensione dell’origine del virus, né poteva ottenere questo scopo viste le premesse. Il lavoro commissionato da Biden crea invece un clima generale ancora più tossico, col risultato di rendere ormai improbabile una ricerca scientificamente seria che faccia chiarezza su una questione fondamentale per comprendere la natura del COVID-19.

Proprio questa settimana il gruppo di scienziati che aveva partecipato all’indagine in Cina dell’OMS nel mese di marzo ha pubblicato un articolo sulla rivista Nature per ribadire la validità delle loro conclusioni, cioè l’estrema probabilità dell’origine naturale del virus. Allo stesso tempo hanno messo in guardia dal pericolo che la finestra di tempo per fare luce sulla questione si possa chiudere in fretta. La virologa olandese Marion Koopmans ha rivelato la propria preoccupazione in un’intervista al New York Times, spiegando che l’insistenza di governi come quello americano sulla tesi della fuga dal laboratorio sottrae attenzione, tempo e risorse a una ricerca scientificamente autorevole sulle cause naturali della malattia.

La presa di posizione sostanzialmente complottista del governo di Washington ha generato pressioni fortissime anche su organismi teoricamente imparziali e personalità autorevoli, che a loro volta hanno finito per legittimare il dibattito su una teoria fino a poco tempo fa relegata ai margini della comunità (pseudo-)scientifica e alla galassia cospirazionista di estrema destra. A sollevare dubbi a livello pubblico erano stati ad esempio il virologo americano Anthony Fauci e il direttore generale dell’OMS, Tedros Ghebreyesus.

Quest’ultimo, dopo la pubblicazione del rapporto della sua stessa agenzia, aveva definito i risultati “insufficienti”, alimentando di fatto confusione e ambiguità su un’indagine che era da considerarsi come il primo passo per una comprensione più approfondita delle origini del virus. Sempre per ragioni politiche, dopo la diffusione delle anticipazioni sul rapporto dell’intelligence americana, l’OMS è tornata a proporre un atteggiamento di questo genere.

Il numero uno del programma per le emergenze sanitarie, Michael Ryan, ha ribadito infatti che tutte le teorie “restano sul tavolo”, inclusa quella del laboratorio di Wuhan. Il persistere di questo atteggiamento anti-scientifico, come già spiegato, non fa che avvelenare le relazioni internazionali e scoraggiare una collaborazione su basi razionali.

Non solo, l’insistenza nel garantire attendibilità a queste tesi finisce per giustificare ulteriori ipotesi più o meno complottiste. A questo proposito, martedì il governo cinese ha chiesto per la prima volta in forma ufficiale all’OMS di indagare sulla possibile origine del virus dal laboratorio militare americano di Fort Detrick, dove ha sede un programma di studio sulle armi biologiche. Secondo questa teoria, da qui la malattia sarebbe stata portata in Cina dagli atleti americani che avevano partecipato ai giochi mondiali militari, organizzati a Wuhan nell’ottobre del 2019.

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15/09/2020

Covid-19 - L’Oms suona l’allarme per l’autunno in Europa

L’Organizzazione mondiale della Sanità si attende una risalita del numero di morti per coronavirus in Europa tra ottobre e novembre che saranno mesi “più duri”. Ad affermarlo è stato il direttore per l’Europa dell’Oms Hans Kluge. “Diventerà più dura. A ottobre e novembre ci sarà una letalità più elevata”, ha dichiarato Kluge.

Secondo il direttore regionale l’aumento dei morti sarà legato alla ripresa della pandemia in Europa: “In questo momento capisco i Paesi che non vogliono sentire questo genere di cattive notizie”, ha detto l’alto funzionario dell’Oms.

Kluge ha messo in guardia anche coloro che pensano che la fine della pandemia coinciderà con la creazione di un vaccino: “Lo sento dire sempre: ‘il vaccino metterà fine all’epidemia'. No di certo”, e ancora “Non sappiamo se il vaccino sarà efficace in tutta la popolazione. Alcuni segnali che riceviamo rivelano che sarà efficace per alcune fasce e non per altre”, ha aggiunto spiegando che forse serviranno vaccini diversi.

