L’Organizzazione Mondiale della Sanità denuncia l’impossibilità di portare a termine la campagna di vaccinazione contro la poliomielite nella zona Nord della Striscia di Gaza. Gli intensi bombardamenti impediscono la somministrazione della seconda dose a decine di migliaia di bambini.
Il pericolo di questa malattia era stato confermato la scorsa estate e, sotto la pressione internazionale per la tutela della salute di tutto il Medio Oriente, alla fine Tel Aviv aveva acconsentito alla distribuzione delle dosi. In piccole aree protette, le squadre mediche hanno cominciato l’intervento all’inizio di settembre.
Ricordiamo che la malattia era scomparsa da un quarto di secolo dai territori palestinesi. Il virus ha però trovato il luogo adatto in cui tornare a proliferare tra le macerie di Gaza, dopo che Israele ha distrutto tutti gli impianti di trattamento delle acque reflue e anche il 70% delle pompe di scarico, come sottolineato da Oxfam un paio di mesi fa.
A inizio ottobre erano cominciate le trattative con le autorità israeliane per partire con la seconda tornata di somministrazioni, per raggiungere la completa copertura per circa 590 mila bambini sotto i 10 anni. I sanitari, distribuiti capillarmente soprattutto nella zona umanitaria fra Deir al-Balah, Khan Yunis e al-Mawasi, hanno completato le inoculazioni previste nel Sud e nel Centro di Gaza.
Ma da inizio ottobre il Nord, dove si stima siano rimaste 300 mila persone, vive sotto un vero e proprio assedio, una pioggia costante di bombe sioniste. Nella zona non arrivano aiuti umanitari dal primo ottobre, ed era evidente che sarebbe stato quasi impossibile portare avanti la campagna vaccinale per i 120 mila bambini lì presenti.
Il 23 ottobre l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha infine annunciato la sospensione delle vaccinazioni. L’istituzione con sede a Ginevra ha elencato “intensi bombardamenti, evacuazioni di massa e mancanza di accesso alla zona Nord” come motivazioni che “hanno costretto a rimandare la campagna”.
Ma è bene sottolineare che questo significa mettere a repentaglio la salute pubblica dell’intera area. Oltre che, ovviamente, quella dei palestinesi più giovani, che sono già morti a migliaia e per le sofferenze dei quali continua a registrarsi un’insopportabile silenzio da parte dei governi occidentali.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/10/2024
19/08/2024
Gaza - Primo caso di poliomielite, ma dopo la vaccinazione serve la ricostruzione
L’allarme era stato lanciato già da qualche settimana, anche sulle pagine di Contropiano: la poliomielite poteva tornare a essere un pericolo sanitario nella Gaza sotto assedio da parte delle forze armate israeliane. Alla fine, il primo caso è arrivato.
Un bambino di appena 10 mesi è il primo malato di polio nel territorio della Striscia dal 1988. La ferocia dell’occupazione sionista e il bombardamento di ogni centimetro di quella terra alla fine hanno riesumato anche questo pericolo sanitario.
Gli esami sono stati effettuati ad Amman, la capitale della Giordania, sui campioni prelevati dal neonato. Ma non è l’unico soggetto a presentare i possibili sintomi, e ci si attende dunque che il numero dei casi aumenti nei prossimi giorni.
Subito, le istituzioni internazionali si sono messe in moto per far fronte al virus. Nell’arco di poche ore il ministero della Salute dell’Autorità Nazionale Palestinese, con il sostegno dell’OMS, dell’UNICEF e dell’UNRWA, ha programmato una campagna vaccinale tempestiva.
“La situazione umanitaria a Gaza è in caduta libera. Nelle ultime settimane, il virus della poliomielite è stato rilevato in campioni di acque reflue a Khan Younis e Deir al-Balah, ciò significa che il virus è ora in circolazione, con centinaia di migliaia di bambini a rischio”, ha detto Guterres, Segretario Generale dell’ONU.
“Prevenire e contenere la diffusione della polio richiederà uno sforzo massiccio, coordinato e urgente e l’ONU è pronta a lanciare una campagna di vaccinazione a Gaza per oltre 640mila bambini di età inferiore ai 10 anni”. Un milione e 200 mila dosi sono già pronte, altre 400 mila sono in via di acquisto.
La logistica prevedrà l’impiego di circa 2.700 operatori sanitari, divisi tra 708 squadre che opereranno presso ospedali, ospedali da campo e centri di assistenza sanitaria primaria. Verrà effettuato un ciclo di due dosi, a una settimana di distanza l’una dall’altra.
Per questo, l’ONU ha anche richiesto a tutte le parti in campo di garantire una tregua dai combattimenti durante la campagna di vaccinazione, a cavallo tra agosto e settembre. Sotto le bombe sarebbe ovviamente complesso procedere alle somministrazioni.
Per ora, non sono arrivate risposte, ma Israele ha continuato a uccidere civili palestinesi, e le trattative per il cessate il fuoco sembra difficile approdino a risultati concreti. Inoltre, Tel Aviv aveva già programmato la possibilità di immunizzazione per i suoi militari e si era disinteressata della popolazione di Gaza.
Se anche contro la volontà dei suoi vertici, alla fine il governo e le forze armate potrebbero garantire lo svolgimento di questa campagna vaccinale, anche solo per la sicurezza dell’intero quadrante mediorientale. La quale, bisogna renderlo chiaro, è già compromessa.
La poliomielite si presenta per lo più in maniera asintomatica, ma può essere trasmessa anche in questi casi, per esempio, attraverso le feci. Essendo una malattia che si trasmette per via oro-fecale, è necessario che il sistema di smaltimento delle acquee reflue funzioni in maniera efficiente.
Secondo Oxfam, Israele ha distrutto tutti gli impianti di trattamento delle acque reflue di Gaza e il 70% delle pompe di scarico. In pratica, milioni di persone vivono ammassate in aree dove vi sono le migliori condizioni per far prosperare il virus.
