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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/12/2024

USA - Trump vuole il ritiro degli USA dall’OMS, di nuovo: cosa significa?

Il Financial Times, appena prima di Natale, ha pubblicato un articolo nel quale vengono rese note le indiscrezioni che sarebbero arrivate a vari esperti dal gruppo di transizione per la seconda presidenza Trump. Nella cerchia del tycoon si starebbe affermando l’idea di tentare di nuovo l’uscita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Nel luglio del 2020 il magnate statunitense aveva già tentato questa mossa, dovendo però rispettare i tempi tecnici che prescrivono il preavviso di un anno, durante il quale Washington avrebbe dovuto continuare a pagare i suoi contributi. La decisione sarebbe dunque divenuta effettiva solo nell’estate 2021 (quando ormai The Donald poteva essere fuori dalla Casa Bianca).

Trump aveva fatto questa scelta in netta polemica con la direzione dell’Oms, accusata di aver malgestito la pandemia di Covid-19 e di essere compromessa con la Cina. Ma sapeva anche che la decisione finale sarebbe stata in capo al vincitore delle allora imminenti elezioni.

Il primo atto di Biden nello Studio Ovale fu proprio quello di inviare una lettera al segretario ONU Guterres, fermando tutto e scrivendo: “gli Stati Uniti continueranno a essere un partecipante a pieno titolo [dell’OMS] e un leader globale nell’affrontare tali minacce [pandemiche] e nel promuovere la salute e la sicurezza sanitaria globali”.

L’iniziativa presa da Trump nel 2020 rimandava il passo finale a un futuro in cui era ancora incerto chi sarebbe stato al governo, ma era un passo che avrebbe certamente rappresentato un terremoto dal punto di vista delle relazioni diplomatiche, se fosse stato portato a compimento.

Già di per sé la semplice notifica significava minare un’istituzione sanitaria internazionale nel pieno di una pandemia.

Questa volta ci sarebbe però tutto il tempo di andare fino in fondo, tanto più se la notifica venisse davvero inviata nei primi giorni del mandato presidenziale, in una sorta di azione speculare a quella che fece Biden a inizio 2021.

Sempre il Financial Times fa presente che altri esponenti vicini a Trump vorrebbero una radicale “riforma” dell’istituzione, ma ci sono segnali sul fatto che questa volta il tycoon possa fare sul serio.

Innanzitutto, la nomina di Robert Kennedy ai vertici della sanità statunitense: il politico è famoso per le sue posizioni ‘no vax’, seppur mitigate in alcuni discorsi riferendosi esclusivamente a trial brevi e malattie associate.

Ma anche l’aver scelto Jay Bhattacharya per guidare il National Institutes of Health: nel 2020 si era scontrato proprio col Direttore Generale dell’OMS sulle misure di contenimento del Covid-19.

Già qualche settimana fa Trump aveva confermato al Time che avrebbe eliminato alcuni vaccini infantili, se uno studio avesse mostrato correlazioni con l’autismo. Ma un conto è rivedere alcune obblighi nazionali, un conto è porre una pietra sopra un’agenzia ONU. Gli Stati Uniti possono davvero permettersi una mossa del genere?

Il magnate che sta per tornare alla Casa Bianca è già diventato famoso per dichiarazioni sopra le righe, usate poi come strumento per aprire una mediazione. È successo persino con lo stesso OMS, quando nel maggio 2020 accusò Ginevra di essere un burattino di Pechino, e alla fine ottenne un’inchiesta sulla gestione pandemica.

Non era riuscito però ad ottenere un cambio ai vertici dell’organizzazione, e alla fine decise di notificare l’uscita. Anche stavolta la strada intrapresa potrebbe essere sostanzialmente la stessa, ovvero quella di minacciare per ottenere qualcosa in cambio.

E la leva su cui fa affidamento Trump è certamente importante: Washington ha garantito circa il 16% dei fondi dell’OMS nel periodo 2022-23.

In un certo senso, è però ancora più interessante che il secondo finanziatore dell’organismo sanitario, dal 2020 a oggi, è stata la Bill & Melinda Gates Foundation, ovvero una fondazione privata. Come sta avvenendo da alcuni anni ormai, e come avveniva all’epoca degli imperi coloniali, la filantropia è tornata ad essere un vettore centrale di diplomazia e di indirizzo per le politiche in campo sanitario.

Proprio sulla sanità i due magnati statunitensi aveva avuto alcuni screzi in passato, ma ora il tycoon sta tornando alla Casa Bianca e bisogna trovare un modo di andare d’accordo, perché gli affari sono affari. È notizia di ieri che sembrerebbe esserci in programma un incontro tra i coniugi Gates e Trump, che di certo avrà al centro Microsoft, ma che potrebbe far entrare nell’equazione anche l’OMS.