“La fine di questa pandemia ci sarà nel momento in cui avremo imparato a vivere con questa pandemia e questo dipende da noi. E questo è un messaggio molto positivo”, ha affermato il rappresentante dell’Oms.

In Europa come è ormai evidente si sta registrando un serio aumento dei contagi di Covid-19, soprattutto in Spagna e Francia. Lo scorso venerdì sono stati raggiunti in Europa oltre 51mila nuovi contagi con livelli simili a quelli di aprile.

Per ora il numero dei morti rimane stabile e più basso del picco critico della primavera, con 400-500 decessi in media nei 55 paesi censiti dall’Oms per la regione europea nel suo complesso.

In Italia intanto ieri, lunedì, è calato il numero di nuovi casi di Covid: 1.008, contro i 1.458 di domenica, ma come sempre il lunedì registra le rilevazioni della domenica, quando si effettuano pochi tamponi, 45.309 (il giorno precedente erano stati 72.143).

Si tratta di meno della metà della media che ormai viaggia attorno ai 100mila test giornalieri. Il numero dei casi totali di contagio è salito così a 288.761. In aumento i decessi, 14 di lunedì contro i 7 di domenica, portandoli ad un totale di 35.624. Calano anche i guariti – 316 lunedì ed erano 443 domenica – e sono arrivati a 213.950.

Ma il dato più indicativo, o meno manipolabile, appare come sempre quello dei ricoverati, che risulta in crescita su tutta la linea: 2.122 sono ricoverati nei reparti ordinari (+80), 197 nelle terapie intensive (+10) e 36.868 in isolamento domiciliare (+588).

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08/07/2020

Gli Usa si ritirano... e il mondo continua a girare

La notizia è nota: l’amministrazione degli Stati Uniti ha annunciato che dal 6 luglio 2021 uscirà dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Lo aveva già fatto nel 2018 con altre istituzioni delle Nazioni Unite, come il Consiglio per i Diritti Umani.

La sostanza però è che, nonostante l’abbandono delle istituzioni internazionali da parte degli Usa, il mondo continua a girare, e questo è il peggiore degli scenari per la potenza che è stata egemonica sul mondo, dalla Seconda Guerra Mondiale in poi.

Gli Usa versano all’Oms il 15% del suo budget. Il colpo si sentirà, ma molto meno di quanto prevedono a Washington. Inoltre tra l’annuncio e l’attuazione di questo ritiro passerà un anno e in mezzo ci sono le elezioni di novembre e il possibile cambio di presidenza negli Usa.

Ma la vera questione – e l’incubo dell’establishment statunitense – torna ad essere la verifica se il complesso delle relazioni internazionali del XXI Secolo possono fare a meno (o farsi condizionare meno) della supremazia statunitense esercitata fino ad oggi.

Non è superfluo rammentare ai nostri lettori che questo incubo i neoconservatori statunitensi lo intravedono da almeno tre decenni e lo individuarono proprio nel momento della massima egemonia globale statunitense.

Nel 1991 veniva ammainata la bandiera rossa sul Cremlino e l’Urss si avviava alla dissoluzione dopo quarantacinque anni di guerra fredda. L’implosione dell’Urss consegnò il mondo agli Stati Uniti e alla loro egemonia.

I fattori di egemonia sono sempre tre: quello economico, quello militare e quello ideologico. All’inizio degli anni Novanta si poteva ben affermare che la contrapposizione con l’Urss era stata vinta dagli Usa e dal loro modello egemonico, a tutti i livelli. Eppure negli ambienti del deep state statunitense emerse la consapevolezza che se la guerra era stata vinta, il costo era stato insopportabile anche per loro e che un nuovo sforzo di quelle dimensioni non sarebbe stato più realizzabile.

Per tale ragione il primo manifesto dei neocons, uscito parzialmente e per vie traverse sul Washington Post nel 1992, dichiarava esplicitamente che occorreva agire con ogni mezzo per impedire che nascessero una o più potenze rivali degli Usa.