Per questo, per quanto la vaccinazione approntata sia una risposta fondamentale e imprescindibile, l’unico modo per affrontare il pericolo poliomielite da qui ai prossimi mesi è attraverso il cessate il fuoco e la ricostruzione delle strutture della Striscia.
Questa è l’intenzione che i vertici sionisti sembrano non avere, e perciò si stanno rendendo colpevoli di un altro crimine contro l’umanità. Hanno raso al suolo ospedali e ucciso medici, e se continueranno col loro genocidio renderanno anche probabile la diffusione di una malattia che per decenni ha paralizzato i bambini di mezzo mondo.
Fonte
Un bambino di appena 10 mesi è il primo malato di polio nel territorio della Striscia dal 1988. La ferocia dell’occupazione sionista e il bombardamento di ogni centimetro di quella terra alla fine hanno riesumato anche questo pericolo sanitario.
Gli esami sono stati effettuati ad Amman, la capitale della Giordania, sui campioni prelevati dal neonato. Ma non è l’unico soggetto a presentare i possibili sintomi, e ci si attende dunque che il numero dei casi aumenti nei prossimi giorni.
Subito, le istituzioni internazionali si sono messe in moto per far fronte al virus. Nell’arco di poche ore il ministero della Salute dell’Autorità Nazionale Palestinese, con il sostegno dell’OMS, dell’UNICEF e dell’UNRWA, ha programmato una campagna vaccinale tempestiva.
“La situazione umanitaria a Gaza è in caduta libera. Nelle ultime settimane, il virus della poliomielite è stato rilevato in campioni di acque reflue a Khan Younis e Deir al-Balah, ciò significa che il virus è ora in circolazione, con centinaia di migliaia di bambini a rischio”, ha detto Guterres, Segretario Generale dell’ONU.
“Prevenire e contenere la diffusione della polio richiederà uno sforzo massiccio, coordinato e urgente e l’ONU è pronta a lanciare una campagna di vaccinazione a Gaza per oltre 640mila bambini di età inferiore ai 10 anni”. Un milione e 200 mila dosi sono già pronte, altre 400 mila sono in via di acquisto.
La logistica prevedrà l’impiego di circa 2.700 operatori sanitari, divisi tra 708 squadre che opereranno presso ospedali, ospedali da campo e centri di assistenza sanitaria primaria. Verrà effettuato un ciclo di due dosi, a una settimana di distanza l’una dall’altra.
Per questo, l’ONU ha anche richiesto a tutte le parti in campo di garantire una tregua dai combattimenti durante la campagna di vaccinazione, a cavallo tra agosto e settembre. Sotto le bombe sarebbe ovviamente complesso procedere alle somministrazioni.
Per ora, non sono arrivate risposte, ma Israele ha continuato a uccidere civili palestinesi, e le trattative per il cessate il fuoco sembra difficile approdino a risultati concreti. Inoltre, Tel Aviv aveva già programmato la possibilità di immunizzazione per i suoi militari e si era disinteressata della popolazione di Gaza.
Se anche contro la volontà dei suoi vertici, alla fine il governo e le forze armate potrebbero garantire lo svolgimento di questa campagna vaccinale, anche solo per la sicurezza dell’intero quadrante mediorientale. La quale, bisogna renderlo chiaro, è già compromessa.
La poliomielite si presenta per lo più in maniera asintomatica, ma può essere trasmessa anche in questi casi, per esempio, attraverso le feci. Essendo una malattia che si trasmette per via oro-fecale, è necessario che il sistema di smaltimento delle acquee reflue funzioni in maniera efficiente.
Secondo Oxfam, Israele ha distrutto tutti gli impianti di trattamento delle acque reflue di Gaza e il 70% delle pompe di scarico. In pratica, milioni di persone vivono ammassate in aree dove vi sono le migliori condizioni per far prosperare il virus.
Per questo, per quanto la vaccinazione approntata sia una risposta fondamentale e imprescindibile, l’unico modo per affrontare il pericolo poliomielite da qui ai prossimi mesi è attraverso il cessate il fuoco e la ricostruzione delle strutture della Striscia.
Questa è l’intenzione che i vertici sionisti sembrano non avere, e perciò si stanno rendendo colpevoli di un altro crimine contro l’umanità. Hanno raso al suolo ospedali e ucciso medici, e se continueranno col loro genocidio renderanno anche probabile la diffusione di una malattia che per decenni ha paralizzato i bambini di mezzo mondo.
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24/07/2024
Israele, il genocidio e il pericolo poliomielite
Da che mondo è mondo, le guerre portano con sé carestia e pestilenza, anche quando per farle ci si affida a computer e algoritmi. La pulizia etnica a cui è sottoposto il popolo palestinese non poteva che portare gli stessi effetti.
Giovedì scorso il ministero della Salute della Striscia di Gaza ha fatto sapere che in sei sistemi per le acque reflue delle fognature di Khan Younis e Deir Al Balah è stato individuato il virus della poliomielite di tipo 2. A Gaza la malattia era stata debellata 25 anni fa.
I test sono stati effettuati in un laboratorio israeliano collegato direttamente all’Organizzazione Mondiale della Sanità. Christian Lindmeier, portavoce dell’istituzione ha fatto sapere sabato che, comunque, ad oggi non è stato registrato alcun caso.
La polio è una di quelle malattie di cui in Italia si ha un pesante ricordo. Lo sforzo internazionale per la sua eradicazione oggi permette a quasi tutto il mondo di dichiararsi libero dalla malattia, ma rimane ancora il pericolo di forme derivate dalla mutazione dei ceppi dei vaccini stessi, seppur più facilmente controllabile.
Questo diventa più difficile in una situazione come quella palestinese, dove l’ammassarsi delle persone vicino alle acque di scarico e la difficile situazione sanitaria mette a rischio la possibilità di un’efficace sorveglianza.
Lo stesso OMS ha dichiarato che il conflitto “ha interrotto i programmi di vaccinazione di routine a Gaza”. Nel 2022, la copertura vaccinale nei Territori Occupati era del 99%, ma alla fine del 2023 era già scesa all’89%.