Cosa ci guadagna il nuovo presidente degli Stati Uniti a mettere le mani su Ginevra (guidandone un terzo dei fondi)? Sostanzialmente, quasi nulla sul piano concreto, se non qualche centinaio di milioni di dollari (nulla rispetto al faraonico bilancio federale statunitense). Il guadagno è tutto sul piano della ridefinizione dei meccanismi di funzionamento del quadro istituzionale internazionale nato dalla Seconda guerra mondiale.

Lawrence Gostin, docente alla Georgetown Law, ha sottolineato come il ritiro di Washington “lascerà un vuoto enorme nel finanziamento e nella leadership della salute globale. Non vedo nessuno che possa colmarlo”.

Ashish Jha, preside della facoltà di sanità pubblica della Brown University, prevede che l’OMS farebbe fatica “a rispondere alle emergenze sanitarie e dovrà ridurre notevolmente il suo personale scientifico”.

Ora, non c’è dubbio che le attività coordinate da Ginevra siano utili e importanti nel garantire la salute globale. Ma anche per la sorveglianza all’estero di possibili focolai gli Stati Uniti possono contare su programmi come l’Epidemic Intelligence Service, nato all’inizio degli anni Cinquanta proprio dalla volontà politica di proiettare gli interessi statunitensi anche attraverso la sanità internazionale.

Come ha evidenziato Gostin, gli USA sono ancora il punto più avanzato delle discipline mediche e biotecnologiche a livello mondiale: risentirebbero dunque in qualche misura dell’uscita dall’OMS, ma è certo che il danno maggiore sarebbe per il resto del mondo, che non può al momento contare sulle stesse ricchezze e conoscenze.

Trump potrebbe voler scommettere sulla capacità degli Stati Uniti di fare fronte da soli alle esigenze sanitarie fondamentali, e fare leva su questa forza per imporre a Ginevra di divenire uno strumento del braccio di ferro con il mondo multipolare, e in particolare con la Cina, già bersagliata nel 2020.

Ciò corrisponderebbe alla visione di scontro da sempre promossa dal tycoon, decisamente più congeniale a tempi in cui ogni alternativa alla guerra è stata abbandonata in maniera evidente. A farne le spese sarebbero, perciò, i paesi più poveri, che perderebbero in parte l’assistenza tecnica e sanitaria che ricevono, e ovviamente il sistema delle Nazioni Unite.

Da tempo ormai è chiaro come quel sistema vada perdendo credibilità, e gli eventi mediorientali degli ultimi mesi non fanno che confermarlo. Trump non si è mai mostrato incline a considerare questi spazi del multilateralismo come utili al perseguimento di mediazioni.

E allora, o il multilateralismo diventa utile al cuore dell’Impero, oppure è da considerarsi non più in linea con lo spirito dei tempi, e la nuova amministrazione statunitense potrebbe decidere di abbandonarlo definitivamente. L’OMS potrebbe esserne la prima vittima, se nelle prossime settimane le conclusioni del gruppo di transizione penderanno verso un approccio “duro”.

Fonte

16/07/2014

La “riforma della scuola" di Renzi? No, del mondo imprenditoriale

Alla vigilia della presentazione del “piano scuola di Renzi”, dopo le esternazioni sue e del sottosegretario Reggi, stiamo assistendo da più parti, chi in buona chi in malafede, a levate di scudi, proclami, indizioni di sit-in e manifestazioni, ecc.. Tutte iniziative doverose e importanti (a parte quelle in malafede), per carità, ma non bisogna dimenticare che il sign. Renzi non se l'è inventato dalla sera alla mattina: il suo “piano scuola” si colloca in un processo decennale di smantellamento della scuola pubblica i cui reali fautori non sono, si badi bene, politici di questo o quel partito, ma il padronato, le lobbies industriali e finanziarie, le quali indirizzano e governano le politiche del Miur (e questo spiega il favore bipartisan con cui le “riforme” vengono solitamente propugnate ed accolte).

Individuare le reali menti delle politiche scolastiche significa riuscire a non confondere causa ed effetto alla stregua grillina: così come è il mondo industriale-finanziario a determinare le politiche economico-lavorativo-sociali, che la politica ha poi il compito di rendere realizzabili, in ambito scolastico-educativo i vari politici sono solo bracci operativi intercambiabili all'interno di percorsi preventivati strategicamente da anni negli uffici di fondazioni bancarie, industriali e religiose. Ricordare questo significa anche comprendere ciò che sta succedendo in ambito scolastico, e soprattutto cercare di prevedere le prossime mosse.