La stessa tesi veniva ribadita con maggiori particolari nel Pnac (Project for a New American Century), il Progetto per un nuovo secolo americano stilato dagli stessi neocons, reso pubblico nel 2000 e ispiratore delle scelte strategiche dell’amministrazione Bush jr.

Nascono lì i tentativi di mantenere l’egemonia globale statunitense con ogni mezzo: due guerre in pochi anni (Afghanistan, Iraq), la pervasività delle multinazionali Usa in tutti gli angoli del mondo e soprattutto in Asia, una finanziarizzazione estrema e dilagante, la rivendicazione dell’american way of life come il migliore dei mondi possibili.

Ma, come direbbe Bod Dylan, non occorreva essere dei meteorologi per capire che il vento stava già cambiando.

Dopo l’umiliazione dell’aggressione Nato in Jugoslavia, in Russia veniva allontanato il pagliaccio degli Usa (Eltsin) e al posto di comando saliva Putin.

La Cina nel 2001 entrava nella Wto accedendo a pieno titolo al mercato mondiale, ma tenendo la propria moneta entro i confini nazionali e gli assetti delle proprie società al riparo dalle incursioni degli avvoltoi della finanza.

L’Unione Europea dal 2000 decretava la nascita dell’Eurozona e dal 2002 si rompeva il monopolio del dollaro e l’euro diventava moneta circolante e utilizzabile nelle transazioni internazionali.

Insomma tre diverse variabili di Stati, entità formalmente partner o addirittura alleate, indicavano una tendenza alla multipolarità mondiale piuttosto che al perseverare dell’egemonia globale Usa.

Se gli Usa mantengono la supremazia militare, sul piano economico ed ideologico (gli altri due fattori egemonici) cominciano a verificare che the times are changing.

Lo dimostrano il fattuale svuotamento di importanza delle camere di compensazione internazionali fondate sul Washington Consensus, come la Wto, il Fmi, la stessa Nato.

America Latina, mondo islamico ed opinioni pubbliche europee cominciano a rifiutare il modello statunitense, mentre nell’economia crescono altri competitori (Unione Europea e Cina soprattutto).

Non solo in alto ma anche “in basso”: il movimento no global, pur con tutte le sue contraddizioni interne, ha veicolato una diffusa insofferenza verso il modello liberista imposto dagli Usa.

Gli scontri al vertice del Wto di Seattle a fine 1999, le manifestazioni antirazziste e anticolonialiste del febbraio 2001 al vertice Onu di Durban e poi le oceaniche manifestazioni in Europa, inclusa Genova 2001 e dopo, nonostante la repressione e le operazioni di depotenziamento riformista, evocavano l’incrinatura di una egemonia statunitense sul mondo. Quella che si è poi palesata in tutta nitidezza con la crisi del 2007/2008.

L’avvento, per molti versi inaspettato, di Trump alla presidenza Usa appare come l’ennesimo e disperato tentativo di frenare questo corso della storia. Questo, ovviamente, non li rende meno pericolosi per l’umanità.

Ma, come scrive un esponente del mondo finanziario, gli stessi Usa cominciano ad essere “fottuti”.

E per questo, negli ultimi venti anni, il mondo ha scoperto che può vivere anche senza o riducendo l’ingombrante peso degli Stati Uniti nelle istituzioni internazionali. Non è un cambiamento da poco.

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10/06/2020

Sanità, economia e ideologia

Niente dovrà essere come prima. Ammettiamolo apertamente: abbiamo sbagliato tutti sulla pericolosità del virus. Ciò che successe anni fa con l’infezione SARS non ha insegnato nulla. Infatti in seguito a questa infezione nel 2006 è stato stilato un documento contenenti indicazioni precise e articolate di carattere medico-epidemiologico (stadi di infezione) unite a proposte organizzative anche di carattere politico in linea con i dettami costituzionali (accentramento, commissariamento). Niente o solo una piccola parte di tutto ciò è stato attuato, chiediamoci perché.

La risposta è la globalizzazione. Si pensava di risolvere tutto mettendo dei cerotti su ferite troppo grandi. Mi riferisco in particolare alla chiusura dei voli intercontinentali diretti con la sede dell’inizio della epidemia come unico provvedimento per contrastare la diffusione del virus, ma ci ha pensato la globalizzazione.