Questa è però una percentuale calcolata sull’insieme di quei Territori, come ha tenuto a sottolineare l’epidemiologo australiano Michael Toole sul sito scientifico The Conversation. Questo significa che probabilmente a Gaza la copertura è anche minore.
Il Direttore Generale delll’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha scritto su X che “la distruzione del sistema sanitario, la mancanza di sicurezza, l’ostruzionismo all’accesso, i continui spostamenti della popolazione, la carenza di forniture mediche, la scarsa qualità dell’acqua e l’indebolimento dei servizi igienici stanno aumentando il rischio di malattie prevenibili con i vaccini, tra cui la poliomielite”.
Ad essere protetti da quest’ultima saranno solo i soldati israeliani, grazie a una campagna vaccinale su base volontaria. Non è previsto da Tel Aviv alcun sostegno alla popolazione palestinese, trattata come un problema da estirpare.
Ma questo potrebbe non bastare. In un contesto bellico non è facile fermare una malattia che potrebbe essere diffusa per settimane da individui asintomatici e così otto dei maggiori epidemiologi israeliani hanno indicato nel cessate il fuoco l’unico strumento adeguato a combattere la polio.
La guerra si può ritorcere contro Tel Aviv anche in questo modo.
Fonte
Giovedì scorso il ministero della Salute della Striscia di Gaza ha fatto sapere che in sei sistemi per le acque reflue delle fognature di Khan Younis e Deir Al Balah è stato individuato il virus della poliomielite di tipo 2. A Gaza la malattia era stata debellata 25 anni fa.
I test sono stati effettuati in un laboratorio israeliano collegato direttamente all’Organizzazione Mondiale della Sanità. Christian Lindmeier, portavoce dell’istituzione ha fatto sapere sabato che, comunque, ad oggi non è stato registrato alcun caso.
La polio è una di quelle malattie di cui in Italia si ha un pesante ricordo. Lo sforzo internazionale per la sua eradicazione oggi permette a quasi tutto il mondo di dichiararsi libero dalla malattia, ma rimane ancora il pericolo di forme derivate dalla mutazione dei ceppi dei vaccini stessi, seppur più facilmente controllabile.
Questo diventa più difficile in una situazione come quella palestinese, dove l’ammassarsi delle persone vicino alle acque di scarico e la difficile situazione sanitaria mette a rischio la possibilità di un’efficace sorveglianza.
Lo stesso OMS ha dichiarato che il conflitto “ha interrotto i programmi di vaccinazione di routine a Gaza”. Nel 2022, la copertura vaccinale nei Territori Occupati era del 99%, ma alla fine del 2023 era già scesa all’89%.
Questa è però una percentuale calcolata sull’insieme di quei Territori, come ha tenuto a sottolineare l’epidemiologo australiano Michael Toole sul sito scientifico The Conversation. Questo significa che probabilmente a Gaza la copertura è anche minore.
Il Direttore Generale delll’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha scritto su X che “la distruzione del sistema sanitario, la mancanza di sicurezza, l’ostruzionismo all’accesso, i continui spostamenti della popolazione, la carenza di forniture mediche, la scarsa qualità dell’acqua e l’indebolimento dei servizi igienici stanno aumentando il rischio di malattie prevenibili con i vaccini, tra cui la poliomielite”.
Ad essere protetti da quest’ultima saranno solo i soldati israeliani, grazie a una campagna vaccinale su base volontaria. Non è previsto da Tel Aviv alcun sostegno alla popolazione palestinese, trattata come un problema da estirpare.
Ma questo potrebbe non bastare. In un contesto bellico non è facile fermare una malattia che potrebbe essere diffusa per settimane da individui asintomatici e così otto dei maggiori epidemiologi israeliani hanno indicato nel cessate il fuoco l’unico strumento adeguato a combattere la polio.
La guerra si può ritorcere contro Tel Aviv anche in questo modo.
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30/08/2021
Sabin, per non dimenticare perché si vaccina
Il 26 agosto di 113 anni fa, Albert Bruce Sabin nasceva nel ghetto di Bialystok, città polacca allora sotto il dominio zarista. A 15 anni emigrò con la famiglia negli Stati Uniti, perché il padre, artigiano, cercava miglior fortuna e voleva sottrarre la famiglia al pesante clima antiebraico di cui aveva rischiato di fare le spese Albert stesso, quando, ancora bambino ma già individuabile dai tratti semitici che lo caratterizzano nelle foto da adulto, era stato fatto oggetto di una sassaiola in quanto “deicida”.
In America, il giovane Sabin mise a frutto il suo talento e la sua volontà negli studi cominciati nella facoltà di odontoiatria, ma terminati in quella di medicina dopo essersi scoperto un interesse speciale per la microbiologia e la virologia. Epidemie ricorrenti
Tuttavia, fu quasi per caso che Sabin si mise a studiare la poliomielite: “Fu il mio maestro, dottor Park, famoso per aver debellato la difterite, a consigliarmi di studiare la polio – ebbe a dire Sabin - quindi non fu una mia scelta: fu l'unica volta che feci qualcosa dietro suggerimento di un altro". Era il 1931, Sabin si era appena laureato e negli Stati Uniti era scoppiata una delle ricorrenti epidemie di polio. La precedente, del 1916 nel Nordest degli Stati Uniti, aveva registrato più di 27.000 casi con 6.000 morti.
La poliomielite colpisce soprattutto i bambini sotto i cinque anni di età, ma non solo: per esempio, aveva colpito il presidente Franklin Delano Roosevelt a 39 anni, lasciandolo semi-paralizzato. Il libro di Philip Roth “Nemesi” è interamente dedicato alla tragedia dell’estate del 1944 nella sua città natale, Newark, flagellata dalla poliomielite:
Storia di un vaccino
Sabin si mise a studiare la malattia avendo ben chiare le prerogative di un ricercatore, che egli sosteneva essere un’enorme curiosità, una grande tenacia e l’onestà: “Se una sua scoperta sembra troppo bella per essere vera, ci sono buone possibilità che non lo sia”. Al suo rigore professionale (oltre che al suo caratteraccio) erano da addebitare le frequenti scenate verso chi, in laboratorio, gli pareva non avesse condotto a dovere un esperimento.