Negli Stati Uniti, già da un po' ci si chiede se questo interesse “filantropico” di danarose fondazioni imprenditoriali private per il mondo della scuola non sia quantomeno sospetto. L'esempio più recente è del giugno 2014, quando in un articolo ci si auspica che il Congresso indaghi sul ruolo della Bill Gates Foundation nello spingere in vario modo determinate politiche nella pubblica istruzione: “L'idea che l'uomo più ricco d'America possa acquistare e – lavorando a stretto contatto con il Dipartimento dell'Educazione – imporre standard accademici nuovi e non testati sulla scuola pubblica del paese è uno scandalo nazionale”. Il potere delle fondazioni imprenditoriali nell'orientare le politiche governative statunitensi è enorme. Tre grandi fondazioni private, investendo strategicamente anno dopo anno miliardi di dollari, sono state in grado di definire i termini del dibattito nazionale sull'educazione e determinare le politiche educative, portando avanti una visione che si basa su scelta delle famiglie, competizione fra scuole, accountability, standard nazionali, merit pay e licenziamento per gli insegnanti, chiusura delle scuole. Espressioni che ritornano, non a caso, anche nell'ambito del dibattito sul sistema educativo italiano.

Anche in Italia, infatti, sono praticamente tre le fondazioni private che controllano e orientano le politiche educative: Fondazione Agnelli, Fondazione per la Scuola (della Compagnia di San Paolo) e Associazione TreeLLLe, tutte espressione, seppure con differenze, degli appetiti del mondo imprenditoriale e finanziario nostrano sul sistema educativo. Sarebbe ora, dunque, di smettere di chiamare le varie “riforme” scolastiche col nome del politico di turno e intitolarle a una (o tutte) delle fondazioni succitate: sarebbe almeno più chiaro per tutti il “colpevole” e il rapporto di continuità che lega una “riforma” all'altra.

Tornando all'istruttivo esempio statunitense, queste fondazioni private, attraverso il controllo completo dei gruppi di ricerca e dei media, rappresentano i neanche tanto occulti educational policy maker, tanto che l'ultima riforma educativa di era Obama, A Blueprint for Reform: The Reauthorization of the ESEA del 2010, si basa su The Turnaound Challenge, una guida pubblicata dalla Gates Foundation, considerata “la bibbia della ristrutturazione scolastica” dalla Segretaria Usa all'Educazione e nella quale la Gates Foundation ha investito 2,2 milioni di dollari. Essa prevede precise strategie di ristrutturazione per le scuole poco performanti: il singolo Stato nazionale riceve fondi per queste scuole solo se le trasforma (rimpiazzando il preside, aumentando la giornata scolastica e promuovendo la “flessibilità” del personale), le risana (rimpiazzando il preside e licenziando fino al 50% dei docenti), le chiude per riaprirle come charter schools (scuole finanziate da fondi pubblici ma governate da istituzioni al di fuori del sistema pubblico, incluse organizzazioni affaristiche, fondazioni e università) o le chiude definitivamente. La più grande implementazione della “turnaround strategy” si è avuta nel 2010 con il progetto Chicago Reinessance, nella quale la Gates Foundation ha investito ben 90 milioni di dollari, e che ha portato l'anno scorso alla chiusura di oltre 50 scuole a Chicago, frequentate in particolare da afroamericani.

Si tratta comunque di strategie che affondano le loro radici ben più lontano, nel No Child Left Behind Act del 2002 (era Bush), fino ad arrivare all'Education Reform Act del 1988 dall'altra parte dell'oceano (Gran Bretagna, era Tatcher).

In Europa, infatti, è della fine degli anni '80 il primo rapporto della European Table Round, espressione della lobby della finanza e dell'industria, che proponeva già allora l'orientamento, anche nel settore educativo pubblico, verso la concorrenza col settore privato. Orientamento recepito perfettamente dal mondo confindustriale italiano, che infatti già alla fine degli anni '90 si scagliava contro il monopolio statale nell'educazione (!) e contro l'assenza di confronto competitivo fra scuole.

Riguardo alla competizione fra scuole, è interessante notare come sia un punto fermo della visione neoliberista del sistema educativo, collegato strettamente alla valutazione standardizzata degli studenti tramite i test e alla successiva pubblicazione dei risultati al fine di creare, appunto, graduatorie fra scuole. E così come si sbagliava a considerare i test uno strumento per valutare l'apprendimento degli studenti, si è probabilmente peccato di ingenuità nel credere che si volesse semplicemente usarli per legare direttamente ad essi lo stipendio degli insegnanti. La Fondazione Agnelli, per esempio, sa bene che questo legame diretto fra risultati degli studenti e stipendio degli insegnanti non è fattibile, anche perché intorno ad esso si concentrerebbero resistenze troppo forti da parte degli insegnanti stessi. Il sindacato Cobas fa giustamente notare che la Fondazione Agnelli, nel recente rapporto La valutazione della scuola. A cosa serve e perché è necessaria all'Italia, ha “bacchettato” il Miur riguardo proprio al voler legare i risultati dei test agli stipendi degli insegnanti: i test non sono adeguati a valutare il contributo dei singoli insegnanti, dice la Fondazione Agnelli.