Ciò con il fenomeno del ”rimbalzo” vale a dire la libera circolazione di affari e di persone a esse legate ha prodotto un effetto transnazionale. A quanto sembra è stata una cittadina tedesca a produrre il disastro.

Rientrata in patria dalla Cina, quella donna è venuta in Italia per poi tornarsene nel luogo dove abitualmente vive e tutti i paesi “globali” non hanno capito l’entità del problema.

La stessa OMS, depositaria della salute “globale” intesa come fonte di indicazione di previsione e cura delle malattie e la stessa Cina, sede di partenza dell’infezione, hanno sottovalutato il problema. Ricordiamoci il giovane oculista cinese Li Weng Lian che a dicembre del 2019 diagnosticò una congiuntivite con aspetti nuovi, accompagnata da una sintomatologia generale non riconducibile a una “semplice”congiuntivite”.

Li Weng Lian è deceduto per la stessa malattia che aveva denunciato come “atipica”, dopo essere stato diffidato per procurato allarme. Forse è il destino dei neofiti rispetto ai colleghi più esperti. Sappiamo che il governo cinese ha, in seguito, riconosciuto il proprio errore e lo ha riabilitato e consegnato alla storia come un “eroe”. La storia dell’umanità è peraltro costellata di questi esempi.

La lezione è servita? Ci si è messi tutti insieme a collaborare per risolvere il problema? Non è stato così. Ognuno è andato per la sua strada.

Le industrie private e pubbliche, con interessi nazionali e internazionali, sono partite alla ricerca dello “scoop” medicinale e vaccinale come unico interesse per avere il predominio del brevetto, come leva per i profitti. Stati e capi di stato si sono azzuffati gli uni contro gli altri, sono state diffuse teorie paranoiche sulla presunta “immunità” di gregge pur di mantenere inalterati gli standard produttivi in nome del libero mercato, della competizione e in ultima analisi dei profitti che derivano da decisioni di questo tipo.

Non a caso stati come la Gran Bretagna e la Svezia, depositari in passato di un welfare efficiente sono stati piegati come l’Italia a considerare la salute una merce. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: milioni di infetti che continuano a crescere a livello globale con centinaia di migliaia di morti. L’impatto più grave nel mondo “civile”occidentale si è verificato proprio in quei paesi sottoposti all’austerità, e dove le disuguaglianze sociali sono più accentuate.

Quello che sta accadendo nell’America settentrionale e meridionale, l’una ricca e l’altra povera, tuttavia, è un destino per molti versi comune. È ovvio che ci siano delle eccezioni, come il Venezuela e Cuba, che non si trovano nelle stesse condizioni perché guidate da politiche alternative al profitto.

Anche nella politica della solidarietà ci sono state differenze: non possiamo scordare l’invio di materiale e personale sanitario da Cuba, mentre è stato un atto formale la ricezione di malati gravi da parte della Germania. Alla fine, è stato quest’ultimo un atto di carità del ricco verso il povero, che ha continuato a produrre per il paese capo dell’austerità, nonostante la richiesta di fermare tutte le attività produttive. Il disastro lombardo ne è testimone.

Purtroppo non finisce qui. Abbiamo accusato la Cina di usare metodi ”comunisti” e dittatoriali nel risolvere il problema. La sortita si è dimostrata infelice. Paesi non certo comunisti come la Corea del Sud e il Giappone sono riusciti a contenere i danni tramite una politica di accentramento decisionale e d’interventi drastici anche in campo sanitario non immaginabili nel ricco e democratico occidente.

Basta ricordare i milioni di tamponi eseguiti in quei paesi. Ma non è tutto. Bisognava trovare il colpevole e il mezzo attraverso cui si è sviluppata la pandemia. Si è arrivati , anche in Italia, ad accusare la Cina di avere mentito sul numero degli infetti e dei deceduti e di avere causato la pandemia tramite la fuoriuscita di materiale virale manipolato da laboratori segreti, destinati a ricerche di carattere anche militare.