Agli inizi degli anni Cinquanta, Sabin riuscì a sviluppare un vaccino orale contro la poliomielite da virus vivi attenuati, più efficace di quello da virus uccisi sviluppato negli stessi anni da altri gruppi di ricerca, come quello di Jonas E. Salk. Dopo l’esito positivo dei controlli sugli animali, passò a sperimentarlo sugli esseri umani, cominciando dai suoi collaboratori e da se stesso, e infine sui bambini, cominciando dalle proprie figlie, cui aveva dato i nomi delle nipotine trucidate dalle SS: Amy, di cinque anni, e Debbie di sette anni.
Negli Stati Uniti, però, era già partita la campagna d’immunizzazione con il vaccino Salk; Sabin offrì, così, il proprio ai governi dell’est Europa (la prima nazione a produrre industrialmente il vaccino di Sabin fu la Cecoslovacchia, seguita da Polonia, Urss e Germania orientale), dove in un paio di anni, dal 1959 al 1961, furono vaccinati milioni di bambini. Nel 1963, finalmente, il Sabin divenne il vaccino di scelta anche negli Stati Uniti, e tra il 1962 e il 1965 più della metà della popolazione statunitense dell’epoca lo aveva ricevuto, con drastica diminuzione dei casi poliomielite, già molto ridotti dopo l'introduzione del vaccino Salk. L’ultimo caso americano risale al 1979.
Sabin non volle brevettare il vaccino, rinunciando ad arricchirsi, per mantenere un prezzo che consentisse una sua più vasta diffusione.
In Italia, che nel 1958 aveva registrato 8.000 casi di poliomielite, ma che aveva fatto scorta di vaccino Salk, il vaccino di Sabin fu autorizzato solo nel 1963 e reso obbligatorio nel 1966; secondo lo storico della medicina Giorgio Cosmacini, il ritardo nella sua adozione costò quasi 10.000 casi di poliomielite (oltre 1.000 morti e 8.000 paralisi). L’ultimo caso italiano è stato registrato risale al 1982.
Salk e Sabin a confronto
Il vaccino di Sabin è più facile da somministrare di quello di Salk: è in una sola dose da assumere per bocca (con la famosa zolletta) e, per di più, il virus vivo attenuato viene eliminato con le feci, ottenendo un'elevata copertura vaccinale di massa, anche nei confronti degli individui non vaccinati. Inoltre, i virus attenuati contenuti nel vaccino sono in grado di competere ecologicamente con i virus selvaggi presenti nell'ambiente costituendo un ulteriore fattore di protezione dal contagio.
Vi è, però, il rischio di una possibile retromutazione genetica, durante il transito intestinale, dei virus attenuati, con ripristino della loro virulenza e insorgenza di una paralisi flaccida in 1 caso ogni 2,2 milioni di dosi somministrate. Il rischio è più alto dopo la prima dose (1 caso ogni 550.000 bambini). Per queste ragioni, dei due vaccini antipolio disponibili, dove la malattia è ormai virtualmente debellata, si preferisce non correre il rischio di una paralisi iatrogena e si somministra il vaccino inattivo, mentre il vaccino Sabin resta raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità per i Paesi ancora a rischio di epidemie.
Il termine “virtualmente” merita una spiegazione: la regione europea è stata dichiarata dall’OMS libera da polio nel 2002 e nel settembre del 2015 è stata annunciata l’eradicazione del poliovirus selvaggio (WPV) tipo 2, ma è ancora possibile che si verifichino casi da contagio con individui provenienti da Paesi dove la malattia è ancora endemica (soprattutto Asia centrale e Africa centrale). Occorre, quindi, mantenere l’allerta (continuando a vaccinare) fino a che il ciclo di trasmissione della poliomielite sarà interrotto a livello mondiale. Questo è l’obiettivo dell’OMS, simile a quello già raggiunto per il vaiolo, dichiarato eliminato nel 1980.
Anche in Italia, per decisione della Conferenza Stato Regioni, nel 2002, dopo l’eradicazione completa della polio in Europa, l’unica forma di vaccino somministrato è quello che contiene i tre virus della poliomielite uccisi (inattivati). Presso il Ministero della salute viene, però, mantenuta una scorta di vaccino orale attivo come misura precauzionale, in caso di emergenza e di importazione del virus. Da qualche anno si usa un vaccino Salk potenziato in antigeni che determina una protezione sovrapponibile a quella ottenuta con il vaccino Sabin, senza la necessità di numerosi richiami e con requisiti di grande sicurezza, con la rara eccezione di reazioni allergiche agli antibiotici in esso contenuti (neomicina, polimixina B, streptomicina).
Fonte
In America, il giovane Sabin mise a frutto il suo talento e la sua volontà negli studi cominciati nella facoltà di odontoiatria, ma terminati in quella di medicina dopo essersi scoperto un interesse speciale per la microbiologia e la virologia. Epidemie ricorrenti
Tuttavia, fu quasi per caso che Sabin si mise a studiare la poliomielite: “Fu il mio maestro, dottor Park, famoso per aver debellato la difterite, a consigliarmi di studiare la polio – ebbe a dire Sabin - quindi non fu una mia scelta: fu l'unica volta che feci qualcosa dietro suggerimento di un altro". Era il 1931, Sabin si era appena laureato e negli Stati Uniti era scoppiata una delle ricorrenti epidemie di polio. La precedente, del 1916 nel Nordest degli Stati Uniti, aveva registrato più di 27.000 casi con 6.000 morti.