Ovviamente non l'hanno scoperto adesso. Già nel 2008 la Fondazione Agnelli in un suo rapporto parlava di “accountability”, traducibile con “rendicontazione sociale”, ovvero la responsabilità delle scuole di fronte al pubblico rispetto agli esiti, ottenibile attraverso la pubblicazione dei risultati raggiunti dagli studenti nei test standardizzati. Per avere la piena accountability, scrivevano, è necessario dotarsi di un sistema di esami/test basati su standard esterni “obiettivi”, quindi anche delegati ad agenzie specializzate; inoltre “debbono esser pubblicamente forniti i risultati delle singole scuole” e “devono esservi sanzioni e ricompense, in forma diretta o indiretta, che modifichino la struttura degli incentivi cui esse [le scuole] sono esposte. La logica sottesa ai programmi di accountability implica infatti che le scuole vadano incontro a conseguenze positive o negative in relazione al grado di efficacia dimostrato, nell’ipotesi che questo le indurrà ad impegnarsi al massimo per migliorare i risultati dei propri studenti.” Ovviamente i fautori dell'accountability sanno bene che è difficile “far automaticamente coincidere le prestazioni degli alunni di una scuola con la qualità dell’istruzione da essa impartita”; per questo sono stati messi a punto diversi approcci di misurazione (cross-sectional approach, longitudinal approach, controllo del compositional/contextual effect, per la cui spiegazione rimando al rapporto della Fondazione stesso). E sanno bene che è ancora più complesso (ma niente affatto impossibile) verificare l'efficacia dei singoli insegnanti. Sicuramente, affermano, lo stipendio legato esclusivamente all'anzianità “ha probabilmente fatto il suo tempo”, ma è difficile che “la leva degli incrementi salariali possa da sola risolvere i problemi della scuola e soprattutto migliorare la qualità dell’insegnamento. Il problema di come «preparare, assumere, sviluppare, sostenere, valutare e ricompensare la professionalità dei docenti» [citano da uno studio statunitense] è un problema complesso, che deve essere affrontato intervenendo contemporaneamente su più piani e ricorrendo, per avvicinarsi all’obiettivo, a una gamma di strumenti diversi, tra cui gli incentivi salariali sono solo una delle possibili componenti (corsivo mio)”, anche a causa appunto delle “resistenze da parte delle associazioni di categoria [sic] dei diretti interessati”.

Il fatto che, a 6 anni dalla pubblicazione di questo Rapporto, la Fondazione evidenzi pubblicamente l'inadeguatezza dei test standardizzati per valutare l'efficacia dell'insegnamento dei singoli insegnanti dunque non stupisce. Probabilmente questo tempo è servito loro per mettere a punto nuove strategie, facendo intanto passare una serie di strumenti e ideali (test, merito, competizione) come legittimi, positivi e perfettamente “normali”.

E' plausibile che l'elemento di punta individuato per rendere realizzabili i disegni del mondo imprenditoriale sulla scuola pubblica abbia come perno l'autonomia scolastica e, in particolare, la sempre maggiore importanza della leadership del dirigente scolastico nel momento in cui, come si legge in un rapporto della Associazione TreeLLLe già del 2007, “può scegliere i docenti e veicolare la cultura delle riforme eliminando le resistenze”, sempre nell'ambito del confronto competitivo fra scuole. Afferma infatti Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli, a maggio di quest'anno, che le informazioni desunte dai test Invalsi “possono essere utili alle famiglie per compiere scelte più consapevoli e utilissime agli insegnanti e ai dirigenti scolastici per mettere a fuoco cosa non va nella propria scuola e decidere misure di miglioramento” ma “non devono essere usate per valutare i singoli docenti”, per premiare il cui merito “cerchiamo altre strade (maggiori responsabilità ai presidi?)”.