È noto che quasi tutti i paesi occidentali hanno finanziato, controllato e partecipato attivamente a ricerche specifiche sulle mutazioni virali indotte o naturali dislocate in Cina, poiché sono pericolose e nessuno le voleva sul proprio territorio. Si è partiti da pipistrelli, pangolini, topi e altra fauna sempre partendo dall’estremo oriente “comunista”.

Banalmente, non si ricorda che la spagnola fu portata in Europa dalle truppe statunitensi durante la prima guerra mondiale. La fase due è partita e la vulgata è che la Cina sia responsabile di tutto. Non importa se ha ridotto drasticamente o quasi risolto l’epidemia con una organizzazione territoriale e centrale che non ha precedenti. Bisogna trovare il capro espiatorio perché ci sono egemonie politiche ed economiche da combattere e le bugie ripetute in continuazione si trasformano in verità. Non c’è niente di nuovo sotto il sole.

La sanità è un problema solo occidentale, la fame e la sete invece non lo sono. Nessuno in Occidente mette in discussione che acqua e cibo – che sono beni primari – siano giocati in borsa come una partita a poker: è questione di visioni del mondo.

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08/06/2020

Covid-19, vaccini e difesa dei diritti di proprietà

Ranieri Guerra, Assistente del Direttore Generale dell’OMS per le Iniziative Strategiche, non ha detto poco in una recente intervista dove si discuteva dell’importanza del vaccino contro il Covid 19: “Per darlo a tutti  si percorrerà la strada della licenza su brevetto, come avviene per tutti i farmaci risolutivi”.

Antonio Guterres che come Guerra è inserito nel sistema delle agenzie multilaterali internazionali spinge per una equa possibilità di accesso al vaccino, nel caso venga reso utilizzabile su larga scala.

Questo virus, in effetti, ha messo l’umanità allo specchio e le sta dando tutto il tempo per guardarsi bene e anche riflettere.
Il tema dei diritti di proprietà ormai metabolizzato nel mondo torna a mostrare i suoi limiti quando la crisi va oltre la fisiologia capitalistica che necessita certo di crisi ma non proprio così dirompenti. Il compromesso pubblico-privato è bestiale e perverso per molti politici che professano stabilità in ambito capitalistico. Il pubblico deve esistere ma con riserva, solo in forma funzionale rispetto alle esigenze della parte privata che senza di esso non potrebbe procedere se non accollandosi i costi dell’organizzazione sociale che il pubblico gestisce in qualche modo.

Quindi ogni volta che questo compromesso viene portato in evidenza nei ragionamenti chi effettivamente ha un potere di determinazione del corso della storia un po’ si preoccupa e allora deve concedere qualcosa alla gente.

Per affrontare questo fatto dei vaccini anti Covid è davvero automatico andare a valutare le scelte politiche sia del passato che per il futuro. Scelte a tutela della proprietà privata in un mondo che per sua natura chiede condivisione.

In Italia per esempio nel 1939 viene pubblicata la norma che istituisce la proprietà intellettuale e industriale, con r.d. (regio decreto), che poi verrà inserita in appositi articoli del successivo Codice Civile. Vedete: in pieno periodo fascista si sancisce questo diritto, questo è interessante per spiegare a chi continua a parificare destra con sinistra, le due forma di dittatura che coincidono! immaginiamoci!

Ecco da cose come queste, tremendamente importanti, si capisce il peso delle scelte politiche. Se ci fosse stato scritto che nel caso l’oggetto o il processo fosse stato di interesse pubblico la proprietà sarebbe stata sospesa, allora si sarebbe trattato di un’altra impostazione politica molto differente. E se invece la norma avesse contemplato una partecipazione percentuale dello Stato al brevetto, avremmo avuto ancora un altro effetto. Quindi il fascismo sosteneva con precisione il primato della proprietà privata in campo industriale, questo magari su altre questioni faceva operazioni rivendicando una potestà tipica dello Stato quale l’autorità in netta controtendenza su quanto invece faceva appunto sulle proprietà intellettuali.