La poliomielite colpisce soprattutto i bambini sotto i cinque anni di età, ma non solo: per esempio, aveva colpito il presidente Franklin Delano Roosevelt a 39 anni, lasciandolo semi-paralizzato. Il libro di Philip Roth “Nemesi” è interamente dedicato alla tragedia dell’estate del 1944 nella sua città natale, Newark, flagellata dalla poliomielite:
Il bollettino della polio, che veniva trasmesso quotidianamente dalla stazione radiofonica locale, teneva aggiornati i newarkesi sul numero e la localizzazione di ogni nuovo caso in città [...] Ovviamente, l’impatto di quei numeri era sconfortante, terrificante e defatigante. Perché quelli [...] erano gli spaventosi numeri che certificavano l’avanzata di un’orribile malattia e che, nelle sedici circoscrizioni di Newark, equivalevano ai numeri dei morti, feriti e dispersi della vera guerra. Perché anche quella era una vera guerra, una guerra di annientamento, distruzione, massacro e dannazione, una guerra con tutti i mali della guerra: una guerra contro i bambini di NewarkPerché la poliomielite era così diffusiva? Questa malattia, descritta per la prima volta dal medico britannico Michael Underwood nel 1789, è causata da tre tipi di enterovirus, con l’uomo come unico serbatoio naturale. Il contagio avviene per via oro-fecale, attraverso l’ingestione di acqua o di cibi contaminati o di microgocce di saliva (le cosiddette goccioline di Flügge) emesse da soggetti ammalati o portatori sani. Il virus attacca il sistema nervoso (soprattutto i neuroni motori del midollo spinale) e causa una paralisi di vario grado di gravità: dalla paralisi flaccida degli arti (soprattutto delle gambe) all’interessamento dei muscoli respiratori (negli anni cinquanta del secolo scorso erano molto diffusi i polmoni d’acciaio). Poiché solo l’1% dei contagiati con i virus della polio sviluppa la paralisi e il 10% sviluppa una forma di meningite asettica, il restante 90% circa, che presenta sintomi simil influenzali e perciò non viene isolato, è in grado di far circolare velocemente l’infezione in una comunità non vaccinata.
Storia di un vaccino
Sabin si mise a studiare la malattia avendo ben chiare le prerogative di un ricercatore, che egli sosteneva essere un’enorme curiosità, una grande tenacia e l’onestà: “Se una sua scoperta sembra troppo bella per essere vera, ci sono buone possibilità che non lo sia”. Al suo rigore professionale (oltre che al suo caratteraccio) erano da addebitare le frequenti scenate verso chi, in laboratorio, gli pareva non avesse condotto a dovere un esperimento.
Agli inizi degli anni Cinquanta, Sabin riuscì a sviluppare un vaccino orale contro la poliomielite da virus vivi attenuati, più efficace di quello da virus uccisi sviluppato negli stessi anni da altri gruppi di ricerca, come quello di Jonas E. Salk. Dopo l’esito positivo dei controlli sugli animali, passò a sperimentarlo sugli esseri umani, cominciando dai suoi collaboratori e da se stesso, e infine sui bambini, cominciando dalle proprie figlie, cui aveva dato i nomi delle nipotine trucidate dalle SS: Amy, di cinque anni, e Debbie di sette anni.
Negli Stati Uniti, però, era già partita la campagna d’immunizzazione con il vaccino Salk; Sabin offrì, così, il proprio ai governi dell’est Europa (la prima nazione a produrre industrialmente il vaccino di Sabin fu la Cecoslovacchia, seguita da Polonia, Urss e Germania orientale), dove in un paio di anni, dal 1959 al 1961, furono vaccinati milioni di bambini. Nel 1963, finalmente, il Sabin divenne il vaccino di scelta anche negli Stati Uniti, e tra il 1962 e il 1965 più della metà della popolazione statunitense dell’epoca lo aveva ricevuto, con drastica diminuzione dei casi poliomielite, già molto ridotti dopo l'introduzione del vaccino Salk. L’ultimo caso americano risale al 1979.
Sabin non volle brevettare il vaccino, rinunciando ad arricchirsi, per mantenere un prezzo che consentisse una sua più vasta diffusione.
In Italia, che nel 1958 aveva registrato 8.000 casi di poliomielite, ma che aveva fatto scorta di vaccino Salk, il vaccino di Sabin fu autorizzato solo nel 1963 e reso obbligatorio nel 1966; secondo lo storico della medicina Giorgio Cosmacini, il ritardo nella sua adozione costò quasi 10.000 casi di poliomielite (oltre 1.000 morti e 8.000 paralisi). L’ultimo caso italiano è stato registrato risale al 1982.
Salk e Sabin a confronto
Il vaccino di Sabin è più facile da somministrare di quello di Salk: è in una sola dose da assumere per bocca (con la famosa zolletta) e, per di più, il virus vivo attenuato viene eliminato con le feci, ottenendo un'elevata copertura vaccinale di massa, anche nei confronti degli individui non vaccinati. Inoltre, i virus attenuati contenuti nel vaccino sono in grado di competere ecologicamente con i virus selvaggi presenti nell'ambiente costituendo un ulteriore fattore di protezione dal contagio.
Vi è, però, il rischio di una possibile retromutazione genetica, durante il transito intestinale, dei virus attenuati, con ripristino della loro virulenza e insorgenza di una paralisi flaccida in 1 caso ogni 2,2 milioni di dosi somministrate. Il rischio è più alto dopo la prima dose (1 caso ogni 550.000 bambini). Per queste ragioni, dei due vaccini antipolio disponibili, dove la malattia è ormai virtualmente debellata, si preferisce non correre il rischio di una paralisi iatrogena e si somministra il vaccino inattivo, mentre il vaccino Sabin resta raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità per i Paesi ancora a rischio di epidemie.
Il termine “virtualmente” merita una spiegazione: la regione europea è stata dichiarata dall’OMS libera da polio nel 2002 e nel settembre del 2015 è stata annunciata l’eradicazione del poliovirus selvaggio (WPV) tipo 2, ma è ancora possibile che si verifichino casi da contagio con individui provenienti da Paesi dove la malattia è ancora endemica (soprattutto Asia centrale e Africa centrale). Occorre, quindi, mantenere l’allerta (continuando a vaccinare) fino a che il ciclo di trasmissione della poliomielite sarà interrotto a livello mondiale. Questo è l’obiettivo dell’OMS, simile a quello già raggiunto per il vaiolo, dichiarato eliminato nel 1980.