Altro nodo centrale io credo sia il piano di miglioramento per le scuole “poco performanti”, per le quali lo Schema di regolamento su sistema nazionale di valutazione in materia di istruzione e formazione, approvato l'8 marzo 2013, prevede interventi anche con il supporto di università, enti di ricerca, associazioni professionali, senza alcun ulteriore finanziamento pubblico (“nei limiti delle risorse finanziarie disponibili”), quindi con un probabile forte intervento dei privati (previsto peraltro dal ddl ex-Aprea, la cui idea di fondo non è stata affatto abbandonata). Non siamo ancora all'esplicitazione delle azioni di ristrutturazione del Turnaround Challenge della Gates Foundation, ma pare che la direzione sia quella di trasformare le scuole pubbliche in scuole basate sulla gestione privatistica e orientata al libero mercato, sul modello delle charter schools americane, che fondamentalmente si basano sull'indebolimento e la finale eliminazione delle tutele lavorative per gli insegnanti ai fini del profitto. L'aumento dell'orario lavorativo degli insegnanti, dunque, salutato comunque con favore dalla Fondazione Agnelli, sebbene sia quello che salta di più all'occhio è solo uno degli elementi fondanti del piano. In effetti, al mondo imprenditoriale, vero motore delle politiche educative italiane, dubito interessi aumentare l'orario di docenti pagati dallo Stato, se non in quanto strumento per dequalificare talmente il livello dell'educazione pubblica (e tralascio la riflessione sul concetto di “qualità” e sulle caratteristiche intrinseche, orientate al capitale, del sistema educativo statale) da far percepire come necessario un forte intervento del privato, fino ad arrivare alla “ristrutturazione” delle scuole pubbliche in scuole gestite da privati (cioè dal mondo imprenditoriale stesso) ma finanziate dallo Stato. Del resto, lo stesso Attilio Oliva, presidente della Associazione TreeLLLe, esprime chiaramente il suo interesse per le charter schools statunitensi, che appunto si basano su gestione privata, finanziamenti pubblici, arretramento dei diritti lavorativi dei docenti a vantaggio del profitto. In una intervista molto istruttiva a Orizzontescuola, infatti, afferma: “Sia le Charter schools negli Usa sia le Academies in Inghilterra sono scuole nate in zone di forte deprivazione socio-culturale per contrastare il grave fenomeno dell’abbandono scolastico, contro cui l’offerta delle scuole statali, per definizione rigida e poco flessibile, non risultava efficace. Per fare in modo che ciò avvenisse, i governanti di questi Paesi hanno autorizzato soggetti indipendenti (gruppi di insegnanti, presidi, famiglie, imprese, fondazioni) a prendere in mano e gestire le istituzioni scolastiche statali presenti in quelle aree. Questi soggetti indipendenti dimostravano una forte spinta a innovare tanto i modelli organizzativi (orari, calendari, curricoli) quanto quelli di gestione del personale (contratti, incentivi, libertà di scelta dei docenti)”.

Poco importa che, a dispetto di quello che Oliva sostiene, negli Usa sia ormai evidente che le charter schools non garantiscono affatto apprendimenti di qualità per i loro studenti (non tutte: alcune charter schools funzionano: sono quelle che possono disporre di altissimi finanziamenti e, soprattutto, che cacciano gli studenti “poco performanti”, altro che “efficace risposta alla piaga degli abbandoni” come sostiene Oliva.). Quello che importa è che questo tipo di scuola è estremamente lucroso per i privati che le gestiscono...

E' importante, dunque, ora più che mai, essere in grado di vedere al di là di ciò che appare, anche nell'ambito delle politiche scolastiche. Le riforme non provengono dalla politica, ma dal mondo imprenditoriale e finanziario. Un primo passo per contrastarle, dunque, è spezzare il monopolio dei progetti di ricerca e informazione sulla scuola che anche in Italia queste potenti entità private hanno e che permette loro di diffondere la loro visione neo-liberista, orientata al profitto, del sistema educativo, e indirizzare la nostra attenzione e la nostra lotta sulle “menti” delle riforme educative oltre che sui loro “bracci operativi”.

Fonte

Lentamente viene fuori che il grande fratello che modella il mondo, in peggio, è l'interessa capitalista.

02/06/2014

Il filantrocapitalismo della Fondazione Gates, la più grande e più potente del mondo

"Lei sta cercando di trovare i luoghi dove il denaro avrà la maggiore efficacia, il modo - per così dire - di salvare il maggior numero di vite a fronte dei dollari spesi" ha osservato Pelley. "Giusto. E di trasformare le società", ha replicato Gates. [1]

Nel 2009 l'auto-designato "Good Club" [Club Buono] - un'assemblea delle persone più ricche del mondo, il cui patrimonio netto collettivo ammontava allora a circa 125 miliardi dollari - si è incontrato a porte chiuse a New York per discutere una risposta coordinata alle minacce poste dalla crisi finanziaria globale. Guidati da Bill Gates, Warren Buffett e David Rockefeller, il gruppo stabilì di trovare nuovi modi di affrontare le fonti di malcontento nel mondo in via di sviluppo, in particolare la "sovrappopolazione" e le malattie infettive [2]. I miliardari presenti si impegnarono a spese massicce in aree di loro interesse, incuranti delle priorità dei governi nazionali e delle organizzazioni di aiuto esistenti [3].