Tornare indietro nella storia è molto importante per capire anche il perché si arrivavano a scrivere certe norme in un determinato momento. I fatti precedono le norme, i fatti si accumulano nel tempo e ad un certo punto la politica tenta di regolarli in base alle sue convinzioni creando effetti. Il riconoscimento della proprietà intellettuale risale all’antichità per poi ritornare ad emergere nella forma positiva nella fase rinascimentale e chiaramente in modo dirompente nella fase industriale. Oggi la tutela del diritto intellettuale e industriale è regolata da leggi nazionali che si conformano ai relativi trattati internazionali. La Cina nella sua trasformazione verso l’economia di mercato ha legiferato durante gli anni ’80 su vari fronti, come ad esempio nel caso della Patent Law of the People’s Republic of China emanata il 12 marzo 1984, successivamente modificata il 4 settembre 1992, il 25 agosto 2000 e il 27 dicembre 2008.

Si capisce bene quanto peso politico abbia la regolazione di questi diritti che sono alla base della rivendicazione della proprietà. Questo fantastico concetto che ci unisce e ci divide! Sembra incredibile come anche con un mondo allo specchio si rimandi questa discussione e non solo per avidità ma anche per paura di non essere all’altezza. Perché cambiare? “Ritorneremo come prima”, si sente dire un po’ dappertutto. “Quando si ritornerà alla normalità”. “Si, quando troveranno il vaccino riprenderemo, danno il PIL in rapido recupero”. “Il Recovery Fund...“, etc. etc.

Attualmente ci sono decine di laboratori privati impegnati sull’RNA del virus e sono partite le prime campagne di test su animali e persone. Appena saranno concluse le fasi e ci saranno i riconoscimenti da parte dei vari istituti sanitari nazionali ci sarà la fornitura per l’inoculazione di massa. A pagamento come generalmente si fa, ci ricorda con semplicità Ranieri Guerra. Guterres invece si mostra più insofferente anche se non arriva a condannare in questo caso il funzionamento e la tutela attuale dei diritti di proprietà. Si capisce bene che non possa farlo altrimenti non sarebbe potuto essere li dov’è.

Noi però siamo liberi da ruoli, per cui si può dire che sarà l’antitesi dell’equità e della precauzione dal rischio visto che il primo che arriva farà banco regio. Per questi motivi la speranza va verso rimedi farmacologici o di impiego degli anticorpi dei guariti a vantaggio dei malati.

Comunque nel caso si arrivi ad un vaccino “sicuro”, almeno con un ragionevole margine di certezza ampiamente riconosciuto, rimane il fatto della monetizzazione del diritto di proprietà.

Volendo indisporre coloro che nel mercato ripongono una fede vediamo di capire come si arriva alla formazione di una proprietà intellettuale e industriale. Il privato bravo combina bene i suoi fattori produttivi cogliendo degli obiettivi. I suoi fattori sono capitale e lavoro. I capitale è patrimonio e il lavoro è quello relativo all’azione umana. Il lavoro ha diverse fasi delle quali la fase iniziale è curata generalmente dallo Stato. Il bambino impara a leggere e scrivere progressivamente si specializza. Poi esce dal percorso formativo ed entra nel mondo del lavoro accedendo in base a capacità o altro. Nell’ambito lavorativo si fa esperienza e si migliora specializzandosi fino ad arrivare a inventare qualcosa che può assumere un forte valore di scambio. E’ il caso dei brevetto o opere dell’ingegno, sono comunque proprietà intellettuali e industriali.

Nella storia recente da alcuni decenni la proprietà intellettuale riguarda anche le attività delle università sia pubbliche che private.

Tutti intenti ad inventare qualcosa di utile da vendere.

Arrivati al brevetto si vende l’uso del contenuto della proprietà e si remunerano i fattori più il margine di guadagno. Tra i fattori l’imposizione fiscale dovrebbe remunerare la formazione delle persone al lavoro formate dallo Stato.

In questa ultima crisi però la posta è davvero alta e di fronte allo specchio non possiamo rimandare la riflessione sul tema della proprietà intellettuale e industriale. Dove e come si possa sospendere. Come si possa un giorno superare, agendo sui vari piani sui quali la proprietà si articola.

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