Anche in Italia, per decisione della Conferenza Stato Regioni, nel 2002, dopo l’eradicazione completa della polio in Europa, l’unica forma di vaccino somministrato è quello che contiene i tre virus della poliomielite uccisi (inattivati). Presso il Ministero della salute viene, però, mantenuta una scorta di vaccino orale attivo come misura precauzionale, in caso di emergenza e di importazione del virus. Da qualche anno si usa un vaccino Salk potenziato in antigeni che determina una protezione sovrapponibile a quella ottenuta con il vaccino Sabin, senza la necessità di numerosi richiami e con requisiti di grande sicurezza, con la rara eccezione di reazioni allergiche agli antibiotici in esso contenuti (neomicina, polimixina B, streptomicina).
Fonte
18/11/2014
La poliomielite e quei vaccini "comunisti"
Siamo abituati a sentirci raccontare di importanti scoperte scientifiche, specie in campo medico, e dei vantaggi economici giganteschi che "premiano" i ricercatori di successo. E ancor più le case farmaceutiche che ne mettono in produzione i risultati.
Proprio in questo scenario da mercanti nel tempio del sapere, può essere utile ricordare esempi di scienziati di tutt'altra pasta.
*****
Siamo ai cento anni dalla nascita di Salk e l’umanità gli deve essere grata, così come deve essere molto riconoscente al Dottor Sabin.
Il dottor Jonas Edward Salk nel 1955 trovò un vaccino contro quella che veniva chiamata paralisi infantile, ovvero la poliomielite. Il 12 aprile del 1955 un giornalista televisivo chiese a Jonas Salk di chi fosse la proprietà del vaccino contro la poliomielite. E lui rispose: “ Beh, la gente direi; non c’è un brevetto. Si può brevettare il sole?”. Salk è anche stato chiamato, da alcuni, “Il padre adottivo dei bambini del mondo e non pensava ai soldi che avrebbe potuto fare negando ai figli della povera gente il vaccino”. Ma ricordando Salk non dobbiamo e non possiamo dimenticare Albert Bruce Sabin.
“Un buon ricercatore deve avere una enorme curiosità, tenacia e una grande onestà”, affermava Sabin microbiologo e virologo ed uno dei più grandi personaggi della storia della medicina. Sabin era nato da una famiglia di artigiani nel ghetto di Bialystock in Russia (oggi territorio della Polonia); iniziò da odontoiatra, lesse “cacciatori di microbi” di Paul de Kruif, scrittore e microbiologo americano, ma finì medico e cacciatore di quei microscopici esseri che tante malattie provocavano.
Vista la non totale efficacia del metodo Salk, che non riusciva a proteggere completamente dalla polio, Sabin - poi insignito del premio Nobel nel 1964 - sviluppò il suo vaccino orale con il virus vivo attenuato, che provò su stesso e sulle sue figlie nel 1957. Quando Sabin presentò, negli Stati Uniti, i risultati delle sue prime ricerche alla Commissione per l’Immunizzazione dell’NFIP (National Foundation for Infantile Paralysis), istituita dal presidente Franklin Delano Roosevelt, egli stesso colpito dal male, non fu creduto. Vittima della “guerra fredda”, Sabin fu anche accusato, negli Stati Uniti, di "comunismo", così come - non ridete - il suo vaccino. Verso il quale si mostrò una grande diffidenza, cosa che non si verificò invece in Unione Sovietica e nei paesi dell’est, ove potè dimostrare la sua grande efficacia.
Fu solo allora che il “vaccino comunista” ritornò in America per essere fu definitivamente approvato. Sabin non volle mai trarre profitto dalla sua scoperta; non brevettò il vaccino per evitare speculazioni e per far sì che questo fosse a disposizione di tutti. Sabin che ricevette ben 40 lauree Honoris causa, continuò per il resto della sua vita a dar la caccia a batteri e virus e a coltivare e curare fiori.
Ricordo ancora, con dolcezza, e così tutti gli altri della mia generazione, quella mano del medico che con cura e attenzione versava poche gocce di vaccino su quella zolletta di zucchero che non ci faceva prendere “ il male”.
Un mondo senza poliomielite è ancora da venire. La poliomielite, infatti, praticamente eradicata nei paesi europei, colpisce ancora numerosi bambini di continenti come l’Africa, ad esempio; ma anche il Pakistan, l’Afghanistan, la Siria, l’Iraq, Israele.
Sulla pericolosità della presenza della malattia in alcune parti del pianeta, Oliver Rosenbauer della Global Polio Eradication (un programma dell’Organizzazione Mondiale della Sanità), del Rotare International, dell’U.S. Center for Disease Control and Prevention e dell’ United National Children’s Fund (UNICEF), è stato molto chiaro. Rosenbauer, infatti, ha ribadito che vi sarà sempre un rischio globale di polio sinché la malattia esisterà in qualche angolo della terra e che per questo “bisogna puntare sulla prevenzione su scala mondiale”.
A più di cinquanta anni, dunque, dalla scoperta del vaccino della polio, il mondo non è ancora completamente libero dal male che è presente in maniera endemica in alcune zone (tra le più povere e disagiate del globo) dalle quali potrebbero sviluppare pericolosi focolai nel resto del pianeta. Somalia (qui la situazione è esplosiva), Etiopia, Kenia, Repubblica Democratica del Congo, Guinea equatoriale, Camerun, Namibia, Niger, Yemen, Nepal, Indonesia, Bangladesh. Libero dalla polio sin dall’ottobre del 2002, il Corno d’Africa è stato reinfettato dai poliovirus provenienti dalla Nigeria, dove nello stato di Kano, nel nord del paese i capi religiosi hanno fatto sospendere la vaccinazione perché ritenuta un complotto dell’occidente per diffondere il virus dell’AIDS.
Molto particolare è stata la situazione in India in particolare nello stato dell’Uttar Pradesh e nel Bihar. Ora solo in Pakistan, Afghanistan e Nigeria la Poliomielite è endemica e a rischio sono quei paesi con una copertura vaccinale bassa quali l’Austria, la Bosnia-Erzegovina e l’Ucrania.