Dettagli del vertice segreto erano stati fatti trapelare alla stampa e salutati come un punto di svolta per la Grande filantropia. Si disse che fondazioni burocratiche tradizionali come Ford, Rockefeller e Carnegie cedevano il passo al "filantrocapitalismo", un nuovo vigoroso approccio alla beneficenza in cui le presunte capacità imprenditoriali dei miliardari sarebbero state rivolte direttamente alle sfide più pressanti del mondo.

I filantrocapitalisti di oggi vedono un mondo pieno di grandi problemi a cui loro, e forse solo loro, possono porre rimedio... La loro filantropia è "strategica", "consapevole del mercato", "orientata all'impatto", "basata sulla conoscenza", spesso "ad elevato coinvolgimento" e sempre guidata dall'obiettivo di massimizzare "l'efficacia" del denaro del donatore... I filantrocapitalisti stanno cercando sempre più di trovare il modo di sfruttare la logica del profitto per realizzare utilità sociale [4].

Godendo di un "enorme potere che potrebbe rimodellare le nazioni secondo la loro volontà" [5], i donatori miliardari abbraccerebbero ormai apertamente non solo la teoria basata sul mercato, ma anche le pratiche e le norme organizzative del capitalismo corporativo. Ciò nonostante, la filosofia generale dei loro interventi di beneficenza rimarrebbe coerente con antiche tradizioni di Grande filantropia, come descritto di seguito.

La fondazione privata più grande del mondo: "Una nuova forma di organizzazione multilaterale"

Il più importante dei filantrocapitalisti è Bill Gates, co-fondatore di Microsoft Corp. e al momento l'uomo più ricco del mondo. (Nonostante l'impressione accuratamente coltivata che Gates stia "dando via" la sua fortuna in beneficenza, il suo patrimonio netto stimato è aumentato ogni anno dal 2009 e oggi ammonta a 72 miliardi di dollari [6]). Gates deve la sua fortuna non alla creazione di apporti tecnologici ma all'acquisizione e alla conservazione di un monopolio incredibilmente redditizio nei sistemi operativi dei computer.

Il punto di forza maggiore di Microsoft è sempre stato la sua posizione di monopolio nel settore dei personal computer. Il suo accordo di licenza restrittivo con i produttori di personal computer imponeva il pagamento di una licenza MS-DOS sia che il sistema operativo di Microsoft venisse utilizzato sia che non lo fosse... Allorché l'azienda raggiunse un accordo con il Dipartimento di Giustizia nel 1994, su questa pratica illegale, Microsoft aveva acquisito una quota di mercato dominante tra tutti i sistemi operativi venduti [7].

Microsoft utilizza il repertorio standard di strategie commerciali a difesa del suo potere monopolistico - prezzi preferenziali, azioni legali, acquisizioni di concorrenti, lobbying per la tutela brevettuale - ma si basa in ultima analisi, come gli altri monopoli statunitensi, sulla posizione dominante degli Stati Uniti nel mondo. Come ex Segretario della Difesa, William Cohen ha osservato nel 1999 che "la prosperità di cui godono aziende come la Microsoft non avrebbe avuto luogo senza la forza militare che abbiamo". [8]

Gates resta presidente della Microsoft ma ora dedica la maggior parte del suo tempo a gestire la Fondazione Bill e Melinda Gates (BMGF), la più grande fondazione privata al mondo e senza dubbio la più potente. Con una dotazione di 38 miliardi di dollari, la BMGF sovrasta attori una volta dominanti come la Ford (10 miliardi), la Rockefeller (3 miliardi), e la Carnegie (2,7 miliardi) [9]. Questi fondi di beneficenza elitari sono attraenti per i super-ricchi non solo come canali alternativi per influenzare la politica, ma anche come uno strumento legale di elusione fiscale. Secondo la legge USA, gli investimenti in fondazioni di beneficenza sono esenti da tasse; inoltre, gli investitori non sono tenuti a vendere le loro azioni e possono continuare a esercitare il diritto di voto senza restrizioni [10]. Proteggendo le fondazioni, il Tesoro USA di fatto co-finanzia le attività di BMGF e dei suoi investitori, fornendo una parte consistente alla già lodata "efficacia".

Anche in un settore dominato dai più ricchi del mondo, la Fondazione Gates ha acquisito una reputazione di straordinaria prepotenza. E' "guidata dagli interessi e le passioni della famiglia Gates", evasiva sui suoi dati finanziari, non risponde a nessuno se non al suo fondatore, che "modella e approva le strategie della fondazione, promuove i temi della fondazione e imposta l'indirizzo generale dell'organizzazione". [11]

L'approccio di Gates alla beneficenza è presumibilmente basato sul suo atteggiamento verso la democrazia:

Più ci si avvicina [al governo] e più si vede come è fatta la salsiccia [riferimento alla frase di Otto von Bismarck: "Meno le persone sanno di come vengono fatte le salsicce e le leggi e meglio dormono la notte", ndt], più viene da dire, oh mio dio! Questa gente in effetti non sa nemmeno fare un piano... L'idea che tutte queste persone si accingono a votare e avere un parere su temi che sono sempre più complessi - dove ciò che appare, si potrebbe pensare... [sia] la facile risposta non è la vera risposta. E' un problema molto interessante. Le democrazie di fronte a questi problemi attuali sanno far bene queste cose? [12]

L'impero della beneficenza di Gates è vasto e in crescita. Negli Stati Uniti, BMGF si concentra principalmente sulla "riforma dell'istruzione", fornendo sostegno agli sforzi per privatizzare le scuole pubbliche e subordinare i sindacati degli insegnanti. Le sue ben più grandi divisioni internazionali puntano al mondo in via di sviluppo e sono rivolti a malattie infettive, politica agricola, salute riproduttiva e controllo della popolazione. Nel solo 2009, BMGF ha speso più di 1,8 miliardi dollari in progetti sulla salute globale [13].

La Fondazione Gates esercita il potere non solo attraverso la propria spesa, ma più in generale attraverso una sofisticata rete di "organizzazioni consociate" che comprende organizzazioni non-profit, agenzie governative e aziende private. Come terzo maggior donatore dell'Organizzazione Mondiale della Sanità delle Nazioni Unite (OMS), è un attore dominante nella formazione della politica della salute globale [14]. Promuove ampi ed elaborati partenariati pubblico-privato - "macedonie" di associazioni di beneficenza che tendono a confondere le distinzioni tra stati, che dovrebbero almeno teoricamente rendere conto ai cittadini, e imprese in cerca di profitto che rendono conto solo ai loro azionisti. Ad esempio, un'iniziativa del 2012 volta a combattere le malattie tropicali trascurate elencava tra i suoi affiliati USAID, la Banca Mondiale, i governi di Brasile, Bangladesh, Emirati Arabi Uniti ed altri, e un consorzio di 13 aziende farmaceutiche comprendente le più famigerate forze di Big Pharma, tra cui Merck, GlaxoSmithKline e Pfizer [15].

BMGF è il primo motore dietro insigni "iniziative plurilaterali" come il Fondo Globale per la lotta all'AIDS, la tubercolosi e la malaria e la GAVI Alliance (un "partenariato pubblico-privato" tra l'Organizzazione mondiale della sanità e l'industria dei vaccini). Tali accordi permettono alla BMGF di sfruttare la sua partecipazione in imprese alleate, così come le imprese private accrescono potere e profitti attraverso schemi di investimento strategici. La Fondazione interviene anche direttamente nelle agende e nelle attività dei governi nazionali, passando dal finanziamento dello sviluppo delle infrastrutture comunali in Uganda [16], alla collaborazione recentemente annunciata con il Ministero della Scienza indiano per "reinventare il gabinetto" [17]. Al tempo stesso la Fondazione sostiene le organizzazioni non governative che fanno pressioni sui governi per incrementare la spesa verso le iniziative che sponsorizza [18].

L'operazione di Gates assomiglia ad una enorme società multinazionale, verticalmente integrata, che controlla ogni passaggio in una filiera che dalla sala del consiglio di Seattle, attraverso varie fasi di approvvigionamento, produzione e distribuzione, raggiunge milioni di indigenti "utilizzatori finali" senza nome nei villaggi dell'Africa e dell'Asia meridionale.