Povertà, scarsa igiene, sovraffollamento sono alcune situazioni che ostacolano l’eradicazione del virus; acqua e cibo contaminato da feci infette di persone ammalate potrebbero in queste situazioni “passare” la malattia ad altri. Ma per eradicare il virus della polio sarebbe anche necessaria una nuova strategia vaccinale, con una diversa modalità di somministrazione del vaccino contro la polio. Invece di somministrare il classico "vaccino trivalente", che contiene tutti e tre i tipi di virus della polio e che ha perso la sua originaria efficacia - con molta probabilità a causa di problemi di interferenze biologiche - si dovrà passare ad una vaccinazione monovalente che dia protezione contro il virus di tipo 1 (type 1 strain). The World Health Organization a settembre del 2014 ha celebrato lo straordinario risultato per cui, sia nell’Uttar Pradesh che in tutta l’India e nella regione del Sud est Asiatico, non c’era più poliomielite.
La poliomielite è una grave malattia infettiva che si trasmette per via oro-fecale (cibi, acqua, contaminata, starnuti o tosse di persone infette) è causata da tre tipi di virus (poli-virus 1,2 e 3) appartenenti al genere enterovirus. La polio colpisce il sistema nervoso centrale ed in particolare le cellule nervose motorie del midollo spinale responsabili del movimento muscolare. Se ne ammalano in particolare i bambini al di sotto dei 5 anni. Nella maggior parte dei casi l’infezione avviene praticamente senza sintomi solo con lievi malesseri, che possono essere anche simili ad una banale influenza. In altri casi però (tra il 5 e il 10%), può svilupparsi una meningite; mentre solo nell’1% dei casi si può avere la paralisi.
Un nuovo problema però emerge nelle persone sopravvissute alla polio, ad una distanza che può andare dai 10 ai 40 anni dall’iniziale attacco di paralisi dovuto ai virus. E' la cosiddetta Post-Polio Sindrome (PPS), caratterizzata da fatica, slowly progressive muscle weakness e atrofia muscolare. Allo stato attuale non esiste ancora cura o rimedio efficace della Post-Polio Sindrome che può avere gravità variabile e per la quale viene raccomandata solo un corretto stile di vita.
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20/01/2014
Rischio poliomelite, anche in Europa. Un allarme da non sottovalutare
L’allarme è stato lanciato già da novembre sulla rivista scientifica ‘The Lancet’ da due infettivologi tedeschi: Martin Eichner e Stefan Brockmann. Secondo i due esperti una nuova epidemia di poliomielite sta già colpendo numerose aree della Siria, coinvolte dai combattimenti tra ribelli e lealisti. Ma il pericolo di una epidemia potrebbe estendersi anche all’Europa, dove la poliomelite è stata dichiarata sconfitta e sradicata da almeno dieci anni. I due infettivologi scrivono su The Lancet che l’origine del rischio di estensione risiede nei consistenti flussi migratori di siriani diretti in Europa. Secondo gli studiosi le aree più a rischio in tal senso sarebbero Bosnia Erzegovina, Croazia e Austria, poiché presentano una copertura vaccinale particolarmente bassa. Nel Vecchio Continente si utilizza infatti il vaccino antipolio inattivato (Ipv) e non la vaccinazione antipolio orale (Opv) che è stata sospesa in molte zone per il rischio di paralisi acuta. L’Ipv però è molto incisivo sotto il profilo della prevenzione, ma non costituisce un argine contro la trasmissione. Un altro aspetto che desta preoccupazioni è legato alla tempistica di un eventuale contagio: gli infettivologi tedeschi segnalano che il virus potrebbe restare in circolazione anche un anno prima di manifestarsi compiutamente. In questa situazione,“vaccinare solamente i profughi siriani, come è stato raccomandato dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo, deve essere considerato insufficiente. Dovrebbero essere prese in considerazione misure più incisive", scrivono gli autori. “La vaccinazione OPV fornisce un'elevata protezione contro il rischio di contrarre e diffondere dell'infezione, ma solo alcuni dei paesi dell'Unione Europea ne consentono ancora l'uso e nessuno ha scorte di vaccino antipolio orale. L’allarme era scattato già due mesi fa. “Il rischio che casi importanti passino inosservati e si diffondano prima di causare un’epidemia è davvero reale” – aveva spiegato, alla rivista Nature, Marc Sprenger, direttore del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) –. “Gli europei vaccinati sono protetti, ma in molti paesi, comprese Ucraina e Romania e molte delle nazioni più ricche, le vaccinazioni sono sotto il livello ottimale. Fino a 12 milioni di bambini dell’Unione Europea non sono infatti vaccinati contro la poliomielite”. La poliomielite è ricomparsa in alcuni paesi prossimi all’area europea come Israele, nazione con ampi scambi di viaggiatori da e verso l’Europa; e poi con la Siria, da cui partono anche per l’Italia migliaia di rifugiati in fuga dalla guerra civile. Desta quindi preoccupazione il fatto che nazioni “moderne” come Germania e Regno Unito si trovino con coperture vaccinali insufficienti contro questa malattia.
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Bah francamente un'ondata di vaccinazioni la eviterei volentieri, soprattutto con quello che si conosce in merito agli effetti collaterali dell'opv.
17/11/2013
Medio Oriente, la polio torna a fare paura
La poliomielite torna a fare paura nel vicino Oriente. Dopo le notizie
di casi riscontrati in Siria nelle ultime settimane, si sta preparando una
campagna di vaccinazione che dall'Egitto alla Turchia, passando per
tutti i Paesi dove stanno cercando riparo i profughi siriani in fuga
dalla guerra, raggiunga oltre 22 milioni di bambini sotto i cinque anni.