Riproducendo le sue strategie per conquistare il mercato del software, Gates ha creato un monopolio virtuale nel campo della sanità pubblica. Nelle parole di un funzionario di una ONG: "in materia di salute uno non può tossire, grattarsi la testa o starnutire senza andare a parare alla Fondazione Gates" [19]. L'influenza globale della Fondazione è ormai così grande che l'ex Ceo, Jeff Raikes, è stato costretto a dichiarare: "Non stiamo sostituendo le Nazioni Unite. Ma alcune persone direbbero che siamo una nuova forma di organizzazione multilaterale". [20]

Note

1. "The Gates Foundation: Giving Away a Fortune," CBS 60 Minutes, Sept. 30, 2010, http://www.cbsnews.com/news/the-gates-foundation-giving-away-a-fortune/3/.
2. Paul Harris, "They're Called The Good Club - And They Want to Save the World," Guardian, May 30, 2009, http://www.theguardian.com/world/2009/may/31/new-york-billionaire-philanthropists.
3. Andrew Clark, "US Billionaires Club Together," Guardian, Aug. 4, 2010, http://www.theguardian.com/technology/2010/aug/04/us-billionaires-half-fortune-gates.
4. Matthew Bishop and Michael Green, Philanthrocapitalism: How Giving Can Save the World (2008), pp. 3, 6.
5. Harris, op cit.
6. "Bill Gates," Forbes.com, Sept. 2013, http://www.forbes.com/profile/bill-gates/.
7. Barry Ritholtz, "What's Behind Microsoft's Fall from Dominance," Washington Post, Sept. 26, 2013, http://www.washingtonpost.com/business/whats-behind-microsofts-fall-from-dominance/2013/09/05/b0e5e91e-157b-11e3-804b-d3a1a3a18f2c_story_1.html.
8. Citato in: Michael Perelman, "The Political Economy of Intellectual Property," Monthly Review, vol. 54, no. 8, January, 2003, http://monthlyreview.org/2003/01/01/the-political-economy-of-intellectual-property.
9. The Foundation Center, Top Funders, http://foundationcenter.org/findfunders/topfunders/top100assets.html.
10. Sheldon Drobny, "The Gates and Buffett Foundation Shell Game," CommonDreams.org, April 26, 2006, http://www.commondreams.org/views06/0823-26.htm.
11. Sito della BMGF, http://www.gatesfoundation.org/Who-We-Are/General-Information/Leadership/Management-Committee.
12. Richard Waters, "An exclusive interview with Bill Gates," Financial Times, Nov. 1, 2013, http://www.ft.com/intl/cms/s/2/dacd1f84-41bf-11e3-b064-00144feabdc0.html#axzz2q0sgejl.
13. Noel Salazar, "Top 10 philanthropic foundations: A primer," Devex, Aug. 1, 2011, https://www.devex.com/en/news/top-10-philanthropic-foundations-what-you-need-to/75508.
14. Global Health Watch, Global Health Watch 2: An Alternative World Health Report, 2008, p. 250, http://www.ghwatch.org/sites/www.ghwatch.org/files/ghw2.pdf. In un rapporto del 2008 fatto filtrare alla stampa, Arata Kochi, capo del programma malaria presso l'Organizzazione Mondiale della Sanità, ha denunciato che "il crescente predominio della ricerca sulla malaria da parte della Fondazione Bill e Melinda Gates rischia di reprimere la diversità di vedute tra scienziati e di cancellare la funzione di indirizzo dell'agenzia per la salute". Donald G. McNeil Jr., "WHO official complains about Gates Foundation's dominance in malaria fight," NY Times, Nov. 7, 2008, http://www.nytimes.com/2008/02/17/world/americas/17iht-gates.4.10120087.html.
15. "Private and Public Partners Unite to Combat 10 Neglected Tropical Diseases by 2020," BMGF press release, Jan. 2012, http://www.gatesfoundation.org/media-center/press-releases/2012/01/private-and-public-partners-unite-to-combat-10-neglected-tropical-diseases-by-2020.
16. Grant to Ministry of Lands, Housing and Urban Development; Government of Uganda, July, 2012, http://www.gatesfoundation.org/How-We-Work/Quick-Links/Grants-Database/Grants/2012/07/OPP1053920.
17. "The Next Grand Challenge in India: Reinvent the Toilet," BMGF press release, Oct. 2013, http://www.gatesfoundation.org/Media-Center/Press-Releases/2013/10/The-Next-Grand-Challenge-in-India. La Fondazione si sente anche libera di "sedersi al tavolo col governo del Pakistan" per esigere misure di sicurezza a sostegno delle sue operazioni. Vedere: Neil Tweedie, "Bill Gates Interview: I Have No Use for Money. This is God's Work," The Telegraph, Jan. 18, 2013, http://www.telegraph.co.uk/technology/bill-gates/9812672/Bill-Gates-interview-I-have-no-use-for-money.-This-is-Gods-work.html.
18. Global Health Watch, op. cit., p. 251.
19. Ibid.
20. Gabrielle Pickard, "Will Gates Foundation Replace the UN?" UN Post, 2010, http://www.unpost.org/will-gates-foundation-replace-the-un/#ixzz2pjv08DJr.


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