È infatti dalla Siria, dove è stato rilevato un ceppo di polio probabilmente proveniente dal Pakistan, che rischia di diffondersi l'epidemia. Due anni e otto mesi di conflitto hanno fatto saltare il sistema sanitario, provocando un drastico calo nelle vaccinazione (500mila bambini sono stati esclusi) e il ritorno di una malattia incurabile, che paralizza e uccide. La campagna di vaccinazione da 30 milioni di dollari promossa dall'Onu interesserà sette Paesi: Egitto, Iraq, Giordania, Libano, Turchia, Siria e la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. La vaccinazione in massa è inevitabile, ha spiegato Soha Boustani dell'Unicef all'agenzia AP: "Non abbiamo altra scelta. Tutti devono vaccinarsi, per la polio non c'è cura, non si può fare altro che prevenirla".
In Siria infuriano i combattimenti e gli operatori sanitari impiegano cliniche mobili per raggiungere i bambini: ci sono circa quattro milioni di sfollati interni nel Paese e individuarli è complicato. I primi dieci casi denunciati dall'Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) sono stati rilevati nella provincia settentrionale di Deir al-Zour. Lunedì scorso, altri tre bambini nella stessa zona sono risultati contagiati dal virus, di cui è stato rintracciato un ceppo anche in alcuni campioni degli scarichi fognari in Egitto, Israele e Cisgiordania. Nonostante i Paesi arabi abbiano in genere un alto tasso di immunizzazione, circa il 90 per cento, l'Oms ha giudicato a rischio decine di migliaia di bambini.
Il vaccino sarà somministrato anche a coloro che l'hanno già fatto, ha spiegato Mike Ryan, coordinatore della campagna anti-polio dell'Oms, che ha sottolineato l'importanza di agire subito, in particolare in Libano che accoglie la maggioranza degli oltre due milioni profughi siriani. Sono circa 815.000 per l'Alto commissariato Onu per i Rifugiati, ma secondo Beirut sarebbero già 1,5 milioni e gli arrivi non si fermano. Una presenza massiccia che ha messo in crisi il sistema sanitario libanese, soprattutto nelle aree più povere.
Nel Paese dei cedri c'è allarme per la polio. I profughi si trovano soprattutto al Nord e nella Valle della Bekaa e non ci sono campi di accoglienza, affittano case o vivono in ripari di fortuna. L'Onu ha iniziato una campagna di informazione per le vaccinazioni, soprattutto nei quartieri più degradati delle città libanesi, dove si sono sistemati molti siriani. Sono impiegate cliniche mobili per raggiungere mezzo milioni di bambini (siriani e libanesi) sotto i cinque anni cui somministrare il vaccino. Lungo la frontiera con la Siria sono stati istituiti centri di vaccinazione e si impiegano i media per esortare i siriani arrivati nel Paese a portare i figli nelle cliniche. La campagna anti-polio è stata estesa a tutta questa settimana e riprenderà a dicembre. Si sta cercando di evitare un'epidemia che avrebbe effetti devastanti, la poliomielite è una malattia altamente contagiosa e le precarie condizioni di vita di molti profughi possono favorirne la diffusione. Lo scorso inverno il morbillo contagiò 1.400 bambini siriani e libanesi.
Fonte
È infatti dalla Siria, dove è stato rilevato un ceppo di polio probabilmente proveniente dal Pakistan, che rischia di diffondersi l'epidemia. Due anni e otto mesi di conflitto hanno fatto saltare il sistema sanitario, provocando un drastico calo nelle vaccinazione (500mila bambini sono stati esclusi) e il ritorno di una malattia incurabile, che paralizza e uccide. La campagna di vaccinazione da 30 milioni di dollari promossa dall'Onu interesserà sette Paesi: Egitto, Iraq, Giordania, Libano, Turchia, Siria e la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. La vaccinazione in massa è inevitabile, ha spiegato Soha Boustani dell'Unicef all'agenzia AP: "Non abbiamo altra scelta. Tutti devono vaccinarsi, per la polio non c'è cura, non si può fare altro che prevenirla".
In Siria infuriano i combattimenti e gli operatori sanitari impiegano cliniche mobili per raggiungere i bambini: ci sono circa quattro milioni di sfollati interni nel Paese e individuarli è complicato. I primi dieci casi denunciati dall'Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) sono stati rilevati nella provincia settentrionale di Deir al-Zour. Lunedì scorso, altri tre bambini nella stessa zona sono risultati contagiati dal virus, di cui è stato rintracciato un ceppo anche in alcuni campioni degli scarichi fognari in Egitto, Israele e Cisgiordania. Nonostante i Paesi arabi abbiano in genere un alto tasso di immunizzazione, circa il 90 per cento, l'Oms ha giudicato a rischio decine di migliaia di bambini.
Il vaccino sarà somministrato anche a coloro che l'hanno già fatto, ha spiegato Mike Ryan, coordinatore della campagna anti-polio dell'Oms, che ha sottolineato l'importanza di agire subito, in particolare in Libano che accoglie la maggioranza degli oltre due milioni profughi siriani. Sono circa 815.000 per l'Alto commissariato Onu per i Rifugiati, ma secondo Beirut sarebbero già 1,5 milioni e gli arrivi non si fermano. Una presenza massiccia che ha messo in crisi il sistema sanitario libanese, soprattutto nelle aree più povere.
Nel Paese dei cedri c'è allarme per la polio. I profughi si trovano soprattutto al Nord e nella Valle della Bekaa e non ci sono campi di accoglienza, affittano case o vivono in ripari di fortuna. L'Onu ha iniziato una campagna di informazione per le vaccinazioni, soprattutto nei quartieri più degradati delle città libanesi, dove si sono sistemati molti siriani. Sono impiegate cliniche mobili per raggiungere mezzo milioni di bambini (siriani e libanesi) sotto i cinque anni cui somministrare il vaccino. Lungo la frontiera con la Siria sono stati istituiti centri di vaccinazione e si impiegano i media per esortare i siriani arrivati nel Paese a portare i figli nelle cliniche. La campagna anti-polio è stata estesa a tutta questa settimana e riprenderà a dicembre. Si sta cercando di evitare un'epidemia che avrebbe effetti devastanti, la poliomielite è una malattia altamente contagiosa e le precarie condizioni di vita di molti profughi possono favorirne la diffusione. Lo scorso inverno il morbillo contagiò 1.400 bambini siriani e libanesi.
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